Sei sulla pagina 1di 29

1

Fondamenti di sociolinguistica

1. La collocazione della sociolinguistica fra le scienze del linguaggio

1.0 Considerazioni iniziali


La sociolinguistica apparsa sulla scena degli studi linguistici circa una trentina di anni fa e ha
subito suscitato entusiasmi, in quanto appariva come una linguistica dal volto umano, pi realistica
e vicina allesperienza quotidiana. Non bisogna per avvicinarsi a questa disciplina pensando, come
Dittimar, che essa possa aiutare a risolvere i problemi cruciali della comunicazione. Non si pu
infatti avere speranza nel valore taumaturgico di unarea di ricerca o di un approccio scientifico.
Inoltre sbagliato, e anche illusorio, valutare il successo delle ricerche in una certa area disciplinare
in termini di efficacia nel risolvere problemi sociali.
La sociolinguistica (abbreviato SL) si occupa di come parla la gente. Questa disciplina molto
praticata, nel senso che esistono molti studi e ricerche, oltre a numerosi manuali e trattati, e ben
quattro importanti riviste internazionali, ma poco istituzionalizzata, in quanto vi sono ancora pochi
insegnamenti universitari denominati Sociolinguistica. La posizione della SL tra le scienze del
linguaggio tuttora controversa.
Laggettivo SOCIOLINGUISTICO pu essere usato sia per indicare inerente a rapporti fra la
lingua e la societ/in cui sono rilevanti aspetti sia linguistici che sociali/relativo a fatti linguistici
che in qualche modo implichino il riferimento allo sfondo sociale ovvero per indicareinerente alla
sociolinguistica.

1.1 Definizione della sociolinguistica


I confini dellarea disciplinare chiamata SL non sono ancora ben definiti, in quanto ci sono opinioni
diverse a riguardo. Le opinioni maggioritarie vedono la SL come un settore della linguistica, o
unarea interdisciplinare tributaria della linguistica e della sociologia, e quindi non come autonoma.
La grande opera di Ammon-Dittimar-Mattheier (1987,1988), invece, presuppone chiaramente ed
esplicitamente una concezione della SL come disciplina autonoma.
Le definizioni non sono univoche. Secondo Fishman (1975), che parla di sociologia del linguaggio,
ad esempio, la SL <<concentra la sua attenzione sullintera gamma degli argomenti connessi
allorganizzazione sociale del comportamento linguistico>>. Secondo Hudson (1980), invece, la SL
<<lo studio della lingua in rapporto con la societ>>. Secondo Cardona (1988), la SL un
<<ramo della linguistica che si propone lo studio in senso lato dei rapporti tra societ e attivit
linguistica>>.
Hymes (1980), Mioni (1983) e Giglioli (1973), vedono la SL come un ambito multidisciplinare.
Hymes afferma che una SL a fondamento antropologico-etnografico ingloba come sua sottoparte la
linguistica. Labov (1972a/b), come anche i variazionisti angloamericani, sostiene che solo lo
<<study of language in its social context>> la vera linguistica, e lo studio della variabilit
linguistica il focus della linguistica in generale. Trudgill (1974a) non condivide lassunto
assolustistico che la SL sia tutta la linguistica, ma caratterizza la peculiarit della disciplina sulla
base degli obiettivi che si pongono i ricercatori, distinguendo ricerche con obiettivi sociologici,
richerche con obiettivi sia sociologici che linguistici e ricerche con obiettivi completamente
linguistici, attribuendo solo a queste ultime letichetta di SL. Downes (1984), infine, definisce la SL
come <<that branch of linguistics which studies just those properties of language and languages
which require reference to social, including contextual factors in their explanation>>.
2

Tutte queste definizioni non si basano sugli obiettivi della disciplina. Berruto riassume una
definizione del lavoro nei termini seguenti: la SL un settore della scienza del linguaggio che studia
le dimensioni sociali della lingua e del comportamento linguistico, vale a dire i fatti e i fenomeni
linguistici che, e in quanto, hanno rilevanza o significato sociale.
1.2 Ambito della sociolinguistica, aree e discipline contermini
La SL in senso stretto (settore 1 schema 1 pag.14) ha come ambiti di applicazione lo studio della
natura e delle manifestazioni della variabilit linguistica, del rapporto fra lingua e stratificazione
sociale, della covarianza tra fatti linguistici e variabili sociali. Un concetto centrale qui
ovviamente quello di variazione. Letichetta di SL in senso lato (settore 2 schema1) comprende
invece unampia gamma di tematiche meglio note come sociologia del linguaggio, ovvero lo studio
della distribuzione, della collocazione, della vita e dello status dei sistemi linguistici nelle societ.
Alla periferia della SL si trovano diversi settori variamente denominati: (A) la dialettologia, distinta
sua volta in sociale e urbana; (B) la creolistica; (C) la linguistica delle variet (Variettenlinguistik).
Con queste tre aree ci troviamo a livello di analisi dei sistemi linguistici. Con i prossimi settori
confinanti ci spostiamo a livello dellanalisi delluso della lingua. Questi settori sono: (D) la
linguistica pragmatica, cio lo studio della lingua e delle produzioni verbali come e in quanto modo
di azione; (E) lanalisi dellinterazione verbale, e in particolare della conversazione; (F)
letnometodologia, che mira ad analizzare i modi in cui i partecipanti stessi ad un evento di
interazione categorizzano, costruiscono e interpretano levento in atto. Vanno ricordati anche: (G)
letnografia della comunicazione, (H) letnolinguistica, (I) la psicologia sociale del linguaggio (o
sociopsicologia del linguaggio) , cio lo studio di impiego della lingua nelle interazioni
comunicative da un punto di vista psicologico e dei rapporti fra comportamento linguistico, reazioni
e atteggiamenti dei parlanti.
Lo schema 1 pag.14 mostra i rapporti fra i principali settori di ricerca che coinvolgono la lingua e la
societ. Da questa sommaria schematizzazione apparir che in fondo lapporto della sociologia alle
diverse anime della SL non poi quantitativamente centrale. Ci corrisponde, secondo Berruto, al
fatto che nella SL i fatti sociali sono un indispensabile ingrediente, ma la natura dei problemi,
limpostazione della ricerca e il valore dei risultati non sono riconducibili alla sociologia. La SL non
si configura attualmente come un aggregato di linguistica e sociologia, bens come una prospettiva
sul linguaggio nella societ, una linguistica che tiene conto dei fatti sociali, insomma una
sottodisciplina della linguistica.
1.3 Rapporti tra sociolinguistica e linguistica
Sul problema dei rapporti fra la SL e la linguistica in generale e sulla rilevanza della SL per la
linguistica, esistono due orientamenti principali contrapposti: una posizione debole, che vede la SL
come un settore di studio complementare e subordinato allo studio della struttura linguistica e alle
teorie della grammatica; e una posizione forte, che nega la validit di una linguistica interna pura e
insiste sulla necessit di concepire la linguistica in modo da includere nellanalisi della lingua dati e
fatti sociali. Fra questi due estremi si collocano diverse posizioni intermedie. La SL da un lato
presuppone la linguistica interna stessa, ma dallaltro va considerata una parte della linguistica
esterna con una propria autonomia e una propria validit. Una volta daccordo sulla pari dignit di
linguistica generale o teorica e SL, necessario chiarire meglio le identit e le differenze reciproche
di metodi, finalit e oggetti di ricerca. Ci che studia e cerca di spiegare la SL non ci che studia e
cerca di spiegare la linguistica generale o teorica. Secondo Labov (1992), la gran parte delle regole
astratte e delle strutture della lingua sarebbe insensibile ai fattori sociali. Secondo Hymes, invece,
3

tutto nella struttura della lingua sarebbe da vedere almeno in qualche misura connesso con la sua
funzione socio-comunicativa.
Secondo Berruto, possiamo pensare che esistano tre parti o piani o tipi di elementi diversi nella
struttura della lingua, o meglio nella grammatica. La schema 2 pag.20 mostra: (A) una parte
immune dal contesto extralinguistico, indipendente ad esso ed insensibile ad esso nella sua
organizzazione, dominio dei principi della grammatica puri; (B) una parte condizionata dal contesto
extralinguistico ma indipendente da quello sociale, in cui i principi interni interagiscono con fatti di
dominio della pragmatica; (C) una parte condizionata dal contesto sociale propriamente detto, in
sovrapposizione o non con la dipendenza dal contesto extralinguistico non sociale. Sembra che
buona parte degli elementi, delle categorie e delle regole della struttura linguistica appartenga al
primo tipo (A): le reggenze e dipendenze della frase, i ruoli sintattici, le opposizioni morfologiche e
fonetiche, non paiono governati in nulla dal contesto extralinguistico, e nemmeno da quello sociale.
Altri aspetti della struttura paiono invece significativamente condizionati dal contesto pragmatico
(B): il caso ad esempio delle manifestazioni della deissi. La presenza di tratti del terzo tipo (C)
scarsa ma in stretta relazione a singole lingue e culture. A questo livello, le possibilit di azione
della SL sono evidentemente ridotte. Il discorso diverso se ci spostiamo sul piano della
distribuzione negli usi delle strutture generati dalla grammatica: in linea di principio, tutte le
strutture effettive prodotte dalla grammatica sono suscettibili di assumere significato
sociolinguistico.
Riassumendo, possiamo dire che vi sono due oggetti specifici della SL: da un lato, i tratti del
sistema sensibili al contesto sociale (dove la parte spettante alla SL, in confronto a quella della
linguistica teorica, scarsa; ma dove la linguistica teorica, o autonoma, e la SL lavorano sullo stesso
piano); dallaltro, luso sociale e il valore sociale (manifesto o latente) presso i parlanti di, in
principio, ogni elemento realizzato della lingua (dove la lingua parte di ambito della SL pu
consistere in tutta la lingua; ma dove la SL lavora dopo la linguistica teorica, autonoma). In
conclusione, il modo migliore di porre le relazioni tra SL e linguistica quello di constatare la
parziale autonomia e complementariet delle due discipline, e di non confonderne oggetti e metodi.
La SL presuppone la linguistica, di cui utilizza larga parte dellapparato terminologico e nozionale e
di cui condivide largamente limpostazione dei problemi; ma daltra parte unarea di studio con
propri compiti, obiettivi e criteri di lavoro.
1.4 Sociolinguistica in senso stretto
La SL in senso stretto e la sociologia del linguaggio possono essere considerati due ambiti
fondamentali della SL in senso lato. Vi sono fattori importanti che differenziano le due aree e che
giustificano una loro separazione. Il primo consiste nel fatto che sono radicalmente diversi i dati in
cui operano la SL in senso stretto e la sociologia del linguaggio. La SL in senso stretto lavora su
items linguistici e i suoi dati sono produzioni linguistiche concrete, realizzazioni del sistema
linguistico prodotte dai parlanti. La sociologia del linguaggio invece lavora su oggetti non
direttamente prodotti dai parlanti come estrinsecazione del sistema linguistico, e i suoi dati sono
costituiti dai sistemi linguistici stessi nel loro insieme e dalle loro variet, dagli schemi
comportamentali e da norme, atteggiamenti e valori dei gruppi di parlanti. Un altro criterio di
separazione dei due campi dato dalla distanza rispetto alla sociologia. La sociologia del
linguaggio infatti molto pi vicina della SL in senso stretto agli interessi dei sociologi. Inoltre la
SL in senso stretto tende a lavorare a livello micro-sociolinguistico (riguardante singoli fenomeni
linguistici), mentre la sociologia del linguaggio tende a lavorare a livello macro-sociolinguistico
(riguardante studi a larga scala). Sotto la denominazione di sociologia del linguaggio andranno
4

quindi tutti quegli studi aventi come oggetto la composizione linguistica delle nazioni, la
costituzione e la tipologia dei repertori linguistici delle comunit, le manifestazioni sociali del
plurilinguismo, la politica e la pianificazione linguistiche, la sostituzione e la morte delle lingue,
ecc.
1.5 Due tipi di sociolinguistica: sociolinguistica correlazionale e sociolinguistica interpretativa
Esistono due tipi fondamentali di approccio scientifico ai rapporti tra lingua e societ. Il primo,
lapproccio <<correlazionale>> o <<correlativo>>, rappresentato emblematicamente dai lavori di
Labov ed caratterizzato dal fatto che i fattori e le variabili sociali sono assunti come indipendenti e
non costituiscono oggetto di studio. Il secondo approccio, detto <<funzionale>> o
<<interazionista>>, e talvolta anche <<interpretativo>>, rappresentato emblematicamente dai
lavori di etnografia della comunicazione, in particolare quelli di Gumperz, e assume che il
comportamento linguistico e i fatti sociali sono almeno in parte co-determinantisi, senza che si
debba n si possa stabilire una direzione prioritaria tra gli uni e gli altri. Nelle schema 3 pag.26 sono
illustrate le relazioni causali forti fra struttura sociale e comportameto sociale da un lato e fra
struttura linguistica e comportamento linguistico dallaltro. La linea doppia indica le relazioni molto
forti, la linea semplice indica una chiara influenza, e la linea tratteggiata indica uninfluenza pi
debole e indiretta.
Lapproccio correlazionale, secondo il quale la SL studia le strutture linguistiche e il
comportamento linguistico cercando gli aspetti della societ che sono in correlazione con i
fenomeni linguistici, li influenzano o addirittura li determinano; stato prevalente nel primo
sviluppo della SL. Dallinizio degli anni Ottanta vi stato un evidente progressivo spostamento di
interessi verso unimpostazione pi qualitativa, incentrata sulle strategie di interazione, le intenzioni
e le interpretazioni dei partecipanti, i significati sociali, i processi di costruzione dellattivit
linguistica. In questo ripensamento metodologico si sono moltiplicate le prese di posizione per un
riorientamento generale della SL nel senso dellapproccio interpretativo.

2. Problemi e presupposti teorici della sociolinguistica

2.1 Statuto teorico della sociolinguistica


Lo statuto teorico della SL tuttora controverso. Non esiste una <<teoria sociolinguistica
unificata>> del linguaggio. necessario distinguere da un lato il problema della funzione ed
elaborazione teorica della SL in quanto tale, e dallaltro il problema dellapporto della (teoria della)
SL alla teoria linguistica. Le riflessioni teoriche generali pi ambiziose e i tentativi di costruzione di
un modello globale circa i rapporti tra lingua e societ e la dimensione sociale della lingua nopn si
sono sviluppati allinterno della SL in senso stretto, bens nelle zone di confine tra SL e linguistica
strutturale-funzionale e tra SL e linguistica antropologica.
I tentativi di Halliday(concezione del linguaggio come semiotica sociale, basata sulla
considerazione della lingua in termini di potenziale semantico che risponde ad una gamma
diversificata di funzioni e viene attivato mediante una rete di opzioni che si realizzano ) e di
Hymes(etnografia della comunicazione, manca unesplicita realizzazione in un corpo significativo
di applicazioni empiriche su differenti situazioni ) sono rispettivamente, il primo interessato
maggiormente alla linguistica teorica e il secondo di difficile accostamento alle societ occidentali.
La costruzione di modelli teorici rigorosi in SL difficile per due motivi: la prima difficolt data
dal suo stesso oggetto e dalla variet dei fenomeni di cui dare conto, e la seconda difficolt data
dalla duplice natura contemporanea dei fatti da spiegare, che andrebbero considerati sul doppio
5

versante linguistico e sociale e chiamano in causa pi costrutti di diversa natura. Tenuto conto di
queste difficolt, gli obiettivi teorici che la sociolinguistice deve porsi sono essenzialmente due: a)
trovare e formulare principi generali della correlazione tra fatti linguistici e fatti sociali; b) elaborare
modelli di descrizione e analisi della variabilit sociolinguistica. La prospettiva interdisciplinare
avanzata da Dittmar appare poco convincente, nella considerazione che questa comporterebbe
lassociazione di unampia gamma di fattori che vanno dalla sociologia alla teoria della grammatica.
I requisiti minimi per una buona fondazione teorica della SL consistono nellavere consapevolezza
dei problemi e nellottenere il massimo di rigore e precisione nelle definizioni.
2.2 Il carattere delle descrizioni e spiegazioni in sociolinguistica
Esistono nelle scienze due grandi classi di spiegazioni: causali, basate sul rapporto fisico di causa ed
effetto, tipiche delle scienze naturali; teleologiche, basate sulle intenzioni, tipiche delle scienze
umane e sociali. La linguistica comparteciper di entrambe le classi di spiegazioni, dal momento
che nel linguaggio sono presenti allo stesso tempo aspetti naturali e aspetti culturali. La SL, invece,
dato che il suo oggetto va posto quasi esclusivamente nellambito dei fatti di cultura, deve cercare la
propria validit e identit tra le scienze umane e sociali. Esistono diversi tipi di spiegazioni
epistemologicamente possibili:
- spiegazioni in senso forte, cosiddette nomologico-deduttive che, dato un certo fenomeno da
spiegare (explanandum), lo derivano in maniera necessaria da una premessa (una legge, explanans)
e dalle condizioni antecedenti verificate;
- spiegazioni in senso debole, che colgono generalizzazioni senza poter porre relazioni necessarie ed
esaustive di causa ed effetto tra i dati da spiegare, le condizioni osservate e un principio generale da
cui ricavare i dati;
- spiegazioni funzionali, la cui formulazione consiste nellaffermare che un dato Y dipenda da un
principio X in ragione della sua funzione, di ci a cui serve, del ruolo che gioca in un tutto;
- spiegazioni genetiche o genealogiche, secondo le quali lexplanandum Y tale perch riportabile
sullasse temporale ad un suo antecedente X, da cui deriva o discende.
Tutti questi tipi di spiegazione sono caratterizzati dal fatto di cercare di riportare i dati empirici a
principi generali dalla cui applicazione quelli si possono ricavare, sono presenti e praticati nella
linguistica. Le affermazioni esplicative caratteristiche della SL collegano il particolare al generale in
maniera probabilistica e non determinstica, e sono fondamentalmente relativistiche.
Il reale statuto epistemologico dei procedimenti teorici delle scienze del linguaggio non stato
ancora chiarito in maniera unanime. Secondo Itkonen (1982a), le discipline linguistiche operano su
fatti ed eventi spazio-temporalmente localizzati e adottano necessariamento modelli analitici.
Secondo Downes (1984), nella SL vi sono due modi ben diversi di accostarsi alla fondazione teorica
delle affermazioni. Inoltre il linguaggio unisce fatti di natura fisica, fatti sociali e fatti individuali
(lintenzionalit umana), per cui necessita di diversi tipi di spiegazioni. Keller (1990), superando la
classica dicotomia tra fatti di natura e fatti di cultura, distingue nelluniverso degli explananda tra
tipi diversi di fenomeni: fenomeni che non sono fine di intenzioni n risultato di azioni umane
(fenomeni della natura), fenomeni che sono risultato di azioni umane e fine di intenzioni (artefatti),
e fenomeni che sono il risultato di azioni umane ma non fine di intenzioni (fenomeni del terzo tipo).
A questi ultimi apparterrebbe la lingua, che conterrebbe quindi sia aspetti e tratti di un artefatto sia
aspetti e tratti di un fenomeno della natura. Secondo Berruto, infine, la recente tendenza a
privilegiare le componenti interazioniste e interpretative della SL, e quindi le spiegazioni
ermeneutiche del tipo teleologico, nasconde il pericolo di una delega dello specifico
sociolinguistico ad una generale scienza del mondo, con il rimando ad una congerie inesauribile di
6

singoli fatti inerenti allindividuo e al suo lavoro di costruzione continua della realt, trasformando
il sociolinguista in uno scienziato sociale.
2.3 <<Excursus>> sul funzionalismo in linguistica
Nella linguistica recente divenuta sempre pi chiara la biforcazione e contrapposizione fra due
grandi orientamenti teorici diversi: il filone formalista, rappresentato paradigmaticamente dalla
linguistica generativa ma tipico anche di altri concezioni teoriche e modelli del linguaggio; e il
filone funzionalista, estremamente vario ed eterogeneo, che racchiude unampia gamma di correnti
teoriche o impostazioni metodologiche aventi in comune il fatto di ritenere pi importante, nel
determinare i fenomeni linguistici e il modo in cui sono fatte le lingue, luso che non la struttura.
Tra le molteplici funzioni del linguaggio, il funzionalismo privilegia il suo essere strumento
dellinterazione comunicativa. Nelle impostazioni funzionaliste, la funzione comunicativa
considerata essenziale e caratterizzante, tale da incidere in misura pi o meno piena sulla forma
interna stessa del linguaggio e delle lingue.
Nella linguistica recente, lesempio pi lampante di modello rigorosamente funzionalista dato
dalla grammatica funzionale di Dik (1978, 1983, 1986, 1989), in cui il sistema linguistico visto
come un complesso di regole, strutture e principi motivati dalle condizioni di uso, la cui descrizione
va fatta nei termini delle specifiche funzioni che la lingua assolve. Le propriet strutturali che non
trovano una spiegazione funzionale sono ricondotte ad accidenti storici, che offuscano loriginale
rapporto tra funzione e forma. Anche la grammatica sistemica-funzionale di Halliday (1985, 1987)
fortemente funzionalista nelle sue affermazioni generali. Secondo Halliday, <<il linguaggio come
per ci che deve fare>>, e <<il funzionamento sociale del linguaggio riflesso nella struttura
linguistica-cio nellorganizzazione interna del linguaggio come sistema>>. Secondo R. Simone,
primaria <<lesigenza di non descrivere le lingue in astratto, ma in relazione a chi le adopera>>.
Secondo Martinet (1965), il principale esponente della corrente funzionale dello strutturalismo
europeo, il funzionalismo diventa una specie di tendenza immanente al sistema linguistico, inteso in
un certo senso come autonomo. Secondo Givon (1984), il linguaggio e la comunicazione sono parte
dei meccanismi cognitivi generali, ed esiste una netta correlazione tra funzione e struttura.
S. Kuno (1987), a differenza degli autori finora citati, accetta il paradigma generativista. Secondo
lui la linguistica funzionale rappresenta un approccio allanalisi della struttura linguistica in cui si
sottolinea la funzione comunicativa degli elementi, in aggiunta alle loro relazioni strutturali. La
sintassi funzionale concepita da Kuno una parte della linguistica funzionale, in cui le strutture
sintattiche vengono analizzate ponendo laccento sulle loro funzioni comunicative, con particolare
attenzione al concetto di <<empatia>>, inteso come il punto di vista del parlante posto in primo
piano.
Labov (1987) rappresenta una voce piuttosto critica nei confronti del funzionalismo, e sostiene che
c una tendenza a sovrastimare la portata dei fattori funzionali nella spiegazione della variazione e
del mutamento linguistico. Le considerazioni di tipo funzionale sono predominanti nel campo di
studi sul mutamento linguistico.
Un sociolinguista non pu non essere funzionale. In SL la quantit e il peso dei fatti affrontabili solo
in termini funzionali di gran lunga maggiore che in altri settori delle scienze del linguaggio.

2.4 Una lista di assiomi e postulati in sociolinguistica


Vedi il testo del paragrafo da pag.50 a pag.55.

3. Nozioni fondamentali e unit di analisi


7

3.1 Alcuni concetti sociolinguistici


3.1.1 Comunit linguistica
La nozione di comunit linguistica o comunit parlante una delle categorie di analisi basilari della
SL. Generalmente si intende per comunit linguistica una comunit sociale in quanto condivida
determinati tratti linguistici. Resta da chiarire cosa deve avere in comune una comunit linguistica.
Le definizioni che si incontrano in SL fanno perno alternativamente su diversi criteri. Un primo
criterio basato sulla sola lingua: comunit linguistica sar linsieme delle persone che usano una
determinata lingua. Definizioni di questo tipo si riscontrano, ed esempio, negli strutturalisti
americani, da Bloomfield in poi. Un secondo criterio a base socio-geografica ed implica una
comunanza di lingua e di stanziamento: comunit linguistica sar un gruppo di persone che
appartengono ad una determinata entit geografico-politica e condividono la stessa lingua. Secondo
Ferguson (1959), ad esempio, una comunit linguistica sarebbe formata da tutti quelli entro i confini
di un paese che parlano la stessa lingua.
Pi complesse, ma pi pregnanti, sono le definizioni che chiamano in causa i modelli di interazione.
Secondo Gumperz (1973), ad esempio, una comunit linguistica <<ogni aggregato umano
caratterizzato da uninterazione regolare e frequente per mezzo di un insieme condiviso di segni
verbali e distinto da altri aggregati simili a causa di differenze significative nelluso del
linguaggio>>. Questa una definizione di repertorio, nel senso che non implica il riferimento ad
ununica lingua, e si articola secondo tre criteri: la presenza di interazioni effettive, la condivisione
di variet di lingua, una riconoscibile diversit nelluso rispetto ad altri aggregati. Labov (1973a),
basandosi sul criterio degli atteggiamenti, definisce la comunit linguistica come <<un gruppo di
parlanti che condivide un insieme di atteggiamenti sociali nei confronti della lingua>>. Labov
accenna anche alla partecipazione di norme condivise.
La determinazione della nozione di comunit linguistica diventa via via meno semplice e, allo
stesso tempo, tendenzialmente pi ristretta, accavallandosi con quella di gruppo sociale, man mano
che si passa da criteri pi o meno oggettivabili (spazio geografico-politico, lingua) a criteri assai
poco osservabili (atteggiamenti, condivisioni di norme e valori, ecc.). Con definizioni come quelle
di Labov o di Hymes, o con quelle che chiamano in gioco un certo grado di autoconsapevolezza
psicologica, lidentificazione di una comunit linguistica diventa un risultato della stessa analisi
sociolinguistica e si pu stabilire solo a posteriori.
Per Milroy e Romaine la comunit linguistica viene a coincidere con una somma di reti sociali, in
cui vi pu essere una differenza anche ntevole di comportamenti e atteggiamenti linguistici.
Dittmar accetta una distinzione fra comunit linguistica e comunit di comunicazione.
DEFINIZIONE non tecnica---- insieme di persone, di estensione indeterminata, che condividono
laccesso a un insieme di variet di lingua e che siano unite da qualche forma di aggregazione
socio- politica.

3.1.2 Repertorio linguistico


Il concetto di repertorio linguistico (o repertorio verbale) meno controverso e problematico del
precedente. Un repertorio linguistico pu essere definito come linsieme delle risorse linguistiche
possedute dai membri di una comunit linguistica, cio la somma di variet di una lingua o di pi
lingue impiegate presso una certa comunit sociale. Tale concetto stato introdotto e teorizzato da
8

J.Gumperz, e tiene conto dei rapporti tra le variet di una lingua, della loro gerarchia e delle loro
norme di impiego. Il repertorio linguistico della comunit italiana sar quindi costituito dalla
somma dellitaliano con tutte le sue variet, dei vari dialetti con le loro rispettive variet, delle
lingue di minoranza o parlate alloglotte con le loro eventuali variet, e dei rapporti secondo cui tutte
queste variet si collocano in uno spazio sociolinguistico. Il repertorio linguistico rappresenta
lunit massima, riconosciuta al livello pi alto di analisi sociolinguistica.
Va sottolineato che non si tratta solo di una sommatoria delle variet linguistiche, quanto piuttosto
dellinsieme delle relazioni vigenti tra queste.
Anche leventuale commutazione di codice entra nella definizione di repertorio linguistico. Per
Gumperz il repertorio linguistico dovrebbe riferirsi anche e soprattutto al singolo parlante, ma
meglio riferirsi alla comunit.

3.1.3 Variet di lingua


Il concetto di variet di lingua molto generale e neutro. Le variet di lingua sono la realizzazione
del sistema linguistico presso classi di utenti e di usi. Ci che individua una variet di lingua il co-
occorrere, il presentarsi insieme, di certi elementi, forme e tratti di un sistema linguistico e di certe
propriet del contesto duso.
Nelle varie definizioni date dai sociolinguisti troviamo una duplice focalizzazione su tratti
linguistici e tratti sociali. Berruto definisce una variet di lingua come un insieme di tratti
congruenti di un sistema linguistico che co-occorrono con un certo insieme di tratti sociali,
caratterizzanti i parlanti o le situazioni duso.
La quantit di tratti linguistici che caratterizzano una variet non predeterminata. I tratti linguistici
tipici di una variet devono essere congruenti, vale a dire dotati di un certo grado di omogeneit
strutturale, che fa s che obbediscano a specifiche regole di co-occorrenza. La scelta di un elemento
di una certa variet implica la scelta di altri elementi della stessa variet o compatibili con essa. La
nozione di variet di lingua preliminare al riconoscimento di lingue diverse: due variet con un
certo grado di distanza strutturale possono essere alternativamente ritenute variet della stessa
lingua o variet di due lingue diverse sulla base di fatti non linguistici, e non esiste una soglia al di
qua o al di l della quale due variet diverse vadano considerate variet della stessa lingua o di due
lingue diverse.
Una lingua vista da un sociolinguista come una somma logica di variet, data dalla parte comune a
tutte le variet (il nucleo invariabile del sistema linguistico) pi le parti specifiche di ogni singola
variet o gruppi di variet. A questo costrutto si d a volte il nome tecnico di diasistema, mediante il
quale si intende un sistema di livello superiore, costituito da un sottosistema comune e da
sottosistema parziali, che riunisce in un unico sistema sistemi pi vicini, somiglianti, aventi molte
opposizioni in comune. Il limite inferiore a cui si pu riconoscere una variet di lingua, cio la
minima entit sociale a cui pu corrispondere una determinata variet, rappresentato dal singolo
individuo in una singola classe omogenea di situazioni. Per designare linsieme delle abitudini
linguistiche di un singolo parlante stato introdotto da Bloch (1948) il termine di <<idioletto>>,
che per utilizzato raramente in SL.
A cui si possono dare tre interpretazioni diverse
- quello originario di Bloch, la variet linguistica minima, insieme delle possibili realizzazioni
linguistiche di un parlante nel servirsi in un dato lasso temporale di una lingua per interagire con un
altro parlante; secondo tale accezion possibile che un individuo abbia pi idioletti, ciascuno
relativo alle eventuali lingue che egli conosca.
9

- intero complesso delle particolarit linguistiche di un parlante, coincidendo cos con il concetto di
repertorio linguistico individuale
- DEFINIZIONE RIGOROSA il modo di realizzare la lingua tipico di un parlante in un certo
insieme omogeneo di situazioni; viene cos invalidato il parlante singolo come entit minima sede
di variazione linguistica.

3.1.4 Competenza comunicativa


Il concetto di competenza comunicativa, nato nella seconda met degli anni Sessanta in
contrapposizione alla nozione di competenza linguistica di Chomsky (intesa come la conoscenza
interiorizzata che un parlante ha della propria lingua materna, indipendentemente dal contesto, ed
stato teorizzato con particolare attenzione da D. Hymes. La competenza comunicativa si riferisce al
padroneggiamento del repertorio linguistico da parte di un singolo parlante. Hymes (1979) definisce
la competenza comunicativa come la <<competenza riguardo a quando parlare e quando tacere, e
riguardo a che cosa dire, a chi, quando, dove, in qual modo>> che ogni bambino acquisisce,
interiorizzando <<la conoscenza delle frasi non soltanto in quanto grammaticali, ma anche in
quanto appropriate>>. Essa si articola e si determina in quattro parametri: <<1. Se (e in qual
misura) qualcosa formalmente possibile; 2. Se (e in qual misura) qualcosa realizzabile in virt
dei mezzi di esecuzione disponibili; 3. Se (e in qual misura) qualcosa apprpriato in relazione al
suo contesto duso e valutazione; 4. Se (e in qual misura) qualcosa effettivamente fatto, realmente
eseguito. Un esempio linguistico: un enunciato pu essere grammaticale, difficile, appropriato e
raro>>. La nozione di competenza comunicativa fondamentalmente un concetto programmatico,
che indica una prospettiva di ricerca e fornisce un quadro di orientamento globale, ed
relativamente poco importante sul piano operativo.
3.2 Alcuni concetti sociali
3.2.1 Situazione comunicativa
Vi sono alcuni concetti molto impiegati in SL, ma dotati di altro statuto, in quanto colgono aspetti
della realt sociale particolarmente pertinenti per lanalisi della dimensione sociale del linguaggio.
Si tratta quindi di costrutti sociologici spessp assunti come variabili indipendenti per descrivere e
spiegare la variabilit linguistica, in quanto pi immediatamente correlabili con essi.
Il primo di questi concetti la situazione, intesa come un insieme di circostanze in cui avviene un
evento di comunicazione linguistica, il luogo in cui lattivit linguistica si esplica. La pi nota
tassonomia dei componenti della situazione comunicativa quella proposta da Hymes (1992), che
ne individua ben sedici: il contesto ambientale, la scena, il parlante, il mittente, lascoltatore, il
destinatario, gli scopi-risultati, gli scopi-fini, la forma del messaggio, il contenuto del messaggio, la
chiave, i canali di comunicazione, le forme di parlata, le norme di interazione, le norme di
intepretazione ed i generi. Ma le categorie sembrano moltiplicabili in maniera illimitata. Preston
(1986) ha proposto una lista tassonomica di ben cinquanta fattori suscettibili di influire sulla
variazione linguistica, raccolto sotto le quattro macro-categoria di Partecipanti, Interazione, Codice
e Realizzazione.
Due nozioni importanti sono quelle di status e ruolo sociale, tra loro interdipendenti. Lo status la
posizione di una certa persona allinterno di una struttura sociale, linsieme delle propriet attribuite
ad una data posizione dallorganizzazione generale della societ. Gli status sociali sono stratificati
in una gerarchia che corrisponde alla disuguaglianza sociale: si parla quindi di status alti e status
bassi, indicandone la posizione nella gerarchia. Il ruolo sociale linsieme di ci che ci si aspetta da
10

un certo status, la configurazione di comportamenti esibiti o comunque attesi da parte dei membri di
una comunit in base al loro status.
Due distinzioni importanti relative al carattere della situazione sono quelle tra <<personale>> e
<<transazionale>> e quella tra <<informale>> e <<formale>>. Una situazione ha carattere
transazionale quando laccento posto sulle relazioni di status e di ruolo tra i partecipanti e
linterazione che vi avviene mira allo scambio oggettivo di merci materiali o culturali. Le situazioni
transazionali sono in genere regolate da norme sociali dettagliate e piuttosto rigide. Una situazione
ha invece carattere personale quando laccento posto sulla relazione interpersonale dei
partecipanti, che non sono visti in base al loro status ma per se stessi. Le situazioni personali hanno
molte meno restrizioni quanto alle aspettative e agli obblighi, doveri e diritti reciproci dei
partecipanti. Una situazione ha carattere formale quando focalizzata sul rispetto e sulla messa in
opera delle norme sociali, comunicative e linguistiche vigenti nella comunit, e lattenzione dei
partecipanti posta sulle forme esplicitamente codificate e sullaccuratezza del comportamento.
Una situazione informale invece sar poco o per nulla focalizzata sulle forme codificate e
sullaccuratezza del comportamento. Fishman (1975) suggerisce unulteriore distinzione, tra
<<situazione congruente>> e <<situazione incongruente>>. Una situazione incongruente quando
uno dei tra fattori principali che la costituiscono (messa in atto, luogo e momento) non omogeneo
con gli altri, mentre congruente quando <<tutti e tre gli ingredienti vanno di pari passo in modo
culturalmente accettato>>.
In SL la nozione di situazione il micro-contesto effettivo in cui si attualizza luso della lingua.
Nella SL recente vi unevidente tendenza a non considerare pi la situazione come data, come un
insieme precostituito di caratteristiche che si riverbera nella lingua; bens come costituita essa stessa
dallattivit linguistica.
3.2.2 Dominio
Nella realt effettiva, ogni singola situazione si presenta come unica e irripetibile, con evidenti
caratteri idiosincratici. Fishman ha introdotto un costrutto di livello superiore, quello di dominio,
usato soprattutto in sociologia del linguaggio. Mioni (1987) ha definito il dominio come <<a cluster
in interaction situations, grouped around the same field of experience, and tied together by a shared
range of goals and obligations: e.g. family, neighbourhood, religion, work, etc.>>. I domini
tradizionalmente riconosciuti nelle analisi di sociologia del linguaggio sono identificati in maniera
molto empirica. In genere si tratta di famiglia, vicinato, lavoro, istruzione, religione, eventualmente
ufficialit, vita militare, ecc. Lelenco aperto. La nozione di dominio poco rilevante in SL, ma si
inserisce bene in una scala gerarchica di costrutti che si possono tracciare per legare il livello
macro-sociolinguistico a quello micro-sociolinguistico. Questa scala si pu rappresentare con lo
schema 4 pag.79. Allestremo pi alto sta la societ, o sistema sociale, articolata in domini, a loro
volta costituiti da (classi di) situazioni ricorrenti. Le situazioni a loro volta hanno come componente
fondamentale gli eventi linguistici, costituiti da (una sequenza di) atti linguistici. Dallestremo
macro-sociolinguistico tipicamente sociale, la societ appunto, si passa via via allestrmo micro-
sociolinguistico, latto linguistico. La situazione costituisce il punto di sutura tra il sociale e il
linguistico.
3.2.3 Strato sociale, gruppo sociale, classe generazionale
Le variabili pi importanti in SL sono di due tipi: sociali e demografiche. Tra le variabili sociali si
distinguono lo strato sociale, il gruppo sociale, la rete sociale, il gruppo etnico. Tra le variabili
demografiche si distinguono la classe di et (o classe generazionale), la provenienza geografica e il
sesso. Lo strato sociale la prima variabile sociale di cui siano state studiate le correlazioni con
11

differenze sistematiche nel comportamento linguistico, grazie ai lavori di B.Bernestein nei primi
anni Sessanta. anche la prima variabile che viene in mente a chi guarda i rapporti tra linguaggio e
societ, ed stata alla base di tentativi anche ambiziosi di elaborazione teorica della SL. La nozione
di gruppo sociale presuppone una componente geografica, la condivisione dello stanziamento in un
dato territorio per lo pi limitato, e quindi lesistenza di collegamenti diretti tra i membri. Un
gruppo implica anche la comunanza di aspettative ed esperienze, ed caratterizzato da solidariet e
coesione al suo interno. Laffiliazione ad un gruppo costituisce un importante punto di riferimento
per gli individui nella societ, ed naturalmente un potente fattore di orientamento del
comportamento linguistico. La lingua un importante simbolo dellidentit di gruppo, e nel
comportamento linguistico dei singoli si riflette volentieri sia la ricerca di approvazione sociale da
parte di altri gruppi, sia leventuale accettazione delle differenze rispetto agli altri. Strati e gruppi
sociali, nella struttura della societ, si intersecano a vicenda: ad uno strato corrispondono
tipicamente pi gruppi sociali, e in un gruppo possono essere compresi pi strati.
Una comunit linguistica formata, sul versante sociale, da pi gruppi di parlanti, i quali possono
costituire entit stabili ma anche transeunti. Allet dei parlanti riconosciuto un ruolo evidente
della differenziazione linguistica. Questa variabile costantemente tenuta presente nelle ricerche
empiriche di SL. Anche il sesso dei parlanti tenuto spesso presente.
3.2.4 Rete sociale
Il concetto di rete sociale stato mutuato dallantropologia sociale, e rappresenta uno sviluppo della
nozione di gruppo sociale. Una rete sociale un insieme di persone che si conoscono e che hanno
contatti, linsieme con cui un ego di riferimento intrattiene rapporti comunicativi. Esistono diverse
interpretazioni di questa nozione, ciascuna delle quali accentua un determinato aspetto. Non facile
determinare in maniera netta lestensione esatta di una rete sociale. Essa comunque costituita, in
una sorta di struttura a cipolla, da pi zone o pi strati: una prima zona, la cella personale
(Boissevain, 1987), si trova al centro del network, ed formata in genere da parenti stretti ed amici
intimi della persona di riferimento a cui viene riportata la rete. Intorno a questa troviamo una zona
confidenziale (parenti e amici a cui si comunque legati emozionalmente), una zona utilitaristica
(amici strumentali, persone con cui si intrattegono legami perch queste sono utili), una zona
nominale (persone che si conoscono ma che hanno poca importanza sia affettiva sia strumentale),
una zona allargata (formata da persone solo parzialmente conosciute). Tutti questi strati formano la
rete di primo ordine, che si pu intrecciare con varie reti di secondo ordine, costituite da persone
che sono conosciute dai membri della rete di primo ordine ma non dallego (amici degli amici).
Allinterno di una rete hanno di solito importanza i grappoli di persone che sono pi strettamente
collegate le une alle altre.
La composizione e la struttura della rete sociale sembrano i soli elementi che permettano di
spiegare, a livello sociale, come mai due persone abbiano unidentica collocazione su tutte le
variabili socio-demografiche essenziali possano presentare un comportamento linguistico anche
notevolmente differente, e impiegare diverse variet di lingua. La rete sociale ha anche una
considerevole importanza per lapprendimento linguistico, in tutti i casi in cui si apprenda una
lingua o variet di lingua. La nozione di rete sociale una carta in pi a disposizione del
sociolinguista.
3.2.5 Prestigio
Esistono due nozioni di natura fondamentalmente sociale che non costituiscono variabili
indipendenti. La prima, molto usata in SL, quella di prestigio, inteso come valutazione sociale
positiva, propriet di essere degno di imitazione, in quanto valutato positivamente sulla base bdi
12

caratteri favorevoli che gli sono riconosciuti. Il prestigio non quindi una propriet oggettiva, ma
dipende dalla valutazione di certi tratti personali o sociali che i membri di una comunit ritengono
particolarmente desiderabili. Il prestigio generalmente attribuito ad uno status: gli status alti
hanno un prestigio alto, mentre gli status bassi hanno scarso prestigio, o non ne hanno. Il contrario
del prestigio lo stigma, il marchio sociale che pu colpire caratteristiche o propriet sfavorevoli,
non accettate socialmente e quindi sottoposte a sanzione negativa. In SL il termine prestigio inteso
in maniera polisemica: pu essere usato in senso generico, per indicare la buona valutazione sociale
complessiva di una variet di lingua, oppure pu indicare un mezzo di avanzamento sociale. Il
prestigio di una (variet di) lingua un fatto complesso che comprende: a) gli atteggiamenti
linguistici favorevoli dei parlanti membri di una comunit; b) il valore di simbolo della comunit
attribuito alla (variet di) lingua; c) lessere veicolo di ampia e apprezzata tradizione letteraria; d)
lessere parlata dai gruppi sociali dominanti. Questo ultimo punto, che potremmo chiamare prestigio
sociale, ha particolare importanza, ed dato dal riverberarsi sul codice linguistico delle
caratteristiche socialmente appetibili, reali o attribuite, del gruppo che tipicamente lo parla. La
variet del gruppo o dello strato socio-culturalmente e politicamente egemone risulta quindi
modello di imitazione per i parlanti di altri gruppi e strati. Le lingue standard e le variet standard
delle lingue godono di regola di (alto) prestigio.
3.2.6 Atteggiamenti
Gli atteggiamenti non sono direttamente accessibili allosservazione, ma stanno nel retroscena, ben
sotto la superficie comportamentale; e sono sempre relativi ad un oggetto di riferimento, per cui si
potrebbero definire come linsieme di posizioni concettuali assunte da una persona circa un
determinato oggetto. In quanto posizioni concettuali, sono costituite da componente cognitive,
razionali (credenze, fondate sia sullosservazione ed esperienza diretta che sullinferenza che
sullautorit di altri) e da componenti affettive, emozionali, le quali sono da considerare prevalenti
se si esprimono valutazioni. Le componenti cognitive e valutative determinerebbero un terzo
aspetto degli atteggiamenti, quello conativo, in cui credenze e valutazioni emotive sono trasformate
in intenzioni pi o meno nette di comportamento e in dispoizioni allazione.
La natura degli atteggiamenti non sempre chiara. Latteggiamento sempre in un certo senso una
sorta di stato di predisposizione ad agire in una certa direzione, ma solo uno dei fattori che
intervengono a determinare il comportamento effettivo, accanto alle circostanze della situazione da
un lato e alle norme, ai valori e alle consuetudini della comunit sociale dallaltro. Latteggiamento
arriva ad influenzare direttamente il comportamento solo se e quando la situazione lo consente.
Spesso gli atteggiamenti hanno una componente interazionale, in quanto riguardano
fondamentalmente gruppi o persone; e sono chiaramente acquisiti. Inoltre hanno molteplici
funzioni, di cui possibile distinguerne quattro fondamentali (Deprez-Persoons, 1987):
utilitaristica, di orientamento cognitivo, di manifestazione di valori e di difesa dellego e
dellidentit personale.
I pregiudizi sono gli atteggiamenti che ci formiamo prima di o indipendentemente dallaver avuto
contatto e conoscenza diretta con un oggetto. Il pregiudizio basato su delle categorie prestabilite
note come stereotipi, rigide e tendenzialmente irreversibili. Il pregiudizio quindi uno stato mentale
che fonde insieme stereotipi in un atteggiamento generale per lo pi negativo.
Gli atteggiamenti linguistici sono una componente fondamentale dellidentit linguistica dei parlanti
e costituiscono quindi un fattore molto importante per comprendere il comportamento linguistico
degli individui, la loro posizione nella stratificazione sociolinguistica, nella societ e
lorganizzazione dei repertori linguistici di una comunit. Hanno anche un ruolo rilevante in molti
13

concetti sociolinguistici. La formazione degli atteggiamenti collegata intimamente con numerose


variabili sociali e linguistiche, come let, il grado di istruzione, il retroterra, labilit linguistica, il
sesso dei parlanti, ecc.
Lo studio degli atteggiamenti linguistici pone numerosi problemi metodologici, in quanto loggetto
di analisi sfugge allosservazione e sperimentazione diretta. I metodi pi comuni di rilevamento e
misurazione degli atteggiamenti linguistici sono: linchiesta con questionario, lintervista con
domande dirette o indirette, e la tecnica (usata soprattutto nelle indagini sul bilinguismo), di
richiedere la valutazione delle lingue in questione mediante una lista di aggettivi prestabiliti.
Generalmente si preferiscono le tecniche indirette, come il <<differenziale semantico>>, che
usato spesso in psicologia e consiste nel chiedere ai soggetti intervistati di collocare un oggetto di
valutazione in un punto di una serie di scale a sette valori compresi tra due aggettivi polari
(caldo/freddo, allegro/triste, bello/brutto, ecc.). Ma il metodo per eccellenza usato per lo studio
degli atteggiamenti linguistici la tecnica del matched guise o <<travestimenti (di voci) a
confronto>>. Si tratta di una sorta di test, ideato negli anni Sessanta dallo studioso canadese W.
Lambert e consisente nel far sentire, con delle registrazioni, diverse voci di letture di brani a dei
valutatori e nel chiedere a questi di esprimere la propria opinione sulle persone che parlano
collocandole nella posizione che sembra loro adatta secondo diverse categorie prestabilite
(riguardanti tratti del carattere e della personalit, status socio-economico, ecc.). Questa tecnica
sembra particolarmente indicata a far emergere gli stereotipi vigenti nella comunit, ma presenta dei
problemi metodologici.

4. Lingua e stratificazione sociale

4.1 La nozione di classe sociale


Il rapporto tra lingua e stratificazione sociale costituisce uno dei cardini della ricerca
sociolinguistica. In ogni societ c diversificazione tra le collocazioni sociali delle persone che la
formano. Una certa gerarchia sociale diffusa in ogni comunit. Per stratificazione si intende ogni
ordinamento gerarchico di insiemi di persone diversi in una societ. Strato o classe sociale dunque
ogni insieme di persone i cui membri occupano allincirca la stessa posizione nella gerarchia
sociale. Due caratteri importanti connessi con la nozione di classe sociale e la relativa
stratificazione sono la continuit e la pluridimensionalit. La collocazione sociale di una persona,
quindi, pu essere tuttaltro che unitaria.
Variabili come strato, gruppo, classe generazionale e sesso, non sono separate tra di loro, ma
interagiscono e si combinano in vari modi. Lo strato la variabile pi potente, e le altre variabili si
innestano, solitamente, sulle fondamentali opposizioni stabilite in base allo strato sociale, o ne
risultano assorbite.
4.2 La stratificazione sociale nelle indagini sociolinguistiche
In Italia la stratificazione sociale stata studiata in sociologia soprattutto a P. Sylos Labini, il quale
definisce la societ postindustriale moderna <<economicamente e culturalmente sempre pi
differenziata, e tuttavia sempre meno divisa da barriere di classe>> (Sylos Labini, 1986). Afferma
anche che <<oramai le differenze fra le classi sociali dipendono pi da elementi culturali che da
elementi obiettivi>>, e che <<lattribuzione delle persone alle diverse classi e categorie sociali
unoperazione inevitabilmente in certa e, per alcune frange, molto opinabile>>. Il parametro assunto
da Sylos Labini per distinguere le diverse classi sociali il modo attraverso cui si ottiene un certo
reddito. Su questa base viene proposta, per la societ italiana degli anni Ottanta, una divisione in
14

cinque classi sociali: borghesia, classi medie urbane, coltivatori diretti, classe operaia e un
sottoproletariato, costituito da persone con attivit precarie o illecite e difficilmente quantificabile.
In sociolinguistica il primo autore ad aver affrontato sistematicamente il problema della variabile
strato sociale Labov (1966), il quale afferma che basarsi sulla produzione per stabilire il rango
sociale pi pertinente che basarsi sui consumi, e accetta come indici di classe sociale tre fattori: il
reddito, il grado di istruzione e loccupazione. Trudgill (1974b) aggiunge altre tre indici: il tipo di
abitazione, il luogo di abitazione, il lavoro del padre. Raggruppando i valori ottenuti in base ai sei
criteri (per ciascuno dei quali assegnato un punteggio da zero a cinque), ottiene per un campione
di sessanta parlanti cinque strati: media classe media, classe media inferiore, classe operaia
superiore, media classe operaia, bassa classe operaia.
J. Milroy (1992) si pronuncia invece contro lutilit di indici che misurino lappartenenza di classe
sociale e ritiene pi appropriata una concezione qualitativa della stratificazione sociale, come quella
proposta dal sociologo danese Hoirup, che vede come risultato dellorganizzazione sociale la
divisione in tre raggruppamenti caratterizzati da modi di vita diversi. Il primo raggruppamento,
proprio dei lavoratori autonomi orientati sulla loro attivit produttiva, si basa sulla solidariet e si
esplica in reti sociali con legami forti e fitti. Il secondo, proprio dei salariati che non hanno
controllo sul processo di produzione in cui sono inseriti, vede il lavoro in funzione della famiglia e
si esplica anchesso in reti sociali a maglie dense. Il terzo, proprio dei professionisti e lavoratori
dipendenti di alto livello, fa prevalere il lavoro sulla famiglia e si esplica in reti sociali a trama larga
e con legami deboli.
NellEuropa continentale raro che si adottino indici numerici come quelli utilizzati da Labov e
Trudgill, e ci si accontenta piuttosto di una categorizzazione basata essenzialmente su due fattori:
tipo di attivit svolta e grado di istruzione. Altri studiosi rinunciano invece ad una diversificazione
in strati come variabile unitaria.
Come variabile in SL sufficiente una stratificazione sociale non molto dettagliata, poco fine in
termini analitici, comprendente pochi strati. Non c rapporto uno-a-uno fra societ e lingua: i
condizionamenti sono sempre probabilistici. I tagli della societ e quelli della lingua non debbono
necessariamente coincidere.
4.3 Modelli del rapporto fra lingua e stratificazione sociale
4.3.1 Un modello sociologico
Ci sono stati alcuni tentativi di elaborare modelli teorici globali volti a mettere in correlazione
lappartenenza di classe sociale con tipi determinati di variet linguistiche. Il pi noto di questi
modelli senza dubbio la teoria dei due codici elaborata dal sociologo delleducazione B.
Bernstein, che attorno agli al 1970 stata al centro del dibattito sociolinguistico ed ha avuto anche
in seguito una considerevole influenza. Quella di Bernstein una teoria tipicamente sociologica,
che ha conosciuto negli anni una notevole evoluzione. Potremmo distinguere tra fasi successive del
pensiero di Bernstein. Nella prima fase egli sembra partire dal problema dellinsuccesso scolastico
dei bambini provenienti dal basso ceto operaio nellInghilterra degli anni Sessanta e spiegarlo
fondamentalmente in termini di linguaggio. I bambini provenienti dalle classi inferiori avrebbero
per lo pi a disposizione solo un <<codice ristretto>>, non adeguato alle richieste della scuola nella
trasmissione dei codici educativi, mentre i bambini provenienti dalla classe media avrebbero a
disposizione anche un <<codice elaborato>>. Laccesso a questi due tipi di codici sarebbe mediato
dai ruoli allinterno della famiglia. Negli anni Settanta i due codici, detti ora <<codici
sociolinguistici>>, sono definiti con criteri meno linguistici e pi interazionali-cognitivi. Negli anni
Ottanta poi la teoria diventa pi complessa, e viene introdotto il concetto di <<relazione con la base
15

materiale>> come criterio importante per stabilire il carattere del codice: quanto pi complessa la
divisione del lavoro e meno specifica e locale la distinzione fra un agente e la sua base materale,
tanto pi indiretto il rapporto tra significati e una base materiale specifica e maggiore la
probabilit di un codice elaborato. I codici sono ora caratterizzati da due fattori tra loro
interdipendenti, chiamati <<classificazione>> (classification, C) e <<inquadramento>> (framing,
F). Tali fattori sono da intendere rispettivamente come la relazione fra categorie referenziali di un
contesto di riferimento e la regolazione delle pratiche comunicative fra emittente e ricevente. La
relazione e la regolazione possono essere forti, e in tal caso si usa il segno [+], o deboli, e in tal caso
si usa il segno [-]. La relazione forte se le categorie sono isolate, ben separate, e debole se non lo
sono. La regolazione forte se lemittente regola esplicitamente i tratti del contesto comunicativo,
mentre debole se il ricevente ha largo margine per regolare lui stesso i tratti del contesto
interazionale. La classificazione basata sulla distribuzione del potere nella societ e fornisce
regole di riconoscimento. Linquadramento riguarda il controllo della comunicazione e fornisce
regole di produzione. Per un esempio vedi pag.112-113.
4.3.2 Un modello materialista
Parliamo ora di un modello del rapporto fra stratificazione e lingua elaborato in Italia negli anni
Settanta sulle basi del materialismo ideologico ad G. Sanga, linguista-antropologo culturale il quale
parte dal presupposto che alla SL manca una fondazione teorica, da cercare facendo ricorso alla
teoria filosofica e sociologica del marxismo, ovvero il materialismo storico. Secondo Sanga,
affermare il legame tra lingua e stratificazione sociale significa riconoscere che la lingua dipende
dalla classe sociale: attraverso la mediazione della classe sociale che la lingua entra in rapporto
con la societ. Per Sanga la differenza di classe diventa differenza linguistica attraverso la diversit
degli usi linguistici, raggruppati in registri, prodotti dalle classi sociali. Il rapporto tra lingua e
classe sociale non si situa a livello dei sistemi linguistici in quanto tali, ma a livello dei registri
sociolinguistici presenti in una societ. Larticolazione linguistica della societ dipende in senso
causale dalla divisione della societ in classi. La classi sociali, allora, oltre a modi di vita e culture
proprie, hanno anche una lingua propria, nel senso di un registro sociolinguistico in cui si
riconoscono. Sanga passa quindi a mettere direttamente in relazione classi sociali determinate e
registri/variet di lingua nella situazione italiana, distinguendo sei classi a ciascuna delle quali
corrisponde originariamente un registro sociolinguistico, secondo la tabella 6 pag.117. Il dialetto
considerato un residuo di rapporti sociali ormai superati.
Berruto giudica il modello di Sanga poco convincente per varie ragioni: a) linstaurazione di un
rapporto meccanico e deterministico fra la stratificazione sociale e la lingua, rapporto giudicato
fittizio e privo di riscontro nei fatti; b) la natura di sovrastruttura dei fenomeni linguistici, difficile
da sostenere.
Nessuno dei due modelli presentati si pu ritenere soddisfacente per la SL.
4.4 Effetti della posizione sociale sullindividuo parlante

Da come una persona usa la lingua si hanno molte indicazioni sullo strato sociale a cui appartiene. Il
segreto di questa propriet della lingua apparentamente strana sta nella sua natura intrinseca di
sistema con variabilit. Questultima soggetta alla determinazione culturale e quindi in grado di
riflettere anche la stratificazione sociale.
Le interrelazioni fra linguaggio e stratificazione sociale si possono generalizzare secondo tre ordini
diversi di fenomeni. Il primo concerne le interrelazioni a livello del sistema linguistico stesso, vale a
dire le differenziazioni che riscontriamo nelle lingue in relazione alla classe sociale dei parlanti. Il
16

secondo concerne le interrelazioni a livello del comportamento linguistico individuale, nelluso che
i parlanti fanno di ciascuna delle variet di lingua che hanno a disposizione. Il terzo infine concerne
le interrelazioni a livello del repertorio linguistico, delle variet di lingua a disposizione del
parlante. Il primo ordine di fenomeni non si presta n d luogo ad una vera disuguaglianza
linguistica, il secondo vi particolarmente soggetto ed il terzo pu esservi soggetto, e di solito lo .
Queste situazioni ci consentono di rappresentare grosso modo le cose come nello schema 7 pag.120.
Vedi schema e relativo commento da pag.120 a pag.122.

5. Lanalisi della variazione interna della lingua

5.1 Dimensioni di variazione


In linguistica ampiamente riconosciuto che le variet di una lingua si riconoscono nella sincronia
lungo tre fondamentali dimensioni o assi di variazione: la variazione diatopica, relativa alla diversa
origine e distribuzione geografica dei parlanti; la variazione diastratica, relativa a diversi strati
socio-culturali; e variazione diafasica, relativa alle diverse situazioni. Recentemente stata proposta
anche una quarta dimensione, cio la variazione diamesica, relativa al mezzo, il modo parlato o
scritto di comunicazione. Le dimensioni di variazione pi importanti in SL sono quella diastratica e
quella diafasica. Costituiscono variet diastratiche di lingua tutti gli insiemi congruenti di tratti
linguistici che presentano una significativa co-occorrenza con tratti della collocazione dei parlanti
nella societ. Le variet diafasiche andrebbero distinte in due sottoclassi, a seconda che il fattore
con cui correlano siano i parlanti, i loro ruoli reciproci e il carattere relativo della situazione, oppure
la sfera di attivit, lambito del discorso e largomento di cui si parla. Una possibile terminologia,
impiegata anche da Berruto, sta nellusare nel primo caso il termine di registro e nel secondo il
termine di sottocodice. Una differenza molto importante fra le variet diastratiche e quelle
diafasiche data dal fatto che le prime sono legate univocamente al parlante, nel senso che ogni
parlante esibir la variet diastratica propria della sua classe sociale, della sua generazione, del suo
sesso, dei gruppi cui affiliato, ecc, mentre le seconde non lo sono. Ogni parlante avr quindi in
linea di principio a disposizione pi variet diafasiche.
Le tre dimensioni di variazione non agiscono isolatamente, ma interagiscono e interferiscono in
vario modo. Volendo stabilire una gerarchia, avremmo prima la variazione diatopica, poi la
diastratica e infine la diafasica.
5.2 La nozione di <<continuum>>
Con il termine continuum ci si riferisce in primo luogo al carattere dello spazio di variazione di una
lingua o di un repertorio linguistico, che appare costituito da una serie senza interruzioni di elementi
varianti e, conseguentemente, al fatto che le variet di una lingua sono in sovrapposizione e si
sciolgono luna nellaltra, senza che sia possibile stabilire limiti rigorosi. Un continuum di variet
sembra essere tipicamente pluridimensionale, con lincrociarsi e combinarsi di pi assi di variazione
e di pi opposizioni socialmente caratterizzate e la possibilit di situare i parlanti o le produzioni
linguistiche lungo pi dimensioni contemporaneamente.
Berruto esemplifica un frammento concreto di continuum, proponendo undici possibili frasi grosso
modo referenzialmente equivalenti, versioni di uno stesso messaggio in diverse variet di italiano:
1. non sono affatto a conoscenza di che cosa sia stato loro detto
2. non sono affatto a conoscenza di che cosa abbiano loro detto
3. non so affatto che cosa abbiano loro detto
4. non so affatto che cosa abbian loro detto
17

5. non so affatto che cosa hanno loro detto


6. non so mica che cosa gli hanno detto
7. non so mica che cosa gli han detto
8. non so mica cosa gli han detto
9. so mica cosa gli han detto
10. so mica cosa ci han detto
11. so mica cosa che ci han detto
Le prime quattro frasi appartengono allo standard, e le ultime tre al substandard. Non chiaro per
in quale momento avviene il salto. La distinzione nettissima tra i due estremi, 1 e 11, mentre
minima tra due versioni vicine. Lorientamento del continuum ordinato chiaramente fra un
estremo sociolinguisticamente alto e un estremo sociolinguisticamente alto. Le variet che
potremmo riconoscere non si possono collocare in ununica dimensione lineare di variazione, ma
vanno assegnate alcune alla dimensione diastratica, altre a quella diafasica, e altre ancora ad una
combinazione delle due. I continua sociolinguistici hanno, paradossalmente, una componente di
discretezza.
5.3 Variabili sociolinguistiche
5.3.1 La nozione di varabile sociolinguistica
Il concetto di variabile sociolinguistica, promosso da Labov, di particolare importanza nello studio
quantitativo della lingua. Per variabilie sociolinguistica si intende ogni insieme di modi alternativi
di dire la stessa cosa, di realizzazioni diverse di ununit o entit del sistema linguistico, in cui le
realizzazioni diverse abbiano pertinenza sociale e rechino significato sociale. Ogni valore che pu
assumere la variabile, cio ognuna delle realizzazioni alternative di quellunit o entit del sistema,
una variante sociolinguistica. Le variabili possono essere indipendenti dal contesto (caso raro: si
ha allora la vera variazione libera) oppure essere sensibili al contesto linguistico o a quello sociale o
a tutti e due. Questi ultimi due casi sono le variabili sociolinguistiche in senso stretto. Dopo averle
individuate, necessario contare e trattare statisticamente le variabili e le loro realizzazioni (le
varianti). Il modo laboviano classico di analizzare le variabili sociolinguistiche la costruzione di
strutture sociolinguistiche, che rappresentano il comportamento di una variabile sociolinguistica in
un certo corpus. Un esempio di struttura sociolinguistica il diagramma 8 pag.134, che riguarda la
pronuncia della [r] (liquida plurivibrante) intervocalica cosiddetta doppia o geminata dallo standard
nellitaliano dei giovani romani.
Il diagramma 9 pag.135 tratto da Labov ed relativo alla pronuncia della fricativa interdentale
sorda [] iniziale di parola dello standard nellinglese di New York City. La notazione
convenzionale : <<la variabile (th)>>. La quantit di realizzazioni non standard della variabile (th)
dipende sia dallo strato sociale sia dallo stile contestuale. Variabili di questo tipo, con variazione
congiunta per stile e strato, sono dette da Labov (1972b) <<contrassegni>> o <<differenziatori>>. Il
diagramma 10 pag.136 rappresenta la conformazione tipica di una struttura sociolinguistica. (vedi la
figura e il relativo commento pag.136).
Il diagramma 11 pag.137 rappresenta una configurazione con presenza di variazione sociale e
assenza di variazione linguistica, nel senso che i diversi strati sociali si comportano in maniera
diversa tra loro, ma ciascuno in maniera pi o meno uguale nei diversi stili contestuali. Invece il
diagramma 12 pag.137 rappresenta una conformazione corrispondente ad assenza di variazione
sociale e presenza di variazione stilistica, nel senso che i diversi strati sono poco differenziati tra di
loro, ma tutti cambiano parecchio passando da uno stile allaltro. Labov definisce stereotipo una
variabile che varia stilisticamente ma non socialmente. Nella configurazione del diagramma 13
18

pag.138 laccavallamento fra le linee delle due classi sociali pi alte mostra quella che Labov
chiama lipercorrezione della classe media inferiore, cio la tendenza di questo strato ad essere pi
corretto (pi attento alla pronuncia standard) del suo stesso modello l dove c maggior controllo
conscio della produzione linguistica.
Un problema metodologico rilevante per lanalisi delle variabili sociolinguistiche costituito del
numero delle varianti che necessario prendere in considerazione e delleventuale punteggio da
assegnare loro in sede di calcolo delle percentuali o delle frequenze relative.
5.3.2 Variabili siciolinguistiche e livelli di analisi
La nozione di variabile sociolinguistica si regge sul postulato del mantenimento delluguaglianza di
significato (principio delleguaglianza semantica), cio implica che i diversi valori assunti da una
variabile non tocchino il significato o la funzione dellunit interessata. Diventerebbe quindi
problematico parlare di varianti se luna o laltra delle forme alternative facesse mutare in qualche
misura e per qualche aspetto il significato o pi genericamente la funzione dellunit di cui quelle
forme sono realizzazioni. La cosa non pone problemi a livello fonologico e morfologico, ma
salendo di livello di analisi le cose si complicano. Nella sintassi e nel lessico, per, da un lato le
singole varianti sono gi esse stesse dotate di significato e dallaltro la loro alternanza pu rendere
molto difficile stabilire se si tratta di forme che abbiano sempre lo stesso significato.
Un bel caso di variabile sociolinguistica a livello morfologico pu essere per litaliano la
realizzazione del pronome clitico obliquo di terza persona, che pu variare da gli/le, con
mantenimento dellopposizione di genere tra maschile e femminile, a gli generalizzato con
neutralizzazione dellopposizione, a ci sovraesteso. A livello sintattico, un altro bellesempio in
italiano sembra essere la costruzione della frase relativa, nella quale si possono alternare costrutti
con il pronome relativo a cui e costrutti con il che polivalente e un pronome clitico di ripresa
(esempio: il ragazzo a cui ho dato il libro opposto a il ragazzo che gli ho dato un libro).
importante stabilire quali tipi di unit o elementi del sistema linguistico, e a quali livelli di analisi,
siano preferibilmente suscettibili di variazione e si prestino a funzionare da variabili
sociolinguistiche. Allo stato attuale delle conoscenze, sembra proprio che i tratti linguistici
suscettibili di recare significato sociale, di svolgere funzione socio-simbolica e di funzionare da
variabili socio-linguistiche siano largamente casuali e arbitrati, e non sia possibile in generale
prevedere quali elementi di una data lingua siano deputati ad essere variabili sociolinguistiche.
Questo, fondamentalmente, perch la marcatezza sociale non una propriet inerente alle
manifestazioni del sistema linguistico, bens mediata dal gruppo sociale che realizza tali
manifestazioni. La marcatezza sociale di un dato elemento dipende dalle persone che lo usano e
dalle connotazioni che nella comunit vi si sono associate.
Berruto propone una generalizzazione: quando fra le varianti di una variabile ce n una che si pu
ritenere pi naturale, meno linguisticamente marcata, questa tenter ad essere socialmente sfavorita,
a caratterizzare variet basse, substandard di lingua; mentre la variante meno semplice, pi
linguisticamente marcata, tender ad essere socialmente favorita, a far parte dello standard.
5.4 Modelli di descrizione e analisi della variabilit
5.4.1 Regole variabili e sociolinguistica quantitativa
Nel modello di analisi introdotto da Labov e sviluppato soprattutto dalla variazionistica
nordamericana, dalle strutture sociolinguistiche, che danno unidea generale della natura e della
distribuzione sociale della variabile, possibile ricavare, con un esame minuzioso dei dati
linguistici, analisi pi sofisticate, espresse sotto la forma di regole variabili. La metodologia delle
regole variabili si propone lobiettivo di elaborare grammatiche (nel senso di descrizioni formali
19

della lingua) che incorporino la variabilit. Tale filone di ricerca negli anni Settanta ha costituito il
cuore del dibattito anche teorico in SL. Per regola variabile si intende una regola, che formalmente
vorrebbe essere della stessa natura delle regole di riscrittura normalmente usate in grammatica
generativa, nella cui formulazione si tiene conto non solo delle categorie e dei tratti linguistici, ma
anche dei fattori che influiscono sulla sua applicazione. La forma generale di una regola variabile
la seguente: X <Y>/Z, che vale <<riscrivere variabilmente X come Y nel contesto Z>>, dove Z
indica specificazione sia del contesto linguistico sia della quantificazione dei fattori extralinguistici
che correlano con luscita della regola. Per gli esempi delle regole variabili e per lindice di
probabilit ad esse associate vedi il testo da pag.146 a pag.150.
Il punto critico della metodologia delle regole variabili si ha quando, una volta stabilita la regola
con i suoi coefficienti di probabilit, ad essa fatto assumere valore predittivo. facile a questo
punto vedere le regole variabili come parte integrante della grammatica, intesa in senso forte come
descrizione della competenza. Questo ed altri problemi sono stati al centro di un acceso dibattito tra
gli anni Settanta e Ottanta. Secondo Labov, le regole variabili rappresentano esplicitamente
unestensione della grammatica generativa. Tale posizione stata molto criticata con vari
argomenti, tra cui il principale che la grammatica generativa si occupa di strutture astratte, genera
classi di frasi e non frasi effettivamente occorrenti; il suo oggetto la competenza, e non luso della
lingua. Attualmente le regole variabili non sono pi al centro del dibattito sulle potenzialit teoriche
della SL, ma possono comunque essere proficuamente utilizzate per esprimere in maniera
economica e formalizzata variabili sociolinguistiche presenti in situazioni come quelle prese in
esame. Berruto concorda con Fasold, il quale afferma che lidea di una regola variabile come parte
di una teoria fonologica o sintattica contribuisce piuttosto poco alla comprensione delluso della
lingua nel contesto sociale, ma che al contempo le analisi dei dati su cui le regole variabili sono
basate hanno portato a sostanziali progressi nello studio della variazione e del mutamento
linguistici.
5.4.2 Grammatica di variet
Un modello alternativo di descrivere la variazione linguistica (in contrapposizione alle regole
variabili) quello noto come grammatica di variet (Variettengrammatik), proposto attorno alla
met degli anni Settanta dai linguisti tedeschi W. Klein e N. Dittimar ed impiegato principalmente
nello studiare la sintassi del tedesco appreso dai lavoratori stranieri immigrati in Germania. La
grammatica di variet non ha avuto la stessa fortuna del modello delle regole variabili, ma resta
comunque un tentativo interessante di elaborare un modello descrittivo che tenga conto della
variabilit e che sia allaltezza degli standard richiesti ad un modello grammaticale dalla moderna
linguistica. Si tratta di una grammatica a struttura sintagmatica, indipendente dal contesto, costituita
da una lista ordinaria di regole di riscrittura che descrivono le derivazioni possibili delle diverse
unit linguistiche. Ogni regola appare come un blocco di regole aventi la medesima entrata e uscite
plurime, ciascuna con un diverso indice di probabilit di occorrenza. Anche in questo caso lindice
di probabilit calcolato partendo da un corpus di dati empirici nel quale le diverse uscite attestate
della regola compaiono con una determinata frequenza. I blocchi di regole si riferiscono sempre ad
uno spazio di variet prestabilito.
Nella tabella 17 pag.154 riportato un frammento di grammatica di variet, relativo alluso dei
determinanti, quantificatori e numerali nel sintagma nominale nelle variet di apprendimento del
tedesco degli immigrati. Il blocco di regole costituito da cinque regole alternative, che
rappresentano le forme che pu assumere il sintagma nominale nel corpus delle produzioni
linguistiche degli informatori. Le colonne indicano gruppi di parlanti (o meglio le relative variet di
20

lingua), i valori numerici rappresentano la frequenza percentuale, tra 0 e 1, di ciascuna regola presso
quel determinato gruppo di parlanti, e valgono quindi come indici della probabilit di trovare quella
determinata struttura in quella variet. La variet IV quella che pi si avvicina alla variet locale,
mentre la I presenta i valori pi distanti.
La grammatica di variet postula la separatezza di tutti i fattori che possono intervenire a
influenzare le uscite dei blocchi di regole: per ciascuno di essi bisognerebbe semmai costruire
blocchi di regole separati. In compenso, la grammatica di variet si pu applicare senza problemi a
qualunque livello di analisi; non orientata su nessuna variet; e pu facilmente dar conto di
variabili non binarie, ma a pi valori. Ma il maggiore vantaggio della grammatica di variet sta
forse nel fatto che si tratta di un metodo di descrizione molto semplice, chiaro e anche facile da
impiegare.
5.4.3 Scale di implicazione
Negli anni Settanta, stato contrapposto nella SL americana al modello delle regole variabili quello
delle cosiddette scale di implicazione (o analisi di implicazione), introdotte nella creolistica per
lanalisi di continua creoli e post-creoli. Questo modello in realt perfettamente compatibile con
quelli illustrati nei paragrafi precedenti, ma serve ad altri scopi. Le scale di implicazione infatti non
rappresentano variabili, bens rapporti tra variabili. La tecnica delle scale di implicazione (o
scalogrammi) un procedimento che consiste nel partire da una certa distribuzione di tratti e vedere
se la scelta o attuazione di un determinato tratto implica la scelta o attuazione di uno o pi altri
tratti. Il risultato la costruzione di una matrice a doppia entrata (tratti linguisti/parlanti o variet di
lingua) tale che un valore + (o 1) in una casella dello schema abbia sopra di s e a sinistra solo
valori + (o 1) e dalla prte opposta valori (o 0) abbiano sotto di s e a destra solo valori (o 0). La
forma ideale di una scala di implicazione quindi quella della tabella 18 pag.157. Vedi anche la
tabella 19 pag.157 e la tabella 20 pag.158 con i rispettivi commenti.
Una scala di implicazione presuppone che esistano coppie di tratti che ammettono solo tre delle
quattro combinazioni teoricamente possibili. Oltre che mettere ordine nella variabilit, lanalisi
implicazionale pone quindi significative restrizioni alla gamma di possibile variazione, riducendo
drasticamente il numero delle combinazioni effettive delle diverse variabili presenti. Un ulteriore
problema costituito da tratti non binari, a pi valori invece che a due. Le scale di implicazione
rappresentano nel complesso uno strumento euristico duttile e potente, anche se non permettono di
incorporare nella descrizioni fattori propriamente sociali. Fra i loro principali vantaggi, oltre al
notevole guadagno informativo che si ha dallo stesso scoprire una gerarchia di implicazione fra pi
tratti, sta il fatto che si possono applicare indifferentemente e fenomeni di tutti i livelli di analisi, alti
e bassi. La tecnica di analisi delle scale di implicazione stata particolarmente sviluppata negli anni
Settanta, da autori come DeCamp, Bialey, Bickerton, per la descrizione dei continua creoli; ed
stata contrapposta dagli stessi autori in quanto paradigma dinamico al paradigma statico delle regole
variabili.
5.4.4 Altri modelli
Vedi il testo del paragrafo da pag.163 a pag.168.

6. La differenziazione nel repertorio: appunti di sociologia del linguaggio

6.1 <<Status>> e funzione delle lingue e variet di lingua


Alcuni fondamenti concettuali della SL fanno capo alla sociologia del linguaggio. I concetti relativi
alla posizione sociale delle lingue e variet di lingua, al loro status e alla loro funzione nelle
21

comunit e nelle istituzioni sociali in cui vengono adoperate, riguardano il rapporto di un sistema
linguistico non solo con i suoi parlanti e il loro posto nella societ, ma anche con lorganizzazione
della vita sociale e larticolazione socio-politica ed amministrativa di una comunit. Lo status di un
sistema linguistico determinato da ci che con esso si pu fare, dal punto di vista pratico, legale,
culturale, economico, politico, sociale, ecc., allinterno di una certa entit di riferimento. Per
funzione si intende invece ci che effettivamente con un certo sistema linguistico viene fatto, ci a
cui un sistema linguistico serve in una societ. Status e funzione sono strettamente interrelati, e si
configurano rispettivamente come potenziale (o de jure) e come attuazione (o de facto). Non sempre
ad un certo status corrisponde la piena funzione relativa. Status e funzione di lingua e variet di
lingua sono in connessione con il prestigio di cui esse godono. Il prestigio per non si risolve
totalmente nella mera valutazione oggettiva delle funzioni e dello status, in quanto hanno
unimportanza centrale per la determinazione del prestigio anche gli atteggiamenti e le credenze dei
parlanti. Il concetto di funzione va tenuto ben distinto da quello generale di funzioni della lingua.
Fasold (1984, 1989) distingue un terzo ordine concettuale, quello degli attributi, cio delle propriet
che un sistema linguistico deve di fatto possedere per poter svolgere una certa funzione e per godere
di un certo status. Un sistema linguistico, per svolgere una funzione ufficiale ed avere lo status di
una lingua ufficiale, deve avere fra i suoi attributi almeno un grado relativamente alto di
standardizzazione e la conoscenza da parte di quadri di cittadini colti. Si hanno discepanze fra
status e funzione quando un sistema linguistico non possiede, o possiede in misura insufficiente,
tutti gli attributi necessari alladempimento di una certa funzione.
I tentativi inziali del settore di studio che qui ci interessa miravano alla classificazione di tipi diversi
di lingue e variet di lingua in base alle funzioni da esse svolte, e alla realizzazione di formule del
profilo sociolinguistico di uno Stato o nazione. Tali formule dovrebbero esprimere la composizione
linguistica di un dato paese secondo i tipi di sistemi linguistici ivi esistenti sulla base di alcune
caratterizzazioni di funzioni fondamentali. In Ferguson (1966), ad esempio: troviamo la seguente
formula riguardante il Paraguay: 3L=2Lmag (Su, Vg) + 0Lmin 1Lspec (Cr).
Tale formula va letta cos: ci sono tre lingue, di cui due sono le lingue maggiori (mag); di queste,
una la lingua standard (S) che svolge funzione di lingua ufficiale (u), e una la lingua vernacolare
(V) che svolge funzione di lingua di gruppo (g); non ci sono lingue minori (min), e vi una lingua
di statuto speciale (spec), che una lingua classica ( C ) usata a scopi religiosi ( r ). La lingua
standard lo spagnolo, la lingua vernacolare il guaran, e la lingua di statuto speciale il latino.
Nella sociologia del linguaggio recente si preferisce invece lavorare piuttosto sulle dimensioni o
componenti dello status dei sistemi linguistici nelle rispettive entit storico-politiche di riferimento
intese, a seconda della natura di ciascuna, come propriet a due o tre (o pi) valori escludentisi o
come scale plurifattoriali. I profili sociolinguistici espressi da formule come quella appena
esaminata appaiono troppo riduttivi per rappresentare la dinamica della vita delle lingue presso le
comunit parlanti e per avere portata generale.
6.2 Dimensioni dello <<status>> delle lingue e tipi funzionali di lingua
6.2.1 Dimensioni geo-politiche
Per ottenere una classificazione basata sul genere di usi a cui i sistemi linguistici sono destinati e
assoggettati nella comunit e sul conseguente status socio-istituzionale che loro spetta, sono
necessari tre parametri riconducibili a fattori di carattere geografico e socio-politico.
A) Il primo parametro larea o territorio di diffusione di una lingua o variet di lingua. Una lingua
pu essere parlata in unarea compatta o diffusa, in un territorio ampio o ristretto, in un solo
paese o in pi paesi. Le lingue che abbiano una variet standard in pi paesi o Stati diversi in cui
22

sono diffuse e di cui sono la lingua nazionale sono dette lingue policentriche e pluricentriche.
il caso ad esempio del tedesco, che lingua nazionale ed ha uno standard in Germania, uno in
Austria e uno in Svizzera.
B) Un secondo parametro dato dai sistemi sociali e dalle istituzioni di riferimento: Stati, nazioni,
associazioni e organismi internazionali e sovranazionali, entit amministrative statali e
regionali, ecc. In questo contesto i tipi funzionali di lingua sono indicati con le seguenti
tipologie: lingua nazionale, intesa come lingua connessa con il carattere di identificazione
nazionale della comunit che la adotta; lingua internazionale e lingua di ampia comunicazione,
usate per i rapporti fra Stati o a livello sovranazionale o per la comunicazione fra istituzioni e
organismi internazionali; lingua di lavoro, adibita alla comunicazione presso enti e
organizzazione.
C) La terza dimensione di questo primo raggruppamento data dallo statuto giuridico e legale delle
lingue e variet di lingua, cio dalla loro posizione come essa espressa da norme contenute
nella costituzione e nelle leggi dello Stato. Lopposizione fondamentale tra lingue
legislativamente riconosciute, tra cui le lingue ufficiali; e lingue legislativamente non
riconosciute.
6.2.2 Dimensioni socio-demografiche
Fra le componenti di natura socio-demografica dello status delle lingue e variet di lingue,
possiamo stabilire altri tre raggruppamenti basilari.
A) Prima di tutto, il numero e il tipo di parlanti utenti del sistema linguistico. La distinzione tra
lingua di maggioranza e lingua di minoranza fa riferimento alla quantit relativa dei parlanti,
intesa come percentuale dei parlanti sulla popolazione totale. Nella distinzione tra lingua
maggiore e lingua minore si tiene conto anche della quantit assoluta. Quanto al tipo di parlanti,
la distinzione pi comune quella tra parlanti nativi e non.
B) Anche le caratteristiche socio-culturali degli utenti rappresentano una componente rilevante
dello status di una lingua o variet di lingua.
C) Un costituente molto importante del tipo funzionale di sistema linguistico poi dato dai domini
di impiego, che opponogono lingue di uso generalizzato a lingue impiegate solo in uno o pi
domini particolari (o in settori di un dominio).
6.2.3 Dimensioni linguistiche
Anche le dimensioni pi spiccatamente linguistiche, inerenti alla strutturazione della lingua, alla sua
storia e in parte anche al suo status, si possono ricondurre e tre titoli fondamentali.
A) Il primo titolo riguarda il grado di elaborazione di un sistema linguistico. Il concetto di
elaborazione corrisponde a quella di Ausbau utilizzato da Kloss (1978). La condizione minima
per lelaborazione di una lingua la sua grafizzazione, cio il suo essere dotata di un sistema di
scrittura e lavere parlanti alfabeti in senso pieno. Su questa base Kloss distingue diversi gradi
di elaborazione via via maggiore, in base alla combinazione di due sottodimensioni, gli
argomenti e i livelli di sviluppo, ciascuna suddivisa in tre gradini (vedi schema 27 pag.178). Il
livello minimo si ha quando una lingua soddisfa solo il primo gradino di entrambe le
sottodimensioni, nel senso che usata per pubblicare testi a livello di scuola elementare
unicamente su temi relativi alla comunit sociale (1 x 1). Si ha invece il livello massimo quando
una lingua soddisfa tutti i gradini di entrambe le sottodimensioni, e arriva ad avere testi a livello
universitario di filosofia, di scienze naturali e di tecnologia (3 x 3). Questo livello raggiunto
da non molte lingue al mondo. Le diverse possibilit intermedie daranno luogo a diversi gradi
intermedi di elaborazione. Al di sotto dei livelli di elaborazione vera e propria troviamo anche
23

dei gradini di incipiente o bassa elaborazione, che Kloss pone nella seguente gerarchia: 1.
presenza di traduzione di testi chiave, 2. presenza di pubblicazioni di poesia e narrativa, 3.
presenza di testi non poetici nei media orali.
B) Un secondo fattore di importanza cruciale per lo status di una lingua il grado di
standardizzazione. Una lingua standardizzata quando contiene almeno una variet standard.
Nel processo di standardizzazione ha importanza anche lideologizzazione di quella tale variet
a simbolo di identit nazionale. Lingue con pi variet standard sono lingue policentriche o
pluricentriche. Un concetto connesso alla standardizzazione che viene spesso trattato in
sociologia del linguaggio quello di autonomia vs. eteronomia del sistema linguistico, con cui
si intende il fatto che le norme per il buon uso, le tendenze verso cui esso evolve, la formazione
del lessico tecnico-scientifico e dei neologismi siano interne al sistema stesso ovvero siano
governate o guidate o ispirate da altri sistemi linguistici, eterodipendenti. Una lingua o variet
di lingua A autonoma rispetto a B (e B corrispondentemente eteronoma), quando
parlanti/scriventi di B vengono corretti in direzione di A, e/o B evolve verso A e/o i neologismi
di B provengono da A.
C) Lultima delle dimensioni che concorrono allo status funzionale a cui vorremmo accennare
quella della vitalit, intesa come continuit della tradizione e trasmissione della lingua da una
generazione allaltra presso gruppi di parlanti. Sar molto vitale un sistema linguistico che
continui ad essere lingua materna di gruppi consistenti e socioculturalmente influenti di parlanti
e sia ampiamente usato nello scritto e nel parlato. Sar poco vitale o non vitale un sistema
linguistico che sia trasmesso come lingua materna solo in piccoli gruppi isolati e marginali dal
punto di vista sociale e/o sia usato molto limitatamente nel parlato ed eventualmente nello
scritto. Una lingua muore quando perde la sua vitalit, non avendo pi parlanti nativi e non
essendo pi usata neppure in qualche limitato impiego parlato.
6.3 Lingua, lingua standard, variet di lingua, dialetto
Si possono contrapporre tre diverse nozioni di che cosa sia una lingua. Una nozione linguistica,
utilizzata in linguistica interna: una lingua grosso modo un sistema linguistico con una sua
peculiarit in termini di caratteristiche strutturali. Una nozione variazionistica: una lingua una
somma di variet di lingua, formanti un diasistema. E una nozione tipicamente sociolinguistica (o
anche di sociologia del linguaggio): una lingua ogni sistema linguistico socialmente sviluppato
che svolga unampia gamma di funzioni nella societ, che sia standardizzato e sia sovraordinato ad
altri sistemi linguistici subordinati eventualmente presenti nelluso della comunit.
Per cogliere unitariamente tali differenti prospettive, Kloss (1978) ha introdotto le nozioni di lingua
per distanziazione (Abstandsprache) e di lingua per elaborazione (Ausbausprache). Una lingua per
distanziazione riconosciuta automaticamente come lingua a s, diversa dalle altre lingue, sulla
base delle caratteristiche strutturali a tutti i livelli che la caratterizzano e la differenziano. Una
lingua per elaborazione una lingua sviluppata, che soddisfa o in grado di soddisfare tutta la
gamma di funzioni richieste dalla societ, in particolare gli usi scritti formali e tecnologici, e pu
valere come mezzo di espressione di tutti gli aspetti della cultura e della vita moderne.
Per misurare la dissimilarit fra sistemi linguistici possibile ricorrere a vari criteri. Qui ne
segnaliamo cinque, che sono per tutti piuttosto approssimativi: la parentela genealogica, la
reciproca comprensibilit fra i parlanti delle variet linguistiche in causa, la coscienza linguistica
dei parlanti (che riconoscono in base alla loro conoscenza culturale, in quanto membri di una
comunit parlante, un certo sistema linguistico come lingua a s), e due criteri pi interni alla
struttura e alla forma stessa della lingua. Il primo, basato esclusivamente sul lessico e noto come
24

lessicostatistica, consiste nel determinare quanta parte del cosiddetto lessico fondamentale, non
culturale, due lingue abbiano in comune. Laltro criterio la differenza strutturale vera e propria,
stabilita prendendo in esame non solo e non tanto il lessico, ma tutti i livelli di analisi del sistema
linguistico, in particolare la morfologia, e comparandoli per vedere cosa c di uguale e che cosa di
diverso. Una combinazione di tutti questi criteri consente nella pratica di operare con un certa
affidabilit.
I fattori linguistici e i fattori extralinguistici si sommano dando luogo a classificazioni di carattere
graduale e non eslcusivo (se non nei casi prototipici). Berruto propone una classificazione dei
diversi tipi di sistemi linguistici basata su di un continuum tra le due dimensioni di Ausbau e
Abstand:
- sistemi linguistici o variet linguistiche con un massimo carattere sia di Ausbausprache sia di
Abstandsprache (italiano, tedesco, giapponese);
- sistemi linguistici con un massimo carattere di Ausbasusprache ma con scarso carattere di
Abstandsprache (olandese);
- sistemi linguistici con massimo carattere di Abstandsprache ma con scarso carattere di
Ausbausprache (molte lingue africane);
- sistemi linguistici con discreto carattere di Abstandsprache ma con scarso o minimo carattere di
Ausbausprache (sardo);
- sistemi linguistici con minimo carattere di Abstandsprache e minimo o nullo carattere di
Ausbausprache (molti dialetti italiani locali).
La nozione di Ausbausprache, lingua per elaborazione, ha molto in comune con quella di lingua
standard, alla quale si oppone quella di dialetto. I dialetti sono le variet linguistiche definite nella
dimensione diatopica (geografica), tipiche e tradizionali di una carta regione, area o localit. I
dialetti sono sempre subordinati ad una lingua standard. Non possibile una distinzione tra lingua e
dialetto in base alle sole caratteristiche linguistiche. Tale distinzione deve infatti essere fondata su
criteri sociali (o sociolinguistici). I valori che un dialetto assume di volta in volta in singoli repertori
linguistici, in rapporto alle variet che vi coesistono, sono multiformi e variegati.
6.4 Tipologia dei repertori linguistici
6.4.1 Diglossia
Il termine diglossia stato coniato da Ferguson (1959), il quale voleva indicare con esso una
situazione piuttosto particolare, caratterizzata da una dettagliata serie di propriet. Si ha infatti
diglossia quando una comunit parlante presenta le seguenti caratteristiche:
a) esistenza di vari dialetti primari di una lingua (variet basse);
b) esistenza di una variet sovrapposta ai dialetti (variet alta);
c) stabilit della coesistenza di variet alta e variet bassa;
d) distanza strurruale tra la variet alta e le variet basse;
e) esistenza di una prestigiosa tradizione letteraria veicolata dalla variet alta;
f) codificazione e standardizzazione della variet alta;
g) insegnamento a scuola della variet alta;
h) impiego della variet alta per quasi tutti gli scopi scritti e parlati formali;
i) non uso della variet alta per la conversazione ordinaria.
Ferguson nel suo articolo adduce come esempio alcuni casi specifici: Haiti, con francese variet alta
(A) e creolo variet bassa (B); Svizzera tedesca, con il tedesco puro (A) e il tedesco svizzero (B);
paesi arabi, con arabo classico (A) e variet arabe locali (B); Grecia moderna, con katharvousa (A)
e dhimotik (B).
25

La definizione di Ferguson presenta alcuni punti critici: lappartenenza delle variet A e B allo
stesso sistema, che ci porta alla delicata questione della delimitazione delle variet; la distribuzione
complementare nelle funzioni e negli usi; e il grado di diffusione delle variet A e B presso la
comunit parlante.
6.4.2 Rapporti diglottici
La nozione di diglossia delineata da Ferguson ha avuto un immediato successo, ed diventata uno
dei temi cardine nella sociologia del linguaggio. Negli sviluppi della tematica si possono
riconoscere due fasi successive. In una prima fase, allincirca negli anni Settanta, si discussa la
relazione fra il concetto di diglossia e quello di bilinguismo. A questo proposito Fishman (1967) ha
proposto uno schema, ripreso in quasi tutti i manuali, che prevede quattro situazioni logicamente
possibili: bilinguismo con diglossia, bilinguismo senza diglossia, diglossia senza bilinguismo, e n
bilinguismo n diglossia. Negli anni Ottanta per emersa una certa insoddisfazione circa la
consuetudine di vedere dappertutto comunit diglottiche. Attraverso allargamenti in varie direzioni,
il concetto di diglossia si effettivamente venuto a prestare un po a tutti gli usi, perdendo gran
parte della specificit e informativit che aveva con Ferguson. In questa seconda fase dello sviluppo
degli studi sulla diglossia, si sono adottate al fine di migliorare la tipologia dei repertori linguistici
varie soluzioni, che si possono raggruppare in tre direzioni diverse. Una prima possibilit quella di
mantenere la nozione di diglossia come concetto sovraordinato, per indicare genericamente
situazioni con differenziazione funzionale delle lingue o variet di lingua in gioco, aggiungendovi
eventualmente delle sottodistinzioni. Una seconda possibilit consiste nel ritornare ad una
definizione stretta, fergusoniana, di diglossia, affiancandovi eventualmente altre categorie di pari
livello. Una terza possibilit sta nel rendere prototipica la nozione di diglossia, o meglio nel
concepirla prototipicamente, permettendole di fare da quadro di riferimento unitario di una gamma
di situazioni parzialmente diverse e via via meno tipiche, ma riconducibili sempre ad un concetto
generale di diglossia.
Trumper (1977, 1984, 1989) propone i termini macrodiglossia (o vera diglossia) e
microdiglossia (o pseudo-diglossia) per designare due tipi diversi di situazione profondamente
diglottiche (vedi tabella 28 pag.199). La distinzione illustrata nella tabella coglie molti aspetti
certamente rilevanti della situazione italo-romanza. Fasold (1984) parla di diglossia larga e punta
molto sulla valutazione che i parlanti danno delle variet di lingua e delle situazioni, e mantiene
come parametro centrale lacquisizione nella socializzazione primaria. Entro i limiti di questa
definizione allargata di diglossia, Fasold esemplifica diversi tipi di diglossia multipla, cio
coinvolgente pi di due lingue o variet di lingua. Uno la diglossia doppia in sovrapposizione, di
cui un esempio lo schema 29 pag.200. Nello schema illustrata la situazione della Tanzania, dove
la lingua swahili B rispetto allinglese e A rispetto alle varie lingue locali e tribali. Un altro tipo
la diglossia doppia incassata, di cui un esempio lo schema 30 pag.201. Tale schema illustra la
situazione di alcuni villaggi indiani, dove lo hindi, lingua A, sarebbe a sua volta diviso in uno stile
oratorio A e uno stile conversazionale B e, a un secondo livello, il dialetto locale B sarebbe a sua
volta sudiviso in due variet, il parlare pulito A e il parlare grossolano B.
Si ha una situazione di poliglossia lineare quando numerose lingue e variet di lingua si
dispongono, accavallandosi lungo una scala da alto a basso, su diversi gradini. Un esempio quello
dei sinofoni educati in inglese in Malesia, per i quali occorrerebbe uno schema a tre gradini, A, M e
B, ciascuno plurioccupato. Il gradino A sarebbe occupato da: inglese formale, malese (bahasa
melayu) e cinese mandarino. Il gradino M sarebbe occupato da: inglese colloquiale e lingua della
famiglia cinese dominante nella comunit. Il gradino B, infine, sarebbe occupato da: la variet
26

cinese materna, eventuali altre variet cinesi e il melayu pasar. I gradini M e B vedrebbero anche
delle gerarchie secondarie interne. Secondo Berruto, tale schematizzazione ha come difetto una
generosit eccessiva nel riconoscere rapporti diglottici. Inoltre vi una certa confusione fra tre
ordini di descrizione che andrebbero tenuti distinti: la composizione del repertorio linguistico (lista
e natura linguistica e sociale delle variet che ne fanno parte), la tipologia vera e propria del
repertorio (in base al suo carattere diglottico o meno), larchitettura di una lingua in variet.
Ldi (1990) concepisce la diglossia come uno spazio a pi dimensioni, intese come assi che variano
da un massimo ad un minimo e a loro volta possono essere costituite da pi assi. Ogni situazione
particolare pu essere caratterizzata come situazione di diglossia da una posizione su ciascun asse.
Ldi individua le seguenti dimensioni:
- distanza linguistica, che pu andare, in termini genealogici, da variet sociali di una lingua (grado
minimo) a lingue senza alcun legame di parentela (grado massimo), attraverso stadi intermedi;
- tipo ed estensione della comunit, suddiviso in tre assi; territoriale, intersezione fra i gruppi
parlanti dei due codici, ambito di esistenza della diglossia;
- complementarit funzionale, divisa in tre assi: sovrapposizione minima, media o massima delle
funzioni; rigidit minima, media o massima; stabilit minima, media o massima, della ripartizione
funzionale;
- standardizzazione, suddivisa in tre assi: sviluppo di una scrittura, elaborazione e istituzione di una
norma prescrittiva;
- tipo di acquisizione dei codici, che pu andare da un minimo ad un massimo sui due assi
dellapprendimento istituzionale, guidato, e dellacquisizione spontanea, in contesto naturale;
- differenza di prestigio tra le due variet, da minima a massima.
La trattazione di Ldi presenta alcuni problemi: la configurazione prototipica della nozione (non
chiaro dove si collochi il valore nucleare del concetto) e lapparente mancanza di una gerarchia
delle diverse propriet o dimensioni.
6.4.3 Dilalia
Berruto ha proposto lintroduzione di una categoria nuova, detta dilalia, da opporre direttamente
alla diglossia, nellembrione di uno schema che cerca di categorizzare quattro tipi diversi
fondamentali di organizzazione dei repertori linguistici. Lo spunto per questo tentativo di
classificazione stato dato dal riconoscimento della cattiva applicabilit del concetto di diglossia
alla situazione del rapporto fra italiano e dialetti in Italia. I tipi di organizzazione dei repertori
proposti da Berruto sono: bilinguismo sociale o comunitario, diglossia, dilalia e bidialettismo (o
polidialettismo, o dialettia sociale). Per analizzarli, Berruto propone una lista indicativa di criteri:
1) coesistenza di due lingue diverse;
2) sensibile diversit fra la variet (o codice) A e la variet (o codice) B;
3) uso di entrambi i codici nella comunicazione ordinaria;
4) chiara differenziazione funzionale fra i due codici (che determina il loro carattere A e B);
5) sovrapposizione di domini fra i due codici;
6) standardizzazione della variet (o codice) B;
7) variet (o codice) B socialmente marcato e/o stratificato;
8) esistenza di un continuum di sottovariet fra A e B;
9) alto prestigio della variet (o codice) A;
10) presenza di entrambe le variet nella socializzazione primaria;
11) possibilit di promozione della variet (o codice) B a codice A alternativo;
12) frequenza della commutazione di codice e di enunciazione mistilingue;
27

13) presenza di una tradizione di impiego letterario della variet (o codice) B.


Nella tabella 31 paf.206 troviamo una possibile rappresentazione della caratterizzazione dei quattro
tipi di repertorio.
Il bilinguismo sociale o comunitario corrisponde alla situazione in cui due lingue chiaramente
diverse ed entrambe elaborate sono compresenti presso la comunit sociale ed enbrambe vengono
usate, o possono venir usate, sia negli impieghi scritti formali che nalla conversazione informale e i
cui domini sono dunque in sovrapposizione. Esempi tipici: la comunit parlante di Montral
(Canada), con bilinguismo sociale francese-inglese; la Valle dAosta, con bilinguismo sociale
italiano-francese.
La dilalia si differenzia profondamente dalla diglossia perch il codice A usato, almeno da una
parte della comunit, anche nel parlato conversazionale usuale, e perch vi sono impieghi e domini
in cui normale usare le variet A e B alternativamente o congiuntamente. Tale situazione tipica
della maggior parte dellare italo-romanza.
Il bidialettismo o polidialettismo (o dialetta sociale) la situazione sociolinguistica in cui nel
repertorio sono presenti una variet standard e diverse variet regionali e sociali, manca un grado
relativamente alto di distanza ai diversi livelli di analisi, la popolazione possiede con maggiore o
minore agio sia la variet standard sia la variet regionale e sociale che le pertiene, la vicinanza
strutturale impedisce una reale coscienza di promozione di B come lingua alternativa e favorisce la
frequenza degli usi commisti di A e B. Tale situazione tipica dellInghilterra e di parte della
Francia. In Italia essa riscontrabile in Toscana e a Roma.
Berruto sottolinea che diglossia, dilalia e bidialettismo si escludono a vicenda, e che il bilinguismo
sociale non combinabile con nessuna di queste tre situazioni. Lo solo se sono diverse le coppie
di codici o variet considerate.
6.5 Bilinguismo e selezione delle variet
Per biliguismo si intende chiaramente la compresenza in un repertorio di due lingue diverse. Se si
pensa che nel mondo odierno vi sono circa 220 Stati, mentre le lingue viventi riconosciute sono
alcune migliaia, allora i paesi plurilingui dovrebbero essere la regola assoluta. In effetti cosi , ma a
livello statale/nazionale il plurilinguismo tende ad essere poco riconosciuto, soprattutto nel mondo
occidentale. Occorre dunque distinguere fra plurilinguismo di dirtto e plurilinguismo di fatto:
mentre molti paesi sono ufficialmente bi- o multilingui (Canada, Belgio, Svizzera, Lussemburgo,
molti paesi dellAsia e dellAfrica), molti altri paesi sono ufficialmente monolingui, anche se sono
plurilingui di fatto. Uno di questi proprio lItalia. importante anche distinguere tra bilinguismo
monocomunitario e bicomunitario (Mioni, 1982b). Nel primo caso, la (quasi) totalit dei parlanti
dellentit presa in considerazione (Stato, regione, ecc.) bilingue e costituisce una comunit unica.
Nel secondo caso invece solo pochi parlanti dellentit interessata sono veramente bilingui, e la
comunit divisa in due sotto-comunit tendenzialmente separate, ciascuna con luso quasi
esclusivo di una delle due lingue al suo interno. Lo schema 32 mostra quattro modi diversi di
sovrapposizione e giustapposizione di collettivit di lingua diversa, X e Y, in una data entit
territoriale. (vedi lo schema e il relativo commento pag.212-213.
possibile anche una distinzione tra il bilinguismo endogeno (o endocomunitario), quando la
compresenza di lingue fa parte del retaggio tradizionale della comunit; e il bilinguismo esogeno (o
esocomunitario), quando nuovi contatti e immigrazioni (relativamente) recenti portano da fuori
lingue nella comunit indigena. Il contatto di lingue che si ha nel bilinguismo provoca una vasta
serie di fenomeni, tutti interessanti dal punto di vista sociolinguistico. Lo schema 33 pag.214 mostra
la configurazione di dominanza nei gruppi italofono e germanofono della collettivit bilingue
28

altoatesina/sudtirolese a met degli anni Settanta secondo Egger. Lesame delle configurazioni di
dominanza consente di diagnosticare lo stato della situazione di bilinguismo.
6.6 Commutazione di codice
Le configurazioni di dominanza stabiliscono qual la scelta normale del codice da parte di bilingui,
cio quale lingue normalmente un parlante sceglier ed utilizzaer in una data situazione
comunicativa. Berruto d a tale selezione in nome di alternanza di codice. Il passaggio da una
lingua allaltra allinterno di un medesimo discorso da parte di un parlante bilingue detto
commutazione di codice (code-switching). Si tratta di un comportamento linguistico molto
diffuso presso i gruppi bilingui.
Il caposcuola degli studi sul valore pragmatico del code-swtiching nella conversazione J. Gumperz
(1982), il quale propone un inventario di funzioni della commutazione, notando come il passaggio
da una variet linguistica allaltra possa coincidere con, e quindi segnalare:
a) citazione (il parlante riporta un discorso diretto nella lingua in cui questo stato prodotto);
b) specificazione del destinatario (cambio di codice a seconda della persona a cui ci si rivolge);
c) interiezione (esclamazione o riempitivo del discorso);
d) ripetizione (il parlante ripete il messaggio o una sua parte nellaltra lingua, per chiarificazione o
per enfasi);
e) qualificazione del messaggio ( prodotto nellaltra lingua un segmento che qualifica o specifica
o commenta quanto detto in una lingua);
f) personalizzazione vs. oggettivazione (i passaggi commutati valgono come coinvolgimento, o
distanziamento, del parlante o rispetto a quanto detto o rispetto ai gruppi e valori sociali di
riferimento).
Dal punto di vista pi sociologico, la commutazione di codice pu essere considerata un mezzo per
superare i conflitti fra le due entit culturali connesse alle due lingue, in quanto tali comportamenti
permetterebbero di non scegliere e di regolare continuativamente la negoziazione dello sviluppo
dellinterazione. (Heller, 1988a) Dal punto di vista socio-antropologico, stato poi sviluppato, per
spiegare la ricorrenza del code-switching, il modello delle arene sociali (Scotton-Ury, 1977;
McConvell, 1988), secondo cui grosso modo ogni variet linguistica o codice in una comunit
plurilingue legato ad una certa configurazione di rapporti sociali caratterizzati da distanze diverse
fra i partecipanti allinterazione e fra questi e le cose di cui si parla (una certa arena sociale o sfera
sociale). Quando arene sociali diverse vengono a sovrapporsi, si ha il code-switching.
In una visuale molto socio-interazionale, Scotton (1986) ha elaborato un modello di scelta marcata e
non marcata, secondo cui, detto molto grossolanamente, loccorrenza di code-switching non
marcata quando segnala che il parlante in quella relazione interpersonale si attiene alle norme
prevalenti e alla rispettiva allocazione di diritti e doveri socio-comunicativi, mentre marcata
quando il parlante intende attivare unallocazione diversa da quella che ci si aspetta da quel genere
di situazione.
Non sempre il passaggio da una lingua allaltra o luso del discorso mistilingue sembra recare
significato, avere una qualche funzione. Si ha propriamente enunciazione mistilingue quando il
passaggio avviene allinterno di un singolo atto linguistico e una singola frase, e consiste nella
formulazione di uno o pi costituenti della frase in una lingua diversa da quella in cui la frase stata
iniziata. Il risultato sar una frase i cui costituenti appartengono a diversi sistemi linguistici. Vedi
lesempio di enunciazione mistilingue italiano-dialetto piemontese pag.220.
Sono state formulate varie ipotesi di restrizione sulla commutazione di codice. La <<restrizione
dellequivalenza di struttura>>, attestata a partire da Poplack (1981) e Sankoff-Poplack (1981),
29

prevede che il passaggio avvenga solo nei punti in cui si rispecchia la struttura lineare delle frasi
delle due lingue, nel senso che la giustapposizione nella frase di elementi delle due lingue non viola
le regole sintattiche di nessuna delle due. Per gli esempi vedi le righe evidenziate pag.221. Secondo
una prospettiva generativista, altri autori, tra cui Woolford, Di Sciullo, Muysken, Singh, hanno
provato a formulare restrizioni della commutazione di codice in termini di relazioni di government
(governo, o reggenza): queste costituirebbero una barriera allo switching, che sarebbe quindi
possibile solo fra elementi non in relazione di governo. Vigerebbe quindi il principio (Romaine,
1989) che <<se X e Y sono elementi collegati da una relazione di governo (nella struttura sintattica
profonda), e X ha lindice di lingua q, anche Y deve avere lindice di lingua q (cio, deve essere
formulato nella stessa lingua)>>. Unoperazione importante in questo contesto quella di
determinare leventuale lingua base (o lingua matrice) del discorso bilingue, il che pu avere
pertinenza decisiva per stabilire motivatamente le restrizioni sintattiche operanti (Klavans, 1985).
Secondo Scotton, la lingua matrice determina la morfosintassi del discorso commutato. Questo
avverrebbe a livello di schema o cornice sintattica, preliminarmente al suo riempimento con
materiale lessicale e morfologico determinato; e sarebbe governato fondamentalmente da tre
principi:
a) il principio dellordine dei morfemi, secondo cui lordine dei morfemi realizzati in superficie
non deve violare quello previsto dalla lingua matrice;
b) il principio dei morfemi sistematici, che prevede che i morfemi che prendono parte a relazioni di
accordo al di fuori della testa che li domina debbano appartenere solo alla lingua matrice;
c) un filtro che blocca i lessemi della lingua incassata che non siano congruenti, cio non abbiano
un elemento corrispondente nella lingua matrice che ne condivida le propriet.
La commutazione ben attestata non solo fra lingue pi o meno strettamente imparentate e
strutturalmente vicine, ma anche fra lingue di media distanza tipologica, o addirittura
tipologicamente molto lontane. Le fenomenologia del code-switching una delle pi complesse e
delicate tra quelle che si pongono allattenzione del linguista. Molti suoi aspetti esigono, per essere
chiariti, abbondante ricerca ulteriore.

Per integrare i contenuti vedi le slide 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11-12-19-34-35-36-37-38-39-42