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trionfo dellesibizionismo nellera dei social network

di Zygmunt Bauman - 09/04/2011

Fonte: La Repubblica [scheda fonte]

Facebook ha distaccato di molto ogni altra novit e moda passeggera legata a


Internet, e ha battuto tutti i record di crescita del numero degli utenti regolari.
Altrettanto dicasi per il suo valore commerciale, che secondo Le Monde del 24
febbraio scorso ha ormai raggiunto la cifra inaudita di 50 miliardi di dollari.
Mentre scrivo, il numero degli "utenti attivi" di Facebook ha doppiato la boa del
mezzo miliardo: alcuni di essi, naturalmente, sono pi attivi di altri, ma ogni
giorno va su Facebook almeno la met di tutti i suoi utenti attivi. La propriet
informa che lutente medio di Facebook ha 130 amici (amici su Facebook), e
gli utenti vi trascorrono complessivamente pi di 700 miliardi di minuti al
mese. Se questa cifra astronomica troppo grande da digerire e assimilare,
sar bene far notare che, se divisa in parti uguali fra tutti gli utenti attivi di
Facebook, corrisponderebbe a circa 48 minuti al giorno per ciascuno. In
alternativa, potrebbe corrispondere a un totale di 16 milioni di persone che
trascorrono su Facebook 7 giorni a settimana, 24 ore al giorno.
Si tratta di un successo davvero sbalorditivo secondo ogni parametro. Quando
ha ideato Facebook (ma c chi dice abbia rubato lidea), e lha poi lanciato
su Internet nel febbraio del 2004 ad uso esclusivo degli studenti di Harvard, l
allora ventenne Mark Zuckerberg devessersi imbattuto in una specie di
miniera doro: questo piuttosto evidente.
Ma che cosa era quel minerale simile alloro che il fortunato Mark ha scoperto
e continua a estrarre con profitti favolosi che non cessano di accrescersi? (...)
Ci che si acquistato una rete, non una "comunit". E le due cose, come si
scoprir prima o poi (a condizione, naturalmente, di non dimenticare, o non
mancare di imparare, che cosa sia la "comunit", occupati come si a crearsi
reti per poi disfarle), si rassomigliano quanto il gesso e il formaggio.
Appartenere a una comunit costituisce una condizione molto pi sicura e
affidabile, bench indubbiamente pi limitante e pi vincolante, che avere una
rete. La comunit qualcosa che ci osserva da presso e ci lascia poco margine
di manovra: pu metterci al bando e mandarci in esilio, ma non ammette
dimissioni volontarie. Invece la rete pu essere poco o per nulla interessata
alla nostra ottemperanza alle sue norme (sempre che una rete abbia norme
alle quali ottemperare, il che assai spesso non ), e quindi ci lascia molto pi
agio e soprattutto non ci penalizza se ne usciamo. Per sulla comunit si pu
contare come su un amico vero, quello che "si riconosce nel momento del
bisogno". (...) Ebbene: quei nomi e quelle foto che gli utenti di Facebook
chiamano "amici" ci sono vicini o lontani? Ultimamente, un entusiasta "utente
attivo" di Facebook si vantava di riuscire a farsi 500 nuovi amici al giorno, pi
di quanti ne abbia acquistati io nei miei 85 anni di vita. Ma come osserva Robin
Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, "la nostra mente
non stata predisposta (dallevoluzione) a consentirci di avere, nel nostro
mondo sociale, pi di un numero assai limitato di persone". Questo numero
Dunbar lha addirittura calcolato, scoprendo che "un essere umano non riesce
a tenere in piedi pi di circa 150 rapporti significativi". (...)
Le "reti di amicizie" supportate elettronicamente promettevano di spezzare le
recalcitranti limitazioni alla socievolezza fissate dal nostro patrimonio genetico.
Ebbene, dice Dunbar, non le hanno spezzate e non le spezzeranno: la
promessa pu soltanto essere disattesa. vero, ha scritto lo studioso lo
scorso 25 dicembre nella sua rubrica sul New York Times, con la propria
pagina di Facebook si pu fare amicizia con 500, 1000, persino 5000 persone.
Ma tutte, eccetto quel nucleo di 150, non sono che semplici voyeur che
mettono il naso nella tua vita quotidiana. Tra quei mille amici su Facebook, i
"rapporti significativi" mantenuti per mezzo di un servizio elettronico oppure
vissuti off-line sono calmierati, come prima, dai limiti invalicabili del "numero
di Dunbar". Il vero servizio reso da Facebook e da altri siti "sociali" simili
dunque il mantenimento del nucleo di amici nelle condizioni del mondo attuale,
un mondo ad elevata mobilit, che si muove in fretta e cambia rapidamente...
(...)
Dunbar ha ragione quando sostiene che i succedanei elettronici del rapporto
faccia a faccia hanno aggiornato il retaggio dellet della pietra, cio hanno
adattato i modi e i mezzi dei rapporti umani ai requisiti della nostra nouvel ge.
Mi sembra per che trascuri un fatto, e cio che nel corso di tale adattamento,
quei modi e quei mezzi sono stati anche modificati in notevole misura, e di
conseguenza anche i "rapporti significativi" hanno cambiato significato.
Altrettanto deve aver fatto il contenuto del concetto di "numero di Dunbar". A
meno che tale contenuto non si esaurisca precisamente e unicamente nel
numero. Il punto che, indipendentemente dal fatto che il numero di persone
con cui si pu stabilire un "rapporto significativo" non sia variato nel corso dei
millenni, il contenuto richiesto per rendere "significativi" i rapporti umani dev
essere cambiato in notevole misura, e in modo particolarmente drastico in
questi ultimi trenta-quarantanni Esso si modificato al punto che, come
ipotizza lo psichiatra e psicoanalista Serge Tisseron, i rapporti considerati
"significativi" sono passati dallintimit allextimit, cio dallintimit a ci che
egli chiama "estimit". (...)
Lavvento della societ-confessionale ha segnato il trionfo definitivo di quella
invenzione squisitamente moderna che la privacy ma ha anche segnato l
inizio delle sue vertiginose cadute dalla vetta della sua gloria. Trionfo che si
rivelato una vittoria di Pirro, naturalmente, visto che la privacy ha invaso,
conquistato e colonizzato la sfera pubblica, ma al prezzo di perdere il suo
diritto alla segretezza, suo tratto distintivo e privilegio pi caro e pi
gelosamente difeso.
Analogamente ad altre categorie di beni personali, infatti, la segretezza per
definizione quella parte di conoscenza la cui condivisione con altri rifiutata o
proibita e/o strettamente controllata. La segretezza, per cos dire, traccia e
contrassegna i confini della privacy, essendo questultima la sfera destinata ad
essere propria, il territorio della propria sovranit indivisa, entro il quale si ha il
potere totale e indivisibile di decidere "che cosa sono e chi sono", e a partire
dalla quale si possono lanciare e rilanciare le campagne per far riconoscere e
rispettare le proprie decisioni e mantenerle tali. In una sorprendente inversione
a U rispetto alle abitudini dei nostri antenati, per, abbiamo perso il fegato, l
energia e soprattutto la volont di persistere nella difesa di quei diritti, di
quegli insostituibili elementi costitutivi dellautonomia individuale. Quel che ci
spaventa al giorno doggi non tanto la possibilit del tradimento o della
violazione della privacy, quanto il suo opposto, cio la prospettiva che tutte le
vie duscita possano venire bloccate. Larea della privacy si trasforma cos in
un luogo di carcerazione, e il proprietario dello spazio privato condannato a
cuocere nel suo brodo, costretto in una condizione contrassegnata dallassenza
di avidi ascoltatori bramosi di estrarre e strappare i nostri segreti dai bastioni
della privacy, di gettarli in pasto al pubblico, di farne una propriet condivisa da
tutti e che tutti desiderano condividere. A quanto sembra non proviamo pi
gioia ad avere segreti, a meno che non si tratti di quel genere di segreti in
grado di esaltare il nostro ego attirando lattenzione dei ricercatori e degli
autori dei talk-show televisivi, delle prime pagine dei tabloid e delle copertine
delle riviste su carta patinata. (...).
In Gran Bretagna, paese arretrato di cyber-anni rispetto allEstremo Oriente in
termini di diffusione e utilizzo di apparecchiature elettroniche di avanguardia,
gli utenti forse si affidano ancora al social networking per manifestare la loro
libert di scelta e addirittura lo ritengono uno strumento di ribellione e auto-
affermazione giovanile. Ma in Corea del Sud, per esempio, dove la maggior
parte della vita sociale gi abitualmente mediata da apparecchiature
elettroniche (o, piuttosto, dove la vita sociale gi stata trasformata in vita
elettronica o cyber-vita, e dove la "vita sociale" per buona parte si trascorre
principalmente in compagnia di un computer, di un iPod o di un cellulare e solo
secondariamente in compagnia di altri esseri in carne e ossa), ai giovani del
tutto evidente che non hanno neanche un briciolo di scelta: l dove vivono,
vivere la vita sociale per via elettronica non pi una scelta ma una necessit,
un "prendere o lasciare". La "morte sociale" attende quei pochi che ancora non
si sono collegati a Cyworld, leader del mercato sudcoreano in fatto di cultura
show-and-tell. (...)
I teenager equipaggiati di confessionali elettronici portatili non sono che
apprendisti in formazione e formati allarte di vivere in una societ-
confessionale, una societ notoria per aver cancellato il confine che un tempo
separava pubblico e privato, per aver fatto dellesposizione pubblica del
privato una virt pubblica e un dovere, e per aver spazzato via dalla
comunicazione pubblica qualsiasi cosa resista a lasciarsi ridurre a confidenze
private, insieme a coloro che si rifiutano di farle. (...) Essere membri della
societ dei consumatori un arduo compito, un percorso in salita che non
finisce mai. Il timore di non riuscire a conformarsi stato soppiantato dal
timore dellinadeguatezza, ma non per questo si fatto meno tormentoso. I
mercati dei consumatori sono bramosi di capitalizzare questo timore, e le
industrie che sfornano beni di consumo si contendono lo status di
guide/aiutanti pi affidabili per i loro clienti, sottoposti allo sforzo incessante di
essere allaltezza del compito. Sono i mercati a fornire gli "attrezzi", cio gli
strumenti indispensabili per "auto-fabbricarsi": un lavoro che ciascuno esegue
da s. E in realt, le merci che i mercati rappresentano come "attrezzi"
destinati a essere usati dai singoli per prendere decisioni non sono che
decisioni gi prese. Quelle merci sono state approntate ben prima che il singolo
si trovasse dinanzi al dovere (rappresentato come opportunit) di decidere.
quindi assurdo pensare che quegli strumenti rendano possibile una scelta
individuale delle finalit. Al contrario, essi non sono che cristallizzazioni di un
irresistibile "necessit" che gli esseri umani, oggi come un tempo, sono tenuti
a imparare, cui devono obbedire, e cui devono imparare a obbedire per essere
liberi
Ma allora, lo strabiliante successo di Facebook non sar dovuto al fatto di aver
creato il mercato su cui, ogni giorno, necessit e libert di scelta sincontrano?
(Traduzione di Marina Astrologo)
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