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S.E. Mons.

Francesco Lambiasi
Nell'amore di Cristo, come segni profetici del Regno
I presbiteri e i consigli evangelici
Tutta questione d'amore. Amore la prima parola che brilla nel titolo del tema che mi stato
affidato. E l'amore solo e tutto ci che il Cristo risorto domanda a Pietro sulle rive del lago di
Tiberiade, prima di affidargli il servizio di pascere il suo gregge. Niente di pi, niente di meno che
lamore, o almeno laffetto, lamicizia. Ges non dice per a Pietro: "Tu ami il mio gregge? Allora
pascilo!"; ma: "Tu mi vuoi bene? Allora pasci il mio gregge". Il ministero presbiterale "amoris
officium"1. Tutta l'esistenza sacerdotale una vita di amore, vissuta "con tutto lo slancio di uno
sposo verso la sposa", la Chiesa2.
1.Il presbitero, uomo della carit pastorale nel presbiterio
1.1. Alla sequela di Cristo Pastore e Sposo della Chiesa
In Vera e falsa riforma per la Chiesa Y. Congar indicava la riforma per via di santit come
la prima, insostituibile via per una vera, efficace riforma della Chiesa, e additava Francesco d'Assisi
come il modello pi alto di questa riforma. Alla santit i presbiteri sono chiamati - "nel modo loro
proprio" (PO 13) - non solo in quanto battezzati, ma anche e specificamente in quanto presbiteri,
ossia a un titolo nuovo e con modalit originali, derivanti dal sacramento dell'ordine. La via aperta
dal Signore a chi viene chiamato a vivere come gli apostoli non una via superiore o estranea a
quella di tutti gli altri battezzati. E' semplicemente diversa, in riferimento alle caratteristiche
specifiche della vocazione che il Vangelo rivolge a tutti i discepoli di Cristo. Per questo i presbiteri
non costituiscono una categoria di cristiani 'super' n peraltro devono sentirsi costretti a mutuare da
altre spiritualit e da altre forme di vita cristiana, laicale o religiosa, mezzi e modelli
sostanzialmente estranei a chi, come loro, stato chiamato ad abbracciare la specifica radicalit
evangelica della vita 'apostolica'.
"Il principio interiore, la virt che anima e guida la vita spirituale del presbitero in quanto
configurato a Cristo Capo e Pastore la carit pastorale, partecipazione della stessa carit pastorale
di Ges Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo e nello stesso tempo compito e appello alla
risposta libera e responsabile del presbitero" (PdV 23). E appunto la carit pastorale che costituisce
per i presbiteri la modalit peculiare di vivere la radicalit evangelica nell'obbedienza, nella povert
e nella castit del celibato.
E' da riprendere l'idea di carit pastorale come "partecipazione della stessa carit pastorale
di Ges Cristo". "Carit pastorale" non dice prima di tutto l'amore del presbitero-pastore verso il
gregge, e neppure l'amore del presbitero-pastore verso Cristo Pastore. Dice innanzitutto l'amore di
Cristo Pastore, nel cuore del presbitero-pastore, verso il gregge che gli affidato. Infatti l'origine
permanente del nostro amore per il Signore il suo amore per noi, come ci testimonia il discepolo
prediletto, che ha contemplato il Trafitto. Alla terza domanda di Cristo, che, dopo aver richiesto a
Pietro per ben due volte lamore assoluto e totale (mi ami?), ormai "sceso" al livello di Simone
e si adeguato al suo verbo ("mi vuoi bene?"), Pietro risponde: "Signore, tu sai che ti voglio bene"
(Gv 21,17). Come a dire: "Tu sai che il mio volerti bene non capacit mia, ma dono tuo". Infatti,
"all'inizio dell'essere cristiano non c' una decisione etica o una grande idea, bens l'incontro con un
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avvenimento, con una Persona, che d alla vita un nuovo orizzonte e con ci la direzione decisiva",
scriveva papa Benedetto XVI nella sua enciclica, Deus caritas est (n. 1).
La configurazione del presbitero a Cristo sposo della Chiesa richiama il simbolismo nuziale,
che, come un filo doro, attraversa tutta la sacra Scrittura, dalla Genesi allApocalisse. NellAntico
Testamento lo sposo Dio, la sposa Israele; nel Nuovo Testamento lo sposo Cristo, la sposa la
Chiesa. Nell'uno e nell'altro caso, la prima delle sette note dell'amore sponsale di Dio-Cristo per
Israele-Chiesa misericordia, fedelt, tenerezza, fortezza, esigenza, efficacia - la gratuit. E' la
nota fondamentale, nel senso preciso che sta a fondamento di tutte le altre. Lo Sposo divino non
ama la Sposa perch amabile, ma la rende amabile perch la ama. In Dt 7,7-9 scritto che Dio si
"legato" (verbo coniugale! cfr Dt 21,11) a Israele e lo ha scelto non perch sia pi numeroso, pi
potente, pi importante degli altri popoli, ma "perch il Signore vi ama". L'amore Dio grazia in
tutto e per tutto: non c' nulla dietro di lui che ne determini il nascere; nulla davanti a lui che ne
solleciti l'iniziativa. N un perch causale che lo produca, n un perch finale che lo attragga. Ci
che viene prima sempre l'amore divino per l'uomo, e non l'amore umano per Dio. "Non siamo stati
noi ad amare Dio, ma lui che ha amato noi. Noi amiamo (Dio e i fratelli) perch egli ci ha amati
per primo" (1Gv 4,10.13). Non c spazio per alcun sospetto di orizzontalismo. Lamore cristiano
verticale, ma di un verticalismo discendente, capovolto: non pi luomo che deve salire in alto
per inchinarsi ai piedi di Dio (ascesi della trascendenza), ma un Dio che si abbassa fino a lavare i
piedi delluomo (mistica della condiscendenza o synkatabasis)3. E la sorprendente novit
dellincarnazione: non una lontanissima, irraggiungibile divinit, ma limpensabile vicinanza di un
Dio che si fa uomo. Non pi luomo che muore per Dio, ma Dio che muore per luomo. Pertanto il
presbitero sar un povero cristiano, e come tale non potr presumere di essere un gigante
dell'ascetismo, ma si far umile mendicante dell'amore.
1.2. La fraternit dei presbiteri nell'unico presbiterio
La Chiesa-comunione: questa stata la grande eredit del Vaticano II. Per risalire alla
sorgente della comunione ecclesiale, dobbiamo puntare in alto i nostri cuori: dobbiamo contemplare
la santa Trinit, la fonte prima e il modello insuperabile della comunione ecclesiale. Nel Dio unitrino vediamo i Tre stretti in un rapporto talmente intenso che legittimo affermare: ogni persona
divina non ha una relazione con le altre, ma in relazione anzi in se stessa relazione alle altre
due. Il Padre non si ripiega morbosamente su di s (sarebbe un padre-mostro, non il vero Padre
nostro!), ma esce da s per aprirsi totalmente al Figlio, e cos il Padre e il Figlio si aprono e si
incontrano nello Spirito Santo. Possiamo quindi dire che le tre Persone sono ognuna con le altre,
per le altre, nelle altre. Sono le tre preposizioni trinitarie: con-per-in. Lesatto contrario delle
relazioni anti-trinitarie, dia-boliche: gli uni senza-contro-sopra gli altri. Poich Dio comunione di
persone, la forma di vita che meglio esprime tale realt non pu che essere la vita di comunione
nella comunit ecclesiale. Non il triangolo n il trifoglio limmagine pi vera della santa Trinit,
ma la comunione tra due o tre fratelli che vivono con un cuore solo e unanima sola. C stato un
tempo in cui la Trinit era adorata nei cieli e nellintimo dei cuori, fatti sua dimora. Linabitazione
della Trinit stata verit feconda, che ha prodotto una spiritualit di buona lega. Ora giunta lora
di passare dalla dimensione intrapersonale la Trinit dentro di me alla dimensione
interpersonale la vita della Trinit tra di noi. Dobbiamo transitare dallintimo al comunitario,
dallio al noi, per mostrare il contagioso potenziale di comunione del grande mistero del Dio trino e
uno4. Ma, sospesa al cielo trinitario, la Chiesa anche tenacemente ancorata al Calvario. La vita
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della santa Trinit, per arrivare fino a noi, deve passare per lo svincolo del Golgota. La nostra
comunione fraterna non idillio patetico o sterile tenerume: essa abita in via della croce. Occorre
imparare a perdere. necessario che muoia il mio io possessivo e vorace, indispensabile non
essere pi io a vivere, ma Cristo in me, per poter condividere gli stessi sentimenti di Cristo Ges
(Fil 2,6)5.
Il percorso che stiamo seguendo dalla Trinit alla Pasqua, dalla Pasqua alla Chiesa ci
porta alla spiritualit di comunione, nella fraternit sacerdotale. Non si tratta di una fraternit di tipo
funzionale - non sarebbe vera fraternit! - o puramente morale, ma di natura sacramentale, in
quanto trova la sua radice nel sacramento dellordine, che a sua volta si radica nel battesimo.
Pertanto si pu dire che ogni confratello mi due volte fratello. Infatti il primo dono che i
presbiteri devono fare alla Chiesa e al mondo non lattivismo, ma la testimonianza di una fraternit
concretamente vissuta6.
Il Concilio insegna: I presbiteri costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio
(unum presbyterium) (LG 28; cfr PdV 31). Pertanto il sacerdote non pu agire da solo, ma sempre
allinterno del presbiterio, divenendo confratello di tutti e ciascuno di coloro che ne fanno parte.
Lunum presbyterium non il prodotto di particolari strategie di consenso, di tattiche di
omologazione o di dinamiche corporativistiche, ma il frutto di una genuina spiritualit di
comunione, creata dallunit sacramentale del presbiterio nella Chiesa. La comunione non si
organizza, ma si genera. Il presbiterio un organismo, non una organizzazione. Pertanto per i
presbiteri pi importante essere a servizio della comunione che diventare "appaltatori di servizi".
E pi importante vivere lunit nel presbiterio, che buttarsi da soli, a capofitto in un attivismo
scriteriato e convulso. Nessun presbitero in condizione di realizzare pienamente la propria
missione se agisce da solo e per proprio conto (PO 7).
2. La radicalit della sequela evangelica del presbitero diocesano
2.1. La profezia dellobbedienza in una comunione corresponsabile
Prima del comandamento, viene l'avvenimento. Per misurare la qualit cristiana di un
comportamento virtuoso - in questo caso, l'obbedienza cristiana-presbiterale - dobbiamo
continuamente risalire all'avvenimento fondativo, la Pasqua del Signore. Se vero che l'obbedienza
del cristiano-pastore si fonda e partecipa dell'obbedienza di Cristo Pastore, da riconoscere che
nella vicenda di Cristo Pastore l'obbedienza tutt'altro che virt accessoria e marginale. In effetti la
troviamo in tre passi che fanno parte del nucleo incandescente del kerygma cristiano: Cristo "si
fatto obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (Fil 2,8); "pur essendo Figlio, impar
l'obbedienza da ci che pat" (Eb 5,8); "per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti"
(Rm 5,19). Per il Nuovo Testamento il comportamento obbediente di Cristo non solo il pi
sublime esempio di obbedienza cristiana, ma ne rappresenta il pi solido e vitale fondamento.
Per cogliere la natura dell'obbedienza di Cristo, dobbiamo leggerla con s. Paolo in antitesi
alla disobbedienza di Adamo: Come per la disobbedienza di un solo uomo, tutti sono stati costituiti
peccatori, cos anche per lobbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti (Rm 5,19). A
differenza di Adamo, Cristo si espropriato della propria volont, lett. "svuot se stesso, assumendo
la condizione di servo" (Fil 2,7)7. Nel Getsemani Ges ha supplicato il Padre: "Non sia fatta la mia,
ma la tua volont" (Lc 22,42), come aveva gi detto, indicando la sua missione: "Non sono disceso
dal cielo per fare la mia volont, ma la volont di colui che mi ha mandato" (Gv 6,38). Non solo di
fronte alla morte, ma tutta la vita di Ges fu una obbedienza d'amore: "Il mio cibo fare la volont
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di colui che mi ha mandato" (Gv 4,34). "Colui che mi ha mandato con me: non mi ha lasciato
solo, perch faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8,29). Nel primo libro di Samuele
(15,22) si legge che "obbedire meglio del sacrificio" e nella Lettera agli Ebrei scritto che Cristo,
"dopo aver detto: Tu non hai voluto n sacrifici n offerte, n olocausti n sacrifici per il peccato
(...) soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volont" (Eb 10,8-9). Al Figlio il Padre ha chiesto non
solo l'obbedienza, ma anche il sacrificio, ma nel sacrificio della croce ha gradito la sua obbedienza,
cio l'amore. Non stata tanto la morte di Cristo a salvarci, quanto la sua obbedienza fino alla
morte.
Ma cosa significa, per il popolo di Dio, il fatto dell'esistenza di pastori e di capi, cio
dell'autorit e della gerarchia nella Chiesa? Pietro e Paolo, i due pilastri e fondamenti dell'autorit
ecclesiastica, hanno dato, per cos dire, una definizione dell'ufficio di pastore nella Chiesa. Il primo
dice che il pastore non deve "spadroneggiare sulle persone a lui affidate", ma deve farsi modello
del gregge" (cfr 1Pt 5,3) L'altro, Paolo, parlando in prima persona ai cristiani di Corinto, scrive:
"Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra
gioia" (2Cor 1,24). Ora, se guardiamo indietro a come erano impostati i rapporti tra gerarchia e
popolo prima del Concilio Vaticano II, vediamo che la Chiesa aveva finito per strutturarsi in una
linea rigidamente verticale che andava da Cristo al papa, dal papa ai vescovi, dai vescovi ai parroci
e dai parroci al popolo. Non c'era molto scambio e comunicazione reciproca, n tra Chiesa e Chiesa,
n tra i pastori e i fedeli; il vescovo raggiungeva il popolo solo attraverso i parroci. A questo
modello di Chiesa, basato sulla rappresentanza e sulla delega, il Concilio ha cominciato a sostituire
il modello basato sulla partecipazione diretta. Lo ha fatto in vari modi e in varie occasioni:
riscoprendo il ruolo della collegialit dei vescovi, la Chiesa locale, l 'importanza dei laici e degli
organismi di partecipazione, come i consigli presbiterali e pastorali. Con la variet dei carismi e dei
ministeri che lo Spirito Santo suscita direttamente e liberamente nel vissuto quotidiano e concreto
della Chiesa, nasce una ricchezza che ricade a vantaggio di tutta la Chiesa stessa. I pastori non
hanno la sintesi dei carismi, ma il carisma della sintesi: spetta loro il compito di discernere e
autenticare i carismi, non per quello di crearli. Il Vaticano II ha proposto una visione
profondamente nuova della Chiesa, o meglio ha riproposto la visione profondamente antica,
marcando la fondamentale uguaglianza di tutti i membri del popolo di Dio, in cui la comunione
delle persone precede la distinzione dei ruoli e mette in rete le varie funzioni. Secondo la Lumen
Gentium la Chiesa comunione gerarchica, in cui la dimensione istituzionale inseparabile da
quella misterica, ma secondo un rapporto ben chiaro: la struttura a servizio della comunione, e
non viceversa. Pertanto se la comunione senza listituzione sarebbe come unanima senza il corpo,
listituzione senza la comunione sarebbe come un corpo senza lanima: un inerte, gelido cadavere8.
Lo Spirito ci porta ad obbedire non "per timore del castigo", come lo schiavo, non per
"attrattiva della ricompensa", come il mercenario", ma "per il bene in se stesso e per l'amore di colui
che comanda", come figli9. Per il presbitero diocesano lobbedienza si riveste di alcune
caratteristiche peculiari. Innanzitutto assume una connotazione apostolica, nella dedizione umile e
generosa, nel servizio libero e lieto, che riconosce, ama e serve la Chiesa nella sua struttura
gerarchica. Ci domanda che non si sfugga, ma si viva con fede e carit il rapporto con il vescovo,
senza confondere la semplicit dellobbedienza filiale con un atteggiamento pigramente passivo e
formalmente servile. Lobbedienza presbiterale presenta inoltre una esigenza comunitaria, poich
non si riduce a una obbedienza del singolo allautorit episcopale, ma si esprime nella solidale
appartenenza allunico presbiterio, e sempre allinterno di esso e con esso esprime orientamenti e
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scelte corresponsabili (PdV 28). Ci richiede ai presbiteri di abbandonare conduzioni pastorali


solitarie e individualiste; di sintonizzarsi volentieri con le indicazioni maturate collegialmente
attraverso le varie forme della corresponsabilit diocesana; di lasciare spazio ai confratelli perch
possano valorizzare i loro talenti e capacit; evitando tenacemente gli scogli di invidie, rivalit,
gelosie. Infine, lobbedienza vissuta dal sacerdote con un tipico carattere pastorale, in quanto
comporta il lasciarsi mangiare dai fratelli nella costante disponibilit al servizio; esige limpegno
a edificare in Cristo una comunit fraterna in cui si ricerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa; implica
il maturare le decisioni in un clima favorevole alla condivisione e alla corresponsabilit, attraverso
il discernimento comunitario; stimola e aiuta tutti ad essere uniti a-priori nellessenziale, ma a saper
convergere anche nellopinabile.
2.2. La profezia della verginit, segno e stimolo della carit pastorale
Con Ges la profezia della verginit brilla nel mondo con una luce calda e lieta, come un
valore positivo e fecondo. Non solo perch prima di Ges la verginit non era n praticata n
apprezzata, ma anche perch gli Esseni di Qumran che, pure conoscevano e sperimentavano
anch'essi una forma di celibato, lo vivevano per con una connotazione ascetica, di rinuncia e di
purit cultuale, pi che per una motivazione escatologica. Secondo Mt 19,10-12, invece, la verginit
proposta da Ges "per il regno dei cieli", ossia per la venuta del Regno (nel senso che gi
venuto) e non tanto per la sua attesa (perch finalmente venga), come appunto a Qumran. "Poich il
regno dei cieli gi venuto, poich con Cristo la salvezza finale operante nel mondo, dunque
possibile che alcune persone, chiamate da Dio, scelgano, fin d'ora, di vivere come si vive nella
condizione finale del Regno"10. Pertanto il carisma del celibato una "testimonianza al mondo del
Regno escatologico (PdV 30).
Ma, alla scuola di Ges, si comprende anche la motivazione missionaria della verginit.
Infatti, se il Regno gi venuto, non ancora, per, venuto in pienezza: in intensit, all'interno
della Chiesa, e in estensione, fino ad arrivare ai confini del mondo. Occorrono pertanto uomini e
donne che, a cuore pieno e a tempo pieno, dedichino la loro vita "per il regno dei cieli", ossia per la
sua piena venuta. A questo punto opportuno un chiarimento. La verginit non va vista in modo
funzionale, come una opportunit per la missione, per svolgerla al meglio, ma la missione che va
vista come il frutto della verginit. "Nella comunione sponsale con Dio si trova la radice della
missione e, al tempo stesso, si scopre l'identit della missione, che altro non se non il desiderio di
rivelare a tutti il volto di Dio"11. Cos va letto l'inciso presente in Mc 3,14 secondo cui Ges
"chiam a s quelli che voleva, perch stessero con lui e per mandarli a predicare", dove lo "stare
con lui" prerequisito per poi andare ad annunciare il vangelo del Regno. E la dimensione
ecclesiale della verginit del presbitero - il quale, con l'ordinazione sacra, viene configurato a Cristo
"Capo e Sposo della Chiesa" - cos come viene enucleata nella Pastores dabo vobis: "La Chiesa,
come Sposa di Ges Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui
Ges Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, dono di s in e con Cristo
alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore" (n. 29). In sintesi
la castit nel celibato dice preferenza di Cristo e preannuncio delle nozze eterne.
Il celibato sacerdotale segno e nello stesso tempo stimolo della carit pastorale, e fonte
speciale di fecondit spirituale nel mondo (PO 16). Da questo passaggio sintetico il rapporto amore
e celibato viene illuminato sotto tre aspetti. Il celibato segno della carit pastorale. Perci si pone
sullo stesso piano del martirio (cfr LG 42). La verginit non evoca soltanto la testimonianza del
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dono totale di s, come il martirio, ma ne richiama la stessa radice: lamore, fino al dono supremo
della vita. Inoltre il celibato stimolo della carit pastorale: permette di farsi tutto a tutti per
salvare ad ogni costo qualcuno (1Cor 9,22). E consente di sfuggire a una duplice tentazione. Sia
quella di isolarsi per evadere dalla fatica di relazioni aperte e mature, sia la tentazione opposta di
lasciarsi catturare da rapporti con singoli o gruppi, ritenuti pi promettenti o appaganti, mentre
invece ci spalanca il cuore a una fitta e intensa trama di relazioni. Un ruolo importante possono e
debbono svolgere la fraternit e lamicizia presbiterale, che possono tradursi anche in qualche forma
di vita comune flessibile e adatta alle varie sensibilit e necessit pastorali 12. Il celibato infine
fonte di fecondit spirituale. Abbracciato per amore di Cristo e della sua Chiesa, il celibato ci dona
una singolare partecipazione alla paternit di Dio e alla fecondit della Chiesa (PdV 29). E la
fecondit del centuplo (cfr Mc 10,29s).
2.3. Alla sequela di Ges povero, testimoni dellessenziale, solidali con gli ultimi
Per capire la povert evangelica, dobbiamo guardare a Ges. Certamente il Maestro di
Nazaret non stato almeno materialmente parlando il pi povero ai suoi tempi. Giovanni
Battista vestiva, mangiava e viveva in modo molto pi austero e radicale. Ci che caratterizza la
povert di Ges la sua ricchezza: l'esuberante pienezza dellamore del Padre. Ges un
povero-felice perch per vivere gli basta sentirsi e sapersi amato come Figlio. E stracontento del
Padre: lieto di ricevere tutto da lui e di essere ricco solo del suo amore. Per questo la sua povert
non mai acida e arcigna come quella di un Diogene, nudo nella nuda botte, ma non nemmeno
una povert risentita e arrabbiata come quella di un rivoluzionario deluso. La povert del Nazareno
libera e lieta: libera anche di non essere riconosciuta, se vero che Ges non ha paura di passare
per un mangione e un beone. E lieta, anche nella penosa precariet di chi non ha mai dove
posare il capo.
Ma perch Ges da ricco che era, si fatto povero? Ci verrebbe subito da rispondere: per
amore verso di noi, e in effetti s. Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto chiarisce: Si fatto povero
per voi, perch voi diventaste ricchi per mezzo della sua povert (2Cor 8,9). Ma questa
motivazione orizzontale non quella primaria. Assolutamente prioritaria la motivazione
verticale: Ges si fatto povero per essere tutto del Padre. E il distacco dai beni non il centro
della sua figura, ma la cornice, anche se si tratta di una cornice tuttaltro che secondaria. Il centro
lamore del Padre, nel duplice senso: amore ricevuto dal Padre e da Ges ricambiato con totale
gratuit. Il centro la sua filialit. Ges vive nel mondo come il Figlio che felice-del-Padre. E'
interessante notare che la parola felice ha la stessa radice di altre parole legate alla esperienza
della generazione, come femmina, fecondo, feto, figlio. Ges con la sua felicit-filialit
pu addossarsi tutte le sofferenze, patire tutte le oppressioni, sopportare tutte le nostre molte
infelicit. E venuto a spezzare il cerchio infernale che soffoca i poveri, gli inermi, gli umiliati, gli
afflitti. Il recinto crudele di questo mondo si sbriciolato perch vi entrato il Figlio stesso di Dio,
con tutta la sua forza divina e la sua incontenibile, contagiosa felicit.
Sia il decreto conciliare PO al n. 17, sia la PdV al n. 30 affrontano il tema della povert da
due angolature diverse - la prima, pi teologica, l'altra, pi esistenziale - ma convergenti nel mettere
a fuoco la dimensione cristologica e pastorale della povert sacerdotale. E' con la povert che i
presbiteri "possono conformarsi a Cristo in un modo pi evidente (manifestius) ed essere in grado di
svolgere con maggior prontezza (promptius fiant) il sacro ministero" (PO 17). "La povert del
sacerdote, in forza della sua configurazione sacramentale a Cristo Capo e pastore, assume precise
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connotazioni pastorali" (PdV 30). La povert genera libert: i sacerdoti poveri "usando del mondo
come se non ne usassero, possono giungere a quella libert per la quale, liberati da ogni disordinata
preoccupazione, sono resi docili all'ascolto della voce di Dio nella vita di tutti i giorni" (PO 17). La
povert genera semplicit: spinge a rinunciare spontaneamente ai beni superflui, a vivere con
sobriet di poche cose veramente essenziali, a gustare le limpide gioie della vita. La povert genera
disponibilit: solo un prete povero sempre pronto "ad essere mandato l dove la sua opera pi
utile e urgente, anche con sacrificio personale" (PdV 30). Troppe zavorre smorzano lo slancio
apostolico e bloccano la missione; troppi legami impediscono di lasciare la riva e di prendere il
largo per la 'pesca'. La povert genera profezia: il mondo ha un altro vangelo, quello dell'avere: pi
vuoi e meno hai; meno hai e pi vuoi. Occorre denunciare la cultura dell'opulenza e del
consumismo, che si traduce nella "cultura dello scarto". Solo preti dal cuore libero e povero sono
capaci di declinare i tre verbi della profezia evangelica: rinunciare ai beni della terra per cercare e
trovare la perla preziosa; denunciare le idolatrie che offuscano il volto di Dio, per l'instaurazione di
un mondo nuovo, pi equo e umano; annunciare il futuro del Regno che viene: "Beati quelli hanno
il cuore ricco solo di Dio, perch di essi il regno dei cieli" (cfr Mt 5,3). La povert genera
solidariet e accoglienza dei poveri: solo preti umili e interiormente liberi sono capaci di farsi
carico delle miserie e delle pene degli ultimi. Mai si chiudono alle necessit e alle sofferenze dei
fratelli. Trovano tutte le strade possibili per allargare la rete della solidariet. Hanno le mani
'bucate', come si dice: il denaro non si ferma tra le loro mani: arriva e riparte. Tra i poveri, tra le
persone che non contano stanno le amicizie segrete del prete. La povert di spirito genera onest,
rispetto e limpida correttezza amministrativa: "Il sacerdote deve offrire anche testimonianza di una
totale trasparenza nell'amministrazione dei beni della comunit" (PdV 30). Inoltre "la coscienza di
appartenere all'unico presbiterio spinger il sacerdote ad impegnarsi per favorire sia una pi equa
distribuzione dei beni tra i confratelli, sia un certo uso in comune dei beni (cfr Atti 2,42-47)" (ivi).
Infine la povert genera felicit: i poveri come i santi preti - dal Curato d'Ars a don Oreste Benzi sono felici dei beni che ricevono da Dio e pi ancora di Dio da cui li ricevono. Si accettano
serenamente come sono, lieti anche della loro debolezza, che consente alla forza di Dio di
manifestarsi in chiara trasparenza. Non si lasciano possedere dalle cose. Non si deprimono nelle
difficolt. Non si rattristano per i doni e i beni degli altri. Vivono nella pace e nella perfetta letizia.
* * *
C' un'ultima espressione che merita di essere recuperata dal titolo di questo mio intervento:
"segni profetici del Regno". Viene da chiedersi: chi sono questi "segni profetici del Regno", i
presbiteri o i consigli evangelici? Forse si potrebbe rispondere: sono i presbiteri segnati e plasmati
dai consigli evangelici. Mi spiego con un sogno. Il Concilio Vaticano II ha aiutato i presbiteri a
riscoprire il munus regale o pastorale del presbiterato. Ma oggi c' bisogno che si riscopra
esistenzialmente anche il loro munus propheticum. S, sogno presbitri popolati da preti-profeti.
Preti che non puntano a fare colpo o a produrre effetti speciali, ma a "fare mistero". Preti-profeti
perch sapienti, esperti nel discernere le vie di Dio, che non confondono l'efficienza mondana con
l'efficacia evangelica, non mescolano l'urgenza del fare con la prioritaria importanza dell'essere.
Preti vigilanti, sempre attenti ai segni dei tempi, sempre pronti a riconoscere e anche ad inventare
vie nuove per offrire il Vangelo di salvezza e di speranza ai poveri e ai disperati. Sogno pretiprofeti, capaci di dare anche fastidio, come si d fastidio quando si parla di solidariet mondiale, di
distribuzione dei beni, di un Dio che esige un impegno per la giustizia (cfr EG 293). Preti che non si
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sentono e non si atteggiano a uomini perfetti, ma vivono da uomini umani, sempre pi umani perch
seguono Cristo l'uomo perfetto (cfr GS 41). Preti-profeti di comunione, tessitori di incontri,
compagni dei tribolati, portatori di salvezza e di speranza a questa nostra societ obesa e depressa.
Preti che ogni giorno riconsegnano lealmente e lietamente la propria vita al supremo Pastore,
unicamente perch egli se ne serva e non per un progetto di autorealizzazione. Preti sempre
disponibili ad evangelizzare il mondo, ma mai disposti a mondanizzare il vangelo. Sogno pretiprofeti che si sanno mandati non a riempire secchi di noia, ma ad accendere fuochi di gratuito
amore, di verit ardente e di inossidabile gioia.

S. AGOSTINO, In Ioh. Ev. 123,5.

2. S. GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti, III,2 (1980), 1055.

Cfr Dei Verbum, 13, nota 27.

Giovanni Paolo II faceva discendere dalla contemplazione del modello trinitario la spiritualit di
comunione, che definiva cos: Spiritualit della comunione significa innanzitutto uno sguardo del cuore
portato sul mistero della Trinit, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto
(NMI 43).
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. Scriveva il patriarca Atenagora: Occorre fare la guerra pi dura che quella contro se stessi, bisogna
riuscire a disarmarsi. Ho fatto questa guerra per anni ed stata terribile, ma adesso sono disarmato, non
ho pi paura di nulla poich lamore caccia il timore. Sono disarmato della volont di aver ragione, di
giustificarmi squalificando gli altri. Non sono pi in guardia, gelosamente aggrappato alle mie ricchezze.
Accolgo e condivido. Non tengo in modo particolare alle mie idee, ai miei progetti; se me ne vengono
presentati dei migliori, o anche non migliori ma buoni, li accetto senza rimpianti. Ho rinunciato al
comparativo. Ci che buono, reale, vero sempre il meglio per me. Ecco perch non ho pi paura. Se ci
si disarma, se ci si spossessa, se ci si apre al Dio-uomo che fa nuove tutte le cose, allora lui cancella il
brutto passato e ci rende un tempo nuovo nel quale tutto possibile.
6

C.E.I., La verit vi far liberi, Il catechismo degli adulti, n. 724.

San Francesco d'Assisi commentava: "Mangia dell'albero della scienza del bene e del male chi si
appropria della sua volont (FF n.146ss).
8

Per questo Giovanni Paolo II nella lettera gi citata affermava: Se la saggezza giuridica, ponendo
precise regole alla partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura
tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualit della comunione conferisce unanima al
dato istituzionale con unindicazione di fiducia e di apertura che pienamente risponde alla dignit
e responsabilit di ogni membro del popolo di Dio.
9

SAN BASILIO MAGNO, Regole maggiori, Prologo,3.

10

R. CANTALAMESSA, Verginit, Milano 1988, 19.

11

B. MAGGIONI, Alle radici della sequela, Milano 2010, 61.

12

CHIESA DI BOLOGNA, Proposta di vita spirituale per i presbiteri diocesani, Bologna 2003, 39.