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Filosofia per tutti,

Il Saggiatore 1997
FILOSOFIA POLITICA
Definizione di "filosofia politica": difficile proporre una definizione precisa di "filosofia politica"; la filosofia politica non sembra
mostrare caratteristiche sue proprie. Fondamentalmente, si occupa in parte di descrivere le organizzazioni sociali, passate e presenti (e da
questo punto di vista applica le scoperte delleconomia, della scienza politica, dellantropologia, della biologia e della sociologia) e in parte
di valutare queste organizzazioni (da questaltro punto di vista invece simile alletica). Per esempio, descrive i caratteri essenziali di varie
forme di governo (democrazia, monarchia, fascismo e cos via) e nel contempo si pone varie domande su di esse, per esempio "qual la
giustificazione ultima per lesistenza di una qualsiasi forma di governo?". La risposta a questa domanda emerge in modo molto naturale
dalletica (per esempio un utilitarista potrebbe rispondere: "Per dare la maggiore quantit possibile di felicit al massimo numero"), tanto
che la filosofia politica stata, a volte, accusata di essere solo "etica applicata". Ma anche se la filosofia politica mostra strette connessioni
con le scienze sociali e letica, sarebbe un errore concludere che non ha problematiche sue proprie. Essa si occupa, per esempio, di
problemi come "quali sono (o quali dovrebbero essere) i giusti limiti del potere del governo sui membri della societ?", " possibile
esercitare un rigido controllo sugli affari economici delle persone senza limitare la loro libert politica?", "i rappresentanti eletti di un corpo
legislativo dovrebbero votare come credono meglio, o dovrebbero semplicemente rispecchiare lopinione di maggioranza del loro
elettorato?" e cos via. Senza dubbio questi problemi implicano anche considerazioni di tipo morale, ma bisogna comunque ricordare che
pongono difficolt peculiari. Possiamo caratterizzare ancor meglio la filosofia politica suddividendo, come abbiamo fatto per letica, le sue
teorie in "classiche" e "moderne". Le teorie politiche classiche possono essere definite, in linea di massima, teorie che offrono dei consigli
su come realizzare una societ ideale. Di converso, le teorie moderne si dedicano primariamente a ci che abbiamo chiamato "analisi
filosofica", ovvero al chiarimento del significato di questi consigli e dei termini che usiamo nelle discussioni politiche. Le teorie moderne
cercano di rispondere a domande come "cosa si intende con la locuzione "diritti umani universali"?" (cos come appare nella Carta
dellONU), "qual la corretta analisi del termine "stato"?" e cos via. Queste domande sollevano problemi che sono spesso estremamente
intricati, ma i tentativi filosofici di occuparsene non devono esser considerati semplici arzigogoli; sono, piuttosto, dei primi passi verso il
chiarimento dei problemi della filosofia politica, volti a rendere possibili unadeguata valutazione di merito delle teorie classiche e una
discussione pi chiara dei problemi sociali e politici attuali. Per esemplificare questo concetto, illustreremo limportanza pratica di
unanalisi corretta e rigorosa di un termine come "stato".Alcuni filosofi, e in particolare Hegel, sono molto colpiti dal fatto che lo stato
qualcosa di ben diverso dagli individui che ne fanno parte. Per dirne una, Hegel not che possiamo definire uno stato "popoloso", ma
sarebbe insensato ascrivere questa propriet al singolo cittadino. Dal fatto che lo stato vanti delle caratteristiche non condivisibili dagli
individui, Hegel infer che lo stato era un ente separato e distinto, con unesistenza, per cos dire, sua propria. Ne dedusse inoltre che lo
stato era pi importante dei singoli cittadini, non solo perch li univa tutti in una particolare cultura, ma anche perch la sua permanenza
garantiva la continuit di tale cultura nonostante i singoli cittadini morissero. Di qui alla glorificazione dello stato il passo fu naturale.
Questa glorificazione produsse una filosofia politica i cui effetti pratici sono arrivati sino a noi sotto forma di massime come "Deutschland
ber Alles". I filosofi che contestano la dottrina della maggiore importanza dello stato rispetto allindividuo spesso lo fanno sostenendo che
questa analisi sbagliata. Secondo loro, ci che chiamiamo "stato" un ente fittizio: il termine "stato" solo un modo conveniente di
parlare di un gruppo di individui che hanno fra loro certi legami (vivono nello stesso territorio, hanno lo stesso governo, obbediscono alle
stesse leggi e via di seguito). Insomma, non esiste unentit separata definibile come "stato" indipendentemente da determinati individui e
dalle relazioni che essi hanno luno con laltro; di conseguenza, glorificare lo stato a spese dei suoi cittadini solo cattiva filosofia. Questa
critica ovviamente connessa con lidea democratica che lindividuo conti pi dello stato; e da questo punto di vista possiamo attribuire
allanalisi filosofica una funzione importante, quella di mostrarci che alcuni tipi di esortazione ("muori per la madrepatria") possono essere
sbagliati nel senso di insostenibili dal punto di vista filosofico e logico. Lanalisi di termini come "stato" o "diritti inalienabili" ci porta a
vedere la filosofia politica come una disciplina a s, non completamente riducibile alle scienze sociali o alletica.

La filosofia politica di Platone: Una delle domande pi difficili e imbarazzanti della filosofia politica : "Chi deve governare?". Quasi
tutte le teorie classiche se la sono posta, e quasi tutte possono esser classificate secondo la risposta che cercano di dare. Se qualcuno
sostiene che "il popolo dovrebbe governare se stesso" sta difendendo la democrazia (John Locke); se sostiene che dovrebbe farlo un solo
uomo potrebbe essere un monarchico (Thomas Hobbes) e cos via. Per Platone questa la domanda cruciale che ogni societ deve
affrontare; la sua intera filosofia politica pu esser intesa come un tentativo di fornire una risposta a tale domanda. A grandi linee, la
risposta platonica che dovrebbe governare un gruppo di intellettuali particolarmente addestrato. Platone stesso defin "aristocratica"
questa idea, perch egli credeva che gli intellettuali fossero pi adatti a governare: infatti lunione dei termini greci "ariston" e "kratos"
significa "governo dei migliori". Ma forse caratterizziamo in modo pi chiaro la teoria politica di Platone se la definiamo "autoritaria": essa
sostiene infatti che si deve concedere unautorit assoluta a un gruppo ristretto affinch governi la societ. Per rendersi conto della
ragione per cui la domanda "Chi deve governare?" di importanza fondamentale per Platone sarebbe utile ricordare le condizioni
prevalenti nella Grecia della sua epoca. La Grecia era composta da un certo numero di piccole citt stato, autonome dal punto di vista
politico. Questi stati erano costantemente in guerra luno contro laltro, nonch contro altre nazioni grandi e potenti, come la Persia. Molti
dovevano sopportare anche gravi lotte interne. La vita del cittadino medio era precaria. Platone, insoddisfatto di questa situazione, tent di
immaginare una societ priva di questi difetti, in cui si potesse vivere insieme pacificamente e ognuno potesse sviluppare appieno le sue
potenzialit. Ci lo condusse a chiedersi "come sarebbe una societ ideale?", ammesso che la si possa realizzare. La risposta, a suo parere,
dipendeva in gran misura da chi lavrebbe governata. Nel suo tentativo di descrivere la societ perfetta Platone venne molto influenzato
dalle teorie psicologiche e biologiche dellepoca. Di conseguenza, egli accett lidea dellesistenza di unanalogia tra lindividuo e la societ
in cui viveva. Lunica differenza reale era la dimensione: una societ non nullaltro se non "un individuo, scritto pi in grande". Se cos,

allora il problema della natura della societ ideale pu essere riformulata cos: "Cosa rende ideale o perfetto luomo?". E la risposta di
Platone venne in parte dalle teorie psicologiche e biologiche allora correnti. Secondo la psicologia dellepoca ogni persona era composta
da due differenti elementi: il corpo e lanima. Quindi ci che rende perfetta una persona ha a che fare sia con la perfezione fisica sia con
quella psicologica. In questo contesto Platone usava il termine "perfezione" come sinonimo di "salute". Descrivere una persona perfetta
significa dunque descrivere una persona fisicamente e psicologicamente sana. Essere sani fisicamente vuol dire non essere malati; ma
determinare quando si sani psicologicamente questione pi complessa. Platone sosteneva a questo proposito che lanima umana era
divisa in tre parti, ovvero per usare i suoi stessi termini l"elemento razionale", l"elemento volitivo" e l"elemento appetitivo".
Lelemento razionale quella parte dellanima che permette alla persona di ragionare, di discutere e di scegliere. Lelemento "volitivo"
ci che rende coraggiosi o codardi e che d forza di volont. Le passioni e i desideri, come quello di cibo, di bevande e di sesso,
costituiscono lelemento appetitivo. Fondandosi su questa divisione tripartita dellanima, Platone sosteneva che una persona
"psicologicamente sana" se le tre parti della sua anima funzionano armonicamente. La ragione dovrebbe comandare gli appetiti, mentre
lelemento volitivo dovrebbe sostenere con la sua forza i dettami della ragione, in modo da garantire che gli appetiti siano tenuti sotto
controllo. Questi ultimi non dovrebbero essere completamente repressi: ma dovrebbero esser soddisfatti solo quando la ragione decide
che giusto farlo. Se una persona viene controllata dalla ragione in modo troppo esclusivo, la sua vita emotiva ne risulter impoverita.
Sembra che James Mill, se dobbiamo fidarci dei resoconti di suo figlio John Stuart, fosse un uomo la cui vita razionale dominava quella
emotiva, a detrimento di questultima. Daltro canto, gli uomini sono spesso dominati dai loro appetiti e per soddisfare i propri desideri
scelgono una condotta che danneggia sia loro stessi sia gli altri. Spesso sono dominati dalle passioni e dai sentimenti, e in questo senso
possono esser definiti "squilibrati". Nel senso comune del termine, una persona viene considerata "sana di mente" quando non
squilibrata, ovvero quando tutte le parti della sua anima funzionano armonicamente e ognuna di esse svolge il proprio ruolo senza
dominare le altre o esserne dominata. La risposta platonica alla domanda "Cosa rende un individuo perfetto o sano?" dunque la
seguente: "Un individuo sano se tutti e tre gli elementi della sua anima operano in armonia reciproca". Dal momento che lo stato non
nullaltro se non lindividuo "scritto pi in grande", gli si pu applicare la stessa analisi. Uno stato ideale si compone di tre classi: i
governanti che lo amministrano; i guerrieri che lo difendono; e tutti gli altri cittadini che forniscono le cose essenziali per vivere, come il
cibo e le abitazioni. Ognuna di queste tre classi corrisponde a una divisione dellanima individuale: la classe dei governanti lelemento
razionale della societ; i soldati ne costituiscono lelemento volitivo e gli altri cittadini lelemento appetitivo. Come per lindividuo ideale, la
societ ideale sar quella in cui tutti e tre questi elementi funzioneranno armonicamente, con i guerrieri che aiutano i governanti a
controllare benevolmente, ma fermamente, il resto della cittadinanza. Non vi saranno conflitti interni; ogni classe, facendo ci che meglio
preparata a fare, sar felice e soddisfatta. Ma il fondamentale problema sollevato dalla costruzione di una societ come questa chi la
governer, dal momento che ai governanti spetta sia decidere a quale classe apparterranno i singoli sia formulare le leggi per mezzo delle
quali la societ funziona. Una dirigenza mediocre condurr a leggi mediocri; una decisione sbagliata nel collocare qualcuno in una classe o
nellaltra produrr infelicit, o peggio ancora, ribellione. quindi essenziale, se la societ devessere perfetta, che vengano scelti governanti
allaltezza della situazione. Platone fornisce minuziose direttive sul modo di scegliere i governanti e di assicurarsi, una volta effettuata la
scelta, che essi non operino a proprio esclusivo vantaggio. Tutti i bambini, maschi e femmine, devono essere allevati in comune cio dallo
stato sino a diciotto anni. A quellet devono esser sottoposti a tre tipi di prove, con lo scopo di dividere i governanti potenziali da chi
diverr guerriero o artigiano. Le prove dovrebbero durare due anni. In parte sarebbero fisiche (perch lattivit di governo impone grande
sforzo fisico e anche perch Platone riteneva la salute fisica presupposto della salute mentale), in parte intellettuali, in parte morali (se una
persona non riesce a resistere alla tentazione morale potrebbe sacrificare il bene della societ ai suoi interessi personali). Gli individui che
supereranno queste prove verranno rigorosamente isolati e sottoposti a ulteriore addestramento, soprattutto intellettuale. Saranno istruiti
nelle scienze astratte; per imparare a pensare per astrazioni, cosa necessaria per i loro successivi studi filosofici, studieranno aritmetica,
geometria piana, geometria dei solidi, astronomia e armonia. Lo studio della filosofia, o della "dialettica" (termine di Platone), il culmine
della loro preparazione teorica ai compiti di governo, perch li condurr infine a una conoscenza compiuta del bene. Come abbiamo gi
visto nella discussione della morale platonica , quando essi avranno maturato questa conoscenza, le loro azioni saranno buone: quindi le
loro decisioni saranno sempre prese nellinteresse del popolo. Essi saranno di fatto "re filosofi". La seconda parte del loro addestramento
sar pratica; verranno loro affidate cariche amministrative minori e saranno costantemente tenuti sotto osservazione nellesercizio delle
loro mansioni. Chiunque non riesca a dimostrarsi competente in uno qualsiasi di questi passaggi sar escluso dal numero dei potenziali
governanti. Dopo aver passato tutte le prove, i governanti prenderanno parte attiva allamministrazione della societ. Ma, per evitare ogni
possibilit che essi diano la precedenza al loro bene su quello pubblico, non sar loro concesso di avere famiglia o di possedere propriet e
ricchezze. Platone pensava che gli interessi familiari e il desiderio di ricchezza fossero i due ostacoli maggiori a una guida politica obiettiva e
imparziale. Avendo eliminato queste due motivazioni operanti contro il bene comune, ai guardiani bisognava accordare autorit assoluta
nel governo della societ. A nessun elemento delle classi "inferiori" veniva concesso di intervenire nellattivit di governo, poich i membri
di questi ceti, al contrario dei governanti, non erano esperti nellarte politica. Platone giustificava la concessione del potere assoluto ai
governanti sostenendo che governare era unabilit, proprio come lo era la medicina. Governare in modo appropriato richiedeva un
addestramento adeguato, nello stesso senso in cui lo richiedeva la pratica della medicina. Permettere a una persona non addestrata di
metter bocca nellattivit di governo era secondo Platone altrettanto stupido che permettere a una persona non addestrata di fornire
consigli su come eseguire correttamente un intervento chirurgico. La filosofia di Platone sfocia in modo naturale in una concezione
antidemocratica e autoritaria, nellidea di un governo per il popolo, ma non di un governo del popolo. Platone presume che i governanti
sappiano meglio del popolo stesso quali leggi e quali politiche garantiranno i suoi interessi, proprio come un medico pu decidere meglio
dei profani se un paziente ha o no bisogno di un certo trattamento.

Critiche a Platone: Largomentazione di Platone, quando viene generalizzata, forse la pi potente che sia mai stata rivolta contro la
democrazia. Formuliamola con precisione e vediamo cosa si pu dire a suo favore o a suo sfavore. Essa si svolge nel seguente modo:

Premessa 1. Governare unabilit. Premessa 2. Gli uomini sono sin dalla nascita diversi per quel che riguarda le loro possibilit di
acquisire ed esercitare differenti capacit. Premessa 3. Coloro che mostrano maggiori capacit di governo dovrebbero esser addestrati in
questa loro abilit e, a completamento delladdestramento, dovrebbero esser messi a capo della societ. Premessa 4. Poich costoro sono i
pi abili nel governare dovrebbe esser loro concessa autorit assoluta, in modo che siano le loro leggi a essere in vigore. evidente che la
base di tutta largomentazione sta nella tesi che governare unabilit. Platone la dimostra appellandosi al senso comune. La gente
comune non dice spesso che il governante ha fatto un errore nel promulgare questa o questaltra legge? Ma dire che fa degli errori
equivale a dire che governare implica una conoscenza, ovvero unabilit che si pu imparare. Se si ha la conoscenza non si commettono
errori, cos come il dottore che stato preparato in modo adeguato non pronuncer una diagnosi sbagliata. Concessa questa premessa, il
resto dellargomentazione di Platone sembra seguirne correttamente. Infatti, ammettere che alcuni siano pi capaci di governare di altri,
non significa dire che essi dovrebbero essere addestrati a governare? Inoltre, una volta che li si addestrati, non saranno forse i pi abili
nel governare? E se cos fosse, non si dovrebbe conceder loro lautorit assoluta di promulgare leggi? Si pu presentare il nocciolo
dellargomento di Platone in modo molto semplice, riassumendolo nella seguente domanda: volete forse che governi chi non n adatto
n correttamente addestrato al governo? Non farebbe forse degli errori, producendo gli stessi inconvenienti che ritroviamo nelle societ
esistenti, e che sono dovuti al fatto che i governanti non hanno capacit di governare? A questo punto chi si oppone alla teoria platonica si
trova di fronte a un dilemma. O devono governare gli addestrati o devono governare i non addestrati. Ma se governassero i secondi si
avrebbe un governo inadeguato; se lo facessero i primi, si avrebbe invece un governo autoritario e non democratico. Ne consegue che si
deve accettare o un governo non democratico o un governo inadeguato. C un sistema per evitare questo vicolo cieco? Ci sono molti
modi di confutare largomentazione platonica, alcuni pi potenti degli altri. Il primo di negare che governare sia unabilit analoga alla
medicina. Lattivit di governo non riducibile a una scienza nello stesso senso in cui lo la medicina. Prescrivere il da farsi ai sudditi cosa
diversa da prescrivere le cure a dei pazienti. Si potrebbe illustrare la differenza nel seguente modo. Il medico, quando prescrive qualcosa a
un suo paziente, sta dirigendo la sua condotta; non prende direttamente in considerazione i voleri e i desideri del paziente, ma gli prescrive
una linea di condotta che questi deve adottare se vuole rimettersi in salute. Ma chi governa una societ non dovrebbe avere la stessa
funzione di un medico. La sua funzione non di dirigere gli interessi e le attivit della cittadinanza, ma (almeno secondo alcuni) di
rispecchiare questi interessi e di fare in modo che si realizzino. Questa una delle idee proposte dai teorici della democrazia; essa afferma,
in sostanza, che gli interessi di individui diversi sono diversi, che vi una grande variet di attitudini, abilit, desideri, atteggiamenti e cos
via. Ci che bene per una persona pu non esserlo per unaltra. Una societ buona quando permette piena espressione a tutti i diversi
interessi. La funzione del governante non di avviare su percorsi specifici la condotta o gli interessi dei cittadini, imponendo cos i suoi
criteri ai membri della societ, ma solo di mettere questi ultimi nella condizione di poter vivere insieme, per quanto possibile, nel rispetto
di tutti. Tuttavia, bisogna ricordare un punto essenziale della teoria morale platonica, sul quale ci siamo soffermati nel capitolo precedente:
per Platone esistono criteri assoluti e, come abbiamo appena visto, il re filosofo sa quali sono. Di conseguenza, governando in base a essi,
egli non sta imponendo i suoi criteri personali agli altri membri della societ, ma piuttosto indirizza la loro condotta verso quei modelli che
egli sa essere giusti. Una confutazione adeguata dellargomentazione platonica richiede che si neghi che una conoscenza di questo genere
sia raggiungibile; in tal modo si dimostrerebbe che il governo non una scienza basata sulla conoscenza, come la medicina. Una seconda
obiezione allargomentazione platonica, pi potente della prima, tenta di dimostrare che dalle premesse non consegue la conclusione. Per
esempio, anche se si ammette che governare unabilit, che gli individui differiscono naturalmente nelle loro capacit di esercitare tale
abilit, e persino che alcuni di questi individui debbano esser scelti come governanti, ancora non ne consegue che si dovrebbe loro
concedere unautorit assoluta. Essi dovrebbero sempre render conto al popolo delle loro azioni; di conseguenza lautorit deve risiedere
nel popolo, non nei governanti. Questa obiezione scaturisce dalla lunga esperienza delle tirannie, che il popolo ha subito per mano di
governanti assoluti. A lord Acton si attribuisce la seguente frase: "Il potere corrompe, ma il potere assoluto corrompe assolutamente".
Nonostante le misure escogitate da Platone, lesperienza insegna che le persone intelligenti possono sempre trovare il modo di eludere
queste salvaguardie e quindi abusare della loro autorit; e il modo migliore di impedire ai governanti di abusare del loro potere
verosimilmente quello di concedergliene il meno possibile. Qui stiamo nuovamente rifiutando la tesi di base di Platone, cio che la
conoscenza del bene sia possibile e conduca necessariamente a un comportamento virtuoso. Una terza obiezione al platonismo che una
societ guidata da pochi render impossibile il pieno sviluppo della maggior parte dei suoi membri. Secondo Platone i governanti possono
essere addestrati in modo tale da giudicare infallibilmente cosa sia il meglio per il popolo; ma le teorie democratiche moderne sostengono
che nessuno infallibile e che, se nessuno lo , non ha senso che altri facciano errori al tuo posto. C una buona ragione per cui
bisognerebbe concedere a chiunque di commettere i propri errori: si impara dallesperienza, e imparando si diventa persone pi mature e
quindi migliori cittadini. La concezione platonica della relazione tra il governante e il cittadino quella di una relazione genitore-bambino; il
governante essenzialmente un genitore che dirige la vita del cittadino-bambino. Ma se la vita di una persona sempre diretta da altri,
non crescer mai, restando sempre in una condizione infantile. Ne risulterebbe una societ composta da individui immaturi, che non
svilupperebbero mai le proprie capacit perch non sarebbe mai concessa loro loccasione di agire di propria iniziativa. Come abbiamo
visto nella teoria morale di Platone , in una societ di questo genere la maggior parte dei cittadini non sarebbe mai in grado di scegliere e
decidere autonomamente, e non raggiungerebbe mai quel tipo di indipendenza morale considerato, solitamente, un elemento essenziale
di una maturit responsabile. Questa obiezione sostiene insomma che lautogoverno essenziale per lo sviluppo di una cittadinanza
matura (ovviamente con "autogoverno" si intende qui che la responsabilit ultima risieda nel popolo).

La filosofia politica di Thomas Hobbes: Non tutti i filosofi pensano che limposizione dellautorit sia il peggiore dei mali sociali.
Thomas Hobbes un esempio di filosofo che preferisce i mali del potere assoluto a quelli di una vita associata in cui un simile potere non
sia presente. facile spiegarsi lorrore hobbesiano per lidea di vivere in un paese privo di un sovrano potente. Nato nel 1588 (una nascita
prematura, si racconta, dovuta allo spavento provato dalla madre per le notizie sullInvencible Armada), Hobbes affront alcuni dei decenni
pi instabili della storia dInghilterra. Assistette alla ribellione contro Carlo i, alla guerra civile che ne risult nel 1642, venendo infine

costretto a fuggire sul continente, dove rest in esilio per undici anni. Ma anche l non era al sicuro. I suoi nemici politici intendevano
assassinarlo; egli torn quindi in Inghilterra giusto in tempo per assistere alla condanna dei suoi scritti, considerati sovversivi. Nel 1662 gli
fu ordinato, pena il carcere, di astenersi dal pubblicare ancora su problemi sociali e politici. In questo panorama di estremo disordine,
comprensibile che Hobbes temesse una societ caotica pi di qualsiasi altra cosa. In una societ di questo genere la vita, la propriet o la
famiglia di una persona non sono mai al sicuro. Lunico modo per garantire la pace interna sta nel costringere le persone a obbedire alle
leggi sociali e nel punirle se non lo fanno. Ma lefficacia delle leggi dipende solo dallagente che le impone. Secondo Hobbes un sovrano
senza un potere assoluto di far rispettare le leggi non in ultima analisi un sovrano: senza tale autorit non riuscirebbe a risolvere le
dispute che possono nascere tra i cittadini. Quindi, per avere una societ pacifica, necessario che chi governa eserciti su di essa un
controllo assoluto. Qualsiasi abuso sia prodotto dal suo possesso di tale potere, la societ rimarr tuttavia pacifica: di conseguenza gli abusi
sono preferibili a una vita nel caos. Mettendo in discussione il punto di vista di Hobbes, si potrebbe chiedere perch una societ senza
autorit assoluta dovrebbe necessariamente essere caotica. La risposta di Hobbes dipende quasi esclusivamente da una teoria psicologica
sulla natura umana. Secondo questa teoria luomo per natura interessato ed egoista. Egli motivato da desideri egoistici che richiedono,
come condizione della sua felicit, di esser soddisfatti. Cos, tutte le azioni di una persona possono esser spiegate come tentativi di
soddisfare i propri desideri di sesso, di cibo, di abitazione, di fama, di ricchezza e cos via. Se gli uomini vivessero da soli o in piccoli gruppi,
ci non comporterebbe conseguenze rilevanti; ma quando si uniscono in gruppi sempre pi grandi, diventa estremamente importante per
spiegare il loro comportamento reciproco. Infatti, due o pi uomini possono avere tutti dei desideri da soddisfare: ma se questi sono
incompatibili tra loro, la cosa non possibile. Due uomini possono desiderare la stessa donna, e quindi, dando per scontato un regime
monogamico, non possono ottenere entrambi soddisfazione. Ne risulterebbe, quando gli uomini si imbrancano in grandi organizzazioni,
che quando ognuno di loro cercher di soddisfare i propri desideri a spese degli altri, tra di essi esploder il conflitto. La vita diventer una
battaglia in cui vincer il pi forte ... ma solo temporaneamente: infatti anche il forte soccomber infine nel conflitto (una persona sconfitta
potrebbe per esempio organizzare un gruppo contro il vincitore). questo il quadro della vita dell"uomo naturale", o, come dice Hobbes,
della "vita nello stato di natura". Hobbes riassunse gli orrori di una tale esistenza in una frase famosa: la vita delluomo nello stato di natura
" solitaria, misera, ostile, animalesca e breve" (Leviatano, p. 102). Un tale stato di cose non pu andare avanti allinfinito se la gente vuole
sopravvivere. La nascita di ci che definiamo "societ" un modo di metter fine alla "guerra di tutti contro tutti". Gli uomini capiscono,
finalmente, che per sopravvivere ai conflitti dello stato di natura devono abbandonare ogni sforzo di soddisfare i propri impulsi egoistici. La
societ quindi un compromesso che gli uomini accettano: per avere la pace essi devono rinunciare al tentativo di soddisfare i loro
desideri. Nessuno vorrebbe un compromesso; ognuno preferirebbe soddisfare i propri desideri; ma il compromesso, se si vuol
sopravvivere, necessario. Hobbes uno dei pi importanti fra i pensatori politici che usano la teoria del "contratto sociale" per spiegare la
societ e le basi degli obblighi degli individui al suo interno. Il compromesso, o "patto" (secondo la sua definizione), consiste nellaccordo
stipulato dagli uomini, di obbedire a un certo insieme di leggi, o "convenzioni". Queste costituiscono ci che noi oggi chiamiamo "leggi della
societ". Le persone convengono di obbedire a queste leggi per non essere danneggiate nei conflitti che scoppierebbero se esse non
esistessero. Ma, come sottoline Hobbes, le leggi sono efficaci solo e soltanto se vengono fatte rispettare. E lagente che deve imporle lo
pu fare solo se gli viene concesso il potere assoluto. Se non ha questo potere, non pu impedire i conflitti. Su questa base Hobbes
sostenne che lautorit sovrana di qualsiasi nazione deve essere assoluta. Hobbes soggiunse anche che la sovranit deve esser posta nelle
mani di una singola persona: un re. Da questo punto di vista egli un monarchico. La ragione per cui egli preferisce la monarchia ad altre
forme di governo, come loligarchia o laristocrazia, prima di tutto che se il sovrano fosse un gruppo, allora in questo gruppo potrebbero
sorgere dei conflitti. Quindi il potere di imporre le leggi sarebbe diviso e invece di una societ pacifica avremmo nuovamente un continuo
esplodere di conflitti, mentre un monarca non pu dividersi da se stesso. In secondo luogo, un singolo governante pu prendere le sue
decisioni con maggiore segretezza. Nei gruppi numerosi si sviluppano immancabilmente "fughe" di notizie; informazioni importanti
possono filtrare sino al popolo e provocare dissensi. Infine, le decisioni del monarca "non sono soggette a nessunaltra incostanza che
quella della natura umana; ma, nelle assemblee, oltre a quella propria della natura, si presenta unaltra incostanza dovuta al numero" (p.
158). Per esempio, lassenza o la presenza di poche persone pu mutare la decisione del governo di promulgare o non promulgare una
legge, il che non potrebbe mai succedere con un monarca. Inoltre, non c ragione di credere che questultimo agisca per il suo proprio
interesse a scapito del benessere pubblico. Come dice Hobbes, "il re ricco solo quando lo il suo paese". Sebbene il potere del monarca
debba essere assoluto, Hobbes intendeva anche garantire al suddito alcune libert (e questa forse unincoerenza). Egli defin queste
libert come "le cose che, sebbene comandate dal sovrano, egli pu, nondimeno, rifiutarsi di fare senza [compiere] ingiustizia". Dal
momento che la sovranit creata da un patto, o contratto, il suddito conserva tutti quei diritti naturali che non possono essere trasmessi
tramite patto. Detto in altro modo: dal momento che il suddito ha sottoscritto un contratto per preservare e proteggere la sua vita, egli ha
diritto di rifiutarsi di obbedire al sovrano quando ci metterebbe in pericolo, appunto, la sua sopravvivenza. Per esempio, se il monarca
comanda al suddito di uccidersi, ferirsi o mutilarsi, oppure di non resistere a chi lo assale, il suddito pu legittimamente non tenere conto di
questo comando. Inoltre non obbligato a testimoniare contro se stesso in un processo penale (per inciso, fu in questo periodo che venne
stabilito il precedente storico del quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti). Si pu rifiutare di svolgere un incarico militare
pericoloso se il sovrano non lo comanda per conservare la pace (ma nessuno pu legittimamente obiettare alla difesa della patria se viene
assalita da un aggressore esterno). Invece non si liberi di difendersi dal sovrano; quindi la ribellione sempre ingiustificabile, secondo
Hobbes. Analogamente, proteggere un criminale dai funzionari pubblici ingiusto (anche questa idea arrivata sino a noi attraverso
Hobbes e si incarnata in molti codici legali). Gli individui conservano sempre la libert di difendere la propria vita contro il sovrano; ma, se
viene offerta la grazia e rifiutano, sono ingiusti. In una controversia con il sovrano il suddito ha il diritto di far causa (unaltra clausola che
ritroviamo nel diritto americano). Lobbligo dei sudditi nei confronti del sovrano dura solo sin tanto che il sovrano in grado di proteggerli:
"Lo scopo dellobbedienza la protezione". Quindi un suddito che viene preso prigioniero dal nemico libero di divenire suddito del
nemico se il sovrano non in grado di proteggerlo. I poteri del sovrano sono vastissimi. Secondo Hobbes nessun suddito pu stipulare un
nuovo patto o ribellarsi contro il monarca (purch questultimo sia in grado di proteggerlo). Non possibile che il sovrano violi il patto,

poich secondo la teoria hobbesiana egli non ha stipulato alcun patto con i suoi sudditi. Essi si sono invece accordati tra loro per rispettare
alcune leggi e hanno conferito al sovrano il ruolo di agente deputato a imporre queste leggi. Una volta nominato, egli ha autorit assoluta.
Da ci consegue che una minoranza di dissidenti deve accettare senza rimostranze i dettami del sovrano o venire distrutta. Inoltre, in
qualsiasi modo si comporti il sovrano, egli non pu, per definizione, agire in modo ingiusto verso chicchessia. La condotta "giusta" consiste,
a parere di Hobbes, nel rispetto delle leggi della comunit; ma poich il sovrano a fare le leggi, qualsiasi cosa egli faccia sar legge; quindi
il sovrano , in un senso pregnante, al di sopra della legge e non pu violarla. Il sovrano ha un diritto assoluto di controllare ogni opinione
(perch spetta a lui decidere se lespressione di una particolare opinione causer o no caos nello stato). Inoltre, egli deve creare il diritto
civile nel suo complesso e giudicare tutti i disaccordi che riguardano le leggi. Egli ha il potere di dichiarare la guerra e di imporre tasse per
finanziarla.

Critiche a Hobbes: Poich la dottrina hobbesiana composta da una teoria psicologica sulla natura degli esseri umani e da una teoria
politica su chi dovrebbe governare la societ, ciascuna delle sue due parti dovrebbe essere valutata separatamente.
Alcuni filosofi hanno interpretato la teoria di Hobbes come un tentativo di descrivere lorigine reale della societ. Secondo questa
interpretazione Hobbes sostiene che in origine gli individui vivevano in gruppo senza leggi che regolassero la loro condotta. Quando si
resero conto che questo modello di vita dava luogo a una guerra di tutti contro tutti, gli uomini ebbero lidea di mettersi daccordo per
rinunciare al soddisfacimento dei loro impulsi egoistici e avere in cambio la pace. Quando Hobbes viene interpretato in questo modo, la sua
teoria pu essere attaccata perch non esistono prove storiche e antropologiche che permettano di sostenerla. Le primissime informazioni
a nostra disposizione sullumanit delle origini provengono da epoche in cui gli individui avevano raggiunto un grado piuttosto elevato di
organizzazione sociale. Nessuno sa cosa voleva dire vivere prima della formazione delle societ umane; e quindi non vi ragione di
considerare attendibile limmaginosa descrizione hobbesiana della "vita nello stato di natura". Ma questa interpretazione di Hobbes
estremamente superficiale e non coglie il senso fondamentale della sua teoria. Hobbes non cerca di fornire un resoconto storico o
antropologico veritiero dello sviluppo della societ, ma una giustificazione filosofica dellesistenza di una particolare forma di governo. In
altre parole, lidea del contratto sociale unanalogia che mira a spiegare le basi dellobbedienza politica, a spiegarci perch dovremmo
osservare le leggi. La questione se in qualche epoca passata gli uomini si siano o no comportati in questo modo irrilevante per il senso del
discorso hobbesiano. Ci che conta la sua analisi della natura umana e lidea della necessit di unautorit assoluta che ne tenga a freno
gli eccessi. Il discorso hobbesiano pu esser quindi considerato in parte psicologico, in parte filosofico. Esaminiamo questi due aspetti
separatamente, cominciando da quello psicologico. La prospettiva hobbesiana si fonda sullidea che gli individui siano motivati,
fondamentalmente, dallistinto di soddisfare i loro desideri. Da ci egli inferisce che gli uomini sono egoisti per natura. Linferenza
giustificata? Supponiamo di concedere che gli uomini siano motivati dal desiderio: ne consegue che tutti i loro desideri sono egoistici? La
risposta dipende, in parte, da cosa si intende con la frase "gli uomini sono motivati dal desiderio". Si potrebbe intendere in primo luogo che
gli esseri umani sono motivati dai loro impulsi non razionali, ovvero che le emozioni, i sentimenti e gli atteggiamenti, e non la ragione,
fanno s che le persone si comportino come fanno. E quindi si potrebbe sostenere, come hanno fatto sia Hobbes sia Hume, che nonostante
la ragione possa prospettarci diverse linee di condotta alternative, e anche qualcuna delle probabili conseguenze di ognuna di esse, non
lei a dare inizio allazione. Per questa posizione la scelta di una certa opzione, o di una certa linea di condotta, una questione di emozioni
e di sentimento. Ora, se questo che si intende con la frase citata sopra, non ne consegue che ogni desiderio sia egoistico. Gli uomini
potrebbero davvero essere motivati solo da fattori non razionali, ma questi fattori come per esempio il sentimento di solidariet
potrebbero spingerli ad agire per il bene degli altri. Tuttavia, dicendo che "gli uomini sono motivati dal desiderio" si potrebbe anche
intendere che sono sempre spinti ad agire per i propri interessi e solo per i propri interessi (indipendentemente da ci che li motiva, che si
tratti della ragione o delle emozioni). Ma se questo che intende Hobbes, evidente che da un punto di vista psicologico egli in errore.
Gli uomini potrebbero desiderare di contribuire alla felicit degli altri oltre che alla propria. Non sacrifichiamo spesso i nostri interessi a
quelli delle nostre famiglie, delle nostre mogli, dei nostri mariti, dei nostri figli, del nostro paese? Possiamo anche dire, esprimendoci in
altro modo, che alcuni dei nostri desideri sono "altruistici", invece che "egoistici". A volte desideriamo contribuire al benessere di altri, e se
cos, allora falso dire che tutti i nostri desideri sono egoistici. Ci che rende attraente la teoria psicologica della natura umana proposta
da Hobbes la sua oscillazione tra queste due differenti versioni della motivazione umana; ma se accettassimo la prima, non ne seguirebbe
la tesi dellegoismo, e se accettassimo la seconda, tali tesi apparirebbe chiaramente falsa. Supponiamo per di accettare la seconda
versione, di ammettere cio che tutti gli individui siano motivati da desideri egoistici (ovvero desideri che vanno a loro esclusivo vantaggio):
ne seguirebbe forse che solo la creazione di unautorit assoluta favorirebbe una vita associata pacifica? Qui la risposta sembra essere
ancora "no". Gli interessi sono diversificati e cambiano da momento a momento. Un governante cui viene concesso potere assoluto in
genere non esercita questo potere a favore del popolo, ma impone a questultimo i suoi criteri personali. Ci che appare necessario per
una vita associata accettabile non lassenza di conflitto interno, ma solo che lentit del conflitto non sia tale da rendere impossibile
raggiungere determinate mete. Il progetto hobbesiano eliminerebbe il conflitto, ma impedirebbe anche la soddisfazione di molti desideri
fondamentali. Un potere sovrano che non abbia autorit assoluta pu tuttavia avere autorit sufficiente per eliminare la maggior parte dei
conflitti, concedendo ci nonostante ampio spazio alla soddisfazione di molti interessi. Per questa ragione lautorit assoluta non appare
indispensabile come suggerisce invece Hobbes per una societ buona. Possiamo quindi rifiutare sia la parte filosofica sia quella
psicologica della teoria hobbesiana. La filosofia politica di Hobbes essenzialmente espressione di disfattismo: una filosofia della "pace a
ogni costo". La mancanza di altre motivazioni la rende inaccettabile per individui di temperamento meno remissivo. Si pensi per esempio
alle altisonanti parole di Patrick Henry: "Datemi la libert o la morte!", o a quelle di Thomas Jefferson: "Lalbero della libert devessere
innaffiato di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni". Tentando di evitare gli effetti negativi dei conflitti intestini, Hobbes era
disposto a sottomettersi ai mali della tirannia e a cedere la libert in cambio della sicurezza. Per lui erano queste le uniche scelte a
disposizione di un cittadino. Ma, come doveva mostrare Locke, non si trattava delle sole alternative: possibile avere legge e ordine anche
in assenza di tiranni.

La filosofia politica di John Locke: Affermare che John Locke larchitetto teorico della democrazia cos come essa esiste oggi in
Occidente corretto. Le sue idee, cos come sono espresse nel suo famoso Secondo trattato sul governo civile, esercitarono grande
influenza sulla formazione della filosofia politica dei fondatori delle repubbliche americana e francese. Uno studio attento della
Dichiarazione dindipendenza e della Costituzione americana svela che entrambi i documenti sono pieni di frasi come "tutti gli uomini sono
creati uguali", "la vita, la libert, la ricerca della felicit [...] noi riteniamo queste verit evidenti in se stesse" e cos via, tutte tratte quasi alla
lettera dal Secondo trattato. Nella discussione che seguir impiegheremo il termine "uomini" secondo luso di Locke e dei padri della
Costituzione, che pensavano innanzitutto al sesso maschile. Nel pensiero politico contemporaneo queste idee sono in genere intese come
applicabili sia agli uomini sia alle donne. Locke, come Hobbes, visse in un periodo di grande inquietudine sociale. Coinvolto negli intrighi
contro il re, nel corso della sua vita fu costretto per due volte a lasciare lInghilterra, nel 1675 e nel 1679. Ma, a differenza di Hobbes, questi
eventi non resero pessimistica la sua visione della natura umana. Sia da questo punto di vista, sia da quello della teoria della funzione
appropriata del governo egli si oppone diametralmente a Hobbes. Passiamo a esaminare la sua posizione un po pi in dettaglio.
Come Hobbes nel Leviatano, Locke comincia il Secondo trattato con quella che sembra una ricostruzione storica delle origini del governo,
usando, sempre come Hobbes, la nozione di contratto sociale. La ricostruzione comincia con unimportante distinzione, diretta
sicuramente contro Hobbes, tra la vita in uno "stato di natura" e la vita in uno "stato di guerra". Nello stato di natura gli uomini vivono nel
complesso pacificamente. Essi conoscono la propriet privata, per esempio della terra, e anche il possesso privato, per esempio di bovini e
pecore. Per natura gli uomini non sono completamente egoisti; a volte lavorano per il benessere altrui e cooperano tra loro; daltro canto,
a volte agiscono in modo egoistico. Possono disporre come vogliono, senza chiedere il permesso a chicchessia, della loro propriet. Lunica
legge che li governa definita da Locke "legge di natura". Essa consiste in una sola clausola: "Nessuno deve recar danno ad altri nella vita,
nella salute, nella libert o nei possessi" (p. 238). Ora, sebbene la vita nello stato di natura sia in genere pacifica, gli uomini possono a volte
trasgredire la legge di natura; possono tentare di uccidere qualcuno o di rubargli le propriet. Quando ci accade, la parte danneggiata ha il
diritto di punire il trasgressore. Non ci sarebbe ragione alcuna che gli uomini abbandonassero lo stato di natura per formare una societ, se
non fosse per le difficolt che sorgono nel punire coloro che trasgrediscono la legge. Tali difficolt sono tre: (a) ogni uomo, nello stato di
natura, da se stesso giudice di ci che giusto e ci che sbagliato, e questo lo conduce a giudizi partigiani. Una persona pu sostenere
di essere stata danneggiata, unaltra pu negarlo. Chi deve decidere il merito della disputa? (b) anche quando chiaro che qualcuno ha
violato la legge, potremmo non avere una forza sufficiente a punirlo; (c) inoltre, la misura della punizione varier nonostante il crimine
punito sia lo stesso. Un uomo che ruba una pagnotta potrebbe essere impiccato, mentre un altro potrebbe essere semplicemente multato.
Per superare questi difetti dello stato di natura, gli uomini hanno bisogno di: (1) un ordine giudiziario che amministri imparzialmente la
legge, (2) un esecutivo che possa imporre la legge a chi la viola, e (3) un corpo legislativo che promulghi leggi coerenti e uniformi. La societ
nasce dal tentativo di creare istituzioni che rimedino ai difetti di unesistenza senza organizzazione sociale. Gli uomini creano la societ
tramite laccordo volontario di dar vita a queste istituzioni. Tutto ci, sostiene Locke, completamente differente da uno stato di guerra. Lo
stato di guerra affine allo "stato di natura" hobbesiano. caratterizzato dallesistenza di una persona o di un gruppo che vuole il dominio
assoluto sugli altri. In una situazione di questo genere, mancando un "giudice comune", si arriver a uno scontro per la sopravvivenza. Gli
uomini si assalteranno e feriranno a vicenda, e la loro vita sar appesa a un filo. Ma un errore confondere questa situazione con la vita
nello stato di natura. Secondo Locke questo lerrore fondamentale di Hobbes; lo stato di natura (e, in quanto a ci, anche la societ civile)
pu divenire in certe condizioni uno stato di guerra, ma sbagliato identificarli luno con laltro. La condizione perch ci accada che una
persona, o un gruppo, tenti di conquistare un controllo di tipo assoluto sugli altri. Quando ci avviene, questa persona (o questo gruppo)
crea uno stato di guerra tra se stessa e quelli cui cerca di imporre il proprio dominio. Lopposizione nei suoi confronti non solo giustificata,
ma addirittura necessaria: infatti, se gli uomini le si sottomettessero, scambierebbero di fatto i vantaggi della vita associata con gli
inconvenienti gi vissuti in precedenza, nello stato di natura. Questa sola ragione sufficiente per rifiutare la monarchia, sostiene Locke,
poich il sovrano che tenta di imporre un dominio assoluto ai cittadini ha dichiarato loro guerra. evidente che questa teoria,
convenientemente ampliata, contiene la maggior parte degli elementi della democrazia, per come noi li conosciamo. In primo luogo, essa
sottolinea che il fondamento del governo il diritto, non la forza. Un governo senza diritto sarebbe tirannico. Lassenza di diritti tipica
della monarchia: un re pu far arrestare una persona per decreto. Il presunto crimine poteva anche non esser regolato in alcun modo: la
persona potrebbe non essersi resa conto che la sua azione avrebbe provocato lira del monarca. E tuttavia il sovrano pu inventare regole a
volont allo scopo di imprigionare chi non di suo gradimento. Un governo di questo genere funzionerebbe in base al capriccio, e la societ
da esso controllata sarebbe altrettanto instabile. In un governo diretto in modo corretto (per esempio una democrazia) un tale stato di
cose sarebbe eliminato. La democrazia il governo di leggi introdotte dopo una lunga deliberazione da parte di rappresentanti scelti a
ragion veduta dal popolo, e che vengono promulgate in modo che tutti possano venirne a conoscenza. Tutto ci contrasta marcatamente
con il governo assoluto. In secondo luogo, secondo Locke vi sono alcune aree dellazione umana immuni dallinterferenza governativa.
Locke le definisce "diritti". Questa dottrina il diretto progenitore della Dichiarazione dei diritti inserita nella Costituzione americana. La
Dichiarazione dei diritti afferma che il governo non ha il potere di limitare certi tipi di condotta dei cittadini, come la libert di parola, di
religione e via dicendo. Il principale diritto sostenuto da Locke tuttavia quello alla propriet privata. Egli pensava che nessun governo
potesse privare giustamente una persona delle sue propriet; ci perch la propriet privata molto spesso frutto del lavoro della persona
interessata. La propriet fa parte, in un senso pregnante, della persona stessa (di fatto, Locke usa spesso il termine "propriet" per riferirsi
non solo a tutti i possessi di una persona, ma anche alla sua vita e alla sua libert): portargliela via equivale ad assalirla fisicamente. Sia
Hobbes sia Rousseau si opposero con forza a questa dottrina. A loro parere la propriet era una creazione della societ. Per citare Hobbes,
prima che la societ venga in esistenza, non c "distinzione tra mio e tuo" (Leviatano, p. 103). Un uomo possiede ci che pu tenere con la
forza: non ha diritto su alcunch. Questidea, come abbiamo visto, respinta con decisione da Locke. Il suo punto di vista ha esercitato
uninfluenza profonda non solo su documenti come la Dichiarazione dei diritti, ma anche sulla creazione dellidea democratica "che tutti gli
uomini sono per natura creati uguali". Locke sostenne che tutti gli uomini sono uguali nel senso che essi hanno diritti anteriori a quelli che

vengono loro concessi dalla societ; e dal momento che non vengono dati loro dalla societ, questultima non pu neppure portarglieli via.
Ai nostri tempi questa dottrina viene interpretata come lidea che a ogni uomo, indipendentemente dalla sua condizione sociale, debba
esser concesso eguale trattamento di fronte alla legge. Il "processo legale" ne una delle applicazioni. Ma lelemento democratico pi
rilevante nella teoria di Locke il suo atteggiamento verso il governo. La societ viene creata con lo scopo di eliminare gli inconvenienti
dello stato di natura. Quando gli uomini lasciano lo stato di natura per entrare in societ, con questa azione cedono il potere di punizione a
un esecutivo da loro nominato. Ma il fatto cruciale su cui Locke mette laccento che lesecutivo viene nominato dal popolo ed quindi
responsabile nei suoi confronti. Come egli scrive: "Per potere politico, dunque, intendo il diritto di far leggi con pena di morte, e per
conseguenza con ogni pena minore, per regolare e conservare la propriet, e di impiegare la forza della comunit nellesecuzione di tali
leggi e nella difesa della societ politica da offese esterne, e tutto questo unicamente per il pubblico bene" (Secondo trattato, pp. 234-235).
Secondo la teoria di Locke il governo , per cos dire, un segretario in grande. Noi gli affidiamo il potere di fare quelle cose che giudichiamo
scomode o impossibili da fare personalmente, proprio come assumiamo un segretario per badare ai nostri affari se siamo occupati in altro.
Ma se il segretario viola il nostro mandato (diciamo, se commette unappropriazione indebita), noi possiamo licenziarlo; e se il governo
viola il nostro mandato tentando di usurpare la nostra legittima autorit, possiamo rimuoverlo. In ultima analisi, la sovranit risiede nel
popolo che nomina il governo. Questultimo solo uno strumento della volont del popolo. Locke esprime questo punto dicendo che la
relazione tra il popolo e il governo una relazione fiduciaria: il popolo affida al governo alcuni poteri, ai quali per non rinuncia mai
totalmente. Si limita a delegarli. Allo scopo di salvaguardare il popolo dalla concentrazione dei poteri, Locke escogit un governo diviso in
tre rami, ognuno dei quali avrebbe dovuto controllare gli altri, e chiam esecutivo, legislativo e federativo questi tre rami. Lesecutivo e il
legislativo avrebbero avuto pi o meno la stessa funzione che hanno oggi nel governo degli Stati Uniti, mentre i doveri del ramo federativo
consistevano nel condurre i negoziati con le potenze straniere. Locke temeva molto la possibile concentrazione dellautorit nellesecutivo;
di conseguenza ne limit fortemente i poteri. In primo luogo, nello stato ideale lorgano legislativo andava riconosciuto come autorit
suprema. Esso e solo esso aveva il potere di promulgare le leggi; lesecutivo aveva soltanto il compito di applicarle. Inoltre lesecutivo non
poteva punire chi non avesse violato una legge esplicitamente promulgata; e anche questa punizione andava demandata a un ordine
giudiziario imparziale. Inoltre, il diritto dellesecutivo allobbedienza proviene solo dal fatto che esso la persona, o il corpo, investito del
potere dalla legge. Di per s non ha autorit alcuna e non pu pretendere obbedienza se non in quanto fa rispettare la legge. Da questo
punto di vista il sistema lockeano assomiglia al governo parlamentare britannico. Lesecutivo pu essere rimosso immediatamente dalla
carica se il legislativo, ovvero il popolo, pensa che abbia violato i limiti del potere concessogli. Nel contempo, per adempiere ai propri
doveri, lesecutivo deve possedere alcuni poteri specifici. Innanzitutto, pu sciogliere e convocare lassemblea legislativa; ma per evitare
che manchi di convocarla, si dovr porre un limite al periodo di sospensione. Trascorso questo limite, o lesecutivo convoca il legislativo
oppure viene esso stesso rimosso. Se lesecutivo si rifiuta, il popolo ha il diritto di usare la forza nei suoi confronti. Locke non riteneva
necessario che il legislativo fosse perennemente in sessione, poich non necessario promulgare leggi di continuo; ma lesecutivo deve
invece restare sempre al suo posto, dal momento che sempre necessario far rispettare la legge. Nei periodi in cui il legislativo non in
sessione, lesecutivo ha il potere di gestire le eventuali emergenze nazionali. Questa la celebre dottrina della "prerogativa". Locke
definisce la prerogativa come "potere di deliberare, secondo discrezione, per il pubblico bene senza la prescrizione della legge, e talvolta
anche contro di essa" (p. 369). Locke ammise che luso della prerogativa da parte dellesecutivo avrebbe potuto rivelarsi pericoloso; ma
pensava che con le contromisure previste nella sua teoria ogni violazione grave della legalit avrebbe potuto esser contrastata dagli altri
rami del governo e dal popolo.

Critiche a Locke: Nel Secondo trattato Locke tent di mostrare come gli uomini potessero vivere insieme pacificamente senza
sottomettersi a un sovrano in possesso di autorit assoluta. Si pu giungere a questo stato di cose attraverso il governo della legge. Le leggi
scelte apertamente e promulgate pubblicamente rendono stabile la societ; e tuttavia esse non sono intoccabili. Se finiscono per rivelarsi
infine inadeguate, si possono cambiare. Hobbes riteneva invece che le uniche alternative possibili fossero lanarchia o il dispotismo. O gli
uomini affrontavano una guerra di tutti contro tutti oppure cedevano i loro diritti a un sovrano assoluto. La genialit di Locke consistette
nel capire che la teoria hobbesiana era carente da un punto di vista essenziale: cedendo i loro diritti a un sovrano assoluto gli uomini non
sarebbero affatto stati pi al sicuro di quanto erano nello stato di natura, perch si sarebbero ritrovati soggetti ai capricci e alle fisime del
monarca. Sarebbero ancora vissuti nella precariet, ma questa volta il pericolo non sarebbe venuto dai loro compagni, bens dal loro
governante. Invece di scambiare, come pensava Hobbes, lanarchia con la stabilit, avrebbero semplicemente barattato una forma di caos
con unaltra. Grazie alla sua intuizione della compatibilit tra stabilit e autogoverno, Locke divenuto la fonte di ispirazione per quelle
societ democratiche che esistono, con successo, da pi di due secoli a questa parte. I suoi argomenti, in una forma o nellaltra, sono
spesso stati ripresi nelle battaglie per lautogoverno. Per esempio, Abraham Lincoln si oppose a chi voleva conservare un suffragio il pi
limitato possibile con termini che sono quasi una parafrasi del Secondo trattato: Una maggioranza tenuta a freno da controlli e limiti
costituzionali, che cambi sempre facilmente sotto lurto dei mutamenti meditati dei sentimenti e dellopinione pubblica, lunico vero
sovrano di un popolo libero. Chiunque rifiuti questo principio cade necessariamente nellanarchia o nel dispotismo. Lunanimit
impossibile; il governo di una minoranza, come soluzione permanente, completamente inammissibile; e quindi, se si rifiuta il principio
della maggioranza, tutto ci che resta , in qualsivoglia forma, lanarchia o il dispotismo. Le ragioni del rifiuto della dottrina hobbesiana da
parte di Locke dipendono in parte dalla sua teoria della natura umana, ma in parte anche dalla costruzione di una teoria delle relazioni
politiche completamente nuova, che implica nozioni come i "diritti", la "legge", lo "scopo appropriato del governo" e simili. Nel respingere
la tesi hobbesiana che gli uomini agiscono sempre egoisticamente, Locke era indubbiamente nel giusto. Ma a parte la questione
psicologica, che abbiamo gi discusso, cosa si pu dire pro e contro la sua teoria politica? A questa teoria sono state rivolte due critiche
principali: una contro la dottrina dei "diritti", laltra contro lidea del governo della maggioranza. Entrambe queste dottrine, quando le si
approfondisce, mostrano delle difficolt. Occupiamoci prima della questione dei diritti. Lobiezione principale mossa alla dottrina dei diritti
di Locke che si basa sullidea di "diritto naturale", di cui gli uomini godono nello stato di natura, prima della nascita di una societ

organizzata. I critici sostengono che una tesi di questo genere incomprensibile, poich difficile capire come potessero esistere dei diritti
prima dellesistenza di un governo e di un sistema legale che li concedesse e li imponesse. Lesame del termine rivela che esso non ha
questo tipo di significato descrittivo: esso implica una tesi prescrittiva, cio che gli uomini dovrebbero possedere questi diritti. La cosa fa
nascere inevitabilmente qualche dubbio sulla validit dellargomentazione di Locke, che sembra basarsi sulla convinzione che nello stato di
natura gli uomini possedessero realmente questi diritti in senso letterale. Ma anche se accettiamo la tesi di Locke e ammettiamo che gli
uomini dovrebbero possedere questi diritti, ci sono altre difficolt da superare. Per esempio, i diritti che noi pensiamo gli uomini debbano
avere potrebbero essere incompatibili con lidea di "bene pubblico". Locke ha sostenuto che lo scopo del governo di preservare alcuni
diritti e nel contempo di operare per il bene comune. Ma possono esserci casi in cui noi, se fossimo il governo, non potremmo fare
entrambe le cose. Consideriamo il caso delluomo che, sapendo che non c alcun incendio, grida "al fuoco" in un teatro affollato. Alcune
persone potrebbero essere schiacciate mentre tentano di uscire dal locale; altre potrebbero venir ferite, altre ancora uccise. Se accettiamo
la dottrina che un uomo ha diritto alla "libert di parola", non possiamo punire il responsabile: ha soltanto parlato liberamente. Ma in
questo caso lesercizio della libert di parola ovviamente incompatibile con il bene pubblico. La persona in questione una minaccia per il
pubblico, e quando lo puniamo lo facciamo perch ha agito contro il bene di tutti. Ma chiaro che in questo modo noi abbandoniamo
lidea di un diritto assoluto alla libert di parola. I filosofi democratici che hanno riflettuto su questo problema si sono mostrati disposti, nel
complesso, ad abbandonare, in questi casi, la dottrina dei diritti. Secondo loro gli uomini non possono rivendicare libert assoluta contro lo
stato; ma da questo non segue che lo stato abbia unautorit assoluta sugli uomini. necessaria uninterpretazione pi moderata dei
"diritti". Per questa interpretazione i diritti sono aree che possono essere violate solo con il consenso della maggioranza, quando il
benessere pubblico realmente in pericolo. In caso contrario la libert di parola pu essere conservata. Questa dottrina pi moderata
limita lidea lockeana di diritto, ma non giunge ad ammettere la tirannia. Essa sostiene che, per quel che riguarda la sostanza di un diritto, si
tratta di una questione di grado: si pu interferire in alcune aree della condotta umana solo in momenti di grande crisi, altrimenti non
bisogna metterci mano. In tal modo, concede ancora agli uomini grandi spazi di libert allinterno della societ, anche se non si d loro
libert assoluta. In ogni caso, la libert non pu essere mai assoluta. La totale assenza di controlli non libert, licenza. Lidea di libert
perfettamente compatibile con lesistenza di restrizioni della nostra condotta. Il problema reale riguarda quali tipi di restrizioni possano
essere giustificati. La seconda critica fondamentale alla teoria politica di Locke riguarda lidea di governo della maggioranza. Nello stabilire
chi deve governare, Locke, al contrario di Platone e Hobbes, si pone dalla parte dei molti contro i pochi. Questa dottrina ha avuto nel
complesso effetti positivi. Per tradizione i pochi sono sempre stati i ricchi e i privilegiati, che nel governare hanno servito i propri interessi,
o gli interessi di una classe ristretta, in contrasto con quelli della maggioranza. Ma ci che Locke non giunse mai a comprendere che la
maggioranza stessa pu diventare una tirannia; essa pu rivelarsi di un dispotismo tanto feroce quanto quello di un monarca nel
sottomettere la minoranza. Il governo democratico non un mero governo di maggioranza, anche un governo in cui i diritti delle
minoranze debbono essere ugualmente protetti. Se non si tiene fermo questo punto, il governo della maggioranza diviene dispotico e la
democrazia si trasforma in un regime che in pratica indistinguibile da unoligarchia. Locke insiste molto sul governo della maggioranza, e
in questo nel giusto. Ma nel contempo nessun governo che non provveda alla protezione delle minoranze pu essere una democrazia:
tocc al grande critico di Locke, John Stuart Mill, completare la teoria democratica mettendo in rilievo questultimo punto.

La teoria politica contemporanea: Le teorie politiche che abbiamo sin qui discusso, da Platone a Marx, hanno influenzato, in modi
diversi ma importanti, la filosofia politica del Novecento. Quasi tutte queste tradizioni hanno resistito sino a oggi e sono presenti nella
letteratura contemporanea. Abbiamo filosofi che hanno difeso la propriet privata e un apparato statale minimo, come Karl Popper (La
societ aperta e i suoi nemici, 1945), Robert Nozick (Anarchia, stato e utopia, 1974) e Andr Glucksmann (I padroni del pensiero, 1977).
Abbiamo opere importanti nellambito della tradizione neomarxista, come Luomo a una dimensione (1964) e il Saggio sulla liberazione
(1969) di Herbert Marcuse, e difese della forma democratica dello stato sociale, come Una teoria della giustizia (1971) di John Rawls. Non
possiamo, a causa della vasta letteratura prodotta in questo campo dallinizio del secolo, nemmeno permetterci di iniziare una discussione
di tutte queste diverse posizioni. Limitiamoci allora al libro di Rawls, Una teoria della giustizia, che generalmente considerato il pi
importante testo di teoria politica prodotto da un americano nel Novecento. La difesa di una forma di democrazia liberale da parte di Rawls
saldamente radicata in pensatori come Locke, Mill e Kant. Come Locke e Mill, Rawls pensa che una delle condizioni di legittimit di
qualsiasi forma di governo sia laccettazione del principio democratico. La legittimit implica una societ che si autogoverni, una comunit
in cui gli uomini siano liberi di scegliere i loro rappresentanti e di partecipare attivamente, secondo procedure regolari, alle scelte politiche
fondamentali. Ma, a differenza di Locke, Rawls non crede che una tale societ si debba impegnare nella difesa della propriet privata in
quanto diritto. Egli ritiene che ci siano fini pi importanti della conservazione della propriet, e pensa in particolare che una societ
"buona" debba distribuire il reddito in modo da ridurre al minimo la povert. Da questo punto di vista Rawls mostra una chiara influenza di
un certo modello di socialismo democratico, tipico di alcuni paesi scandinavi e presente anche nellInghilterra del dopoguerra, governata
dai laburisti. Egli considera fondamentali quelle libert di cui aveva parlato Mill, ovvero le libert che proteggono lindividuo dal governo,
ma, a differenza di Mill, non un utilitarista: non tenta quindi di giustificare tali libert sostenendo che, in quanto princpi politici, nel lungo
periodo esse produrranno la massima felicit per il massimo numero. Rawls crede anzi che nel pensiero utilitarista vi siano paradossi che
nessuna societ giusta pu tollerare. Per esempio, da un punto di vista utilitarista si potrebbe sostenere che una societ pu scientemente
giustiziare persone innocenti se questo si dimostra un modo efficace di scoraggiare i comportamenti fuorilegge. A suo parere si tratta di
una conseguenza del principio dutilit che viola un principio base della giustizia, ovvero che nessuna persona innocente dovrebbe divenire
vittima della politica. Se Rawls un difensore di una forma assistenziale di democrazia e non difende n il diritto di propriet n
lutilitarismo, dove trova gli antecedenti storici delle sue idee? La risposta che li trova nella filosofia morale di Immanuel Kant. Come
abbiamo osservato nel capitolo 1 Kant difende loggettivit e luniversalit di alcuni princpi morali. Tra questi c limperativo categorico,
che in una delle sue forme comanda a chi agisce di trattare ogni persona "come uno scopo, e mai come semplice mezzo". Lidea di base,
che Rawls prende da Kant, dunque, che si ha una societ giusta quando tutti gli individui, indipendentemente dalla loro posizione sociale,

vengono trattati allo stesso modo dalla legge, quando viene loro concesso un giusto processo e quando ognuno gode allo stesso modo
della protezione della societ. Questa sorta di principio morale costituisce il fondamento dellopera di Rawls. Egli favorevole a una societ
giusta in cui "giustizia" equivalga a "equit": e si tratta di una societ che non pu essere giustificata con princpi utilitaristi, ma solo su basi
kantiane. Dato questo insieme di presupposti, la principale preoccupazione di Rawls quella di spiegare perch una societ di questo
genere pu essere giusta dal punto di vista economico. Dal punto di vista politico lo , perch salvaguarda alcune libert di fondo, ma una
societ potrebbe anche essere equa politicamente, in questo senso, e tuttavia distribuire il reddito non equamente. Qui latteggiamento di
Rawls ispirato da un fervore morale analogo a quello che troviamo in Marx, il quale riteneva che un capitalismo senza freni fosse
immorale per il modo in cui sfruttava gli operai, assicurando nel contempo profitti e redditi eccessivi a un piccolo numero di persone.
A differenza di Marx, Rawls non contrario a una societ libera in cui siano presenti differenze in reddito; contrario per a una societ in
cui le differenze in reddito costringano alcuni a scendere al di sotto di un livello minimo delle condizioni materiali di sussistenza. Uno dei
princpi fondamentali del libro di Rawls quello che egli chiama "il principio di differenza". In base a tale principio, le ineguaglianze in alcuni
beni fondamentali sono permesse solo se la distribuzione dei beni primari va anche a vantaggio di coloro che si trovano nelle condizioni
peggiori. Quindi Rawls potrebbe giustificare, per esempio, una societ industriale avanzata che limitasse la quantit di denaro acquisibile
dai ricchi. Queste limitazioni verrebbero abolite solo se il denaro guadagnato da questi ultimi andasse anche a vantaggio dei pi poveri.
Lenfasi di Rawls cade quindi sulla minimizzazione delle differenze di reddito tra i membri di una societ politicamente libera: egli sostiene
quindi, riguardo alla distribuzione della ricchezza, una forma di egualitarismo moderato e non di egualitarismo stretto. In questo senso la
societ buona cui pensa Rawls si fonda sulla neutralizzazione delle ineguaglianze naturali che derivano dalla nascita, dal carattere, dal
talento e dalle circostanze, tutti elementi che favoriscono uningiusta distribuzione del reddito. Per lui il bene comune misurato dai
benefici di base accordati a coloro che altrimenti sarebbero economicamente svantaggiati.

Critiche a Rawls: A Rawls sono stati rivolti due tipi di critica. Il primo, che deriva da una visione platonica della societ, sostiene che gli
uomini nascono diversi per abilit, creativit e capacit realizzativa e di conseguenza contribuiscono alla societ in modo diseguale. In
questottica una societ "giusta" non dovrebbe essere indifferente a tale diversit. Coloro che danno i contributi pi importanti e preziosi
dovrebbero essere ricompensati in modo diverso: essi hanno comunque titolo a una parte pi grande dei beni primari della societ, anche
se ci non favorisse i pi svantaggiati. Per esempio, questo largomento sviluppato da Robert Nozick nel suo Anarchia, stato e utopia.
Nozick ha, in sostanza, una concezione della giustizia diversa da quella di Rawls. La seconda critica rivolta a Rawls sostiene che lidea di
eguaglianza nella distribuzione del reddito e i princpi della libert politica possono essere in contraddizione. Supponiamo che poche
persone possiedano unenorme ricchezza ereditaria, compresi vasti possedimenti terrieri. In alcune circostanze potrebbe accadere che
lesistenza di propriet tanto grandi renda impossibile che un gran numero di cittadini viva al di sopra del livello di povert. Il governo
potrebbe scoprire che questi grandi proprietari non controllano solo gran parte della ricchezza della societ, ma anche molti organi dello
stato: la stampa, i tribunali e la magistratura, le banche e altre istituzioni. Potrebbe quindi non esserci alcun modo democratico in cui
modificare la situazione senza sospendere il libero esercizio del diritto di voto. In un caso di questo genere uno dei princpi fondamentali di
Rawls la libert di voto dovrebbe esser limitato in nome della giustizia economica. Di conseguenza, secondo alcuni la teoria rawlsiana
presenta qualche incoerenza, poich in certi casi porterebbe a concedere al governo poteri maggiori di quanti gliene possa concedere una
societ libera. Avremmo quindi una tendenza allaccentramento, e in ultima analisi al controllo statale. Neomarxisti come Herbert Marcuse
sostengono infatti che, poich lintero sistema delle libert politiche solo una cortina fumogena che nasconde il controllo della societ da
parte dei ricchi, questo il solo modo per raggiungere la giustizia economica. Per quanto questi argomenti siano interessanti, qui non
possiamo occuparcene pi a lungo; ma invitiamo i lettori ad approfondirli, poich vanno al cuore dei problemi attuali delle societ
democratiche.
Richard H. Popkin, Avrum Stroll