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Daniele Scozzari

La Relazione
1 MOLTI
come
metafora
dell’ esistenza
Un’opera si sa, non è mai
definitivamente compiuta,
almeno per chi la crea, segue il
corso indefinito di ciò che la
circonda, sempre in un continuo
divenire.
Tuttavia, ogni inizio ha la sua
fine. E, visto che ho concluso i
lavori il giorno 20 Agosto 2005,
mentre era in corso la XX
Giornata Mondiale della
Gioventù, dedico a loro le mie
fatiche e le mie gioie, con
l’auspicio di poter costruire un
futuro unitario e compartecipe a
partire dalla molteplicità delle
differenze senza diffidenze.

2
Introduzione

Si è tentata, in questo lavoro, una sintesi


interdisciplinare che coniuga una concezione del mondo
a largo raggio. Le diverse sezioni del testo sono
connesse dall’esplicitazione della relazione 1 - Molti (1
M) che comprende svariate analisi che vanno dalla
micro complessità alla macro, passando dall’ontologia
umana come nodo cruciale delle relazioni tra le parti.
Gli argomenti ivi trattati non pretendono, pertanto, di
essere esaustivi, ma sempre e comunque punti di
partenza per ulteriori analisi o semplicemente spunti di
riflessione per un’ eventuale ricerca più sistematica,
puntuale e in profondità. È chiaro che una
trattazione interdisciplinare e globale faccia perdere di
vista il particolare, ma si presume che il caso particolare
sia parte della relazione che intendiamo studiare (1
M).
In particolare, saranno oggetto di trattazione argomenti
talora molto diversi tra loro con altrettante proposte di
lettura divergenti o convergenti, quali ad esempio
l’amore, la sindrome di personalità multiple, l’Arca
dell’Alleanza, la fisica quantistica, il mito

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dell’Armonia, il Terzo Occhio, il linguaggio umano, la
religione, eccetera; oscillando tra sapere antico e recenti
acquisizioni nei vari campi dello scibile umano. Cos’è
che lega campi del sapere così, apparentemente, irrelati
tra loro ed ambiti disciplinari abbastanza distanti?
La risposta sembra essere unica e molteplice e sarà
analizzata attraverso l’aiuto dei vari contributi di grandi
pensatori che si sono occupati del problema Uno –
Molti, direttamente o indirettamente, e che nell’insieme
si possono ricondurre a quella corrente di pensiero che
va sotto il nome di olismo che negli ultimi anni sembra
aver preso maggiormente piede e che si avvale
dell’apporto di discipline diverse che vano dalle
neuroscienze alla fisica quantistica. Si va costruendo, in
altre parole, un modo di pensare olistico, che considera
i rapporti intra e tra gli elementi di tutte le parti
dell’universo, elementi di un sistema fittamente
interconnessi che seguono alcune leggi relazionali
puntualmente espresse e ricapitolabili nella seguente
relazione, ovvero, semplificando: Il rapporto 1 
MOLTI, il quale, in nuce, consiste nella relazione
instaurata tra una matrice fondamentale e le
successive rappresentazioni da essa derivanti, in un
rapporto di dipendenza strutturale e funzionale e
ritornanti all’unità originaria in un percorso circolare,
espressa anche come un unità molteplice, ovvero la
partecipazione di più elementi nella totalità unica e
originaria, cioè fondamentale.
Detto in altri termini: Originalità iniziale versus
Diversità consequenziale e complessità relazionale.
Per Molti bisogna intendere - entità diverse, differenti,
eterogenee e/o omogenee (rispetto all’unità da cui si
dipartono e rispetto a loro stessi), delle quantità discrete
come anche continue - e numericamente sempre N > 1

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(da due in poi), viste nell’insieme sia come processi (e
processioni) sia come strutture funzionali, modelli,
sistemi auto-organizzantesi.
Con 1 si deve intendere l’unità originaria, epigenetica e
fondamentale che penetra tutte le cose, dalla quale
hanno origine e nella quale ritornano, quale punto di
sintesi totale, ad esempio la filogenesi umana o
l’ontogenesi individuale. Si può, altresì, intendere il
polo unitario (1), come dimensione da cui prescindono
gli elementi dal più semplice al complesso, dal più
biologico al più socio-culturale e psicologico, elementi
che richiamano una sottoscrizione unitaria, originale,
globale e onnicomprensiva.
Per il momento ci basta sapere questo. La realtà vista
alla luce della Relazione 1  Molti, si sostanzia
attraverso le due categorie fisiche e mentali di Spazio e
Tempo, poiché è nella realtà cosmica che avviene una
suddivisione funzionale dell’Uno originario nei Molti
consecutivi. Il modello 1  M tende a perpetuarsi nella
materialità, nell’esistenza delle cose. In particolare, il
modello 1  M, riassumendo in sé un meccanismo
evolutivo ed epistemologico, si può ritrovare sia a
livello Macro/(strutturale, funzionale, situazionale,
contestuale) sia a livello Micro/(strutturale, funzionale,
ecc.).

Il modello rispecchia un processo autopoietico presente


anche in natura. La stessa natura, parafrasando, è un
libro che si presta a molteplici livelli di codifica (come
d’altronde qualsiasi testo o ipertesto). L’umanità
medesima (e ognuno di noi, di riflesso) è divisa dalla
tendenza verso l’unità, sotto la spinta di forze
centripete/convergenti/sintropiche e la tendenza verso

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la molteplicità, nella quale agisce una forza centrifuga/
divergente/entropica.
Teologicamente parlando si può esprimere il concetto
attraverso la metafora dell’unione col Bene Supremo e
la tendenza opposta d’ allontanamento, così, allo stesso
modo, nella spinta verso lo spirito o verso la materia, e
via dicendo.

Lo scopo di questo libro è, dunque, molteplice per via


della poliedricità che si spera di trasmettere attraverso
le componenti strutturali del testo che sono di natura
artistica (immagini, disegni, computer grafica, mostra
interattiva), filosofica e speculativa, comprendente una
ricerca di nessi causali di natura antropologia,
biologica, psicologica, sociologica, simbolica, religiosa,
semiotica, oscillando tra scoperte recenti nel campo
delle scienze e sapere antico e/o esoterico, riguardo alle
concezioni della relazione Uno-Molti. Pertanto la
molteplicità e l’Unità trattati in questo testo, a partire da
diversi punti di vista, devono considerarsi chiavi di
lettura dei fenomeni fisici, biologici, psicologici e
sociali, sostenendo la tesi che la verità è ogni aspetto
della totalità che ognuno nel particolare ne rappresenta
una quota, la verità è unica e molteplice. Ogni campo
del sapere ne conserva una porzione, talora troppo
rilegata a saperi specifici e poco intercomunicanti.
Come spiega Burckhardt (1991) “La curiosità
scientifica si dibatte nell’inesauribile diversità delle
apparenze, diventando a sua volta molteplice e
spezzettata via via che le esperienze si accumulano”.

I capitoli del libro sono disposti nel seguente modo: il


primo capitolo ci riporta all’origine della trattazione

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filosofica del problema dell’unità e del principio primo,
non si considera ancora, se non in Ermete Trismegisto,
una concezione teorica della relazione Uno – Molti;
sarà in seguito alle riflessioni moderne dell’olismo che
si porrà maggiormente l’accento su tale dialogia. Il
capitolo secondo vuole essere una panoramica dei
possibili e diversi modi di intendere la relazione 1M,
soprattutto in ambito umano, i cui fili conduttori
saranno i miti, gli archetipi, i simboli, le religioni ed i
numeri, nonché altri aspetti della natura e della cultura,
in una trama di analogie, metafore e similitudini
all’interno delle trame simboliche. Nel terzo capitolo
entriamo maggiormente nella logica simbolica, per quel
che concerne i simboli universali del centro, come il
punto, il cerchio, il quadrato, la croce, le loro
combinazioni e le varie sfaccettature che essi
implicano. Il quarto capitolo inquadra la relazione 1
M nel frame del versante psicologo. Saranno oggetto
d’indagine, infatti, la natura unitaria e molteplice dei
processi cognitivi e delle azioni – reazioni umane, il
linguaggio e le personalità multiple.
Il quinto capitolo offre alcuni spunti di riflessione in
merito alla relazione 1M e alla morale che si ricava
da una relazione armonica. Sempre più l’uomo di oggi
si trova ad essere diviso nella molteplicità e a volte
lontano dall’unità psichica e sociale.
Il sesto capitolo parte dalla considerazione scientifica
della relazione 1M, vista alla luce delle moderne
concezioni della fisica quantistica, olografia e scienze
della complessità. Saranno oggetto d’indagine, inoltre,
temi che riguardano la Relazione, l’Amore e la
Ripetizione. Il settimo capitolo presenta un excursus
panoramico sui simboli che rivelano l’essenza della
relazione 1 M ed in particolare: il Terzo Occhio/Ru;

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il simbolo del Cuore, arcano e mistico; il simbolo
dell’arca e dell’uovo come contenitori universali di
significati.

Una riflessione a parte va fatta in merito all’ultima


parte del libro, il capitolo ottavo, dove si considera
l’aspetto artistico della questione Uno - Molti,
attraverso spunti di riflessione di natura artistica e
immagini.
Queste ultime sono delle mie creazioni a computer,
alcune delle quali soggetto di una mostra (“Mandala:
percorsi circolari”, Dicembre 2004 Parma) altre nate in
seguito a successive rielaborazioni grafiche e creative.
Lo scopo è quello di far parlare con la propria lingua
“misteriosa” le immagini le quali trasmettono sempre
emozioni, talora ambivalenti, talora indecifrabilmente
dissonanti. Grazie alla capacità espressiva delle
immagini, dei colori e delle forme, l’artista si pone su
un livello complementare allo scienziato: entrambi
cercano di decifrare i codici del libro della natura,
l’artista lo fa seguendo il suo emisfero destro, lo
scienziato il sinistro ma, entrambi, per vie parallele,
possono arrivare a sfiorare l’essenza delle verità
universali di cui l’uomo è “portatore sano”.
Il mio ruolo sarà, infatti, quello di interpretare le vesti
di uno pseudo “scienziato-artista”, per condurre il
lettore verso una passeggiata “ideale” e riflessiva,
sperando di essere un buon “Virgilio”.

Infine, ho voluto riportare in appendice 1 i titoli dei


lavori artistici presentati, per lasciare fluire
l’immaginazione nella visione dei quadri senza appigli
tipicamente razionali o direttrici guida. In appendice 2,
subito dopo, saranno, invece, mostrate alcune

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immagini che sintetizzano efficacemente il concetto 1
M in maniera lampante e diretta, offrendo altri spunti
su cui riflettere, come ad esempio i corpe circle, i
frattali, i mandala ed altre immagini ieratiche e
simboliche.

Occorre precisare che il libro in questione si presta,


anche, ad una lettura non lineare, potendo saltare da un
argomento all’altro senza problemi di perdita di
significato: lo stesso libro è una metafora della
relazione Uno  Molti. Pertanto, l’auspicio è, che
anche il mondo dell’arte, nonché quello politico,
scientifico, religioso ed economico, traggano dei
profitti a titolo creativo e riflessivo su quanto sarà
esposto.

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Capitolo I
Il Problema Uno – Molti: uno sguardo
storico.

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Ermete Trismegisto

L’Egitto è stato la culla di grandi pensatori che hanno


influenzato con i loro insegnamenti dapprima la Grecia
e i suoi filosofi (in primis Platone, Pitagora, e
indirettamente molti altri filosofi), poi, quasi per
osmosi, la cristianità e l’Europa medioevale, il
Rinascimento, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove
ancora una volta l’Egitto è sinonimo di mistero e
sapienza. L’Egitto ci ha tramandato un personaggio di
grande valore sapienziale ed euristico, il “Tre Volte
Grande”, ovvero Ermete Trismegisto, considerato il
padre fondatore del sapere e scriba degli dèi, per molti
collegabile al dio egizio Toth, inventore dell’alfabeto,
depositario di tutte le Conoscenze (divenuto, succes-
sivamente, Ermete presso i Greci e i latini, che gli
attribuivano l’invenzione delle arti e delle scienze,
nonché della scrittura, citato come autorità dottrinale
anche da alcuni Padri della Chiesa come Tertulliano e
Lattanzio che lo definì “perfettamente dotato di ogni
sapere”).

Nella sua “Tavola Smeraldina” (versione latina) che


riportiamo di seguito (la Tradizione narra che Ermete
stesso incise le parole con la punta di un diamante sulla
lastra di smeraldo verde) sono posti Tredici punti su cui
“speculare” (da speculum, specchio, da cui “riflettere”):

11
1. « In Verità, certamente e senza alcun dubbio.

2. Il più basso è simile in tutto al più alto e il più alto è simile al


più basso, e questo perché si compiano i miracoli di una sola
cosa1.

3. Così come tutte le cose procedono dall’Uno per la mediazione


di Uno Solo, ugualmente tutte le cose nascono per adattamento
da quest’unica cosa.

4. Suo padre è il Sole e sua madre la Luna. Il vento l’ha portata


nel suo ventre e la terra è la sua nutrice.

5. È il padre di tutti i miracoli (telesma) del mondo.

6. La sua potenza è perfetta, se viene convertita in terra.

7. Separa la terra dal fuoco e il sottile dal grosso, lentamente e


con grande prudenza.

8. Si eleva dalla terra al cielo e ritorna poi alla terra, e riceve così
la potenza delle realtà superiori e inferiori. La gloria del mondo
intero sarà così tua e l’oscurità si allontanerà per sempre da te.

9. È la forza delle forze, e la sua vittoria si estende su tutte le


cose sottili e penetra tutte le cose solide.

10. Così il microcosmo è stato creato sul modello del


macrocosmo.

11. Da qui e in questo modo procedono meravigliose indicazioni.


12. Per questo sono chiamato Ermete Trismegisto, perché in me
sono le tre parti della saggezza del mondo intero.
1
In un’altra versione (araba) è riportato nel punto 2 quanto segue:
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è
come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una.

12
13. È perfetto quello che ho detto dell’opera del Sole».

L’importanza di Ermete è anche e soprattutto quella di


aver fissato le basi dell’Alchimia e dell’astrologia il cui
senso sarebbe riassunto nella Tavola Smeraldina (T.S.),
sopra menzionata. Nel suo pensiero si possono
rintracciare a più riprese le concezioni sulla natura della
relazione Uno-Molti. Nel punto 2 della T. S., si parla di
due poli (alto e basso) complementari. Con tali poli si
allude all’Essenza una e indivisibile (il polo più alto) e
alla materia prima (quello più basso) ricettacolo
plasmato dall’Essenza. “Anche se tutte le forme si
riducono materialmente a un’unica sostanza plastica”
come sostiene Burckhardt (1991), “la loro origine
essenziale è nell’Uno”, “i miracoli di una cosa sola”.
Come ci spiega lo studioso Titus Burckhardt, uno dei
massimi studiosi contemporanei del pensiero ermetico:
“La visione ermetica delle cose si fonda sull’analogia
fra l’universo – il macrocosmo – e l’uomo – il
microcosmo: analogia il cui asse o la cui chiave di
svolta è lo Spirito o Intelletto Universale, prima
emanazione dell’Uno assoluto”. Secondo una tale
visione del mondo, tutti i soggetti individuali non sono
altro che polarizzazioni del solo soggetto universale: lo
Spirito o Intelletto. Tale concezione è anche all’origine
della dottrina ermetica dell’Intelletto universale che
coincide con quella tramandataci dai Platonici e
Neoplatonici in un linguaggio fondamentalmente
analogo (come avremo modo di evidenziare più avanti).
Ermete Trismegisto, a differenza dei suoi
contemporanei, può essere definito una sorta di
monoteista, giacché esprime i suoi concetti associando
la realtà ultima a Dio-Uno che egli definisce “Il Padre
di tutto” dal quale si diparte la realtà tutta a cominciare
13
dall’Intelletto (nous) che deriva dalla “sostanza (ousia)
di Dio”. L’Intelletto, spiega Ermete, “non è una parte
della sostanza divina; ne è piuttosto l’irradiazione,
come un raggio di luce che scaturisce dal sole”: tale
raggio non cambia nella sostanza ma la mantiene anche
quando filtra attraverso diverse lenti o materiali. In
pratica, la natura, l’uomo, tutto il creato, è emanazione
dall’Uno, senza che Questo perda in qualità o si
deteriori. La natura universale dello Spirito permette a
Dio di essere totalmente presente in ogni creatura, ma
senza annullarne l’essenza.
Da tali discorsi si deduce una forte connotazione
teologica – cristiana dell’immagine che scaturisce dal
pensiero ermetico (con tutte le dovute diversificazioni).
In un testo ermetico della tradizione siriaca (cfr. T.
Burckhardt, 1986) si parla di uno specchio segreto cui
si può accedere dopo aver oltrepassato sette porte, a
loro volta corrispondenti alle sette sfere planetarie
(gradi o “strati” dell’anima universale): “Era uno
specchio fatto in modo tale”, si racconta nel testo in
questione, “che nessun uomo vi si poteva vedere
materialmente, poiché nel momento stesso in cui si
distoglieva dallo specchio per rivolgersi alla
molteplicità, perdeva la memoria della propria
immagine (essenziale)”. Lo specchio è una metafora
dello Spirito nel quale si deve rispecchiare l’anima per
ritrovare se stessa, Spirito che contiene in potenza tutte
le cose (Totipotente, per usare un termine preso a
prestito dalla biologia). La Ragione sarebbe allora una
spece di surrogato, da depurare, dell’Intelletto il quale
coglie le possibilità nella loro primitiva immutabilità,
mentre la ragione non ne afferra che le ombre o i
simboli: è come se l’Intelletto contemplasse
direttamente l’Uno o l’unità primigenia di tutte le cose,

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la ragione di contro ne contempla il lato molteplice e
fittizio. Ermete-Thoth che ha un incontro diretto con
l’Intelletto nel “Pimandro” (Corpus Hermeticum) dice:
“Così dicendo, Egli mi fissò in volto a lungo, a tal
punto da farmi tremare sotto il suo sguardo. Poi, non
appena risollevò la testa, vidi come nel mio stesso
spirito (nous) la luce di incalcolabili possibilità si
trasformasse in un Tutto infinito...Tu (gli disse
l’Intelletto) hai potuto vedere nell’intelletto il prototipo,
l’origine anteriore a qualsiasi inizio senza fine...”.
L’uomo, secondo gli insegnamenti ermetici, dovrebbe
allora distogliersi dalla molteplicità delle cose, dei
giudizi e dei pregiudizi, attraverso l’unione del suo
intelletto con quello universale, per ascendere all’unità
indivisibile. Quello dell’anima umana è un percorso
graduale e ascetico verso l’incontro con l’Unità (o
Primo Mobile, Empireo, Dio, o come si preferisce
chiamarLo). Nella sua ascesa l’anima, dopo aver
raggiunto le vertiginose sommità celesti (concentriche,
secondo la visione ermetica) si lascerà dunque alle
spalle il mondo della molteplicità e delle forme che si
escludono a vicenda, essendo dicotomiche per
necessità, e si avvicinerà all’Essere indiviso che tutto
copre. Si scorge, insomma, nell’ermetismo il
simbolismo del viaggio e la metafora del centro. Questa
è la visione che ci offre la tesi ermetica che allude ad
un’attualità e ad un sincretismo sorprendenti. La
concezione ermetica è, insomma, in sintonia con tutte le
religioni rivelate ed in particolare le tre religioni
monoteiste: giudaismo, cristianesimo, islamismo, anzi
forse ne rappresenta l’antesignano o la sintesi. Inoltre,
tracce di concezioni ermetiche, sulla natura della
molteplicità e dell’unità, si possono intravedere nel
pensiero dei filosofi antichi e moderni che ora

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tratteremo proseguendo il nostro discorso sull’inizio
della trattazione del problema 1M.
Dalla Grecia ai giorni nostri
La Grecia è la patria fiorente di menti eccelse, i
Presocratici o Naturalisti (tra i quali Talete di Mileto,
Anassimandro, Anassimene, Pitagora, Parmenide,
Zenone2, Eraclito, ) che riprendono, in più punti e con
modalità differenti, il concetto di unità e molteplicità
nel problema cosmologico con una sorprendente
attualità euristica. La natura appare ai presocratici di
estrazione panteistica come un tutto vivente, che trae la
sua origine da un principio primo; questa natura però
presenta due facce autentiche, perché è al contempo
essere e divenire, unità e molteplicità, realtà indivisibile
e frazionata in atomi, sostanza e forma, sensibilità e
ragione. Alla base della costituzione dell’universo e di
tutto ciò che contiene, vi è, secondo i primi Fisici, un
Principio (arché), che come sostiene Aristotele
riprendendo il pensiero dei primi Fisici è “ciò da cui
derivano originariamente ed in cui si risolvono da
ultimo tutti gli esseri”, ciò da cui vengono, ciò a cui
vanno a finire, ciò per cui sono e sussistono tutte le
cose. Il principio, visto in maniera astratta, sembra
coerente con la definizione del principio uno –
molteplice. Un primo problema è stato quello di
definire a priori l’entità o le fattezze di tale Principio,
che rimane inesperibile direttamente e inclassificabile a
priori: di fatti tale principio coincise, ad esempio, con

2
“Se c’è molteplicità c’è infinità e dunque una serie di proprietà
contraddittorie” (pensiero attribuito a Zenone).

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l’Acqua per Talete, con l’Aria per Anassimene, e così
via.
Pitagora, nato intorno al 530 a.C., indicò nel numero il
“principio”. Dal numero hanno origine tutte le altre
cose, ed in particolare i numeri più esemplari sono il
numero 1, il 7 e il 10. Poiché tutto è determinato dal
numero i pitagorici indicarono con il nome di
“Kósmos”, ossia ordine, l’universo.
Anassagora, nato intorno al VI secolo a.C., maestro di
Socrate, anticipa di parecchi secoli le odierne scoperte
della fisica quantistica. Il filosofo introduceva, con
molto anticipo sui tempi, un principio basilare della
legge della conservazione della massa: nulla si crea,
nulla si distrugge, tutto si trasforma, precorrendo i
tempi con assiomi, come ad esempio “in ogni cosa c’è
una particella di ogni cosa”, pensiero in linea con
l’olismo attuale, oppure, “siamo unici ma in noi c’è
tutto ciò che è negli altri: tutto in tutto”. Affermava,
inoltre, che “le cose visibili sono uno sguardo su quelle
invisibili”, frase che riecheggia di cristiana memoria.
Già 2.500 anni fa l’uomo era giunto a concepire l’idea
che nell’universo vige la legge del tutto in tutto, o per
dirla con il pluralista Anassagora: “Se tutto è in tutto il
processo naturale della comparsa della vita deve
essersi compiuto anche altrove” (secondo la tesi della
pluralità dei mondi abitati che anticipa l’attuale
dibattito d’ufologi, parapsicologi, teologi e scienziati
sulla vita nell’uni-verso, il quale sembra più nevralgico
e “vivace” di quanto si possa immaginare ).

Scorrendo il pensiero degli atri filosofi greci, secondo


Empedocle, (484-481 a.C.), in linea con il pensiero
anassagoreo, alla base del mondo vi sono quattro
elementi o forze (aria, acqua, terra, fuoco) ognuna di

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esse è una, infinita e immutabile nello spazio e nel
tempo, e dalla loro combinazione scaturisce ogni forma.
In ogni singolo ente si riscontra una mescolanza di
queste radici in porzioni diverse, ma sempre presenti
con tutte le loro proprietà. Esse quindi si mantengono
“une” pur entrando nella composizione del molteplice.
Eraclito usa il termine Logos per indicare la verità, la
legge generale del cosmo, l’armonia alla quale
obbediscono sia il mondo naturale che l’uomo. È l'unità
sottostante all'apparente molteplicità del mondo
naturale: “Ascoltando non me, ma il logos, è saggio
convenire che tutto è uno”.

Un altro autore che c’interessa citare, in questo


contesto, è il filosofo Plotino3 (nato nel 205 d.C a
Licopoli).
Plotino riprende su più punti Platone e Aristotele,
facendo una sorta di sintesi che riassumeremo
brevemente. Egli pone al vertice della realtà l’Uno
come sommo principio sensorialmente inesperibile.
L’Uno tramite l’attività autoriflessiva del suo pensiero
dà origine dapprima al Nous (Intelletto) il primo delle
ipostasi. L’Intelletto pensando a se stesso, o
“riflettendo” su di sè, crea le Idee (che per Platone
erano, invece, in una dimensione soprasensibile, oltre
uomini e dei). Dalle Idee, allo stesso modo
(autoriflessivamente), scaturisce la Psukè (Anima) che
ha un ampio tasso di Molteplicità. Come uno specchio
3
Un pensatore che per certi versi anticipa Plotino, per quanto
riguarda il principio che ispira la processione delle ipostasi, è
Numenio di Apamea, secondo cui il Divino dona senza che il suo
donare lo impoverisca. Numenio enuncia, inoltre, il principio per
cui “tutto è in tutto”, nella maniera in cui Plotino lo utilizzerà. Con
Numenio (che traccia i capisaldi del Medioplatonismo) siamo
dunque alle soglie del Neoplatonismo.

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rotto che moltiplica all’infinito le immagini, allo stesso
modo, secondo Plotino, l’Anima prende le Idee e le
moltiplica all’infinito, cosicché, ad esempio l’idea di
uomo (universale) diventa tutti gli uomini (particolare)
attraverso l’Anima. Dunque, per Plotino esistono tre
ipostasi e al di sotto il mondo sensibile e materiale che
consegue gerarchicamente. La materia, che emana
dall’Uno per successivi passaggi, e ne rappresenta lo
stadio ultimo, è creatrice di disordine e caos nella
realtà. Per Plotino il compito dell’uomo è risalire la
scala dal gradino più basso della gerarchia dove si trova
(sic!) fino a giungere all’Unità superiore, alla
completezza totale nell’Uno. Da questo punto di vista la
funzione dell’ uomo é cosmica in quanto é l’unico
essere vivente in grado di ripercorrere la scala fino
all’Uno e far così tornare l’intero mondo al suo
principio. Tuttavia, percorrere la scala non é certo cosa
facile, e, a tale proposito, vengono proposti tre metodi
per compiere questa impresa, metodi che rispecchiano il
modo di intendere il principio supremo e cioè:
1) se lo intendiamo come Uno allora dovremo seguire
la via conoscitiva;
2) se lo intendiamo come Bene, dovremo seguire la via
ascetica;
3) se lo intendiamo come Eros dobbiamo seguire la via
estetica4.
La via più ovvia é la prima, quella della conoscenza,
percorribile tramite la “redutio ad unum”, la riduzione
all’unità. Per seguire la via ascetica si deve, invece,
rinunciare ai beni fisici, che dirigono l’uomo verso il

4
Per quel che concerne la via dell’Eros o dell’Amore alcuni spunti
di riflessione saranno dati nel corso della trattazione. (in
particolare nei paragrafi: “Dell’Amore” e “Il cuore: metafora
dell’unione e dell’essenza”).

19
“basso”: di Plotino si ricorda la celebre espressione “mi
vergogno di avere un corpo”. Una delle cose che gli
dava molto fastidio era, infatti, il farsi ritrarre: da qui il
fatto che non ci sono pervenuti dipinti o raffigurazioni
che lo ritraggono.

Proclo, nato a Costantinopoli nel 410 a.C., porta la


legge triadica ad un eccezionale livello di raffinatezza
speculativa, andando oltre Plotino. Secondo Proclo la
legge naturale che governa la generazione di tutte le
cose va intesa come un circolare processo che consta di
tre momenti:
1) moné, la manenza, ossia il permanere in sé del
principio;
2) próodos o l’uscita dal principio, la “processione”;
3) epistrophé, il ritorno o la conversione, ossia il
ricongiungersi al principio.
Tale legge che ci porta ad una considerazione
funzionale del principio uno – molti, non vale solo in
generale, ma anche in particolare, poiché esprime il
ritmo ciclico della realtà nella sua totalità, così come in
tutti i suoi momenti singoli (cfr. G. Reale, D. Antiseri,
M. Laeng, 1986). Proclo intende la “processione” come
una moltiplicazione del principio, dell’Uno medesimo,
in virtù della sua potenza. Inoltre, ciò che procede è
simile a ciò da cui procede.

Facciamo un salto cronologico di 1000 anni circa, ed


andiamo al 1400, dove troviamo Giordano Bruno
contemporaneo di Cusano e Ockham. Bruno fu un
filosofo che ebbe una vita molto travagliata, trovandosi
nel pieno delle ferventi questioni su come fosse
strutturato l’universo, materia fino ad allora di
competenza teologica, e le stravolgenti teorie di

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Copernico e Galieo. Tra questi filosofi Bruno era quello
più controcorrente, già per il fatto di ammettere
esplicitamente e senza riserbo la tesi dell’infinità
dell’universo. Bruno era radicale nelle sue posizioni, ad
esempio diceva che Dio è dappertutto o meglio tutto il
mondo è Dio, sia negli aspetti formali che materiali, e
ciò lo portava ad un panteismo estremo. La conoscenza
di Dio sarebbe, comunque, filtrata come da uno
specchio, per cui non è direttamente conoscibile. Come
ciascun mondo nell’universo é centro e circonferenza,
così per similitudine, sostiene Bruno, ogni uomo é
strumento di un unico infinito che lo condiziona, ma
che é a sua volta condizionato dalla realizzazione
all’infinito di ciascuna potenzialità umana. L’uomo,
cosciente di ciò, realizza con successo le sue capacità
infinite nella creazione artistica, o nell’azione
finalizzata al bene comune. Anche Giordano Bruno
affronta il problema filosofico Uno – Molti, ovvero il
rapporto tra Dio e le cose, tra infinito e finito. In Bruno
uno e molti finiscono per essere la stessa cosa perché il
principio é tutto interno al mondo. Per capire veramente
le tesi di Bruno occorre considerare le sue concezioni
volte a spiegare in che modo la realtà possa essere
trasformata dalla magia-matematica. Da un passo di
Bruno emerge che cosa egli effettivamente intende per
magia: “Grande magia sarebbe quella di uno che fosse
in grado di passare dall’ unità alla molteplicità e dalla
molteplicità all’ unità”. La magia é da lui intesa come
capacità di cogliere i meccanismi attraverso i quali
l’unità si articola nella molteplicità e la molteplicità é
tutta “ricomposta” nell’unità. Bruno si distacca dalle
concezioni precedenti sulla relazione uno-molti come
consequenzialità: tutto origina dall’uno. Per Bruno
l’Universo è la manifestazione molteplice in tutti i modi

21
possibili, mentre il particolare ha in potenza tutto
l’universo ma esplicitamente è solo uno dei molti modi
di essere. Oltre ad essere una numericamente, la
sostanza è unica quantitativamente.
Per Bruno, in definitiva, esistiamo come aspetto di
un’unica sostanza ed è in fallacia chi crede di essere
staccato dal resto delle cose. Un’affermazione molto
avanti con i tempi. Basta leggere pensatori come
Gregory Bateson, David Bohm, solo per citarne alcuni,
per rendersi conto di quanto avanti con i tempi siano le
idee di Bruno, che per tali concezioni dovette poi
pagare con la vita: bruciato vivo. L’uomo, e qui la
morale di Bruno, deve rendersi conto che lui stesso è
dio, nel senso di possedere già in potenza l’universo
intero, ma per rendersene conto deve conoscere
l’identità Dio-Natura-Uomo, ovvero, parafrasando
Socrate: “Conosci Te Stesso”.

Un altro pensatore molto avanti nella concezione


filosofica della realtà è sicuramente Leibniz nato nel
1646.
Nella concezione di Leibniz la realtà sarebbe costituita
da “centri di forza”, ossia da centri d’attività, punti o
atomi metafisici e immateriali ai quali attribuisce il
nome di Monadi (dal greco monans, unità). Le monadi
sono entelechie, ossia sostanze semplici, fondamentali,
unità compiute in sé. La monade è ad un tempo,
assoluta unità, e, insieme ricca e molteplice. Leibniz
opera un parallelismo con la mente, la quale pur
essendo unica, è varia e molteplice nel suo contenuto,
costituito dalle varie “rappresentazioni”. Allo stesso
modo, da un punto di vista geometrico, in un punto o in
un centro, per quanto semplici, si trovano un’infinità
d’angoli, formati dalle linee che l’incontrano. Ciascuna

22
monade rappresenta tutte le altre, vale a dire l’universo
intero.
Come sostiene Leibniz: “Ciascuna sostanza esprime
esattamente tutte le altre, per effetto dei rapporti che
ha con essa”, per cui “ciascuna monade creata
rappresen- ta tutto l’universo...la totalità”. Sicché,
seguendo il pensiero leibniziano, possiamo addurre che
l’universo si moltiplica tante volte quante sono le
sostanze. Sono immense, allora, le potenzialità
dell’universo, dell’uomo, di una cellula, di un atomo,
tutte ancora da scoprire. Leibniz opera uno straordinario
lavoro di recupero delle concezioni antiche integrando
il sapere moderno pre-illuministico con quello
aristotelico, Scolastico. Le sue speculazioni sulla
molteplicità e unità lo avvicinano molto alla concezione
dell’olismo, per cui la realtà è unica per tutti e
molteplice per ciascuno. Leibniz sosteneva, inoltre, che
l’unità dell’Essere Supremo agisce nel nulla mediante
funzione binaria (zero e uno), essa sarebbe stata
sufficiente a far sgorgare dal nulla tutti gli esseri. Anche
il livello temporale della realtà acquista valore di
totalità a partire dai singoli attimi, cosicché in ogni
istante è presente la totalità del tempo e degli eventi
temporali. “Se avessimo mente sufficientemente
penetrante”, dice Leibniz, “nella più piccola monade
potremmo scorgere tutto ciò che è avvenuto, ciò che
avviene e ciò che avverrà...la storia intera
dell’universo”.

Facendo un salto al presente Henry Bergson (1911)


individua due forme di molteplicità a cui sono riferite
due forme di durata cha a loro volta fanno riferimento a
due aspetti e due dimensioni di vita cosciente (“io
superficiale” e “io fondamentale”).

23
Vi sono dunque una molteplicità intesa come
molteplicità numerica determinata da una successione
d’elementi quantitativi e una molteplicità intesa come
qualitativa. La molteplicità quantitativa, numerica fa
riferimento al tempo e allo spazio delle scienze positive
e deriva dal procedimento analitico operato
dall’intelligenza, è sostanzialmente composta di attimi
omogenei, identici, ripetitivi5 e definiti dal concetto di
“io superficiale”; la molteplicità qualitativa fa
riferimento al tempo del vissuto e deriva dal procedi-
mento di sintesi della coscienza, in essa si ravvisa la
compenetrazione e la fusione di “momenti eterogenei”.
In sostanza, è la durata pura percepita dalla coscienza e
dall’intuizione e dunque dall’ “io fondamentale” cioè da
“una psicologia attenta” in cui sono totalmente superate
tutte le coordinate spazio-temporali di matrice positiva
(rimando per una più accurata trattazione ai testi
dell’autore).

Un altro autorevole filosofo, Jean - Luc Nancy, nel suo


libro “Essere singolare plurale” tenta di mostrarci come
la singolarità dell’essere vada ricercata con - e
attraverso - la sua pluralità. L’essere si dice in
molteplici modi perché è molteplicemente singolare.
Questo e non altro, ci dice Nancy, è il senso del mondo.
In altri termini “l’essere dell’ente non è che il suo
apparire, di volta in volta singolare e di volta in volta
co-presente con altri essenti («la singolarità di
ciascuno è indissociabile dal suo essere-con-tanti»)”.
Questo è, ribadendo, il senso del mondo: la realtà delle
cose non è la manifestazione di una sostanza unica, né
5
In particolare vedi paragrafo “La Ripetizione: monotonia o stile
di vita?” per approfondire il concetto sulla ripetizione e alcune
questioni connesse.

24
consiste nell’estrinseca e pulviscolare giustapposizione
degli essenti, ma, afferma Nancy, nella dis-posizione
dell’un-con-l’altro, sottolineando l’aspetto spaziale
dell’essere-con.
Nancy ammette anche una pluralità d’origini, come se
ogni ente, ogni cosa fosse un punto di partenza per
accedere ad ogni altra cosa.

Oggi si parla nelle scienze di olismo, dove l’uomo è


visto come un insieme interrelato, un’unità olografica
che contiene in sé la matrice dell’informazione totale
del sistema di cui fa parte e con il quale scambia
continuamente informazioni ed energia, è anzi egli
stesso informazione “vivente”, che non può essere altro
se non unica e molteplice, prima di tutto. Persino le
parti più piccole di cui l’essere umano è composto, le
cellule, sono considerate perfette unità olografiche, su
scala ridotta, poiché ognuna di loro contiene, nel DNA,
l’informazione totale dell’intera unità “corpo-mente”,
grazie alla quale può comunicare e relazionarsi
continuamente con l’intero sistema. Il termine “olismo”
risale a Smuts (negli anni Venti) e nell’Oxford English
Dictionary viene definita come “la tendenza in natura a
produrre totalità a partire dal raggruppamento
ordinato di unità”. C’è, dunque una curva parabolica di
ritorno all’origine. Infatti, l’olismo è una connotazione
basilare di filosofi come Platone, Aristotele, Plotino,
Leibniz, Bruno, che abbiamo incontrato prima. Un altro
eminente pensatore dei nostri tempi, Gregory Bateson
(1972, 1976), fondatore dell’epistemologia cibernetica,
dà un notevole contributo alla questione della
molteplicità e unità del mondo. Come Bateson afferma:
“...in effetti stiamo imparando ad affrontare la tendenza
del mondo a generare totalità fatte di unità collegate

25
tra loro dalla comunicazione. È questo che rende il
corpo una cosa viva e operante come se avesse una
mente - e di fatto - ce l’ha”. Con Bateson si allarga il
concetto di mente: la “mente” nella concezione di
Bateson non è un attributo esclusivamente
dell’individuo umano o animale, bensì una forma, un
complesso di caratteristiche sistemiche, che abbraccia
per esempio, tutti quei “fenomeni che chiamiamo
pensiero, evoluzione, ecologia, vita, apprendimento”.

Come si è potuto constatare dai passi precedenti, il


pensiero umano si è sempre soffermato nel ricercare
una comune base unitaria d’ origine del tutto, a cui
tendere. Per Platone quest’unità è il Bene, di cui
partecipano tutte le idee, per Aristotele il concetto o la
categoria, che contiene i particolari, per Plotino l’Uno,
che emana il molteplice senza dissolversi, ed ancora,
per Spinoza l’unità sostanziale, che possiede infiniti
attributi e infiniti modi, per Kant l’Io penso, che unifica
la molteplicità delle categorie, per Hegel la ragione
autocosciente che contiene tutte le triadi.

Il mondo sembra ormai pronto a concepire la realtà


come l’aspetto molteplice di un’unica matrice
onnicomprensiva, invisibile perché sita dentro e fuori, o
meglio, ovunque in particolare ed in nessuna parte in
generale.

26
Un’ulteriore problema filosofico, cui accenniamo
brevemente, concerne il problema della Forma e del
movimento dell’Uno e dei Molti, che alcuni pensatori
occidentali hanno risolto in modo logico e concettuale con
quanto segue: “La forma assoluta è nel luogo assoluto. Essa
possiede delle diversificazioni che vengono dette suoi
luoghi, in cui sono le forme meno vaste. La forma assoluta è
assoluta positività, essa non è mai indicata da un numero,
ma è una in assoluto. Il suo luogo è tutto, non infinito, essa è
una ed è assoluta staticità, anche se contiene il movimento,
ed è identica a se stessa. Il movimento avviene al suo
interno, che è molteplice, e ciascuna diversificazione non
basta al tutto, ma tende al tutto, così che il moto è contenuto
della staticità”. Ciò che rappresenta l’-Uno- o per dirla con
Leibniz, Monade, è la sua staticità, completezza; mentre la
categoria - molti - ha altre qualità del tutto opposte come
movimento, eterogeneità. Ma come fa L’Uno, l’Unità a
dividersi e quindi Muovere, pur restando ferma? Forse tale
paradosso si può risolvere con un altro paradosso, quello di
Achille e la tartaruga, proposto da Zenone di Elea.
Zenone di Elea, vissuto nel V secolo a.C., risolve la
questione con il paradosso della corsa o della dicotomia (o
di Achille e la Tartaruga). In breve, Zenone vuol dimostrare
che l’idea di un movimento lungo un continuo tra due punti
(A -------- B) è logicamente impossibile, poiché se si
dividono i movimenti necessari a coprire la distanza che va
da [A] a [B] si dovrà prima dimezzare, poi ulteriormente
frazionare e così via all’infinito. Inoltre, ogni segmento
finito del percorso richiede una quantità finita di tempo per
essere attraversato; dal momento che ci troviamo di fronte ad
un numero infinito d’intervalli finiti, concludiamo che
Achille, paradossalmente, non raggiungerà mai il traguardo,
ovvero non supererà mai, apparentemente, nell’ipotetica
gara, la tartaruga, che manterrà il suo vantaggio iniziale ad
ogni passo di Achille. Se un mobile passa da un punto A ad

27
un punto B, deve ovviamente passare, come insegnò Zenone
di Elea, per infiniti punti, i quali, in una grandezza finita,
determinano una continuità. Ma come può un mobile passare
da un punto a quello successivo senza soluzione di
continuità? La risposta è tanto semplice quanto
apparentemente paradossale: stando immobile infinite volte.
Infatti: quale sarà la distanza tra un punto e quello
successivo? Ovviamente zero. Ma la distanza zero la si può
percorrere stando fermi; per infinite volte (0 x oo) risulta una
lunghezza finita, ossia il mobile ha percorso il nostro tratto
da [A] a [B]. (Cfr., Nicholas Falletta, 1994; Francesco M.
Bianchi, 2005).
È sorprendente notare come il termine formare e informare
coincidono, ed infatti, recenti filoni della scienza
attribuiscono molta importanza al concetto di informazione.
Allora, Tutto è informazione, pure l’assenza della stessa.
Burckhardt (1991) parlando del rapporto tra forma e materia
sostiene che “le cose sono simultaneamente qualità e
quantità”. La dottrina tradizionale, di cui Aristotele è il
miglior rappresentante, non separa la forma dalla materia,
ma preferisce piuttosto assumere contemporaneamente i due
poli nella loro reciproca complementarietà.

28
Capitolo II

La poliedricità della relazione 1  M


nei vari aspetti

Cominciamo, anzitutto, a riflettere sui seguenti


aforismi, che ci guideranno nell’excursus dialogico
della trattazione della relazione 1 M.

“Quello che è uno è uno. Quello che non è uno, è pure uno”.
(Chung – Tzu)

“Tutte le cose erano insieme; poi venne la mente e le


dispose in ordine". (Anassagora , 499 -428 a.C.)

"La vita e la morte confluiscono in uno, e non c’è né


evoluzione né destino: soltanto essere”.
(Albert Einstein, 1879-1955)

“Vedere con chiarezza è poesia, profezia e religione, tutto in


uno”. (John Ruskin)

“Quando si hanno solo sensazioni, percezioni ed impulsi, il


mondo è arcaico. Quando aggiungi la capacità di formare
immagini e simboli, il mondo appare magico. Quando
aggiungi concetti, regole e ruoli il mondo diventa mitico.
Quando emergono capacità riflessive formali, il mondo
appare razionale. Con il pensiero sintetico integrato si vede
il mondo esistenziale. Quando il sottile emerge, il mondo
diventa divino. Quando emerge il causale l'io diventa divino.

29
Quando emerge il non duale, il mondo e l'io sono realizzati
come lo Spirito Uno” (Ken Wilber, 1999).

Espressioni della Relazione 1  M:


una panoramica tra natura e cultura

Sono tanti e diversi i campi dove è possibile notare


l’operato della relazione 1Molti o 1M, come
svariati, d’altronde, sono i possibili modi di intendere
tale relazione o rapporto. Tale relazione dinamica ha
come caratteristica di base un polo centrale, iniziale, da
cui originano, per passaggi consequenziali, la
moltitudine di fenomeni, strutture, funzioni e processi.

A seguire, una carrellata di illustrazioni rilevati da vari


e distinti ambiti, dove compare il rapporto 1M.
Nelle Decisioni e nelle Scelte, ad esempio, dove
l’obiettivo finale è uno (o quantomeno unitario) ed i
precedenti passi per arrivare alla meta costituiscono,
invece, la moltitudine dei processi vigenti nelle stesse
decisioni, con le rispettive ripercussioni su vari livelli di
ognuna di esse. Per decidere o scegliere qualcosa
bisogna prima decidere di scartarne altre.
Così, sul versante biologico, nella proliferazione
cellulare la quale prende origine da una cellula
totipotente che successivamente si differenzia nella
funzionalità dei vari tessuti, organi e apparati
dell’organismo animale o vegetale. Nell’albero ritorna,
puntualmente, la relazione uno (seme) molti (rami,
foglie, radici, frutti e di nuovo semi, ad indicare la
naturale circolarità insita in tali processi). Come anche
nella metafora della montagna, dove si può riscontrare,

30
detto poeticamente, l’unicità della goccia che prima
scende dalla cima innevata e che nel suo cammino
origina un ruscello il quale divenendo fiume prende
varie direzioni tutte diverse e reticolari, fino a giungere
nella foce che riconduce l’Uno iniziale ad un altro
principio più grande, qual’è l’Oceano (una metafora
dell’anima che ritorna allo Spirito). Si può scorgere,
ulteriormente, il rapporto 1  M nella produzione
artistica, letteraria e musicale dove formatosi un genere
(ad esempio il blues, o l’impressionismo) si assisterà
progressivamente alla sua differenziazione passando a
generi e sottogeneri che derivano da quello iniziale.
Ogni sottogenere, che è il prodotto “espansionale”
dell’unità originaria, è suscettibile di assumere nuove
forme creative, sempre all’interno della medesima
struttura (la metrica della melodia musicale) e sotto le
opportune condizioni facilitare o suggerire il passaggio
ad ulteriori ramificazioni o differenziazioni, di modo
che ogni punto è anche una nuova partenza6. Pensate,
ad esempio, ad una scuola di pensiero come la
psicoanalisi la quale, a partire dai capisaldi freudiani ha
dato il via ad una serie ininterrotta di scuole autonome e
sottoscuole di pensiero talvolta contraddittorie ed in
antitesi con la teoria madre, quella di Freud, che a sua
volta è stata elaborata attraverso l’integrazione, più o
meno consapevole, di altre teorie passate (che
fungevano da basamento teorico) come il Mesmerismo
e le teorie di Bergson sull’inconscio filtrate poi nella
6
A tale proposito ricordiamo l’esponenziale sviluppo di generi e
sottogeneri musicali che ad esempio nel rock anni ‘90 sono una
trentina e vanno dal più acustico-melodico al più trash e
tecnologico, con le varianti fushion (per citarne alcune: country
rock, haevy metal, post-rock, industrial, post metal crossover,
stoner rock, indi, giunge, ambient, tecno-rock, hardcore, punk,
eccetera).

31
sintesi che ne ha fatto Freud.
Ogni livello dell’esistenza partecipa, in qualche modo,
del rapporto 1  M, che funge da schema prototipico.
Ognuno di noi, nella propria vita, sperimenta
attivamente la relazione 1  M, sia come persona
singola che come membro di un gruppo, di una società,
del mondo intero.

Si può, altresì, ricorrere a molte analogie per spiegare il


Rapporto 1  M. Ad esempio, partendo dal centro
della terra o Gea, dove il nucleo magmatico
incandescente forma una sfera di fuoco e di energia
“imprigionata”, man mano che saliamo lungo gli strati
fino ad arrivare alla crosta terrestre notiamo un aumento
di diversità, un accumulo di variabilità, fino ad arrivare
allo strato più superficiale della terra, la biosfera, dove
anche noi viviamo, la quale è caratterizzata da una
maggiore complessità biologica, tropica, antropica e
vegetale, davvero sorprendente rispetto al centro, più
unitario e omogeneo (quasi una sorta di polarizzazione
qualità-quantità, che ravvisa la relazione 1  M). Dal
centro/nucleo alla periferia ritroviamo, quindi, lo
svolgersi del rapporto 1  M. A diversi livelli il
rapporto 1  M segue delle “leggi” che regolano i
meccanismi del regno in questione pur conservandone
gli aspetti caratteristici: minerale, animale, vegetale,
sociale e umano, macrocosmico, microcosmico, e i vari
livelli derivati o alternativi come i protisti, funghi,
licheni, buchi neri, quasar.

Nel cervello si possono ravvedere, a livello strutturale e


organizzativo, assonanze con la relazione uno – molti.
Di fatti, il “centro” del cervello, formato dai cosiddetti
nuclei centrali è la parte più atavica, a livello

32
funzionale: istinto, emozioni, bisogni primari, (se non
addirittura il sesto senso), come anche paranoia, attacco
– fuga, ecc. Orbene, tali nuclei centrali sono organizzati
in sezioni concentriche, rotondeggianti, rispetto alla
neo-corteccia, più irregolare e frastagliata, che
nell’uomo raggiunge dimensioni maggiori rispetto agli
animali in genere ed è rappresentata da circonvoluzioni
modulari altamente specializzate e interconnesse.
Quindi, il centro è maggiormente omogeneo [1], mentre
la periferia, ovvero la neocorteccia, più frastagliata [M],
così come le funzioni che, in genere nella neocorteccia
sono maggiormente molteplici, mentre nei nuclei della
base sono più “semplici”.

Da quanto detto risulta palese una considerazione:


l’Uno è sempre l’elemento più centrale, se vogliamo
più sferico e compatto, integro e maggiormente
energetico (si pensi al “Big Bang”). Di contro,
l’elemento periferico, che prende origine dal centro,
assume una posizione dicotomica data dalla differenza
in quantità rispetto al centro e talora dalla differenza
delle singole unità tra loro e tra il centro (intra/tra). In
altre parole, più vi è possibilità di espansione (dal
centro alla periferia) più la diversità/complessità
diventa esponenziale.
Tale concetto è espresso figurativamente anche in certi
cartigli che raffigurano il cerchio zodiacale con il Sole
al centro che ruota attorno alle costellazioni. Si pone,
infatti, la questione di come si può manifestare
figurativamente il rapporto che intercorre tra una
dimensione superiore, unitaria e centrale ed una
dimensione contrapposta, molteplice, diversificata,
complementare, che tende comunque ad un unità
centrale e fondamentale, e ciò sarà ravvisato nella

33
discussione sulle figure simboliche e mitologiche ivi
trattate, ed in particolare nelle raffigurazioni dei
mandala.
Un’altra lezione che ricaviamo tornando alla metafora
del pianeta terra e del suo centro è che esso (il centro) il
più delle volte ha le seguenti caratteristiche:

1. E’ nascosto, sotterraneo, invisibile e velato;


2. contiene un grado di energia superiore;
3. è indifferenziato, integro;
4. è una sfera, un punto, un uovo, un inizio.

Tali sono le caratteristiche espresse dall’unità, dall’uno7


(oltre che qualità contrapposto a quantità, originalità
versus ripetizione, eccetera.).

Livelli di rappresentazione del concetto 1 – M.

A livello figurativo la natura offre diversi spunti per la


relazione 1M. Riportiamo due casi estremi e alquanto
esplicativi cioè il melograno, dove il rapporto 1 M è
del tipo [1] che racchiude i [molti] o 1=M, e ciò la dice
lunga su una possibile corrispondenza tra melograno e
persona a livello metaforico (Io=M); mentre, ad
esempio, nella mora il rapporto è inverso per cui M=1.
Dalla formula 1 M si ricavano, essenzialmente, tre
tipologie di relazione:

7
Rimando al paragrafo “Verità centrali e circolari” per le
questioni concernenti il centro e l’unità.

34
1) [1 = M] ed [M =1] ovvero 1M, l’unità nella
molteplicità;
2) 1 ≠ M (i due opposti sono inconciliabili: ad esempio,
per assurdo, una persona che decide di fare a meno di
qualche organo vitale, oppure un branco di lupi che,
senza motivo, invece di operare per l’unità del branco,
decidono di vivere da soli, e via dicendo, oppure il
progressivo allontanamento degli elementi dall’unità e
successiva differenziazione tale che tra l’uno iniziale ed
i molti finale sono totalmente diversi).
3) i rapporti tra gli elementi di M (che possono essere
di attrazione o fuga, uguaglianza o differenza,
omogeneità o eterogeneità, conflittuali o armonici: lo
stesso vale per M ed 1). Abbiamo in sostanza un
rapporto verticale tra 1 (unità fondamentale) ed M
(relativi elementi dell’unità o ad essi tendenti) ed un
rapporto orizzontale tra gli elementi che compongono
l’unità, ovvero tra gli elementi di M (vedi il paragrafo
“molteplicità verticale e orizzontale” nel capitolo III).

Inoltre, in base al tipo di relazione in cui si substanzia il


rapporto 1  M avremo diverse manifestazioni e
condizioni. Possiamo a questo punto postulare alcune
modalità di espressione della relazione 1 M, fornendo
un quadro generale, a titolo esemplificativo e di ipotesi
guida:

• MOLTI che operano per l’Unità (es. cellule nervose,


o di qualsiasi organo, gruppi di insetti, branchi,
eccetera).

• MOLTI che sono già un unità, tale che la sottrazione


di un solo elemento distrugge la “visione d’insieme”
(si può ricorrere all’esempio del puzzle dove è

35
necessaria la relazione tra i molti pezzi che
nell’insieme concorrono a formare un’unica
struttura, oppure un unico processo, risultato, a
seconda di come si intende la questione.

• MOLTI divergenti da 1 (disequilibrio, caos, staticità,


“innaturalità”, come nel precedente punto 2, dove1
≠ M);
• 1 che da origine a MOLTI che si staccano e
diventano autonomi, cioè singole unità, che a sua
volta possono originare altri elementi (in ambito
sociale, ad esempio nei gruppi, biologico, ad
esempio i virus, i batteri, le cellule.). Tale è il
principio sistemico di equipotenzialità, per cui da
una causa (ad es. trauma, divorzio, alcol, etc.)
possono derivare una serie molteplice di
conseguenze (si parla anche di multicausalità,
ancorché di causalità circolare o retroattiva).
• Molti che cercano l’Unità (a livello biologico, ad
esempio, spermatozoi e uovo)8. In questo caso vale il
principio sistemico di equifinalità, per cui molte
cause concorrono a creare o scatenare un effetto
particolare entro una rete sistemica che investe
processi bio-psico-sociali. I due principi qui esposti
equi/finalità-potenzialità si applicano ad esempio al
sistema famiglia o alle organizzazioni, per cui un
membro può avere o subire molteplici influenze con
comunicazioni multimodale che fanno parte
dell’unità gruppale in questione. Omissis.

8
Avremo modo, nel corso del libro di chiarire meglio alcuni
concetti, fin’ora abbozzati e di farne emergere degli altri. Per una
rassegna figurativa consulta l’appendice 2.

36
Il rapporto 1  M nella sua forma ideale è un percorso
di suddivisione dell’unità → generazione della
molteplicità (differente/uguale rispetto all’unità),
→ e tensione della Molteplicità verso l’unità. Il tutto
compiuto seguendo un percorso circolare, che va dal
semplice al complesso, dall’ordinato al caotico, dallo
stabile al dinamico, dall’invisibile al visibile o
dall’infinito al finito, a seconda di come si vuole
descrivere la questione.
Nella realtà questo modello o percorso ideale può
essere più o meno sfumato e astratto, incompleto nel
suo continuum, non circolare, richiedere tempo. Sulla
questione del tempo, si può supporre che vi siano
diversi momenti d’attuazione del ciclo 1M, che varia
da una situazione all’altra, i due estremi potrebbero
essere il ciclo 1M che va dal big bang iniziale [1] alla
creazione dell’universo [M] e alla successiva
reintegrazione verso l’unità. Ciò a livello macro, con
tempi inesorabilmente lunghi. Allo stesso modo, anche
nel micro e con tempi brevi, si può ravvisare tale ciclo,
ad esempio nelle cellule, negli atomi, che rappresentano
l’estremo micro. Si potrebbe anche stabilire uno
“schema” che regola l’Attrazione tra 1 e Molti, a vari
livelli, con i relativi esempi:

TABELLA 1:
Alcuni livelli di rappresentazione dell’ Uni – molteplicità.

Livello Livello Livello


Biologico psicologico socioculturale
(intrapersonale) (Interpersonale)
Uovo – spermatozoi persona - idee Parola - linguaggio
Seme - pianta Io – Sé Io – Noi
Geni/cellula/organismo emozioni (implicite) – (Io – Molti)
simboli verbali (espliciti)

37
(ontogenesi-filogenesi) cervello – mente Stato – cittadini

Altri ambiti, brevemente illustrati, che rispecchiano la


poliedricità del rapporto 1 M, ovvero la molteplicità
contenuta nell’unità e l’unità nella molteplicità. Tali
ambiti si evincono dai seguenti esempi:

a) La metafora della “punta dell’iceberg” che ci porta a


prendere in considerazioni la natura implicita ed
esplicita, occulta o palese, inconscia o conscia, di certi
fenomeni; come per altro nella linea che lega il
genotipo al fenotipo, dove la variabilità dell’organismo,
che nel genoma è solo in potenza si rende manifesta.

b) La discendenza genealogica d’ogni singolo individuo


che è, altresì, l’espressione dell’unità nella molteplicità,
della razza che si esprime nella singola persona,
dell’ontogenesi che ricapitola la filogenesi, dell’evo-
luzione umana che riallaccia quella anfibia, rettile e
mammifera. Un’unità che abbraccia e contiene la
molteplicità.
Ci sono dunque molti modi di intendere la relazione 1
 M, come molti sono i termini in cui compare tale
relazione, ora come causa, ora come effetto, o causa
multipla ed effetto multicausale. Vedremo di seguito
come e dove si sostanzia la relazione dinamica uno-
molteplice.

38
Un’ultima breve nota: si dovrebbe rileggere in chiave uno-
molteplice anche il costrutto Stimolo – Risposta (S – R),
come per altro si è stentato di fare in ambito sistemico e
cibernetico. Di fatti, ogni stimolo può produrre più di una
risposta. Così come una domanda può produrre molteplici
risposte, un’azione diversi risultati, una causa molteplici
effetti, e via dicendo (e viceversa).
Ciò accade perché lo stimolo che interagisce con un
organismo attiva ed elicita tutte quelle risposte (anche
distanziate nel tempo) pertinenti (esplicite ed implicite) che
riguardano molteplici livelli di significato. Per fare un
esempio, già ad un livello apparentemente semplice, un
suono (stimolo) pone una persona a reagire in modi
idiosincratici che cambiano in base al momento,
all’attivazione corporea (arausal), ai ricordi che suscita, ai
meccanismi neuronali implicati, alle idee che fa insorgere, al
feedback che regola, alle azioni che può regolare (ad
esempio voglia di riascoltarlo, o di riprodurlo, di
comunicarlo, di concettualizzarlo, eccetera). Di recente la
psicologia sembra propensa più che mai per uno studio
olistico dell’uomo, molti costrutti infatti ricalcano la scia
della realtà uno – molteplice, come ad esempio la recente
teoria del codice multiplo di Wilma Bucci (1999) nella quale
vengono differenziate tre modalità fondamentali in cui gli
esseri umani elaborano le informazioni, comprese quelle
emotive, e formano rappresentazioni interne: il modo
subsimbolico nonverbale, il modo simbolico nonverbale ed il
modo simbolico verbale.

39
Miti, Archetipi e Simboli

"...Le figure del mito vivono molte vite e molte morti, a


differenza dei personaggi del romanzo, vincolati ogni volta
ad un solo gesto. Ma in ciascuna di queste vite e di queste
morti sono compresenti tutte le altre e risuonano. Possiamo
dire di aver varcato la soglia del mito soltanto quando
avvertiamo un’improvvisa coerenza fra incompatibili".
(Calasso, 1988).

Si enunceranno di seguito le interpretazioni plausibili e


alternative circa il significato dei tre elementi che
stiamo prendendo in questione, ovvero i miti, gli
archetipi e i simboli che l’uomo ha la vocazione di
riconoscere quali fili di un discorso che ingloba la
stessa realtà umana e per certi versi la prescinde.

1) Il mito rappresenta, su un piano sociale e soprattutto


semiotico, quello che per il soggetto parlante è la
differenza tra significato e senso: il significato, che si
estrae da un microcontesto, è la relazione tra soggetto-
fruitore e oggetto (in questo caso il mito); il senso, che
si estrae, invece, da un macrocontesto, risulta dalla
relazione tra soggetto-fruitore, oggetto (mito) e
contesto.
Ad esempio, il contesto sociale in cui si inserisce il
mito della Creazione il cui senso varia da una civiltà
all’altra, da un contesto storico-socio-culturale all’altro,
pur conservando il medesimo significato (cfr. Buttitta
A., 1979). Possiamo riassumere dicendo che il
significato di un mito è semioticamente omogeneo per

40
tutti i fruitori, mentre il suo senso varia in
concomitanza con le esigenze, pratiche e pertinenze
culturali e sociali dove s’inserisce (pur conservando le
stesse caratteristiche di base nonché la sua forza
proattiva), variando sia a livello soggettivo (come senso
personale, storia e vissuto personali) che collettivo.
Il significato dei miti e dei simboli, può, a ben vedere,
rimanere invariato nelle diverse culture, il senso,
invece, è squisitamente soggettivo, qualora il mito o il
simbolo si mostrano come chiavi di lettura per un
ambito idiosincratico, mostrandoci talora il senso della
nostra vita.
Ci troviamo dunque, accostandoci al mondo simbolico
e mitologico, all’interno della relazione 1  M, dove
con [1] indichiamo il mito di base valido per ogni
cultura (ogni cultura possiede un mito della creazione e
della distruzione, un mito della salvezza, dell’eroe,
eccetera) e con [M] i vari sensi attribuiti di volta in
volta ai miti, sia a livello sociale che a livello
individuale, e ciò vale anche per l’archetipo, essendo
esso una matrice universale rivissuta sul piano
personale con modi e tempi sincronistici diversi per
ognuno. In altre parole, il racconto mitico è sempre
aperto all’influenza delle situazioni comunicative e
coordinative, specificatamente sociali, di volta in volta
diverse poiché plastici sono i suoi contenuti e il suo
linguaggio, modificabili nel tempo e nello spazio e
stimolanti la creatività di diverse e ulteriori
rielaborazioni.

2) Attraverso l’arte, i simboli, i miti e gli archetipi,


l’uomo ha sempre cercato di avvicinarsi alla
dimensione trascendente, per elevarsi verso la Totalità.
Tutti questi elementi culturali, se vogliamo, circondati

41
da un’aura spirituale, nel senso più largo del termine,
sono circuiti “mentali”9 estremamente coesivi.
Quando consapevolmente ci mettiamo a recuperare un
archetipo, un mito o un simbolo, tanto inconsapevol-
mente ne recuperiamo altri, poiché essi sono elementi
fittamente interconnessi, nodi di una lunga catena
associativa e bio-energetica (la stessa cultura è come un
enorme computer dove basta introdurre una parola
chiave per scoprire le infinite varianti dei prodotti
culturali annessi e connessi, tale che il recupero dei
significati avviene teoricamente in un processo di
regresso all’infinito). Subentra allora la questione della
totalità che esprime bene Keysertling (1949) nel
seguente aforisma: “La coscienza dell’Io risiede nella
coscienza Universale”.
3) I miti, gli archetipi e i simboli sono delle immagini
che si sono sedimentate nel corso della storia umana e
sono divenute sempre più caratterizzanti i passaggi
dell’esistenza umana. Come descrivono in modo
efficace Caprettini e Ferraro (1981): “Il mito nasce là
ove la parola si trova defunzionalizzata, e quindi aperta
a tutte le potenzialità di produzione fantasmatica
contenute nel nocciolo del suo etimo”. I simboli, come
anche gli archetipi e i miti, di fatti, comunicano sempre
9
Il concetto di Mente va inteso secondo la concezione di Bateson
(di cui si è già discusso precedentemente nel paragrafo “dalla
Grecia ai nostri giorni”), che rappresenta la più esaustiva, poiché la
mente è intesa come proprietà “energetica”, organizzativa e
relazionale che investe gli esseri viventi e non viventi con vari
gradi di esplicitazione. Detto in altri termini, la mente non è nel
cervello (o comunque non solo in tal sede), esso è uno strumento
dove la mente si può esprimere al meglio.

42
alla parte desta del cervello, che parla un linguaggio
fatto d’immagini e metafore in sintonia con una logica
a-temporale e a-spaziale interna racchiusa nei simboli e
nei miti. Il cervello destro elabora anche il linguaggio
delle emozioni e delle sensazioni, della comunicazione
paraverbale e di quella emotivamente coinvolgente.

4) In una visione più “olografica” i miti, gli archetipi


ed i simboli, racchiudono stati energetico-evolutivi,
difficilmente determinabili materialmente, pertanto
potrebbero rappresentare una forma d’energia
universale, biocosmica, che erige il Pensiero (cfr.
Bohm, 1980), ovvero l’Idea a matrice strutturale e
dinamica che investe energicamente i tre elementi
(miti, archetipi e simboli). L’uomo non ha un reale
potere di controllo sul pensiero e tanto meno sui
simboli. Il Mito, l’Immagine Simbolica e l’Archetipo,
sono i tre elementi che stanno alla base del pensiero e
del pensare, come anche dell’agire. Tali forze sono
immagini speculari dello stesso fenomeno operanti a
diversi livelli.

Come si può constatare da queste brevi rassegne circa il


significato dei tre elementi, il linguaggio con il quale ci
parlano le immagini mitiche e simboliche racchiude
“quella iridescente pluralità di significati che è il suo
proprio retaggio” (Caisser, 1923) in quanto il mito, così
come la favola, è “l’espressione originaria della vita di
cui la terra è dimora, e la forza che esprime aiuta
l’uomo nel suo vivere quotidiano” (F.M. Abele, 1987).
Anche nella spiegazione di alcuni fenomeni
apparentemente paranormali come i Corpe Circle, la
psicocinesi e la telepatia è utile richiamare il valore
metacomunicativo dei simboli e dei miti, del simbolo-

43
idea che diviene forma, che si materializza con o senza
il concorso della mente umana, ma questa è un ipotesi
in cantiere per cui la teniamo in standby.

Archetipi, Sincronicità e parapsicologia

Gli archetipi (vedi tabella 2), d’altra parte,


rappresentano il simbolo universale della totalità e
circolarità (per ciò che riguarda gli eventi della vita
umana nella loro ciclicità e stadialità) racchiusa in essi
come anche, specularmente, dentro noi. Si pensi al ciclo
nascita - concepimento - morte. Di fatti, gli archetipi,
sono, come i simboli, energie che racchiudono
immagini, parole, scene di vita e rappresentazioni
sociali, in maniera sintetica e universalmente valida:
sono la nostra comune origine.
La forza trasformativa degli archetipi ricompone in noi
una cornice più vasta dove poter inserire il quadro della
propria vita, della nostra storia, in armonia con le altre
storie del mondo, di là dalle dicotomie che dividono.
Noi sentiamo viva la presenza di un archetipo in
particolari momenti della nostra vita, che vanno dalle
tappe fondamentali quali nascita, morte, fino riguardare
momenti speciali come incontri importanti, lavoro,
scuola, contrassegnando i grandi cambiamenti nel corso
della vita. Gli archetipi (come anche i miti e i simboli)
suggellano il fatto di sentirsi parte di una storia più
grande, della quale andiamo a costituirne le pagine. Se
noi guardiamo la nostra vita come l’insieme di
microazioni quotidiane vedremo la molteplicità che
cristallizza la propensione a concepire la vita, come un
processo in divenire di più ampio raggio che va dalla
nascita alla morte e che ingloba l’essere umano dentro

44
un piano cosmico, dentro una dimensione che ingloba
passato, presente e futuro. Vista in questo modo la
stessa vita è Simbolo, Archetipo e Mito.

Fatta questa dovuta premessa citiamo adesso in causa la


sincronicità, un fenomeno di coincidenze significative e
a-causali che lega il vissuto personale (emotivo,
interiore) e il mondo esterno. I primi ad ipotizzare la
connessione di tale fenomeno con eventi reali sono
stati, all’inizio del xx secolo, il fisico W. Pauli, (1920)
nella concezione non – localista e non – causalista
della meccanica quantistica e C. G. Jung, (1914 e seg.)
accostando la sincronicità all’inconscio collettivo e agli
archetipi, per cui la seriazione e la sincronicità sono le
risultanti archetipiche della fondamentale unità di tutte
le cose.
Il significato ultimo della sincronicità ci trasmette
l’idea che siamo tutti in un modo o nell’altro collegati o
connessi da trame sottili, come dice giustamente Hopke
R. H. (2004) “il significato della nostra vita e l’intreccio
delle nostre storie non includono semplicemente quello che
sappiamo di noi ma giungono da una fonte molto più
profonda, dalla nostra innata capacità di vivere l’integrità
in forma di vita simbolica”.
Le trame sincronistiche che tessono gli archetipi/guida,
cui dovremo ispirarci sono davvero impercettibili e
inimmaginabili. L’essere umano ha il potere, per lo più
inconsapevole, di evocare le forze contenute nei simboli
o negli archetipi. Ad esempio secondo un ipotesi
parapsicologica riadattata (cfr. Pavese, 2002) in alcuni
momenti di intensa carica emotiva (o carico emotivo)
una persona può, sempre inconsapevolmente, agire
sulla materia (psicocinesi) attraverso i simboli in modi
che si ricollegano al vissuto emozionale che agisce
come canale comunicativo verso l’esterno (sfogo

45
psicologico esterno). Più la mente umana è in sintonia
con il mondo simbolico è meno sono i gradi di
differenza che lo separano dallo stato fondamentale
della materia anch’essa regolata da energie
comunicative che talora l’uomo sa cogliere. Ipotesi
parapsicologiche a parte, è bene notare che le mille
forme nelle quali opera la forza trasformatrice
dell’Archetipo, suggeriscono l’attivazione del modello
1  M. L’archetipo è Uno, mentre le sue molteplici
manifestazioni, ora arcane ed ermetiche, ora chiare e
palesi, dimostrano la straordinaria plasticità monoideica
(di una sola idea caricata dalle attese sociali e personali)
che consiste nel distribuire la sua energia vitale, senza
per questo svilirsi, ad ogni essere nei momenti più
propizi.

TABELLA 2: ( TAVOLA DEI 7 ARCHETIPI)

46
Il Sentimento La Meta Il Limite L’Ombra
chiave

Dipendenza,
Bambino Protezione, Crescere Immaturità Malizia
Sicurezza
Autonomia,
Viandante Distacco, Errare Irrequietezza Vittimismo
Solitudine

Cercatore Ricerca, Cercare Rinuncia Dispersione


Esplorazione,
Identità

Guerriero Forza, Volontà, Combattere Abbandono Brutalità


Conquista

Trionfatore Traguardo, Vincere Sconfitta Egotismo


Soddisfazione,
Distensione

Mago Energia, Scrutare Inganno Inflazione


Mistero,
Profondità

Vecchio Integrità, Conoscere Astrazione Indifferenza


Saggio Contemplazione
Compassione

Un Unicum Cosmico in Armonia

47
Vi è un motivo mitologico di base secondo cui in
origine tutto era Uno e poi è avvenuta una separazione,
che di solito si fa coincidere con la Caduta dell’uomo,
l’abbandono del Giardino dell’Eden, il passaggio da un
mondo sovradimensionale ad uno, il nostro, racchiuso
nello schema di spazio e tempo limitati: cielo e terra,
notte e giorno, maschio e femmina, inizio e fine, tutto
era un unicum. Nelle upanishad indiane c’è
un’immagine dell’energia originaria, concentrata, che è
il big bang della creazione che ha dato origine al
mondo, consegnando tutte le cose alla frammentazione
del tempo. Il divenire riguarda sempre una frazione,
l’essere, invece, è totale. [cfr. J. Campbell, 1990]. Come
abbiamo fatto a perdere i contatti con questa unità
sostanziale? È una domanda che si chiede il noto
antropologo Joseph Campbell che ci invita a riflettere
sul fatto che “in un certo senso è a causa della nostra
mente che viviamo in questo stato di separazione”.
Forse questo bisogno di integrità è sempre esistito nel
rapporto dell’uomo con la natura, l’uomo e l’universo.
I simboli, gli archetipi e i miti sono un tentativo di
cogliere e rappresentare un Unicum Cosmico che si
riflette nel particolare, che prende forma e attraverso i
sensi diventa tangibile, fonte di conoscenza
esperenziale. Vi è una dose d’unicità assieme ad una
dose di diversità, praticamente, in tutte le cose, essendo
esse passibili di essere pensate o solo guardate da più
angolazioni. La nota di Do è Do, non ci darà altri suoni,
se non in associazione con altre note del pentagramma,
per formare gli accordi, le scale e con il ritmo
(dimensione tempo) creare la melodia e la musica.10.

10
Vi sono, per stare in tema, molti miti e cosmogonie che affidano
al Suono l’opera di creazione d’ogni cosa. L’universo si può

48
Il principio che sta alla base dei miti, dei simboli, degli
archetipi ed in definitiva del pensiero e delle idee
universali è, Unico. Unico significa anche che ha una
doppia valenza, quella dell’unicità irripetibile, valida
per ciascuna persona in modi e tempi distinti, e quella
dell’unicità intesa come valore assoluto e totale, valida,
cioè, unica per tutti (nella forza, nell’energia, nello
statuto di unità). In altri termini il copione della
rappresentazione o sceneggiatura della Realtà è unico di
per sé. Cambiano gli attori e di conseguenza il copione
che essendo per natura fluido o flessibile si adatta al
nuovo contenitore di volta in volta diverso.
I miti hanno tracciato le vie per realizzare con pienezza
carismatica la coesione tra gli uomini e tra l’uomo e la
natura, scandendo determinati riti di passaggio e fasi da
attraversare per raggiungere uno stadio di maggiore
pienezza e consapevolezza delle trame comuni.
Gli archetipi ci possono insegnare a percorrere tale via
come fanno il Viandante, il Ricercatore o l’Eroe. I
simboli e le immagini faranno da segnaletica per non
smarrire la strada. Bisogna seguire il nostro bisogno
d’empatia e coesione.

concepire come un Grande Concerto Sinfonico Armonioso, tutto è


collegato come in una sequenza musicale avente un tema di base
unico, un motivo unico che cambia d’intensità ed effetto secondo
dove si “posano” le frequenze del suono universale, in base, cioè, a
cosa funge da cassa di risonanza. Per non parlare del mantra, delle
rune, di alcune invocazioni o parole magiche, cioè suoni che
racchiudono straordinari poteri e che solo uomini accorti sono
degni di proferire.

49
Armati dall’energia dei miti, degli archetipi e dei
simboli, noi dobbiamo essere, responsabilmente, gli
eroi della nostra vita, il mito della nostra storia, il
simbolo della redenzione e dell’unità, l’archetipo che
illumina gli altri, ognuno nel suo piccolo grande
microcosmo.
Bisogna, dunque, riconciliare ciò che in definitiva era
un tempo unito. La scienza/ragione ha seguito un
cammino divergente rispetto al mito/sentimento. Esse
sono, invece, due facce della stessa medaglia cui
l’umanità deve dare ascolto alternativamente, come un
individuo dovrebbe sentire in modo complementare sia
la parte destra (emotiva) sia la sinistra (razionale) del
cervello11.
A tutto ciò va aggiunto che ogni cultura, ogni religione,
filosofia o modello culturale, portano con sé, un
frammento di verità.
Occorre allora riflettere su un punto: lo sbaglio,
individuale e collettivo sta proprio nell’assolutizzare
questo frammento di verità relativo e proporlo come
dogma perdendo quel senso d’unità cosmica che
precede la costruzione mentale e paramentale del
significato simbolico. Il centro è ovunque e non il
contrario, ed è una lezione di relativismo valida per
ogni situazione umana.
In conclusione, le forze che racchiudono i miti, gli
archetipi ed i simboli sono lo specchio della totalità che
riflette l’armonia degli eventi, la quale, come dice
11
Inoltre, a titolo d’ipotesi, vi sarebbe un’influenza geografica non
solo sulla cultura umana ma anche sulla parte del cervello che
sviluppiamo maggiormente: quindi l’occidente ha sviluppato di più
la parte analitica del cervello e forse l’oriente la parte emotiva e
sintetica del cervello, la quale reagisce con più forza ad immagini
visive, ai suoni melodiosi del mantra.

50
Eraclito, nasce dai contrari. A tal proposito ci viene
incontro, per esemplificare quanto detto, il mito
d’Armonia:

“Nasceva Armonia da Afrodite e da Ares (così in Esiodo) e


avrebbe sposato Cadmo, re di Tebe. Nasceva quale simbolo
della concordia d’amore e immagine emblematica
dell’ordine perfetto dell’Universo. Del molteplice che si
compone nell’uno, delle parti che si integrano con
equilibrio, con giusta rispondenza, nel microcosmo, come
nel macrocosmo. Della dolcezza di vivere nel suo grembo”.

..Nelle religioni
Lo scopo delle religioni è unico, ed è quello di
accrescere la sensibilità individuale per una Forza
Superiore che ci compenetra. Tuttavia, le strade per
sperimentare tale Essenza sono state storicamente e
culturalmente, nonché geograficamente determinate in
modo da assumere valori e norme caratteristiche del
gruppo di riferimento, indice di diversità di pensiero e
di azione. Ad ogni modo, si può rintracciare un unico
filo che unisce, ad esempio, i miti egizi dai quali
scaturiscono indirettamente la religione Mitraica e
Cristiana (a livello della rappresentazione simbolica) e
la concezione Greca del mondo spirituale. Il principio
dell’uni-molteplicità ci riconduce, direttamente o
indirettamente, a capire come ogni forma di rituale,
ogni cerimonia, ogni mito o teogonia, altro non sono se
non il cercare di ricondurre ad un’unità superiore la
dimensione materiale e molteplice in cui l’essere è
immerso.

51
Fa molto riflettere una frase dove si diceva: “Gli dei
conservano lo stesso “potere” ma assumono altri
nomi”. La religione cristiana è una pratica che andrebbe
riscoperta alla luce del significato simbolico che
accomuna le varie religioni ed in vista del suo carattere
molteplice ed unitario. La religione cristiana è un chiaro
modello della verità racchiusa nel principio uno – molti
che ha sempre, esplicitamente o implicitamente,
indicato attraverso le scritture, le raffigurazioni, la vita
ascetica e mistica di molti santi, la riconciliazione della
molteplicità con e attraverso l’unità.
Cristo diceva: “Vi farò un cuore solo e un’anima sola”.
Ed ancora “I primi saranno gli ultimi e gli ultimi
saranno i primi”. Così, attraverso le parabole e gli
insegnamenti teologici, Cristo cerca di comunicare
l’unica realtà che tutto contiene cui l’uomo deve
tendere e anelare con tutta l’anima.
San Paolo nella lettera ai Corinzi ci da, in diverso
modo, una chiara dimostrazione, attraverso una
metaforica dialettica, dell’unità nella molteplicità. Nella
lettera ai Corinzi San Paolo sviluppa l’immagine del
corpo per rappresentare l’unità della chiesa attraverso la
varietà delle membra e la molteplicità dei carismi e dei
doni. “Come, infatti, il corpo, pur essendo uno, ha
molte membra e tutte le membra, pur essendo molte,
sono un corpo solo, così anche Cristo” (1 Cor 12,12).
Ed ancora: “Vi sono poi diversi carismi, ma solo è lo
Spirito, vi sono diversità di operazioni ma uno solo è
Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4 – 6 ). L’unità
auspicata dall’apostolo Paolo non coincide con
l’uniformità bensì con l’armonia delle diversità, un
messaggio alquanto attuale, del quale la Chiesa, pur con
alti e bassi, n'è un buon rappresentante esemplare.
Nell’eucaristia la chiesa ritrova il principio unificatore:

52
“Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo
un corpo solo, tutti infatti partecipiamo dell’unico
pane” (1 Cor 10,17).
Il principio dell’unità molteplice, come si può vedere,
accompagna (con i relativi rimandi al mistero
dell’unità, della moltitudine, e dei tanti modi di
raffigurare tale concetto), in qualche modo, tutta
l’esegesi biblica ritrovandolo come una presenza
costante presso molte religioni (si pensi a Siva con i
suoi mille bracci e occhi). La relazione 1  M auspica
un sincretismo ecumenico tra religioni e all’interno
delle stesse, religioni che nel complesso sono unite
nella molteplicità dell’Unità che cercano di esprimere e
rappresentare partendo dalle loro specificità carisma-
tiche e vocative. Ciò è ancora più evidente a livello
figurativo. Ad esempio, le diverse figure dei mandala,
quale simbolo di unità molteplice, sono un altrettanto
motivo iconografico ricorrente tanto nelle religioni
orientali e mediorientali (ma anche tribali) quanto in
quelle cattoliche (in Italia alcuni splendidi esemplari di
immagini che richiamano la geometria vandalica del
cerchio, del centro e della diversità/armonia degli
elementi in essi contenuti, si possono contemplare ad
esempio nel Duomo di Monreale e nella Cattedrale di
Ravenna).
Ogni religione ha, invero, almeno uno spunto che parte
dalla concezione di un tipo di rapporto quale quello 1
 M e soprattutto quando la religione si fa simbolo e
quindi condivisione, legame tra due mondi separati,
guida delle genti, o per usare un termine cristiano la
“moltitudine di genti”. D’altra parte, i simboli, hanno
molto da insegnarci e non solo sulla questione uno-
molti ma anche su come legare le religioni tra loro,
come connettere le persone e le idee, come cogliere i

53
messaggi provenienti dall’inconscio collettivo e via
dicendo.
Colgono molto bene il concetto sostanziale di relazione
1 M le monumentali rappresentazioni del Buddha a
Java, nel tempio di Borobudur dove ci sono quasi 2500
metri d’incisioni a rilievo e oltre 500 immagini del
Buddha a grandezza naturale. La cosa più sorprendente
è come tali immagini, disposte in nove file crescenti,
diventano sempre meno realistiche, più celestiali ed
esoteriche, sfumate, fino a sfociare nell’assenza di
forma. In tutte le religioni si contempla una forma di
evanescenza nei confronti del principio primo e ultimo
di tutte le cose, la cui caratteristica è non possederne
nessuna. Allo stesso modo l’estremità superiore delle
chiese e delle cattedrali si presenta sempre circolare e
sferica rispetto alla base quadrangolare (talvolta
collegate tra loro da uno strato ottagonale che
rappresenta l’uomo, la via di mezzo tra cielo/sfera e
terra/quadrato. La religione è una questione di fede:
credere in ciò che non si vede materialmente e i cui
effetti sono tutti a priori o a posteriori ma intangibili nel
presente. Nel Vangelo di Matteo si legge “ ... Ogni
scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli è simile
ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose
nuove e cose antiche”. Questa frase va inserita in un
contesto dove, secondo la conoscenza antica e
sapienziale “quel che dal punto di vista del Principio è
immutabile, dal punto di vista del mondo è spesso
nuovo ed imprevedibile”.

A livello evolutivo-strutturale, si può affermare che


ogni religione, come d’altronde ogni espressione
culturale, filiativa e organizzativa, seguono un percorso
standard definito puntualmente dalla relazione 1  M,

54
che ne rappresenta una tappa evolutiva quasi
obbligatoria, ed in questo caso ne rappresenta lo
schema evolutivo di base. Per fare un esempio, il
Cristianesimo all’inizio era poco meno di un
movimento “settario”, circoscritto, che dovette lottare
parecchio per affermarsi al tempo dell’impero romano
(I sec. d.C.).
Col tempo nacquero le prime chiese, alcune delle quali
in mitrei preesistenti, dove si celebrava il culto
iniziatico del dio mediorientale Mitra. I culti cristiani
presero piede in diverse città ed il movimento crebbe a
dismisura, soprattutto in seguito alla costruzione dei
primi monasteri e delle prime abbazie che permisero
maggiori comunicazioni in tutta Europa, tale che è
lecito affermare che una prototipica forma di Unione
Europea si cominciò a prospettare proprio in quel
periodo (dal mille a.C.). In seguito, avanti con gli anni,
si assiste ad un proliferare di movimenti diversificati,
con un proprio stile di vita (benedettini, domenicani,
francescani, monaci del Monte Athos, carmelitani e le
relative scissioni apportate da Lutero, Galvano etc.),
fino all’attuale molteplicità (nell’unità) cui si assiste.
La chiesa attualmente conta centinaia di movimenti e
ordini uniti nella fede in Cristo Risorto e nell’istituzio-
ne della Chiesa.
Così, ogni aggregazione, movimento, gruppo politico o
organizzazione, dalla più effimera alla più importante e
duratura, ha come principio base di evoluzione la natura
della relazione uno – molti (per esemplificare:
nascita/inizio – proliferazione/diversificazione con o
senza un ritorno all’unità originaria).

Numeri: Uno per tutti, tutti per Uno.

55
Sul tempio d’Apollo a Delfi si può leggere: “Il numero
è la legge del cosmo”. Una legge che l’uomo ha
cominciato fin da subito ad apprezzare e cercare di
capire, partendo dalle semplici operazioni fino ad
arrivare all’attuale forma di matematica, astratta e
“quantistica”.

Operando una semplice divisione tra 1 e 7 (due numeri


simbolicamente importanti) cosa otteniamo? una
sequenza particolare: [0 14 28 57 1]. Cioè, una
progressione esponenziale che ritorna all’uno. Già il
livello simbolico si presenta abbastanza esplicativo e
sorprendente, almeno a livello intuitivo. La somma del
risultato conduce a 100 oppure a 10 (1+4+2+8+5…),
quindi ad uno. È un perfetto esempio del rapporto
circolare 1  M: cioè il ritorno all’unità da parte della
molteplicità.
I numeri sono anche simboli, significati, valori,
attributi, tanto che “Il piacere di essere tra la gente
esprime il senso di gioia per la moltiplicazione dei
numeri” (Marshall McLuhan, 1997). Baudelaire, dice
McLuhan, aveva intuito esattamente la natura del
numero, in quanto specie di mano tattile o di sistema
nervoso capace di stabilire un rapporto tra unità
separate, quando disse che “il numero è nell’individuo.
L’intossicazione è un numero”.

Il numero per McLuhan è un’estensione del senso del


tatto dal quale ha origine. Il numero è allora
un’estensione del corpo fisico dell’uomo, “l’estensione
del nostro sistema nervoso centrale nelle tecnologie
elettriche”.

56
Questo per quanto riguarda il rapporto tra numeri e
realtà materiali, molteplici. Eppure, da sempre si sono
cercate delle connessioni più ascetiche, spirituali,
riguardo i numeri.

Nella tradizione Greca d’astrazione pitagorica i primi


dieci numeri (dodici in quell’orientale), che sono molto
vicini all’uno, riguardano lo spirito, vale a dire un
principio superiore ed unitario: sono entità, archetipi,
simboli, quindi Qualità. Tutti gli altri numeri risultano
dalla combinazione di questi numeri primordiali, ne
sono una sorta di ripetizione. L’Uno, invece, è la
somma di tutte le possibilità, l’Unità Primordiale
pantocratrice, origine di tutte le cose, il Principio che da
origine alla dualità e quindi per successione alla
molteplicità, per poi ritornare all’unità finale che
contiene tutto12. Seguendo il simbolismo delle origini,
con Pitagora, Platone, i sufi, e facendo un po’ la spola
tra alchimia, buddismo, astrologia, si scopre che il Due
è un numero/principio relazionale che, per sua natura,
stabilisce una terza via che sorge dalla dualità, ovvero il
Tre e da qui partirebbe la molteplicità. Il tre che è
“Spirito” incontra il Quattro, la materia e dalla loro
somma nasce il Sette, dalla moltiplicazione il Dodici,
che sono due numeri sacri e ricorrenti nelle
rappresentazioni più svariate dall’oroscopo e i mesi

12
Per analogia, la stessa lettera Alfa [α] o Alef, la prima
dell’alfabeto, ha un significato compatibile, nella tradizione
cabalistica e numerologica, con quello dell’Uno e cioè: “Unire,
legare, sposare, avvicinare collegandole in modo che due cose
appaiano come una sola”. Seguendo tale analogia (lettere/numeri)
Beta [β], sarebbe il contenitore, analogo quindi alla materia, al
corpo, alla ricettività che accoglie e prolifica. Inoltre α contiene già
in sé il principio del cerchio che tende a divergere e in β si scorge
quasi uno sdoppiamento dell’alfa, L’Uno che si fa Due..

57
dell’anno (12), ai peccati, vizi e virtù, pianeti, (7).
Esistono quindi dei “numeri critici” alla base della
molteplicità a partire da un’unità. Tali numeri sono
delle costanti (in base alle varie tradizioni alchemiche,
esoteriche, massoniche, mitologiche e cosmologiche, la
cui trattazione esula, per adesso, i nostri scopi
esplicativi) nei processi fisici, biologici, psicologici,
sociali e spirituali di suddivisione dell’unità originaria
nei molti: tali numeri sono, in particolare, il 4 ed il 7.
Vi sarebbe, ad esempio, una progressione (cruciforme)
che parte dall’uno, si divide in quattro che funge da
base per la molteplicità, poiché dalla combinazione del
quattro si avrebbero molteplici possibilità in potenza
per realizzare il piano dell’esistenza. Pensate ai 4 geni
del DNA (adenina, timina, guanina e citosina) che
combinandosi in triplette danno vita al codice genetico
della vita (quindi il ritorno al 3, poi al 2, come nel
processo meiotico, e all’unità, ossia l’organismo).
Insistendo ancora sul quattro, possiamo constatare
come le costanti numerico-simboliche che riguardano
l’origine, la genesi (in generale e in particolare)
seguano una linea comune. Ad esempio nell’origine del
sistema solare sono ravvisati le costanti evolutive
presenti nel simbolismo di processione 1 – 4, ovvero
unità – molteplicità. Seguendo l’esempio, l’uno, ossia il
Sole, è l’antesignano di tutti i pianeti del sistema solare,
dove la terra (forse non a caso) occupa il quarto posto
nella processione, e non a caso il pianeta Terra esprime
per intero le potenzialità della molteplicità su ogni
livello, per la sua posizione privilegiata rispetto al Sole.
Perché questa costante e critica epopea del numero
quattro/terra?

58
Alla base della complessità vi è sempre un ordine
elementare, lo si può vedere, ad esempio nelle vocali e
nelle consonanti, in numero limitato, rispetto
all’immensa varietà che scaturisce nell’espressione del
linguaggio; ed ancora in linea con le corrispondenze
numeriche, questa volta del sette e del quattro,
abbiamo, per esempio: le 7 note, i quattro elementi
(aria, acqua, terra e fuoco), i 7 metalli che
corrispondono in alchimia ai 7 pianeti, i 7 archetipi che
abbiamo già incontrato (tabella 1), e così via.
Il sette, tanto apprezzato dai massoni, è il numero
dell’universo, del Kósmos/ordine, il macrocosmo, la
completezza e l’integrità. Miriadi di riferimenti
innalzano il Sette a ministro supremo nel cristianesimo,
ma anche l’oriente non risparmia benevolenza a questo
numero, infatti, nel buddismo è associato all’ascesa e
all’ascendere verso il punto più alto raggiungendo il
centro. Presso gli alchimisti e prima ancora presso il
culto Mitraico, il sette conserva la stessa caratteristica,
d’ascesa e discesa, d’accesso: Mitra, il “concorrente” di
Cristo al tempo dei romani (circa I sec. d.C.), ha sette
porte e altari, e una scala con sette pioli (tanto spesso
raffigurata in alchimia) raffigura i sette gradi
dell’iniziazione ai misteri. Inoltre Mitra aveva dodici
discepoli, come Gesù. A livello figurativo, inoltre, si
può accostare il 7 alla falce, come probabile indice del-
la “falce della morte”, intesa però come rinascita a
nuova vita. Da qui la funzione del 7 di partecipare nei
processi trasmutativi, trasformativi, trascendentali, che
contemplano una rinascita a nuova vita (come negli
iniziati, nei preti, nel matrimonio, eccetera).

Sull’Uno ed i suoi rimandi simbolici vi sono miriadi di


riferimenti, per cui per semplificare citerò Jung il quale

59
include tale numero tra i simboli unificatori che, come
la ruota e il mandala, conterrebbero un significato
psichico particolarmente intenso, quello del Sè: l’uno è
la vita non ancora manifesta e nello stesso tempo
l’origine di ogni manifestazione, è il centro che risolve
e contiene gli antagonismi, che racchiude l’origine e il
compimento. Il mondo umano si associa con il pari,
dunque con il due o il quattro, a raffigurare la frattura
dell’unità e il tentativo di ritornarvi.
L’Uno, numero dispari, è il simbolo del principio attivo,
è associato al punto che quando si trova in mezzo ad un
cerchio, indica la manifestazione. Nelle più antiche
civiltà dell’Oriente e dell’Occidente il cerchio con un
punto nel mezzo raffigura il sole o l’oro, i punti più alti
dove ascendere e ritrovare la totalità e il senso d’ogni
cosa. Secondo gli alchimisti, gli altri pianeti (e metalli
vili, cioè impuri) sarebbero le varianti di un unico
prototipo che si rende manifesto nella sua integrità
soltanto nel sole (così come nell’oro per i metalli) e
quindi nello spirito che informa la materia.
Un assioma centrale dell’Alchimia, la “scienza
dell’anima”, e precisamente l’assioma di Maria
Prophetissa, recita così: “L’Uno diventa Due, i Due
diventano Tre, e per mezzo del Terzo, il Quarto compie
l’Unità”. Tali direttive teleologiche accompagnano,
come un leitmotiv, quasi tutta la durata della vita
dell’alchimista (cfr. Jung, 1944). Come afferma un altro
grande autore russo Pavel A. Florenskij Il problema
dell'«uno e molti» è una questione che trova la sua
soluzione definitiva solo se è affrontata in chiave
ontologico-trinitaria. Non è un caso che diversi, per non
dire molti, autori, per vie parallele, giungano ad
estrapolare segmenti di verità universale e validi per
ogni tempo e ogni luogo.

60
Si comprende allora come il Rapporto 1  M sia una
relazione, nonché una legge basilare in molti campi
dello scibile umano, e che merita una doverosa
attenzione. Ancora una volta il mito supera la
speculazione scientifica attraverso un linguaggio più
originale e profondo, come d’altronde il linguaggio
delle immagini aleggia sempre su un piano superiore
rispetto alla parola, così come il rito e le celebrazioni
sacre ad un certo punto impongono il silenzio e la
contemplazione. Secondo una visione del mondo (cfr.
Renè Guénon) l’attributo della materia è la quantità,
“la quantità pura, non determinata dal limite di un
qualche numero e, in quanto tale, necessariamente
inaccessibile” (Burckhardt, 1986). Per semplificare un
discorso troppo complesso che chiamerebbe in causa
concezioni filosofiche e dottrinali, nonché esoteriche e
alchemiche troppo al di là della portata della
trattazione, diciamo in sintesi che vi sono due poli
fondamentali e complementari nell’universo: un Polo
Ricettivo o passivo e un Polo Attivo. Ognuno dei due
poli ha le seguenti connotazioni/ raffigurazioni che
riportiamo nella seguente tabella:

TABELLA 3: (Poli dicotomici)


POLO ATTIVO POLO RICETTIVO
1 2, 3, 4,...Molti
maschio femmina
spirito materia
qualità quantità
Sole Luna
Cielo Terra

Ciò che c’interessa di questa tabella è la constatazione


che l’Uno è il polo attivo ed il resto degli altri numeri, il
polo ricettivo.
Così, sempre in estrema sintesi, i numeri 1, 2, 3 e 4
sono delle qualità più che delle quantità. Poiché ad essi

61
sono associate (e già solo per quello), a livello
archetipico, una serie di connotazioni religiose,
simboliche, mitologiche, universali e particolari.
Non mi sorprenderebbe, insomma, che alla base del
principio 1M vi fosse una semplicità complessa, cioè
una ciclicità nel procedere tale che ogni evento debba
misurarsi prima o poi con i primi 10 numeri, che stanno
alla base della struttura e del funzionamento delle cose,
dalle particelle elementari fino alle galassie sconfinate.
Ripeto, tali numeri non sono connotati in senso
quantitativo (non solo) ma a livello qualitativo, sono
delle qualità sensibili.
Stando sempre in tema di numeri, possiamo notare
come anche il segno della moltiplicazione, il x (per)
rappresenti a livello simbolico la base della molteplicità
stessa, che da un centro si dirama in quattro vie. Tale
segno rappresenta anche la croce, che contiene in sé il
principio universale dell’unità nella diversità. Il segno
della moltiplicazione, sempre a livello simbolico, si può
raffigurare anche con il punto ( . ) un altro simbolo
d’unità, che propugna l’auspicio per la sintesi del
molteplice. Niente avviene per caso!

Capitolo III

Verità centrali e circolari nel registro


simbolico: andata e ritorno

62
C. G. Jung, che ci ha più volte accompagnato durante le
nostre riflessioni, è da reinterpretare in chiave moderna
come uno dei precursori di una nuova visione del
mondo, egli afferma:

“L’essenza della coscienza è la distinzione: per


realizzare lo stato cosciente, occorre separare i
contrari, e questo contra naturam. Nella natura i
contrari si cercano – les extrèmes se touchent - è così
anche nell’inconscio, particolarmente nell’archetipo
dell’unità, nel Sé. In questo, come nella divinità, i
contrari sono superati. Ma non appena l’inconscio si
manifesta, comincia la loro scissione, come nella
creazione: poiché ogni atto di presa di coscienza è un
atto creativo ( nel derivare molti da uno), e da questa
esperienza psicologica hanno origine i più svariati
simboli cosmogonici.”

Esistono dei parallelismi, delle costanti presenti nel


microcosmo e nel macrocosmo, che si possono cogliere
attraverso i simboli. Avremo modo di approfondire la
questione simbolica all’interno del VII capitolo, dove si
prenderanno in considerazioni vari simboli universali
come l’uovo, l’arca, il terzo occhio, ciò allo scopo di
comprendere attraverso tali immagini la relazione 1 
M e le sue poliedriche valenze sul piano umano e
spirituale. La molteplicità rappresenta a livello
simbolico anche l’intensificazione di una qualità, ad
esempio i mille occhi e braccia di Siva. Così, d’altro
canto, da due quantità può derivare una qualità: si pensi
alla somma dei colori del giallo e del blu dalla quale

63
combinazione deriva il verde. La molteplicità
rappresenta anche la dispersione nella manifestazione,
la circonferenza del cerchio nella Ruota dell’Esistenza
in antitesi con l’unità del punto centrale, l’Uno (cfr. J.
C. Cooper, 1897).

Il simbolismo del/nel centro

In base alle diverse concezioni antropologiche e


cosmologiche del mondo, in altri termini, di dove
siamo, chi siamo, dove andiamo, e via discorrendo,
ogni civiltà ci ha lasciato almeno un’ immagine del
centro, che coincide con il sacro, con l’origine.
Fin dall’antichità si è cercato il perno o il centro dal
quale si irradia l’uomo, talora identificando tale centro
nel cuore, oppure nel cervello, nella mente, nell’anima,
nella ghiandola pineale, negli organi vitali, eccetera. Vi
sono parecchi sinonimi di centro, inteso sia nel senso
spirituale che ontologico, e si possono ravvisare, a
livello simbolico, nei vari prototipi:

• Il Cuore come centro dell’uomo,


• il Sole come centro dell’universo,
• l’Oro come punto più alto dei metalli,
• la gemma fra le pietre,
• il Loto (associato al Chakra), il giglio e la rosa
fra le piante,
• il Leone fra gli animali (in quanto solare),
• l’Aquila (simbolo di Zeus) fra gli uccelli,
• l’Uomo come microcosmo,
• la Croce.

64
• Altri simboli del centro/unità sono: la colonna,
l’Albero Cosmico, la Montagna Sacra, Ishvara,
il focolare, la spirale, il labirinto, l’arca, la
farfalla, la piramide o qualsiasi spazio sacro, e
via dicendo.

Per inciso, tutti i grandi simboli, che accompagnano la


storia dell’uomo, tracciandone invisibili legami,
contengono un’immagine del mondo che si riallaccia
alle concezioni proprie di ogni cultura (leggi:
l’universalità del principio che si mostra nella
specificità e singolarità delle diverse situazioni, il
globale nel locale, e simili) in modo da rendere tale
concezione fondamentalmente omogenea pur se
rappresentata in modi e forme diverse, tante quante
sono le molteplici e possibili rappresentazioni e modi di
intendere il principio di unità e totalità, di cui il
rapporto 1  M ne è parte integrante. Il simbolo è la
struttura dell’intero universo, diceva Burckhardt (1991).

Vi è un’ immagine molto suggestiva che sottintende il


rapporto periferia-centro, ovvero 1  M. Si tratta del
fonte battesimale (ma ve ne sono di diversi costruiti in
quel modo) di Estibalitz così raffigurato: la base è
costituita da una grossa colonna, alla quale si
appoggiano altre quattro colonne più piccole (centro e
punti cardinali); in cima alla colonna si apre a corolla
un fiore di loto (simbolo della manifestazione). Sopra
questa corolla, un colonnato d’archi, nei cui spazi sono
collocati vari esseri simbolici (il livello della vita
cosmica, dell’esistenza, della diversità). Sopra gli archi
appare lo schema della Gerusalemme celeste, vale a
dire, il paradiso riconquistato (il ritorno all’unità).
Questo fonte battesimale, ma non è il solo, racchiude

65
dunque un’immagine del mondo o imago mundi
completa nella totalità dei suoi aspetti fondamentali,
una sorta di monito o percorso ideale, quello della
molteplicità che ritorna all’unità e dell’unità che si fa
molteplice. Molte raffigurazioni sacre contemplano una
tale disposizione centro – periferia, uno – molti.

Anche l’ Oriente e l’alchimia ci danno una visione sia


di come ricongiungere la molteplicità all’unità, sia di
quali elementi sono messi in gioco a tale scopo.
Secondo una classificazione tipologica, d’origine
indiana, alla base delle circostanze vi sono tre forze
principali (gunas) della sostanza universale, quindi
della molteplicità di cui è costituita. I gunas sono
precisamente:

Tamas (Inerzia);
Rajas (Attività);
Sattwa (Armonia-Ritmo).

Tamas è la tendenza o forza discendente e centrifuga


che si allontana dalla propria Origine luminosa e da
origine a tutto. Tale forza corrisponde in alchimia al
colore nero o alla nigredo, che rappresenta la morte,
ovvero l’assenza di luce. Rajas sarebbe la tendenza
espansiva sul piano della manifestazione (lo Spirito che
si fa carne, che si manifesta e informa la materia) e
corrisponde al colore rosso, la vita piena, il colore per
eccellenza, il risultato finale dell’opera (in alchimia).
Rajas è la tendenza espansiva e di sviluppo che dispiega
il ventaglio delle molteplici e divergenti possibilità.
Infine, Sattwa (il bianco) è la forza centripeta che
compie il percorso inverso a Tamas e cioè ascendente,
verso la luce o l’Or-igine, “agendo come una fiamma

66
ascendente, calma e luminosa” (Burckhardt, 19991).
Le fasi sono da intendersi in maniera ciclica, tale che le
potenze che si liberano da Tamas, (l’anima), si
ricongiungono a Rajas, ovvero al corpo, che tramite
Sattwa risale verso lo Spirito, il ritorno all’Uno dove
tutto è completo. Sembra un processo alieno dalle
circostanze umane, eppure si può intravedere un punto
di contatto con molte religioni, ad esempio il
cristianesimo e l’Islam: l’anima dicende nel corpo, per
mezzo dello spirito, poi il corpo muore e l’anima
ritorna nell’aldilà per “vivere” una vita di beatitudine. A
livello figurativo, tale processo è una sorta di spirale,
simbolo universale che comprende avvolgimento e
svolgimento in sé. A livello metafisico simboleggia le
sfere dell’esistenza, le varie e molteplici modalità
dell’essere, il vagare dell’anima nella manifestazione e
il suo ritorno al centro, alla dimensione sovraordinata e
fondamentale. È un motivo che ricorre in una miriade
di rappresentazioni e solo per citarne alcune: i ritmi
della natura (sole e luna nelle fasi ascendenti e
discendenti), yin e yang, solve et coagula alchimistici,
nel caduceo (sparsi all’interno del testo vi sono alcune
descrizioni più o meno approfondite a cui rimandiamo
il lettore).
Allo stato attuale, queste rappresentazioni costituis-
cono, il migliore dei mondi possibili. Forse non saranno
molto “scientifiche” e in fondo neanche “razionali”,
(anche se la ragione e la scienza sono solo una piccola
porzione delle infinite possibilità) ma costituiscono,
sicuramente, un buon appiglio, un punto di partenza e
di approdo.
A questo punto, qual è lo scopo dell’uomo inserito tra e
dentro questa trama di relazioni molteplici, ascendenti e
discendenti? Lo scopo che ci si può prefiggere a livello

67
umano, è quello d’integrare l’intera umanità che poggia
su una base comune.
Questo passaggio deve necessariamente essere
preceduto dall’autoconsapevolezza delle forze del Sé
che è totale rispetto alla quotidianità della persona, è il
futuro, la completezza. Ogni società ha modelli diversi
per il Sé che nella sua natura è unico per tutti, vale a
dire totale e totalizzante.
L’occidente lo ritrova nella figura del Cristo, archetipo
del Sé totale, l’Oriente nella figura del Buddha, o nel
Tao il cui simbolo d’unicità è lo Yin-Yang, così
nell’Atman, Parusa, Confucio, eccetera. Come dice
giustamente Jung (1944): “Il fatto di includere, di
conglobare la personalità umana nella sua unicità
corrisponde, infatti, all’elemento assolutamente
individuale del Sé, il quale unisce all’eterno fenomeni
che si verificano una sola volta, e il singolare con
quanto vi è di più generale. Il Sé è unione dei contrari”.
La portata di questo discorso, introdotto già con largo
anticipo da Jung, è d’estrema attualità: “Senza
l’esperienza dei contrari non esiste esperienza della
totalità”. Gli archetipi esprimono un esempio di totalità
ma anche di contrarietà e antiteticità che la vita ci pone.
Il simbolo del Sé si ritrova a coincidere dunque con la
figura del cerchio che ne indica la dinamicità e la
tendenza alla totalità, il Sé è centrale. Di fatti è nella
figura geometrica del cerchio che si esemplifica, in
modo impeccabile, la relazione 1  M.

Il cerchio è simboleggiato dal numero 10 che ha UNO


come centro e NOVE come numero della circonferenza.
Un cerchio con un punto al centro raffigura un ciclo
completo, la perfezione ciclica, l’espressione di tutte le

68
potenzialità dell’esistenza, che per gli alchimisti
coincide con l’Oro, il Sole ovvero lo Spirito
trascendente. Il cerchio è secondo Platone “l’immagine
in movimento di un’eternità immobile”. Parallelamente,
l’affermazione “Il cambiamento sta nella stabilità”, è
uno dei principi della corrente Sistemica per la quale le
parti di un sistema sono in reciproca relazione e
interscambio ecositemico.

Quadrato e Cerchio

Due figure simboliche quali il cerchio ed il quadrato


hanno da sempre rappresentato una sorta di mini
modello esplicativo, di per sé sacro, ierofanico, di
conoscenza del mondo (si vedano ad esempio i
numerosi riferimenti nel corso del Medio Evo, la
geometria ieratica egiziana, i templi greci e romani, le
pagode e le moschee). I due elementi nella loro
semplice e allo stesso tempo complessa relazione
esprimono “l’ inesorabile mistero delle cose generate
dall’unità principale e ad essa nuovamente tendenti”.
Alcuni dei migliori esempi d’incontro tra cerchio e
quadrato si possono scorgere nelle miniature
medioevali raffiguranti, ad esempio, la Gerusalemme
Celeste, il Paradiso o il Peccato Originale, così come
appaiono nelle chiese e nelle cattedrali, ( che per il loro
fascino intriso a mistero si commentano da sé). Ancora,
negli absidi, dove compare nuovamente la base
quadrata per indicare il terreno sopra il quale si eleva la
cupola (o il quarto di sfera) allo scopo d’ indicare la
dimensione celeste, l’unione di cielo e terra. D’altronde
tutte le costruzioni sacre tendono a ripetere un piano
universale a modello del “Creatore” che trova nella

69
disposizione spaziale il suo orientamento sintonico con
l’universo (ad esempio l’orientamento in relazione al
Sole e a certi astri di città, templi, cattedrali, palazzi e
strade). L’uomo da sempre attraverso il registro
simbolico ha cercato di penetrare i misteri per renderli
accessibili e visibili.
Allo stesso modo, le piramidi, non vogliono forse
comunicarci tra le tante cose la sostanziale unità del
vertice con la base, il primo indicante il punto, ovvero il
centro o l’unità, la perfezione, mentre la base,
solitamente quadrata, indicante la molteplicità, ovvero
la materialità (quadrato = materia). Vi si può
rintracciare, dunque, la metafora della tensione della
materia verso l’alto, il polo complementare e
trascendente, dove vi si scorge anche una funzione
energetica e lenitiva per l’uomo. I simboli composti da
tre elementi siano essi indù, shivaisti, Krishna,
amerindi, o celtici, rappresentano sempre il sacro 3, un
potente simbolo esoterico a volte occulto: nascita-
crescita-morte, uomo-donna-prole e così via, che
esemplifica come le energie o le forme materiali si
muovano spesso in un sistema binario, o doppio, capace
di generare una terza energia molto potente,
un’emergenza strutturale e fusionali di due elementi
complementari. Il triangolo è per antonomasia il
simbolo del movimento, contrapposto al quadrato
statico e chiuso. D’altronde, il triangolo è un principio
intermedio che collega vertice e base, terra e cielo,
quadrato e cerchio, uno e molti: è la quadratura del
cerchio! La conjunctio, l’integrazione. La quadratura
del cerchio rappresenta, dunque, la trasformazione della
forma sferica del cielo nella forma rettangolare della
terra (spirito e materia), e viceversa, unendo i quattro
elementi e ritornando alla semplicità primordiale

70
nell’Unità indivisa. Solo l’uomo può compiere un gesto
di tale portata escatologica, attraverso la conoscenza di
sé e della natura, come farebbe intendere la
raffigurazione criptica dell’Uomo trivulziano in
Leonardo da Vinci. Com’è ormai appurato, dallo studio
archeologico e misterico di templi, piramidi e cattedrali,
che in nuce contemplano la forza spirituale della
quadratura del cerchio, vi è un “intermediario” tra
quadrato (Terra) e cerchio (Cielo) che è l’Ottagono
(soprattutto nei templi, mentre per le piramidi le quattro
facce del triangolo) il quale rappresenta l’uomo “lo
stadio intermedio tra cielo e terra” che segue lo stesso
principio che regge il cosmo, la ciclicità, essendo
generato da un “uovo” e ritornante dopo la morte all’
“uovo cosmico”.

Centro e Punto

Se abbiamo un centro vi saranno attorno ad esso,


elementi centripeti ed elementi centrifughi, i primi
tenderanno a dirigersi verso il centro, gli altri si
allontaneranno progressivamente, in un continuo
dinamismo.

L’Uno, come numero e come simbolo d’unità, ovvero il


polo unitario, si esplica anche attraverso la “geometria”
del Punto e del Centro, i quali sono sinonimi. Il punto è
la base unitaria, minimale e compiuta, di tutti gli
elementi geometrici e di tutte le forme, in esso sono
racchiusi i concetti di Totalità, integrità, realtà assoluta,
l’ambito in cui si risolvono e riconciliano tutti gli
opposti. Il punto è un centro energetico e di
irradiazione.

71
Il centro con il circolo è anche un’allegoria di Dio come
Monade, Unità, Imperituro, e in Astrologia e Alchimia
rappresenta il Sole/Oro come si è detto in precedenza.
La stella è un punto e così anche i pianeti, ed ognuno di
noi è l’emanazione puntiforme della totalità. Il Chakra è
un altro centro, spirituale e psichico dell’essere,
simboleggiato dal loto e dalla ruota. Vi sono diversi
Chakra con un numero differente di petali di loto.
Dal centro alla circonferenza si compie il viaggio nella
manifestazione/molteplicità (cfr. J. C. Cooper, 1987),
mentre in senso inverso si compie il viaggio di ritorno
al centro spirituale, all’Unità, all’Uno. Il punto dal
quale ha origine ogni cosa è un movimento a doppio
senso d’espansione e contrazione e ciò riporta la
molteplicità all’unità, all’armonia, alla conoscenza e
illuminazione, che sono le strade, non prive di intoppi,
che percorre l’iniziato o il mistico. In definitiva la
relazione 1  M è soggetta ad una circolarità
relazionale esemplificata dalla figura del cerchio (o
della sfera) dove ogni punto della circonferenza, pur
facendo parte del cerchio ha un’inclinazione diversa
rispetto al resto dei punti precedenti o prossimi,
inclinazione che introduce quindi diversità nell’Unità.

Una considerazione a parte meritano le figure


simboliche e carismatiche dei mandala, pittogrammi
comuni al genere umano, figure simboliche, armoniche
e concentriche che esprimono bene il concetto di
totalità e la relazione 1  M, in cui l’Uno è il cerchio o
elemento centrale dove ruotano e si inseriscono i molti,
ossia le varie figure disposte attorno, in modo
concentrico, come forze centrifughe/centripete. In realtà
il simbolismo dei mandala (Khilkor) preannuncia già la
visione concettuale per interpretare l’essenza della

72
relazione 1  Molti. Il centro del Mandala contiene
sempre una verità, unica e universale, è un’immagine
contemplativa e ispiratrice, inoltre, relativamente alle
varie culture può contenere l’immagine di Siva,
Buddha, Amitabha, Avalokitesvara, Cristo o la Croce,
una montagna, un giardino, una faccia (spece se
mandala azteco o precolombiano), un cerchio, un
quadrato, la terra, il sole, una divinità, lo stesso uomo,
l’ouroboros, un pozzo, l’athanor, yin e yang, disegni
astratti, oppure semplicemente il dorje, “simbolo della
concentrazione di tutte le forze divine di natura
creativa o distruttiva” (cfr. Jung, 1944), dove un
cerchio contiene un quadrato che contiene un cerchio.
Il modello di base rimane invariato, cambiano la
concezione o l’interpretazione culturale del centro e
quindi l’imago mundi che da tale concezione scaturisce.
A livello figurativo, quindi, i mandala hanno molto da
dirci sul valore della relazione 1 M. I mandala si
possono osservare nei rosoni delle cattedrali e delle
chiese, soprattutto in quelle con influenze arabo-
bizantine, alcuni veramente suggestivi, ricchi di colori e
forme che ruotano attorno ad un centro vitale, a
testimonianza del fatto che tali elementi simbolici sono
condivisi da più culture e da diverse religioni. Sono, in
effetti, molti i popoli che contemplano le immagini
mandaliche: indiani, islamici, amerindiani, tribù indiane
d’america, orientali, celti, eccetera, poiché la loro forza
simbolica e unitaria è di una portata universale.

Molteplicità verticale & orizzontale


A titolo esemplificativo si può desumere che vi sia un
modo diacronico (orizzontale) e un modo sincronico

73
(verticale) per raggiungere l’unità a partire dalla
diversità/molteplicità insite in ogni dimensione
materiale e umana. In particolare, la dimensione
diacronica/orizzontale va riferita alla molteplicità tra gli
elementi di un sistema (come può essere la società in
rapporto al singolo individuo) cioè extra - molteplicità.
C’è, quindi, una variabilità e diversità a livello globale
che va condotta ad un unità più grande che va al di la
dei singoli elementi che compongono il sistema,
possiamo dire un’unità antropica dell’essere umano,
che ingloba tutti i modi e i termini in cui si sostanzia
l’essere nel mondo. Mentre, sul versante personale
(sincronico) vi è intra – molteplicità, una variabilità a
livello soggettivo, verticale, che va ricondotta
all’unità/identità individuale e che abbraccia tutte le
dimensioni dal biologico, allo psicologico e allo
spirituale (come “sovradimensione” individuale e
collettiva) di cui l’uomo è contenitore (nonché
contenuto). La vita sulla terra poggia le sue basi
strutturali sulla graduale differenziazione che coinvolge
ogni cosa. L’uomo, essendo ad un livello molto elevato,
nella scala gerarchica, possiede una maggiore
differenziazione esogena (presente all’interno di
ognuno, poiché espressione idiosincratica di
molteplicità) ed endogena (cioè, tra gli individui, tale
che la condizione umana è caratterizzata dalla
complessità e dalla differenziazione): quindi verticale e
orizzontale/intra-tra. Più si scende nella scala
gerarchica degli esseri più ci si trova in contatto con
elementi omogenei e poco differenziati l’uno rispetto
all’altro (insetti, pesci, anfibi, rettili). Ad un livello
intermedio, con riferimento soprattutto al mondo
animale, abbiamo una rilevante differenziazione nel
mondo canino e felino (soprattutto gatti), ma ciò in

74
parte per opera dell’uomo, di una selezione artificiale
operata per differenziare a livello intraspecifico le
razze canine e feline. Per dirla in altro modo, si può
supporre una linea orizzontale ed una verticale: la prima
tende a differenziare/omologare tra gli elementi, mentre
l’altra rende omogenei o eterogenei i singoli elementi.
Per cui ad un livello d’estrema sintesi e unità ritroviamo
il centro della croce che accomuna tutti gli elementi, un
nodo che riallaccia tutto e tutti nella comune matrice
dell’esistenza, il punto centrale da dove tutto parte e
confluisce. Al capo opposto abbiamo l’estrema varietà
tra gli esseri e all’interno di uno stesso essere (intra/tra),
che raggiunge il culmine nell’uomo (la croce che
incornicia l’uomo, come nella raffigurazione dell’Uomo
di Trivulzio di Leonardo da Vinci, valida per dare una
raffigurazione di sintesi).
Il filosofo Pierre Teilhard de Chardin descrive
l’evoluzione definendola come un “processo
ascensionale che va dal semplice al complesso, dal
molteplice all’uno, dall’ignoranza alla conoscenza,
dalla materia allo spirito” e, oserei dire, dal pesante
caos all’ordinata leggerezza. Si potrebbero ipotizzare
dimensioni più “leggere” dove gli elementi sono,
maggiormente o in modo ottimale, integrati, meno
complessi, più veri e originali, elementari ed essenziali,
finanche invisibili e rari. Questi ipotetici elementi o
stati sono sempre più vicini alla Fonte Pura ed
Originaria, unica per tutti e ugualmente diversa per
ognuno. Più, invece, ci si allontana dal centro (o da una
dimensione infinitesimale, basilare) più ci si radica
nella pesantezza, disorganizzazione e caos. Detto in
altri termini, più si è materiali e più si è superficiali. La
complessità ha origine ad un dato livello di distanza dal
centro che comporta una maggiore interregolazione e

75
interazione tra i Molti elementi che compongono la
periferia e che s’incontrano. Possiamo chiamare tale
stato di cose Relazioni Moltitudinali.
L’attuale complessità delle società, sulla quale non ci
soffermeremo, si può spiegare attraverso la relazione
1  M, poiché essa si presenta caotica, frammentaria,
lontana dal centro o dall’origine (coincidente ad
esempio con la natura o la comune origine dell’uomo).

Un altro modo di intendere la relazione 1  M, alla


luce delle relazioni verticali e orizzontali, c’è dato,
ancora una volta, dalla saggezza orientale secondo la
quale nulla rimane immutato, nemmeno per un istante,
nulla ha in sé tutte le ragioni del proprio permanere. I
maestri Hua Yen ritrovavano così due delle
caratteristiche dell’essere, indicate dal Buddha:
impermanenza (anicca, in lingua pali) e impersonalità
(anatta). A questo punto, spingendo fino alle estreme
conclusioni l’analisi esistenziale, essi utilizzano il
termine li per indicare la vacuità buddhista (sunnata).
In particolare esistono due espressioni significative
quali:

1. “Li shih wu ai”: “tra principio e cosa nessun


impedimento”

2. “Shih shih wu ai”: "Tra cosa e cosa, nessun


impedimento".

La prima affermazione sostiene la relazione Uno - molti


(verticale). La seconda affermazione sostiene la
relazione tra le cose (orizzontale).
In sostanza ritorna, implicitamente, il simbolismo
tautologico della croce (+).

76
Il simbolismo della croce: un breve cenno

Quanto detto fin ora si accorda con il riferimento


segnico della croce, che racchiude l’essenza simbolica e
cosmologica della rappresentazione 1M, una sintesi
figurativa e perfettibile: il centro della croce, in
sostanza, non è altro che l’unità conciliante gli opposti
diacronici (orizzontali) e sincronici (verticali) e a livello
religioso la croce che “abbraccia l’intera umanità dopo
aver accolto il corpo del Cristo-uomo”. Un’ immagine
suggestiva e potente, come se fosse insita nel nostro
DNA, nel nostro comune pool di informazioni:
dopotutto, la croce è il più antico simbolo, insieme al
cerchio, al punto e al quadrato, da cui hanno origine,
per combinazione e trasformazione, tutti gli altri
elementi geometrici, simbolici e astrologici.
Per semplificare un discorso troppo articolato e lungo
ho preferito stilizzare di seguito le derivazioni
simboliche che fanno capo alla matrice del simbolo
universale della croce:

Nord
(prove materiali che ci temprano)
Notte/Inverno-freddo/Vecchiaia

77
Ovest Es
Tramonto/Buio/Misteri/Mort
e/
t
Alba/Nascita/Luce/Vit
Rinascita/Autunno/Mezza
a/
età/
Primavera/Infanzia/Spi
rito
(Via, Conoscenza,
Speranza)

Sud
Giorno/Estate-caldo/Crescita
(fuoco, calore, gioventù)

La croce, come del resto molti simboli universali, è una


forma sintetica da dove partono una serie quasi infinita
di altri simboli e rimandi a cascata (per esempio l’ovest
è collegato alla morte che è connessa con il colore nero
che può rimandare alla nigredo alchemica, quindi alla
sublimazione e alla resurrezione, per cui al Cristo, alla
chiesa e via discorrendo per parafrasi e accostamenti
analogici). La croce è l’apice di un’ ideazione simbolica
piramidale cui tendere. Pensate alle croci poste in alto
nelle chiese, è la medesima imago mundi che stiamo
cercando di cogliere nella complessità dell’insondabile
mistero delle cose generate dall’unità principale e ad
essa nuovamente tendenti.
Nella croce è racchiuso dunque quel dinamismo
necessario ad ogni evento per far si che esso si
manifesti. La natura delle cose è sempre polare. La
croce, in ogni sua possibile rappresentazione, dalla
spirale alla svastica, dal caduceo alla chiave, ci mostra
come non sia possibile una verità statica in quanto la

78
Verità segue il movimento centrifugo o centripeto delle
coordinate assiali. Ogni cosa dipende dalla coordinate
spazio-temporali di orientamento ed ogni cosa acquista
un diverso significato in base alla distanza che la separa
dal centro.
In questo modo ed in codesti termini è possibile ogni
manifestazione sensibile e soprasensibile. Ciò che è
centrale in questo discorso è il concetto di
cambiamento, ciclo. Un esempio fra tutti: pensate al
percorso che va dalla conoscenza di due persone al
matrimonio.
Tale percorso presuppone dei cambiamenti anche
radicali nella vita del singolo individuo, delle perdite e
delle conquiste. Alla fine è nel bilancio e nell’equilibrio
tra due poli (dare e avere, essere e non essere, cambiare
o no) che si gioca l’identità/ruolo dei due. Il divorzio
non è altro che l’impossibilità o l’insufficienza nel
gestire i cambiamenti cui si va in contro. Il
cambiamento include la sofferenza e l’abbandono, una
sorte di morte simbolica sulla croce; una scelta di
possibili vie che si dipartono dal centro. La croce
rimanda a tante considerazioni. In primis simbolizza
anche le due possibili vie percorribili in orizzontale
(quindi materialmente) o in verticale, unendo la terra al
cielo (e percorribili spiritualmente) il tutto in una
dimensione ciclica di continuo rinnovarsi e ricrearsi nei
movimenti centripeti e centrifughi, come meglio si
possono evidenziare nel simbolo della svastica, la croce
uncinata, un altro simbolo antichissimo legato sia alla
croce che alla spirale: pare che gli antichi conoscessero
benissimo la teoria del big bang, l’origine dell’universo
ed il moto di espansione a spirale che non consegue.
La svastica rappresenta il potere divino, il moto
dell’universo e del sole. La croce è dunque la Chiave ( e

79
non solo per la sua forma che si avvicina a quella di un
grimaldello) per capire i più grandi misteri
epistemologici ed escatologici insieme. D’altronde Dio
è l’Alfa e l’Omega e il Cristo morto sulla croce ne
esemplifica tale dinamismo.

L’asse U – D (Uguaglianza – Differenza)


Da sempre, ed in modo travagliato, l’uomo porta avanti
un conflitto dinamico tra due fondamentali poli
tensionali dell’esistenza: uguaglianza e differenza.
Si tratta di due poli tensionali presenti in natura, cui
l’uomo deve cercare di mediare e trovandovi un epilogo
sintetico.
In certi momenti o situazioni la differenza è un bene, in
altre occasioni è un male, così per l’uguaglianza. Ad
esempio, la differenza tra due società che vendono
automobili è indispensabile. L’uguaglianza tra il
comportamento della madre e il corrispettivo
comportamento del bambino è funzionale ad entrambi,
(così come espresso nel modeling psicologico) solo così
il bambino apprenderà per imitazione e col tempo
riuscirà a “camminare da solo”.
U (uguaglianza) e D (differenza) costituiscono parti
fondamentali dell’uomo e nell’uomo. Una tendenza
unilaterale sarebbe problematica e non priva di
disfunzionalità, poiché la tendenza a valorizzare uno dei
due poli a discapito dell’ altro rende statici e chiusi al
cambiamento. Per esempio, valorizzare maggiormente e
unilateralmente l’indipendenza, a discapito della dipen-
denza, la soggettività a discapito della collettività. U e

80
D, essendo l’altra faccia della relazione 1  M13 (U
sta, infatti anche per unità, convergenza e D per
differenziazione e quindi molteplicità), sono poli
interdipendenti e compresenti in tutte le cose, in ogni
relazione umana che si basi sul bisogno di
autonomia/indipendenza e unione/con-divisione. Anzi,
si può dire che l’ASSE UD ricollega le trame dei macro
e dei micro eventi (Mm), cioè del Macrocosmo e del
Microcosmo ed è un oscillare su un continuum che va
dall’uno all’altro polo.

L’ ASSE UD rappresenta anche specifici momenti o


tappe di un’ evoluzione ciclica che, in genere, va da U
verso D per ritornare a U (U D). Ci sono comunque
diversi livelli di implementazione dell’ASSE UD e
rischi maggiori di “danno” qualora l’asse non fosse
sorretto da costante armonia oppure non vi sia un
ritorno (comunicazione), ovvero un feedback armonico
tra i due assi. L’asse UD è presente a livelli
Microscopici: legami tra atomi, molecole, cellule,
organi. Così come a livelli intermedi: nell’individuo, tra
due individui e quindi intraindividuale, interindividuale.
A livello Macroscopico: tra più individui, tra
popolazioni (e ciò ha ripercussioni economiche,
politiche, ideologiche, storiche) e nei processi
coinvolgenti l’intera sorte dell’universo. Pensate alla
razza ariana e al sogno hitleriano di creare la razza
perfetta: dei cloni alti e biondi, tutti uguali.

13
Si reinserisce qui anche il simbolismo vettoriale della croce, per
cui U (uguaglianza o unità) corrisponde al nodo centrale e D
(differenza e quindi separazione) ai 4 assi che si congiungono nel
centro della croce. Il simbolismo del 4 o del quadrato/cubo è la
parodia della molteplicità, della materialità e delle dicotomie sulle
quali agiscono le due forze tensionali centripete e centrifughe.

81
L’asse UD è ugualmente chiamato in causa quando
siamo davanti a confronti del tipo: natura-cultura,
uomo-natura, uomo-universo, causa-effetto, passato e
futuro, tempo e spazio, solo per elencare alcune
possibili categorie inclusive del fenomeno. Mentre, a
livello naturale, l’asse UD è complessivamente
dinamico (ad esempio l’uguaglianza dei pollini e
l’eterogeneità delle piante) e naturalmente efficace; a
livello umano incontra parecchi punti neri, difficoltà di
non poca importanza e spesso rappresenta un elemento
cruciale per il benessere psicofisico dell’individuo,
crescita ed evoluzione psico-sociale. Insomma, è un
nodo cruciale e gordiano di molte questioni.
Le persone, si trovano continuamente dentro situazioni
dove occorre cimentarsi con dimensioni bipolari
opposte, (viste comunque nell’ottica del “continuum”),
come quelle che riassumiamo nella seguente tabella:

Tabella 4: (opposizioni dicotomiche nell’asse UD)


U D
uguaglianza,unità diversità, differenza
appartenenza separazione
inclusione esclusione
convergenza divergenza
omogeneità eterogeneità
sintesi, risoluzione frammentazione
forza centripeta forza centrifuga
parità disparità
sintropia entropia
integrità disgregazione
identità depersonalizzazione

82
Ogni giorno ci troviamo, ineluttabilmente, immersi
nella bipolarità tensionale dell’ASSE UD anche mentre
non ce ne accorgiamo. Lo stesso fatto di stare o no al
mondo, di stare o no alle regole del mondo, arbitrarie e
non sufficienti per tutti e tutto, rappresentano continue
variazioni sul tema UD, che risuonano come il famoso
“essere o non essere” di shakhespiriana memoria. A
maggior ragione il dinamismo UD investe quella fase
della vita, in particolar modo, che concerne il
passaggio dallo stadio bambino a quello adulto, vale a
dire la via di mezzo dell’adolescenza dove il ragazzo si
misura con i molteplici volti, nei quali cerca una
mediazione tra sé e gli altri e tra le diverse parti di sé in
cambiamento, in una ridefinizioni del proprio sé.
Cambiamenti che includono l’evoluzioni di differenti
poli: biologico, psicologico, relazionale e identitario,
sociale, cognitivo, sessuale etc. (cfr. Erikson, 1968).
Sta di fatto che uguaglianza e differenza sono in noi,
tanto simili a tutto il “creato”, tanto diversi persino
“dentro” noi stessi. Le due tendenze principali
dell’energia che opera ad ogni livello, micro e macro,
sono quelle dell’attrazione (che genera uguaglianza) e
della repulsione (che genera differenza).
Ora, quello dell’uguaglianza/differenza è un principio
presente in diverse tradizione da oriente ad occidente.
Ad esempio, lo si può spiegare, in modo diverso,
ricorrendo al simbolismo del ritmo alternato degli
“avvolgimenti” e degli “svolgimenti” della Natura, o
del solve et coagula degli alchimisti. Qui bisognerà
ricorrere al simbolo della spirale, e alle immagini
simboliche che ad essa rimandano: il caduceo, che è il
simbolo di Ermete (Mercurio o Thot) formato da due
serpenti o draghi che si intrecciano, l’uno in senso
contrario all’altro, attorno ad un bastone o albero;

83
simile raffigurazione che compare, altresì, nei sette
chakra, in cui i due flussi di forza, ascendenti e
discendenti (Idâ e Pingalâ) si avvolgono attorno all’asse
centrale, il Merudanda o asse cosmico.
Interessante è anche il fatto che il chakra della testa sia
rappresentato e denominato come “il loto dai mille
petali”, che è il culmine derivante dagli altri chakra, che
sono invece, unitari e non molteplici, a differenza del
chakra della testa. L’unità che sfocia nella molteplicità.
Potremmo continuare la nostra trattazione includendo
altre dicotomie, come zolfo e mercurio, sole e luna,
freddo e caldo, yin e yang, leone e drago, eccetera. La
natura è l’insieme delle corrispondenze diverse e
uguali, unite e separate che permette il rinnovarsi
dinamico dell’esistenza nella sua continua ascesa e
discesa, andata e ritorno.

84
Capitolo IV

Il “microcosmo” e la relazione 1  M

85
Tutto ciò che percepiamo, che può essere classificato
come comunicazione/informazione in entrata, è
soggetto a cambiamento, è mutevole. Per esempio,
cambiando angolatura o posizione (fisica o mentale)
compaiono sulla scena altri input sino ad allora neanche
scorti; tuttavia è sempre da una matrice unica o
quantomeno unitaria che si dipartono le nostre
percezioni del mondo, come quando da un prisma, al
passaggio di una luce, si irradiano le varie frequenze dei
colori: tale è il funzionamento del nostro corpo, del
nostro apparato sensitivo-percettivo e della nostra
mente, luogo di interscambi tra l’io e la società. Noi
produciamo elementi complessi nella co-costruzione
delle nostre relazioni, azioni e significazioni, e a sua
volta metabolizziamo elementi complessi trasforman-
doli in semplici (attraverso il cervello sinistro) e
condivisibili (gli esempi potrebbero essere
interminabili) attraverso segni e segnali, simboli e
parole. Ognuno di noi è un mondo in sé. Siamo
irrepetibilmente unici, per un verso, ma similmente
uguali, per altri versi. A tale riguardo, Lama Anagarika
Govinda riassume bene il concetto 1  M nel modo
seguente: “L’individualità non è solo l’opposto
necessario e complementare all’universalità, ma anche
il solo punto focale attraverso il quale si può avere
l’esperienza dell’universalità”.

86
Nell’ individuo e nelle sue azioni - reazioni14

Aveva ragione Pirandello a dire che siamo “uno,


nessuno e centomila” e non era certo il solo a pensarla
così. Ma vediamo come e perché siamo dentro la
relazione 1M, allorché ne rappresentiamo un
prototipo a tutti gli effetti.

L’uomo è una continua fluttuazione, una continua


manifestazione ed un’altrettanta continua potenziale
serie di manifestazioni. La natura dell’uomo è di per sé
unica e allo stesso tempo molteplice, così come lo sono
i prodotti e i derivati dell’attività umana, come la
cultura, la scienza, l’immaginazione, e via dicendo.
Molte delle azioni che compiamo giornalmente sono
delle immagini speculari di come il mondo è filtrato dai
nostri sensi, dalle percezioni e dalle credenze o
autoconferme che costruiamo intorno a noi e dentro di
noi, tramite il nostro apparato cognitivo-sensitivo: le
cose cambiano in base a come guardiamo il mondo, se
ci poniamo, cioè, come centro o come periferia, se
attribuiamo alle nostre azioni una causalità interna, in
altre parole che ci riguarda in prima persona, oppure
esterna, più passiva, predeterminata e fatalistica.
Il cervello è strutturato per cogliere sia le differenze che
le uguaglianze, e questo meccanismo è presente anche
in molti animali, come confermano gli esperimenti
condotti sugli scimpanzé (David Premack, 1970).

14
In questa sezione parlando di unità, intenderemo riferirci
alla specificità o particolarità che ogni persona possiede.
Intenderemo, invece, per Unità, l’insieme dell’unicità e della
molteplicità (qualora non sia specificato diversamente).

87
Le nostre facoltà percettive e conoscitive sono tali che
riduciamo ad uno le caratteristiche molteplici che può
avere un determinato oggetto. Tale meccanismo è
basilare e si accorda con le regole dell’economia
linguistica e cognitiva. Per studiare un’entità, infatti,
occorre che essa sia de – finita, conclusa, limitata. Il
prezzo da pagare è la perdita d’informazioni “altre”,
mentre il guadagno sta nel saper cogliere, nel flusso del
continuum degli eventi, alcuni oggetti o caratteristiche
significative e pertinenti a livello del vissuto soggettivo,
ed è qui che subentra il problema dei punti di vista,
dell’euristica, dello stereotipo. Ciò che è uguale o
speculare al nostro modo d’essere, lo percepiamo come
vicino (vicino al nostro centro), ciò che percepiamo
come diverso è distante e spesso allontanato (periferia),
non ci appartiene, non è in sintonia col nostro ego, non
è importante, centrale e spesso lo temiamo, lo
consideriamo out group piuttosto che in group, ci è
alieno e bisogna distanziarsene o temerlo. Così
vengono fuori, portando questi processi fondamentali e
adattivi all’estremo, odio razziale e xenofobia, timore e
disorientamento, narcisismo o missionarietà.

Il rapporto 1  M sta anche alla base del concetto


d’Identità e Sé, qualora si presuppone che ogni
individuo conserva un grado massimo d’unicità (dato
dal rapporto equifunzionale tra esperienza passata,
eredità biologica, aspettative future e caratteristiche
peculiari, somatiche e psicologiche, della persona) e un
altrettanto grado potenziale di eterogeneità dato dai
comportamenti e dalle azioni di adattamento-
interscambio ambientale e contestuale e dall’irripetibili-
tà di ogni momento e di ogni azione, che è sempre
diversa per ognuno, sia da un prima che da un dopo.

88
Si può dire che siamo l’effetto delle nostre cause e la
causa dei nostri effetti.
Anche il rapporto Mente – Soggetto Pensante è di 1 
M. Il mentalismo è una proprietà naturale dei livelli
energetici superiori autorganizzantesi (cfr. Bateson,
1976), e ad ognuno di noi è dato di partecipare in modi
diversi/simili a tali processi o stati di consapevolezza.
Così come nel rapporto tra Realtà Implicita (Uno) che
ognuno sperimenta in modo relativamente personale e
la realtà Esplicita (Molti) che è quella dei sensi,
materiale ed in parte univocamente sperimentabile,
Come giustamente sottolinea Eugene T. Gendlin
(1964): “anche quando un significato è esplicito
(quando noi diciamo ‘esattamente ciò che significa per
noi’), il senso emozionale che ne abbiamo comprende
sempre una quota di significati impliciti maggiore di
quelli che abbiamo esplicitato. Quando precisiamo le
parole che abbiamo appena usato, o quando ‘ela-
boriamo’ ciò che intendiamo ‘significar’, ci
accorgiamo che il senso emozionale di cui ci siamo
serviti include sempre molteplici significati impliciti,
sempre molti di più di quelli cui abbiamo dato esplicita
formulazione. Scopriamo di aver impiegato questi
significati, che erano centrali in quello che abbiamo
reso esplicito. Sono stati essi a costituire l’impalcatura
per ciò che abbiamo voluto significare, eppure erano
soltanto vissuti. Erano impliciti”. È il problema del
detto/scritto non detto/non scritto.
Ogni idea, ogni azione e comunicazione umana,
espressione del linguaggio e della cultura, accendono la
scintilla delle potenzialità sperimentabili, attraverso la
relazione 1 M, progredendo verso la complessità e la
diversità. Com’è vero, parallelamente ed analogamente,
per il Big Bang iniziale che dà origine all’Universo e

89
alle successive manifestazioni eterogenee della
diversità biocosmica e molecolare. Alcuni autori
sostengono che anche dentro le cellule e ovunque
avvengono micro Big Bang, ciò porterebbe a supporre
uno schema ripetitivo valido per ogni cosa. Per altri
versi, anche nei test proiettivi, in cui è associata una
risposta personale ad uno stimolo che conserva una
struttura uguale per tutti, come ad esempio nel test di
Rorschach (1921), nell’Associazione di parole di Jung
(1904) o nel T.A.T. di Murray (1935), si contempla la
riattualizzazione del piano personale a partire da una
matrice universale.

Murray, grande psicologo dei nostri tempi, sostiene che


ogni condotta umana, ogni istanza psichica, è originata
da un bisogno (che si presenta come un centro dove
gravitano i vari comportamenti umani) ed espressa in
una multivariata gamma di motivazioni, dalle più
biologiche fino all’auto-realizzazione personale (un
bisogno psico-sociale che passa anche dallo spirituale).
La gerarchia, proposta da Murray, ascende da un piano
di molteplicità ripetitiva (i bisogni primari,
naturalmente uguali per tutti che ci accomunano allo
stato rettile e mammifero) verso un altro piano centrato
sull’io unitario e sulla sua unificante autorealizzazione,
unica e irripetibile, idiosincraticamente parlando.
Infatti, secondo Murray (1938) le motivazioni umane si
esprimono in modo complesso: tale complessità è
funzionale alla molteplicità delle motivazioni in una
singolarità psichica.
Siamo unici, singolari, ma in ugual misura molteplici,
differenziati, con intelligenze multiple, alcuni con
personalità multiple, portatori di molteplici punti di
vista, totali e parziali, siamo in sostanza l’espressione

90
delle dicotomie più paradossali e tautologiche che si
potevano “inventare”.
Per cui, quando si parla di individuo ci si deve sempre e
comunque muovere attraverso due polarità, quella della
singolarità/specificità unicamente irripetibile e quella
della variabilità/complessità relazionale e individuale,
sintomo della molteplicità e variabilità tra le persone e
dentro ognuno di noi. Ognuno di noi sperimenta anche
nell’unità psico-fisiologica dell’organismo molteplici
Stati di Coscienza quali: il sonno e la veglia; gli stati
ipnotici che vanno dal più superficiale (suggestione) al
più profondo o trance ipnotica; gli stati mentali
autoindotti artificialmente (LSD e droghe psicotrope);
lo stato di meditazione o di autoconsapevolezza; lo
stato immaginativo e ipnagogico; lo stato dell’innamo-
ramento o quello indotto dai ruoli sociali (madre e
padre, dottore, carcerato, sportivo..), (Cfr., Stanislav
Grof, 1978). Siamo Uno, ma allo stesso tempo
possiamo essere Molti, in base alle circostanze e alle
modalità varie ed eterogenee di essere nel mondo, con il
quale interagiamo costantemente e a più livelli. Ogni
cosa, ogni oggetto, pur conservando un polo unitario,
una caratteristica che lo rende unico (per il momento, il
luogo, la fattezza, eccetera) esprime, a più riprese, tutto
il fascino della molteplicità. Anche un semplice
oggetto, infatti, inserito in una trama di relazioni umane
è unico e molteplice15.

15
Un oggetto, ad esempio, non ha mai, neanche volendo, un unico
valore, un unico statuto. Esso è sempre inscritto dentro una logica
di contenuti relazionali che connotano il valore dell’oggetto in
molti modi ed in particolare: nel valore d’uso, nel valore di
scambio economici, nello scambio simbolico ed emotivo (ad
esempio il regalo, il dono, il mana, il potlach e il kula delle
Trobiand, eccetera), nel valore/segno, che talora, rende un oggetto
un feticcio consumistico (per un’analisi dell’oggetto e del consumo

91
Allo stesso modo, si possono ricondurre alcuni concetti
quali Rumore ed Errore (e allo stesso modo i termini
caos, complessità e accidentalità) ad una visione più
globale e distaccata dall’uso improprio che se ne fa, un
uso assolutizzato e privo di autocritica. Il Rumore così
come l’Errore (che è anche un errare), riprendendo il
pensiero di Bateson (1979) e H. Atlan, rappresentano
un meccanismo che autoalimenta il Sistema, senza i
quali non avrebbe più informazioni a disposizione,
varietà, differenze e quindi morirebbe (o per altri versi
sarebbe in equilibrio statico). Invece, per progredire ed
andare avanti, un sistema (una scuola, una banca, un
gruppo di amici, l’intera società, l’essere umano, la
biosfera, ecc.) necessita di operare confronti a partire
dal rumore, dall’errore, cioè attraverso il naturale
feedback che si produce nell’autoregolazione di un
sistema e nell’ approssimazione ad una condizione di
equilibrio dinamico, pronto al cambiamento, in
continuo divenire, come è del resto la relazione 1  M.
Ciò porta a considerare la relazione 1M come un
ulteriore chiave di lettura per questi fenomeni, così da
comprendere nella sua cornice il Rumore e l’Errore che
producono informazione; le differenze esterne e interne
al sistema che producono comunicazione, il caos della
molteplicità che apporta cambiamenti nella struttura
unitaria e dinamica.. Non si può eliminare del tutto il
rumore e neanche l’errore, e ciò varrebbe anche per la
macchina più perfetta che altrimenti, sarebbe un’unità
statica, isolata e chiusa, a-sistemica. Così come sarebbe
un sacrilegio eliminare (o in maniera coatta omologare),
le pluralità e diversità della società, dell’individuo e
delle sue relazioni, con le quali bisogna, invece,

si veda Baudrillard J., 1974, 1978).

92
imparare a convivere, a co-costruire. Il punto è far
coesistere in maniera armonica, in noi e fuori di noi, il
rapporto 1  M, imprescindibile e ineliminabile. I
Molti e l’Uno sono la faccia di una stessa medaglia, né
l’uno e né l’altro possono esistere in eterna
contrapposizione ma solo in un reciproco interscambio
che porti dall’uno ai molti (come tappa di passaggio) e
dai molti all’Uno, ovvero all’Unità che sorregge
entrambi. L’uomo è il depositario e il filtro, per
antonomasia, sia dei processi uno – molteplici, sia della
conoscenza intorno alla realtà molteplice e unica che lo
circonda e di cui fa attivamente parte. Sono il senso ed
il valore che l’uomo attribuisce, di volta in volta, alle
cose che permette di renderle molteplici nella loro unità
ed uniche nella loro molteplicità.

Linguaggio
Nella maggior parte dei casi le nostre interazioni, che
sono in buona parte linguistiche, avvengono all’interno
di un setting vis a vis16, dove informazioni percettive
multiple (postura, silenzi, tono e umore, gesti,
espressioni facciali e codici paralinguistici)
contribuiscono a determinare la comprensione del
messaggio. Nel campo del linguaggio sono stati
compiuti molti studi pionieristici a livello neurale
(nonché linguistico, fonematico, semiotico, eccetera).
In particolare, molti dei neuroni multisensoriali presenti
nella struttura del collicolo superiore non rispondono
solamente a diversi sensi. Alcuni sono, cioè, capaci di
16
Anche se in realtà oggi si assiste ad un fenomeno di
mediatizzazzione delle informazioni, per cui si avrà sempre un
mezzo, un fattore che si interpone tra due, nelle comunicazioni.

93
trasformare gli imput efferenti in un prodotto integrato,
un fenomeno chiamato “integrazione multisensoriale”.
Quando due o più informazioni sensoriali di differente
modalità (ad esempio visiva e uditiva) appaiono vicine
e congruenti nel tempo e nello spazio, l’attività di
queste cellule MSI o multisensoriali integrative,
aumenta in modo esponenziale rispetto a quello che ci
si aspetterebbe dalla somma degli impulsi efferenti.
Inoltre, come ha notato Hauser (2002), diversamente
dai vocalizzi degli animali, la maggior parte delle
parole umane, non sono legate ad una funzione
specifica ma possono significare una molteplicità di
concetti differenti: la stessa parola può assumere,
sistematicamente, una serie di significati infinita e
comportare la messa in atto di comportamenti
differenti.
Ciò è dovuto alla “polisemioticità” dei segni
linguistici. Può variare ad esempio in base al contesto,
allo stato psicofisiologico del momento, al referente, al
tipo di relazione, alle variabili precedenti, alla
pertinenza, al tipo di cultura, eccetera. Così la parola
“bambino” può designare l’essere bambino, il fare il
bambino, l’avere un bambino, eccetera, secondo il
contesto situazionale in cui tale termine è inserito. Il
linguaggio umano è dotato di proprietà peculiari assenti
nelle modalità di comunicazione animale come ad
esempio l’uso della creatività e l’illimitatezza dell’uso
linguistico a partire da un numero limitato di
componenti strutturali (i fonemi).
Il linguaggio è una tecnologia tutta umana per
comunicare in modo efficace ed efficiente, per
incanalare tutti i potenziali e possibili suoni/stimoli in
una grammatica omogenea ed in definitiva unica per
ogni gruppo etnico o semiotico.

94
Il linguaggio è una delle espressioni più rilevanti della
molteplicità presente nell’uomo sia a livello
idiosincratico, cioè soggettivo, che a livello sociale,
culturale. Il linguaggio è, infatti, la risultante di una
varietà d’elementi che vanno dal biologico al culturale,
che interessano sottili processi cerebrali (come ad
esempio i neuroni mirror o specchio) e peculiari
dinamiche sociali e antropologiche.
Il linguaggio umano è pieno di slang, modi di dire,
dialetti, le stesse lingue, idiomi, fino ad arrivare agli
emoticone dei cellulari o alle faccine, altre forme di
comunicazione. Ciò che è sorprendente è che tale
fenomeno ha per tutte le culture e tutti i bambini che si
accingono ad apprendere l’uso del linguaggio, una
comune base, ciò che Noam Chomsky (1978) definì
“grammatica universale”, un meccanismo d’assimila-
zione del linguaggio su base innata, presente in ogni
dove, che aiuta i bambini ad acquisire più facilmente e
più in fretta i connotati basilari del linguaggio nelle sue
invarianti. Così se un bambino cinese viene subito
trapiantato in Italia, a tre anni inizierà a parlare in modo
corretto la nostra lingua e a cinque anni avrà preso
persino l’accento toscano, ponendo che la famiglia
italiana sia toscana. All’inizio della vita i bambini
possono imparare qualsisia lingua e anche più di una
(come avviene nel paese più poliglotta come il Canada,
l’Olanda, le Hawaii). Dunque, un meccanismo basilare
per una complessità così molteplice. Secondo lo
scienziato cognitivista F.Varela (1992) “Quello che
chiamiamo Io, noi stessi, può essere analizzato come
risultante dalle abilità linguistiche ricorsive dell’uomo
e della sua capacità di autodescrizione e narrazione”.
Un’ultima considerazione in merito al linguaggio
consiste nel considerare il fatto che un termine, una

95
parola, cambia di senso, pur conservando lo stesso
significato, in base al contesto in cui si trova inserita.
Lo stesso vale per i comportamenti linguistici e
metacominicativi, le sensazioni, i pensieri e
l’esperienza umana, che varia in relazione al contesto in
cui viene colta, in cui si trova ad interagire.
Vi sarebbero, in ultima analisi, delle matrici invarianti,
delle costanti che modificano la loro pertinenza in base
alla variabilità contestuale e fruizionale, di per se
multipla. Tutti i linguaggi sono tagliati sullo stesso
modello, anche se in superficie sembrano
apparentemente diversi.

Personalità multipla
Ci occuperemo adesso di una peculiare psicopatologia,
la cosiddetta MPD, (Multiple Personality Disorder),
diagnosticata nel DSM IV (Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi Mentali17) come il “Disturbo di
Personalità Multipla”: una grave patologia che procura
la perdita neurologica e psicosociale dell’unità o
integrità dell’Io della persona. L’individuo scinde in
due o più parti il suo Io (in molti casi si è assistito alla
comparsa di dieci o anche trenta personalità multiple, e
addirittura i supermultipli coabitano con un centinaio di
sub-personalità). Tra le parti non ci sarebbe
comunicazione, sono entità autonome e separate (nel
senso di non correlate linearmente). L’individuo affetto
da tale disturbo non riesce a ricordare gli accadimenti di

17
Di recente al posto dell’etichetta MPD si è scelto di adottare nel
DSM IV la sigla “Sindrome DID” (Dissociative Identity Disorder)
o “turba dell’identità dissociata”.

96
ogni singola personalità, la memoria è dissociata e stato
– dipendente, cioè per ricordare ha bisogno di rivivere e
ritornare all’evento - stimolo originario: come per le
persone in stato di ebrezza, le donne picchiate dai
mariti, o chi subisce un trauma, eccetera. Generalmente
tale sindrome si manifesta (nel 97% dei casi) in seguito
a forti traumi subiti durante l’infanzia (per poi
manifestarsi pienamente nella fascia di età 27 - 35
anni) che purtroppo accadono nelle famiglie e ciò a
partire dagli anni sessanta, periodo che per altro
coincide con l’uscita del best seller Sybil (vedi più
avanti). Per traumi bisogna intendere abusi sessuali,
violenze fisiche e psicologiche di vario genere, come
dimostrano i casi di child abuse, di sindrome delle
percosse, eccetera).
Il bambino in uno stato di fragilità non solo fisica tanto
più cerebrale e cognitiva, userà la chiusura vittimica,
sentendosi colpevole di ciò che gli accade (ad esempio
perché è brutto o incompreso, etc.) cercando, in tal
modo di suddividere, ovviamente in modo
inconsapevole ed automatico, la sua sofferenza,
relegandola in tanti “scompartimenti cerebrali”, così da
distribuire la sofferenza subita non in maniera globale
(poiché ciò comporterebbe un enorme sovraccarico
cognitivo da gestire e sopportare) bensì allocata e
distribuita su ognuna di queste parti: è un meccanismo
di difesa, tale che l’individuo fa sopportare a molte
personalità ciò che per una sola sarebbe troppo gravoso.
Durante la vita, in certi periodi di forte tensione o
stress, si tende a suddividere il carico emotivo, un
meccanismo che la persona normale opera in maniera
plastica e flessibile, riuscendo a ritornare all’origine del
suo io promotore ed integrale. Ciò che è interessante è
che nel MPD la psiche frammentata non diventa una

97
“raccolta di cocci rotti dai bordi ruvidi” (Talbot, 1997),
ma una raccolta d’interi più piccoli, completi e
autosufficienti, con le proprie caratteristiche, i propri
desideri, le proprie malattie, calligrafie, desideri, le
proprie tendenze, il proprio tono di voce, il proprio QI,
origine culturale e razziale, età, ricordi, persino il colore
degli occhi e un diverso schema di onde cerebrali, il
battito cardiaco, il tono muscolare, e via dicendo. La
salute mentale e fisica di una persona dipende dalla
totalità, dall’armonia e dall’integrazione di tutte le parti.
La frammentazione, come sostiene Bohm, si rivela
sempre distruttiva.
È stata avanzata anche un’ ipotesi “olografica” per
spiegare come le personalità multiple riescano a gestire,
separatamente, una quantità abnorme di materiale
cognitivo, esperenziale, mnemonico, diverso. Proprio
come un ologramma ad immagine multipla può
contenere e proiettare dozzine di scene complete,
derivanti da un’unica immagine, anche se spezzettata,
allo stesso modo l’ “ologramma cerebrale” può
contenere e rendere manifeste una moltitudine simile di
personalità complete. Lo psicologo Frank Putnam,
coglie un frammento di verità dalla metafora della
personalità multipla e (1989) sostiene che in fondo le
personalità multiple si celano dietro ognuno di noi, egli
scrive: “Le personalità multiple presentano, secondo
me, solo un’espressione più forte dei processi normali.
Questi individui non sono creature strane, aliene, ma
presentano semplicemente una forma esagerata di un
processo che è presente in tutti noi”. Noi tutti, in modo
adattivo, esibiamo comportamenti da multipli poiché
tendiamo una continua lotta che fa da sottofondo alla

98
vita tra associazione e dissociazione. La
18
dissociazione , è, ad certo un livello, comunque, un
processo adattivo e compensativo che agisce per far
fronte (coping) ad un evento traumatico: dobbiamo
essere per forza molteplici per adattarci di volta in volta
a condizioni sempre diverse. “Se non attuassimo una
dissociazione autoipnotica non saremmo in grado di
immedesimarci in un romanzo o in un film” (Pavese A.,
2002).

Suggestione ed Emulazione nell’MPD

La suggestione e l’autosuggestione sono dei potenti


meccanismi, che a volte, forse per incomprensione dei
medesimi, o per altri motivi, ci si ritorcono contro.
Pensate all’autosuggestione delle idee fisse, le quali ci
imprigionano in meccanismi routinari che si
autoalimentano, dai quali non vogliamo o possiamo
uscire, oppure alla suggestione emulativa indotta dai
media, come nell’effetto Werter, dove in seguito alla
comparsa sui giornali, ad esempio, di un caso di
suicidio, denso di particolari e posto magari in prima
pagina, si registra nei giorni successivi (di solito tre o
comunque nella settimana seguente) un incremento dei
casi di suicidio nel paese coinvolto dall’accaduto,
ispirando un gesto emulativo da parte dell’odience che

18
Lo psicologo Bowlby, (1973), nelle sue ricerche sui disturbi
dell’attaccamento madre bambino ed in generale, ci spiega che i disturbi
dissociativi di identità siano imputabili a Modelli Operativi Interni (MOI)
molteplici. I MOI sono schemi che del sé che ci costruiamo a partire dalla
tenera età. In particolare, Bowlby indica la possibilità che un individuo,
molto precocemente nella vita, costruisca modelli del sé e di una
particolare figura di attaccamento molteplici, separati o dissociati, causa di
psicopatologie dissociative nel futuro del bambino. (cfr. inoltre Liotti,
1992a; Main, 1991; Main e Hesse, 1992; Main e Morgan 1996).

99
si sente emotivamente più coinvolta e vicina
all’accaduto. Anche l’uscita del film Sybil provocò una
ondata di casi di personalità multipla. Il film, girato ad
Hollywood aveva come protagonista una multipla (con
16 personalità). Si trattò di un contagio psichico dai
meccanismi alquanto intricati. La suggestione agisce
sempre sull’immaginazione che domina l’inconscio ed
è un potente motore d’emozioni, azioni, ed emulazioni.
La mente umana è più plastica di quanto si “immagini”,
una plasticità che assorbe e rielabora il contesto in cui
vive. Di fatti, i presupposti storico-culturali per
l’esordio epidemico del MPD vanno rintracciati in
alcuni spunti “contagiosi” quali: lo svilupparsi di punti
di vista molteplici nell’ambito artistico, letterario,
musicale, teatrale e culturale in genere (per citare
alcune fonti si pensi a Joyce, Dos Passos o Pynchon,
fino agli autori del film “matrix”). Ogni epidemia o
malattia si manifesta se il “terreno” psicologico e prima
ancora sociologico è pronto ad accoglierla. J.R. Lentin
(2004), un’attuale studioso del fenomeno, ricorda che
“viviamo in un’epoca in cui le scelte di vita e di
carriera sono molto più aperte e varie rispetto a prima,
nella quale le informazioni su tutte le culture passate e
presenti sono disponibili come non mai”. Certo si tratta
di una “civiltà” (o meglio – diremmo – di una fase
evolutiva) che spinge tutti verso la Molteplicità, la
Complessità, poiché tale società odierna, connotata da
Pearce (1993) come “cosmopolita”, è in grado di
permettere la coesistenza ed il coordinamento fra
culture diverse. Per non parlare delle realtà virtuali che
ondeggiano a ritmi frenetici su internet, dove per altro,
sono nate delle Comunità di multipli, orgogliosi di
esserlo, che condividono opinioni e stili di vita
“molteplici”.

100
Di fatti, molti pazienti affetti da MPD hanno un buon
funzionamento sociale, si sono come adattati all’idea
(forse una sorta di mossa controiatrogena) conservano
posti di responsabilità, mantengono stabili rapporti
interpersonali (anche se, in generale, è problematico
convivere con più di una personalità e spesso tali
persone affette da MPD vivono nel caos, nel disastro
proprio e in certi casi altrui).
Certo con l’avvento delle nuove tecnologie le
potenzialità si sono enormemente sviluppate e mirano
verso la molteplicità, che diviene un’esigenza.
Ma la condizione che sta a monte per il manifestarsi
della molteplicità personale presuppone il fatto che
ognuno di noi ha ed è una maschera, che, potremmo
dire, cambia in base al riflesso angolare della luce che
ivi si proietta, per usare un eufemismo. Il nostro
rapporto con gli altri è basato su maschere che ci
creiamo ad hoc, per recitare la scena più consona in
quel momento e in quella data situazione, ma il bello è
che lo facciamo in modo inconsapevole (riesce meglio),
un po’ per via dell’abitudine a passare
progressivamente da una situazione all’altra, un po’
perché siamo “attori sociali” ed entriamo nella parte che
la società si aspetta che noi recitiamo in base allo script
(copione) standard che vige in una data cultura e per
una data occasione, oppure per adattarsi alle regole
sistematicamente sociali. La maschera sociale è lo
specchio, come dice Pavese (2002) di una nostra
duplicità, di una nostra molteplicità, transitoria finché si
vuole ma, reale e tanto abituale che non ci rendiamo
conto di essa. La nostra è una maschera plastica. Però,
paradossalmente se perdiamo la maschera possiamo
perdere anche la faccia, anch’essa plastica. D’altronde,
ricercatori hanno scoperto che le espressioni facciali

101
possono mutare nell’arco di una manciata di secondi, in
pochi istanti cambiamo espressione in maniera
impercettibile e graduale, tanto che è difficile
accorgercene (D. McNeil, 1998).
La nostra faccia è in continuo movimento, un sensore
che trasmette continuamente input ed elabora output, un
simbolo vivente d’Unità dinamica e molteplicità
statica19. Paradossalmente, a volte, è più una maschera
che riesce a rivelare una persona che non la stessa
faccia, così come quando da una caricatura
s’individuano i tratti salienti di un dato personaggio.
Infine, secondo il parere di Salvini (1994) la maschera
sociale è alle origini della personalità multipla. In
psicologia la questione della molteplicità è ugualmente
dibattuta.

Un’ultima considerazione sull’MPD

Molti studiosi, sulla scia di W. James, filosofo e


psicologo americano (1890) affermano l’esistenza di
tanti sé sociali quanti sono le persone che ci lasciano
una traccia significativa e alla cui opinione siamo
interessati, per cui evidenziano l’esistenza di un sé
multicamerale, cioè una mente albergo che può
contenere molti Io temporanei, diversi e creativi, tante
parti di noi che hanno anche desideri diversi (vogliamo
fare tutto, vorremmo essere quella persona bella,
quell’attore bravo, eccetera). Si può dire che la
patologia del MPD è di tratto (cioè stabile, cronica,
19
Cicerone diceva “nella faccia c’è tutto”, in fondo come dargli torto,
nella faccia, che è piena di misteri, vi sono concentrai tutti i maggiori
simboli più che nelle altre parti del corpo (ad esempio il punto/pupilla, il
colore/iride, il Ru/occhio, la molteplicità/capelli (per chi ancora ce l’ha) e
poi la bocca/vita, il naso/aria, eccetera).

102
connaturata), mentre le personalità multiple che ognuno
può esprimere nei vari momenti è di stato (cioè
momentanea, passeggera, legata al contesto in cui si
elicita, ovvero stato dipendente e funzionale).
Secondo altri studiosi il fenomeno delle personalità
multiple potrebbe anche spiegare la possessione
spiritica, il crescente allarmismo sociale che causano i
serial killer e tutti gli stati dissociativi presenti ad
esempio in certi rituali, nelle sedute spiritiche dei
medium, nella scrittura automatica, ma sono argomenti
che esulano dalla nostra trattazione. Infine, c’è chi
contesta il fatto che il Sé unitario sia più che una
creazione sociologica, un’esigenza psicofisiologica e
neurologica (Gazzaniga, J. Hooper, D. Teresi, 1987) e
riassumono in una frase tale abnegazione: “Il nostro
senso della consapevolezza soggettiva sorge dal
bisogno incessante del nostro emisfero dominante,
l’emisfero sinistro, di spiegare azioni tratte da uno
qualsiasi della moltitudine di sistemi mentali che
abitano dentro di noi”. Ad ogni modo, risulta evidente
come le teorie sulla personalità multipla e tutto ciò che
le ruota attorno tendono a restituire un immagine
dell’uomo non più monolitica, immutabile e fissa, ma
estremamente variabile, alimentata da tendenze
molteplici (cfr. Centini M., 2001) che contemplano
l’unitas multiplex, propria dell’uomo ed espressa nel
triangolo mente - corpo - relazione. All’uomo è affidato
il compito di raggiungere (come persona e come
collettività) una SINTESI di ciò che è molteplice, vale a
dire che divide e non apre all’interscambio
comunicativo, senza la qual sintesi si troverebbe
dissociato, frammentato, sia a livello psicologico che a
livello sociale. Si può ipotizzare che l’uomo non è solo
in questo processo di sintesi, ma che, in concerto, lo

103
stesso meccanismo opera a livello infinitesimale e
galattico. Per Janet (1973), invece, il lavoro della mente
è come la vita stessa, una forma di entropia negativa,
un tentativo di creare ordine e significato in
opposizione alle tendenze entropiche dei flussi di
informazione molteplice e caotica che continuamente
colpiscono gli organi sensoriali.

Capitolo V
104
Suggerimenti per una consapevolezza
unitaria e unificante

Tutto è un problema o diviene tale qualora non si riesce


a trasformarlo in risorsa. Parafrasando, si può anche
dire che 1 problema ne può portare con sé (se non
affrontato nel giusto modo) Molti. E di problemi ve ne
sono veramente tanti nella società odierna! Penso che i
mali della società non vengano a caso e che ci sia un
sottile equilibrio tra ciò che si può fare e ciò che non si
dovrebbe fare o che ci si ostina a fare in modo
problematico. Già al tempo dei greci risuonava forte il
monito del mito di Pandora, ovvero del vaso contenete
tutti i mali, che fu poi aperto, con le conseguenze
disastrose che il mito racconta. Guardacaso, a guisa di
parallelismo, un vaso (contenitore che ci riporta
all’uno) contiene molti mali, la molteplicità. Si può dire
che viviamo, almeno in occidente, all’interno di un
background che alimenta l’effimero, che della
molteplicità ne è l’espressione. Più ci si allontana dai
veri bisogni, dall’essenza della vita, più la molteplicità
avanza, apportando sempre nuove regole e nuovi modi
per soddisfare l’insoddisfazione.

Il Denaro e la tendenza a moltiplicare


105
Uno dei “problemi” ricorrenti che assilla le moderne
società è il denaro. Nell’epopea monetaria si gioca la
cifra umana di essere o avere, di frommiana memoria,
di qualità e quantità.
Marshall McLuhan (1997), grande sociologo dei nostri
tempi, afferma che “le semplici grandezze numeriche
riferite al denaro e alle masse, nel determinare spinte
dinamiche verso lo sviluppo e l’accrescimento, sono
dotate di un misterioso potere”. Più se ne hanno e più
se ne vorrebbero possedere! Ci si fa ammaliare dal
potere del dio denaro.
Riprendendo un altro concetto di McLuhan (1997), una
cultura tribale strettamente integrata, che auspica
all’unità, non cederà facilmente alle pressioni visive
separatistiche e individualistiche che portano alla
divisione del lavoro, all’iperspecializzazione e
settorializzazione meccanica e a forme accelerate come
la scrittura, il denaro, i numeri. L’intensificazione di un
solo senso, come ad esempio la vista, senso del
razionale separatore ed analitico (nelle immagini mass
medianiche e in tutto ciò che è occidentale ed
“estetico”) porta inevitabilmente all’ipnosi, che è una
falsa integrazione che, apparentemente appaga, nell’hic
et nunc, il bisogno affiliativo e di coesione dell’uomo
moderno. In tal senso, ogni comportamento umano
(secondo i canoni della PNL o programmazione
neurolinguistica) può essere considerato ipnotico,
poiché tende a soddisfare le aspettative altrui, quindi si
plasma e adatta di volta in volta in un gioco di
emulazioni, identificazioni e scissioni.
Ciò a discapito della consapevolezza, quella totale di sé
e degli altri. Oggi l’uomo ha forse perso il controllo su

106
ciò che ha creato, anzi è esso stesso passivamente e
artificialmente soggetto alle regole che crea e quindi in
altre parole alla molteplicità che non sa più ritornare
all’unità? Le tecnologie sono estensioni dei nostri sensi.
“Il misterioso bisogno delle folle di crescere ed
espandersi, tipico delle grandi accumulazioni di
ricchezza, diventa comprensibile se si tien conto che
numeri e denaro sono in effetti tecnologie che
estendono il potere del tatto e la portata della mano. I
numeri, infatti, persone o cifre, e le unità monetarie
sembrano possedere lo stesso potere magico di
afferrare e incorporare” (McLuhan, 1997). L’uomo ha
dimostrato a più riprese di non essere sempre capace di
regolare e governare il meccanismo autopoietico della
generazione frammentaria della molteplicità.
Lo dimostrano i ritmi frenetici delle grandi industrie, le
continue guerre, le scissioni ideologiche e politiche.
Lo scopo ultimo che porta l’uomo alla ripetizione del
modello 1 > < MOLTI cioè il processo di moltiplica-
zione (che non è “multimplicazione”) che sfugge ad un
controllo disciplinare e positivo, e, in definitiva, di
ritorno all’unità, alla totalità, si può scorgere dal
desiderio dell’uomo occidentale di arricchirsi, di
costruire sempre e ovunque. Ne sono un esempio
l’aumento produttivo delle industrie nelle catene di
montaggio, nella vendita su grande scala delle Lobby. Il
processo spontaneo 1M è creativo, diversificante,
qualitativo e non quantitativo (o non solo), non
uniforme e non meccanicamente ripetibile, è unico nel
suo modo di moltiplicare e “multimplicare”. Quello che
l’uomo, forse in buona fede fa (sic!), è espressione della
frammentazione esterna che si ripercuote internamente
o viceversa interna che si ripercuote esternamente. Lo si
può comprendere già dal fatto che l’uomo moderno si

107
sente afflitto dalla perdita di tempo, un concetto assurdo
di per sé. Non quale tempo mi occorre ma quanto
tempo mi occorre che fa la differenza! Così anche il
tempo diventa una questione di accumulo, perdita e
guadagno, strettamente economici.
Il denaro è diventato una misura, la misura dell’uomo.
Tanto che, chi ne possiede di più, paradossalmente, è
meno umano. “L’uso di una merce come denaro ne fa
naturalmente aumentare la produzione” (McLuhan,
1997). L’avaro conta pure i centesimi perché anche da
essi dipende la sua posizione attuale, ma non attribuisce
ad essi un valore effettivo, ma un plusvalore. Pensate
quanto possa valere, nelle mani di chi non ne possiede,
una moneta. Ma paradossalmente per l’avaro avrà un
valore maggiore. Egli è dentro il meccanismo
disordinato dell’accumulo. Chi investe si aspetta che
Uno (una moneta, un milione) si moltiplichi. La
ricchezza economica è concentrata nelle mani di pochi,
così come la ricchezza spirituale a pochi è data di
possedere. Mancherebbe nell’uomo quella naturale
propensione che permetta l’equilibrio tra conservazione
da una parte e sviluppo diversificato dall’altro. Non
sappiamo più prendere spunti dalla Natura. Pensate allo
sviluppo di una rosa: tutto inizia con la semina, quando
il seme (unità) è posto sotto terra, segue poi il lento
cammino naturale verso la diversificazione (molti) che
si palesa nell’insieme dei petali che compongono la
pianta. Gli alchimisti prestavano molta attenzione ad
imitare gli eventi naturali ed il loro simbolismo si
riallaccia ad un grande sapere iniziatico: “l’arte imita la
natura nel suo modo di operare” recita una famosa
massima alchimistica. Per esempio, nella prima fase
dell’Opus, la Putrefatio, è racchiusa l’essenza del
processo naturale che dall’uno genera i molti che

108
ritornano all’uno, come quando il polline delle piante
origina altre piante.

Il Rapporto sfasato: 1 > < MOLTI (un’altra


ipotesi sul mal de vivre?)

Klerman G. (1993), sostiene l’ipotesi che “l’aumento di


tentativi di suicidio e delle depressioni nelle società
occidentali (dopo la Seconda Guerra Mondiale), si
spieghi sulla base del conflitto tra bisogni innati di
attaccamento (un implicito bisogno umano di ritorno
all’unità) e la molteplicità delle situazioni di
separazione e di rottura nelle nostre società, che
valorizzano l’indipendenza e l’autonomia, e rendono
più fragili l’Io”.
L’unità psichica umana si fonda nel giusto e naturale
equilibrio tra separazione ed autonomia. L’uomo
incanala le forze tutte in uno stadio, perdendo la visione
d’insieme del prima e del dopo che trovano
l’espressione più centrale nell’unità in quanto il
“prima” è l’origine, l’unità, l’inizio e il “dopo” è il
ritorno all’unità, la chiusura del cerchio, che in quanto
tale è circolare e perfettamente armonico. Siamo fissati,
invece, sulla fase di mezzo, una fase di transizione nella
quale tendiamo a perseverare. Ciò significa che siamo
stabili nella fase dell’opposizione dicotomica e d’altra
parte nella continua crescita e propagazione della
Moltitudine senza un reale ritorno all’unità. È come un
cancro. Ovvero, è come se, ad esempio, un fiore, contro
natura, decidesse di ricreare all’infinito foglie e petali
che sono solo la parte superficiale e non centrale di
tutto il processo.

109
Il processo naturale può essere esemplificato nel modo
seguente:

[1 – MOLTI – 1], in modo circolare, ovvero [1 M].

Il processo innaturale, artificiale, umano, porta invece


alla seguente conclusione:

[1 – MOLTI –DIFFERENTI], ripetitivo, automatizzato,


ovvero [1> < M].

In quest’ultimo caso si assiste ad un processo


esponenziale, come nel cancro, che se non arrestato
porta all’allontanamento sempre maggiore dell’uno,
all’immobilità statica (il ripetersi disarmonico del
processo) e alla perdita di controllo disumana.
Torniamo allora ad osservare più attentamente la natura,
magari entrando in rapporto armonico con Lei. Come
scrive Titus Burckhardt (1991) “Là dove l’intelletto
umano, grazie all’unione più o meno completa con
l’Intelletto universale, riesce a distogliersi dalla
molteplicità delle cose per ascendere all’unità
indivisibile, la conoscenza della natura che un uomo è
in grado di acquisire a partire da tale visione non
resterà più limitata ai puri e semplici fatti sensoriali
...Il mondo è ormai diventato trasparente all’uomo...Le
cose acquistano importanza non tanto per la loro
natura misurabile e quantificabile, cioè per il loro
essere determinate da cause e circostanze temporali,
quanto per le loro qualità essenziali...”
Quello che manca all’uomo del terzo millennio è
l’enthusiasmós (“il Dio dentro”). Infatti, il “Dio è
fuori”, nella moltitudine indifferenziata e indifferente,
nel feticismo della merce, e non nell’unità come

110
dovrebbe essere (che implica l’essenza, la sostanza, la
purezza). Vi sono inoltre (in via dimostrativa) alcuni
problemi che conseguono ad un’inefficace saldatura
dell’Uno con i Molti, in seguito agli effetti del
decentramento, o distacco dal centro, dall’unità e/o
dall’origine (in teologia si parlerebbe di cacciata dal
paradiso terrestre, cioè dall’unità originaria e totale).
Alcuni problemi che rientrano in questa categoria
(1><M) di distacco dall’unità originaria e dai disordini
conseguenti tale distacco possono essere riassunti
brevemente come segue:

1) PATOLOGIE SOMATICHE ANIMALI20

Cancro
Epidemie e contagio
Malattie virali

2) PSICOPATOLOGIE NELL’UOMO

20
Nel cancro, ad esempio, si verifica un’incontrollata
moltiplicazione esponenziale a carico di una cellula nella quale i
limiti della funzionalità standard sono fortemente compromessi.
Parallelamente, a livello macroscopico-sociale, nelle epidemie, in
molte malattie virali, una persona infetta può contagiare molte altre
persone cui viene in contatto. Forse sembrerà banale una tal
concezione della malattia, ma è sintomatico il fatto che, in genere,
malattia non è solo perdita o disfunzione ma è anche accumulo
incontrollato, esponenziale, che segue un meccanismo di base
(quello Uno - Molti) ma sfasato. L’eccesso è sempre un difetto!

111
Delirio d’onnipotenza
Narcisismo
Schizofrenia
Psicosi
Fissazioni, Turbe del Pensiero
Disturbo Di Personalità multipla (MPD).
Mancanza di creatività (unilateralità)

3) PROBLEMI SOCIALI

Globalizzazione a modello Unico


Totalitarismi
Ideologie estremiste, fanatismo
Dogmi e Assolutismi
Meccanizzazione e produzione esponenziale
Contagio psichico emulativo, distruttivo e
ripetizione (confronta paragrafo “La
ripetizione: monotonia o lifestyle?”).

4) PROBLEMI GNOSEOLOGICI

o L’impossibilità attuale di pervenire ad una


concezione unitaria, olistica, ad un sapere
comunicante e polidisciplinare, evitando le iperspe-
cializzazioni riduttive.

o Perdita della facoltà di interfacciare il sapere antico


e moderno, pratico e teorico, esoterico ed essoterico,
particolare e globale.

Altre ipotesi che concordano con il rapporto sfasato


1 >< M, tipico dell’attuale società complessa e
tecnologica e con un meccanismo ripetitivo perverso e

112
controproducente, si possono rintracciare, ad esempio,
in ambito criminologico:

o I serial killer: poiché tendono a perpetrare i loro


omicidi (seguendo uno schema implicito ben
definito), e quindi a moltiplicare gli eventi
omicidiari finché possono compiere tali crimini.
In più, molti casi d’omicidio seriale sarebbero
imputati ad una condizione di personalità
multipla, in cui versa il serial killer.

o L’influenza mass-mediatica sul procrastinarsi


di taluni omicidi o condotte criminali: tale
influenza è suggestiva ed emulativa ed in parte
concorre, inconsapevolmente, nel far avvenire
vari eventi catastrofici in concomitanza o a
catena. Si pensi agli omicidi domestici
(uxoricidi, parricidi, matricidi, omicidi-suicidi),
agli attentati terroristici, agli stupri, agli una-
bomber, alle rapine e a molti eventi di cronaca
nera. La suggestione unita al bombardamento
mass-mediatico, all’identificazione-introiezione
di schemi e moduli comportamentali, alla
proiezione, alla catarsi, può rendere lo
strumento massmediatico un’arma a doppio
taglio, soprattutto riguardo alle persone più
emotivamente coinvolte, più fragili caratterial-
mente o più a rischio, socialmente parlando, per
cui quel dato messaggio, con la sua enfasi,
sarebbe un richiamo pertinente ed elicitante/
scatenante un acting criminale.
Tutto ciò serve a capire, in estrema sintesi, come un
meccanismo quale quello dell’1M che sta
metaforicamente, e non solo, alla base della vita, sia

113
reso, in maniera strumentale, un “pericoloso
meccanismo autogenerativo” dall’uomo la cui unica
colpa è quella della perdita di controllo. Da sempre
l’uomo ha pensato di sostituirsi a Dio, ed infatti molte
situazioni che crea ricalcano le funzionalità Uno –
Molti, ma in modo incontrollato e disfunzionale (vedi
punto 3, indietro).

Ad un livello, diciamo, di responsabilità spirituale e


morale, accade che, come afferma Florenskij (1914) la
passività della coscienza disgrega il tempo, producendo
«parti singole, autosufficienti, ciascuna delle quali
aderisce all’altra soltanto esternamente, ma dalla cui
percezione separata non si può in questo caso
presentire che cosa ci dirà l’altra». Manca cioè la
Relazione. Nel caso in cui la coscienza diventa del tutto
inattiva, l’uomo, come una cosa in mezzo alle cose del
mondo, viene trasportato insieme alle altre sulla
superficie del fiume del tempo. Ma egli è spesso ignaro
di questo, perché non è completamente cosciente, in
generale, di quello che avviene in lui. Il tempo si è
disgregato, e ciascun suo momento nella coscienza
esclude del tutto qualsiasi altro. Il tempo è diventato per
la coscienza soltanto un punto, ma non un punto di
pienezza, che assorba in sé tutto il tempo, bensì un
punto di svuotamento dal quale è stato estratto e
cacciato via qualsiasi tipo di varietà, movimento, forma,
come un ramo staccato dalla pianta che secca e muore.
Oggi più che mai si ha bisogno di integrità e unità: le
famiglie che sono afflitte dalle troppe separazioni; gli
stati in combutta per problemi religiosi, economici,
sociali, politici, di convivenza, eccetera; gli scienziati
per creare un’interdipendenza polidisciplinare e
creativa, che non faccia solo gli interessi dei privati; la

114
nostra stessa psiche è soggetta a disgregazione e va
ricondotta ad una unità più grande, in armonia con la
mente, con il corpo e con l’intera società.
Forse un tempo, quando l’uomo era immerso nella fase
del “sogno”, del mito e della leggenda, tutto era più
unitario, più chiaro e lineare? Forse, allora, l’uomo
riusciva realmente ad afferrare uno stato d’equilibrio,
ad esempio, attraverso il bilanciamento dei quattro
umori (collera, bile nera, sangue, flemma) con i relativi
quattro principi naturali corrispondenti (fuoco, terra,
acqua, aria) capaci di regolare le complessioni degli
individui? Forse a quei tempi tali principi erano validi,
mentre oggi, forse perché si crede a tutto e a niente, non
c’è più un unico principio basilare, insomma tutto è
molteplice.
Forse ci stiamo progressivamente ed inesorabilmente
allontanando dall’iniziale compartecipazione totaliz-
zante con le forze naturali e cosmiche? Forse
l’espansione dell’universo, in continuo movimento, ci
porta lontani dallo stato d’armonia iniziale? Cosa sta
succedendo all’uomo? E alla natura, che sembra quasi
reclamare un monito di allerta per l’uomo?

Lo stesso genere umano è diviso. La riconciliazione


umana passa dal saper accettare e rispettare le diversità,
conviverci, accettarsi nella diversità, e diversificare le
consapevolezze. Viviamo in un mondo vario, dove si
sono sedimentate molteplici modi di essere che
lentamente stanno venendo a galla, dove mancano la
fiducia in sé stessi e di conseguenza negli altri.
Purtroppo non sempre le azioni umane convergono
verso un’unità armonica, verso una meta comune, sono
piuttosto singole e puntiformi divagazioni, con
dispendio d’energia ed egoismo che l’attuale società,

115
nel modello che propone, tende sempre più a perseguire
e ad incrementare a discapito dell’autorealizzazione in
armonia con gli altri (ad esempio il capitalismo offre
una visione di attivazione individuale a discapito di
quella totalitaria, viceversa il comunismo). L’uomo
d’oggi, occidentale, rifugge fobicamente da due cose:
dalle cose semplici e dalle cose incerte. Si aggrappa a
stati transitori, veloci e sfuggenti, s’identifica con
l’apparenza e la superficialità, non è portato a scavare
dentro, dove troverebbe più tesori di quanti crede ve ne
siano fuori.
Questa è una società che osanna le persone “migliori”,
nel corpo, nel successo, nel prestigio. Così si fa del
corpo un oggetto. Si rende il corpo frammentato, diviso,
non più valido nella sua totalità e unità psico-fisica, ma
un aggregato di pezzi da migliorare, da vendere al
mercato, da assicurare, e poi nascono le dismorfofobie,
le anoressie e le bulimie, i sensi di colpa, la
trasgressione feticista che colpiscono le persone a
partire dall’età adolescenziale, un’età dove si è più
emotivamente fragili, giacché maggiormente incrini a
compiacere gli altri, a seguire le mode e i modelli unici,
validi per tutti. Perché non vengono invece suggeriti dei
modelli più autentici, che riportano alle reali
potenzialità di ogni individuo, che non costruiscono
escamotage effimeri di rivalsa sociale e pubblica, che
rispecchiano, insomma, la natura molteplice e unica
allo stesso tempo, sana e polivalente, di ogni persona?
Il fatto è che siamo dei numeri, delle quantità senza
qualità. È sbagliato far adeguare e convergere il mondo,
sempre più occidentalizzato, verso un modello valido
per tutti, come del resto avviene nell’ambito della
bellezza, della moda, della pubblicità, della cultura,
della lingua, dell’economia, eccetera. Ognuno di noi è

116
unico ed irripetibile e proprio per questo molteplice ed
eterogeneo. Occorrono, quindi, modelli validi per tutti
in generale e per ognuno in particolare: sarebbe questa
la stupenda sfida dell’uomo del terzo Millennio.

Spunti di riflessioni “unificanti”

“La mia filosofia della continuità parte dal principio che,


per bilanciare l’universo che si espande con disordinata
casualità entropicamente crescente, deve esserci un modello
universale d’ordine sintropico, convergente, progressivo, e
che l’uomo è quella funzione riordinatrice antientropica”.
(Buckminster Fuller, 1980)

Ciò che chiamiamo Vita è una energia fondamentale


che coordina, interagisce e sintetizza (cfr. Assagioli,
1973). Secondo il matematico Luigi Fantappiè (1993)
la vita è una delle manifestazioni della legge generale di
sintropia. “La sintropia” aggiunge Assagioli (1977)
“comincia ad essere riconosciuta come un principio
fondamentale della natura, principio che ha delle
implicazioni universali e di grande portata” e aggiunge
che possiamo sentire questa energia come dotata di
intelligenza o di proprietà mentali e quindi di Volontà,
intesa come “Io sintetizzatore”, tale da costruire scopi e
giungere a dei fini e che secondo Teilhard de Chardin
(1968) è l’energia alla base di ogni evoluzione che
produce “complessificazione” e “convergenza”.
Ciò che dice Assagioli con la sua psicosintesi (1977), è
estremamente interessante e ci riguarda particolarmen-
te: “Da un punto di vista ancora più ampio e più
inclusivo, la vita stessa dell’universo ci appare come

117
una lotta tra la molteplicità e l’unità – travaglio e
aspirazione all’unificazione. Ci sembra di intuire che –
sia che lo immaginiamo come essere divino o come
energia cosmica – lo Spirito che opera su tutta la
creazione e all’interno di essa la stia plasmando in
ordine, armonia, bellezza, unendo l’un l’altro tutti gli
esseri attraverso vincoli d’amore, realizzando
lentamente e silenziosamente, ma potentemente ed
irresistibilmente, la “Sintesi Suprema”. Sintesi che
consiste nel ricondurre la molteplicità all’Unità
originaria. È chiaro che tutte le cose hanno un nesso
logico, come ad esempio la cooperazione tra i vari
elementi organici che formano nella loro diversità la
base del funzionamento del corpo umano, splendido
esempio di unità nella diversità e nella complessità. È di
estrema importanza proseguire gli studi su tali
argomenti, quali quelli dell’unità – molteplice, per
capire dove stiamo andando e percepire un barlume di
volontà universale per assecondarla e perseguirla dentro
di noi e fuori di noi.

Un ulteriore stimolo riflessivo ci perviene dalle ricerche


neurofisiologiche sulla sincronizzazione (coerenza)
cerebrale (cfr. Montecucco N. F., 2005) dalle quali sono
emersi quattro importanti stati d’organizza- zione
(psicofisiologica e sociale). I quattro stati
d’organizzazione, che segnano il percorso dalla
frammentazione all’unità, sono:

1. Stato di disgregazione – minima coerenza: Manca


il legame tra gli elementi che compongono il
complesso sistema cerebrale (e psichico), aree,
centri e funzioni neurofisio- logiche sono disgregati
tra loro, tipico degli stati di non-coscienza, della

118
degenerazione o morte cerebrale (coma). E’
caratterizzato da minima o assente coerenza
informatica, massima entropia, minima sinergia e da
assenza d’attività globali coordinate. Negli
organismi viventi è uno stato associato alla morte del
sistema vivente o evolutivamente all’estinzione di
una specie. Nei sistemi sociali corrisponde alla
sconfitta di uno stato, al collasso sociale, alla fine di
una cultura.
2. Stato di frammentazione – bassa coerenza: Le
parti del cervello (e della psiche) sono in conflitto, in
stato d’isolamento o disarmonia tra loro, tipico degli
stati d’inconsapevolezza, di depressione, di conflitto
interiore, di crisi psicologica e di malessere globale.
Negli organismi viventi è associato allo stato di
malattia (squilibrio interno, scompenso fisiologico)
ed evolutivamente al disadattamen- to e alla
regressione. Nei sistemi umani allo stato di guerra,
di conflitto etnico, religioso, socioeconomico, di
crollo dei valori culturali, al regime totalitario o
dittatoriale, con minima democrazia o con economia
sottosviluppata. Culturalmente corrisponde al
fondamentalismo, alle ideologie politiche e alle
ortodossie religiose imposte dallo stato, con netta
prevalenza di una filosofia sulle altre.

3. Stato d’integrazione – alta coerenza: Le parti e le


funzioni del cervello (e della psiche) sono coordinate
e sincroniche, esse formano un network di relazioni-
informazioni, tipico degli stati di consapevolezza, di
benessere psicofisico. Il sistema tende ad
accumulare energia e informazioni che,
eventualmente, può utilizzare per crescere e creare,
in modo intelligente. Nei sistemi viventi è lo stato di
vigore e salute, nelle specie tale stato può portare ad
un salto evolutivo e adattattivo. Nei sistemi sociali
corrisponde alla fase di stabilità tra stati, in cui

119
prevale la relazione, il “network”, la floridità. Le
parti sociali trovano dei punti di dialogo e
cooperazione positiva. E’ lo stato a cui tende
l’attuale politica culturale internazionale, dalla
globalizzazione dei mercati, all’ONU, al pluralismo
religioso, alla coesistenza inter-raziale, alla rete
Intenet. Corrisponde al concetto di Villaggio
Globale di Mac Luhan. La sua base filosofica più
congrua è la Teoria Generale dei Sistemi di Von
Bertalanffi.
4. Stato d’unità – massima coerenza: Si realizza
l’Unità. Le parti del cervello e della psiche si
sincronizzano completamente e si muovono
all’unisono, tipico dello stato d’autocoscienza,
l’unità (il Sé) prevale sui singoli pezzi (le
personalità). Caratterizzato da altissima coeren- za e
onde elettroencefalografiche armoniche. La massima
comunicazione e la minima resistenza tra le parti
permette di raggiungere il più elevato grado di unità,
base dei grandi salti evolutivi sia a livello cognitivo,
che spirituale o sociale. Esempi evolutivi di questo
salto sono l’integrazione di miliardi d’atomi a
formare un’unità cellulare, o di miliardi di cellule a
formare un organismo animale. A livello sociale si
può immaginare che l’emergere di una nuova
coscienza planetaria e la futura integrazione globale,
nel rispetto dell’individualità e della diversità umana
e culturale, possano portare ad un’unità della
famiglia umana ancora difficile da immaginare ma
certamente già presente nei modelli di Gaia di
Lovelock, o di Noosfera di T. De Chardin. E’ alla
base del Paradigma olistico, orientato sull’unità
umana e globale.

L’informazione, l’energia, la consapevolezza e la


sinergia tendono a crescere man mano che passiamo dal
punto uno (dove la coerenza informatica è sotto i valori

120
ottimali, minima o assente, si ha assenza di attività
globali coordinate e la sinergia è minima) al punto 4,
dove pervade la totale unità, massima informazione,
altissima coerenza. Così possiamo vedere il graduale
svolgersi della polarità molteplice disgregata e
frammentata verso l’unità che la sottende e che le
conferisce uno stato maggiore di armonia, benessere,
fluidità, efficienza e sviluppo positivo. Una brillante
intuizione è anche la seguente: “... la realtà cosmica
giustifica l’affermazione dell’evoluzione energetica
materiale nel verso sentimentale e spirituale, del
numero indefinibile dei versi del moto e dell’unicità
della direzione finale, dell’identità potenziale assoluta
finale di tutte le unità mentali” [Ciu, Pen, Lei, 1976].
Il compito dell’uomo è, allora, salire la scala
ascensionale per ricondurre la dimensione terrena,
organica, di cui è il rappresentante speciale, verso la
dimensione ultima e assoluta dell’unità cosmologica in
cui tutte le essenze si dissolvono. Un cammino verso
l’infinito che è già iniziato.
È importante riflettere su un monito che trapela dalle
parole del fisico David Bohm (1989), egli afferma: “Se
la gente sostenesse la percezione del mondo come un
tutto ininterrotto, con una molteplicità di significati,
alcuni armoniosi ed altri no, si creerebbe un mondo
completamente diverso, sarebbe possibile una
percezione creativa senza fine di nuovi significati, in
grado di ricomprendere i vecchi significati in insiemi
più armoniosi e più vasti, che creerebbero una
trasformazione corrispondente nella realtà complessi-
va”
Capitolo VI

121
Altre evidenze e considerazioni sulla
relazione 1  M

Fisica e “metafisica”.

122
“Il termine stesso di ricerca prova che il ricercatore si
considera lui stesso separato dall’oggetto della sua ricerca.
Finché questa dualità persiste, la ricerca deve essere
continuata fino al momento in cui l’individualità non sia
sparita e che il Sé sia stato realizzato come Essere eterno, e
che contenga ricercatore e ricerca”.
(Ramana Maharshi)

La scienza sta iniziando, a tentoni, solo da poco ad


accostarsi alle dimensioni del mistero, entrando nella
sfera del mito, lanciando le sue estreme chele fatte di
teoria olografica, parapsicologia, esobiologia, psicolo-
gia transpersonale, olismo e altri tentativi affini.
La fisica Quantistica, la teoria Olografica e la teoria
della Complessità sono un valido tentativo per scoprire
i “veli di Iside” e per spiegare ciò che è stato
considerato inconoscibile, inosservabile, oppure altre
dimensioni (come le 26 che già preannuncia la Teoria
delle Stringhe).

È sorprendente come diversi pensatori siano arrivati


alla stessa conclusione che Francesco Maria Banchi
riassume bene in questi termini, dove spiega che la
relazione unità-molteplicità, può essere chiarita in
questo modo: “nell’unità e soltanto nell’unità è la
molteplicità, ossia è incomprensibile una pluralità di
enti se non in relazione a un’unità che li contiene. Se
l’unità senza la molteplicità si dissolve, diventa
un’astrazione, linguisticamente un puro suono vocale
senza contenuto, e quindi logicamente inutile, la
molteplicità non può essere compresa se non nell’unità,
o meglio in relazione all’unità, come suo contenuto,

123
così che l’unità è necessaria e sufficiente a contenere la
molteplicità, e la molteplicità è l’insieme delle parti
dell’unità, che la caratterizzano, la dimostrano e la
diversificano”. Dunque, per parlare di molteplicità si
deve concepire la sua parte complementare, dicotomica
e paradossale, cioè l’uno.
Anche la scienza ha dato il suo contributo accogliendo
l’idea di una realtà fisica in cui si substanzia la
relazione uno – molti.
Nel 1887, Sir William Crookes propose una teoria
secondo cui tutti gli elementi potrebbero essere
null’altro che delle variazioni di un solo elemento di
base, una sostanza originale alla quale lui diede il nome
di protyle. Molti scienziati suppongono del resto che ad
un livello extra infinitesimale, tutte le cose fondamen-
talmente si somigliano e sono indistinguibili, sono cioè
non molteplici ma “unitarie”.
D’altra parte, la materia è densa di profondità
infinitesimali che solo apparentemente sembrano
caotiche e complesse, da un lato, disgregate e
molteplici, dall’altro. Come afferma Mario Cialdi:
“nella meccanica quantistica, non si riesce a stabilire
alcuna corrispondenza tra l’onda associata al moto
degli elettroni e la traiettoria del moto. [...] l’elettrone,
‘protetto’ dalla nuvola, non sarà mai raggiunto. Solo
nei processi d’accumulazione, quando gli elettroni
diventano una moltitudine, si riesce a discernere,
attraverso la nuvola, l’arabesco di un disegno
coerente”. In generale, ciò che non si può esperire con i
sensi è considerato, quasi sempre, privo di
discernimento scientifico; ma quanta parte della realtà
viene esclusa dai sensi? Colori, frequenze, radiazioni, il
regno del micro e del macro, le esperienze subliminali,
eccetera, come già risaputo.

124
Il chimico Mendeleev, dal canto suo, offre un vasto
contributo alla questione parlandoci del riconoscimento
dell’esistenza di molteplici elementi come base della
realtà materiale e di altrettanti diversi atomi
riconducibili ad un unico modello. Ma non è il solo!

Come spiega la fisica quantistica di Bohm, (1980), al


livello subquantistico, la localizzazione, come la
intendiamo noi nello spazio e nel tempo, cessa di
esistere: “tutti i punti nello spazio divenivano
equivalenti a tutti gli altri punti nello spazio, ed era
insignificante parlare di qualsiasi cosa come separata
da qualunque altra”.
I fisici definiscono questa proprietà “nonlocalità.”. Ma
la cosa più sorprendente è, e qui sta la grande scoperta
della “teoria” olografica, che tutte le particelle sono
nonlocalmente interconnesse. Ogni cosa nel cosmo è
costituita dal materiale ininterrotto dell’ordine
implicito, non visibile. Tutto nell’universo è parte di
una continuità, che nel livello più superficiale si
manifesta sotto forma di molteplicità, si differenzia, e
ciò è adattivo. Come si potrebbe concepire la stessa
esistenza se non guardandola da diverse angolature
dinamiche? Pensate ad un mondo fatto di persone che
si somigliano tutte, dei cloni: la vita sarebbe
impossibile. I miti non raccontano, in diverso modo
anche di questo? La realtà è maya, apparenza.

La separazione che opera la mente ad un certo livello è


solo apparente, tutto è in relazione21, in modi e termini

21
Sul concetto di Relazione si rimanda al paragrafo “Tutto è
relazione”, più avanti.

125
che non possiamo cogliere nell’immediato, che ci
prescindono e preformano. La società tende a dividere,
a dicotomizzare, a “ragionare” in modo utilitaristico,
strumentale e materiale.

Un altro spunto di riflessone ci perviene dalla “Teoria


Generale della Relatività” di Einstein, secondo cui la
curvatura dello spazio è associata alle forze
gravitazionali: tanto più appuntita è la curvatura, tanto
maggiore è la forza d’attrazione. Ai punti, chiamati
singolarità, dove la curvatura è così appiattita che lo
spazio – tempo, di fatto, si accartoccia, la forza è
talmente elevata da spezzare le particelle elementari e
ogni legame, così da sconvolgere di colpo la
dimensione spazio-temporale. Si ha una singolarità
laddove la curvatura è talmente accentuata da
comprimere la varietà: già s’intravede in questo
passaggio la “magia” dei molti che si fanno uno, che
sono inglobati in una dimensione diversa (come accade
ad esempio nel buco nero), in un continuum che va dai
molti all’uno, dal finito all’infinito, e viceversa.
L’aspetto più sorprendente è che tutte le singolarità
sono circondate da orizzonti degli eventi, per cui non
sono mai completamente isolate, secondo la Teoria
Generale della Relatività. É come se tutta la
molteplicità dovesse “gravitare” o tendere verso l’unità,
o verso un unico polo: parafrasando, abbiamo in tal
modo il riscontro del rapporto 1M nei micro come
anche nei macro processi fondamentali che avvengono
in natura, sia quella percepibile, sia al di là delle
galassie o, se volete, al di là della dimensione che
viviamo sul pianeta terra. Come hanno intuito le teorie
fisiche moderne, quali la Teoria delle Stringhe, il
modello dell’Ologramma e per certi versi la Teoria

126
Standard, ciò che è visibile e pertanto sperimentabile
poggia le sue basi su un’unica essenza, unica ma non
indivisibile o trasformabile.
Tale base essenziale è caratterizzata da elementi
energetici e vibratori e dalla loro relazione costante, tale
che qualsiasi elemento, come per esempio una mela ha
le stesse proprietà interne di un qualsiasi altro elemento.
Tutto è invisibilmente concatenato e retto da una fonte
inesauribile d’energia che si nasconde fin dentro i
costituenti minimali degli atomi come i neutrini, la cui
proprietà particolare è di viaggiare da un atomo
all’altro, cosicché tutto è sottilmente interrelato e tra
una stella della Via Lattea e il libro che sto leggendo ci
sono sì svariati gradi di lontananza fisica e
dimensionale ma altrettanti gradi di vicinanza.
Govindan ha scritto “le vibrazioni che esistono nella
vita sono sotto forma di colori, suoni, fragranze e
simboli che rappresentano una pura rotazione
d’energia”. L’energia è sempre ciclica e circolare, “non
si crea non si distrugge ma si trasforma” ed anche noi
in quanto essere dotati di energia affrontiamo lo stesso
processo. Einstein ci porta il suo aiuto quando dice: “Il
mondo, nella sua maestà totale, non può essere
dominato che da un’intelligenza cosmica”.

Tutto è relazione!

“In primo luogo c'è l’unità delle cose per cui ogni cosa è in
armonia con se stessa, è costituita da se stessa, e aderisce a
se stessa. In secondo luogo, c'è l'unità per cui una creatura è

127
unita con le altre e tutte le parti del mondo costituiscono un
unico mondo” (Pico della Mirandola).

L’autore dell’Avatamsaka Sutra induista paragonò


l’intero universo ad un reticolato leggendario di perle
che diceva pendesse sopra lo splendido palazzo del dio
Indra (dio che ricorda la parola Idra cioè acqua al quale
il suo potere è associato essendo fluido e circolare) e
“disposto in modo tale che se guardi una perla, vedi
tutte le altre riflesse in essa”. Come l’autore del Sutra
spiegò, “allo stesso modo, ogni oggetto nel mondo non
è soltanto se stesso, ma include ogni altro oggetto e, in
effetti, è ogni altra cosa” [cfr. M. Talbot, 1997, p. 305].
Parlando di relazioni si può parlare di tutto, giacché,
tutto ciò che esiste è tale perché inserito in una trama di
relazioni. Nessuna cosa esiste per essere separata. C’è
relazione tra passato e futuro, tra uomo e cosmo, tra un
albero e un libro. Noi siamo dentro le relazioni, come lo
sono i sistemi, le idee, le galassie, ciò che ancora non
esiste e ciò che è esistito sono in relazione. “Ciò che si
può studiare non può che essere una relazione…Mai
una cosa” (Bateson, 1972).

L’insieme delle relazioni che avvengono in un contesto


(scolastico, familiare, ospedaliero, politico, eccetera)
creano i significati per/nel contesto, significati condivisi
che tracciano le possibili vie in divenire del sistema e
che formano quella matrice di molteplicità e pluralità
(di abilità, di saperi, di modi di essere, di fare e di saper
essere e fare) che ci appartiene e che ci trasforma.

128
Parlando di relazioni e di complessità che ruolo ha la
causalità in tali epistemologie costruttive? Una causa
può produrre diversi effetti e viceversa. Ogni causa ha
effetti diversi su persone diverse, che le attribuiscono
significati differenti.
Ciascun collegamento all’interno dell’universo “è un
punto di partenza di un’altra dozzina di essi”, poiché
“una vasta similitudine congiunge tutto” (cfr. W.
Whitman, 1819 – 1982, poeta americano). La relazione
istaura quindi all’interno della sua matrice unitaria,
molteplici sviluppi e possibilità. Lo stesso rapporto 1 
M è, necessariamente relazionale. Tutto è in relazione e
spesso una relatio che sfugge agli schemi di
comprensione umana: anche il nulla è in relazione con
il tutto.

Abbiamo volutamente affrontato l’argomento dei miti,


dei simboli e degli archetipi, nelle precedenti sezioni,
che richiamano il concetto di Unità proprio per porre
l’accento su questo fatto, vale a dire, che abbiamo tutti
una base comune dalla quale partire per costruire ed
edificare in progres, non perdendo di vista l’unità
originaria o allontanandoci dal fulcro che sostiene le
nostre esistenze. Così ogni essere non può prescindere
dal legame con la molteplicità degli eventi, delle cose e
delle persone con cui è necessariamente in relazione
attraverso una fitta rete di interscambi energetici ed
informazionali.

Perché le cose che ci capitano sono paradossalmente


legate alla nostra vita, a come vediamo il mondo e a
come reagiamo all’ambiente esterno?

129
Tutto ciò che facciamo segue delle leggi apparen-
temente caotiche. A ben vedere, il caos, che è
apparenza, è solo nella moltitudine, l’unicità è ordine
ed armonia sincronica, ciclica e circolare, quindi
dinamica e fluida, diversa nell’uguaglianza e uguale
nella diversità, particolare e universale, eterna e finita.
In Oriente si insiste molto sul fatto che la realtà, in
quanto maya, è frammentata, divisa e pertanto in tale
stato contiene la versione materiale dell’Essenza, che è
Una e che si mostra nella meticolosa moltitudine di
esseri e fenomeni in relazione. L’informazione è quindi
una differenza, la conoscenza è un ricostruire, talvolta
in modo arbitrario, l’unità originaria, dentro e fuori di
noi. C’è una massima di Gibran, riportata per intero,
che racchiude in modo esemplare il nocciolo della
relazione, dei legami che intercorrono tra e dentro le
cose:

“L’essenza di ogni cosa sulla terra, visibile o invisibile, è


spirituale. Entrando nella città invisibile, il mio corpo è
coperto dallo spirito. Chi cerca di separare il corpo dalla
spirito, o lo spirito dal corpo, allontana il suo cuore dalla
verità. Il fiore e la sua fragranza sono un’ unica cosa; è
cieco colui che nega il colore e l’ immagine del fiore,
affermando che possiede solo la fragranza che si espande
nell’aria. É lo stesso atteggiamento di quelli che, privi
dell’olfatto, considerano il fiore solo per la sua forma e per i
suoi colori, trascurando il profumo. Tutto ciò che si trova
nel creato, esiste anche dentro di te, e tutto ciò che hai
dentro esiste nel creato. Non vi è alcun confine fra noi e le
cose più vicine, ma ciò che è più importante, la distanza non
è sufficiente a separarci dalle cose più lontane. Ogni cosa,
dalla più bassa alla più sublime, dalla più piccola alla più
grande, esiste dentro il tuo essere, senza differenze.
Nell’atomo si possono trovare tutti gli elementi della terra.
La goccia d’acqua contiene tutti i segreti degli oceani. In un

130
moto della mente si trovano tutti i moti si tutte le leggi
dell’esistenza”.

Dell’Amore
Un tipo di relazione profonda che coinvolge due o più
persone è l’amore. Si parla tanto d’amore, si fa presto
ad usare ad ogni occorrenza effusiva e anche banale la
parola amore. Vi sono tanti modi per definire l’amore
tra due persone e altrettanti modi per, cosa ancora più
difficile, praticarlo. Nella visione più mistica, filosofica
e romantica, l’amore è visto come la dimensione
suprema da raggiungere, la via dell’Eros, tutto il resto è
un mezzo per arrivare a tale fine ultimo. Così anche per
le religioni, per l’arte come sentimento e amore per
l’universo. Diversa è la visione che si condivide,
invece, nelle società attuali, dominate dal mito
dell’uguaglianza, ma come ribadisce E. Fromm (1956),
un’uguaglianza da intendere come uniformità, anziché
unità. La pratica dell’amore, nel nostro tempo e nella
nostra storia, vincolata da barriere pregiudiziali e da
luoghi comuni, è assai complicata. Per questo
scambiamo surrogati come il sesso, le sfuriate di
gelosia, la possessività, e tante altre forme di
comportamento egocentriche, con il vero ed unico
messaggio dell’amore che c’è stato da sempre
tramandato, al quale forse siamo assuefatti, non
riusciamo più a distinguerlo nella sua vera essenza.

Bisogna, anzitutto, distinguere l’amore come atto


infinito ed universale che coincide con l’amore fraterno
per tutto e tutti, compreso se stessi dall’amore (diciamo
romantico) per un’altra persona che è quantitativamen-

131
te inferiore ma qualitativamente uguale all’amore
universale, se e quando l’una e l’altra persona
incarnano il principio dell’amore che li contiene, di cui
si fanno ricettacolo.

Nell’amore è come se si avesse il seguente passaggio:

|1a| + |1b| = |1ab|

L’amore è un sentimento che moltiplica le energie di


due persone, più se ne dà e maggiore sarà la
soddisfazione e l’appagamento.
L’amore è la colla che riesce ad unire due persone, di
due fare una (ma non tutte le colle sono forti...).
L’argomento dell’amore non può essere certamente
esaurito in questa sede. Quello che c’interessa
considerare sono alcuni spunti di riflessione che si
adattano al tema dell’amore che certo è un’arte, una
dimensione, che possiede tanti livelli, una scala che
ascende verso l’alto, dove si riesce a guardare il mondo
nella sua totalità, in una prospettiva più ampia.

Sono interessanti ed esemplari alcune delle conclusioni


di Fromm sull’ “Arte dell’amore” (1954), tratte dal libro
omonimo, che ricalcano le tracce della relazione uno –
molti, anche se Fromm, non ne parla esplicitamente.
Egli dice: “Tutti noi siamo Uno, eppure ognuno di noi è
un’entità unica, separata. Nei nostri rapporti col
prossimo si ripete lo stesso paradosso. In quanto uno,
possiamo amare tutti nello stesso modo, nel senso di
amore fraterno. Ma in quanto esseri distinti, l’amore
erotico esige prerogative strettamente
individuali...Nell’essenza, tutti gli esseri umani sono
identici. Siamo tutti parte di Uno, siamo Uno”. Anche

132
se lo siamo in modi diversi. L’amore è una via. Tanti
sono i modi per percorrerla, uno solo è il traguardo
finale: il superamento dei principi di causa ed effetto e
la conoscenza incondizionata, pura, che è l’atto
d’amore. Noi possiamo sperimentare, nel modo che c’è
più consono e pertinente, solo una piccola parte di
quest’amore assoluto e lo possiamo riversare in un
contenitore (necessariamente limitato) che rappresenta
la visione del mondo e la natura del nostro voler essere.
Il nostro è un rito che rappresenta la totalità unitaria
nella particolarità dell’attimo (momento/luogo) in cui si
ritualizza e riattualizza l’epopea dell’Amore.
In poche parole, ognuno di noi ha/è un contenitore
specifico per l’ “acqua” che è vita. La fonte a cui
ognuno di noi attinge è unica. Recitiamo ruoli diversi
per scene simili, o viceversa. Ogni singola persona ha a
disposizione un contenitore dove riversare il “suo
amore” che si deificherà in quella particolare istanza,
ovvero la capienza e la forma del contenitore.
Torneremo ad affrontare nel prossimo capitolo la
tematica dell’amore attraverso il simbolo che per
antonomasia lo rappresenta, ovvero il cuore: il suo
contenitore. Dicendo che il cuore è il contenitore
dell’amore si tenta indirettamente di far trapelare un
concetto e cioè che l’Assoluto può albergare anche in
una siffatta dimensione, in un così piccolo contenitore,
poiché l’amore può le cose più impossibili. L’amore è
la possibilità dell’impossibilità!

La Ripetizione: tra monotonia e lifestyle?


La ripetizione è una delle proprietà più rilevanti della
Molteplicità. Altre proprietà o caratteristiche del

133
molteplice sono: la segmentazione, la frammentazione,
la differenziazione (quindi la differenza, l’ambivalenza,
l’eterogeneità), la contraddizione, la specializzazione,
l’eterogeneità, l’accumulo, la materialità.

Molti dei modus operandi di una persona sono, oggi


più che mai, caratterizzati da una ripetitività ciclica e
costante. Baudrillard (1978) sintetizza bene la natura
della ripetizione quando afferma che “la quotidianità è
la differenza nella ripetizione”.
Dai moduli, che fanno da supporto, ad esempio, alle
costruzioni (mattoni, elementi ripetitivi quali chiodi,
pannelli, eccetera) ai frattali, sembra che la ripetizione
non si stanchi di ripetersi. Uno dietro l’altro, uno
sull’altro, uno nell’altro, tutta la vita sembra essere
percorsa da un filo invisibile di sequenze
intercambiabili che ne modulano l’invariabilità ad un
livello micro e macro. Quasi un’abitudine routinaria
ma, per certi versi necessaria, il cui scopo sembra
quello di organizzare gli elementi che si susseguono, si
ripetono appunto, fissandosi nella memoria ontogeneti-
ca e filogenetica.
Tuttavia, la ripetizione, come meccanismo universale,
sembra essere stato poco compreso, forse perché
scontato o perché “ripetitivo”. Giochi di parole a parte,
il meccanismo della ripetizione sembra essere molto
sottile e convincente.
Nell’advertising, ovvero nella pubblicità commerciale,
quello della ripetizione è un utile escamotage retorico,
adottato per far presa sull’attenzione e sulla memoria
del target o dell’audience in generale (così come nella
musica, nel cinema, nell’industria culturale e
commerciale, che sembrano basare sulla ripetizione le
sue più convincenti attese di vendita). La ripetizione, è

134
una figura retorica di gran rilievo che ha suscitato
interesse persino in Napoleone, (e prima ancora in
Aristotele e Cicerone) il quale affermava che la
ripetizione è, tra le figure retoriche, quella che sembra
maggiormente persuasiva. La pubblicità ne fa, appunto,
largo impiego, poiché nelle campagne si cerca di
battere il martello finché è caldo, bombardando i sensi
con annunci quasi fino alla nausea (cfr. Mariani G.,
1993).
Freud, si era occupato della coazione a ripetere. Mi
sembra interessante accostare la ripetizione ad una
funzione comunicativa abbastanza bizzarra.
In psicopatologia, ad esempio, i tic, le manie, (come
anche le ideazioni paranoiche, depressive, maniacali,
nevrotiche, le fobie) sono moduli comportamentali
disadattivi autonomi, sganciati dal contesto in cui la
scambio comunicativo ha luogo in maniera fluida e
dinamica. Tali programmi autoinnescati si ripetono per
il semplice fatto di potersi ripetere e per comunicare
tale ripetizione: un meccanismo che si è inceppato.
Ancora più interessante è la coazione a ripetere, che
sembra più una situazione legata a variabili di natura
interpersonale, invece che esclusivamente idiosincrati-
che. Facciamo alcuni esempi. Capita a volte di
conoscere una persona, la quale, naturalmente ed in
modo automatico, si crea, in una manciata di secondi,
una prima impressione di noi, di come siamo
superficialmente e di come interagire con noi. Spesso
su quella prima impressione si giocano le future
interazioni nelle micro – situazioni quotidiane. Ma, c’è
di più: capita che se ci si fissa su una particolare
caratteristica essa tende a manifestarsi, in modo del
tutto spontaneo, qualora si ricrei il setting appropriato
all’interazione tra due comunicanti. Si tratta della messa

135
in moto di meccanismi automatici che si possono
protrarre nel tempo. Si ricade a volte sempre negli
stessi errori, evitabilissimi e banali, nei medesimi
schemi operativi, con certe persone più che con altre.
La vita è piena di esempi che riguardano atti ripetitivi,
che una volta stabiliti o prestabiliti proseguono quasi in
maniera automatica, o subcosciente. Il ritardare sempre
con una data persona, il comportarsi in modo irascibile
con la stessa persona, sbagliare sempre in quel dato
modo, in quella specifica circostanza, con quella data
persona, quasi fosse un marchio caratteristico della
relazione avviata.
Perché ci si fossilizza in simili comportamenti? E
sempre con le stesse persone? Comportamenti che si
spiegano solo attraverso quella particolare relazione che
lega ognuno di noi. Com’è noto, ognuno di noi dà
impressioni diverse a differenti tipi di persone le quali
dipendono, in sostanza, da:

 Le prime impressioni che ci si fa dell’altro:


la situazione dell’incontro con l’altro (il
setting, le variabili socio – ambientali, che
fanno da sfondo alla relazione);
 e, le caratteristiche di costruzione della
realtà che possono cambiare da individuo a
individuo (in base ai propri modelli di
apprendimento e attaccamento, ai valori
propri o condivisi con una comunità più
ristretta alla quale si appartiene, cioè il
gruppo di riferimento, e altre variabili
troppo complesse che spaziano dal
neurobiologico, al sociale, passando dallo
psicologico, semiologico e linguistico –
culturale, storico, etc.).

136
Un altro fattore importante è, sicuramente, quello del
meccanismo della profezia che si autoavvera: le attese
che ognuno mette in conto nel definire una relazione o
una situazione sono determinanti nell’esito che può
avere una relazione, di qualsiasi natura, in un gioco di
complicità implicite e attese condivise e sottaciute.
Attese o aspettative che ricalcano il significato che
ricomponiamo in noi e fuori di noi. Quando una
situazione che ci capita di vivere si ripete per ben tre
volte è sufficiente per far credere agli altri che in quella
specifica situazione ci comporteremo sempre in quel
modo, creando, involontariamente, delle aspettative di
come siamo, di come interagire con noi, che alla lunga
ci etichettano, ci categorizzano, a discapito della nostra
potenziale variabilità e poliedricità. Un meccanismo
che, ad ogni modo, serve a far diminuire l’ansia e
l’incertezza: una volta stabilito qual è il modo più
opportuno di interagire con un dato individuo ci vorrà
tempo ed energia per dirottare tale certezza acquisita,
per cambiare opinione. Tale meccanismo rientra
nell’ottica di ciò che si chiama economia cognitiva e ad
un certo livello funziona anche bene, ma ci sono i pro e
i contro, gli eccessi e i difetti, come in tutto. Può
capitare, ad esempio, in famiglia di trovarsi dopo una
certa esperienza con degli sconosciuti; capita di crearsi
aspettative errate su una persona etichettandola per
quello che appare e non per ciò che realmente è.
L’uomo contemporaneo non ha tempo di scavare a
fondo, precisare, trovare il pelo nell’uovo. Prendiamo
sempre più a modello i robot, le macchine che ripetono
sequenze d’azioni standard all’infinito. Il meccanismo
della ripetizione va analizzato giacché è alla base della
natura dei rapporti umani, poiché catalizza le vicende

137
relazionali sia sul piano personale che su quello, più
vasto, dello scenario sociale. Ne sono alcuni esempi le
stragi degli omicidi seriali, l’emulazione mass
mediatica e le sue spesso dannose conseguenze e lo
stesso rapporto sfalsato 1>< M . Quante volte, infatti, la
storia si ripete, con gli stessi errori, gli stessi
meccanismi che ci si ritorcono contro, con guerre,
conflitti e danni sociali. In definitiva il concetto di
ripetizione è espresso dall’equazione 1 = M. Vale a dire
uno (un oggetto, una caratteristica, una funzione, un
pensiero, un atto, eccetera) che si ripete, non in molti
modi diversi ma, in un unico modo molte volte: ciò è
indice di anomalia, mancanza di pensiero critico e
creativo, fissazione e coercizione. Un altro modo di
intendere il concetto di ripetizione si può sintetizzare in
questi termini: “ogni cosa è un ciclo contenuto in un
ciclo più grande”. Ovvero, la parodia dei frattali, che tra
breve vedremo.

Cosa c’entrano i frattali con la relazione 1


M?

138
L’immagine sopra raffigurata, che state guardando,
corrisponde alla struttura interna del cuore, essa è uno
dei tantissimi modi in cui si può ramificare in modo
modulare un frattale. Altri esempi di frattali, nel corpo
umano sono i neuroni che formano strutture dentritiche
e intricate, la struttura alveolare dei polmoni, le
circonvoluzioni dell’intestino, l’apparato circolatorio,
lo stesso DNA cromosomico e del resto la stessa
evoluzione dell’uomo, lo sviluppo dei coralli, la
ramificazione di certi alberi, internet, le galassie, e
molti altri aspetti insiti nella natura.
Molte forme di aggregazione seguono forme reticolari
di strutturazione, ripetizioni modulari, ma quello che è
più interessante e che ci porta direttamente alla natura
della relazione 1 M è che tali strutture, in generale, si
dipartono tutte da un centro/punto o, di converso,
convergono simultaneamente in esso. Tale punto viene
chiamato attrattore. La fisica e la matematica si sono
occupati della geometria frattalica, molto diversa da
quella classica euclidea, ed in particolare i fisici
sostengono che i cosiddetti sistemi dissipativi (quelli
nei quali l’energia si disperde sotto forma di calore)
sono caratterizzati dal fatto che le orbite di fase che
partono da condizioni iniziali anche molto diverse

139
finiscono per giungere tutte in un determinato insieme
di stati di superficie detto attrattore. L’attrattore più
semplice è il punto fisso che descrive un sistema, il
quale evolve sempre verso un singolo stato, in questo
spazio delle fasi vicino all’attrattore tutte le traiettorie
convergono verso quel singolo punto. Vi sono poi
attrattori più complessi, di cui non ci occuperemo.
Un’altra proprietà della geometria frattale (vedi
Mandelbrot, 1987, un pioniere in tale campo) consiste
nel fatto che ingrandendo a piacimento, con una
zoomata, una piccola porzione del frattale, questa
conserverà l’immagine globale (con minime variazioni)
del tutto. Ciò che a prima vista molte immagini
frattaliche trasmettono è una sensazione di caos, tale è
infatti ciò che tendono a descrivere; ma un caos
apparente, poiché, ha le sue regole interne, ciclicità e
modi peculiari di presentarsi. Gli stessi neuroni del
cervello sono “caotici”, ed in questo caso il fattore
caotico è indispensabile per l’evoluzione diversificante
e stimolante cui vanno incontro le strutture cerebrali e
quindi l’intera persona. Il caos apporta nuovi stimoli,
nuova informazione e quindi cambiamento. Senza caos
vi sarebbe equilibrio, certamente, ma un equilibrio
“mortale”, almeno per i sistemi biologici. Noi spesso
vediamo soltanto una parte del tutto, ad esempio una
sezione di un processo, com’è vero che siamo portati a
frammentare le cose e le conoscenze, ma in una visione
globale, distanziata, le cose ci apparirebbero con moti
che tendono ad una unità sostanziale: è un ordine
talmente complesso da sfuggire alla percezione e alla
comprensione umana. I frattali palesano l’incredibile
fascino dei fenomeni entropici (disgregativi, che si
separano e scindono da un’ unità) e sintropici (che,
inversamente tendono verso un’unità, costruiscono la

140
complessità e la specializzazione. La relazione 1M,
allora, si arricchisce ulteriormente considerando questi
fenomeni come parte di una legge unitaria, cioè valida
per molti ambiti e molteplice nelle sue varie forme e
modalità. Si potrebbe ancora dire tanto sull’importanza
dei frattali e a tale proposito rimando, per ulteriori
approfondimenti, ad alcune pagine web consigliate in
bibliografia, dove troverete sia immagini interessanti
che spiegazioni abbastanza esaurienti in merito.

Capitolo VII

Divagazioni Sul Tema: Altri modi


curiosi d’ intendere la relazione 1  M.

141
Il Terzo Occhio

Daremo, adesso, uno “sguardo” al simbolo del Terzo


Occhio, che ritengo interessante e propedeutico anche
per una nuova scienza che voglia interfacciare credenze
nuove e antiche in un quadro unitario. Secondo Platone
“c’è un occhio dell’anima …soltanto con esso si vede
la Verità”. Questo simbolo ricorrente in varie culture,
cristiane e pre-cristiane come quella Greca, Egizia,
Orientale, sintetizza e comprende, nelle vesti di “porta
della percezione”, vari elementi tra loro interconnessi,
quali:

142
• L’Occhio
• La Bocca
• Il Pesce
• Il Seme
• Il Mirto
• L’Aura o Vesica Piscis
• La Vulva
• La Verginità
• Il segno astrologico del Cancro
• Uovo
• Vaso
• corno e unicorno
• Portale (passaggio, transito)
• Ru: il geroglifico egiziano, emblema della bocca,
dell’occhio e dell’utero ()
• La croce di Venere (♀) e la croce egizia o Ankh

• Il Caduceo
Il Terzo Occhio è un simbolo che racchiude, come si
può notare, un’enigmatica commistione di significati e
di rimandi simbolici. Un simbolo che cambia e si
rinnova nelle varie culture (da dove si può dedurre la
costante d’unità nella molteplicità che concerne i
simboli, la loro tautologia e totalità circolare). Il terzo
occhio, come assonanza di forme simboliche, rimanda
alla Vesica Piscis o Mandorla Mistica che avvolge i
santi (o l’aureola, da cui l’aura) è un simbolo adottato
già ai tempi dell’Egitto dei faraoni, dove prende il
nome di Ru, il geroglifico che ne codifica la stessa
forma (()).
Il terzo occhio rappresenta elementi sia “materiali”,
come ad esempio il seme e la bocca e spirituali come

143
l’aura e l’Occhio della Veggenza. Quest’ultimo
elemento sta ad indicare una dimensione raggiunta
d’integrità spirituale, è cioè un occhio che vede non
solo le cose materiali ma soprattutto l’essenza che si
cela dentro di esse, parafrasando, vede il Tutto dentro
un granello di sabbia, poiché “Lo spirito e la materia
non sono polarità, bensì aspetti differenti della stessa
cosa” [M. Hedsel, 1999].

Rappresentazioni Sacre del Terzo Occhio/Ru

Vediamo, innanzitutto, il carattere sacro del terzo


occhio, che prende il nome di Ru presso l’antico Egitto
e, come abbiamo detto, raffigura la vescica piscis,
l’aura o aureola, la Mandorla mistica che avvolge i
Santi, nell’iconografia cristiana.
Ad esempio, l’aureola dell’arte cristiana, che si rifà al
Ru, compare in molte cattedrali, solitamente accoglie il
corpo di Maria Vergine, come per esempio in una delle
vetrate della cattedrale di Burgos, in Spagna, oppure in
certe cattedrali medioevali (specie italiane e spagnole
del secolo XII) gli stessi angeli sono rappresentati a
forma di Ru. In realtà, il segno raffigurante il Ru (), un
144
importante geroglifico egiziano22, ha dato origine al
simbolo egiziano Ankh, la croce egizia (un altro
elemento in comune con il cristianesimo),
successivamente “preso a prestito” dai Greci per
raffigurare Venere (♀), dea dell’Amore.
L’Ankh, una croce dove il Ru è posto nell’apice
superiore, indica l’unione dei principi opposti del
maschile (croce) e del femminile (Ru), Osiride e Iside,
come anche dell’umano e del divino, della terra e del
cielo.
Tale simbolo è presente presso molti popoli tra cui
tibetani, lapponi, svizzeri; compare anche in Siria, Cina,
Danimarca, Fenicia. In Egitto, Maat, Dea della Verità,
che giudica le anime, tiene in mano l’Ankh, a forma di
chiave.
Una raffigurazione che ci riporta al simbolismo della
bilancia ( ) con la quale condivide in primis le due
dimensioni del Sopra/Cerchio/Cielo o Sole/Eternità da
una parte e del Sotto/Quadrato/ Terra/Lunghezza-
Larghezza dall’altra23, come si può vedere nel simbolo
della bilancia. Vedremo, inoltre, nei paragrafi seguenti
le assonanze che riallacciano insieme il simbolismo del
terzo occhio e quello del cuore e dell’uovo.
22
Da notare che in Ebraico la radice Ruah indica il soffio dello
spirito.

23
Inoltre nel cristianesimo la bilancia acquista nella raffigurazione
del Giudizio Universale e delle anime un valore molto simile a
quello egizio. Per altro l’elemento superiore che forma il simbolo
della bilancia non è altro che l’omega Greco (Ω), che per altro
richiama il simbolo del cerchio, quindi dell’unità, della perfezione
e dell’infinito. Dio si suole, infatti, indicare come l’alfa e l’omega,
principio e compimento di tutte le cose. Ω

145
Il punto di domanda è perché mai significati diversi e
talora opposti e paradossali si ritrovano insieme nello
stesso simbolo che indica: visione/risveglio/illumina-
zione; verginità/vulva/spiritualità; porta//passaggio/
/aura; in una sorta di fushion simbolica e mistica.
Tale è la forza di simbolo che riveste significati
apparentemente diversi e contrastanti secondo il
contesto storico, culturale, biologico ed esoterico dove
compare.
Pensate, ad esempio, alla svastica che nel buddismo
rappresenta il cuore di Buddha, nel nazismo, invece,
indica sempre una “purificazione” o elevazione, ma a
senso unico e secondo la pazzia di Hitler.
Come dice Carl Gustav Jung nel suo libro “Psicologia
e Alchimia” (1944): “stranamente il paradosso
appartiene ai beni spirituali più preziosi”. Paradossi
che stanno ugualmente alla base della religione, della
politica, dell’economia, della società, che investono
l’individuo scardinandone i presupposti logici della
mente razionale e positiva.
Il Ru, ovvero, il Terzo Occhio, essendo un simbolo la
cui origine si perde nella notte dei tempi, compare in
molte delle tradizioni religiose o di culto pagano. Se
volessimo rappresentare il Terzo Occhio o Ru sotto le
spoglie naturali dovremmo ricorrere al Mirto, che ha
dietro come per l’unicorno una complessa simbologia.
Il Mirto rappresenta il principio femminile, la Vescica
Piscis. La corona di mirto è portata dagli iniziati, può
indicare amore, parto, felicità e gioia, inoltre
simboleggia il germinare, il rinascere della vita, il suo
rinnovarsi (da qui l’accostamento alla vagina e al vaso).
Portare in testa una corona di mirto per un iniziato
equivaleva a saldare il cerchio collegando l’Ariete (la

146
Testa) ai Pesci (i Piedi) così da chiudere
simbolicamente il cerchio della vita passata. Un altro
simbolo omologo al terzo occhio è il corno (cornucopia,
corno d’oro, eccetera).

Si può stilare una breve lista di rappresentazioni del


Terzo Occhio. Sarà indicata, di seguito la zona
geografica interessata ed il corrispettivo simbolo del
Terzo Occhio nelle sue varie rappresentazioni in Dei o
animali:

Egitto:
L’Uraeus è il Terzo Occhio di Ra che assume forma di
cobra. Lo si scorge nella corona del
faraone. Ed ancora nell’anckh, la croce egizia, che
compare in modo inflazionato in molti pittogrammi.
Inoltre il nome Uraeus porta a pensare al termine
aureola (ovvero la Mandorla Mistica).

Oriente :
Dea Durga, la Madre Terribile, il cui terzo occhio,
simboleggia il potere di liberare l’uomo
dall’illusione della dualità e dello squilibrio. Il Dio Kali
e Siva nell’Induismo: il Terzo occhio di Šiva, l’Occhio
del cuore sinonimo di saggezza trascendente, lo spirito
onnisciente e l’illuminazione24.
Buddha e l’occhio dell’Illuminazione: Egli, infatti,
secondo la tradizione, nacque con un terzo occhio in
mezzo alla fronte, che assunse la forma di un neo
peloso, l’urna.

24
In linea con queste tradizioni gli indiani usano adornarsi la
fronte con un punto rosso disegnato tra i due occhi, che ne indica
in base al colore la casta di appartenenza.

147
Il Tilaka: il puntino rosso (o di vari colori e forme a
seconda della setta) che portano le donne sulla fronte, in
India, dove per altro l’idea del terzo occhio ha
raggiunto il massimo sviluppo.
Sempre secondo la mitologia indù, il terzo occhio è
un’arma straordinaria che ridurrebbe in cenere qualsiasi
cosa: così durante le distruzioni periodiche
dell’universo annienta gli dèi e tutti gli esseri viventi.
Infine il terzo occhio produce il madhu afrodisiaco, che
scorre come il Gange.

Cristiano :
L’occhio di Dio in un Triangolo;
la Vescica Piscis o Aureola, che riprende
il Ru egiziano. Tra le raffigurazioni
cristiane della genesi ve ne sono alcune di particolare
interesse ad esempio nelle cattedrale arabo-bizantine
e/o romaniche come il Duomo di Monreale dove
vengono raffigurati angeli a foggia di Ru e lo stesso gli
alberi. Immagini molto suggestiva che ci riportano
all’importanza del terzo occhio/Ru anche nella Genesi.
Il Ru si ritrova poi in contesti cristiani per rappresentare
la santità o alto livello spirituale della persona che ne è
circondata, come avvolta tra due “braccia” e compare in
parecchie raffigurazioni ed icone della Vergine, di
angeli, del cristo con la croce e talora usato come
componente architettonico nelle costruzioni sacre, come
nelle volte o nei porticati delle chiese, mausolei,
pagode.

Alchemico/simbolico:
Mercurio, l’Oro, Caduceo, Unicorno, Sole e Luna nella
conjunctio, le nozze alchemiche.

148
Astrologico:
La figura astrologica più vicina al Ru (e quindi al terzo
occhio) è il Cancro ( ). Una sorta di portale. Infatti, il
sigillo del cancro è duale, simmetrico, ed indica il
solstizio d’estate, ovvero la Janua Inferi, che
conduceva l’adepto all’iniziazione in certi riti misterici
precristiani. Abbiamo quindi il potere ascendente e
declinante del sole, ovvero la luna (quindi ispirazione e
amore) con la quale il segno del cancro s’identifica.

Probabilmente Il monito principale, escatologico, che


risuona da tali raffigurazioni, è che l’umanità deve
risvegliare il potere del terzo occhio per essere guidata
nella “dritta via” e contemplare, attraverso l’amore e il
superamento della condizione materiale di cecità,
l’unica Verità che ci trascende e di cui facciamo parte:
l’Unità dell’uomo con il cosmo. Unità che avviene per
gradi e che passa dalla solidarietà tra gli uomini,
dall’armonizzazione dell’uomo con la natura ed infine
dalla consapevolezza di appartenere ad un universo che
ci contiene e che conteniamo.

Il Terzo Occhio e/o l’Epifisi

Ma è solo un concetto così astratto, come sembra


apparire, quello del Terzo Occhio? La risposta è
negativa, poiché il Terzo Occhio non è sempre stato un
concetto religioso o una metafora. I pesci e i rettili più
antichi possedevano un terzo occhio fisico, al centro
della fronte o in cima alla testa, che poi scomparve nel
Triassico. Oggi ne sono dotati la lampreda (a livello
sottocutaneo) e alcune lucertole. Esso, completamente
coperto dalla pelle, serve soprattutto a individuare la

149
presenza di luce. Il suo discendente è la ghiandola
pineale, che si trova nel cervello dei mammiferi,
ovvero, la piccolissima ma importantissima Epifisi,
sede del controllo delle emozioni e d’altri importanti
meccanismi di regolazione di cui succintamente
parleremo. L’epifisi è una ghiandola, di cui già parlava
Aristotele nel 380 a.C. circa, i cui misteri non sono
ancora del tutto svelati. Per Cartesio era sede
dell’anima, e forse non c’è andato tanto lontano. Essa è
una ghiandola endocrina, sita nel centro del cervello,
che produce la melatonina, un neurotrasmettitore
(neuropeptide) che ha varie funzioni:
presiede alla regolazione del ciclo circadiano sonno
veglia, allo sviluppo psicofisico nell’uomo, reattività
comportamentale (attacco – fuga), permette anche un
migliore adattamento agli sbalzi nei ritmi circadiani e
del fusorario (per esempio nel jet lag).
La funzione più importante e forse meno conosciuta
riguarda l’ampliamento delle facoltà percettive e della
coscienza (quando la melatonina è prodotta in quantità
maggiori della norma o se introdotta farmacologica-
mente). Si produce molta melatonina nelle prime ore
notturne e ciò spiegherebbe alcuni sogni visionari che
portano ad avere ad esempio premunizioni future,
scoprire leggi scientifiche o risolvere problemi
particolari (da qui il detto: la notte porta consiglio).
Molti mistici, medium e sensitivi, o chi dichiara di aver
avuto/subito esperienze al limite del normale (come il
caso degli incontri ravvicinati di 4° tipo, l’avvistamento
di qualche fantasma, il rapimento estatico, eccetera),
hanno, stranamente, dosi al di sopra della norma, in
circolo, di melatonina e serotonina (il precursore
chimico della prima).

150
In sostanza, per non entrare troppo nei dettagli tecnici,
la funzione della melatonina, ad un livello “ottimale”,
(al di sopra di una dose normale) sarebbe quello di
porre l’uomo nella facoltà di “viaggiare” per altri piani
della realtà, fare esperienze che derivano da una
maggiore lucidità mentale con la liberazione di nuove
possibilità percettive, una sorta di supercoscienza.
Probabilmente gli egizi, (forse perché riuscivano a
stimolare una produzione maggiore di melatonina?)
erano al corrente di tecniche facilitanti in tal senso, che
svolgevano forse all’interno delle Piramidi/parabole,
captando frequenze più ampie, rispetto a quelle della
normale vita quotidiana. Vi sono diversi elementi che
farebbero supporre tali “potere” e conoscenze,
soprattutto dei faraoni, ed in particolare lo Zed, una
sorta di conduttore e amplificatore di certe frequenze,
posto in un lato della piramide; le stesse tecniche di
imbalsamazione e costruzione delle piramide; il
riferimento ad Orione, solo per citarne alcuni.
La melatonina, o meglio la ghiandola pituitaria, sarebbe
il Terzo Occhio, capace di espandere i livelli ordinari di
coscienza, catalizzando reazioni “spirituali”. Ma alla
scienza forse non interesserà tanto... O forse si?
Nicholas Humphrey (1983), uno psicologo della
Cambridge University, ipotizza che la funzione del
terzo occhio, alias ghiandola epifisi, sia quella della
consapevolezza delle nostre attività interiori e cioè il
senso del Sé. Il sé, dice, è un modello interiore degli
altri, che si costruisce nel bambino dapprima attraverso
il rapporto diadico con la madre e poi con le figure
significative, rimodellato all’interno delle relazioni
sociali sempre più intrecciate. In questo modo possiamo
prevedere come si comporteranno gli altri e agire di
conseguenza. Il sé, dice Humphrey, è il “cicerone delle

151
anime altrui”, è l’occhio interiore. Naturalmente, come
osserva Daniel McNeill (1999), tale capacità di
comprendere conferisce potere sociale, e aggiunge in
modo ironico nel suo libro “La Faccia”: “Se la
saggezza consiste nella capacità di prendere decisioni,
l’idea del terzo occhio ha fatto centro”.

Vi sono persone, rare e particolari, dotate di


un’impressionante sensibilità, capaci di “scannerizzare”
la materia e scrutare oltre quello che i comuni sensi ci
permettono di percepire: auree, piani eterici, disturbi
fisici e mentali di una persona, dotate di capacità quali
premunizione e chiaroveggenza, alcune in grado di
risalire a vite passate, usare la telepatia, sfociare nel
paranormale. Sono forse, tali rare persone, riuscite a
sviluppare i poteri sopiti del Terzo Occhio? Oppure, la
natura li ha anticipatamente dotati di tali “poteri”?
Forse in futuro saremo tutti capaci di tali prodezze?
Per renderci conto di quanto importante possa essere la
“chiaroveggenza” nelle ricerche scientifiche basti
ricordare il chimico tedesco Kekulé von Stradonovitz
(1829 - 1896) il quale, in base alle sue “visioni”, riuscì
a formulare la teoria sulla struttura molecolare e sui
radicali, la quale permise l’immenso sviluppo della
chimica organica moderna.
Ciò che egli riporta nella sua autobiografia è
estremamente interessante:
“Vedevo gli atomi oscillare davanti ai miei occhi.
L’occhio del mio spirito, reso più acuto da ripetute
visioni di questo genere, riuscì a distinguere immagini
ingrandite di forme diverse e molteplici; lunghe file
riunite insieme con maggiore o minore densità; tutto si
muoveva come si muovono i serpenti, strisciando ed
avvinghiandosi gli uni agli altri. D’un tratto, uno di

152
questi serpenti afferrò la propria coda e l’immagine
volteggiò beffarda davanti ai miei occhi... mi risvegliai
come colpito da una folgore” è così che fu scoperta la
struttura molecolare cercata.

Come risvegliare i poteri psichici nascosti che


originano dal Terzo Occhio? Secondo i Testi orientali
ciò è praticamente possibile, anzi l’apertura del Terzo
Occhio o Ajina Chakra è una delle tecniche a
disposizione dei loro insegnamenti.
Anche secondo i testi orientali il Chakra/ rtsa-khor Ajna
è connesso con la ghiandola ipofisi, e ciò è in linea con
le scoperte che avevamo accennato prima. Questa
ghiandola a sua volta è connessa con l’ipotalamo sede
d’importanti funzioni vitali del nostro organismo e del
controllo delle emozioni. Sede dell’ipofisi è l’incrocio
del chiasma ottico, sotto la corteccia prefrontale e
corrisponde al sesto Chakra, alias Terzo occhio. Per
questo motivo tutte le pratiche dell’antichità legate a
questo chakra erano riservate a persone che per anni
avevano lavorato sulla propria consapevolezza.
L’apertura del Terzo occhio è una pratica che aiuterebbe
l’individuo ad aumentare lentamente la propria
consapevolezza. Il sesto chakra è inoltre associato ai
poteri ESP, ai psichici dell’individuo prima menzionati,
(chiaroveggenza, telepatia, etc.), quelli cioè tra lo
psichico e lo spirituale. I testi orientali spiegano che
questo chakra è una vibrazione nota come Suono
Interiore e la capacità di sentirlo sarebbe un ottimo
prerequisito per lo sviluppo delle capacità psichiche e la
crescita spirituale. Il colore associato al Terzo Occhio è
l’Indaco, il colore dei lapislazzuli, del cielo in una notte
di luna piena o degli occhi dei Bambini Indaco, un altro
dei misteri di cui si sentirà molto parlare.

153
Il terzo occhio, la ghiandola pineale o il ru, sono quindi
la stessa cosa, l’aspetto molteplice di un unico in-
definito sistema di conoscenza superiore, che non è
quella dei sensi, cui l’uomo cerca di partecipare. Diceva
il pittore tedesco Wolfgang Schulze, alias Wols nel
1967: “vedere è chiudere gli occhi”. Chissà se in un
futuro non si risvegli completamente la funzione
assopita di tale ghiandola nel senso di una
supercoscienza; allora si che ne “vedremo” delle belle...

<<L’uomo è alla ricerca del suo Terzo Occhio. Solo


quando si potrà vedere l’altro estremo ci si potrà
riconoscere>>
Anonimo

154
Figura 1. Rappresentazione frenologica della corrispon-
denza tra attitudini umane e relative aree cerebrali. Si può
notare il Terzo Occhio, all’altezza dell’epifisi, nel centro
mediale della fronte, dove compare la scritta Uraeus.

Il Cuore:
metafora dell’unione e dell’essenza

<< Negli Angeli l’amore è sviluppato fin quasi alla perfezione;


nell’uomo l’amore non è sviluppato quasi per nulla ed è confuso
con molte altre entità che sgorgano dai regni del desiderio. A
differenza degli angeli l’uomo non ha ricevuto il dono dell’amore
puro: per poter progredire deve perfezionarsi fino ad imparare
ad amare senza condizioni e senza desiderio>>.

(Mark Hedsel, 1999)

155
La Natura per Marsilio Ficino (1482) è “il Simbolo
dell’Unità, dell’ Eterno Amore che l’ ha generata,
anche se questo appare mascherato nell’ingannevole
molteplicità degli esseri. Questo Amore genera tutte le
Realtà, compresa quella visibile in cui noi viviamo.
Questo anelito d’Amore si manifesta nel creare
perennemente la realtà, e tende, a sua volta, a tornare
alla sua origine, aspira a ricongiungersi. Questo
processo di ritorno dell’Amore verso se stesso si
compie soprattutto attraverso il viaggio dell’Uomo”.

Sincretismo simbolico e immaginativo

Nelle sue possibili varianti, l’immagine del cuore,


metafora dell’amore e della spiritualità, conserva la sua
peculiare caratteristica: l’ incontro di due poli, due
metà, due. Per creare Uno. L’amore, la meditazione,
portano nelle persone uno stato di partecipazione
mistica all’esperienza della totalità che ci trascende. In
156
alcune forme di guarigione è sempre presente uno stato
meditativo, contemplativo, della persona sofferente, che
può essere anche la preghiera o l’affidarsi a qualcosa di
più grande, il credere che esiste una finalità totalizzante
benefica. L’amore stesso, se vissuto nella sua
dimensione spirituale è un’energia benefica che
permette di sviluppare delle sensazioni positive per sé e
per l’altro, l’amore è unione.
A livello simbolico, l’immagine del Cuore contiene vari
livelli d’analisi e rappresentazioni associative,
richiamando alcuni interessanti concetti, cui accennere-
mo brevemente:

Tabella 5: (Ambiti e associazioni simboliche riferite


al significato del Cuore)

157
Quadratura del cerchio,
Alchemico/esoterico Sublimazione Alchemica,
Vaso alchemico, Athanor

cuore e croce(Cristianesimo)
Chakra, Loto, Rosa (Buddismo,
Religioso/spirituale Oriente).
Via, Realizzazione, Compimento
(Sufismo, Misticismo, Cristiane-
simo...)
Mitologico Venere, Cupido, Eros, Amore e
Psiché...
simbolico – grafico Ouroboros, Cerchio, Triangolo,
Pentagramma, Coppa-Vaso, Ru.
Culturale – Sociale L’amore e la coppia, la passione

Nel simbolismo classico il cuore rappresenta il centro


dell’essere, sia fisico che spirituale. Il centro del
macrocosmo e del microcosmo.
Se già in alcune tradizioni il cuore è strettamente
associato alla compassione, comprensione, il “luogo
segreto”, la carità, che contiene il sangue della vita, in
tradizioni millenarie come quella Azteca, il cuore
rappresenta il centro dell’uomo, il principio vitale
unificante. Per gli Indù, dove il cuore è simboleggiato
dal loto, è la dimora di Brahma: “E Brahma, è tutto”.
L “Occhio del Cuore” è il Terzo occhio di Šiva, che
rappresenta la saggezza trascendente, lo spirito
onnisciente, l’illuminazione.
Per il Tao, il cuore è la sede della comprensione: Il
saggio ha sette orifizi nel cuore, tutti aperti.

158
Sia l’occhio, che il cuore sono associati al Sole i cui
rimandi simbolici sono la luce (quindi la conoscenza,
saggezza) e la sfera/cerchio (perfezione, ciclicità, e
tutto il simbolismo del cerchio).
Quindi, occhio, sole, croce e cuore sono elementi
figurativi intercambiabili e intrinsecamente associati in
un pelago di rimandi simbolici e metaforici, talvolta
intrecciati a formare un significato unico, come per
esempio nel Sigillo della Catholic Confederacy,
proclamata in Irlanda nel 1642: il cuore fiammeggiante
è il simbolo dominante, e denota fervore religioso; è
accompagnato da Corona (simbolo che si rifà al
cerchio), Croce (che sta in centro), Colomba (la
spiritualità) e Arpa (simbolo irlandese).

Quando l’amore dà i numeri !

L’amore il cui simbolo è il cuore è una delle chiavi


d’accesso, ai tesori spirituali. In un’epoca come la
nostra, dove i grandi significati hanno un po’ smarrito la
loro origine di guida e d’illuminazione, possiamo solo
sperimentare, nella migliore delle ipotesi, una forma
d’amore che è appena passione per l’altro, non dono
totale e gratuito. Il Cuore nel suo significato simbolico
racchiude anche altre connotazioni di vario genere che
si possono apprezzare analizzando simbolicamente,
soprattutto i primi cinque numeri. La metà superiore del
cuore, in un disegno stilizzato (es. ♥ ), richiama
l’immagine del Tre (3) ruotato di 90 gradi. Il numero 3
riveste un profondo significato relativamente alla
scissione spirituale, per le correnti esoteriche. Il tre,
numero sacro per eccellenza, rappresenta, infatti, la
fusione, la saggezza, l’amore che è l’atto di fare tre

159
partendo da due in un unico afflato: 1+1=3, poiché il
risultato della somma di due Valori è pienamente
concordante con un “di più” della somma stessa: è
l’embricazione o emergenza dell’amore.

Sia in italiano che in inglese, ma anche in francese


(coeur), la parola cuore, è composta da 5 lettere. In
numerologia, il Cinque, indica la Libertà, ed è simbolo
di Mercurio (il quale denota comunicazione, relazione e
unione), lo stesso corpo umano con gli arti superiori ed
inferiori e la testa, formano il 5. E non è tutto. Il
numero 5 è uno stupefacente contenitore di significati
sinonimi e paralleli in molte culture e tradizioni.
Il numero 5 in arabo è rappresentato in modo circolare
.
Il numero cinque è associato alla lettera “E” che denota,
in numerologia - dichiarazione d’amore, desiderio di
tenerezza e bisogno di cercare altrove ciò che non si
trova in casa propria (ovvero la ricerca della metà) - e
l’espressione “va dove ti porta il cuore” ne racchiude
una forte intuizione. Stando sempre sul numero Cinque,
i Romani e prima ancora gli Etruschi, ne avevano fatto
il numero del matrimonio (che unisce due principi e
cioè il maschile/cielo/tre e il femminile/terra/due) che
veniva celebrato fra cinque fiaccole accese: il 5
rappresenta per i greco-romani amore e unione, quindi
Venere (che è il quinto pianeta dal Sole) e i 5 anni
venusiani.
Lo stesso concetto è all’origine della squadra e del
compasso massoniche che formano il sigillo della
quintessenza (3 + 2) ovvero la quadratura del cerchio e
l’unione dei poli maschile e del femminile.

160
Il 5 connota altre fondamentali questioni: è sinonimo di
quinta essenza; rappresenta il centro unificatore, ovvero
il fulcro della croce. Per il Buddismo il cuore ha quattro
direzioni, cinque con il suo centro, che rappresenta
l’universalità. Si forma così una croce, ovvero la
svastica, simbolo associato alla spirale e alla ciclicità
degli eventi. Infatti, è la svastica che concretizza
l’immagine del cuore anche come metafora di direzioni
o vie e secondo la tradizione orientale si trova proprio
nel cuore di Buddha, nel centro della vita. Anche nel
cristianesimo riscontriamo una simile interpretazione. Il
cuore e la croce sono uniti anch’essi dalla simbologia
del numero cinque: la croce ha cinque punte o direzioni,
cioè i quattro punti cardinali più il centro.
Il termine arabo per indicare il cuore è Qalb, che indica
l’atto del ricevere 'da bocca ad orecchio' (da cui
Qabbalah), e significa un’intuizione intellettuale, che è
prima di tutto un’ascoltare (si suol dire classicamente
“ascoltare la voce del cuore”). Nella Kabbalah la lettera
5, ovvero He (che è peraltro l’iniziale di cuore presso le
lingue anglofone) è il simbolo esoterico del- l’
Ispirazione, senza la quale l’essere umano prima e
l’artista-scienziato in seguito non potrebbero percepire
gli impulsi della propria interiorità né ciò che viene dai
piani più sottili.

Mere coincidenze? O gioco di corrispondenze


esoteriche e magiche da cui siamo lontani nel carpirne
l’essenza? Il numero è l’archetipo del simbolo.
Torniamo ancora al numero 5 che (secondo la mia
intuizione) racchiude la parabola del Cuore (come
quintessenza). Il cinque è anche associato alla stella e al
pentagramma (come quello musicale) che con il cerchio
condividono alcuni significati come quelli di Centro e

161
di Perfezione: cinque è un numero circolare perché si
riproduce nell’ultima cifra, innalzato a potenza (e, come
abbiamo visto, nella svastica assume una connotazione
figurativa ancora più lampante).
È come se, in fondo, un recondito sapere misterico, che
si può scorgere in questi simboli concatenati, volesse
comunicare una grande verità, anzi, immensa ed
infinita: la totalità e il superamento della dicotomia.
Un ultimo simbolo associato al cinque e di conseguenza
al cuore è la mano. Essa se tesa, con le cinque dita
aperte, indica accoglienza o dono, apertura e
disponibilità, con i suoi significati e rimandi psicologici
e sociali d’interazione, empatia, generosità, giustizia.
Nelle iconografie cristiane si nota in alcuni dipinti
Cristo che sorregge in mano il cuore, o il mondo
(simboli circolari e totali). Tra le tante rappresentazioni
delle mani e dei loro interminabili significati, ci
interessa qui costatare che le mani congiunte indicano
unione, matrimonio mistico, amicizia, promessa di
fedeltà: è la rappresentazione dell’unione di due cuori
che battono all’unisono. È attraverso la forza
dell’amore che [due] diventano [una sola cosa].
Metaforicamente parlando possiamo dire: “La strada è
unica. I segnali stradali sono infiniti, quanti infiniti
sono i singoli desideri di percorrerla”.
Infine, ma c’era d’aspettarselo, la Mano degli egiziani
raffigura l’unione del femminile e del maschile, del
fuoco e dell’acqua: il cerchio si chiude!
Per rimanere sulle parti del corpo, anche il naso è una
figura a forma di cuore, capovolto. Il naso con le coane
(termine che ha assonanze con cuore) è l’inizio della
respirazione, indi della vita. Ogni naso è diverso, non
ce n’è uno uguale e tuttavia tutti hanno la stessa
funzione.

162
L’Amour e Venere

Analizzando il cuore come immagine simbolica


scopriamo che una delle prime raffigurazioni del cuore
è associata proprio al pianeta Venere. Nell’astronomia
precolombiana una delle rappresentazioni di Venere
consisteva in un disco alato. Il pianeta Venere è
raffigurato sulle porte dei templi, come un cerchio che
ne contiene un altro piccolo ed ha quattro ali. In realtà il
simbolo in seguito avrà certamente subito dei
mutamenti, giungendo sino a noi nelle vesti del simbolo
che tutti conosciamo benissimo, ovvero il cuore, o il
cuore alato. È solo un’ipotesi, ma molti simboli
seguono delle trasformazioni strane e bizzarre.
Inizialmente, il “sigillo” di Venere, che in Grecia
ricopriva il ruolo di Dea dell’Amore, racchiudeva il
significato di Occhio, o per meglio dire di Terzo
Occhio, e le ali stavano ad indicare una dimensione
trascendente il materiale che solo con l’amore è
possibile raggiungere. Interpolando o parafrasando,
“Cerchi Amo” di essere ricettivi al messaggio
dell’amore, in un epoca dove l’utilità di una cosa è la
sola misura per tutto e ciò che è utile si riduce a ciò che
mi serve qui e ora.

Invito a riflettere su altre due brevi considerazioni:

“Quando si unisce il sé individuale con il sé


universale, il cuore, eliminate tutte le forme di
ignoranza (avidya) diviene limpido e puro e non si
limita più a riflettere la luce ma la manifesta.

163
Comprende che l'idea del sé è solo un'idea che riposa
su un frammento della luce di Om ed abbandona in
questo modo l'idea dell'esistenza separata. A questo
punto si unisce a Sat, la sostanza eterna, Dio; tale
unione è chiamata Kaivalya”. (Sutra XVIII)

“Tutto quello che so, dopo tanto cercare, è che il


segreto di tutto è l’amore”… “L’amore è di per sé una
via iniziatica. L’amore insegna come guardare il
mondo”. (Hedsel, 1999). L’amore è una forza che
spinge l’uomo verso mete a volte disperate e
irraggiungibili. La vera meta in questo caso non è
l’arrivo ma il viaggio, il viaggio dell’amore. Una
significativa riflessione di Roberto Assagioli (1977)
dice: “Una delle cause principali dei disordini della
nostra epoca è la mancanza di amore da parte di
coloro che hanno volontà e la mancanza di volontà in
chi è buono e pieno di amore”.

164
““Cos’è
Cos’è l’ a m o r e? Due domande che cercano una
comune risposta!”…

165
L’Arca: Un contenitore dei Molti

Non potevamo non soffermarci, anche per un istante,


nella nostra discussione sulla relazione 1  M,
sull’importanza del simbolismo dell’Arca. Facciamoci,
ordunque, condurre da essa..
Il simbolismo dell’Arca richiama molteplici aspetti
concatenati che vedremo tra breve (la sua raffigurazio-
ne simbolica, nell’arte sacra richiama il Ru o terzo
occhio, la falce di luna, l’uovo, la vulva). Il
Notoriamente, parlando di Arca, non si può non
menzionare l’epopea dell’arca di Noè che naviga sulle
acque del Diluvio e contiene tutti gli elementi necessari
alla restaurazione ciclica, vale adire tutta la base o i
prototipi della molteplicità. Molte civiltà antiche
tramandano questo mito, universalmente presente nelle
tradizioni di molti popoli in riferimento al diluvio
universale:

 I testi puranici dell’India ad esempio,


narrano le gesta di un pesce, Vishnu, che
salva (imbarcandolo) Manu, il legislatore
del ciclo attuale dei Veda, che sono il germe
della manifestazione ciclica.
 Il dio sumero Enlil, in collera con l’umanità,
incaricò il figlio Adad di provocare una
tempesta per 6 giorni e 7 notti; ma il dio
Enki avvisò il re Utnapishtim e gli spiegò
come costruire una zattera per sè e i suoi
familiari, gli animali della steppa e una
rappresentanza d’artigiani. L’arca sumera
era di forma cubica, larga “un campo” e alta

166
sette piani (ogni numero è da ricondurre al
suo significato simbolico, che è come se ne
rappresentasse la sua etimologia25).
 Gli ebrei collocavano l’Arca dell’Alleanza
nel Sancta Sanctorum, ed essa conteneva le
Tavole della Legge, la verga d’Aronne e un
vaso pieno di manna di cui si erano nutriti
nel deserto. L’Arca dell’Alleanza è il
simbolo più sacro della religione ebraica.
Molti archeologi pensano di ritrovarne i resti
nell’attuale tempio di Salomone.
 Nei miti Sudanesi, Nommo inviò agli
uomini il Fabbro primigenio che scese con
l’Arca lungo l’arcobaleno: essa conteneva
un esemplare di tutti gli esseri viventi, dei
minerali e delle tecniche.
 In Egitto l’Arca d’Iside rappresentava il
grembo della Madre, colei che portava la
vita: nasce spontaneo il parallelismo con la
Madre Chiesa le cui navate centrali altro
non sono che la rappresentazione della Virgo
Maria.

25
A proposito di etimologia un altro aspetto interessante del
simbolo dell’arca ci è dato proprio dall’etimologia della parola
“Arca”. Il termine latino arcanus significa letteralmente “ciò che è
contenuto nell’arca”: quindi occultato, misterioso, protetto. Dalla
parola Arca si possono fare derivare alcuni termini, con il
significato intrinseco di “Primo”, quindi parafrasando Uno:
Arcangelo, Archetipo, Archeologia, Architrave (trave principale),
Archiatra (medico primario). Alcune parole che iniziano con Arci
designano un capo, un principale (arcidiacono, arciduca,
arcidiavolo, ecc.).

167
“L’Arca si posa sulla superficie delle acque come
l’uovo del mondo, come il primo germe vivificante” (S.
Martino). Renè Guenon (1975) ha notato l’importanza
della complementarità dell’Arca con l’arcobaleno che
compare al di sopra di essa come simbolo di alleanza: si
tratta di due simboli analoghi ma inversi e
complementari, uno relativo al dominio delle acque
inferiori (la materia) e uno a quello delle acque
superiori (lo spirito) che si completano per ricostituire
una circonferenza, la mimesi del completamento di un
ciclo. Si viene a formare, in tal modo, un simbolo a noi
noto, la Vescica Piscis o Ru. L’Arca con l’arcobaleno
(anch’esso unitario e molteplice per via dei 7 colori che
contiene) prefigura, dunque, i due poteri delle acque
superiori e inferiori, che insieme completano l’Unico e
denotano la rigenerazione universale (cfr. J. C. Cooper,
1987). Secondo la tradizione amerindiana l’arcobaleno
sarebbe una scala d’accesso per l’altro mondo. In molti
miti l’arcobaleno è il ponte tra cielo e terra. Il
parallelismo con L’arca di Noè è ancora più evidente
nelle tradizioni popolari, come ad esempio in quella
siciliana, dove si suol dire “Arcu di Noè” (Arco di Noè)
per indicare l’arcobaleno. E, sempre nelle tradizioni
popolari, si dice che là dove l’arcobaleno finisce si trovi
un tesoro nascosto, e non a caso l’Arca di Noè e quella
dell’Alleanza sono rappresentati in modo fastoso, piene
di tesori e gioielli preziosi ed oro. I rimandi tematici
dell’arca sono notevoli: cuore, urna d’oro, arco, croce,
chiesa, grembo, rigenerazione; l’arca è il vaso
alchemico in cui si compie la trasmutazione dei metalli,
è il calice del Graal. L’Arca è un simbolo dello scrigno
del tesoro di conoscenza e di vita, il principio di
conservazione e di rinascita degli esseri. Tale è la forza
dell’unità contenitrice del molteplice. Spesso nelle

168
raffigurazioni alchemiche compare al centro del dipinto
una zattera, una nave o la falce di luna con sopra una
donna: tutti simboli che rimandano al compimento
dell’Opus di redenzione universale.
Sempre a livello di accostamenti, c’è uno stretto
rapporto tra le dimensioni prescritte da Jahvè a Noè per
l’Arca del diluvio e quelle prescritte a Mosè per l’Arca
dell’Alleanza, la quale talvolta assume le stesse
proporzioni della prima su scala molto ridotta. L’Arca
di Noè ha tre piani, un evidente simbolo ascensionale,
inoltre la forma sembra assottigliarsi man mano si sale
fino a prendere forma di piramide, di fuoco, di fiamma
(racchiude un’energia fallica e generatrice). Il rapporto
fra la lunghezza e la larghezza dell’Arca è di 6 e quello
fra la lunghezza e l’altezza di 10. Badiamo che il 6
caratterizza il rapporto fra la statura di un uomo e la
lunghezza del suo piede; il secondo è quello dell’alluce
che misura simbolicamente la lunghezza del piede. Le
proporzioni dell’Arca che naviga fra cielo e terra sono
pertanto analoghe a quelle dell’uomo: si credeva che
l’arca fosse stata costruita a misura del corpo umano e
simboleggiasse il microcosmo. Origene, spiega le
dimensioni dell’Arca: la lunghezza di 300 braccia,
esprime insieme il numero 100 e il numero 3
contenendo sia la pienezza (l’unità) che la trinità. La
larghezza è 50 braccia, simbolo di redenzione. Quanto
al culmine dell’Arca, rappresenta l’ uno, l’unità di/in
Dio. Karl Gustav Jung vi scorge l’immagine del seno
materno, del mare da cui il sole è inghiottito per poi
rinascere.
Analogamente, Arca Cordis, (Arca del cuore) è un
termine spesso usato dai mistici, soprattutto da San
Bernardo che nel “De laude novae militiae” parla della
terra buona ed eccellente che riceve nel suo seno il

169
seme celeste contenuto nell’Arca del cuore del Padre.
L’Arca è il ricettacolo della Conoscenza.
Noè conservò la conoscenza antidiluviana, ossia il
sapere dei Tempi antichi e l’Arca dell’Alleanza
contiene tutta la conoscenza della Torà. Così Noè è
paragonato al Cristo e l’Arca identificata con la Croce
che è l’albero della nave. La Croce è il geroglifico del
crogiolo alchemico, dove la materia si sublima per
rinascere purificata e divinizzata.
Un ultimo accostamento va fatto a proposito del
paragone architettonico che collega l’arca e la chiesa,
quest’ultima spesso è costruita come se le navate
centrali sorreggessero un’arca capovolta, la cui base va
a formare la cupola della chiesa.

Il simbolismo dell’arca racchiude un significato


universale, adottato da varie mitologie. Plutarco
raccontando del mito di Iside e Osiride ci mostra tutto il
fascino del simbolismo dell’Arca.

«Quando Osiride tornò da un viaggio, il fratello di lui e di


Iside - Seth, o Tifone - mosso dall’odio, fece predisporre
un’arca splendida con le misure esatte di Osiride, prese di
nascosto. L’avrebbe donata, disse, a chi a quest’arca si
fosse adattato perfettamente. Osiride, non subodorando
l’inganno, vi si adagiò. Divenne la sua prima tomba. I
congiurati chiusero l’arca e, attraverso il fiume la fecero
scorrere fino al mare. Appena lo seppe, Iside si tagliò i
capelli e si vestì a lutto. Cercava il fratello ovunque,
disperata. Finalmente, qualcuno le indicò la regione di
Biblo. Lei vi si recò. Lì, effettivamente, era approdata l’arca.
L’aveva avvolta l’erica, fino a divenire un albero, tanto che
il re ne aveva usato il tronco per farne una colonna del suo
palazzo. Iside, diventata nutrice di suo figlio, acquistò la
fiducia del re e riuscì a divellere la colonna. Poi aprì la
colonna e, piangendo, si accasciò sul corpo di Osiride.

170
Quindi si mise in viaggio per raggiungere il loro figlio, Oro.
Ma Tifone non si dette per vinto. Riconobbe il corpo di
Osiride e lo divise in quattordici pezzi, che disperse in tutto
l’Egitto: il dio tornava alla sua terra. Così, Iside si mise di
nuovo alla ricerca della divinità smembrata. Per ogni pezzo
che trovava, faceva erigere un sepolcro. L’unica parte che
non trovò fu il membro virile. Ne fece fare una riproduzione
al suo posto, e lo consacrò. Infine, Oro sconfisse Tifone. Ma
Iside, consapevole del fatto che nella natura devono
coesistere il bene e il male, gli impedì di annientarlo del
tutto».

La veste di Osiride, dice ancora Plutarco, è pura luce, è


invisibile. Quella di Iside è tinta di colori variopinti26:
«La sua potenza, infatti, concerne la materia che tutto
accoglie: luce e tenebra, giorno e notte, fuoco e acqua,
vita e morte, principio e fine...». Principio femminile
del mondo, Iside è sorella, madre, sposa, amante: «Essa
ha un innato Eros verso colui che è il Primo e supremo
Signore di tutte le cose, il quale si identifica col Bene e
lo brama e lo persegue». Appaiono con chiarezza, nel
mito, i motivi eterni della morte e della rinascita,
dell’amore, del perdono, e, com’è evidente quello della
molteplicità (i colori d’Iside, donna e terra) che cerca di
ricongiungersi con l’Unità (Osiride, la luce, lo Spirito,
l’Amore, il Primo).

L’Uovo e l’Uomo
26
Un altro parallelismo della relazione arca-arcobaleno e,
parimenti, del rapporto 1 M, in chiave cosmogonica e simbolica.

171
Sarà casuale l’assonanza che condividono, almeno in
italiano, le parole UOVO – UNO – UOMO?

Un altro simbolo che suscita mistero e allo stesso tempo


certezza è quello dell’Uovo. Sono tante e varie le sue
trasposizioni che spaziano dall’ ambito cosmogonico,
artistico-esoterico, mitico, fiabesco, simbolico, grafico
e metaforico ed ovviamente biologico. In natura, l’uovo
(o la sua conformazione dimensionale) si scorge tra le
seguenti strutture:

• L’ovoide fetale,
• L’ovoide encefalico (emisferica cerebrale)
• L’ovoide cefalico umana
• Nelle unità minerali (di forma ovoidale)
• Nelle unità vegetali (frutti, semi, foglie, Protofiti,
ecc.)
• Unità intracorporee e corporee animali (il cuore è
biovale)
• In molte manifestazioni morfologiche di malattie
(ascesso, calcoli, ulcera, ragade, fistola, pustola,
cisti, neo, ed in alcune forme di cancro).

L’uovo, insomma, è una rappresentazione naturale che


ha delle corrispondenze sia sul piano morfologico e
bio-fisico sia sul piano simbolico-epistemico e sorregge
una possibile spiegazione scientifica della costituzione
universale in senso evolutivo ed energetico.
Secondo l’ipotesi biocosmica (cfr. L. Nivoli & Ciu,
Pen, Lei, 1976) l’uomo essendo una creatura cosmica
inserita nell’armonia naturale e cosmica è compartecipe

172
dei rapporti intimi e continui fra energia e materia, fra
costituzione terrestre e costituzione biologica. L’uomo è
un microcosmo. Se il cosmo è un uovo (o come tale
rappresentato, soprattutto nelle varie cosmogonie)
anche l’uomo è espressione ovoide del cosmo. L’uomo,
essendo l’ultimo gradino (almeno per ora..) di
quell’evoluzione cosmica iniziata molto prima, si
ritrova a possedere in sé tutte le caratteristiche
energetiche e formali dei precedenti stadi evolutivi, in
particolare:

1. La Situazione Minerale (planetaria e galattica);


2. La Situazione Vegetale (verticale inferiore) e
Acquea/ittica;
3. La Situazione Animale (orizzontale anteriore);
4. La Situazione Antropica e Mentale.

Ogni Evoluzione contiene la precedente che funge da


basamento energetico ed evolutivo per la successiva.
Così la natura dell’uomo è in corrispondenza biunivoca
con la struttura energetica cosmica che evolverebbe per
gradi, dal più “basso” e pesante al più “alto”,
endoverticale, meno caotico e totalizzante rispetto a
tutte le potenzialità che stanno alla base (quasi a
fungere da carburante grezzo da trasformare, a titolo di
ipotesi27).
Da questa descrizione risulta una figura a piramide
conica o ad uovo contenente all’interno una sorta di -
Axis Mundi - che avanza con moto endoverticale man
27
Molto da dire, in proposito, avrebbero il simbolismo delle
piramidi (e simili costruzioni) e l’elevazione dell’uomo, dallo stato
di nerezza a quella di splendore che propongono l’alchimia e
l’ermetismo.

173
mano che la piramide si evolve strato per strato
conservando e integrando le proprietà precedenti (cfr.
Ciu, Pen, Lei, 1976).

Analogamente, presso la cosmogonia dei Dogon, una


popolazione del Mali, in Africa, una delle più antiche e
imperturbate, sono rappresentati 14 mondi verticali che
ruotano attorno ad un unico “asse cosmico” ed hanno
tutti la stessa forma: un disco circolare con un’isola al
centro, circondata dalle acque. Ogni mondo è
circondato da un serpente (alias Ouroboros) che si
morde la coda: una rappresentazione universalmente
comune a culture vicine all’ Africa o lontane come
l’Oriente. La terra degli uomini fa parte, secondo i
Dogon, dei 7 mondi inferiori. Inoltre, più si scende
verso il basso, più i mondi e l’universo sono “caotici”.
La struttura generale dei mondi verticali dei Dogon
ricorda la precedente rappresentazione di Ciu, Pen e
Lei. Ma c’è di più!
Nelle varie culture Orientali e Occidentali, antiche e
nuove, l’“Uovo Cosmico”, sinonimo di sfera, è il
principio vitale, la totalità indifferenziata e la
potenzialità, il germe di tutta la creazione, nonché lo
stato perfetto degli opposti uniti. L’uovo contiene, in
sintesi, tutti gli elementi da cui ha origine e sviluppo la
vita, nel microcosmo e nel macrocosmo; ecco perché
l’uovo è sinonimo di unità – molteplice, unità
contenitrice di tutte le potenzialità che si sviluppano
nella molteplicità degli esseri e degli eventi.

174
Uovo e Serpente

L’uovo è, quindi, un altro simbolo della totalità, insieme


al cerchio, al cuore, all’albero e al serpente, eccetera.
Quest’ultimo si ritrova spesso attorno all’uovo e lo
cinge sottoforma d’Ouroboros. Talora, in alcune
cosmogonie primitive è lo stesso serpente che depone
l’uovo (la vita cosmica) dalla sua bocca (il serpente è
sinonimo di Natura, è la stessa natura che è circolare,
ciclica). Ciò trova riscontro nei miti egiziani dove tra
l’altro il dio Ptah, il Padre Creatore plasma nella sua
ruota da vasaio l’uovo del mondo, che contiene il suo
stesso spirito (accompagnato dall’uovo del Sole, dorato,
e dall’uovo della Luna, anch’essi da lui creati). In
talune rappresentazioni anche l’immagine dell’albero
(Albero Cosmico) prende forma dall’uovo e galleggia
sulle acque del caos. I simboli fondamentali e
prototipici s’incontrano sempre, prima o dopo, e il
simbolo dell’uovo sembra essere quello più riscontrato
nelle diverse culture, quello che ha più gradi d’unione
con gli altri simboli (ad esempio il cerchio o sfera, il
mondo, la natura, e via dicendo).
Il colore dell’uovo è il bianco che connota
l’indifferenziato, la perfezione trascendente, l’innocen-
za, la luce ed è associato sia alla vita che alla morte o la
morte nella vecchia vita e la rinascita nella nuova vita: è
il colore dell’uovo per antonomasia.
L’uovo essendo una figura geometrica ciclica indica
l’inizio (tutti deriviamo da un uovo) e la fine che è un
nuovo inizio circolare. L’uovo si presta bene come
metafora della vita e dell’uni-verso, e da ciò si
comprende il parallelismo con l’Ouroboros, il serpente
ermetico che si morde la coda.

175
I Dogon che, come abbiamo detto, avevano una visione
del cosmo circolare e “serpentina”, condividono alcuni
elementi base del loro culto, quali il serpente e il
numero 7, con un’altra civiltà più antica. La Genesi dei
Nacaal, stirpe appartenente alla civiltà Mu (50.000 a.C.
circa) dell’Oceano Pacifico, tramanda che la Potenza
Autoesistente, il Serpente dalle Sette Teste, modulò
sette ordini per creare i mondi. I gas plasmarono la
Terra nello spazio, l’atmosfera e le acque, infine la luce
solare dardeggiò nelle liquide profondità e il fango
partorì le uova cosmiche. Il glifo corrispondente
mostra, infatti, il disco del Sole percorso da un piccolo
serpente piumato sinuoso, che secondo Cotterell ne “Le
Profezie di Tutankhamon” esprime l’attività delle
macchie undecennali nella regione dell’equatore solare.
Interessante la sua affermazione in proposito: “…la
leggenda del serpente piumato raccontava la storia di
come il Sole influenza la vita sulla Terra. Il serpente
piumato era il Sole”.
I miti cosmogonici della creazione sono densi di
riferimenti simbolici condensati soprattutto nelle figure
del Serpente e dell’Uovo, che spesso si ritrovano
insieme come due principi antagonisti, ciclici e
complementari.

L’Uovo alchimistico

Alla luce di quanto detto si possono meglio


comprendere anche alcune concezioni e pratiche segrete
dell’alchimia. L’uovo per gli alchimisti è il vaso
sigillato ermeticamente in cui si compie la Grande
Opera, ovvero la creazione e la sublimazione della
materia impura (caotica) in spirito libero dalle
dicotomie. Nell’opera di Bosch, che si può rileggere in

176
chiave alchemica, chiamata Trittico delle delizie (1503-
1504) si possono notare una serie d’uova rotte alla
punta, che fungono da contenitore per delle persone. In
particolare nell’Inferno Musicale (il terzo dipinto del
trittico) degli uomini tentano di salire tramite una scala
(simbolo alchemico di salita dell’albero filosofale e
d’ascesa verso la sublimazione) un grande uovo
spaccato ad un’estremità.
Accanto ad esso si scorge una macina (altro simbolo
alchemico di purificazione, accanto all’athanor o forno
alchemico dove, in breve, si compie la sublimazione
della materia informe e putrefatta) che sovrasta la testa
di un uomo (forse l’autoritratto di Bosch) affiancata
all’uovo nella parte posteriore come intento a sentire
qualcosa. Tra le righe si legge anche un ritorno
dell’uomo all’uovo, quindi alla totalità, al superamento
degli opposti, ritorno alla saggezza totale e alle origini.

Ci sono diversi livelli d’interpretazione di un’opera, di un


simbolo, di un mito. Il livello sicuramente più importante è
quello che si accorda con l’anima della persona che in quel
momento scorge in un simbolo o in un mito una risonanza
sincronica di significati importanti e pertinenti. L’uomo è
crocevia di significati e significanti.
In definitiva, ogni simbolo ne richiama un altro ed insieme
sono come le note che danno vita alla melodia dell’esistenza,
una musica che non sempre siamo in grado di sentire, forse
per la frenetica e rumorosa vita che conduciamo. Tutti i
simboli che abbiamo preso in considerazione sono collegati
da trame sottili e talvolta impercettibili e si richiamano l’un
l’altro rappresentando le varie facce di uno stesso, grande
principio unificante. Con il simbolo dell’uovo si chiude un
percorso metaforico di ritorno all’uno.

177
Capitolo VIII

Pretenziose Concettualizzazioni sull’ arte

Si è tentato nelle precedenti sezioni di spiegare il


rapporto 1  M avvalendoci dei molteplici punti di
vista che abbiamo trattato, ora scientifici, ora
mitologici, psicologici, antropologici, sociali, eccetera.
Ogni cultura, ogni epoca, hanno avuto qualcosa da dire
in merito a tale questione, manca un ultimo
fondamentale tassello, l’arte, anche lei ha tanto da dire
sulla relazione 1M. Introduciamo, adesso, l’ultimo
aspetto da trattare: l’Arte. Questo capitolo e ciò che
vuole significare partono da una domanda: lo scienziato
è anche artista, e viceversa, l’artista è anche un po’
scienziato? La risposta potrebbe essere “perché no!”
Un tempo arte e scienza erano sinonimi, due facce della
stessa medaglia, come si ravvisa in uomini del calibro
di Leonardo da Vinci, Johann W. Goethe, tanto per
citarne alcuni. Oggi più che mai la scienza ha bisogno
di scavalcare le mura con le quali spesso si barrica a
guisa di membrana protettiva. Prendiamo l’esempio
della cellula che grazie alla sua membrana
semipermeabile le permette di ricevere e scambiare
informazioni con l’ambiente esterno e quindi di
sopravvivere. Così la scienza dovrebbe farsi
contaminare dall’arte, dai miti, dalle favole, da tutto ciò
che va oltre gli standard numerici d’osservazione
empirica di baconiana memoria.

178
Secondo lo psicologo russo L. Vygotskij, la creatività è
un momento integrante, assolutamente indispensabile
del pensiero realistico, giacché la corretta conoscenza
della realtà non è possibile senza un certo elemento
d’immaginazione. L’attività creativa stimola, con
l’immaginazione, la possibilità di nuove soluzioni di
cambiamento.
Ci potrebbero essere molte conclusioni (per restare in
tema) ma è una quella che vi si propone e forse quella
meno canonica. Come avevamo promesso e premesso
l’ultima parte del libro sarà dedicata non proprio alla
parola, al pensiero, ma all’immagine e all’immaginazio-
ne che si spera di risvegliare, poiché come dice
egregiamente Schelling: “L’Arte è l’unica chance che
l’uomo ha per cogliere l’Assoluto”.
Prima di vedere ed ancor prima analizzare il reparto
immagini, introduciamo l’argomento attraverso le
suggestive parole di alcuni grandi artisti, critici e
studiosi d’ arte. Tali aforismi sono perle che riannodano
i fili mentali di una visione dell’arte suggerita dalla
stessa relazione 1  M, con la quale è in linea, e quindi
libera, ciclica, completa e carismatica, multisfaccettata,
una e molteplice.

179
A come Aforismart

«Il caso, che differisce molto dall’arte, crea molte cose


che le sono simili». (Inone Di Chio, V sec. a.C.).

«Quando il pittore va tentando ne’ primi schizzi la


fantasia che genera nella sua mente la istoria, non si
dee contentar d’una sola, ma trovar più invenzioni, e
poi fare iscelta di quelle che meglio riesce,
considerando tutte le cose assieme».
(Ludovico Dolce, 1557).

«Artisti e scienziati, tutti partono senza dubbio, dalla


stessa idea dominante, quella per cui la natura sussiste
per se stessa, per cui ogni essere racchiude nel suo
seno la sorgente della sua azione»
«...Egli (l’artista) cerca di individuare, tra i tanti
caratteri o aspetti del suo modello, una qualità dalla
quale tutte le altre, o almeno molte altre, derivano
seguendo dei legami fissi». (Hippolyte Taine, 1867).

«L’opera artistica, per essere perfetta deve non imitare,


ma continuare la natura». (Angelo Conti, 1894).

«L’arte è una e non si divide in arti. Una, e insieme


infinitamente varia; ma varia non già secondo i
concetti tecnici delle arti, sibbene secondo l’infinita
varietà delle personalità artistiche e dei loro stati
d’animo». (Benedetto Croce, 1902).

180
«...È necessario o entrare nel tempo proprio
dell’immagine data ed esaminarla come un’unità
chiusa in sé, o invece elevare la nostra contemplazione
sino all’immagine che unisce attraverso sé
quell’immagine e le altre dalle quali vorremmo partire.
Allora questa nuova immagine in rapporto a quelle,
particolari, sarà il loro spazio generale, con un suo
tempo particolare, cioè lo spazio a quattro dimensioni,
e queste immagini particolari, in rapporto
all’immagine generale, saranno le cose che in essa si
trovano, connesse fra loro da un’interazione di forze e
di energie». (Pavel A. Florenskij, 1914).

«L’arte non prende a prestito niente dalla filosofia, non


ha altra fonte che l’anima in mezzo al mondo che la
circonda. La sua essenza è sconosciuta come quella
della vita e il suo fine è l’arte stessa».
(Odilon Redon, 1922).

«L’arte è uno di quei pochi territori dove è ancora


possibile cercare delle verità». (Wolf Vostell, 1992).

«L’arte è infinita, in ogni opera d’arte ne appare solo


un frammento, e tuttavia in sé si presenta come
qualcosa di perfettamente concluso».
(K. Fiedler, 1945).

«L’opera d’arte, dal vaso dell’artigiano alla Cappella


Sistina, è sempre un capolavoro squisitamente
‘relativo’. L’opera non sta mai da sola, è sempre un
rapporto». (Roberto Longhi, 1950).

181
«Si suol dire che gli uomini ‘s’intendono sempre’ e
cioè fanno uno appunto in quanto hanno idee o
pensano; ma, si dice al contempo, gli uomini pur
‘divergon fra loro’ e cioè sono molti appunto in
quanto il loro pensare non è vuoto bensì è pieno dei
‘loro sentimenti’ cioè del diverso (per definizione) [...]
Il loro pensare è un sentire sempre e, conseguenza
capitalissima, ciò che li unisce è il sentire tanto quanto
il pensare o il sentire come pensare: uniti, allora, in
quanto divisi, uno-molti. Ogni uomo è, cosi, ‘se stesso’
in quanto, ad esempio, fa delle scoperte scientifiche (le
fa "lui") o ama o fa dell’arte ecc. [...] ed è, ogni uomo,
al tempo stesso, ‘gli altri’, cioè universo [...]».
(Galvano della Volpe, 1971).

«Un’opera d’arte è un messaggio fondamentalmente


ambiguo, una pluralità di significati che convivono in
un solo significante». (Umberto Eco, 1976).

«...Che infine il colore permetta un’interpretazione


mistica, lo si può facilmente presumere. Poiché infatti
lo schema nel quale è possibile rappresentare la
molteplicità dei colori ci rinvia a rapporti originari,
appartenenti all’intuizione umana non meno che alla
natura, non vi è alcun dubbio che delle loro
caratteristiche ci si possa servire in certo modo come
di un linguaggio, allo scopo di esprimere appunto quei
rapporti primigeni che non cadono sotto i sensi con
altrettanta forza e varietà. Il matematico apprezza il
valore e l’uso del triangolo e il triangolo è tenuto in
grande onore presso i mistici». (J. W. Goethe, 1808).

182
Sezione Grafica Conclusiva:

“Mostra Permanente”

Titolo: “Divagazioni 1mpersonali”


Autore: Daniele Scozzari
Anno: MMV

Breve guida introduttiva

Alcuni quadri sono ispirati all’affascinante mondo dei


Mandala, figure concentriche tendenti verso un polo
centrale, talora dicotomici e sintetizzanti delle
medesime opposizioni. Figure che, in vario modo,
hanno accompagnato il nostro percorso all’interno del
testo. Quelle che presenterò sono immagini che si
prefiggono di trasmettere armonia, ciclicità, energia,
divergenza creativa, multidimensionalità e sinestesia, e
attraverso le varie tonalità di colore altre emozioni e
suggestioni più soggettive, a cavallo tra contemplazione
mistica e cromoterapia.

183
I lavori, (titolati in appendice a pagina 219), esprimono
la di ricerca d’una dimensione artistica mai del tutto
compiuta e de-finita (una volta per tutte) ma tendente
ad ulteriori interpretazioni e ricomposizioni mentali,
nell’incontro con il suono/significato della parola ed il
colore/forma significante. Una sorta di “Futur Art
Computer” (ma le definizioni o etichette servono
sempre per apprezzare le cose col senno di poi, non
hanno mai valore per il presente ma sempre per il
passato o per il futuro). Vi sono incluse delle
rielaborazioni fotografiche e rivisitazioni “frattaliche”
varie; alcune composizioni sono state create ad hoc,
appositamente per il libro, il cui scopo è anche quello di
poter intrattenere una “mostra permanete” multifruibile.
Infine, le composizioni tendono nell’insieme a mostrare
livelli multidimensionali o semplicemente tentare di
contenere alcune chiavi di lettura possibili, palesi o
nascoste, per riallacciare il discorso unità –
molteplicità, cui l’arte è una degna rappresentante. Il
resto, se volete, lo (r)aggiungerete voi...

“Guardate e basta,
poi direte, se vorrete,
perché se ora dite poi non potrete più guardare,
poiché sull’arte, molto, forse tutto, si è detto, fatto e
capito, ma non si è mai guardato veramente bene”.

184
L’immaginazione sovrasta
L’immaginazione sovrasta
le vette
le vette dell’inimmaginabile..
dell’inimmaginabile..

185
186
187
188
189
190
191
192
193
Appendice 1

TITOLI DEI QUADRI PAGINE

194
EQUI LI BRIO - VETTE 185

BLACK HOLE - ORIENT 186

PIRAMIDEA 187

MICROMOVIM – CIRCOLARIDEA – ½ MORPH 188

SENSAZIONI PUNTIFORMI – OLOGRAM – KOR 189

PROTOTIPO – AURORA – MAGIC 190

NATURA MIXT 191

SELF DISCOVERY 192

VERBA VOLANT 193

ΨKÉ – CRUX – PHOENIX – ENERGY 194

FLORA – FIRE – SUBLIMINAL EXP – DOPPIO SGUARDO 195

MANI & MONDI 196

Appendice 2

195
Riepilogo sintetico e figurativo per ulteriori spunti
di riflessione riguardo alla relazione 1 M ed alle
sue molteplici sfaccettature.

196
(Trilobiti)

28

28
Tratto da uno schema di De Chardin P. T. (fonte:
http://www.crosscurrents.org/chardin.htm).

197
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Suggerimenti filosofici aggiuntivi


Aristotele, Organon, Metafsica.
Cartesio, Meditazioni metafsiche.
Giordano Bruno, Opere mnemotecniche
Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio.
Heidegger, Essere e Tempo.
Hume, Trattato sulla natura umana.
Kant, Critica della ragion pura.
Leibniz, Monadologia.
Locke, Saggio sull'intelletto umano.
Marsilio Ficino, Theologia platonica (1482).
Pico della Mirandola, G. (1463-1494) Conclusiones
philosophicae, cabalisticae et theologicae (1486)
Platone, Repubblica, Fedro, Fedone, Teeteto.
Plotino, Enneadi.
Plutarco, Alessandro e Cesare.
Russell, I principi della matematica.

212
Schelling, Sistema dell’ idealismo trascendentale.
Spinoza, Ethica more geometrico demonstrata.
Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus.

Fonti ed approfondimenti sul WEB

http://www.scienceworld.wolfram.com/biography/Kekule.html

http://www.movimentosufi.com/Sermone60 MurshidaDahnya.htm

http://www.crosscurrents.org/chardin.htm

http://www.filosofico.net/plotino.htm29

http://www.selfrivista.it/Volumi/Vol1N3/Liotti.html

http://www.ba.infn.it/~zito/dba.html30

http://www.animaecorpo.info/num1/marchino_farfalle.htm31

http://www.manuelfurru.it/Testi/sestesso.htm
(argomenti sulla personalità multipla, MPD).

29
In home page, guida a ricerche su autori filosofici.
30
Il sito contiene alcune informazioni su frattali e caos, argomento
che per motivi di spazio non si è esaurito a sufficienza.
Per una esauriente rassegna di immagini frattaliche e ricerche in
materia, si vedano i siti intenet http://fractalarts.com/
http://galileimirandola.it/frattali/index.htm. e http://www.
frattali. it .
Consiglio, inoltre il sito http://www.sintropia.it/libri/anto5.htm, per
argomenti riguardanti complessità, ordine, caos, entropia, sintro-
pia e frattali.
31
Il sito contiene spunti di riflessione sulla sincronicità.

213
http://www.globalvillage-it.com/enciclopedia/dio/dio05.htm32
http://www.riflessioni.it

http://www.rebirthing-italia.com/aforismi.htm

http://www.wikipedia.com 33

http://www.anticoegitto.net

http://www.lgxserver.uniba.it/lei/sfi/bollettino/156_bianchi.htm

simboli e dintorni...:

http://www.celestinian-center.com/SIMBOLOGIA.html

http://www.mariaoggi.it

http://www.ritosimbolico.net/archivio2/pirofilo.html

http://www.edicolaweb.net/nonsoloufo/htm

http://www.studioching.com/articoli_chakra_8.php

32
Vi sono riportati interessanti argomenti che partono da un punto
di vista olistico e complesso, spaziando dalla fisica quantistica al
buddismo. Il sito offre un utile raffronto e approfondimento sulle
tematiche da me trattate (cfr. in partic. cap II e VII).

33
Il sito Wikipedia è un’enciclopedia multimediale sul web con
splendide raffigurazioni di autori. Un altro interessante sito per
ricerche encicolpediche è il seguente: http://www.dienneti.it .

214
215