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GUILLAUME DE LORRIS JEAN DE MEUN ROMANZO DELLA ROSA Guillaume de Lorris ¢ Jean de Meun, Romanzo della Rosa. Acura di Mariantonia Liborio e Silvia De Laude. Traduzione di Mariantonia Liborio. Testo francese antico a fronte. Due testi e molti misteri. Il Romanzo della Rosa & costituito da due parti scrit- te da autori diversi a distanza di una quarantina di anni. Due parti molto di- verse e la seconda sembra essere la pali- nodia della prima. I dubbi sull’identita degli autori, su eventuali interpolazioni di Jean de Meun nella prima parte, sul senso del poema come opera complessi- va sono ripercorsi nell’introduzione di Mariantonia Liborio. Quello che sem- bra sicuro é che il «collage» dei due testi mostra come in quel mezzo secolo di ia- to fra la prima e la seconda meta del xm secolo fossero profondamente cambia- ti i modelli culturali: dagli ideali e dal- le forme letterarie cortesi del Roman di Guillaume de Lorris all’approccio filo- sofico-enciclopedico di Jean de Meun. E un passaggio che si verifica, in for- me diverse, anche nella letteratura del si fra i poeti siciliani e Dante. E dun- que importante rileggere il Romanzo della Rosa nella sua diversificata com- pletezza. Al di la dei problemi filologi- ci e narratologici, il poema é davvero uno dei fondamenti della cultura euro- pea: una rilettura dell’ ars amandi ovidia- na che diventa una fenomenologia della conquista amorosa e del desiderio; una perfetta compenetrazione di allegoria e narrazione che anticipa la Commedia dantesca. Incopertina: Miniatore parigino, Roman de la Rose, mi- niatura, 1353 circa, particolari. Ginevra, Bibliotheque de Genéve, ms fr. 178, ¢. 17. (Foto della Biblioteca). Mariantonia Liborio ha insegnato Filologiu ro- manza all’Universita di Roma Tre. Tra i volumi da lei curati: Storia di dame e trovatori di Proven. za, Bompiani 1982; La letteratura francese me- dievale, Carocci 2002 (con Silvia De Laude); Letteratura provenzale medievale, Carocci 2004 (con Andrea Giannetti); I/ Graal. | testi che han- no fondato la leggenda, Mondadori 2005. Per Ei- naudi ha curato il Vocabolario delle istituzioni in- doeuropee di Emile Benveniste (Pbe 2001). Silvia De Laude ha studiato Filologia romanza a Pavia con Cesare Segre. Insieme a Walter Siti ha curato l’edizione dell’opera omnia di Pasoli- ni nei Meridiani Mondadori (1998-2001) e con Mariantonia Liborio La Jetteratura francese me- dievale, Carocci 2002. Ha pubblicato saggi in varie sedi fra le quali I’ Atlante della letteratura italiana, Einaudi 2010, vol. I. I millenni © 2014 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino www.einaudi it ISBN 978-88-06-18890-0 Guillaume de Lorris Jean de Meun ROMANZO DELLA ROSA A cura di Mariantonia Liborio e Silvia De Laude Traduzione di Mariantonia Liborio Testo francese antico a fronte Giulio Einaudi editore INTRODUZIONE L’amore e il suo doppio. Nel mito greco la rosa sboccia dalla stessa candida schiuma del mare da cui nasce Afrodite e sara quindi per sempre emblema di Eros e della donna amata. Il Roman de la Rose ne fa l’oggetto di una lunga guéte, ma la sua immagine cambia completamente nel corso della vicenda, da amata di nome Rose, a cui un giovane amante offre il racconto del suo sogno per convincerla a cedere al suo amore e nel sogno la trasforma in fragrante bocciolo che non gli é concesso di cogliere, fino alla sua violenta conquista, quasi uno stupro goliardico, pri- ma del risveglio dell’ Amante e della fine del sogno e del Roman. Il Roman de la Rose & sempre stato considerato, fino a tempi molto recenti, opera di due autori diversi, Guillaume de Lorris, di cui non sappiamo altro, che sarebbe responsabile della prima parte rimasta incompiuta, e Jean de Meun, figura prestigiosa per molti versi, che avrebbe aggiunto, per completarla, la seconda parte, fi- no al travolgente finale. La conquista della rosa comunque resa possibile dal dio d’Amore e dalle truppe di Venere che sono venu- te in ajuto all’ Amante. Ma tutto questo sta solo nel testo, compresi i nomi dei due autori. Quando il dio d’Amore, ai versi 10496 sgg., introduce Guil- laume de Lorris e ci dice che il povero Amante comincera per lui un romanzo ma non riuscira a finirlo e Jean Chopinel lo portera a compimento, non siamo tenuti a credergli. La profezia d’ Amore apre una fuga di possibili narrativi che da le vertigini ed @ la cifra dei due Roman de la Rose. Guillaume de Lorris é citato dopo l’ingresso di Falso Sembian- te, l'ipocrita per definizione. Amore rimpiange Tibullo, Catullo, Ovidio, che lo avrebbero aiutato meglio nel suo compito difficile, ma ecco Guillaume de Lorris che, se vuole meritarsi la conquista della rosa, deve mettersi a scrivere il romanzo che peré sara co- stretto a interrompere. Interverra quindi subito Jean de Meun, VIL MARIANTONIA LIBORIO persona devota, che lo continuera fino a quando la rosa sara colta, grazie alla sua continua assistenza: je l’afubleré de mes eles et li chanteré notes teles que, puis qu’il sera hors d’enfance, endoctrinez de ma sciance, si fletitera noz paroles par carrefors et par escoles selonc le langage de France, par tout le regne, en audiance, que ja mes cil qui les orront des douz mauz d’amer ne morront, por qu’il le croient seulement... (vv. 10607-17) Il 4vre, continua Amore, si chiamera Miroér aus Amoreus («Spec- chio degli amanti»). Nello specchio, superficie infida, il lettore ri- schia a questo punto di perdersi. A riguardo, sono troppe le ipo- tesi possibili: Guillaume de Lorris ha scritto un primo Roman de la Rose, che non é detto sia quello che leggiamo né che non fosse finito. Guillaume de Lorris non ha davvero finito il suo romanzo e Jean de Meun lo ha portato a termine. Guillaume de Lorris ha scritto il suo romanzo, che era perfet- tamente finito, e Jean de Meun ne ha occultato il finale fingendo di continuarlo per contrastarne il veleno sottile. Jean de Meun ha continuato il romanzo, ma é anche malizio- samente intervenuto sul testo di Guillaume, per insinuare sospet- tie meraviglie. Non é mai esistito nessun Guillaume de Lorris e Jean de Meun ne ha creato il nome e la storia, come uno sberleffo, per soffocare un’ideologia che considera eversiva. I] nome Guillaume & infatti legato a guille («inganno») e de Lorris (de lor ris, cioé «e allora ri- di»): fa ridere solo a sentirlo. Jean de Meun sarebbe allora l’unico autore di un unico testo, in cui ha creato un’arte d’amore e il suo doppio, come si era sempre fatto, da Ovidio in poi’. * Cosf aveva fatto Andrea Cappellano, cosa spesso trascurata dalla critica (cfr. LuBomio - DE LAUDE 2002, 4.3 € 4.6), cosf faceva Guglielmo IX, opponendo un amore “carnale” a un amore “cortese”. Insomma, l’amore nel Medioevo ha sempre il suo doppio, ¢ l’altra faccia dell’amore recupera tutto quello che il codice cortese insegna a cancellare, D’altronde amore e reaisma si sono sempre combattuti perché rispondono a bisogni diversi, ma entrambi ili: quello dell individuo - diremmo ogei ~ e quello della societa. Chrétien de Troyes aveva pits di farli convivere, senza troppo riuscirci, in Lrec et Enide (cfr. :wor10 1980). La tradizione italiana, sulla base dei versi di Provenza ma anche del!’elaborazione romanzesca di Chrétien e della tradizione del Nord della Francia fino alla Rosa (cfr. I! Fiore e il Detto d'amore attribuibili a Dante Alighieri, a cura di G. Contini, Mondadori, Milano 1984), cercher& un’altra strada, originale, facendo dell'amore stilnovista il primo passo verso I'amore di Dio, INTRODUZIONE x Non esistono né Guillaume de Lorris né il Jean de Meun del te- sto, personaggi di carta di un autore che non si ¢ nominato e che ha messo in scena le due facce dell’amore per richiamare i suoi lettori alla vera conoscenza, quella filosofica, che porta all’amore di Cristo. Ognuna di queste ipotesi ha avuto i suoi sostenitori. La tesi dei due autori @ stata la pit accettata fino a tempi molto recenti, ma l’interpretazione del rapporto tra i due testi varia molto, da quel- la robertsoniana in chiave morale (A Preface to Chaucer), seguita dalla schiera dei suoi allievi, soprattutto anglosassoni, alle lettu- re cortesi o anti-cortesi. Dragonetti pensa a un burattinaio, di cui Guillaume de Lorris e Jean de Meun siano i burattini?. Di fronte a ipotesi cosf contrastanti é bene tornare ai fatti, pochi, eal testo, che in realta pud farci nascere qualche nuovo sospetto. Sull’esistenza reale di Guillaume de Lorris c’é un’ipotesi inte- ressante di Rita Lejeune’. Si tratterebbe del figlio di un sergent di Luigi IX, legato a Philippe de Beaumanoir, lo scrittore‘: rappor- dalla creatura al Creatore. Petrarca rompe lo schema e nella lirica europea l'amore sara ormai infelice e peccaminoso, ma «sceso da cielo in terra». Per quelle impreviste astuzie della storia che ne rendono pit ricco il senso sar’ proprio il satizico testo di Jean de Meun a influenzare i poeti. La parte di Guillaume, rappresentante, ammesso che sia mai vissuto, dellideologia aristocratica ormai agli sgoccioli, in cui é gia evidente la coscienza della fine — le mura del castello separano ma difendono anche da un mondo la fuori che va per la sua strada e che & ai il mondo di Jean de Meun ~erovera un'eco nella querlle dela Rose, dave i rappresentanti dei grandi della terra (Christine de Pizan scrive per le corti) e della Chiesa (Gerson, il grande predicatore) faranno del Roman la bandiera della loro visione del mondo. Gli oppositori saranno i veri umanisti della Francia, quelli acui il ritorno alla classicita e il senso del distacco storico nei confronti del passato della Grecia e di Roma rendeva impossibile apprezzare il racconto pieno di grazia e di ironia della prima parte, in cerca di altro cibo che verra infatti da altre sponde. E sintomatico che Christine opponga a Jean de Meun Dante, che di Jean de Meun si era nutrito, che il Fiore sia suo o no. Dalla traduzione italiana risulta chiaramente che la prima parte del Roman aveva perduto il suo porere: una delle sue pit pregevoli eleganze, quella descrittiva, viene praticamente cancellata nella versione in sonetti e solo lo scheletro della sto gnitiva. Amore e conoscenza, che si erano dati la mano per buona parte del lirica volgare, si staccano per sempre. La linea di questo stacco @ quella quasi invisibile, ma stranamente sottolineatissima dalle rubriche dei manoscritti, che separa il verso 4028 dal verso 4029, spazio mentale, spazio culturale, spazio di morte di rutto un mondo e di tutto un scrittura sconfitto dalla storia. Dopo il verso 4o28 un buon gruppo di manoscritti inserisce finali posticci che arrivano piti o meno garbatamente al momento di far cogliere la rosa, proprio quello che non doveva avvenire (cfr. La tradizione manoscritta, pp. XXXVU-XL). > Della scuola robertsoniana fanno parte alcuni dei pid raffinati lettori del Roman, da Dahlberg, autore anche di una pregevole traduzione in inglese, a Fleming. Sulla scia di D. W. Robertson, I"interpretazione de] Roman é tutta in chiave morale e annulla le differenze tra la prima e la seconda parte, anche per una visione che deve molto alla riscrittura di Chaucer, primario interesse dei critici anglosassoni. Dragonetti ha dedicato a diversi aspetti del Roman molti dei suoi studi, ora raccolti in DRAGONETTI 1986a. * LEJEUNE 1976, nella cui ipotesi FERRETTI 2011 vede una a conferma dei possibi rapporti, da me intuiti per altre strade, con Philippe de Beaumanoir e il figlio, per il quale potrebbe essere stato copiato il manoscritto Urbinate 376, riccamente illustrato (cfr. qui la nota seguente e La tradizione manoscritta, pp. XL-XLI). * Philippe de Rémi, sire di Beaumanoir, 2 baglivo del Gatinais per Roberto d’ Artois, fratello di Luigi IX, altro personaggio di cui dovremo riparlare. La data della sua morte @ da x MARIANTONIA LIBORIO to di grande interesse, che potrebbe averlo messo in contatto con Carlo d’Angid e con il mondo poetico di trovatori e trovieri che formava la sua corte e quella dei suoi famigliari e amici’. La tradizione manoscritta non ci aiuta molto: sui trecento e pi testimoni, un unico manoscritto conserva il testo di Guil- laume de Lorris da solo; sei manoscritti, variamente dipendenti, hanno una continuazione anonima, anteriore, pare, a quella di Jean de Meun; Gui de Mori, uno dei continuatori, dice di aver conosciuto solo in un secondo tempo la continuazione di Jean de Meun, che ha rielaborato nel 1290. I copisti sono molto attenti arispettare la “fine” del testo di Guillaume el’ “inizio” di quello di Jean de Meun. Le rubriche riprendono perlopiu le parole del dio d’Amore: Guillaume de Lorris non ha portato a termine il suo romanzo «o perché non ha voluto o perché non ha potuto» e Jean de Meun !’ha continuato‘. Gli autori della querelle de la Rose non hanno dubbi sull’esi- stenza di Guillaume, che citano spesso: Christine de Pizan lo am- mira come autore della prima parte, la sola per lei accettabile, e lo contrappone a Jean de Meun di cui stigmatizza la volgarita e la misoginia. Jean de Meun, considerato maestro e teologo eccelso, sara invece difeso dagli umanisti di corte’. Su Jean de Meun siamo meglio informati. Di lui conosciamo altre opere, elencate nel prologo alla sua traduzione della Consola- tio di Boezio, inviata a Filippo IV il Bello, re di Francia dal 1268 porre probabilmente poco prima del 1265 (vedi la voce in DL¥ 1964, pp. 1135-36). E autore di canzoni cortesi, ma anche di testi satirici e anticortesi. Le sue opere piti famose sono due romanzi, la Manekine, sul tema della fanciulla dalla mano monca, e Jeban et Blonde, che ha molti tratti in comune con la prima parte del Roman, il che fa pensare, se non proprio a una conoscenza diretta e possibile fra i due autori, almeno a un ambiente comune e a un pubblico in grado di cogliere i rimandi. Nel prologo di Jehan et Blonde, un inno all'intraprendenza che i giovani dovrebbero avere per essere padroni del proprio destino, si biasimano «Aucune gent si pereceuse | Qu’au mont ne sevent forse d’oiseuse | Ne ne been a monter point» («Aleuni cost pigri | che al mondo conoscono solo l’ozio | € non puntano per niente a farsi strada»). Nel 1237, Philippe de Beaumanoir scrive un testo poetico tipo resverdie, molto vicino al nonsens, dal titolo Oiseuse, e durante il suo soggiorno presso la vedova di Roberto d’Artois, Mahaut (dopo il 1250, quindi), un testo in cui il nonsens & ancora pit spinto, Fratrasies. Clr. LIBORIO - DE LAUDE 2002, 5.7. parte di Guillaume de Lorris l' Amante dice al dio d' Amore di garantirgli che il suo servizio sara gradito, perché «... sergenz en vain se travaille | De faire servise qui vaille | Se liservise n’atalante | Au signor cui l'en presente» (wv. 2017-20). II termine «sergent» torna spesso nella prima parte. Anche il dio d’ Amore definisce Guillaume de Lorris «leal serjant » (v. 10509). Lorris é la citta del Gatinais, vicino a Orléans, dove Philippe de Beaumanoir a la sua funzione di baglivo. Cr. qui La tradizione manoscritta, p. xxix. Sulla querelle cfr. qui di seguito e ancora La tradizione manoscritta, p. x11. La querelle sembra tutta scaturita da autori cortigiani, a dimostrazione ulteriore dell'ambiente in cui sono nati il Roman di Guillaume de Lorris ma anche la continuazione di Jean de Meun, che pure allarga il campo e coinvolge il mondo dell’ universita. INTRODUZIONE XI al 1314°. Il Roman de la Rose & citato prima delle sue altre tradu- zioni e figura come biglietto da visita che garantisce la sua qualita di autore riconosciuto e apprezzato, ora passato a cose piti serie, anche se su quel primo lavoro ha fatto la sua fortuna: Je Jeans de Meun, qui jadis ou Roman de la Rose, puis que Jalousie ot mis en prison Bel Acueil, enseignai la maniere dou chastel prendre et de la rose cuillir, et traslatai de latin en frangois le livre de Vegete de Chevalerie, et le livre des Merveilles d’Irlande, et la Vie et les Epistres de maistre Pierre Abelart et Helois sa fame, et le livre Aelred de Espirituel amistié, envoie ore Boece de Consolation, que j’ai translaté de latin en francois’. Le traduzioni menzionate da Jean de Meun, tranne Les mer- veilles d’Irlande (De mirabilibus Hiberniae di Guiraud de Barri) e la traduzione del De amicitia spirituali di Aelredo di Rievaux, ci so- no pervenute tutte. La traduzione di Vegezio, dedicata a Jean de Brienne, conte d’Eu, che ha accompagnato Luigi IX alla crociata, @ terminata nel 1284. Nel Roman de la Rose ci sono riferimenti innumerevoli a tutti i testi che Jean de Meun tradurra in seguito, quasi un programma di lavoro per il futuro". Jean de Meun si dimostra al corrente della conquista della Si- cilia da parte di Carlo d’Angid, con cui apertamente si schiera, e della morte di Corradino (1268). La menzione elogiativa di Roberto d’ Artois ci riporta all’ambiente intellettuale del Nord della Fran- cia, in Piccardia, in Lorena, intorno ai famigliari di Luigi IX, pid propensi di lui a dare spazio ai giochi poetici’'. I riferimenti sto- rici nel testo sono l’unico punto di riferimento per una datazione relativa almeno della seconda parte, tra il 1268 ¢ il 1282, data dei Vespri siciliani. Se dobbiamo credere al dio d’Amore, Guillaume de Lorris ha lavorato quarant’anni prima: tra il 1225 e il 1230 é la data piti accreditata”. ® Cfr. ora BABBI 2010 € la bella introduzione di R. Crespo a Jean de Meun, traduttore della «Consolatio Philosophiae» di Boezio, a cura di Id., Accademia delle Scienze, Torino 1969. * «lo, Jean de Meun, che tempo fa, nel Roman de la Rose, dopo che Gelosia ebbe messo in prigione Benaccolgo, insegnai il modo di prendere il castello ¢ di cogliere la rosa, tradussi dal latino in frances il libro di Vegezio sulla Cavalleria e il libro delle Meraviglie d’Irlanda, ¢ la Vita e le Epistole del maestro Pietro Abelardo e di Eloisa sua moglie, ¢ il libro di Aelredo sull’ Amicizia spirituale, vi mando ora Boezio sulla Consolazione, che ho tradotto dal latino al francese». © Cfr. qui note a 4673-75 € 8729-802. 1 Cfr. LBORIO- DE LAUDE 2002, soprattutto i paragrafi 6.4, 6.5, 6.7, 6.8, 6.9, 6.10 € per il fiorire del grande canto cortese il paragrafo 4.10 e relativa bibliografia. Per apprezzare la ricchezza del repertorio poetico dei poeti del Nord della Francia, oltre a BEC 1977 vedi DRAGONETTI 1960, € GRIMA 1979 sulla lirica d’oi/. Indispensabili i repertori di PETERSEN DYGGVE 1973 ¢ di Doss QUINBY 1994. Per un orientamento generale cfr. le voci «lyrique» atrouveres» in DLF 1964. "2 La datazione & approssimativa in entrambi i casi (LECOY 1965-70, vol. I, pp. v-x). Le deduzioni sul modo in cui Jean de Meun parla di Carlo d’Angid non sono per niente strin- xm MARIANTONIA LIBORIO Certamente molto stretti sono i rapporti di Jean de Meun con T'Universita di Parigi, a giudicare dalle sue appassionate prese di posizione a favore di Guillaume de Saint-Amour, figura chiave della lunga guerelle dell’Universita contro gli ordini mendicanti che ne usurpavano sempre piti le cattedre. Molti autori sono stati coinvolti nella lunga lotta che ha visto partecipare nel corso degli anni papi e re: da Rutebeuf, i cui rapporti con !’opera di Jean de Meun sono ancora controversi, fino a Villon. Jean de Meun é de- finito « maistre», il che ci suggerisce che fosse un chierico, di quel- li usciti dall’Universita di Parigi, che di questa lunga lotta erano stati i paladini”. Del resto pare che la casa di Jean de Meun fosse nel quartiere dell’Universita: un documento del 1305 la chiama la casa di «feu maistre Jehan de Mehun», casa che lui avrebbe lasciato, ironia del- la sorte, agli odiati jacobins, naturalmente dopo essersi pentito di tutte le cattiverie che aveva riversato loro addosso™. Di un tardivo pentimento dovrebbero testimoniare due testi attribuiti non senza esitazioni a Jean de Meun: un Testament (544 quartine monorime di alessandrini) e il Codicille (11 ottave di ottosillabi)”. La conversione presunta trova un giusto contrappeso in un aneddoto che gli pit somigliante: Jean de Meun avrebbe anche lasciato ai jacobins una grande cassa piena di soldi per essere se- polto nella loro chiesa. Ma gli avidi frati nella cassa trovano solo mattoni di ardesia con strani geroglifici. Nasce forse da qui la leg- genda di Jean de Meun alchimista e mago"*. genti. Sembra piuttosto ovvio il silenzio sul disastro dei Vespri siciliani, ¢ non si pud non ricordare che Carlo d’ Angié, grazie al papa, aveva conservato il titolo di re di Sicilia anche dopo la vittoria degli aragonesi. Tutta la materia andrebbe ristudiata e sarebbe necessario indagare meglio sugli ambienti frequentati da Jean de Meun e sui suoi rapporti con le corti di Carlo d’ Angid e di Roberto d’ Artois ¢ dei principi a loro vicini. Un buon punto di parten- za per i rapporti tra la poesia di corte e l’opera di Jean de Meun @ pornion 1978, ma manca un lavoro simile a quello di asPeRTI 1995. Ancora utile la ricerca di PETERSEN DYGGVF. 1949. ” Per un breve resoconto delle lotte dell’ Universita cfr. LiBoRIO - DE LAUDE 2002, 6.2 con relativa bibliografia. Ancora utile DUFELL 1972 ¢, per i rapporti tra Rutebeufe il Roman de la Rose, RuTEBEUT, Euvres complétes, acura di E. Faral e J. Bastin, Picard, Paris 1959- 1960, vol. I, p. 431. “ Analizza tutti i documenti su questa storia che sembra per la verita inventata LECOY 1965-70, vol. I, pp. VILI-Ix. "> Cfr. BUZZETTI GALLARATI 1989 € 1992. Vedi anche BUZZETTI GALLARATI 1978 € 1990. Testament e Codicille erano stati pubblicati da Méon nella sua edizione del Roman (Didot, Paris 1814). % Una lista di opere sull’alchimia attribuite a Jean de Meun é in LANGLOIS 1914- 1924, vol. I, pp. 22-25. Figurano in un manoscritto della biblioteca d'Orléans un Tractatus sive Diceria alkimie magistri lohannis de Mebun e La clef de sapience de art d'alkymie composee par maistre Jehan de Meheun, oltre a un Miroir d’alquimie tradotto dal latino di un manoscritto della biblioteca municipale d’Arras, forse lo stesso pubblicato a Parigi nel 1612, e ancora Les remostrances ou La complainte de nature a l'alchymiste errant e La INTRODUZIONE XI Si @ tentato di dare un volto piti preciso all’autore della se- conda parte del Roman de la Rose identificandolo con un arcidia- cono dallo stesso nome che compare in atti ufficiali tra il 1270 e il 1303, che avrebbe vissuto la sua giovinezza a Bologna e tra- scorso a Orléans il resto della sua vita. Ma |’identificazione era gia stata rifiutata da Langlois e anche Lecoy la respinge, mi pare con buone ragioni”. Per conoscere meglio Jean de Meun ci resta dunque solo il suo testo, con tutte le ambiguita che questo comporta. Il personag- gio é descritto dal dio d’Amore come un goliardo, amante delle donne, della taverna e dei dadi, che canta «par carrefors et par escoles» e che, dietro sua preghiera, accettera di finire il romanzo del povero Guillaume che nel frattempo é morto. II dio d’ Amore lo chiama Johan Chopinel (0 Clopinel a seconda dei manoscritti) e lo dice nativo di Meun. Come per Guillaume de Lorris, i no- mi si prestano a letture stravaganti: Chopinel rimanda a chope, chopine, «taverna», luogo di ogni goliardia, dove porta anche il clos pinel, la «vigna», luogo privilegiato di chi, dice sempre il dio d’Amore, «a saoul et a geiin | me servira toute sa vie». Clopinel indicherebbe un povero storpio, notizia che non trova conferme”. Nel discorso d’Amore i piani del racconto si confondono: la prima parte é affidata a un Guillaume de Lorris identificato, certo non per sua volonta, col lamentoso Amante e subito pron- to a morire. Un nuovo autore, non ancora nato, nella profezia del dio d’Amore, ha gia concluso il Roman, con il suo aiuto e quello dei suoi fedeli, che gli rendono lieve il compito di con- quistare la rosa. Il discorso del dio d’ Amore non ci aiuta a confermare né a esclu- dere alcuna delle ipotesi possibili. Un fatto é certo: lingua e modi di scrittura sembrano rimandare alla mano di due autori diversi, o di un solo autore che ha contraffatto uno stile ormai superato, ma il testo non ha ancora rivelato del tutto i suoi segreti. I due «Romans de la Rose». Nel prologo, apparentemente serioso e dotto, si difende la legitti- mita di credere ai sogni che, come dice Macrobio, auctoritas sconta- ta, fanno conoscere covertement quello che poi apparira apertement. response de l'alchymiste d nature, entrambi pubblicati da Méon. Sull'attribuzione a Jean de Meun ci sono legittimi dubbi. © Cf, LANGLOIS 1914-24, vol. I, pp. 12-15, € LECOY 1965-70, vol. I, p. x1, nota 2. # II discorso d’ Amore, su cui si basa tutto l’edilicio del Roman, occupa i versi r0465-648. XIV MARIANTONIA LIBORIO L'invito é rivolto al lettore-ascoltatore, perché non si fermi alla superficie del testo, ma ne scopra la verita sotto l’integumentum”. Subito dopo il prologo, in quello che potrebbe essere il vero in- cipit del Roman di Guillaume de Lorris, l’io narrante dice di avere vent’anni, di aver fatto un sogno e di volerlo mettere in rima per- ché Amore lo ha pregato di farlo: @, dice, «li Romanz de la Rose, | ou l’art d’Amors est tote enclose» (vv. 37-38)”. L’opera ha un destinatario esplicito, 1a donna amata, a cui |’A- mante vuol fare omaggio non solo del suo amore, ma anche degli insegnamenti che ha ricavato dal sogno che sta per raccontare e che potrebbero essere utili alla Dama per spingerla a ricambiare il suo amore. La donna amata si chiama Rose, esplicito anagramma di Eros. I piani del racconto sono cos{ chiaramente fissati: l’esperienza d’amore tra il giovane ventenne e la sua Rose che esita a rispondere alla sua richiesta; il sogno, cornice in cui tutto é narrativamente in- cluso e che si struttura come una quéte; il momento della messa in rima del sogno, cinque anni dopo, nel tentativo di dare corpo alla speranza di una risposta positiva della Dama che si chiama Rose. Nel sogno del giovane ventenne é maggio, stagione privilegiata dell’amore, con il suo corteo di boschi verdeggianti ricchi di erbe e di fiori, rallegrati dal canto degli uccelli. L’Amante si sveglia, si veste secondo un rituale cortese e scende verso il fiume, «hors de vile». Camminando lungo la riva del fiume il giovane si trova davanti a un giardino, squadrato tutt’intorno da alte mura. Prima della descrizione del focus amoenus, dove é inevitabile incontrare Il linguaggio & quello dotto dell’esegesi biblica ¢ della pratica della glossa scolastica Letture intelligenti del prologo sono in sTRUBEL 1984 € FERRETTI 2011. Per altra bibliografia sul prologo cfr. qui nota a 1-20. Che il prologo sia di Guillaume de Lorris @ tutto da dimostr il tono @ quello fintamente serioso di Jean de Meun, che potrebbe aver aggiunto questi versi per giustificare una continuazione non prevista ¢ per dare uno spessore morale a un testo che aveva tutt’altra funzione. Quello che é certo ¢ che nessun romanzo d'amore é mai stato iniziato da un prologo cosi seriosamente didattico. I fruitori del testo non sono solo dotti lettori, che lo possono leggere c rileggere sui manoscritti che hanno a disposizione, ma anche ascoltatori che lo sentono leggere ad alta voce nelle corti ¢ in tutti i luoghi dove la “letteratura” & sempre intrattenimento. Sono infiniti nel testo, sia della prima sia della seconda parte, gli interventi d'autore che rimandano a un pubblico che é li per ascoltare Ja bella storia che gli viene raccontata. Le formule variano da quelle tradizionali tipiche delle chansons de geste a quelle pit raffinate del romanzo cortese. Ancora nelle epistole della querelle gli autori fanno riferimento a lettori ascoltatori. » L’autore non definisce il suo Roman un’ arte d’amare, ma un'arte d’Amore, perché & Amore che la detta e per questo «La matire est et bone et nueve» (v. 39), ossia viene direttamente dal dio d’Amore, che si fa garante della sua verita ¢ novira. ™ I dettaglio non é privo di significato. II mondo cortese si oppone chiaramente al mondo cittadino, che sari invece quello di Jean de Meun. L’opposizione della corte alla citta @ un’opposizione non solo di stili di vita ma anche di scrittura. Cfr. LIWORIO - DE LAUDE 2002, 5.1. Sull’opposizione tra mondo cortese ¢ mondo cittadino esiste un bel saggio, La cour et la ville, in AUERBACH 2007, Pp. 24-67. INTRODUZIONE xv Amore, il giovane si ferma a guardare una serie di figure dipinte sulle mura esterne. La lunga digressione descrittiva illustra, sulla base di un abile ricorso alla tecnica dell’ effictio ad vituperium, una serie di personificazioni negative: Odio, donna orribile, é fiancheg- giata da Slealta e da Villania, cui seguono Cupidigia, Avarizia, In- vidia, Tristezza, l’orribile Vecchiaia, con Ipocrisia, e Poverta. Le immagini sono la prima visione del vergier: tutto quello che non ud e non deve entrare nel mondo cortese dove il giovane sta per vivere la sua esperienza d’amore”. Le mura sono inaccessibili, ma alla fine il giovane trova un uscio- lino e bussa. Una fanciulla gli apre: bellissima, con uno specchio in mano, non ci vogliono meno di cinquanta versi per descriverne il portamento, i tratti del viso e del corpo, |’abbigliamento. Si chia- ma Oziosa e non fa assolutamente nulla, tranne danzare, rifarsi le trecce e rimirarsi allo specchio”. E amica di Piacere, il padrone del giardino, e invita il giovane a entrare nel luogo che a lui sem- bra il paradiso terrestre e di cui guarda le meraviglie con l’occhio ingenuo dell’ iniziato. Tutto quello che é escluso dal giardino, riassunto nelle pauro- se immagini dipinte, preme ormai contro l’hortus conclusus della poesia amorosa e del mondo che rappresenta, minacciato da nuovi interessi di cui ]’autore (quale?) é cosciente. II giardino, simbolico come tutti i giardini letterari, ha dei tratti intriganti: il canto che riempie I’ aria é fatto di /ais d’amors e di sonoiz cortois; le danze e le carole guidate da Letizia fanno pensare a un giardino di letteratura, di poesia, con i suoi ritornelli e i temi obbligati. Suonatori di flauto, menestrelli e giullari cantano rotruenges e misteriosi canti di Lorena e ci sono nacchere e tamburelli di un esotismo un po’ di maniera™. ® Tutte le descrizioni, secondo i i dettami della recnica dell’ effictio ad vituperium, sviluppano con abilitd una serie di luoghi comuni (cfr. L1bORIO 1985). Nella desctizione Gi Vecchiaia si inserisce, ritmata dall'anafora, una digressione sal Tempo di chiara ascendenza agostiniana, che sembra pit nella vena filosofica di Jean de Meun, come anche il personaggio di Ipocrisia, che non fa parte delle antinomie cortesi ed comunemente riservato alla satira contro i mendicanti, al pari di Falso Sembiante. Sono tutti segnali di una possibilita inquietante, gia intuita da Contini in Id Fiore e il Detto d'amore cit., p. xix: quella che Jean de Meun abbia manipolato a suo piacimento il testo originario del presunto Guillaume de Lorris. » Tl ritratto di Oziosa @ uno dei capisaldi della lettura della scuola robertsoniana, che vi ticonosce Pimmagine della Lussuria e interpreta anche la prima parte del Roman come una descrizione negativa del mondo cortese, dedito all'ozio e al vizio (cfr. ROBERTSON 1965, PP. 92-93 € la voce «luxuria», ibid., p. 513). In realta l’ozio & quello che caratterizza il mondo cortese, il privilegio dell’aristocrazia a cui quel mondo risponde. Il lavoro, la fatica sono tipici dei vilains, non ammessi nella cerchia ase cortesia. Cfr. SASAKI 1978; cfr. anche VICKERS 1990, pp. 118 sgg. su Oziosa e il Roman de la Rose. ™ E interessante notare che tutti i generi letterari citati sono generi alla moda nelle corti del Nord, generi cantati, danze e canzoni a ballo, Cfr. qui nota a 747-48. XVI MARIANTONIA LIBORIO Cortesia invita il giovane alla corte del dio d’ Amore: c’é Dolce Sguardo, che porta gli archi e le frecce da cui |’Amante sara feri- to, perché é attraverso lo sguardo che Amore penetra nel cuore; le frecce si chiamano Bellezza, Semplicita, Franchezza, Compagnia, Bel Sembiante ma anche Orgoglio, Villania, Vergogna, Disperazio- ne, Nuovo pensiero d’Amore; ci sono Ricchezza, con ]’inevitabile citazione di Alessandro, e poi Cortesia e Giovinezza. L’Amante curioso non si ferma alle danze. Vuole visitare tutto il giardino e il dio d’Amore lo segue di nascosto: il vergier é pieno di alberi, di spezie profumate, di animali in liberta, daini e caprioli e conigli, ma, precisa Guillaume (0 chi se no?), senza insetti sgradevoli o ra- ne, ei fiori sono di tutti i colori, in estate e in inverno. II giovane passeggia incantato nei sentieri sconosciuti. Il luogo fatale si sta avvicinando, il luogo dell’iniziazione: la fon- tana di Narciso, una tappa obbligata. Scritto sulla pietra, |’ Amante legge che Narciso in quella fontana é morto e una voce fuori campo ce ne racconta la storia. II destino di Narciso é legato alla maledi- zione di Eco, che lo ha amato invano e, prima di morire d’amore, ha implorato vendetta, perché il dio d’ Amore faccia provare a quel crudele «quel duel ont li loial amant | qui les refuse si vilmant» (vv. 1463-64). I] modello é, naturalmente, Ovidio. Ma sono importanti icambiamenti nella narrazione della vicenda: il ruolo di Eco, aman- te rifiutata e dolente, ma anche di Narciso, insensibile all’amore e percid punito, come i tanti seguaci di Diana, dediti alla cacciae ignari del sentimento d’amore”. La conclusione non lascia dubbi sul significato esemplare, per l’autore, del mito di Narciso: «Da- mes, cest essample aprenez, | qui vers vos amis mesprenez; | car se vos les lessiez morir, | Dex le vos savra bien merir» (vv. 1505- 1508). La morale, non scontata, non cancella l’intensita dell’incon- tro dell’Amante con la fontana di Narciso, specchio di uno spec- chio in cui l’Amante si specchia e trova la sua vita 0 la sua morte. L’Amante non si lascia spaventare dagli avvertimenti di sciagure possibili: la curiosita lo spinge a guardare nel fondo della fontana, ma la sua visione non é quella di Narciso. Sul fondo della fontana ci sono due cristalli, che il Sole fa bril- lare: vi si riflette tutto quello che c’é intorno”. Nel miroér perilleus » Cfr. a. timorto, La parolee il silenzio: la «Phédren di Racine, in v. GENTIL (a cura di), Trasgressione tragica e norma domestica, Edizioni di Storia ¢ Letteratura, Roma 1983, pp. 191-210. Il rovesciamento ¢ il valore di exemsplum erano gid nel precoce Lai de Narcisse, datato tra il 1165 ¢ il 1175 circa, che forse Guillaume conosceva, Cir. la bella introduzione di Mario Mancini alla sua traduzione del Lai di Narciso, Pratiche, Parma 19869 [rist. Roma 2002]. ™ Per una discussione sui due cristalli che sembrano uno sdoppiamento della prima visione che ne indicava uno solo cfr. qui nota a 1536-68. Credo che in opposizione a Narciso, che nella fontana vedeva riflesso solo se stesso, il passaggio da uno a due cristalli INTRODUZIONE XVII nessuno puo mirarsi invano, perché é il luogo della trasformazione, della metamorfosi. «Ci est d’amer volenté pure», dice Guillaume, per questo la fontana é chiamata Fontaine d’Amors, di cui molti hanno parlato. E la fons quidam mirabilis di Andrea Cappellano, ma anche la fontana della vita di Alessandro e lo specchio di Ber- nart de Ventadorn e la fontana tradizionale del /ocus amoenus”. L’Amante guarda senza paura e nei cristalli vede riflesso un ro- seto, bellissimo, da cui nasce il desiderio. Cerca le rose, reali, pro- fumatissime, a tutti gli stadi della loro crescita e tra tutte sceglie un bocciolo, rosso fiammante. I] desiderio d'amore & imperioso e l'Amante tende la mano, ma sterpi e spine, ortiche e rovi lo fer- mano. E questo il momento che il dio d’Amore sceglie per colpirlo con le sue frecce e, attraverso gli occhi, ferirlo al cuore. L’innamoramento é avvenuto. Sulla scena della scrittura, attra- verso le personificazioni, il lettore ascoltatore pud seguire da vi- cino quello che succede nel cuore di un Amante e della sua Dama quando Amore ha colpito e governa le conseguenze. L’idea geniale di Guillaume de Lorris é quella di far giocare sulla scena del testo, dietro il velo dell’allegoria, i sentimenti e le emozioni che si danno battaglia nel cuore dei due giovani e di per- sonificare, di dare un nome a ognuna di queste emozioni per rac- contare la complessa esperienza amorosa che |’autore vuole spie- gare per simbolo e per figura. La battaglia delle personificazioni dall’esterno si é portata all’interno™. Le personificazioni non so- no pid figure astratte, vizi e virt, moralita e insegnamenti, qui si tratta di analizzare tutti quei movimenti del cuore di cui aveva cosi a lungo cantato Ia lirica, che il romanzo cortese aveva ripreso nei suoi infiniti monologhi, ma che nessuno aveva messo in scena, in modo cosf coerente, per insegnare come ama il cuore umano, in quali forze trova resistenza e rifiuto, in quali aiuto e sollievo. Tutto questo nella cornice di un’iniziazione, di un viaggio, di una quéte in un luogo privilegiato, in cui l’incontro d'amore vive le sue vicende come in un esperimento in vitro, lontano dal mondo, sulla scena di un conturbante teatro, prodotto da un sogno, raccontato da un innamorato alla sua Dama di nome Rose”. segni il momento della crescita dell’ Amante, dell'uscita da sé per vedere I’altro da sé e il mondo che lo circonda. » Cfr. qui nota a 1399-601 ® Ancora indispensabile LEWis 1969, ma cff. ora almeno STRUDEL 2002, con bibliografia. » Guillaume de Lorris, ¢ non 2 il solo a farlo, sceglie di uscire dal mondo chiuso de! grande canto cortese mettendolo in scena, trasformando in personaggi allegorici gli attori principali e le forze che aiutano 0 contrastano l’amore. Per questa operazione la lirica non basta piti, ¢ necessaria la narrazione o addirittura, come scrive nel suo prologo un altro contemporaneo di Guillaume, Richard de Fournival nel suo Bestiaire d'amour, la prosa: «Et XVIII MARIANTONIA LIBORIO Il resto viene da sé: le frecce d’Amore incendiano il cuore dell’ Amante. Fra esse, la pitt pericolosa é Bel Sembiante, la dispo- nibilita della donna all’Amore. Vinto, l’Amante fa omaggio al dio d’Amore, che gli consegna i suoi comandamenti, invero abbastan- za banali: essere cortese, generoso, pulito, elegante. I luoghi comu- ni si sprecano: dall’ obbligo di soi ce/er (Amore sembra consigliare addirittura una donna dello schermo, consiglio che Dante seguira alla lettera nella Vita Nuova), agli aiuti che Amante pud trovare in Speranza, Dolce Pensiero, Dolce Parlare, Dolce Sguardo, ma soprattutto in Benaccolgo, figlio di Cortesia, che lo porta fino al bocciolo desiderato. Le forze avverse si scatenano: Pericolo, Malabocca, Vergogna, Paura. Scacciato dal roseto, l’Amante ha bisogno di riflettere: Ra- gione si materializza davanti a lui ed esplicita i suoi dubbi — i luo- ghi comuni che hanno sempre opposto Ragione ad Amore - in un discorso di alta retorica. Ma il giovane non cede: la sua esperienza & troppo importante e il dolore che prova é solo il segno della sua profondita e necessita. Ragione é sconfitta, ma Amante sa di ave- re bisogno ancora di aiuto. Entra in scena Amico, con i suoi buoni consigli: le potenze avverse non vanno prese di petto ma vinte con la persuasione, con un atteggiamento umile e la parola sommessa e implorante. Venere fa il resto: la rosa concede il primo bacio, esperienza indicibile. La reazione non si fa attendere: Gelosia fa costruire una for- tezza e nel centro della fortezza una torre dove Benaccolgo sara rinchiuso, sorvegliato dalla vecchia. L’ Amante, fuori dalle mura, piange disperato: Amore, come Fortuna, «em poi d’eure son sem- blant mue, | Une eure rit, autre eure est morne» (vv. 3956-57). Con la complainte dell’ Amante, il Roman de la Rose che |’au- tore senza nome vuole regalare alla sua Dama é finito. Nemmeno in sogno |’Amante cortese pud pensare di cogliere la rosa, facendo forza alla fortezza che la difende. I] suo compito é quello di dolersi sotto le mura del castello e di sperare conforto nella benevolenza di Benaccolgo. Qui, al verso 4028, i manoscritti segnano la fine del Roman de la Rose di Guillaume de Lorris, perché qui la decreta il por chou me covient il, quant je ne puis en vous trover merci, metre gregnor paine c ‘onques mais, ne mie a forment canter, mais a forment et atangnamment dire [E per questo mi é necessario, dato che non posso trovare grazia presso di voi, metterci un impegno piti grande di quanto non abbia mai fatto, non tanto a cantare a voce piti alta, ma a dire con forza e in modo appropriato]» (in RICHART DE FOURNIVAL, Li bestiaires d'amours di maistre Richart de Fournival e li response du Bestiaire, a cura di C. Segre, Ricciardi, Milano-Napoli 1957, p. 10). L’opposizione canter/dire ¢ topica. Stessa motivazione della scrittura, stesso riuso del canto trobadorico e dell’ ideologia cortese, rivista con ironia, nel verso tipico della narrativa cortese o in prosa, per conquistare la donna amata. INTRODUZIONE XIX dio d’ Amore in ossequio alle convenzioni del rito cortese. Amore, con ostentata precisione, cita i versi finali e quelli da cui iniziera il non ancora nato Johans Chopinel che, certo per virtti d’Amore, pud permettersi di conoscere il sogno di un altro”. I sospetti che nascono da questa violenta intrusione nel tessu- to del racconto non sono ingiustificati. I] dio d’ Amore imbroglia le carte. Nel suo gioco di bussolotti Guillaume, che é If davanti a lui e alle schiere che devono violare la fortezza di Gelosia, non ha an- cora scritto il romanzo che abbiamo letto e viene impropriamente identificato con |’ Amante, identificazione tendenziosa, che I’autore della prima parte é stato ben attento a evitare. L’ Amante continua a lamentarsi nei versi che il dio d’ Amore attribuisce al futuro Jean de Meun, che non risulta in nulla riconoscibile dal suo predecessore. L’ Amante, in questo primo intervento del nuovo autore, é convin- to di morire per amore ¢ redige il suo testamento (vv. 4029-190). Jean de Meun, il cui nome, troppo noto per essere usato gra- tuitamente, é ancora ignoto al lettore ascoltatore, inizia la sua impresa con uno sberleffo: la smetta di piangere questo Amante cortese dei cui lamenti non se ne pud pit. Non basta tradurre in romanzo i temi triti della canzone d’amore, che ripetono ormai stancamente un’ideologia che ha avuto ben altra funzione e for- za. E ora di passare ad altro, ma questo altro sara strutturalmente identico, perché, come in ogni parodia che si rispetti, i] modello detta le leggi del testo. Il Roman de la Rose di Jean de Meun é una programmatica e testarda amplificazione di quello di Guillaume de Lorris. Tutto viene ripreso e magnificato come sotto una lente d’ingrandimen- to, uno specchio deformante (superba la sorniona digressione sugli scherzi che pué fare la vista), che ne mette in luce la grana un po’ lisa e che nel contempo fa entrare nel testo un discorso diverso, a suo modo stupefacente, che porta l’arte d’amare nelle stanze del- la filosofia. Di fronte all’ Amante che piange il suo amore impos- sibile, si apre il mondo. Si comincia con il nuovo intervento di Ragione. Ai circa cento versi di Guillaume corrisponde un discorso che ne accumula tremi- la (vv. 4199-7155), nello stile della /ectio scolastica, con domande e risposte, esempi e dotte citazioni. Un inedito ritratto in negativo di Amore apre il discorso, e poi un attacco contro Giovinezza e la * L'intervento d' Amore arriva al verso 10465, in un’allocuzione ai suoi fedeli radunati per attaccare la fortezza. Tra loro, non é un caso, c’é anche Falso Sembiante. In questa allocuzione Amore lancia la sua profezia sui due autori del Roman. XX MARIANTONIA LIBORIO. spiegazione dei vari tipi di amore possibili, dall’amicizia all’amore naturale all’amore di Dio. La nuova voce del testo si riconosce per la vastita dei riferimen- ti dotti. Il mondo si é aperto, cosi come la letteratura, che viene chiamata in causa e rimanda da subito alla filosofia. Una digressione, dotta e divertente, riguarda il linguaggio, |’im- portanza di dire le cose con il loro nome, anche se le parole scan- dalizzano. La parola in questione, che l’Amante, divenuto scolaro, contesta a Ragione, é coilles («coglioni»): Ragione |’ha usata par- lando di Saturno e della sua disavventura (I’allusione ad Abelardo sembra chiara). In risposta, Ragione sostiene con malizia che al suo posto avrebbe potuto usare reliques («reliquie») ¢ tutti sareb- bero arrossiti a sentire i] suono della sacra parola (nel finale del testo, guarda caso, «reliquia» sara metafora dell’organo femmini- Je). Si riassume, nel discorso di Ragione, la discussione medievale sul linguaggio (nominalisti contro realisti) ¢ sull’uso che pud farne Tarte, singe de Nature. Le parole su cui si impernia la discussione sono tutte parole generatrici di vita, che rimandano a cose create direttamente da Dio, come possono scandalizzare?”. Del discorso di Ragione fa anche parte una digressione di mille versi su Fortuna, tema topico nel Medioevo, cui Guillaume aveva ap- pena accennato, occasione da non perdere per il nuovo dotto autore. Ragione, come Jean de Meun, ha un grande rispetto per la scrittura e sa che molte verita diventano chiare solo se si é capaci di leggere e spiegare «les integumanz aus poetes», che é anche il consiglio che il non modesto autore da al suo lettore ascoltatore perché colga le profondita del suo testo. Per Jean de Meun, l’esperienza del giovane Amante é priva di spessore, il suo sogno un delirio di malato, if suo giardino un luogo che non ha nulla a che vedere con il vero paradiso. II parco che Na- tura, personaggio importante che ha un ruolo inesistente in Guillau- me de Lorris, descrive nella sua lettera al dio d’ Amore é ben diverso dal futile vergier di Piacere: nel champ joli, nel giardino di Cristo, il Buon Pastore pascola le sue pecorelle con amore, per renderle feli- ci in un mondo senza tempo, non per farle soffrire (vv. 19905-18); c’é una fontana, ma non é la fontana di Narciso fonte di sofferen- za, @ una fontana di vita, che porta la salvezza eterna: «cele les vis de morte anivre, | mes ceste fet les morz revivre» (vv. 20595-96). La descrizione del giardino di Cristo non ha, ahimé, il fascino del giardino di Piacere. Manca ogni tensione perché non c’é pit un occhio ingenuo che guarda e racconta: Jean de Mcun, nella foga » Cr. DRAGONETTI 19865. INTRODUZIONE XXI del suo impegno morale, perde di vista trama e personaggi e |’al- legoria torna alle vecchie astrazioni. Jean de Meun é piti bravo quando attacca. Il suo Amico é un giovane cinico che da consigli per niente morali per conquistare le donne, che disprezza. Non gli piace il matrimonio, istituzione di cui conosce tutti i vizi, perché ha letto i suoi testi: Walter Map ix primis e \e appassionate ragioni di Eloisa per opporsi al matrimo- nio”. La sua nostalgia va all’eta dell’oro, quando non c’era proprie- ta di cose né di affetti e il comunismo regnava gioioso: Tibullo & la fonte di questo sogno filosofico, ma anche Ovidio e Giovenale e Virgilio”. L’ Amico di Jean de Meun é un dotto, ma é anche un goliardo, che mescola le fonti classiche, i testi pit prestigiosi della misoginia medievale e i fabliaux, allegri depositi di luoghi comuni contro le donne e il matrimonio, messi in scena in racconti esilaranti. Il capolavoro di Jean de Meun é il personaggio della vecchia. Splendido ritratto di mezzana, sorella di Richeut e di Auberée e delle tante vecchie mezzane della commedia latina del xu secolo. Spinta a un autoritratto che sia anche una lezione per Benaccolgo imprigionato, la vecchia di Jean de Meun rimpiange la sua giovi- nezza e i suoi amori, da cui non ha ricavato abbastanza, perché @ stata troppo generosa del suo bel corpo, soprattutto con l’uomo che amava: la trattava malissimo, la picchiava, le portava via i sol- di, ma bastava che la guardasse e lei gli perdonava tutto, in questo grande amore dei bassifondi di cui si ricordera Villon*. I suoi consigli sono contro-comandamenti d’amore, basati su un’esperienza di vita oltre che sull’esperienza storica del passato. Anche Ja vecchia di Jean de Meun é coltae sa citare e raccontare le storie di Medea e di Didone, di Elena e di Circe. Le ci vogliono quasi duemila versi per esporre la sua filosofia di vita (vv. 12710-14516). La brevitas non é una delle virté di Jean de Meun. La sua con- tinuazione del Roman non si limita alla sola funzione di specchio deformante del testo di Guillaume e dell’ideologia che lo sottende, anche se questo lo diverte moltissimo. Se la struttura allegorica di Guillaume si sfalda in discorsi infiniti e infinite digressioni, Jean de Meun ne persegue la strada introducendo nuovi personaggi: non piti personificazioni dell’inconscio amoroso, ma ipostasi filo- ” De nugis curialium: il capitolo tv contiene la Dissuasio Valertiad Ruffinum philosophum ne uxorem ducat, un vero repertorio di luoghi comuni contro il matrimonio che fara scuola. Si pud leggere con traduzione italiana a fronte nell’edizione di waLTeR MAP, Svaghi di corte, acura di F. Latella, Pratiche, Parma 1990. E Abelardo, nella Historia calamitatum, VII a riportare le ragioni di Eloisa per rifiutare il matrimonio riparatore. » Cf, qui nota a 8325-424. * Cfr. qui nota a 12355-6r. XX MARIANTONIA LIBORIO sofiche, oltre che attori in un mondo cittadino che non é piti per niente cortese. La prima invenzione, geniale, é¢ Falso Sembiante, ipocrita di untuosa religione, prototipo di tutti i Tartuffes. Sulle sue labbra cogliamo accenti di sincerita solo quando parla della lotta di Guil- laume de Saint-Amour contro la Chiesa e il Potere, che si lasciano ingannare da chi sotto il saio nasconde |’appartenenza alle schie- re dell’ Anticristo. Ma chi pué credere a un ipocrita? Dietro Falso Sembiante spunta il paradosso del mentitore che ha tormentato logici, filosofi e linguisti. Se un bugiardo dice la verita, bisognera credergli? La polemica, che Jean de Meun vuole riguardi tutti i re- ligiosi, secolari e regolari, scivola senza freni verso una satira fero- ce dei mendicanti, gli ipocriti per eccellenza, che con la scusa della poverta falciano patrimoni, subornano re e principi, gestiscono il potere e soprattutto attentano alle liberta della corporazione uni- versitaria a cui Jean de Meun sicuramente appartiene. Il rischio di Jean de Meun é di diventare noioso; per l’affastel- larsi delle digressioni, per lo sciorinamento di una scienza e di una cultura da cui il lettore-ascoltatore resta a volte soffocato e perde il filo del discorso. Ma, dopo averlo letto un po’ sbuffando, non si potra dimenticare la descrizione della casa di Fortuna, costruita su una roccia in mezzo ai flutti, da una parte splendida e serena, dall’al- tra sbilenca e spazzata dai marosi (vv. 5884-6103). Né l’immagine di Natura nella sua fucina, che si affretta a rifare gli individui delle specie di cui Dio ha creato la matrice perché il mondo non finisca. Nella sua forge Natura difende il creato perché tutto non ritorni nel caos e la Morte non !’abbia vinta sulla Vita. Il personaggio di Natura rimanda ai filosofi di Chartres, soprattutto ad Alano di Lilla. Gran polemista, il suo De planctu Naturae, insieme all’ Anticlaudianus, sono saccheggiati senza remore da Jean de Meun, che ne recupera il platonismo di fondo. La scuola di Chartres si oppone all’aristo- telismo parigino, ormai imbevuto di averroismo, privilegiato dai maestri mendicanti che hanno invaso |’Universita, suscitando le lotte pluriennali di maestri e scolari. Jean de Meun non dimentica Bernardo Silvestre, che ha tradotto l’umanesimo chartriano in natu- ralismo allegorico, dando spazio all’erotismo (De universitate mundi o Cosmographia). Jean de Meun mutua il suo materialismo anche da Macrobio, citato nel prologo, come mutua da Marziano Capella il suo allegorismo didattico e dal Timeo platonico I’ ideale della divi- nita, L’allegoria che struttura il suo testo é un’allegoria filosofica. E un pezzo di bravura anche la corsa sfrenata della Morte, che insegue ogni essere vivente e nonostante gli sforzi di Natura rag- giunge e distrugge tutto (vv. 15861-938). INTRODUZIONE XXOI Non si dimentica, soprattutto, anche se richiama pid un sorriso goliardico che filosofiche riflessioni, la scena finale, con cui Jean de Meun abbandona il suo lettore ascoltatore dopo avere portato a termine l’impresa, per cui declina ogni responsabilita, col tono di un giullare sornione: je n’i faz riens fors reciter, se par mon geu, qui po vos coute, quelque parole n’i ajoute, si con font antr’eus li poete, quant chascuns la matire trete don il li plest a antremetre; car si con tesmoigne Ja letre, profiz et delectation, c’est toute leur entencion. (wv. 15204-12) La dichiarazione di Poetica, sorridente e un po’ infingarda, ha in Orazio la sua auctoritas, ma é anche quella che aveva suggerito Maria di Francia nel suo prologo ai Lais: la glossa & un surplus de sens che i moderni aggiungono ai classici. Jean de Meun, che cer- to si considera “moderno” nei confronti di Guillaume de Lorris, non ha fatto altro che aggiungere al testo del suo predecessore un surplus de sens. E un’ammissione di colpa che sembra avvalorare Vipotesi di due poeti in concorrenza: uno cortese, !’altro filosofo, che ha riveduto e corretto le idee e all’occorrenza il testo del suo predecessore per renderne accettabile l’ideologia secondo gli inse- gnamenti della filosofia umanistica cristiana. Per giungere alla fine non manca ormai molto. Dopo una bat- taglia epica tra i campioni delle due parti, l’arrivo di Venere, ri- tardato da una digressione importante sulla favola di Pigmalione (vv. 20787-21153)” e sul peccato di Mirra di cui si rimanda il sen a pid tardi (vv. 21183-84), sbaraglia i nemici di Amore e Corte- sia e spinge Benaccolgo, finalmente liberato, a concedere la rosa. Non ci vorra poco per giungere all’ultimo diletto. Non é tem- po di preterizioni. L’Amante, come un pellegrino, munito di bastone e bisacce, ar- riva al santuario ~ alla reliquia nascosta tra i pilastri -, dove bacia ardentemente |’immagine sacra. In ricordo scherzoso di Ragione e del senso che il linguaggio avrebbe potuto dare a «reliquie» scanda- lizzando i benpensanti, la reliquia é diventata apertamente l’imma- gine visiva dell’organo sessuale femminile. Per farle proteggere il suo bastone, l’Amante ce lo infila con tutta la forza che ha e dopo molti tentativi falliti riesce finalmente a farlo penetrare tutto quanto. » Sull’importanza della favola di Pigmalione, cfr. nota a 20787-21153. XXIV MARIANTONIA LIBORIO Con queste premesse, la descrizione della conquista della ro- sa non lascia nulla all’immaginazione, nonostante la copertura al- legorica usata con straordinaria bravura e un gusto sicuro per un erotismo, malgrado tutto, non da fabliau. I] finale, travolgente, & fra gli exploits pid notevoli di Jean de Meun. Trascura certo mol- te cose. Non c’é pitt traccia della Dama a cui il libro era dedicato, ma ormai la rosa ha concesso il dono promesso: non c’é bisogno di alcuna spiegazione del sogno né dei tanti sens annunciati. Questi sono problemi del lettore ascoltatore. Chi vuole capire, capisca! Jean de Meun ha il senso della suspence. Dopo la descrizione minuziosa dei gesti che hanno portato fi- nalmente al giusto (per Jean de Meun) epilogo della lunga guéte dell’ Amante, questi non pud che esclamare soddisfatto: « Ainsint oi Ja rose vermeille. | Atant fu jorz, et je m’esveille» (vv. 21749-50). Finisce cosi il Roman de la Rose, 21750 ottosillabi, che trova- no una precaria unita nella conclusione della tormentata passione dell’Amante per la sua Rose. Guillaume de Lorris non l’avrebbe approvata. O chissa? Tra ]’una e |’altra parte il je che racconta & maturato. Forse la sua esperienza, !’allargarsi dei suoi orizzonti, ha aiutato anche Guillaume de Lorris, al di la di ogni guzlle, a chiude- re meglio di quanto non avesse mai pensato la sua avventura, se, come il buon lettore ascoltatore, é stato molto attento. Attentissimi saranno i posteri, affascinati da questa enciclope- dia del sapere che ha messo in scena il mondo. Traduzioni e rimaneggiamenti. Quando Gui de Mori decide di chiudere con i suoi 78 versi il Roman de la Rose di Guillaume de Lorris che considera incompiuto, non conosce ancora, ci dice lui, la continuazione di Jean de Meun. Infatti uno dei manoscritti che riportano la sua continuazione é anche I’unico in cui figura solo la prima parte del Roman, quella di Guillaume de Lorris. Ma in un secondo tempo, letta la continua- zione di Jean de Meun, Gui decide di rimaneggiare tutto intero il Roman e nel 1290 completa il suo rimaneggiamento inserendosi tra gli autori chiamati da Amore a raccontare le vicende dell’Aman- te e della rosa. Lo scopo dichiarato é quello di rendere I’ opera pit delitable e entendable con una serie di sviluppi per esempio sulle cinque frecce dannose d’ Amore ma anche sugli stadi dell’amore. Si permette persino di modificare alcuni episodi chiave come quel- lo di Narciso con uno scrupolo di precisione un po’ scolastico, pitt simile in questo a Jean de Meun che a Guillaume de Lorris. Gui INTRODUZIONE XXV de Mori, di cui non conosciamo altro, era certamente un chierico imbevuto di erudizione scolastica, e il suo lavoro dimostra che gia nel 1290 l’opera era letta e studiata. E probabilmente su un manoscritto del xv secolo che conservava il suo testo che ha lavorato Jean Molinet, importante intellettua- le della corte di Borgogna di cui esalta i fasti e autore di cronache che vanno dal 1474 al 1507, anno della sua morte, e di numerose opere poetiche alla maniera dei Grands Rhétoriqueurs. 1 compito che si era proposto era quello di offrire una versione in prosa del Roman de la Rose, moralizzandolo alla maniera dell’ Ovide mora- lisé, seguendo la moda moralizzatrice tipica della fine del Medio- evo. Molinet aggiunge un commento morale ai 107 capitoli in cui suddivide il Roman, che considera una specie di Bibbia novella, in cui Guillaume pud essere paragonato a Mosé che riceve i coman- damenti di Dio e viene considerato «escripteur de |’ancien testa- ment», mentre Jean de Meun «que Nostre Seigneur a couvert et revestu de ses esles» é per lui come un nuovo Giovanni Evange- lista. Al di la delle esagerazioni bibliche |’intervento cos{ drastico di Molinet e la sua continua e aperta presa di posizione per la casa di Borgogna contro la corte di Parigi e la politica dei re di Francia getta forse una luce diversa sulla guerelle de la Rose, di cui parle- remo piti avanti: non solo, forse, guerelle letteraria, ma pretesto a schieramenti politici che andrebbero meglio indagati*. Probabilmente all’inizio del Trecento, invece, un toscano di no- me Durante (Dante Alighieri per Gianfranco Contini) trasforma il Roman de la Rose in 232 sonetti, un’audace parafrasi nella for- ma della corona di sonetti lanciata, sembra, da Guittone’. L’au- tore non segna nessun distacco tra la parte di Guillaume de Lorris (ridotta pid o meno ai primi 33 sonetti) e quella di Jean de Meun, che sottopone a sua volta a una riduzione drastica, eliminandone tutte le parti dottrinali. Durante é interessato alla lotta per la con- quista della rosa, trasposta in dialoghi tra le forze che sostengono o ostacolano l’impresa, un’ars amandi forse in competizione proprio con quella di Guittone, che aveva scritto una storia d’amore in 24 % Su Gui de Mori, oltre alla voce in DLF 1964, cfr. HULT 1981, ¢ gli studi di Andrea Valentini (VALENTINI 20064, 20066, 2006c € 20076), edizione completa ora nella tesi di dottorato di Andrea Valentini depositata all’ Universita di Siena nel 2005. Molto studiata la personalita di Jean Molinet le cui opere furono spesso stampate e ristampate nel Cinquecento. Cfr. anche per lui la voce in pF 1964, pp. 821-23. Un’altra traduzione in prosa del Roman, ancora nel x1v secolo, é rimasta anonima. *7 TI testo si trova in versione unica in un manoscritto ora alla Biblioteca Universitaria di Montpellier (Ecole de Médecine H 438). Il titolo gli fu assegnato da Castets, il suo primo editore. Cfr. introduzione di G. Contini a I/ Fiore e il Detto d'amore cit., ma anche la sua lunga voce dell’ Enciclopedia Dantesca. XXVI MARIANTONIA LIBORIO sonetti®. Ma nel Fiore & anche ben presente la polemica politica contro i mendicanti a sostegno non solo di «Mastro Guglielmo, il buon di Sant’Amore», ma anche di Sigieri di Brabante di cui viene ricordata la morte «a gran dolore | nella corte di Roma ad Orbivieto», avvenuta tra il 1281 e il 1284: intrusione di un fatto ancora di attualita italiana, messo in bocca a Falso Sembiante co- me la successiva allusione ai Patarini perseguitati anche a Firenze. Un altro testo viene attribuito da Contini a Dante: il Detto d’Amore, titolo suggerito da Salomone Morpurgo, che lo scopre nel codice Laurenziano Ashburnhamiano 1234 e lo pubblica per la prima volta nel 1888”. Si tratta di un poemetto lacunoso, di cui restano 480 versi, apertamente debitore al Rosman de la Rose e gia attribuito a Dante da Parodi in base all’ identita del suo autore con quello del Fiore e copiato dalla stessa mano nell’unico manoscritto del Fiore di cui faceva probabilmente parte all’origine*. Contini conferma |’attribuzione a Dante su prove interne di corrispondenza con la maggiore produzione dantesca, e legge nel poemetto e nella sua preziosa ricerca stilistica, basata sull’esercizio continuato del- le rime equivoche che legano i distici di settenari, la ricerca spe- timentale di un Dante giovane, ancora sotto |’influenza di Guit- tone, dei siciliani, di Montandrea e del primo Guido. II modello del Roman de la Rose si riconosce negli interventi di Ragione e poi di Ricchezza e nella risposta del giovane Amante che rivendica la forza di Amore aggiungendo una lunga descrizione fisica e di lode dell’amata che si chiude con la complessa serie dei comandamenti d’Amore“, rimasti sospesi per la lacuna finale. I problemi di attribuzione sono ancora aperti, ma in questa se- de ci interessa un altro dato importante: nella Toscana di inizio Trecento e certamente a Firenze circolavano gia una “traduzione” e una specie di rifacimento del Roman de la Rose che avevano fe- condato la vivacissima tradizione poetica italiana e che Dante, che sia lui o no l’autore dei testi, certo conosceva anche nel suo origi- nale, a cui si é spesso ispirato nelle sue opere. Un segno in piti del grande successo incontrato dal Roman, gia dimostrato dal grande numero di manoscritti in circolazione®. ™ Cfr. GUTTTONE D°AREZZO, Canzoniere. I sonetti d'amore del codice Laurenziano, acura di L. Leonardi, Einaudi, Torino 1994. » Detio d'amore. Antiche rime dettate dal Roman de la Rose, acuta di S. Morpurgo, Fava e Garagnani, Bologna 1888. Cfr. l’edizione dei due testi in I Fiore e if Detto d'amore cit. “ Contini ipotizza che il suggeritore di questo tentativo sia Brunetto Latini. ® Cf. BENEDETTO 1910, VANOSSI 1979, KOHLER 1962, CONTINI 1970. Vedi anche La tradizione manoscritta, p. XXXVI. INTRODUZIONE XXVII Non tutti i poeti italiani hanno apprezzato il Roman de la Rose. Petrarca, lo definisce /ibellus e commenta cosf nella lettera del 1340 a Guido Gonzaga, signore di Mantova, a cui fa dono di una copia del Roman: «Somniat iste tamen dum somnia visa renarrat | sopi- toque nihil vigilans distare videtur»”. Non solo in Italia il Roman & stato letto, rifatto, giudicato; ci sono rimaste due traduzioni precoci, della fine del xm secolo, in fiammingo, ma riveste un’importanza particolare la traduzione, probabilmente incompiuta, di Chaucer, per l’influsso che se ne pud leggere in tutte le sue opere. Chaucer, al di 1a della sua riconosciuta fama di creatore della lingua poetica inglese, ha le sue radici nella tradizione letteraria francese: non va dimenticato che |’anglonor- manno (il “francese” dei possedimenti d’Oltremanica) é la lingua della corte d’Inghilterra ancora sotto Edoardo III e che Chaucer, salvo un periodo di disgrazia dal 1386 al 1389, ha vissuto a corte € partecipato a diverse missioni in Francia, dove ha contatti con i piti importanti poeti dell’epoca, da Guillaume de Machaut a Eus- tache Deschamps e a molti altri. Ma nelle sue opere, soprattutto nel Parliament of Fowls, dimostra di aver letto le opere di Maria di Francia e della tradizione latina francese. Tra il 1379 € il 1385 il suo interesse si rivolge alla tradizione poetica italiana: ora sono Dante, Petrarca e Boccaccio“ la sua fonte d’ispirazione’. I poeti leggono la «Rose». Sono necessarie quasi cento pagine a Pierre-Yves Badel per il- lustrare, con infinite citazioni, ’importanza del Roman de la Rose per i poeti che lavorano alle corti di Francia e che fanno rimandi espliciti al Roman privilegiando ora la parte di Guillaume de Lor- ris nelle canzoni ¢ nei dits amorosi ora quella di Jean de Meun per i testi satirici o moraleggianti, come Gilles li Muisis di Tornai, citta dove circolavano molte copie manoscritte del Roman agli inizi del ” Epistle, III, 30; cfr. BENEDETTO 1910, pp. 164-71. Anche in Francia l'ammirazione non @ generale: il monaco Guillaume de Digulleville nel suo Pélerinage de vie humaine, opera allegorica di 13500 ottosillabi, scritta tra il 1330 e il 1331 € poi interamente rifatta venticinque anni dopo, taccia apertamente Jean de Meun di immoralita; lo considera per di pid un plagiario che si veste delle penne altrui come il pavone della favola (cfr. BADEL 1980, pp. 362-70 € passint). “ Su Boccaccio e il Roman de la Rose cfr. rossi 2006, ” La sua traduzione del Roman de la Rose & stata probabilmente continuata da un altro autore rimasto anonimo ed é la versione completa che troviamo oggi pubblicata da Sutherland. Su Chaucer e i suoi rapporti con |'Italia cfr. G. CHAUCER, Opere, a cura di P. Boitani, Einaudi, Torino 2000, ¢ Cambridge Companion to Chaucer, a cura di P. Boitani e J. Mann, Cambridge University Press, London 2004. XXVID MARIANTONIA LIBORIO xiv secolo. I poeti di corte si chiamano Guillaume de Machaut, Froissart, Eustache Deschamps, che elogia espressamente Chaucer per aver tradotto «en bon anglés» il Roman. Si tratta dei nomi piti celebri della poesia francese del xv secolo, tutti poeti corti- giani, il che ancora una volta dimostra se non altro che il Roman de la Rose era letto e apprezzato alla corte di Francia e non solo. I loro dits amorosi, dal Dit du vergier del giovane Machaut all’ Espi- nette amoureuse di Froissart, trovano ispirazione nel Roman. I poe- ti cercano nei versi di Guillaume de Lorris i temi, le atmosfere, le allegorie del mondo cortese, ormai tramontato, ma evidentemen- te ancora pieno di fascino, mentre a Jean de Meun si ispirano per copiarne gli esempi, le massime ma anche la cultura scientifica e filosofica. Deschamps soprattutto, che nei suoi versi si allontana dalla tradizione lirica, cerca in Jean de Meun un incoraggiamen- to a una scrittura pit libera ¢ personale, forte di una vena satirica pungente e a volte amara, oltre che una riserva di massime, meta- fore, nozioni di scienza, posizioni filosofiche che Jo aiutino a da- re corpo ai suoi testi spesso voluminosi e forse per questo a volte rimasti incompleti. Ma questa sara comunque la funzione del Ro- man de la Rose, soprattutto per la parte di Jean de Meun, quella di essere ormai diventata un’enciclopedia a cui attingere senza trop- po preoccuparsi della definitive sentence dell’ opera né delle ragioni per cui era stata scritta. La «querelle de la Rose». Christine de Pizan (1364-1442 circa), feszme de plume, vedo- va di un marito che |’ha lasciata «seulete, dolente et courrouciee» («sola soletta, dolente e corrucciata») e soprattutto in condizio- ni finanziarie precarie, si ispira ai grandi della tradizione italiana, quando decide di diventare uno scrittore professionista alla corte dei signori di Francia e di Borgogna, per cui non solo scrive opere di grande erudizione, ma si fa carico anche della confezione finale dei testi che presenta, diventando editrice di se stessa”’. In una delle sue opere, |’ Epistre au Dieu d’Amours, si trovano i primi attacchi a Jean de Meun, inserito nella schiera dei detrattori delle donne che Christine fa partire da Ovidio*. La lista delle citazioni dirette @ in BADEI. 1980, pp. 66-67, ma l’analisi serrata delle opere ¢ dei rimandi alle pp. 73-114. © Su questo aspetto dell’intervento culturale di Christine cfr. PLEBANI 2003. Siamo nel 1399. Il testo si legge in CEuvres poétiques de Christine de Pisan, a cura di M. Roy, Société des anciens textes francais, Paris 1886 [rist. New York 1965] e in Poems INTRODUZIONE XxXIX E probabilmente questo il testo che ha aperto la discussione informale tra Christine de Pizan e Jean de Montreuil, segretario del re di Francia e stimato prevosto di Lille, come lei stessa ci rac- conta. Ma la discussione non si ferma li e presto diventa pubblica, con una serie di lettere, di sermoni, di veri e propri trattati, che coprono un periodo di intensi scambi dalla fine del 1400 al dicem- bre del 1402”. Jean de Montreuil aveva risposto a Christine con un trattato, scritto in francese, per noi purtroppo perduto”, seguito da una serie di lettere, nella prima delle quali, forse indirizzata a Pierre d’ Ailly, in latino, racconta di essere stato spinto a leggere il Roman de la Rose dall’amico Gontier Col e di avere scritto il trattato che gli invia per difendere l’opera e «il genio dell’autore» dai veementi attacchi a cui é sottoposto™. L’esplicito ingresso nella polemica di Christine de Pizan é la lunga lettera, in francese, indirizzata a Jean de Montreuil, dura nel suo giudizio su Jean de Meun, la cui opera non é di nessuna utilita, anzi é pura oisiveté, piti degna di essere bruciata tra le fiamme che incoronata di alloro. La lunga lettera enumera puntigliosamente tutte le ragioni di biasimo verso Jean de Meun, a partire dall’u- so di parole indecenti messe in bocca a Ragione, dagli orribili in- segnamenti della vecchia, dai discorsi offensivi per le donne fatti dal geloso ma anche da Genio, fino alla vergogna dell’abominevo- le conclusione. Le risponde, in francese, Gontier Col, primo segretario del re, che, per meglio difendere il «maestro e l’amico, il compianto Jean de Meun», che considera un vero cattolico, dottore nella sacra teo- logia, un eccellente e profondo filosofo, la cui fama vive e vivra in futuro, le chiede di inviargli una copia del suo intervento (lui lo definisce «invettiva») contro Jean de Meun. II tono é aspro. Gon- of Cupid, God of Love. Christine de Pizan's «Epistre au dieu d'amours» and «Dit de la rose», acura di T. Fenster e M. C. Erler, Brill, Leiden - New York 1990. ” Vedine Ja cronologia ricostruita nel]’introduzione di BAIRD-KANE 1978, con traduzione ese delle lettere ¢ dei documenti sia in latino sia in volgare relativi alla querelle. Gli otiginali sono pubblicati da WARD 1911. Cfr. anche HICKS 1977, ¢ la discussione con Ezio Ornato, editore di Jean de Montreuil (Epistolario, Giappichelli, Torino 1963): HICKs- ORNATO 1977. Sull’importanza di Gontier ¢ Pierre Col agli inizi dell’umanesimo in Francia cfr. coVILLE 1934. » Se ne é tentata una ricostruzione approssimativa sulla base delle citazioni degli partecipanti alla guerelle. Cfr. POTANSKY 1972. * JEAN DE MONTREULL, Epistolario cit., vol. 1, lettera 103, pp. 144-45. In un'altra lettera di cui ci é ignoto il destinatario, Jean de Montreuil si stupisce che un uomo di tale rigore, un giudice che ogni giorno affronta cause delicate, possa essersi schierato contro Jean de ‘Meun e aver espresso una preferenza spiccata per Guillaume de Lorris, per la sua originalita, chiarezza, eleganza e precisione (cfr. tbid., lettera 118, pp. 177-78, indirizzata, sembra, alla stessa persona, che nel frattempo perd avrebbe cambiato idea). XXX MARIANTONIA LIBORIO. tier insinua che gli amici di Christine la stanno usando perché non osano intervenire in prima persona e per poter poi sostenere che loro, certamente, potrebbero dire di meglio al posto di quella po- vera donna. La lettera seguente, di due giorni posteriore, la accusa addirittura di presunzione e di arroganza, e la prega di corregger- si € ritrattare tutto quello che ha detto contro Jean de Meun, un cos{ grande dottore nelle Sacre Scritture, un dotto filosofo eccelso nelle sette arti liberali. I toni si accendono: fa evidentemente scandalo a corte ¢ tra gli intellettuali parigini che una donna, per quanto stimata a corte, osi occuparsi di cose cos{ serie che non sono alla sua portata. La risposta di Christine non si fa attendere, ferma nel rivendicare il suo diritto di condanna di un’opera che ritiene pericolosa per la sua immoralita nonostante le buone cose che contiene. Si stanno in realta compattando due partiti, di cui non sono ben chiare le ragioni politiche, ammesso che ce ne siano, ma che dibat- tono con tanta passione da spingere Christine a mettere insieme un vero e proprio dossier della querelle e a inviarlo nientemeno che alla regina di Francia Isabella e contemporaneamente al potente pre- vosto di Parigi Guillaume de Tignonville*. Dobbiamo forse legge- re la guerelle come un’altra tappa della lotta dell’ Universita? Con la corte e le istituzioni cittadine a fianco degli ordini mendicanti ormai perfettamente inseriti nei posti di potere e dall’altra parte i maitres usciti dall’Universita, gli umanisti che difendono in Jean de Meun un maestro che considerano un precursore? Nel frattempo il duca e la duchessa d’Orléans hanno istituito l’Ordine della Rosa, ordine cavalleresco in puro stile cortese alla Guillaume de Lorris, in difesa delle donne. Christine de Pizan ne consacra i festeggiamenti con il suo Dit de Ja Rose, a cui certo il dibattito sul Roman ha costituito un'eccellente pubblicita. L’intervento successivo é di peso. Si muove nientemeno che il cancelliere di Parigi, il grande predicatore Jean Gerson, che gia nel corso del dibattito aveva inserito nei suoi sermoni non pochi attac- chi diretti e indiretti a Jean de Meun e ai suoi sostenitori, ma che ora si impegna in un’opera allegorica, riprendendo lo schema del sogno, in cui ad attaccare Jean de Meun di fronte alla Corte della Santa Cristianita sono nientemeno che Castita e Dame Eloquance Theologienne. Entrambe espongono lungamente tutte le ragioni per condannare il Roman de la Rose e |’autore, che ha pensato di continuare in modo riprovevole l’opera di cui Guillaume de Lorris, che ne aveva gettato le nobili fondamenta, senza andare a cercare 7 Chr, WARD 1911, Pp. 32-33; 34°35) 35°36. INTRODUZIONE XXXI i suoi materiali qua e 1a, mettendo insieme brutture e vergognosi escrementi, ma contando solo sulla propria originalita, é l’ammi- rato autore. Intervengono anche i sostenitori di Jean de Meun per difenderlo, ma la replica di Eloquenza non sembra lasciare loro spazio davanti a Giustizia. A questo punto il protagonista sogna- tore si sveglia e non sapremo mai quale sara la sentenza. La pru- denza non é mai troppa!”. I] 2 ottobre 1402 @ ancora Christine a chiudere il dibattito. La sua lunga lettera di risposta a Pierre Col, dopo aver riesposto tut- te le buone ragioni che |’avevano spinta a intervenire e che hanno trovato un sostegno non solo in un «coraggioso dottore e maestro in teologia - competente, di valore, ammirevole, stimabile, elet- to tra gli eletti» dal cui trattato riprende molti argomenti - anche in molti «dotti, saggi e in cui si pud riporre fiducia, come anche in nobili principi del regno e cavalieri e nobili e molti altri» che, tutti, «considerano questo libro inutile e disonorevole», ag- giunge che, per quanto la riguarda, «cid che ha scritto é scritto» e non intende continuare oltre, avendo altro da fare™. La querelle, al di la della prova di quanto ormai fosse famoso il Roman de la Rose e accettata la differenza tra la parte di Guillau- me de Lorris ¢ la continuazione di Jean de Meun, é ricca di molti insegnamenti sulla vita intellettuale parigina. Cortigiani e uomini di chiesa, ma anche nobili e persino re e regine, erano coinvolti in dispute letterarie di alto livello. La corte di Parigi aveva ormai il francese come lingua d’uso e solo i dotti uomini di Chiesa usavano ancora il latino per comunicare fra di loro, ma non per rendere note le loro idee a un pubblico di corte o per predicare ai fedeli. Nella Parigi del Quattrocento, nel corso della guerelle, si fa sempre pit strada un’idea non comune nel Medioevo: un autore é responsabile di quello che scrive, anche di quello che mette in bocca ai suoi per- sonaggi, che non possono diventare uno schermo dietro cui nascon- dersi per sfuggire alla responsabilita di quello che si dice o si fa dire. E ormai maturo in Francia un nuovo umanesimo di cui tutti i partecipanti alla querelle sono rappresentanti, Christine in testa, » Gerson si lascia una via di fuga aperta. I! discorso sié fatto forse pericoloso ed & bene non esporsi troppo. Sulla vita e le opere di Gerson cfr. DLF 1964, pp. 782-85, che perd non nomina la guerelle né il trattato in francese, il cui testo @ stato pubblicato da E. Langlois in «Romania», 45 (1919), pp. 23-48. I] trattato o Vision porta la data del 18 maggio 1402 » warp 1911, pp. 83-111. In realta ci sono altri interventi, questa volta in latino, di Gerson in risposta a Pierre Col, di Jean de Montreuil forse a Laurent de Premierfait e un’altra sua forse sempre a Pierre d’Ailly, diversi sermoni di Gerson in francese, il frammento in francese di una risposta a Christine di Pierre Col, una lettera in latino di Jean de Montreuil a Gontier Col. Sui rapporti tra Jean de Montreuil ¢ Gerson all'interno della vivacissima cultura del primo umanesimo francese cfr. COMBES 1973. XXXIL MARIANTONIA LIBORIO come dimostrano ampiamente le sue altre numerose opere®. Ol- tre alla rilettura e alla reinterpretazione dei classici é arrivata in Francia una benefica ventata di novita dall’Italia, attraverso Dan- te, Petrarca, Boccaccio, che spargera nuovi semi di cui si vedra presto la fioritura. Un altro imprevisto risultato, debitamente sottolineato in tutte le opere di Christine, fu l’inizio di una nuova querelle, forse non solo letteraria, ma anche politica, poiché toccava uno dei pilastri educativi e morali della societa, la Querelle des femmes, che ben presto si diffuse in tutta Europa®*. Ne fa parte in qualche modo anche un aneddoto divertente raccontato da André Thévet, che ha consacrato un capitolo a Jean de Meun nella sua opera del 1584 Vrais pourtraicts et vies des hommes illustres: irritate per le orribili cose che Clopinel aveva detto sulle donne, riassunte in due versi insopportabili per il loro onore («Toutes estes serés ou fustes | de faict, ou de volonté putes»), alcune dame di corte avevano recluso Jean de Meun in una stanza preparandosi a fargli subire una sana fustigazione vendicativa. Vistosi a mal partito, |’astuto autore chie- de un ultimo favore prima della punizione esemplare, e ottenutolo si limita a chiedere: «Que la plus forte putain de vostre compagnie commence la premiere et me donne le premier coup». Naturalmen- te, commenta Thévet, «quoy qu’elles eussent toutes bien envie de lestriller», non ce ne fu nessuna che si azzardé a toccarlo”. Cer- to, le donne di tutta Europa, di ogni condizione, avevano tutte le ragioni di lanciare la guerelle e le avrebbero anche oggi, anche per quello che succede alle donne al di fuori di quel che ancora resiste della cosiddetta cultura occidentale. La fortuna del «Roman de la Rose» e la stampa. Dalla prima edizione a stampa, del 1481 circa, al 1538, le ri- edizioni del Roman de la Rose si moltiplicano, segno che la sua semina ha continuato a fecondare la cultura francese in molti dei » Cronologia delle opere di Christine de Pizan © aggiornamento bibliografico in CARAFFI 2003, pp. 13-18. * L’interesse sulla storia della Quereile des femmes in Europa si sviluppato negli ultimi decenni in ambito femminista: cfr. KELLY 1984. Sulla Querelle des femmes nel xv secolo ¢ sui suoi rapporti con le prese di posizione di Christine de Pizan vale la pena di citare opera del prevosto di Losanna Martin Le Franc, dal titolo, che é gia un programma, Le Champion des Dames, composta tra il 1440 € il 1442, ¢ che fu seguita per tutto il Quattrocento da una serie di opere pro ¢ contro le donne: cfr. CAMPFAUX 1865. * Tl capitalo @ il novantunesimo dell’edizione in-folio del 1584, dove occupa i ff. 499-502. INTRODUZIONE XXXxOI suoi aspetti*. L’influenza si spiega facilmente: da un lato c’é la ripresa continua dei luoghi comuni sull’amore, la morte, la for- tuna, le donne, l’ipocrisia - soprattutto delle gerarchie ecclesia- stiche regolari e secolari -, sulla vanita delle ricchezze e lo scor- rere inesorabile del tempo, sulla vecchiaia e la fragilita della bel- lezza femminile; dall’altro, c’@ un repertorio di citazioni dirette, utili a molti scopi, spesso tramandate dalla memoria non sempre fedele di chi del Roman aveva fatto il suo livre de chevet, e con- tinuamente se ne ritrova l'eco nella penna. Esemplare a questo proposito l’opera di Villon, che del Roman de /a Rose é stato let- tore assiduo e ammirato”. Questo successo ininterrotto indica un’influenza che si estende ben oltre il x1v secolo e che continua ben al di 1a dei limiti tradi- zionalmente assegnati al Medioevo, fino alla Renaissance del xvi secolo francese, che si alimenta — ¢ non potrebbe essere altrimenti - di molti e continui ricorsi all’eredita dei secoli medievali. Il Roman de la Rose occupa un posto speciale nella continuita, spesso negata 0 ignorata, tra le due ere®. L’elenco dei nomi che Baridon cita tra quelli che presentano un’influenza, pit o meno marcata, del Rowan de la Rose é di per sé impressionante. Si parte da Rabelais, che ne aveva una conoscenza molto precisa secondo Thuasne, anche se le prove non sono sem- pre convincenti, per arrivare, attraverso Jean Lemaire de Belges, che esalta Jean de Meun come «orateur francois, homme de grand valeur et letterature, comme celuy qui donna premierement esti- mation A nostre langue, ainsi que fit le poete Dante au language toscan ou florentin», a Thomas Sebillet che nel suo Art poétique francois considera il Rorzan «una delle pit grandi opere che oggi leggiamo nella nostra poesia francese» e ne mette gli autori alla pari di Omero, Virgilio, Ovidio. Ne parla anche Du Bellay, nel- la sua Deffence et illustration de la langue frangoyse, la cui distanza dal Roman é certo piti marcata ma che non manca di considerar- lo «quasi une premiere image de la Langue Francoyse, venerable pour son antiquité»* Claude Fauchet possedeva ben tre manoscritti del Roman de la Rose. Nel suo Recueil de l’origine de la langue et poesie francaise * Dalla prima edizione del 1481 all’ ultima, attribuita a Marot, di cui parleremo pit avanti, escono in Francia ventidue edizioni del Roman de la Rose, comprese le tre edizioni della versione in prosa di Molinet, cfr. BOURDILLON 1906. » ‘Ancora indispensabili sictLIANO 1934 € THUASNE 1968, il cui primo capitolo é tutto dedicato a Villon ¢ a Jean de Meun. ® Precisa ¢ puntuale la ricostruzione di questa continuita in BARIDON 1957, Pp. 20-55- Cfr, ancora BARIDON 1957, PP. 20-29. XXXIV MARIANTONIA LIBORIO- (1581) lo cita spesso per ritrovarvi il senso di antiche parole di- menticate ma anche per lamentare i suoi difficili rapporti con la dea Fortuna. Un grande ammiratore del Roman é anche Etienne Pasquier che nelle sue Recherches de la France (1560, 1607 e po- stume nel 1621) dedica al Roman molto spazio con grande sen- sibilita® Poi ci sono i poeti, non certo tra i meno importanti, a partire da Ronsard. Il Roman era stato il suo fivre de chevet negli anni gio- vanili delle letture sfrenate. Parlando della sua amata, tra le qua- lita richieste, Ronsard enumera la conoscenza a memoria di tutto Petrarca e del Roman: Qu’elle sceust par coeur tout cela qu’a chanté Petrarcque en Amours tant vanté, ou la Rose par Meun descrite, et contre les femmes desoite, par qui je fus de enfance enchanté”. Ritiene anche che sia meglio per un giovane poeta «commenter le Roman de la Rose, que s’amuser 4 je ne scay quelle grammaire Latine qui a passé son temps». Nella quered/e tra gli antichi e i mo- derni, il Roman de la Rose & annoverato decisamente tra i moderni € per questo portato a esempio. Il «Roman de la Rose» e i poeti francesi della nuova scuola. E sempre Baridon ad avere per primo messo in evidenza con grande scrupolo, anche se non sempre in modo convincente, il de- bito della poesia francese del Cinquecento col Roman de la Rose“. Un evento aveva reso questo possibile: |’edizione di un ringio- vanimento del testo di Guillaume de Lorris e Jean de Meun che lo aveva reso leggibile e che - Baridon non ha alcun dubbio - era lV’opera di Clément Marot. Solo grazie a questa rimessa a nuovo della premiére image della lingua francese, «venerable pour son an- tiquité», il Roman de la Rose é letto, studiato, ammirato, citato da poeti come Baif. Cfr. per entrambi MANCINI 2010. © Meno bella ma pit pregnante ancora la prima versione dell’ultimo verso: Avecques qui jeune j'auroy hanté (in BARIDON 1957, P. 29). © Ibid., pp. 29-38. La ricerca minuziosa gli serve in realta per metere in evidenza il peso che aveva avuto la traduzione in francese moderno attribuita da lui senza dubbi a Clément Marot (tesi in realta ancora controversa), le cui quattro edizioni a stampa trail 1526 ¢ il 1538. Gli anni giovanili di Ronsard coincidevano dunque con gli anni di diffusione delle diverse versioni a stampa e con la ringiovanita fama del Roman. INTRODUZIONE XXXV La posterita del «Roman de la Rose». Lenglet-Dufresnoy nel 1739 sembra anticipare la lettura di Fle- ming, che partiva dal presupposto che per il Medioevo allegoria era ironia e antifrasi, definendo il Roman come «une histoire con- trouvée et imaginée autant pour détourner de |’amour que pour en donner les régles». Del tutto negativo era stato il giudizio di Boileau, nell’ Art poé- tique del 1713, che arriva a usare il Roman de la Rose come |’esem- pio tipico della confusione e della mancanza di chiarezza di tutta la produzione medievale: «La plupart de nos anciens romans francais sont en vers confus et sans ordre, comme le Roman de la Rose et plusieurs autres». Eppure é nel Settecento che il Roman viene riscoperto e rie- dito e di li a poco studiato e commentato, anche se i massimi stu- diosi saranno i filologi dell’Ottocento grazie alla riscoperta del Medioevo dovuta in gran parte al riscoperto orgoglio nazionale di Gaston Paris e dei suoi allievi. Rousseau gia lo cita come un classico nella Nouvelle Héloise: «Richesse ne fait pas riche, dit le Roman de la Rose» e anche Vic- tor Hugo, nella Préface de Cromwell, per descrivere cosa significhi il grottesco, cita il Rossan de la Rose di Jean de Meun: «C’est lui, par exemple qui, dans le Roman de la Rose, peint ainsi une cérémo- nie auguste, ]’élection d’un roi: “Un grand vilain lors ils élurent | le plus ossu qu’entr’eux ils eurent” »”. Il Roman de la Rose, prima di diventare oggetto dello studio dei filologi e degli addetti ai lavori, era ancora parte viva della cultura. © yavex 1980, p. 10 €, per la ricezione del Roman nel xv secolo, JUNG 1966. “ w, BowzAu, Satires, Epitres, Art poétique, a cura di J.-P. Collinet, Gallimard, Paris 1985. J.-J. ROUSSEAU, Julie ou La nouvelle Héloise: lettres de deux amants habitant d'une petite ville au pied des Alpes, Livre de Poche, Paris 2002; v.-M. 11UGO, Cromwell, a cura di A. Ubersfeld, Garnier-Flammarion, Paris 1968. LA TRADIZIONE MANOSCRITTA Il Roman de la Rose conservato da pid di trecento manoscritti, in gran parte catalogati e classificati da Ernest Langlois all’inizio del secolo scorso: un numero enorme che invita a interrogarsi sulle ragioni di un successo quasi senza pari (pit codici, tra le opere in volgare, ha solo la Commedia)’. Ai manoscritti si aggiungono ven- tuno edizioni a stampa, una delle quali curata dal poeta Clément Marot (1526), che aveva ritenuto di dover modernizzare il testo e “tradurre” con sinonimi contemporanei le espressioni che ai let- tori del tempo potevano apparire oscure. I manoscritti si colloca- no tra la fine del xm e il xvi secolo. Pierre-Yves Badel ha diviso quelli catalogati da Langlois in tre gruppi, concentrando la sua at- tenzione su quelli del primo: periodo A (fine xm - prima meta del xIV secolo), 47 manoscritti; periodo B (seconda meta del x1v seco- lo), 95 manoscritti; periodo C (xv e xvi secolo), 66 manoscritti’. Dopo lo studio di Langlois, si sono scoperti un’ottantina di nuo- vi testimoni: alcuni pregevolissimi (anche il piti antico fra i codici datati, del 1308, con belle miniature, passato forse per le mani di Francesco I di Francia), ma nessuno decisivo per la costituzione del testo, o portatore di indizi determinanti per risolvere la complicata questione del rapporto fra la parte del romanzo considerata di Guil- laume de Lorris e la parte del romanzo considerata di Jean de Meun’. Il dato che colpisce immediatamente é una forte spaccatura, uno scarto, che non potrebbe essere piti macroscopico, fra la tradizione della parte del romanzo attribuita a Guillaume de Lorris (ingarbu- * Lanctots 19100 censisce tra biblioteche pubbliche e private 220 manoscritti del ro- manzo (completi o frammentari), ¢ da notizia dei manoscritti perduti di cui registrano la presenza inventari e cataloghi. Sulla tradizione manoscritta de] romanzo, cfr. ora FERRET- TI 201 € 2012. ? wapEL 1980, pp. 55-62 € HUOT 1993. > Un primo aggiornamento della monografia sui manoscritti 2 gid in LANGLOIS 1914- 1924, vol. I, pp. 49-51, nota r. Cir. poi l'introduzione in LECOY 1965-70, Pp. XXXVI, nota 1; la messa a punto di JUNG 1965; DELBOULLLE 1932. Un censimento delle nuove scoperte & disponibile ondine sul sito romandelarose.org. Il numero dei testimoni continua a crescere; ancora nel 2orr si é avuta notizia di un manoscritto finora ignoto battuto all'asta a Bruxelles. LA TRADIZIONE MANOSCRITTA XXXVII gliata, deludente, piena di misteri) e quella della parte attribuita a Jean de Meun (limpida e nell’insieme affidabile). La deduzione pid immediata, gia in Langlois, é che Ja prima parte abbia circo- lato inizialmente da sola, e che solo piti tardi si siano cominciati a realizzare manoscritti “completi”, in cui al testo di Guillaume é aggiunta la continuazione di Jean de Meun. Delle redazioni della prima Rose utilizzate per confezionare i manoscritti “completi”, perd, nessuna sarebbe stata attendibile (Lecoy: «le hasard a fait qu’aucune était vraiment bonne»): un “caso” davvero sfortunato, se di un caso si tratta, una sfortuna, responsabile di aver penaliz- zato il bel testo di Guillaume rispetto a quello di Jean de Meun - il primo conservato solo da copie tarde e scadenti, il secondo trasmes- so da buoni testimoni di poco successivi alla stesura dell’opera. Ha scritto Armand Strubel che senza |’aggiunta della continuazione di Jean de Meun la prima Rose non sarebbe mai arrivata lontano, da quanto é confusa e incerta la sua tradizione («On peut supposer que la fortune de cet élégant poéme d’amour, isolé, n’aurait pas dépassé celle des autres ceuvres allégoriques de ce type, habituel- lement bien discréte»); se ne pud convenire‘. Il secondo dato di grande importanza é che degli oltre trecento manoscritti sopravvissuti solo uno (uno su trecento!) conserva il te- sto di Guillaume de Lorris in forma autonoma, senza la continua- zione di Jean de Meun: é il fr. 12786 della Bibliothéque nationale di Parigi (quello che Langlois sigla «Da»), un manoscritto antico (fine xu secolo 0 inizio del x1v) ma particolarissimo, miscellaneo e non entusiasmante ai fini della promozione del testo di Guillaume, se la prima Rose vi figura (anonima) all’interno di una raccolta che comprende liriche d’amore, testi didattici 0 allegorici di argomen- to erotico (il Roman de la Poire, il Bestiaire d' Amour di Richard de Fournival, I’Arbre d'Amour), opere devozionali e addirittura un lapidario’. Secondo Sylvia Huot, la mancanza della continuazione di Jean de Meun sarebbe dovuta in «Da» al carattere incompiuto della miscellanea: il copista potrebbe aver predisposto l’inserimento della Rose di Jean de Meun dopo la Rose di Guillaume, e per qual- che motivo non aver tenuto fede al suo proposito; si spiegherebbe cosi, fra l’altro, lo spazio bianco alla fine del testo di Guillaume (in vista di una continuazione?)*. Non saremmo di fronte, insom- ma, alla prova di una circolazione autonoma della prima Rose, o * STRUREL 1992, p. 6. ? Descrive il manoscritto C. SEGRE, introduzione a RICHART DE FOURNIVAL, Li bestiaires d'amours cit., p. xxxix. Cfr. anche FERRETTI 2012. * Cfr. 1uot 19872, pp. 16-19. Lo spazio bianco comprende diverse righe del recto e tutto il verso dell’ ultima carta del Roman (cc. 74-75). XXXVIIL SILVIA DE LAUDE dell’ignoranza, da parte del copista-compilatore, dell’esistenza del testo di Jean’. (Perché escludere a priori, perd, |’eventualita di una precisa scelta dell’ideatore del codice, visto il carattere eminente- mente cortese della raccolta, riconosciuto dagli stessi studiosi che imputano la mancanza del testo di Jean «a circostanze contingenti enon a un disegno prestabilito»?)’. L’altro manoscritto chiave, nella tradizione della Rose, @ il fr. 1573 della Bibliothéque nationale («R», per Langlois), realizzato nella regione di Orléans alla fine del xm secolo. In questo mano- scritto, pid tardo del fr. 12786 («Da»), il testo di Guillaume de Lorris (cc. 1-34) € seguito dalla continuazione di Jean de Meun (cc. 35-182), ma la continuazione é di una mano diversa, anche se vi- cina nello spazio e nel tempo alla prima. Un copista potrebbe aver avuto a disposizione solo il testo di Guillaume, e un altro aggiunto la continuazione pit tardi. (Ma siamo sicuri che |’ expertise codi- cologica di Langlois, da cui risulta uno scarto di pochi anni fra la prima e la seconda parte del testo, tenga al punto da far scartare a priori l’ipotesi di un normale avvicendamento tra copisti?) Un fatto comunque é indiscutibile. Della Rose attribuita a Guillaume, senza la continuazione di Jean de Meun, si sono quasi completamente perse le tracce, come si sono perse le tracce dello stesso nome dell’autore (“Guillaume de Lorris”), che conosciamo solo attraverso la menzione di Jean de Meun. A far pensare a una circolazione autonoma della prima Rose, sono pochi altri indizi: * Allo stesso modo, seguendo la Huot, la pensano WAITERS 1994, pp. 91-192 (pp. 93- 100) e, con nuovi argomenti codicologici, FERRETT! 2011 2012. In FERRETTI 201 lo studio & condotto principalmente su un corpus che comprende: Chantilly, Musée Condé, 479, xu- xav secolo; Cologny-Genéve, Bibliotheca Bodmeriana, 79; Paris, Institut de recherche et histoire des textes, Bodm (Contini), 1308; Den. Haag, Koninklijle Bibliotheek, 120 D 13, yant-x1V secolo; Dijon, Bibliothéque municipale, 526, fine xm secolo; Firenze, Biblioteca Laurenziana, Acquisti e doni, 153, inizio x1v secolo; Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2755, inizio x1v secolo; Milano, BA, I 78 sup. [contiene solo il testo di Jean de Meun], 1300 circa; Paris, BnF, fr. 378, fine xin secolo; Paris, BnF, fr. 1559, fine xm secolo (Langlois), prima meta xiv secolo (Rouse); Paris, BnF, fr. 1569, xul-x1v secolo; Paris, BnF, fr. 1573, fine xu secolo; Paris, BnF, fr. 12786 [contiene solo il testo di Guillaume de Lorris), xmm-x1v secolo; Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria, L III 22, fine xm secolo [danneggiato nell'incendio del 1904]; Citta del Vaticano, BAV, Urb. Lat. 376, 1280 circa; Citta del Vaticano, BAV, Reg. Lat. 1522, inizio xrv secolo. * FERRETTI 2012. Senza indicazione del nome dell'autore, si @ detto, il testo di Guillaume figura alle cc. 43-74 (incipit, «Li Romanz de la Rose»), ed 2 seguito da una continuazione adespota di 76 versi, che si trova anche in altri sei manoscritti: sempre accompagnata perd, tranne che nel fr. 12786, dalla Rose di Jean de Meun. Gli altri sei manoscritti sono Amiens, Bibliothéque municipale, 437, seconda meta del x1v secolo; Cambridge (Ma), Harvard University, Houghton Library, fr. 39, prima meta del x1v secolo; Paris, BnF, nouv. acq., fr. 28047, x1v secolo; Paris, BnF, Rothschild 2800, datato 1329; Tournai, Bibliotheque municipale, ror, datato 1330; a essi si aggiunge il manoscritto del xv secolo descritto da ROUART 1860 («Rou in Langlois), di collocazione attualmente ignota. Il testo della continuazione adespote si legge in LANGLOIS 1914-24, vol. II, pp. 330-33. Cfr. BROOKS 1995. LA TRADIZIONE MANOSCRITTA XXXIX le citazioni da parte di Thibaut nel Roman de la Poire (numerose ma concentrate al testo di Guillaume); la testimonianza di Gui de Mori, francescano piccardo a cui si deve un rifacimento del Roman de la Rose concluso nel 1290 (aveva letto all’inizio, riferisce, solo il testo di Guillaume de Lorris, e solo piti tardi la continuazione di Jean de Meun: se ne é dedotto che prima avesse avuto fra le mani un manoscritto della parte di Guillaume, poi un manoscritto com- pleto, provvisto della continuazione)’; l’inventario della biblioteca privata di Gui Delavigne, che fra i libri del religioso, cappellano perpetuo della cattedrale di Cambrai, registra «un Rommant de le Rose en partie». (Una “parte” di un Roman de la Rose - magari proprio quella di Guillaume de Lorris? Ma perché non piuttosto un Roman de la Rose diviso in parti?)"*. Non molto, in ogni caso. Due manoscritti, uno miscellaneo e uno manipolato (« Da» e «R»). Due fantasmi di manoscritto (quello utilizzato da Gui de Mori all’inizio del suo lavoro e il «Rommant de le Rose en partie» posseduto dal canonico di Cambrai). Qual- che piti o meno fondata deduzione. Per il resto, nella tradizione manoscritta, il Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e quel- lo di Jean de Meun compaiono sempre insieme, con una saldatu- ra tematizzata nel testo e messa in evidenza dalle rubriche. Jean de Meun, nel testo, si accaparra il ruolo di narratore: presenta se stesso come continuatore di Guillaume e ricostruisce alle sue spalle una genealogia regressiva che arriva fino ai poeti elegiaci latini. Le rubriche ribadiscono il cambio di voce informando che Guillaume de Lorris non aveva finito la sua opera perché non aveva potuto, o perché non aveva voluto. Mentre la notizia della morte di Guillaume é nel testo (vv. 10496-630), nulla, per quan- to ne sappiamo, autorizza la variabile di una qualche misteriosa interruzione volontaria. Di sicuro, ¢’é che con il cambio di voce giustificato nel testo e segnalato nelle rubriche il tono dell’opera cambia radicalmente. Se ne erano accorti gia i primi lettori. Jean Gerson, cancelliere dell’U- niversita di Parigi, si chiedeva se davvero Jean de Meun credesse di aver reso giustizia al suo predecessore". Un’intera famiglia di manoscritti interviene sul testo del romanzo per rendere la secon- ° Vedi ora VALENTINI 2006c. Cfr. anche VALENTINI 20062, 20066, 20074, 20070. I ms fr. 28047, acquisito dalla Bibliotheque nationale nell’ aprile del 2006 (ma lo conosceva gia Méon), comprende tutti e tre i testi (Guillaume de Lorris, Jean de Meun, Gui de Mori), e segnala cosi la fine della parte attribuita a Guillame con un explicit: « Enssi fine li rommans maistre Guillaume de Lorris comment il mena ses amours a fin». ' Liinventario @ citato da BADEL 1980, p. 59. " E la famiglia «B» di Langlois. XL SILVIA DE LAUDE da parte del testo pid compatibile con la prima”. E qualcosa del genere fa Gui de Mori, il cui rifacimento del romanzo é parso al nuovo editore, Andrea Valentini, un «Roman de la Rose censura- to», soprattutto nella parte di Jean de Meun”. Un discorso diverso, ma in rapporto con quanto si é detto, ri- guarda le illustrazioni dei manoscritti. Gran parte dei testimoni del Roman de la Rose sono illustrati, 0 presentano spazi per illu- strazioni previste e per qualche motivo non realizzate. Un «nucleo primitivo» di immagini, «relativo a Guillaume de Lorris», che do- vevano trovarsi nell’archetipo, e sono da considerare come parte integrante del testo. Secondo Contini, @ un «uovo di Colombo»: il Roman de la Rose, «perlomeno quello di Guillaume de Lorris, é un libro con ogni probabilita nato illustrato»™. Si riconosce pe- rd, replicato sul piano delle immagini, lo stesso scarto rilevato sul piano del testo. II legame fra testo e immagine é costitutivo nel primo, ma non nel secondo, che sembra inserirsi in un solco gia tracciato, nel momento in cui Jean riprende il filo del racconto di Guillaume. Non pochi sono i manoscritti in cui a essere illustrata & solo la parte di Guillaume de Lorris"*. La Rose é fra i testi medievali che hanno dato pit lavoro ai mi- niatori. Si sa di ateliers specializzati nell’ illustrazione del roman- zo, come quello gestito nella parigina Rue Neuve Notre-Dame da Richard de Montbaston e dalla moglie Jeanne“. Molta attenzione va data anche ai luoghi di produzione dei m: noscritti, riconducibili al regno di Francia ma non solo. Diversi ri- 2 Je ne say se le sussesseur le cuidait honourer: s'il creoit pour vray il fu deceu; car a ung commencement qui par aventure se porroit assés passer selond son fait - mesmement entre Crestiens - il adjousta tres orde fin et moien desraisonnable contre Raison» (cosf i! Traicté d'une vision contre le Roman de la Rose). "Il Traicté d'une vision contre le Roman de la Rose é fra i testi della querelle de la Rose, per cui cfr. qui pit avanti. Per i manoscritti della famiglia «Bm, cfr. HUOT 1993, in particolare il cap. 1v, «Adapting Jean de Meun to Guillaume de Lorris: the Rose of the B manuscripts», pp. 130-62. Dell’opera di Gui de Mori come «Roman de la Rose censurato» si parla in particolare in VALENTINI 2 “ conrmt 1970, p. 311. Le parole tra virgolette citate pid sopra vengono da un altro scritto dello stesso CONTINI 1998, pp. 5-12 : «L’opera volgare pit diffusa dopo la Commedia, il Roman de la Rose, perlomeno quello di Guillaume de Lorris, un libro con ogni probabilita nato illustrato» {p. 9). Un classico sull’iconografia dei manoscritti del romanzo, sia pure un po’ tendenzioso nel pedale calcato sull'interpretazione religiosa, & FLEMING 1969. Per un bilancio degli studi, cfr. wALTERS 19926. Apre prospettive interessanti un progetto di KELLY-OHLGREN 1983. '. Trai manoscritti del tardo Duecento e del primo Trecento sopravvissuti fino a noi, il ciclo iconografico pit ricco relativo alla prima Rose sarebbe stato quello del gia citato fr. 12786 («Da»), stando alla conta degli spazi rimasti bianchi, che sono ben 47 (FERRETTI 2012, nota 13). * Che sembra avesse realizzato una ventina di codici illustrati della Rose, tra cui Vesemplare del Walter Museum di Baltimora (ms 143) e i parigini BnF, fr. 802 e Arsénal, 3338. LA TRADIZIONE MANOSCRITTA XLI sultano realizzati e circolanti in Inghilterra (dove Chaucer trovo il testo da tradurre); alcuni in Italia (dove l’autore del Fiore potrebbe aver trovato il testo alla base dei suoi sonetti); altri nelle Fiandre (dove si era anche realizzata una traduzione della Rose)”; altri an- cora in regioni della Francia diverse dall’area direttamente control- lata dalla monarchia “parigina”, come il ducato di Borgogna, dove esisteva un’associazione letteraria ispirata al Roman de la Rose". La questione del rapporto con la Borgogna andrebbe approfon- dita: il ducato é il luogo in cui dura pid a lungo l’eco del dibatti- to noto come querelle de la Rose, trampolino di lancio per la fama di Christine de Pizan”. Un esemplare delle Epistres du debat sur le Rommant de la Rose, |’ opera costruita da Christine raccogliendo gli interventi dell’annoso dibattito pro o contro Jean de Meun, é ap- partenuto al duca di Borgogna Filippo il Buono, e trascritto in una curatissima corsiva calligrafica dal bibliotecario e copista personale del duca, Guillebert de Mets”. Di recente lo storico dell’arte Marco Paoli ha avanzato un’ ipotesi suggestiva: sarebbe tramato di allusioni al Roman de la Rose anche il cosiddetto « Matrimonio Arnolfini» di Van Eyck, da intendere in realta come un autoritratto del pittore e della moglie Margaretha. L’opera é del 1434, !’anno in cui fu rea- lizzato il manoscritto delle Epistres appartenuto a Filippo il Buono, e Van Eyck, a lungo pittore di corte del duca di Borgogna, |’avreb- be concepita in occasione del primo compleanno del figlio traendo dal Roman de la Rose una fitta rete di «materiali evocativi dotati di sicura riconoscibilita e di elevato spessore espressivo», per «adat- tarli alla sua storia matrimoniale rivissuta in chiave letteraria»™. Quanto al pubblico della Rose, i dati che risultano con mag- giore evidenza dalla tradizione manoscritta sono due. Da un lato, una diffusione generalizzata, trasversale. I possessori identificabi- li di esemplari del romanzo sono membri della famiglia reale, ari- stocratici, ma anche esponenti del clero e borghesi. La presenza di copie della Rose é registrata nelle biblioteche di istituzioni re- ” Quella di Chaucer in realta, di cui sopravvive I'inizio, non é |’unica traduzione del romanzo in Inghilterra. Vedi almeno i dati raccolti in SPRUILL FANSLER 1914, SUTHERLAND 1968 € SANCHEZ MARTI 2001. Sulla Rose fiamminga, VAN DER POEL 1989. Per I'Italia, cfr. I/ Fiore e if Detto d'amore cit., pp. CXLIV-CXLVI. Cfr. ora FRIEDEN 2014, che considera gli adattamenti in prosa del romanzo nel xv secolo, soprattutto in Borgogna, dove era corrente la pratica di riscrivere ¢ aggiornare i classici della letteratura cortese, allontanandoli spesso in modo molto forte dall’originale. ' Cfr. LiBORIO- DE LAUDE 2002, pp. 240-43. I testi della querelle de la Rose sono pubblicati da E. Hicks in Le débat sur le «Roman de la Rose» cit. * Il manoscritto, registrato sugli inventari della Biblioteca di Borgogna fino al 1793, & miscellanco, ¢ il testo principale in esso contenuto é I’ Epistre d'Othéa della stessa Christine de Pizan (cfr. CHRISTINE DE PIZAN, Epistre d’Othéa, a cura di G. Parussa, Droz, Genéve 1999). 7! Vedi PAOLI 2009. XLIL SILVIA DE LAUDE ligiose e della Sorbonne. Dall’altro lato, ¢ innegabile il legame fra la produzione di manoscritti del Roman de la Rose e |’ambiente della corte reale. Lo stesso importantissimo codice miscellaneo che contiene il solo testo di Guillaume («Da», il fr. 12786) ha come committente con ogni probabilita qualche personaggio della corte, in una Parigi che tra la fine del xm e l’inizio del x1v secolo é «il piti grande mercato librario dell’epoca, tanto per la produzione in lingua latina che in lingua d’oi/, ma anche il centro da cui sembra irraggiare - sull’esempio della committenza della corte reale, a sua volta possibile destinatario del codice - un nuovo interesse per la letteratura cortese»”. Fino a ora, l'unica edizione del romanzo approntata nell’ osse- quio dell’ «ideologia, diciamo cosj, lachmaniana» (Contini), ¢ quella di Langlois, che senza dichiararlo esplicitamente privilegia il ma- noscritto fr. 1573, ma introduce nel testo numerose forme “rico- struite”, secondo la prassi inaugurata da Gaston Paris per la Vie de saint Alexis. Fino a ora nessuno ha tentato di sostituire a quello di Langlois un altro testo critico: che a questo punto dovra «tener conto delle acquisizioni di Contini editore del Fiore»”. II ruolo di vulgata & stato assunto dall’edizione di Félix Lecoy: «un’edizione ostentatamente bédieriana e quindi eseguita su uz testimone, an- che se di un bédierismo temperato dal costume di Mario Roques, condotta quindi secondo un codice comparato con tre [in realta quattro] altri nell’Ambito di una tradizione che contiene alquanto pit di 250 manoscritti» (cosi ancora Contini). I] testimone privi- legiato da Lecoy é lo stesso usato come testo base da Langlois («la meilleure, ou, si l’on préfére, la moins mauvaise des copies, en tout cas la moins aberrante», p. xxi): il fr. 1573, le cui lezioni so- no verificate su altri quattro testimoni*. Anche l’edizione di Da- ” rerReTTI 2012. Ibid., alla nota 71, gli indizi di una committenza reale del codice: Velevato livello di decorazione; lo stretto rapporto testuale e di mise en page fra la versione del Bestiaire d'amour del fr. 12786 ¢ quella di un altro per il quale @ stata proposta una correlazione con la famiglia reale (il manoscritto siglato «T», su cui cfr, MURATOVA 2005); la presenza nel manoscritto del Lapidaire du roi Philippe, opera dedicata a Filippo I" Ardito al suo successore Filippo il Bello. Anche il corpus di testi devozionali e divinatori é simile a quello di un manoscritto datato 1303 appartenuto piti tardi a Clémence di Ungheria, vedova di Luigi X (Rennes, Biblioth&que municipale, 593). A conferma della circolazione del romanzo negli ambienti della corte reale si pud ricordare, fra l’altro, la presenza di un esemplare della Rose nella biblioteca di Clémence di Ungheria (eredita, forse, della collezione della suocera Jeanne de Navarre). Numerosi sono anche i codici a cui risultano aver lavorato, come copisti o miniatori, personaggi di cui ¢ noto il rapporto con il libraire Thomas de Maubeuge, che aveva come clienti Mahaut, contessa d’Artois e di Borgogna, suocera di Filippo V ¢ di Carlo IV, lo stesso Carlo IV, re dal 1322 al 1328, ¢ Giovanni il Buono, duca di Normandia, ¢ re di Francia dal 1350 al 1364. *® Cosi L. FORMISANO, Nota al testo, in D'ANGELO MATASSA 1993, P. XXII. * Lecoy 1965-70, p. xt1. I testimoni su cui sono verificate le lezioni di «R» sono Dijon, LA TRADIZIONE MANOSCRITTA XxLOI niel Poirion si basa su un solo manoscritto (BnF, fr. 25523, siglato «Z», scelto tra gli ausiliari di Lecoy)*. Un’altra strada segue Ar- mand Strubel, che sceglie come testo base due manoscritti diversi: il fr. 12786 («Da») per la parte di Guillaume de Lorris, e il fr. 328 (9a, considerato gia da Gaston Paris «une des plus anciennes et des meilleures legons du Roman de la Rose») per Jean de Meun*. Il testo che riproductamo é quello di Lecoy. I pochissimi pun- ti in cui nella traduzione si sono preferite lezioni diverse sono se- gnalati e discussi in nota. Bibliotheque municipale, 524 («C»), Paris, BaF, fr. 12786 («Da»), BnF, fr. 25523 («Z») € BoF, fr. 1559 («L»), ai quali per la parte di Jean de Meun si aggiunge «A» (Chantilly, Musée Condé, 686), «manuscrit frére» di «R», con qualche Japsus e svista in meno. ® POIRION 1974. * STRUBEL 1992. BIBLIOGRAFIA acura di Silvia De Laude Principali edizioni del «Roman de la Rose» BARIDON, S. F. (a cura di) 1957. Le Roman de la Rose dans la version attribuée 4 Clément Marot, Istituto editoriale cisalpino, Varese-Milano. D’ANGELO MATASSA, G. 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Parigi, Bibliothéque nationale, ms fr. 1575, £. rv. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio). . L’Amante colpito dalle frecce d’Amore, miniatura francese, 1350. Londra, British Library, ms Add. 31840, f. 15. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio) . L’Amante e il dio d’Amore, miniatura fiamminga, 1500 circa. Londra, British Library, ms Harley 4425, f. 250. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio) . L’Amante e Benaccolgo, miniatura fiamminga, 1490 circa. Londra, British ibrary, ms Harley 4425, f. 36. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio) . L’Amante si avvicina alle rose, miniatura francese, 1450. Londra, British Library, ms Harley 4425, f. 184v. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio). . I castello di Gelosia, miniatura fiamminga, 1490. Londra, British Library, ms Harley 4425, f. 39. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio). Jean de Meun scrive il Roman de la Rose, miniatura francese, 1480. Seocectme, Royal Library Stockholm. (Foro Gianni Dagli Orti / Picture Desk Images / Mondadori io). Il marito geloso, miniatura francese, xIv secolo. Pasig, Bibliotheque Suimte-Genevitve, ms 1126, {. 66. (The Bridgeman Art Library / Archivi Alinari). Falso Sembiante, xm secolo. Parigi, Bibliothéque Sainte-Genevitve, ms 1126. (Foto Kharbine-Tapabor / Art Resource). Le navi di Giasone, miniatura fiamminga, 1490. Londra, British Library, ms Harley 4425, f. 86. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio). Natura nella sua fucina, xm secolo. Parigi, Bibliothtque Ssinte-Genevitve, ms x126. (Foto Kharbine-Tapabor / Art Resource). Maestro del Libro di Preghiere, Zeuxis dipinge le modelle nude, 1500. Londra, British Library, ms Harley 4425, f. 142. (Foto Akg Images / Mondadori Portfolio). Pigmalione e la sua statua, miniatura, x1v secolo. Valencia, Bibliotece dell'Universita. (Foto Aisa / Leemage). ROMANZO DELLA ROSA L’allegoria immobilizza i sogni. E da’immagine dell’inquietudine irrigi W. BENJAMIN, Angelus Novus Impossibile & sempre la rosa... J.W. GOETHE, I! libro di Suleika Romanzo della Rosa di Guillaume de Lorris [ra] 20 24 (b] 28 ICI COMENCE LE ROUMANZ DE LA ROSE Aucunes genz dient qu’en songes n’a se fables non et menconges; mes |’en puet tex songes songier qui ne sont mie mengongier, ainz sont aprés bien aparant, sien puis bien traire a garant un auctor qui ot non Macrobes, qui ne tint pas songes a lobes, ancois escrit l’avision qui avint au roi Scypion. Qui c’onques cuit ne qui que die qu’il est folor et musardie de croire que songes aviegne, qui se voudra, por fol m’en tiegne, quar endroit moi ai ge fiance que songes est senefiance des biens as genz et des anuiz, que li plusor songent de nuiz maintes choses covertement que l’en voit puis apertement. El vintieme an de mon aage, el point qu’Amors prent le paage des jones genz, couchier m’aloie une nuit, si con je souloie, et me dormoie mout forment, et vi un songe en mon dormant qui mout fu biaus et mout me plot; mes en ce songe onques riens n’ot qui tretot avenu ne soit sicon li songes recensoit. (ra) 2 20 24 (b} 28 QUI COMINCIA IL ROMANZO DELLA ROSA Dicono alcuni che nei sogni ci sono solo favole e menzogne; si possono invece sognare sogni che non sono affatto menzogneri, anzi sono poi del tutto chiari, e ne posso citare a garante un autore di nome Macrobio, che non li considerava certo fole, anzi, descrisse la visione che era apparsa al re Scipione. Chiunque pensi 0 dica che é follia e ingenuita credere che i sogni si avverino, chi la pensa cosf, mi consideri pazzo, ma quanto a me, sono sicuro che un sogno é preannuncio di gioie e di dolori agli umani, poiché molti sognano di notte oscuramente molte cose che poi si rivelano chiaramente. Nel ventesimo anno della mia vita quando Amore riscuote il suo pedaggio dai giovani, me n’ero andato a dormire una sera, come ero solito fare, e dormivo molto profondamente ¢ feci un sogno mentre dormivo che era molto bello e mi piacque molto; ma in quel sogno non c’era nulla che non sia poi ben presto avvenuto cos{ come il sogno lo raccontava. 32 36 40 44 8 52 [al 56 60 64 2 GUILLAUME DE LORRIS Or veil cel songe rimeer por vos cuers plus feire agueer, qu’Amors le me prie et comande. Et se nule ne nus demande comant je veil que li romanz soit apelez que je comanz, ce est li Romanz de la Rose, ou l’art d’Amors est tote enclose. La matire est et bone et nueve, or doint Dex qu’en gré le receve cele por qui je l’ai empris: c’est cele qui tant a de pris et tant est digne d’estre amee qu’el doit estre Rose clamee. Avis m’iere qu’il estoit mais, il aja bien .v. anz ou mais, qu’en may estoie, ce sonjoie, el tens enmoreus, plain de joie, el tens ou toute rien s’esgaie, que l’en ne voit buisson ne haie qui en may parer ne se veille et covrir de novele fuelle. Li bois recuevrent lor verdure, qui sunt sec tant come yver dure; la terre meismes s’orgueille por la rosee qui la mueille, et oublie la povreté ou ele a tot l’iver esté; lors devient la terre si gobe qu’el velt avoir novele robe, si set si cointe robe feire que de colors ia .c. peire; l’erbe et les flors blanches et perses et de maintes colors diverses, c’est la robe que je devise, por quoi la terre mielz se prise. Li oisel, qui se sont tei tant come il ont le froit ett et le tens divers et frarin, sont en may por le tens serin si lié qu’il mostrent en chantant qu’en lor cuers a de joie tant 32 36 40 44 48 52 [a] 68 R 31-72 Ora voglio mettere in rima quel sogno per rendere piti vivi i vostri cuori, poiché Amore mi prega e lo vuole. E se qualcuna o qualcuno chiedesse che venga chiamato il romanzo che sto per iniziare, 8, dico, il Romanzo della Rosa dove é tutta rinchiusa l’arte d’Amore. L’argomento é buono e nuovo, conceda Dio che lo riceva con piacere colei per cui |’ho intrapreso: é colei che ha tanto valore e tanto é degna di essere amata che deve essere Rosa chiamata. Mi sembrava che fosse di maggio, sono passati ben cinque anni o pit, ero nel mese di maggio, cos{ sognavo, nella stagione dell’amore, piena di gioia, la stagione in cui ogni cosa ride, enon si vede cespuglio o siepe che in maggio non si voglia vestire ¢ ricoprire di foglie novelle. I boschi, spogli tanto che l’inverno dura, titrovano la loro verzura; persino la terra si esalta per la rugiada che la bagna, e dimentica la penuria in cui é stata tutto l’inverno; la terra diventa allora cosi vanitosa che vuole avere una veste nuova, ¢ sa farsene una cos{ graziosa che sfoggia cento coppie di colori; Yerba ei fiori, bianchi e azzurri e di infiniti colori diversi, ecco la veste di cui vi parlo, con cui Ja terra pid si mette in valore. Gli uccelli, che hanno taciuto finché hanno sofferto il freddo ¢ il tempo incostante e rigido, in maggio, col tempo sereno, sono cosi lieti che mostrano cantando che nei loro cuori c’é tanta gioia 7% Bo 84 2) 92 104 108 (zal GUILLAUME DE LORRIS qu’il lor estuet chanter par force. Li rosignox lores s’esforce de chanter et de feire noise; lors se deduit et lors s’envoise li papegauz et la kalandre; lors estuet joines genz entendre a estre gais et amoreus por le tens bel et doucereus. Mout a dur cuer qui en may n’aime, quant il ot chanter sus la raime as oisiaus les douz chans piteus. En icelui tens deliteus, que toute rien d’amer s’esfroie, songai une nuit que j’estoie. Lors m’iere avis en mon dormant qu’il iere matin durement; de mon lit tantost me levé, chaugai moi et mes mains lavé; lors trés une aguille d’argent d’un aguillier mignot et gent, si prins l’aguille a enfiler. Hors de vile oi talant d’aler por oir des oisiaus les sons, qui chantent desus les buissons en icele saison novele. Cousant mes manches a videle, m’an vois lors tot sol esbatant et les oiseleiz escoutant, qui de chanter mout s’engoissoient por les jardins qui florissoient. Jolis, gais et pleins de leesce, vers une riviere m’adreice que j’oi pres d’ilecques bruire, car ne me soi aler deduire plus bel que sus cele riviere. D’un tertre qui pres d’ilec iere descendoit l’eve grant et roide; clere estoit l’eve, et ausi froide come puis ou come fontaine, si estoit poi maindre de Saine, mes ele estoit plus espandue. Onques mes n’avoie veiie cele eve qui si bien seoit; 76 84 (4) 104 108 112 [eal 73-115 [2a] che devono cantare per forza. Ecco che si sforza di cantare l’usignolo e dispiega la sua melodia; ecco che si rallegra e si diverte il pappagallo e anche la calandra; € i giovani ora devono cercare di essere gai e innamorati perché il tempo é bello e pieno di doleezza. Ha il cuore ben arido chi in maggio non ama, quando sente cantare agli uccelli, tra i rami, i dolci, teneri canti. In quel tempo pieno di delizie, quando ogni cosa s’industria ad amare, sognai una notte di esserci anch’io. Mi sembrava, nel mio sogno, che fosse mattina, molto presto; mi alzai in fretta dal letto, mi calzai e mi lavai le mani; poi presi un ago d’argento da un porta aghi graziosetto e raro, e cominciai a infilare !’ago. Mi venne voglia di uscire dalla citta per ascoltare il cinguettio degli uccelli che cantano sui cespugli in quella stagione novella. Cucendomi le maniche ben strette, me ne vado allora tutto solo gioendo e ascoltando gli uccellini, che si sgolavano a cantare per i giardini in fiore. Grazioso, gaio e pieno di letizia, mi dirigo verso un ruscello che sento mormorare li vicino, poiché non conosco luogo piti bello per divertirmi che lungo quel ruscello. Da una collina li vicino scendeva l’acqua fresca in grande quantita; chiara era l’acqua, e cosi fresca come di pozzo o di fontana, e era di poco meno profonda della Senna, ma era certo pit larga. Non avevo ancora mai visto quell’acqua essere cosi bella; Io 116 124 128 132 136 140 144 (b) 148 152 156 GUILLAUME DE LORRIS si m’abelissoit et seoit a regarder le leu pleisant. De l’eve clere reluisant mon vis refreschi et lavé, si vi tot covert et pavé le fonz de l’eve de graveile. La praierie grant et bele tres qu’au pié de l’eve bastoit; clere et serie et neite estoit la matinee, et atempree. Lors m’en alai par mi la pree contreval l’eve esbanoiant, tot le rivage costoiant. Quant j’oi un poi avant alé, si vi un vergier grant et lé, tot clos de haut mur bataillié, portret dehors et entaillié a maintes riches escritures. Les ymages et les pointures dou mur volentiers remirai; si vos conterai et dirai de ces ymages la semblance, si com moi vient a remenbrance. Enz en le mileu vi Haine, qui de corroz et d’ataine sembla bien estre meneresse; corroceuse et tangoneresse et plaine de grant cuvertage estoit par semblant cele ymage; si n’estoit pas bien atornee, ainz sembloit fame forsenee. Rechinié avoit et froncié le vis, et le nés secorcié; hisdeuse estoit et ruillie, et si estoit entorteillie hisdeusement d’une toaille. Un autre ymage d’autre taille a senestre avoit delez lui, son non desus sa teste lui, apelee estoit Felonie. Un ymage qui Vilanie avoit non revi devers destre, qui estoit auques d’autel estre 116 120 124 128 132 136 140 144 tb] 148 152 156 116-158 11 e mi piaceva e mi deliziava guardare quel luogo piacevole. Con I’acqua chiara e lucente mi rinfrescai e mi lavai il viso e vidi cosf il fondo dell’acqua tutto coperto e lastricato di piccola ghiaia. Il prato grande e bello giungeva fino ai piedi dell’acqua; chiara e pura e limpida era la mattina, e tiepida. Allora me ne andai git per il prato verso l’acqua a divertirmi, passo passo lungo la riva. Dopo avere passeggiato un po’, vidi un giardino grande e vasto, tutto cintato da un alto muro merlato, dipinto all’esterno e inciso di mille ricche iscrizioni. Guardai volentieri le immagini e le incisioni del muro; ora vi dird e descriverd L’aspetto di quelle immagini, cos{ come mi torna alla mente. Proprio nel mezzo vidi Odio, che mi sembré essere davvero portatore di cruccio e di disprezzo; piena di rabbia e litigiosa e chiusa in mille raggiri cosi sembrava l’immagine all’aspetto; € non era certo composta, anzi, sembrava una forsennata. Aveva il viso raggrinzito e rugoso, ¢ il naso rincagnato; era orribile e rugginosa, eera tutta infagottata in modo orribile in un pezzo di stoffa. Un’altra immagine di altra statura le stava accanto a sinistra, il nome le splende sulla testa, si chiamava Slealta. Un’immagine, che aveva nome Villania, vidi poi sulla destra, anch’essa dello stesso tipo 12 164 172 [a] 176 184 192 GUILLAUME DE LORRIS con ces .u. et d’autel faiture. Bien sembla male criature, fole et crueus et outrageuse et mesdisant et ramponeuse. Mout bien sot poindre et portroire cil qui sot tele image feire, qui sembloit chose mout vilaine. Bien sembloit estre d’afiz plaine et fame qui petit seiist d’anorer ceus qu’ele deiist. Aprés fu pointe Covoitise. C’est cele qui la gent atise de prendre et de noiant doner et les granz avoirs aiiner; c’est cele qui fet a usure prester mainz, por la grant ardure d’avoir conquere et d’asembler; c’est cele qui semont d’embler les larrons et les ribaudiaus, si est granz pechiez et granz maus, qu’en la fin maint en covient pendre; c’est cele qui fet |’autrui prendre, rober, tolir et bareter (en nul pris n’en puet en monter); c’est cele qui les tricheors fet toz; et les faus pledeors ont maintes foiz par lor faveles as demoisiaus et au puceles lor droites heritez tolues. Recorbelees et crochues avoit les mains icele ymage; si fu droiz, que tot jors enrage Covoitise de |’autrui prendre; anule rien ne velt entendre fors que a |’autri acrochier: Covoitise a |’autrui trop chier. Une autre ymage i ot asise coste a coste de Covoitise, Avarice estoit apelee. Laide estoit et sale et folee cele ymage, et meigre et chetive et ausi vert come une cive. Tant par estoit descoloree