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Franz Kafka

Lo scomaparso

(America)
Titolo originale: Der Verschollene. Traduzione dal tedesco di Nicola Spinosi
(spinnic@libero.it) - 2016.

Indice

Primo capitolo. Il fochista

Secondo capitolo. Lo zio

Terzo capitolo. Una villa vicino a New York

Quarto capitolo. Verso Ramses

Quinto capitolo. Hotel Occidental

Sesto capitolo. Il caso Robinson

Settimo capitolo. Un rifugio

Frammento I

Frammento II - Partenza di Brunelda

Ultimo capitolo: Il teatro all'aperto dell'Oklahoma


1
Il fochista

Quando il sedicenne Karl Rossmann, spedito in America dai


suoi poveri genitori dopo che una domestica lo aveva
traviato ed aveva avuto un bambino da lui, entr nel
porto di New York a bordo della nave che gi rallentava,
riconobbe la statua della dea della libert, gi tenuta
docchio da un pezzo, come in una luce solare
all'improvviso
divenuta pi forte. Il suo braccio armato di spada era come
se si fosse sollevato da poco, e attorno alla sua sagoma
aleggiavano arie libere.
Quant' alta! si disse, e, come se quello di andar via non
fosse il suo primo pensiero, venne spinto pian piano fino al
parapetto dalla sempre pi densa sommergente calca di
facchini.
Un altro giovane, di cui era in poco tempo divenuto, durante
il viaggio, conoscente, passando gli disse: Ancora non
volete scendere? Sono gi pronto, disse Karl
sorridendogli, e baldanzoso sollev, da giovane robusto
qual era, la valigia allaltezza della spalla. Per, guardando
la figura intera del conoscente che gi sallontanava con gli
altri brandendo un poco il suo bastone, costernato si
accorse di aver dimenticato il suo ombrello sottocoperta.
Svelto, in nome dellamicizia, preg il conoscente, che non
ne sembr molto lieto, di badare un momento alla valigia,
valut ancora la situazione per orientarsi durante il ritorno,
e se ne and in fretta. Con rammarico da basso trov per la
prima volta chiuso - in occasione dello sbarco forse lo
sbarramento era servito a convogliare l'insieme dei
passeggeri - un passaggio che gli avrebbe parecchio
accorciato il cammino, e con fatica fu costretto a cercarsi la
via per uninfinit di piccoli ambienti, per brevi scale che
continuavano a succedersi, lungo corridoi dalle molteplici
diramazioni, per una stanza vuota con una scrivania
dimenticata, fino a che non si fu di fatto completamente
perduto; aveva fatto questo percorso solo una o due volte, e
sempre in compagnia. Nel suo disorientamento - non
incontrava nessuno eppure sopra di s continuava a sentire
lo
scalpicco di migliaia di piedi umani e in lontananza sentiva,
come un fiato, il movimento terminale dei motori da poco
spenti - prese senza riflettere a dar colpi su una porticina
qualsiasi presso cui si era fermato nel suo girovagare.
S, aperto, grid qualcuno da dentro, e Karl apr la porta
davvero sospirando di sollievo. Perch date questi colpi
all'impazzata sulla porta?, chiese un uomo gigantesco
appena volgendo lo sguardo su Karl. Da qualche lucernario
di boccaporto una luce opaca, gi parecchio affievolita nel
transito dall'alto al basso della nave, colava nella misera
cabina dove un letto, un armadio, una sedia e luomo
stavano a malapena, come stivati. Mi sono perso, disse
Karl, non lavevo mica notato durante la traversata, una
nave grande da far paura. S, avete ragione, disse
luomo con una certa fierezza senza smettere di darsi da
fare sulla serratura di una valigetta continuando a chiuderla
con entrambe le mani per sentire lo scatto del blocco a
molla. Ma entrate!, continu, non starete l fuori? Non
disturbo?, domand Karl. Ma che dite!" Karl cerc di
accertarsi - aveva infatti sentito parlare molto dei pericoli
che incombevano sui nuovi arrivati in America in particolare
da parte deglirlandesi: "Siete tedesco? Lo sono, lo sono,
disse luomo. Karl esitava ancora. Allora luomo
all'improvviso afferr la maniglia della porta che chiuse di
colpo, e con la porta tir Karl verso di s. Non riesco a
sopportarlo, se mi si guarda dal corridoio, disse luomo,
che di nuovo si dava da fare con la sua valigia, tutti
passano qui davanti e guardano dentro, questa la gabella
dovuta ! Ma il corridoio ancora tutto vuoto, disse
Karl, che stava stretto e scomodo contro una colonna del
letto. S, ora, disse luomo. E di ora che si tratta, pens
Karl ,parlare con questuomo difficile. Mettetevi sul
letto, l avete pi posto, disse luomo. Karl strisci dentro,
com era possibile, e rise al suo primo fiacco tentativo di
salirci sopra. Ma appena fu sul letto, grid: Per lamor di
Dio, mi sono completamente dimenticato della valigia!
Dov'?-Di sopra, sul ponte, uno che conosco ci badava,
ma come si chiama?, e dalla tasca segreta che sua madre
gli aveva fatto nella fodera della giacca in vista del viaggio,
estrasse un biglietto da visita. Butterbaum, Franz
Butterbaum.
Vi serve tanto, questa valigia?Naturale.E allora perch
lavete data ad un estraneo?-Avevo scordato di sotto
lombrello e ho fatto una corsa per andare a prenderlo, ma
non volevo tirarmi dietro la valigia. E poi mi sono perso.
Siete solo? Non accompagnato? S, solo.Dovrei
aggrapparmi a questuomo, magari, gli pass per la testa,
dove lo trovo un amico migliore? E ora avete perso
anche la valigia. Dellombrello non parliamo. E luomo si
mise sulla sedia come se per lui la faccenda di Karl avesse
qualche interesse. Io per credo che la valigia non sia
ancora perduta. Credere rende felici, disse luomo, e si
gratt con forza i capelli scuri, corti e fitti, cambiando di
porto, sulla nave cambiano anche gli usi. In quello di
Amburgo il vostro Butterbaum forse avrebbe badato alla
valigia, qui la probabilit che di tutte due non ci sia pi
alcuna traccia alta. Ma lo stesso devo controllare,
disse Karl e guard come avrebbe potuto uscir di l. Ma
restate, disse luomo, e con una mano sul petto lo ributt,
abbastanza brusco, nel letto. Perch mai?, domand Karl
stizzito. Perch non ce n ragione, disse luomo, un
momento solo ed esco anchio, poi andiamo insieme. O la
valigia stata rubata, allora non c niente da fare, oppure
luomo lha abbandonata, allora la troveremo molto meglio
quando la nave sar tutta vuota. Lo stesso per il vostro
ombrello. Siete un conoscitore della nave?, domand
insospettito Karl, e gli sembr come se il pensiero,
altrimenti persuasivo, che trovare la sua roba nella nave
vuota sarebbe stata la miglior cosa, avesse una pecca
nascosta. Dopotutto sono fochista navale, disse luomo.
Siete fochista navale!, grid Karl con gioia, come se ci
oltrepassasse tutte le attese, e, appoggiato al gomito,
guard laltro pi da vicino.Proprio davanti alla camera
dove ho dormito con lo slovacco c'era un boccaporto
attraverso cui si poteva guardare nella sala macchine. S,
lavoravo l, disse il fochista. Mi sono sempre tanto
interessato alla tecnica, disse Karl, che continuava un
ragionamento preciso, e sarei diventato di sicuro presto
ingegnere, se non avessi dovuto partire per lAmerica. Ma
perch avete dovuto partire? Mah!, disse Karl, e spazz
via con
la mano lintera storia, guardando intanto il fochista con
una smorfia, come se gli chiedesse indulgenza per la
mancata risposta. Una ragione ci sar pure stata, disse il
fochista, e non si seppe bene se lui con ci sollecitava il
racconto di questa ragione o intendeva rifiutarlo. Potrei
anchio diventare fochista, disse Karl, per i miei genitori
ora del tutto indifferente quel che divento. Il mio posto
si libera, disse il fochista, mise con piena coscienza di ci
le mani nelle tasche e, per allungarsi, butt sul letto le
gambe infilate in pantaloni grigio ferro spiegazzati e
ingrommati. Karl fu costretto ad arretrare contro la parete.
Lasciate la nave? Certo, oggi si finisce.E perch? Non
vi va a genio?- S, sono le circostanze, non che si decida
sempre quel che a uno va a genio o no. Del resto avete
ragione, non mi va pi a genio. Forse non che ci pensate
sul serio, a diventare fochista, ma pu succedere proprio
ora e con la massima facilit. Non ve lo consiglio. Se in
Europa desideravate studiare, perch poi non volete farlo
qui? Le universit americane sono senza confronto migliori
di quelle europee. E possibile, s, disse Karl, ma non ho
i soldi per studiare, in pratica. Ho s letto di qualcuno che di
giorno lavorava a bottega e di notte studiava fino a
diventar dottore e, credo, borgomastro, ma per questo
richiesta una gran perseveranza, no? Ho paura che a me
manchi. E poi non ero mica un gran bravo studente,
staccarmi dalla scuola in realt non m stato difficile. E qui
le scuole forse sono pi severe. Linglese quasi non lo so.
Soprattutto, credo io, con gli stranieri si tanto prevenuti.
Ve ne siete gi accorto? Eh no, non va mica bene. Vedete,
siamo bene su una nave tedesca, Linea Amburgo - America,
perch non siamo soltanto tedeschi, qui? Perch il capo
macchinista un rumeno? Schubal, si chiama. E da non
credere, dopotutto. Questo farabutto sfrutta noi tedeschi su
una nave tedesca! Non crediate, gli manc laria, con una
mano segnal lesitazione - che io mi lamenti per
lamentarmi. So che voi non contate nulla e siete pure un
povero ragazzino. Ma troppo madornale! E picchi sul
tavolo il pugno parecchie volte senza perderlo docchio,
mentre picchiava. Ho gi servito in cos tante navi - e
nomin venti nomi di seguito come se fosse ununica parola,
Karl non ci cap nulla -
e mi son fatto onore, sono stato elogiato, ero un
lavoratore che piaceva ai suoi capitani, addirittura sono
stato alcuni anni sullo stesso mercantile si alz in piedi
come se ci fosse stato il culmine della sua vita e qui, su
questa baracca dove tutto fondato sulla precisione, dove
non serve alcun ingegno, qui non servo a niente, allo
Schubal son sempre dimpaccio, sono un fannullone, mi
merito di esser cacciato e vengo pagato per misericordia. Ci
capite qualcosa? Io no. Non potete lasciare che vi facciano
questo, disse Karl in agitazione. Quasi ne aveva perso il
senso, di trovarsi nellincerto territorio di una nave, sulla
costa di un continente sconosciuto, cos tanto si sentiva a
casa sul letto del fochista. Vi siete presentato dal
capitano? Avete gi cercato di ottener ragione davanti a
lui?Ah, via, via, caro. Non vi ci voglio qui. Non mi state a
sentire e mi date consigli. Devo andare dal capitano!E il
fochista, stanco, si rimise seduto, la faccia tra le mani.
Un suggerimento migliore non so darglielo, si disse Karl.
E soprattutto valut che, invece di dare consigli che
venivano presi soltanto per scemenze, avrebbe dovuto
piuttosto andare a prendere la sua valigia. Quando il babbo
gliela aveva affidata per sempre, gli aveva domandato
scherzoso: Per quanto tempo lavrai?, ed a quel punto
questa cara valigia forse era gi perduta sul serio. Lunica
consolazione era che il babbo con difficolt avrebbe potuto
sapere la situazione attuale della valigia, per quante
ricerche dovesse fare. La compagnia di navigazione poteva
soltanto dire, ormai, che lui era arrivato a New York.
Tuttavia a Karl dispiaceva di aver potuto giovarsi appena
della roba in valigia, nonostante che, per esempio, da molto
avesse avuto necessit di cambiarsi la camicia. Aveva
dunque sbagliato a lesinare; ora che avrebbe avuto bisogno,
proprio allinizio della sua carriera, di presentarsi con un
abito a posto, sarebbe stato costretto a presentarsi con la
camicia sporca. A parte questo, la perdita della valigia non
sarebbe stata tanto grave, perch labito che Karl aveva
indosso era perfino migliore di quello in valigia, di fatto solo
un ricambio che la madre aveva dovuto aggiustargli subito
prima del viaggio.
A quel punto si ricord anche che in valigia cera un pezzo di
salame di
Verona che la madre gli aveva impacchettato come
elargizione speciale e di cui finora era riuscito a mangiare
soltanto la minima parte, perch durante la traversata non
aveva avuto affatto fame, e la minestra distribuita
nellinterponte gli era bastata e avanzata. In quel momento
invece avrebbe avuto a disposizione volentieri linsaccato,
per farne omaggio al fochista. Persone del genere, infatti, si
conquistano con facilit se gli si mette in mano qualche
piccolezza, Karl lo sapeva anche da suo padre, che
distribuendo sigari si era conquistato tutti i modesti
impiegati con cui aveva avuto a che fare per i suoi affari. A
questo punto Karl possedeva ancora solo i suoi soldi, come
regalo in contanti, e per il momento non voleva toccarli,
poich forse aveva gi perso la valigia. Ritorn a pensarci, e
non riusciva ora veramente a capire perch, durante la
traversata lavesse sorvegliata con tanta diligenza che quasi
non ci aveva dormito, e ora si era lasciato portar via quella
stessa valigia cos alla leggera. Ramment se stesso nelle
cinque notti durante le quali aveva sospettato senza sosta
un piccolo slovacco, sistemato due posti letto oltre, alla sua
sinistra, di aver preso di mira la sua valigia. Questo slovacco
avrebbe soltanto aspettato con impazienza che Karl,
finalmente colpito dalla spossatezza, si appisolasse un
attimo, per tirargli via la valigia con un lungo bastone con
cui durante il giorno giocava sempre o faceva esercizi. Di
giorno questo slovacco sembrava abbastanza innocuo, ma,
appena calata la notte, ogni po si tirava su dal suo giaciglio
e guardava l, verso la valigia di Karl, con unaria da afflitto.
Karl poteva distinguere bene tutto ci, perch in giro
qualcuno, con la smania dellemigrante, accendeva sempre
un lumicino, nonostante che il regolamento della nave lo
proibisse, e tentava di orientarsi negli incomprensibili
prospetti delle agenzie di emigrazione. Se cera una luce di
quel genere vicina, allora Karl poteva sonnecchiare un
poco, ma se era lontana o era scuro lui doveva tenere gli
occhi aperti. Questo sforzo laveva piuttosto estenuato, e
per forse era stato inutile. Quel Butterbaum, se una volta
avesse potuto incontrarlo da qualche parte!
Ora brevi piccoli tonfi come di piedi infantili risuonarono pi
avanti
allesterno, in lontananza, nel silenzio fin l perfetto, si
avvicinarono con rumore crescente e infine si trattava
dellandatura normale di gente. Manifestamente
procedevano in fila, come nello stretto passaggio era
naturale, e si sentiva come un tintinnare come di armi. Karl
- gi mancava poco che su quel letto ci si addormentasse in
un sonno libero da ogni cruccio per la valigia e lo slovacco -
sobbalz e urt il fochista per richiamarne lattenzione,
poich la testa del corteo sembrava essere arrivata alla
porta. E lorchestra della nave, disse il fochista, hanno
suonato di sopra e ora vanno a far le valige. E tutto
terminato e noi potremo andare. Venite!. Afferr Karl per
la mano, prese inoltre allultimo momento unimmagine
incorniciata della madre di Dio dalla parete sopra il letto, la
infil nella tasca interna della giacca, agguant la sua
valigia e in fretta lasci la cabina insieme a Karl.
Ora vado nellufficio e dir a quei signori la mia opinione.
Passeggeri non ce ne sono pi, di riguardi non se ne deve
avere alcuno. Il fochista continu a ripeterlo in vari modi,
mentre camminava cerc di schiacciare un topo che gli
attraversava la strada con una pedata, ma lo cacci solo pi
alla svelta nel pertugio dove lanimale tempestivamente
torn. Era lento di movimenti, il fochista, aveva le gambe
lunghe, ma troppo pesanti.
Attraversarono un angolo della cucina dove alcune ragazze
con il grembiule inzaccherato lo bagnavano apposta
lavavano stoviglie in grandi mastelli. Il fochista chiam una
certa Line vicino a s, le circond un fianco con il braccio e
la trascin un po' mentre lei civettuola continuava, a
dispetto del braccio, a scansarsi. Ora che siamo di paga,
vuoi venire con me?, chiese il fochista. Perch mi devo
disturbare, portami i soldi qui, piuttosto, rispose lei,
sgusci da sotto il braccio e se ne and. Ma dove lhai
trovato, quel bel ragazzo?, grid ancora, ma non le
interessava pi nessuna risposta. Si sent la risata di tutte
le ragazze, che avevano interrotto il loro lavoro.
Loro proseguirono e pervennero a una porta che sopra
aveva un piccolo frontone sostenuto da minute cariatidi
dorate. Come ornamento sembrava davvero eccessivo per
una nave. Karl, come not, non era
mai venuto in questo settore probabilmente riservato
durante il viaggio ai passeggeri di prima e seconda classe,
ora invece si erano aperte le porte divisorie per la pulizia
della nave. Loro avevano in realt incontrato gi alcuni
uomini che portavano scope in spalla ed avevano salutato il
fochista. Karl si stup per la grande attivit; nel suo
interponte non ne se n'era accorto. Lungo il passaggio si
dipanavano inoltre i fili della rete elettrica, e si sentiva un
continuo scampanellare.
Il fochista buss rispettosissimo alla porta, e quando
qualcuno grid avanti invit Karl con un cenno della mano
ad entrare senza paura. Questi in effetti entr, ma rimase
sulla porta. Al di l delle tre finestre del locale vide le onde
del mare e, considerando il loro lieto movimento, gli batt il
cuore come se per cinque lunghi giorni non avesse visto
ininterrottamente il mare. Grandi navi sincrociavano e
cedevano allurto delle onde solo quantera possibile alla
loro pesantezza. A stringere gli occhi, queste navi
sembravano dondolare solo a causa del loro pese. Agli alberi
avevano bandiere strette, ma lunghe, che nel procedere si
stendevano e comunque sbattevano qua e l. Probabilmente
da navi militari risuonavano spari a salve, le canne dei
cannoni di una di queste, che transitava non troppo lontano,
risplendente del riflesso della sua superficie dacciaio, erano
come accarezzate dalla sicura e liscia andatura che per non
era diritta. Le navicelle e le barche si potevano notare,
almeno l dalla porta, solo in lontananza, quando a frotte
entravano nei varchi tra le navi grandi. Ma sullo sfondo di
tutto ci si trovava New York che appariva a Karl con le
centomila finestre dei suoi grattacieli. Davvero in quel
locale si sapeva dove si era.
Ad un tavolo rotondo sedevano tre signori, uno, ufficiale
della nave, in uniforme blu, gli altri due, funzionari
dellautorit portuale, in uniformi americane, nere. Sul
tavolo cerano, impilati, svariati documenti che lufficiale
dapprima scorreva con la penna in mano per poi passarli
agli altri due, che alla svelta leggevano, alla svelta
stralciavano, alla svelta riponevano nelle loro cartelle, se
uno, che faceva quasi ininterrottamente un certo rumoretto
con i denti, per caso non dettava al
suo collega qualcosa in un verbale.
Sedeva ad una scrivania presso la finestra, voltando la
schiena alla porta, un signore dallaspetto pi modesto,
affaccendato con grossi libri disposti in fila davanti a lui
sopra un robusto scaffale allaltezza della sua testa. Vicino a
lui cera una cassaforte aperta, almeno a prima vista vuota.
La seconda finestra era sgombra ed offriva la vista migliore.
Vicino alla terza per si trovavano due signori che parlavano
a mezza voce. Uno si appoggiava accanto alla finestra,
anche lui indossava luniforme della nave e giocava con
limpugnatura della sciabola. Quello con cui parlava era
voltato verso la finestra e, per via di un movimento, a tratti
copriva una parte della fila di decorazioni sul petto
dellaltro. Era in abito civile ed aveva un sottile bastone di
bamb che, tenuto con entrambe le mani al fianco, sporgeva
anchesso come una sciabola.
Karl non ebbe molto tempo per osservare tutto, presto
comparve loro davanti un inserviente e domand al fochista,
guardandolo come se l fosse fuori posto, che cosa mai
volesse. Il fochista rispose, con la stessa voce bassa con cui
era stato interpellato, che aveva intenzione di parlare con il
signor cassiere capo. Il cameriere per quanto lo riguardava
respinse questa richiesta con un gesto della mano, ma ci
nonostante and in punta di piedi, scansando con un largo
giro il tavolo rotondo, dal signore con i libri. Costui lo si
vide bene - addirittura rest di stucco alle parole del
cameriere, ma alla fine si gir in direzione delluomo che
desiderava parlare con lui e poi, severamente sulla
difensiva, se la prese con il fochista e per sicurezza anche
con l'inserviente. Come conseguenza questi si gir verso il
fochista e, nel tono di raccomandargli qualcosa, disse: Se
ne vadano subito da questa stanza!
Dopo tale risposta il fochista abbass lo sguardo su Karl
come fosse il suo tesoro cui confidare muto le sue pene.
Senza pensarci troppo Karl si svincol, attravers la stanza
in fretta , tanto che addirittura sfior leggermente la
poltrona dellufficiale; l'inserviente corse anche lui,
ingobbito, le braccia protese, come se inseguisse un insetto
pericoloso,
ma Karl arriv per primo al tavolo del cassiere capo, dove si
resse saldamente nel caso che il cameriere dovesse tentare
di trascinarlo via.
Com' naturale la stanza si anim, con quel che stava
accadendo. Lufficiale che stava al tavolo era saltato su, i
signori dellautorit portuale osservavano con calma, ma
attentamente, entrambi i signori alla finestra si erano
avvicinati luno allaltro, l'inserviente, che riteneva di essere
fuori posto l dove gli esimi signori mostravano
dellinteresse, torn indietro. Il fochista aspettava sulla
porta, attento a quando il suo apporto sarebbe stato
necessario. Il cassiere capo infine esegu una gran virata a
destra con la sua sedia.
Karl estrasse dalla tasca segreta, che non aveva alcuno
scrupolo di far vedere a quella gente, il suo passaporto, e lo
stese aperto sul tavolo, in alternativa ad una pi estesa
presentazione. Il cassiere capo parve prendere questo
passaporto per una cosa di secondaria importanza e lo
spinse con due dita da una parte, per cui Karl, come se tale
formalit fosse stata sbrigata in modo soddisfacente, se lo
rimise in tasca.
Mi permetto di dire, cominci, che a mio avviso al signor
fochista toccata uningiustizia. C qui un certo Schubal
che gli sta addosso. Lui ha servito gi su molte navi che
capace di nominarvi tutte, con totale soddisfazione,
diligente, ben disposto nei confronti del suo lavoro, e
davvero non si capisce perch proprio su questa nave dove
comunque il servizio non tanto gravoso come per esempio
sulle navi a vela, lui dovrebbe non essere allaltezza. Per cui
pu essere soltanto la calunnia che gl impedisce di far
carriera e gli toglie il riconoscimento che altrimenti non gli
mancherebbe con assoluta certezza. Ho parlato di questa
faccenda solo in generale, sar lui stesso che presenter a
lor signori le sue rimostranze. Karl con queste parole si era
rivolto a tutti perch di fatto tutti ascoltavano e sembrava
assai probabile che tra tutti ci fosse una persona giusta,
come che questa persona giusta fosse precisamente il
cassiere capo. Con sagacia Karl aveva taciuto inoltre sul
fatto principale, che lui conosceva il fochista da cos poco
tempo. Del resto avrebbe parlato anche meglio, e parecchio,
se non fosse stato messo in imbarazzo dal rossore sul viso
del signore con il bastone di
bamb, che vedeva per la prima volta da dove ora si
trovava.
E tutto vero, parola per parola, disse il fochista, prima
che qualcuno glielo domandasse, e prima che si fosse
guardato dalla sua parte. La precipitazione del fochista
sarebbe stata un grave errore se il signore con le
decorazioni, che, a mo di rivelazione per Karl, era il
capitano, non fosse gi interiormente propenso ad ascoltare
il fochista: alz una mano e grid al fochista, con una voce
cos ferma che si sarebbe potuto prenderla a martellate:
Venite qui!. Ora tutto dipendeva dalla condotta del
fochista, visto che Karl non dubitava della legittimit del
suo caso.
Per fortuna stavolta il fochista si rivel un vero uomo di
mondo. Dalla sua valigetta prese con calma esemplare ed al
primo colpo un piccolo fascio di documenti, nonch un
taccuino, con i quali and verso il capitano come fosse cosa
scontata ignorando totalmente il cassiere capo, e sciorin
sul davanzale la sua documentazione. Al cassiere capo tocc
di scomodarsi. Si tratta di un noto seccatore, disse a mo
di spiegazione, sta pi alla cassa che in sala macchine. Ha
portato alla totale disperazione Schubal, che una persona
tranquilla. State a sentire, una buona volta!, e si volt
verso il fochista, Voi state proprio esagerando con la
vostra invadenza. Quante volte siete stato cacciato via
dallufficio paga, e quanto ve lo siete meritato con le vostre
pretese del tutto prive di fondamento! Quante volte siete
venuto di corsa da l alla cassa generale! Quante volte vi si
detto con le buone che Schubal vostro diretto superiore
e che solo con lui, in quanto dipendente, dovete accordavi!
E ora venite addirittura qui nel momento in cui presente il
capitano, non vi vergognate neppure dimportunare lui,
mentre allo stesso tempo avete lardire di portare come
competente portavoce delle vostre calunnie questo
poppante, che tanto per cominciare io vedo sulla nave per la
prima volta!
Karl domin il balzo che voleva fare. Tuttavia gi cera il
capitano, a dire: Per ascoltiamo anche lui, per una volta.
Lo Schubal veramente col tempo mi diventa troppo
indipendente, non per che con ci io voglia dire alcunch
in vostro favore. Questo riguardava il fochista,
com' naturale non significava che il capitano potesse
adoperarsi subito in suo favore, ma tutto pareva avviarsi
bene. Il fochista inizi la sua spiegazione, e si domin subito
bene, quando dette allo Schubal il titolo di signore.
Quanto ne fu felice Karl, stando alla scrivania lasciata dal
cassiere capo, dove continuava a spinger gi, per puro
divertimento, il piatto di una bilancia per la corrispondenza.
Il signor Schubal non era giusto! Il signor Schubal favoriva
gli stranieri! Il signor Schubal buttava fuori il fochista dalla
sala macchine, gli faceva pulire la latrina, cosa che non era
di certo compito suo!
In un caso venne messa in dubbio perfino la capacit del
signor Schubal, pi apparente che sostanziale. Da dove si
trovava, Karl teneva docchio intensamente e
premurosamente il capitano, come se fosse suo collega,
perch non si facesse influenzare negativamente dal modo
di esprimersi un po maldestro del fochista. Il fatto era che i
tanti discorsi non portavano a niente di concreto, e tanto il
capitano continuava a guardare davanti a s risoluto ad
ascoltare il fochista fino in fondo, stavolta, quanto invece gli
altri signori si spazientivano, e la voce del fochista non
dominava pi in modo assoluto, l, come diverse cose
facevano temere. Dapprima il signore in abiti civili mise in
azione il suo bastone di bamb, picchiettando leggermente,
per la verit, sul parquet. Gli altri signori com naturale
facevano vagare il loro sguardo, i signori dellautorit
portuale, che avevano molta fretta, ripresero i documenti e
cominciarono, anche se un po distrattamente, ad
esaminarli, lufficiale si tir il tavolo pi vicino, e il cassiere
capo, che riteneva di aver partita vinta, emise un profondo
ironico sospiro. Sembrava esente dalla distrazione che
saliva in tutti solo l'inserviente, che condivideva una parte
delle pene del poveruomo, finito in mezzo ai potenti, e fece
un cenno a Karl, come per spiegargli qualcosa.
Nel frattempo la vita del porto, oltre le finestre, continuava;
pass una piatta nave da carico con sopra una montagna di
botti che dovevano essere sistemate meravigliosamente,
per non rotolare gi, e quasi oscur la stanza; piccoli
battelli a motore, che ora Karl, se ne avesse avuto il tempo,
avrebbe potuto osservare con piacere, filavano frattanto
rumoreggiando, guidati dalle mani convulse dell'uomo che
stava ritto al timone; strani galleggianti qua e l,
indipendentemente, emergevano nellacqua agitata, di
nuovo venivano sommersi e sprofondavano, una meraviglia
a guardarli; battelli appartenenti a piroscafi oceanici
procedevano spinti con ardore e sforzo da rematori, pieni di
passeggeri seduti come stipati dentro, silenziosi e colmi di
aspettativa, per quanto alcuni di loro non potessero
smettere di voltarsi a guardare il mutevole scenario. Un
movimento infinito, unagitazione, trasmessi dallacqua
inquieta alle persone inermi ed alle loro opere!
Tutto quanto per era una esortazione alla fretta, alla
chiarezza, alle descrizioni assolutamente precise; e invece
che cosa faceva il fochista? Parlava, ma sudando, non
riusciva pi a trattenere a lungo nelle sue mani tremolanti
le carte aperte davanti alla finestra, dai quattro punti
cardinali gli uscivano lamentele su Schubal delle quali,
secondo lui, ognuna da sola sarebbe bastata a seppellire
completamente Schubal, tuttavia quel che lui poteva esibire
al capitano era solo un vorticare di parole nel suo complesso
scombinato. Da un bel po il signore con il bastone di bamb
fischiettava sommesso in direzione del soffitto, i signori
dellautorit portuale gi trattenevano lufficiale al loro
tavolo e non avevano intenzione di mollarlo di nuovo, il
cassiere capo era manifestamente impedito solo dalla calma
del capitano dallintromettersi, l'inserviente, sullattenti, da
un momento allaltro aspettava un ordine del suo capitano
in merito al fochista.
Karl non poteva pi restare senza far niente. Cos si mosse
lento verso di loro, e soltanto nellandare valut in modo
tanto pi veloce come avrebbe potuto prendere in pugno la
cosa nel modo possibilmente pi abile. Era il tempo
massimo, ancora un attimo e loro due potevano molto
semplicemente essere cacciati dallufficio. Il capitano
poteva essere un bravuomo e per giunta in questo
momento avere, come sembr a Karl, qualche particolare
ragione per dimostrarsi un superiore giusto, ma in definitiva
non era mica uno strumento che si potesse continuare a
suonare senza fine e il fochista lo trattava esattamente in
questo modo, anche se con la sconfinata indignazione del
suo animo.

Karl disse dunque al fochista:Voi dovete raccontare


lessenziale con pi chiarezza, il signor capitano non pu
apprezzare come voi glielo raccontate. Come fa poi a
conoscere tutti i macchinisti e sotto macchinisti di nome o
magari di cognome tanto da sapere di chi si tratta se voi ne
nominate uno? Mettete le vostre rimostranze in ordine, dite
le cose pi importanti per prime posponendo le altre, dato
che forse neanche sar pi necessario menzionarne la
maggior parte. A me avete sempre fatto una cos buona
descrizione! Se in America lecito rubare le valige, si
possono dire anche un po di bugie, pens per giustificarsi.
Fosse servito! Magari era troppo tardi? Certo, il fochista
sinterruppe subito, quando ud la nota voce, ma i suoi occhi
tutti velati dalle lacrime per loffesa al senso dellonore di
un uomo, per i ricordi orribili, per la difficolt presente, non
potevano gi pi riconoscere bene neppure Karl.
Come poteva Karl se ne rese conto tacendo di fronte a
quello che ora taceva - come poteva inoltre cambiare ora il
suo modo di parlare, infatti a lui sembrava come se quel che
cera da dire fosse stato gi esposto senza il pi piccolo
riconoscimento, senza che lui avesse daltra parte detto
quasi niente e senza che potesse pretendere che quei
signori riascoltassero tutto unaltra volta. E in un momento
simile ecco Karl, il suo unico difensore, a dar buoni consigli,
e invece dimostrandogli che tutto, tutto perduto.
Mi fossi mosso prima, invece di guardar fuori dalla
finestra, si disse Karl, chin il viso davanti al fochista e si
batt con le mani aperte la cucitura dei pantaloni,
segnalandogli la fine di ogni speranza.
Tuttavia il fochista equivoc il gesto, intu probabilmente
certi nascosti rimproveri per i suoi atti e, con la buona
intenzione di dissuaderlo, dette inizio a una disputa con Karl
proprio ora che i signori al tavolo rotondo da parecchio
tempo erano indignati per linutile confusione che
disturbava il loro fondamentale lavoro, che il cassiere capo
trovava a poco a poco incomprensibile la pazienza del
capitano, che l'inserviente, tutto di nuovo nella sfera dei
suoi padroni, misurava il fochista con sguardi feroci, e infine
ora che il signore con il bastone di bamb, guardato dal
capitano di tanto in tanto perfino con simpatia, fattosi gi
del tutto indifferente al fochista, in fin dei conti disgustato,
estratto un piccolo taccuino e palesemente preso da
tuttaltro, spostava gli occhi tra quello e Karl.
Certo, certo, lo so, disse Karl, che stentava a fronteggiare
la profusione di parole dirette contro di lui dal fochista,
nonostante che gli restasse ancora, con ogni sforzo, un
sorriso amichevole per lui, avete ragione, ragione, non lho
messo in dubbio. Gli avrebbe volentieri fermato le mani,
che gesticolavano, per timore di esserne colpito, meglio
ancora del resto lo avrebbe spinto in un angolo per
mormorargli due parole tranquillizzanti che nessuno
avrebbe dovuto udire. Ma il fochista era fuori di s. Karl ora
cominci addirittura a trovare una sorta di consolazione
pensando che il fochista alloccorrenza avrebbe potuto aver
la meglio, con la forza della disperazione, su tutti i sette
uomini presenti. Vicino alla scrivania si trovava, bastava
darci unocchiata per capirlo, unalzata con una quantit di
pulsanti elettrici, e la semplice pressione di una mano
avrebbe potuto far ribellare tutta la nave con i suoi corridoi
colmi di nemici del fochista.
A quel punto il signore con il bastone di bamb, pur cos
disinteressato, si avvicin a Karl e a voce non troppo alta,
ma udibile al di sopra di tutte le grida del fochista, chiese:
Ma qual il vostro nome, precisamente? Bussarono,
come se qualcuno avesse aspettato alla porta questuscita.
L'inserviente si volse verso il capitano, questi annu.
L'inserviente and ad aprire. Fuori cera un uomo che
indossava una vecchia cacciatora alla Franz Joseph, di
statura media, di aspetto non propriamente da macchinista,
e tuttavia lo era Schubal. Se Karl non lavesse riconosciuto
negli occhi di tutti, che esprimevano una certa
soddisfazione di cui non mancava neppure il capitano,
sarebbe stato costretto a capirlo dallallarme del fochista,
che a braccia irrigidite strinse i pugni come se tale stretta
fosse per lui la cosa pi importante nella vita, cui era
pronto a sacrificare tutto. L era racchiusa tutta la sua forza,
ora, anche quella che lo manteneva, essenzialmente, in
piedi.
E dunque ecco lantagonista, vispo e in ferie, in abiti festivi,
con sottobraccio un libro contabile, probabilmente il ruolino
paga e la
posizione lavorativa del fochista, che studiava gli occhi di
ciascuno senza negare, tranquillo, che voleva appurarne lo
stato danimo. I sette del resto erano gi tutti dalla sua
parte; anche se il capitano aveva usato contro di lui,
Schubal, un certo argomento, o forse soltanto aveva finto,
ora, dopo la pena causatagli dal fochista, non gli sarebbe
sembrata forse da biasimare nemmeno la minima cosa, in
Schubal. Contro un uomo come il fochista non era possibile
procedere con sufficiente severit, e se cera qualcosa da
rimproverare allo Schubal era che lui non fosse riuscito a
spezzare nel corso del tempo la riottosit del fochista, al
punto che costui oggi aveva osato comparire davanti al
capitano.
Che il confronto tra il fochista e Schubal non avrebbe
mancato di fare il suo effetto, magari adeguato davanti a un
tribunale pi elevato, anche davanti a quei sette uomini,
ebbene s, si poteva ancora sperare, infatti, se Schubal era
capace di fingere bene, tuttavia era costretto a non poter
mantenere la finzione fino in fondo. Un rapido balenare
della sua malvagit poteva bastare a renderla evidente a
quei signori, perci Karl volle provvedere subito.
Conosceva, per quanto relativamente, lacume, le
debolezze, gli umori dei singoli signori, e da questo punto di
vista il tempo trascorso l non era perduto. Se solo il
fochista avesse fatto meglio la sua parte, e invece questi
pareva del tutto incapace. Se gli si fosse dato lo Schubal,
avrebbe potuto ben sfondargli il cranio a pugni. Ma gi a
due passi da lui era appena capace di farglisi sotto. Perch
Karl non aveva previsto quel che era facile da prevedere,
che Schubal alla fine dovesse venire, se non
spontaneamente, chiamato invece dal capitano? Perch nel
venir l insieme al fochista non aveva discusso un piano di
battaglia allaltezza, invece di arrivare a una porta
nientaltro che disperatamente impreparato, come in realt
avevano fatto? Soprattutto, il fochista sapeva parlare
ancora, dire dei s e dei no, come durante linterrogatorio,
incombente solo nel pi favorevole dei casi, sarebbe stato
necessario? Stava l, a gambe larghe, le ginocchia
malsicure, la testa appena sollevata, e laria gli passava in
bocca come non ci fossero pi polmoni che lassimilassero.

Karl tuttavia si sentiva cos forte e in possesso delle sue


facolt mentali come mai forse era avvenuto a casa. Se i
suoi genitori avessero potuto vedere come difendeva il
bene, lui, in terra straniera e davanti ad personaggi
stimati, e se ancora non laveva fatto trionfare, tuttavia si
preparava in modo perfetto alla definitiva vittoria!
Avrebbero riconsiderato la loro opinione su di lui?
Lavrebbero ripreso tra loro ed elogiato? Una volta, una
buona volta, lavrebbero guardato negli occhi tanto devoti?
Domande difficili da porre, e momento tra i meno adatti!
Sono qui perch ritengo che il fochista mi accusi di qualche
disonest. Una ragazza della cucina mi ha detto di averlo
visto venir qui. Signor capitano e lor signori tutti, sono
pronto a confutare ogni accusa sulla base delle mie carte,
alloccorrenza per mezzo di deposizioni imparziali e
testimoni non influenzati, che sono qui alla porta. Cos
parl Schubal. Era il discorso chiaro di un uomo, e dal
cambiamento delle espressioni di coloro che ascoltavano si
sarebbe potuto credere che udissero per la prima volta dopo
lungo tempo di nuovo suoni umani. Non si rendevano conto
tuttavia che anche questi bei discorsi avevano un punto
debole. Perch la prima parola decisiva a lui venuta in
mente era disonest? Forse laccusa avrebbe dovuto
cominciare da l, invece che dai pregiudizi nazionali del
fochista? Una ragazza in cucina aveva visto il fochista in
cammino per lufficio e Schubal aveva capito subito? Non
era la consapevolezza della colpa che gli acuiva la
comprensione? E insieme aveva portato con s testimoni
detti inoltre imparziali e non influenzati? Furfanteria,
nientaltro che furfanteria! E i signori la sopportavano e la
riconoscevano come giusta condotta? Perch lui aveva fatto
passare tanto tempo, comera indubitabile, tra la
comunicazione della ragazza della cucina e il suo arrivo l?
Con lunico scopo di lasciare che il fochista seccasse quei
signori al punto che perdessero poco a poco la loro capacit
di giudizio, quella che Schubal aveva temuto soprattutto.
Sul momento non aveva bussato, lui che di sicuro era
rimasto a lungo dietro la porta, perch sperava che in
seguito a qualche domanda marginale di quei signori il
fochista fosse rovinato?
Tutto chiaro e, senza volere, esibito da Schubal, ma a quei
signori
la cosa si doveva mostrare in altro modo, ancora pi
evidente. Avevano bisogno di essere svegliati. Dunque Karl
approfitt svelto, almeno ora, del tempo che restava prima
che i testimoni comparissero e sommergessero tutto!
Invece proprio in quel momento il capitano ferm lo
Schubal, che di conseguenza poich la sua pratica pareva
per il momento rimandata subito si fece da parte e insieme
all'inserviente, che gli si era aggregato, cominci a parlare
sottovoce non senza occhiate laterali e accenni delle mani in
direzione del fochista e di Karl. Cos Schubal pareva far le
prove del suo prossimo gran discorso.
Non volevate domandare qualcosa al giovane, signor
Jakob? disse il capitano nel silenzio generale, rivolto al
signore con il bastone di bamb.
Ma certo, disse costui, ringraziando della premura con
una certa grazia. E domand di nuovo a Karl: Com che vi
chiamate, precisamente?
Karl, che riteneva fosse nellinteresse della faccenda
principale sbrigare alla svelta questo inciampo provocato
dalla reiterata domanda, rispose brevemente, senza
presentarsi comera sua abitudine esibendo il passaporto
che avrebbe prima dovuto cercare: Karl Rossmann.
Ma, rispose colui al quale ci si era rivolti con il nome
Jakob, indietreggiando quasi incredulo e sorridendo. Anche
il capitano, il cassiere capo, lufficiale, anzi, perfino
l'inserviente, mostrarono con chiarezza uno smisurato
stupore, al nome di Karl. Solo i signori dellautorit portuale
e Schubal si mantennero indifferenti.
Ma, ripet il signor Jakob avvicinandosi rigido a Karl,
allora ecco, io sono tuo zio Jakob, e tu sei il mio caro
nipote. Ho continuato a presentirlo per tutto il tempo !
disse al capitano, prima di abbracciare e baciare Karl, che lo
lasci fare senza una parola.
Voi come vi chiamate? domand dopo che si sent
liberato, del resto pieno di speranza, ma del tutto
impassibile, e si sforz di considerare le conseguenze che la
novit avrebbe potuto avere per il fochista. Per il momento
nulla gli indicava che Schubal potesse trarre vantaggi da
questa faccenda.
Certo capite la vostra fortuna, giovanotto, disse il
capitano, che riteneva ferita, dalla domanda di Karl, la
dignit personale del signor Jakob, che si era spostato alla
finestra per non far vedere agli altri lemozione dipinta sul
suo viso, cui appoggiava a colpetti leggeri un fazzoletto. E
il senatore Edward Jakob, che si fatto riconoscere da voi
come vostro zio. Vi attende oramai, e certo contro quel che
avevate sperato, una splendida carriera. Cercate di
rendervene conto, gi ora vi va benone, e comportatevi
come si deve!
Ho senza dubbio in America uno zio Jakob, disse Karl
rivolto al capitano, ma se ho capito bene, Jakob il
cognome del signor senatore.
Esatto, disse il capitano, in preda alla tensione.
Ora, mio zio Jakob, che il fratello di mia madre, si chiama
Jakob di nome, mentre il suo cognome dovrebbe essere
com naturale lo stesso di mia madre, che nata
Bendelmayer.
Signori miei! esclam il senatore ritornando dal posto
dove si era calmato, divertito dalla spiegazione di Karl.
Tutti, tranne i funzionari portuali, si misero a ridere, chi
commosso, chi impenetrabile.
Ma quel che ho detto non era per niente da ridere, pens
Karl.
Signori miei, riprese il senatore, loro partecipano, contro
la mia e contro la loro volont, ad una scenetta famigliare,
ed io non posso far a meno di dar loro una spiegazione, in
quanto che, come ritengo, soltanto il capitano menzione
che ebbe come conseguenza un inchino reciproco "sa
tutto.
Ora devo stare attento ad ogni parola, si disse Karl
compiacendosi, a una sua occhiata di lato, del ritorno della
vita sul volto del fochista.
Vivo, dopo tutti i lunghi anni di soggiorno americano la
parola soggiorno del resto non adatta al cittadino
americano che con tutta lanima sono dopo tutti i lunghi
anni vivo dunque completamente distaccato dai miei parenti
europei per motivi ora per prima cosa fuori luogo e per
seconda cosa troppo complessi da raccontare. Addirittura
ho timore del momento in cui sar costretto a riferirli al mio
caro nipote,
quando purtroppo sar inevitabile un discorso senza veli sui
suoi genitori e i loro parenti.
E mio zio, non c dubbio, si disse Karl e stette a sentire,
probabilmente si fatto cambiare il nome.
Il mio caro nipote dunque stato diciamola, la parola che
descrive adeguatamente la cosa buttato fuori come si
butta fuori dalla porta un gatto che d noia. Non che io
voglia mascherare quel che mio nipote ha fatto, ed il fatto
che sia stato punito, ma la sua colpa di tal genere che
soltanto a nominarla contiene una certa giustificazione.
Su questo si pu discutere, pens Karl, ma io non voglio
che lo racconti a tutti. Del resto forse non lo sa. Come fa a
saperlo?
In altri termini, riprese lo zio, e flettendo il bastone di
bamb che aveva puntato davanti a s sul pavimento di
fatto riusc ad alleggerire linutile gravit che il discorso
avrebbe altrimenti senza dubbio avuto, in altri termini lui
stato traviato da una ragazza di servizio, Johanna Brummer,
una trentacinquenne. Con il termine traviato non che io
voglia offendere mio nipote, ma difficile trovarne un altro
che si adatti altrettanto bene.
Karl, che gi si era avvicinato allo zio, ora si gir per
cogliere limpressione che faceva il racconto sulle facce dei
presenti. Nessuno rideva, tutti ascoltavano pazienti e seri.
In definitiva non si ride mica sul nipote di un senatore cos
come capita, alla prima occasione. Piuttosto si sarebbe
detto che il fochista, anche se appena, sorridesse a Karl,
cosa che tanto per cominciare faceva piacere come ulteriore
segno di vitalit, e poi era comprensibile, perch Karl, nella
cabina, su questa faccenda ora divenuta cos pubblica,
aveva voluto mantenere una particolare segretezza.
Ora, continu lo zio, Questa Brummer ha avuto da mio
nipote un bambino, un maschio sano battezzato con il nome
Jakob, senza dubbio in riferimento alla mia modesta persona
che, seppure nelle menzioni di assolutamente secondaria
importanza fatte da mio nipote, deve aver fatto una grande
impressione alla ragazza. Felicemente, dico io. In seguito i
genitori, per evitarsi le spese di mantenimento, o lo
scontato scandalo incombente ignoro, come devo
sottolineare, sia le leggi di laggi, sia le normali relazioni
sociali dei genitori - e per evitare al loro figliolo, al mio caro
nipote, le spese di sostentamento e lo scandalo, lhanno
fatto trasferire in America equipaggiato nel modo
irresponsabile e insufficiente che si vede, cos il ragazzo,
senza il prodigio ed il miracolo che ancora sopravvivono in
America, abbandonato a se stesso, sarebbe gi andato in
malora in un vicolo del porto di New York, se quella ragazza
di servizio, in una lettera pervenutami dopo lunghe
peregrinazioni laltro ieri, non mi avesse comunicato lintera
storia insieme alla descrizione di mio nipote e,
giudiziosamente, allindicazione del nome della nave. Se
intendessi intrattenervi, miei signori, potrei leggerne ad
alta voce estrasse di tasca due enormi fogli da lettera
riempiti fittamente di scrittura e li sventol qualche
passo. Farebbe sicura impressione perch scritta con una
certa quale ingenua scaltrezza, ma sempre benevola, e con
molto amore per il padre del bambino. Ma io non voglio
intrattenervi pi di quanto serve a una spiegazione, n forse
ad una eventuale approvazione, n ferire gli effettivi
sentimenti di mio nipote, che se vuole pu leggerla per
ammaestramento nel silenzio della stanza che gi lo
attende.
Karl tuttavia non provava alcun sentimento per quella
ragazza. In un tempo che cresceva sempre di pi nel
passato lei sedeva in cucina vicino alla credenza sulla cui
lastra teneva appoggiati i gomiti. Se lui entrava qualche
volta per un bicchiere dacqua da portare a suo padre o per
riferire un ordine di sua madre, lei lo guardava. Capitava
che scrivesse una lettera in quella scomoda posizione di
fianco alla credenza e cercasse ispirazione dal viso di Karl.
Capitava che si coprisse gli occhi con le mani e che nessuna
parola rivoltale la toccasse. Capitava che singinocchiasse
nella sua angusta stanzetta e pregasse davanti ad una croce
di legno; e Karl passando losservava timido dallo spiraglio
della porta appena aperta. Capitava che girasse veloce nella
cucina e indietreggiasse, ridendo come una strega, se Karl
le veniva tra i piedi. Capitava che chiudesse la porta della
cucina, se Karl era entrato, e
tenesse la maniglia stretta con la mano fino a quando Karl
non chiedeva di andar via. Capitava che prendesse qualcosa
che lui non voleva e gliela premesse nelle mani. Ma una
volta lei disse Karl e, tra smorfie e sospiri, lo port,
stupito dellinatteso invito, nella sua stanzetta, che chiuse a
chiave. Gli avvinse il collo e, mentre lo pregava di
spogliarla, di fatto lo spogli lei, lo sdrai sul letto come se
da quel momento lo volesse tutto per s, per accarezzarlo e
per dedicarsi a lui per l'eternit. Karl, Karl mio! grid,
come se vedendolo trovasse confermato il suo possesso,
mentre lui non vedeva niente e si sentiva a disagio tra tutte
quelle coperte che lei pareva aver accumulato apposta per
lui. Poi si stese anche lei, sopra di lui, e volle sapere
qualche segreto, ma lui non aveva alcun segreto da dire,
allora lei per scherzo o sul serio si arrabbi, lo scosse, gli
sent il cuore, gli offr il seno per indurlo a far lo stesso, ma
senza riuscirci, calc il suo ventre nudo sul suo corpo,
disgustosamente tent con una mano sulla testa e il collo di
Karl di farsi baciare tra le gambe, urt poi diverse volte il
ventre contro di lui era come un animale, forse per questo
a lui era venuto un bisogno spaventoso di aiuto. Da ultimo
lui se ne and piangendo, dopo molti voti da lei espressi di
rivedersi nel suo letto. Nient'altro, eppure lo zio intendeva
farne una gran storia. E la cuoca aveva seguitato a pensare
a lui, informando lo zio del suo arrivo. La cosa era fatta, e
lui una volta lavrebbe ricambiata.
Ed ora, esclam il senatore, voglio sentire con chiarezza
da te se io sono o non sono tuo zio.
Sei mio zio, disse Karl e gli baci la mano, baciato da lui
sulla fronte. Sono molto felice di averti incontrato, ma ti
sbagli se credi che i miei genitori parlino soltanto male di
te. Anche a prescindere da questo, tuttavia, il tuo discorso
contiene degli errori, voglio dire che la cosa non successa
cos, in realt. Certo, non puoi giudicare i fatti tanto bene
da qui, ed io credo inoltre che non sia particolarmente
dannoso se i signori sono stati informati un po
erroneamente nei dettagli di qualcosa che, del resto, non
pu molto importar loro.
Belle parole, disse il senatore, guid Karl al cospetto del
capitano,
visibilmente partecipe, e domand:Non ho un nipote
formidabile?
Sono felice, disse il capitano inchinandosi, dato che loro
agivano solo come chi addestrato militarmente, vostro
nipote, signor senatore, ho imparato a conoscerlo. Per la
mia nave un onore speciale aver potuto dar luogo ad una
simile riunione. Ma il viaggio nellinterponte stato
veramente pessimo, e l chi pu mai sapere chi portiamo.
Ora, noi facciamo tutto il possibile per facilitare il viaggio
alle persone dellinterponte, molto di pi per esempio delle
linee americane, ma, ancora, non siamo riusciti sempre a
fare di un simile viaggio un piacere.
Non mi ha procurato danni, disse Karl.
Non gli ha procurato danni!, ripet a voce alta il senatore,
con un sorriso.
Solo, ho paura di aver perso la mia valigia, e con questo
lui si ramment di tutto quel che era successo e di che cosa
ancora restava da fare, si guard intorno e riconobbe tutti i
presenti, nel posto che occupavano prima, gli occhi su di lui,
in silenziosa attenzione. Soltanto nei funzionari portuali si
notava, per quanto le loro facce severe e sicure di s
consentissero di farsi unidea, il rincrescimento per essere
venuti in unora cos inopportuna, e lorologio da tasca che
avevano appoggiato davanti a s probabilmente per loro era
pi importante di tutto quello che accadeva e forse ancora
poteva accadere nella stanza.
Il primo che dopo il capitano espresse la sua partecipazione
fu, notevolmente, il fochista. Auguri di cuore a loro, disse,
e strinse la mano a Karl, e intendeva con ci anche qualcosa
come lespressione di un elogio. Poich intendeva rivolgersi
con le stesse parole anche al senatore, costui arretr, come
se il fochista con ci oltrepassasse i suoi diritti; il fochista
rinunci subito.
I restanti capirono ora quel che bisognava fare, e dettero
luogo ad uno scompiglio intorno a Karl ed al senatore.
Dunque accadde che Karl ebbe le congratulazioni di
Schubal, che accett ringraziando. Ultimi, nella ritornante
calma, si fecero avanti i funzionari portuali e dissero due
parole in inglese, ci che fece unimpressione bizzarra.
Il senatore era del tutto nella disposizione di spirito giusta
per
assaporare fino in fondo il piacere, e per ricordare, a s e
agli altri, momenti dimportanza secondaria, ci che com'
naturale tutti consentirono ed anzi accettarono con
interesse. Cos dunque lui richiam lattenzione sul fatto
che aveva preso appunti, sul suo taccuino, sui segni
caratteristici di Karl menzionati nella lettera della cuoca,
allo scopo di farne luso necessario al momento opportuno.
Ora, durante le insopportabili chiacchiere del fochista,
aveva estratto il taccuino unicamente per distrarsi, e aveva
provato a collegare, per esempio con laspetto di Karl, le
osservazioni della cuoca, non abbastanza valide, com'
ovvio, dal punto di vista di un'investigazione professionale .
E cos si trova il proprio nipote!, concluse, come nel tono
di chi volesse ancora una volta ricevere congratulazioni.
Che cosa succede ora al fochista?, domand Karl, dopo
lultimo racconto dello zio. Nella sua nuova posizione
credeva di poter dire tutto quel che pensava.
Al fochista succeder quello che merita, disse il senatore,
e quel che il capitano ritiene. Noi ne abbiamo abbastanza e
pi che abbastanza del fochista, io credo, ognuno dei
signori presenti certo sar daccordo.
Questo non conta, per un fatto di giustizia, disse Karl. Si
trovava tra lo zio e il capitano, e credeva, forse influenzato
da tale posizione, di avere in mano il verdetto.
E nonostante questo, sembrava che il fochista per s non
sperasse pi nulla. Teneva le mani infilate a met nella
cintura dei pantaloni che era salita, a forza di movimenti
agitati, insieme alle righe della sua camicia. Non gliene
importava niente; aveva sfogato tutte le sue pene, ora era
lecito vedere anche i suoi stracci, e poi si poteva portarlo
via. L'inserviente e Schubal, i due l di rango pi basso,
dovevano tributargli questultima gentilezza, si immaginava
lui. E poi Schubal avrebbe avuto la sua pace e non sarebbe
stato pi nella disperazione, per usare le parole del cassiere
capo. Il capitano avrebbe potuto appoggiare il rumeno in
modo migliore, si sarebbe parlata soprattutto la lingua
rumena, e magari poi davvero tutto sarebbe andato meglio.
Nessun fochista avrebbe pi blaterato alla cassa principale,
soltanto le sue
ultime ciance sarebbero rimaste come un ricordo alquanto
benigno, perch avevano dato il via indiretto, come il
senatore aveva dichiarato espressamente, al
riconoscimento del nipote. Questo nipote, prima, aveva
daltra parte ripetutamente provato a giovargli e, in
conseguenza della sua funzione ai fini del riconoscimento,
ancor prima aveva reso grazie pi che sufficienti; il fochista
forse ora poteva pretendere ancora qualcosa da lui. Certo,
poteva anche essere il nipote del senatore, ma non era il
capitano, e dalla bocca del capitano da ultimo sarebbe
venuta la parola negativa. Come se ci esprimesse la sua
opinione, il fochista non tent neppure di guardare verso
Karl, ma sfortunatamente in quel locale, che apparteneva
allavversario, non c'era un posto dove riposare gli occhi.
Non fraintendere la situazione, disse il senatore a Karl,
si tratta forse di una fatto di giustizia, ma nello stesso
modo di un fatto disciplinare. Entrambi, e in modo del tutto
peculiare il secondo, qui dipendono dal giudizio del
capitano.
E cos, mormor il fochista. Chi se ne accorse e cap,
sorrise meravigliato.
Comunque, a prescindere da questo, abbiamo talmente
intralciato il capitano nelle sue funzioni, che stanno
accumulandosi incredibilmente dopo larrivo a New York,
che per noi davvero lora di lasciare la nave allo scopo di
non trasformare con una qualche nostra sommamente
inutile intromissione, come se non bastasse,
questinsignificante litigio tra macchinisti in un evento. Io,
caro nipote, comprendo il tuo modo dagire, del resto
perfetto, ma ci mi d appunto il diritto di condurti via in
fretta da qui.
Far subito approntare il battello per voi, disse il capitano
senza sollevare anche soltanto la pi piccola obbiezione,
con stupore da parte di Karl, alle parole dello zio, che pure
potevano essere considerate un indubbia auto
mortificazione. Il cassiere capo si precipit alla scrivania e
telefon al pilota lordine del capitano.
Il tempo ha iniziato a incalzare, si disse Karl, ma non
posso far nulla senza offendere tutti. Non posso lasciare lo
zio, dopo che mi ha appena
ritrovato. Il capitano certo cortese, ma questo tutto. La
sua cortesia fa parte della disciplina, e lo zio ha sicuramente
reso il suo pensiero. Con Schubal non voglio parlare, mi
provoca addirittura della pena, avergli dato la mano. E tutti
gli altri sono scorie.
E lentamente, con pensieri del genere, si avvicin al
fochista, gli estrasse la mano da sotto la cintura e la tenne
nella sua, giocandoci .Perch non dici niente?, domand.
Perch ti fai andar bene tutto?.
Il fochista corrug la fronte, solo questo, come se cercasse
lespressione giusta per ci che aveva da dire. E guard in
basso, la sua mano e la mano di Karl.
Ti andata storta certo come a nessuno sulla nave, lo so
bene. E Karl infil le sue dita tra le dita del fochista, che
volse con occhi luccicanti lo sguardo in giro, come se gli
stesse toccando una delizia che nessuno per avrebbe
potuto prender male.
Tu devi resistere, assentire e negare, altrimenti la gente
non ha nessuna idea della verit. Devi promettermi che mi
asseconderai, dopo io, ho molti motivi per temerlo, non
potr pi aiutarti. E ora Karl piangeva mentre baciava la
mano del fochista, la prese, screpolata, quasi senza vita, e
se la calc sulla guancia come un tesoro cui si deve
rinunciare. Ma era gi l accanto lo zio senatore a tiralo via,
per quanto con la forza pi lieve.
Sembra che il fochista ti abbia ammaliato, disse, e dette
uno sguardo dintesa, al di sopra della testa di Karl, al
capitano. Tu ti sei sentito perso, hai trovato il fochista, ed
ora gli sei riconoscente, ci senzaltro molto lodevole. Ma
non spingerti oltre, per amor mio, ed impara a capacitarti
della tua posizione.
Al di l della porta si lev un chiasso, si udirono grida, era
addirittura come se qualcuno ci fosse brutalmente sbattuto
sopra. Entr, un poco cialtronesco, un marinaio, e aveva
legato addosso un grembiule da ragazza. Fuori c gente,
grid, e sgomit come se stesse ancora nella ressa. Infine
rientr in s e volle fare il saluto al cospetto del capitano,
allora si occorse del grembiule, se lo strapp via, lo butt
sul pavimento ed esclam: E proprio uno schifo, mi hanno
legato addosso un
grembiule da ragazza. Ma poi batt i talloni insieme e
salut. Qualcuno prov a ridere, ma il capitano disse severo:
Questo io lo definisco buon umore. Allora, chi c fuori?
Sono i miei testimoni, disse Schubal venendo avanti,
chiedo umilmente scusa per la loro condotta sconveniente.
Quando la gente ha alle spalle il viaggio, qualche volta
diventa come indemoniata.
Chiamateli qui immediatamente! ordin il capitano e
rivolgendosi al senatore disse cortesemente, ma in
fretta:Abbiate la bont, egregio signor senatore, di seguire
insieme al vostro signor nipote questo marinaio, che vi
condurr fino al battello. Non ho certo bisogno di dire quale
piacere e quale onore ha generato in me la mia personale
conoscenza con voi, signor senatore. Mi auguro solo di
avere presto occasione di poter riprendere una volta, signor
senatore, la nostra conversazione interrotta sullo stato
della flotta americana, e poi forse di nuovo di essere
interrotto cos piacevolmente.
Per il momento mi sufficiente questunico nipote, disse
ridendo lo zio. Ed ora abbiate il mio migliore
ringraziamento per la vostra amabilit, e addio. Non
sarebbe daltronde cos impossibile che noi, strinse a s
con affetto Karl, nel nostro prossimo viaggio in Europa,
potessimo forse incontrarci con voi.
Mi farebbe sinceramente piacere, disse il capitano. I due
signori si strinsero reciprocamente la mano, Karl pot
soltanto in silenzio e di sfuggita porgere la mano al
capitano, poich costui era gi occupato con le forse
quindici persone che, sotto la direzione di Schubal, certo un
po imbarazzate, tuttavia molto chiassose, facevano il loro
ingresso. Il marinaio preg il senatore di poter uscire e
separ la calca per lui e Karl, che con facilit passarono tra
le persone che sinchinavano. Pareva che costoro, del resto
bonari, prendessero la lite di Schubal con il fochista per uno
scherzo la cui assurdit non finiva neppure al cospetto del
capitano. Karl not tra loro anche la ragazza della cucina,
Line, che facendogli locchiolino allegramente, si riannod il
grembiule buttato dal marinaio.
Seguendo il marinaio lasciarono lufficio e svoltarono in un
piccolo
passaggio che, dopo pochi passi, portava ad una porticina
dalla quale per una breve scala si arrivava al battello che
era pronto per loro. I marinai sul battello dentro il quale
salt il pilota, si alzarono e salutarono. Il senatore stava
esortando Karl a scendere con cautela, quando questi,
ancora sul gradino pi in alto, si mise a piangere forte. Il
senatore pose la mano destra sotto il mento di Karl, lo
strinse solidamente a s e con la sinistra lo accarezz. Cos
scesero piano un gradino dopo laltro ed entrarono stretti
tra loro nel battello, dove il senatore subito scelse per Karl
un buon posto davanti a s. Ad un segnale del senatore i
marinai presero lo slancio dalla nave e si misero al lavoro
insieme. Non appena furono distanti pochi metri dalla nave,
Karl fece linattesa scoperta che si trovavano proprio da
quel lato dove davano le finestre della cassa principale.
Tutte e tre le finestre erano occupate dai testimoni di
Schubal, che salutavano amichevolmente e facevano cenni,
perfino lo zio ringrazi, ed un marinaio fece la bravura di
mandar su un bacio con la mano senza interrompere
luniforme remata. Era davvero come se non ci fosse pi
nessun fochista. Karl strinse lo zio e con le ginocchia quasi
tocc le sue, osservandolo con maggior attenzione, e dubit
che questuomo potesse mai prendere per lui il posto del
fochista. Invero lo zio evit le sue occhiate, e guard le
onde che deviavano il loro battello.

2
Lo zio
In casa dello zio Karl si abitu alla svelta alle nuove
condizioni. Lo zio comunque gli veniva incontro gentilmente
in ogni piccolezza, e Karl non aveva mai da far pratica
tramite brutte esperienze, cosa che il pi delle volte rende
amara la vita iniziale all'estero.
La stanza di Karl si trovava al sesto piano di un edificio i cui
primi cinque piani, ai quali se ne aggiungevano altri tre nel
sottosuolo, erano occupati dalla direzione della ditta dello
zio. La luce, che entrava nella
stanza da due finestre e dalla porta-finestra di un balcone,
non smetteva di stupire Karl quando lui vi entrava di
mattina dalla sua piccola camera. Dove avrebbe mai dovuto
abitare, se fosse arrivato nel Paese da povero immigrato?
Anzi, forse non lo si sarebbe neppure lasciato entrare negli
Stati Uniti, come lo zio, al corrente delle leggi
sull'immigrazione, considerava addirittura assai probabile,
ma lo si sarebbe spedito a casa senza preoccuparsi del fatto
che lui non aveva pi alcuna terra natia. Infatti negli Stati
Uniti non c'era da sperare nella compassione, ed era
assolutamente giusto quel che Karl aveva letto a questo
riguardo sull'America; solo i fortunati parevano godere
veramente la loro fortuna, l, nell'indifferenza dei volti del
loro ambiente.
Uno stretto balcone si estendeva davanti alla stanza per
tutta la sua lunghezza. Quello che per nella citt natia di
Karl sarebbe stato davvero il punto panoramico pi elevato,
l non permetteva molto pi che vedere dall'alto una strada
che, tra due file di case letteralmente della stessa altezza,
arrivava lontano l dove spuntavano nella gran foschia,
gigantesche, le forme di una cattedrale. Di giorno come di
sera, e nei sogni della notte, in questa strada si svolgeva
un'attivit senza tregua che, vista dall'alto, faceva l'effetto
di una mescolanza generata da fattori che si seguivano
sempre nuovi; figure umane distorte, tetti di veicoli di ogni
tipo da cui saliva un'ulteriore nuova, moltiplicata
mescolanza brutale di frastuono, polvere e odori, tutto ci
veniva abbracciato e pervaso da una poderosa luce che, di
continuo dispersa dalla massa degli oggetti, era tolta e di
nuovo febbrilmente diffusa, luce che, all'occhio abbagliato,
pareva avere un corpo, come se sopra questa strada, a tutta
forza, di continuo si frantumasse un cristallo che
proteggeva ogni cosa.
Cauto com'era in tutto, lo zio consigli a Karl di non
intraprendere per il momento alcunch di serio. Provar di
tutto e vedere, ma non farsi intrappolare. I primi giorni di
un europeo in America sono, ma certo, paragonabili ad una
nascita, e per quanto l in America - ogni ansia di Karl era a
tal proposito inutile - ci si abitua pi alla svelta che non
quando dall'aldil si fa l'ingresso nel mondo umano, pur
necessario
tener presente che il primo giudizio ha sempre debole
consistenza e che non ci consentito di sbagliare, per colpa
del primo, magari tutti i giudizi successivi, con il cui aiuto
qui, anzi, vogliamo condurre la nostra vita. Lui stesso aveva
conosciuto nuovi arrivati che, per esempio, invece di
comportarsi secondo questi buoni principi, se ne stavano
tutto il giorno al balcone a guardar gi in strada come dei
fessi. Questo per forza porta confusione assoluta! Tal
solitaria inerzia auto contemplativa in una laboriosa
giornata newyorchese pu venir consentita ad un turista e
forse, anche se non senza riserve, consigliata, ma per chi
rimarr una depravazione, in questo caso si pu
tranquillamente usare questo termine, per quanto
esagerato. E in realt lo zio faceva una smorfia sdegnata
quando, in una delle sue visite, che avevano luogo sempre
solo una volta al giorno e per sempre in ore diversissime,
trovava Karl al balcone. Karl lo not presto e di
conseguenza si neg nei limiti del possibile lo svago di stare
al balcone.
Non era per il suo unico svago. Nella sua stanza si trovava
una scrivania americana della miglior qualit, come suo
padre aveva desiderato da anni ed aveva cercato di
acquistare nelle pi svariate vendite all'asta ad un prezzo
alla sua portata, senza che mai gli fosse riuscito a causa dei
suoi modesti mezzi. com' naturale questa scrivania qui non
era paragonabile con quelle cosiddette americane che
circolano nelle vendite all'asta europee. Aveva per esempio
nella sua parte di sopra cento cassetti della pi varia
grandezza, e perfino il presidente dell'Unione avrebbe
trovato un posto adatto per ognuno dei suoi documenti, ma
oltre a ci su un lato c'era un regolatore e ruotando una
manovella si potevano ottenere i pi diversi spostamenti e
disposizioni dei cassetti secondo il bisogno ed a piacere.
Sottili piccole pareti laterali calavano lentamente e davano
forma al fondo di cassetti or ora alzatisi, o al soffitto di
cassetti or ora sollevatisi; gi dopo una rotazione della
manovella la parte di sopra della scrivania aveva un aspetto
completamente diverso, e tutto, in rapporto al girar della
manovella, succedeva o pian piano o assurdamente alla
svelta. Si trattava di una nuovissima invenzione, eppure a
Karl ricordava assai vividamente le
rappresentazioni sacre che a casa venivano date durante la
fiera di Natale per i bambini, che restavano a bocca aperta;
anche Karl, infagottato nei suoi abiti invernali, spesso vi
aveva assistito, ed aveva continuato a paragonare la
nuovissima invenzione con quel girar la manovella da parte
di un vecchio ed i relativi effetti in termini di
rappresentazioni sacre natalizie, lo stentato procedere dei
Re Magi, il brillio delle stelle, e l'inizio della vita nella santa
stalla. E sempre gli era parso come se la mamma, che stava
dietro di lui, non seguisse abbastanza come si deve tutti
quegli eventi; l'aveva tirata a s fino a sentirla alle sue
spalle, ed aveva continuato a a segnalarle gridando i
fenomeni celati nei dettagli, magari un leprotto che l
davanti nell'erba si drizzava sulle zampe posteriori e poi di
nuovo si preparava a correre, finch la mamma non gli
chiudeva la bocca e probabilmente ricadeva nella sua
precedente disattenzione. La scrivania non era fatta certo
solo per ricordare cose del genere, ma nella storia di
entrambe le invenzioni esisteva pure un oscuro rapporto,
simile a quello presente nei ricordi di Karl. Lo zio a
differenza di Karl disapprovava assolutamente questa
scrivania, aveva voluto soltanto comprare apposta per Karl
una buona scrivania, e tali scrivanie erano ora tutte
provviste di questo nuovo allestimento il cui vantaggio
consisteva nel poter essere montato sulle vecchie scrivanie
con poca spesa. Non cessava mai, lo zio, di consigliare a
Karl di usare il meno possibile il regolatore; per dar forza al
consiglio, lo zio faceva la considerazione che il meccanismo
era assai sensibile, facile da rompere e molto costoso da
reinstallare. Facile capire che simili rilievi erano solo
pretesti, anche se, d'altra parte, si doveva dire che il
regolatore era facilissimo da bloccare, cosa che lo zio per
non faceva.
Nei primi giorni durante i quali tra Karl e lo zio avevano
avuto luogo frequenti scambi di idee, Karl aveva anche
raccontato che a casa non molto, ma volentieri, aveva
suonato il piano, cosa che del resto aveva potuto
provvederlo unicamente delle nozioni di base, quelle che la
mamma gli aveva dato. Karl era ben consapevole del fatto
che un racconto del genere fosse allo stesso tempo la
richiesta di un pianoforte, ma lui gi si era guardato intorno
quanto bastava per sapere che lo zio
non aveva alcun bisogno di risparmiare. Questa richiesta
non fu soddisfatta subito, per, ma circa otto giorni dopo lo
zio disse, quasi nella forma di una confidenza riluttante,
che il piano era appena arrivato e che Karl avrebbe potuto,
volendo, sovrintendere al trasporto. Fatica lieve,
certamente, ma dopo tutto non pi lieve del trasporto
stesso, la casa disponeva di un suo montacarichi in cui
comodamente poteva trovar posto un carro, ed in questo
montacarichi anche il piano sal nella stanza di Karl.
Avrebbe certamente potuto salire insieme al piano ed ai
facchini anche lui, ma dato che proprio accanto era
disponibile un ascensore libero, us questo, tenendosi
costantemente, per mezzo di una leva, alla stessa altezza
dell'altro e guardando sempre attraverso le pareti di vetro il
bello strumento che ora era di sua propriet. Quando lo
ebbe nella sua stanza e suon le prime note, ricav una
gioia cos folle che, invece di continuare a suonare, salt su
e da una certa distanza, le mani appoggiate ai fianchi,
prefer contemplarlo. Anche l'acustica della stanza era
notevole ed essa contribu a far scomparire del tutto il suo
vago disagio iniziale di abitare in una casa in cemento
armato. In realt non si notava poi nella stanza, per quanto
di massiccio cemento armato apparisse da fuori l'edificio,
neppure il pi piccolo elemento di ferrigno, e nessuno
avrebbe potuto rilevare nell'architettura anche soltanto una
piccolezza che potesse in qualche modo turbare la pi
completa comodit. Karl all'inizio si aspettava molto dal suo
pianismo e non si vergognava, almeno nel prender sonno, di
pensare alla possibilit di una diretta influenza nella sua
vita americana per mezzo di tale pianismo. Certamente
suonava particolare del resto che lui eseguisse davanti alle
finestre aperte sul frastuono una vecchia canzone militare
della sua terra che i soldati, di sera, stando alla finestre
della caserma a guardare il buio della piazza, continuavano
a rilanciarsi l'un l'altro; poi lui guardava in strada e la strada
era la medesima, ed era solo la particella di una grande
circolazione che non si poteva in s e per s arrestare senza
sapere tutte le forze agenti in giro. Lo zio portava pazienza
in merito al pianismo, non diceva nulla contro, tanto pi che
Karl si permetteva, anche secondo
il suo consiglio, solo di rado lo svago di suonare; anzi,
portava a Karl perfino musiche di marce americane e com'
naturale anche l'inno nazionale, per non fu spiegabile con
il piacere della musica il fatto che, senza scherzi, lui una
volta domand a Karl se non aveva intenzione d'imparare
anche il violino, o il corno da caccia.
Com' naturale il primo e pi importante compito di Karl era
imparare l'inglese. Un giovane professore di un istituto
commerciale superiore si presentava ogni giorno verso le
sette nella stanza di Karl e lo trovava gi alla scrivania
seduto con i quaderni o che camminava in su e in gi
imparando a memoria. Non sfuggiva a Karl che nessuna
fretta era abbastanza grande nell'acquisizione dell'inglese e
che in materia, inoltre, lui aveva la migliore opportunit di
dare una straordinaria gioia allo zio coi suoi rapidi
progressi. Ed in realt la cosa riusc; mentre all'inizio aveva
limitato l'inglese, parlando con lo zio, al buongiorno e
buonasera, iniziarono a prevalere sempre maggiori parti di
conversazione in inglese, e nello stesso tempo a presentarsi
temi pi intimi. La prima poesia americana che Karl riusc a
recitare un sera a suo zio, la descrizione di un incendio, lo
rese contento, ancorch in modo molto compassato. Una
volta erano entrambi alla finestra nella stanza di Karl, lo zio
guardava verso l dove tutto il chiarore del cielo era gi
svanito, lentamente ritmando con le mani l'armonia dei
versi intanto che Karl, in piedi accanto a lui, recitava
faticosamente l'ardua poesia.
Quanto migliorava l'inglese di Karl tanto lo zio manifestava
maggior piacere di condurlo con s dai suoi conoscenti, e
per ogni evenienza dispose che in tali occasioni il professore
di inglese provvisoriamente si tenesse sempre vicino a Karl.
Il primissimo conoscente cui Karl una mattina venne
presentato fu uno snello giovane incredibilmente
dinoccolato, che lo zio condusse con speciali convenevoli
nella stanza di Karl. Si trattava con chiarezza di uno di quei
molti viziati, dal punto di vista dei genitori, figli di milionari
la cui vita scorre in modo tale che una persona comune non
saprebbe, senza difficolt, seguirne una giornata qualsiasi.
E, come se lui lo sapesse, oppure lo indovinasse, quando
incontrava una persona comune attorno alle sue labbra e
agli occhi
perdurava un sorriso di soddisfazione riferito a lui stesso, al
suo interlocutore ed al mondo intero.
Insieme a questo giovane, un tale signor Mack, si stabil con
il consenso totale dello zio di andare a cavalcare insieme
verso le cinque e mezzo di mattina, sia presso la scuola
d'equitazione, sia all'aperto. Dapprima Karl esit, vero, ad
impegnarsi, dal momento che ancora non era mai salito su
un cavallo ed aveva poca voglia di cominciare ad imparare a
cavalcare, ma, dato che lo zio e Mack insistevano tanto e
presentavano l'equitazione come puro svago e sano
esercizio, mica come un'arte, alla fine accett. Certo, ora
doveva uscire dal letto verso le quattro e mezzo, e questo
gli dispiaceva assai, perch, a causa della continua
concentrazione che doveva usare durante il giorno, pativa
per l'appunto a prender sonno, ma nella sua stanza da
bagno gli passava presto il disappunto. Sopra tutta la vasca
in lungo e in largo si stendevano i fori della doccia quale
compagno di scuola a casa, foss'anche ricco, possedeva
qualcosa del genere e soltanto per s e dunque Karl ci si
metteva disteso, in quella vasca poteva allargare in fuori le
braccia e si faceva scorrere addosso l'acqua tiepida,
bollente, di nuovo tiepida e da ultimo gelata, in modo
parziale o dappertutto, a piacere. Nell'ancora un po'
prolungato piacere del sonno com'era bello giacere l ed
accogliere con le palpebre chiuse le ultime singole gocce
cadenti, che poi si dischiudevano e gli scivolavano sul viso!
Nella scuola di equitazione dove lo depositava l'automobile
monumentale dello zio, era gi in attesa il professore di
inglese, mentre Mack immancabilmente arrivava in ritardo.
Poteva anche non importargli di arrivare tardi, infatti si
cominciava la vera e propria equitazione solo quando c'era
lui. Non se ne uscivano bruscamente dal loro sopore, i
cavalli, quando lui entrava, quando faceva schioccare il
frustino con garbo, non facevano alcuni la loro comparsa
nella galleria circostante, pian piano, spettatori, addetti ai
cavalli, allievi della scuola, o che altro? Karl per utilizzava
il tempo prima che arrivasse Mack per esercitare un po' di
pratica preparatoria, per quanto fosse la pi di base,
all'equitazione. C'era uno spilungone cui bastava sollevare
appena il
braccio sulla groppa cos alta dei cavalli per salirci sopra,
che istruiva sempre Karl appena per un quarto d'ora di
lezione propedeutica. I risultati che Karl ne ricavava non
erano molto grandi - lui riusciva a trarne numerose abituali
imprecazioni in lingua inglese che, durante quelle lezioni,
ansimando lanciava al professore d'inglese, sempre
appoggiato a uno stipite, il pi delle volte mezzo
addormentato. Tuttavia quasi ogni insoddisfazione
equitativa all'arrivo di Mack terminava. Lo spilungone
veniva mandato via e presto non si sentiva, nell'ancora
semibuia sala, altro che gli zoccoli dei cavalli al galoppo, n
si riusciva a veder qualcos'altro che non fosse il braccio di
Mack sollevato a dare un comando a Karl. Dopo una
mezz'ora di tale svago, che passava come dormendo si
sogna, basta. Mack aveva gran fretta, si congedava da Karl,
talvolta gli dava un colpetto su una guancia, se era rimasto
contento di come aveva cavalcato, e spariva senza neppure,
per la gran fretta, uscire insieme a Karl. Allora Karl
prendeva con s in automobile il professore e andavano alla
loro lezione d'inglese per lo pi per strade indirette, infatti
percorrendo la calca della grande strada che conduceva
direttamente dalla scuola di equitazione alla casa dello zio
sarebbe andato perduto troppo tempo. Comunque fin
presto l'appoggio di questo professore d'inglese, infatti
Karl, rimproverandosi di incomodarlo inutilmente - quello
era stanco e stufo - fino alla scuola di equitazione, dato
anche che l'intesa in inglese con Mack era assai semplice,
preg lo zio di sollevare il professore da quest'obbligo. Dopo
averci pensato un po' lo zio accondiscese anche a questa
richiesta.
Pass un certo tempo prima che lo zio decidesse di
permettere a Karl di dare anche solo un'occhiatina nei suoi
affari, quantunque Karl spesso l'avesse chiesto. Si trattava
di una sorta di attivit di spedizione previo conto deposito
quale, per quanto Karl poteva ricordare, in Europa mancava
del tutto. L'attivit consisteva cio in una intermediazione
che tuttavia non mediava le merci tra la produzione ed il
consumo, o magari il commercio, per dire, ma provvedeva
alla mediazione di tutte le merci e materie prime per i
grandi cartelli industriali, e tra loro. Ne derivava un'attivit
che comprendeva in un insieme di acquisti,
stoccaggi, trasporti e vendite di enorme variet, e doveva
mantenere esattissimi contatti continui, telefonici o
telegrafici, con i clienti. La sala dei telegrafi non era pi
piccola, ma pi grande dell'ufficio dei telegrafi della citt
natia di Karl, che una volta lui aveva attraversato per la
mano ad un compagno di scuola. Nella sala dei telefoni si
vedevano di continuo aprirsi e chiudersi le porte delle
stanze dove si telefonava, e l'urlio era da far impazzire. Lo
zio apr la pi vicina di queste porte, si vide nella
scintillante luce elettrica un impiegato indifferente ad ogni
rumore di porte, la testa stretta in una striscia di acciaio
che gli premeva i padiglioni auricolari. Il braccio destro
posava su un tavolino come se fosse particolarmente
pesante, e solo le dita, che tenevano il lapis, guizzavano in
modo inumanamente uniforme e rapido. Nelle parole che
diceva nella cornetta l'impiegato era molto stringato, e
spesso si vedeva perfino che aveva forse qualcosa da
opporre a chi parlava, che voleva maggior precisione,
comunque certe parole che udiva lo costringevano, prima
che potesse esprimere il suo proposito, ad abbassare gli
occhi ed ad appuntarle. Inoltre era tenuto a non discorrere,
come spieg a voce bassa lo zio, infatti le stesse
comunicazioni che quest'uomo riceveva venivano nello
stesso tempo ricevute da altri due impiegati e poi
confrontate in modo che gli errori erano il pi possibile
esclusi. Nello stesso momento in cui lo zio e Karl erano
usciti dalla stanza, un praticante s'infil dentro e riusc con
la documentazione nel frattempo scritta. Attraverso il
centro della sala c'era un costante via vai di gente che
sfrecciava. Nessuno salutava, il saluto era soppresso,
ognuno si raccordava al passo di chi gli veniva incontro e
guardava il pavimento sul quale voleva avanzare il pi
possibile velocemente, oppure coglieva a occhio appena
qualche parola o cifra dalle carte che teneva in mano,
svolazzanti nella corsa.
L' hai davvero condotta lontano, disse Karl una volta
durante uno di queste camminate attraverso l'azienda, per il
cui esame si dovevano impiegare molti giorni anche volendo
giusto vedere, e nient'altro, ogni sezione.
E devi sapere che ho fondato tutto trent'anni fa, da solo.
Allora avevo
un piccolo ufficio nel quartiere del porto, se vi si scaricavano
cinque casse al giorno era tanto e io andavo a casa pieno di
me. Oggi ho il terzo maggior deposito del porto e quel
negozio la sala da pranzo e la cucina del
cinquantaseiesimo gruppo dei miei facchini.
Ma siamo prossimi al meraviglioso, disse Karl.
Qui ogni sviluppo marcia alla svelta in questo modo, disse
lo zio troncando il discorso.
Un giorno lo zio venne appena prima dell' ora di cena che
Karl pensava di fare da solo come al solito, e lo invit a
vestirsi subito di nero e di andare insieme a lui a una cena
cui avrebbero preso parte due colleghi. Mentre Karl nella
stanza accanto si vestiva, lo zio si sedette alla scrivania e
scorse i compiti d'inglese appena fatti, dette un colpo sul
piano della scrivania e grid: Veramente splendido!
Senza dubbio l'operazione di vestirsi riusc meglio quando
Karl ud quest'elogio, ma in realt lui era gi abbastanza
sicuro del suo inglese.
Nella stanza da pranzo dello zio, che Karl ancora aveva in
mente dalla prima sera del suo arrivo, si alzarono due grossi
e grassi signori per i saluti, uno era un certo Green, l'altro
un certo Pollunder, come emerse durante i discorsi a tavola.
Lo zio in altri termini faceva appena un accenno volante a
qualche conoscente e lasciava che Karl ne individuasse
l'importanza o l'indifferenza attraverso osservazioni sue
proprie. Dopo che durante la cena vera e propria si era
parlato solo di faccende di lavoro in modo confidenziale, ci
che per Karl comport in termini di locuzioni da uomini
d'affari una buona lezione, e si era lasciato che Karl si
occupasse tranquillamente della sua cena come se fosse un
bambino che aveva il dovere prima di tutto di mangiare a
saziet, il signor Green si pieg verso di lui e gli chiese, con
un inconfondibile sforzo di parlare un inglese il pi possibile
chiaro, le sue prime impressioni americane in generale. Karl
rispose - intorno si era fatto un mortale silenzio - in modo
abbastanza dettagliato gettando occhiate laterali sullo zio,
e cerc, per riconoscenza, di rendersi simpatico parlando un
newyorchese un po' colorito. Ad una di tali espressioni i tre
signori arrivarono a ridere tra loro, e Karl inizi a temere di
aver fatto
un grosso sbaglio; invece no, lui aveva detto, come il signor
Pollunder spieg, addirittura qualcosa di azzeccato. Questo
signor Pollunder, soprattutto, sembrava gradire in modo
speciale Karl e, mentre lo zio ed il signor Green erano
tornati ai discorsi di affari, gli fece spostare la sedia vicino
alla sua, per porgli parecchie domande innanzitutto sul suo
nome, sul suo arrivo e sul viaggio, ed infine gli lasci
riprender fiato; sorridendo e tossendo, anche in modo
precipitoso raccont di s e di sua figlia, con cui abitava in
una tenuta nei pressi di New York dove d'altra parte lui
poteva passare solo la serata, dal momento che era un
banchiere e la sua professione lo teneva legato a New York
per tutto il giorno. Karl venne anche invitato con gran
cordialit a recarsi in questa tenuta, una tenuta americana
appena acquisita, magari avendo bisogno, anzi, di sicuro
avendone, di riprendersi da New York. Karl preg subito lo
zio di dargli il permesso di poter accogliere quest'invito, e lo
zio, apparentemente contento, questo permesso lo dette
senza per dire di preciso una data o anche soltanto
lasciarla prendere in considerazione come Karl ed il signor
Pollunder si erano aspettati.
Tuttavia gi il giorno seguente a Karl venne ordinato di
andare in uno degli uffici dello zio (ne aveva dieci solo in
quell'edificio) dove lo trov con il signor Pollunder -
piuttosto taciturni, sedevano in poltrona.
"Il signor Pollunder", disse lo zio, appena riconoscibile nella
penombra serale della stanza, " venuto per portarti nella
sua tenuta come abbiamo detto ieri."
"Non sapevo che doveva essere gi oggi", rispose Karl,
"altrimenti sarei gi pronto."
"Se non sei pronto, allora forse meglio rimandare la visita
alla prima occasione", sugger lo zio.
"Ma quale pronto e pronto!", grid il signor Pollunder."Un
giovanotto sempre pronto!"
" Non dipende da lui", disse lo zio rivolto al suo ospite, "ma
lui dovrebbe comunque andar su nella sua stanza, e voi
fareste tardi."
"C' tempo in abbondanza per questo", disse il signor
Pollunder, "l'ho anche previsto, un ritardo, ed ho chiuso in
anticipo l'ufficio."

"Vedi", disse lo zio, "che po' po' di seccature provoca gi ora


la tua visita."
"Mi dispiace", disse Karl," ma io sar di ritorno qui subito", e
stava per andare gi via.
"Non affrettatevi troppo", disse il signor Pollunder." Non mi
date nessuna seccatura, al contrario la vostra visita una
pura gioia."
"Domani perdi la tua lezione di equitazione, l'hai gi
disdetta?"
"No", disse Karl, questa visita di cui si era rallegrato
cominciava a diventare una noia, "mica lo sapevo ."
"E nonostante questo tu vuoi partire?", seguit lo zio a
chiedere.
Il signor Pollunder, persona gentile, venne in aiuto.
"Ci fermeremo alla scuola di equitazione e metteremo a
posto la cosa."
"Se ne pu discutere", disse lo zio." Per Mack ti star ad
aspettare."
"Non mi star ad aspettare", disse Karl, "per ci verr".
"E dunque?", disse lo zio come se la risposta di Karl fosse
stata una giustificazione da nulla.
Di nuovo il signor Pollunder disse la cosa decisiva: "Ma
Klara" - era sua figlia - lo aspetta, e proprio per stasera, ha
o no la precedenza su Mack?"
"Ma certo", disse lo zio."Dunque va' subito nella tua stanza",
e colp come involontariamente, diverse volte, i braccioli
della poltrona. Karl era gi sulla porta quando lo zio lo
trattenne ancora con la domanda: "Per domattina presto
sei di nuovo qui per la lezione d'inglese?"
"Ma!", grid il signor Pollunder, e si torse stupefatto nella
poltrona per quanto gli era possibile con la sua grassezza,
"Ma non pu restar fuori almeno la giornata di domani? Se
lo riportassi poi dopodomani presto?"
"Assolutamente no", replic lo zio. "Non posso lasciare che
lo studio gli si scompigli cos. Pi avanti, quando lui avr
una vita professionale regolata in s e per s, gli
permetter molto volentieri anche per un tempo maggiore
di accogliere un invito cos gentile e rispettabile."
Che razza di discorso contraddittorio!, pens Karl.
Il signor Pollunder si era fatto triste. "Veramente per una
serata ed una
notte, per, questo quasi non vale."
"La penso anch'io cos", disse lo zio.
"Si deve accettare quel che si riceve", disse il signor
Pollunder e gi di nuovo rideva. "Dunque, aspetto", grid a
Karl il quale, dato che lo zio non diceva pi nulla, non se lo
fece dire due volte.
Quando tosto ritorn pronto a partire, nell'ufficio trov
soltanto il signor Pollunder, lo zio si era allontanato. Il
signor Pollunder gli prese le mani scuotendole tutto felice.
come se volesse accertarsi pi fortemente possibile che
Karl, alla buon'ora, era in partenza con lui. Karl era ancora
eccitato per via della fretta ed anche da parte sua scosse le
mani del signor Pollunder, compiaciuto di poter fare la gita.
"Non si adirato lo zio per il fatto che io parto?"
"Ma no! Anzi, non l'ha presa cos seriamente. E' la vostra
educazione che gli sta a cuore."
"Vi ha proprio detto che non ha preso cos sul serio il
precedente?"
"Oh s", esager il signor Pollunder, con ci dimostrando che
non sapeva mentire.
" E' strano quanto mi abbia dato malvolentieri il permesso di
venir da voi, nonostante che voi siate suo amico."
Neanche il signor Pollunder, per quanto non ne avesse
responsabilit, sapeva trovarne alcuna spiegazione, ed
entrambi ci pensarono ancora a lungo, quando si mossero
attraverso la calda serata nell'automobile del signor
Pollunder, anche parlando di altre cose.
Sedevano stretti l'uno all'altro, ed il signor Pollunder teneva
una mano di Karl nelle sue, intanto che raccontava. Karl
volle sapere parecchie cose sulla signorina Klara, come se il
lungo viaggio lo rendesse impaziente e potesse, con l'aiuto
dei racconti, arrivare prima che non nella realt. Anche se
ancora di sera non si era mai mosso attraverso le strade
newyorchesi, e sul marciapiedi e sulla sede stradale, tutti i
momenti cambiando direzione come in un turbine, il
frastuono proseguiva non come prodotto da persone, ma
come un elemento estraneo, Karl si cur, cercando di capire
correttamente le parole del signor Pollunder, solo dello
scuro panciotto di quel signore, sul quale era
placidamente attaccata di traverso una catena opaca. Oltre
le strade dove il pubblico aveva un ovvio timore di far tardi
a teatro correva svelto, a piedi o su automobili guidate con
furia, essi arrivarono attraverso quartieri intermedi nei
sobborghi, dove la loro automobile continu ad essere
indirizzata su strade secondarie da poliziotti a cavallo,
infatti le strade principali erano occupate da una
dimostrazione di metallurgici in sciopero e ai crocevia era
consentito solo il pi indispensabile traffico di auto. Poi
l'automobile, sbucando da vie buie cupamente risuonanti
attravers una di queste strade principali che sembravano
piazze intere; in prospettiva da entrambe le parti
apparivano marciapiedi impossibili da seguire con lo
sguardo fino al loro termine e riempiti da una massa appena
semovente il cui canto era pi omogeneo di una singola
voce umana. Nella sede stradale mantenuta libera, tuttavia,
si vedeva qua e l un poliziotto su un cavallo immobile, o
portatori di bandiere, o striscioni recanti scritte distesi al di
sopra della strada, o un capo operaio circondato da colleghi
e da militanti, o una vettura del tram elettrico che non si era
sottratta abbastanza alla svelta ed ora, vuota e scura, stava
l mentre il conducente e il bigliettaio sedevano sulla
piattaforma. Piccole pattuglie di curiosi stavano alla larga
dai veri dimostranti, e non lasciavano il loro posto per
quanto restassero all'oscuro di quel che veramente
succedeva. Karl per si appoggiava contento al braccio con
cui il signor Pollunder lo aveva circondato; la certezza che
presto sarebbe stato ospite benvenuto in una villa piena di
luci, attorniata da muri e sorvegliata da cani era per lui
straordinariamente benefica e, anche se a causa d'una
iniziante sonnolenza non afferrava pi senza errori od
almeno senza lacune tutto quel che il signor Pollunder
diceva, di tanto in tanto si riscuoteva e si strofinava gli
occhi per evitare per un attimo che il signor Pollunder si
accorgesse della sua sonnolenza - era intenzionato a
riuscire ad evitare la cosa ad ogni costo.
3
Una villa vicino a New York

"Siamo arrivati", disse il signor Pollunder proprio durante


uno di quei colpi di sonno di Karl. L'automobile si trovava
davanti ad una villa che, a guisa di quelle dei ricchi nei
dintorni di New York, era pi grande e pi alta di quanto
basta ad una villa che deve servire giusto ad una famiglia.
Dato che solo il pianterreno della casa era illuminato, non si
poteva anzi valutare quant'era grande ed alta. Sul davanti
stormivano castagni tra i quali - il cancello era gi aperto -
un vialetto portava alla scalinata esterna della casa. A
giudicare dalla sua fiacchezza uscendo dall'automobile Karl
credette che il viaggio avesse avuto una durata abbastanza
lunga. Nel buio del viale dei castagni ud vicino a s una
voce di ragazza dire: "Eccolo finalmente il signor Jakob."
"Io mi chiamo Rossmann", disse Karl stringendo la mano
protesa d'una ragazza che ora riusciva a distinguere nei
tratti.
"Di Jakob solo nipote", disse il signor Pollunder a mo' di
chiarimento, "e si chiama Karl Rossmann."
"Non c' nessuna differenza agli effetti della nostra gioia di
averlo qui", disse la ragazza, cui del nome importava poco.
Comunque fosse, Karl domand ancora, mentre tra il signor
Pollunder e la ragazza si dirigeva verso la casa: "Voi siete la
signorina Klara?"
"S", disse lei mentre dalla casa un po' di luce le rischiar il
viso che lei stava avvicinandogli, "per non vorrei
presentarmi qui al buio."
E perch ci ha aspettato al cancello?- pens Karl, che nel
camminare si svegliava un po' alla volta.
"Del resto stasera abbiamo un altro ospite", disse Klara.
"Non possibile!", grid contrariato Pollunder.
"C' il signor Green", disse Klara.
"Quando arrivato?", domand Karl, come preso da un
presentimento.
"Da poco. Non avete sentito la sua automobile davanti alla
vostra?"
Karl guard verso Pollunder per capire come giudicasse la
cosa, ma questi aveva le mani nelle tasche dei calzoni e si
limitava a camminare a
passi un po' pi pesanti del dovuto.
"Non serve a niente abitare solo un po' fuori New York, sono
guai. Dovremo assolutamente trasferire la nostra residenza
ancora pi lontano; e dovrei per forza viaggiare per met
della notte prima di arrivare a casa."
Rimanevano sulla scalinata esterna.
"Per, il signor Green era tanto tempo che non veniva",
disse Klara, che evidentemente era del tutto d'accordo con
suo padre, ma voleva, a parte quel che pensava lei,
tranquillizzarlo.
"Ma perch proprio stasera", disse Pollunder, e rabbiose le
sue parole gi rotolavano sul mento lardellato, carne
pesantemente rilassata che si muoveva parecchio.
"Ma infatti!", disse Klara.
"Forse se ne torner via presto", osserv Karl stupendosi
dell'accordo in cui si trovava con queste persone ancora ieri
del tutto estranee.
"Oh no", disse Klara, "ha una qualche grossa faccenda di
lavoro per pap che probabilmente dovr esser discussa a
lungo, infatti mi ha gi presa in giro dicendo che se voglio
essere una padrona di casa cortese dovr stare ad ascoltare
fino a domani."
"Anche questa, dunque. Rimane per la notte!", grid
Pollunder, come se con ci si fosse infine arrivati al peggio.
"Avrei davvero voglia", disse e si rasseren per via di quel
nuovo pensiero, "davvero voglia, signor Rossmann, di
riprendevi in automobile e di riportarvi da vostro zio.
Questa serata gi cominciata malissimo e chiss quando
prossimamente vostro zio vi lascer di nuovo a noi. Vi
riporto subito indietro, cos lui non potr negarci la
prossima volta la vostra visita."
E gi prendeva Karl per la mano per realizzare il suo piano.
Karl per non si mosse, e Klara chiese di lasciarlo, infatti
almeno lei e Karl non avrebbero potuto minimamente esser
disturbati dal signor Green, ed in conclusione anche lo
stesso Pollunder si accorse che la sua risoluzione non era
delle pi salde. Inoltre - e questo forse fu decisivo - si ud
improvvisamente il signor Green gridare verso il giardino da
sopra la scalinata : "Ma insomma, dove siete?"

"Venite", disse Pollunder infilando la scalinata. Dietro di lui


si mossero Karl e Klara, che alla luce ora si guardarono
bene.
Che labbra rosse, ha, si disse Karl pensando alle labbra del
signor Pollunder ed a come esse si erano trasformate nella
figlia.
"Dopo cena", cos disse lei, "se a voi va bene andremo
subito nella mia stanza almeno per liberarci noi di questo
signor Green, visto che gi pap deve lavorare insieme a lui.
E poi sarete cos gentile e mi suonerete il piano, pap
infatti me lo ha raccontato, quanto siete bravo, mentre
purtroppo io sono completamente incapace di fare musica e
non lo tocco, eppure la amo, la musica."
Karl fu del tutto d'accordo con la proposta di Klara anche se
avrebbe preferito stare in compagnia di lei con il signor
Pollunder. Di fronte alla colossale figura di Green - alla
grandezza di Pollunder Karl era gi quasi abituato - che si
dispiegava lentamente davanti a loro via via che salivano i
gradini, certamente a Karl svan la speranza di strappare in
qualche modo quella sera a quell'uomo il signor Pollunder.
Il signor Green li accolse assai di fretta, come se gi andar
loro incontro fosse tanto, prese per un braccio il signor
Pollunder e spinse Karl e Klara davanti a s nella sala da
pranzo che, specialmente a causa dei fiori sulla tavola che
sporgevano da fasci di foglie fresche, aveva un aspetto
molto festoso che faceva doppiamente deplorare la
disturbante presenza del signor Green. Ancora stava
rallegrandosi, Karl, in attesa presso la tavola che gli altri si
sedessero, del fatto che la gran porta a vetri rimanesse
aperta sul giardino, infatti un forte profumo spirava dentro
come accade sotto un pergolato, quando per l'appunto il
signor Green si mise ansimando a chiudere quella porta a
vetri, si chin sui paletti in basso, si stese verso quelli in
alto e tutto in modo cos giovanilmente rapido che il
servitore accorso in fretta non ebbe pi nulla da fare. Le
prime parole del signor Green a tavola furono espressioni di
stupore per il fatto che Karl avesse avuto il permesso dello
zio per quella visita. Portava alla bocca una cucchiaiata
piena di minestra dopo l'altra ed a destra a Klara, a sinistra
al signor Pollunder, spieg perch fosse cos stupito e come
lo zio vegliasse su Karl e come fosse troppo
grande l'amore dello zio per Karl per poterlo ancora
chiamare amore di zio.
Non basta che s'immischi qui inutilmente, nello stesso
tempo s'immischia tra me e lo zio, pens Karl senza riuscire
ad inghiottire un solo boccone della minestra, che aveva un
colore dorato. Poi per non volle far notare come si sentiva
turbato e cominci senza dir nulla a rimestare la minestra.
La cena continu lenta come un tormento. Soltanto il signor
Green e, in modo estremo, Klara erano vispi e di tanto in
tanto trovarono l'occasione di ridere brevemente. Il signor
Pollunder si infil solo una volta nella conversazione,
quando il signor Green inizi a parlare di affari, ritirandosi
per presto anche da discorsi del genere, ed il signor Green
dopo un certo tempo di nuovo lo colse di sorpresa in tale
atteggiamento assente. Annetteva del resto importanza - e
tale che Karl, stando a sentire come si trattasse di qualcosa
di minaccioso, dovette esser richiamato da Klara all'arrosto
che aveva davanti ed alla cena in genere - al fatto di aver
avuto solo all'ultimo momento l'intenzione di fare questa
visita inattesa. Infatti, anche se l'affare di cui ancora si
doveva parlare era di particolare urgenza, almeno la parte
pi indispensabile avrebbe potuto esser trattata quel giorno
in citt, e la parte pi accessoria avrebbe potuto esser
riservata al giorno dopo o a pi tardi. E cos in realt lui,
Green, era anche stato dal signor Pollunder ancor molto
prima della chiusura dell'ufficio, ma non lo aveva trovato,
per cui era stato costretto a telefonare a casa che sarebbe
restato fuori stanotte, ed a venire fino a qui.
"Allora devo chiedere scusa", disse Karl a voce alta e prima
che alcuno avesse tempo di dire la sua, "infatti ho la colpa
del fatto che il signor Pollunder oggi ha lasciato il suo ufficio
in anticipo, e questo mi dispiace molto."
Il signor Pollunder copr la maggior parte del viso con la
salvietta, mentre Klara non manc di fare un sorriso, non un
sorriso di simpatia, ma invece diretto ad influire in qualche
modo su di lui.
"Non c' alcun bisogno di scusarsi", disse il signor Green
trinciando un piccione con tagli meticolosi, "tutt'al
contrario, sono anzi contento di
passare la serata in cos piacevole compagnia, invece di
cenare da solo a casa, dove mi serve la mia vecchia
governante, tanto vecchia che anche il percorso dalla porta
alla mia tavola le risulta difficile, ed io, se ho voglia di
osservarla in tale deambulazione, ho tutto il tempo di
accomodarmi indietro sulla mia sedia. Appena da poco ho
ottenuto che il servitore porti le vivande fino alla porta della
sala da pranzo, ma il percorso dalla porta alla mia tavole
appartiene a lei, a quanto capisco.
"Dio mio", grid Klara, "questa s che fedelt!"
"S, c' ancora fedelt al mondo", disse il signor Green e
port un pezzo di piccione alla bocca, dove la lingua, come
Karl not casualmente, incamer in un colpo il cibo. Si sent
quasi male e si alz e quasi contemporaneamente il signor
Pollunder e Klara lo afferrarono per le mani.
"Dovete restare ancora seduto", disse Klara. E quando lui si
fu rimesso a sedere, gli mormor: "ce ne spariremo presto
insieme, abbiate pazienza."
Il signor Green si era nel frattempo occupato
tranquillamente del suo pranzo come se fosse compito
naturale del signor Pollunder e di Klara quello di calmare
Karl, se lui gli causava malesseri.
La cena si dilung particolarmente a causa della
meticolosit con cui il signor Green si impegnava con ogni
piatto, anche se era sempre pronto ad accogliere ogni
nuova portata senza stanchezza; davvero sembrava che
volesse radicalmente rifarsi della sua vecchia governante. A
pi riprese lod l'abilit della signorina Klara nella gestione
organizzativa della casa, cosa che visibilmente la lusing,
mentre Karl fu indotto a contro replicare, come se tale
gestione fosse affar suo. Non contento, il signor Green pi
volte compianse, senza levar lo sguardo dal piatto, la
sorprendente mancanza di appetito di Karl. Il signor
Pollunder prese la difesa dell'appetito di Karl, per quanto,
come anfitrione, avrebbe dovuto incoraggiare Karl a
mangiare. E di fatto Karl si sentiva cos esposto alla
costrizione sofferta durante l'intera cena, che interpret, a
dispetto della propria miglior comprensione,
quest'osservazione difensiva del signor Pollunder come
scortese. E solo a tal suo stato corrispose il fatto che in
un caso mangi, del tutto sconvenientemente, molto e alla
svelta, poi lasciando di nuovo a lungo abbassati forchetta e
coltello inerti, e che fosse il pi immobile della compagnia,
quello con cui il servitore, che porgeva le vivande, spesso
non sapeva cosa fare.
"Racconter gi domani al signor senatore come avete
offeso la signorina Klara col vostro non mangiare", disse il
signor Green limitandosi ad esprimere lo scopo scherzoso di
queste parole tramite il modo con cui si dava da fare con la
bistecca.
"Vi basta guardare la ragazza, com' triste", continu
afferrando Klara sotto il mento. Lei lasci fare e chiuse gli
occhi.
"Tu, cosina", grid, si appoggi indietro e rise, rosso acceso
in volto, con l'energia di chi ha la pancia piena. Inutilmente
Karl cercava di spiegarsi la condotta del signor Pollunder.
Costui sedeva davanti al suo piatto guardandoci dentro
come se l avvenisse la vera cosa essenziale. Non tir verso
di s la sedia di Karl e, se una volta parl, lo fece diretto a
tutti, ma a Karl non aveva niente di speciale da dire. Al
contrario, sopportava che Green, questo vecchio scapolo
incallito, con chiara intenzione toccasse Klara, che
offendesse Karl, ospite di Pollunder, o almeno che lo
trattasse come un bambino e chiss per far che cosa si
rinforzasse per farsi avanti.
Dopo che ci si fu alzati da tavola - quando Green si accorse
dell'umore generale fu il primo ad alzarsi e per cos dire
tutti si alzarono insieme a lui - Karl da solo and verso una
delle grandi finestre ripartite da stretti listelli bianchi che
portavano in terrazza e che, per esser precisi, come lui vide
avvicinandosi, erano delle vere e proprie porte. Della
contrariet che il signor Pollunder e sua figlia avevano
provato verso Green, e che a Karl sul momento era parsa un
poco incomprensibile, che cosa era rimasto? Il fumo del
sigaro del signor Green, un dono di Pollunder, un sigaro di
quella mole di cui a casa il babbo talvolta si metteva a
raccontare, un sigaro che probabilmente lui stesso non
aveva mai visto con i suoi occhi, si allargava nella sala e
recava l'influenza di Green anche in recessi e nicchie dove
Karl di persona mai sarebbe entrato. Per quanto se ne
stesse lontano, sentiva ancora per via del fumo un prurito
nel naso, e la condotta del signor Green, verso il quale lui si
volse solo una volta veloce, gli si pales come turpe. A quel
punto non ritenne affatto escluso che lo zio gli avesse cos
a lungo rifiutato il permesso per quella visita solo per la
ragione che lui conosceva il carattere debole del signor
Pollunder e, in conseguenza di ci, per quanto non
prevedesse precisamente che Karl subisse una
mortificazione nel corso della visita, la vedeva tuttavia
nell'ambito del possibile. Inoltre quest'americana non gli
piaceva, per quanto non se la fosse immaginata mica molto
pi bella, diciamo. Dacch il signor Green si era occupato di
lei, lui si era addirittura sorpreso della bellezza di cui il suo
viso era capace, ed in particolare del luccichio dei suoi occhi
indomabilmente mobili. Una gonna che avesse racchiuso
tanto strettamente un corpo come quella, ancora lui non
l'aveva mai vista, piccole increspature nella stoffa giallina,
morbida e stretta, segnalavano la forza della tensione.
Eppure Karl non dipendeva mica da lei, ed avrebbe
volentieri rinunciato a venir condotto nella sua stanza,
bastava aprir la porta, sulla cui maniglia per ogni evenienza
aveva messo le mani, salire in automobile, oppure, se lo
chauffeur gi dormiva, riuscire a camminare da solo fino a
New York. La notte chiara con la luna piena, a lui favorevole,
era a disposizione di tutti, ed a Karl parve insensato aver
magari timore l fuori all'aperto. Si immagin - sentendosi
bene per la prima volta in quella sala - di voler fare
l'indomani - prima, a casa a piedi era difficile poterci
arrivare - una sorpresa allo zio. D'altra parte ancora non era
mai stato nella camera da letto dello zio, non sapeva
neanche dove si trovasse, ma aveva gi l'intenzione di
chiederlo. Poi voleva bussare, ed al chiaro "avanti!" entrare
nella stanza e sorprendere lo zio, finora visto sempre vestito
e abbottonato di tutto punto, seduto sul letto, gli occhi
stupiti verso la porta, in camicia da notte. Ci in s e per s
non era ancora forse molto, in realt, ma bastava
immaginare che cosa avrebbe potuto venir dopo. Magari per
la prima volta avrebbe fatto colazione insieme a suo zio, lo
zio nel letto, lui su una sedia, la colazione su un tavolino tra
loro due, forse questa colazione in comune si sarebbe
trasformata in un'abitudine, forse in conseguenza di questo
genere di colazione, inevitabilmente,
si sarebbero incontrati pi spesso che non finora, solo una
volta al giorno, e poi com' naturale avrebbero potuto
parlare insieme in modo pi libero. Dipendeva anzi in fondo
solo dalla mancanza di questo dialogo aperto, se lui nei
confronti dello zio era stato oggi un po' disubbidiente, o
meglio testardo. Ed anche se per la notte doveva restare l -
purtroppo pareva proprio cos, per quanto lo si lasciasse
stare l alla finestra a passare il tempo a modo suo - forse
questa visita mal riuscita sarebbe diventata il punto di
svolta verso il miglioramento nella relazione con lo zio,
forse lo zio nella sua camera da letto stasera aveva pensieri
simili.
Un poco incoraggiato si volse. Klara era davanti a lui e
disse:" Vi dispiace cos tanto stare da noi? Non volete un
poco sentirvi a casa qui? Suvvia, voglio fare l'ultimo
tentativo."
Lo condusse attraverso la sala verso la porta. Ad un tavolo
d'angolo sedevano entrambi i signori con bevande
allegramente spumeggianti in alti bicchieri colmi, ignote a
Karl, che avrebbe avuto voglia di assaggiarle. Il signor
Green aveva un gomito sul tavolo, il suo viso era tutto
girato vicinissimo al signor Pollunder; se non si fosse
conosciuto il signor Pollunder, si sarebbe potuto prender del
tutto per buono che l si parlava di qualcosa di losco, e non
di affari. Mentre il signor Pollunder segu Karl con sguardo
benevolo verso la porta, Green non si volt neanche di un
millimetro, per quanto si sia soliti aderire, seppur
involontariamente, allo sguardo di chi ci sta di fronte, in
direzione di Karl, al quale parve che in tale condotta ci fosse
l'espressione di una sorta di convinzione; ognuno, Karl per
s, Green per s, doveva cercare di venirne fuori con le sue
capacit, la necessaria connessione sociale tra loro con il
tempo si sarebbe sviluppata tramite la vittoria o
l'annientamento di uno dei due.
Se lui intende questo, si disse Karl, allora un matto. Io da
lui davvero non voglio nulla, e da parte sua lui deve
lasciarmi in pace.
Non appena uscito sul corridoio, gli venne in mente che lui
probabilmente si era comportato in modo scortese, infatti
con gli occhi fissi su Green si era fatto quasi trascinare fuori
dalla stanza. Tanto
pi volentieri ora se ne and di l con Klara. Transitando per
i corridoi all'inizio non cred ai suoi occhi quando vide che
ogni venti passi c'era un servitore dalla ricca livrea che
reggeva un candeliere tenendone il largo fusto stretto con
entrambe le mani.
"La nuova conduttura elettrica stata installata soltanto in
sala da pranzo, finora", spieg Klara."Abbiamo acquistato
questa casa da poco e la facciamo rifare completamente, nei
limiti in cui una vecchia casa, soprattutto con il suo stile
peculiare, permette di essere rifatta."
"Ci sono gi, dunque, vecchie case anche in America", disse
Karl.
"Naturale", disse Klara sorridendo, e lo tir oltre. "Avete
strane idee sull'America."
"Non dovete canzonarmi", disse lui stizzito. in fondo
conosceva gi l'Europa e l'America, e lei soltanto l'America.
Nel procedere Klara dette un colpetto con la mano protesa
su una porta e disse, senza fermarsi: "Dormirete qui."
Karl com' naturale voleva vedersela subito, la stanza, ma
Klara spiego impaziente e quasi gridando che per questo
c'era tempo e che lui doveva proseguire con lei e basta. In
corridoio si presero a spintoni, infine Karl disse che non era
obbligato ad obbedire a Klara, si strapp da lei ed entr
nella stanza. Il buio fuori luogo davanti alla finestra si
spiegava con la cima d'un albero che oscillava in tutta la sua
estensione. Si sentivano uccelli cantare. Anche nella stanza,
che non era ancora stata raggiunta dalla luce lunare, non si
riusciva a distinguere quasi nulla. Karl si rammaric di non
essersi portata la lampadina tascabile che aveva avuto in
regalo dallo zio. In questa casa era indispensabile, se ci
fosse stata disponibilit di alcune lampadine tascabili
sarebbe stato possibile mandare i servitori a dormire. Si
mise sul davanzale e guard fuori intanto che ascoltava. Un
uccello allarmato parve spingersi attraverso il fogliame del
vecchio albero. Il fischio di un treno suburbano di New York
risuon da qualche parte nella campagna. A parte questo,
silenzio.
Ma per poco, infatti Klara si fece sotto in fretta.
Visibilmente incattivita grid:"Che significa?", e si dette un
colpo sulla gonna. Karl era intenzionato a rispondere
senz'altro, qualora lei si fosse fatta cortese.
Ma lei si avvicin a gran passi e grid: "Allora, volete venire
con me, oppure no?", lo colp sul petto, con intenzione
oppure solo perch era agitata, in un modo tale che lui
sarebbe caduto fuori dalla finestra, se all'ultimo momento
non avesse toccato il pavimento della stanza con i piedi
scivolando dalla finestra.
"Tra un po' cadevo di sotto", disse a mo' di rimprovero.
"Peccato che non sia successo. Perch siete cos
maleducato? Ora vi sbatto di sotto."
E davvero lo cinse e lo tenne, e lui, l per l sbalordito, si
dimentic quasi fino alla finestra di opporre resistenza al
corpo di lei, temprato dallo sport. Ma a quel punto rientr in
s, si liber con un moto delle anche e cinse Klara.
"Ahi, mi fate male!", disse lei subito.
Karl ora riteneva. per, di non potersi pi permettere di
lasciarla libera. Certamente le lasci la libert di fare passi
a piacer suo, ma seguendola senza lasciarla libera. Era
anche facile tenerla abbracciata, con quel suo abito
aderente.
"Lasciatemi", mormor lei, il volto acceso stretto a quello di
lui, che si doveva sforzare per vederla, tanto gli era vicina.
"Lasciatemi, vi dar qualcosa di bello." Perch sospira cos,
pens Karl, non pu farle male, mica la stringo, e continu a
tenerla. Ma d'improvviso, dopo un momento di distratto,
silenzioso star l, risent sul ventre crescer la forza di lei, si
era svincolata, lo strinse di sorpresa, gli blocc le gambe
con i piedi secondo una tecnica di combattimento esotica, e
lo butt contro la parete, ricominciando a respirare con
regolarit. L c'era un canap su cui depose Karl dicendo,
senza troppo abbassarsi verso di lui: "Ora calmati, se ti
riesce."
"Infame, infame squilibrata!", riusc a gridare Karl nel
rimescolio di rabbia e vergogna in cui si trovava. "Sei
proprio una pazza, tu, infame squilibrata!"
"Attento a come parli", disse lei e gli port una mano alla
gola, poi inizi a stringere con tale forza che Karl non riusc
a far altro che racimolarne, di aria, mentre lei gli port
l'altra mano alle guance tastandole
come se le provasse, continu a tirarle in fuori per poi
subito dopo farle rientrare con uno schiaffo.
"Come sarebbe", domand quindi, "se per punirti della tua
condotta nei confronti di una signora ti spedissi a casa con
un bello schiaffo? Forse ti gioverebbe, in vista della tua vita
futura, per quanto non comporterebbe certo un bel ricordo.
Del resto mi fai compassione e sei un ragazzo
passabilmente carino, e se tu conoscessi il FuJitsu forse mi
avresti malmenata. Ci nonostante, ci nonostante - sono
davvero enormemente tentata di schiaffeggiarti ora che sei
sdraiato cos. Probabile che me ne rammarichi, ma in tal
caso sappi gi ora che io lo far quasi contro voglia. E com'
naturale poi non mi accontenter di uno schiaffo, ma ti
colpir a destra e a sinistra fino a gonfiarti le mascelle.
Forse sei un uomo d'onore - potrei quasi credere - e non
vorrai sopravvivere agli schiaffi, e ti toglierai di mezzo. Ma
perch poi mi sei stato cos contro? Forse non ti piaccio?
Non merita venire in camera mia? Attenzione! Ora
improvvisamente ti avrei gi quasi abbonato lo schiaffo. Se
oggi dunque dovessi anche cavartela cos, comportati
meglio, un'altra volta. Non sono tuo zio, con cui puoi fare il
broncio. Comunque, voglio anche farti notare che tu, se ti
lascio andare senza schiaffi, non devi credere che la tua
situazione di ora e l'essere davvero schiaffeggiato, dal
punto di vista dell'onore siano lo stesso. Se tu lo credessi,
preferirei schiaffeggiarti davvero. Cosa dir poi Mack,
quando gli racconto tutto?"
Al ricordo di Mack lei lasci Karl, nei suoi imbrogliati
pensieri a lui Mack apparve come un liberatore. Sentiva
ancora un pochettino la mano di Klara alla gola, si gir
appena e poi rest tranquillo.
Lei lo preg di alzarsi, lui non rispose e non si mosse. Da
qualche parte lei accese una candela, la stanza si rischiar,
un disegno blu a zig zag apparve nel soffitto, ma Karl rest
l, la testa appoggiata al cuscino del sof, come Klara aveva
chiesto, e non la mosse di un dito. Klara girava per la
stanza, la gonna le frusciava sulle gambe, pareva che stesse
un po' alla finestra.
" Offeso?", la si sent poi domandare.
Karl trovava arduo potersi in qualche modo calmare dentro
quella stanza che gli era stata destinata dal signor
Pollunder. Quella ragazza vagava, si fermava e parlava, e lui
ne era indicibilmente nauseato. Dormire velocemente e
andarsene via di l era il suo unico desiderio. Neanche pi
andare a letto, voleva restare l sul canap. Anelante
aspettava che lei se ne andasse per saltarle dietro,
sprangare la porta e ributtarsi subito sul canap. Aveva un
gran bisogno di stirarsi e di sbadigliare, ma non voleva farlo
davanti a lei. Cos giaceva, s'irrigidiva, si sentiva il viso
diventare sempre pi immobile, e una mosca roteando
riluceva davanti ai suoi occhi senza che lui sapesse cos'era.
Klara si riavvicin, si abbass a intercettare lo sguardo di lui
cosicch sarebbe stato costretto a guardarla.
"Ora vado", disse lei. "Forse pi tardi avrai voglia di venire
da me. La porta della mia stanza la quarta contando da
questa stanza, da questa parte del corridoio. Vai dunque
altre tre porte in avanti e quella alla quale poi arrivi la
giusta. Non torno pi in sala, ma resto da ora nella mia
stanza. Per, per davvero mi hai stancata. Non che proprio
ti aspetter, ma se vuoi venire, allora vieni. Ricordati che mi
hai promesso di suonarmi il piano. Forse ti ho spossato
completamente e non riesci pi a muoverti. Al babbo per ora
non faccio parola della nostra zuffa; lo dico nel caso che te
ne preoccupi." E, nonostante la sua cosiddetta fiacchezza,
corse in due salti via dalla stanza.
Subito Karl si rizz a sedere, quel giacere era diventato
insopportabile. Per muoversi un po' and alla porta e
guard fuori, nel corridoio. Ma c'era un'oscurit! Fu
contento, quando ebbe chiuso e sprangato la porta, e di
nuovo fu al tavolo nel barlume della candela. Aveva deciso
di non restare ancora in quella casa, di andar di sotto dal
signor Pollunder e dirgli apertamente come Klara lo aveva
trattato - dell'ammissione della sua sconfitta non
gl'importava nulla - e sulla base di questo pi che sufficiente
motivo chiedergli il permesso di partire o di poter andare a
casa. Nel caso che il signor Pollunder avesse da obiettare
qualcosa contro questo subitaneo ritorno a casa, lui aveva
intenzione di chiedergli di farlo almeno condurre da un
servitore all'albergo pi vicino. Quello
che Karl tramava, certamente, non era un piano in armonia
con la gentilezza dell'anfitrione, ma ancor pi insolito era
trattare un ospite come aveva fatto Klara. Che aveva perfino
travestito da una gentilezza la sua promessa di non
menzionare provvisoriamente la zuffa con il signor
Pollunder, che era invece qualcosa di inaudito. Karl non era
di fatto stato attirato in una sorta di lotta libera in modo
che fosse vergognoso per lui venir battuto da una ragazza
che magari aveva passato la maggior parte della sua vita a
imparare da ex lottatori? Era stata addestrata da Mack,
perfino. Poteva soltanto raccontargli tutto; Mack era
sicuramente esperto, Karl lo sapeva, per quanto non avesse
mai avuto occasione di farne esperienza in particolare. Karl
sapeva per anche che, se Mack lo istruiva, lui avrebbe
fatto progressi molto pi grandi che non Klara; tornando l,
un giorno, evidentissimamente non invitato, com' naturale
studiando subito il posto la cui esatta conoscenza era stato
un gran vantaggio di Klara, poi l'avrebbe afferrata, questa
stessa Klara, e ci avrebbe spolverato lo stesso canap su cui
oggi lei l'aveva sbattuto.
Ora si trattava soltanto di ritrovare la via per la sala dove,
probabilmente, aveva messo in un posto sbagliato anche il
cappello, nello stato iniziale di distrazione; com' naturale
voleva portarsi la candela, ma anche con la luce non era
facile orientarsi. Non sapeva per esempio neanche se quella
stanza si trovava allo stesso piano della sala. Klara venendo
l lo aveva sempre talmente trascinato che lui non era
riuscito a guardarsi intorno. Il signor Green e i servitori che
tenevano i candelabri inoltre lo avevano distratto; in breve,
ora non sapeva neppure se lui e Klara in realt erano
passati per una o due o magari nessuna rampa di scale. Per
farla finita di star dietro alle probabilit, posizion la stanza
abbastanza in alto, e per questo cerc d'immaginarsi che lui
e Klara avevano fatto le scale, ma gi all'ingresso si era
pure dovuto far le scale, anche questa parte della casa
poteva essere elevata, perch no? Per, se almeno nel
corridoio, da qualche parte, fosse stato visibile un brillio di
luce da una porta, o udibile una voce da lontano anche
bassissima!
Il suo orologio da tasca, regalo dello zio, segnava le undici,
prese la candela e s'incammin nel corridoio. Lasci la porta
aperta allo scopo di ritrovare, se il suo tentativo fosse
defunto, almeno la sua stanza e quindi, in caso estremo, la
porta della stanza di Klara. Per sicurezza, perch la porta
non si chiudesse da sola, la blocc con una sedia. Nel
corridoio sorse un inconveniente - com' naturale lui andava
verso sinistra rispetto alla stanza di Klara - gli arriv
addosso un colpo d'aria in effetti debolissimo, ma pur
sempre avrebbe potuto spegnere la candela, e allora Karl
dovette con una mano proteggere la fiamma e per di pi
fermarsi perch la fiamma affievolita riprendesse. Era un
procedere lento, perci il percorso sembrava lungo il
doppio. Karl era gi arrivato al grande tratto delle pareti del
tutto prive di porte, non si riusciva a stabilire che cosa c'era
dietro. Poi di nuovo porta dopo porta, lui tent di aprirne
diverse, erano locali chiusi e con chiarezza disabitati. Uno
spreco senza pari, e Karl pens ai quartieri orientali di New
York che lo zio aveva promesso di mostrargli, dove pareva
che diverse famiglie abitassero in una stanzetta e la casa
d'una famiglia consistesse in un angolo dove i bambini
razzolavano intorno ai loro genitori. E l c'erano cos tante
stanze vuote e servivano solo a risuonare cupamente
quando si bussava alla porta. Pareva a Karl che il signor
Pollunder fosse traviato da falsi amici, infatuato di sua figlia
e per questa ragione guastato. Certo lo zio lo aveva
giudicato in modo giusto, e solo il suo principio, di non
influenzare affatto la valutazione di Karl delle persone, era
responsabile di quella visita e di quell'andar per corridoi.
Karl aveva intenzione l'indomani di dirlo senz'altro allo zio,
infatti, stando al suo principio, lo zio avrebbe prestato
orecchio volentieri e tranquillamente, anche al giudizio del
nipote su di lui. Oltre a ci, tal principio era forse l'unico che
a Karl dispiaceva, nello zio, anche se questo dispiacergli non
era incondizionato.
D'improvviso la parete termin in un corridoio laterale ed al
posto della parete subentr un parapetto di marmo gelido.
Karl accost a s la candela e si sporse con cautela.
Addosso gli spir un freddo vuoto. Se si trattava
dell'ingresso principale della casa - nel barlume della
candela
appariva un pezzo di soffitto a volta - perch non si era
entrati da l? A che cosa serviva in particolare questo
ambiente grande, alto? Pareva proprio di essere come in
una chiesa. Karl quasi si rammaric di non poter restare in
quella casa fino all'indomani, si sarebbe volentieri fatto
condurre in giro dappertutto e su ogni cosa fatto istruire dal
signor Pollunder.
Il parapetto non era del resto lungo, e presto Karl fu
immesso in un altro corridoio senza porte. Ad una sua
improvvisa svolta Karl sbatt in pieno nel muro e solo
l'ininterrotta cura con cui lui teneva, fremendo, la candela
imped per fortuna che quella cadesse e si spegnesse.
Poich il corridoio non voleva finire, e da nessuna parte
c'era una finestra che permettesse di dare un'occhiata, n in
alto o in basso si muoveva qualcosa, Karl gi pensava di
girare in tondo e sper di ritrovare magari la porta aperta
della sua stanza, ma n la stanza n il parapetto
ritornarono. Fino a quel momento Karl si era astenuto dal
gridare, perch in una casa estranea ad un'ora cos tarda
non intendeva mica far chiasso, ma ora comprese che non
sarebbe stato per nulla scorretto, in quella casa priva di
illuminazione, ed era proprio sul punto di urlare un forte
"Ehil!" quando nella direzione da cui era arrivato not un
lumicino che si avvicinava. Ora riusc subito a valutare la
lunghezza della parte diritta del corridoio; la casa era un
castello, altro che una villa. La gioia di Karl per quella luce
salvifica fu cos grande, che lui dimentic ogni cautela e
corse in quella direzione; facendo spegnere la candela gi ai
primi balzi. Non ci fece attenzione perch non ne aveva pi
bisogno, gli veniva incontro un vecchio servitore con una
lanterna che subito gli avrebbe mostrato la retta via.
"Chi siete?", domand il servitore e pose la lanterna davanti
al viso di Karl di modo che nello stesso tempo illumin il
suo. Che appariva un po' severo per via di una gran barba
bianca diffusa fino al petto in anelli serici. Doveva trattarsi
di un fedele servitore cui si permetteva di portare una tal
barba, pens Karl guardando fisso quella barba in lungo e in
largo senza con ci sentirsi limitato dal fatto che anche lui
veniva osservato. Del resto rispose subito di essere l'ospite
del signor Pollunder,
di aver l'intenzione di andare nella sala da pranzo e di non
riuscire a trovarla.
"Eh gi", disse il servitore, "non abbiamo ancora installato
la luce elettrica."
"Lo so", disse Karl.
"Non volete accendere la vostra candela al mio lume?"
"Prego", disse Karl, e lo fece.
"C' corrente nei corridoi", disse il servitore, "la candela
facile che si spenga, perci ho una lanterna."
"Certo, una lanterna assai pi pratica", disse Karl.
"Vi anche colata addosso tutta", disse il servitore ed
illumin l'abito di Karl.
"Non me n'ero neanche accorto!", grid Karl, e gli
dispiacque molto, perch era un abito nero di cui lo zio
aveva detto che gli stava meglio di tutti gli altri. Anche la
zuffa con Klara poteva non aver giovato all'abito, si ricord
ora. Il servitore fu abbastanza gentile da pulire l'abito, per
quanto in fretta; Karl continu a girarsi davanti a lui ed a
indicargli qua e l una nuova macchia che il servitore
toglieva obbediente.
"Ma perch c' tanta corrente?", chiese Karl mentre erano di
nuovo in cammino.
"C' ancora molto da fare", disse il servitore, "certo, con il
restauro si gi iniziato, ma la cosa procede molto
lentamente. Ora i muratori scioperano di nuovo, come forse
sapete. Si hanno molte noie, con un lavoro del genere. Ora
sono state fatte alcune grosse brecce che nessuno richiude,
e la corrente d'aria tira dappertutto, in casa. Se non avessi
le orecchie piene di ovatta, non ce la farei a resistere."
"Allora devo parlare pi forte?", domand Karl.
"No, avete una voce chiara", disse il servitore."Ma, per
tornare a questo lavoro, specialmente qui vicino alla
cappella, che dopo deve essere separata dal resto della
casa, impossibile tener fuori la corrente d'aria."
"Allora il parapetto che s'incontra in questo corridoio porta
in una cappella?"
"S"
"L'avevo appunto pensato", disse Karl.
"E' molto bella da vedere", disse il servitore, "se non lo
fosse stata, il signor Mack non avrebbe certo comprato la
casa."
"Il signor Mack?", domand Karl, "la casa non appartiene al
signor Pollunder?"
"Certamente", disse il servitore, "ma il signor Mack ha
deciso lui quest'acquisto. Non conoscete il signor Mack?"
"Oh, s", disse Karl, "ma che tipo di legame ha con il signor
Pollunder?"
"E' fidanzato della signorina", disse il servitore.
"Questo proprio non lo sapevo", disse Karl fermandosi.
"Vi sembra tanto strano?", domand il servitore.
"Voglio solo capire. Quando non si conoscono questi
rapporti si possono fare di sicuro grossi sbagli", rispose
Karl.
"Mi stupisco solo che non vi sia stato detto", disse il
servitore.
"S, davvero", disse Karl imbarazzato.
"Probabilmente si pensava che voi lo sapeste", disse il
servitore, "non mica una novit. Comunque ci siamo", ed
apr una porta dietro cui indic una scalinata perpendicolare
alla porta posteriore della sala da pranzo, ben illuminata
come all'arrivo.
Prima che Karl entrasse nella sala da cui si udivano le voci
del signor Pollunder e del signor Green, immutate come due
ore prima, il servitore disse: "Se volete vi aspetto qui e poi
vi conduco nella vostra stanza. E' in ogni caso difficile
orientarsi qui la prima sera."
"Non torner pi nella mia stanza", disse Karl, senza sapere
perch dando questa informazione divenne triste.
"Non sar cos dura", disse il servitore sorridendo un po'
altezzoso, e gli dette un colpetto su un braccio.
Probabilmente dalle parole di Karl aveva capito che lui
aveva l'intenzione di restare nella sala tutta la notte a
conversare ed a bere con i signori. Karl non voleva fare
alcuna confessione, ora, inoltre pensava che il servitore, che
gli andava a genio pi degli altri servitori della casa,
potesse anzi indicargli la strada per New York, ragion per
cui disse: "Se volete aspettare sicuramente una
gran gentilezza da parte vostra, ed io l'accolgo con
gratitudine. Comunque torner fuori in un momentino e poi
vi dir che cosa far dopo. Penso proprio che il vostro aiuto
mi sar ancora utile." "Bene", disse il servitore, mise la
lanterna sul pavimento e si sed su un basso piedistallo
vuoto forse a causa del restauro della casa. "Dunque
attender qui. La candela potete anche lasciarla a me",
aggiunse il servitore, come se Karl fosse intenzionato ad
entrare nella sala con la candela accesa.
"Ma che sbadato, che sono", disse Karl porgendo la candela
al servitore, il quale annu senza che si sapesse se ci fosse
intenzionale o dipendesse dal fatto che lui si passava una
mano nella barba.
Karl apr la porta che, senza che ne fosse lui responsabile,
fece molto rumore, dato che consisteva in un'unica lastra di
vetro che quasi si flett quando la porta venne aperta in
modo rapido e tenuta solo per la maniglia. Karl moll la
porta spaventato, dal momento che aveva desiderato
entrare proprio in speciale silenzio. Senza voltarsi si accorse
anche del fatto che dietro di lui il servitore, che
evidentemente si era alzato dal suo piedistallo, con cautela
e senza il minimo rumore chiudeva la porta.
"Perdonino se disturbo", disse ai due signori che lo
guardavano con le loro faccione stupite. Tuttavia nello
stesso tempo percorse con lo sguardo la sala, per vedere se
alla svelta poteva vedere il suo cappello. Ma non si vedeva
da nessuna parte, la tavola da pranzo era completamente
sparecchiata, magari il cappello sfortunatamente era stato
spostato in cucina.
"Dove avete lasciato Klara?" domand il signor Pollunder,
cui del resto il disturbo non sembrava un male, infatti
cambi totalmente posizione in poltrona volgendosi tutto
verso Karl. Il signor Green faceva l'indifferente, tir fuori un
portafogli che per grandezza e volume era un colosso nel
suo genere, parve cercare una carta nei numerosi
scomparti, lesse per durante la ricerca anche altri
documenti che appunto gli venivano a mano.
"Avrei una preghiera che loro non debbono fraintendere",
disse Karl
andando in gran fretta verso il signor Pollunder ed
appoggiando, per essergli ben vicino, una mano sul
bracciolo della poltrona.
"Che preghiera sarebbe?" domand il signor Pollunder
guardando Karl con aperta franchezza. "com' naturale gi
esaudita". Mise un braccio attorno a Karl e se lo tir tra le
gambe. Karl lo toller volentieri, per quanto in generale si
sentisse troppo grande per esser maneggiato in quel modo.
Tuttavia la comunicazione della sua preghiera divenne
com' naturale pi ardua.
"Come vi trovate da noi, insomma?" domand il signor
Pollunder. "Non vi pare che in campagna si esca diciamo dai
vincoli, se si viene dalla citt? In generale " - ed un occhiata
laterale inequivocabile un po' coperta da Karl and verso il
signor Green - "in generale ho questa sensazione sempre,
ogni sera."
Parlava, pens Karl, come se non sapesse niente della
grande casa, dei corridoi senza fine, della cappella, delle
stanze vuote, del buio ovunque.
"Orbene", disse il signor Pollunder, "la preghiera!", e
confidenzialmente scosse Karl che stava l muto.
"Per favore", disse Karl, e, pur smorzando molto la voce, ci
non evit che sentisse tutto, seduto l vicino, Green, davanti
a cui Karl avrebbe tanto volentieri tenuta nascosta la
preghiera che poteva venir presa, forse, come un affronto a
Pollunder, "per favore, lasciatemi andare gi stanotte a
casa."
E quando fu dichiarato il peggio, tutto il resto venne tanto
pi veloce, lui disse senza servirsi della minima bugia cose
cui fin l neanche aveva propriamente pensato. "Avrei voglia
pi di tutto di andare a casa. Ritorner volentieri perch
dove siete voi, signor Pollunder, anch'io sto volentieri. Solo
che ora non posso restare qui. Lo sapete, lo zio non mi ha
dato volentieri il permesso di far questa visita. Ha avuto
certo le sue buone ragioni per questo, come per tutto quello
che fa, ed io mi sono arrogato, a dispetto del suo miglior
discernimento, addirittura il diritto di strappare il permesso.
Ho semplicemente abusato del suo attaccamento. Che
genere di obbiezioni avesse contro questa visita, ora non
conta, so solo con la massima precisione che non c'era nulla
in
questa obbiezione, signor Pollunder, che potesse offendere
voi, che di mio zio siete il migliore amico, il migliore tra
tutti. Nessun altro pu esser paragonato anche solo alla
massima distanza, in fatto di amicizia con mio zio, a voi. Ci
anzi l'unica giustificazione per la mia disubbidienza, ma
non sufficiente. Forse non avete un'idea corretta del
rapporto tra mio zio e me, perci voglio parlare solo di quel
che pi ovvio. Finch i miei studi d'inglese non siano
conclusi ed io non mi sia mosso quanto basta nella pratica
commerciale, non ho nient'altro che la generosit di mio zio
di cui posso godere, certamente come parente
consanguineo. Non dovete credere che io gi ora in qualche
modo potrei guadagnarmi il pane onestamente - e che Dio
m'aiuti. A tale scopo la mia istruzione purtroppo stata
troppo poco pratica. Ho completato quattro anni di un
ginnasio europeo da studente mediocre, e ci significa ai
fini del guadagnare molto meno che nulla, perch i nostri
ginnasi hanno programmi di studio assai antiquati. Voi
ridereste se vi raccontassi che cosa ho imparato. Se si
continua a studiare, si termina il ginnasio, si va
all'universit, allora, vero, probabilmente tutto in qualche
modo si aggiusta e si ha in conclusione una formazione
specialistica con cui qualcosa concesso iniziare, e che a
uno d la spinta ai fini del guadagnare. Io per purtroppo
sono stato tolto via da questa continuit di studi; talvolta
credo di non sapere proprio niente, e in fondo anche tutto
ci che potrei sapere sarebbe per gli americani ancora
troppo poco. Nella mia terra, ora, assai di recente, vengono
organizzati tipi di ginnasio riformati dove s'imparano anche
le lingue moderne, e forse anche le scienze commerciali;
quando io uscii dalla scuola elementare, ancora queste cose
non c'erano. Mio padre voleva che venissi istruito in inglese,
ma in primo luogo io allora non ero in grado di presentire
quale disgrazia mi sarebbe capitata, e come avrei
necessitato dell'inglese, e in secondo luogo per il ginnasio
avevo molto da studiare, tanto che per altri impegni non
avevo molto tempo, essenzialmente. - Accenno a tutto
questo per mostrarvi come sono dipendente da mio zio e
come di conseguenza sono obbligato nei suoi confronti. Mi
concederete che in queste condizioni non ho il diritto di
permettermi di fare la minima cosa contro la sua anche
soltanto presunta volont. Ragione per cui, allo scopo di
riparare passabilmente all'errore che ho commesso nei suoi
confronti, devo subito tornare a casa."
Durante questo lungo discorso di Karl il signor Pollunder era
stato ad ascoltare attento, diverse volte, specie quando
veniva menzionato lo zio, aveva avvicinato Karl a s, per
quanto impercettibilmente, ed in un caso, serio e pieno di
aspettativa, aveva guardato verso Green, che continuava ad
occuparsi del suo portafogli. Karl tuttavia, intanto che gli
veniva pi chiara alla coscienza, nel corso del discorso, la
sua posizione verso lo zio, si era fatto sempre pi inquieto,
senza volere aveva cercato di tirarsi via dalle gambe di
Pollunder. L tutto lo opprimeva; l'andar dallo zio - per la
porta a vetri, sulle scale, lungo il viale, sulle strade
secondarie, per i sobborghi, fino alle strade trafficate,
sbucare in casa dello zio - a lui pareva qualcosa di
strettamente omogeneo, la casa sgombra, pulita e pronta
per lui si trovava l e lo reclamava con una voce forte. La
bont del signor Pollunder e la malvagit del signor Green
scomparivano, e lui non voleva altro che il permesso di
andarsene, da quella stanza piena di fumo. Certo si sentiva
determinato nei confronti del signor Pollunder, combattivo
nei confronti del signor Green, eppure attorno a s sentiva
una vaga paura, il cui urto offuscava i suoi occhi.
Fece un passo indietro ed ora si trov a met strada tra il
signor Pollunder e il signor Green.
"Non vorreste dirgli qualcosa?" domand il signor Pollunder
al signor Green, e come pregandolo gli prese la mano.
"Non saprei che cosa dovrei dirgli", disse il signor Green,
che finalmente aveva estratto una lettera di tasca e l'aveva
stesa davanti a s sul tavolo.
"E' molto lodevole che lui voglia tornare da suo zio, e,
stando a quanto umanamente probabile, si potrebbe
credere che con ci lui dar una gioia speciale allo zio. A
meno che, con la sua disobbedienza, lui abbia fatto troppo
arrabbiare lo zio, cosa che anzi possibile. Allora di certo
sarebbe meglio che lui restasse qui. E' proprio difficile, dir
qualcosa di preciso; entrambi siamo amici dello zio e
sarebbe faticoso individuare una differenza di grado tra
l'amicizia del signor Pollunder e la mia, ma nell'intimo dello
zio non possiamo guardarci, per niente, specie per via dei
molti chilometri che ci separano, qui, da New York."
"Per favore, signor Green", disse Karl, con sforzo
avvicinandosi al signor Green. "Sento dalle vostre parole
che anche voi ritenete la cosa migliore che io faccia subito
ritorno."
"Assolutamente non ho detto questo", disse il signor Green
sprofondando nella contemplazione della lettera, ai cui
bordi muoveva due dita qua e l. Pareva con ci voler
alludere al fatto che aveva ricevuto una domanda dal signor
Pollunder, che aveva anche risposto, mentre con Karl in
effetti non aveva niente a che fare.
Intanto il signor Pollunder si era avvicinato a Karl e con
delicatezza lo aveva tirato via dal signor Green verso una
delle grandi finestre. "Caro signor Rossmann", disse piegato
all'orecchio di Karl, a mo' di preparazione si strofin il
fazzoletto sul viso e, fermandosi al naso, se lo soffi, "Non
crederete che io voglia trattenervi qui a dispetto della
vostra volont. Non c' bisogno di dirlo. L'automobile per
non posso mettervela a disposizione perch si trova in un
garage pubblico distante da qui, dato che ancora proprio
non ho tempo, qui dove tutto davvero in divenire, di
disporre d'un garage personale. Lo chauffeur da parte sua
non dorme qui in casa, ma dalle parti del garage, non so
neanch'io dove. A parte il fatto che non suo dovere essere
a casa adesso, ma soltanto venir qui presto all'ora giusta.
Tuttavia tutto questo non comporterebbe alcun
impedimento ad un vostro immediato ritorno a casa, infatti
se insistete vi accompagno io subito alla stazione pi vicina
della metropolitana, che per altro cos distante che voi
non potreste arrivare a casa molto prima che non
accettando di venir con me in automobile domattina presto -
ci muoviamo alle sette, in fin dei conti."
"In questo caso, signor Pollunder, potrebbe andarmi bene la
metropolitana", disse Karl. "Non ci avevo proprio pensato.
Voi stesso dite che arrivo prima in metropolitana che in
automobile."
"La differenza per minima."
"Ci nonostante, ci nonostante, signor Pollunder", disse
Karl, "in ricordo della vostra gentilezza verr qui sempre
volentieri, ammesso, com' naturale, che, dopo la mia
condotta odierna, voi ancora vogliate invitarmi, e forse
prestissimo sapr esprimere meglio la ragione per cui oggi
ogni minuto in anticipo sul momento in cui vedr mio zio per
me tanto essenziale." E, come se gi avesse ottenuto il
permesso di andar via, aggiunse:" Per in nessun modo
dovete accompagnarmi. E' del tutto inutile. C' un servitore
che mi accompagner volentieri alla stazione. Ora mi resta
solo da cercare il mio cappello." E mentre diceva ci
attravers la stanza per vedere in fretta, ultimo tentativo,
se magari il cappello si ritrovava.
"Potrei venirvi in aiuto con un berretto?" disse il signor
Green, ed estrasse un berretto di tasca. "Magari guarda
caso vi sta."
Confuso, Karl si arrest e disse: "Non vi prendo il berretto.
Posso anzi benissimo andare a testa scoperta. Non ho
bisogno di niente."
"Non mio. Prendetelo e basta!"
"Allora grazie", disse Karl per non perder tempo, e prese il
berretto. Se lo mise e per prima cosa rise, poich gli stava
benissimo, lo riprese in mano e lo esamin, ma non riusc a
individuare il particolare che in esso cercava; era un
berretto nuovo di zecca. "Mi sta cos bene!", disse.
"E dunque!" grid il signor Green dando un colpo sul tavolo.
Karl gi andava verso la porta a chiamare il servitore, allora
il signor Green si alz, si stir a seguito della ricca cena e
del lungo riposo, con forza si dette un colpo sul petto ed in
un tono tra il consiglio e il comando disse: "Prima di andare,
dovete prender commiato dalla signorina Klara."
"Dovete farlo", disse anche il signor Pollunder, che a sua
volta si era alzato. Si sentiva che le parole non gli venivano
dal cuore, fece debolmente urtare le mani sulle cuciture dei
calzoni e continu a darsi da fare con i bottoni della giacca
che, secondo la moda del momento, era cortissima ed
arrivava a mala pena alle anche, ragion per cui vestiva male
le persone grasse come lui. Del resto si aveva la netta
impressione, quando lui stava vicino al signor Green, che
non si trattasse affatto di una grassezza sana; la schiena,
nella la sua intera mole, era un po' incurvata, la pancia
aveva un aspetto molle e flaccido, un vero fardello, ed il
volto appariva pallido e tormentato. Al contrario il signor
Green, eccolo l, forse anche un po' pi grasso del signor
Pollunder, ma si trattava di una grassezza compatta ed auto
sostenuta, i piedi erano accostati insieme in modo
soldatesco, teneva la testa eretta e mobile; sembrava un
grosso ginnasta, un caposquadra.
"Dunque, prima di tutto andate", continu il signor Green,
"dalla signorina Klara. Dovrebbe farvi sicuramente piacere,
e non contrasta affatto con il tempo che ho a disposizione
io. In realt, cio, prima che voi andiate via di qui ho
qualcosa d'interessante da dirvi, che probabilmente pu
essere decisivo per il vostro ritorno. Sol che purtroppo sono
legato da un ordine superiore di non svelare nulla prima di
mezzanotte. Voi potete immaginare che ci mi dispiace,
infatti disturba il mio riposo notturno, ma mi attengo alla
mia incombenza. Ora sono le undici e un quarto, posso
dunque ancora discutere fino in fondo dei miei affari con il
signor Pollunder, facendo la qual cosa la vostra presenza
sarebbe solo un disturbo, e voi potete passare un bel
momentino con la signorina Klara. Alle dodici in punto vi
presentate qui dove sarete informato del necessario."
Karl poteva respingerla, questa richiesta che gli comportava
davvero solo il minimo in fatto di cortesia e gratitudine nei
confronti del signor Pollunder, e che inoltre gli faceva un
uomo altrimenti indifferente e rozzo, mentre il signor
Pollunder, cui ci importava, si asteneva per quanto
possibile dal parlare e dal guardare? E che cos'era quella
cosa interessante che doveva venire a sapere proprio a
mezzanotte? Se essa si limitava a non accelerare il suo
ritorno a casa di quei circa tre quarti d'ora di cui adesso lo
ritardava, gliene importava poco. Il suo dubbio maggiore
era tuttavia soprattutto se andare da Klara, che era sua
nemica. Se solo avesse avuto con s il pugno di ferro che lo
zio gli aveva regalato come fermacarte! La stanza di Klara,
c'era la possibilit che fosse anzi una tana assai pericolosa.
Ma era assolutamente impossibile
dire qualcosa contro Klara, ora, poich lei era la figlia di
Pollunder e, come aveva sentito poco prima, addirittura la
fidanzata di Mack. Lei avrebbe dovuto comportarsi con lui
solo un po' diversamente, e lui l'avrebbe senz'altro
ammirata per le sue relazioni. Consider ancora il tutto, ma
gi notava che da lui non si pretendeva alcuna riflessione,
infatti Green apr la porta e disse al servitore che salt su
dal piedistallo: "Portate questo giovane dalla signorina
Klara."
Cos si danno ordini, pens Karl, quando il servitore, quasi
correndo, gemente per la debolezza della vecchiaia, per un
tratto particolarmente breve di percorso, lo tir fino alla
stanza di Klara. Quando pass davanti alla sua, la cui porta
ancora era aperta, volle, forse per calmarsi, entrare un
momento. Ma il servitore non lo lasci fare.
"No", disse, "Dovete andare dalla signorina Klara. Lo avete
udito voi stesso."
"Mi ci fermerei solo un momento, l dentro", disse Karl e
pens all'alternativa che era buttarsi un po' sul canap
perch il tempo gli passasse pi svelto fino alla mezzanotte.
"Non mi rendete difficile l'effettuazione dell'incarico", disse
il servitore.
Pare che la ritenga una punizione, che io debba andare dalla
signorina Klara, pens Karl, e fece alcuni passi, ma di nuovo
si ferm per dispetto.
"Venite, suvvia, signorino", disse il servitore, "visto che
siete arrivato qui. Lo so, volete andar via gi in nottata, non
fila tutto proprio secondo quel che si desidera, ve l'ho pur
detto, che sar assai difficile."
"Certo, voglio andar via e via andr", disse Karl, "ed ora
voglio accomiatarmi soltanto dalla signorina Klara."
"Davvero?" disse il servitore, e Karl cap bene dal suo viso
che lui non credeva ad una parola. "Perch indugiate, allora,
ad accomiatarvi; venite, via!."
"Chi c' in corridoio?" risuon la voce di Klara, e la si vide
sporgersi da una porta vicina, con in mano una gran
lampada da tavolo con il paralume rosso. Il servitore si
affrett da lei e le fece rapporto. Karl lo segu lentamente.
"Venite tardi", disse Klara.
Senza risponderle, per il momento, Karl disse al servitore
piano, ma poich gi gli era nota la natura di lui, in tono di
energico comando: "Voi mi aspettate esattamente davanti a
questa porta!"
"Avevo gi intenzione di andare a dormire", disse Klara
mettendo il lume sul tavolo. Come di sotto in sala da pranzo,
anche l il servitore richiuse da fuori la porta con cautela.
"Son gi pi delle undici e mezzo."
"Pi delle undici e mezzo?", replic Karl a mo' di domanda,
come fosse impaurito da questo numero. "Allora devo
congedarmi subito", disse Karl, "perch alle dodici in punto
devo essere da basso in sala da pranzo."
"Che razza di affari urgenti, avete", disse Klara mettendo
distrattamente in ordine le pieghe della sua vestaglia.
Aveva il viso rovente e continuava a sorridere. Karl si rese
conto che non c'era nessun pericolo d'incappare in una
nuova lite. "Non potreste alla fin fine suonare un po' il piano
come ieri pap, ed oggi voi stesso, avete promesso?"
"Ma non troppo tardi?" domand Karl. Avrebbe volentieri
accondisceso, infatti lei era totalmente diversa rispetto a
prima, come se in qualche modo si fosse elevata al livello
della cerchia di Pollunder, nonch di quella di Mack.
"Certo, gi tardi", disse lei, e parve che la voglia di musica
le fosse gi passata. "E poi qui ogni nota risuona in tutta la
casa, sono convinta che se suonate si sveglia la servit, di
sopra in soffitta."
"Allora niente pianoforte, spero di ritornare, anzi,
certamente; del resto se non vi fa proprio fatica venite una
volta in visita da mio zio e nell'occasione date un'occhiata
alla mia stanza. Ho un magnifico piano. Me lo ha regalato lo
zio. E io vi eseguo, se vi va, tutti i miei piccoli pezzi,
purtroppo non sono molti e non sono per nulla adatti ad uno
strumento cos grande con il quale solo virtuosi dovrebbero
farsi ascoltare. Ma potrete fruire di tale svago se mi fate
sapere in anticipo della vostra visita, dato che lo zio
prestissimo vuole ingaggiare per me un rinomato
insegnante - potete immaginarvi la mia gioia - le cui
esecuzioni certamente miglioreranno la prospettiva di farmi
una visita durante le lezioni. Se devo essere onesto, sono
contento che sia troppo tardi per
suonare, perch ancora non ci riesco proprio per nulla.
Sareste stupita di come ci riesco poco. Ed ora permettetemi
di congedarmi, in definitiva gi l'ora di dormire." E poich
Klara aveva un aspetto benevolo e non sembrava portare
alcun rancore per la zuffa, lui sorridendo aggiunse, mentre
le porgeva la mano: "Da noi si usa dire: dormi bene e sogni
d'oro."
"Aspettate", disse lei, senza accettare la mano, "forse
invece potreste suonare", e spar in una porticina laterale
che era accanto al piano.
E questo cos'? - pens Karl. Non posso trattenermi a lungo,
per quanto lei sia carina. Alla porta sul corridoio si buss, e
il servitore, che non osava aprir tutta la porta, mormor
attraverso un piccolo spiraglio: "Perdonate, or ora sono
stato richiamato e non posso pi aspettare."
"Andate pure", disse Karl che ora osava credere di trovare
da solo la via per la sala da pranzo. "lasciatemi soltanto la
lampada davanti alla porta. Ma che ora ?"
"Quasi le undici e tre quarti", disse il servitore.
"Come passa lento il tempo", disse Karl. Il servitore aveva
gi intenzione di chiudere la porta, quando Karl si ricord di
non avergli ancora dato alcuna mancia, prese uno scellino
dalla tasca dei calzoni - portava adesso, all'americana,
sempre spiccioli sciolti nelle tasche dei calzoni, e
banconote, invece, nelle tasche della giacca - e le porse al
servitore con le parole: "Per i vostri buoni servigi."
Klara era gi rientrata, le mani alla sua compatta
pettinatura, quando a Karl venne in mente che non avrebbe
dovuto mandar via il servitore, infatti ora chi l'avrebbe
condotto alla stazione della metropolitana? Orbene, il signor
Pollunder avrebbe gi potuto, come no, far alzare un altro
servitore, del resto il servitore era stato chiamato in sala da
pranzo e si sarebbe trovato poi a disposizione.
"Dunque, io vi prego di suonare un poco. Qui si sente cos di
rado, la musica, che non ci si lascia sfuggire alcuna
occasione di sentirne."
"Allora il momento", disse Karl senza darsi pensiero
ulteriormente e si mise subito al piano.
"Volete uno spartito?" domand Klara.
"Grazie, non mi riesce neanche di leggerli bene", rispose
Karl gi suonando. Era una canzoncina che, come Karl ben
sapeva, avrebbe dovuto esser suonata abbastanza
lentamente, anche soltanto per esser comprensibile specie
agli stranieri, invece lui l'abborracci a tempo di pessima
marcetta. Dopo l'esecuzione, la quiete della casa, turbata,
ritorn com'era prima; in un grande imbarazzo si stava
seduti l come storditi e non ci si muoveva.
"Bellissimo", disse Klara, ma non era proprio una formula di
cortesia che avrebbe potuto, dopo quell'esecuzione,
lusingare Karl.
"Che ora ?" domand.
"Le undici e tre quarti."
"Allora ho ancora un pochino di tempo", disse pensando:
non c' via di mezzo. Non devo mica suonare tutte le dieci
canzoni che conosco, ma una la devo suonare bene, per
quanto possibile. E dette inizio alla sua amata canzone dei
soldati. In modo cos lento che il desiderio stuzzicato
dell'ascoltatore si tendeva dietro la nota pi prossima, da
Karl ritardata e concessa solo con riluttanza. In realt ad
ogni canzone era veramente costretto a raccogliere qua e l
con gli occhi i tasti che servivano, tuttavia, a parte questo,
si sentiva sorgere dentro una canzone che, al di l della sua
fine, ne cercava un'altra e non la sapeva trovare. "Non ce la
faccio", disse Karl dopo il termine della canzone, e guard
Klara con le lacrime agli occhi.
Allora dalla stanza vicina risuon un alto applaudire. "C'
anche qualcuno che ascolta!", grid Karl scosso. "Mack",
disse piano Klara. E gi si sentiva Mack chiamare: "Karl
Rossmann, Karl Rossmann!"
Karl salt con entrambi i piedi insieme dalla sedia del piano
ed apr la porta. L vide Mack semi sdraiato in un letto a
baldacchino con le coperte sfatte gettate sulle gambe. Il
baldacchino di seta azzurra era l'unico lusso, un po' da
fanciulla, del letto altrimenti semplice, quadrato, di legno
pesante. Sul tavolinetto da notte ardeva solo una candela,
ma le lenzuola, il cuscino e la camicia di Mack erano cos
bianchi che la luce della candela illuminandoli sfolgorava
quasi accecante; anche il baldacchino riluceva, almeno ai
lati, con la sua seta appena ondulata
distesa morbidamente. Subito dietro Mack, per, il letto e
tutto quanto affondavano nel buio completo. Klara si
appoggi ad un montante del letto e non ebbe occhi che per
Mack.
"Salve", disse Mack porgendo la mano a Karl. "Suonate bene
davvero, finora ho conosciuto soltanto la vostra abilit di
cavaliere."
"Riesco male tanto nell'una quanto nell'altra cosa", disse
Karl. "Se avessi saputo che voi stavate a sentire, non avrei
assolutamente suonato. Ma la vostra signorina" - si
interruppe, "fidanzata", esitava a dirlo, dato che Mack e
Klara gi dormivano insieme.
"Ma io me lo sentivo", disse Mack, "per questo, ci voleva
Klara a tirarvi via da New York, altrimenti non sarei mica
riuscito di sentirvi suonare. E' molto da principiante, ed
anche in queste canzoni che avete provato, composte in
modo molto primitivo, avete fatto alcuni errori, tuttavia mi
ha fatto molto piacere lo stesso, prescindendo dal fatto che
non disprezzo nessuna persona che suoni. Non volete
restare ancora un pochino con noi? Klara, dagli una sedia."
"Vi ringrazio", disse Karl esitante. "Non posso restare, per
quanto resterei volentieri. Lo vengo a sapere troppo tardi,
che in questa casa c' una stanza tanto accogliente."
"Ricostruisco tutta l'edificio in questo modo", disse Mack.
In quel momento risuonarono dodici colpi d'una campana,
rapidi l'un dopo l'altro, uno conficcato nel rumore dell'altro.
Karl sent sulle guance il soffio del gran movimento di
questa campana. Che razza di villaggio era, quello che
aveva una simile campana!
"E' l'ora", disse Karl, tese le mani verso Mack e Klara senza
stringerle, ed usc nel corridoio. Dove non trov la lanterna,
ed osserv di aver dato troppo presto la mancia al servitore.
Aveva intenzione di procedere a tastoni verso la porta
aperta della sua stanza, ma era appena a met del percorso
quando vide il signor Green avanzare barcollando con la
candela sollevata in alto. Nella stessa mano che teneva la
candela, recava una lettera.
"Rossmann, perch non venite? Perch mi fate aspettare?
Che cosa avete fatto dalla signorina Klara?"
Quante domande! pens Karl, e ora mi spinge anche contro
la parete, infatti gli stava piazzato davanti, Green a Karl,
che si appoggi con la schiena alla parete. In quel corridoio
Green stava acquistando una grandezza comica, e per
scherzo Karl si pose la domanda se non si fosse divorato il
buon signor Pollunder, all'incirca.
"In realt non siete affatto di parola. Promettete di scendere
alle dodici e invece vi aggirate di nascosto intorno alla porta
della signorina Klara. Al contrario, io vi avevo promesso
qualcosa d'interessante per mezzanotte, ed eccomi gi qui."
Con il che porse la lettera a Karl. Sulla busta c'era scritto
"Per Karl Rossmann, da consegnare personalmente verso
mezzanotte, ovunque lo si incontri".
"Alla fin fine", disse il signor Green intanto che Karl apriva
la lettera, "credo che debba esser riconosciuto che a causa
vostra mi sono mosso da New York fino a qui, ragion per cui
dovete smetterla di farvi rincorrere per i corridoi."
"Dallo zio!", disse Karl, non appena ebbe dato un'occhiata
alla lettera. "Me l'aspettavo", disse rivolto al signor Green.
"Che ve l'aspettaste o no, mi indifferente in modo
colossale. Leggetela e basta", disse, e tese la candela a
Karl.
Alla cui luce lesse:
"Diletto nipote! Come avrai gi capito durante la nostra per
sfortuna troppo breve vita in comune, io sono
assolutamente un uomo di principi. Non solo per il mio
ambiente, ma anche per me spiacevole e triste, tuttavia
devo proprio ai miei principi ci che sono, e nessuno pu
pretendere che io mi tolga dal mondo, nessuno, neanche tu,
mio diletto nipote, per quanto tu saresti il primo della fila,
se mi dovesse una volta venire in mente di permettere tal
generale attacco contro di me. Allora afferrerei e solleverei
soprattutto te, con queste mani che tengono la carta e
scrivono. Poich per per il momento proprio nulla indica
che questo possa mai accadere, devo, dopo quel che
capitato oggi, assolutamente mandarti via da me, e ti prego
con forza di non venire a cercarmi n di tentare un ritorno
da me, sia epistolare sia tramite intermediari. Hai deciso a
dispetto del mio volere di andar via da me
stasera, allora resta con tal risoluzione per quanto vivrai;
solo in tal caso stata una risoluzione da uomo. Scelgo
come latore di questa comunicazione il signor Green, il mio
miglior amico, che di sicuro trover per te quelle parole
sufficientemente delicate di cui in realt sul momento io non
dispongo. E' un uomo influente e con i fatti ed i consigli ti
appogger, per farmi un piacere, nei tuoi primi passi
autonomi. Per comprendere la nostra separazione, che ora
al termine di questa lettera di nuovo mi appare
inconcepibile, devo continuare a dirmi: dalla tua famiglia,
Karl, non viene niente di buono. Dovesse il signor Green
dimenticare di consegnarti la tua valigia e il tuo ombrello,
ricordaglielo. Con i miei migliori auguri di miglior prosperit
il tuo affezionato zio Jakob."
"Siete pronto?", domand Green.
"S", disse Karl. "Mi avete portato la valigia e l'ombrello?"
domand Karl.
"Eccola qui", disse Green e pos sul pavimento la vecchia
valigia da viaggio di Karl, che fino a quel momento aveva
nascosto dietro la schiena con la sinistra, sul pavimento
vicino a lui.
"E l'ombrello?", domand ancora Karl.
"Tutto qui", disse Green e gli mise davanti l'ombrello che
aveva appeso ad una tasca dei pantaloni. "Sono oggetti che
ha portato un certo Schubal, un capo macchinista della linea
Amburgo-America, affermando di averli trovati sulla nave.
Se capita potete ringraziarlo."
"Almeno ora ho di nuovo le mie vecchie cose", disse Karl
sistemando l'ombrello sulla valigia.
"Dovete per farci pi attenzione, in futuro, vi manda a dire
il signor senatore", rimarc il signor Green e poi, con
chiarezza per sua curiosit, domand:" Si tratta davvero di
una valigia strana, che cos'?"
"E' una valigia con cui i soldati nella mia terra si presentano
al servizio militare", rispose Karl, " la vecchia valigia
militare di mio padre. Comunque praticissima", aggiunse
sorridendo, "ammesso che non si lasci da qualche parte."
"Alla fin fine siete abbastanza edotto, per", disse il signor
Green, "e certo non avete un secondo zio in America. Eccovi
anche un biglietto di
terza classe per San Francisco. Ho deciso per voi tale
destinazione perch primo le possibilit di lavoro nell'ovest
per voi sono molto migliori, e secondo perch vostro zio qui
ha le mani in pasta in tutto quello che potrebbe venirvi da
prendere in considerazione, e deve venir evitato
assolutamente un incontro tra voi. A Frisco potete lavorare
indisturbato; Dovete iniziare tranquillamente dall'infimo e
cercate di farvi strada un po' alla volta."
Karl non pot distinguere in queste parole alcuna cattiveria,
il messaggio doloroso che durante l'intera serata era restato
ficcata in Green, era consegnato, e da allora Green appariva
un uomo non pericoloso, con cui forse si poteva parlare
francamente come con ogni altro. La persona migliore che,
senza responsabilit propria, viene scelta come messaggero
d'una decisione tanto segreta e penosa, deve, fintanto che
la tiene presso di s, apparire sospetta. "Lascer subito
questa casa", disse Karl in attesa della conferma di quell'
uomo informato, " perch sono benvenuto solo come nipote
di mio zio, mentre come estraneo qui non ho niente da
cercare. Sareste cos buono da indicarmi l'uscita e poi da
condurmi sulla via per cui io arrivi alla pi vicina locanda?"
"Ma alla svelta", disse Green, "mi procurate non poche
seccature."
Alla vista dei gran passi che Green subito aveva fatto, Karl
si blocc, quella era una fretta sospetta, prese Green dal
basso per la giacca e disse, improvvisamente riconoscendo
le vere circostanze: "Una cosa ancora mi dovete spiegare:
sulla busta della lettera che voi mi avete consegnato sta
scritto che la dovevo avere solo a mezzanotte ovunque mi si
trovasse. Perch dunque mi avete trattenuto qui con la
convocazione per questa lettera, quando alle undici e un
quarto volevo andar via? Siete fuoriuscito dal vostro
compito."
Green inizi a rispondere facendo un movimento con le mani
che descriveva come esagerata l'inutilit dell'osservazione
di Karl, e poi disse:" Sta scritto forse sulla busta che a causa
vostra debba correre a precipizio, fa forse concludere, il
contenuto della lettera, che l'intestazione sia cos
interpretabile? Se non vi avessi trattenuto, avrei dovuto
consegnarvi la lettera precisamente sulla strada verso
mezzanotte."
"No", disse Karl imperturbato, "non cos. Sulla busta sta
scritto: da consegnare dopo mezzanotte. Se eravate troppo
stanco, neanche sareste riuscito seguirmi, forse, oppure io
sarei gi arrivato intorno a mezzanotte da mio zio, anche se
il signor Pollunder non lo riteneva possibile, oppure, dato
che io avevo il desiderio di ritornare, lui avrebbe dovuto
riportarmi da mio zio in automobile, la quale
improvvisamente non stata pi in questione. Non recita
l'intestazione, chiarissimamente, che la mezzanotte per me
dev'essere il termine ultimo? E siete voi quello che ha la
responsabilit che io l'abbia mancato."
Karl guard fisso Green e vide bene che in lui l'umiliazione
per quest'imbroglio combatteva con la gioia per la riuscita
del suo proposito. Alla fine questi si contenne e, in un tono
come se fosse Karl, per gi da parecchio tempo tacito, ad
interromperlo, disse:"Non una parola di pi!" e lo spinse
fuori - Karl aveva ripreso valigia ed ombrello - attraverso
una porticina che gli aveva aperto davanti.
All'aperto Karl rimase sbalordito. Una scalinata priva di
parapetto aggiunta alla casa davanti a lui portava di sotto.
Doveva solo scendere e poi voltare un po' a destra verso il
viale che conduceva alla strada maestra. Non ci si poteva
mica perdere con la forte luce lunare che c'era. In giardino
abbaiavano diversi cani che, slegati, correvano intorno,
nell'oscurit degli alberi. Nel circostante silenzio si riusciva
a sentire benissimo come con i loro gran salti urtavano sul
prato.
Senza venir disturbato da quei cani Karl usc felicemente dal
giardino. Non sapeva stabilire con precisione da che parte si
trovasse New York. durante il viaggio di andata aveva fatto
troppo poca attenzione ai particolari che ora avrebbero
potuto servirgli. da ultimo si disse che non doveva mica
andare incondizionatamente a New York, dove nessuno lo
aspettava ed uno addirittura precisamente non lo
aspettava. Scelse dunque una direzione qualsiasi, e si mise
in cammino.
4
Verso Ramses

Nella piccola locanda dove Karl, dopo una breve camminata,


arriv - propriamente era solo un' ultima tappa dei servizi di
trasporto merci newyorchesi e perci di solito serviva
maluccio come posto per dormire - chiese il posto letto pi
a buon mercato che ci fosse, riteneva infatti di dover
cominciare subito con i risparmi. Alla sua richiesta, con un
cenno il padrone lo mand, come se fosse un dipendente, su
per le scale, dove lo accolse una vecchia serva bisbetica,
arrabbiata per essere stata disturbata mentre dormiva, e lo
condusse quasi senza dargli ascolto, ininterrottamente
ammonendolo di camminare piano, in una stanza la cui
porta, non senza averlo ripreso con un Pst!, chiuse.
Dapprima Karl non seppe bene se le cortine erano solo
calate oppure se la stanza in pratica mancava della finestra,
tanto era buio; infine not un lumino appeso cui tir via il
cencio che lo copriva, per cui ne venne un po' di luce.
C'erano due letti che per erano gi entrambi occupati. Karl
vide due giovani che vi giacevano pesantemente
addormentati e parevano poco affidabili soprattutto perch
senza una ragione chiara dormivano vestiti; uno addirittura
aveva addosso le scarpe.
Sul momento, dopo che Karl aveva scoperto il lume, uno dei
dormienti sollev le braccia e le gambe un po' in alto, la
qual cosa dette luogo ad un tal vedere che Karl, nonostante
i suoi crucci, rise tra s e s.
Comprese che, vista la totale assenza di posto per dormire,
n canap n sof, non avrebbe dormito per nulla, infatti
non poteva permettersi di esporre ad alcun pericolo la sua
valigia appena riacquisita e i soldi che portava con s. Ma
neanche se ne voleva andare, perch non se la sentiva di
lasciar cos subito la casa davanti al padrone ed alla serva.
Anzi, in definitiva l non era cos a rischio, magari, come
sulla strada. Per altro era sorprendente che in tutta la
stanza, a quel che si riusciva a stabilire in quella penombra,
non si scorgesse un solo bagaglio. Per forse, e con
altissima probabilit, i due giovani erano servitori della
casa, in dovere di alzarsi alla svelta per i clienti e per
questo dormivano
vestiti. Poi, se era certo disdicevole dormir con loro, era
per tanto meno rischioso. Fermo restando che non poteva
permettersi in nessun caso, fintanto che la cosa non fosse
chiarita, di mettersi a dormire.
Sotto il letto c'era una candela con i fiammiferi, che Karl
and a prendere camminando piano. Poteva accenderla,
dato che la stanza, secondo il volere del padrone,
apparteneva tanto a lui quanto agli altri due, che per di pi
avevano dormito gi per met della notte ed erano in
confronto a lui, in quanto occupanti di letto, in vantaggio
incolmabile. Comunque com' naturale fece ogni sforzo per
stare attento, muovendosi e camminando, di non svegliarli.
Aveva urgenza di ispezionare la valigia per dar finalmente
un'occhiata alla sua roba, di cui si ricordava confusamente e
di cui il meglio poteva essere gi andato perduto. Se quello
Schubal toccava qualcosa poi c'era poca speranza di riaverla
sana. Per altro, se l'era potuta aspettare, una grossa mancia
dallo zio, e per la mancanza di qualche oggetto avrebbe
potuto appellarsi al signor Butterbaum, il vero custode della
valigia.
Alla prima occhiata dopo l'apertura della valigia Karl
inorrid. Quante ore durante la traversata aveva speso a
metterla in ordine e poi ancora in ordine, e adesso era tutto
inzeppato insieme cos sgraziatamente che, aprendo la
serratura, il coperchio salt su da solo.
Presto per Karl riconobbe con gioia che il disordine
dipendeva solo dal fatto che l'abito da lui indossato durante
il viaggio e, com' naturale, non pi contato come bagaglio,
era stato infilato dentro successivamente. Non mancava la
minima cosa. Nella tasca segreta della giacca si trovava non
solo il passaporto, ma anche i soldi raccolti a casa, tanto
che Karl, se ci metteva quelli che aveva con s, per il
momento era riccamente provvisto. Anche la biancheria che
al suo arrivo si era messa addosso, si trovava lavata e
stirata. Mise subito orologio e soldi nella tasca segreta.
Peccato solo che il salame di Verona, ancora l, avesse
trasmesso a tutta la roba il suo odore. Se non si eliminava in
qualche modo, Karl prevedeva che per mesi sarebbe andato
in giro impregnato di tal odore.
Continuando la ricerca di alcuni oggetti che si trovavano in
fondo - una
Bibbia tascabile, carta da lettere, e la fotografia dei genitori
- il berretto che portava gli cadde in valigia. Nel suo vecchio
contesto lo riconobbe subito, era il suo, il berretto che la
mamma gli aveva dato per il viaggio. Per per prudenza in
nave non l'aveva indossato, perch sapeva che in America in
genere si porta il berretto al posto del cappello, per cui non
aveva voluto usarlo gi prima dell'arrivo. Ora, certo, l'aveva
usato il signor Green per divertirsi a spese di Karl. E se
gliene avesse dato l'ordine magari lo zio, di farlo? E con un
rabbioso movimento improvviso prese il coperchio della
valigia e la chiuse rumorosamente.
Ora non c'era scampo, entrambi i dormienti erano svegli.
Prima l'uno si stir e sbadigli, l'altro lo segu subito. Quasi
tutto il contenuto della valigia si trovava rovesciato sul
tavolo; se si trattava di ladri, gli bastava farsi avanti e
scegliere. Non solo per prevenire questa possibilit, ma
anche per fare subito chiarezza, Karl con la candela in mano
and al letto e spieg con qual diritto lui si trovasse l. Non
parve che se la fossero affatto aspettata, quella
spiegazione, infatti, ancor troppo insonnoliti per poter
parlare, lo guardarono e basta, senza alcuno stupore. Erano
entrambi molto giovani, ma il duro lavoro o l'indigenza
avevano loro, avanti tempo, tirato fuori le ossa dal viso,
trascurata, la barba spuntava sul loro mento, i capelli erano
in disordine - loro, ancora insonnoliti, si sfregarono gli
occhi con le nocche.
Karl aveva intenzione di sfruttarne il momentaneo stato di
debolezza e perci disse: "Mi chiamo Karl Rossmann e sono
un tedesco. Per favore, ditemi, dato che abbiamo la stanza
in comune, anche i vostri nomi e la nazionalit. Chiarisco
subito che non pretendo un letto, dato che sono venuto cos
tardi, e soprattutto non intendo dormire. Oltre a questo non
dovete pensar male se ho un bell'abito, sono poverissimo e
senza speranze."
Il pi piccolo dei due - quello che stava a letto con le scarpe
- accenn con braccia, gambe e facce varie che a lui non
gliene importava nulla e che soprattutto in quel momento
non c'era tempo per simili complimenti, si mise gi e subito
ridorm; l'altro, un uomo di pelle scura, anche lui si mise gi,
ma ancor prima di addormentarsi tese neghittoso una mano
dicendo:"Questo qui si chiama Robinson ed irlandese, io
mi chiamo Delamarche, sono francese, e ora per favore
lasciami in pace." Il pericolo dunque per il momento l'ho
parato, disse Karl, e torn al tavolo. Se la loro sonnolenza
non era un trucco, andava tutto bene. Sgradevole era
soltanto che uno fosse irlandese. Karl non sapeva pi
esattamente in quale libro una volta a casa aveva letto che
in America ci si deve guardare dagli irlandesi. Durante il suo
soggiorno presso lo zio avrebbe avuto la miglior occasione
di approfondire la questione, ma l'aveva completamente
trascurata perch si era creduto al sicuro per sempre. Ora
volle almeno, con la candela che aveva riacceso, guardare
meglio quell'irlandese, facendo la qual cosa trov che costui
aveva un aspetto migliore del francese. Aveva perfino una
traccia di rotondit nelle guance, e nel sonno sorrideva con
gran garbo, per quanto Karl potesse stabilire a distanza, e
stando in punta di piedi.
Nonostante tutto fermamente deciso a non dormire, Karl si
mise sull'unica sedia della stanza, rimand per il momento
di far la valigia, visto che per quello aveva tutta la notte, e
sfogli un po' la Bibbia senza leggere. Poi prese in mano la
fotografia dei genitori dove il babbo, minuto, stava in piedi,
mentre la mamma stava seduta in poltrona davanti a lui, un
poco chinata. Il babbo teneva una mano sulla spalliera della
poltrona, l'altra, chiusa a pugno, su un libro illustrato che
era posato aperto accanto a lui su un tavolinetto
ornamentale. Ce n'era un'altra dove Karl era ritratto con i
suoi genitori. Babbo e mamma guardavano attenti
l'apparecchio, mentre lui era stato costretto a guardar l per
ordine del fotografo. Questa fotografia per per il viaggio
non gliela avevano data.
Tanto pi attentamente guard quella che aveva cercando di
intercettare lo sguardo del babbo da svariati angoli. Ma il
babbo non voleva prender vita per quanto lui mutasse il
punto di vista anche posizionando in modo vario la candela,
inoltre quei grossi baffi diritti non assomigliavano affatto
alla realt, non si trattava proprio di una buona
riproduzione. La mamma al contrario era gi meglio ritratta,
la bocca aveva una piega come se le fosse stato dato un
dispiacere e si
sforzasse di sorridere. A Karl parve come se, per ognuno
che la osservasse, l'immagine dovesse esser convincente al
punto che, un momento dopo, gli sembr che l'evidenza di
questa impressione fosse troppo forte, quasi assurda. Come
se si potesse ricevere, da un'immagine, tanta irrefutabile
certezza di un sentimento nascosto della persona ritratta! E
guard per un pochino altrove, rispetto all'immagine.
Quando vi ritorn con lo sguardo, gli piacque la mano della
mamma, abbandonata sul bracciolo della poltrona come
nell'imminenza di venir baciata. Pens se magari non fosse
una buona cosa scrivere ai genitori come, anzi, entrambi in
realt (il babbo da ultimo ed energicamente ad Amburgo)
avevano preteso da lui. Ai tempi aveva irrevocabilmente
giurato a se stesso, quando la mamma, stando vicina ad una
finestra, gli aveva annunciato, in una sera orribile, il viaggio
in America, di non scrivere mai, ma cosa valeva un
giuramento simile d'un giovane inesperto, l nella nuova
situazione! Altrettanto seriamente avrebbe potuto giurare,
ai tempi, che dopo due mesi di soggiorno americano
sarebbe stato generale della guardia civile, mentre in realt
condivideva una soffitta con due straccioni in una locanda
vicino a New York, e per di pi doveva ammettere che l era
davvero al suo posto. E sorridendo tocc i volti dei genitori
come se da quelli si potesse sapere se ancora avevano il
desiderio di ricevere una notizia dal loro figlio.
Intento a guardare si rese presto conto che per era molto
stanco e che ci sarebbe riuscito male, a passare la notte
senza dormire. La foto gli cadde di mano, poi ci appoggi il
viso, era fresca ed alla guancia faceva bene, e con una
gradevole sensazione si addorment.
Venne svegliato presto per via del solletico all'ascella. Era il
francese, a permettersi tale sfacciataggine. Ma anche
l'irlandese stava gi davanti al tavolo di Karl ed entrambi lo
guardavano con lo stesso interesse che Karl durante la
notte aveva prestato loro. Non se ne stup, Karl, del fatto
che da alzati non lo avessero gi svegliato; dovevano perci
essersi avvicinati particolarmente piano, pur senza cattive
intenzioni, perci lui aveva continuato a dormire
profondamente, inoltre non dovevano aver penato molto
per lavarsi, era chiaro, e per vestirsi.
Orbene, si salutarono reciprocamente come si deve e con
una certa qual forma, e Karl venne a sapere che entrambi
erano meccanici che a New York da parecchio tempo non
erano riusciti a trovar lavoro, ragion per cui erano
passabilmente messi male. Robinson per provarlo si apr la
giacca e si pot vedere che non c'era camicia sotto, cosa
che del resto si sarebbe potuta capire dal colletto che stava
in solitudine fissato al retro della giacca. Avevano
intenzione di andare a piedi fino a Butterford, una cittadina
distante due giorni di viaggio da New York, dove si diceva ci
fossero disponibilit di posti di lavoro. Non avevano nulla in
contrario che Karl andasse con loro e, primo, gli promisero
di portare a turno la sua valigia, secondo, nel caso che loro
dovessero subito trovar lavoro, di procurargli un posto da
apprendista, cosa che sarebbe stata facile, bastava che ci
fosse lavoro disponibile. Karl non aveva finito di dire s che
loro gli dettero gentilmente il consiglio di togliersi l'abito
buono perch per far domanda di un posto sarebbe stato
importuno. Proprio in quella casa c'era una buona
opportunit di liberarsene, perch la serva mandava avanti
un commercio di abiti. Aiutarono Karl, che per l'abito ancora
non era del tutto deciso, a toglierlo, e lo portarono via.
Quando Karl, lasciato solo, e un po' ubriaco di sonno,
indoss con lentezza il suo vecchio abito da viaggio, si
rimprover di aver venduto l'abito che magari gli avrebbe
potuto nuocere in caso di domanda di apprendistato, per
per un posto migliore avrebbe potuto essergli utile, ed apr
la porta per richiamare i due, ma ci and a sbattere sopra, a
quei due, che misero mezzo dollaro di ricavato sul tavolo,
ma facendoci su delle facce cos contente che fu impossibile
persuadersi che, nella vendita, non ci avessero fatto il loro
guadagno, e certo di imbarazzante grandezza.
Del resto non ci fu tempo di dir la propria opinione sulla
vendita, perch la serva venne, insonnolita proprio come di
notte, e li spinse tutti e tre fuori, spiegando che la stanza
doveva venir rimessa in ordine per nuovi clienti. Per non
era affatto vero, naturale, quella faceva cos per cattiveria.
Karl, che appunto aveva intenzione di mettere in ordine la
valigia, fu costretto a star a guardare come la donna
raccoglieva le sue
cose a due mani e le sbatteva violentemente nella valigia
come se si trattasse di un animale da mettere a cuccia. I
due meccanici non mancarono di darsi da fare intorno a lei,
la tiravano per la veste, la percuotevano sulla schiena, ma,
se avevano intenzione di rendersi utili a Karl, in quel modo,
erano fuori strada. Quando la donna ebbe chiuso la valigia,
ne spinse in mano a Karl la maniglia, si sbarazz dei
meccanici e li cacci tutti e tre dalla camera minacciandoli -
se non la seguivano non avrebbero avuto il caff. Doveva
aver del tutto dimenticato, era chiaro, che Karl non era con i
meccanici, all'inizio, dato che li trattava come un'unica
banda. Per altro i meccanici le avevano venduto l'abito di
Karl, con ci dimostrando una certa familiarit.
Per andare a prendere il caff furono costretti a parecchie
giravolte e specie il francese, che si era attaccato a Karl,
insult il padrone senza sosta, lo minacci, se osava farsi
avanti, di scazzottarlo, e pareva una premessa a ci il fatto
che lui, fremendo, stropicciasse l'un con l'altro i pugni
chiusi. Infine venne un innocente giovinetto che fu costretto
ad allungarsi, quando porse al francese il bricco del caff.
Purtroppo era a disposizione un bricco solo e non si pot far
capire al giovinetto che si desideravano anche bicchieri.
Cos poteva sempre bere uno solo, e gli altri stavano l
davanti ad aspettare. Karl non aveva nessuna voglia di
bere, ma non voleva offendere gli altri e dunque se ne
stette l, quand'era il suo turno, inerte, con il bricco alle
labbra.
Per commiato l'irlandese gett il bricco sulle mattonelle di
pietra. Lasciarono la casa senza essere visti da nessuno e si
mossero nella fitta e giallastra nebbia mattutina.
Camminavano per lo pi in silenzio affiancati al margine
della strada, Karl aveva da portare la valigia, gli altri
probabilmente lo avrebbero sostituito subito, se ne l'avesse
chiesto; a tratti sfrecciava fuori dalla nebbia un'automobile
ed i tre voltavano la testa dietro i veicoli pi giganteschi,
tanto vistosi di forma e tanto svelti nel loro apparire, che
non si aveva tempo neanche accorgersi della comodit di
quelli che ci stavano dentro. Pi tardi iniziarono le colonne
dei mezzi che trasportavano generi alimentari a New York,
che in cinque file occupavano l'intera larghezza della strada
scorrendo tanto
ininterrottamente che nessuno avrebbe potuto attraversare.
Di tanto in tanto la strada si allargava in uno spiazzo al cui
centro un poliziotto si muoveva su e gi su un rialzo a forma
di torretta per sorvegliare tutto e per poter regolare con un
corto bastone il traffico della strada principale cos come
quello proveniente dalla strade laterali, il traffico poi fino
allo spiazzo ed al poliziotto successivo restava senza
controllo, ma veniva mantenuto volenterosamente quanto
basta in ordine dai silenziosi ed attenti vetturini e
chauffeurs. Della generale calma soprattutto, si stupiva
Karl. Non fosse stato per l'urlo incosciente delle bestie da
macello, non si sarebbe udito, forse, altro che il battito degli
zoccoli o il fischio degli pneumatici. Comunque la velocit di
marcia, com' naturale, non era sempre la stessa. Quando in
alcuni degli spiazzi, a seguito di troppo grandi accessi dalle
vie laterali, si dovevano effettuare notevoli aggiustamenti
del traffico, tutte le file si fermavano e procedevano solo a
passo d'uomo, poi per capitava anche che per un attimo il
tutto si rilanciasse in avanti alla velocit del lampo, fino a
che
non si placava di nuovo, come governato da un unico freno.
Comunque dalla strada non saliva la minima polvere, tutto
si muoveva nella massima chiarit dell'aria. A piedi non
andava nessuno, non c'erano isolate piccole venditrici
dirette ai mercati della citt come nella terra di Karl, ma
invece qua e l comparivano grandi automobili a forma di
chiatta su cui si trovavano una ventina di donne con gerla
sulle spalle, dunque piccole venditrici anch'esse, proteso il
collo a sorvegliare il traffico nella speranza di muoversi pi
alla svelta. Poi si vedevano automobili simili su cui
girellavano, le mani nelle tasche dei calzoni, uomini solitari.
Su una di queste, recanti numerose scritte, Karl lesse,
facendo un gridolino: "Portuali assunti per le Spedizioni
Jakob". Il veicolo viaggiava davvero lentissimo e un ometto,
chinato in avanti dove si saliva, vivacemente invit i tre
marciatori. Karl scapp dietro i meccanici quasi che fosse
possibile vedere lo zio, su quella sua vettura. Fu felice che
anche i due rifiutassero l'invito, per quanto la faccia
arrogante che assunsero, in un certo qual modo, lo offese.
Non dovevano mica credere di esser troppo bravi per
entrare al servizio
dello zio. Glielo fece subito capire, per quanto non in modo
esplicito, com' naturale. Delamarche allora gli chiese di
aver la gentilezza di non immischiarsi in cose che non
capiva; quel genere di ingaggio di persone era una truffa
vergognosa, e la ditta Jakob era malfamata in tutti gli Stati
Uniti. Karl non replic, ma da quel momento si tenne pi
vicino all'irlandese, gli chiese inoltre di portargli un poco la
valigia, cosa che quello, dopo che Karl aveva ripetuto pi
volte la richiesta, fin per fare. Senza tregua protestando,
per, per il peso della valigia, fin quando si cap che in
realt aveva intenzione di alleggerirla del salame di Verona
che gi in albergo lo aveva favorevolmente colpito. Dovette
tirarlo fuori, Karl, il francese lo prese in consegna allo scopo
di lavorarselo con il suo coltello a forma di pugnale e di
mangiarlo quasi tutto da solo. Robinson ne ebbe solo poche
fette, a Karl al contrario, dovendo di nuovo portare la
valigia, se non voleva lasciarla per strada, non ne tocc
nessuna, come se ne avesse gi avuta la sua parte parte in
precedenza. Gli sembr puerile implorarne un pezzettino,
ma dentro ne fu stizzito.
Tutta la nebbia era sparita, in lontananza riluceva un'alta
montagna che con ondulata cresta finiva in un vapore solare
ancor pi lontano. Ai lati della strada campi poco coltivati si
estendevano attorno a grandi fabbriche che, annerite di
fumo, si ergevano nei terreni liberi. Negli isolati casermoni
messi l senza criterio tremolavano le molte finestre con
sfolgorio molteplice, e su tutti i miseri balconi donne e
bambini avevano un bel daffare intanto che loro intorno,
coprendoli e scoprendoli, lenzuola e biancheria appese o
distese sbattevano nel vento mattutino e si gonfiavano con
forza. Scorrendo lo sguardo dalle case, si vedevano volare
in alto nel cielo allodole e, in basso, anche rondini, non
troppo distanti dalla testa dei tre in viaggio.
Molte cose rammentavano a Karl la sua terra e non sapeva,
lui, se faceva bene a lasciare New York per andare
nell'interno. A New York il mare dava sempre la possibilit
di tornare nella terra natia. Cos si ferm e disse ai suoi due
accompagnatori che aveva di nuovo voglia di stare a New
York. E dato che Delamarche intendeva semplicemente
spingerlo avanti, lui non si fece spingere e disse che aveva
bene il diritto
di decidere per s. L'irlandese dovette subito mediare e
spiegare che Butterford era molto pi bella di New York, ed
entrambi furono costretti a pregarlo ancora a lungo prima
che lui si rimettesse in marcia. Ed anche dopo, non avrebbe
continuato a camminare se non si fosse detto che per lui
forse era meglio recarsi in un luogo in cui la possibilit di un
ritorno alla terra natia fosse molto difficile. Certo l avrebbe
lavorato e progredito meglio, perch nessun pensiero inutile
glielo avrebbe impedito.
Ed ora fu lui a tirare gli altri due, cos contenti del suo zelo
che, senza farselo chiedere prima, un po' per uno portarono
la valigia, senza che Karl capisse per niente come mai
provocava loro, di fatto, tale gioia. Arrivarono ad una salita
e, a tratti fermandosi, poterono vedere, guardando alle loro
spalle, sempre pi estesamente svilupparsi
il panorama di New York e del suo porto. Il ponte che unisce
New York a Brooklyn, esile si librava sull'East River e
tremava se si stringevano gli occhi. Sembrava
completamente senza traffico ed al di sotto si stendeva
esanime e piatta la striscia d'acqua. Tutto in entrambe le
enormi citt pareva vuotamente e inutilmente costruito. Tra
gli edifici si distinguevano appena quelli grandi da quelli
piccoli. Nell'invisibile profondit delle strade probabilmente
la vita andava avanti a modo suo, ma sopra non c'era da
vedere che la nebbia, immobile, ma apparentemente facile a
svanire. Anche nel porto, il pi grande al mondo, era
ritornata la calma e solo qua e l si credeva, certo
influenzati dal ricordo di una precedente vista da vicino, di
vedere una nave che si spostava in avanti di un piccolo
tratto. Tuttavia neanche si poteva seguirla a lungo, sfuggiva
agli occhi e non era pi visibile.
Delamarche e Robinson per vedevano con chiarezza assai
di pi, indicavano a destra e a sinistra e con le mani protese
coprivano piazze e giardini che chiamavano con i loro nomi.
Non potevano capire che Karl era stato a New York per due
mesi e che della citt aveva visto a mala pena poco pi che
una strada. E gli promisero che quando avrebbero
guadagnato abbastanza a Butterford sarebbero andati a
New York e gli avrebbero mostrato tutto quello che meritava
di vedere
e specialmente, com' naturale, quei posti dove ci si
divertiva fino a toccar la beatitudine. Robinson si mise in
aggiunta a cantare a squarciagola una canzone che
Delamarche accompagn battendo le mani e che Karl
riconobbe come una melodia d'una operetta della sua terra
che l, con il testo in inglese, gli piacque assai di pi che non
a casa. Cos ebbe luogo uno spettacolino all'aria aperta cui
presero parte tutti e tre, solo la citt, in basso, che magari
ci si divertiva, a quella melodia, pareva ignorarne tutto.
Karl ad un tratto domand dove si trovavano le Spedizioni
Jakob e subito vide g l'indici di Delamarche e Robinson dritti
nella stessa direzione, un punto lontano forse miglia.
Quando poi ripresero il cammino Karl domand quanto
rapidamente avrebbero potuto tornare a New York dopo
aver guadagnato a sufficienza. Disse Delamarche che
sarebbe stato gi ottimo in un mese, perch a Butterford
mancavano operai e le paghe erano alte. Naturale,
avrebbero messo i loro soldi in una cassa comune, per
pareggiare tra loro le eventuali differenze in fatto di
guadagno, come compagni. A Karl la cassa comune non
piaceva, per quanto come apprendista, com' naturale,
avrebbe guadagnato di meno che non come operaio. Oltre a
ci Robinson fece un accenno al fatto che, com' naturale,
avrebbero dovuto andare pi lontano, se a Butterford non ci
fosse stato nessun lavoro, per impiegarsi da qualche parte
come braccianti o per andare magari in California dove si
faceva il lavaggio dell'oro, ci che, per concludere i
dettagliati referti di Robinson, era il suo piano preferito.
"Perch siete diventato meccanico, allora, se ora desiderate
andare nei lavaggi dell'oro?" domand Karl, che sentiva
malvolentieri parlare della necessit di un simile lungo e
incerto viaggio.
"Perch sono diventato meccanico?" disse Robinson, "certo
non per ridurre alla fame il figlio di mia madre, con quel
lavoro. Nei lavaggi dell'oro c' un guadagno eccellente."
"Una volta", disse Delamarche.
"C' ancora", disse Robinson, e raccont di molti conoscenti
diventati ricchi con quel lavoro e che si trovavano ancora l,
com' naturale non
muovevano pi un dito, per in nome della vecchia amicizia
si capiva da s che avrebbero procurato prosperit ai loro
compagni.
"Gi a Butterford troveremo posti di lavoro", disse
Delamarche, con ci esprimendo il pensiero di Karl, ma fu
una frase detta con sfiducia.
Nel corso della giornata si fermarono solo una volta in una
locanda e vi mangiarono davanti, a un tavolo di ferro
all'aperto, carne quasi cruda, parve a Karl, che non si
riusciva a tagliare con forchetta e coltello, ma solo a fare a
brandelli. Il pane aveva una forma cilindrica e in ogni suo
tocco stava infilato un coltello. Con questo cibo venne
servito un liquore bruno che in gola bruciava. Delamarche e
Robinson per lo degustarono, pi volte brindarono
all'esaudimento dei loro desideri e urtarono reciprocamente
i bicchieri, mentre un poco li tenevano in alto l'un contro
l'altro. Al tavolo vicino sedevano lavoratori edili con bluse
schizzate di calcina, e tutti bevevano lo stesso liquore.
Automobili transitanti in massa gettavano nubi di polvere
sui tavoli. Grandi fogli di giornali venivano distribuiti, si
parlava con passione di sciopero dei muratori, venne fatto
pi volte il nome Mack. Karl s'inform e venne a sapere che
era il nome del padre del Mack di sua conoscenza e che era
il pi grande imprenditore edile di New York. Lo sciopero gli
costava milioni e forse minacciava la sua posizione
commerciale. Karl non credette una parola di queste ciance
di gente malinformata e malevola.
Il pasto fu inoltre reso amaro, per Karl, per il motivo che lui
si poneva molto la questione di come lo si dovesse pagare.
Naturale sarebbe stato che ognuno pagasse la sua parte,
ma Delamarche, come anche Robinson, in proposito avevano
detto che per il loro ultimo posto letto se n'erano andati i
loro ultimi soldi. Orologi, anelli o qualcosa di altrimenti
alienabile non era dato vedere. E Karl non poteva per
rinfacciar loro il fatto che avessero guadagnato qualcosa
dalla vendita del suo abito, ci sarebbe stato offesa e
definitiva separazione. Lo stupefacente per era che n
Delamarche n Robinson avessero una qualche
preoccupazione a causa del pagamento, assai di pi essi
erano dell'umore giusto per tentare ad ogni pie' sospinto
degli approcci con la cameriera, che arcigna andava in su e
in gi tra i tavoli con passo pesante. I capelli le
scendevano un poco sciolti sulla fronte e le guance, e lei
continuava a spingerli indietro con le mani infilandocele
dentro. Da ultimo, quando forse ci si aspettava da lei la
prima parola gentile, venne al tavolo, vi appoggi entrambe
le mani e domand: "Chi paga?" Mai pi rapidamente si
levarono mani di quelle, ora, di Delamarche e Robinson, ad
indicare Karl. Lui non se ne spavent, dato che l'aveva
previsto, e non ci vide nulla di male che i compagni, dai
quali lui si aspettava anche un vantaggio, lasciassero che
fosse lui a pagare alcune piccolezze, anche se sarebbe stato
decente stabilire queste cose con chiarezza prima del
momento decisivo. Imbarazzante era solo che i soldi doveva,
tanto per cominciare, levarseli dalla tasca segreta. Sua
intenzione iniziale era stata serbare i soldi per i casi estremi
di necessit e cos mettendosi provvisoriamente sullo stesso
piano dei suoi compagni, per cos dire. Il vantaggio che
aveva nei confronti dei compagni per via di quei soldi e
soprattutto con il tacerne il possesso, veniva compensato
pi che riccamente, a loro vantaggio, dal fatto che erano in
America fin dall'infanzia, che avevano sufficienti conoscenze
ed informazioni su come guadagnar soldi e che, infine, non
erano avvezzi a condizioni di vita migliori di quelle loro
presenti. Le intenzioni che fin l, in merito ai suoi soldi, Karl
aveva, non dovevano in s e per s venir sconvolte per via
di quel pagamento, infatti d'un quarto di dollaro lui poteva
alla fin fine fare a meno, perci dunque poteva metterla sul
tavolo, una moneta da un quarto di dollaro, e spiegare che
questo era tutto quel che aveva, che era pronto a
sacrificarla in nome del viaggio in comune a Butterford. Per
viaggiare a piedi, un tal contributo bastava completamente.
Tuttavia lui non sapeva se aveva abbastanza spiccioli, per di
pi questi soldi si trovavano, come le banconote ripiegate
insieme, da qualche parte in fondo alla tasca segreta dove
per l'appunto si trovava qualcosa, al meglio, se si riversava
sul tavolo l'intero contenuto. Comunque era altissimamente
superfluo che i compagni venissero a conoscenza
soprattutto di quella tasca segreta. Ora, per fortuna pareva
che i compagni s'interessassero sempre pi alla cameriera
che non a come Karl avrebbe messo insieme i soldi per
pagare. Delamarche stuzzic la
cameriera sfidandola a fare il conto stando tra lui e
Robinson, e lei riusc a respingere le loro impertinenze solo
mettendogli una mano tutta sul viso, all'uno o all'altro, e
scostandoli via da s. Nel frattempo Karl, accalorato nello
sforzo, sotto il piano del tavolo metteva insieme in una
mano i soldi che con l'altra, moneta dopo moneta,
racimolava nella tasca segreta e tirava fuori. Da ultimo
ritenne, per quanto ancora non conoscesse esattamente i
soldi americani, di avere, almeno stando alla quantit di
monete, una somma sufficiente, e la mise sul tavolo. Il
rumore dei soldi interruppe subito lo scherzo. Tra la stizza di
Karl e lo stupore generale si manifest che c'era quasi un
dollaro intero. Nessuno in effetti domand perch Karl non
avesse detto nulla di quei soldi che sarebbero bastati per un
comodo viaggio in treno per Butterford, ma Karl lo stesso si
trov in grand'imbarazzo. Con lentezza rimise in tasca, dopo
che il pranzo fu pagato, i soldi, Delamarche gliene prese di
mano ancora uno, di cui aveva bisogno per la mancia alla
cameriera, che abbracci premendosela addosso, per poi
porgerle la moneta con la mano libera.
Karl fu loro grato che non facessero osservazioni sui soldi,
durante la ripresa della camminata, e pens addirittura per
un po' di ammettere con loro tutte le sue possibilit
economiche, per se ne astenne, non trovando l'occasione
giusta per farlo.
Verso sera arrivarono in una zona pi campagnola e
agricola. Intorno si vedevano campi indivisi distesi con il
loro verde acerbo su morbide colline, residenze di
campagna fiancheggiavano la strada e per ore si andava tra
cancellate di giardini dorate, pi volte essi attraversarono il
medesimo fiume che scorreva lento e spesso udirono su di
s rimbombare i convogli ferroviari che si slanciavano in
alto sui viadotti.
Il sole stava giustappunto abbassandosi dietro il diritto
margine del bosco, quando essi si buttarono nell'erba su un
rialzo che si trovava in mezzo a un gruppetto di alberi, per
riposarsi degli strapazzi. Delamarche e Robinson giacquero
l e si stirarono con forza. Karl si mise seduto e vide sulla
strada principale, alcuni metri pi in basso, automobili che
continuavano, come gi durante tutto il giorno, a venirsi
incontro con scioltezza come fossero di continuo spedite,
quante erano, da un luogo lontano, e fossero attese, quante
erano, in un altro luogo lontano. Durante tutto il giorno,
dalla primissima mattina, Karl non aveva visto nessuna
automobile fermarsi, nessun passeggero salire.
Robinson propose di trascorrere la notte l, dato che erano
tutti abbastanza stanchi, in seguito avrebbero potuto
ricominciare subito la marcia, infine non ce l'avrebbero fatta
a trovare, prima che calasse il buio completo, un posto per
la notte a poco, e meglio situato. Delamarche fu d'accordo,
e il solo Karl ritenne di essere tenuto ad osservare che lui
aveva soldi sufficienti a pagare un posto per la notte, anche
in albergo, per tutti. Delamarche disse che avrebbero
ancora avuto bisogno di quei soldi, e che Karl doveva
limitarsi a conservarli bene. Non lo nascondeva mica,
Delamarche, che gi ci si facesse assegnamento, sui soldi di
Karl. Accolta la sua prima proposta, Robinson spieg poi
che, prima di dormire, dovevano per mangiare qualcosa di
nutriente per essere in forze l'indomani, e uno doveva
andare a prender da mangiare per tutti all'albergo che,
vicinissimo alla strada, luccicava con la scritta "Hotel
Occidental". Essendo il pi giovane, ed anche per il fatto che
nessun altro si faceva avanti, Karl non esit ad offrirsi per
quella incombenza, ed attravers la strada in direzione
dell'albergo, dopo aver ricevuto un'ordinazione di pancetta,
pane e birra.
Doveva esserci una citt grande nelle vicinanze, infatti gi
la prima sala dell'albergo in cui Karl entr era colma di una
folla chiassosa, e nella zona del buffet, che si estendeva
lungo tre pareti della sala, si muovevano senza sosta molti
camerieri in grembiule bianco incapaci di soddisfare gli
impazienti clienti, lo provava il fatto che si continuassero a
sentire da svariati punti diverse imprecazioni e pugni, che si
abbattevano sui tavoli. Nessuno fece caso a Karl; in quella
sala il servizio era zero, i clienti che si erano messi seduti a
tavoli minuscoli anche per tre persone, andavano a
prendere quel che desideravano al buffet. Su ogni tavolino
c'era una gran bottiglia con olio, aceto, o qualcosa del
genere, tutte le vivande prese al buffet venivano annaffiate
con il liquido della bottiglia e poi consumate. Karl
volle per prima cosa arrivare al buffet, dove con ogni
probabilit, specie in considerazione della sua grande
estensione, le difficolt sarebbero poi cominciate davvero,
dovette spingersi tra molti tavoli dove, nonostante ogni
cautela, non era possibile introdursi senza disturbare i
clienti che, ci non di meno, prendevano tutto con
indifferenza, anche quando Karl, bisogna dire, fu sbattuto
da un avventore contro un tavolino che lui avrebbe quasi
rovesciato. Si scus, per manifestamente non venne
compreso, n lui cap nulla di quanto gli si gridava.
Al buffet trov con fatica un misero posticino disponibile,
dove gli fu dato di guardare per un bel po' tra i gomiti con
cui i suoi vicini si puntellavano. Pareva un'abitudine, l,
lavorar di gomiti e pressare le mani sulle tempie altrui; Karl
fu costretto a pensare a come il professore di latino, dottor
Krumpal, aveva odiato quella condotta, e come aveva
continuato, senza farsi vedere, in segreto, ad avvicinarsi, ed
aveva, con un righello d'improvviso saltato fuori, tolto in
modo burlesco i gomiti dai tavoli.
Si appiccic al buffet, Karl, infatti, non appena si era messo
in fila, gli avevano piazzato di dietro un tavolo, e uno dei
clienti seduti l, se solo un po' si muoveva per parlare,
pesantemente toccava col suo cappellone la schiena di Karl.
Inoltre davvero c'era poco da sperare di aver qualcosa dal
cameriere, perfino quando entrambi i grassi vicini
soddisfatti se ne furono andati. Karl aveva anche afferrato,
a momenti, per il grembiule un cameriere al di sopra del
tavolo, ma sempre quello si era liberato di lui inalberando
una brutta faccia. Nessuno si poteva fermare, non facevano
altro che correre. Se almeno nei pressi ci fosse stato
qualcosa di buono da mangiare e da bere, lui l'avrebbe
preso, si sarebbe informato del prezzo, ci avrebbe messo i
soldi e sarebbe andato via felice. Ma proprio davanti a lui
c'erano solo piatti con pesci tipo aringa le cui squame nere
ai bordi avevano riflessi dorati. Pesci che dovevano esser
molto cari e non avrebbero saziato nessuno. A parte questi
pesci, c'erano a portata di mano dei bariletti di rum, ma il
rum ai suoi compagni non glielo voleva portare, sembrava
che a ogni
pie' sospinto gi ci andassero, in cerca dell'alcool della pi
alta gradazione, e lui non li voleva assecondare, in materia.
Non gli rimaneva nient'altro che tentare in un altro posto e
ricominciare con i suoi stenti. Ora per di tempo ne era gi
passato molto. L'orologio dall'altra parte della sala, le cui
lancette, aguzzando la vista attraverso il fumo, ancora si
potevano riconoscere, segnava gi le nove passate.
Ovunque al buffet, tuttavia, c'era ressa anche pi grande di
prima, in quel punto un po' marginale dove Karl s'era
messo. Oltre a ci la sala si riempiva tanto di pi quanto pi
si faceva tardi. Nuovi clienti a forza di grandi Hallo si
sparavano dentro le porte principali. In diversi punti i clienti
di propria iniziativa sgomberarono il buffet, si misero seduti
sul piano del tavolo e bevvero alla loro reciproca salute,
erano i posti migliori, si abbracciava con lo sguardo l'intera
sala.
Karl non che non si desse da fare ancora, ma non ce
l'aveva pi, una vera e propria speranza di catturare
qualcosa. Si rimproverava del fatto che, non conoscendo usi
e costumi del posto, si era offerto per quella incombenza. I
suoi compagni l'avrebbero sgridato con pieno diritto ed
avrebbero anche pensato che lui non avesse portato nulla
solo per risparmiare soldi. Ora si trovava in una zona dove
ai tavoli in giro si mangiavano piatti di carne calda con delle
belle patate gialle; gli era incomprensibile come ce
l'avessero fatta, quei tipi l.
A questo punto, non distante che pochi passi, vide davanti a
s una donna anziana, chiaro che faceva parte del personale
dell'albergo; sorridendo parlava con un avventore, senza
smettere di darci dentro con una forcina, nella sua
pettinatura. Subito si decise, Karl, ad appoggiarsi a quella
donna l, per la consegna che aveva, poich di gi lei gli
significava, come unica donna in sala, una eccezione
rispetto al generale disordine della corsa alla pappatoria, e
poi anche per la semplice ragione che era l'unica impiegata
dell'albergo che si potesse bloccare, a parte il fatto che non
scapp via, occupatissima, alla prima parola rivoltale da
Karl. Proprio il contrario. Karl non le aveva ancora rivolto la
parola, solo l'aveva puntata appena, quando lei, come
capita, mentre si chiacchiera, di guardar da una parte, butt
uno sguardo su
Karl e, interrompendo la chiacchiera, gentilmente e in un
inglese che pareva quello del libro di grammatica, gli
domand cosa cercava.
"Niente", disse Karl, " qui non mi riesce di arrivare a nulla."
"Allora venite con me, piccolino", disse lei, si separ dal suo
conoscente che si tolse il cappello, cosa che l pareva una
incredibile cortesia, prese Karl per la mano, and al buffet,
spost un avventore, apr uno sportello nel piano del tavolo,
attravers il corridoio che c'era dietro, dove si doveva stare
attenti ai camerieri che si muovevano instancabili, apr una
porta tappezzata a due battenti, e subito si trovarono in una
grande e fredda dispensa. Niente da fare, il meccanismo
che si deve conoscere, si disse Karl.
"Dunque, che cosa volete?" e si pieg servizievole verso di
lui. Era parecchio grassa, la pancia le straboccava, ma il
viso, in proporzione, aveva una conformazione quasi
delicata. A vedere le tante cose da mangiare che in
bell'ordine l si trovavano accuratamente disposte su
scansie e tavoli, Karl fu tentato di inventarsi, ai fini della
sua consegna, una cenetta un po' meno grossolana, in
particolare perch poteva aspettarsi da questa donna
influente di venir servito sotto costo, da ultimo per
ricadde, non venendogli in mente nulla di adatto, in
pancetta pane e birra.
"Nient'altro?", domand la donna.
"Grazie, no", disse Karl, "ma per tre persone."
Alla domanda della donna sugli altri due, Karl raccont in
poche parole dei suoi compagni - un po' gli piaceva
riceverne, di domande.
"Ma mangiare da carcerati", disse la donna e si mise in
chiara attesa di ulteriori desideri di Karl. Che ora per aveva
timore che lei volesse fargli un regalo e non volesse soldi,
ragion per cui tacque. "Ci vorr un attimo a preparare
questa roba", disse la donna andando con agilit
stupefacente, in considerazione della sua stazza, a un
tavolo, dove tagli un gran pezzo di pancetta bello
stratificato di carne con un lungo coltello sottile a lama
seghettata, prese da una scansia una forma di pane, lev da
terra tre bottiglie di birra e mise tutto in un comodo paniere
impagliato che porse a Karl. Nel frattempo gli spieg che
l'aveva condotto l per il fatto che la roba da mangiare di l
sul buffet perdeva la sua freschezza, immancabilmente, a
causa del fumo e del gran trasudamento, nonostante la
rapidit dello smercio. Per quella gente di l comunque
andava tutto abbastanza bene. Karl non disse pi nulla, ora,
perch non sapeva a che titolo si meritasse quel
trattamento speciale. Pens ai suoi compagni che magari,
per quanto ottimi conoscitori dell'America, in quella
dispensa l non ci sarebbero penetrati e avrebbero dovuto
accontentarsi della robaccia da mangiare del buffet. Dalla
sala non si sentiva nessun rumore, l, per tenerla fredda
quanto bastava, quella specie di cripta, le pareti dovevano
essere parecchio spesse. Da un po' l'aveva in mano, il cesto,
ma a pagare non ci pensava, Karl, e non si muoveva. Solo
quando la donna volle metterci una bottiglia
supplementare, tipo quelle che di l stavano sui tavoli, nel
cesto, ringrazi spaventato.
"Ci avete ancora da camminare parecchio?" domand la
donna.
"Fino a Butterford", rispose Karl.
"E' molto lontano", disse lei.
"Un giorno di viaggio", disse lui.
"Non di pi?", domand lei.
"No no", disse lui.
La donna rifece ordine sul tavolo, entr un cameriere alla
ricerca di qualcosa, allora fu indirizzato dalla donna ad un
gran piatto dov'era disteso un mucchio di sardine cosparso
di un po' di basilico, e poi port a man sollevata questo
piatto l fuori, nella sala.
"Ma perch volete proprio pernottare all'aperto?" domand
lei. "Qui ci si ha posto sufficiente. Dormite da noi in
albergo."
Il che era davvero allettante per Karl, specialmente perch
la notte prima l'aveva passata parecchio male.
"Ho il bagaglio l fuori", disse lui esitante e non del tutto
senza vanit.
"Basta che lo portiate qui", disse lei, "non mica un
impedimento."
"Ma i miei compagni?" disse lui subito, rendendosi conto che
loro di certo lo erano, un impedimento.
"Ma possono pernottare qui anche loro, naturale", disse lei.
"Venite e
basta! Non vi fate pregare tanto."
"Sono s delle brave persone", disse lui, "per non sono
puliti."
"Non l'avete visto il sudiciume in sala?" domand lei
contraendo il viso. "Da noi ci pu venire il peggio. Far
preparare subito tre letti. Va bene, niente di pi della
soffitta, l'albergo pieno, anch'io sono finita in soffitta,
sempre meglio che all'aperto, comunque."
"Non posso portare con me i miei compagni", disse lui. Si
figurava che razza di confusione avrebbero portato tutti e
due per i corridoi di questo elegante albergo; Robinson
avrebbe insudiciato tutto e Delamarche senza meno quella
donna l l'avrebbe infastidita.
"Non so perch debba essere impossibile", disse lei, "ma se
volete cos, allora lasciate i compagni l fuori e venite da
solo."
"No no, non va bene", disse lui, " si tratta dei miei
compagni, devo restare con loro."
"Siete testardo", disse lei e guard altrove, "vi si consiglia
bene, vi si potrebbe giovare, e voi vi opponete con tutte le
forze." Lui ammise tutto, ma non sapeva alcuna via d'uscita,
ragion per cui si limit a dire: "Il mio miglior grazie per la
vostra gentilezza." Poi si ricord che ancora non aveva
pagato e chiese quant'era.
"Pagate quando mi riportate il cesto", disse lei. "Lo devo
riavere domattina all'alba al pi tardi."
"Certo", disse lui. Lei apr una porta che dava proprio
all'esterno e ripet, intanto che lui usciva con un inchino:
"Buona notte, ma non state agendo come si deve." Lui era
gi di alcuni passi oltre, ed allora gli grid dietro:
"Arrivederci a domani!"
Non appena fuori lui risent di nuovo il frastuono provenire,
implacabile, dalla sala, ora mescolato al clamore di
un'orchestra di fiati. Era felice di non esser stato costretto a
passarci dentro. L'albergo adesso era illuminato in tutti i
suoi cinque piani e rischiarava davanti a s la strada in tutta
la sua larghezza. L fuori continuavano, anche se non
ininterrottamente, a passare automobili che da lontano si
facevano via via pi grandi con maggiore rapidit che non di
giorno, con gli strali dei loro fari saggiavano il pavimento
stradale, incrociavano con luci livide il
tratto illuminato dell'albergo e si affrettavano sfavillanti nel
buio.
I compagni Karl li trov profondamente addormentati, del
resto lui si era trattenuto via troppo tempo. Aveva per
l'appunto intenzione di disporre in modo appetitoso quel
che aveva portato su fogli di carta che trov nel cesto, per
svegliare subito i compagni quando tutto fosse stato
pronto, allorch orripilato vide la sua valigia, lasciata chiusa
e la cui chiave lui portava in tasca, completamente aperta,
mentre il contenuto era sparpagliato intorno nell'erba.
"Sveglia!" grid. "Voi dormite e intanto c'erano i ladri."
"Ma ci manca qualcosa?" domand Delamarche. Robinson
ancora non era del tutto sveglio e gi dava di piglio alla
birra.
"Non so", grid Karl, "ma la valigia aperta. E' proprio
un'imprudenza mettersi a dormire e lasciar qui la valigia a
disposizione.."
Delamarche e Robinson risero, e il primo disse: "Dovevate in
primissimo luogo non restare l tanto a lungo. L'albergo a
dieci passi, e voi ci avete messo, andata e ritorno, tre ore.
C'abbiamo avuto fame, abbiamo pensato che voi potevate
avere qualcosa da mangiare in valigia e la serratura
l'abbiamo tanto sfruculiata che alla fine si aperta. Del
resto non c'era nulla dentro e voi la potete rifare
tranquillamente."
"Ecco", disse Karl fissando il cesto che alla svelta si vuotava,
udendo inoltre il particolare rumore che Robinson
produceva nel bere, infatti il liquido prima gl'ingorgava la
strozza, poi faceva un risucchio, una sorta di fischio, per
calargli infine gi in profondit a gran sorsate.
"Avete finito di mangiare?", domand, quando i due
ripresero fiato un momento.
"Ma voi avete gi mangiato nell'albergo?", domand
Delamarche ritenendo che Karl reclamasse la sua parte.
"Se volete ancora mangiare, sbrigatevi", disse Karl andando
alla sua valigia.
"Pare che sia di malumore", disse Delamarche a Robinson.
"Nessun malumore", disse Karl, "ma vi sembra giusto
scassinare mentre sono assente la mia valigia e buttar fuori
quel che c' dentro? Lo so che tra compagni si deve avere
molta pazienza, ed io ci sono anche
preparato, ma questo troppo. Pernotter in albergo e a
Butterford non ci vado. Mangiate alla svelta, devo riportare
il cesto."
"Nota bene, Robinson, cos si parla", disse Delamarche,
"ecco il modo giusto di parlare. Non a caso lui tedesco. Tu
mi hai avvisato di stare attento, ma io sono stato un vero
matto e l'ho preso con noi. Ne abbiamo avuto fiducia, ce lo
siamo tirato dietro per un giorno intero, abbiamo perso
almeno mezza giornata e ora - chiss chi lo ha circuito, l
nell'albergo - se ne va via da noi, semplicemente se ne va.
Ma, dato che un falsone di tedesco, non lo fa
apertamente, cerca il pretesto della valigia, e dato che un
cafone di tedesco non ce la fa a andar via senza ferirci
nell'onore e senza darci del ladro, solo perch gli abbiamo
fatto uno scherzuccio con la sua valigia."
Karl, che rimetteva a posto la sua roba, senza voltarsi disse:
"Continuando a parlare cos, me lo fate pi facile il me ne
vado. Lo so benissimo cos' il cameratismo. Ci ho avuto
amici, in Europa, e nessuno mi pu rimproverare di essermi
comportato nei suoi confronti in modo falso e segreto. Ovvio
che ora siamo slegati, ma se dovessi ritornare in Europa,
una volta, tutti mi accoglierebbero bene e mi
riconoscerebbero subito come loro amico. Delamarche,
Robinson, avrei dovuto tradirvi perch, cosa che io mai
negher, siete stati cos gentili di accettarmi e di
prospettarmi un posto di apprendista a Butterford?Ma si
tratta di qualcos'altro. Voi siete nullatenenti, e ci non vi
abbassa minimamente ai miei occhi, tuttavia siete invidiosi
del poco che possiedo e cercate perci di sottomettermi,
questo mi insopportabile. E ora, dopo che avete
scassinato la mia valigia, nemmeno vi scusate, ma insultate
me ed il mio popolo - con ci togliendomi ogni possibilit di
restare con voi. Del resto tutto questo non vale in
particolare per voi, Robinson. Contro il vostro carattere ho
da obbiettare soltanto che siete troppo dipendente da
Delamarche."
"Lo vediamo bene", disse Delamarche andando da Karl e
dandogli un colpetto come per richiamarne l'attenzione, "lo
vediamo bene com' che vi tirate fuori dal bozzolo, voi.
Tutto il giorno dietro, mi siete stato a camminare, vi siete
tenuto alla mia giacca, avete imitato ogni mio
movimento, oppure stavate fermo come un topolino. Invece,
ora che nell'albergo avete intuito qualche appoggio,
cominciate a fare la voce grossa. Voi siete un volponcino e
ancora io proprio non lo so se noi la prenderemo cos
tranquilla, questa cosa qui. Se non vi mettiamo in conto la
tassa per quanto avete visto e imparato durante la giornata.
Allora, Robinson, noi lo invidiamo - dice lui - per quel che
possiede. Un giorno di lavoro a Butterford - per non parlare
della California - e noi ci abbiamo dieci volte di pi di quel
che ci avete messo in mostra voi e che ancora magari ci
avete, di nascosto nella fodera della giacca. Dunque, occhio
a come parlate!"
Karl s'era tirato su dalla sua valigia e vide Robinson, ancora
insonnolito ma un po' vivacizzato dalla birra, venirgli sotto.
"Se resto ancora molto qui", disse, "potrei far la prova di
sorprese ulteriori. Sembra che abbiate voglia di
bastonarmi."
"Ogni pazienza ha un limite", disse Robinson.
"Meglio che stiate zitto, Robinson", disse Karl senza levare
gli occhi da Delamarche, "dentro di voi mi date ragione, ma
all'esterno dovete stare per Delamarche!"
"Volete forse sedurlo?" domand Delamarche.
"Non ci penso neanche", disse Karl. "Sono felice di
andarmene e non voglio aver pi niente a che fare con voi.
Voglio dire solo un'altra cosa. Voi mi avete fatto il
rimprovero di aver soldi e di tenerveli nascosti. Ammesso
che sia vero, non era una cosa molto ben fatta, nei confronti
di persone che conoscevo da un paio d'ore? E non me la
confermate anche ora, con la vostra condotta, la giustezza
d'un simile modo di fare?"
"Resta calmo", disse Delamarche a Robinson, per quanto
questi non si muovesse. Quindi a Karl domand:"Visto che
siete cos sfacciatamente schietto e che ci troviamo qui
insieme alla buona, portatela per oltre, questa schiettezza,
e confessate perch veramente volete andare nell'albergo."
Karl fu costretto ad arretrare di un passo al di sopra della
valigia, tanto Delamarche gli si era fatto sotto. Ma
Delamarche non si lasci confondere, spinse da parte la
valigia, avanz di un passo e mise un piede su uno sparato
bianco che era rimasto nell'erba, e rifece la sua
domanda.
Come per rispondergli, dalla strada sal verso il gruppo un
uomo con una lampadina tascabile accesa. Si trattava di un
cameriere dell'albergo. Appena adocchiato Karl disse: "Vi
sto cercando quasi da mezz'ora. Ho esplorato di gi tutte le
siepi ai lati della strada. Cio, la signora capocuoca vi
manda a dire che ha urgente bisogno del cesto che vi ha
prestato."
"Eccolo qui", disse Karl emozionato, con una voce incerta.
Delamarche e Robinson si erano fatti da parte con
apparente umilt, come sempre facevano con persone
estranee di buona condizione. Il cameriere prese il cesto e
disse: "Inoltre la signora capocuoca vi manda a chiedere se
non ci avete pensato e forse volete pernottare in albergo.
Anche i due altri signori sarebbero benvenuti, se avete
intenzione di portarli con voi. I letti sono gi pronti. La notte
calda. s, ma dormire qui sulla non cos privo di pericoli,
ci si trovano parecchie volte serpenti."
"Visto che la signora capocuoca cos gentile, accetter il
suo invito", disse Karl e aspett che i suoi compagni si
esprimessero. Ma Robinson restava muto e Delamarche
guardava le stelle tenendo le mani in tasca. Entrambi con
chiarezza ci contavano, che Karl li portasse con s.
"In tal caso", disse il cameriere, "ho l'incarico di condurvi in
albergo e di portarvi il bagaglio."
"Allora aspettate per favore ancora un momento", disse Karl
chinandosi per mettere in valigia alcune cose che ancora
erano sparse in giro.
Di colpo si rizz. La fotografia mancava, era stata messa
sopra tutto il resto in valigia e non si trovava da nessuna
parte. Tutto era completo, mancava solo la fotografia. "Non
riesco a trovare la fotografia", disse a mo' di preghiera a
Delamarche.
"Quale fotografia?" domand questi.
"Quella dei miei genitori", disse Karl.
"Non abbiamo visto nessuna fotografia", disse Delamarche.
"Non c'era nessuna fotografia, l, signor Rossmann",
conferm anche Robinson da parte sua.
"Ma non possibile", disse Karl, ed il suo sguardo
supplichevole and al
cameriere. "Era sopra il resto della roba, e ora sparita. Era
meglio se lo scherzo della valigia non me lo facevate."
"Ogni errore escluso", disse Delamarche, "nella valigia non
c'era nessuna fotografia."
"Ci tenevo pi che a tutto il resto che ci avevo in valigia",
disse Karl al cameriere, che andava cercando in giro
nell'erba. "Voglio dire, insostituibile, non ne 'ho un'altra."
E quando il cameriere rinunci all'inutile ricerca, aggiunse:
"Si trattava dell'unica immagine che possedevo dei miei
genitori."
Ragione per cui il cameriere a voce alta, senza eufemismi,
disse: "Magari potremmo anche perquisire le tasche dei
signori."
"Certo", disse subito Karl, "io la fotografia la devo trovare.
Ma prima di rovistare le tasche, dico anche questo, chi mi
d di sua volont la fotografia si prende la valigia piena."
Dopo un momento di silenzio generale Karl disse al
cameriere: "I miei compagni, chiaro, richiedono l'esame
delle tasche. Ma ora arrivo a promettere la valigia intera a
quello cui viene trovata in tasca la fotografia. Di pi non
posso fare."
Subito il cameriere si mise a perquisire Delamarche, che
sembrava pi difficile da maneggiare di Robinson, che il
cameriere lasci a Karl. E richiam la sua attenzione sul
fatto che entrambi dovessero essere perquisiti
contemporaneamente, perch senn uno di nascosto
avrebbe potuto metter da parte la fotografia. Di primo
acchito Karl trov in tasca a Robinson una cravatta che gli
apparteneva, ma non la prese e grid al cameriere:
"Qualsiasi cosa troviate a Delamarche per favore
lasciategliela. Voglio solo la fotografia, nient'altro."
Perquisendo le tasche di Robinson Karl tocc il caldo, grasso
petto di Robinson, e divenne consapevole del fatto che forse
si rendeva colpevole nei confronti del compagno. Cerc di
sbrigarsi al massimo. Comunque fu tutto inutile, n a
Robinson n a Delamarche fu trovata la fotografia.
"E' inutile", disse il cameriere.
"Probabile che abbiano strappato la foto e che l'abbiano
buttata via",
disse Karl, "pensavo che fossero amici, ma in segreto
volevano soltanto danneggiarmi. Non Robinson in
particolare, cui non sarebbe neanche venuto in mente che la
fotografia avesse un tale valore per me, ma soprattutto
Delamarche." Karl davanti a s vedeva solo il cameriere con
il cerchietto acceso della sua torcia, mentre tutto il resto,
anche Delamarche e Robinson, era sprofondato nel buio.
Com' naturale non c'era pi da parlarne, di portare i due
nell'albergo. Il cameriere si butt la valigia su una spalla,
Karl prese il cesto, e se ne andarono. Gi in strada, Karl
interruppe i suoi pensieri, si ferm e grid in direzione del
buio: "Ascoltatemi, una buona volta, se uno di voi ce l'ha
ancora, la fotografia, e me la vuol portare nell'albergo -
l'offerta della valigia vale ancora, per lui, e non sar
denunciato, lo giuro." Non ci fu nessuna udibile risposta
vera e propria, solo una mezza parola, l'inizio d'una voce di
Robinson, cui con chiarezza Delamarche tapp subito la
bocca. Karl aspetto ancora un po' se magari l sopra non
veniva deciso qualcos'altro. Due volte grid da lontano: "Ci
sono ancora!" Ma nessun suono rispose, una pietra soltanto
rotol sulla scarpata, un caso o un tiro sbagliato.

5
Hotel Occidental

Nell'albergo Karl venne subito condotto in una specie di


ufficio nel quale la capocuoca, con in mano un promemoria,
dettava una lettera ad una giovane dattilografa. La
dettatura, estremamente precisa, il controllato ed elastico
battito sui tasti, tenevano dietro al deciso ticchettare
dell'orologio alla parete, che gi segnava quasi le undici e
mezzo. "E dunque!", disse la capocuoca, chiuse il
promemoria, la ragazza salt su e rovesci il coperchio di
legno sulla macchina da scrivere, senza togliere, nel far tale
lavoro a lei abituale, gli occhi da Karl. Aveva ancora
l'aspetto di una scolaretta, nonostante il viso
sorprendentemente serio, il grembiule stirato con cura,
esemplarmente pieghettato sulle
spalle, i capelli ben raccolti. Dopo essersi inchinata, prima
verso la capocuoca, poi verso Karl, si allontan, e Karl senza
volere guard interrogativamente la capocuoca.
"Per che bello, che siate venuto, alla fine", disse la
capocuoca. "E i vostri compagni?"
"Non li ho portati con me", disse Karl.
"Riprendono la marcia presto davvero", disse la capocuoca,
come per spiegarsi la cosa.
Non lo pensa, che anch'io mi metta in marcia? - si domand
Karl, e per questo disse: "Ci siamo trovati in reciproco
disaccordo."
La capocuoca sembr prender ci come una buona notizia.
"Allora siete libero?", domand.
"S, sono libero", disse Karl, e nulla gli sembr pi insulso.
"Ascoltate, non potreste accettare un posto qui
nell'albergo?" domand la capocuoca.
"Molto volentieri", disse Karl, "ma sono un disastro in fatto
di istruzione. Per esempio, non riesco neanche a scrivere a
macchina."
"Non la cosa pi essenziale", disse la capocuoca.
"Ricevereste provvisoriamente solo un collocamento molto
modesto, e poi dovreste, con diligenza e attenzione, fare in
modo di migliorarlo. Comunque sia, io credo che per voi
sarebbe meglio e pi adatto stabilirvi da qualche parte,
invece di girovagare per il mondo. Non mi sembrate fatto
per questo."
Anche lo zio sottoscriverebbe tutto, di questo discorso, si
disse Karl, ed accenn un assenso. Nello stesso tempo si
ricord che lui, di cui ci si era tanto presi cura, non si era
ancora presentato. "Perdonate, prego", disse, "ancora non
mi sono presentato, mi chiamo Karl Rossmann."
"Siete tedesco, nevvero?"
"S", disse Karl, "non tanto che sono in America."
"Ma di dove siete?"
"Di Praga, in Boemia", disse Karl.
"Ma guarda!", grid la capocuoca in un tedesco dall'accento
fortemente inglese, ed alz le braccia, "ma allora siamo
compatrioti, io mi chiamo
Grete Mitzelbach e sono di Vienna. Praga la conosco
benissimo, sono stata impiegata per sei mesi all'Oca d'oro in
Wenzelsplatz. Ma pensa un po'!"
"Quando?" domand Karl.
"E' stato molti anni or sono."
"La vecchia Oca d'oro", disse Karl, " stata demolita due
anni fa."
"Gi, si capisce", disse la capocuoca, tutta presa dai
pensieri sui tempi andati.
Ad un tratto per, di nuovo facendosi piena di slancio, disse,
prendendo le mani di Karl: "Ora che so che voi siete mio
compatriota, non potete permettervi di andar via da qui a
nessun prezzo. Non potete permettervi di farmelo. Avreste
voglia, per esempio, di diventare un ragazzo addetto agli
ascensori? Basta che diciate di s e lo siete. Se siete stato in
giro un pochino lo saprete, non particolarmente facile
avere posti simili, si tratta infatti dell'inizio migliore che ci
si possa figurare. Voi vi muovete insieme a tutti i clienti, vi
si vede sempre, vi si d qualche piccola incombenza; in
breve, ogni giorno avete la possibilit di migliorare. Di tutto
il resto lasciate che mi occupi io."
"Addetto agli ascensori potrei esserlo ben volentieri", disse
Karl dopo una breve pausa. Sarebbe stata una grande
sciocchezza, in considerazione dei suoi cinque anni di
ginnasio, avere riserve contro il posto di addetto agli
ascensori. Sarebbe stato meglio, l in America,
vergognarsene, dei cinque anni di ginnasio. Del resto i
ragazzi addetti agli ascensori a Karl erano sempre piaciuti,
gli erano sembrati il bello degli alberghi.
"Sono necessarie conoscenze linguistiche?" domand.
"Voi parlate tedesco ed un buon inglese, questo basta."
"L'inglese l'ho imparato giusto in America in un paio di
mesi", disse Karl, credeva di non dover tacere i suoi pregi.
"Ci parla gi a vostro favore", disse la capocuoca, "se
penso alle difficolt che mi ha dato l'inglese. Del resto gi
sono passati trent'anni. Ne parlavo proprio ieri. Voglio dire,
ieri era il mio cinquantesimo compleanno." E prov a capire
l'impressione che la dignit di tal numero di anni faceva su
Karl dalla
sua faccia.
"Allora vi auguro molta fortuna", disse Karl.
"Se ne pu sempre aver bisogno, di fortuna", disse lei,
strinse la mano a Karl e si rattrist un poco di quel vecchio
modo di dire della terra natia che le era venuto in mente
parlando in tedesco.
"Ma io vi trattengo qui", esclam poi. "Di certo siete molto
stanco, e noi potremmo parlare assai meglio di tutto quanto
di giorno. La gioia di aver incontrato un compatriota rende
spensierati. Venite, vi condurr nella vostra stanza."
"Ho ancora una preghiera, signora capocuoca", disse Karl
alla vista dell'apparecchio telefonico, che si trovava sul
tavolo, " possibile che domani, forse molto presto, i miei
fin qui compagni mi portino una fotografia di cui ho urgente
bisogno. Sareste cos gentile da telefonare al portiere? Lui
potrebbe mandarmeli o farmi alzare."
"Certo", disse la capocuoca, "ma non basterebbe che lui se
la facesse dare? Che genere di fotografia , se lecito?"
"Si tratta di una fotografia dei miei genitori", disse Karl.
"No, devo proprio parlarci, con loro." La capocuoca non
disse altro, e dette telefonicamente l'ordine che serviva in
portineria, menzionando il come numero della stanza di
Karl.
Poi attraversarono una porta di faccia a quella d'entrata e
passarono dentro un corridoietto dove stava dormendo,
appoggiato alla balaustra d'un ascensore, un piccolo
addetto. "Anche noi possiamo servircene", disse la
capocuoca piano, e fece entrare in ascensore Karl. "Un
orario di lavoro di dieci dodici ore quasi un po' troppo per
un ragazzino cos", disse quindi, intanto che salivano. "Ma in
America tipico. Ecco questo ragazzino, per esempio, anche
lui arrivato qui con i suoi genitori da sei mesi, un
italiano. Ora sembra impossibile che sopporti il lavoro, ha il
volto scarno, si addormenta in servizio, per quanto sia di
natura molto volenterosa - ma ancora sei mesi di servizio,
qui o da qualche altra parte in America, e regger tutto con
facilit, e in cinque anni sar un uomo robusto. Di esempi
simili vi potrei raccontare per ore. Non che pensi a voi, per
niente, voi siete un ragazzo robusto; avete diciassette
anni, no?"
"Tra un mese sedici", rispose Karl.
"Addirittura solo sedici!", disse la capocuoca. "Ebbene,
animo!"
Di sopra condusse Karl in una stanza che aveva una parete
obliqua come una soffitta, tuttavia per il resto sembrava
abitabilissima in fatto d'illuminazione, infatti disponeva di
due lampade ad incandescenza. "Non vi spaventate per la
sistemazione", disse la capocuoca, "voglio dire, non una
stanza dell'albergo, ma del mio appartamento, che ne ha
tre, ragione per cui non mi disturbate affatto. Chiudo le
porte di comunicazione in modo che voi restiate del tutto
indisturbato. Domani, come nuovo dipendente dell'albergo,
riceverete com' naturale la vostra cameretta. Se foste
venuto con i vostri compagni vi avrei fatto preparare il letto
nel dormitorio degli inservienti, ma visto che siete solo
penso che vi andr di pi star qui, anche se dovete dormire
su un sof. Ed ora dormite bene, per rinforzarvi in vista del
servizio. Domani non sar troppo faticoso."
"Vi ringrazio molto per la vostra gentilezza."
" Aspettate", disse lei fermandosi sul punto di uscire, "qui
per potreste essere svegliato presto", and ad una porta
laterale della stanza, buss e grid: "Therese!"
"S, signora capocuoca", era la voce della piccola
dattilografa.
"Quando vieni a svegliarmi devi passare dal corridoio, qui
nella stanza c' un ospite. Stanco morto." Sorrise a Karl,
mentre lo diceva. "Hai capito?"
"S, signora capocuoca."
"Allora buona notte!"
"Vi auguro una buona notte anch'io."
"A dir la verit", disse la capocuoca a mo' di spiegazione,
"da alcuni anni dormo davvero male. Certo, ora posso esser
contenta della mia posizione e non devo preoccuparmi.
Devono essere gli strascichi delle mie vecchie ambasce a
causarmi quest'insonnia. Se mi addormento verso le tre di
mattina posso esser contenta. Dato tuttavia che devo
essere di nuovo al lavoro gi verso cinque, al pi tardi alle
sei, mi tocca
farmi svegliare, per in modo delicatissimo, per non
diventare ancor pi nervosa di quel che sono. Ed la
Therese qui che mi sveglia. Ora per davvero sapete tutto
ed io resto qui. Buona notte!" E a dispetto della sua
pesantezza quasi guizz fuori dalla stanza.
Karl fu contento di dormire, la giornata lo aveva parecchio
strapazzato. E non poteva desiderare un ambiente pi
comodo per un lungo sonno indisturbato. La stanza non era
destinata a camera da letto, era piuttosto un soggiorno, o
meglio un locale di rappresentanza della capocuoca, per lui
era stato portato proprio per l'occasione un lavamani, per
Karl non si sent come un intruso, ma ancor di pi oggetto di
attenzione. La sua valigia era stata ben sistemata e gi da
un bel po' non era stata pi al sicuro. Sopra un basso
cassettone coperto da un lavoro a maglia si trovavano
diverse fotografie incorniciate e sotto vetro; osservando la
stanza Karl si ferm a guardarle. Per lo pi erano vecchie
fotografie che rappresentavano in maggioranza fanciulle
che, in abiti scomodi all'antica, con cappellini pretenziosi
appoggiati precariamente sul capo, la mano destra
appoggiata su un ombrello, guardavano altrove rispetto
all'osservatore. Tra i ritratti maschili a Karl piacque in
particolare quello di un giovane soldato, aveva appoggiato il
chep su un tavolino e gagliardamente se ne stava l con la
sua ribelle capigliatura nera colmo di una superba ancorch
trattenuta risata. I bottoni dell'uniforme erano stati indorati
successivamente alla fotografia. Tutte quante venivano
dall'Europa, questo lo si sarebbe potuto esattamente
rilevare sul retro, ma Karl non volle prenderle in mano.
Come quelle che si trovavano l anche la fotografia dei suoi
genitori lui l'avrebbe sistemata nella sua futura stanza.
Dopo una buona lavata generale che, a causa della sua
vicina, si era sforzato di effettuare pi piano che poteva,
stava stendendosi pregustando il sonno sul suo canap
allorquando cred di udire un leggero bussare ad una porta.
Non si riusciva a stabilire a quale porta, poteva essere
anche solo un rumore casuale. Non si ripet neppure, il
bussare, e Karl quasi dormiva quando capit di nuovo. Ora
per era indubbio che era un bussare e che veniva dalla
porta della dattilografa.
Karl in punta di piedi and alla porta e, tanto piano che, se
nonostante tutto l vicino si dormiva, non avrebbe potuto
svegliare nessuno, domand: "Desiderate qualcosa?"
Subito ed altrettanto piano venne la risposta: "Non potreste
aprire la porta? La chiave infilata dalla parte vostra."
"Prego", disse Karl, "devo solo vestirmi, per prima cosa."
Senza pausa si ud: "Non serve. Aprite e mettetevi a letto,
aspetter un po'."
"Va bene", disse Karl, ed esegu, solo che accese anche la
luce. "Ci sono gi", disse poi a voce un po' pi alta. Dato che
veniva, dalla sua camera rimasta al buio, vestita
esattamente come gi in ufficio, la piccola dattilografa non
aveva per tutto quel tempo davvero pensato ad andare a
dormire.
"Scusatemi tanto", disse e stette un poco chinata verso il
giaciglio di Karl, "e non traditemi, per favore. Non voglio
disturbarvi a lungo, so che siete stanco morto."
"Non esageriamo", disse Karl, "ma sarebbe stato meglio,
forse, che io mi fossi vestito." Doveva star l irrigidito per
potersi coprire fino alla gola, infatti non indossava camicia
da notte.
"Ma resto solo un momento", disse lei e prese una sedia.
"Posso sedermi vicino al canap?". Karl annu. Allora si mise
seduta cos vicino al canap che Karl fu costretto ad
arretrare verso la parete, per poterla guardare. Aveva un
viso rotondo, regolare, soltanto la fronte era alta in modo
inconsueto, ma ci poteva dipendere, forse, solo dalla
pettinatura, che non le donava. L'abito era assai a posto ed
accurato. Nella mano sinistra tormentava un fazzolettino.
Domand: "Resterete a lungo?"
"Non ancora del tutto stabilito", rispose Karl, "ma penso
che rester."
"Voglio dire, sarebbe ottimo", disse lei passandosi il
fazzoletto sul viso, "voglio dire, qui sono tanto sola,"
"Mi stupisce", disse Karl. "La signora capocuoca cos
gentile con voi. Non vi tratta come un'impiegata. Pensavo
che voi foste parente."
"Oh no", disse lei, "io mi chiamo Therese Berchtold, sono
della Pomerania."
Anche Karl si present. Dopodich lei lo guard in faccia per
la prima volta, quasi che, dicendole il nome, lui le fosse
divenuto un po' pi estraneo. Tacque un momento, lei. Poi
disse: "Non dovete credere che sia ingrata. Senza la signora
capocuoca mi andrebbe molto peggio come orario. Prima
ero in cucina, qui nell'albergo, e gi in gran pericolo di venir
licenziata perch non potevo reggere il lavoro pesante. Qui
si pretende moltissimo. Un mese fa una ragazza in cucina
svenuta a causa della fatica eccessiva ed rimasta in
ospedale per quattordici giorni. E io non sono molto forte,
da piccola ho avuto molti guai e perci sono rimasta un po'
indietro nello sviluppo; non lo direste che ho gi diciotto
anni. Ma ora mi faccio di gi pi forte."
"Il servizio qui dev'essere davvero faticoso", disse Karl. "Or
ora ho visto un addetto agli ascensori dormire in piedi."
"A loro va ancora benone", disse lei. "guadagnano i loro bei
soldi in mance e in definitiva non sono costretti a
tormentarsi come chi lavora in cucina. Ma alla fine ho avuto
fortuna, la signora capocuoca una volta ha avuto bisogno di
una ragazza che disponesse i tovaglioli per un banchetto, ha
mandato a chiamare da basso dove siamo noi sguattere, ce
ne sono una quindicina di queste ragazze, io ero a portata di
mano e l'ho molto soddisfatta, infatti nella sistemazione per
ritto dei tovaglioli sono sempre stata brava. E cos lei da
allora mi ha tenuto vicina e piano piano mi ha addestrata
come sua segretaria. Ci ho imparato molto."
"Ma c' cosi' tanto da scrivere?" domand Karl.
"Eh, moltissimo", rispose lei, "voi nemmeno potreste
immaginarlo. Lo avete pur visto, che oggi ho lavorato fino
alle undici e mezzo, e oggi un giorno normalissimo. Non
che scriva di continuo, ma ho molte incombenze in citt."
"Ma come si chiama, la citt?"domand Karl.
"Non lo sapete?", disse lei, "Ramses."
"E' grande?" domand Karl.
"Molto", rispose lei, "io non ci vado volentieri. Ma davvero,
non volete mettervi a dormire?"
"No no", disse Karl, " ancora non so nemmeno perch siete
venuta qui."
"Perch non posso parlare con nessuno. Non sono una
difficile, ma quando davvero per una persona non c'
nessuno, allora si fortunati, infine, di venir ascoltati da
qualcuno. Vi ho gi visto gi nella sala, stavo venendo a
chiamare la signora capocuoca, quando lei vi ha portato
nella dispensa."
"E' un posto spaventoso, la sala."
"Non ci faccio gi pi caso", rispose lei. "Ma io volevo dire
solo che la signora capocuoca davvero tanto gentile con
me, come lo era soltanto mia madre. Ma tra me e lei c' una
differenza di posizione troppo grande perch io possa
parlare con lei liberamente. Tra le sguattere prima ci avevo
delle buone amiche, ma da molto non si trovano pi qui, e le
nuove le conosco appena. In fondo a volte mi pare che il
lavoro che faccio ora sia pi faticoso di quello di prima, che
neanche lo svolga tanto bene, io, e che la signora capocuoca
mi tenga in questo posto solo per compassione. In fondo
bisogna aver avuto davvero una migliore istruzione
scolastica per diventare segretaria. Non va bene, dirlo, ma
sempre pi spesso ho paura di impazzire. Bont divina",
disse all'improvviso parlando svelta svelta, ed afferr d'un
tratto la spalla di Karl, dato che lui le mani le teneva sotto
la coperta, "non permettetevi di farne parola alla signora
capocuoca, o sono davvero perduta. Se, oltre alle difficolt
che le causo con il mio lavoro, dovessi anche darle
dispiaceri, sarebbe davvero il massimo."
"Si capisce da s che non dir nulla", rispose Karl.
"Allora va bene", disse lei, "e restateci, qui. Mi farebbe
piacere e noi potremmo darci una mano, se vi va. Gi
quando vi ho visto per la prima volta ho avuto fiducia in voi.
E ci nonostante - pensate che carogna che sono - ho avuto
paura che la signora capocuoca potesse mettervi al mio
posto come segretario e licenziarmi. Dapprima, quando a
lungo sono stata seduta da sola mentre voi eravate
nell'ufficio, mi sono preparata alla cosa cos, che sarebbe
perfino ottimo se voi prendeste il mio lavoro, che di fatto
comprendereste sicuramente meglio. Se delle incombenze
in citt voi non voleste occuparvi, questo lavoro potrei
davvero farlo io. Altrimenti in cucina certo sarei molto pi
utile, specialmente perch sono
diventata anche un po' pi robusta."
"La cosa gi sistemata", disse Karl, "io divento addetto
agli ascensori, e voi restate segretaria. Se per alludete ai
vostri piani, anche un minimo, con la signora capocuoca, io
svelo anche il resto che oggi mi avete detto, tanto ci mi
addolorerebbe."
Questo tono agit Therese al punto che si gett gi accanto
al letto e premette il viso sulle coperte gemendo.
"Non svelo nulla", disse Karl, "ma nemmeno voi avete il
permesso di dir nulla."
Ora non ci riusc pi a starsene tutto irrigidito sotto la
coperta, le accarezz un poco un braccio, nulla di adatto da
dirle, trovava, e pens soltanto che l la vita era amara.
Infine lei si calm, almeno al punto di vergognarsi delle sue
lacrime, guard con gratitudine Karl, gli disse di dormire a
lungo, domani, gli promise di venire, se trovava il tempo,
verso le otto a svegliarlo.
"Prego, siete cos brava a svegliare", disse Karl.
"Qualcosa mi riesce, s", disse lei, delicatamente pass la
mano sulla coperta di lui in segno di saluto, e torn nella
sua stanza.
Il giorno dopo Karl prefer entrare subito in servizio, per
quanto la capocuoca volesse dargli libero per visitare
Ramses. Karl spieg con chiarezza per che avrebbe trovato
altre occasioni di visitarla, ora la cosa pi importante per lui
era iniziare il lavoro perch gi in Europa aveva inutilmente
interrotto un lavoro d'altro tipo e cominciava, come addetto
agli ascensori, a un'et in cui, almeno i giovani pi
qualificati, erano prossimi, come naturale conseguenza, ad
impegnarsi in un lavoro pi importante. Che era giustissimo
che lui iniziasse come addetto agli ascensori, ma tanto pi
giusto che dovesse particolarmente sbrigarsi. Date le
circostanze la visita della citt non sarebbe stata per lui di
nessun diletto. Nemmeno a una scappatina, come lo aveva
esortato Therese, pot decidersi. Davanti agli occhi gli si
librava l'idea che da ultimo gli sarebbe andata come a
Delamarche ed a Robinson, se non fosse stato diligente.
Presso il sarto dell'albergo gli venne provata l'uniforme da
addetto agli
ascensori che vista da fuori mostrava assai sontuosamente
bottoni e alamari dorati la cui effettiva chiusura per dette
qualche brivido a Karl, dato che, specie alle ascelle, la
giacchetta era fredda e indurita, a causa del sudore stantio
degli addetti agli ascensori che l'avevano portata prima di
lui. L'uniforme, in particolare sul petto, dovette essere
allargata alla misura propria di Karl, infatti nessuna delle
dieci disponibili voleva andar bene, per quanto in modo
provvisorio. Nonostante tale necessario lavoro di cucito, e
per quanto il sarto in capo paresse assai meticoloso - due
volte l'uniforme gi finita vol via dalle sue mani di nuovo in
laboratorio - tutto fu pronto in appena cinque minuti, e Karl
lasci l'atelier in qualit di addetto agli ascensori con
camicie accluse e un camiciotto, nonostante le assicurazioni
accaloratamente contrarie del sarto in capo, molto stretto,
che, ad ogni respiro, continuava ad arricciarsi, restando da
vedere se respirare fosse ancora possibile.
Poi si present al capocameriere ai cui ordini doveva stare,
un bell'uomo slanciato dal grosso naso, che poteva avere i
suoi bravi quarant'anni. Non ebbe tempo di mettersi neppur
minimamente a conversare e si limit a chiamare un addetto
agli ascensori, guarda caso quello che Karl aveva visto il
giorno prima. Il capocameriere lo chiam soltanto con il
nome di battesimo, Giacomo, cosa che Karl cap solo tardi,
dato che in inglese era un nome insolito. Questo ragazzo
venne incaricato di indicare il necessario per il servizio agli
ascensori, ma fu tanto riservato e frettoloso che da lui Karl,
per quanto in fondo poco ci fosse da mostrare, a mala pena
riusc a venire a conoscenza di quel poco. Di certo Giacomo
era arrabbiato anche perch doveva, a causa senza dubbio
di Karl, lasciare il servizio, e perch era stato assegnato
all'aiuto delle incaricate alle camere, cosa che gli pareva
disonorevole secondo certe esperienze, di cui per non
disse nulla. Prima di tutto Karl fu deluso per il fatto che un
addetto agli ascensori avesse a che fare con la meccanica
dell'ascensore solo nella misura in cui lo metteva in
movimento con la semplice pressione di un pulsante,
mentre per le riparazioni del motore medesimo venivano
impiegati esclusivamente i meccanici dell'albergo; e per il
fatto che Giacomo, per esempio, nonostante sei mesi di
servizio
all'ascensore non avesse visto con i suoi occhi n il motore
nel sotterraneo n la meccanica interna dell'ascensore, per
quanto ne fosse molto soddisfatto, come disse
espressamente. Soprattutto si trattava di un servizio
monotono e, a causa dell'orario di dodici ore sia notturne
che diurne, a rotazione, cos faticoso che, secondo Giacomo,
era insopportabile a meno che non si riuscisse a dormire in
piedi per qualche minuto. Non fece commenti, Karl, ma
comprese bene che proprio questa destrezza era costata a
Giacomo il suo posto.
Molto ben accolto da Karl fu che l'ascensore di cui si doveva
occupare fosse destinato per i piani superiori, per cui lui
non avrebbe avuto a che fare con gente ricca e piena di
pretese. Certo, l non molto si poteva imparare come
altrove, e andava bene solo per cominciare.
Gi dopo la prima settimana Karl cap di essere
completamente all'altezza del servizio. L'ottone del suo
ascensore era lucidato al meglio, nessuno dei trenta altri
ascensori uguagliava il suo, e sarebbe stato ancora pi
scintillante se l'altro ragazzo che vi serviva fosse anche alla
lontana stato cos diligente e non si fosse sentito sorretto
nella sua pigrizia dalla fatica di Karl. Si trattava di un
americano di nome Renell, un ragazzo vanitoso con occhi
scuri e guance lisce, un poco incavate. Aveva un suo privato
abito elegante indossando il quale, le sere libere, andava in
citt, di solito profumato; di tanto in tanto pregava inoltre
Karl di sostituirlo di sera in quanto lui doveva andarsene per
affari di famiglia, preoccupandosi poco del fatto che il suo
aspetto contraddicesse ogni simile scusa. Ci non ostante
Karl riusciva a benvolerlo e gli faceva piacere se Renell, una
di quelle sere, prima di andarsene con indosso il suo abito
privato, sostava gi presso l'ascensore davanti a lui
scusandosi ancora un poco intanto che s'infilava i guanti, e
se ne andava. Comunque Karl con quelle sostituzioni voleva
solo fargli un favore, come gli pareva ovvio fare all'inizio nei
confronti di un collega con pi anzianit, non doveva
diventare una regola duratura. Infatti quel continuo
muoversi in ascensore era abbastanza faticoso e, specie
nelle ore serali, quasi ininterrotto.
Presto Karl impar a fare i brevi profondi inchini che si
richiedono agli
addetti agli ascensori ed in fretta si guadagn le mance.
Che sparivano nella tasca del suo panciotto, e nessuno
avrebbe potuto dire dalla sua espressione se fossero grosse
o piccole. Davanti alle signore apriva la porta con un
supplemento di galanteria e s'infilava lentamente
nell'ascensore dietro di loro, che avevano cura di entrare
pi esitanti degli uomini, preoccupate dei loro abiti, cappelli
e guarnizioni varie. Durante la corsa lui stava attaccato alla
porta con la schiena voltata ai suoi clienti, ci era quanto di
pi modesto si potesse fare, e teneva la maniglia della porta
per spostarla di colpo al momento dell'arrivo, eppur tuttavia
senza spaventare nessuno, diciamo. Solo raramente durante
la corsa uno gli bussava sulla spalla per avere una qualche
informazione di scarso rilievo, allora si voltava in fretta
come se ne fosse stato in attesa, e rispondeva a voce alta.
Spesso, nonostante le molte corse, specie dopo la chiusura
dei teatri o dopo l'arrivo di certi treni espresso, c'era una
tale calca che lui, non appena i clienti erano stati sbrigati
su, doveva di nuovo sfrecciare gi, per raccogliere quelli in
attesa. Gli era anche possibile aumentare la velocit
abituale, tirando un filo metallico che attraversava la cabina
dell'ascensore, certo, questo era proibito dal regolamento e
poteva essere anche pericoloso. Mai Karl lo faceva quando
aveva passeggeri, ma se li aveva fatti scendere di sopra e in
basso altri erano in attesa, allora non rispettava alcuna
cautela ed agiva sul filo con forti, cadenzate prese, come se
fosse un marinaio. Del resto sapeva che lo facevano anche
gli altri addetti agli ascensori e lui non voleva perdere i suoi
passeggeri a vantaggio degli altri. Alcuni clienti che
abitavano da pi tempo nell'albergo, cosa che l era
abbastanza frequente, di tanto in tanto segnalavano con un
sorriso che essi riconoscevano Karl come loro addetto agli
ascensori, Karl accoglieva questa gentilezza con viso serio,
ma volentieri. Talvolta, quando il traffico era un po' fiacco,
poteva accettare anche particolari incarichi di scarso rilievo,
per esempio, ad un ospite dell'albergo che in quel momento
non aveva voglia d'incomodarsi ad andare nella sua stanza,
andar a prendergli una piccolezza lasciatavi; volava su da
solo nel suo ascensore, in simili momenti a lui
particolarmente intimo,
entrava nella stanza ignota dove si trovavano in giro,
oppure pendevano all'attaccapanni, molte cose speciali da
lui mai viste, sentiva il caratteristico odore di un sapone
straniero, d'un profumo, d'un collutorio, e di nuovo si
sbrigava a scendere senza fermarsi assolutamente, con
l'oggetto trovato nonostante i vaghi ragguagli. Spesso si
rammaricava di non potere prendersi incarichi pi seri,
perch a tali scopi erano destinati veri e propri inservienti e
galoppini che provvedevano ai loro viaggi in bicicletta, anzi,
addirittura in motocicletta. Karl poteva farsi utilizzare solo
per commissioni dalle camere alle sale da pranzo o da
gioco, quando andava meglio.
Quando faceva festa, dopo tre giornate di dodici ore di
lavoro, alle sei di sera, ed i tre giorni seguenti alle sei di
mattina, era cos stanco che andava direttamente a letto
senza curarsi di nessuno. Era nel dormitorio dei ragazzi
addetti agli ascensori che la signora capocuoca, la cui
influenza per non era cos grande come Karl la prima sera
aveva creduto, si era certamente incomodata a provvedergli
un camerino, e le sarebbe anche riuscito, tuttavia quando
Karl vide quali difficolt ci creasse e come la capocuoca pi
volte a causa di questa faccenda stesse al telefono con il
suo superiore, quel capocameriere tanto indaffarato, ci
rinunci e la persuase della seriet della sua rinuncia
accennando al fatto che lui non voleva essere invidiato
dagli altri ragazzi a causa di una preferenza non
guadagnatasi da solo.
Quello non era davvero un posto tranquillo per dormire.
Infatti, dato che ognuno distribuiva in modo vario il tempo
libero dopo dodici ore, mangiando, dormendo, in
divertimenti, ed in lavori accessori, il dormitorio continuava
ad essere movimentato al massimo. Alcuni dormivano e si
tiravano le coperte sulle orecchie per non sentire nulla; per
capitava che uno venisse svegliato, e urlasse con tale rabbia
sopra le urla dell'altro, che anche i restanti non riuscivano a
continuare a dormire tanto bene. Quasi ogni ragazzo aveva
la sua pipa, pratica considerata di genere lussuoso, anche
Karl se n'era procurata una e presto ci trov gusto. Orbene,
in servizio non era permesso fumare, di conseguenza nel
dormitorio tutti, fintanto che non dormivano
veramente, fumavano. Ragione per cui, ogni letto si trovava
in una sua nuvola di fumo, e tutto quanto in una nebbia
generale. Non era possibile ottenere, per quanto la
maggioranza, in linea di massima, concordasse, che di notte
la luce fosse accesa soltanto a un'estremit della sala. Se
questa proposta fosse passata, allora coloro i quali volevano
dormire avrebbero potuto tranquillamente farlo nel buio di
una met della sala - era grande, con quaranta letti - mentre
gli altri avrebbero potuto giocare, nella parte illuminata, a
carte o a dadi, ed occuparsi di tutto il resto per cui fosse
necessaria la luce. Se uno, il cui letto si trovava nella met
illuminata, voleva andare a dormire, allora avrebbe potuto
sdraiarsi in uno dei letti liberi nella zona buia, infatti c'erano
sempre abbastanza letti liberi, e nessuno obbiettava
qualcosa contro l'uso transitorio del suo letto da parte di un
altro. Tuttavia non c'era notte nella quale questo piano
venisse rispettato. Sempre si continuava per esempio a
trovar due i quali, dopo che avevano sfruttato il buio per un
po' di sonno, avevano voglia restando a letto di giocare a
carte su un'asse sistemata in mezzo, e com' naturale allo
scopo accendevano una lampada la cui luce acuta faceva
svegliare di soprassalto i dormienti voltati dalla sua parte.
Ci si girava e rigirava certamente ancora un po', ma alla fine
non si trovava nulla di meglio da fare che cominciare a
giocare insieme al vicino, anche lui svegliatosi, accendendo
una nuova luce. E com' naturale le pipe riprendevano tutte
a fumare. Certo, c'erano anche alcuni che intendevano
dormire ad ogni costo - Karl di solito era tra questi - e che,
invece di mettere la testa sul cuscino, con il cuscino la
coprivano oppure l'avvolgevano; ma come si pretendeva di
restare addormentati, quando il vicino pi prossimo, a notte
fonda, si alzava per darsi ancora un pochino ai divertimenti
in citt prima del lavoro, quando si lavava rumorosamente e
schizzando acqua nel lavabo trasportato al capo del suo
letto, quando s'infilava le scarpe non solo facendo rumore,
ma anche pretendeva di entrarci, nelle scarpe, pestando i
piedi - quasi tutti avevano, nonostante il modello
americano, calzature troppo strette - per poi alla fine,
mancando una piccolezza al suo equipaggiamento, sollevare
il cuscino del dormiente sotto cui,
certamente gi da molto svegliati, questo solo si aspettava,
per scagliarsi contro di lui?
Orbene, non basta, erano tutti sportivi e, in maggioranza
robusti, giovani che non volevano perdere alcuna occasione
di praticare sport. E si poteva star certi, quando si saltava
su, di notte, svegliati dal gran fracasso, di trovare accanto
al proprio letto due pugilatori e su tutti i letti intorno, alla
luce accecante, esperti della materia levati, in camicia e
mutandoni. Una volta, in occasione di uno di tali
combattimenti di boxe, uno dei duellanti cadde su Karl che
stava dormendo, e la prima cosa che lui aprendo gli occhi
vide fu il sangue che al ragazzo scorreva dal naso, e, prima
che si potesse far qualcosa, inondava coperte e lenzuola.
Spesso Karl passava quasi tutte le dodici ore in tentativi di
catturare qualche ora di sonno, per quanto lo attirasse
molto anche prender parte ai passatempi degli altri; ma
continuava a sembrargli che tutti gli altri nella loro vita
avessero un vantaggio su di lui, vantaggio che lui doveva
colmare con la voglia di lavorare ed un po' di rinuncia. Per
quanto dunque essenzialmente, a causa del suo lavoro, gli
premesse molto di dormire, non si lamentava per n con la
capocuoca n con Therese della situazione del dormitorio,
infatti, primo, nel complesso tutti i ragazzi ne portavano il
peso senza lamentarsi seriamente, e, secondo, la seccatura
in dormitorio era una parte necessaria del lavoro di ragazzo
addetto agli ascensori da lui ricevuto con riconoscenza dalle
mani della capocuoca.
Una volta alla settimana per cambio di turno aveva
ventiquattro ore libere che in parte passava facendo alla
capocuoca una, due visite, e scambiando alcuni fuggevoli
discorsi con Therese, del cui scarso tempo libero lui restava
in attesa da qualche parte, in un angolo, in un corridoio, e
solo di rado in camera di lei. Talvolta l'accompagnava nelle
sue incombenze in citt, che tutte dovevano esser eseguite
con la massima fretta. Allora quasi correvano, Karl con in
mano la borsa di lei, verso la pi vicina stazione della
sotterranea, il viaggio durava un attimo, come se il treno
fosse trascinato nel vuoto, e gi erano scesi, invece di
aspettare l'ascensore, che a loro pareva troppo lento,
facevano
strepitare gli scalini salendo, ed ecco le grandi piazze, da
cui assai discoste l'una dall'altra fuggivano a stella le
strade, le piazze che creavano baraonda nel traffico
sgorgante rettilineo da tutte le parti, ma Karl e Therese
stretti l'uno all'altra si affrettavano per gli svariati uffici, le
lavanderie, i magazzini e negozi nei quali c'erano da
prendere accordi o da fare reclami, per altro non di
particolare responsabilit, che per telefono non era facile
sbrigare. Therese presto not che l'aiuto di Karl in tali
occasioni non era da disprezzare, che al contrario portava
una grande accelerazione in molti casi. In sua compagnia lei
non doveva mai, come quando era da sola, aspettare che la
gente super indaffarata delle ditte la stesse ad ascoltare.
Lui andava al banco e ci picchiava sopra cos a lungo con le
nocche finch serviva, lanciava al di sopra delle muraglie
umane il suo inglese ancora sofisticato facilmente
distinguibile tra cento voci, senza esitazione andava
incontro alle persone, e loro magari si erano ritirate con aria
d'importanza in fondo alle stanze dell'ufficio. Non lo faceva
da petulante e non disconosceva le resistenze che
incontrava, ma si sentiva in una posizione sicura che gli
dava diritti, l'Hotel Occidental era un cliente di cui non si
poteva burlarsi, ed infine Therese, nonostante la sua
esperienza lavorativa, era bisognosa d'aiuto.
"Dovreste sempre accompagnarmi", diceva talvolta,
sorridendo contenta, quando venivano da una transazione
particolarmente ben condotta.
Soltanto tre volte, durante il mese e mezzo che Karl rimase
a Ramses, stette pi a lungo, per alcune ore, nella
cameretta di Therese. Era com' naturale pi piccola d' una
qualsiasi delle stanze della capocuoca, le poche cose che ci
si trovavano erano per cos dire ammucchiate intorno alla
finestra, ma Karl gi comprendeva, stando alla sua
esperienza del dormitorio, il valore d'una propria stanza
relativamente tranquilla, e quando lo disse, anche se non
espressamente, Therese si accorse di come gli piaceva la
sua stanza. Non aveva segreti, davanti a lui, e non sarebbe
stato neppure possibile, dopo la sua visita della prima sera,
averne. Era figlia naturale, suo padre era muratore
capomastro ed aveva fatto venire dalla Pomerania la
bambina e la madre; ma, come se con ci avesse fatto il suo
dovere, o come se si fosse aspettato persone
diverse dalla donna affaticata e dalla sua debole bambina
prese da lui in consegna al momento dell'approdo, era
partito presto, dopo il loro arrivo, senza dare molte
spiegazioni, per il Canada, e le due rimaste non avevano
ricevuto n una lettera n una qualche notizia, cosa di cui in
parte non c'era da meravigliarsi, infatti loro erano perdute
e introvabili, nei quartieri orientali di massa, a New York.
Una volta raccont - Karl le stava accanto, vicino alla
finestra, e guardava verso la strada - della morte di sua
madre. Come la madre e lei una sera d'inverno - allora
poteva aver avuto circa cinque anni - si erano affrettate a
cercare un posto per dormire, ognuna con il suo fagotto.
Come la mamma dapprima la aveva tenuta per mano - c'era
una tempesta di neve e non si avanzava facilmente - finch
quella mano non era venuta a mancare e lei aveva lasciato
andare, senza guardarsi indietro, Therese, che a quel punto
si era dovuta impegnare a tenersi da sola attaccata all'abito
della mamma. Spesso inciampava e perfino cadeva, ma la
mamma era come allucinata, e non si fermava. E quelle
tempeste di neve nelle lunghe diritte strade di New York!
Karl ancora non aveva avuto a che fare con nessun inverno
newyorchese. Si va controvento e si gira in tondo, non si
pu mai aprire gli occhi un attimo, il vento seguita a
macinarti in faccia la neve, si cammina, ma non si va avanti,
qualcosa di disperante. Un bambino in vantaggio, in tal
situazione, rispetto agli adulti, ci cammina dentro, al vento,
e ci trova anche un po' di piacere, in tutto ci. Cos in quel
caso Therese non aveva potuto ben afferrare la mamma ed
era fermamente convinta di questo, che, se quella sera
fosse stata pi brava - era ancora cos piccola - con la
mamma, lei non avrebbe dovuto patire una morte tanto
straziante. Era rimasta gi da due giorni senza lavoro, non
c'era a portata di mano la pi misera monetina, la giornata
era trascorsa all'aperto senza mangiare, e nei loro fagotti lei
e la bambina trascinavano in giro soltanto stracci inservibili
che, forse superstiziosamente, non osavano buttar via. Ora,
alla mamma per il giorno dopo era stato promesso un posto
in un cantiere edile, ma lei temeva, come tutto il giorno
aveva provato a spiegare a Therese, di non poter
approfittare della buona
occasione, si sentiva stanca morta, gi la mattina con
spavento dei passanti aveva sputato molto sangue nel
vicolo, e il suo unico desiderio era arrivare da qualche parte
al caldo e riposarsi. E proprio quella sera era impossibile
averlo, un posticino. L, dove non erano state gi respinte
dal portinaio fuori dall'androne in cui, comunque, si erano
potute un poco riavere dal tempaccio, erano passate rapide
attraverso gli stretti gelidi ambienti di passaggio, erano
salite ai piani alti, avevano percorso le strette terrazze che
circondavano i cortili, bussato a casaccio, a nessuno
avevano osato mai rivolgere la parola, poi avevano pregato
tutti coloro che incontravano, e una o due volte la mamma
senza fiato si era accoccolata sul gradino di una scala
tranquilla, aveva tirato a s Therese, che quasi si era
opposta, e l'aveva baciata forte da farle male. Quando in
seguito si sa che questi erano gli ultimi baci, non si
concepisce di poter essere stati tanto ciechi, e sia pure che
si fosse una povera creaturina, da non capirlo. In molte
stanze cui esse erano arrivate davanti le porte erano aperte
allo scopo di farne uscire un'aria soffocante, e da quella
polvere fumosa che, come se si trattasse di un incendio
appiccato, riempiva la stanza, emergeva la forma di
qualcuno a caso che stava nella cornice dell'uscio rendendo
con la sua muta presenza, o con una breve frase, manifesta
l'impossibilit di trovar loro rifugio in quella stanza l.
Pareva a Therese ora, con sguardo a ritroso, che la mamma
avesse cercato sul serio un posto solo durante le prime ore,
infatti dopo che era passata all'incirca mezzanotte lei non
aveva davvero pi rivolto a nessuno la parola, per quanto
con piccole pause fino all'alba non cessasse di affrettarsi
oltre e per quanto, in queste case, dove n il portone
principale n le porte degli appartamenti vengono mai
chiuse, la vita non s'interrompa ed a ogni passo s'incontrino
persone. com' naturale non che loro avessero continuato
a camminare rapide, era solo uno sforzo estremo ci di cui
erano capaci, poteva in realt trattarsi di un vero e proprio
trascinarsi. Therese neanche sapeva pi se loro, da
mezzanotte fino alle cinque del mattino, erano state in venti
case o in due o magari in una soltanto. I corridoi di queste
case hanno tracciati abilmente concepiti per sfruttare lo
spazio,
ma senza riguardo per il facile orientamento; quante volte
loro si erano ritrovate negli stessi corridoi! Therese si
ricordava assai vagamente che si erano lasciate di nuovo
dietro il portone di una casa che avevano senza tregua
perlustrato, ma altrettanto le pareva che si fossero aggirate
per i vicoli e che fossero capitate ancora in quella casa. Per
la bambina com' naturale era un incomprensibile
dispiacere quello di essere trascinata, una volta tenuta dalla
mamma, una volta tenendolesi stretta, senza una parola di
conforto, e tutto quanto allora sembrava nella sua
incomprensibilit avere come spiegazione solo che la
mamma volesse scappar via da lei. Per cui Therese, per
sicurezza, si teneva tanto pi stretta, anche quando la
mamma le teneva per mano, all'abito di lei con l'altra mano,
ed a tratti urlava. Non intendeva essere lasciata indietro l
dove c'era chi davanti a loro saliva pesantemente le scale,
chi dietro a loro, ancora invisibile, arrivava da una svolta
delle scale, chi nel procedere litigava con qualcuno davanti
alla porta d'una stanza e con questo qualcuno
reciprocamente si urtava entrando. Gruppi di ubriachi
giravano nella casa cantando arrochiti, e per fortuna la
mamma ancora sapeva sfuggire con lei, Therese, a simili
personaggi che per poco non facevano muro attorno a loro
due. La notte tardi, quando non si faceva pi caso ai propri
diritti e nessuno pi ci insisteva sopra, avrebbero potuto
infilarsi almeno in uno dei dormitori collettivi, dati in affitto
da qualche imprenditore, cui erano arrivate in vista, ma
Therese non ne sapeva nulla e la mamma non voleva pi
riposarsi. Al mattino, iniziando una bella giornata d'inverno,
si erano messe entrambe appoggiate alla parete di una casa
e l avevano dormito un poco, magari solo con occhi
fissamente aperti. Era saltato fuori che Therese aveva perso
il suo fagotto e la mamma si era messa a batterla per
punirla della disattenzione, ma Therese non sentiva le botte
n se ne accorgeva. Poi si erano mosse ancora per i vicoli
che si rianimavano, la mamma tenendosi lungo i muri, erano
arrivate a un ponte dove la mamma con una mano strofin
la brina dal parapetto, ed infine, allora Therese l'aveva
accettato come naturale, adesso non lo capiva, erano
arrivate a quel cantiere edile dove la mamma per quella
giornata aveva
il lavoro. Non lo disse a Therese, se doveva aspettare o
andarsene, e lei lo prese come un ordine di aspettare,
perch ci corrispondeva al massimo dei suoi auspici. Si
mise seduta su un mucchio di mattoni e guard la mamma
che scioglieva il suo fagotto, tirava fuori un cencio colorato
e lo legava attorno allo scialle che aveva portato l'intera
notte sulla testa. Therese era troppo stanca perch le fosse
venuto anche solo il pensiero di aiutare la mamma. Senza
farsi vedere nella baracca del cantiere, come normale
fare, e senza far domande a nessuno, la mamma sal su una
scala a pioli come se da sola sapesse quale lavoro le fosse
toccato. Therese si stup di questo, infatti le manovali erano
destinate abitualmente al cantiere in basso e solo allo
spegnimento della calce viva, al passaggio dei mattoni ed a
semplici lavori del genere. Ragione per cui pens che la
mamma quel giorno volesse svolgere un lavoro pagato
meglio, e sonnolenta le sorrise intanto che lei saliva. La
costruzione ancora non era alta, arrivava appena al
pianterreno dell'edificio, sviluppata ancora senza
impalcature, anche se gli alti pali che servono a procedere
nella costruzione sporgevano contro il cielo azzurro. In alto
la mamma con agilit aggir i muratori,
incomprensibilmente indifferenti a lei, e si tenne con mano
leggera ed abile ad un tavolato che serviva da parapetto,
Therese in basso, con il capogiro che aveva, vide
quest'agilit come accresciuta e ritenne anche di aver
ricevuto un benevolo sguardo della mamma, che ora per,
arrivata lungo un passaggio ad un mucchio di mattoni
davanti a cui probabilmente terminava il parapetto e anche
il ponteggio, non si ferm, urt sul mucchio di mattoni,
parve aver perduto la sua agilit, lo rovesci, e,
oltrepassatolo, sprofond di sotto. Molti mattoni le
rotolarono dietro e da ultimo, un momento pi tardi, da
qualche parte si stacc una pesante tavola che le rovin
rumorosamente addosso. L'ultimo ricordo di Therese sulla
mamma fu che lei giaceva a gambe divaricate nell'abito a
quadretti ancora risalente ai tempi della Pomerania, che
l'asse di legno grezzo che le stava sopra la copriva quasi,
che la gente da ogni parte si avvicinava e che in alto dal
cantiere qualcuno rabbiosamente urlava qualcosa verso il
basso.
Era tardi quando Therese ebbe terminato il suo racconto.
Aveva narrato anche i dettagli, contrariamente alle sue
abitudini, e dov'erano indifferenti, come nella descrizione
dei pali che, ognuno da s, spuntavano nel cielo, lei aveva
dovuto interrompersi con le lacrime agli occhi. Ricordava
alla perfezione, ora, dieci anni dopo, ogni minima cosa
accaduta ai tempi, e poich la vista di sua madre su in quel
semi completato pianterreno era l'ultimo ricordo di lei da
viva e lei, Therese, non ci riusciva mica, a trasmetterlo al
suo amico in modo sufficientemente completo, dopo il
termine del racconto voleva ritornarci ancora, ma si blocc,
si mise il volto nelle mani e non disse pi niente.
C'erano per momenti anche pi piacevoli nella stanza di
Therese. Karl la prima volta aveva visto che l si trovava,
conservato al sicuro, un manuale di corrispondenza
commerciale. E subito venne stabilito che Karl facesse gli
esercizi l contenuti e Therese, che aveva gi ripetutamente
studiato il libro in quanto era utile alle sue modeste
incombenze, dovesse sottoporli a revisione. Ora Karl stava
l'intera notte a letto con l'ovatta nelle orecchie, gi nel
dormitorio, provando a scopo di alternanza ogni tipo di
posizione possibile; leggeva il libro, e scarabocchiava gli
esercizi in un quadernino con la penna stilografica che la
capocuoca gli aveva regalato per premiarlo del fatto che
aveva impostato e realizzato in modo molto pratico e chiaro
l'elenco per un grande inventario. Gli riusciva di trasformare
in qualcosa di buono la maggior parte dei disturbi degli altri
ragazzi, con questo mezzo: si faceva sempre dare da loro
piccoli consigli di lingua inglese finch non se ne stancavano
e lo lasciavano in pace. Spesso si stupiva di come gli altri
fossero del tutto rassegnati alla loro attuale situazione di
cui non sentivano affatto la provvisoriet - non si
tolleravano addetti agli ascensori pi che ventenni - di come
non tenessero in considerazione la necessit di una
decisione in merito al loro futuro impiego e, nonostante
l'esempio di Karl, non leggessero nient'altro che storie di
investigatori, tutt'al pi, che nella forma di miseri
giornaletti venivano passati da un letto all'altro.
In occasione dei convegni Therese correggeva con prolissit
eccessiva;
ne risultavano punti di vista differenti, Karl menzionava
come esempi i suoi gran professori newyorchesi, ma per
Therese essi valevano altrettanto poco delle opinioni
grammaticali dei ragazzi addetti agli ascensori. Gli prendeva
di mano la penna stilografica e cancellava le parole della cui
erroneit era sicura, ma Karl in simili casi dubbi, per quanto
in genere nessuna autorit superiore a Therese dovesse far
verifiche, cancellava le cancellature. Talvolta arrivava la
capocuoca, e allora decideva sempre a favore di Therese ci
che ancora non era stabilito, perch Therese era la sua
segretaria. Allo stesso tempo per lei portava la
riconciliazione, veniva preparato il t, si andava a prendere i
biscotti e Karl doveva raccontare dell'Europa, per altro con
molte interruzioni da parte della capocuoca, sempre a
ridomandare e a stupirsi, per cui Karl la portava alla
cognizione del fatto che molte cose, in un tempo
relativamente breve, erano cambiate in modo radicale, e
che molte cose, gi dopo la sua assenza, erano di sicuro
divenute ed avrebbero continuato a divenire diverse.
Poteva esserci stato all'incirca un mese, a Ramses, Karl,
quando una sera Renell incontrandolo disse che davanti
all'albergo gli aveva rivolto la parola un uomo di nome
Delamarche chiedendogli di Karl. Ora, Renell non aveva
alcuna ragione di tener segreto qualcosa ed aveva
raccontato, conformemente alla verit, che Karl era addetto
agli ascensori e che tuttavia aveva come prospettiva, grazie
alla protezione della capocuoca, di avere posti del tutto
diversi. Karl not come Renell era stato cautamente
manipolato da Delamarche, che addirittura l'aveva invitato
per quella sera a cenare con lui.
"Non ho pi a che fare con Delamarche", disse Karl, "ma
stacci attento, a lui!"
"Io?" disse Renell, si stiracchi e se ne and via di fretta.
Era il ragazzo pi carino dell'albergo e tra gli altri ragazzi
circolava, senza che si conoscesse l'autore, la voce che in
ascensore fosse stato baciato, almeno, da una distinta
signora che gi da lungo tempo abitava nell'albergo. Per chi
era al corrente della diceria era assolutamente di gran
fascino vedersi venir incontro quella orgogliosa signora la
cui esteriorit non
faceva pensare alla bench minima possibilit di una tale
condotta, con quei suoi passi tranquilli e leggeri, i suoi veli
delicati, il suo vitino. Abitava al primo piano, l'ascensore di
Renell non era il suo, ma com' naturale non si poteva,
quando gli altri ascensori erano momentaneamente
occupati, impedire a clienti simili l'accesso ad un ascensore
diverso. Cos succedeva che questa signora a volte andasse
con l'ascensore di Karl e di Renell, e di fatto solo quando
Renell era in servizio. Poteva essere casuale, ma nessuno ci
credeva, e, quando l'ascensore con quei due si muoveva,
nell'intera schiera degli addetti agli ascensori c'era
un'agitazione repressa a stento che aveva perfino indotto
un capocameriere a intervenire. Sia che ne fosse causa la
signora, sia che lo fosse la diceria, comunque Renell era
cambiato, era divenuto molto pi arrogante, aveva lasciato
la lucidatura completamente a Karl, che aspettava
nell'occasione pi prossima una spiegazione esauriente, e in
dormitorio neppure si vedeva pi. Nessun altro era
fuoriuscito cos completamente dalla comunit degli addetti
agli ascensori, infatti in genere tutti, almeno nelle questioni
di lavoro, facevano con forza causa comune ed avevano
un'organizzazione ignota alla direzione dell'albergo.
Tutte cose cui Karl ripensava, ed anche a Delamarche
pensava, e in ogni caso faceva il suo lavoro come sempre.
Verso la mezzanotte ebbe un piccolo diversivo, infatti
Therese, che pi volte lo sorprendeva con dei regalini, gli
port una bella mela e una tavoletta di cioccolato.
Conversarono un poco appena disturbati dalle interruzioni
causate dalle corse dell'ascensore. Parlarono anche di
Delamarche, e Karl constat di essersi fatto davvero
influenzare da Therese, se da qualche tempo riteneva che
Delamarche fosse una persona pericolosa, infatti era a
Therese che Delamarche sembrava pericoloso, stando per
altro a quel che Karl le aveva raccontato. Per in fondo Karl
lo riteneva solo uno straccione che si era lasciato guastare
dalla sfortuna e con cui era perfino possibile andare
d'accordo. Assai vivacemente Therese gli si oppose
pretendendo con lunghi discorsi da Karl la promessa di non
rivolgergli pi la parola, a Delamarche. Invece di far la
promessa, Karl la
spinse con insistenza ad andare a dormire, infatti la
mezzanotte era passata da parecchio tempo, e quando lei si
rifiut lui minacci di abbandonare il suo posto e di
portarcela, in camera. Quando alla fine lei fu disposta ad
andare, lui disse: "Perch ti preoccupi tanto a vuoto,
Therese? Nell'ipotesi che tu possa dormire meglio per
questa ragione, te lo prometto volentieri, io parler con
Delamarche solo se inevitabile." Poi ci furono molte corse
perch il ragazzo dell'ascensore vicino veniva utilizzato per
un rimpiazzo e Karl doveva occuparsi di entrambi gli
ascensori. Certi clienti parlarono di disordine, e un signore
che accompagnava una signora arriv a toccare
leggermente Karl con il bastone da passeggio per farlo
sbrigare, un'esortazione davvero inutile. Almeno fossero
andati all'ascensore di Karl, i clienti, dal momento che lo
vedevano, che all'altro ascensore non c'era l'addetto, ma
non lo facevano, andavano invece all'ascensore vicino e
restavano l, con la mano sulla maniglia, o entravano di
propria iniziativa, cosa che secondo i pi severi paragrafi
del regolamento di servizio gli addetti agli ascensore
dovevano ad ogni costo impedire. Cos per Karl ci fu uno
stancante va e vieni, senza per aver la consapevolezza di
fare il suo dovere in modo corretto. Oltre a ci verso le tre
di mattina un facchino, un vecchio con cui Karl era un po' in
confidenza, volle da lui un certo aiuto assolutamente
impossibile da dare, infatti c'erano per l'appunto clienti
davanti ai suoi due ascensori, ci volle presenza di spirito a
decidere subito, e alla svelta, per un gruppo o l'altro.
Ragione per cui fu felice quando l'altro ragazzo ritorn, e gli
grid qualche parola di rimprovero per essere, lui, stato via
tanto, per quanto probabilmente senza nessuna colpa.
Dopo le quattro la situazione si plac, ma Karl ne aveva gi
da prima urgente bisogno, di riposo. Si appoggi
pesantemente alla balaustra vicina all'ascensore, addent
lentamente la mela da cui gi dopo il primo morso scatur
un intenso odore, e vide in basso un lucernario contornato
dalle grandi finestre della dispensa, dietro cui, nonostante
l'oscurit, risaltavano caschi di banane appesi.

6
Il caso Robinson

A quel punto qualcuno gli buss su una spalla. Karl, che


com' naturale pensava fosse un cliente, cacci rapidissimo
la mela in tasca e si affrett, non appena l'ebbe visto, verso
l'ascensore.
"Buona sera, signor Rossmann", disse per quello, "Sono io,
Robinson."
"Siete cambiato per!" disse Karl scuotendo la testa.
"S, mi sta andando bene", disse Robinson e si guard
l'abito che, forse, consisteva in capi abbastanza buoni, ma
era cos molteplicemente quadrettato che faceva
un'impressione alquanto patetica. Al massimo faceva
impressione un panciotto bianco palesemente indossato per
la prima volta con quattro taschini bordati di nero, su cui
Robinson cercava di attirare l'attenzione anche gonfiando il
petto.
"Avete abiti costosi", disse Karl pensando fuggevolmente al
suo bell'abito semplice, indossando il quale avrebbe potuto
perfino misurarsi con Renell, e che i due cattivi amici
avevano venduto.
"S", disse Robinson, "mi compro quasi ogni giorno un
qualcosa. Vi piace il panciotto?"
"Grandioso", disse Karl.
"Non sono tasche vere, soltanto fatto cos", disse
Robinson e prese la mano di Karl perch se ne persuadesse
da solo. Ma Karl si ritrasse, infatti dalla bocca di Robinson
veniva un insopportabile fetore d'acquavite.
"Bevete ancora molto", disse Karl di nuovo appoggiandosi
alla balaustra.
"No", disse Robinson, "non molto", ed aggiunse,
contraddicendo la sua precedente soddisfazione: "Cos'altro
ha una persona, al mondo?" Una corsa interruppe la
conversazione, e non appena Karl fu di nuovo gi segu una
telefonata per cui Karl dovette andare a chiamare il dottore
dell'albergo, infatti una signora del settimo piano aveva
avuto uno svenimento. Durante questi viaggi Karl sper in
segreto che Robinson nel frattempo si sarebbe allontanato,
infatti non voleva esser visto con
lui n, ricordando l'avvertimento di Therese, udir nulla di
Delamarche. Tuttavia Robinson stette ad aspettare
impalato, tipico atteggiamento da ubriaco, e pensare che
stava passando l davanti un impiegato di grado superiore
dell'albergo, abito da passeggio nero e cappello a cilindro,
fortunatamente senza accorgersi granch di Robinson,
parve.
"Non volete, Rossmann, venire una volta da noi, ora che ci
sta andando molto bene?" disse Robinson e guard Karl in
modo seduttivo.
"M'invitate voi o Delamarche?" domand Karl.
"Io e Delamarche. Su questo siamo d'accordo, noi", disse
Robinson.
"Allora vi dico, pregandovi di far lo stesso con Delamarche:
la nostra separazione stata definitiva, ammesso che ci
non dovesse essere stato in s e per s chiaro. Tutti e due
mi avete fatto molto pi dispiacere di chiunque altro mai. Vi
siete forse messi in testa di continuare a non lasciarmi in
pace?"
"Ma noi siamo vostri compagni", disse Robinson, e
disgustose lacrime di ubriachezza gli salirono agli occhi.
"Delamarche vi manda a dire che vuole risarcirvi per tutto
quel che stato prima. Ora viviamo insieme a Brunelda, una
grande cantante." E in aggiunta avrebbe cantato una
canzone a voce spiegata, se Karl ancora per tempo non gli
avesse bisbigliato: "Tacete, e subito, ma non lo sapete, dove
siete?"
"Rossmann", disse Robinson, ora intimidito sul fatto di
cantare, "ma io sono vostro compagno, dite quel che volete.
E ora, visto che avete qui una posizione cos buona, non
potreste darmi un po' di soldi?"
"E poi li spendete di nuovo per bere", disse Karl, "vedo che
ci avete in tasca una bottiglia di acquavite, di certo avete
bevuto mentre ero via, perch prima eravate ancora
abbastanza in voi."
"Mi serve solo per darmi forza quando sono in cammino",
disse Robinson per giustificarsi.
"Non vi voglio mica migliorare", disse Karl.
"Ma i soldi?" disse Robinson spalancando gli occhi.
"E' da Delamarche certo che avete avuto l'incarico di
averne. Bene, io ve li do, ma solo alla condizione che ve ne
andiate subito da qui e non veniate pi a trovarmi. Se volete
comunicarmi qualcosa, scrivetemi. Karl
Rossmann, addetto agli ascensori, Hotel Occidental, come
indirizzo sufficiente. Ma qui, ve lo ripeto, non permettetevi
di venire a trovarmi. Qui sono in servizio, e tempo per le
visite non ne ho. Li volete allora, i soldi, a questa
condizione?" domand Karl cercando nelle tasche del
panciotto, infatti era deciso a sacrificare le mance della
nottata. Alla domanda Robinson si limit ad accennare con il
capo ansimando. Karl interpret la cosa in modo erroneo e
domand di nuovo: "S o no?"
Allora Robinson gli fece cenno di avvicinarsi e gli mormor
inghiottendo, atto il cui significato era
chiarissimo:"Rossmann, sto molto male."
"Al diavolo", Karl se ne distolse e con entrambe le mani lo
trascin verso la balaustra. Subito dopo dalla bocca di
Robinson se ne rivers gi, di vomito. Annientato, nelle
pause che il malore gli lasciava, alla cieca cercava con una
mano Karl. "Siete davvero un bravo ragazzo", diceva,
oppure: "E' gi finito", del tutto prematuramente, o anche:
"Quei cani laggi, che robaccia mi hanno dato da bere!" Tra
l'inquietudine e lo schifo Karl non ce la faceva pi, a stargli
vicino, e cominci a camminare in su e in gi. Nell'angolo l,
vicino all'ascensore, Robinson era s nascosto, ma fino a un
certo punto, qualcuno magari lo notava, uno di quei clienti
ricchi e nervosi che non aspettano altro che reclamare con il
primo impiegato dell'albergo che capita, per il qual reclamo
costui poi, furibondo, si vendica su tutti, o magari uno di
quegli investigatori dell'albergo che di continuo cambiano,
noti soltanto alla direzione e quindi sospettabili in ogni
persona, gente che scruta, forse solo perch miope. E di
sotto, serviva solo che qualcuno magari durante il servizio
di rifornimento, che durava l'intera notte, andasse nella
dispensa, accorgendosi meravigliato del vomito sul
lucernario, e telefonasse a Karl per sapere che cosa cavolo
c'era l sopra. Poteva a quel punto negare la presenza di
Robinson, Karl? E, se lo avesse fatto, non si sarebbe
appellato, Robinson, nella sua scempiaggine e disperazione,
invece di giustificarsi, proprio soltanto a Karl? E allora non
doveva subito venir licenziato, Karl, dal momento che era
successo l'inaudito, che un addetto agli ascensori, il
dipendente pi umile e rimpiazzabile nella gigantesca scala
gerarchica della servit di quell'albergo, avesse, a
causa di un suo amico, insudiciato l'albergo e spaventato o
fatto allontanare i clienti? Si poteva tollerare oltre un
addetto agli ascensori che aveva simili amici dai quali per di
pi si faceva venire a trovare durante l'orario di lavoro? Non
faceva ritenere, tutto ci, che un simile addetto agli
ascensori fosse lui stesso un ubriacone o anche qualcosa di
peggio, infatti, quale congettura era pi plausibile di quella
che lui rimpinzasse i suoi amici di provviste dell'albergo al
punto che essi rigettavano il mangiato in un luogo a piacer
loro di quello stesso albergo scrupolosamente ben tenuto,
come or ora aveva fatto Robinson? E perch un giovane
siffatto doveva limitarsi al furto di generi alimentari, date le
possibilit di rubare, stante la nota noncuranza dei clienti?
Davvero innumerevoli erano gli armadi ovunque aperti, i
valori dispersi sui tavoli, i cassetti spalancati, le chiavi
sventatamente buttate l.
Da lontano Karl vide per l'appunto clienti venuti da un locale
dov'era giusto terminato uno spettacolo di variet. Karl si
mise al suo ascensore e neppure os voltarsi verso
Robinson per timore di ci che poteva toccargli di vedere.
Lo calm un poco il fatto che da quella parte non udisse
voce, neppure un sospiro. Si prest ai clienti e sal e scese
con loro, ma non pot del tutto nascondere la sua
distrazione, e ad ogni corsa in su era afferrato dall'ipotesi di
trovarsi gi davanti ad una sorpresa.
Infine ebbe di nuovo tempo di andare a vedere Robinson
che, accoccolato nel suo angolo, s'era rimpicciolito e
premeva il viso sulle ginocchia. Il suo cappello tondo e duro
se l'era spinto indietro sulla fronte.
"Dunque, ora ve ne andate", disse Karl piano e con
precisione. "Ecco i soldi. Se vi spicciate, posso anche
indicarvi la via pi breve."
"Non ci riuscir, ad andar via", disse Robinson e si asciug
con un fazzoletto la fronte, "morir qui. Non potete
immaginarvi come sto male. Delamarche mi porta
dappertutto, nei locali eleganti, ma io questa robaccia
raffinata non la sopporto, glielo dico tutti i giorni."
"Qui non ci potete restare", disse Karl, "consideratelo, dove
siete. Se
vi si trova qui, venite punito e io perdo il posto. E' questo
che volete?"
"Non posso andar via", disse Robinson, "piuttosto salto di
sotto", ed indic il lucernario tra le sbarre della balaustra. "
Se sto qui seduto posso anche resistere, ma ad alzarmi non
ce la faccio, ci ho gi provato mentre eravate via."
"Allora vado a chiamare una carrozza e andate in ospedale",
disse Karl e scosse un po' le gambe a Robinson, che
continuava a minacciare di ricadere nell'apatia. Tuttavia,
appena Robinson ebbe udita la parola ospedale, essa parve
risvegliargli orribili immagini, in quanto inizi a piangere
rumorosamente e protese le mani verso Karl perch lo
graziasse.
"Zitto", disse Karl, gli respinse le mani con un colpo, and
dall'addetto agli ascensori che aveva sostituito durante la
notte, lo preg che per un pochino gli facesse lo stesso
piacere, torn in fretta dal sempre singhiozzante Robinson,
lo tir su con tutta la forza che aveva e gli
mormor:"Robinson, se volete restar qui allora dovete
sforzarvi di stare in piedi e camminare per un piccolissimo
tratto. Voglio dire, vi porto nel mio letto, dove potete
restare fin quando non state bene. Vi stupirete di quanto
presto vi riprendete. Ma ora comportatevi in modo
razionale, basta questo, perch dove passiamo ci sono
dappertutto persone, ed anche il mio letto si trova in un
dormitorio comune. Se anche solo un poco vi si nota, per
voi io non posso fare pi nulla. E gli occhi dovete tenerli
aperti, dato che non posso portarvi in giro come un
moribondo."
"No no, voglio fare tutto quello che voi ritenete giusto",
disse Robinson, "ma voi da solo non ce la farete a portarmi.
Non potreste andare a chiamare anche Renell?"
"Renell non c'", disse Karl.
"Ah, s", disse Robinson, "Renell con Delamarche. Sono
loro due, anzi, che mi hanno mandato da voi. Non ci capisco
pi niente." Karl approfitt di questi ed anche di altri
soliloqui incomprensibili di Robinson per spingerlo avanti e
arriv con lui fortunosamente fino a un angolo da cui un
corridoio illuminato un po' debolmente conduceva al
dormitorio degli addetti agli ascensori. Un addetto stava
correndo di gran carriera verso
di loro ed oltre. Comunque fin l avevano avuto solo incontri
non pericolosi; in realt tra le quattro e le cinque era
l'orario pi tranquillo, Karl aveva ben visto, se non gli
riusciva di sistemare Robinson in quello spazio di tempo,
all'alba e con l'inizio del traffico della giornata non sarebbe
stato pi pensabile.
Nel dormitorio, dall'altra parte della sala, era in corso una
gran baruffa o qualche altro spettacolo, si udivano battere
ritmicamente mani, piedi scalpitare, incitamenti sportivi.
Nella met della sala che stava dalla parte dell'entrata si
vedevano a letto solo pochi dormienti imperturbati che nella
maggioranza stavano a pancia all'aria fermi mentre qua e l
uno, vestito o svestito com'era, saltava fuori dal letto per
andare a vedere cosa stava succedendo in fondo alla sala.
Cos Karl port Robinson, che nel frattempo aveva preso
qualche confidenza con il camminare, perfettamente
inosservato nel letto di Renell, dato che era molto vicino
alla porta e fortunatamente non era occupato, mentre nel
suo, di letti, dormiva tranquillo un giovane che lui non
conosceva per nulla, come vide da lontano. Non appena
Robinson si sent a letto si addorment subito - una gamba
ancora penzolava fuori dal letto. Karl gli tir la coperta sul
viso e ritenne di non non doversene preoccupare pi, per le
prossime ore, dato che Robinson certo non si sarebbe
svegliato prima delle sei del mattino; allora lui sarebbe
stato di nuovo l e poi, forse insieme a Renell, avrebbe
trovato un modo di sloggiare Robinson. Una ispezione del
dormitorio da parte di qualche organo superiore si dava solo
in occasioni straordinarie, i ragazzi avevano gi da anni
ottenuto l'abolizione della precedente normale ispezione
generale, non c'era dunque nulla da temere neppure da quel
lato.
Quando Karl fu arrivato al suo ascensore vide che tanto il
suo che quello dell'addetto vicino stavano salendo. Inquieto
aspett una spiegazione di ci. Il suo ascensore scese in
anticipo sull'altro e ne venne fuori quel ragazzo che un
momento prima era corso nel corridoio davanti a Karl e
Robinson.
"Beh, dov'eri andato, Rossmann?" domand.
"Perch sei andato via? Perch non l'hai segnalato?"
"Ma invece l'ho detto, che lui mi doveva sostituire un
momento", rispose Karl e indic il ragazzo dell'ascensore
vicino che stava tornando. "E l'ho anche sostituito per due
ore durante il traffico massimo."
"Va tutto benone", disse l'interlocutore, "ma non basta. Non
lo sai che si deve segnalare all'ufficio del capocameriere
anche la pi breve assenza durante il servizio? E' per questo
che hai il telefono. Ti avrei volentieri sostituito, ma lo sai
bene che non tanto facile. Per l'appunto c'erano davanti a
entrambi gli ascensori nuovi clienti arrivati con l'espresso
delle quattro e trenta. Non potevo prima far la corsa col tuo
ascensore e lasciare i clienti in attesa, cos prima sono salito
con il mio!"
"E allora?", domand teso Karl, visto che i due ragazzi
tacevano.
"Allora", disse il ragazzo dell'ascensore vicino, "sta
arrivando il capocameriere, vede la gente davanti al tuo
ascensore priva del servizio, si stizzisce, domanda a me, che
sono appena arrivato di corsa, dove ti sei cacciato, io non ne
so nulla perch tu non me lo hai detto dove vai, e cos lui
telefona in dormitorio che deve subito venire un altro
ragazzo."
"E infatti ti ho incontrato nel corridoio", disse il sostituto di
Karl. Che annu.
"Com' naturale", assicur l'altro ragazzo, "ho subito detto
che tu mi hai chiesto la sostituzione, ma lui le ascolta, simili
giustificazioni? Tu ancora probabilmente non lo conosci. E
noi dobbiamo farti quest'ambasciata, tu devi andare subito
nell'ufficio. Dunque, meglio che non ti trattenga e che ti
sbrighi. Forse ancora ti perdona, sei stato via solo due
minuti. Basta che tranquillamente ti richiami al fatto che mi
hai chiesto di sostituirti. Che tu hai sostituito me, magari
non lo dire, meglio, fatti consigliare, a me non pu
succedere niente, avevo il permesso, ma non va bene
parlare di una cosa simile e mescolarla anche in questa
storia, con cui non ha niente a che fare."
"E' la prima volta che ho lasciato il mio posto", disse Karl.
"E' sempre la prima volta, solo che non ci si crede", disse il
ragazzo e corse al suo ascensore, perch si avvicinava
gente.
Il sostituto di Karl, un ragazzo di circa quattordici anni che
evidentemente aveva compassione di Karl, disse: "Sono
capitati gi molti casi in cui cose simili si sono perdonate. Di
solito si viene spostati ad altri lavori. Per una cosa del
genere venne licenziato, per quel che so io, solo uno. Devi
trovarti una buona giustificazione. Non dire in nessun caso
che sei stato improvvisamente male, perch lo fai ridere. E'
gi meglio che dici che un cliente ti ha affidato un
messaggio per un altro cliente e che tu non sai pi chi il
primo e il secondo non sei riuscito a trovarlo."
"Macch", disse Karl, " non andr cos male", dopo tutto
quello che aveva sentito, non credeva pi a nessuna buona
via d'uscita. E se anche questa inosservanza sul lavoro
doveva essere perdonata, l in dormitorio si trovava anche
Robinson, come colpa vivente, ed era fin troppo probabile,
con il carattere bilioso del capocameriere, che non ci si
sarebbe accontentati di un'indagine superficiale, no, e alla
fine Robinson sarebbe stato scovato. Non c'era in effetti
nessun espresso divieto di poter venire accompagnati da
estranei in dormitorio, ma non c'era soltanto per il fatto che
le cose impensabili non vengono proibite.
Quando Karl entr nell'ufficio del capocameriere, questi
stava prendendo il caff della mattina, ne bevve solo un
sorso e poi esamin dei fogli che evidentemente gli aveva
consegnato il portiere capo, anche lui presente. Costui era
un omone che l'uniforme sontuosa, riccamente ornata - fino
alle spalle e gi sulle braccia s'intrecciavano catene e
strisce dorate - rendeva ancor pi largo di spalle di quanto
non lo fosse per sua natura. Un paio di baffi vistosamente
neri a punta all'ungherese non si muovevano neppure ai
movimenti pi rapidi del capo. Comunque, a causa della
pesantezza dell'abito, lui si poteva muovere in genere solo
con lentezza e si piazzava, per distribuire il suo peso in
modo equilibrato, non altrimenti che con le gambe piantate
larghe.
Karl era entrato senza bussare ed in fretta com'era abituato
l nell'albergo, dal momento che la lentezza e la cautela, che
con i privati significa cortesia, con i ragazzi addetti agli
ascensori considerata pigrizia. Inoltre non si doveva
vedere subito al suo ingresso la consapevolezza della colpa.
Il capocameriere aveva visto
fuggevolmente la porta che si apriva, ma subito era tornato
al suo caff ed alla sua lettura senza curarsi di Karl. Il
portiere per, forse sentendosi disturbato dalla presenza di
Karl, magari avendo da esporre una qualche richiesta o da
dare qualche segreta notizia, la testa rigidamente inclinata
verso Karl, comunque fosse lo guard male per un po',
prima di volgersi di nuovo verso il capocameriere quando,
reagendo Karl alla sua vista, i loro sguardi si erano
incontrati. Karl tuttavia credeva che non sarebbe stato
bene, a quel punto, andarsene dall'ufficio, una volta che ci si
trovava, senza averne avuto l'ordine da parte del
capocameriere. Questi per studiava ancora i fogli intento a
mangiare un pezzo di torta da cui a tratti scuoteva lo
zucchero senza smettere di leggere. In un caso un foglio gli
cadde in terra, il portiere non ci prov neanche, a
raccoglierlo, sapeva di non essere in grado di farlo, e non
serviva neppure, infatti Karl era gi l a porgere il foglio al
capocameriere, che glielo tolse con un movimento della
mano come se fosse risalito da terra da s. Tutta l'umile
prestazione servile non era servita, infatti il portiere non
smise di far gli occhiacci.
Ci nonostante Karl era pi calmo di prima. Che il suo caso
sembrasse aver cos poca importanza per il capocameriere,
si poteva gi considerare un buon segno. Era in definitiva
ben comprensibile. com' naturale un addetto agli ascensori
non significa niente e perci non deve permettersi niente,
ma proprio perch lui non significa niente, non pu
commettere niente. In fondo anche il capocameriere da
giovane era stato addetto agli ascensori - cosa che
costituiva l'orgoglio della presente generazione di addetti
agli ascensori - era stato lui che aveva organizzato per la
prima volta gli addetti e certamente anche lui una volta
aveva lasciato senza permesso il suo posto anche se ora,
certo, nessuno poteva costringerlo a ricordarsene, ed anche
se non si poteva trascurare che lui, proprio come ex addetto
agli ascensori, considerasse suo dovere quello di mantenere
in ordine questa organizzazione con energia anche
inesorabile. Ordunque, oltre che su ci Karl poneva la sua
speranza per sul passare del tempo. Secondo l'orologio
dell'ufficio erano gi pi delle cinque e un quarto, in ogni
momento Renell poteva
tornare, forse gi c'era, doveva averlo colpito che Robinson
non fosse tornato, del resto Renell e Delamarche non
potevano essersi tenuti molto lontani dall'Hotel Occidental,
come a Karl venne ora in mente, dato che altrimenti
Robinson, nel suo miserevole stato, non avrebbe neppure
trovato la strada per arrivarci. Orbene, se Renell trovava
Robinson nel suo letto, cosa che pure doveva succedere,
allora tutto bene. Infatti, pratico com'era Renell specie
quando erano in gioco i suoi interessi, lo avrebbe gi
allontanato in qualche modo subito dall'albergo, cosa che
anzi tanto pi facilmente poteva succedere in quanto
Robinson nel frattempo si era un po' rinfrancato, ed inoltre
probabilmente Delamarche aspettava davanti all'albergo di
prenderlo in consegna. Ma, una volta allontanatosi
Robinson, dopo Karl poteva con molta pi calma affrontare il
capocameriere e, per quella volta, forse venirne fuori
ancora, quand'anche con un forte biasimo. Allora si sarebbe
consigliato con Therese se dover dire alla capocuoca la
verit - da parte sua non ci vedeva alcun impedimento - e se
ci era possibile la faccenda sarebbe stata messa da parte
senza particolari guai.
Si stava un po' placando, Karl, con simili considerazioni, e si
dava a conteggiare senza dar nell'occhio le mance incassate
durante la notte, che aveva la sensazione fossero state
particolarmente ricche, quand'ecco che il capocameriere,
messi sul tavolo i fogli e dicendo, "Ancora un momento, per
favore, Feodor", salt su e si rivolse a Karl urlando tanto
che quest'ultimo, spaventato, come prima cosa lo fiss nella
gran cavit nera della bocca.
"Hai abbandonato il tuo posto senza permesso. Sai cosa
significa? Significa licenziamento. Non voglio sentire
nessuna scusa, i tuoi pretesti inventati li puoi tenere per te,
a me mi basta in pieno il fatto che tu non c'eri. Se io tollero
questo una volta e lo perdono, alla prima occasione gli
addetti agli ascensori, tutti e quaranta, se ne andranno e io,
da solo, dovr portare per le scale i miei cinquecento
clienti."
Karl tacque. Il portiere si era avvicinato e gli tirava in gi la
giacchetta un po' grinzosa, senza dubbio allo scopo di
attirare l'attenzione del capocameriere in particolare su
questa piccola trasandatezza dell'abito
di Karl.
"Ti sei forse sentito improvvisamente male?" domand
astuto il capocameriere.
Karl lo guard indagatore, e rispose: "No."
"E cos neanche male, stavi?", url tanto pi forte il
capocameriere. "Dunque devi aver trovato senza dubbio
un'altra ottima scusa. Come ti discolpi? Forza."
"Non lo sapevo che si deve chiedere il permesso per
telefono", disse Karl.
"Magnifico", disse il capocameriere, prese Karl per il colletto
della giacca e lo port quasi senza fargli toccar terra
davanti a un ordine di servizio degli ascensori inchiodato
sulla parete. "Ecco, leggi!" disse il capocameriere indicando
un paragrafo. Karl pensava di dover leggere per s, ma il
capocameriere comand: "a voce alta!"
Invece di leggere Karl, sperando di calmare in modo
migliore il capocameriere, disse: "Conosco il paragrafo, ho
anche ricevuto l'ordine di servizio e l'ho letto bene. Ma
appunto una disposizione che non serve mai, la si
dimentica. Sono in servizio gi da due mesi e non ho mai
lasciato il mio posto."
"E invece lo lascerai ora", disse il capocameriere, and al
tavolo, riprese in mano i fogli come se volesse rileggerli, li
sbatt per sul tavolo come se fossero cartaccia inutile e
cammin in lungo e in largo, rosse assai le guance e la
fronte, nella stanza. "Per un briccone cos, quel che ci
vuole! Un disturbo simile del servizio notturno!" spar
svariate volte fuori. "Lo sapete chi voleva salire quando
questo bel tipo qui era andato via?" disse rivolgendosi al
portiere, che certo conosceva tutti i clienti e pot valutare,
per cui rabbrivid e guard rapido verso Karl come se solo la
sua esistenza confermasse il fatto che il titolare di quel
nome avesse dovuto aspettare del tempo davanti a un
ascensore il cui addetto se n'era andato.
"E' spaventoso!" disse il portiere e lentamente, con
sconfinata inquietudine, scosse la testa rivolto a Karl, il
quale lo guardava mesto pensando che ora avrebbe dovuto
pagare anche per la lentezza di
comprendonio di quest'uomo.
"Del resto gi ti conosco, io", disse il portiere drizzando
l'indice ben teso, grasso e grosso. "Sei l'unico addetto agli
ascensori che in linea di principio non mi saluta. Cosa credi?
Tutti quelli che passano davanti alla portineria devono
salutarmi. Con il resto dei portieri puoi fare come vuoi, ma
io esigo di essere salutato. Certamente a volte faccio come
se non ci badassi, ma, tu puoi stare ben tranquillo, so molto
bene chi mi saluta e chi no, villano!" Si volt via da Karl e si
diresse tutto impettito verso il capocameriere che per,
invece di esprimersi in merito alla cosa, terminava la sua
colazione e scorreva un giornale del mattino che un
inserviente aveva appena portato nella stanza.
"Signor portiere capo", disse Karl, che voleva mettere in
chiaro la cosa con il portiere, almeno, intanto che il
capocameriere non stava attento, infatti capiva che forse
non il rimprovero del portiere lo poteva danneggiare, ma la
sua ostilit, "io vi saluto senza meno. Non molto che mi
trovo in America e vengo dall'Europa, dove notoriamente si
saluta molto pi di quanto serva. Non mi ci sono del tutto
potuto abituare, ed ancora un paio di mesi or sono a New
York, dove per combinazione ho frequentato ambienti
elevati, mi si raccomandato in ogni occasione di smetterla
con la mia esagerata cortesia. E dovrei allora non avervi
salutato, proprio voi! Vi ho salutato pi volte ogni giorno.
Ma com' naturale non ogni volta che vi ho visto perch
ogni giorno vi passo davanti cento volte."
"Tu mi devi salutare ogni volta, ogni volta, senza eccezione,
tutto il tempo che parli con me devi tenere il cappello in
mano, ti devi rivolgere a me sempre come 'portiere capo', e
non come 'voi'. E questo, tutto questo, ogni volta."
"Ogni volta?", replic Karl piano, e nel domandarlo ora si
ricord come era stato guardato dal portiere per tutto il
tempo del suo soggiorno l, sempre in modo severo e
rimproverante, gi da quella prima mattina in cui, ancora
non ben adattato alla sua posizione servile, un po' troppo
arditamente aveva domandato a quel portiere in modo
diretto e urgente se due uomini non avessero forse chiesto
di lui e magari lasciato
una fotografia.
"Ora lo vedi, dove porta una simile condotta", disse il
portiere, che di nuovo si era avvicinato tutto a Karl, ed
indic il capocameriere che ancora leggeva, come se questi
fosse il patrocinatore della sua vendetta. "Nel tuo prossimo
posto gi lo capirai, di salutare il portiere, e sia pure
soltanto in una misera spelonca."
Karl cap di averlo gi proprio perduto, il suo posto, infatti il
capocameriere in precedenza lo aveva detto al portiere
capo, questi la riteneva cosa fatta, e per un addetto agli
ascensori poteva non servire la comunicazione del
licenziamento da parte della direzione. Era andata pi
veloce di quanto avesse pensato, perch aveva lavorato per
due mesi, in fondo, bene come poteva, e certo meglio di
molti altri ragazzi. Ma su faccende del genere in ogni parte
del mondo, in America, in Europa, al momento decisivo si
va per le spicce, chiaro, come a uno gli viene fuori dalla
bocca, la sentenza, alla prima arrabbiatura. Forse ora
sarebbe stata la cosa migliore se si fosse subito congedato
e fosse andato via, la capocuoca e Therese forse dormivano
ancora, per risparmiar loro la delusione e il dolore in merito
alla sua condotta con una separazione di persona, si
sarebbe congedato con una lettera, avrebbe potuto fare alla
svelta la valigia e in silenzio andar via. Se restava invece
ancora solo un giorno, ed avrebbe avuto certo bisogno di un
po' di sonno, non lo aspettava null'altro che la
trasformazione del suo caso in uno scandalo, biasimi da
ogni parte, null'altro che la vista insopportabile delle
lacrime di Therese e forse della capocuoca, perfino, e
magari come miglior finale anche una punizione. D'altra
parte per lo turbava il fatto di aver l due avversari e che
ad ogni parola che lui avrebbe detto, se non l'uno, l'altro
qualcosa ci avrebbe trovato da ridire e l'avrebbe mal
interpretata. Per cui tacque e gust la pace che regnava
nella stanza, infatti il capocameriere continuava a leggere il
giornale e il portiere capo metteva ordine sul tavolo i suoi
fogli sparpagliati secondo il numero di pagina, cosa che a
causa della sua palese miopia gli creava gran difficolt.
Infine il capocameriere sbadigliando mise gi il giornale, si
accert con
un'occhiata che Karl fosse ancora l ed avvi la campanella
del telefono da tavolo. Grid diverse volte "Pronto!", ma
nessuno si fece sentire. "Nessuno risponde", disse al
portiere capo. Questi, che aveva un notevole interesse,
come parve a Karl, per la telefonia, disse: "Ma sono gi le
cinque e tre quarti. Lei certo gi sveglia. richiamate." In
quel momento venne, senza ulteriori chiamate, il riscontro
telefonico. "Qui capocameriere Isbary", disse il
capocameriere. "Buon giorno, signora capocuoca. Non che
alla fine vi ho svegliato? Mi dispiace molto. S, s, sono gi le
cinque e tre quarti. Ma mi dispiace sinceramente di avervi
spaventata. Dovreste staccare il telefono, durante il sonno.
No, no, davvero, non ho giustificazioni, specie per la scarsa
importanza della cosa di cui vi voglio parlare. Ma naturale,
ho tempo, vi prego, resto al telefono, quando siete pronta."
"Dev'essere corsa al telefono in camicia da notte", disse
sorridendo il capocameriere al portiere capo, che per tutto il
tempo si era tenuto chinato verso l'apparecchio telefonico
con espressione del viso eccitata. "L'ho davvero svegliata,
voglio dire, altrimenti viene svegliata dalla ragazzina che
scrive a macchina per lei, e oggi, in via eccezionale, deve
esserle mancata. Mi dispiace di averla spaventata, in ogni
modo nervosa."
"Perch non parla pi?"
"E' andata a vedere cosa successo alla ragazza", rispose il
capocameriere gi con il ricevitore all'orecchio, infatti suon
di nuovo. "Si trover una soluzione", disse ancora nel
telefono."Non potete farvi spaventare cos da tutto. Avete
davvero bisogno di rimettervi come si deve. Ecco dunque la
mia questioncella. C' qui un ragazzo addetto agli ascensori
di nome" - si volse verso Karl che, dato che ascoltava con
attenzione, pot subito venirgli in aiuto - "dunque, di nome
Karl Rossmann. Se mi ricordo bene, vi siete un poco
interessata a lui; purtroppo ha ripagato male la vostra
gentilezza, ha lasciato il suo posto senza permesso, per cui
mi ha causato seccature ancora incalcolabili e come
conseguenza io l'ho poco fa licenziato. Spero che non
prendiate la cosa sul tragico. Come dice? Licenziato, s,
licenziato. Ma vi ho pur detto
che ha lasciato il suo posto. No, non posso davvero
accontentarvi, cara signora capocuoca. E' in questione la
mia autorit, molto in gioco in ci, uno solo mi guasta
tutta quanta la squadra. E' proprio coi ragazzi addetti agli
ascensori che si deve stare dannatamente attenti. No, no, in
questo caso non posso farvi il favore, per quanto a favorirvi
io ci tenga sempre. Se, nonostante tutto, lo facessi restar
qui per voi, s, per voi, signora capocuoca, non otterrei altro
effetto se non quello di mantener viva la mia stizza, no, lui
non pu restare. Voi vi prendete a cuore uno che
assolutamente non lo merita, e dato che conosco non solo
lui, ma anche voi, so che ci vi darebbe le pi gravi
delusioni che ad ogni costo voglio risparmiarvi. Dico tutto
senza reticenze, per quanto l'impenitente giovane sia qui a
pochi passi. E' licenziato, no, no, signora capocuoca, viene
licenziato in tronco, no, no, non viene spostato a nessun
altra mansione, totalmente inabile. Del resto, anzi, lo
investono altre lagnanze. Il portiere capo per esempio, s,
cosa? - Feodor, s, Feodor, si rammarica della scortesia e
della impudenza di questo giovane. Come, questo non
sufficiente? Ma, cara signora capocuoca, voi venite meno al
vostro carattere, a causa di questo giovane. No, non potete
cimentarmi in questo modo."
In quel momento il portiere capo si chin all'orecchio del
capocameriere e mormor qualcosa. Il capocameriere lo
guard stupito e poi parl al telefono tanto rapido che Karl
all'inizio non cap del tutto bene ed in punta di piedi gli si
avvicin.
"Cara signora capocuoca", disse cio, "parlando schietto,
non avrei creduto che voi foste una conoscitrice tanto
scarsa delle persone. Vengo appunto a conoscenza di
qualcosa, a proposito del vostro angioletto, che muter
radicalmente la vostra opinione su di lui, e mi dispiace quasi
di dirvelo proprio io. Questo distinto giovane dunque, che
voi chiamate un modello di garbo, non lascia trascorrere
una notte libera senza andare in citt, da dove fa ritorno a
giorno fatto. S, s, signora capocuoca, confermato da
testimoni, da testimoni incontestabili, s. Potreste dirmelo,
voi, dove li prende i soldi per questi divertimenti? Come pu
applicarsi al suo servizio con attenzione? E volete forse
anche che ve lo descriva, cosa ci fa, in citt? Di questo
giovane qui in particolare, io mi voglio davvero sbarazzare.
E voi, per favore, prendete il fatto come ammonizione alla
cautela, e quanta, che ci vuole coi giovanotti che capitano
qui."
"Ma, signor capocameriere", grid ora Karl, effettivamente
facilitato dal grande errore che l pareva scapparci e che
forse al pi presto poteva finire dove tutto ancora,
inaspettatamente, si sarebbe corretto, "c' di sicuro un
equivoco. Il portiere capo vi ha detto, credo, che io ogni
notte esco. Ma questo completamente sbagliato, ogni
notte vero invece che sono in dormitorio, tutti i ragazzi lo
potrebbero confermare. Quando non dormo studio
corrispondenza commerciale, ma non mi muovo mai dal
dormitorio. E' facile da confermare. con chiarezza il signor
portiere capo mi confonde con qualcun altro, e ora capisco
anche perch ritiene che non lo saluti."
"Tu tacerai subito", url il portiere capo e scosse il pugno,
laddove altri avrebbero mosso un dito. "Devo averti confuso
con un altro! Ma certo, allora non posso pi essere portiere
capo, se io confondo le persone. Sentite questa, signor
Isbary, allora non posso pi essere portiere capo, certo, se
confondo le persone. Nei miei trent'anni di servizio ancora
non mi capitato alcuna confusione di persone, come
centinaia di signori capo camerieri che abbiamo da allora
devono confermare, ma secondo te, miserabile, devo aver
iniziato ora, a confondermi. Secondo te, con quella faccia
schifosamente placida. Cosa c' da confondere? Potresti
esser corso in citt alle mie spalle ogni notte, ed io
testimonio, anche solo dalla tua faccia, che sei uno
straccione fatto e finito."
"Lascia stare, Feodor!" disse il capocameriere, la cui
telefonata con la capocuoca sembrava essersi
improvvisamente interrotta. "La faccenda molto semplice.
I suoi divertimenti notturni non sono nemmeno la cosa pi
essenziale. Lui, anzi, potrebbe forse voler provocare, prima
di andarsene, ancora una qualche ricerca in merito a quel
che fa di notte. Posso gi immaginarmi che ci gli
piacerebbe. Sarebbero magari chiamati tutti e quaranta i
ragazzi addetti agli ascensori, sarebbero sentiti come
testimoni, com' naturale tutti lo avrebbero confuso con
altri, dunque dovrebbe venire un po' per volta tutto il
personale, l'attivit dell'albergo com' naturale per un po'
verrebbe interrotta, e quando alla fine lui fosse sbattuto
fuori, almeno si sarebbe divertito. Dunque meglio che non
lo facciamo, questo. La capocuoca, quella brava donna, lui
l'ha gi presa in giro, e questo deve bastare. Non ne voglio
sentire pi; tu sei licenziato per inosservanza del servizio
sul posto di lavoro. ti do un ordine per la cassa, che ti venga
pagato il salario fino a oggi. Data la tua condotta, tra l'altro,
si tratta solo d'un regalo - detto tra noi - che io ti faccio per
riguardo alla signora capocuoca."
Una chiamata telefonica trattenne il capocameriere dal
firmare subito l'ordine. "Per, i ragazzi addetti agli
ascensori oggi mi fanno lavorare!" grid gi dopo aver
sentito le prime parole. "E' inaudito!" grid dopo un
momento. Si volse dal telefono verso il portiere e disse:"Per
favore, Feodor, trattienilo un po', il giovanotto, avremo
ancora da parlarci." E al telefono ordin: "Vieni subito qui."
A questo punto il portiere capo pot almeno sfogare ci che
a parole non era riuscito a fare. Strinse Karl per gli omeri,
ma non con una presa diciamo tranquilla che in fondo
sarebbe stata tollerabile, invece a momenti la allentava e
poi la aumentava sempre di pi, cosa che aveva l'aria di non
finire, data la sua gran forza fisica, e provocava il buio
davanti agli occhi di Karl. Non solo lo teneva, per, ma,
come se avesse ricevuto l'ordine di allungarlo, lo tirava a
momenti in su e lo scuoteva, continuando nel frattempo a
dire, a met in modo interrogativo, al capocameriere: "Lo
confondo con un altro, ora, o no? - lo confondo con un altro,
ora, o no?"
Fu liberatorio per Karl quando il capo degli addetti agli
ascensori, un certo Bess, un giovane grasso che non faceva
che sbuffare, entr attirando un po' su di s l'attenzione del
portiere capo. Karl era cos stanco che appena salut,
quando con sorpresa vide Therese sgattaiolare dentro alle
spalle di Bess, pallida come una morta, con gli abiti in
disordine ed i capelli spettinati. In un attimo da lui,
mormor:"Gi lo sa la capocuoca?"
"Il capocameriere le ha telefonato", rispose Karl.
"E' gi una cosa buone, allora, gi una cosa buona", disse
rapida, gli occhi vivaci.
"No", disse Karl. "Tu non sai che cosa hanno contro di me.
Devo andar via, la capocuoca ne gi informata. Te ne
prego, non restare qui, va' su, poi verr a congedarmi da
te."
"Ma Rossmann, cosa ti viene in mente, tu resterai di certo
con noi fin quando vorrai. Il capocameriere fa tutto quello
che la capocuoca vuole, anzi ne innamorato, l'ho saputo
l'altro giorno. Basta che tu stia tranquillo."
"Ti prego Therese, ora vattene. Non posso difendermi tanto
bene, se tu ci sei. E devo difendermi perfettamente, poich
vengono messe in campo delle menzogne contro di me. Pi
riesco ad essere attento, per, ed a difendermi, e pi
speranza c' che io resti. Dunque, Therese -" Purtroppo non
pot evitare, a causa di un'improvvisa fitta, di aggiungere:
"Se questo portiere capo mi lasciasse! Non lo sapevo
proprio, che mi ostile. Ma perch seguita a strizzarmi e a
tirarmi!?" Ma cosa lo dico a fare - pens allo stesso tempo -
non c' femmina che possa sentire una cosa del genere e
rimanere calma; e infatti Therese si volse al portiere capo,
senza che Karl avesse potuto impedirglielo con la mano che
aveva libera: "Signor portiere capo, per favore, lasciate
subito il Rossmann. Gli fate male. La signora capocuoca
verr subito di persona e si vedr che a lui stata fatta
totale ingiustizia. Lasciatelo; ma che cosa ci trovate di
divertente, nel tormentarlo?" Ed afferr addirittura la mano
del portiere capo. "Comandate, signorinella, comandate",
disse il portiere capo e tir Therese, con la mano che aveva
libera, gentilmente a s, intanto che con l'altra strizzava
addirittura Karl, come gli volesse non solo far male, ma
come se avesse un obbiettivo particolare, con questo
braccio che si trovava in suo potere, che ancora non fosse
stato raggiunto.
A Therese serv un po' di tempo per svincolarsi
dall'abbraccio del portiere capo, e intendeva adoperarsi per
Karl presso il capocameriere, che seguitava a farsi far
rapporto dettagliatamente da Bess, quando la capocuoca
entr a passi veloci.
"Grazie a Dio!", grid Therese, e per un momento nella
stanza non si udirono che queste parole dette a voce alta.
Subito il capo portiere salt su e spinse da parte Bess.
"Anche voi qui, signora capocuoca? Per questa piccolezza?
Dopo la nostra conversazione telefonica potevo
immaginarlo, ma non ci credevo veramente. E intanto la
faccenda per il vostro protetto si fa sempre pi grave. Temo
che non lo licenzier, ma che invece dovr farlo arrestare.
Sentite voi stessa." E accenn a Bess di avvicinarsi.
"Vorrei prima parlare un poco con il Rossmann", disse la
capocuoca mettendosi su una sedia cui il capocameriere la
invitava.
"Karl, per favore, avvicinati", disse poi. Karl obbed, o,
meglio assai, venne trascinato vicino alla capocuoca da
parte del portiere capo. "Per lasciatelo", disse la
capocuoca con durezza, "non mica un rapinatore omicida!"
Il portiere capo di fatto lo lasci, ma lo spinse avanti con
tanta forza che per lo sforzo gli vennero le lacrime agli
occhi.
"Karl", disse la capocuoca, mise le mani in grembo e lo
guard tenendo la testa inclinata - non somigliava per nulla
ad un interrogatorio - "prima di tutto voglio dirti che io ho
ancora piena fiducia in te. Anche il signor capocameriere
un uomo imparziale, ne sono garante. Entrambi siamo in
fondo ben intenzionati a tenerti qui" - e a quel punto di
sfuggita guard verso il capocameriere, come se volesse
pregarlo di non interromperla. Non successe. "Dimentica
dunque ci che forse ti si detto finora qui. Prima di tutto,
ci che forse il capocameriere ti ha detto, non devi
prenderlo particolarmente sul serio. Si tratta di un uomo
certamente agitato, con il suo lavoro non c' da
meravigliarsene, ma anche lui ha moglie e figli e sa che un
ragazzo che fa assegnamento solo su di s non si deve
vessare inutilmente, quando di ci si occupa a sufficienza il
resto del mondo."
Nella stanza regnava il silenzio. Il portiere capo guard il
capocameriere in cerca di spiegazioni, questi guardava la
capocuoca scuotendo la testa. L'addetto agli ascensori Bess
sogghignava davvero da ebete alle spalle del cameriere.
Therese singhiozzava, al chiuso di se stessa. di gioia e di
dolore, e penava davvero a non farsi sentire da
nessuno.
Per quanto ci potesse esser preso per un brutto segno,
Karl non guardava la capocuoca, che desiderava un suo
sguardo, ma invece il pavimento davanti a s. Nel braccio
da ogni parte aveva spasimi, la camicia gli premeva sui
lividi, avrebbe veramente dovuto togliersi la giacca e darci
un'occhiata. Quel che la capocuoca diceva era naturalmente
gentile, per sfortunatamente gli pareva che proprio dalla
condotta della capocuoca dovesse venire alla luce che lui
non meritava alcuna gentilezza, che immeritatamente aveva
goduto per due mesi della sua bont, anzi, che lui non
meritava niente altro di cadere in mano al capo portiere.
"Lo dico", continu la capocuoca, "perch tu ora risponda
tranquillamente, cosa che del resto probabilmente avresti
fatto lo stesso, a quanto credo di conoscerti.
"Prego, posso intanto andare a chiamare il dottore, quello
potrebbe, voglio dire, intanto dissanguarsi", s'intromise
d'improvviso l'addetto agli ascensori Bess con gran cortesia,
ma disturbando assai.
"Va'", disse il capocameriere a Bess, che subito se ne and.
E poi alla capocuoca: "La faccenda questa. Il portiere capo
non ha tenuto fermo il ragazzo per divertimento. Gi, nel
dormitorio degli addetti agli ascensori, mi spiego, stato
trovato nascosto accuratamente un estraneo, ubriaco
fradicio. com' naturale lo si svegliato e si intendeva
mandarlo via. Allora quest'uomo ha iniziato a fare un gran
baccano continuando a urlare che il dormitorio appartiene al
Karl Rossmann di cui lui ospite, che ce lo ha portato lui e
che lui punisce chiunque osi muoverlo. Che comunque lui
deve aspettare Karl Rossmann perch gli ha promesso soldi
ed andato a prenderli. Fateci attenzione, signora
capocuoca: promesso soldi e andato a prenderli. Anche tu
puoi stare attento, Rossmann", disse il capocameriere, come
tra parentesi, a Karl, che si stava voltando verso Therese, la
quale, come incantata, guardava il capocameriere e
continuava a togliersi dalla fronte qualche ciocca, se non
faceva tale movimento della mano in modo automatico.
"Forse ti sto ricordando qualche impegno che hai preso. Vi
risparmio il resto", disse il
capocameriere. "Quello ha detto inoltre che voi due dopo il
tuo ritorno farete una visita notturna ad una certa cantante
il cui nome nessuno ha capito, perch quello riusciva e dirlo
solo cantando."
A quel punto il capocameriere s'interruppe, infatti la
capocuoca visibilmente impallidita si alz dalla sedia
spingendola un po' indietro.
"Vi risparmio il resto", disse il capocameriere.
"No, per favore, no", disse la capocuoca afferrandogli la
mano, "continuate pure , voglio sentire tutto, sono qui per
questo."
Il portiere capo, che si faceva avanti e si batteva forte sul
petto a indicare che lui dall'inizio aveva capito tutto, venne
placato e respinto dal capocameriere che intanto diceva:
"certo, avete completamente ragione, Feodor!"
"Non c' pi molto da raccontare", disse il capocameriere.
"Per come sono i giovani, subito lo hanno deriso, quello, poi
ci hanno litigato e lui, dal momento che l ci sono sempre
buoni pugilatori, stato preso a pugni; e non ho neanche
osato chiedere da dove a da quanti posti egli sanguini,
infatti questi ragazzi sono pugilatori tremendi e com'
naturale un ubriaco per loro uno scherzo!"
"E quindi", disse la capocuoca, e tenendo la spalliera della
sedia guard il posto che aveva appena lasciato. "Dunque,
dite per favore una parola, Rossmann!" disse. Therese si era
mossa da dov'era prima, era andata dalla capocuoca e le si
era attaccata, cosa che Karl non le aveva mai visto fare. Il
capocameriere si strinse dietro la capocuoca e lentamente
le aggiust il collettino di pizzo che si era un po' rovesciato.
Vicino a Karl il portiere capo disse: "Allora, lo fai o no?",
volendo per solo mascherare con la domanda il colpo che
intanto gli dava nella schiena.
"E' vero", disse Karl, con meno sicurezza di quanto voleva, a
causa del colpo, "che l'ho portato in dormitorio."
"Non vogliamo sapere di pi", disse il portiere a nome di
tutti. La capocuoca si volse senza parlare verso il
capocameriere e poi verso Therese.
"Non potevo fare altro", continu Karl. "Quello mio
compagno da prima che arrivassi qui, venuto, dopo che
non ci eravamo visti per due
mesi, a farmi una visita, ma era cos ubriaco che non poteva
tornar via da solo."
Il capocameriere accanto alla capocuoca a mezza voce disse,
senza rivolgersi a nessuno in particolare: "E' venuto dunque
in visita ed era cos ubriaco che non poteva tornare via da
solo." La capocuoca mormor qualcosa, volgendosi sulla
propria spalla, al capocameriere, che parve fare
un'obbiezione con un sorriso chiaramente estraneo alla
faccenda in corso. Therese - Karl guardava solo lei - si
strinse con la faccia alla capocuoca in totale abbandono,
intenzionata a non vedere pi nulla. L'unico soddisfatto
della spiegazione di Karl era il portiere capo, il quale pi
volte ripet: "Perfetto, bisogna soccorrere il proprio
ubriacone", tentando di inculcare in ciascuno dei presenti
con sguardi e movimenti delle mani tale spiegazione.
"Dunque sono responsabile", disse Karl, e fece una pausa
come se fosse in attesa d'una parola gentile del suo giudice
che potesse dargli il coraggio d'una ulteriore difesa, ma
essa non venne, "sono responsabile solo di questo, di averlo
portato - si chiama Robinson, un irlandese - in dormitorio.
Tutto il resto da lui detto dipende dall'ubriachezza ed
falso."
"Dunque non gli hai promesso soldi?", domand il
capocameriere.
"S", disse Karl, e gli dispiacque di averlo dimenticato, si era
mostrato senza riflettere o per distrazione, parlando in
modo troppo sicuro, come non responsabile. "Ho promesso
soldi perch me ne ha chiesti. Per non che volessi andare
a prenderli, ma invece volevo dargli le mance che ho
guadagnato stanotte." Ed a dimostrazione trasse i soldi
dalla tasca mostrando alcune monetine sulla mano aperta.
"Continui ad ostinarti", disse il capocameriere. "Per crederti
bisognerebbe dimenticare quel che hai detto in precedenza.
Prima dunque, lo hai portato soltanto in dormitorio, quello -
non ti credo nemmeno sul nome, Robinson, da che c'
l'Irlanda nessun irlandese si chiama in questo modo - per la
qual cosa sola tu potresti gi essere sbattuto fuori, ma non
gli hai promesso subito soldi, poi quando ti si domanda di
sorpresa, ecco che glieli hai promessi, i soldi. Qui non si
gioca mica agli indovinelli, noi vogliamo sentire la tua
difesa. Prima non volevi andare a prendere i soldi, ma dargli
le tue mance di oggi, poi per viene fuori che questi soldi
delle mance li hai ancora, dunque chiaro che volevi andare
a prenderne altri, cosa testimoniata dalla tua lunga
assenza. In definitiva non ci sarebbe nulla di speciale, se tu
avessi voluto prendere i soldi dalla tua valigia; ma che tu lo
neghi con forza , d'altra parte, qualcosa di notevole, cos
come seguiti a voler tacere di averlo lasciato ubriacare
proprio qui nell'albergo, su cui non c' il minimo dubbio,
infatti tu stesso hai confessato che venuto da solo, ma da
solo non poteva andarsene, e lui stesso, anzi, in dormitorio
ha berciato di esser tuo ospite. In questione restano solo,
ora, due cose cui, se vuoi semplificare la faccenda, puoi
rispondere, ma che potrebbero venir stabilite in fondo
anche senza la tua collaborazione: primo, come hai fatto ad
entrare nella dispensa, e, secondo, come hai raccolto i soldi
da regalargli?"
Impossibile difendersi, se c' malevolenza, si disse Karl, e
smise di rispondere al capocameriere, per quanto
probabilmente a Therese dispiacesse. Sapeva che tutto
quello che poteva dire, dopo sarebbe sembrato tutt'altro
rispetto al detto, e che restava decidibile solo il genere del
giudizio, buono o cattivo che fosse.
"Non risponde", disse la capocuoca.
"E' la cosa pi ragionevole che possa fare", disse il
capocameriere.
"Inventer qualche altra cosa", disse il portiere capo, e con
la fin l crudele mano si gratt prudentemente la barba.
"Zitta", disse la capocuoca a Therese, che da parte sua
iniziava a singhiozzare, "lo vedi, non risponde, possiamo far
qualcosa per lui? In definitiva sono io che davanti al signor
capocameriere mi comporto male. Di', Therese, secondo te
ho mancato di far qualcosa per lui?" Come poteva saperlo,
Therese, ed a cosa serviva che la capocuoca si
compromettesse davanti a quei due signori con queste
domande e preghiere rivolte con chiarezza a una ragazzina?
"Signora capocuoca", disse Karl facendosi di nuovo
coraggio, ma solo per risparmiare la risposta a Therese,
senz'altro scopo, "non credo di
avervi disonorato, e, indagando in modo corretto, anche
tutti gli altri dovrebbero capirlo."
"Tutti gli altri", disse il portiere capo, e con un dito indic il
capocameriere, " una frecciata contro di voi, signor Isbary."
"Orbene, signora capocuoca", disse questi, "sono le sei e
mezzo, tardi, tardissimo. Penso che mi lasciate, come la
cosa migliore, di dire la parola conclusiva su questa
faccenda che stata trattata gi con troppa pazienza."
Il piccolo Giacomo era arrivato, voleva andare da Karl, ma ci
rinunci, spaventato dal silenzio generale che dominava, ed
attese.
Dopo le ultime parole di Karl la capocuoca non aveva
spostato il suo sguardo da lui e nulla indicava che lei avesse
udito la puntualizzazione del capocameriere. I suoi occhi
fissavano Karl, grandi e azzurri, ma resi un po' opachi
dall'et e dalle molte pene. Dal modo in cui stava l
stancamente dondolando davanti a s la sedia ci si sarebbe
potuti aspettare che da un momento all'altro dicesse:
dunque, Karl, la faccenda non , pensandoci su, ancora
chiarita e serve ancora, come hai detto giustamente, una
indagine corretta. Ora noi abbiamo intenzione di
organizzarla, si sia d'accordo oppure no, infatti dev'esserci
giustizia.
Invece, dopo una breve pausa che nessuno aveva osato
interrompere - solo l'orologio batt, a convalida delle parole
del capocameriere, le sei e mezzo, ed insieme ad esso, come
ognuno sapeva, allo stesso tempo tutti gli orologi
dell'albergo, ci suonando all'orecchio, ed alla mente, come
il soprassalto due volte ripetuto di un'unica grande
impazienza - la capocuoca disse: "No Karl, no, no! Non
prendiamoci in giro. Le cose giuste hanno anche un loro
aspetto preciso, e quel che ti riguarda, devo ammetterlo,
non lo ha. Posso e devo dirlo; devo ammetterlo, dal
momento che sono la persona, qui, con il miglior giudizio su
di te. Vedi, anche Therese tace." (Per non taceva,
piangeva).
La capocuoca si ferm prendendo un'improvvisa decisione e
disse: "Karl, vieni qui", e quando lui fu presso di lei -
unendosi dietro le sue spalle il capocameriere e il portiere
capo subito in vivace chiacchiera - lo afferr con la mano
sinistra ed insieme a lui e Therese, che li segu arrendevole
in fondo della stanza, si mosse in quello spazio su e gi
dicendo al contempo: "E' possibile, Karl, e tu sembri
confidare, altrimenti io essenzialmente non ti capirei, nel
fatto che una indagine ti dia ragione su singole piccolezze.
Perch no, poi? Forse in realt lo hai salutato, il portiere
capo. Lo credo addirittura con certezza, so anche in che
cosa devo tenerne conto, del portiere capo, vedi che anche
ora ti parlo apertamente. Ma piccole giustificazioni del
genere non ti aiutano affatto. Il capocameriere, la cui
conoscenza delle persone nel corso di molti anni ho
imparato a stimare e che , soprattutto, la persona pi
fidata che io conosca, ha dichiarato la tua responsabilit con
chiarezza, ed essa a me sembra inoppugnabile. Forse ti sei
comportato solo in modo precipitoso, per forse tu non sei
quello che io ho creduto. Eppure", a quel punto s'interruppe
diciamo da s e fuggevolmente guard in direzione dei due
signori, " eppure non riesco a disabituarmi a considerarti in
fondo un giovane per bene."
"Signora capocuoca! Signora capocuoca!" esort il
capocameriere, che aveva intercettato lo sguardo di lei.
"Siamo pronti", disse la capocuoca, e pi svelta si rivolse a
Karl: "Ascolta, Karl, per come la vedo io sono gi contenta
che il capocameriere non voglia avviare alcuna indagine;
infatti, se lo volesse fare, dovrei impedirlo, nel tuo
interesse. Nessuno deve venire a sapere com' che hai
ospitato quello, che del resto non pu essere stato un tuo
vecchio compagno come affermi, dato che, separandovi, ci
hai litigato in modo serio, ragione per cui ora non tratteresti
con lui. Pu essere soltanto un conoscente con cui
sconsideratamente, di notte, in una qualche bettola in citt,
hai fraternizzato. Come hai potuto nascondermi tutte queste
cose, Karl? Se ti era insopportabile il dormitorio ed hai
iniziato per tale innocente motivo a fare il nottambulo,
perch non ne hai fatto parola? - lo sai, volevo procurarti
una stanza tua personale, e ci ho rinunciato proprio su tua
richiesta. Ora sembra che tu abbia quasi preferito il
dormitorio comune perch ti ci sentivi meno vincolato. I tuoi
soldi li avevi in custodia nella mia cassa, e le mance me le
hai portate ogni settimana; da dove, bont divina, ragazzo,
hai preso i soldi per i tuoi divertimenti, e
da dove volevi prenderli ora per il tuo amico? Com'
naturale si tratta di cose che, almeno ora, per la loro
chiarezza io non posso far sapere al capocameriere, infatti
una indagine sarebbe forse in seguito inevitabile. Devi
dunque assolutamente andar via dall'albergo e certamente
pi alla svelta che puoi. Va' alla pensione Brenner - gi ci sei
stato diverse volte con Therese - loro su questa
raccomandazione ti alloggeranno gratis -", e la capocuoca
scrisse con una matita dorata estratta dalla bluse alcune
righe su un biglietto da visita senza interrompere le sue
parole - "ti mander subito la tua valigia. Therese, va' nel
guardaroba degli addetti agli ascensori e fagli la valigia!"
(Ma Therese non si muoveva, ancora, invece voleva, avendo
sopportato tutto il dispiacere, ora condividere
completamente la piega favorevole che, grazie alla bont
della capocuoca, prendeva la faccenda di Karl).
Qualcuno apr un poco senza annunciarsi la porta e la
richiuse subito. Doveva esser stato Giacomo, era chiaro,
infatti fu lui a farsi avanti e disse: "Rossmann, ho qualcosa
da dirti."
"Subito", disse la capocuoca infilando a Karl, che stava ad
ascoltarla a testa china, il biglietto da visita in tasca, "i tuoi
soldi provvisoriamente li tengo io, sai che puoi fidarti. Oggi
non uscire, rifletti sulla tua situazione, domani - oggi non ne
ho proprio il tempo, mi sono gi trattenuta troppo qui -
vengo da Brenner e vedremo che cosa si pu continuare a
fare per te. Non ti abbandoner, comunque questo devi
saperlo gi oggi. Non del tuo futuro ti devi preoccupare, ma
del tuo passato." Con questo gli batt leggermente sulla
spalla e si diresse verso il capocameriere. Karl sollev la
testa e segu con lo sguardo quella imponente donnona che
si allontanava da lui con passi calmi e portamento sciolto.
"Non sei contento", disse Therese, rimastagli accanto, che
pure tutto andato a finire cos bene?"
"Oh s", disse Karl e le sorrise, ma non sapeva perch
doveva esser contento che lo si mandasse via come un
ladro. Gli occhi di Therese luccicavano di pura gioia, come le
fosse indifferente tutto: se Karl avesse commesso qualcosa
o no, se lui fosse stato giudicato in modo giusto o no, se lo
si facesse uscir di scena con vergogna o con onore. E si
regolava proprio cos, Therese, che pure, per quanto la
riguardava, era tanto scrupolosa e per settimane
rimuginava ed analizzava una parola della capocuoca non
del tutto chiara. Intenzionalmente Karl le domand: "Mi
preparerai subito la valigia e me la manderai?" Fu costretto
a scuotere la testa, senza volere, tanto veloce fu Therese ad
adeguarsi alla richiesta, e la certezza che nella valigia ci
fossero cose da mantenere celate davanti alla gente fece s
che lei Karl non lo guardasse, e neanche gli dette la mano,
mormorando solo questo: "naturale, Karl, la valigia la
preparo subito subito." E gi se ne era andata.
A questo punto per Giacomo non si tenne pi, eccitato
dalla lunga attesa alz la voce: "Rossmann, quello si rotola
in corridoio, da basso, e non vuole farsi mandar via.
Volevano farlo portare all'ospedale, ma lui fa resistenza e
afferma che tu non tollereresti mai che ci andasse. Se si
deve prendere un'automobile e mandarlo a casa, dovresti
pagarla tu. Sei d'accordo?"
"Quello ha fiducia in te", disse il capocameriere. Karl fece
spallucce e cont i soldi in mano a Giacomo. "Di pi non ne
ho", disse poi.
"Devo anche domandarti se vuoi andar con lui", chiese
ancora Giacomo facendo tintinnare i soldi.
"Non va con lui", disse la capocuoca.
"Dunque, Rossmann", disse il capocameriere in fretta e
senza neppure aspettare che Giacomo fosse fuori, "sei
licenziato sui due piedi."
Il portiere capo annu diverse volte come se le parole che il
capocameriere si limitava a ripetere fossero le sue.
"I motivi del tuo licenziamento non posso neppure
enunciarli, dato che altrimenti dovrei farti arrestare."
Il portiere capo guard molto male la capocuoca avendo ben
capito che lei era la causa di questo trattamento troppo
mite.
"Ora va' da Bess, spogliati, consegnagli la tua livrea e
vattene subito, ma subito, dalla casa."
La capocuoca chiuse gli occhi, con ci intendendo
tranquillizzare Karl. Mentre si congedava inchinandosi, lui
fuggevolmente vide che il capocameriere di nascosto
prendeva una mano della capocuoca e ci
giocava. Il portiere capo accompagn a passi grevi Karl fino
alla porta, che non gli lasci chiudere, ma che lasci aperta
per potergli urlare dietro: "Ti voglio veder marciare davanti
a me dov' il portone principale, in quindici secondi!
Ricordatene!"
Karl si sbrig nei limite del possibile solo per evitare
seccature sul portone, ma tutto and meno veloce di quel
che voleva. Prima cosa Bess era introvabile e in quel
momento, ora di colazione, v'era il pieno di gente, poi
emerse che un ragazzo aveva preso in prestito i vecchi
calzoni di Karl, che fu costretto a cercare l'attaccapanni
quasi accanto a tutti i letti, prima di trovarli, di modo che
ben cinque minuti erano trascorsi prima che potesse
arrivare al portone. Proprio davanti a lui camminava una
signora in mezzo a quattro signori. Andavano tutti verso
una grossa automobile che li aspettava con un lacch a
tenerne aperto lo sportello intanto che protendeva il braccio
sinistro, libero, da una parte in orizzontale, rigidamente,
cosa che appariva altamente cerimoniosa. Karl tuttavia
aveva sperato vanamente di andarsene non visto dietro
questa distinta compagnia. Gi il portiere capo lo afferrava
e lo tirava a s di tra due signori, pregandoli di scusarlo.
"E questi sarebbero quindici secondi", disse guardando di
traverso Karl come se stesse osservando un orologio che va
male. "Vieni qui", disse poi, e lo port nella grande
portineria che Karl aveva da tempo avuto voglia di vedere e
dove ora per entr, spinto dal portiere, solo con
diffidenza. Gi all'ingresso si volt e fece il tentativo di
spostare il portiere capo e di venirsene via.
"No, no, va' che si entra, qui", disse il portiere capo e rigir
Karl.
"Sono licenziato di gi, per", disse Karl volendo con ci
dire che nessuno nell'albergo doveva pi ordinargli
qualcosa.
"Fintanto che ti tengo non sei licenziato", disse il portiere,
cosa che, di certo, era vera.
In fondo Karl non trovava neppure una causa per cui
dovesse rivoltarsi al portiere. Cosa poteva succedergli
ancora? Inoltre le pareti della portineria consistevano solo
in enormi vetrate attraverso cui si vedeva chiaramente la
folla che nell'atrio scorreva ribollente, come se ci si fosse
in mezzo. Anzi, pareva che nell'intera portineria mancasse
un angolo in cui ci si potesse nascondere agli occhi della
folla. Parevano aver tanta fretta, le persone l fuori, infatti a
testa bassa e braccia tese, con occhi esploranti, cercavano
di farsi strada tenendo in alto i loro bagagli, e per quasi
nessuna di loro trascurava di lanciare uno sguardo nella
portineria, infatti dietro le vetrate c'erano appese
informazioni e notizie importanti sia per la clientela che per
il personale dell'albergo. A parte questo era in corso un
ininterrotto scambio tra portineria ed atrio, infatti a due
grandi aperture nelle vetrate stavano due sotto portieri
impegnati in modo continuo a dare chiarimenti sulle pi
varie circostanze. Si trattava di persone assolutamente
stracariche di lavoro, e a Karl piacque pensare che il
portiere capo, come lui lo conosceva, doveva essersi molto
arrabattato ad evitare postazioni del genere, nella sua
carriera. I due addetti alle informazioni avevano di fronte
sempre dieci facce interroganti come minimo - da fuori non
se ne poteva avere un'idea corretta. Tra questi dieci
interroganti, sempre nuovi, c'era spesso una confusione di
discorsi, come se ognun di loro provenisse da un diverso
paese. Alcuni facevano domande in contemporanea, oltre a
ci separatamente parlavano sempre tra loro. I pi
volevano prendere o lasciare qualcosa in portineria, per cui
si vedevano sempre anche inquiete mani gesticolanti
spuntare dalla ressa. Uno a un tratto volle consultare un
certo giornale che improvvisamente si spieg aprendosi, e
per un attimo copr tutte le facce. I due sotto portieri
dunque dovevano far fronte a tutto ci. Semplici discorsi
non sarebbero bastati per il loro compito, essi blateravano,
specialmente uno, un uomo tetro dalla barba scura che gli
circondava tutto il viso, dava informazioni senza
interrompersi mai. Non guardava n il piano del tavolo
dove faceva ininterrottamente quel che gli competeva, n il
viso di questo o quell'interrogante, ma guardava rigido
soltanto davanti a s, chiaramente per concentrare e
risparmiare le energie. Del resto la barba disturbava un po'
la comprensibilit del suo eloquio, e Karl riusc, in quel poco
tempo durante il quale rimase l vicino, ad afferrare assai
poco di quel che quello diceva, per quanto forse, nonostante
l'accento inglese, la
lingua fosse straniera. A parte ci impressionava il fatto che
un'informazione data fosse strettamente attaccata all'altra,
in cui si trasformava, cos che un interrogante stava ancora
a sentire attento perch credeva trattarsi ancora della sua
cosa, per poi, dopo un attimo, accorgersi di essere gi stato
sbrigato. Ci si doveva abituare anche al fatto che il sotto
portiere non chiedeva mai di ripetere una domanda, anche
se questa era posta in modo nell'insieme comprensibile e
solo un po' oscuro, allora un appena percettibile scuoter del
capo indicava che lui non aveva intenzione di rispondere
alla domanda, e che era cosa dell'interrogante il
riconoscimento dell'errore da lui fatto e la riformulazione
della domanda. Per ci in particolare parecchi trascorrevano
moltissimo tempo davanti allo sportello. In aiuto dei sotto
portieri c'erano, uno per ciascuno, dei galoppini che
dovevano, svelti di gamba, tirar fuori da uno scaffale e da
diversi cassetti quello di cui i sotto portieri stavano avendo
bisogno. Era il posto meglio pagato, per quanto il pi
faticoso, che nell'albergo ci fosse per i giovani, in certo
senso era pi duro di quello dei sotto portieri, infatti questi
avevano semplicemente da pensare e da parlare, mentre i
giovani nello stesso tempo dovevano pensare e muoversi.
Nel caso che essi consegnassero qualcosa di sbagliato,
com' naturale il sotto portiere per la fretta non poteva
fermarsi a dargli lunghe spiegazioni, no, gettava
semplicemente via quello che loro avevano messo sul
tavolo, gi con uno strattone. Interessante il cambio dei
sotto portieri che ebbe luogo proprio appena dopo
l'ingresso di Karl. Un cambio simile doveva com' naturale,
almeno durante il giorno, aver luogo pi spesso, infatti
quasi nessuno poteva resistere per pi di un'ora allo
sportello. Il momento del cambio era suonato da una
campanella, entravano subito da una porta laterale i due
sotto portieri cui ora toccava il turno, ognuno seguito dai
due galoppini. Provvisoriamente si piazzavano presso lo
sportello inattivi ed osservavano un attimo le persone fuori
per stabilire in quale stadio si trovava effettivamente la
risposta alla domanda del momento. Quando pareva loro il
momento giusto per intervenire davano un colpetto sulla
spalla del sotto portiere da sostituire che, per quanto fin
allora si fosse
disinteressato di quel che accadeva alle sue spalle, capiva
subito e lasciava libera la postazione. Il tutto andava cos
svelto che spesso le persone all'esterno si sorprendevano e
quasi indietreggiavano impaurite per un cos improvviso
apparire davanti a loro di una nuova faccia. I due sostituiti
si stiravano e si bagnavano poi, sopra due lavabi l pronti, la
testa in fiamme. I galoppini sostituiti per ancora non
potevano stirarsi, ma avevano ancora un pochino da fare
per tirar su gli oggetti buttati sul pavimento nel corso delle
ore del loro servizio, e per rimetterli al loro posto.
Tutto ci Karl lo aveva incamerato con l'attenzione pi
aguzza in pochi momenti, e segu in silenzio con lieve mal di
testa il portiere capo che lo spingeva. Era chiaro, inoltre,
che il portiere capo aveva notato l'effetto che questa sorta
di servizio informazioni aveva fatto su Karl, e d'improvviso
gli dette uno strattone alla mano e disse: "Lo vedi, cos si
lavora qui." Karl non aveva certo poltrito l nell'albergo, ma
di un lavoro simile non aveva avuto alcuna idea, e, quasi
dimenticando del tutto che il portiere capo era il suo
maggior nemico, lo guard e mutamente approvando annu.
Ci parve per al portiere capo un'ulteriore
sopravvalutazione dei sotto portieri e forse una scortesia
nei suoi confronti, infatti, come se avesse ritenuto Karl un
matto, grid senza preoccuparsi che lo si udisse: "questo
qui il lavoro pi scemo di tutto l'albergo; quando si stati
a sentire per un'ora, si conoscono quasi tutte le domande
che vengono poste, ed al resto non c' bisogno di
rispondere. Se tu non fossi stato insolente e screanzato,
bugiardo e scioperato, non avessi bevuto e rubato, avrei
potuto sistemarti a uno sportello cos, dato che per questo
mi servono in definitiva solo teste dure."
Karl finse di non udire l'offesa, per quanto lo riguardava,
tanto era indignato dal fatto che l'onorevole e gravoso
lavoro dei sotto portieri, invece di essere riconosciuto,
veniva deriso e per di pi da un uomo che, se avesse osato
stare per caso a uno sportello simile, certo dopo un paio di
minuti avrebbe dovuto ritirarsi tra le risate di tutti
gl'interroganti.
"Lasciatemi", disse Karl, la sua curiosit nell'entrare nella
portineria era
anche troppo soddisfatta, "non voglio pi aver a che fare
con voi."
"Non basta per svignarsela", disse il portiere capo, strinse
le braccia a Karl al punto che questi non le potesse
muovere, e lo trascin letteralmente dall'altra parte della
portineria. Le persone all'esterno non la videro, questa
brutalit del portiere capo? Oppure, se videro, come la
interpretarono, dal momento che nessuno ebbe da ridire,
dal momento che nessuno buss alla vetrata per segnalare
al portiere capo che lui era oggetto di osservazione e non
poteva permettersi di trattare Karl come gli pareva?
Presto per Karl non ebbe pi nessuna speranza di essere
soccorso dalla parte dell'atrio, infatti il portiere capo afferr
un cordoncino e sopra le vetrate di mezza portineria si
strinsero di volata fino in cima tendaggi neri. Anche in
questa parte della portineria vi erano persone, ma tutte in
piena attivit e prive di orecchie ed occhi per tutto ci che
non avesse relazione con il loro lavoro. Inoltre esse
dipendevano interamente dal portiere capo, e, invece di
aiutare Karl, avrebbero volentieri collaborato a nascondere
quel che al portiere capo fosse venuto in mente. Per dire,
c'erano sei sotto portieri addetti a sei telefoni.
L'organizzazione era siffatta, come si notava subito: uno era
addetto a raccogliere la conversazione, mentre il suo vicino
inoltrava ordini telefonici secondo gli appunti ricevuti dal
primo. Si trattava di quei nuovissimi telefoni per cui non
serviva alcuna cella, dato che il suono del campanello non
era pi alto d'uno stridio, e si poteva parlarci dentro
mormorando, eppur tuttavia le parole pervenivano alla loro
meta con voce tonante grazie a particolari rinforzi elettrici.
Perci si udivano appena i tre parlanti ai loro telefoni e si
sarebbe potuto credere che essi osservassero borbottando
un qualcosa in corso di svolgimento nel microfono del
telefono, mentre gli altri tre, come storditi da chi incalzava,
in un chiasso del resto nei loro pressi inudibile, tenevano la
testa piegata sulla carta dove era lor compito scrivere.
Anche in questo caso accanto a ciascuno dei tre parlanti
c'era un ragazzo a fare assistenza; questi tre ragazzi non
facevano altro che protendere il capo, a momenti, in ascolto
del loro capo e poi, rapidi come fossero stati punti,
cercavano i numeri telefonici in enormi libri di color giallo -
al di l d'ogni rumore dei telefoni le masse di pagine
frusciavano rovesciandosi.
Karl non pot trattenersi dal seguire il tutto con attenzione,
per quanto il portiere capo, che si era messo seduto, lo
teneva davanti a s a mo' di morsa.
"E' mio dovere", disse il portiere capo scuotendo Karl come
se volesse limitarsi ad ottenere che questi voltasse il viso
verso di lui, "riparare almeno un poco, in nome della
direzione dell'albergo, a ci che il capocameriere ha per
qualche motivo sempre trascurato. Qui ciascuno si fa
garante sempre per l'altro. Altrimenti un'azienda tanto
grande sarebbe impensabile. Tu vuoi forse dire che io non
sono tuo immediato superiore; orbene, tanto pi bello da
parte mia che io mi prenda cura di questa faccenda
altrimenti trascurata. Del resto come portiere capo io in
certo senso sto sopra a tutti, infatti dipendono da me tutte
le porte dell'albergo, dunque questa principale, le tre
mediane e le dieci laterali, per non parlare delle
innumerevoli porticine e dei corridoi privi di porte. Com'
naturale hanno da rispondere in modo incondizionato a me
tutti coloro che sono da considerare personale in servizio. In
corrispondenza a tale grande onore, com' naturale, di
fronte alla direzione dell'albergo ho l'obbligo di non lasciar
uscire nessuno che sia minimamente sospetto. Ed ecco che
tu, addirittura fortemente sospetto, mi capiti a tiro, con mio
gran sollazzo." E per la gioia sollev le mani e con forza le
fece batter gi di modo da farsi rumorosamente male.
"Forse", aggiunse divertendosi un mondo, "saresti uscito
inosservato da un'altra uscita, perch com' naturale non
rispondevi a me in merito alla presa di particolari
disposizioni riguardo a te. Ma una volta che sei qui voglio
godermela con te. Del resto non ho dubitato del fatto che tu
avresti rispettato il rendez vous che ci siamo dati alla porta
principale, infatti una regola che chi sfacciato e
disobbediente finisca proprio l, e per di pi con i suoi vizi,
dove per lui son guai. Potrai fare quest'osservazione da solo
certamente ancora molte volte."
"Non crediate", disse Karl inspirando l'odore
particolarmente pesante che proveniva dal portiere capo e
che l, dove da un po' si trovava a lui
vicino, per la prima volta not, "non crediate", disse, "che io
mi trovi completamente in vostro potere, perch posso
urlare."
"E io ti posso tappare la bocca", disse il portiere capo con
tanta calma e sveltezza quanta pensava di usarne in caso di
necessit. "E tu pensi davvero, se si dovesse venir qui a
causa tua, che si troverebbe qualcuno che ti d ragione al
mio cospetto, al cospetto del portiere capo? Vedi bene
dunque l'insensatezza delle tue speranze. Sai, quando eri
ancora in uniforme, allora eri ancora di fatto un po' degno
d'attenzione, ma con codesto abito, in effetti possibile
soltanto in Europa!" E stiracchi le pi varie parti dell'abito
che ora, per quanto cinque mesi prima fosse stato ancora
nuovo, era consumato, spiegazzato, soprattutto macchiato,
cosa soprattutto riconducibile alla trascuratezza degli
addetti agli ascensori, che ogni giorno, per tenere il
pavimento del dormitorio pulito e spolverato in conformit
con il regolamento, per infingardaggine non facevano
nessuna vera pulizia, ma con chiss quale olio inumidivano
il pavimento e nello stesso tempo, schifosamente,
schizzavano tutti gli abiti sugli attaccapanni. Ora, si
potevano attaccare i propri abiti dove si voleva, e si trovava
sempre uno che non aveva a portata di mano per l'appunto i
suoi, al contrario quelli ignoti ed estranei li trovava
facilmente e li prendeva in prestito. E magari era, il tipo,
proprio quello che in quel giorno aveva da far la pulizia del
dormitorio e che poi. non solo schizzava con l'olio gli abiti,
ma li annaffiava completamente da cima a fondo. Solo
Renell aveva nascosto i suoi abiti buoni in qualche posto
segreto da dove quasi mai uno li aveva tirati fuori, tanto pi
che nessuno magari per cattiveria o avarizia prendeva in
prestito gli abiti altrui, ma invece li prendeva l dove li
trovava, per mera fretta e trascuratezza. Tuttavia anche
sull'abito di Renell c'era nel centro della parte di dietro un
macchia d'olio circolare rossiccia, e un iniziato, in citt, da
tale macchia avrebbe potuto individuare in quell'elegante
giovane uno degli addetti agli ascensori.
A tal ricordo Karl si disse che anche lui come addetto agli
ascensori aveva sofferto a sufficienza e che tuttavia tutto
era stato vano, infatti a quel punto tale servizio agli
ascensori non era stato, come aveva
sperato, un primo passo verso una sistemazione migliore,
ora lui era stato spinto assai pi in basso ancora e
addirittura aveva sfiorato la prigione. Oltre a ci ora veniva
ancora tenuto stretto dal portiere capo che meditava senza
dubbio sul modo in cui poterlo svergognare ulteriormente.
E, del tutto dimentico del fatto che il portiere capo non era
uomo che si lasciasse convincere da una cosa del genere,
Karl url, mentre con la mano libera ripetutamente si
colpiva la fronte: "E se davvero non vi avessi salutato, come
pu una persona adulta, a causa di un saluto omesso,
diventare tanto vendicativa?"
"Non sono vendicativo", disse il portiere capo, "voglio
soltanto ispezionarti le tasche. Sono sicuro che non trover
nulla perch sarai stato ben attento a far portar via al tuo
amico ogni giorno qualcosa un po' alla volta. Tuttavia devi
essere perquisito." E gi metteva mano a una delle tasche
della giacca di Karl con tal forza che le cuciture si
staccarono. "Ma non c' nulla", disse raccogliendo sulla
mano il contenuto della tasca, un calendario pubblicitario
dell'albergo, un foglio con un compito di corrispondenza
commerciale, alcuni bottoni da giacca e da calzoni, la carta
da visita della capocuoca, una lima da unghie che un cliente
una volta gli aveva dato via mentre faceva la valigia, un
vecchio specchietto tascabile che Renell gli aveva regalato
una volta per ringraziarlo per forse dieci sostituzioni sul
lavoro, e alcune altre piccolezze. "Nulla", ripet il portiere
capo buttando tutto sotto il banco, come se fosse evidente
che le propriet di Karl, per quanto non rubate, meritassero
quel posto.
Ora basta, per, si disse Karl - il viso doveva esser rosso
fuoco - e quando il portiere capo, reso incauto dall'avidit,
rimest nell'altra tasca di Karl, con facilit lui dette uno
strattone indietro, sbatt con il suo primo salto, ancora non
padroneggiato, un sotto portiere abbastanza energicamente
addosso al suo apparecchio, corse alla porta, attraverso
quell'aria viziata, in effetti pi lento di quanto volesse fare,
ma fu per fortuna fuori prima che il portiere capo con la sua
pesante livrea si fosse anche soltanto alzato.
L'organizzazione del servizio di allarme non doveva essere
tanto perfetta, risuonava da ogni parte, ma lo sa Dio con
quale scopo! Il personale dell'albergo transitava, vero,
verso la porta d'uscita, in tal numero e dappertutto, che
quasi si poteva pensare che con tal mezzo volesse,
celatamente, rendere impossibile l'uscita, dato che molto
altro senso non si poteva riconoscercelo, in quell'
andirivieni; comunque fosse in breve tempo Karl fu fuori,
dov tuttavia percorrere il marciapiede dell'albergo, infatti
alla strada non ci si poteva arrivare, dato che un'ininterrotta
fila di automobili veniva avanti fermandosi davanti al
portone principale. Queste automobili, allo scopo di
raggiungere prima possibile i loro padroni, erano in pratica
spinte l'una nell'altra, ognuna da quella subito successiva.
Pedoni che avevano particolarmente fretta di arrivare alla
strada, percuotevano qua e l le singole automobili come se
l vi fosse un passaggio aperto, ed era loro del tutto
indifferente se nell'automobile sedeva solo lo chauffeur e la
servit, od anche le persone del pi alto ceto. Tale condotta
tuttavia parve fuori luogo, a Karl, si doveva avercene, di
relazioni, per osarla; com'era facile incappare in
un'automobile i cui passeggeri la prendessero male, quella
condotta, lo buttassero di sotto e facessero uno scandalo, e
lui, sospetto perch in maniche di camicia, non aveva da
temere nulla pi dell'arrivo di un impiegato dell'albergo. In
conclusione, certo la fila di automobili non poteva procedere
cos in eterno, inoltre finch lui si teneva sul marciapiede
dalla parte dell'albergo in effetti era pochissimo
sospettabile. In realt da ultimo Karl arriv dove la fila delle
automobili certo non cessava, ma piegava verso la strada e
si faceva meno fitta. Appunto nel traffico della strada lui
voleva sgattaiolare, dove per altro molti tipi dall'aria
sospetta, com'era lui, scorrazzavano, quando sent chiamare
il suo nome da presso. Si volt e vide due a lui ben noti
addetti agli ascensori tirar fuori con la massima fatica, da
una basso pertugio che aveva l'aspetto dell'entrata di una
tomba, una barella su cui, mondo cane, come Karl
riconobbe, giaceva Robinson, testa, faccia e braccia
variamente bendate. Orribile, vedere come portava le
braccia sugli occhi per asciugarsi con la bendatura le
lacrime che versava per il dolore o per altro male, o invece
per la gioia di rivedere Karl. "Rossmann", grid con tono di
riprovero, "perch mi fai
aspettare tanto?E' un'ora che resisto a non farmi
trasportare via, e tu non arrivi. Questi qui" - e dette una
testata ad uno degli addetti agli ascensori come se fosse
protetto dai colpi per via delle bende - "sono dei veri diavoli,
sul serio. Ah, Rossmann, venire a farti visita m' costato
caro."
"E cosa ti hanno fatto?" Disse Karl, e si avvicin alla barella
che quei ragazzi, ridendo, avevano messo gi per riposarsi.
"E me lo chiedi", sospir Robinson, "non lo vedi come sono
messo. Considera che con la massima probabilit rimango
storpiato dalle botte per tutta la vita. Ho spaventosi dolori
da qui a qui" - disse indicando prima la testa e poi le dita
dei piedi - "vorrei che tu avessi visto come ho sanguinato
dal naso. Il mio gil tutto a pezzi, addirittura l'ho lasciato
l, i calzoni stracciati, sono in mutande" - sollev un po' la
coperta e invit Karl a guardare sotto. "Cosa ne sar di me
ora? Dovr star disteso almeno per dei mesi, e, voglio
dirtelo, non ci ho nessun altro che te che mi possa assistere,
Delamarche non ha assolutamente pazienza. Rossmann,
Rossmannuccio!" E Robinson stese la mano verso Karl, che
un po' arretrava, per accattivarselo con una carezza.
"Perch poi ho dovuto farti visita!" ripet diverse volte per
non far dimenticare a Karl la corresponsabilit che aveva
nella sfortuna capitatagli. Ora, certo Karl cap subito che le
lamentele di Robinson non derivavano dalle sue ferite, ma
dall'enorme stato di abbattimento in cui si trovava, dato
che, appena addormentatosi ubriaco fradicio, era stato
svegliato di colpo e scazzottato a sangue all'improvviso, e
non era capace di reggersi in piedi come chi sveglio.
L'insignificanza delle ferite era visibile gi dalle bende
bastasia fatte di vecchi cenci con cui i ragazzi addetti agli
ascensori per divertirsi lo avevano mummificato. Anche i
due ai capi della barella continuavano a stronfiare dalle
risate ogni momento. Ora per non era l il posto per
riportare Robinson alla ragione, infatti l i passanti si
precipitavano via senza curarsi del gruppo intorno alla
barella, pi volte delle persone saltavano con perfetti balzi
da ginnasta sopra e al di l di Robinson, che chiam lo
chauffeur pagato con i soldi di Karl: "Avanti, avanti!" I
ragazzi fecero l'ultimo sforzo e alzarono la
barella, Robinson strinse la mano a Karl e con tono di
lusinga disse: "Vieni, di, vieni". Non era poi pi al sicuro,
Karl, conciato com'era, nel buio dell'automobile? E cos si
mise accanto a Robinson, che gli appoggi la testa addosso.
I ragazzi rimasti l gli strinsero cordialmente la mano, era
stato loro collega, attraverso il finestrino, e l'automobile
volt verso la strada con una curva stretta. Parve come se
dovesse succedere una disgrazia, senz'altro, ma subito il
traffico, onnicomprensivo, tranquillamente accolse in s
anche la marcia di quest'automobile.

7
Un rifugio.

Doveva essere ben fuori mano, la strada di periferia dove


l'automobile si ferm, infatti tutt'intorno regnava silenzio e
bambini al margine dei marciapiedi giocavano accoccolati.
Un uomo con sulle spalle un carico di abiti vecchi gridava
guardando in su verso le finestre delle case. Con la sua
stanchezza Karl si sent a disagio quando usc
dall'automobile sull'asfalto che il sole mattutino illuminava
caldo e vivace.
"Abiti davvero qui?" domand verso l'interno
dell'automobile.
Robinson, che durante l'intero tragitto aveva dormito beato,
bofonchi qualche incerta conferma e parve attendere che
Karl lo tirasse fuori.
"Allora, io non ci ho nulla a che fare, qui. Salute", disse Karl
e si dispose a scendere la strada, che era un po' in discesa.
"Ma Karl, cosa ti viene in mente?" grid Robinson stando gi
abbastanza eretto, accoratissimo, dentro l'auto, magari
ancora un po' incerto di ginocchia.
"Devo andare", disse Karl cui non era sfuggita la rapidit
della guarigione di Robinson.
"In maniche di camicia?" domand.
"Me la guadagner, una giacca", rispose Karl, accenn
fiducioso a Robinson, salut alzando la mano e sarebbe
davvero andato via, se lo chauffeur non avesse gridato:
"Ancora un momentino di pazienza,
signor mio!"
Voleva significare sgradevolmente che lo chauffeur
pretendeva di essere saldato extra, infatti l'attesa davanti
all'albergo non era ancora pagata.
"Eh gi", grid dall'automobile Robinson a conferma della
giustezza di quella richiesta, "ti ho davvero dovuto
aspettare tanto. Qualcosa gli devi ancora dare."
"Certo, senza dubbio", disse lo chauffeur.
"Come no, solo che avessi ancora qualcosa", disse Karl
frugandosi nelle tasche dei calzoni, per quanto sapesse che
era inutile.
"Posso rifarmi solo a voi", disse lo chauffeur piazzandosi a
gambe larghe, "dal malato l non posso pretendere nulla."
Dal portone s'avvicin un ragazzo dal naso malridotto e si
mise ad ascoltare da una distanza di alcuni passi. Per
l'appunto faceva servizio per la strada un poliziotto,
abbass lo sguardo sul tipo in maniche di camicia e si
ferm.
Robinson, che anche lui aveva notato il poliziotto, fece la
sciocchezza di gridargli dall'altro finestrino: "non niente,
non niente!", come se si potesse far scappare un poliziotto
come una mosca. I bambini, che avevano osservato il
poliziotto, si fecero attenti a Karl ed allo chauffeur e
trotterellarono da quella parte. davanti al portone c'era una
vecchia che guardava immobile.
"Rossmann!", grid allora dall'alto una voce. Era
Delamarche che berciava dal balcone all'ultimo piano. Era
difficile davvero, indistinto da vedere a contrasto con il cielo
azzurro e bianco, all'apparenza indossava una vestaglia e
osservava la strada con un binocolo da teatro. Accanto a lui
c'era un parasole rosso aperto, e sotto sembrava seduta una
donna. "Hallo!" grid sforzandosi al massimo per farsi
capire. "C' anche Robinson?"
"S", rispose Karl, sostenuto con forza da un secondo assai
pi alto "s" di Robinson, dall'automobile.
"Hallo!" si sent gridare di rimando, "vengo subito!"
Robinson si sporse dall'auto. "Questo, un uomo", disse,
tale elogio di
Delamarche era indirizzata a Karl, allo chauffeur, al
poliziotto ed a ciascuno che lo volesse udire. In alto sul
balcone, che ancora si stava a guardare distrattamente
anche se Delamarche lo aveva gi lasciato, si alz sotto il
parasole, in realt, una donna robusta vestita di rosso, abito
sciolto alla vita, prese il binocolo dal parapetto e guard gi
quelli che, solo un po' alla volta, distolsero lo sguardo da lei.
Karl vide, in attesa di Delamarche, sul portone e dietro, nel
cortile, una quasi ininterrotta fila di facchini che lo
attraversava, ognuno portando una piccola ma
evidentemente pesante cassetta sulla spalla. Lo chauffeur
stava presso l'automobile e, per non sprecare il tempo,
puliva con uno straccio i fari. Robinson si tastava le
membra, sembrava stupito dei dolori minimi che,
nonostante la sua attenzione, riusciva a sentire, e cominci
cauto, il volto profondamente piegato, a sciogliere una delle
grosse bende che aveva sulla gamba. Il poliziotto teneva il
suo bastone nero di traverso davanti a s e aspettava in
silenzio, con la gran pazienza che i poliziotti devono avere,
sia durante il normale servizio che in stato di allerta. Il
ragazzo con il naso malridotto sedeva a gambe distese
presso uno stipite del portone. I bambini si avvicinarono a
Karl un po' alla volta a passetti, infatti lui pareva loro, per
quanto non li degnasse d'attenzione, il pi interessante da
vedere, a causa della sua camicia azzurra.
Stando alla lunghezza del tempo che trascorse prima
dell'arrivo di Delamarche, si pot valutare la grande altezza
di quella casa. Tenendo conto che arriv addirittura di gran
fretta coperto alla bell' e meglio dalla vestaglia. "Eccovi,
dunque!" grid energico e nello stesso tempo con gioia. Ad
ognuno dei suoi lunghi passi si scopriva sempre per un
attimo quel che indossava, di colorato, sotto la vestaglia.
Karl non comprese del tutto il motivo per cui Delamarche l
in citt, in quel casermone, in mezzo alla strada circolava
abbigliato in modo tanto disinvolto, quasi fosse in una villa
privata. Come Robinson, anche lui era parecchio cambiato. Il
suo viso tenebroso, rasato, accuratamente pulito, di forma
muscolosamente brutale, esprimeva alterigia e incuteva
rispetto. L'acutezza del lampo dei suoi occhi sempre
aggrottati, ora stupiva. La vestaglia violetta certo era
vecchia, macchiata e gli andava grande, per
su tale porcaio si gonfiava una enorme sciarpa scura di seta
pesante.
"Allora?" domand a tutti i presenti. Il poliziotto si fece un
po' avanti e si appoggi al cofano dell'automobile. Karl
spieg in breve.
"Robinson un po' malmesso, ma, se si sforza, sar gi in
grado di fare le scale; lo chauffeur vuole un supplemento a
quanto ho gi pagato per la corsa. E ora me ne vado. Buon
giorno."
"Tu non te ne vai", disse Delamarche.
"Glielo ho gi detto anch'io", fece notare dall'auto Robinson.
"Io vado eccome", disse Karl e fece alcuni passi.
Deklamarche per gli era gi dietro e lo spinse indietro con
forza.
"Ti dico che rimani!" grid.
"Ma lasciami", disse Karl e si apprest, nel caso che fosse
necessario, a guadagnarsi la libert a pugni, per quanto la
prospettiva di successo contro uno come Delamarche fosse
modesta. Tuttavia c'era il poliziotto, c'era lo chauffeur, qua e
l passavano, per la strada altrimenti molto tranquilla,
gruppi di operai; si sarebbe tollerato che a lui, per colpa di
Delamarche, capitasse un'ingiustizia? In una stanza da solo
con lui non avrebbe voluto starci, ma l? Delamarche pagava
ora, tranquillamente, lo chauffeur, che tra numerosi inchini
intasc la grossa, e non guadagnata, cifra e, per
ringraziamento, and da Robinson per parlare,
evidentemente, di come lui potesse al meglio venir tirato
fuori. Karl not che non lo si osservava, magari Delamarche
che lui se ne andasse alla zitta lo avrebbe tollerato meglio;
se poteva essere evitata una rissa com' naturale era
meglio, e cos semplice semplice Karl scese nella sede
stradale per andarsene, se possibile. I bambini corsero da
Delamarche per richiamare la sua attenzione sulla fuga di
Karl, ma quello non dovette nemmeno intervenire, infatti il
poliziotto, proteso il bastone, disse: "Ferma!"
"Tu come ti chiami?" domand, spost il bastone sotto il
braccio e tir fuori lentamente un registro. Karl lo guard
ora con attenzione per la prima volta, si trattava di un uomo
robusto, ma aveva i capelli gi quasi tutti bianchi.
"Karl Rossmann", disse.
"Rossmann", ripet il poliziotto senza dubbio soltanto
perch era una persona calma e scrupolosa, per Karl, che
davvero per la prima volta veniva ad avere a che fare con
l'autorit americana, vide gi in quella ripetizione
l'espressione di un certo sospetto. E di fatto la faccenda
poteva non andargli bene, infatti lo stesso Robinson, che
pure era tanto occupato con le sue pene, preg muto da
dentro l'auto con vivaci movimenti delle mani il Delamarche
che desse una mano a Karl. Delamarche tuttavia respinse
con rapidi scotimenti del capo tali preghiere e inerte stette
a guardare con le mani nelle enorni tasche della vestaglia. Il
giovanotto sul portone spieg dall'inizio a una donna che
proprio in quel momento ne usciva quel che stava
succedendo. I bambini stavano a semicerchio dietro Karl e
guardavano in silenzio il poliziotto.
"Documento", disse il poliziotto. Trattavasi di domanda solo
formale, infatti, quando non si ha la giacca, non si avranno
neppure molti documenti con s. Karl tacque per questo ,
per rispondere in modo dettagliato, piuttosto, alla domanda
successiva, cos mettendo in secondo piano la mancanza di
documento, magari.
Tuttavia la domanda successiva fu: "Dunque non hai nessun
documento?", e Karl fu costretto a rispondere: "con me, no."
"Per, mica va bene", disse il poliziotto, pensoso si guard
intorno e con due dita picchiett sulla chiusura del suo
registro. "Lavori da qualche parte?" domand infine.
"Ero addetto agli ascensori", disse Karl.
"Lo eri, dunque non lo sei pi, e ora di che cosa vivi?"
"Ora mi cercher un nuovo lavoro."
"Certo, sei forse stato licenziato?"
"S, da un'ora."
"D'improvviso?"
"S", disse Karl sollevando le mani a mo' di giustificazione. L
non poteva raccontare l'intera storia, e. anche se fosse
stato possibile, pareva tuttavia del tutto vano scansare un
torto imminente raccontando di un torto patito. Se poi non
aveva ottenuto ragione n dalla bont della
capocuoca n dalla perspicacia del capocameriere, l, da
quella combriccola, in strada, non c'era di sicuro da
aspettarselo.
"E sei stato licenziato senza la giacca?" domand il
poliziotto.
"Ebbene, s", disse Karl; dunque anche in America le
autorit avevano l'abitudine di domandare, a bella posta,
anche quel che vedevano. (Quanto aveva dovuto
arrabbiarsi, suo padre, per il passaporto, a causa delle
domande senza fine dell'autorit!) Ci aveva una gran voglia
di scappar via, di nascondersi da qualche parte e di non
essere pi costretto a stare a sentir domande. E a quel
punto il poliziotto pose quella di cui Karl aveva pi paura e
nella cui inquieta previsione, sin l, si era condotto,
probabile probabile, in modo pi incauto di quanto non
sarebbe accaduto altrimenti.
"Ma in quale albergo eri impiegato?"
Chin la testa e non rispose, a quella domanda in ogni caso
non voleva rispondere. Non doveva succedere che, scortato
da un poliziotto, lui facesse ritorno nell'Hotel Occidental,
che l avessero luogo interrogatori cui sarebbero stati
coinvolti i suoi amici e i suoi nemici, che la capocuoca
rinunziasse del tutto alla sua gi molto indebolita buona
opinione su Karl, dato che lo trovava ritornato,
immaginandolo presso la pensione Brenner, preso da un
poliziotto, in maniche di camicia, senza la sua carta da
visita, intanto che il capocameriere si limitava ad accennare
approvazione ed il portiere capo, al contrario, avrebbe
parlato della mano di Dio che, alla fine, aveva trovato lo
straccione.
"Era all'Hotel Occidental", disse Delamarche mettendosi
accanto al poliziotto.
"No", url Karl e batt con un piede in terra, "non vero!"
Delamarche lo guard appuntendo le labbra in modo ironico,
quasi che potesse, lui, svelare cose del tutto diverse.
L'eccitazione di Karl cre gran movimento tra i bambini, che
si spostarono su Delamarche per guardar bene da quella
posizione Karl. Robinson aveva cacciato fuori dall'auto tutta
la testa mantenendosi calmissimo, in confronto alla
tensione che c'era; suo solo movimento era strizzare a tratti
gli occhi. Il giovanotto sul portone batt le mani per il
divertimento, la donna accanto a lui gli dette una
gomitata per farlo star calmo. I facchini, per l'appunto in
pausa colazione, fecero la loro comparsa tutti insieme con
tazzoni di caff nero rimestandoci dentro sleppe di pane.
Alcuni si misero seduti sul bordo del marciapiede, tutti a
sorseggiare il caff molto rumorosamente.
"Lo conoscete bene, il ragazzo?", domand al Delamarche il
poliziotto.
"Meglio di quanto mi garbi", disse l'interrogato. "Gli ho fatto
a suo tempo del bene a iosa, ma lui non me ne stato
grato, ci che voi avrete facilmente compreso anche dopo il
brevissimo interrogatorio che avete iniziato con lui."
"S", disse il poliziotto, "sembra che sia un ragazzo
ostinato."
"Lo ", disse Delamarche, "ma non davvero la sua qualit
peggiore."
"Davvero?" disse il poliziotto.
"S", disse Delamarche, che, nel concionare, con le mani in
tasca faceva ondeggiare tutto il suo manto, "E' un furbo
raffinato. Io e il mio amico l in auto lo abbiamo raccattato
per caso, era in disgrazia, allora non aveva nessuna idea di
come van le cose in America, veniva per l'appunta
dall'Europa, e neppure l si era riusciti ad averne bisogno,
di lui; orbene, noi ce lo siamo tirato dietro, l'abbiam fatto
vivere con noi, gli abbiamo spiegato tutte le cose, avevamo
intenzione di trovargli un posto, si pensava ancora di far di
lui una persona capace, nonostante che tutti i segni
dicessero il contrario, quando lui spar nella notte,
semplicemente and via, e questo in circostanze su cui
meglio che io taccia. E' andata cos o no?" domand
Delamarche infine, tirando Karl per la manica.
"Indietro, bambini!", grid il poliziotto, infatti si erano fatti
tanto sotto che Delamarche quasi era inciampato su uno di
loro. Intanto i facchini, che fin l avevano sottovalutato
l'interesse dell'interrogatorio, si erano fatti attenti e si
erano raccolti fitti a cerchio dietro Karl che ora non avrebbe
potuto arretrare neanche di un passo e per di pi aveva
nelle orecchie il continuo mescolarsi delle voci di quei
facchini che, pi che parlare, facevano rumore in un inglese
del tutto incomprensibile, forse mescolato con parole slave.
"Grazie dell'informazione", disse il poliziotto e fece il saluto
a
Delamarche. "In ogni caso lo prender in consegna e lo
restituir all'Hotel Occidental." Per Delamarche disse: "mi
permetterei di pregarvi di affidarmi momentaneamente il
ragazzo, avrei da sistemare qualcosa con lui. M'impegno di
riportarlo dopo all'albergo."
"Non posso farlo", disse il poliziotto.
"Ecco la mia carta da visita" , e gli porse un bigliettino.
Il poliziotto la guard con approvazione, ma disse,
sorridendo compiacente: "No, inutile."
Tanto si era fin l guardato da Delamarche, Karl, quanto in
quel momento ci vide l'unica possibile salvezza. Certo era
sospetto il modo come quello cercava di farsi affidare Karl
dal poliziotto, ma in ogni caso Delamerche sarebbe stato pi
facile da commuovere che non il poliziotto a non riportarlo
all'albergo. Ed anche se Karl ci ritornava in mano a
Delamarche questo era assai meno grave che se la cosa
succedeva con l'accompagnamento del poliziotto. Com'
naturale per, Karl nel frattempo non poteva permettersi di
far capire che voleva di fatto andare da Delamarche,
altrimenti tutto era perduto. Ed inquieto teneva d'occhio la
mano del poliziotto che in ogni momento poteva sollevarsi
per afferrarlo.
"Dovrei almeno sapere perch stato licenziato in tronco",
disse infine il poliziotto mentre Delamarche indispettito
guardava da un lato e tra le punte delle dita sgualciva la
carta da visita.
"Ma non mica stato licenziato!", grid Robinson
sorprendendo tutti, e si spenzol, sostenuto dallo chauffeur,
fuori dall'auto. "Al contrario, ci ha l ancora un buon posto.
In dormitorio il capoccia e ci pu entrare quando vuole. E'
solo impegnatissimo e se si vuole aver qualcosa da lui si
deve aspettare parecchio. Sta di continuo con il
capocameriere, con la capocuoca ed l'uomo di fiducia. In
nessun caso licenziato. Non so perch l'abbia detto. Come
pu esser licenziato, poi? Io mi sono fatto male nell'albergo
e lui ha avuto il permesso di portarmi a casa, ed essendo
senza giacca venuto via per l'appunto senza giacca. Non
potevo aspettare che se la andasse a prendere."
"E dunque", disse Delamarche allargando le braccia in un
tono come se
al poliziotto rinfacciasse un difetto di conoscenza delle
persone, e quelle sue due parole parvero portare
nell'indeterminatezza di quel che Robinson aveva detto una
chiarezza cui non si poteva replicare.
"Ma la verit?" domand il poliziotto gi con maggior
debolezza. "E se vero perch il ragazzo afferma di essere
licenziato?"
"Devi rispondere tu", disse Delamarche.
Karl guard il poliziotto che l, tra sconosciuti, doveva
stabilire l'ordine con gente che pensava soltanto a s, ed un
po' delle sue generali preoccupazioni si trasmisero anche a
Karl. Non voleva mentire e tenne le mani intrecciate strette
dietro la schiena.
Sul portone apparve un sorvegliante che batt le mani per
indicare che i facchini dovevano ritornare al lavoro. Questi
buttarono i fondi di caff dalle loro tazzone e a passi
vacillanti marciarono ammutoliti nella casa.
"Cos non si arriva da nessuna parte", disse il poliziotto, ed
intendeva prender Karl per un braccio. Senza volere Karl
indietreggi ancora un poco, sent lo spazio vuoto che gli si
era aperto in seguito al rientro dei facchini, si volt e si
mise a correre a gran balzi. I bambini emisero un urlo unico
e si spostarono di alcuni passi con le braccine aperte.
"Fermatelo!", grid il poliziotto rivolto verso la lunga via
quasi vuota, e ripetendo tal grido corse dietro a Karl in un
modo metodico che rivelava forza ed esercizio. Per fortuna
di Karl l'inseguimento aveva luogo in un quartiere operaio.
Gli operai non parteggiano per l'autorit. Correva nel centro
della sede stradale perch l erano minimi gli ostacoli,
vedendo qua e l sul marciapiede operai fermi ad osservarlo
con calma mentre il poliziotto ripeteva loro il suo grido,
"fermatelo!", e correndo, si teneva giustamente sul liscio
marciapiede, continuava a protendere il bastone verso Karl.
Questi aveva poche speranze, e le perse quasi del tutto
quando il poliziotto, dato che si avvicinavano traverse certo
dotate di pattuglie di poliziotti, si mise ad emettere fischi
addirittura assordanti. Il vantaggio di Karl stava solo nella
leggerezza del suo abbigliamento, volava o meglio
precipitava lungo strade sempre pi in discesa, solo che
faceva, confuso a causa della sonnolenza, salti spesso
troppo alti, inutili e che gli facevano perdere tempo. A parte
ci, tuttavia, il poliziotto
aveva il suo obbiettivo sempre davanti agli occhi, senza che
dovesse rifletterci, invece per Karl la corsa era in effetti la
cosa di minor importanza, doveva riflettere, scegliere tra
diverse possibilit, continuare a decidersi. Il suo piano un
po'disperato provvisoriamente era di evitare le vie traverse
poich non si poteva sapere cosa vi si nascondeva, magari si
sarebbe infilato direttamente in un posto di polizia. Voleva
restare, fintanto che continuava cos, su quella strada di
massima visibilit prospettica che dava proprio gi in fondo
in un ponte che, appena iniziato, spariva nel vapore formato
dall' acqua e dal sole. Era appunto intenzionato a
concentrarsi per correre pi veloce, dopo questa decisione,
allo scopo di transitare con particolar fretta all'altezza della
prima traversa, quando vide, non troppo lontano davanti a
s, un poliziotto che si teneva stretto alla parete scura di
una casa in ombra ed aspettava, pronto al momento giusto
a saltargli addosso. Non restava ora altra risorsa che la
traversa, e quando lui sent che lo si chiamava, senza
minacce, per nome, proprio dalla parte di quella via -
dapprima gli sembr un'illusione, infatti gi per tutto il
tempo nelle orecchie aveva un ronzio - non esit pi e, per
cogliere di sorpresa i poliziotti, girando su un piede gir ad
angolo retto in quella direzione.
Aveva appena fatto due balzi oltre - che fosse stato gridato
il suo nome lo aveva gi dimenticato, ora fischiava anche il
secondo poliziotto, rimarchevole era la sua forza, lontani
passanti di quella traversa parvero assumere un modo di
camminare pi rapido - quando dalla porticina d'una casa
spunt una mano verso Karl e lo tir, "Sta' zitto!", in un
oscuro ingresso. Si trattava delle parole di Delamarche,
completamente sfiatato, guance accese, capelli appiccicati
attorno al capo. La vestaglia la teneva sotto un braccio, era
vestito solo di camicia e mutande. La porta, che non era il
vero portone della casa, ma costituiva solo un ingresso
secondario e poco appariscente, lui l'aveva gi chiusa e
serrata.
"Un momento", disse poi, si appoggi con la testa eretta
alla parete e respir pesantemente. Karl gli giacque quasi
tra le braccia premendogli mezzo svenuto il viso sul petto.
"Eccoli di corsa, quei signori", disse Delamarche, e tendendo
le orecchie indic la porta. Davvero in quel momento
passavano di corsa, i due poliziotti, la loro corsa risuonava
nella via vuota come quando con l'acciaio si colpisce la
pietra.
"Per, ci hai preso preciso", disse Delamarche a Karl, che
continuava a soffocare e non poteva tirar fuori parola.
Delamarche lo piazz con cautela sul pavimento,
s'inginocchi vicino a lui, gli strofin diverse volte la fronte
e l'osserv.
"Ora va gi meglio", disse Karl alzandosi con fatica. "Dai,
allora", disse Delamarche, che si era rimesso la vestaglia, e
spost davanti a s Karl che, per la debolezza, teneva la
testa china. Lo scosse a pi riprese per rinfrancarlo.
"Pretendi di essere stanco?" disse. "tu potevi correre
all'aperto come un cavallo, io invece dovevo strisciare per i
maledetti corridoi e cortili. Tuttavia per fortuna sono anch'io
un corridore." Orgoglioso dette a Karl un largo colpo sulle
spalle. "Di tanto in tanto una corsa cos con la polizia un
buon esercizio."
"Ero gi stanco quando ho cominciato a correre", disse Karl.
"Non c' scusa per una corsa scarsa", disse Delamarche, "se
io non fossi un corridore, mi avrebbero gi preso da molto."
"Anch'io lo credo", disse Karl. "Vi sono molto obbligato."
"Non c' dubbio", disse Delamarche.
Attraversarono una specie di corridoio lungo, stretto,
pavimentato di pietre lisce e scure. Qua e l a destra e a
sinistra vi si apriva l'accesso a una scala o si traguardava in
un altro atrio pi grande. Di adulti se ne vedevano pochi,
solo bambini che giocavano sulle scale vuote. Ferma a un
parapetto una bambina piangeva, talch tutto il viso le
luccicava di lacrime. Appena Delamarche l'ebbe notata, ecco
che lei, ansimando, corse su per la scala e si ferm soltanto
parecchio in alto, come si fosse persuasa, voltandosi
ripetutamente, che nessuno la seguisse o la volesse
seguire.
"Quella l'ho buttata in terra un momento fa mentre
correvo", disse Delamarche ridendo, e la minacci col
pugno, per cui lei urlando riprese
a salire.
Anche i cortili che attraversarono erano quasi
completamente deserti. Solo qua e l un facchino spingeva
davanti a s un carretto a due ruote, una donna riempiva
una brocca alla pompa, un portalettere attraversava a passi
lenti tutto il cortile, un vecchio dai mustacchi bianchi
sedeva a gambe accavallate davanti a una porta a vetri e
fumava la pipa, davanti a un'impresa di spedizioni venivano
scaricate cassette, i cavalli, inutilizzati, voltavano il capo
indifferenti, un uomo in tuta da lavoro sorvegliava, con in
mano una carta, l'intera opera di scarico; in un ufficio la
finestra era aperta e un impiegato seduto al suo banco si
era girato e perplesso guardava dove stavano andando Karl
e Delamarche.
"Un quartiere pi tranquillo proprio non si pu desiderare",
disse Delamarche. "A sera per diverse ore c' molto rumore,
ma durante il giorno perfetto." Karl annu, la calma a lui
pareva troppo grande. "Altrove non potrei abitare", disse
Delamarche, "perch Brunelda assolutamente non sopporta
alcun chiasso. La conosci Brunelda? Ora la vedrai. In ogni
modo ti raccomando un comportamento tranquillo."
Quando giunsero alla scala che portava all'appartamento di
Delamarche, l'automobile se n'era andata via, e il ragazzo
con il naso malridotto, senza stupirsi affatto della
ricomparsa di Karl, fece notare che aveva portato su per le
scale Robinson. Delamarche si limit ad annuire come se
quello fosse al suo servizio ed avesse fatto il suo ovvio
dovere, e si tir dietro per le scale Karl, un poco esitante e
rivolto verso la strada assolata. "Ci siamo", disse
Delamarche diverse volte durante la salita, ma il pronostico
non voleva avverarsi, continuava, dopo una scala, e venirne
un'altra, solo in direzione impercettibilmente variata. In un
caso Karl si ferm, non per la stanchezza in effetti, ma per
lo stato di impotenza rispetto alla lunghezza di quella scala.
"L'appartamento in effetti si trova molto in alto", disse
Delamarche, quando ripresero il cammino, "ma ci ha i suoi
vantaggi. Si esce di rado, si sta in vestaglia tutto il giorno,
si sta comodi. Com' naturale quass non capitano visite."
Da dove poi dovrebbero venire, le visite? pens Karl. Alla
fine apparve
Robinson su un pianerottolo davanti alla porta chiusa di un
appartamento, e dunque erano arrivati; le scale non erano
ancora finite per niente, ma portavano ancora su nella
penombra, senza che alcunch apparisse indicatore di una
loro prossima conclusione.
"Lo sapevo", disse Robinson piano, dato che i dolori lo
angustiavano ancora, "Delamarche lo riporta! Rossmann,
cosa saresti senza Delamarche! " Si trovava l in mutande e
tentava, per quanto possibile, di avvilupparsi nella
copertina che gli era stata data all'Hotel Occidental; non si
capiva perch non entrasse nell'appartamento invece di
rendersi ridicolo l davanti alle persone che salivano.
"Dorme, lei?" domand Delamarche.
"Non credo", disse Robinson, "ma lo stesso ho preferito
aspettare che tu arrivassi."
"Prima bisogna vedere se dorme", disse Delamarche
abbassandosi verso il foro della serratura. Dopo che ebbe
traguardato dentro a lungo facendo torsioni di vario tipo
con la testa, si sollev e disse: "Non si vede bene, la tendina
abbassata. Siede sul canap, ma forse dorme."
"Ma malata? domand Karl, infatti Delamarche stava l
come chiedendo un consiglio. Ora per di rimando domand
in tono brusco: "Malata?"
"Non la conosce mica", disse Robinson a mo' di
giustificazione.
Alcune porte pi avanti due donne erano uscite in corridoio,
si pulivano le mani ai grembiuli, guardavano in direzione di
Delamarche e Robinson e sembrava che parlassero di loro.
Da una porta salt fuori una ragazzina giovanissima dai
luminosi capelli biondi e si accomod tra le due donne
attaccandosi alle loro braccia.
"Femmine schifose", disse a bassa voce Delamarche, chiaro,
solo per riguardo alla dormiente Brunelda, "ben presto le
segnaler alla polizia e per anni avr requie da loro. Non
guardare", bisbigli a Karl, che non ci aveva trovato nulla di
male nel fatto di guardare le donne, visto che si doveva
aspettare nel corridoio che Brunelda si svegliasse. Seccato
scosse la testa, come se non dovesse accettare alcun
ammonimento da Delamarche, e aveva intenzione, per
indicare ci ancor pi
comprensibilmente, di avvicinarsi alle donne, quando
Robinson lo trattenne per le maniche con le parole
"Rossmann, guardatene!" e Delamarche, gi irritato con
Karl, s'infuri di una forte risata della ragazza al punto di
buttarsi di gran corsa, mulinando gambe e braccia, su quelle
donne, che sparirono ognuna via nella sua porta.
"E' cos che qui devo fare pi volte pulizia nel corridoio",
disse Delamarche tornando indietro lentamente; allora si
ramment dell'opposizione di Karl e disse:" Da te per mi
aspetto una condotta del tutto diversa, o potrebbero
capitarti brutte esperienze."
A quel punto dalla stanza una voce interrogativa, morbida,
in tono stanco, grid: "Delamarche?"
"S", rispose questi e guard gentilmente verso la porta,
"possiamo entrare?"
"Oh, s", fece, e Delamarche, dopo aver sfiorato con uno
sguardo i due che aspettavano dietro di lui, apr lentamente
la porta.
Si entr al buio totale. La tenda della porta sul balcone -
non c'erano finestre - era abbassata fino al suolo e poco
trasparente, a parte ci tuttavia l'eccessivo stivaggio, nella
stanza, di mobili e di vestiti appesi in giro contribuiva al suo
oscuramento. L'aria era pesante e si sentiva, addirittura, la
polvere che negli angoli, ovviamente irraggiungibili da
qualsiasi mano, si era accumulata. Prima cosa che Karl vide
entrando furono tre casse che erano sistemate alla meno
peggio una sull'altra.
Sul canap si trovava la donna che prima aveva guardato
gi dal balcone. Il suo abito rosso si era un poco ripiegato
in basso e pendeva fino al suolo con una gran piega, si
vedeva quasi fino al ginocchio una gamba, indosso aveva
calze di lana pesanti; niente scarpe.
"Fa un caldo, Delamarche", disse, volt dalla parete il viso,
tenne sospesa mollemente una mano verso Delamarche, che
la prese e la baci. Karl si limit a guardarne il doppio
mento che, insieme alla testa che si voltava, aveva avuto un
rollio.
"Devo far tirare su la tenda, magari?" domand Delamarche.
"Proprio la cosa da non fare", disse lei ad occhi chiusi e
come dubitante, "poi anche peggio, anzi."
Karl si era avvicinato al canap per osservare meglio la
donna stupito del suo lagno, infatti il caldo non era affatto
straordinario.
"Aspetta, ti metto un pochino comoda", disse Delamerche
ansioso, le sbotton alcuni bottoni all'altezza del collo, apr
la veste in quel punto in modo da liberare il collo e la parte
superiore del seno, e apparve un morbido pezzettino giallo
della camicia di trina.
"Chi ", disse la donna improvvisamente indicando Karl,
"perch mi fissa in questo modo?"
"Tu inizi presto a renderti utile", disse Delamarche
spostando Karl da una parte, intanto che placava la donna
con le parole seguenti: "E' solo il ragazzo che ho assunto per
servirti."
"Ma io non voglio avere nessuno!" grid lei. "Perch mi porti
estranei nell'appartamento?"
"Ma se hai sempre desiderio d'un cameriere", disse
Delamarche inginocchiandosi; nonostante che fosse assai
largo, il canap, non c'era il minimo posto accanto a
Brunelda.
"Ah, Delamarche", disse lei, "tu non mi hai capito, non mi
hai capito."
"Sta' a vedere che davvero non ti capisco", disse
Delamarche prendendole il viso tra le mani. "Ma non
successo mica niente, se tu vuoi lui se ne va
immediatamente."
"Visto che qui, pu rimanere", e Karl, stanco com'era, le fu
cos grato per quelle parole forse neppure gentili, che,
sempre pensando confusamente a quelle scale infinite che
ora forse un'altra volta avrebbe dovuto fare all'ingi,
inciamp su Robinson che dormiva sulla sua coperta e,
nonostante tutte le gesticolazioni adirate di Delamarche,
disse:"Io vi ringrazio per il fatto che mi volete far stare qui
ancora un poco. Non dormo da ventiquattro ore, a parte che
ho lavorato abbastanza e avuto diversi momenti di
agitazione. Sono orribilmente stanco. Non so bene dove mi
trovo, Quando ho dorminto qualche ora potete mandarmi
via tranquillamente e io lo far volentieri."
"Insomma, puoi restare", disse la donna, ironicamente
aggiungendo, "di posto ne abbiamo a iosa, come vedi."
"Devi andartene", disse Delamarche, "non possiamo
utiizzarti".
"No, pu restare", disse la donna, stavolta seriamente. E
Delamarche, come dando esecuzione a tal desiderio, disse a
Karl: "Ora sistemati da qualche parte."
"Si pu mettere sulle tende, purch si tolga le scarpe, cos
non rovina nulla."
Delamarche indic a Karl il posto che diceva lei. Tra la porta
e le tre cassettiere c'era buttato un gran mucchio di tende
da finestra di vario genere. Se si fossero tutte piegate
insieme, le pi pesanti sotto, le pi leggere sopra, si fossero
tirati via i diversi bastoni ficcati nel mucchio e gli anelli di
legno, magari, invece si trattava soltanto di una massa
mobile e traballante su cui Karl, ci nonostante, si sdrai
subito, era troppo stanco per fare preparativi e doveva
guardarsi con attenzione dal creare molti problemi alla sua
datrice d'asilo.
Era gi quasi addormentato sul serio quando ud un grand'
urlo, si alz e vide la Brunelda sul canap seduta diritta che
a braccia assai allargate si avvinghiava a Delamarche,
inginocchiato davanti a lei. Karl, cui tal vista dette fastidio,
si riappoggi gi e s'immerse nel tendame per riprendere
sonno. Che non si sarebbe trattenuto l neppure due giorni
gli pareva chiaro, tanto pi utile per era il fatto
fondamentale di riprendersi dormendo per poter poi
decidersi alla svelta e in modo giusto e con pieno
comprendonio. Brunelda tuttavia si era accorta gi che,
nonostante la stanchezza, gli occhi di Karl, che gi l'avevano
atterrita prima, erano spalancati, e grid: "Delamarche, non
lo sopporto, il caldo, brucio, devo spogliarmi, bagnarmi,
buttali fuori dalla stanza, questi due, dove ti pare, nel
corridoio, sul balcone, basta che non li veda pi! Ci si trova
nel proprio appartamento e si continua ad essere disturbati.
Se fossi sola con te, Delamarche! Ah, Signore, sono sempre
l! Come si stira questo svergognato di Robinson davanti a
una signora, e in mutande! E questo ragazzo straniero, che
per un attimo mi ha guardata come fosse un bruto, si
ridisteso per ingannarmi! Via e basta, Delamarche, mi
pesano, mi gravano sul petto, se ora muoio a causa loro."
"Spogliati pure, loro sono fuori subito", disse Delamarche,
and dov'era
Robinson e lo scosse con un piede piazzandoglielo sul petto.
Insieme grid a Karl: "Rossman, in piedi! Dovete andare
tutti e due sul balcone! E guai a voi se rientrate prima che vi
si chiami! Sbrigati, Robinson" - e lo scosse pi forte - "e tu,
Rossmann, attento che non venga anche da te", disse
battendo due volte le mani con energia.
"Quanto ci vuole!", grid Brunelda dal canap, nel sedersi
aveva allargato le gambe per farsi pi posto, grassona
com'era, e solo con sforzo, tra numerosi scatti e frequenti
pause, riusc a piegarsi tanto da afferrare la cima delle calze
e tirarsele un pochino in basso, spogliarsi del tutto non
poteva, di quello doveva occuparsi Delamarche, da lei
atteso con impazienza.
Karl, completamente intontito dalla stanchezza, era
strisciato gi dal mucchio di tende andando lento verso la
porta del balcone, con arrotolato a un piede un pezzo di
stoffa che si trascinava dietro. Nella sua confusione arriv a
dire, passando davanti a Brunelda: "Auguro una buona
notte", e segu nel balcone Delamarche, che tir appena da
una parte la tenda della porta. Subito dietro Robinson, non
meno assonnato, tra s e s cantilenante: "Uno seguita ad
esser maltrattato! Se non viene anche Brunelda, io sul
balcone non ci vado." Nonostante tale protesta, per, and
fuori senza alcuna opposizione e si distese subito sul
pavimento, infatti Karl si trovava gi affondato nella
poltrona.
Quando si svegli era gi sera, in cielo c'erano le stelle,
dietro le alte case all'angolo opposto della strada saliva
lucente la luna. Solo dopo aver guardato un po' in giro la
zona sconosciuta ed aver respirato profondamente l'aria
fredda e ristoratrice, Karl divenne consapevole di dove si
trovava. Com'era stato imprudente, aveva trascurato ogni
consiglio della capocuoca, ogni avvertimento di Therese,
tutti i suoi sospetti, e ora stava tranquillamente seduto al
balcone di Delamarche e ci aveva dormito mezza giornata
come se dietro la tenda non ci fosse il suo gran nemico. Sul
pavimento quel poltrone di Robinson si volt e tir Karl per i
piedi, forse lo aveva svegliato in questo modo, infatti disse:
"Che sonnno che hai, Rossmann! E' la beata giovinezza.
Quanto vuoi dormire ancora? Ti avrei lasciato dormire
certamente, ma prima cosa sto
da troppo tempo sul pavimento e seconda cosa ho una gran
fame. Ti prego di alzarti un po', l dietro la sedia ho messo
da parte qualcosa da mangiare che potrei tirar fuori
volentieri. Ce n' anche per te." E Karl alzandosi vide che
Robinson senza tirarsi su si dimenava sulla pancia e tirava
fuori con le mani protese da sotto la sedia un astuccio
argentato come quelli che servono per conservarci le carte
da visita, all'incirca. Dentro per c'erano una mezza
salsiccia tutta nera, alcune sigarette scure, una scatola
aperta ma ancora ben colma di sardine e grondante olio, ed
un ammasso di bonbon spiaccicati, divenuti una palla.
Comparve poi un grosso pezzo di pane ed una sorta di
bottiglia per profumo, che dava per l'impressione di
contenere qualcosa di diverso dal profumo, infatti Robinson
con particolare soddisfazione la indic a Karl schioccando la
lingua.
"Siediti, Rossmann", disse Robinson mentre inghiottiva
sardina dopo sardina ed a tratti si nettava le mani con un
fazzoletto di seta palesemente dimenticato da Brunelda nel
balcone. "Siediti, Rossmann, cos si deve far fuori il proprio
cibo, se non si vuole morir di fame. Tu, io non conto nulla. E
quando si continua ad esser trattati come cani, da ultimo si
pensa di esserlo davvero. E' bene che tu ci sia, Rossmann,
almeno posso parlare con qualcheduno. In casa mica mi
parla nessuno. Siamo detestati. E tutto a causa della
Brunelda. Trattasi certo di femmina magnifica, c' poco da
dire. Senti" - tir in basso verso di s Karl per parlargli a
voce bassa - "una volta l'ho vista nuda. Oh!" Ed in memoria
del ricordo di tal gioia inizi a strizzare ed a colpire le
gambe di Karl, finch questi grid: "Robinson, tu sei matto",
gli prese le mani e le ributt indietro.
"Sei ancora pi o meno un ragazzino, Rossmann", disse
Robinson, tir fuori dalla camicia un coltello che portava in
un fazzoletto da collo, lo apr e tagli la salsiccia, che era
dura. "Hai parecchio da imparare, ma qui da noi sei al posto
giusto. E siediti, non vuoi mangiare qualcos'altro? Vabbe'
magari ti viene appetito se mi guardi mentre mangio. E bere
no? Non bevi nulla di alcolico, n sei particolarmente
ciarliero, guarda un po'. Ma del tutto indifferente con chi
si sta al balcone, se in genere ci
sta uno e basta, al balcone. Voglio dire, capita molto spesso
che io stia qui. Ci si diverte, la Brunelda. Basta che le venga
in mente qualcosa, una volta le fa freddo, una volta caldo,
una volta vuol dormire, una volta vuol pettinarsi, una volta
vuole aprirsi il corsetto, una volta vuole vestirsi, e allora io
vengo sempre mandato sul balcone. Qualche volta davvero
fa quello che dice, ma il pi delle volte sta distesa come
prima sul canap e non si muove. Prima pi volte ho tirato
via un pochino cos la tenda e guardato, ma dopo che una
volta Delamarche in una occasione del genere - so
esattamente che non voleva, ma che lo faceva perch lo
chiedeva Brunelda - mi ha colpito con lo scudiscio diverse
volte in faccia - li vedi i lividi? - non oso pi guardare. E cos
mi distendo qui sul balcone e non ho altro passatempo che
mangiare. L'altro ieri, quando di sera mi sono trovato cos
da solo, avevo ancora gli abiti eleganti che purtroppo ho
perduto all'albergo - quei cani; a uno gli strappano gli abiti
buoni di dosso! - quando dunque sono rimasto cos solo e ho
guardato gi attraverso il parapetto, tutto era triste per me,
e allora ho iniziato a lamentarmi. Allora per caso, senza che
me ne accorgessi subito, venuta da me la Brunelda con la
veste rossa - qualla che le dona di pi - mi ha guardato un
po' e alla fine ha detto: "Robinson, perch piangi?" Poi si
sollevata la veste e mi ha asciugato gli occhi con l'orlo. Chi
lo sa che cosa avrebbe inoltre fatto se Delamarche non
l'avesse chiamata e lei non avesse dovuto rientrare. Com'
naturale ho pensato, ora tocca a me, e ho domandato, dal di
qua della tenda, se avevo ottenuto il permesso di entrare
nella stanza, e cosa pensi che abbia detto la Brunelda: "no!"
ha detto, e "Cosa ti viene in mente?" ha detto.
"Ma perch resti qui, se ti si tratta in questo modo?"
domand Karl.
"Scusa, Rossmann, la domanda non intelligente", rispose
Robinson. "Anche tu ci resterai, anche se ti si tratta peggio.
Del resto non mi si tratta neanche tanto male."
"No", disse Karl, "io via vado di sicuro, e magari stasera
stessa. Non ci resto da voi."
Aveva levato la mollica dal pane e con cura lo inzuppava
nell'olio della
scatola delle sarcine. "Come vuoi andar via, se non hai il
permesso nemmeno di entrae nella stanza?"
"Perch non possiamo farlo?"
"Ecco, finch non suonano, non possiamo entrare", disse
Robinson mangiando il pane unto con la bocca aperta al
massimo possibile intanto che con una mano raccoglieva
l'olio colante dal pane per intingere ogni po' il pane restante
in quella mano tenuta a conca che serviva da serbatoio. "Qui
tutto diventato di una rigidezza. Prima c'era solo una
tenda sottile, non ci si vedeva attraverso, per di sera le
ombre si riconoscevano. Alla Brunelda dava noia, allora ho
riadattato un suo mantello di scena a tenda e l'ho siestamto
al posto della tenda precedente. Ora non si vede pi nulla.
Allora ho prima dovuto sempre domandare se ci ho il
permesso di entrare e mi si risposto, secondo le
circostanze, s oppure no, per forse ne ho troppo
approfittato e l'ho chiesto troppo spesso. Brunelda non lo
poteva sopportare - e lei nonostante la sua grassezza
debole di costituzione, soffre spesso di mal di testa e quasi
sempre di artrite alle gambe - e cos fu stabilito che non
posso pi chiedere, ma invece che, se ho il permesso di
entrare, si suona il campanello sul tavolo. Fa un tale rumore
che riesce a svegliarmi perfino, se dormo - una volta ho
avuto un gatto qui, per compagnia, che per la paura di
questo rumore scappato e non pi tornato; dunque, oggi
nessuna suonata, ancora, cio, se suona allora non solo
posso, ma devo entrare - e se capita che tanto a lungo
taccia, allora non pu ancora durare molto a lungo."
"S", disse Karl, "ma quel che vale per te non deve valere
anche per me. Qualcosa vale solo per chi se la fa piacere."
"Per", alz la voce Robinson, " perch non dovrebbe valere
anche per te? Si capisce che vale anche per te. Aspetta
tranquillo e basta finch non suona, Allora puoi fare il
tentativo di andartene via."
"Perch non te ne vai da qui, sul serio? Solo per questo,
perch Delamarche tuo amico , o meglio, lo era. E' una
vita, questa? Non andrebbe meglio a Butterford, o dove ti
va di andare? O in California, dove ci hai amici?
"S", disse Robinson,"nessuno poteva prevederlo." E prima
che andasse avanti a raccontare, disse ancora: "Alla tua
salute, caro Rossmann", e dette una gran sorsata alla
bottiglia del profuno. "Quando ci hai piantato in asso cos
vigliaccamente eravamo molto malmessi. Non si riusc, i
primi giorni, a lavorare, Delamarche del resto non voleva
nessun lavoro, l'avrebbe gi avuto, invece mi mandava me
a cercare, sempre, e io non sono fortunato. Cos se n'
andato in giro, ma era gi quasi sera e aveva raccattato
solo un portamonete da signora. Molto bello, di perle, ora
l'ha regalato alla Brunelda, ma dentro non c'era quasi nulla.
Allora disse, potremmo andare per gli appartamenti a
chiedere l'elemosina, una cosa che com' naturale pu
rivelarsi parecchia vantaggiosa, allora siamo andati a
chiedere l'elemosina, ed io ho cantato davanti alle porte
degli appartamenti, per migliorare l'opera. E siccome
Delamarche sempre fortunato, non appena ci siamo
trovati davanti al secondo appartamento, uno molto ricco, al
pianterreno, abbiamo cantato qualcosa alla porta, davanti
alla cuoca e al servitore, ed ecco che arriva la signora cui
appartiene quest'appartamento. Avea il busto troppo
stretto, non lo so, e non poteva neppur fare quei pochi
gradini. Ma che bell'aspetto aveva, Rossmann! Aveva un
abito tutto bianco e un ombrello da sole rosso. Era da
leccare, da succhiare. Oh, Dio, Dio, era bella. Cos femmina!
No, davvero, dove ce n' un'altra cos femmina?
Naturalmente la ragazza e il servitore le sono subito andati
incontro e l'hanno quasi trasportata. Noi si rimasti ai lati
della porta e abbiamo salutato, si fa cos da queste parti.
Lei rimasta l un po' perch non aveva abbastanza fiato, e,
ora non so come successo, non ci avevo tanto
comprendonio per via della fame, e da vicino era anche pi
bella e enorme, per quel particolare corsetto, poi te lo posso
far vedere nel cassetto, soprattutto cos stretta; per farla
breve un pochinino l'ho toccata dietro, ma appena, sai, solo
toccata. Com' naturale questo non si tollera, che un
mendicante tocchi una ricca signora. Era anzi quasi
nemmeno un toccare, ma in fondo era pur sempre un
toccare. Chi sa come sarebbe andata a finire male, se
Delamarche subito non mi avesse dato uno schiaffo, un tale
schiaffo che subito mi portai entrambe le mani
alla guancia."
"Che cosa le hai fatto!" disse Karl tutto catturato dalla
storia, e si sedette sul pavimento.
"Dunque, si trattava di Brunelda?"
"Ma certo", disse Robinson, " era Brunelda."
"Non hai detto una volta che una cantante?" domand
Karl.
"In effetti lo , una grande cantante", rispose Robinson
facendosi ballar sulla lingua un ammasso di bonbon ed a
tratti con un dito ricacciando in bocca un pezzetto che era
fuoriuscito. "Ma allora com' naturale non lo sapevamo
ancora, vedevamo solo che era una signora ricca e assai
fine. Fece come se nulla fosse successo, ed in effetti non
aveva sentito niente, l'avevo toccata solo con la punta delle
dita. Tuttavia ha seguitato a guardare il Delamarche che a
sua volta l'ha guardata proprio negli occhi - come se gi
avesse indovinato. Allora lei gli ha detto: 'su, vieni dentro
un attimo' ed ha indicato con l'ombrellino verso l'interno
dell'appartamento dove Delamarche doveva precederla. Poi
sono entrambi entrati, e la servit ha chiuso la porta dietro
di loro. Mi hanno lasciato fuori e allora ho pensato che
sarebbe durata poco e mi sono seduto sulla scala per
aspettare Delamarche. Invece di Delamarche venuto il
serivitore e mi ha portato un piatto pieno di minestra.
Un'attenzione di Delamarche! mi dissi. Il servitore rest l
ancora un pochino mentre mengiavo e mi raccont qualcosa
su Brunelda, e allora io ho visto cosa poteva significare per
noi la visita da Brunelda. Era una divorziata, aveva un
grosso capitale ed era completamente autonoma! l'ex
marito, un industriale del cacao, l'amava ancora, ma lei non
ne voleva sentir neanche parlare. Lui veniva molto spesso
nell'appartamento, sempre molto elegante, vestito come
per un matrimonio - questa la verit parola per parola, io
lo conosco - ma il servitore non osava, nonostante lui lo
corrompesse lautamente, chiedere a Brunelda se lo volesse
ricevere, infatti gi diverse volte l'aveva fatto e sempre lei
gli aveva tirato in faccia giusto quel che aveva in mano. Una
volta perfino la sua bottiglia dell'acqua calda con cui gli
aveva rotto un dente davanti. Anzi, fa' attenzione,
Rossmann!"
"Dove l'hai visto il marito?" domand Karl.
"Qualche volta viene anche qui", disse Robinson.
"Qui?" Karl stupito dette un colpetto sul pavimento.
"Puoi stupirtene tranquillamente", continu Robinson,
"anch'io mi sono stupito, quando il servitore me lo ha
raccontato. Pensa solo questo, quando Brunelda non era in
casa il marito si fatto condurre dal servitore nella camera
di lei sempre portando via con s una piccolezza per ricordo,
sempre in cambio lasciando qualcosa di molto caro e fine
per Brunelda, con la stretta proibizione al servitore di dire
da chi. Una volta per, quando il marito - come disse il
servitore, ed io ci credo - aveva portato un oggetto di
porcellana di valore addirittura inestimabile, Brunelda deve
essersene accorta in qualche modo, l'ha gettato in terra
subito, lo ha calpestato, ci ha sputato sopra e ci ha fatto
anche qualche altra cosa scarsamente eliminabile dal
servitore, a causa dello schifo."
"Ma che cosa le ha fatto, il marito?" domand Karl.
"Questo in effetti non lo so", disse Robinson. "Credo, per,
niente di particolare, almeno, non lo sa neppure lui. Ci ho
parlato diverse volte, di questo. Mi aspetta ogni giorno l
all'angolo, quando arrivo, e cos devo raccontargli le novit;
se non arrivo, lui capace di aspettare mezz'ora e poi di
andarsene. Per me era un buon guadagno accessorio, mi
pagava le informazioni molto bene, ma dopo che
Delamarche venuto a saperlo sono costretto a riferire
tutto, e cos ci vado pi di rado."
"Ma che cosa vuole, il marito?" domand Karl. "Cosa vuole
mai ottenere? Eppure lo capisce, che lei non lo vuole."
"S", sospir Robinson, si accese una sigaretta e soffi il
fumo in alto agitando enfaticamente il braccio. Poi sembr
che cambiasse parere e disse: "Che m'importa? So solo che
lui darebbe molti soldi per avere il permesso di stare qui sul
balcone come noi."
Karl si alz, si appoggi al parapetto e guard di sotto in
strada. La luna era gi visibile, ma gi nella via la sua luce
ancora non arrivava. Cos vuota durante il giorno, specie
davanti ai portoni era colma di persone tutte in movimento
rallentato, le camicie degli uomini, i vivaci abiti delle
donne spiccavano appena nell'oscurita, tutti quanti erano a
copo scoperto. I molti balconi del circondario erano tutti
quanti occupati, vi stavano le famiglie alla luce di una
lampada a incondescenza, sia, secondo la grandezza del
balcone, attorno a un tavolino, sia seduti in fila su sedie,
quando non spuntavano le loro teste fuori dalle stanze. Gli
uomini sedevano a gambe larghe, con i piedi infilati tra le
sbarre dei parapetti, e leggevano giornali che arrivavano
quasi al pavimento, oppure giocavano a carte
apparentemente senza parlare, ma con gran colpi sui tavoli,
e le donne avevano in grembo lavori di cucito solo a
momenti gettando uno sguardo intorno a s o gi in strada.
Una donna bionda e fragile sul balcone accanto continuava
a sbadigliare, strabuzzava gli occhi e continuava ad alzare
alla bocca un capo di biancheria che stava rabberciando;
anche nei pi piccoli balconi i bambini pretendevano di
rincorrersi l'un l'altro dando molta noia ai loro genitori.
Internamente a parecchie stanze c'erano grammofoni che
diffondevano canzoni o musica orchestrale, non ci
s'interessava in modo particolare di tale musica, solo qua e
l il capofamiglia faceva un cenno e qualcuno s'affrettava
dentro a mettere un nuovo disco. A diverse finestre si
vedevano coppie d'innamorati immobili, a una finestra
davanti a Karl c'era una coppia in piedi, il giovane aveva
messo un braccio intorno alla ragazza e le premeva il seno.
"Conosci nessuna di queste persone qui intorno?" domand
Karl a Robinson, che ora si era tirato su anche lui e che,
avendo freddo, si teneva addosso, a parte la coperta del
letto, anche quella di Brunelda.
"Quasi nessuno, anzi proprio questo il brutto, nella mia
posizione", disse Robionson tirando a s Karl per potergli
parlare nell'orecchio, "altrimenti non avrei sul momento
proprio da lamentarmi. La Brunelda, anzi, per Delamarche
ha venduto tutto quel che aveva e si ritirata con tutte le
sue ricchezze qua in questo appartamento di periferia per
potersi dedicare completamente a lui e perch nessuno la
disturbi, del resto questo era anche il desiderio di
Delamarche."
"Ed ha abbandonato la servit?" domand Karl-
"Per forza di cose", disse Robinson. "dove si poteva
alloggiare anche la
servit, qui? Questi servitori, figurati, sono signori pieni di
esigenze. Una volta dalla Brunelda Delamarche un servitore
del genere lo ha semplicemente spinto via dalla stanza a
suon di schiaffi, fioccavano uno dopo l'altro finch quello
non fu fuori. Com' naturale gli altri si sono uniti a lui ed
hanno fatto chiasso davanti alla porta, cos Delamarche
uscito (allora non ero servitore, ma amico di casa,
nonostante questo ero insieme ai servitori) ed ha chiesto:
'Cosa volete?' Il pi anziano, un certo Isidor, ha detto: 'voi
non avete nulla da dirci, la nostra padrona la gentile
signora.' Come forse noti, essi adoravano Brunelda. Ma lei,
senza preoccuparsi di loro, andata da Delamarche, allora
non era cos pesante com' ora, lo ha abbracciato davanti a
tutti, baciato e chiamato 'carissimo Delamarche', dicendo
infine :'manda via tutte queste scimmie subito'. Scimmie -
ecco cos'erano i servitori; immaginati la faccia che hanno
fatto. Poi la Brunelda s' tirata la mano di Delamarche nella
borsetta che portava alla cintura, Delamarche ce l'ha ficcata
le e poi ha iniziato a liquidare i servitori; la Brunelda ha
preso parte alla liquidazione solo per il fatto che stata l
con la borsetta aperta. Delamarche dov pi volte rificcarci
le mani dentro, infatti divideva i soldi senza contarli e senza
fare verifiche. Da ultimo disse: "Visto che non volete parlare
con me, a nome di Brunelda ve lo dico io: fate le valige, ma
subito.' Cos sono stati licenziati, poi ci sono stati alcuni
processi, una volta Delamarche dov addirittura andare in
tribunale, ma non ne so nulla di preciso. Solo che, dopo il
congedo dei servitori, Delamarche ha detto a Brunelda: 'ora
dunque di servitori non ne hai pi?' E lei ha detto: 'ma c'
Robinson.' Di conseguenza Delamarche ha detto,
battendomi sulle spalle: 'Bene allora, tu sarai nostro
servitore.' E Brunelda mi ha dato un buffetto sulla guancia.
Se si presenta l'occasione, Rossmann, fatti anche te, una
volta, dare un buffetto sulla guancia. Ti stupirai di quanto
bello."
"Sei dunque diventato servitore di Delamarche?" disse Karl
riassumendo.
Robinson si accorse del compatimento insito nella domanda
e rispose: "Lo sono , ma di questo si accorgono in pochi.
Vedi, anche tu non lo sapresti, per quanto tu sia gi da un
po' da noi. Hai anzi visto com'ero
vestito stanotte, da voi all'albergo. Avevo il meglio del
meglio addosso. I servitori van vestiti cos? Solo che per
l'appunto c' questo, che non mi posso permettere di uscire
spesso, devo essere sempre a disposizione, di faccende ce
n' sempre qualcuna da fare. Una persona anche troppo
poco per il lavoro che c'. Come forse hai notato, ci abbiamo
moltissima roba in giro per la stanza; ci che non si poteva
vendere prima del trasloco, ce lo siamo portato dietro.
Com' naturale si sarebbe potuto regalare, ma Brunelda non
fa regali. Pensa solo alla fatica che c' voluta a portar su
questa roba per le scale." - "Robinson, l'hai portata su tutta
te?" grid Karl.
"Chi senn?" disse Robinson. "C'era anche un aiuto, una
lurida carogna; ho dovuto fare quasi tutto il lavoro da solo.
Brunelda rimasta gi accanto al carro, Delamarche di
sopra ha stabilito dove le cose erano da sistemare, e io ho
continuato a fare su e gi di corsa. Due giorni, durato,
parecchio lungo, no? Ma tu non lo sai mica quanta roba c'
qui nella stanza, tutti i cassetti sono pieni e dietri i cassetti
c' un pigia pigia fino al soffitto. Se si fossero prese delle
persone per il trasporto, sarebbe stato pronto tutto alla
svelta, ma Brunelda non si fidava che di me. Certo, molto
bello, ma io mi ci sono rovinato la salute per tutta la vita, e
non ho che quella, cos'altro? Se appena faccio uno sforzo
sento fitte qui, qui, e qui. Credi che i ragazzi dell'albergo,
quei marmocchi - cos'altro sono? - avrebbero mai potuto
sopraffarmi, se fossi stato in salute? Ma anche se mi sentissi
male al Delamarche e alla Brunelda non una parola, gli dico,
lavorer finch va, e quando non andr pi mi sdraio e
crepo e cos troppo tardi loro vedranno che sono stato
malato e ci nonostante ho continuato a lavorare e lavorare,
e che ho lavorato al loro servizio fino alla morte. Ah,
Rossmann - " disse infine asciugandosi gli occhi alle
maniche della camicia di Karl. Dopo un po' disse: "Ma non ti
fa freddo, cos in camicia come sei?"
"Va' l, Robinson", disse Karl, "tu continui sempre a
piangere. Non ci credo che stai cos male. Mi sembri proprio
guarito, ma perch stai sempre sul balcone che te ne sei
inventate di tutti i generi. Magari ci hai una fitta nel petto, a
volte, ce l'ho anch'io, tutti ce l'hanno. Se per ogni
piccolezza tutti piangessero, su ognuno di questi balconi la
gente dovrebbe piangere."
"So quel che dico", disse Robinson asciugandosi gli occhi,
stavolta, con un angolo della sua coperta. "Lo studente che
sta qui accanto a pigione da quella che cucinava anche per
noi ultimamente mi ha detto, quando riportavo indietro i
piatti: 'State un po' a sentire, Robinson, non che siete
malato?' A me proibito parlare con la gente, cos mi sono
limitato ad appoggiare i piatti e avevo intenzione di
andarmene. allora lui venuto da me e ha detto: 'State a
sentire, brav'uomo, non tirate troppo la corda, voi siete
malato.' - 'S, allora, vi prego, cosa devo fare?' ho
domandato. 'E' affar vostro', ha detto lui voltandosi. Gli altri
che erano a tavola hanno riso, qui ci abbiamo soprattutto
nemici, e allora ho preferito andarmene."
"Gente dunque che ti prende per matto, e tu le credi, e non
credi a chi pensa di far il tuo bene."
"Ma lo devo pur sapere, come sto", s'arrabbi Robinson,
ricominciando per subito a piangere.
"Tu non sai che cosa ti manca, in effetti, dovresti cercarti
qualche lavoro decente, invece di fare il servo a
Delamarche. Perch stando a quello che mi hai raccontato e
a quello che ho visto da solo, posso giudicare che questo
non affatto fare il servitore, una schiavit. Nessuno pu
sopportarlo, ecco cosa penso. Tu invece pensi che siccome
sei amico di Delamarche, non ti puoi permettere di lasciarlo.
E' falso; se lui non capisce che razza di miserabile esistenza
conduci, ecco che tu non hai pi il minimo obbligo verso di
lui."
"Credi davvero, Rossmann, che io mi riprender, se lascio
questo servizio qui?"
"Certo", disse Karl.
"Certo?", domand di rimando Robinson.
"Certissimo", disse Karl sorridendo.
"Allora potrei subito iniziare a riprendermi", disse Robinson
guardando Karl.
"Ma come?", domand questi.
"Perch puoi sostituirmi tu, qui", rispose Robinson.
"Chi te l'ha detto?"domand Karl.
"E' un vecchio progetto. Se n' parlato da qualche giorno, di
questa cosa. E' iniziata cos, che Brunelda mi ha sgridato
perch non tengo abbastanza pulito l'appartamento. Com'
naturale ho promesso che rimetter tutto in ordine subito.
Per, difficilissimo. Per esempio, nelle mie condizioni non
posso strisciare da ogni parte per spolverare, gi nel centro
della stanza non si riesce a muoversi, figurati l tra i mobili
e le provviste! E se si vuole tutto ben pulito, si devono
spostare anche i mobili da dove sono, e dovrei farlo da solo?
A parte questo, il tutto deve avvenire in totale silenzio,
perch resta il fatto che Brunelda, che a mala pena esce
dalla stanza, non deve essere disturbata. Io ho promesso,
dunque, certo, che pulir tutto, ma in realt non l'ho fatto.
Quando Brunelda se n' accorta, ha detto a Delamarche che
non si pu andare avanti cos e che si deve assumere un
aiuto. 'Delamarche, non voglio', ha detto, ' che tu una volta
o l'altra mi rimproveri per non aver tenuto bene
l'appartamento. Di persona io non posso fare sforzi, tu lo
capisci, e Robinson non basta; all'inizio era cos vispo e
soprattutto attento, ma ora di continuo stanco e se ne sta
per lo pi in un angolo. Per una stanza con tanta roba
dentro come la nostra non si mantiene in ordine da s.' Di
conseguenza Delamarche ha rimuginato cosa era possibile
farci, dato che una persona qualsiasi non si pu integrare in
una casa simile, neanche per prova, infatti da tutte le parti
ci stanno con gli occhi addosso. Poich tuttavia ti sono buon
amico e ho sentito da Renell come devi tribolare all'albergo,
ho proposto te. Delamarche approv subito, anche se quella
volta tu ti sei comportato in modo tanto sfacciato con lui, e
io ne sono com' naturale stato contentissimo, di poterti
essere tanto utile. Per te in altre parole il posto come
acquisito, sei giovane, forte e capace, mentre io non sono
pi buono a nulla. Voglio dirti soltanto che ancora non sei
assunto; se a Brunelda non piaci, non possiamo prenderti.
Dunque sforzati solo di riuscirle gradito, per il resto ci
penser io."
"E tu cosa farai, se divento servitore qui?" domand Karl; si
sentiva
leggero, lo spavento iniziale che i discorsi di Robinson gli
avevano causato, era superato. Delamarche dunque non
aveva nessuna cattiva intenzione con lui, se non di farne un
servitore - se avesse avuto intenzioni peggiori, quel
chiacchierone di Robinson certo le avrebbe spifferate - se le
cose stavano cos, per, Karl
si sarebbe ingegnato gi quella notte ad andarsene. Non si
pu costringere uno ad accettare un posto. E mentre Karl
prima si era preoccupato, dopo il suo licenziamento
dall'albergo, di avere abbastanza in fretta un posto, per non
patire la fame, buono e se possibile non modesto, in quel
momento ogni altro posto gli sembr, paragonato al posto l
escogitato per lui, che gli faceva schifo, abbastanza buono,
e gli avrebbe preferito anche il rischio della disoccupazione.
A far capire questo a Robinson non ci prov neanche, specie
perch Robinson era preda di pregiudizi, dovuti alla
speranza di venir sostituito da Karl.
"Ti spiegher dunque", diceva Robinson accompagnando il
discorso con rassicuranti movimenti delle mani - i gomiti li
aveva appoggiati al parapetto - "ogni cosa e ti indicher le
provviste. Sei istruito e ci hai certo anche una buona grafia,
quindi potresti fare subito un elenco di tutto quel che
abbiamo. Gi da tempo Brunelda se l' augurato. Se
domattina bel tempo, pregheremo Brunelda che si sistemi
sul balcone e intanto noi tranquilli e senza disturbarla
potremo darci da fare nella stanza. A ci infatti, Rossmann,
devi fare la massima attenzione. Basta non disturbare
Brunelda. Sente tutto, probabile che abbia quest'udito
tanto sensibile perch cantante. Per esempio, tu fai
rotolar fuori dalla cassa dove si trova il barilotto di
acquavite, fa rumore perch pesante e soprattutto ci sono
in giro molte cose, per cui non si pu farlo rotolare in una
volta sola. Brunelda per esempio tranquilla e distesa sul
canap ad acchiappar mosche, suo massimo fastidio. Tu
credi dunque che non si interessi a te, e fai rotolare il
barilotto oltre. Lei seguita a star distesa tranquilla. Ma in un
momento, quando non te lo aspetti e stai facendo il rumore
minimo, si tira su di colpo, lei, sbatte le mani sul canap,
tanto che non la si vede per la polvere - da quando siamo
qui non l'ho battuto,
il canap; non posso mica, ci sta sempre lei distesa - e
comincia a uralre da far paura, pare un uomo, e urla per
delle ore. I vicini le han proibito il canto, di urlare nessuno
pu proibirglielo, lei deve urlare, del resto capita di rado,
ora, io e Delamarche siamo diventati cauti. Le fa molto
male. Una volta ha perso i sensi, ed io - Delamarche per
l'appunto era via - ho dovuto chiamare lo studente qui
vicino, che l'ha spruzzata con il liquido di un bottiglione,
stato anche utile, ma quel liquido aveva un odore
insopportabile, ancora, quando si volta il naso verso il
canap, si sente. Di certo lo studente ci nemico come
tutti, qui, devi guardarti da tutti e non mescolarti con
nessuno."
"Senti, Robinson", disse Karl, " un servizio pesante; per.
mi hai consigliato davvero un bel posto!"
"Non ti preoccupare", disse Robinson scuotendo la testa con
gli occhi chiusi per respingere ogni possibile
preoccupazione di Karl. "Il posto ha anche tornaconti che
nessun altro ti pu offrire. Ti trovi di continuo vicino a una
signora come Brunelda, capita che tu dorma nella stessa
stanza con lei, ci comporta, come puoi figurarti svariati
vantaggi. Tu sarai pagato largamente, di soldi ce n' un
mucchio, come amico di Delamarche non ne ho avuti; solo
quando sono uscito, Brunelda mi ha sempre dato qualcosa,
ma com' naturale tu verrai pagato come un servitore. Anzi,
tu non sei altro che un servitore. La cosa pi importante per
te d'altra parte che ti faciliter molto il lavoro. Subito
subito com' naturale non far nulla, devo riprendermi, ma
non appena mi sono un po' ripreso puoi contare su di me. Il
servizio particolare a Brunelda lo tengo soprattutto per me,
pettinarla e vestirla, quando Delamarche non lo fa lui. Tu
dovrai occuparti soltanto di rassettare la stanza, della spesa
e delle faccende domestiche pi pesanti."
"No, Robinson", disse Karl, "tutto ci non mi attira."
"Non fare stupidaggini, Rossmann", disse Robinson
vicinissimo al volto di Karl, "non lasciarti sfuggire questa
bella occasione. Dove lo trovi un posto cos? Chi ti conosce?
Chi conosci? Noi, due, che gi abbiamo molto vissuto e
possediamo grande esperienza, abbiamo scorrazzato in giro
senza trovare lavoro. Non facile, addirittura un'impresa
disperata."
Karl annu, stupendosi di come Robinson sapeva parlare in
modo assennato. Quei consigli per lui non valevano nulla,
non poteva restar l, nella grande citt un posticino si
sarebbe ben trovato ancora, durante l'intera notte, lui lo
sapeva, tutte le osterie erano strapiene, c'era bisogno di
servizio alla clientela, e lui ci era allenato. Si sarebbe
adattato alla svelta a qualche modesto servizio. Proprio l
davanti in basso c'era una piccola osteria da cui usciva una
musica rumorosa. L'ingresso principale era coperto solo da
una grande coperta gialla che a momenti mossa dall'aria
sventolava con forza sulla via. Per altro nella strada s'era
fatto comunque silenzio. La maggioranza dei balconi erano
bui, solo in lontananza si trovava qua e l una luce isolata,
ma appena la si aveva un attimo negli occhi si alzavano le
persone, l, e intanto che si rificcavano nell'appartamento,
un uomo prendeva la lampada e, data una breve occhiata
nella via, spegneva la luce, era l'ultimo rimasto sul balcone.
Ora comincia davvero la notte, si disse karl, se resto qui
ancora a lungo finisce che appartengo a loro. Si volse per
spinger via la tenda davanti alla porta finestra. "Cosa
vuoi?", disse Robinson piazzandosi tra la tenda e Karl.
"Voglio andarmene via", disse Karl. "Lasciami! Lasciami!"
"Non vorrai disturbarli", grid Robinson, "cosa ti viene in
mente?" E gli piazz le braccia intorno al collo, gli si appese
con tutto il suo peso, con le sue gambe abbranc quelle di
Karl e cos in un momento lo trascin gi per terra. Karl tra i
ragazzi addetti agli ascensori aveva imparato un po' di lotta,
e cos colp sotto il mento Robinson con un pugno, debole
per, stracco. Quello gli dette un colpaccio veloce e senza
complimenti nel ventre, tuttavia comici, tenendosi il
mento con le mani, a lamentarsi cos forte che dal balcone
dei vicini un uomo ordin, battendo violentemente le mani:
"Calmatevi!". Karl resto ancora un po' calmo per superare il
dolore che il colpo di Robinson gli aveva causato. Si limit a
volgere il viso verso la tenda che placida e pesante pendeva
davanti alla stanza buia. Pareva anzi che dentro non ci fosse
pi nessuno, magari Delamarche era uscito con Brunelda e
Karl era gi
completamente libero. Robinson, che si compartava davvero
come un cane da guardia, era definitivamente fuori gioco.
A quel punto in lontananza dalla via risuonarono a ondate
tamburi e trombe. Singole grida di molta gente si unirono
presto in un urlio generale. Karl volt la testa e vide che
tutti i balconi si erano risvegliati. Lentamente si alz, non
riusciva a rizzarsi del tutto e fu costretto a piegarsi
pesantemente contro il parapetto. Di sotto sul marciapiede
camminavano giovanotti a gran passi, braccia levate, i
berretti alti in mano, le facce girate indietro. La sede
stradale restava ancora libera. Alcuni roteavano su alti
bastoni lanterne avviluppate da un fumo giallo. Stavano
entrando nella zona illuminata tamburi e trombe in larghe
file e Karl stava stupendosi di quanti erano quando dietro di
s ud voci, si volt e vide il Delamarche sollevare la
pesante tenda e poi Brunelda venire dal buio della stanza in
abito rosso, un soprabito di merletto sulle spalle, una
cuffietta scura sui capelli probabilmente spettinati e solo
tirati su, le cui ciocche sciolte spuntavano qua e l. In mano
teneva un ventaglietto aperto, ma non lo muoveva, lo
teneva stretto a s.
Karl si spost lungo il parapetto per fare spazio a tutti e
due. Certo nessuno l'avrebbe costretto a restare l, anche se
Delamarche voleva provarci, Brunelda l'avrebbe, su sua
preghiera, lasciato andare. Anzi, lei non poteva neanche
sopportarlo, i suoi occhi la spaventavano. quando per fece
un passo verso la porta lei l'aveva notato dicendo: "ma dove
vai, piccino?" Karl si blocc, alle occhiate severe di
Delamarche, e Brunelda lo tir a s. "Ma non lo vuoi stare a
vedere il corteo di sotto?" e lo spinse davanti a s sul
parapetto. "Lo sai di cosa si tratta?" Karl la sent dire dietro
di s, e fece un involontario movimento, senza successo, per
sottrarsi alla pressione di lei. Mesto guard gi nella via
come se l vi fosse il motivo della sua mestizia.
Delamarche prima stette a braccia incrociate dietro
Brunelda, poi and nella stanza e le port il cannocchiale da
teatro. Gi, dietro i musicanti, aveva fatto la sua comparsa
la maggior parte del corteo. Sulle spalle di un uomo
gigantesco sedeva un signore del quale da quell'altezza non
si vedeva altro che la calvizie appena rilucente, su cui
teneva sollevato il
cappello a cilindro continuando a salutare. Tutt'intorno a lui
venivano portati cartelli di legno che, visti dal balcone,
sembravano tutti bianchi; erano manifesti ordinati in modo
da accostarsi da ogni parte in pratica a quel signore, che
sbucava alto dal loro mezzo. Poich tutto era in movimento
questa muraglia di manifesti continuava ad allentarsi ed a
stringersi. Vicino ed intorno l'intera larghezza della via
circondava quel signore, anche se, per quanto nel buio si
poteva cogliere, a distanza indefinibile essa era colma di
suoi seguaci che, tutti quanti, battevano le mani e
presumibilmente lo acclamavano per nome, un nome
brevissimo, ma incomprensibile, in un protratto recitativo.
Alcuni, che abilmente erano distribuiti nella folla, avevano
fari d'automobile emettenti una luce fortissima che
lentamente guidavano in su e in gi sulla superficie delle
case ad entrambi i lati della strada. All'altezza di Karl la luce
non disturbava pi, ma nei balconi pi in basso si vedevano
le persone sfiorate da essa portarsi in fretta le mani sugli
occhi.
Delamarche s'informo, pregatone da Brunelda, presso chi
trovava sul balcone vicino, sull'oggetto della
manifestazione. Karl era un po' curioso, gli avrebbero
risposto, e come? Ed in effetti Delamarche fu costretto a
chiedere tre volte senza avere risposta. Si era gi sporto in
modo pericoloso dal parapetto, Brunelda pest leggermente
il piede dalla stizza, Karl ne sent il ginocchio. Infine per
venne qualche risposta, ma allo stesso tempo su quel
balcone, che era pieno di persone, cominciarono a ridere
forte. Ragione per cui Delamarche da parte sua url
qualcosa cos forte che, se sul momento nell'intera via non
vi fosse stato tanto frastuono, tutti quanti intorno
avrebbero dovuto ascoltare stupiti. In ogni modo ci ebbe
l'effetto di far cessare con straordinaria fretta le risate.
"Domani nel nostro distretto viene scelto un giudice, e
quello laggi un candidato", disse Delamarche
rivolgendosi calmissimo a Brunelda. "No!"esclam poi,
accarezzando Brunelda sulla schiena."Non sappiamo pi
nulla di quel che succede nel mondo."
"Delamarche", disse Brunelda riferendosi di nuovo alla
condotta del vicinato, "come me ne andrei volentieri, se non
fosse tanto faticoso. Ma
purtroppo non posso permettermelo." E con gran sospiri,
inquieta e disfatta, frugacchi la camicia di Karl che cerc, il
pi possibile senza dar nell'occhio, di spinger via quelle
piccole manine grasse, cosa che gli riusc facile, dato che
Brunelda non pensava a lui, era alle prese con tutt'altri
pensieri.
Anche Karl tuttavia dimentic presto Brunelda e toller la
molestia delle braccia di lei sulle sue spalle, quel che
succedeva in strada lo attirava molto. Al comando d'un
gruppetto di uomini gesticolanti che marciavano proprio
davanti al candidaton e le cui parole dovevano avere un
significato particolare, dal momento che da ogni parte si
vedevano volti protesi in ascolto verso di loro,
inaspettatamente venne fatta una fermata davanti
all'osteria. Uno di questi autorevoli uomini fece con una
mano sollevata un segnale sia alla folla che al candidato. La
folla ammutol, e il candidato, che tent pi volte di
installarsi sulle spalle del suo portatore e pi volte ricadde
seduto, tenne un breve discorso durante il quale fece
sventolare qua e l il suo cilindro. Si vide tutto chiaramente,
infatti durante il suo dicorso tutti i fari d'automobile gli
erano stati puntati addosso, talch lui si trov nel mezzo di
una luminosa stella.
Ora tuttavia si capiva per anche l'interesse che tutta la
strada prendeva per la faccenda. Sui balconi di propriet dei
partigiani del candidato si attacc a cantarne il nome e si
fecero battere in modo macchinale le mani protese ben fuori
dai parapetti. Sui restanti balconi, che erano perfino in
maggioranza, si lev un robusto controcanto in effetti
mancante di omogeneit, poich si trattava di sostenitori di
svariati candidati. Al contrario, tutti gli avversari del
candidato presente si unirono meglio in un generale
fischiare, e addirittura vennero fatti andare di nuovo
parecchi grammofoni. Tra i singoli balconi ebbero luogo liti
politiche con eccitazione accresciuta a causa dell'ora
notturna. I pi erano gi vestiti per la notte e sopra avevano
soltanto soprabiti, le donne si avviluppavano in grandi
scialli scuri, i bambini non badati si arrampicavano,
suscitando ansia, sui bordi dei balconi venendo fuori sempre
pi numerosi dalla stanze buie dove gi erano
addormentati.
Qua e l alcuni oggetti ignoti vennero scagliati da persone
particolarmente incollerite in direzione dell'avversario,
talvolta coglievano il bersaglio, ma il pi delle volte
cadevano in strada dove richiamavano ululati rabbiosi. Ai
capi operanti dabbasso il chiasso parve eccessivo, cos
trombe e tamburi furono fatti ricominciare e la loro
acustica, che non voleva finire e rimbombava a tutta forza,
represse tutte le voci umane fino ai tetti delle case. E di
colpo - a mala pena ci si credeva - smisero, dopodich la
folla, a tal scopo palesemente addestrata, per la strada, nel
silenzio generale subentrato per un momento, eruppe
nell'inno del proprio partito - si vide alla luce dei fari
d'automobile la bocca di ciascuno spalancata - fin quando gli
avversari, nel frattempo rientrati in s, urlarono dieci volte
pi forte di prima da ogni balcone e finestra, e, almeno a
quell'altezza, fecero completamente ammutolire, dopo la
sua breve vittoria, il partito dabbasso.
"Ti piace. piccino?" domand Brunelda che, stretta dietro a
Karl, si muoveva in qua e in l per osservare il pi possibile
tutto con il binocolo. Karl rispose solo facendo cenno di s
con il capo. Intanto si accorse che Robinson con zelo faceva
rapporto al Delemarche, palesemente sulla sua condotta,
ma Delamarche dava l'impressione di non attribuire a tal
rapporto alcun significato, infatti con la sinistra continuava
a spostarlo da parte, e con la destra aveva cinto Brunelda.
"Non vuoi guardare con il binocolo?" domand Brunelda e
buss sul petto Karl per indicare che parlava con lui.
"Vedo quanto basta", disse Karl.
"Ma provalo", disse lei, "vedrai meglio".
"Ho gli occhi buoni", rispose karl, "vedo tutto".
Lo sent non come gentilezza, ma come seccatura, quando
lei gli avvicin il binocolo agli occhi senza dir altro, in realt,
che questo, "come sei!", melodiosa e risonante. Ebbe il
binocolo sugli occhi e ora di fatto non vide nulla.
"Io non vedo nulla", disse desideroso di liberersi del
binocolo, ma lei lo teneva stretto e lui non riusciva a
spostare la testa, inserita tra i seni di lei, n indietro n di
lato.
"Ma ora vedi ", disse lei girando la rotella del binocolo.
"No, seguito a non vedere nulla", disse Karl pensando che,
senza volere, di fatto aveva disimpegnato Robinson, infatti
le insopportabili lune di Brunelda venivano scaricate su di
lui.
"Ma quand' che ci vedrai, infine?" disse lei girando acora la
rotella - ora lui aveva tutta la faccia immersa nell'alito
pesante di lei. "E ora?" domand lei.
"No, no e no!" grid Karl, anche se in realt, per quanto solo
molto indistintamente, riusciva a ditinguere tutto. Ma
Brunelda stava avendo un qualcosa da fare con Delamarche,
teneva il binocolo soltanto distante dal viso di Karl, e lui
pot, senza che lei se ne accorgesse, guardare verso la
strada da sotto il binocolo. Poi lei cambi idea e adoper il
binocolo per s.
Di sotto un cameriere era uscito dall'osteria e affrettandosi
fuori e dentro la la soglia della porta riceveva le ordinazipni
dei capi. Si vedeva quanto si sforzasse di sorvegliare
l'interno del locale e richiamare pi personale che potesse.
Durante questi preparativi, che chiaramente servivano a
una gran bevuta gratuita, il candidato non smise di parlare.
Il suo portatore, il gigante destinato a lui soltanto, faceva
sempre dopo alcune soste un piccolo giro per far arrivare il
discorso a tutte le parti della folla. Il candidato si teneva per
lo pi tutto rattrappito e cercava, muovendo a scatti la
mano libera e il cilindro che teneva nell'altra, di dare alle
sue parole la maggior efficacia possibile. Per talvolta,
quasi ad intervalli regolari, gli passava per la testa di
sollevarsi con le braccia allargate, e non si rivolgeva pi a
un gruppo, ma alla totalit, parlava agli abitanti delle case
fino ai piani pi in alto, eppure era completamente chiaro
che gi ai piani pi bassi nessuno poteva udirlo; anzi, che se
ce ne fosse stata la possibilit nessuno avrebbe voluto stare
a sentirlo, infatti ogni finestra ed ogni balcone era occupato
da almeno un urlante oratore. Intanto alcuni camerieri
portarono fuori dall'osteria una tavola piena di luccicanti
bicchieri pieni, grande come un biliardo. I capi
organizzarono la distribuzione, che ebbe luogo nella forma
d'una marcia rasente alla porta dell'osteria. Per,
nonostante che i bicchieri
sulla tavola continuassero a venir riempiti, non erano
sufficienti per la folla, e due file di garzoni dell'osteria
dovettero guizzare a destra e a sinistra del tavolo ed
occuparsi pi in l della folla. Com' naturale il candidato
aveva smesso di parlare e sfruttava la pausa per darsi
nuova energia. In disparte rispetto alla folla e alla luce
abbagliante il suo portatore lo trasport qua e l e solo
alcuni dei suoi pi vicini sostenitori lo accompagnarono e gli
parlarono.
"Ma guardalo, piccino", disse Brunelda, "dove si trova non
vede mica bene." E di sopresa gir con entrambe le mani il
viso di Karl verso di s in modo da guaradrlo negli occhi.
Solo per un momento, infatti Karl se le scosse via, le mani, e
stizzito per il fatto che non lo si lasciasse in pace un attimo
e nello stesso tempo gli si negasse il piacere di andare in
strada a guardare tutto da vicino, tent con tutta la sua
forza di libereresi dalla pressione di Brunelda e disse:
"Per favore, lasciatemi andar via."
"Tu reseterai da noi", disse Delamarche, senza volgere lo
sguardo dalla strada, e si limit a stendere una mano per
impedire a Karl di andar via.
"Lascialo stare", disse Brunelda opponendosi alla mano di
Delamarche, "vedrai che resta." E press ancor pi
strettamente Karl al parapetto, lui avrebbe potuto chiamare
aiuto per essere liberato. Ed anche se gli fosse riuscito, cosa
avrebbe ottenuto con questo? A sinistra c'era Delamarche, a
destra s'era piazzato Robinson, si trovava in un vero e
proprio imprigionamento.
"Considerati fortunato, che non non ti si butti fuori", disse
Robinson e dette un colpetto a Karl con la mano che aveva
ficcato sotto il braccio di Brunelda.
"Buttato fuori?" disse Delamarche. "Non si butta fuori un
ladro scappato, lo si consegna alla polizia. E la cosa pu
capitargli domattina presto se non sta ben calmo."
Da quel momento Karl non gust pi per niente lo
spettacolo dabbasso. Solo per costrizione, poich a causa di
Brunelda non poteva stare eretto, si sporse un poco sul
parapetto. Colmo delle sue preoccupazioni guard
distrattamente le persone dabbasso che, in gruppi di circa
venti uomini,
passavano davanti alla porta dell'osteria, prendevano i
bicchieri, si voltavano brandendoli all'indirizzo del
candidato, ora assorto in se stesso, emettevano un certo
saluto partitico, vuotavano i bicchieri e li rimettevano sulla
tavola rumorosamente, ma, da dove si trovava Karl,
inudibilmente, ci allo scopo di far posto ad un nuovo
gruppo che schiamazzava impaziente. Su incarico dei capi
l'orchestra, che fino a quel momento aveva suonato dentro
l'osteria, era uscita in strada, i suoi strumenti a fiato
scintillarono sulla scura folla, ma l'esecuzione proced nel
frastuono quasi generale. La strada, almeno dalla parte
dove si trovava l'osteria, era ancora piena di persone. Da
sopra, da dove la mattina Karl era arrivato in automobile,
esse scorrevano in discesa, da sotto, dal ponte fin l,
salivano, ed anche la gente nelle case non aveva potuto
resistere alla seduzione di intervenire direttamente nella
faccenda, ai balconi ed alle finestre erano rimasti quasi solo
donne e bambini, mentre dabbasso gli uomini facevano
ressa fuori dai portoni. A quel punto per la musica ed il
trattamento ospitale avevano raggiunto il loro scopo,
l'adunata era sufficientemente grande, uno dei due capi
che stavano ai lati dei fari d'automobile segnal il termine
della musica, emise un forte fischio, ed allora si vide il
portatore un po' smarrito insieme al candidato avvicinarsi
attraverso un percorso apertogli dai sostenitori.
Non appena fu presso la porta dell'osteria, il candidato,
illuminato dai fari d'automobile tenuti in stretto cerchio
attorno a lui, inizi il suo nuovo discorso. Ora per tutto era
molto pi complicato di prima, il portatore non aveva pi la
minima libert di movimento, la ressa era troppo grande. I
sostenitori pi vicini, che prima in tutti i modi possibili
avevano cercato di rafforzare l'effetto del discorso, facevano
fatica a tenersi vicini a lui, in una buona ventina si tenevano
con ogni sforzo stretti al portatore. Neanche quell'uomo
robusto, per, riusciva pi a fare un passo di sua volont,
non c'era pi da pensarci, ad agire sulla folla con movimenti
certi o giusti passi in avanti, o indietro. La folla ondeggiava
a caso, uno sull'altro, nessuno pi stabile in piedi, gli
avversari sembravano, tramite nuovi accessi di pubblico,
diventati parecchi in pi,
il portatore si era tenuto a lungo vicino alla porta
dell'osteria, ma ora si lasci, apparentemente senza
resistere, spingere in su e in gi per la via, il candidato
continuava a parlare, ma non era pi del tutto chiaro se
spiegasse il suo programma o chiedesse aiuto; se tutto non
era illusione, si era trovato anche un contro candidato, o
magari diversi, dato che qua e l si vide, tra qualche luce
d'improvviso accesa, un uomo sollevato da parte della folla
tenere un discorso salutato da grida a pi voci, pallido ed a
pugni chiusi.
"Ma che succede?" domand Karl voltandosi senza fiato e
imbarazzato ai suoi guardiani.
"Come si eccita, il piccino", disse Brunelda a Delamarche
prendendo Karl per il mento e tirandone la testa a s. Ma
Karl non ne aveva voglia, si scosse, reso da ci che
succedeva in strada addirittura incauto, con tanta forza che
Brunelda non solo lo lasci, ma indietreggi liberandolo del
tutto. "Ora hai visto quanto basta", disse, palesemente
incattivita dalla condotta di Karl, "va' in camera, fa' il letto
e prepara tutto quanto per la notte." Protese la mano verso
la stanza. Era proprio la direzione che Karl gi da ore voleva
prendere, non ebbe da controbattere. Si sent dalla via lo
schianto di molti bicchieri fatti a pezzi. Karl non pot
controllarsi e salt svelto di nuovo al parapetto per
guardare di sotto ancora una volta di sfuggita.
Un complotto degli oppositori, forse decisivo, era riuscito, i
fari d'automobile dei sostenitori, che con la loro forte luce
avevano fatto succedere gli avvenimenti principali davanti a
tutto il pubblico e con ci avevano mantenuto tutto entro
certi limiti, erano stati tutti insieme rotti, e la generale
incerta illuminazione, che col suo improvviso espandersi ag
come piena tenebra, avvolse ora il candidato ed il suo
portatore. Neanche per caso si sarebbe potuto ora indicare
dove si trovasse il candidato, ed la ingannevolezza del buio
venne ancora aumentata da un iniziante canto, ampio,
allegro, che gi a partire dal ponte stava avvicinandosi.
"Non ti ho detto quel che devi fare?" disse Brunelda.
"Sbrigati. Sono stanca", aggiunse e stir le braccia in alto
talch le cupole del suo seno si
gonfiarono ancor di pi del solito. Delamarche, che
continuava a tenerla avvinta, la tir con s in un angolo del
balcone. Robinson li segu per mettere in salvo gli avanzi
delle sue cibarie.
L'occasione favorevole Karl doveva sfruttarla, ora non era
assolutamente il momento di guardare gi, di quel che
succedeva in strada avrebbe visto di sotto ancora
abbastanza, e pi che non l in alto dove si trovava. In due
salti si affrett per la stanza illuminata di colore rossastro,
ma la porta era chiusa e la chiave mancava. Doveva venir
trovata, ora, ma come pretendere in quel disordine di
trovare una chiave, e poi nel breve e prezioso tempo che
Karl aveva a disposizione? Ora avrebbe dovuto essere per le
scale, in verit, avrebbe dovuto correre e correre. E dunque
cerc la chiave! La cerc in tutti i cassetti accessibili, frug
sul tavolo, dove erano disseminati in quantit stoviglie,
tovaglioli e qualche lavoro di ricamo cominciato, venne
attirato da una sedia a braccioli su cui si trovava un mucchio
tutto aggrovigliato di vecchi capi d'abbigliamento dentro cui
magari poteva trovarsi la chiave, ma non pot essere
rintracciata, e alla fine lui si lanci sul canap, davvero
maleodorante, per tastare in tutti gli angoli e pieghe in
cerca della chiave. Poi cess di cercare e si ferm nel mezzo
della stanza. Certo Brunelda aveva assicurato la chiave alla
sua cintura, si disse, tante erano le cose che ci teneva
appese, ogni ricerca era vana.
Karl prese due coltelli a caso e ci aggeggi dentro la
serratura, uno sopra, uno sotto, per aver due punti
d'attacco distanti tra loro. Non appena ebbe smosso i
coltelli, ecco che le lame si ruppero in due. Niente di pi
desiderabile, i tronconi, che ora poteva infilare pi
fermamente, avrebbero retto tanto meglio. E con tutta la
sua forza tir, braccia ben allargate, gambe rispettivamente
puntellate, gemendo e intanto facendo ben attenzione alla
porta. Non avrebbe potuto opporsi all'insistenza, la porta,
questo lui riconobbe con gioia dal ben udibile allentarsi del
saliscendi, ma pi era lento pi andava bene, la serratura,
anzi, non doveva scattare, altrimenti ci se ne sarebbe certo
accorti, sul balcone, la serratura doveva aprirsi molto
lentamente, era meglio, e per questo Karl si dava da fare
con la massima cautela, avvicinando sempre di pi
gli occhi alla serratura.
"Ma guarda un po'", sent allora la voce del Delamarche.
Tutti e tre erano nella stanza, dietro a loro la tenda era gi
tirata, Karl doveva non aver sentito che entravano, le mani
a quella vista si abbassarono dai coltelli. Non ebbe per
neanche il tempo di dire qualche parola di spiegazione e di
giustificazione, perch Delamarche, in un accesso di rabbia
ben eccedente la situazione del momento, salt addosso a
Karl, mentre la cintura sciolta della sua vestaglia descriveva
una larga figura nell'aria. Karl proprio all'ultimo momento
schiv la presa, avrebbe potuto tirar fuori i coltelli dalla
porta ed usarli per difesa, ma non lo fece, invece afferr,
chinandosi e saltando su, il largo bavero della vestaglia del
Delamarche, gli dette uno strappo in alto, poi continu a
tirarlo in su - in effetti la vestaglia era assai larga per
Delamarche - e dunque si trov fortunosamente a tenere
Delamarche per la testa; lui, completamente preso di
sorpresa, prima agit le mani alla cieca e dopo un attimo,
sebbene non ancora con grand'effetto, colp Karl a pugni
sulla schiena; questi, per proteggersi il volto, si era buttato
sul petto del Delamarche. I cazzotti Karl li resse anche se
per il dolore si volt ed anche se si facevano sempre pi
forti, ma quando non avrebbe potuto sopportarlo, vide
invece davanti a s la vittoria. Le mani sulla testa del
Delamarche, i pollici proprio sui suoi occhi, lo trascin
davanti a s contro il peggio del guazzabuglio di mobilia
tentando inoltre di prendere con i suoi piedi
attorno a quelli del Delamarche la cintura della vestaglia,
per farlo cadere anche con questo mezzo.
Dato che doveva occuparsi completamente di Delamarche,
tanto pi che a causa della resistenza di lui si sentiva
sempre pi indebolire e che tale corpo ostile sempre con
maggior vigore gli si puntellava addosso, si dimentic di
fatto che non era solo con Delamarche. Ma troppo presto
venne riportato alla memoria di ci, perch d'improvviso gli
vennero a mancare i piedi che Robinson, buttatosi sul
pavimento dietro di lui, urlando afferr insieme. Sospirando
Karl la smise con Delamarche, che fece ancora un passo
indietro. Brunelda stava a gambe piazzate distanti l'una
dall'altra ed a ginocchia piegate con tutta la sua larghezza
in
mezzo alla stanza e seguiva quel che accadeva con occhi
che mandavano lampi. Per prender parte alla lotta, respir
profondo, prese la mira e mise pian piano avanti i pugni.
Delamarche si abbass il bavero, ora ci vide di nuovo bene
e, com' naturale, a quel punto non vi fu pi lotta, ma
soltanto castigo. Afferr Karl per la camicia, quasi
sollevandolo da terra e scagliandolo, per il disprezzo
neppure ci fece caso, cos violentemente contro una
cassettiera distante alcuni passi, che Karl sul momento
pens che i dolori pungenti alla schiena e al capo che gli
aveva provocato l'urto sul mobile derivassero direttamente
dalle mani del Delamarche. Nel buio cadutogli davanti agli
occhi tremolanti, sent anche il Delamarche esclamare con
forza:"Mascalzone!" e, iniziando a venir meno davanti alla
cassettiera, gli risuonarono deboli nelle orecchie anche le
parole "Ora vedi!"
Quando riprese i sensi, la tenebra era totale, doveva essere
ancora notte fonda, dal balcone entrava nella stanza da
sotto la tenda una lieve luce lunare. Si udivano i calmi
respiri dei tre dormienti, quelli di gran lunga pi rumorosi
provenivano da Brunelda, stronfiava nel sonno come
talvonta faceva nel parlare; non era per facile stabilire
dove si trovassero i singoli dormineti, l'intera camera era
piena del rumore del loro respiro. Subito dopo avere un
poco esaminato lo spazio a lui vicino, Karl pens a s e si
spavent molto, infatti, anche se si sentiva tutto irrigidito e
ripiegato dal dolore, non aveva pensato al fatto che potesse
aver patito una ferita a sangue. Ora tuttavia aveva un peso
alla testa, e tutta la faccia, il collo, il petto, sotto la camicia,
erano umidi come di sangue. Doveva andare dov'era la luce
per stabilire bene il suo stato, forse lo si era storpiato a
forza di botte; Delamarche lo avrebbe ben volentieri messo
alla porta, e che cosa avrebbe potuto mettersi a fare, lui,
quindi non c'erano pi prospettive di nessun genere per lui.
Gli venne in mente il ragazzo con il naso malridotto, quello
che stava sul portone, ed per un momento si mise la faccia
tra le mani.
Senza volere si volse allora verso la porta e si mosse
carponi. Presto sent con la punta delle dita una scarpa e di
seguito una gamba. Era Robinson, chi senn dormiva con le
scarpe? Gli si era comandato di
distendersi di traverso davanti alla porta, per impedire che
Karl fuggisse. Ma lo stato di Karl non lo si sapeva? Per il
momento lui non voleva affatto scappare, voleva arrivare
alla luce. Con la porta niente da fare, dunque doveva andare
sul balcone.
Il tavolo da pranzo lo trov spostato completamente
rispetto alla sera, era palese, il canap cui com' naturale
Karl si avvicin con gran cautela, era soprendentemente
vuoto, al contrario urt in mezzo alla stanza su una catasta
alta, ma pigiata, di abiti, coperte, tende, cuscini, tappeti.
Dapprima pens che fosse solo un mucchio simile a quello
che aveva la sera trovato sul sof e che, come dire, era
caduto in terra, ma stupito si accorse continuando a
strisciare che l c'era un'intera carrettata di cose del genere
che probabilmente erano state tirate fuori per la notte dalla
cassettiera in cui durante il giorno venivano conservate.
Strisci intorno al mucchio e presto riconobbe che il tutto
rappresenatava un tipo di giaciglio in cima al quale, come
lui si persuase tramite prudenti tentativi manuali,
dormivano Delamarche e Brunelda.
Ora dunque sapeva dove tutti dormivano e si affrett verso
il balcone. Era tutto un altro mondo quello dove, oltre la
tenda, lui alla svelta si tir su. Nell'aria fresca della notte,
nel pieno del chiaro di luna, diverse volte cammin in su e in
gi sul balcone. Guard in strada, era tutto tranquillo,
dall'osteria risuonava ancora la musica, per attenuata,
davanti alla porta un uomo spazzava il marciapiede, nella
via dove la sera in mezzo allo sregolato schiamazzo
generale non si sarebbe potuto distinguere l'urlo di un
candidato all'elezione da mille altre voci, si sentiva ora
distinto lo strusciare della scopa sul piano del marciapiede.
Il retro di un tavolo, nel balcone vicino, attir l'attenzione di
Karl, qualcuno sedeva l a studiare. Era un giovane con una
barbetta a punta che continuava a torcere intanto che
leggeva accompagnando tale attivit con rapidi movimenti
delle labbra. Sedeva, il viso rivolto a Karl, a un tavolino
coperto di libri, dalla parete aveva staccato la lampada a
incandescenza e l'aveva incastrata tra due libroni, dunque
era tutto illuminato dalla sua luce viva.
"Buona sera", disse Karl, poich ritenne di aver notato che il
giovane
avesse guardato verso di lui.
Tuttavia doveva essere stato un equivoco, perch gli parve
che dopotutto il giovane non avesse ancora fatto caso a lui,
mise le mani sugli occhi per smorzare la luce e stabilire chi
c'era l a salutare e poi sollev la lampada, poich
continuava a non vedere nulla, per illuminare un po' con
essa il balcone vicino.
"Buona sera", disse allora anche lui, per un momento
guard severo e poi aggiunse: "e allora?"
"Vi disturbo?" domand Karl.
"Ma certo", disse l'altro, e rimise la lampada di nuovo
dov'era prima.
Con quelle parole certo ogni contatto era respinto, ma ci
nonostante Karl non lasci l'angolo del balcone pi vicino al
giovane. Muto continu a guardare come quello leggeva il
suo libro sfogliando qua e l le pagine di un altro libro che
riprendeva sempre molto rapidamente, consultando un
qualcosa e prendendo pi volte appunti in un quaderno su
cui abbassava il viso in modo incredibile.
Era uno studente? L'apparenza era proprio quella, che
studiasse. In modo non molto diverso - gi molto tempo
prima - Karl era stato al tavolo dei genitori, a casa, ed aveva
fatto i compiti mentre il babbo leggeva il giornale o scriveva
registrazioni e lettere per una ditta; la mamma era occupata
a cucire e tirava l'ago su in alto rispetto alla stoffa. Per non
disturbare il babbo, Karl aveva sul tavolo solo il quaderno e
il necessario per scrivere, mentre i libri che gli servivano li
aveva sistemati alla sua destra ed alla sua sinistra sopra
delle sedie. Che tranquillit c'era! Che rarit, la venuta di
altra gente in quella stanza! Gi da bambino piccolo Karl era
stato a guardare volentieri quando verso sera la mamma
metteva il paletto alla porta. Lei non sapeva proprio che
tutto questo era talmente lontano che lui ora cercava di
scassinare porte di estranei usando coltelli.
E a cosa era servito tutta la sua scuola! Anzi, aveva
dimenticato tutto; se adesso avesse ricominciato a studiare,
gli sarebbe stato molto difficile. Si ricord che a casa una
volta era stato malato per un mese; che fatica gli era
costato poi ritrovare il cammino interrotto dello studio. E a
quel
punto, a parte il libro di corrispondenza commerciale in
inglese, non aveva letto pi alcun libro.
"Voi, giovane", si sent improvvisamente rivolgere la parola
Karl, "non potreste mettervi da un'altra parte? Che stiate l
a fissare mi disturba orribilmente. Alle due di notte, infine,
si pu riuscire a lavorare indisturbati sul balcone.
Desiderate qualcosa da me?"
"Studiate?" domand Karl.
"S, s", disse quello sfruttando quel tempo perso rispetto
allo studio per riordinare i suoi libri.
"Allora non voglio disturbarvi", disse Karl, "vorr dire che
ritorno dentro. Buona notte."
Quello non rispose, con una improvvisa decisione, dopo
l'eliminazione di quel disturbo, si era rimesso a studiare
appoggiando gravemente la fronte alla mano destra.
Allora Karl si ricord, arrivato alla tenda, perch veramente
era venuto fuori, ancora, anzi, non sapeva neanche come
stava. Cosa gli doleva tanto alla testa? Si tocc stupendosi,
non c'era alcuna ferita a sangue come aveva temuto nel
buio della stanza, era solo una benda a forma di turbante
ancora umida. A giudicare dai brandelli di trine che
penzolavano qua e l, essa proveniva da un vecchio capo di
biancheria di Brunelda, da Robinson velocemente avvolto
alla testa di Karl. Solo che si era dimenticato di spremerne
l'acqua, che cos, mentre Karl era svenuto, gli era
sgocciolata sulla faccia e sotto la camicia in quantit,
mettendogli la paura del sangue.
"Siete ancora l?" gli domand l'altro ammiccando verso
Karl.
"Ora me ne vado davvero", disse Karl, "qui volevo solo
accertarmi di qualcosa, dentro buio totale."
"Ma chi siete?" disse l'altro, appoggi la penna nel libro
aperto davanti a lui, e venne al parapetto.
"Come vi chiamate? Da dove venite? Ci siete da molto da
quella gente l? Di che cosa volete accertarvi? Girate la
lampada e fatevi vedere."
Karl esegu, prima per di rispondere riaccost la tenda alla
porta in modo che dentro non ci si accorgesse di nulla.
"Perdonate", disse poi
piano piano, "se parlo cos a bassa voce. Se da dentro mi
sentono, mi tocca un'altra cagnara."
"Un'altra?" domand quello.
"S", disse Karl, "proprio stasera ho avuto un grosso litigio
con loro. Devo averci ancora un tremendo bernoccolo." E si
tocc dietro il capo. "Ma che razza di litigio stato?"
domand l'altro, aggiungendo, visto che Karl non
rispondeva subito: "Potete confidarmi tranquillamente tutto
quello che vi affligge in merito a quei signori. Voglio dire, li
odio tutti e tre, ed in particolare la madama. Del resto mi
stupirei se non vi avessero gi aizzato contro di me. Mi
chiamo Josef Mendel e sono studente."
"S", disse Karl, "mi si gi riferito di voi, ma nulla di
cattivo. Voi avete curato la signora Brunelda, una volta,
no?"
"Questo vero", disse lo studente ridendo. "Maleodora
sempre il canap?"
"Oh s", disse Karl.
"Me ne compiaccio", disse lo studente passandosi la mano
nei capelli. "E perch vi si fanno bernoccoli?"
"E' stato un litigio", disse Karl riflettendo su come spiegarlo
allo studente. Poi per s'interruppe e disse:"Non vi
disturbo?" - "Prima cosa", disse lo studente, "mi avete gi
disturbato, e purtroppo sono cos nervoso che mi ci vuole
parecchio tempo per riorientarmi. Da quando avete iniziato
a passeggiare sul balcone, non riesco a continuare. Seconda
cosa, verso le tre faccio sempre una pausa. Raccontate
dunque tranquillamente. Interessa anche a me."
"E' semplicissimo", disse Karl. "Delamarche vuole che io
diventi servitore presso di lui. Ma io non voglio. Me ne sarei
volentierissimo andato via gi ieri sera. Non ha voluto
permettermelo, ha sbarrato la porta, io avevo intenzione di
scassinarla, e alla fine c' stato il putiferio. La mia disgrazia
che sono ancora qui."
"Ma un'altra sistemazione ce l'avete?" domand lo studente.
"No", disse Karl, "ma non me ne importa nulla, basta che sia
fuori da qui."
"Ma senti un po'", disse lo studente, "non ve ne importa
nulla?" Ed
entrambi tacquero per un poco. "Perch non volete restare
da quella gente l?" domand poi lo studente.
"Delamarche una persona malvagia", disse Karl, "lo
conosco gi da prima. Ho camminato per una giornata
insieme a lui e sono stato felice quando non ci sono stato
pi, con lui. E ora, posso fargli da servitore?"
"Se tutti i servitori volessero essere esigenti come voi in
merito alla scelta dei loro padroni!" disse lo studente, e
parve sorridere. "Vedete, io durante il giorno faccio il
commesso, il semplice commesso, o meglio il fattorino
nell'emporio di Montly. Questo Montly senza dubbio un
farabutto, ma ci non mi turba affatto, sono solo furioso di
esser pagato un'inezia. Prendetemi dunque come esempio."
"S?" disse Karl, "di giorno fate il commesso e di notte
studiate?"
"S", disse lo studente, "proprio cos. Ho gi provato tutto il
possibile, ma questo modo di vivere ancora il migliore.
Anni fa facevo solo lo studente, giorno e notte, sapete, ma
ci sono quasi morto di fame, ho dormito in una stamberga
puzzolente e non osavo metter piede nelle aule vestito
com'ero. Ma ora finita."
"Ma quando dormite?" domand Karl guardando stupito lo
studente.
"Certo, dormire!" disse lo studente." Dormir quando sono a
posto con lo studio. Per ora bevo caff nero." Si volt, e tir
fuori da sotto il suo tavolo da studio un bottiglione, vers
caff nero in una tazzina e lo inghiott come si fa con le
medicine, in fretta, per sentirne il sapore il meno possibile.
"Roba fina, il caff nero", disse lo studente. "Peccato che
siate tanto distante che non possa offrirvene un po'."
"Non mi piace il caff nero", disse Karl.
"Neanche a me", disse lo studente ridendo. "Ma senza, che
cosa avrei cominciato a fare? Senza, Montly non mi terrebbe
un momento. Continuo a dire Montly anche se com'
naturale lui non ha la minima idea che io esista. Bene bene
non lo so, come mi comporterei sul lavoro se l sottobanco
non ci avessi pronto sempre un bottiglione cos, infatti non
ho mai osato ancora espormi a bere caff, ma, credetemi,
alla svelta mi sdraierei sotto il banco e dormirei. Purtroppo
la cosa si sa, mi chiamano
'caff nero', l, che spiritosaggine scema, che , e di sicuro
mi ha gi danneggiato nella mia carriera."
"E quando li avrete finiti, i vostri studi? domand Karl.
"Si va a rilento", disse lo studente a capo chino. Lasci il
parapetto e si rimise seduto al tavolo; i gomiti appoggiati
sul libro aperto, passandosi le mani nei capelli, disse: "Pu
essere che duri ancora uno o due anni."
"Anch'io vorrei studiare", disse Karl come se la circostanza
gli desse il diritto di una confidenza ancor pi grande di
quanto lo studente, ora fattosi silenzioso davanti a lui, gli
aveva gi concesso.
"Ah s", disse lo studente, non essendo chiaro se stesse di
nuovo leggendo il suo libro o lo fissasse distrattamente,
"siate contento di aver smesso di studiare. Io studio da
anni, a dirla tutta, solo per coerenza. Ne ho poca
soddisfazione e prospettive ancora meno. Quali prospettive,
poi! L'America piena di medici ciarlatani."
"Vorrei diventare ingegnere", disse ancora Karl svelto svelto
all'indirizzo dello studente che sembrava gi del tutto
disattento.
"E ora dovete diventare servitore da questa gente", disse lo
studente alzando lo sguardo di sfuggita, "com' naturale
questo vi duole."
Tale deduzione conclusiva dello studente era frutto
d'incomprensione, ma forse Karl la poteva utilizzare. Perci
domand:"Non potrei avere un posto anch'io nell'emporio?"
Questa domanda distolse del tutto lo studente dal suo libro;
il pensiero che avrebbe potuto essere utile a Karl per la sua
assunzione, neanche gli venne. "Provateci", disse, "o
piuttosto non provateci. Aver avuto il mio posto da Montly
stato finora il maggior successo della mia vita. Se dovessi
scegliere tra lo studio e il mio posto, com' naturale
sceglierei il posto. Mi sforzo solo in questo, di non dar luogo
alla necessit di una simile scelta."
"E' cos difficile, averci un posto, l?" disse Karl soprattutto
per s.
"Ah, ma cosa credete?", disse lo studente, " pi facile
diventare giudice distrettuale qui, che fare l'apriporte da
Montly."
Karl tacque. Quello studente che era tanto pi navigato di
lui e che odiava il Delamarche per un qualche motivo ancora
ignoto a Karl, che
certo nulla di male augurava a Karl, non trovava alcuna
parola per incoraggiarlo a lasciare Delamarche. Per di pi,
ancora neanche sapeva del pericolo che minacciava Karl da
parte della polizia, per cui lui era press'a poco protetto solo
in casa di Delamarche.
"Ma l'avete vista la dimostrazione stasera qui sotto, non
vero? Se si fosse all'oscuro delle situazioni, si potrebbe
pensare che questo candidato, si chiama Lobter, abbia
qualche prospettiva o almeno sia preso in considerazione,
no?"
"Di politica non so nulla", disse Karl.
"E' un errore", disse lo studente. "Tuttavia, a parte questo,
avete occhi ed orecchie. Quest'uomo ha senza dubbio amici
ed avversari, ci non pu esservi sfuggito. Ed ora
considerate questo, lui, secondo me, non ha la pi piccola
prospettiva di venir eletto. Per caso so tutto di lui, da noi
abita uno che lo conosce. Non affatto un incapace e,
stando alle sue idee ed al suo passato politico, sarebbe
proprio il giudice che ci vuole per il distretto. Ma nessuno
pensa che possa essere eletto, verr sconfitto tanto
largamnente quanto si pu essere sconfitti, avr buttato via
i suoi quattro soldi per la campagna elettorale, e
nient'altro."
Karl e lo studente si guardarono per un po' senza parlare. Lo
studente annu sorridendo e con una mano fece pressione
sui suoi occhi stanchi.
"bene, non andate ancora a dormire?", domand poi. "Io
devo tornare a studiare. Guardate quanto ne ho ancora per
finire." E sfogli met libro rapidamente per dare a Karl
un'idea del lavoro che ancora lo aspettava.
"Allora buonanotte", disse Karl inchinandosi.
"Venite qui da noi, una volta", disse lo studente, che gi era
seduto al suo tavolo, "se ne avete voglia, naturale.
troverete sempre una gran compagnia. Dalle nove alle dieci
di sera ho tempo anche per voi."
"Allora mi consigliate di restare da Delamarche?" domand
Karl.
"Senz'altro", disse lo studente abbassando gi la testa sui
suoi libri. Pareva che non lo avesse neanche detto; come
avesse parlato una voce pi profonda di quella dello
studente, risuon ancora nelle orecchie di Karl. Lentamente
and alla tenda, lanci ancora uno sguardo allo studente
che ora, del tutto immobile, circondato dalla grande
tenebra,
sedeva nel suo raggio di luce, e s'infil nella stanza. I respiri
riuniti dei tre dormienti lo accolsero. Cerc lungo la parete il
canap e quando lo ebbe trovato, vi si distese con calma,
come se fosse il suo giaciglio abituale. Poich lo studente,
che conosceva bene il Delamarche e le circostanze locali, ed
oltre a ci era un uomo istruito, gli aveva consigliato di
restare l, per il momento non pens a nulla. Lui non aveva
mete cos elevate come lo studente, chi lo sa se a lui,
perfino a casa, sarebbe riuscito di finire gli studi, e se a casa
ci appariva appena possibile, nessuno poteva pretendere
che lui lo facesse l in terra straniera. Per la speranza di
trovare un posto in cui avrebbe potuto fare qualcosa ed
essere riconosciuto per le cose fatte, era certo maggiore se
per il momento accettava il posto di servitore presso
Delamarche ed aspettava, al di fuori di tale sicurezza, una
occasione favorevole. Sembrava che in quella strada vi
fossero molti uffici di rango medio e basso che forse in caso
di bisogno non erano troppo difficili in fatto di scelta del
personale. Gli piaceva certo, nell'eventualiat, diventare
commesso di negozio, ma alla fin fine non era neanche
deciso che lui non potesse venir assunto per un lavoro
d'ufficio e che un giorno avrebbe potuto sedere alla sua
scrivania come impiegato e, senza preoccupazioni, per un
attimo guardar fuori dalla finestra, come quell'impiegato
che il giorno prima aveva visto durante l'attraversamento
dei cortili. Tranquillizzante gli venne da pensare, quando
chiuse gli occhi, che era ancora giovane e che Delamarche
un giorno gli avrebbe dato il via libera; quel nucleo familiare
non dava certamente l'impressione che fosse fatto per
durare in eterno. Quando per un giorno Karl avesse avuto
un certo qual posto in un ufficio, allora non voleva occuparsi
di nient'altro che del suo lavoro e non sfiancarsi come lo
studente. Se necessario lui voleva impiegare anche la notte
per l'ufficio, ci che all'inizio, a causa della sua minima
preparazione commerciale, tanto di pi da lui si sarebbe
preteso. Voleva pensare solo all'interesse del lavoro che
avrebbe fatto e sobbarcarsi ogni fatica, anche quelle che gli
altri impiegati avrebbero rifiutato come indegne di loro. I
buoni propositi si affollavano nella sua testa come se il suo
futuro
capo si trovasse davanti al canap e li indovinasse dal suo
viso.
In tali pensieri Karl si addorment, e solo nel primo
dormiveglia lo disturb ancora un poderoso gemito di
Brunelda che, all'apparenza tormentata da sogni difficili, si
volt nel suo giaciglio.

Frammento I

"Su, su!", grid Robinson, non appena Karl apr gli occhi. La
tenda della porta non era ancora tirata, ma si notava, dalla
luce del sole che passava uniforme attraverso i buchi, che
era gi mattina tardi. Robinson andava guardando con
premura qua e l, presto prese un asciugamani, presto un
secchio d'acqua, presto capi di vestiario e biancheria, ed
ogni volta che passava davanti a Karl cercava di
incoraggiarlo, facendogli cenni con la testa, ad alzarsi, ed
indicava, sollevando ci che teneva in mano, che lui quel
giorno ancora, per l'ultima volta, tribolava al posto di Karl,
che com' naturale non poteva sapere nulla, il primo giorno,
dei dettagli del servizio.
Tuttavia presto Karl vide chi in realt Robinson serviva. In
uno spazio separato dal resto della stanza per mezzo di due
cassettiere, Karl fin l ancora non l'aveva visto, aveva luogo
un importante lavacro. Si vedevano la testa di Brunelda, il
collo nudo - i capelli erano caduti sul viso - e l'inizio della
nuca spiccare al di sopra delle cassettiere, e la mano del
Delamarche, qui e l sollevata, teneva una spugna
grondante con la quale Brunelda veniva lavata e strofinata.
Si udivano i brevi ordini che il Delamarche comunicava al
Robinson, il quale non porgeva le cose attraverso l'ora
appropriatamente regolato accesso alla zona bagno, ma era
assegnato ad una fessura tra una delle cassettiere e un
paravento, ci facendo inoltre doveva, ogni volta che
allungava la mano, stendere tutto il braccio e tenere il viso
girato. "L'asciugamani, l'asciugamani!", grid Delamarche. E
fece appena in tempo a mettersi in allarme per tale incarico,
Robinson - stava cercando qualcos'altro sotto il tavolo e ne
tir fuori la testa - che gi si sent: "L'acqua, dov' l'acqua,
mondo cane!", ed al di sopra delle cassettiere si vide la
faccia infuriata
del Delamarche. Tutto quello che normalmente, secondo
Karl, serviva solo una volta a lavarsi e vestirsi, l veniva
richiesto e portato, in ogni possibile successione, molte
volte. Su una stufetta elettrica stava sempre un secchio
d'acqua da scaldare, e Robinson continuava a trasportare il
pesante carico, tenendolo tra le gambe ben larghe fino alla
zona bagno. Ai fini dell'esecuzione del suo lavoro era
opinabile che lui si attenesse agli ordini sempre in modo
corretto, e in un caso, quando un asciugamani venne di
nuovo richiesto, prese semplicemente una camicia dal gran
giaciglio che si trovava nel mezzo della stanza e la tir tutta
appallottolata al di sopra delle cassettiere.
Per anche Delamarche aveva un duro lavoro da fare, e
forse solo per questo era tanto arrabbiato con Robinson - e
con ci ignorava bellamente Karl - perch lui stesso non
riusciva a soddisfare Brunelda. "Ah!" url lei, ed anche Karl,
altrimenti non coinvolto, fece un salto. "Che male mi fai!
Vattene! E' meglio che mi lavi da sola, piuttosto che soffrire
cos! Ora gi non posso risollevare il braccio. Mi fa
malissimo, il modo in cui mi stringi. Devo averci dei gran
lividi sulla schiena. Naturale, tu non me lo dirai. Attento, o
mi faccio guardare da Robinson o dal nostro piccino. Ma no,
che non lo faccio, ma sii un po' pi delicato. Fa' attenzione,
Delamarche, non lo posso ripetere ogni giorno, tu non stai
facendo attenzione. - Robinson!", grid poi all'improvviso
sventolandosi al di sopra della testa un paio di culotte di
trina. "Vienimi in aiuto, guarda come soffro, questa tortura
lui la chiama bagno, questo Delamarche! Robinson,
Robinson, dove sei, non hai cuore?" Karl fece in silenzio al
Robinson, con il dito, segno che doveva andare, ma
Robinson scosse ad occhi bassi la testa con aria di
superiorit, lui se ne intendeva. "Che cosa ti viene in
mente?" disse Robinson chinato all'orecchio di Karl. "Non
da intendere cos. Ci sono andato solo una volta e basta. Mi
hanno tutti e due impacchettato e immerso nella vasca,
stavo per affogare. E per dei giorni la Brunelda me l'ha
rinfacciato, che sono uno svergognato, ed ha continuato a
dire: 'per tanto che non fai il bagno con me', oppure,
'quando ci ritorni a guardarmi nel bagno?' Solo dopo che
diverse volte l'ho pregata, ha smesso. Non lo dimenticher."
Intanto che Robinson raccontava, Brunelda continuava a
gridare: "Robinson, Robinson! Ma dov' questo Robinson?"
Per quanto nessuno venisse in suo aiuto n ci fosse alcuna
risposta - Robinson s'era messo accanto a Karl ed entrambi
in silenzio guardavano verso le cassettiere al di sopra delle
quali a tratti si vedeva la testa o di Brunelda o di
Delamarche - ci nonostante Brunelda non smise di
lamentarsi a voce alta di Delamarche. "Ma Delamarche!"
gridava. "Ora neanche me ne accorgo, che mi lava. Dove hai
la spugna? E allora sfrega! Se solo potessi chinarmi, se solo
potessi muovermi, te lo farei vedere come si lava. Dov' il
tempo della fanciullezza, quando laggi oltre la tenuta dei
miei genitori ogni mattina nuotavo nel Colorado, la pi
flessuosa tra tutte le mie amiche. E ora! Quando imparerai a
lavarmi, Delamarche? tu la spugna la meni in giro, ti
affatichi, e non mi accorgo di nulla. Quando ti dicevo che
non dovevi scorticarmi, non dicevo di voler stare qui a
prender freddo. Vedrai che salto fuori dalla vasca e vado via
cos come sono!"
Questa minaccia non la mise in atto, per - non ne sarebbe
stata neppure capace, di metterla in atto in s e per s -
parve che Delamarche, impaurito, l'avesse afferrata e spinta
nella vasca, difatti vi fu un poderoso scrosciar d'acqua.
" Ecco quel che ti riesce, Delamarche", disse Brunelda a
voce un po' pi bassa." Moine e ancora moine, se hai fatto
qualcosa di cattivo." Poi vi fu un attimo di silenzio. "Ora la
bacia", disse Robinson alzando le sopracciglia.
"E ora che genere di lavoro c' da fare?" domand Karl. Dato
che s'era deciso a rimanere, voleva far subito quel che gli
toccava. Lasci Robinson, che non rispose, da solo sul
canap e inizi a disfare il grosso giaciglio, ancora
compresso dal peso dei dormienti durante la lunga nottata,
per poi rimettere in ordine ogni singolo pezzo di tale massa,
cosa che da settimane non era accaduta.
"Va' a vedere, Delamarche", disse allora Brunelda, "credo
che spazzino via il nostro letto. Si deve pensare a tutto, non
c' mai requie. Devi essere pi duro con quei due, senn
fanno quel che vogliono." - "E' di
certo il piccino con il suo dannato ardore servile!" grid
Delamarche, probabilmente stava per uscire dalla vasca e
Karl butt via tutto quel che aveva in mano, ma
fortunatamente Brunelda disse: "Non andar via Delamarche,
non andare. Ah com' calda l'acqua, si diventa cos stanchi.
Resta qui con me, Delamarche." Allora Karl not in effetti
che il vapore dietro le cassettiere saliva incessante.
Robinson si mise spaventato le mani sulle guance, come se
Karl avesse fatto qualcosa di male. "Lasciare tutto com'era!"
si sent tuonare la voce di Delamarche. "Non sapete che
Brunelda dopo il bagno riposa sempre un'altra ora?
Domestici miserabili e incapaci! Aspettate che venga l!
Robinson, pare che tu ancora stia sognando! Considero
responsabile te solo di tutto quel che succede. Ce l'hai tu, il
ragazzo da tenere a freno, qui non si sfaccenda di testa
propria. Se si vuole qualcosa, da voi non si ottiene nulla;
quando non c' nulla da fare, fate i bravi, nascondetevi da
qualche parte e aspettate che si abbia bisogno di voi!"
Ma subito fu tutto dimenticato, perch Brunelda mormor
tutta stanca come fosse inondata dall'acqua calda: "Il
profumo, porta il profumo!" - "Il profumo!"url Delamarche.
"Muovetevi!" S, ma dov'era il profumo? Karl guard
Robinson. Robinson guard Karl. Karl si accorse che l
avrebbe dovuto prendere tutto in mano lui da solo,
Robinson non aveva alcuna idea di dove fosse il profumo, si
mise semplicemente per terra, a due mani si mise a cercare
sotto il canap, ne trasse per nient'altro che laniccio di
polvere e capelli di donna. Karl corse prima al lavamano che
si trovava proprio vicino alla porta, ma nei cassetti si
trovavano solo vecchi romanzi inglesi, giornali e fogli di
musica, tutto era tanto straripante che i cassetti non si
potevano chiudere, se pure erano mai stati chiusi. "Il
profumo", gemeva intanto Brunelda, "quanto ci vuole
perch oggi abbia ancora il mio profumo?" Data questa
impazienza di Brunelda com' naturale Karl non riusciva a
cercare da nessuna parte, doveva affidarsi alla prima
impressione superficiale. Nel mobile del bucato la boccetta
non c'era, sopra c'erano soprattutto vecchie boccettine di
medicinali e unguenti, tutto il resto era stato portato in ogni
caso di gi nella zona bagno. Magari la boccetta era nel
cassetto del
tavolo da pranzo. Andandoci per - Karl pensava solo al
profumo, a nient'altro - si urt di brutto con Robinson, che
alla fine ci aveva rinunciato, a cercare sotto il canap, e
come un cieco, con la nascente intuizione di dove fosse il
profumo, gli and addosso. Si ud netto l'urto delle due
teste insieme, Karl ammutol, Robinson non rallent, ma
url, per sfogare il dolore, forte, troppo, e troppo a lungo.
"Invece di cercare il profumo, si picchiano", disse Brunelda.
"Questi domestici mi faranno ammalare, Delamarche, e
morir tra le tue braccia, non c' dubbio. Devo avere il
profumo", grid, sollevandosi, "devo averlo assolutamente!
Non esco dalla vasca prima che mi si porti, dovessi restarci
fino a stasera." E prese a pugni l'acqua, per cui la si ud
spruzzare.
Il profumo non c'era tuttavia neanche nel cassetto del
tavolo da pranzo, sicuramente l c'erano solo oggetti da
toilette di Brunelda, piumini vecchi, vasetti di cosmetici,
spazzole da capelli, bigodini e una quantit di minutaglia
infeltrita e appiccicata insieme, ma il profumo no. E neanche
Robinson che, continuando a ululare, apr e razzol dentro
circa cento scatole e cassette ammucchiate da una parte, in
una dopo l'altra, mentre la met del contenuto, pi che altro
roba per cucire e lettere, cadeva per terra e ci restava,
riusc a trovare il profumo, come segnal a Karl scuotendo
la testa e facendo spallucce.
A quel punto Delamarche salt fuori dalla zona bagno in
mutande e camiciola, mentre si sentiva Brunelda piangere
nervosamente. Karl e Robinson smisero di cercare e
guardarono il Delamarche che, completamente bagnato -
l'acqua gli scorreva anche dal viso e dai capelli - grid: "Ora
dunque iniziate gentilmente a cercare! - Qui!", ordin prima
a Karl e poi "L!" al Robinson. Karl cerc veramente e
controll di nuovo i posti dove Robinson gi era stato
comandato, ma non trov il profumo esattamente come non
l'aveva trovato Robinson, che, pi zelante nel cercare,
teneva d'occhio Delamarche, che, per quanto spazio c'era,
andava a passi pesanti su e gi nella stanza e certo avrebbe
bastonato volentieri sia Karl che Robinson.
"Delamarche!"grid Brunelda, "Vienmi almeno ad asciugare!
Quei due
non lo trovano di certo, il profumo, e mettono tutto in
disordine. Devono smettere subito di cercare. Ma subito! E
togliere le mani da ogni cosa! E non smuovere pi niente!
Sarebbero capaci di ridurre l'appartamento in una stalla.
Prendili per il colletto, Delamarche, se non smettono! Invece
continuano a darsi da fare, appena caduta una scatola.
Non devono pi riprenderla, lasciar stare tutto e fuori dalla
stanza! Metti il catenaccio alla porta dietro di loro e vieni da
me. Sto nell'acqua da troppo tempo, le gambe ce l'ho tutte
fredde."
"Subito Brunelda, subito!" grid Delamarche e corse con
Karle Robinson alla porta. Prima per di buttarli fuori dette
loro il compito di procurarsi la colazione e se possibile di
farsi imprestare da qualcuno un buon profumo per
Brunelda.
"Da voi c' disordine e sudiciume", disse Karl fuori, nel
corridoio, "non appena si ritorna con la colazione, dobbiamo
cominciare a far ordine."
"Se solo non fossi cos malato", disse Robinson. "E il
daffare!" Certo si crucciava, Robinson, del fatto che
Brunelda tra lui, che pur la serviva da mesi, e Karl, che era
arrivato solo il giorno prima, non facesse alcuna differenza.
Ma se lo meritava, e Karl disse: "Tu devi riprenderti un po'."
Per per non lasciarlo completamente alla sua disperazione,
aggiunse: "Sar certamente un lavoro di una volta sola. Io
ti far un giaciglio dietro le cassettiere, e quando tutto un
po' in ordine, potrai starci tutto il giorno, non dovrai
preoccuparti di nulla e molto presto sarai sano.
Ora te ne accorgi, dunque, come sto, disse Robinson e
volt il viso per esser solo con il suo dolore.Ma mi ci
lasceranno in pace a giacere?
Se vuoi ne parler io stesso con Delamarche e Brunelda.
Brunelda non ha nessun riguardo grid Robinson e colp
con un pugno una porta cui essi erano arrivati senza che
Karl ci fosse preparato.
Entrarono in una cucina dal cui fornello, che pareva
necessitare una riparazione, salivano senza sosta nuvolette
nere. Davanti allo sportello era inginocchiata una delle
donne che Karl aveva visto il giorno prima in corridoio,
intenta a mettere a mani nude pezzi di carbone nel fuoco
che stava tenendo sotto controllo completo. Nel farlo
sospirava, nella sua
posizione inginocchiata, scomoda per una donna anziana.
Naturale, ecco anche questa scocciatura, disse alla vista
di Robinson, si alz con fatica, le mani sulla cassetta del
carbone, e chiuse lo sportello la cui maniglia aveva avvolto
con il suo grembiule. Ora, alle quattro del pomeriggio -
stupito Karl guard l'orologio della cucina -dovete ancora
far colazione? Che banda! - sedetevi, disse poi, e
aspettate che abbia tempo per voi.
Robinson attir Karl sopra una piccola panca in prossimit
della
porta e gli mormor:Dobbiamo darle retta. Cio,
dipendiamo da lei. Siamo in affitto da lei e com' naturale in
ogni momento pu sfrattarci. Ma non possiamo cambiare
appartamento, poi dovrenno di nuov portar via tutto, e
soprattutto Brunelda intrasportabile.
E nel corridoio non c' nessun altra stanza da
affittare?domand Karl.
Nessuno ci alloggia, a noi, rispose Robinson. Nessuno in
tutta la casa.
Cos stettero buoni a sedere sulla loro panca e aspettarono.
La donna continuava a andare in su e in gi tra due tavoli,
un mastello per lavare e il fornello. Dalle sue esclamazioni si
cap che sua figlia era indisposta e perci di tutto il lavoro,
in altri termini le faccende e il vitto di trenta pigionali, se ne
doveva occupare da sola. Per di pi la stufa non funzionava
bene e il mangiare non ne voleva sapere di esser pronto, in
due enormi pentoloni veniva cotta una densa minestra e,
per quanto spesso la donna la controllasse con un romaiolo
e la rimestasse, la minestra non voleva riuscire, ne doveva
esser responsabile il fuoco non buono, e cos lei quasi sul
pavimento sedeva davanti al fornello aperto e si dava da
fare con l'attizzatoio nel carbone incandescente. Il fumo di
cui la cucina era colma la faceva tossire in un modo che a
volte si incattiviva tanto da farle afferrare una sedia e da
farla restare per dei minuti a non fare altro che tossire.
Presto loro si accorsero che la colazione quel giorno l lei
non l'avrebbe preparata, perch non ne aveva n tempo n
voglia. Karl e Robinson da una parte avevano l'ordine di
procurar da mangiare e dall'altra nessuna possibilit di
farcela, ma essi non fecero nulla, continuarono a star buoni
a sedere.
Tutt'intorno su sedie e sgabelletti ammucchiati in un angolo
per terra, c'erano ancora le stoviglie non lavate delle
colazioni dei pigionali. C'erano bricchi in cui si sarebbe
trovato ancora un po' di caff e di latte, su diversi piattini
c'erano avanzi di burro, da una scatola di latta erano
rotolati fuori dei biscotti in quantit. Era possibile magari da
tutto ci rappattumare una colazione su cui Brunelda,
all'oscuro della sua origine, non avrebbe potuto aver niente
da ridire. Quando Karl fece tale riflessione, e un'occhiata
all'orologio gli indic che loro stavan l ad aspettare gi da
mezz'ora mentre forse Brunelda era infuriata e sobillava
Delamarche contro di loro, la donna stava esplodendo in un
attacco di tosse Karl ne rimase esterefatto - potete star
qui a sedere, ma la colazione non l'avete. Invece tra due ore
avrete la cena.
Vieni Robinson, disse Karl, la colazione la mettiamo
insieme lo stesso- Come? grid la donna, piegando la
testa.Siate ragionevole, disse Karl, perch non vlete
darcela, la colazione? Siamo qui ad aspettare da mezz'ora,
abbastanza. Vi si paga tutto, e di certo noi paghiamo meglio
di tutti. Che noi si faccia colazione tanto tardi, lo so, per voi
una noia, ma siamo vostri pigionali, abbiamo l'abitudine di
farla tardi, e voi dovete un po' adattarvi. Oggi, naturale, vi
particolarmente difficile per la malattia della signorina
vostra figlia, ma siamo disposti a mettere insieme la
colazione qui con gli avanzi, se ci non ha altre destinazioni
e se voi non ci date nulla di fresco.
La donna non voleva per imbarcarsi in una conversazione
amichevole con nessuno, per pigionali cos anche gli avanzi
delle colazioni di tutti quanti le parevano troppo buoni;
d'altra parte ne aveva gi abbastanza dell'invadenza dei
due, prese un vassoio e lo sbatt contro lo stomaco di
Robinson che, dopo un momento, con il volto dolente afferr
che doveva reggerlo per la consegna del vitto che la donna
aveva intenzione di scegliere. Ora lo colm, il vassoio, in
gran fretta per la verit, con una congerie di cose, ma
l'insieme faceva l'effetto di un mucchio di spazzatura, non
proprio di una colazione da servire in tavola. Ancor mentre
la donna li spingeva fuori e loro a testa bassa, come se
avessero paura di insulti o botte, si affrettarono verso la
porta, Karl prese il
vassoio dalle mani di Robinson, la sua presa non gli pareva
abbastanza sicura.
Sulla via del ritorno Karl si mise per terra, dopo che si erano
abbastanza allontanati dalla porta della locatrice, con il
vassoio, allo scopo prima di tutto di dargli una pulita, di
riunire le cose dello stesso genere, dunque di riversare
tutto il latte insieme, di raschiare i molti avanzi di burro in
un piatto solo, poi di eliminare le tracce della precedente
consumazione, dunque di pulire coltelli e forchette, di
ritagliare per benino i panini sbocconcellati ed in questo
modo di dare all'insieme un aspetto migliore. Robinson
considerava tale fatica inutile ed afferm che la colazione
aveva avuto gi diverse volte un aspetto peggiore, tuttavia
Karl non si lasci scoraggiare da lui, contento inoltre del
fatto che Robinson non volesse collaborare con le sue dita
sudice. Per tenerlo buono gli aveva assegnato subito, una
volta per tutte, cos gli disse, alcuni biscotti e il ricco fondo
di un vasetto gi pieno di cioccolata.
Quando furono davanti al loro appartamento e Robinson
senz'altro mise la mano sulla maniglia, Karl lo trattenne,
dato che non era ancora sicuro che loro avessero il
permesso di entrare. "Ma s", disse Robinson, "ora si limita
ad acconciarle i capelli." E in effetti Brunelda sedeva su una
poltrona, nella stanza ancora non arieggiata e velata dalla
tenda, a gambe ben allargate, e Delamarche, dietro di lei, le
pettinava, il volto profondamente piegato, i corti e forse
infeltriti capelli. Di nuovo Brunelda indossava un abito
largo, stavolta per di color rosa pallido, forse un po' pi
corto del giorno prima, almeno, erano visibili le calze
bianche a rigoni fino alle ginocchia. Impaziente per la durata
eccessiva della pettinatura, Brunelda faceva andare la sua
spessa lingua rossa tra le labbra, a tratti perfino si staccava
del tutto da Delamarche richiamandolo: "Ma Delamarche!",
e lui aspettava buono con il pettine sollevato che lei
retrocedesse di nuovo con la testa.
"E' stata lunga", disse Brunelda, ed a Karl in particolare
disse: "Devi essere un po' pi svelto, se vuoi che si sia
contenti di te. Non devi prendere esempio da quello
sporcaccione ingordo di Robinson. Voi avete gi mangiato
eccome da qualche parte, nel frattempo; ve lo dico
chiaro: la prossima volta non lo sopporter."
Era assai ingiusta, Robinson scosse la testa e mosse, per
altro senza dir alcunch, le labbra, Karl invece cap che non
si sarebbe agito sui padroni se non mostrando loro del
lavoro incontestabile. Da un angolo tir in fuori un basso
tavolino giapponese, lo copr con un panno e ci mise sopra
le cose che aveva portato. Chi aveva visto l'origine della
colazione, poteva esser soddisfatto dell'insieme, ma
altrimenti, come Karl disse a se stesso, molto c'era da
ridire.
Per fortuna Brunelda aveva fame. Compiaciuta annu verso
Karl mentre questi preparava tutto, e pi volte lo ostacol
tirando fuori a suo pro qualche boccone con la sua mano
liscia, grassa, qua e l scompaginatrice di tutto quanto. "Ha
fatto un buon lavoro", disse facendo schioccare le labbra ed
attirando Delamarche, che le lasci il pettine infilato tra i
capelli per dopo, vicino a s su una sedia. Anche
Delamarche si ingentil alla vista del cibo, erano entrambi
parecchio affamati, le loro mani s'incrociavano a destra e a
manca sul tavolino. Karl cap che per soddisfarli bastava la
quantit massima possibile, e ricordando che nella cucina
aveva lasciato in giro ancora diverse cose mangiabili, disse:
"La prima volta non lo sapevo che si deve portare in tavola
tutto, la prossima far meglio." Tuttavia gi mentre lo
diceva si ricord a chi parlava, lui certo era stato troppo
preda di preconcetti. Brunelda annu soddisfatta a
Delamarche e porse a Karl in pagamento una manciata di
biscotti.
Frammento II
Partenza di Brunelda.

Una mattina Karl spinse la portantina su cui si trovava


Brunelda fuori dal portone. Non era pi tanto presto come
aveva sperato lui. Si erano accordati di effettuare il trasloco
ancora durante la notte per non provocare nella via lo
scalpore che durante il giorno sarebbe stato immancabile,
cos, semplicemente, la stessa Brunelda volle coprirsi con
grande telo grigio. Il trasporto per le scale era durato
troppo nonostante il volenteroso aiuto dello studente, che
era molto pi debole di Karl, come in quell'occasione gli
divenne evidente. Brunelda si comport benissimo,
limitandosi a sospirare e cercando in tutti i modi di facilitar
loro il lavoro. Per non ci fu altro verso, ogni cinque scalini
la si metteva gi per concedere a lei ed a s il tempo
necessario a riposarsi. Era una mattina fresca, nei corridoi
tirava aria fredda come fa nelle cantine, ma Karl e lo
studente erano tutti sudati e durante le pause di riposo
furono costretti a prendere ognuno un capo del telo di
Brunelda, che lei del resto dava loro gentilmente, per
asciugarsi il viso. Per cui ci misero due ore ad arrivare gi
dove gi dalla sera prima si trovava il carretto. Metterci
dentro Brunelda cost ancora una certa fatica, poi per si
pot guardare al tutto come riuscito, infatti spingere non
dov essere difficoltoso, grazie alle ruote alte, e rimase solo
da paventare che il carretto sotto Brunelda si sfasciasse. Tal
pericolo si dov correrlo, non si poteva procurare un mezzo
di ricambio a quello al cui approntamento e trasporto lo
studente si era offerto a met per scherzo. Si venne dunque
al commiato con lo studente, commiato che fu addirittuta
molto cordiale. Ogni discordia tra Brunelda e lo studente
sembr dimenticata, lui arriv a scusarsi della passata
diffamazione di Brunelda, di cui lui si era reso colpevole
mentre era malata, ma Brunelda disse che tutto era da
tempo dimenticato e pi che rimediato. Infine preg lo
studente di accettare un dollaro in ricordo di lei, e lo
estrasse con fatica dai suoi molti strati di abbigliamento. Tal
dono fu molto significativo in considerazione della nota
avarizia di Brunelda, lo studente ne fu assai contento e
lanci le monete in aria. Poi dovette raccattarle e Karl fu
costretto ad aiutarlo, infine ne trov anche sotto il carretto
di Brunelda. Il congedo tra Karl e lo studente fu com'
naturale assai semplice, si dettero soltanto la mano
esprimendo la convinzione che si sarebbero rivisti e che poi
almeno uno di loro - lo studente lo pensava di Karl, e
viceversa - avrebbe realizzato qualcosa di notevole, cosa
che purtroppo fin l non era capitata. Con gran baldanza poi
Karl afferr la presa del carretto e lo spinse fuori dal
portone. Lo
studente continu a guardarli fin quando fu possibile
agitando un fazzoletto. Karl annu pi volte risalutando,
anche Brunelda si sarebbe voltata volentieri, ma tali
movimenti erano troppo faticosi per lei. Per renderle possi
bile un ultimo commiato Karl fece fare in fondo alla strada
un giro al carretto in modo che anche Brunelda potesse
vedere lo studente, che sfrutt l'occasione per agitare il
fazzoletto con speciale solerzia. Allora Karl disse che a quel
punto non si potevano pi permettere alcuna sosta, il
cammino era lungo e loro erano partiti molto pi tardi di
quanto avevano progettato. In effetti si vedevano gi in giro
veicoli e gente che andava al lavoro, per quanto rara. Con
ci Karl aveva voluto dire solo quel che aveva detto, ma
Brunelda con la sua sensibilit cap altro e si copr
completamente con il suo telo grigio. Non ci trov nulla da
obbiettare, Karl; il veicolo a mano coperto di un telo grigio
era assai strano ma incomparabilmente meno strano di
quanto sarebbe stata la Brunelda scoperta. Lui si mosse con
molta cautela, prima di svoltare un angolo osservava la
strada successiva, perfino fermava il carretto, quando
serviva, e da solo andava di qualche passo avanti,
prevedeva magari qualche incontro spiacevole, cos
aspettava fin quando tale incontro diveniva evitabile, o
sceglieva un percorso completamente diverso per un'altra
strada. Poich aveva studiato ogni percorso possibile
personalmente, non corse mai il pericolo di allungare
significativamente la strada. Per sorsero ostacoli che
sicuramente erano da paventare, ma che uno per uno non
erano prevedibili. Per esempio d'improvviso, in una strada
che, leggermente in salita, visibilmente e
soddisfacentemente appariva vuota del tutto - un giudizio
che Karl cerc con particolare fretta di mettere a profitto -
da un angolo buio d'un portone salt fuori un poliziotto che
gli chiese, a Karl, cosa portava su un carretto cos
accuratamente coperto. Tanto per aveva guardato severo
Karl, quanto fu costretto a sorridere quando sollev la
copertura e vide il volto agitato ed impaurito di Brunelda.
"Come?" disse il poliziotto. "Pensavo che portassi dieci
sacchi di patate, ed ecco qui un'unica cialtrona! Ma dove la
porti? Chi siete?" Brunelda neppure osava porre l'occhio sul
poliziotto, invece continuava a
guardare Karl con l'evidente dubbio che neanche lui
avrebbe potuto salvarla. Per Karl aveva gi abbastanza
esperienza con i poliziotti, il tutto non gli sembr molto
pericoloso. "Signorina, mostrate", disse, "il documento che
avete ricevuto." - "Ah s", disse Brunelda mettendosi a
cercare in un modo cos disperato che la fece davvero
apparire sospetta. "La signorina", disse il poliziotto senza
dubbio con ironia, "il documento non lo trover." - "S",
disse Karl con calma, "lo ha certamente, l'ha solo perso." E
cominci anche lui a cercare ed in effetti a tirarlo fuori da
dietro la schiena di Brunelda. Il poliziotto guard solo di
sfuggita. "Eccolo, dunque", disse sorridendo. "La signorina
dunque una signorina di cui voi, ragazzo, vi occupate come
mediatore e trasportatore? Non sapete davvero trovare
nessuna occupazione migliore?" Karl si limit a sollevare le
spalle, si trattava di nuovo delle note intromissioni della
polizia. "E allora buon viaggio", disse il poliziotto, visto che
non riceveva alcuna riposta. Nelle sue parole c'era probabile
spregio, ed anche per questo Karl riprese il cammino senza
salutare, era meglio lo spregio della polizia, che non la sua
attenzione.
Poco dopo fece un incontro se possibile anche pi
sgradevole. In altre parole, gli si fece incontro un uomo che
spingeva davanti a s un carretto con dei grossi bidoni di
latte - volentierissimo avrebbe voluto sapere che cosa c'era
sotto quel telo grigio sul carretto di Karl. Non bisognava
accettare che facesse lo stesso percorso di Karl, per quello
gli restava di fianco per quante curve a sorpresa facesse
Karl. Prima si accontent di esclamazioni come per esempio
"devi averci un carico pesante!" oppure "hai caricato male,
qualcosa cadr fuori!" Dopo per senz'altro domand: "Che
cos'hai l sotto?" Karl disse: "che te ne importa?" Tuttavia,
siccome questo rese l'uomo anche pi curioso, alla fine Karl
disse: "Sono mele." "Quante mele!" disse l'uomo stupito e
non smise di ripetere quest'esclamazione. Poi disse: " un
intero raccolto." "Eh s", disse Karl. Ma, fosse perch non
credeva a Karl, o perch lo voleva provocare, si spinse oltre,
inizi - intanto che marciavano - a stendere le mani come
per scherzo sul telo ed os perfino tirarlo, da ultimo. Come
doveva soffrire Brunelda! Per riguardo a lei Karl non aveva
intenzione
di mettersi a liticare con l'uomo e s'infil nel pi vicino
portone aperto, come fosse stata la sua meta. "Sono
arrivato", disse,"Grazie della compagnia." L'uomo perplesso
rimase davanti al portone e guard verso Karl che tranquillo
si accinse, visto che cos doveva essere, ad attraversare
tutto il primo cortile. L'uomo non poteva pi dubitare, ma
per far contenta la sua malvagit un'ultima volta, lasci il
suo carretto, and dietro Karl in punta di piedi e dette uno
strappo cos forte al telo che avrebbe quasi scoperto il viso
di Brunelda. "Cos le tue mele prendono aria", disse e se ne
and. Karl sopport anche questo, dato che lo liberava
definitivamente dall'uomo. Poi port il carretto in un angolo
del cortile dove si trovavano alcune grosse casse vuote,
protetto dalle quali aveva intenzione di parlare a Brunelda
per tranquillizzarla. Fu costretto a farle a lungo coraggio,
infatti lei era tutta in lacrime e lo supplic in tutta seriet di
restar l dietro le casse tutto il giorno e di andar via solo la
notte. Forse, da s, lui non ci sarebbe riuscito a convincerla
che ci sarebbe stato un errore, per, quando qualcuno
dalla parte opposta del mucchio di cassette, ne scagli una
al suolo provocando un enorme frastuono risonante nel
cortile vuoto, lei si spavent tanto che, senza osar pi
verbo, si copr con il telo e probabilmente fu contenta
quando Karl, con rapida decisione, inizi a muoversi.
Le strade stavano facendosi sempre pi frequentate, ma
l'attenzione che il carretto attirava non era tanto grande
come Karl aveva temuto. Forse sarebbe stata un'idea molto
migliore scegliere un'altra ora per il trasporto. Nel caso che
un transito del genere fosse stato ancora necessario, Karl
aveva intenzione di provarci, a trasportarla, nelle ore
meridiane. Senza peggiori fastidi e difficolt, alla fine lui
svolt nella stretta e buia viuzza dove al numero si trovava
la loro destinazione. Davanti alla porta con l'orologio in
mano c'era il gestore, strabico. "Sei sempre cos poco
puntuale?", chiese. "Sono capitate diverse difficolt", disse
Karl. "E' notorio che non mancano mai", disse il gestore.
"Qui nella casa per non valgono. Attento!" A discorsi del
genere Karl non prestava pi orecchio, ognuno usava il suo
potere per colpire
l'inferiore. Una volta che si era prevalso, non cambiava pi,
regolare come un orologio. Tuttavia lo spavent sul serio,
quando quello spinse il carretto nell'atrio, la sporcizia che ci
regnava e che lui, del resto, si era atteso. A guardare pi da
vicino non era sporcizia vera e propria. Il pavimento di
pietra dell'atrio era quasi ben spazzato, la pittura delle
pareti non era vecchia, le palme artificiali solo un po'
impolverate, eppure tutto era crassume ripugnante, era
come se fosse stato fatto di ogni cosa un uso cattivo e
nessuna pulizia fosse pi in grado di rimediare. Volentieri la
faceva, tale riflessione, Karl, quando arrivava da qualche
parte, cosa avrebbe potuto migliorare, l, e quale gioia
sarebe stata intervenire subito senza curarsi del lavoro,
forse infinito, che ci avrebbe causato. L per lui non
sapeva che cosa ci fosse da fare. Lentamente tolse il telo da
sopra Brunelda. "Benvenuta, signorina", disse il gestore,
lezioso; non c'era alcun dubbio, Brunelda gli fece una buona
impressione. Non appena Brunelda se ne accorse, cap che
subito se ne poteva giovare, come Karl vide soddiefatto.
Tutta la paura delle ultime ore spar.

Ultimo capitolo.
Il teatro all'aperto dell' Oklahoma.

All'angolo di una strada Karl vide un manifesto con la scritta


seguente: "Presso l'ippodromo di Clayton verr oggi
assunto, dalle ore sei del mattino fino alla mezzanotte,
personale per il teatro sito nell' Oklahoma! Il grande teatro
dell'Oklahoma si rivolge a voi! Solo oggi, solo una volta! Chi
pensa al suo futuro, dei nostri! Tutti sono benvenuti! Chi
vuol diventare artista si faccia vivo! Noi siamo il teatro che
utile a tutti, ognuno al suo posto! Ci congratuliamo qui e
ora con chi si decide per noi! Ma affrettatevi, non fate
passare la mezzanotte! Alle ore dodici tutto viene chiuso e
non pi aperto! Sia dannato chi non crede a noi! Tutti a
Clayton!"
Davanti al manifesto c'era parecchia gente, ma non pareva
che vi fosse
grande approvazione. Tanti i manifesti, nessuno ci credeva
pi. E questo era anche pi inverosimile di quanto lo siano i
manifesti di solito. Prima di tutto per aveva un grosso
limite, non si faceva la minima parola sul trattamento
economico. Se esso fosse stato anche solo un po' degno di
menzione, il manifesto certamente l'avrebbe dichiarato; non
evrebbe dimenticato la cosa pi allettante. Nessuno voleva
diventare artista, ma per dio ognuno voleva venir pagato
per il suo lavoro.
Per Karl c'era per nel manifesto un fattore di grande
allettamento. "Tutti erano benvenuti", diceva. Ognuno,
quindi anche Karl. Tutto quello che aveva fatto fin l era
dimenticato, nessuno intendeva rimproverarlo. Poteva
presentarsi per un lavoro che non era affatto vergognoso,
meglio, a cui si poteva pubblicamente invitare! E tanto
pubblicamente veniva fatta la promessa, quanto anche lui
sarebbe stato accolto. Non chiedeva niente di meglio,
finalmente voleva l'inizio d'una carriera decente, e l forse
esso si indicava. Magari tutti paroloni che c'erano sul
manifesto erano una menzogna, magari il grande teatro
dell' Oklahoma era un piccolo circo viaggiante, voleva
assumere gente, bastava quello. Karl non lesse il manifesto
una seconda volta, ma rintracci la frase :"Tutti sono
benvenuti". Come prima cosa pens di andarci a piedi, a
Clayton, ma sarebbero state tre ore di marcia faticosa e
magari poi lui sarebbe arrivato al momento giusto per venir
a sapere che gi tutti i posti disponibili erano presi. Stando
al manifesto il numero degli assumibili era illimitato, ma le
offerte di lavoro erano sempre scritte in quel modo. Karl
cap che doveva partire o rinunciare al posto. Calcol quanti
soldi aveva, senza il viaggio sarebbero bastati otto giorni,
Smosse le monetine sulla sua mano aperta, qua e l. Un
signore che lo aveva osservato, gli dette un colpetto sulla
spalla e disse: "Buona fortuna per il viaggio a Clayton." Karl
annu senza dire nulla e cont ancora. Ma presto si decise,
mise da una parte i soldi necessari al viaggio e and alla
stazione della sotterranea. Quando scese a Clayton ud
subito il chiasso delle trombe. Era un folle chiasso, le
trombe non erano consonanti, si suonava senza attenzione.
Ma ci non disturb Karl, gli confermava meglio che il teatro
dell'Oklahoma era una grande
azienda. Per quando usc dall'edificio della stazione e dette
uno sguardo all'intera installazione davanti a s, vide che
tutto era ancor pi grande di quanto avesse potuto anche
solo in qualche modo pensare, e non cap come un'azienda,
solo per lo scopo di trovare personale, potesse fare spese
simili. Davanti all'ingresso dell'ippodromo era stato
costruito un lungo basso palco su cui centinaia di donne,
vestite da angeli, velate di bianco e con ali sulla schiena,
soffiavano in lunghe trombe dai riflessi dorati. Non erano
per direttamente sul palco, invece ognuna stava su un
piedistallo che tuttavia non era visibile, perch i lunghi veli
sventolanti delle vesti da angelo lo avviluppavano
completamente. Poich dunque i piedistalli erano molto alti,
arrivavano all'altezza di due metri le figure delle donne
apparivano gigantesche, soltanto le loro piccole teste
turbavano un po' l'effetto di grandezza, anche i loro capelli
sciolti penzolavano ai lati, troppo corti e quasi ridicoli, tra le
grandi ali. Perch non risultasse alcuna monotonia si erano
adottati piedistalli della pi varia grandezza; c'erano donne
completamente basse, non oltre la misura umana, ma
accanto a loro svettavano altre donne di tale altezza da
farle credere in pericolo al minimo colpo di vento. E dunque
tutte queste donne suonavano.
Non molti ascoltavano. Piccoli, in confronto alle grandi
figure, circa dieci giovanotti qua e l davanti al palco
guardavano in su verso le donne. Si indicavano tra loro
questa o quella, ma non sembrava che avessero intenzione
di entrare per farsi assumere. Era visibile solo un unico
uomo pi adulto, stava un po' in disparte. Aveva portato con
s anche la moglie e un bambino in carrozzina. Lei teneva
con una mano la carrozzina, con l'altra si appoggiava alla
spalla di lui. Ammiravano lo spettacolo, ma si capiva che
erano delusi. Si erano anche attesi di trovare un'occasione
lavorativa, ma questo soffiar di trombe li sconcertava. Karl
lo stesso. Si avvicin all'uomo, stette a sentire per un po' le
trombe e poi disse: "Ma qui che assumono per il teatro
dell'Oklahoma?"
"Lo credo anch'io", disse l'uomo, "ma aspettiamo qui da
un'ora e non sentiamo altro che le trombe. Non c' un
avviso, un banditore, non c'
nessuno che possa dare informazioni."
Karl disse: "Forse si aspetta che arrivi pi gente. Ce n'
davvero poca, qui."
"Pu darsi", disse l'altro, e di nuovo tacquero. Era anche
difficile capir qualcosa nel chiasso delle trombe. Poi per la
donna mormor qualcosa al marito, lui annu, ed essi si
rivolsero subito a Karl: "Non potreste andare nell'ippodromo
a chiedere dov' che assumono?"
"S", disse Karl, "ma per farlo dovrei salire sul palco e
passare attraverso gli angeli."
"E' tanto difficile?" chiese la donna.
A lei pareva facile, per Karl, andarci, suo marito per non
voleva mandarci lei.
"Va bene, s", disse Karl, "ci andr."
"Siete molto gentile", disse lei e gli strinse la mano, come
fece anche il marito.
I giovanotti si avvicinarono per vedere da vicino come Karl
saliva sul palco. Era come se le donne suonassro pi forte
per salutare il primo candidato all'assunzione. Coloro per
al cui piedistallo Karl passava davanti, tolsero la bocca dalla
tromba e si piegarono per seguire il suo cammino. Karl
all'altra estremit del palco vide un uomo inquieto che
andava in su e in gi, palesemente era in attesa soltanto di
gente per dare tutte le informazioni desiderabili. Aveva gi
l'intenzione di andarci, Karl, quando ud al di sopra di s che
lo si chiamava per nome.
"Karl!" grid l'angelo. Karl volse lo sguardo in alto ed inizi
a ridere piacevolmente sorpreso. Era Fanny.
"Fanny!" grid salutandola con la mano.
"Ma vieni qua!" grid Fanny. "Non mi passerai mica davanti
cos?" Ed apr i suoi veli in modo che il piedistallo venne
messo allo scoperto insieme ad una stretta scala che
portava su.
"E' permesso salire?" chiese Karl.
"Chi vuoi che c'impedisca di stringerci la mano?" grid
Fanny guardandosi intorno sdegnata se arrivava gi
qualcuno a porre divieti, per dire. Karl per era gi salito
sulla scala.
"Pi piano!" grid Fanny. "Il piedistallo, e noi con lui, si
rovescia!" Ma non successe nulla, Karl arriv felicemente
fino in cima alla scala. "Non ti dico altro, guarda che razza di
lavoro ho trovato", disse Fanny.
"Ma no, bello", disse Karl e si guard intorno. Tutte le
donne vicine avevano gi notato Karl e ridacchiavano. "Sei
quasi la pi in alto", disse tendendo la mano in su per
misurare l'altezza delle altre.
"T'ho visto subito", disse Fanny, "quando sei uscito dalla
stazione, ma purtroppo sto nell'ultima fila, non mi si vede, e
non posso nemmeno chiamare. Certo, ho soffiato
particolarmente forte nella tromba, ma non mi hai
riconosciuta."
"Ma voi suonate tutte male", disse Karl, "fammi suonare un
pochino."
"Ma certo", disse Fanny e gli porse la tromba, "per non
rovinare l'insieme, o mi licenziano."
Karl cominci a soffiare; aveva pensato che si trattasse
d'una tromba fatta in modo grossolano, destinata solo a far
chiasso, invece venne fuori che era uno strumento in grado
quasi di ogni finezza. Se rano strumenti tutti dello stesso
genere, l se ne abusava grandemente. Karl suon, senza
farsi disturbare dal chiasso altrui, a pieni polmoni una
canzone che una volta aveva sentito da qualche parte in una
taverna. Era felice di aver incontrato una vecchia amica e di
potersi permettere di suonare la tromba l, preferito a tutti,
e magari di poter avere presto un buon posto. Molte donne
smisero di suonare e stettero a sentire; appena la met
delle trombe suonavano, come lui d'improvviso smise, di
nuovo un po' alla volta il chiasso ritorn.
"Ma tu sei un virtuoso", disse Fanny quando Karl le restitu
la tromba. "Fatti assumere come suonatore di tromba."
"Anche gli uomini vengono assunti?" chiese Karl.
"S", disse Fanny, "noi suoniamo per due ore. Poi veniamo
rilevate da uomini vestiti da diavoli. Met suonano la
tromba, met il tamburo. E' bellissimo com' in particolare
pregiato tutto l'equipaggiamento. Non bellissimo anche il
nostro abito? E le ali?" Si guard dietro.
"Credi", chiese Karl, "che anch'io avr un posto?"
"Sicurissimo", disse Fanny, " il teatro pi grande al mondo,
sai. Che
bellezza che noi saremo di nuovo insieme. Certo, dipende da
quale posto trovi. Sarebbe anche possibile, cio, che non ci
vediamo neppure, anche se lavoriamo entrambi qui."
"Dunque il tutto davvero cos grande?" chiese Karl.
"E' il teatro pi grande del mondo", ripet Fanny, "ancora
non l'ho visto, ma molte mie colleghe gi state in Oklahoma,
dicono che quasi sconfinato."
"Per si presentano in pochi", disse Karl indicando i
giovanotti l sotto, e la famigliola.
"E' vero", disse Fanny. "Considera per che noi assumiamo
gente in ogni citt, che le squadre dei nostri reclutatori non
smettono di viaggiare e che di tali squadre ve ne sono
parecchie."
"E il teatro ancora non inaugurato?" chiese Karl.
"Anzi'", disse Fanny, " un vecchio teatro, ma viene di
continuo ingrandito."
"Mi meraviglio", disse Karl, "che non si facciano avanti pi
persone."
"S", disse Fanny, " strano."
"Forse", disse Karl. "questo sfoggio di angeli e diavoli
spaventa pi di quanto non attiri."
"Come fai a dirlo?" disse Fanny. "Per pu darsi. Dillo al
nostro capo, forse puoi tornargli utile."
"Dov'?" chiese Karl.
"Nell'ippodromo", disse Fanny, "nella tribuna dei giudici di
gara."
"Anche questo mi stupisce", disse Karl, "perch le
assunzioni hanno luogo nell'ippodromo?"
"E' semplice", disse Fanny, "ovunque ci prepariamo al
massimo, per la massima affluenza. Nell'ippodromo appunto
c' molto spazio. Ed in tutte le citt dove le gare sono
terminate si organizzano uffici per le assunzioni. Devono
esserci duecento segreterie."
"Ma il teatro dell' Oklahoma", esclam Karl, "ce li ha poi
introiti tali per poter mantenere simili squadre di
reclutatori?"
"Che ce ne importa, a noi?" disse Fanny. Ma ora va', Karl, tu
non trascuri nulla, io devo anche ricominciare a suonare.
Cerca in ogni caso di avere
un posto in questa squadra e vieni subito a dirmelo.
Pensaci, che aspetto la notizia con molta ansia."
Gli strinse la mano, lo mise in guardia, che scendesse con
cautela, si mise di nuovo la tromba alle labbra, ma senza
suonare, prima di vedere Karl gi sano e salvo. Karl rimise i
veli sulla scala come stavano prima., Fanny ringrazi
accennando con la testa, e Karl, riflettendo in modo vario a
quel che aveva appena udito, and dall'uomo che gi lo
aveva visto su con Fanny e si era avvicinato al piedistallo
per aspettarlo.
"Volete entrare da noi?" chiese l'uomo. "Io sono il capo del
personale di questa squadra e vi do il benvenuto."
Continuava a chinarsi in avanti come per cortesia,
ballonzolava, per quanto non si movesse da dov'era, e
giocava con la catena dell'orologio.
"Grazie", disse Karl, "ho letto il manifesto della vostra
compagnia ed eccomi qui a presentami come in esso si
richiede."
"Giustissimo", disse l'uomo approvando, "purtroppo qui non
tutti si comportano cos giustamente."
Karl pens che a quel punto avrebbe potuto attirare
l'attenzione dell'uomo sul fatto che forse il richiamo della
squadra di reclutamento andava a vuoto proprio a causa
della sua grandiosit. Ma non lo disse, infatti quest'uomo
non era affatto il capo della squadra, e a parte questo
sarebbe stato poco consigliabile che lui, neppure assunto,
desse consigli di miglioramento. Disse soltanto: "L c' un
altro che aspetta, vuole presenatrsi e mi ha mandato in
avanscoperta. Posso andarlo a chiamare ora?"
"Certo", disse l'uomo, "pi ne vengono e meglio ."
"Ha presso di s anche una donna ed un bambino piccolo in
carrozzina. Possono venire anche loro?"
"Certo", disse l'uomo, e parve che sorridesse del dubbio di
Karl. "A noi servono tutti."
"Vado e torno", disse Karl e si affrett verso il limite del
palco. Fece un cenno alla coppia dicendo che potevano
venire tutti. Aiut a sollevare la carrozzina sul palco e
andarono insieme. Ci vedendo i giovanotti si consigliarono
tra loro e poi pian piano salirono su, fino all'ultimo
momento esitando, le mani in tasca, e alla fine seguirono
Karl e la famiglia. Stavano uscendo dall'edificio della
stazione della sotterranea nuovi passeggeri che, davanti al
palco con gli angeli, si sbracciavano stupefatti. Comunque
fosse, parve che la richiesta di lavoro ora si vivacizzasse.
Karl era molto felice, tanto felice, forse, per essere il primo
arrivato, la coppia era in ansia e pose numerose domande in
merito all'ipotesi che fossero avanzate grosse pretese. Karl
disse di non sapere ancora nulla di preciso, ma di aver
ricavato davvero l'impressione che ognuno senza eccezione
sarebbe stato assunto. Di credere che ci si potesse
permettere di essere fiduciosi. Il capo del personale stava
gi venendo loro incontro molto soddisfatto che venissero in
tanti, si fregava le mani, salut tutti uno per uno con un
piccolo inchino e li mise in fila. Karl fu il primo, poi venne la
coppia e subito dopo gli altri. Quando si furono sistemati
tutti - i giovanotti si spingevano tra loro e ci volle un poco
prima che si placassero - il capo del personale intanto che le
trombe cessavano di suonare disse: "In nome del Teatro
dell'Oklahoma saluto lor signori. Sono venuti presto" (per
era gi quasi mezzod), "non c' ancora calca, ragione per
cui le formalit per la loro assunzione saranno portate a
termine presto. Naturalmente loro hanno i documenti
d'identit con s."
I giovanotti tirarono fuori dalle tasche subito qualche carta
sventolandola in direzione del capo del personale, il marito
spinse la moglie che estrasse da sotto il piumino della
carrozzina un intero pacco di carte. Karl in effetti non ne
aveva alcuna. Poteva diventare un impedimento della sua
assunzione? Ci non di meno, per esperienza lui sapeva che
simili prescrizioni facilmente erano aggirabili, bastava
essere un po' decisi . Non era improbabile. Il capo del
personale per valutare la fila si accert che tutti avessero
documenti, e, quando anche Karl sollev la mano, per altro
vuota, suppose che anche nel suo caso tutto fosse in ordine.
"Va bene", disse poi il capo del personale facendo segno di
no ai giovanotti che volevano subito che i loro documenti
fossero esaminati, "le carte ora saranno controllate
nell'ufficio assunzioni: Come loro hanno
gi visto nel nostro manifesto, noi possiamo utilizzare
ognuno, ma naturalmente dobbiamo sapere quale mestiere
ognuno ha esercitato finora, allo scopo di poterlo mettere
nel posto giusto, dove possono valere le sue competenze."
Ma solo un teatro, pens Karl dubbioso, e stette a sentire
attento.
"Dunque", continu il capo del personale, " nel padiglione
degli allibratori che abbiamo stabilito gli uffici assunzioni,
precisamente un ufficio per ogni mestiere. Ognuno di loro
dunque ora mi dichiarer il suo, la famiglia, in generale, fa
capo all'ufficio assegnato al marito. Io poi porter lor signori
agli uffici dove per prima cosa verranno controllate le loro
carte e poi le competenze, da parte di esperti; sar solo una
verifica brevissima, nessuno deve aver timore. Sempre l
loro saranno assunti e riceveranno ulteriori indicazioni.
Dunque, cominciamo. Questo, il primo ufficio, come dice
l'insegna destinato agli ingegneri. C' forse tra loro un
ingegnere?" Karl si fece avanti. Credeva, proprio per il fatto
di non avere alcun documento, di doversi sforzare di far il
pi presto che poteva a passare tra tutte le formalit, una
giustificazioncina a farsi avanti ce l'aveva anche, infatti di
diventare ingegnere lui certo l'aveva desiderato. Ma quando
i giovanotti videro che Karl si faceva avanti furono presi
dall'invidia e lo fecero anche loro, tutti. Il capo del
personale si elev in tutta la sua altezza e disse : "Loro sono
ingegneri?" e allora tutti lentamente abbassarono la mano,
mentre Karl rimase stabile nella sua prima dichiarazione. Il
capo del personale lo guard incredulo, infatti Karl gli
pareva vestito troppo miseramente e anche troppo giovane
per poter essere ingegnere, ma non aggiunse nient'altro,
forse per riconoscenza del fatto che, almeno secondo lui,
aveva portato fin l gli aspiranti al posto. Fece un segno
d'assenso all'ufficio e Karl si mosse in quella direzione,
mentre il capo del personale si rivolgeva agli altri.
Nell'ufficio ingegneri sedevano ai due lati di un banco ad
angolo retto due signori intenti a collazionare due elenchi
che stavno davanti a loro. Uno andava leggendo, l'altro
barrava nel suo elenco i nomi letti. Quando Karl salutandoli
entr essi misero subito via gli elenchi e
presero altri grossi registri, che aprirono.
Uno dei due, palesemente solo scrivano, disse: "Per favore, i
vostri documenti d'identit."
"Purtoppo non li ho con me", disse Karl.
"Non li ha con s", disse lo scrivano all'altro signore, e
segn la risposta subito nel suo registro.
"Siete ingegnere?", chise allora l'altro, che sembrava essere
il dirigente dell'ufficio.
"Ancora non lo sono", disse svelto Karl, "per -"
"Basta cos", disse il signore ancor pi svelto, "allora voi non
fate capo a noi. Prego, fate attenzione all'insegna." Karl
strinse i denti, il signore parve averlo notato, perch disse:
"Non c' ragione di agitarsi. A noi fanno comodo tutti." E
fece un cenno ad uno degli inservienti che sfaccendati
gironzolavano tra i divisori degli uffici: "Conducete questo
signore all'ufficio per le persone con cognizioni tecniche."
L'inserviente prese l'ordine alla lettera e la mano a Karl.
Attraversarono molti padiglioni, in uno Karl vide uno dei
giovanotti, gi , stringere ai signori di l la mano, grato.
Nell'ufficio in cui dunque Karl fu portato c'era, come lui
aveva previsto, un procedimento analogo a quello svoltosi
nel primo ufficio. A parte il fatto che lo si invi, sentito che
aveva frequentato una scuola media, nell'ufficio per ex
studenti medi. Tuttavia quando l Karl disse che aveva
frequentato una scuola media europea, anche l emerse che
lui non era adatto, e lo si fece condurre nell'ufficio per
studenti medi europei. Era un padiglione sito all'estremit
pi esterna, non pi piccolo, ma pi basso di tutti gli altri.
L'inserviente che l'aveva portato fin l era seccato per aver
fatto tanta strada e per i molti no di cui, secondo la sua
opinione, doveva essere responsabile Karl. Non attese pi le
domande, ma se ne and subito. Questo ufficio era davvero
anche l'estremo scampo. Quando Karl osserv il dirigente
dell'ufficio quasi si spavent per la sua somiglianza con un
professore che probabilmente insegnava ancora nell'istituto
tecnico, in patria. La somiglianza per altro consisteva, come
subito si manifest, solo in dettagli; ma gli occhiali
appoggiati sul naso largo, la barba bionda
ostentatamente curata, la schiena leggermente curva e la
voce alta sempre inaspettatamente erompente
continuarono a stupire per un certo tempo Karl.
Fortunatamente non dov nemmen l stare attento, dato che
la cosa fu pi semplice che negli altri uffici. Venne registrato
cio, l, che mancavano i suoi documenti, e il dirigente
dell'ufficio defin ci una incomprensibile trascuratezza, ma
lo scrivano, che l aveva il sopravvento, alla svelta ci pass
sopra e dichiar, dopo alcune brevi domande del dirigente,
mentre questi si apprestava a fare una domanda pi seria,
Karl assunto. Il dirigente a bocca aperta si volse verso lo
scrivano, ma questi fece un movimento liquidatorio con la
mano, disse "assunto" e riport subito la decisione presa nel
registro. Palese, l'opinione dello scrivano, che essere uno
studente di scuola media europea fosse qualcosa di
talmente scarso che si poteva senz'altro credere a chiunque
di s lo affermasse. Da parte sua Karl non ebbe nulla da
obbiettare, and da lui e voleva dirgli grazie. Ebbe luogo
per un ritardo ulteriore nel momento in cui gli fu chiesto il
nome. Non rispose subito, aveva ritegno a dirlo, il suo nome
vero, ed a farlo scrivere. Non appena ottenuto anche solo il
pi misero posto, ed occupatolo in modo soddisfacente,
allora si sarebbe venuti a sapere il suo nome, in quel
momento no; troppo a lungo lo aveva taciuto per poterlo
svelare in quel momento. Perci, dato che sul momento non
gli venne in mente nessun altro nome, disse il prenome
adoperato nei suoi ultimi impieghi: "Negro".
"Negro?" chiese il dirigente, scosse la testa e fece una
smorfia come se Karl avesse raggiunto in quel momento la
vetta dell'incredibile. Anche lo scrivano guard per un
attimo Karl, indagante, poi per ripet "Negro" e lo
trascrisse.
"Non avete mica registrato Negro?" lo invest il dirigente.
"Certo, Negro", disse lo scrivano tranquillo e fece un
movimento con la mano, come se il dirigente avesse a quel
punto da provvedere al resto. Costui si controll, si alz e
disse: "voi adesso fate parte del teatro dell'Oklahoma -" ma
non and oltre, non ce la faceva contro la sua coscienza, si
mise seduto e disse: "Non si chiama Negro."
Lo scrivano alz le sopracciglia, si alz anche lui e disse:
"Allora io, dunque, vi comunico che voi fate parte del teatro
in Oklahoma e che ora venite presentato al nostro capo."
Venne di nuovo chiamato un inserviente che condusse Karl
nella tribuna dei giudici di gara.
Sotto la scala Karl vide la carrozzina, ed appunto scendeva
la coppia, la donna con il bambino in braccio.
"Siete assunto?" chiese l'uomo, era molto pi vispo di prima,
anche lei da sopra la spalla lo guard ridendo. Quando Karl
rispose di essere appena stato assunto e di andare a
presentarsi, l'uomo disse: "Allora mi congratulo. Anche noi
siamo stati assunti. Sembra essere una buona azienda,
certamente non su tutto si pu convenire, ma ovunque
cos." Si dissero reciprocamente "arrivederci" e Karl sal
nella tribuna. And pian piano perch il poco spazio l sopra
sembrava strapieno di gente e lui non ci si voleva infilare a
forza. Si ferm a contemplare il grande circuito che arrivava
da ogni sua parte fino a boschi lontani. Fu preso dal
desiderio di vedere qualche volta una corsa di cavalli,
ancora in America non ne aveva avuto occasione. In Europa
una volta da bambino era stato portato a una corsa, ma non
riusciva a ricordarsi nient'altro, era stato trascinato dalla
mamma tra molte persone che non volevano cedere il passo.
Dunque in senso stretto non aveva ancora visto nessuna
corsa. Dietro di lui un macchinario inizi a stridere, si volt
e vide, sul dispositivo che rende pubblici i nomi dei vincitori
in occasione delle corse, allungarsi in alto la seguente
scritta: "Kalla, commerciante, con signora e figlio." L
venivano dunque comunicati i nomi degli assunti negli uffici.
Alcuni signori appunto scendevano la scala parlando
vivacemente tra loro, con in mano matite e fogli di appunti,
Karl si strinse al parapetto per lasciarli passare e sal,
poich di sopra si era aperto dello spazio. In un angolo della
piattaforma munita di parapetto di legno - l'insieme
appariva come il il tetto schiacciato di una stretta torre -
sedeva, con le braccia allargate lungo il parapetto di legno,
un signore cui attraverso il petto era attaccata una fascia di
seta con la scritta "Capo della decima
squadra di reclutamento del Teatro dell'Oklahoma". Accanto
a lui c'era un apparecchio telefonico, adoperato anche in
occasione delle corse, con il quale il capo palesemente
veniva messo a conoscenza di ogni informazione necessaria
sui singoli candidati ancor prima della presentazione, infatti
egli non pose nessuna domanda a Karl, ma ad un signore,
che a gambe incrociate, mano sul mento, si appoggiava
vicino a lui, disse: "Negro, uno studente europeo di scuola
media." E come se con ci Karl, che s'inchinava
profondamente, fosse per lui sbrigato, il capo guard gi la
scala se per caso qualcun altro saliva. Tuttavia poich
nessuno veniva, stette ad ascoltare un poco della
conversazione che l'altro signore faceva con Karl, per lo pi
tuttavia guardava verso la pista picchiettando con le dita
sul parapetto. Tali dita sottili eppure forti, lunghe e
velocemente mosse, attirarono l'attenzione di Karl, per
quanto l'altro signore avesse su di lui certe pretese.
"Siete stato disoccupato?" chiese quel signore per prima
cosa. Tale domanda, come quasi tutte le altre che lui pose,
erano molto semplici, del tutto innocenti, e le risposte, oltre
a ci, non vennero verificate con altre domande;
ciononostante costui, per il modo con cui le pronunciava
sgranando gli occhi, per come osservava il loro effetto
sporgendo il busto in avanti, per come accoglieva le
risposte a capo chino sul petto a tratti risollevandolo,
sapeva dare alle domande un significato particolare che non
si capiva bene, la cui sensazione tuttavia rendeva cauti e
impacciati. Avvenne pi volte che Karl sentisse il bisogno di
smentire la risposta data e di rimpiazzarla con un altra che
forse avrebbe avuto pi approvazione, tuttavia si trattenne
sempre perch sapeva che cattiva impressione doveva fare
un tal tentennare ed inoltre com'era per lo pi imprevedibile
l'effetto delle risposte. Ma, a parte questo, sembrava che la
sua assunzione fosse gi bell' e decisa, questa
consapevolezza lo confortava.
Alla domanda se fosse stato disoccupato lui rispose con un
semplice "S".
"L'ultimo impiego dov'era?" chiese poi quel signore. Aveva
gi intenzione di rispondere, Karl, quando l'altro sollev
l'indice e ripet: "l'ultimo!".
Aveva gi capito bene la prima domanda, senza volere
scosse la testa per sbarazzarsi della sottolineatura come
sconcertante, e rispose: "in un ufficio."
Era anche vero, ma quel signore avrebbe preteso una
informazione pi ravvicinata in merito al genere di ufficio,
cos lui avrebbe dovuto mentire. Quello invece non lo fece,
ma pose la domanda cui rispondendo, di gran lunga, era
assolutamente troppo facile restare nel vero: "Eravate
soddisfatto, l?"
"No!" esclam Karl, quasi interrompendolo. Con un'occhiata
di lato Karl not che il capo sorrideva un poco. Karl si pent
del modo irriflessivo della sua ultima risposta, ma era stato
troppo seducente sparar fuori il no, infatti durante tutto il
suo ultimo periodo d'impiego lui aveva avuto solo il
grandissimo desiderio che qualche datore d'impiego
estraneo potesse una volta entrare e rivolgergli quella
domanda. La sua risposta tuttavia poteva avere anche
portare uno svantaggio, infatti ora quel signore poteva
domandare perch lui non fosse stato soddisfatto. Invece di
far questa domanda quel signore ne fece un'altra:"A qual
posto vi sentite adatto?" Domanda che conteneva forse
davvero una trappola, infatti, a che scopo veniva posta,
quando Karl era stato assunto come attore? Per quanto si
rendesse conto di ci, non poteva d'altra parte spingersi
fino a spiegare che si sentiva adatto in particolare per il
mestiere di attore. Perci schiv la domanda e disse, con il
rischio di apparire ostinato: "Ho letto il manifesto in citt, e
poich c'era scritto che tutti possono essere utilizzati, mi
sono presentato."
"Questo lo sappiamo", disse quel signore, tacque e con ci
indic che perseverava nella sua precedente domanda.
"Sono assunto come attore", disse esitante Karl per render
chiara all'altro la difficolt in cui l'ultima domanda lo aveva
messo.
"Questo vero", disse quel signore e di nuovo tacque.
"No", disse Karl, e tutta quanta la speranza di aver trovato
un posto vacill, "non so se sono adatto allla recitazione. Mi
voglio tuttavia sforzare e tentare di eseguire ogni compito."
Quel signore si volse verso il superiore, entrambi annuirono,
Karl parve
aver dato la risposta giusta, riprese coraggio ed attese
sollevato la domanda successiva. Che fu:" inizialmente che
cosa avevate intenzione di studiare?"
Per stare correttamente alla domanda - a quel signore
premeva sempre moltissimo la corretta corrispondenza -
aggiunse: "In Europa, intendo." Tolse la mano dal mento e
fece un movimento stanco come se volesse con ci
significare quanto fossero lontane l'Europa e insieme
insignificanti i progetti fatti l.
Karl disse: "volevo diventare ingegnere." Questa risposta gli
ripugnava, era ridicolo, avendo lui piena consapevolezza
della carriera fatta sin l in America, rinfrescare il vecchio
ricordo che lui una volta aveva avuto intenzione di diventare
ingegnere - e lo sarebbe mai diventato anche in Europa? -
tuttavia non sapeva proprio nessun altra risposta, perci
dette questa.
Ma quel signore la prese sul serio come prendeva tutto sul
serio. "Ora, ingegnere non potete certo diventarlo subito",
disse, "forse sarebbe adatto a voi fare qualche lavoro
tecnico pi modesto."
"Certo", disse Karl molto soddisfatto, veniva s spostato, se
accettava l'offerta, dalla posizione di attore a quella di
tecnico, ma credeva di fatto di poter dare miglior prova in
quel lavoro. Del resto, continuava a ripetersi, non contava
tanto il tipo di lavoro, quanto, assai di pi, restare
durevolmente in un qualche posto.
"Ma siete abbastanza robusto per un lavoro pesante?"
chiese quel signore.
"Oh s", disse Karl.
Dopo di che quello fece avvicinare Karl e gli palp un
braccio.
"E' un giovane robusto", disse quindi, mentre attirava Karl,
tenendolo per il braccio, verso il capo. Costui annu
sorridendo, tese la mano a Karl senza del resto tirarsi su
dalla sua posizione di riposo, e disse: " Allora siete abilitato.
In Oklahoma controlleremo ancora tutto quanto. Fate onore
alla nostra squadra di reclutamento!"
In segno di congedo Karl si inchin, voleva poi anche
congedarsi dall'altro signore, ma quello gi passeggiava in
giro sulla piattaforma, il
viso in su, come se avesse completamente finito il suo
lavoro. mentre Karl scendeva, accanto alla scala sulla
tabella apparve la scritta "Negro, operaio tecnico."
Dato che l tutto prendeva il suo andamento regolare, a Karl
non sarebbe pi molto dispiaciuto se sulla tabella da
leggere ci fosse stato il suo vero nome. Tutto era, perfino
oltre misura, accuratemente avviato, infatti in fondo alla
scala Karl era gi atteso da un inserviente che gli fiss a un
braccio una fascia. Quando Karl sollev il braccio per vedere
cosa c'era vide sulla fascia la dicitura, correttissima, di
"Operaio tecnico".
Quale che fosse il luogo dove doveva esser condotto, lui
desiderava comunque segnalare per prima cosa a Fanny
come tutto era andato bene. Tuttavia, dispiacendosene,
venne a sapere dall'inserviente che sia gli angeli che i
diavoli erano partiti per il prossimo luogo di destinazione
della squadra di arruolamento, per render noto l l'arrivo
dalla squadra per il giorno dopo.
"Peccato", disse Karl, era la prima delusione che lui provava
in quell'impiego, "ho una conoscente tra gli angeli".
"La rivedrete in Oklahoma", disse l'inserviente, "ora per
venite, siete l'ultimo."
Condusse Karl lungo la parte posteriore del palco su cui
prima erano stati gli angeli; ora non c'era altro che i
piedistalli vuoti. La supposizione di Karl che senza la musica
degli angeli sarebbero convenuti pi numerosi in cerca di
lavoro, non si manifest come corretta, infatti davanti al
palco non c'erano pi adulti, solo alcuni ragazzini lottavano
attorno ad una lunga piuma bianca probabilmente caduta
dalle ali di un angelo. Un ragazzo la teneva in alto mentre
gli altri con una mano intendevano abbassargli il capo e con
l'altra tendevano alla penna.
Karl indic i ragazzini, ma l'inserviente senza guardare da
quella parte disse: "Venite pi svelto, c' voluto parecchio
tenpo perch foste assunto. C'era forse qualche incertezza?"
"Non so", disse Karl perplesso, ma credeva di no. Sempre
anche nelle situazioni pi chiare si trovava per qualcuno
che voleva far preoccupare il suo prossimo. Per alla vista
gradevole della grande
tribuna degli spettatori verso cui essi arrivarono, presto
Karl dimentic l'osservazione dell'inserviente. Su quella
tribuna dunque c'erano una grande e lunga panca coperta
da un telo bianco, tutti gli assunti, con la schiena voltata
alla pista, sedevano sulla panca vicina pi in basso, come
ospiti cui veniva offerto da mangiare. Tutti erano contenti
ed eccitati, proprio quando Karl non visto si mise per ultimo
a tavola molti si trovavano con i bicchieri alzati ed uno
faceva un brindisi al capo della decima squadra
arruolamento, che chiam "padre di chi cerca lavoro".
Qualcuno not che anche da l lo si poteva vadere, ed in
effetti la tribuna dei giudici di gara con i due signori era
visibile a distanza assolutamente non grande, Allora tutti
agitarono i bicchieri in quella direzione, anche Karl prese il
bicchiere che si trovava davanti a lui, ma, per quanto forte
si gridasse e tanto si tentasse di farsi notare, nulla sulla
tribuna dei giudici di gara segnal che si facesse attenzione
all'ovazione o almeno la si volesse fare. Il capo stava
appoggiato all'angolo come prima e l'altro signore gli stava
vicino, con la mano portata al mento. Un po' delusi ci si
rimise a sedere, qua e l uno si volse ancora verso la
tribuna dei giudici di gara, ma presto ci si occup solo del
lauto pranzo; pollame di dimensioni quali Karl ancora mai
aveva visto, con molti forchettoni infilati nella carne
arrostita croccante, venne portato in giro, vino continuava
ad essere versato dagli inservienti - ci si faceva appena
caso, si era chinati sul proprio piatto e nel calice riluceva il
rosso del vino - e chi non desiderava partecipare
all'intrattenimento generale poteva osservare immagini di
vedute del tatro dell'Oklahoma accatastate ad un'estremit
della tavola che passavano di mano in mano. Tuttavia ci
s'interessava non molto delle figure e cos accadde che da
Karl, che era l'ultimo, ne giunse una soltanto. Stando a
quella, per, le altre dovevano meritare di esser viste.
Rappresentava il palco del presidente degli Stati Uniti. A
prima vista si poteva pensare che non fosse un palco, ma un
palcoscenico, tanto la balaustrata si estendeva slanciata
lontano nello spazio vuoto. Questa balaustrata era tutta
d'oro in ogni sua parte. Tra le sue colonnette finemente
intagliate erano attaccati vicino l'uno all'altro medaglioni
dei presidenti del passato, uno aveva il naso
sorprendentemente eretto, labbra sporgenti e, sotto le
palpebre bombate, duri occhi sprofondati. Attorno, dai lati
e dall'alto rispetto al palco cadevano raggi di luce; bianca
eppure delicata, essa mostrava in effetti la parte anteriore
del palco, mentre lo sfondo di velluto rosso, drappeggiato in
varie sfumature, calato su tutto il perimetro e tenuto
tramite cordoncini, appariva come un vuoto risplendente di
rosso. Ci si potevano a mala pena immaginare persone,
tanto l'insieme pareva autosufficiente. Karl non dimenticava
di mangiare per guard spesso la figura che aveva messo
vicino al piatto.
Infine lui avrebbe guardato volentieri assai una delle altre
illustrazioni, ma non voleva prendersela da s, un
inserviente ci aveva messo la mano e l'ordine doveva essere
rispettato; cos cerc di ispezionare a distanza la tavola e di
stabilire se ancora un'illustrazione gli si avvicinasse. A quel
punto - all'inizio neanche ci credeva - tra le facce abbassate
al massimo sul cibo ne not stupito una ben nota: Giacomo.
Subito and da lui e grid: "Giacomo!"
Quello, come sempre intimorito quando veniva colto di
sorpresa, si sollev dal mangiare, si volt nello spazio
stretto tra le panche, con una mano si pul la bocca, ma poi
fu molto contento di vedere Karl, lo preg di sedersi accanto
a lui oppure, propose, sarebbe andato lui dov'era Karl;
volevano raccontarsi tutto e rimanere sempre insieme. Karl
non voleva disturbare gli altri, quindi tutti e due dovettero
momentaneamente restare al loro posto, il pranzo sarebbe
presto finito, e poi volevano com' naturale restare sempre
a contatto. Karl rest con Giacomo, per, solo per
guardarlo. Che ricordi dei tempi andati! Dov'era la
capocuoca? Che faceva Therese? Giacomo quasi non era
cambiato d'aspetto, il pronostico della capocuoca, che in sei
mesi si sarebbe fatto le ossa come un robusto americano,
non aveva avuto riscontro, era esile come prima, le guance
erano scavate come prima, per quanto momentaneamente
arrotondate per il fatto che in bocca lui aveva un gran pezzo
di carne da cui con lentezza estraveva gli ossi indesiderati
per poi buttarli nel piatto. Come Karl pot leggergli sulla
fascia al braccio, nemmeno Giacomo era assunto come
attore, ma come giovane
addetto agli ascensori, il teatro dell'Oklahoma pareva
davvero poter servirsi di tutti! Perduto nella contemplazione
di Giacomo, Karl rimase troppo a lungo lontano dal suo
posto. Voleva appunto tornarci, quando il capo del
personale arriv, si mise su una delle panche pi in alto,
batt le mani e tenne un discorsetto durante il quale i pi si
alzarono e i rimasti a sedere che non riuscivano a separarsi
dal mangiare vennero costretti dalle spinte degli altri,
infine, ad alzarsi anche loro.
"Voglio sperare", disse il capo del personale, Karl nel
frattempo era corso in punta di piedi al suo posto, "che loro
siano contenti
del nostro pranzo di benvenuto. In genere il cibo della
nostra squadra di arruolamento riceve elogi. Purtoppo devo
gi sospendere la tavolata, perch il treno che deve portar
loro in Oklahoma parte tra cinque minuti. Si tratta del resto
di un lungo viaggio, per vedranno che si pensato a loro.
Ecco qui il signore che comander il loro trasporto ed al
quale loro devono obbedire."
Un ometto magro si arrampic sulla panca su cui si trovava
il capo del personale, si prese appena il tempo di fare un
fuggevole inchino e subito inizi a indicare con mani
nervose protese come tutti dovessero adunarsi, ordinarsi e
mettersi in movimento. Per sul momento non lo si segu,
infatti quel tale membro della compagnia degli assunti che
gi prima aveva tenuto un discorso, dette un colpo sul
tavolo e inizi un lungo discorso di ringraziamento, per
quanto - Karl divenne molto inquieto - fosse stato appena
detto che il treno partiva tosto. L'oratore per non ci bad
neanche, al fatto che anche il capo del personale non stava
ad ascoltare ed il capo del trasporto dava varie istruzioni, la
fece lunga, cont tutte le pietanze che che erano state
portate in tavola, su ognuna dette il suo giudizio e concluse
poi, riassumendo, con tale proclama: "Stimatissimi signori,
cos si fa per conquistarci!" Tutti, eccetto i due cui il
discorso era diretto risero, ma era in questione pi la verit
che lo scherzo.
Quel discorso si pag oltre a ci con il fatto che a quel punto
il cammino verso la ferrovia dovette essere fatto di corsa.
Non fu per molto difficle infatti - Karl ci fece caso solo
allora - nessuno portava il bagaglio; l'unico
bagaglio era propriamente la carrozzina che ora in testa alla
squadra, pilotata dal padre saltellava su e gi come fosse
priva di peso. Che razza di persone nullatenenti, losche,
erano convenute l e venivano tanto ben accolte e
sorvegliate! Ed al capo del trasporto esse dovevano essere
state caldamente raccomandate. Presto prese anche lui con
una mano il manubrio della carrozzina ed alz l'altra per
incitare la squadra, presto fu dietro l'ultima fila, che
sollecit, presto si mosse lungo i lati, mise in vista alcune
persone lente fuori dal mezzo del gruppo e slanciando le sue
braccia cerc di mostrar loro come dovevano muoversi
veloci.
Quando arrivarono alla stazione il treno era gi pronto. Le
persone in stazione si indicavano a vicenda la squadra, si
sentirono esclamazioni tipo "questi fanno tutti parte del
teatro dell'Oklahoma!", il teatro pareva essere molto pi
noto di quanto Karl avesse supposto, del resto non s'era mai
interessato a cose teatrali. Un intero vagone era destinato
appositamente alla squadra, il capo del trasporto spinse la
salita pi che non il conduttore. Esamin prima ogni singolo
scompartimento, dette ordini qua e l e subito dopo sal
anche lui. Karl per caso aveva avuto un posto accanto al
finestrino e aveva tirato Giacomo con s. Cos sedettero
appiccicati l'uno all'altro e in fondo furono contenti del
viaggio. Ancora, un viaggio cos senza problemi in America
non lo avevano fatto. Quando il treno inizi ad andare,
agitarono le mani fuori dal finestrino, mentre i giovanotti
davanti a loro si davano colpi l'un l'altro, trovavano la cosa
ridicola.
Viaggiarono due giorni e due notti. Allora Karl si rese conto
della grandezza dell'America. Instancabile guard fuori dal
finestrino e si strinse tanto a lungo a Giacomo finch i
giovanotti davanti, molto occupati a giocare a carte, ne
ebbero abbastanza di quella cosa l e gli fecero volentieri
posto, a Giacomo, vicino al finestrino. Karl li ringrazi -
l'inglese di Giocomo era incomprensibile - e divennero nel
corso del tempo, come altrimenti non pu avvenire tra
compagni di scompartimento, molto pi gentili, per quanto
la loro gentilezza spesso
fosse fastidiosa, dato che per esempio quando una carta
cadeva e la cercavano, davano gran pizzicotti nelle gambe a
Karl o a Giacomo. Allora Giacomo urlava ogni volta colto di
nuovo di sorpresa e tirava su le gambe, Karl una volta ci
prov, a rispondere con un calcio, ma per il resto sopport
in silenzio. Tutto quel che succedeva in quel piccolo
scompartimento pieno di fumo a causa del finestrino aperto
era nulla al confronto con quel che c'era fuori da vedere.
Durante la prima giornata attraversarono un'alta montagna.
Nerazzurrognoli massi sfioravano con le loro punte il treno,
ci si sporgeva dal finestrino e si tentava invano di toccarne
la punta, si aprivano vallate scoscese, buie, strette, ci si
descriveva la direzione, indicandola, in cui esse si
perdevano, vennero larghi corsi d'acqua montani che come
grandi onde correvano verso il fondo collinoso e tiravano
con s mille ondine di schiuma, si buttavano sotto i ponti su
cui transitava il treno, cos vicine che al loro alito gelido il
viso rabbrividiva.
Kafka scrisse Der Verschollene tra il 1912 e il 1913, il
romanzo per conosciuto soprattutto con il titolo Amerika,
datogli dall'amico Max Brod. Come si accorge il lettore che
arrivi in fondo, si tratta di un'opera incompiuta, non tanto
perch il finale sia sospeso, quanto perch mancano le
pagine che trasformano il rapporto tra Karl e Brunelda e
comportano la sparizione di Delamarche e Robinson. Inoltre
nell'ultimo capitolo salta fuori un personaggio, Fanny, fin l
ignoto al lettore e ciononostante presentato come una
vecchia conoscenza di Karl.

Suggerisco di "ambientare" il racconto con il mezzo concreto


della visione, anche mentale, delle comiche del cinema muto
americano.

Dedico questo lavoro alla memoria di Angela Storjohan


(1955-2016).

N.Spinosi

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