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Presentazione

Con questo libro, che Claudio Magris ha definito romanzo di un rapporto


istintuale e fisico elementare come quello con la madre (Corriere della Sera),
Handke ha raggiunto un equilibrio di scrittura che la critica non ha esitato a
definire classico. In questo splendido testo Handke ha veramente realizzato
limpossibile (Giorgio Manacorda,La Stampa): di fronte al suicidio della
madre, appreso dal giornale, il giovane scrittore austriaco sente lardua necessit
di ricomporre con le parole quellesistenza mancata, quella vitalit offesa e
ridotta a meccanismo biologico e coatto.
Apparso in lingua tedesca nel 1972, diviene subito un imprevisto bestseller, e
resta forse, ancora oggi, il libro pi amato di Handke.
Di Peter Handke nel catalogo Garzanti sono presenti: Infelicit senza desideri
(1976); La donna mancina (1979); Lora del vero sentire (1980); Storia con
bambina (1982); Attraverso i villaggi (1984); Nei colori del giorno (1985); Lento
ritorno a casa (1986); Il cinese del dolore (1988); La ripetizione (1990); Lassenza
(1991); Saggio sulla stanchezza (1991); Saggio sul juke-box (1992); Saggio sulla
giornata riuscita (1993); Il gioco del chiedere (1993); Lora in cui non sapevamo
niente luno dellaltro (1994); Il mio anno nella baia di nessuno (1996); In una
notte buia uscii dalla mia casa silenziosa (1998); Lucia nel bosco con quelle cose l
(2001); Le immagini perdute (2004), Don Giovanni (2007); La montagna di sale
(2011) e La notte della Morava (2012).

GARZANTI NOVECENTO

Traduzione dal tedesco di


Bruna Bianchi
Titolo originale dellopera:
Wunschloses Unglck
First published by Residenz Verlag Salzburg 1972
Peter Handke
All rights reserved by and controlled through Suhrkamp Verlag Berlin
ISBN 978-88-11-13845-7
1999, 2013, Garzanti Libri s.p.a., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
www.garzantilibri.it
Prima edizione digitale: 2013
Quest'opera protetta dalla Legge sul diritto d'autore.
vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

He not busy being born is busy dying.


Bob Dylan
Dusk was falling quickly. It was just after 7 p.m., and the month was October.
Patgricia Highsmith, A Dogs Ransom

Ledizione domenicale della Volkszeitung, un giornale di Carinzia, alla rubrica


Varie, riportava: Nella notte tra venerd e sabato una casalinga
cinquantunenne di A. (comune di G.) si suicidata con una dose eccessiva di
sonnifero.

Sono passate ormai quasi sette settimane da quando mia madre morta, e voglio
mettermi al lavoro prima che il bisogno di scrivere di lei, cos forte al funerale, si
ritrasformi nellottuso mutismo con cui ho reagito alla notizia del suicidio. S,
mettermi al lavoro: perch il bisogno di scrivere un po di mia madre, anche se
ogni tanto ancora si fa sentire violento, daltra parte talmente vago che sar
necessario uno sforzo per non finire col battere alla macchina sempre una
medesima lettera, lunica cosa che mi andrebbe di fare. Solo che una terapia del
genere non mi servirebbe, anzi mi renderebbe ancora pi passivo e apatico.
Oppure potrei andarmene: una volta partito, in viaggio, questo torpore,
questinerzia mi darebbe meno sui nervi.
Da un paio di settimane sono pi irritabile del solito; inavvicinabile, se c
disordine, freddo e silenzio, mi chino a raccogliere ogni peluzzo e ogni briciola. Il
pensiero di questo suicidio mi rende di colpo cos insensibile, che mi capita di
meravigliarmi che gli oggetti che ho in mano non siano gi caduti da un pezzo.
Eppure desidero questi momenti, perch allora il torpore non c pi e la testa
diventa lucidissima. un orrore in cui torno a star bene: niente pi noia
finalmente, un corpo che non fa pi resistenza, non pi lontananze faticose,
linnocuo passare del tempo.
Il peggio, in un momento simile, sarebbe lintervento di qualcuno, uno sguardo o
addirittura una parola. Si guarda subito da unaltra parte o lo si zittisce
bruscamente; perch si ha bisogno di sentire che ci che si sta vivendo
incomprensibile e non si pu comunicare: solo lorrore risulta logico e reale. Ma a
parlarne ricomincia subito la noia, e tutto torna di colpo inconsistente. Eppure,
ogni tanto, senza che abbia un senso, racconto alla gente il suicidio di mia madre,
e mi irrito se azzardano qualche osservazione. Perch preferirei che mi facessero
cambiare subito discorso, che mi prendessero in giro magari.
Quando, nellultimo film di James Bond, gli chiedono se il suo nemico, che ha
appena gettato gi da una ringhiera morto, e lui risponde Spero bene!, per
esempio ho dovuto mettermi a ridere sollevato. Le battute sulla morte e sui morti

non mi disturbano, anzi addirittura mi fanno bene.


I momenti di paura sono sempre molto brevi, del resto, piuttosto sensazioni di
irrealt che paura, qualche istante dopo tutto torna a chiudersi, e se si in
compagnia si cerca subito di dedicare allaltro unattenzione speciale, come si
fosse stati sgarbati.
Da quando ho cominciato a scrivere, poi, questi stati probabilmente proprio
perch cerco di descriverli con la massima precisione mi sembrano remoti e
finiti. Mentre li descrivo, comincio gi a ricordarmene come di un periodo
concluso della mia vita, e lo sforzo di ricordare e di formulare mi impegna tanto
che i brevi sogni a occhi aperti delle ultime settimane ormai mi sono divenuti
estranei. Di tanto in tanto mi accadeva di trovarmi in uno stato cos, ecco: le
quotidiane rappresentazioni, comunque ripetizioni per lennesima volta di
rappresentazioni iniziali vecchie di anni e di decenni, improvvisamente si
disgregavano, e la coscienza diventava a un tratto vuota da far male.
Ma ora passato, non mi succede pi. Quando scrivo, necessariamente scrivo
di prima, di qualcosa di superato, almeno per il momento in cui scrivo. Faccio
della letteratura, come al solito, estraniato e reificato: una macchina che ricorda e
che formula. E scrivo la storia di mia madre, in primo luogo perch credo di
sapere su di lei e su come matur la sua morte pi di qualunque intervistatore
estraneo, che probabilmente risolverebbe senza fatica questo interessante caso di
suicidio con una tavola per linterpretazione dei sogni (religiosa, psicologica o
sociologica), poi nel mio stesso interesse, perch, quando qualcosa mi d da fare,
torno a vivere; e infine perch, esattamente come qualsiasi intervistatore esterno,
anche se in altra maniera, vorrei fare, di questa MORTE VOLONTARIA, un
caso.
Naturalmente tutte queste motivazioni sono arbitrarie, e sostituibili con altre
ugualmente arbitrarie. Solo ci sono stati brevi momenti di assoluto vuoto di parola,
e il bisogno di formularli: lo stesso impulso di sempre alla scrittura.
Quando arrivai per il funerale, nel borsellino di mia madre trovai la ricevuta di

una raccomandata col numero 432. La sera di venerd, prima di andare a casa e
di prendere le pastiglie, mi aveva spedito a Francoforte una raccomandata con
una copia del testamento (ma perch anche ESPRESSO?). Luned io ero nello
stesso ufficio postale, a telefonare. Erano passati due giorni e mezzo dalla sua
morte, e davanti allimpiegato vidi il rotolo giallo con le etichette delle
raccomandate: erano state gi spedite altre nove raccomandate, il prossimo
numero adesso era il 442, e questo era cos simile a quello che avevo in testa, che
sul momento mi confusi e pensai che tutto ci che era accaduto non fosse vero. La
voglia di raccontarlo a qualcuno mi rese proprio sereno. E poi era una giornata
cos bella; la neve; mangiavamo gli gnocchi; cominci che...: se si cominciasse
cos, sarebbe tutto come inventato, non si richiederebbe allascoltatore o al lettore
una partecipazione personale, gli si presenterebbe soltanto una storia
assolutamente fantastica.

Cominci, insomma, che mia madre nacque, pi di cinquantanni fa, nello stesso
luogo in cui anche morta. Tutto ci che in quella zona si poteva sfruttare
apparteneva allora alla chiesa o alla nobilt terriera; una parte veniva data in
affitto alla popolazione, costituita soprattutto da contadini e da artigiani. La
povert era talmente grande che la piccola propriet era ancora rarissima.
Praticamente le condizioni erano ancora quelle di prima del 1848, quando era
stata formalmente abolita la servit della gleba. Mio nonno ancora vivo e oggi
ha ottantasei anni faceva il falegname e a tempo perso coltivava, con laiuto
della moglie, un po di campi e di prati, per i quali sborsava ogni anno un fitto. di
origine slovena, e illegittimo, come a quellepoca quasi tutti i figli dei contadini,
che, in grado da un pezzo di accoppiarsi, non avevano n i mezzi per sposarsi n
una casa da viverci. Sua madre, per, era figlia di un proprietario che stava bene;
e presso costui suo padre, considerato niente di pi che un maschio, alloggiava
come servo. Comunque, in questo modo, sua madre almeno aveva avuto la somma
che era necessaria allacquisto di un piccolo podere.
Dopo generazioni di poveri diavoli dai certificati di battesimo lacunosi; nati e
morti in stanze altrui; buoni neanche da ereditarci qualcosa, poich venivano
sotterrati con il loro unico bene, che era labito della festa il nonno crebbe cos,
per primo, in un ambiente in cui poteva sentirsi in casa sua, senza essere soltanto
sopportato in cambio della sua fatica quotidiana.
In difesa dei principi economici del mondo occidentale, si leggeva
recentemente, nella pagina economica di un giornale, che la propriet
LIBERT REIFICATA. Nel caso di mio nonno, primo proprietario dimmobili
dopo una sfilza di nullatenenti, e quindi di impotenti, forse ci corrispondeva
ancora alla realt: la coscienza di possedere qualcosa era tanto liberatrice, che
dopo unabulia di generazioni pot formarsi improvvisamente una volont:
diventare ancora pi libero, il che significava solo, e certo a ragione, data la
situazione del nonno: ingrandire la propriet.
In effetti, la propriet iniziale era cos piccola, che uno doveva impiegare quasi

tutte le sue energie solo per conservarla. Sicch lunica possibilit di un piccolo
proprietario ambizioso di migliorare rimaneva il risparmio.
E mio nonno risparmi, finch, con linflazione degli anni Venti, torn a
perdere ci che aveva risparmiato. Allora ricominci a risparmiare, non solo
mettendo da parte il denaro che avanzava, ma soprattutto ignorando i bisogni, e
imponendo anche ai figli la stessa spettrale sobriet; sua moglie, come donna, sin
dalla nascita non aveva nemmeno potuto sognare qualcosa di diverso.
Continu a risparmiare per quando i figli avrebbero avuto bisogno di una
RISERVA da sposarsi o da impiantare un lavoro. Impiegare i risparmi gi prima,
per la loro ISTRUZIONE, un pensiero cos, soprattutto per quanto riguardava una
figlia, naturalmente non poteva venirgli. E anche nei maschi gli incubi secolari dei
nullatenenti in terra straniera erano talmente connaturati, che uno di loro, il quale
pi per caso che per intenzione aveva ottenuto un posto gratuito al liceo, dopo
un paio di giorni non sopport pi lambiente ostile, si fece a piedi, di notte, i
quaranta chilometri dalla citt, e giunto davanti alla casa era sabato, giorno in
cui abitualmente si puliva senza dire una parola, si mise a spazzare il cortile;
quel rumore della scopa allalba fu una spiegazione sufficiente. Pare che in
seguito, diventato falegname, sia stato bravissimo nel suo mestiere, e anche
soddisfatto.
Lui e il fratello maggiore morirono presto nella seconda guerra mondiale.
Intanto il nonno aveva continuato a risparmiare e, al tempo della disoccupazione
degli anni Trenta, aveva di nuovo perduto tutto ci che aveva messo da parte.
Risparmiava, cio non beveva e non fumava; giocava poco. Lunico gioco che si
permetteva era la partita a carte della domenica; ma anche i soldi che vinceva e
giocava con tanto giudizio che vinceva quasi sempre erano soldi da risparmiare,
al massimo ci scappava una monetina per i figli. Dopo la guerra ricominci a
risparmiare, e fino a oggi, che pensionato dello stato, non ha ancora smesso.
Il figlio superstite, padrone duna falegnameria, d lavoro ai suoi venti operai e
non ha piu bisogno di risparmiare: lui investe; il che significa anche che pu bere

e giocare, anzi, cos che deve. A differenza di suo padre, che ha taciuto e
rinunciato tutta la vita, lui ha trovato almeno una specie di linguaggio, anche se lo
usa soltanto per rappresentare, in consiglio comunale, un partitino inesistente, che
in virt di un grande passato farnetica di un grande futuro.
Nascere donna, in questa situazione, era, a priori, nefasto. Ma si pu anche
trovarvi una consolazione: almeno, nessun timore per il futuro. Le chiromanti, alla
sagra, leggevano sul serio il futuro soltanto ai giovanotti; per le donne, questo
futuro si riduceva a qualche spiritosaggine.
Nessuna possibilit, tutto gi previsto: piccole galanterie, risolini, unebbrezza
breve, poi repentinamente la faccia severa, riservata, che diventava subito
unabitudine, i primi figli, stare ancora un po l dopo le faccende di cucina, non
essere ascoltata mai sin dallinizio, fingere lei stessa di non udire, parlare da sola,
reggersi poi a fatica, le vene varicose, niente pi che un mormorio nel sonno,
cancro allutero, e con la morte la predizione alla fine si avvera. Le varie fasi di
un gioco che facevano le bambine di quei posti, si chiamavano: Stanca-DeboleMalata-Moribonda-Morta.
Mia madre era la penultima di cinque figli. A scuola era brava, gli insegnanti le
davano le pagelle migliori, lodavano soprattutto la sua scrittura ordinata: ed ecco
gli anni di scuola erano gi finiti. Studiare era stato soltanto un gioco; una volta
adempiuto lobbligo scolastico, nella vita da adulti diventava inutile. Ora le donne
si abituavano in casa alla loro futura vita di casalinghe.
Nessuna paura, salvo quella creaturale del temporale e del buio, solo un
alternarsi di caldo e di freddo, dumido e di secco, di benessere e di fastidio.
Il tempo passava tra le feste di chiesa, gli schiaffi se si andava a ballare di
nascosto, linvidia per i fratelli, la felicit di cantare nel coro. Tutto quanto
succedeva nel mondo restava un mistero; non si leggevano giornali, oltre il
bollettino diocesano, e anche di questo solo il romanzo a puntate.
Le domeniche: il manzo lesso con la salsa di rafano, la partita a carte, le donne
che stanno a guardare umili, una foto di famiglia con la prima radio.

Mia madre aveva un carattere spavaldo, nelle fotografie si piantava le mani


sulle anche o cingeva col braccio le spalle del fratellino. Rideva sempre, e pareva
che non sapesse farne a meno.
Pioggia-sole, fuori-dentro: i sentimenti femminili dipendevano molto dal tempo,
perch fuori quasi sempre poteva essere solo il cortile, e dentro, solo e
soltanto la propria casa senza una propria stanza.
In quei luoghi il clima ha forti oscillazioni: inverni freddi, estati afose: ma al
tramonto, o anche soltanto allombra degli alberi, si cominciava a rabbrividire.
Tanta pioggia; gi allinizio di settembre, spesso per giorni e giorni, una nebbia
umida davanti alle finestre troppo piccole (anche oggi non vengono costruite pi
grandi); goccioloni sulle funi del bucato, rospi che ti tagliavano la strada nel buio
con un salto, moscerini, insetti, farfalle notturne anche di giorno, vermi e
millepiedi sotto i ciocchi della legnaia; bisognava difendersi da tutto questo, non
cera altro da fare. Raramente senza desideri e felici, in qualche modo, per lo pi
senza desideri e un poco infelici.
Nessuna possibilit di confrontarsi con unaltra forma di vita: ma chiss, nessun
bisogno pi di farlo?
Cominci cos, che improvvisamente a mia madre venne voglia di far qualcosa:
voleva studiare; perch, da bambina, studiando aveva percepito qualcosa di se
stessa. Era stato come quando uno dice: Mi sento. Per la prima volta un
desiderio, che venne anche espresso ripetutamente, finch divent unidea fissa.
Mia madre raccontava di aver mendicato dal nonno il permesso di imparare
qualcosa. Ma la questione non si poneva neppure: per liquidarla, bastava un gesto
della mano; bast quel gesto, e fu una cosa da non pensarci pi.
Tuttavia la gente aveva un rispetto secolare per i fatti compiuti: una gravidanza,
la guerra, lo stato, le usanze e la morte. Quando mia madre, a quindici o sedici
anni, semplicemente se ne and di casa e impar a fare la cuoca in un albergo sul
lago, il nonno la lasci fare, dato che ormai se nera andata; e poi, a far la cuoca,
cera poco da imparare.

Ma ormai le possibilit erano gi esaurite: aiuto-sguattera, cameriera, aiutocuoca, capocuoca. Mangiare si manger sempre. Nelle fotografie, una faccia
arrossata, guance lucide, a braccetto delle amiche, che si era trascinate dietro,
timide e serie; unallegria cosciente di s: Non pu pi succedermi niente!; il
piacere aperto, esuberante, della compagnia.
La vita di citt: vestiti corti, scarpe coi tacchi alti, la messa in piega, gli
orecchini, una spensierata voglia di vivere. Perfino un soggiorno allestero!, come
cameriera nella Foresta Nera, ADORATORI tanti, ESAUDITO nessuno! Uscire,
ballare, divertirsi, far chiasso: la paura del sesso veniva mascherata cos; ma se
non mi piaceva nessuno. Il lavoro, il piacere; cuore pesante, cuore leggero,
Hitler alla radio aveva una bella voce.
La nostalgia di quelli che non possono permettersi niente: di ritorno allalbergo
sul lago, adesso tengo gi la contabilit, attestati pieni di lodi: La signorina... ha
dato prova... di diligenza e buona volont. Per il suo zelo e il suo carattere aperto
ci duole... Lascia la nostra casa di sua volont. Gite in barca, notti passate
ballando, nessuna stanchezza.
10 aprile 1938: il s tedesco! Alle ore 16 e 15 minuti, percorse trionfalmente le
strade di Klagenfurt, arriv il Fhrer, mentreecheggiava la marcia di
Badenweiler. Il giubilo della massa sembrava non conoscere confini. Nel
Wrthersee ormai sgombro dal ghiaccio, si specchiavano a migliaia gli stendardi
con la croce uncinata delle stazioni climatiche. Gli aerei dellex impero e i nostri
apparecchi volavano a gara con le nuvole.
Gli annunci economici dei giornali offrivano distintivi elettorali e bandiere di
seta o soltanto di carta. Alla fine della partita di calcio le squadre salutavano con il
regolamentare Sieg Heil!. Tutti i veicoli ebbero la targa col D, al posto di quella
con lA. Alla radio: ore 6,15. Regolamenti; 6,35. Parola dordine; 6,40. Ginnastica;
20,00. Concerto di Richard Wagner; fino a mezzanotte, variet e musica da ballo,
trasmessa dalla stazione di Knigsberg.
Il 10 aprile la tua scheda dovr essere cos: una croce ben chiara sul cerchio

pi grande sotto la parola S.


Ladri appena rilasciati dal carcere e gi recidivi si confessavano colpevoli
dichiarando davere acquistato gli oggetti in questione in negozi che, siccome
appartenevano a ebrei, NEL FRATTEMPO AVEVANO CESSATO DI ESISTERE.
Fiaccolate e celebrazioni solenni; gli edifici fregiati con i nuovi simboli del
potere ricevettero FACCIATE e SALUTARONO; i boschi e le cime dei monti SI
ADORNARONO; gli avvenimenti storici furono presentati alla gente di campagna
come uno spettacolo naturale.
Eravamo molto eccitati, raccontava la mamma.
Per la prima volta si facevano delle esperienze in comune. Persino la noia dei
giorni di lavoro prendeva unaria di festa, sino alle ore piccole. Finalmente tutto
ci che era sempre stato incomprensibile ed estraneo si inser in un grande
contesto: i fatti si ordinarono in relazioni reciproche, e il lavoro stesso, da
automatico e alienante che era, acquist un significato, come una festa. I
movimenti che la propria coscienza vedeva eseguire contemporaneamente da
tante altre persone si componevano in un ritmo sportivo, e la vita riceveva una
forma in cui ci si sentiva protetti e liberi insieme.
Il ritmo divent esistenziale: come un rituale. Il bene comune viene prima del
bene individuale, il senso della comunit viene prima dellegoismo. Cos, era
come se uno fosse dappertutto a casa sua, la nostalgia non esisteva pi. Tanti
indirizzi dietro le fotografie, si dovette acquistare (o donare?) un taccuino, per la
prima volta: tutto a un tratto si conosceva tanta gente, e succedevano tanti fatti,
che uno poteva DIMENTICARE qualcosa. Le era sempre piaciuto essere
orgogliosa di qualcosa; e poich ora tutto ci che si faceva era importante, lei
divent orgogliosa davvero, non di qualcosa in particolare, ma orgogliosa cos,
come atteggiamento, e come espressione di un senso della vita finalmente
raggiunto; e questo vago senso dorgoglio non lo volle pi abbandonare.
Di politica continuava a non interessarsi: ci che accadeva con tanta evidenza
era per lei tuttaltra cosa: una mascherata, un cinegiornale UFA (Grande

rassegna dattualit Due settimane in sonoro!), una sagra mondana. La


politica era qualcosa di immateriale, di astratto, non un ballo in maschera n un
girotondo, n unorchestra in costume, niente che fosse VISIBILE. Dovunque si
guardava, una gran festa, e la politica: era qualcosa?, una parola, ma non un
concetto, perch ti era gi stata inculcata nei libri di scuola come tutti i concetti
politici, senza rapporto con qualcosa di tangibile, di reale, appunto solo come una
parola da tenere a mente oppure come un simbolo senza luomo. Loppressione:
una catena o il tacco duno stivale; la libert: la vetta di una montagna; il sistema
economico: una ciminiera che fuma tranquilla o una buona pipata dopo il lavoro; e
il sistema sociale: una scala, con su scritto imperatore-re-nobile / borghesecontadino-tessitore / falegname-mendicante-becchino (un gioco che, oltre a
tutto, si poteva giocare al completo soltanto nelle famiglie dei contadini, dei
falegnami e dei tessitori, che avevano tanti figli).
Questo periodo serv a mia madre per uscire da se stessa e diventare autonoma.
Acquist un contegno, perdette anche quellestrema paura di essere toccata: il
cappellino tutto scivolato in avanti, perch un giovanotto appoggiava la testa alla
sua, mentre lei, soddisfatta di s, rideva nella macchina fotografica. (La finzione
che le fotografie possano dire qualcosa: ma non forse vero che ogni
formulazione, anche di ci che realmente accaduto, gi pi o meno fittizia?
Meno, se ci si limita a fare una relazione; pi, quanto pi esattamente si cerca di
formulare? E quanto pi si finge, tanto pi la storia diventer interessante anche
per qualcun altro, perch pi facile identificarsi con delle formulazioni che con
dei fatti semplicemente riferiti? Di qui il bisogno di poesia? Mancanza di respiro
sulla riva del fiume, secondo una formulazione di Thomas Bernhard.)
La guerra, una serie di successi annunciati, al suono di una gran musica
dallaltoparlante rivestito di stoffa delle radio del popolo che ammiccavano
misteriosamente nel santuario dogni casa, accrebbe ancora la coscienza di s,
aumentando lincertezza di tutte le condizioni (Clausewitz), e rendendo

casuale, e quindi emozionante, ci che prima era stato quotidiano e ovvio. Per lei
non fu lo spettro angoscioso della prima infanzia, determinante per la futura
sensibilit, come invece doveva essere per me, ma solo lesperienza di un mondo
leggendario, del quale sino a quel momento al massimo si erano contemplati i
prospetti. Un nuovo senso per le distanze, per ci che cera PRIMA, in tempo di
PACE, e soprattutto per gli altri, per quelli che, uno per uno, avevano avuto il ruolo
inconsistente di compagno di scuola, di ballo e di lavoro. E per la prima volta,
anche il senso della famiglia: Caro fratello...! Guardo sulla carta geografica
dove puoi essere adesso... Tua sorella....
Cos, anche il primo amore: per un camerata del partito, un tedesco che,
impiegato della cassa di risparmio, ora, vestito da ufficiale del commissariato, era
fantastico: e presto messa incinta. Lui era sposato, e lei lo amava, molto, si
lasciava dire da lui qualunque cosa. Lo present ai genitori, fece con lui delle gite
nei dintorni, gli tenne compagnia nella sua solitudine di soldato.
Aveva tante attenzioni per me, e io non avevo paura di lui come degli altri
uomini.
Era lui che decideva, e lei acconsentiva. Una volta le regal qualcosa: un
profumo. Le prest anche una radio per la sua stanza, ma poi se la riprese.
Allora lui leggeva ancora, e cos lessero insieme un libro intitolato Presso il
caminetto. Durante una gita in montagna, correndo per la discesa, mia madre si
lasci sfuggire un vento e mio padre ebbe da ridire: pi avanti fu lui a mollare una
scoreggia, e toss un po. Raccontandomelo lei si piegava in due, e ridacchiava di
gusto, ma con la coscienza sporca, perch cos metteva in ridicolo proprio il suo
unico amore. Lei stessa si divertiva allidea di aver voluto bene a qualcuno, e per
giunta a un tipo cos. Pi basso di lei, di molti anni pi anziano, quasi calvo, lei gli
camminava accanto con le scarpe basse, cambiando di continuo il passo per
adattarlo al suo, appesa a un braccio per nulla compiacente dal quale continuava
a scivolar via, una coppia male assortita, ridicola; e tuttavia, ancora dopo
ventanni, lei si struggeva di poter riprovare per qualcuno ci che aveva provato

un tempo alle stitiche, compassate attenzioni di quel travet da cassa di risparmio.


Ma non ci fu nessun ALTRO: le circostanze della vita lavevano educata a un
amore che doveva restare fissato su un oggetto non mutabile, non sostituibile.
Vidi mio padre per la prima volta dopo lesame di maturit: lincontrai per caso,
prima dellora fissata per lappuntamento, con un pezzo di carta ripiegata sul naso
bruciato dal sole, sandali ai piedi, un collie al guinzaglio. Poi, in un piccolo caff
del villaggio natale di lei, lincontro con lamata di un tempo, la madre eccitata, il
padre smarrito: io stavo alla larga davanti al juke-box e suonavo Devil in Disguise
di Elvis Presley. Il marito aveva fiutato la cosa, e come segno sped in quel caff il
figlio minore; il bambino si compr un gelato, poi rimase in piedi accanto
allestraneo e alla madre, domandandole di tanto in tanto, sempre con le stesse
parole, quando sarebbe tornata a casa. Mio padre infil le lenti da sole sullaltro
paio di occhiali, disse qualcosa al cane, infine era ora di pagare. No, no, offro
io, disse, quando anche mia madre prese il portamonete dalla borsa. Dal nostro
viaggio le mandammo insieme una cartolina. A ogni sosta lui raccontava in giro
che io ero suo figlio, perch non voleva assolutamente che ci prendessero per
omosessuali. La vita laveva deluso, era sempre pi solo. Da quando conosco gli
uomini amo gli animali, diceva, ma naturalmente non proprio sul serio.
Poco prima del parto mia madre spos un sottufficiale della Wehrmacht, che
lADORAVA gi da tempo e a cui non importava niente che lei aspettasse un
bambino da un altro. Quella o nessuna! aveva pensato al primo sguardo, e coi
suoi camerati aveva subito scommesso che lavrebbe avuta, ovvero che lei
lavrebbe preso. Le ripugnava, ma la convinsero che era suo dovere (dare un
padre al bambino): per la prima volta si lasci intimidire, le pass un poco la
voglia di ridere. E poi le faceva una grande impressione che qualcuno si fosse
ficcato in testa di sposare proprio lei. Tanto, credevo che sarebbe morto in
guerra, raccontava. Ma poi, improvvisamente, ebbi paura per lui.
Comunque ora aveva diritto a un prestito matrimoniale. And a Berlino col

bimbo, dai genitori di suo marito. La tollerarono. Cadevano gi le prime bombe, lei
torn indietro, una storia come tante, ricominci a ridere, e ridendo cacciava degli
urli da far trasalire.
Il marito lo dimentic, abbracciava il bambino da farlo piangere, e si rintan in
casa, dove, dopo la morte dei fratelli, ormai si stava a fissare nel vuoto. Non
doveva succedere nientaltro? Doveva essere proprio finito tutto? Messe per i
defunti, malattie infantili, le tendine tirate, lettere di vecchie conoscenze dei giorni
spensierati; rendersi utile in cucina e nei campi, di tanto in tanto abbandonati per
mettere il bambino allombra; poi gli allarmi, anche in campagna ormai, la corsa
della gente verso le grotte usate da rifugi, il primo cratere di bomba in paese,
trasformato pi tardi in campo di giochi e scarico delle immondizie.
Proprio le giornate pi luminose divennero spettrali, e il mondo esterno, fattosi
familiare per il quotidiano contatto con gli incubi infantili, si aggirava di nuovo
negli animi come unapparizione inafferrabile.
Mia madre assisteva a tutti gli avvenimenti come a bocca aperta. Non divent
paurosa; al massimo, contagiata dalla paura generale, scoppiava in una breve
risata, per la vergogna che il corpo si rendesse di colpo cos sfacciatamente
autonomo. Non ti vergogni? oppure Vergognati!: per la bambina, ma
soprattutto per ladolescente, questo era stato il filo conduttore al quale di continuo
fare riferimento. In quel contesto cattolico-contadino ogni espressione di vita
autonoma da parte di una donna era di per s qualcosa di sfacciato, di
incontrollato; sguardi severi e lunghi, finch la vergogna non era pi solo finzione,
ma scoraggiava, gi nellintimo, le sensazioni pi elementari. Rossore
femminile anche nei momenti di gioia, perch bisognava ben vergognarsi anche
di quella gioia; nella tristezza non si sbiancava in viso ma si arrossiva, e anzich in
lagrime ci si scioglieva in sudore.
In citt mia madre aveva creduto di trovare una forma di vita che le si adattava
un poco, nella quale comunque lei si sentiva a suo agio; ma ora si accorse che la
forma di vita degli altri, escludendo qualsiasi altra possibilit, si presentava anche

come il solo contenuto soddisfacente. Se, parlando di s, oltrepassava la semplice


informazione, bastava uno sguardo per farla ammutolire.
La gioia di vivere, un passo di danza a mezzo del lavoro, un motivetto
canticchiato a fior di labbra, tutti grilli per il capo, e siccome nessuno
lassecondava e una restava sola coi suoi grilli, presto si convinceva che fosse
davvero cos. Gli altri vivevano la loro vita come un esempio, mangiavano poco
per dare lesempio, tacevano per dare lesempio, andavano a confessarsi solo per
rammentare i suoi peccati a chi restava a casa.
Cos si era ridotti alla fame. Ogni piccolo tentativo di spiegarsi era solo un
brontolio di risposta. Ci si sentiva liberi, certo, ma non si poteva esprimerlo. Gli
altri erano bambini, vero; ma proprio perch erano dei bambini, era deprimente
esser guardati con tanta severit.
Finita la guerra, a mia madre torn in mente che aveva un marito, e bench
nessuno avesse chiesto di lei, fece ritorno a Berlino. Anche luomo si era
dimenticato che una volta, per scommessa, laveva voluta, e viveva con unamica;
cera stata la guerra.
Ma lei si era portata dietro il bambino, e svogliatamente entrambi seguirono il
senso del dovere.
In subaffitto in uno stanzone di Berlino-Pankow, il marito beveva da
manovratore, beveva da bigliettario, beveva da fornaio, e la moglie a correre con
il secondo figlio in collo dal padrone a pregarlo di provare unaltra volta: la solita
storia.
In questa miseria mia madre perdette le guance paffute della contadina e
divent una signora proprio elegante. Teneva la testa alta e cominci ad assumere
un suo portamento. Era arrivata al punto che poteva indossare qualsiasi cosa, e
tutto le stava bene. Non aveva bisogno della volpe sulle spalle. Quando il marito,
passata la sbornia, le si faceva vicino assicurando che lamava, lei gli sorrideva
compassionevole e sprezzante. Nulla pi poteva toccarla.
Uscivano spesso ed erano una bella coppia. Quando era ubriaco, lui diventava

SFACCIATO, e lei doveva essere SEVERA. Allora lui la picchiava, perch lei non
aveva niente da dirgli e dopotutto era lui che portava i soldi a casa.
Senza che lui lo sapesse, abort con un ferro da calza.
Per qualche tempo lui abit dai propri genitori, poi le fu rispedito. Ricordi
dinfanzia: il pane fresco che talvolta lui portava a casa, il pane di segale scuro e
oleoso intorno al quale la stanza buia rifioriva, le parole di lode della mamma.
In questi ricordi ci sono pi oggetti che persone, una trottola che balla su una
strada in un vuoto di macerie, fiocchi davena sul cucchiaio, muco grigiastro in
una sputacchiera di latta fabbricata in Russia, e delle persone solo i particolari: i
capelli, le guance, cicatrici nodose sulle dita; mia madre aveva ancora
dallinfanzia un taglio sullindice, cicatrizzatosi in unescrescenza, e uno si
teneva a questa gobba carnosa camminandole accanto.
Non era dunque diventata nessuno e ormai non poteva pi diventare qualcuno,
non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di predirglielo. Raccontava gi dei suoi
tempi, anche se non aveva neppure trentanni. Finora non aveva messo su
niente, ma ora la vita era cos stentata che dovette cominciare a usar giudizio.
Mise su giudizio senza capire niente.
Aveva gi cominciato a farsi dei pensieri, aveva anche cercato di metterli in
pratica come poteva; ma poi il Giudizio! il riflesso della ragionevolezza
Ho gi smesso di parlare!.
Messa a regime, impar anche lei a lesinare, con persone e cose, bench ci
fosse poco da imparare: le persone, un marito inaccostabile e dei figli non ancora
accostabili, contavano poco, e quanto alle cose, se ne poteva disporre ormai solo
in quantit minima; cos dovette diventare meschina e avara: le scarpe della
domenica non si potevano portare durante la settimana, il vestito buono bisognava
riappenderlo alla gruccia appena a casa, la rete della spesa non era fatta per
giocare!, il pane caldo solo per domani (anche lorologio della mia cresima fu poi
messo sotto chiave subito dopo).

Per non saper che fare, si diede un contegno, e fin con lessere di troppo a se
stessa. Divent vulnerabile, e lo nascose con una dignit ansiosa e forzata, dietro
la quale, alla minima offesa, spuntava subito un viso inerme e spaurito. Era facile
umiliarla.
Come suo padre, credeva di non potersi pi concedere niente, ma poi chiedeva
ai bambini, ridendo confusa, di lasciarle dare una leccatina al loro dolce.
Dai vicini era benvoluta e ammirata; aveva il carattere socievole degli austriaci
e le piaceva cantare, era una persona A POSTO, non civetta e manierata come
quelli delle grandi citt, su di lei non cera niente da ridire. Andava daccordo
anche coi russi, perch era in grado di farsi capire in sloveno. E allora parlava
molto, diceva tutte le parole che sapeva, questo la liberava.
Ma non ebbe mai voglia di unavventura. I rimorsi le venivano regolarmente
troppo presto; il pudore, cos a lungo predicato, era divenuto ormai parte di lei.
Poteva immaginarsi unavventura solo nel senso che qualcuno volesse qualcosa
da lei; e questo la impauriva, dopo tutto lei non voleva niente da nessuno. Gli
uomini poi con i quali le piaceva stare erano CAVALIERI, il gradevole sentimento
che provava in loro compagnia le bastava come intimit. Purch ci fosse qualcuno
con cui parlare, si faceva sciolta e quasi felice. Non permetteva pi che qualcuno
le si avvicinasse, o almeno ci sarebbe dovuto avvenire con quella delicatezza
per la quale un tempo si era sentita una persona diversa: ma ormai la riviveva solo
in sogno.
Divent un essere neutro, si esprimeva nelle faccende quotidiane.
Non era sola, al pi si sentiva come dimezzata. Ma non cera nessuno che la
completasse. Ci completavamo cos bene, raccontava dei tempi dellimpiegato
della cassa di risparmio; quello sarebbe stato il suo ideale di eterno amore.

Il dopoguerra; la grande citt: una vita come quella di prima non era possibile in
questa citt. La si traversava di corsa, scavalcando macerie per scorciare la
strada, e si finiva ugualmente per ritrovarsi in fondo alle lunghe code, premuti dai
propri contemporanei che, ridotti ormai ai soli gomiti, guardavano in aria. Una
breve risata infelice, distogliere gli occhi, farli vagare come gli altri nel vuoto,
colti nellatto di mostrare il bisogno come gli altri, orgoglio offeso, tentativi di
mantenere a tutti i costi le distanze, miserabili, perch proprio cos ci si
confondeva fino a poter essere scambiati con la gente attorno: una cosa che urta
ed urtata, spinge ed spinta, insulta ed insultata. La bocca, che finora almeno
ogni tanto era rimasta aperta nello stupore giovanile (o nel Far-Finta-Di tipico
della donna), nella timidezza contadina, alla fine di un sogno a occhi aperti che
aveva alleggerito il cuore pesante, in questa nuova condizione di vita si serr con
fermezza eccessiva, segno che ci si adeguava a quella decisione generale che,
non esistendo niente o quasi per cui uno potesse decidersi personalmente, poteva
essere soltanto una finzione.
Un viso come una maschera non rigido come una maschera, ma mobile come
una maschera , una voce alterata, che sforzandosi timidamente di non attirare
lattenzione, imitava non solo laltro dialetto, ma anche i modi di dire estranei
Alla salute!, Gi le zampe di l!, Oggi mangi di nuovo come un lupo , un
atteggiamento del corpo studiato, con lanca piegata, un piede davanti allaltro...
tutto questo, non per diventare unaltra persona, ma per diventare un TIPO: per
trasformarsi da comparsa danteguerra in comparsa del dopoguerra, da fresca
contadina in cittadina; per lei bastava la descrizione: ALTA, SNELLA, BRUNA.
Descritta cos, come un tipo, una si sentiva liberata persino dalla propria storia,
perch ormai viveva se stessa soltanto come sotto il primo sguardo di un estraneo
che ti valuta sessualmente.
Cos una vita interiore che non ebbe mai la possibilit di diventare
pacificamente borghese, fu consolidata almeno in superficie, imitando goffamente
nei rapporti sociali il sistema di valutazione borghese tipico delle donne

soprattutto, per cui laltro il mio tipo ma io non sono il suo, oppure io il suo ma lui
non il mio, oppure siamo fatti luno per laltra, oppure uno non pu soffrire laltro
per cui insomma tutte le forme di rapporto vengono ormai concepite come
regole talmente obbligatorie, che ogni atteggiamento un po pi personale, un po
compartecipe, non che uneccezione. In fondo non era il mio tipo, diceva, per
esempio, mia madre, di mio padre. Si viveva dunque in base a questa dottrina dei
tipi, in essa ci si ritrovava piacevolmente oggettivati e non si soffriva pi di se
stessi, n della propria origine, n della propria individualit, afflitta forse dalla
forfora o dai piedi sudati, n delle condizioni di sopravvivenza che ogni giorno
tornavano a riproporsi; come tipo, anche un disgraziato usciva da una solitudine e
da un isolamento vergognosi, perdeva se stesso eppure diventava qualcuno, anche
se solo di passaggio.
Allora si andava per le strade come senza peso, sospinti da tutto ci che si
poteva sfiorare spensieratamente, respinti da tutto ci che chiedeva una sosta e
ripristinava una fastidiosa coscienza di s: le lunghe code, un ponte alto sulla
Sprea, una vetrina di carrozzine (aveva abortito unaltra volta di nascosto). Senza
pace per restare in pace, irrequieti per sfuggire a se stessi. Parola dordine: Oggi
non voglio pensare a niente, oggi voglio essere felice.
Ogni tanto ci riusciva, e la persona si perdeva nel tipo. Allora persino la
tristezza era solo una breve fase dellallegria: Abbandonata, abbandonata /
come una pietra nuda e desolata / cos abbandonata son io; imitando con
sicurezza la malinconia di questa finta canzone popolare, dava il suo contributo al
divertimento di tutti e anche al proprio, e il programma seguitava, per esempio,
con le barzellette sporche, e gi si poteva ridere con un senso di liberazione solo a
sentirne il tono, sconcio sin dallinizio.
Ma a casa, le QUATTRO PARETI, e con queste, sola; lo slancio durava ancora
un po, un canticchiare a bocca chiusa, il passo di danza accennato togliendosi le
scarpe, il desiderio fuggevole di uscire dalla propria pelle, e gi ci si trascinava
per la stanza, dal marito al bambino, dal bambino al marito, da una cosa allaltra.

Ogni volta sbagliava i calcoli; a casa infatti i piccoli sistemi borghesi di


liberazione non funzionavano pi, perch le condizioni di vita labitare un unico
locale, la preoccupazione per il puro e semplice pane quotidiano, la forma
dintesa il COMPAGNO DELLA SUA VITA limitata quasi soltanto a una mimica
involontaria e a un impacciato rapporto sessuale erano addirittura preborghesi.
Bisognava uscire di casa per avere almeno qualcosa dalla vita. Fuori il tipo del
vincitore, dentro la met pi debole, leterno perdente. Quella non era vita!
Ogni volta che in seguito lo raccontava e aveva bisogno di raccontare
rabbrividiva per il disgusto e linfelicit, anche se cos timidamente che non
riusciva a riscuoterli da s, ma anzi li rianimava con un fremito.
Un ridicolo singhiozzare in gabinetto quando io ero ancora un bambino, un
soffiar di naso, occhi rossi da coniglio. Fu; divenne; divenne un niente.
(Naturalmente sono un po imprecise queste cose scritte su qualcuno ben
preciso: ma solo le generalizzazioni che espressamente prescindano da mia
madre come possibile protagonista straordinaria di una storia forse irripetibile
possono riguardare qualcun altro oltre a me; riferire semplicemente gli alti e bassi
duna vita troncata dimprovviso non sarebbe che pretenzioso.
Il pericolo di queste astrazioni e formulazioni che tendono a rendersi
autonome. Dimenticano la persona da cui sono partite: una reazione a catena di
locuzioni e di frasi come le immagini di un sogno, un rituale letterario per cui la
vita di un individuo non che unoccasione.
Questi due pericoli il semplice referto e lo scomparire indolore di una persona
in una serie di frasi poetiche rallentano la scrittura, perch a ogni frase ho paura
di perdere lequilibrio. Ci vale per qualunque attivit letteraria, ma
particolarmente in questo caso, dove i fatti sono cos perentori che non c quasi
pi niente da inventare. Per questo allinizio sono partito dai fatti e ho cercato
delle formulazioni. Poi mi sono accorto che nella ricerca delle formule mi
allontanavo dai fatti. Allora, anzich dai fatti, sono partito dalle formule gi

esistenti, dal patrimonio linguistico sociale, scegliendo dalla vita di mia madre quei
fatti che erano gi contenuti in queste formule; perch solo in un linguaggio non
elettivo e pubblico sarebbe stato possibile rintracciare, fra i tanti dati che non
dicono niente, quelli che espressamente richiedono di venir pubblicati.
Frase per frase, confronto quindi la riserva di formule comunemente in uso per
la biografia di una donna, con la vita particolare di mia madre; dalle concordanze
e dalle discordanze nasce la scrittura vera e propria. Ma bisogna che io non
trascriva delle semplici citazioni; le frasi, anche quando sembrano citate, non
devono mai far dimenticare che si tratta di una persona particolare, almeno per
me; e solo in tal caso, con lo spunto personale, diciamo pure privato, saldamente e
accuratamente situato al centro, mi parrebbero utilizzabili.
Unaltra particolarit di questa storia: io non mi allontano, come succede di
regola, una frase dopo laltra, dalla vita interiore delle figure descritte, per
contemplarle liberato e solenne dallesterno, quasi insetti finalmente
incapsulati; ma scrivendo cerco di accostarmi, con seriet ferma e costante, a
qualcuno che non posso afferrare compiutamente con nessuna frase, sicch devo
ricominciare sempre daccapo senza arrivare mai allusuale, distaccata
prospettiva dallalto.
Di solito, infatti, parto da me stesso e dalle mie faccende; mentre scrivo me ne
libero gradualmente, e alla fine congedo me stesso e le mie faccende come un
prodotto che si offre alla vendita. Ma stavolta, dato che sono solo il descrittore, e
non posso assumere anche la parte del descritto, non sono capace di distanziarmi.
Posso distanziarmi solo da me stesso, mia madre non pu diventare e non
diventer per me quello che io divento per me stesso, una figura artistica alata e
vibrante, sempre pi serena. Lei non si lascia incapsulare, resta inafferrabile, le
frasi precipitano in qualcosa di buio e giacciono confuse sulla carta.
Indicibile, si dice spesso nelle storie, oppure indescrivibile, e solitamente io
ritengo che siano scuse meschine; ma questa storia ha veramente a che fare con
linesprimibile, con attimi di terrore ineffabile. Tratta di momenti in cui la

coscienza, per lorrore, fa un salto; stati di terrore talmente brevi che la lingua
arriva sempre troppo tardi; processi onirici cos atroci che si vivono fisicamente
come vermi nella coscienza. Sentirsi mancare il respiro, irrigidirsi, un freddo
gelido mi strisci per la schiena, i capelli mi si rizzarono sulla nuca: momenti,
sempre, di una storia di fantasmi, aprendo un rubinetto che poi chiudiamo
precipitosamente, di sera per strada con una bottiglia di birra in mano; momenti,
per lappunto, non una storia compiuta con una fine prevedibile, in un modo o
nellaltro consolante.
Tuttal pi, nel sogno che la storia di mia madre si lascia per breve tempo
afferrare: perch allora i suoi sentimenti diventano cos fisici che io li vivo come
una controfigura, e mi identifico con essi; ma questi sono proprio quei momenti di
cui gi si parlava, dove lestremo bisogno di comunicare coincide con unestrema
incapacit di parlare. Perci si finge la regolarit di uno schema consueto di vita,
scrivendo: Allora - poi, Perch - sebbene, fu - divenne - divenne un niente,
e in tal modo si spera di padroneggiare la volutt del terrore. E questo forse il
lato comico della storia.)
Nella primavera del 1948, mia madre abbandon, col marito e i due figli, la
bambina di un anno nella borsa della spesa, il settore orientale, senza documenti.
Passarono di nascosto, sempre allalba, due confini, una volta lalt di una
sentinella russa e come parola dordine la risposta in sloveno della madre, per il
bambino da allora una trinit di alba, bisbigli e pericolo, una lieta eccitazione nel
viaggio in treno attraverso lAustria, e di nuovo abitava nella casa dove era nata e
dove a lei e alla sua famiglia si fece posto in due stanzette. Il marito fu sistemato
come capo operaio presso la falegnameria del fratello, lei fu di nuovo parte
dellantica comunit casalinga.
Diversamente che in citt, qui era orgogliosa di avere dei figli, e si faceva
vedere in giro con loro. Non si lasciava dire pi niente da nessuno. Un tempo
rispondeva, al massimo, con un po di superbia; adesso rideva in faccia a tutti,

sapeva ridere in faccia tanto da ridurre chiunque al silenzio. Soprattutto al marito,


ogni volta che parlava dei suoi progetti innumerevoli, rideva in faccia cos
crudamente che presto lui si imbrogliava e finiva con guardare senzespressione
fuori dalla finestra. Vero che il giorno dopo ricominciava daccapo (come rivive
quellepoca al risuonare delle risate della mamma!). Allo stesso modo
interrompeva anche i figli, quando desideravano qualcosa, ridendogli in faccia;
perch era ridicolo esprimere seriamente dei desideri. Intanto mise al mondo il
terzo figlio.
Riprese il dialetto nativo, anche se solo per gioco; una donna che ha VISSUTO
ALLESTERO. Anche le amiche di un tempo erano tornate quasi tutte a vivere al
paese; in citt e oltre confine cerano state solo poco.
Lamicizia, in questa forma di vita limitata al lavoro. e alla pura e semplice
sopravvivenza, significava tuttal pi conoscere bene qualcuno: ma non dargli
confidenza. Tanto, era chiaro che tutti avevano le stesse preoccupazioni, ci si
distingueva solo perch uno le prendeva pi alla leggera e un altro meno, era tutta
questione di temperamento.
Le persone di questo strato sociale che non avevano preoccupazioni
diventavano stravaganti, teste matte. Gli ubriachi non diventavano loquaci, anzi
ancora pi taciturni, per un istante facevano magari baccano o cacciavano un
urlaccio, poi ripiombavano in se stessi, finch, allora di chiusura, di colpo si
mettevano a singhiozzare senza un motivo e abbracciavano o picchiavano il
primo che capitava.
Non cera niente da raccontare di se stessi; anche in chiesa, per la confessione
pasquale, quando almeno una volta allanno si poteva dire qualcosa di s, si
mormoravano soltanto le formule del catechismo, nelle quali il proprio io
diventava davvero pi estraneo di un pezzo di luna. Se qualcuno parlava di s e
non diceva solo delle sciocchezze, lo si definiva un originale. Il destino personale,
fosse anche riuscito a svilupparsi in maniera sua, veniva spersonalizzato e
consumato fino agli ultimi resti dei sogni, nei riti della religione, delle usanze e

delle buone maniere, sicch negli individui restava ben poco di umano; anche
individuo, del resto, era una parola conosciuta solo come insulto.
I misteri dolorosi; i misteri gaudiosi; la festa del raccolto; la festa del plebiscito;
la scelta della dama; la bevuta dellamicizia; il pesce daprile; la veglia dei morti;
il bacio di San Silvestro: in queste forme i crucci personali, il bisogno di
comunicazione, la voglia di far qualcosa, il sentimento di essere uneccezione, la
nostalgia, listinto sessuale, esprimevano ogni gioco mentale con un mondo
capovolto in cui le parti erano scambiate e nessuno era pi un problema per se
stesso.
Vivere spontaneamente andare a spasso in un giorno di lavoro, innamorarsi
una seconda volta, bere un grappino da sola al caff questo significava gi
essere su una cattiva strada; spontaneamente ci si univa, al massimo, a un coro
o ci si invitava vicendevolmente al ballo.
Privati di una propria storia e di propri sentimenti, col tempo si cominciava,
come si dice degli animali domestici, per esempio dei cavalli, a scartare: ci si
faceva ombrosi e non si parlava quasi pi, oppure il cervello dava un po di volta e
si andava in giro a gridare per le case.
Quei riti avevano cos una funzione consolatrice. La consolazione: non ti
veniva incontro, eri tu a dissolverti in lei. Finalmente eri daccordo di essere un
niente come individuo, comunque niente di speciale.
Nessuno si aspettava pi informazioni personali, perch non sentiva pi il
bisogno di informarsi di qualcosa. Le domande erano diventate tutte retoriche, e le
risposte tanto stereotipate che per esse non cera pi bisogno di persone,
bastavano le cose: la dolce tomba, il dolce Cuore di Ges, la dolce Addolorata, si
trasfiguravano in feticci di quella nostalgia della morte che addolcisce le pene
quotidiane; al cospetto di questi feticci consolatori ci si sentiva venir meno. E il
quotidiano, uniforme rapporto con gli stessi oggetti rendeva sacri anche questi;
non il farniente era dolce, ma il lavoro. Tanto, non cera nientaltro.
Non si avevano pi occhi per nulla. La curiosit non era un tratto del

carattere, ma un malvezzo da donna o da femmina.


Mia madre era curiosa per carattere, e quanto ai feticci consolatori, non sapeva
cosa fossero. Non si buttava nel lavoro, lo sbrigava semplicemente, e quindi era
scontenta. Il dolore universale della religione cattolica le era estraneo, lei credeva
solo in una felicit terrena, che a sua volta era solo qualcosa di casuale;
casualmente, lei aveva avuto sfortuna.
Glielavrebbe fatta vedere, alla gente!
Ma come?
Quanto le sarebbe piaciuto non aver giudizio! E per una volta fu cos davvero:
Oggi non ho avuto giudizio e mi sono comprata una camicetta. Comunque, e nel
suo ambiente questo era gi molto, si abitu a fumare, e fumava persino in
pubblico.
Molte donne di quelle parti bevevano di nascosto: le loro labbra grosse e
deformi, a lei ripugnavano; cos ridotte, non si poteva mettere a posto nessuno. Lei
tuttal pi diventava allegra, e allora faceva una bevuta speciale con qualcuno. In
questo modo arriv presto a dare del tu ai notabili pi giovani del paese. In societ
poich persino in quel paesetto ne esisteva una, fatta dei pochi che stavano un
po meglio degli altri era ben vista. Una volta vinse il primo premio a un ballo in
maschera, vestita da antica romana. Almeno nei divertimenti la societ contadina
si mostrava senza classi, purch si fosse IN ORDINE, ALLEGRI e GIOVIALI.
In casa era la mamma, anche il marito la chiamava cos pi spesso che per
nome. Lei lasciava dire; la parola esprimeva anche meglio il suo rapporto col
marito; lui non era mai stato per lei niente di simile al moroso.
Adesso era lei a risparmiare. Risparmiare non poteva certo voler dire metter
soldi da parte come suo padre, doveva essere un risparmiarSI, una limitazione dei
bisogni sino al punto che finivano col parere CAPRICCI, e venivano ancor pi
limitati.
Ma anche allinterno di questo spazio ristretto ci si consolava imitando almeno

lo schema di una vita borghese: cera ancora la suddivisione dei beni, anche se
ridicola, in necessari, semplicemente utili, e di lusso.
Solo il mangiare era necessario; utile il carbone per linverno; tutto il resto era
gi un lusso.
Il fatto che per questultimo restasse ancora qualcosa produceva, almeno una
volta alla settimana, un piccolo, orgoglioso senso di vivere: Noi stiamo un po
meglio di tanti altri.
Ci si permettevano quindi i seguenti lussi: un biglietto del cinema in nona fila, e
dopo un bicchiere di vino col selz; una tavoletta di cioccolata Bensdorp da uno o
due scellini per i bambini, la mattina dopo; una volta allanno, una bottiglia di
liquore duova fatto in casa; qualche volta, le domeniche dinverno, la panna
montata raccolta durante la settimana mettendo la notte il bricco del latte tra i
doppi vetri della finestra. Che festa! scriverei, se questa fosse la mia storia; ma
era soltanto la cattiva, servile imitazione di una forma di vita irraggiungibile, il
gioco infantile del paradiso terrestre.
Natale: ci che comunque era necessario veniva impacchettato come regalo. A
vicenda ci si facevano sorprese col necessario, con biancheria, calzini, fazzoletti,
e si diceva di aver DESIDERATO proprio questo! In tal modo si recitava quasi
per tutto, tranne che per il mangiare, la parte del beneficato; io, per esempio, ero
sinceramente grato per gli oggetti scolastici pi indispensabili, me li mettevo vicino
al letto come fossero dei regali.
Una vita non superiore alle possibilit, determinata dalle ore mensili che era lei
a calcolare per il marito, attenta anche a una mezzoretta qui e l e con la paura
di un turno piovoso, e quindi mal pagato, in cui il marito le sedesse accanto nella
stanzetta chiacchierando oppure, offeso, guardasse ostinatamente fuori dalla
finestra.
Dinverno il sussidio di disoccupazione, che il marito spendeva per bere. Di
osteria in osteria, a cercarlo; malignamente, allora, lui le mostrava il resto. Botte,

sotto le quali lei sprofondava; non parlava pi con lui, respingeva i bambini che si
angustiavano nel silenzio e si stringevano al padre contrito. Strega! I bambini la
guardavano ostili perch non voleva far pace. Dormivano col cuore che batteva
forte, quando i genitori uscivano; si rintanavano sotto le coperte quando, verso
mattino, il marito spingeva la moglie attraverso la stanza. Lei continuava a
fermarsi, faceva un passo e subito veniva spinta in l, entrambi in un silenzio
accanito, sinch lei apriva finalmente la bocca e gli faceva il favore: Bestia!
Bestia!, al che lui poteva picchiarla davvero, e lei, dopo ogni colpo, gli rideva in
faccia.
Normalmente si guardavano appena, ma in quei momenti dostilit aperta, si
fissavano profondamente, ininterrottamente negli occhi, lui da sotto in su, lei
dallalto in basso. I bambini sotto le coperte sentivano solo gli spintoni e i respiri e
qualche volta il tintinnio delle stoviglie nella credenza. Il mattino dopo si
preparavano la colazione da soli, mentre il marito restava a letto senza forze e la
moglie accanto a lui con gli occhi chiusi fingeva di dormire (certo: questa
descrizione sembra ricopiata, ripresa da altre, intercambiabile; una vecchia solfa,
senza rapporto col tempo in cui si svolge; insomma, Ottocento; ma proprio
cos che deve essere; giacch altrettanto confondibili, fuori dal tempo,
eternamente uguali, insomma Ottocento, erano e sono ancora, almeno in quella
zona e in quelle condizioni economiche, i fatti da descrivere. E ancora oggi, lo
stesso: allalbo comunale sono affisse quasi soltanto diffide dal frequentare
losteria).
Non scapp mai. Aveva imparato qual era il suo posto. Aspetto solo che i
bambini siano grandi. Un terzo aborto, stavolta con una grave emorragia. Poco
prima dei quarantanni rimase incinta di nuovo. Abortire unaltra volta non era pi
possibile, e cos port a termine la gravidanza.

La parola povert era una parola bella, in qualche modo nobile. Ne


scaturivano immediatamente immagini da vecchi libri di scuola: povero, ma pulito.
La pulizia rendeva i poveri adatti a stare in societ. Il progresso sociale consisteva
nelleducazione alla pulizia; una volta che i poveri fossero diventati puliti, la
povert diventava un titolo donore. E persino quelli che ne erano colpiti,
credevano che la miseria fosse la sporcizia degli asociali in un altro paese.
La finestra di una casa il biglietto da visita dei suoi abitanti.
Cos i nullatenenti consumavano docilmente per la pulizia della propria casa
quei mezzi che il progresso aveva loro concesso per il risanamento. Nella miseria
erano stati ancora un elemento di disturbo della fantasia pubblica, alla quale
avevano offerto immagini ripugnanti ma appunto per questo concretamente
percettibili; ora, come ceto non abbiente risanato e ripulito, la loro vita divent
talmente astratta, al di sopra di ogni immaginazione, che ci si pot tranquillamente
dimenticare di loro. Della miseria esistevano descrizioni concrete, della povert
soltanto simboli.
E le descrizioni concrete della miseria puntavano soltanto a ci che c nella
miseria di fisicamente disgustoso, anzi erano loro a produrre il disgusto, con un
modo compiaciuto di descrivere, grazie al quale il disgusto, anzich trasformarsi
in un impulso allazione, ti ricordava solo la tua fase anale, i tempi in cui mangiavi
ancora la cacca.
In alcune famiglie capitava, per esempio, che lunica terrina della casa si
usasse di notte come pitale e il giorno dopo per impastare la farina. Certo la
terrina veniva prima lavata con acqua bollente, e quindi non cera tanto da
scandalizzarsi, ma la semplice descrizione del fatto bastava a renderlo disgustoso:
Fanno i loro bisogni nello stesso vaso in cui mangiano Brr!. Infatti le parole
trasmettono questo tipo di disgusto passivo e compiaciuto assai pi della semplice
visione delle cose descritte (personalmente ricordo di essere sempre rabbrividito
alla descrizione letteraria di una macchia duovo su una vestaglia). Di qui il mio
disagio per le descrizioni della miseria; perch nella povert pulita s, ma sempre

povera, non c niente da descrivere.


Cos, alla parola povert, penso sempre: cera una volta; e del resto, la si
sente usare per lo pi da persone che lhanno superata, come una parola
dellinfanzia; non ero povero, ma ero figlio di povera gente (Maurice
Chevalier), segnale civettuolo da mmoires. Ma al pensiero delle condizioni in cui
ha vissuto mia madre, queste strizzatine docchio non mi riescono. Costretta sin
dallinizio a salvare la forma in tutto: gi a scuola, la materia che gli insegnanti
giudicavano la pi importante per le femmine, si chiamava Forma degli
elaborati; pi tardi la si sarebbe applicata nel compito della donna di tenere
insieme la famiglia almeno esteriormente; non una lieta povert, ma una miseria
formalmente perfetta; lo sforzo, rinnovato ogni giorno, di salvare una faccia che a
poco a poco andava disanimandosi.
Forse ci si sarebbe sentiti meglio in una miseria senza forma, se si fosse
raggiunta una sia pur minima coscienza proletaria. Ma nella zona non cerano
proletari e neppure gente volgare e prepotente, tuttal pi i poveracci ricoverati
nellospizio di mendicit; nessuno che alzasse la cresta; quelli che non avevano
pi niente da perdere, provavano solo imbarazzo, la povert era davvero una
vergogna.
Ma per mia madre tutto ci era cos poco ovvio che quelleterna costrizione
riusciva a umiliarla. A dirla con unimmagine: lei non faceva pi parte degli
INDIGENI CHE NON HANNO MAI VISTO UN BIANCO, lei era in grado di
figurarsi una vita che non fosse fatta solo di lavori domestici dallalba al tramonto.
Bastava che qualcuno le avesse fatto solo un cenno, magari col mignolo, e lei
avrebbe concepito il pensiero giusto.
Avrebbe, sarebbe, avrebbe potuto.
Ci che accadde in realt:
Uno spettacolo naturale con un attrezzo di scena umano, sistematicamente
disumanizzato. Un pellegrinaggio dopo laltro dal fratello, per far ritirare ancora

una volta lavviso di licenziamento al marito alcolizzato; limplorazione a chi


andava in caccia di ascoltatori abusivi perch non inoltrasse la denuncia per
lapparecchio radio non registrato; lassicurazione di dimostrarsi degna, anche
come cittadina, di un prestito per la casa; andare di ufficio in ufficio, per farsi
certificare lo stato di indigenza; il certificato di povert da rinnovare ogni anno
per il figlio che ormai era studente; richieste di sussidio per malattia, di
sovvenzione per i figli, di riduzione delle tasse ecclesiastiche: il pi a graziosa
discrezione, ma anche ci a cui si aveva diritto per legge, doveva sempre essere
dimostrato con tanta precisione, che si finiva con laccogliere lAutorizzato! con
gratitudine, come per grazia ricevuta.
In casa non cerano macchine; tutto veniva fatto ancora a mano. Oggetti di un
secolo fa, trasformati in ricordi dalla coscienza generale: non solo il macinino del
caff, giocattolo caro da sempre, anche la PACIFICA asse del bucato, il
SIMPATICO fornello, le ALLEGRE casseruole rattoppate in tutti gli angoli, il
PERICOLOSO attizzatoio, il VIVACE carrettino, lALACRE falce per le
erbacce, il LUCENTE coltello affilato nel corso degli anni fin quasi alla costa dai
BURBERI arrotini, il ditale SCHERZOSO, il GOFFO fungo per il rammendo, il
FORTE ferro da stiro che, dovendosi continuamente metterlo a riscaldare sulla
piastra della cucina, aiutava a scacciare la monotonia, e infine il PEZZO
BUONO, la macchina da cucire Singer, che andava a mano e col pedale; dove,
ancora una volta, di affettuoso e nostalgico c solo lenumerazione.
Naturalmente un altro metodo di enumerazione sarebbe altrettanto idilliaco: i
dolori alla schiena; le mani scottate dalla biancheria bollente, poi arrossate dal
gelo stendendo la biancheria come scricchiolava a piegarla la biancheria
gelata! ; il sangue dal naso, a volte, quando ci si rialzava dalla posizione china;
donne talmente preoccupate di sbrigare tutto in fretta, che correvano a fare la
spesa con quella tal macchia di sangue sul dietro della sottana; leterna lamentela
dei piccoli malanni, tollerati perch in fondo si era solo una donna; le donne tra

loro: non Come va?, ma Va meglio?.


Cose risapute. Non dimostrano niente; private della loro forza di convinzione
dal pensare per vantaggi e svantaggi, che il peggiore dei principi. Tutto ha i
suoi vantaggi e i suoi svantaggi, e gi lintollerabile diventa tollerabile, come
svantaggio che a sua volta altro non se non propriet necessaria di ogni
vantaggio.
Di regola i vantaggi erano solo mancanze di svantaggi: nessun rumore, nessuna
responsabilit, niente lavoro per gli stranieri, non essere separata tutti i giorni dalla
casa e dai figli. Gli svantaggi effettivi venivano cos eliminati da quelli mancanti.
Niente era brutto come pareva; se ne veniva a capo giocando, nel sonno. Solo
che non se ne vedeva la fine.
Oggi era ieri, ieri era tutto come sempre. Gi trascorsa una giornata, daccapo
finita una settimana, un bellanno nuovo. Che c da mangiare per domani? gi
venuto il postino? Che cosa hai fatto in casa tutto il giorno?
Mettere in tavola, sparecchiare; Tutti serviti?; tendine aperte, tendine chiuse;
luce accesa, luce spenta; Non lasciate sempre la luce accesa in bagno!;
ripiegare; spiegare; vuotare; riempire; spina dentro, spina fuori. Bene, per oggi
fatta.
Il primo elettrodomestico: un ferro da stiro elettrico; una cosa miracolosa, che
si era sempre desiderata. Imbarazzo, come se non si fosse degni di un
apparecchio simile: Come ho fatto a meritarmelo? Ma dora in avanti sar
contenta ogni volta che dovr stirare! Forse mi rester anche un po pi di tempo
per me?.
Il frullatore, la cucina elettrica, il frigorifero, la lavatrice: sempre pi tempo per
s. Ma si rimaneva l come sbigottiti, con le vertigini, per la lunga vita vissuta nella
parte dellangelo del focolare e del folletto Fa-tutto. Anche in materia di
sentimenti si era dovuto tanto risparmiare, che tuttal pi li si esprimeva in
promesse, e poi si cercava di eluderle subito. Lantica gioia di vivere con tutto il
corpo si manifestava ormai solo a volte, quando nella quieta mano pesante un dito

trasaliva di nascosto timidamente, e subito la mano veniva coperta dallaltra.


Ma mia madre non divenne qualcosa di definitivamente intimidito, annullato.
Cominci ad affermare se stessa. Siccome non aveva pi bisogno di darsi da fare
per tutti, torn a s, a poco a poco. La volubilit si plac. Ora mostrava alla gente
quel volto con cui si sentiva quasi bene.
Leggeva i giornali, e ancora pi volentieri quei libri, di cui poteva confrontare
le storie con la propria vita. Lesse con me, prima Fallada, Knut Hamsun,
Dostoevskij, Gorkij, poi Thomas Wolfe e William Faulkner. Non faceva
commenti di critica letteraria, si limitava a raccontare con le sue parole quello che
laveva particolarmente colpita. Io, per, non sono mica cos, diceva qualche
volta, come se lautore avesse voluto descrivere proprio lei. Leggeva ogni libro
come una descrizione della propria vita, e leggendo cominciava a vivere; per la
prima volta usciva fuori dal suo guscio; imparava a parlare di s; a ogni libro le
venivano in mente pi cose. Cos, a poco a poco, imparai qualcosa di lei.
Sinora aveva infastidito se stessa, la propria presenza la metteva a disagio;
leggendo e parlando sprofond, e riemerse con un nuovo sentimento di s.
Leggendo torno giovane.
In realt, leggeva i libri soltanto come storie del passato, mai come sogni del
futuro; vi trovava tutto ci che aveva perduto e non avrebbe potuto recuperare
mai pi. Si era tolta dalla testa da sola, fin troppo presto, ogni idea di futuro. Cos
adesso la seconda primavera non fu, tutto sommato, che una trasfigurazione di ci
che aveva fatto un tempo.
La letteratura non le insegnava a pensare finalmente a s, ma le spiegava che
ormai era troppo tardi. AVREBBE POTUTO svolgere un ruolo. Ora, al massimo,
pensava ANCHE UN PO a s, e quando faceva la spesa a volte si concedeva un
caff, non si preoccupava pi TANTO di quello che pensava la gente.
Divent indulgente col marito, lasciava che finisse di parlare; non lo blocc pi
alla prima frase, con quellannuire tanto esagerato che gli troncava subito le

parole in bocca. Aveva compassione di lui, per compassione si sentiva anzi spesso
indifesa anche quando laltro non soffriva affatto, e forse lo si immaginava solo
vicino a un oggetto che ricordava in modo particolare una propria disperazione
superata: un catino con lo smalto scrostato, un bollitore elettrico nero del latte
troppe volte traboccato.
Se qualche familiare era assente, non poteva farsi di lui che immagini di
solitudine; non pi a casa con lei, non poteva essere altro che completamente solo.
Freddo, fame, nemici: e lei ne era responsabile. Includeva in questo senso di colpa
anche il consorte tanto disprezzato, si preoccupava seriamente per lui se doveva
cavarsela senza di lei; persino in ospedale, dove fu ricoverata parecchie volte,
una volta con un sospetto di cancro, si sentiva colpevole, perch il marito a casa
mangiava probabilmente solo roba fredda.
La compassione per laltro, separato da lei, non la faceva sentire mai sola;
soltanto un fuggevole senso di abbandono, quando lui tornava a pesarle addosso;
linvincibile ripugnanza per il fondo cascante dei pantaloni, per le ginocchia
sporgenti. Quando alzo gli occhi, vorrei vedere un uomo vero; certo non dava
soddisfazione dover sempre e soltanto disprezzare qualcuno.
Questo fastidio avvertibile sin dallinizio, trasformatosi nel corso degli anni in
un paziente raddrizzarsi-sulla-sedia, in un cortese alzare-gli-occhi da una cosa di
cui lei si stava occupando, schiacciavano il marito ancora di pi. Lei laveva
sempre definito una PAPPAMOLLA. Spesso lui faceva lerrore di chiederle
perch mai non lo poteva soffrire, naturalmente lei rispondeva ogni volta: Cosa ti
salta in mente?. Lui non cedeva, e tornava a chiederle se faceva proprio tanto
schifo, e lei lo rabboniva e lo detestava pi che mai. Il fatto che invecchiassero
insieme non la commuoveva, ma era tranquillizzante, perch lui aveva smesso di
picchiarla e di tenerle testa.
Sfiancato dal lavoro, in cui si pretendeva ogni giorno da lui la stessa sgobbata,
da cui non si cavava niente, divenne malaticcio e mite. Dal torpore pass a uno
stato di vera e propria solitudine, alla quale lei era disposta a rispondere soltanto

quando lui non cera.


Non si erano allontanati; perch non avevano mai vissuto davvero insieme. La
frase di una lettera: Mio marito si calmato. Anche lei viveva pi calma con
lui, cosciente di essere rimasta tutta la vita un mistero per lui.
Ora si interessava anche di politica; non votava pi per il partito del fratello,
che il marito, suo dipendente, le aveva sempre imposto, ma per i socialisti; e col
tempo anche suo marito vot socialista, nel bisogno di appoggiarsi a lei. Ma non
credette mai che la politica potesse aiutarla anche personalmente. Dava il suo
voto come un segno di favore, a priori, senza attendersene una contropartita. I
socialisti pensano di pi agli operai: ma lei non si era mai sentita unoperaia.
Quello che le interessava sempre pi, via via che diminuivano le faccende
domestiche, non compariva in ci che del sistema socialista le veniva comunicato.
Col suo disgusto sessuale rimosso nei sogni, le lenzuola umide di nebbia, il soffitto
basso sopra la testa, restava sola. Ci che la riguardava davvero, non era politico.
Naturalmente nel ragionamento ci doveva essere un errore: ma dove? E quale
uomo politico glielavrebbe spiegato? e con quali parole?
Gli uomini politici vivevano in un altro mondo. Quando uno parlava con loro,
non davano una risposta, rilasciavano dei programmi. Tanto, non si pu parlare
quasi di niente. Solo ci di cui si poteva parlare, era politica; col resto bisognava
sbrogliarsela da soli o mettersi daccordo con Dominiddio. Daltronde uno si
sarebbe spaventato, se un uomo politico si fosse interessato davvero di lui.
Sarebbe stata solo una presa per il sedere.
A poco a poco, niente pi la gente; solo lei.
Fuori casa si avvezz a unespressione dignitosa, sul sedile di fianco a quello
del guidatore, nellauto usata che le avevo comprato, guardava fisso dinanzi a s.
Anche a casa non strillava pi tanto quando sternutiva, e rideva meno
fragorosamente.
(Al funerale il figlio minore si ricord di come una volta lavesse sentita gridare

dal ridere fin dal piano superiore della casa.)


Facendo la spesa non salutava pi a destra e a manca, andava spesso dal
parrucchiere, si faceva fare la manicure. Non era pi la dignit premeditata con
cui nella miseria del dopoguerra cercava di resistere alle occhiate maligne;
nessuno poteva pi farle perdere il controllo con uno sguardo, come allora.
Solo in casa, sedendo nella nuova posizione eretta mentre il marito voltandole
le spalle, la camicia fuori dai calzoni, le mani sprofondate nelle tasche, muto,
tossicchiando di tanto in tanto, guardava gi nella valle, e il figlio minore,
nellangolo, sul sof della cucina, leggeva Topolino tirando su col naso le
accadeva spesso di battere con rabbia le nocche sul piano del tavolo e di portarsi
allimprovviso le mani sulle guance. Cos il marito usciva, restava un po di tempo
fuori a scatarrarsi e rientrava. Lei rimaneva seduta di traverso, a testa bassa,
finch il figlio le chiedeva pane e burro. Allora, per alzarsi, doveva aiutarsi con
tutte due le mani.
Un altro figlio fracass la macchina guidando senza patente, e fu messo dentro.
Beveva come il padre, e lei andava di nuovo di osteria in osteria. Maledetta
razza! Il figlio non accettava prediche, tanto lei diceva sempre le stesse cose, le
mancavano le parole che avrebbero potuto fargli effetto. Non ti vergogni?
Lo so, diceva lui. Cercati almeno una camera da qualche altra parte. Lo
so. Lui continu ad abitare in casa, dove era la copia esatta del marito, scass
unaltra auto. Lei gli mise la borsa davanti a casa, lui and allestero, sognava di
lui cose terribili, gli scrisse La tua mamma triste, e lui torn immediatamente; e
via di seguito. Si sentiva colpevole di tutto. Se la prendeva a cuore.
E sempre gli stessi oggetti, che la guardavano sempre dagli stessi angoli! Cerc
di diventare disordinata, ma i gesti quotidiani ormai erano diventati troppo
autonomi. Avrebbe voluto semplicemente lasciarsi morire, ma aveva paura della
morte. E poi era troppo curiosa. Ho sempre dovuto essere forte, mentre mi
sarebbe tanto piaciuto essere debole.
Non aveva predilezioni, un hobby; non collezionava niente, non scambiava

niente; non risolveva pi i cruciverba. Gi da tempo non incollava neanche pi le


fotografie, le toglieva soltanto di mezzo.
Non partecip mai alla vita pubblica, andava giusto a donare il sangue una volta
allanno e portava sul cappotto il distintivo dei donatori. Un giorno fu festeggiata
alla radio come centomillesima donatrice di sangue e ricevette un canestro
omaggio.
Qualche volta partecipava al gioco dei birilli sulla nuova pista automatica.
Ridacchiava a bocca chiusa, quando i birilli cadevano tutti e la campana suonava.
Una volta, alla radio, in Musica a Richiesta, dei parenti di Berlino-Est
salutarono tutta la famiglia con lAlleluja di Hndel.
Aveva paura dellinverno, quando tutti stanno nella stessa stanza. Nessuno
andava a trovarla; quando sentiva qualcosa e alzava gli occhi, era ancora e
sempre soltanto il marito: Ah, sei tu.
Le vennero dei forti dolori di testa. Le pastiglie le vomitava, le supposte
cessarono presto di fare effetto. La testa le rintronava tanto che se la toccava solo
piano piano, con le punte delle dita. Il medico le faceva ogni settimana
uniniezione che la stordiva per un po. Poi anche le iniezioni non servirono pi. Il
medico diceva che doveva tener la testa al caldo. Cos lei girava sempre con in
testa un fazzoletto. Nonostante i sonniferi, di solito si svegliava gi dopo
mezzanotte, e allora si metteva il cuscino sulla faccia. Quelle ore sinch veniva
chiaro, la facevano poi tremare per tutto il giorno. Dal dolore vedeva dei
fantasmi.
Intanto il marito era in sanatorio con la tubercolosi; in lettere affettuose le
chiedeva di poter tornare a dormire con lei. E lei rispondeva gentilmente.
Il medico non sapeva che cosa avesse; i soliti malanni delle donne? la
menopausa?
Nella sua spossatezza non arrivava a prendere gli oggetti che tentava di
afferrare, le mani le scivolavano gi dal corpo. Dopo aver fatto i piatti, al
pomeriggio, si sdraiava un po sul sof della cucina, in camera da letto faceva cos

freddo. A volte il mal di testa era cos forte che non riconosceva nessuno. Non
voleva vedere pi niente. Quando la testa le rintronava cos, bisognava parlarle a
voce molto alta. Perdeva il senso del suo corpo, urtava negli spigoli, cadeva dalle
scale. Ridere le faceva male, riusciva solo a storcere un po la faccia. Il medico
diceva che probabilmente cera un nervo accavallato. Lei parlava solo a bassa
voce, era cos infelice che non riusciva neanche a lamentarsi. Piegava la testa
sulla spalla, ma il dolore la seguiva anche l.
Non sono pi un essere umano.
Quando ero da lei la scorsa estate, una volta la trovai distesa sul letto, con
unespressione tanto sconsolata che non osai avvicinarmi. Come in uno zoo,
giaceva l davanti a me labbandono animalesco fatto carne. Era una pena
vederla, rivoltata senza pudore verso lesterno; tutto in lei era slogato, spezzettato,
aperto, infiammato, un groviglio di intestini. E lei mi guardava di lontano, con uno
sguardo quasi io fossi stato il suo CUORE STRAZIATO, come Karl Rossmann, in
Kafka, per il fuochista umiliato da tutti. Impaurito e irritato, uscii subito dalla
stanza.
Fu solo a partire da questo periodo che cominciai ad avere unesatta
percezione di mia madre. Fino ad allora lavevo continuamente dimenticata,
tuttal pi avvertivo ogni tanto una fitta al pensiero dellidiozia della sua vita. Ora
lei mi si imponeva fisicamente, diventava di carne e viva, e il suo stato era cos
concretamente percepibile, che pi di una volta me ne sentii parte integrante.
E a un tratto anche la gente del posto la guard con altri occhi: come se fosse
stata destinata a recitare per loro la loro stessa vita. Domandavano perch e
percome, ma solo per lapparenza; tanto, loro la capivano anche cos.
Divent insensibile, non si ricordava pi di niente, non riconosceva neanche pi
i consueti utensili domestici. Quando il figlio minore tornava a casa da scuola,
trovava sempre pi spesso dei biglietti sul tavolo, con scritto che era andata a
passeggio; che si facesse dei panini o andasse a mangiare dalla vicina. Questi

biglietti, strappati da un blocco di fatture, si ammucchiavano nel cassetto.


Non poteva pi recitare la parte della casalinga. A casa si svegliava col corpo
gi ferito. Lasciava cadere tutto per terra, aveva voglia di lasciarsi cadere dietro
a ogni oggetto.
Le porte le sbarravano la strada, dai muri, quando passava, pareva piovesse
muffa.
Quando guardava la televisione, non ne ricavava pi nessuna impressione.
Faceva con la mano un gesto dopo laltro, per non addormentarsi.
A passeggio si dimenticava a volte di se stessa. Sedeva al margine del bosco, il
pi possibile lontano dalle case, o in riva al torrente sotto una segheria
abbandonata. La vista dei campi di grano o dellacqua non leniva niente, ma
almeno stordiva per un po. Nella ridda di immagini e di sentimenti, in cui ogni
immagine diventava subito una tortura che la induceva a guardare in fretta
altrove, dove limmagine successiva avrebbe continuato a torturarla, nascevano
cos dei punti morti, in cui laltalena scimmiesca del mondo esterno la lasciava per
un poco in pace. In questi momenti era solo stanca, sfuggiva al turbine,
sprofondando lo sguardo immemore nellacqua.
Poi tutto in lei tornava a distorcersi, si dibatteva forse presa dal panico, ma non
riusciva pi a trattenersi e cadeva gi gi. Doveva alzarsi e proseguire.
Mi raccont che anche camminando lorrore le prendeva la gola; per questo
poteva camminare solo molto lentamente.
Camminava e camminava, finch doveva tornare a sedersi spossata. Ma poi
presto doveva alzarsi e proseguire di nuovo.
Perdeva il suo tempo cos, e non si accorgeva che veniva buio. Di notte non ci
vedeva e faceva fatica a trovare la via del ritorno. Davanti a casa si fermava, si
sedeva su una panca, non osava entrare.
Quando alla fine entrava, la porta si apriva molto lentamente, e lei appariva con
gli occhi sbarrati come uno spirito.
Ma anche di giorno non faceva che vagare di qua e di l, confondeva le porte e

i punti cardinali. Spesso non riusciva a spiegarsi come fosse arrivata in qualche
posto e come fosse passato il tempo. Non aveva pi percezione del tempo e dei
luoghi.
Non voleva pi vedere gente, al massimo si sedeva allosteria in mezzo ai turisti
scesi dagli autobus, che avevano troppa fretta per guardarla in faccia. Non
sapeva pi fingere; si era spalancata. Chiunque la guardasse, doveva capire
quello che le succedeva.
Temeva di perdere la ragione. In fretta, prima che fosse troppo tardi, scrisse
ancora qualche lettera daddio.
Lettere penetranti, come avesse cercato di incidere se stessa nella carta. In
questo periodo per lei scrivere non era pi unattivit estranea, come capita alla
gente nelle sue condizioni economiche, ma un processo ormai indipendente dalla
volont. Con lei non si poteva pi parlare ormai quasi di niente; ogni parola
tornava a ricordarle qualcosa di terribile, e le faceva perdere subito il controllo.
Non posso parlare. Non tormentarmi. Si voltava da parte, si voltava ancora da
parte, si voltava di nuovo da parte, finch si era girata del tutto. Allora doveva
chiudere gli occhi, e lagrime silenziose scorrevano inutilmente su quella faccia
girata via.
And da un neurologo, in citt. Davanti a lui poteva parlare, siccome era
medico, era competente. Si meravigli lei stessa di tutto quello che gli raccont.
Parlando cominci a ricordarsi veramente. Il fatto che il medico annuisse a tutto
ci che diceva, riconoscesse subito nei particolari dei sintomi e li facesse rientrare
ordinatamente in un sistema chiamato collasso nervoso, la tranquillizz. Lui
sapeva che cosa aveva; per lo meno, era capace di dare un nome al suo stato.
Non era la sola; in anticamera cerano delle altre che aspettavano.
La volta dopo, gi si divertiva a osservare questa gente. Il medico le consigli di
passeggiare molto allaria aperta. Le prescrisse una medicina, che allent un poco
il senso di oppressione al capo. Un viaggio lavrebbe distratta. Lei lo pagava ogni

volta in contanti, perch la mutua degli operai non prevedeva per i propri assistiti
spese di questo tipo. Il fatto di costare dei soldi ricominci a deprimerla.
A volte cercava disperatamente la parola per una cosa. Di regola la sapeva,
faceva cos soltanto perch gli altri si occupassero di lei. Aveva nostalgia di quel
breve periodo in cui non riconosceva davvero pi nessuno e non riusciva a tener a
mente pi nulla.
Civettava col fatto di essere stata malata; ormai recitava solo la parte
dellammalata. Fingeva di avere la testa confusa per difendersi dai pensieri
finalmente chiari; perch, quando la testa le si chiariva completamente, si vedeva
solo come un caso singolo e si ribellava alla consolazione di venire integrata.
Esagerando smemoratezza e distrazione, pretendeva di essere incoraggiata,
quando invece si ricordava esattamente o aveva afferrato tutto benissimo: Va
bene! Va gi molto meglio!, come se tutti gli orrori consistessero solo nel fatto che
si rodeva di aver perduto la memoria e di non poter pi partecipare alla
conversazione.
Non sopportava che si facesse dello spirito su di lei. Canzonarla per il suo stato
non serviva. PRENDEVA TUTTO ALLA LETTERA. Scoppiava in lagrime,
quando qualcuno tentava dello spirito con lei.

In estate and in Jugoslavia per quattro settimane. I primi tempi stava sempre
nella sua camera dalbergo, al buio, tastandosi la testa. Non poteva leggere niente,
perch i suoi pensieri si sovrapponevano sempre alla lettura. Continuava ad
andare in bagno a lavarsi.
Poi si azzard a uscire e sguazz un pochino in mare. Era in vacanza per la
prima volta, e per la prima volta al mare. Il mare le piacque, di notte era spesso
tempestoso, ma non importava se lei era sveglia. Si compr un cappello di paglia
per il sole e lo rivendette il giorno della partenza. Ogni pomeriggio si sedeva al
bar e beveva un espresso. Scriveva a tutti i conoscenti cartoline e lettere che
parlavano di lei solo incidentalmente.
Le ritorn il senso del trascorrere del tempo e del mondo esterno. Spiava con
curiosit i discorsi dei tavoli vicini, cercava di capire quali legami unissero le
varie persone.
Verso sera, quando non faceva pi cos caldo, attraversava quei paesini, e
guardava dentro alle case senza porta. La sua era una meraviglia concreta;
perch non aveva mai visto una miseria cos estrema. Il mal di testa cess. Non
doveva pensare pi a niente, a tratti era completamente fuori dal mondo. La noia
che provava, era piacevole.
Di ritorno a casa, per la prima volta dopo molto tempo parl senza essere
interrogata. Raccont molto. Permise che io la accompagnassi nelle sue
passeggiate. Andavamo spesso a mangiare fuori, lei si abitu a bere prima un
Campari. Il gesto di toccarsi la testa era ormai ridotto quasi a un tic. Le venne in
mente che un anno prima, in un caff, era stata persino abbordata da un uomo.
Ma era molto educato! Lestate successiva voleva andare al Nord, dove non
faceva poi tanto caldo.
Si impigriva, stava seduta in giardino con le vecchie amiche, fumava e
cacciava le vespe dal caff.
Cera il sole e il tempo era mite. I pini sulle colline intorno erano velati di
vapore tutto il giorno, per qualche tempo non furono pi cos cupi. Lei metteva in

conserva frutta e verdura per linverno, pensava di prendersi in casa un bimbo


abbandonato.
Io conducevo gi una vita troppo autonoma. A met agosto ritornai in Germania
e la abbandonai a se stessa. Nei mesi successivi scrissi una storia, e lei di tanto in
tanto dava notizie.
Ho la testa un po confusa, certe giornate sono dure da sopportare.
Qui freddo e brutto, la mattina c la nebbia. Dormo molto, e quando poi mi
tiro fuori dal letto, mi manca la voglia di fare qualsiasi cosa. Per il bambino
abbandonato, niente da fare per il momento. Siccome mio marito ha la tubercolosi,
non me lo danno.
A ogni pensiero piacevole la porta si chiude, e mi ritrovo sola coi miei pensieri
paralizzanti. Mi piacerebbe tanto scrivere cose pi simpatiche, ma non c niente.
Mio marito stato qui per cinque giorni, e non avevamo pi niente da dirci.
Quando io comincio un discorso, lui non capisce che cosa voglio dire, e allora
preferisco non dire niente. Eppure, in qualche modo, ero contenta che lui venisse,
ma quando qui, non posso neanche guardarlo. Lo so, dovrei trovare da me un
modo per rendere sopportabile questa situazione, e ci penso sempre, ma non mi
viene in mente niente di ragionevole. meglio che tu legga questa merda e te la
dimentichi in fretta.
A stare in casa non resisto, e cos corro di qua e di l. Adesso mi alzo un po
prima, lora pi difficile per me, devo costringermi a fare qualcosa per non
tornare a letto. Non so cosa fare del mio tempo. C una grande solitudine in me,
non mi va di parlare con nessuno. Spesso ho voglia di bere qualcosa alla sera, ma
non posso, perch la medicina non farebbe effetto. Ieri sono andata a Klagenfurt
e sono stata in giro un po qua e un po l per tutto il giorno, poi alla sera ho preso
lultimo autobus per un pelo.
In ottobre non scrisse affatto. Nelle belle giornate dautunno la si incontrava
per la strada, dove veniva avanti molto lentamente, e si cercava di indurla a

camminare un po pi in fretta. Invitava chiunque conoscesse a bere un caff con


lei e farle compagnia. La invitavano anche continuamente a fare delle gite la
domenica, e lei si lasciava condurre volentieri dappertutto. Visit le ultime fiere
dellanno. And persino a qualche partita di calcio. Stava seduta con aria
indulgente tra la folla, che si entusiasmava al gioco, e non apriva quasi pi la
bocca. Ma quando, durante la campagna elettorale, il cancelliere si ferm al
paese e distribu dei garofani, improvvisamente si fece fuori e chiese un garofano
anche lei: E a me non me lo d? Scusi, signora!.
Ai primi di novembre ricominci a scrivere. Non sono abbastanza coerente da
pensare tutto sino in fondo, e la testa mi fa male. Qualche volta ronza e fischia
tanto che non riesco a sopportare nessun altro rumore.
Parlo da sola, perch non riesco pi a dire niente a nessun altro. Qualche volta
mi sembra di essere una macchina. Mi piacerebbe andare da qualche parte, ma
quando si fa buio mi viene la paura di non ritrovare pi la strada. La mattina c
una nebbia fitta, e tutto cos silenzioso. Ogni giorno faccio gli stessi lavori, e al
mattino c daccapo disordine. un cerchio infernale senza fine. Mi piacerebbe
proprio essere morta, e per la strada ho voglia di lasciarmi cadere quando passa
una macchina. Ma poi la cosa riuscir al cento per cento?
Ieri ho visto alla televisione La mite di Dostoevskij, per tutta la notte ho visto
cose terribili, non ho sognato, le ho viste davvero, degli uomini che passeggiavano
nudi e al posto del sesso penzolavano gli intestini. Il 1-12 mio marito viene a casa.
Ogni giorno divento pi inquieta e non ho idea di come sar ancora possibile
vivere con lui. Ciascuno guarda in un angolo diverso, e la solitudine diventa
ancora pi grande. Ho freddo e far ancora qualche giretto.
Spesso si chiudeva in casa. Se gli altri, al solito, si lamentavano davanti a lei, li
zittiva bruscamente. Era molto severa con tutti, si schermiva, rideva un momento.
Gli altri non erano che dei bambini, la disturbavano, e tuttal pi la
commuovevano un po.
Poteva anche essere scostante. Si veniva rimproverati aspramente da lei, in sua

presenza ci si sentiva persino ipocriti.


Se la fotografavano, non era pi capace di assumere unespressione.
Corrugava la fronte e rialzava le guance per un sorriso, ma gli occhi guardavano
con pupille che erano scivolate via dal centro delliride, in una tristezza
inguaribile.
Il semplice esistere diventava una tortura.
Ma altrettanto orrore aveva della morte.
Faccia delle passeggiate nel bosco! (il neurologo).
Ma nel bosco scuro! disse con sarcasmo, dopo la sua morte, il veterinario
del paese, suo confidente occasionale.
La nebbia ristagnava giorno e notte. A mezzogiorno provava a spegnere la
luce, e la riaccendeva subito dopo. Dove guardare? Incrociare le braccia e
posare le mani sulle spalle. Di tanto in tanto invisibili seghe a motore, un gallo che
per tutto il giorno aveva creduto che fosse lalba e aveva continuato a cantare
sino a pomeriggio inoltrato, poi le sirene delluscita dal lavoro.
Di notte la nebbia si srotolava contro le finestre. A intervalli irregolari sentiva
una nuova goccia scorrere sul vetro esterno. Per tutta la notte restava acceso il
termoforo sotto il lenzuolo.
Al mattino il fornello continuava a spegnersi. Non voglio fare uno sforzo.
Non riusciva pi a chiudere gli occhi. Nella sua coscienza si realizz il GRANDE
CASO (Franz Grillparzer).
(Da questo momento devo stare attento che la storia non si racconti troppo da
sola.)

Scrisse lettere daddio a tutti i parenti. Sapeva non solo quello che faceva, ma
anche perch non poteva pi fare altro. Tu non capirai, scrisse a suo marito.
Ma a continuare a vivere non c nemmeno da pensarci. A me sped una
raccomandata con la copia del testamento, per giunta espresso. Ho cominciato a
scrivere un paio di volte, ma non ho sentito alcun conforto, alcun aiuto. Tutte le
lettere portavano non solo la data, come al solito, ma anche il giorno della
settimana: Gioved, 18-11-71.
Il giorno dopo and in citt con la corriera, e servendosi della ricetta
permanente che le aveva fatto il medico di famiglia si procur un centinaio di
pastiglie di sonnifero. Bench non piovesse, si compr poi un ombrello rosso, con
un bel manico un po storto.
Nel tardo pomeriggio torn con una corriera che di regola quasi vuota. Alcuni
la videro ancora. And a casa e cen nella casa vicina, dove abitava sua figlia.
Tutto come al solito: Abbiamo persino scherzato.
Poi a casa sua si mise davanti al televisore col figlio pi piccolo. Guardarono un
film della serie Padre e figlio.
Mand il bambino a dormire e rimase seduta davanti al televisore acceso. Il
giorno prima era andata dal parrucchiere e si era fatta fare la manicure. Spense il
televisore, and in camera da letto e appese allarmadio un vestito marrone in due
pezzi. Prese tutte le pastiglie analgesiche insieme a tutti i suoi antidepressivi.
Indoss le mutandine igieniche, vi infil ancora degli assorbenti, in pi altre due
paia di mutandine, si leg stretto il mento con un foulard e si mise a letto, senza
accendere il termoforo, con una camicia da notte lunga fino alle caviglie. Si
distese completamente e mise le mani una sullaltra. Alla fine della lettera, che del
resto conteneva solo disposizioni per il funerale, mi scriveva che era tranquilla e
felice di addormentarsi finalmente in pace. Ma io sono sicuro che non vero.

La sera dopo, ricevuta la notizia della sua morte, tornai in Austria. Nellaereo
cerano pochi passeggeri, un volo regolare, tranquillo, unaria limpida senza
nebbia, molto in basso le luci intermittenti della citt. Leggendo il giornale,
bevendo birra, guardando dal finestrino, mi perdetti a poco a poco in uno stanco,
impersonale senso di benessere. S, continuavo a pensare, e ogni volta
pronunciavo con cura i pensieri dentro di me: ERA QUESTO. ERA QUESTO.
ERA QUESTO. MOLTO BENE. MOLTO BENE. MOLTO BENE. E per tutto il
volo fui fuori di me per lorgoglio che lei si fosse suicidata. Poi laereo si prepar
ad atterrare, e le luci divennero sempre pi grandi. Perduto in uneuforia senza
peso, dalla quale non potevo pi difendermi, mi mossi, attraversai ledificio
dellaeroporto, piuttosto deserto. Seguitando il viaggio il mattino dopo, in treno,
ascoltai i discorsi di una donna, maestra di canto dei Fanciulli Cantori di Vienna.
Raccontava a uno che laccompagnava che i Fanciulli Cantori da grandi non
riuscivano pi a essere indipendenti. Aveva un figlio, anche lui tra i Fanciulli
Cantori. In una tourne nellAmerica del Sud era stato lunico a far bastare il suo
argent de poche, ne aveva persino riportato una parte. Almeno lui prometteva di
diventare giudizioso. Io non riuscivo a distogliere lorecchio.
Mi vennero a prendere alla stazione con la macchina. Nella notte era nevicato,
adesso non cerano nuvole, il sole splendeva, faceva freddo, una brina scintillante
era sospesa nellaria. Che contraddizione attraversare un paesaggio serenamente
civilizzato e con un tempo che assimilava questo paesaggio allo spazio bluintenso, al punto da rendere inimmaginabile qualsiasi mutamento dirigersi verso
la casa visitata dalla morte, col cadavere che forse si decomponeva gi! Fino
allarrivo non trovai nessun indizio, nessun segno premonitore, cos che il corpo
morto nella camera fredda mi trov del tutto impreparato.
Molte donne di quei paesi sedevano vicine sulle sedie allineate, bevevano il
vino che si porgeva loro. Avvertivo che guardando la morta cominciavano a poco
a poco a pensare a se stesse.

Il mattino del giorno del funerale rimasi a lungo solo col cadavere nella stanza.
A un tratto il sentimento personale si trov a coincidere con lusanza generale
della veglia ai morti. Il corpo morto mi pareva ancora terribilmente abbandonato e
bisognoso damore. Poi tornai ad annoiarmi, e guardai lorologio. Mi ero proposto
di restare almeno unora con lei. La pelle sotto gli occhi si era tutta raggrinzita,
qua e l sul viso cerano ancora le gocce dacqua benedetta con cui era stata
spruzzata. Il ventre si era un po gonfiato a causa delle pastiglie. Confrontai le
mani sul suo petto con un punto fisso lontano, per vedere se non respirasse ancora.
Tra il labbro superiore e il naso non cera pi alcun solco. La faccia era diventata
molto virile. Ogni tanto, dopo averla contemplata a lungo, non sapevo pi che cosa
pensare. Erano i momenti di noia pi grande, e io restavo, distratto, vicino al
cadavere. Ma quando lora fu trascorsa, non volli uscire e rimasi con lei nella
stanza pi di quanto mi ero proposto.
Poi la fotografarono. Qual era il suo lato migliore? Il lato fotogenico della
morta.
Il rituale del funerale la spersonalizz definitivamente, e fu un sollievo per tutti.
Nella neve fitta camminammo dietro i resti mortali. Nelle formule religiose non
cera altro da fare che inserire il suo nome. La nostra sorella... Sui cappotti
cera di candele, tolta in seguito col ferro da stiro.
Nevicava cos forte da non riuscire ad abituarcisi e si continuava a guardare il
cielo, per vedere se non la smettesse. Le candele si spensero una dopo laltra e
non furono pi riaccese. Mi venne in mente quanto spesso si legge che qualcuno si
preso a un funerale la malattia di cui morir.
Dietro il muro del cimitero cominciava subito il bosco. Era un bosco di abeti, su
un colle piuttosto ripido. Gli alberi erano cos fitti che a partire dalla seconda fila
si vedevano solo le punte, poi cime dietro a cime. Folate di vento tra i fiocchi di

neve, ma gli alberi non si muovevano. Dalla tomba, da cui la gente si allontanava
in fretta, agli alberi immobili: per la prima volta la natura mi apparve davvero
spietata. Questi erano dunque i fatti! Il bosco parlava da s. Niente contava
allinfuori di queste innumerevoli cime di alberi; davanti a esse un episodico
agitarsi di figure che uscivano sempre pi dal quadro. Mi sentii schernito e
completamente abbandonato. A un tratto, nel mio furore impotente, provai il
bisogno di scrivere qualcosa su mia madre.
La sera, in casa, salivo per le scale. Improvvisamente saltai un paio di gradini.
Ridacchiando infantilmente, con una voce estranea, come da ventriloquo. Gli
ultimi gradini li feci di corsa. Di sopra mi battei spavaldamente il petto col pugno,
e mi abbracciai. Poi, lentamente, con la coscienza di chi custodisce un segreto
straordinario, ridiscesi la scala.
Non vero che scrivere mi sia servito. Nelle settimane in cui mi sono dato da
fare con la storia, la storia non ha cessato di darmi da fare. Scrivere non era,
come pensavo allinizio, ricordare un periodo concluso della mia vita, ma una
costante simulazione di ricordo, in forma di frasi che si limitavano ad affermare la
distanza. Mi capita ancora di svegliarmi di colpo nella notte, come spinto fuori dal
sonno con un lieve urto, e vivo la sensazione di imputridire fisicamente di secondo
in secondo, trattenendo il respiro dallorrore. Laria nel buio cos quieta, che
tutte le cose perdono lequilibrio e mi appaiono senza radici. Si muovono ancora
un po attorno, senza un centro di gravit, senza suono, ma finiranno col
precipitare definitivamente per soffocarmi da tutte le parti. In questi accessi
dangoscia si diventa magnetici come una bestia che marcisce, e a differenza di
quanto avviene nello stato di disinteressata soddisfazione, in cui tutti i sentimenti
giocano liberamente, si necessariamente aggrediti da un terrore disinteressato,
oggettivo.
Naturalmente il descrivere un processo di puro e semplice ricordare: non

serve a impedire che le cose accadano una seconda volta; dagli stati dangoscia,
attraverso il tentativo di accostarvisi con formulazioni il pi possibile precise, si
ricava solo un piccolo piacere: dalla beatitudine dellorrore la beatitudine del
ricordo.
Di giorno ho spesso la sensazione di essere osservato. Apro le porte e guardo.
Sul momento ogni rumore mi sembra un attentato contro di me.
Scrivendo questa storia mi capitava, a volte, di averne abbastanza della sua
sincerit e della sua onest e di aver voglia di tornare presto a scrivere qualcosa
in cui potessi mentire e nascondermi un po, un lavoro teatrale, per esempio.
Una volta, tagliando il pane, il coltello mi scivolato, e subito mi venuto in
mente che lei al mattino tagliava ai bambini delle fettine di pane nel latte caldo.
Spesso, passando, dava una pulitina in fretta alle narici e alle orecchie dei
bambini con la saliva. Io mi tiravo sempre indietro, lodore della saliva era
sgradevole.
Una volta, in una gita in montagna in compagnia di altra gente, stava per
appartarsi per un bisogno. Io mi vergognai di lei e piansi, allora lei si trattenne.
In ospedale era sempre in grandi sale, con molte altre donne. S, cos anche
oggi! Laggi, una volta, mi strinse la mano a lungo.
Quando tutti erano serviti e avevano finito di mangiare, lei si infilava in bocca
con affettazione le croste rimaste.
(Naturalmente questi sono aneddoti. Ma in questo contesto anche digressioni
scientifiche sarebbero altrettanto aneddotiche. Le espressioni sono tutte troppo
deboli.)

La bottiglia di liquore duova nella credenza!


Il ricordo doloroso di lei intenta alle faccende quotidiane, soprattutto in cucina.
Quando era in collera, non picchiava i bambini, al massimo gli soffiava
energicamente il naso.
Paura della morte, quando ci si sveglia di notte e la luce accesa nel
pianerottolo.
Alcuni anni fa avevo pensato di girare con tutti i membri della famiglia un film
davventure che non aveva niente a che vedere con la loro persona.
Da bambina era sonnambula.
I primi tempi, nel giorno della settimana in cui era morta, sentivo ogni volta, con
intensit particolare, le doglie di quella morte. Ogni venerd imbruniva e faceva
buio dolorosamente. La luce gialla delle strade del paese nella nebbia della notte;
neve sporca e puzzo di fogna; braccia conserte nella poltrona davanti al
televisore; lultima sciacquata del cesso, due volte.
Spesso, lavorando a questa storia, ho sentito che per quei fatti sarebbe stato
meglio scrivere della musica. Sweet New England...
Esistono forse nuove, impensate forme di disperazione, che noi non
conosciamo, diceva un maestro di campagna nella serie gialla Il commissario.
In tutti i juke-box della zona cera un disco intitolato POLKA DEL DISGUSTO
DEL MONDO.
Sta arrivando la primavera, pozzanghere di fango, vento caldo e alberi senza

neve, lontano lontano dietro la macchina da scrivere.


Si portata il suo segreto nella tomba!
In un sogno aveva una seconda faccia, ma anche questa era gi piuttosto
consumata.
Era socievole.
Poi, di nuovo, qualcosa di allegro: ho sognato di vedere soltanto delle cose che
facevano un male insopportabile alla vista. A un tratto venne uno, e non fece altro
che togliere dalle cose il dolore, COME UN AVVISO SCADUTO. Anche la
similitudine era nel sogno.
Destate capitai una volta nella stanza di mio nonno e guardai fuori dalla
finestra. Non cera molto da vedere: un sentiero in salita conduceva attraverso il
paese verso un edificio dipinto di giallo scuro (Schnbrunn), un ex albergo, e l
deviava. Era una DOMENICA POMERIGGIO, e il sentiero era DESERTO. A un
tratto provai amarezza per chi abitava la stanza, e presto sarebbe morto. Ma
questo sentimento era mitigato dalla consapevolezza che la sua morte sarebbe
stata del tutto naturale.
Lorrore qualcosa di conforme alla legge naturale: lhorror vacui nella
coscienza. Limmagine si sta giusto formando, e improvvisamente si accorge che
non c pi niente da immaginare. Allora precipita, come un personaggio dei
cartoni animati quando si rende conto di stare camminando nel vuoto.
Pi avanti scriver di tutto questo in modo pi preciso.

Nota

Impostosi allattenzione europea grazie ai procedimenti terroristici


dellavanguardia gli Insulti al pubblico (1966), esperimento di metateatro che
rifiuta qualsiasi mimesi, avevano stuzzicato il masochismo degli snob Peter
Handke stato poi sempre tenuto docchio dalla critica, nellattesa che si potesse
registrare lavvento di una pars construens allaltezza del suo abilissimo talento
eversore.
I testi narrativi, subito seguiti nel quadro duna attivit vertiginosa (Lambulante
del 1967; Prima del calcio di rigore del 1970), restarono per sul piano
dellastrazione. Nei due romanzi, se vogliamo continuare a chiamarli cos,
Handke studiava sulla base di un ethos scientifistico riconducibile a Wittgenstein e
secondo i modelli dellcole du regard la validit della formulazione strutturale
di un genere per eccellenza standardizzato, il giallo; e fin con lirritare, a destra,
quanti si videro privati dello specifico narrativo, a sinistra, coloro che ravvisavano
nellostinato dibattito sul caso letterario, lennesima evasione estetizzante (ma
lui ribatt: Fare del proprio impegno poesia, trasformarlo in letteratura invece
desprimerlo in quanto tale: questo estetismo). Infine venne un terzo libro,
Breve lettera del lungo addio (1972), e alcuni intesero cogliervi la formulazione
duna poetica positiva, la proposta dun racconto-testimonianza che avesse per
vero argomento la totale reificazione dello scrittore.
Forse era soltanto unillusione, indotta dallimpiego di uno schema privilegiante
dati spaziali e temporali ( la descrizione di un viaggio) e di un ambiente insieme
realistico e simbolico (lAmerica, ripensata come dalla prospettiva del romanzo di
Kafka).
La rinascita autentica di una comunicazione ma che non implica,
naturalmente, recupero di alcun realismo tradizionale si pu far coincidere
molto meglio con questa Infelicit senza desideri, uscita nel 1972. vero che qui il
pericolo dessere riassorbiti da un materiale allapparenza naturalistico ancora
pi forte: c la storia concreta, anzi una circostanziata vicenda biografica, e c
un aggiornatissimo aggancio politico al dibattito sulla condizione femminile. Ma la

novit va cercata nel mutato rapporto tra loggetto e la motivazione della scrittura
che esso convoglia. Di per s listituzione di tale rapporto non originale (tutto il
precedente lavoro di Handke mirava al ripristino delle forme culturali mediante la
demistificazione ossessiva del linguaggio): ci che fa del romanzo un riuscito
esemplare letterario, lo spostamento dello sforzo metodologico allinterno duna
situazione non pi turbata da psicologismo, ma integralmente biologica.
Gli altri libri documentavano sintende, mai descrivevano casi domicidio,
proiezioni allegoriche della coscienza schizoide dei contemporanei; questo
analizza il suicidio, corporea autodistruzione del corpo, operazione
paradossalmente vitalistica. Gli altri libri adottavano protagonisti fisicamente
estranei allo scrittore, questo prende per oggetto sua madre, la scaturigine
biologica diretta, la radice dello sradicato. E la possibilit di scrivere qui sta il
nodo non ha pi bisogno, come prima, dessere continuamente verificata, essa
semplicemente circola, ridivenuta dialettica, dentro la vita; la fisiologia risolve
insomma tutta la letteratura (Hans Mayer riconosce a Handke la consapevolezza
teorica del fatto che lalienazione non pu venire superata da una letteratura
alienata).
La protesta non assume in tal modo formulazione ideologica esteriore, ma
allucinante concretezza, e quasi una tangibilit che irrita. Il vero messaggio della
donna non sar la sua ultima lettera, ma la macabra toilette per il suicidio, quelle
mutandine igieniche che richiamano la turpe condanna del mestruo; e il messaggio
dello scrittore sar linevitabile assunzione del caso nella legge uniforme del
quotidiano, quando, rimasto solo con il cadavere, finisce col provare un senso di
noia.
Su tali posizioni Handke non fa giustizia del suo sperimentalismo quando lo
riconduce alle manifestazioni dellistinto animale; e mentre viene riassorbito tutto
il dibattito sul rapporto tra interno ed esterno, mentre perdono rilievo le definizioni
logico-filosofiche, emerge uninconfondibile premessa religiosa: la priorit del
fatto biologico contrastato come evento, mai studiato come fenomeno sfiora

addirittura la denuncia del materialismo eventualmente da essa deducibile (per il


precedente romanzo, del resto, Giorgio Manacorda aveva gi accennato al
recupero dei valori dellumanesimo, sotto cui cova la rivalutazione delluomo
come centro demiurgico che d senso alluniverso).
Coerenza vuole che si ravvisi qui un movimento di regressione verso
presupposti ideologici di tipo romantico (Handke stesso ha intitolato
polemicamente un suo pamphlet La letteratura romantica). In termini
culturali, probabilmente proprio cos: anzi, si pu spingere oltre lindagine, e
sottolineare come Handke mai austriaco quanto in questo libro vada a
ricercarsi, nellambito di quella tradizione cattolico-barocca, una linea di
scetticismo e di libert del tutto eterodossa. Per rimuovere ogni residuo e
grossolano equivoco circa impegno e disimpegno, resta da rilevare sul piano
duna empirica lettura politica (fatta per ipotesi, ma da rifiutarsi come metodo
secondo Handke) la validit sociale estesissima della storia di questa donna.
Suicida per portare avanti la vita, per portare avanti la letteratura: suo figlio
scriver ancora di lei, in modo pi preciso.
Giorgio Cusatelli

SOMMARIO

Infelicit senza desideri


Nota