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La Danza pubblica nell'Antica Roma

La celebrit degli antichi Romani stata da sempre connessa con la vastit del loro impero che
toccava tutti i territori bagnati dal Mediterraneo. Ci che determinava questo forte espansionismo
era lo spirito militare e combattivo intrinseco alla societ che traspariva non solo nelle scelte
politiche dell'impero, ma anche negli aspetti culturali. Le arene, i circhi e i teatri erano luogo infatti
di messe in scena spettacolari, dove il principale divertimento era dato dallo scontro fisico e dalla
guerra. Una guerra che ha acquistato un valore specifico nell'arte della danza romana, soprattutto
agli albori della societ.
Secondo la leggenda una delle prime forme di danza sicuramente la bellicrepa, un ballo inventato
da Romolo come consacrazione della citt che si trasforma. Molto simile alla pirrica greca, essa
metteva in scena tutte le fasi del combattimento e faceva risaltare il passaggio della societ da una
dimensione rurale ad una dimensione bellica ed espansionistica. La bellicrepa era strettamente
legata al Dio Marte che secondo la tradizione incarnava il cambiamento sociale: da dio della
vegetazione infatti divent un dio della guerra.
Quest'ultimo aspetto lo recepirono concretamente soprattutto i Salii, una congregazione di sacerdoti
istituita da Numa Pompilio, che avevano la funzione di onorare Marte mediante una sfarzosa
cerimonia pubblica. Tale celebrazione aveva inizio il primo di marzo e consisteva in un itinerario
processionale che aveva la finalit di mostrare a tutta la citt gli ancilia. Essi erano dodici scudi
sacri tra i quali, secondo la tradizione, si nascondeva l'Ancile, lo scudo consegnato da Marte a
Numa Pompilio come pegno della salvezza e dell'invincibilit di Roma. La cerimonia, eseguita su
un ritmo ternario dovuto all'incidere delle lance sugli scudi, veniva chiamata tripudium ed era
guidata dall'inno sacro dei Salii, il carmen saliare. La festa culminava il 19 marzo, primo giorno
delle Quinquatrie e in ottobre si svolgevano cerimonie simili fino allarmilustrio (19 ottobre),
quando le sacre armi erano riposte.
La societ romana, per, non era composta solo da sostenitori della guerra, ma anche da coloro che
rappresentavano il pacifismo conservatore legato alle tradizioni agrarie. Questi erano gli Arvali, un
collegio sacerdotale che diversamente dai Salii era rimasto legato alla dimensione rurale sia
nell'anno liturgico da una festa delle sementi all'altra- sia nelle cerimonie. Esse erano
principalmente sacrificali e si svolgevano in campagna, nelle foreste, dove con danze tutt'oggi
ignote davano luogo a riti liturgici accompagnati da inni sacri.
Sempre nei territori al di fuori della citt si assisteva anche ad un fenomeno diverso dalle precedenti
manifestazioni sacrali e questo era ben rappresentato dai baccanali. I baccanali erano quei misteri
dionisiaci che, dalla Magna Grecia penetrarono a Roma al principio del II secolo a. C.
Originariamente essi erano religiosi e rivolti quindi solo agli officianti di Bacco, ma con l'andare del
tempo furono estesi a tutta la popolazione con danze sempre pi sfrenate e che degeneravano spesso
nelle orgie pi immorali. Tito Livio narra che grazie ad un Greco venuto in Etruria queste feste
notturne si espansero notevolmente. Questo fenomeno preoccup molto il console Spurio Postumio
Albino, il quale diede inizio ad una serie di inchieste riguardo a queste sette e arrest quasi 7000
persone coinvolte. Ci fatto, si provvide a che per l'avvenire il pericoloso caso non avesse a
ripetersi. Furono sciolte tutte le associazioni bacchiche ancora esistenti a Roma e in Italia e fu
emanato un senatoconsulto che ne proibiva la costituzione per l'avvenire.
I baccanali non furono un caso isolato che dimostrava come la cultura dei popoli sottomessi
penetrasse nella societ romana, ma vi furono esempi di questo tipo anche in secoli precedenti. I
popoli pi vicini a Roma, quali Etruschi e Greci, introdussero nel panorama culturale grandi novit.
Secondo quanto afferma Tito Livio nel settimo libro delle Storie, nel 364 a.C. in seguito ad una
grave pestilenza, i Romani assistettero a dei ludi scaenici scaramantici, durante i quali dei danzatori
etruschi misero in scena uno spettacolo propiziatorio. Essi si muovevano accompagnati solamente
da un suonatore di tibia, slegandosi da un qualsiasi contenuto del testo e apponendo l'importanza
della celebrazione unicamente al movimento. Questo venne ben recepito dai giovani Romani che
pur imitandoli introdussero un tipo di spettacolo in cui musica e danza venivano accompagnate
dalla recitazione, come nella cultura greca. Nasce cos la Satura che, distaccandosi dalla precedente

esperienza etrusca, d avvio ad un periodo di sviluppo delle arti che non vengono solo eseguite, ma
anche insegnate all'interno di accademie vere e proprie.
La danza, per, non occuper mai un posto di prestigio nella scena culturale romana, tanto che sotto
il potere di Scipione Emiliano verr bandita nelle stesse scuole che tentavano di promuoverla. Il
vero riscatto sociale lo trover solo durante il periodo imperiale, dove, dopo una compenetrazione
della cultura greca, essa trover largo spazio nel mimo e nel pantomimo.
Grazie infatti ai grandi teatri e anfiteatri che costellavano le citt romane, la tratta di schiavi come
gladiatori e combattenti era aumentata notevolmente. Questi, oltre ad essere fondamentali per il
successo dello spettacolo, erano grandi portatori di culture diverse e soprattutto di tecniche che
all'epoca, nel panorama culturale romano, erano del tutto sconosciute. Molti degli schiavi
provenivano dall'Asia Minore e dalla Grecia, delle realt in cui i mimi e gli acrobati erano un
aspetto comune degli spettacoli. Quando questi arrivarono a Roma, furono fin da subito ammirati
per la loro professionalit nell'uso del corpo, ars saltatoria.
Si crearono gruppi di fanatici a riguardo che contribuirono alla nascita di una competizione fra
mimi, sviluppando sempre di pi la danza mimetica. Una danza che si sviluppa principalmente in
due direzioni: il mimo caratterizzato dall'alternanza e dalla relazione di diversi interpreti e il
pantomimo contraddistinto dalla presenza di una sola persona che interpreta diversi personaggi.
Entrambe per hanno un'analogia fondamentale che consiste nella piena fusione delle arti della
musica, della danza e del canto. L'aspetto orchestico delle rappresentazioni ha fatto si che questo
fenomeno fosse molto popolare tra la gente tanto da svilupparsi in spettacoli che coinvolgevano non
un solo strumento, ma vere e proprie orchestre adibite per la messa in scena.
Per questo motivo il pantomimo e il mimo si possono delineare sotto molti aspetti come gli antenati
del balletto moderno, perch univano artisti diversi sotto la stessa compagnia e trattavano temi
svariati sia di narrativa mitologica che di critica sociale. La popolarit verso questo genere, per,
oltre a darne uno slancio concreto, ha segnato anche il suo lento decadimento. L'immoralit in cui
spesso incappavano gli spettacoli, ha portato i mimi a confrontarsi nei secoli successivi con le
autorit ecclesiastiche della Chiesa, le quali ostacolarono notevolmente le manifestazioni artistiche.
Nonostante scomuniche, avversioni e guerre, esse continuarono a sopravvivere e piano piano
diventarono nomadi ed eseguite davanti a platee sempre pi modeste, evolvendosi in ci che verr
ereditato direttamente dai troubadours medioevali.
La cultura artistica romana quindi si pu dire ricca delle influenze dei popoli che ha sottomesso e
dominato. Dagli Egizi ha ereditato la sfarzosit delle cerimonie come mera manifestazione del
potere dell'impero, dagli Etruschi la bellezza del movimento permeato dalla musica e dai Greci le
basi per un linguaggio orchestico che influenzer in gran parte tutta il percorso artistico successivo.
Roma quindi stata il fulcro di un incontro di popoli che, nonostante la severit della supremazia
politica, hanno trovato in questo ambiente terreno fertile per la ricerca di un linguaggio artistico
nuovo, distaccato totalmente dal carattere cultuale delle origini, ma aperto ad un valore puramente
artistico.

NOTE
1.
2.

Giovanni Calendoli, Storia universale della danza, Arnoldo Mondadori; Prima Edizione Ottobre 1985 edizione,
p. 41
Enciclopedia Treccani, sotto la definizione di Baccanali