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SECOLI SUL MONDO - LA CREAZIONE


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(Fernando Rapi)
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ORIGINE DELLE RELIGIONI

Tutte le società contemporanee note possiedono credenze e pratiche


religiose, e gli archeologi ritengono di aver rinvenuto, a partire da otre 60.000
anni fa, prove che attestano l’esistenza di credenze religiose già nell’Homo
sapiens. Questi seppelliva deliberatamente i propri morti, e numerose tombe
contengono resti di cibo, attrezzi e altri oggetti che probabilmente si pensava
potessero essere utili nell’altra vita. E’ possibile che alcuni dei prodotti artistici
degli uomini moderni, a partire da 30.000 anni fa, siano stati utilizzati per
scopi religiosi.
E’ possibile che le pitture rupestri in cui le immagini predominanti sono
quelle di animali che venivano cacciati riflettessero la credenza che la
raffigurazione avesse un qualche potere sugli eventi. Forse i primi uomini
pensavano che la caccia avrebbe conseguito risultati migliori se avessero
dipinto immagini di cacce fortunate. Poiché possiamo ragionevolmente
presupporre l’esistenza di una religione preistorica, e dal momento che vi
sono prove dell’universalità della religione nei tempi antichi, possiamo capire
perché la religione sia stata oggetto di tante riflessioni, ricerche e
teorizzazioni.
Già nel V sec. A.c. il greco Erodoto stabilì dei confronti abbastanza oggettivi
tra le religioni delle cinquanta società che aveva visitato. Egli notò numerose
somiglianze tra gli dei dèi vari gruppi e richiamò l’attenzione sulle
testimonianze della diffusione del culto religioso. Nel corso dei 2.500 anni che
ci separano da Erodoto la religione è stata oggetto di congetture da parte di
studiosi, teologi, storici e filosofi.
Molti scienziati sociali, in particolare antropologi, sociologi e psicologi,
hanno tentato di spiegare il fenomeno dell’universalità della religione.

L’origine del mondo visibile e, in modo particolare, dell’uomo, suo principale


ornamento e fine immediato, ha sempre provocato, attraverso i secoli, le
solerti ricerche dei pensatori. Ma non tutti sono arrivati a risolvere
soddisfacentemente il problema: molti di loro, anzi, senza riuscire ad
illuminare l’enigma, finirono, spesso, per rendere più ingarbugliati, a sé ed
agli altri, metodi ed idee.

Il filosofo e lo scienziato, che, si dice, abbiano avuto entrambi qualche


sentore di queste cose, hanno discusso per degli anni intorno all’entità ed al
significato di queste due grandezze : in fondo, durante tutto questo tempo,
non hanno fatto altro che ingiuriarsi a vicenda, senza comprendersi.

C’è una cosa che esige, per essere studiata, tutta l’espansione del cuore,
tutto il vigore dell’intelligenza, tutto lo slancio della gioventù e che non è né la
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gloria, né l’ambizione, né la scienza: è il valore della nostra vita, la sua dignità


morale e l’immortale destino dell’anima in seno al suo autore, Dio.

Tra le tante incertezze, l’interrogativo umano va, in definitiva, a puntarsi


sul primo capitolo della Bibbia, che di queste origini espone i principi
essenziali.
A dire il vero, il racconto mosaico è una pagina un po’ scabrosetta , che ha
impegnato, ed impegna tuttora, seriamente, esegeti, teologi, filosofi, storici e
scienziati.
Di fronte alle potenti costruzioni elevate dalle scienze naturali, storiche e
religiose sui gravi problemi della origine del mondo e degli esseri, si resta
davvero sconcertati nel dover constatare che la Bibbia, e proprio la Bibbia,
mostri tanta discrezione, da ridurre questi stessi problemi a delle concezioni
quasi puerili.

Semplice e complicata, anzi tanto più complicata quanto semplice, questa


pagina è stata oggetto di innumerevoli dissertazioni, tanto da parte degli
avversari, quanto da parte dei difensori del racconto.
Obiezioni e risposte hanno, naturalmente, seguito le fluttuazioni di queste
scienze e, conseguentemente, le une e le altre sono, in gran parte, ormai
troppo fuori moda per meritare una menzione.

Le principali difficoltà finora insistevano sulla successione delle creazioni


parziali, assegnate ai sei giorni della Genesi. Si è criticata, per esempio, la
creazione del giorno prima della creazione del sole; l’apparizione del sole
soltanto quarto giorno, quando le piante, che hanno bisogno del sole per
vivere, erano già state create al terzo; il sole più recente della terra,
distaccata dalla sua massa e che, fin dal primo giorno, da lui doveva ricevere
la luce regolante l’alternativa dei giorni e delle notti, la produzione degli uccelli
al quinto giorno, e quella dei rettili al sesto, mentre la paleontologia scopre,
nei sedimenti fossili, rettili molto prima degli uccelli.
Inoltre la scienza non può più ammettere che tutti i vegetali
, e similmente gli animali delle acque, gli uccelli dell’aria e poi gli animali
terrestri, siano stati creati insieme nello stesso giorno, poiché è certo che, in
tutti i regni degli esseri viventi, le specie sono apparse successivamente,
seguendo una legge di progresso; prima le specie meno perfette e poi le
altre, sempre più perfette.
E’ difficile anche accettare dal filosofo, come da uno Spirito purissimo sia
potuta venire fuori la materia.
Come conciliare insieme un Essere infinito e una materia, finita, da Lui
distinta?
Come mai questo essere, se assoluto e perfettissimo, ha fatto esistere
l’imperfetto e il contingente; come mai se infinito ha creato i limiti nello spazio
e, se eterno ed immutabile, la successione nel tempo?
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I più alti ingegni S. Agostino, S. Tommaso, Rosmini, Newton, Pasteur,


ecc.. più che discutere il mistero, per nulla contrario, del resto, alla ragione,
sebbene molto al di là dei suoi limiti, né riconobbero l’altezza, e resero
saggiamente omaggio all’onnipotenza del Creatore.

Poche pagine della letteratura mondiale possono vantare le perfezione di


questo racconto. In pochissime battute, e con laconica semplicità, esso
espone l’avvenimento più grandioso della storia, senza nulla esagerare, e
senza nulla derogare alle prerogative della sua maestà.
Gli interpreti, dopo S. Tommaso, sogliono considerare in questa pagina
quattro parti:
L’Opera creatrice, che abbraccia i versetti 1-2 del cap. primo;
L’opera ordinatrice di distinzione; versetti 3-13
L’opera ordinatrice di ornamento versetti 14-31
Il riposo di dio versetti 1-3 cap.2°.
La divisione in opera di distinzione e opera di ornamento è suggerita, in certo
qual modo, dal testo stesso, quando dice: “Così furono compiuti i cieli e la
terra, ed ogni loro ornamento.

Questo racconto è, visibilmente, costruito secondo un piano scelto dall’autore


sacro, il quale, senza ombra alcuna di preoccupazioni scientifiche, si
accomoda francamente alle concezioni della sua epoca. Egli ha un fatto da
esporre, una idea da inculcare: “ Il mondo e tutto ciò che esso contiene è
opera di dio”.
Ecco il tema.
Per tale assunto, egli adatta la divisione popolare del mondo in tre parti o
regioni: cielo, acque e terra, mostrando in ciascuna di esse l’operazione del
Creatore, il quale procede quasi per tappe.
La prima tappa è la creazione della materia primordiale: essa segna la
creazione delle tre regioni allo stato informe, mescolate e allo stato confuso.
La seconda è l’opus distintionis, come si esprime S. Tommaso. Essa
segna la distinzione l’ordine, successivamente, in ogni regione: nel cielo, con
la produzione della luce, che Dio separa dalle tenebre, nelle acque, con la
separazione delle acque al di sopra della distesa da quelle che stanno al di
sotto; sulla terra, con la separazione dei mari dai continenti.
Alla terza tappa l’azione di Dio riprende in ogni regione, sempre seguendo
l’ordine cielo, acque, terra, per ornarli e dar loro degli abitanti.
Vi sono dunque tre tappe principali, ognuna delle quali (eccetto la prima)
comprende tre tappe secondarie o tre gradini.
A questi sei gradini, componenti la seconda e la terza tappa principale, è
attribuito il nome di “giorno”. Notare che questa distinzione dell’opera di Dio
in sei giorni è supposta da Mosè come nota.
Dopo Dio si riposa.
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Ora, che tutta la creazione abbia potuto compiersi seguendo l’ordine


simmetrico di questo quadro, assolutamente parlando, non è impossibile,
senza dubbio; sorge, però, il sospetto, che questa simmetria sia dovuta al
redattore, il quale, senza dilungarsi nel riprodurre la successione reale delle
creazioni divine, del tutto indifferente per l'insegnamento da mettere in rilievo,
ha mirato a presentarle in un insieme impressionante.
Dunque, nell'opera della distinzione, il primo giorno segna la formazione
della luce, come distintiva del cielo; il secondo giorno segna la formazione del
firmamento, come distintivo delle acque; il terzo giorno segna la produzione
delle piante come distintivo della terra, emersa nei suoi continenti.
Parimenti, nell’opera dell’ornato, il primo giorno di questo nuovo ordine,
che è il quarto giorno mosaico, vengono ornati i cieli con la produzione di due
luminari e delle stelle, destinati ad illuminare il giorno e la notte; il secondo
giorno, che è il quinto mosaico, l’elemento fluido e quello aeriforme vengono
popolati di una grande quantità di animali acquatici e volatili; il terzo giorno,
finalmente, che è il sesto nella nostra cosmogonia, la terra diventa, per
comando del Creatore, l’abitazione di un numero infinito di bestie, e viene
ornata dall’apparizione dell’uomo, il re di tutta la creazione.
A chi ben osserva, risalta subito un perfetto parallelismo tra la prima e la
seconda parte: le stesse ragioni del mondo, che sono create nei tre giorni
della prima e la seconda parte: le stesse ragioni del mondo, che sono create
nei tre giorni della prima parte con la “distinzione”, vengono poi arricchite del
proprio “esercito” di esseri animati, nei tre giorni corrispondenti della parte
seconda. Così l’ornato del quarto giorno corrisponde, riguardo al cielo, alla
distinzione del giorno primo; l’ornato del quinto giorno corrisponde, rispetto
all’acqua, alla distinzione del giorno secondo; finalmente, l’ornato del sesto
giorno corrisponde, in relazione alla terra, alla distinzione del giorno terzo.
Nel terzo e nel sesto giorno Dio pronunzia una doppia parola creativa: al
terzo giorno viene separato il mare dalla terra e vengono prodotte le piante; al
sesto vengono creati gli animali e l’uomo, al cui servizio sono destinati la terra
e le piante.
Le piante compaiono nella prima parte, tra gli esseri immobili ed inanimati,
perché esse, nel concetto degli antichi, non erano dotate di movimento.
Il termine originale ebraico è zàbà=schiera, esercito, che traduce meglio
l’idea dell’autore, invece di “ornamento”. Difatti tutte lr cose, che sono create
nella parte seconda, si muovono, mentre ad esse, nella parte prima,
corrispondono gli spazi immobili ( anche le piante), le quali potrebbero essere
chiamate “ornamento”, ma non “esercito”, “schiera”.
E’ Dunque chiaro che l’autore si è servito di uno schema letterario, per
spiegare come tutto provenga da Dio. Perciò non è da cercarsi una ipotetica
concordanza tra scienza e Bibbia, ma piuttosto, si deve cercare cosa abbia
voluto dire l’autore, quale sia stato il suo fine nel scegliere questa via.
Questo fine è esposto nella finale del racconto, al versetto primo del
capitolo secondo: Dio fece ciò che anche Israele dovrà fare per mandato
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divino. L’autore, cioè, ha voluto inculcare l’origine divina del sabato,


raccomandando così il precetto sabbatico con l’esempio divino: “Lavora per
una settimana, ma al settimo giorno riposa”. La settimana della creazione
vuole essere considerata come l’originale divino, di cui la nostra settimana è
l’esempio terrestre.
Il punto importante in questa questione è la nozione di settimana e non
quella di giorno, su cui tanto insistono concordasti e controconcordisti.
Per inculcare questo scopo, l’autore sacro dispone le opere (otto) in modo
che esse siano compiute in sei giorni, e così appare meglio come non si tratti,
in questo capitolo, di una vera successione delle cose, ma di un artificio
letterario, dovuto all’autore.
Che sia uno schema, composto ad arte, si ricava ancora dal fatto, che dio
viene presentato antropomorficamente (in modo umano), come operaio, e
che l’operazione divina si compie istantaneamente, contrariamente ai dati
dell’astronomia, della geologia, della paleontologia, ecc.
Inoltre la descrizione è geocentrica, cioè, per l’autore, che si adatta alla
concezione del suo tempo, la terra è il centro dell’universo: per prima, quindi,
fu creata la terra, mentre il sole, la luna, le stelle, ecc.. vennero dopo, in un
secondo tempo, e considerati solo in quanto hanno relazione con la terra.
L’astronomia ha superato da secoli tale concezione.
Da quanto si è detto si comprende, fin d’ora, che l’interpretazione letterale di
questo capitolo è insostenibile, come è da rigettarsi il concordismo. Non è
difatti in sei volte ventiquattro ore, che ha potuto realizzarsi la distinzione
degli astri, dei pianeti e dei satelliti, l’emersione dei continenti e la comparsa
della vita vegetale, animale, umana.
Come accordare poi, stando ai concordasti, i requisiti delle scienze con i dati
della Bibbia, secondo la quale il sole è più recente della terra, e le piante
anteriori al sole e alle stagioni? La scienza afferma che non vi fu una
precedenza assoluta dei vegetali sugli animali: flora e fauna comparvero e si
svilupparono parallelamente.
Il nostro sistema di interpretazione, invece, senza violentare il testo, rende
ragione tanto ai requisiti della storia, quanto a quelli della scienza, mentre gli
altri sistemi, per aver sacrificato o il senso storico a vantaggio della scienza o
le esigenze della scienza a quelle della storia, si sono trovati e si trovano in
serio imbarazzo.
Così, molte obiezioni non hanno più ragione di preoccuparci.

Resta ancora da segnalare un’ultima cosa, relativa alla struttura letteraria.


Dobbiamo, cioè, parlare della forma stilistica, con cui Mosè espose le
profonde dottrine di questo primo capitolo.
Egli espone tali dottrine unendo una grande arte ad una somma semplicità.
Abbiamo in tutto otto formule, di cui egli si serve nella descrizione dei
singoli elementi:
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1.- Una formula introduttoria: “disse Dio….”, ripetuta dieci volte.


2.- Il comando: “sia…” o termine affine, ripetuto otto volte.
3.- L’esecuzione: “ e fu così…”, ripetuta quattro volte.
4.- La descrizione: “ e Dio fece…”, ripetuta quattro volte.
5.- L’imposizione del nome: “ e chiamò…”, ripetuta quattro volte.
6.- La benedizione: “ benedisse Iddio…”, ripetuta tre volte.
7.- La lode o formula di approvazione: “ e vide che ciò era cosa buona…”,
ripetuta sette volte.
8.- La clausola finale: “ e fu sera e fu mattina: giorno…”, ripetuta sei volte.

I singoli giorni vengono, così, separati dalla formula introduttora “disse


Dio…” e dalla formula finale “ e fu sera e fu mattina:”
Ogni opera creata abbraccia dunque:

1 il decreto divino,
2 l’esecuzione del decreto divino,
3 descrizione dell’opera divina ( sua bontà, sua relazione con le altre
creature, e sua missione nel creato).
Da questa composizione artificiale risalta chiara, e viene confermato
ancora una volta, che il racconto è proposto così, intenzionalmente, perché
esso possa imprimersi nella memoria.
Queste formule sanno di antropomorfismo: sono, cioè, un modo umano di
dire. Così, per esempio, la formula introduttoria esprime l'ordine intimo della
volontà divina ed il verbo interno, su cui questo ordine modella la sua virtù
feconda. Nessun genio, per quanto potente nella produzione di effetti oratori,
potà trovare una forma più semplice, più popolare e più energica, per dirci
che Dio, nel creare l’universo, non è ricorso che alla sua volontà. Questo atto
della sua volontà è espresso per mezzo della sua parola, la quale è viva,
efficace, onnipotente.
L’imposizione dei nomi (formula quinta), segno della sovranità del
Creatore, non indica la determinazione divina dei vocaboli, che le cose
porteranno, ma la posizione da parte di dio di una causa, la quale sarà, per
gli uomini, la ragione delle varie denominazioni.
La visione di Dio, poi, (formula settima) va intesa spiritualmente, come la
parola: Dio, cioè, constatò che l’effetto del suo volere intimo rispondeva
pienamente all’esemplare che era in lui, ed alla finalità da lui intesa. Non già
che il creatore avesse bisogno di una esperienza per determinare la sua
scienza, ma l’autore sacro mette in piena luce, sotto la veste di questo
procedimento concreto, la conformità della creatura all’intenzione di colui che
l’ha prodotta.
Una sola volta, dopo l’opera del secondo giorno, questa menzione
dell’approvazione data da Dio al suo operato è omessa.
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Il motivo di questa omissione è facile a spiegarsi, e prova con quale


profonda concezione Mosè abbia scritto questa prima pagina della sua storia.
L’opera sembra scritta di getto e tuttavia nulla è lasciato al caso.
L’omissione è dovuta al fatto che questa opera non è definitiva: essa dovrà
essere completata, ed anche trasformata, dall’opera del terzo giorno, e perciò
non può essere l’oggetto dell’approvazione divina. Essa non sarà conservata
da Dio quale si presenta alla fine del secondo giorno, ma bisognerà che le
acque si ritirino, e che i continenti attuali emergano: sarà l’opera del terzo
giorno, intimamente connessa con quella del secondo. Soltanto allora Mosè
menziona l’approvazione data da Dio all’opera sua: Dio chiamò terra
l’asciutto e mari l’insieme delle acque. E vide Dio che ciò era cosa buona.
Ogni parte dell’universo, presa a sé, risponde al suo fine, e merita
l’approvazione e l’elogio del Creatore; ma la creazione vista nel suo insieme
e considerata nei suoi rapporti con l’uomo, che ne è il capolavoro ed il re,
ottiene da Dio un’approvazione ed un elogio d’una pienezza, che esclude
ogni riserva ed ogni rammarico.
Inoltre , nel corso del suo racconto, Mosè fa risaltare, più volte, (formula
terza), la corrispondenza perfetta tra l’ordine divino e l’opera creata, con un
termine che egli non omette ma: “ e fu così”, e con il parallelismo dei termini,
che esprime, mirabilmente, il parallelismo delle cose.
Versetto 11: “Dio disse ancora: Germogli la terra erbe verdeggianti, fornite
di seme, e alberi fruttiferi, che facciano frutti secondo la loro specie, aventi in
se stessi il proprio seme, sopra la terra”. Al quale corrisponde il versetto 12: “
Difatti la terra produsse erbe verdeggianti, fornite di secondo la propria
specie, ed alberi facenti frutto, con semenza in ciascuno secondo la specie
sua”.
Simili parallelismi formano quasi tutto il contenuto del primo capitolo della
bibbia.
Chi oserà qui negare la meravigliosa potenza di uno stile, per far risaltare
vivamente, soprattutto nello spirito di un popolo fanciullo, questa grande
verità: Che tutto è stato fatto nella creazione per opera di Dio. E
conformemente al piano del Creatore?
Ancora una parola sull’arte letteraria di questa stupenda pagin.
L’opera creatrice, che operò “i cieli e la terra”, si compie in otto parole, non
più formule, le quali sono ripartite in tre atti.
Si tratta di costituire il palazzo della vita, di cui l’uomo dovrà essere
l’abitante, l’animatore, il re.
I tre atti consecutivi ne stabiliscono la scena, il mobilio, gli attori.
Il mezzo della creazione è la parola.
La creazione per mezzo della parola senza intermediario, senza lavoro,
senza durata, è la nozione più elevata, più grandiosa e più pura della potenza
divina in azione. La scuola di Ermopoli, in Egitto, e senza dubbio anche
Zaratustra, fondatore del mazdeismo, in Persia, erano arrivati a questa
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nozione. E’ a questo concetto, che si rifà l’autore del Salmo XXIII, quando
dice:

“Per la parola dell’Eterno sono stati fatti i cieli e tutto il loro esercito per il soffio della sua
bocca…Egli dice ed è fatto,
Egli comanda e tutto esiste”.

Le tre prime parole, stabiliscono, con tre vittorie sul caos, la scena della
dimora umana: la prima parola segna la vittoria sulle tenebre con la creazione
della luce; la seconda, la vittoria sull'abisso delle acque con la distesa del
firmamento, che separa le acque superiori dalle inferiori; la terza, la vittoria
sulla materia informe e sterile sotto il firmamento: l'elemento liquido si
concentra per lasciare apparire il secco, la terra, dimora dell'uomo.
La quarta e la quinta parola, avendo lo scopo di ammobiliare questa
dimora, costituiscono il secondo atto creatore. Bisogna che, quando l'uomo
ed il suo corteo di esseri viventi appariranno, trovino dove alloggiare, trovino
cioè, di che alimentare la loro esistenza e dar ritmo alla loro attività.
La quarta parola segna la creazione della vegetazione nutritiva: erba,
legumi e frutti. Si sa che per gli ebrei la vita propriamente detta non
appartiene che al regno animale, agli esseri dotati di respirazione visibile
(soffio) e di sangue.
La quinta parola enunzia la creazione del mondo siderale. L’astro è
l’orologio dei tempi primitivi: il sole, la luna le e stelle sono stabiliti come segni
per marcare il tempo e le sue rivoluzioni, fissando l’attività ed il riposo degli
esseri, e regolando questa vasta officina, in cui va effettuandosi
l’elaborazione della vita.
Tutto è pronto, Il nostro mondo è organizzato, approvvigionato, regolato: i
suoi abitanti possono apparire.
Le parole sesta, settima ed ottava costituiscono il terzo atto creatore.
Essendo l’uomo il centro e lo scopo della creazione.
L’evocazione degli esseri viventi comincia dall’ ultimo cerchio della
circonferenza, dagli animali più lontani dall’uomo, e per lui meno accessibili.
La terra, essendo l’elemento più nobile, l’ultimo creato, deve fornire alla
natura gli esseri più perfetti.
La sesta parola, perciò, segna la creazione dei pesci (l’acqua : il più antico
elemento) e degli uccelli (firmamento: secondo l’elemento creato).
La settima, la creazione degli animali, prodotti dalla terra (ultimo elemento
creato), esseri viventi che occupano il medesimo suolo dell’uomo. La loro
enumerazione incomincia da quelli che vivono in commercio con l’uomo: gli
animali domestici.
La ottava parola proclama la creazione dell’uomo. Questi non viene
direttamente da un elemento, ma è introdotto con solennità come il
compimento di un disegno speciale di Dio, come un risultato: egli riattacca
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tutta la creazione a dio, dal quale è creato direttamente, fatto a somiglianza


divina. E’ l’apparizione del re.
Colpo su colpo, con una sicurezza ed una fecondità onnipotenti, le parole
creatrici si sono succedute, illuminando il caos, stendendo il cielo,
disimpegnando la terra, coprendola delle meraviglie della natura e dandole il
suo capo. Compiuta la creazione, Dio benedice la prima coppia umana,
investe l’uomo della regalità su tutti gli esseri viventi, pone la condizione
universale che la vita non si alimenti a detrimento della vita e constata la
perfezione dell’opera sua.
“ Così, conclude il redattore, furono compiuti i cieli, la terra e tutto il loro
esercito”.

L’UNIVERSO

“ Dio ci mette tutto questo mondo fisico sotto gli occhi e spiega davanti a noi tutta questa poesia,
per insegnarci a leggere”. (Gratry)

Ma le sue lettere “sono troppo grandi: ne vediamo delle parti solamente, non la forma intera”.
(Fenelon).

Mosè lo dice sotto una forma concreta: i cieli, sono il mondo siderale, il
mondo intero, meno la terra: la terra è il pianeta che noi abitiamo.
Con questi due termini, nella letteratura ebraica, viene indicata
l’universalità degli esseri visibili, il mondo intero in relazione alla terra,
l’universo quale noi lo conosciamo con tutti i suoi elementi.
Nel linguaggio filosofico, il termine “universo”” è usato, qualche volta, come
sinonimo di mondo o cosmo, più spesso, ad indicare la totalià dell’esistenza
fisica, di cui i sistemi cosmici sono parte.
Alcuni preferiscono distinguere nettamente tra universo, mondo e stella.
Oggi, per universo, noi intendiamo la totalià delle cose esistenti, ossia tutto
ciò che viene o verrà comunque rivelato alla nostra esperienza: non soltanto,
quindi, come per gli antichi, l’insieme di tutte le cose visibili, con particolare
riferimento alla terra, ma il significato è diventato più vasto, in modo da
comprendere anche tutti gli oggetti celesti, la cui esistenza viene accertata
con qualunque mezzo.
Un mondo, invece, è un insieme di corpi celesti, uniti tra loro da i legami di
un’attrazione mutua, preponderante sull’azione dei corpi estranei, che li rende
solidali gli uni agli altri. Il nostro mondo, per esempio, comprende il sole, i
pianeti con i loro satelliti e le comete che popolano la porzione di spazio
sottomesso all’attrazione predominante di questo gruppo di astri.
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Una stella è un astro luminoso per se stesso, come il nostro sole.


Nel linguaggio scientifico vi è spesso una certa ambiguità, tanto che avviene
di sentire parlare con frequenza di universi paralleli.
Nella teoria della relatività l’universo viene chiamato cronotopo, o spazio-
tempo, cioè l’ambiente in cui noi pensiamo si svolgano i fenomeni naturali.
Ma questo significato non è sostanzialmente diverso da quello comune.
Un carattere comune a tutti i sistemi astronomici primitivi è dato dalla
distinzione netta, assoluta, tra il cielo e la terra. La dottrina, da loro
professata, assegna al cielo l’immutabilità, alla terra la variabilità; al cielo la
libertà, alla terra la dipendenza; al cielo l’impeccabilità, alla terra l’ignoranza;
al cielo limpeccabilità, alla terra la colpa.
Le interferenze inevitabili tra l’uno e l’altro l’ordine di fenomeni hanno bensì
attenuato il concetto di un distacco assoluto, primordiale, ma non l’hanno
fatto scomparire mai.
Gli antichi filosofi ponevano a base dell’universo una sostanza unica,
rivelantesi a noi attraverso quattro elementi fondamentali: aria, acqua, terra,
fuoco. Oggi, però, tutti sanno che questa classificazione, stabilita in base a
considerazioni filosofiche, ma non chimiche né fisiche, è insostenibile.

I CIELI

Mosè li nomina quasi di passaggio. Ci ritornerà di proposito al secondo giorno


quando tratterà del firmamento.
Si può dire che la molteplicità e la apparente indipendenza relativa dei
movimenti osservati in cielo fu occasione presso i popoli più dediti
all’astronomia al diffondersi di mitologie ricche di dèi e di semidei. Politeisti
furono difatti i Babilonesi, gli Indiani, gli Egiziani, i Cinesi e gli stessi Greci,
almeno sino a quando la formazione di una nuova coscienza filosofica e
religiosa più progredita, non condusse le menti più illuminate a riconoscere
nell’unità del cosmo rispecchiata l’unità della causa prima: sorse allora il
panteismo.

FIRMAMENTO

Gli Ebrei, come gli altri popoli antichi, credevano ad una pluralità di cieli:
questi erano gli spazi superiori, separati dalla terra per mezzo di una volta,
chiamata firmamento.
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Il "firmamentum" della volgata latina è un traduzione assai inesatta del


termine ebraico raqià. San Gerolamo 'aveva adottato sotto l'influsso delle
idee del suo tempo sulla costituzione dell'universo, ma il vero senso del testo
ebraico è stato ristabilito dopo.
Esso era immaginato come una distesa di materia solida e rilucente,
probabilmente concava, a guisa di cristallo, appoggiata sulle montagne
eterne.
I punti, dove la volta celeste tocca la terra, sono le estremità del cielo; ivi si
distinguono i quattro punti cardinali, da dove partono i quattro venti; l’insieme
di questi quattro punti di contatto forma un grande cerchio: l’orizzonte.
Per l’antichità greco-romana il firmamento era una volta solida, metallica,
capace, come il cristallo, di illuminarsi ai raggi del sole. Ad esso erano
attaccate le stelle fisse, e trascinava nel suo movimento il cielo inferiore dei
pianeti. La serie discendente delle loro sfere diede origine, fin dai tempi di
Augusto, alla “settimana planetaria”.

PLURALITA’ DEI CIELI

Gli Ebrei distinguevano tre cieli: sotto il firmamento, quello aereo o


atmosferico, che abbracciava la superficie interna della volta celeste, dove
passeggiano le nuvole e volano gli uccelli.

Poi, nel firmamento, vi era il cielo sidereo, dove dimorano e splendono gli
astri: il sole, la luna, e le stelle.
Al di sopra di questa volta, l’immaginazione popolare poneva un oceano
celeste, il serbatoio delle pioggie e di tutta l’acqua dolce, la quale dava al
firmamento il suo colore azzurrino di giorno e buio di notte. Nella volta del
firmamento vi erano dei fori, chiamati cateratte o botole, che Dio apriva per
far cadere sulla terra le acque del mare celestiale.
Al di là dell’oceano celeste, al di là della portata di vista, gli Ebrei ponevano
il soggiorno di Dio e dei suoi angeli. È il terzo cielo o cielo dei cieli, l’empireo.
E’ fino a questo cielo che San Paolo dice di essere stato rapito ( II cor. 12,2).
Questa pluralità di cieli non ha nulla a che vedere con i cieli di Dante, il
quale ha attinto ad altra fonte, alla letteratura giudaica extrabiblica, che ne
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conta sette. Non è forse, del tutto estraneo, in questa concezione, l’influsso
ellenistico dei sette cieli planetari.
Il più elevato, l’Aravoth, l’empireo conteneva il trono di Dio. Sotto il cielo
empireo, sede di Dio, degli angeli e dei beati, gli antichi e gli scrittori del
medioevo ponevano il primo cielo, detto da loro primo mobile, perché “ per lo
ferventissimo appetito di congiungersi all’empireo”. (Dante, Convito, 2-4) si
muove velocissimamente. E’ appunto la misura del moto di questo cielo
quello, che, secondo loro, costituisce il tempo. Questo primo cielo riceve
dall’empireo non già l’impressione fisica del suo moto, ma la virtù di
contenere i cieli inferiori, influendo su di loro in un modo a noi sconosciuto.
Esso viene così descritto da Dante:

a natura del moto, che quieta


Il mezzo, e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta.
E questo cielo non ha altro dove
Che la mente divina, in che s’accende
L’amor che il volge e la virtù ch’ei piove.
Luce ed amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo gli altri, e quel precinto
colui che il cinge solamente intende.
Non è suo moto per altro distinto;
ma gli altri son misurati da questo
sì come dieci da mezzo e da quinto.
E come il tempo tenga in cotal testo
Le sue radici e negli altri le fronde,
ormai a te puot’esser manifesto”.
(Par. XXVII)

Il secondo cielo era il cielo detto acqueo o cristallino, per la condizione


glaciale delle sue acque e per la sua natura diafana.
Finalmente il terzo cielo, detto il cielo delle sfere, comprendeva in tutto otto
sfere. La prima, di cui parla Dante al canto II del paradiso, versi 64-66, era la
14

sfera delle stelle fisse,detta anche cielo sidereo o firmamento, del quale
Dante tratta al canto XXII, 118-120.
Sotto questa prima sfera si aggiravano i sette cieli dei pianeti, con le
rispettive sfere, cioè: quella di Saturno, di Giove, di Marte, del Sole, di
Venere, di Mercurio e della Luna. Secondo Aristotele, queste stelle erano
fisse nei rispettivi cerchi, e il loro moto determinava pure il moto di questi,
ossia delle sfere. Di tutte queste sfere era centro la nostra terra.
Dante le descrive in compendio, quando, giunto nel segno dei Gemelli,
viene richiesto da Beatrice di “ rimirare in giuso”;

“ Col viso ritornai per tutte e quante


le stte spere, e vidi questo globo
tal ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approdo


che l’ha per mano; e chi ad altro pensa
chiamar si può veracemente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa


Senza quell’ombra, che mi fu cagione
Per che già la credetti rara e densa.

L’aspetto del suo nato, Iperone,


quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maio e Dione.

Quindi m’apparve il temperar di Giove tra il padre e il figlio;


e quivi mi fu chiaro Il variar che fanno di lor dove.
E tutti e sette mi si dimostraro

Quanto son grandi, e quanto son veloci,


e come sono in distante riparo.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con gli eterni Gemelli,
tutta m’apparve dai colli alle foci”.
(Par. XXII. 133-153)

Tale era il sistema planetario dei nostri antichi; distema, che se mancava di
base scientifica, è indizio evedente del grande ardore, con cui era coltivata
l’astronomia. In un tempo , in cui mancavano strumenti di precisione, oggi a
portata di mano. Era riservato, primo al celebre cardinale Nicolò da Cusa
(1464) di abbozzare, e poi all’illustre canonico di Vormazia, Nicola Copernico
(1542), di stabilire scientificamente la falsità del sistema tolemaico, che
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doveva venire rovesciato irreparabilmente dalle invincibili dimostrazioni di


Galileo Galilei (1642).

L’etimologia della parola “cielo” è sconosciuta.


I rabbini spiegano male la sua etimologia ebraica: “samaim” deriverebbe,
secondo loro, da sam=ivi, maim= acque, mentre è più probabile la
derivazione dal verbo samah=essere alto.

LA TERRA

CAOS.- “La terra, pertanto era informe e deserta, e tenebre eran sulla faccia
dell’abisso, ma lo spirito di Dio si librava sulle acque”.

L’autore, lasciato da parte il cielo, limita i suoi sguardi alla terra, che
doveva diventare l’abitazione dell’uomo. Dei cieli non farà più menzione, se
non nella misura dei rapporti che essi hanno con cose terrestri: firmamento
ed astri.
Con pochi tratti, d’una concisione e d’un vigore ammirevoli, egli ci presenta
il nostro pianeta all’origine della sua evoluzione o almeno ad un periodo
remotissimo.
L’immagine della terra ci è dipinta in tutto l’orrore della sua formazione
primitiva: priva di ogni ordine ed ornamento, circondata di tenebre e coperta
da acque tumultuanti, essa si trova in uno stato di confusione completa e di
nudità assoluta.
Tutto intorno era un abisso di acque, e, sopra questo abisso, immense e
spesse tenebre l’avvolgevano come di un manto di oscurità.
Questa terra caotica, coperta di acqua, tenebrosa, era “vuota, deserta”, cioè
non aveva alcuna traccia di vita organica, sia animale, sia vegetale. Deserto
sconfinato, senza via e senza limiti; taciturna e liscia, come una lastra di
marmo senza mobilio: né fiori, né uccelli, né rettili, né quadrupedi, né uomini.
Nulla, tranne che silenzio, solitudine e caos.
I termini del testo ebraico (imperfettamente resi in latino per solitudo ed
inanitas) sono intraducibili esattamente, ma il senso non è dubbio: esso
implica disordine, confusione, solitudine, oscurità; l’autore, cioè, vuol far
rilevare che essa si trovava allora allo stato di immensità deserta e vuota,
sprovvista, conseguentemente, di ciò che costituirà poi la sua fisionomia: i
rilievi orografici, i corsi d’acqua, la vegetazione, gli animali, l’uomo più la luce
rischiarante e che dà risalto a tutta la sua superficie. In una parola, lo stato
della materia informe,, prima che il Creatore ne avesse organizzati gli
elementi.
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I partigiani del concordiamo, tra il racconto della Genesi ed i sistemi


cosmogonici moderni, pensano che i due termini designino lo stato della
terra, durante la condensazione della nebulosa primitiva, quale la descrive
Laplace nella sua celebre ipotesi. Il nostro globo, cioè, per effetto della sua
prima condensazione, da una massa omogenea, passò man mano ad
assumere la forma di tre grandi sfere concentriche. La più vicina al centro,
fondata dai corpi più pesanti, costituenti la parte solida e disposti in vari stati
a seconda della loro densità; la seconda, composta dai corpi di minor peso,
costituenti la parte liquida; e la terza, formata dai corpi più leggeri, dai gas,
cioè l’atmosfera. Così la scienza verrebbe a confermare che una volta, al
periodo cambrico o azoico, tutto il nostro globo fu coperto dalle acque.
Checchè ne sia della teoria di Laplace e di questo accordo tra Bibbia e
scienza, il pensiero di Mosè non potrebbe essere più ovvio.
Il caos, o universo primordiale, constatava di tre elementi o strati
sovrapposti, che Dio separa con tre atti distinti:
1.- separate le tenebre, si ha la luce;
2.- separate le acque superiori ed inferiori, si ha il firmamento;
3.- separate le acque dalla terra, appare l’asciutto, germinante, per comando
di Dio, erbe ed alberi.

TERRA

Nella cosmologia degli antichi, guidati dalle sole apparenze, la terra è piana,
piatta, circondata tutta intorno dall’oceano, e coperta da una volta immensa.
Questo duomo, poggiato su pilastri piantati all’estremità dell’orizzonte, era
considerato come solido, per cui il termine “firmamento” (=ciò che è fermo,
solido), che designava la volta celeste e che noi ancora adoperiamo.
In Caldea, come in Egitto, si credeva il mondo in equilibrio sulle acque
eterne. La terra formava un tutto parallelo col cielo visibile, ed insieme
formavano l’universo, di cui la terra era il centro: intorno a questo centro
dovevano muoversi tutti i corpi celesti.
In particolare, gli Egiziani immaginavano la terra piana, come una specie di
tavola formata dai continenti e dai mari, e circondata da montagne. Di queste,
quattro, situate ai punti cardinali, sostenevano il soffitto di ferro, che costituiva
il firmamento, dal quale pendevano le stelle.
I Caldei se la figuravano come una specie di baule capovolto, formante la
parte bassa del mondo. Essa si elevava, poco a poco, gradatamente fino alle
regioni nevose delle sorgenti del fiume Eufrate, dove aveva il suo punto
culminante. Inoltre era circondata da un mare misterioso al di là del quale si
ergeva una muraglia uniforme e continua, cui era poggiato il cielo, e perciò
chiamata la “diga del cielo”. Il cielo era una cupola di metallo duro, che il sole
illuminava durante il giorno e che era seminato di stelle durante la notte.
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Novecento anni prima di Cristo, ai tempi, cioè, del poeta Omero, si credeva
che la Terra, circondata dal fiume Oceano, riempisse la metà inferiore della
sfera del mondo. Il sole, od Elios, doveva, naturalmente, ogni mattina
accendere i suoi fuochi e spegnerli alla sera nelle acque dell’Oceano.
Anassimandro, più tardi, sosteneva che la terra aveva la forma di una
colonna di pietra; Talete, gli stoici e quelli della loro scuola, come ci narra
Plutarco, furono i primi a intuire la sfericità della Terra, perché la
consideravano come una palla sferica. Sicuramente questa idea, che la terra
sia sferica ed isolata nello spazio, apparve nell’astronomia dei Greci con
Pitagora, la cui teoria degli eccentrici e degli epicicli venne poi adattata e
svolta da Tolomeo, ed accettata fino al tempo di Copernico.Altri filosofi greci,
a lui posteriori, e in modo particolare Aristotele, ne enunciarono le prove
elementari, che anche oggi vengono citate sull’argomento.
Gli Ebrei, come ogni altro popolo antico, riguardavano il proprio paese
come il centro della superficie terrestre, più o meno circolare. Da questa
concezione ebbero origine non pochi anacronismi contrari alla stesura della
terra, alla sua rotondità, alla sua rotazione, alla sua rivoluzione intorno al
sole, ed al suo posto cosmico. Maa ciò non deve far meraviglia; essi
sapevano che la terra era stata creata da Dio per l’abitazione degli uomini, e
che per loro utilità essa era stata da Lui prosciugata, ornata di piante e di
animali. Ce n’è più che a sufficienza, per un popolo dedito alla pastorizia ed
all’agricoltura.
Oggi, la terra ha il posto che le compete quale modesto pianeta del
sistema solare, e tale posto diviene sempre più evanescente con
l’approfondirsi delle conoscenze dell’universo, di cui sono infima parte non
soltanto il sistema solare, ma tutto l’insieme delle stelle note agli uomini prima
della scoperta del cannocchiale. Dentro il fitto esercito di astri, la terra, che
non è più sotto il cielo, ma nel cielo, rappresenta meno di un punto.
M l’importanza ideale e materiale che ha per noi questo pianeta, sul quale
si svolge la nostra vita, conserva ancora il suo primato, che si rispecchia
anche nello studio scientifico di esso: esso resta di fondamento alle
determinazioni delle distanze cosmiche, delle dimensioni, delle masse e dei
movimenti di tutti gli astri.

IL MISTERO DELL’ACQUA

La Bibbia ce la presenta come uno degli elementi essenziali del mondo, sulla
cui superficie liquida Dio ha esercitato un’azione particolare, analoga a quella
dell’uccello, che si libra ulle sue uova per mantenervi il calore e facilitare lo
sviluppo della vita. In un secondo tempo, Dio stabilisce la distinzione tra le
18

acque atmosferiche ( nubi, pigge, ecc.) regolando così la sua missione


benefica per la terra e per i suoi molteplici inquilini.
Realmente, questo ruolo essenziale nella costituzione e nello sviluppo del
nostro pianeta, l’acqua lo continua ancora oggi.
Essa, che si presenta in tutti e tre gli stati: solida, liquida, e allo stato di
vapore, è presa come sostanza di confronto per un grande numero di misure
fisiche ( densità, calore, temperatura, ecc). Grande solvente della natura,
essa è alla base di ogni vita terrestre: non solo sembra che la vita abbia
preso nascita in seno alle acque, ma senza acqua nessuna vita potrebbe
mantenersi.

Non meraviglierà, quindi, che gli antichi abbiano veduto nell’acqua uno dei
quattro elementi essenziali della natura, e che l’abbiano pensata sempre
come dotata di vita e di potere sacro, dandole perciò parte cospicua o
predominante in un gran numero di riti e di atti magici e religiosi, ritenendola
sede di spiriti e di divinità, che dovevano tutelare.
In quanto alla sua origine sulla terra, gli Ebrei avevano una concezione
assai elementare del ciclo dell’acqua. Laghi, fiumi, ruscelli, fonti, tutti avevano
la loro sorgente nel grande oceano, il quale circondava ed impregnava le
viscere della terra, da cui venivano fuori. La grande massa delle acque
costituiva i mari . Le piogge, la rugiada, le acque meteoriche in genere,
avevano, la loro sorgente dall’oceano celeste, le cui acque erano trattenute
dal firmamento, che Dio aveva provvidenzialmente posto fin da principio a
riparo della superficie terrestre.

LA LUCE

Secondo il racconto biblico, i vari elementi: tenebre, acque e terra sommersa


ancora dalle acque, sono stati da Dio prodotti, ma esistono nello stato
caotico; bisogna che si metta in queste cose un po’ di ordine, segnando i
confini. Ora, perché Dio possa ciò adeguatamente, è necessario che le cose
da ordinare si possano vedere, e perciò è necessaria la luce. Dio, quindi,
incomincia dalla produzione della luce, e separate le tenebre dalla luce, come
due sostanze tra loro distinte, istituisce il giorno.
Con essa comincia a comparire l’ordine e la varietà. Le cose nella luce
prendoni forma e colore, trasfigurandosi e quasi rinascendo ogni ora.
E’ difficile determinare la natura di questa luce: ai nostri sensi resta
incorporea, imponderabile e con nessuna delle qualità, che noi di solito
attribuiamo alle cose che tocchiamo con mano.
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Questo giustifica le varie ipotesi e teorie, che nel tempo si succedettero per
spiegare la sua natura: dopo l’ipotesi dell’emissione di Newton e delle
ondulazioni di Descartes, un enorme passo avanti è segnato da due teorie
moderne, completatesi a vicenda: quella elettromagnetica di Maxwell, che
considera, analogamente alle onde hertziane, i fenomeni luminosi come
dovuti a dei campi elettrici e magnetici rapidamente variabili nel tempo; e
quella quantistica di Einstein, per il quale le radiazioni luminose sarebbero
costituite da corpuscoli (i quanti di azione Plank), che si propagano nello
spazio con la velocità, - cosa, del resto, comune a tutte le altre teorie o ipotesi
precedenti,- di 300.000 km al secondo , e la cui energia è proporzionale alla
frequenza. Questa teoria riesce a spiegare un gran numero di fenomeni
scoperti nei tempi più recenti, alcuni dei quali, come l’effetto fotoelettrico,
fanno parte ora del patrimonio tecnico, oltre che di quello scientifico.
La teoria più recente è quella ondulatoria che, mettendo d’accordo la
maxwelliana e la einsteniana, spiega quasi tutti i fenomeni che la ricerca
scientifica, sempre più progredita, scopre quotidianamente. L aluce è
velocissima. La sua prima misurazione fu fatta nel 1676 da Olaf Romer, il
quale la fa risalire a 311.ooo Km. Al secondo.
In generale, nelle mitologie, la luce preesiste agli dèi, a meno che il dio non
sia lui stesso, in qualche modo, la personificazione della luce.
Gli antichi concepivano la luce come racchiusa nelle stanze del cielo, dalla
cui finestra si riversava sulla terra.
Dalle asserzioni mosaiche risultano due fatti incontestabili: che è stata
necessaria un’azione creatrice perché la luce si producesse al posto delle
tenebre, e che questa luce non è inerente alla terra “informe e deserta”, ma
che essa le viene da altrove. Tocca alla scienza di spiegare, fin dove lo può,
la natura della luce, la sua propagazione ed i fenomeni delle sue alterazioni
con le tenebre, le quali sono l’assenza di un fenomeno positivo. La luce. Le
tenebre sono create in questo senso, che esse sono concomitanti ai primi
esseri creati, quando la luce non li rischiarava ancora. Ma la luce ha nulla di
comune con le tenebre, perché i due fenomeni si escludono a vicenda.

PIANTE

Potrebbe stupirci che Mosè abbia trascurato di descriverci nei particolari la


gamma dei colori e le vibrazioni dei suoni, i turbini di neve e l’irrigazione delle
piogge, il sibilar del vento, il saettar del fulmine e lo scosciar del tuono. Così
non recherà meraviglia il suo silenzio sugli innumerevoli fiori variopinti e sul
diverso cinguettar degli uccelli, sull’aria e sul fuoco, su tutti quei fenomeni ed
elementi, di cui la vita si sostenta, e di cui il creato si allieta ed arricchisce lo
splendore della sua bellezza.
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Egli, sapientemente, si è fermato alle grandi linee architettoniche


dell’insieme, le quali hanno un ordine, un’armonia di proporzioni, quasi
facessero parte di una cattedrale, che elevi i suoi pinnacoli ai cieli.
Nulla è lasciato e disposto a caso, ma tutto rivela la sapienza di un piano
regolatore superiore, che tutto ha disposto con ordine, peso e misura.

Nel nostro testo abbiamo la prima ed unica traccia di una classificazione


popolare del regno vegetale: nella Bibbia non ricorre altrove, e neppure
presso i profani.
Mose’ enumera successivamente tre categorie di vegetali, che egli chiama
desè “germen”, eseb, “herbe germinans semen”, ez, peri “arbor fructus facies
fructum.
Alcuni interpreti ( de Hummellauer, Hetzenauer, ecc.) vorrebbero
intendere desè come termine generico per designare tutti i vegetali,
classificati poi in piante sementose (eseb) ed alberi fruttiferi (ez peri). Ma
l’interpretazione comune, con questo termine intende tutti quei piccoli
vegetali, la cui germinazione non è apparente o quasi. Del resto, checchè sia
di ciò, quel che maggiormente conta è l’idea dell’autore, il quale, con questa
numerazione ha voluto inculcare l’origine da Dio di tutto il regno vegetale.
Caratteristica la concezione di Mosè, condivisa da tutti gli antichi, secondo
i quali le piante non avrebbero vita: per essi, la vita propriamente detta fa il
suo ingresso sulla terra con la comparsa degli animali, quando troviamo
adoperato, per la seconda volta, il termine solenne “creo’ “, che non ha
adoperato per i vegetali.
La divisione dei vegetali in tre categorie, non ha alcuna pretesa scientifica;
essa è semplicemente una classificazione popolare, fondata su caratteri del
tutto esteriori, ordinariamente assai apparenti, e tali da far comprender a
coloro cui Mosè si rivolge. Stando al senso preciso dei termini, desè sarebbe
un collettivo designante le piante cellulari più semplici come organizzazione,
l’insieme, cioè, delle erbe corte, minute e folte dei prati, che sembrano
germinare dalla terra senza seme; i suoi grani, difatti, sono tanto poco
apparenti, che essi non contano agli occhi del volgare. Con fondamento non
del tutto felice, alcuni lo farebbero corrispondere a ciò che noi oggi
chiamiamo alghe, licopodi, acotiledoni o crittogame, anfigeni, ecc.; piante
cioè, che non hanno mai fiori e che non producono grani.
Invece èseb, è un erba più forte, che ha ordinariamente un piccolo stelo, o
fusto erbaceo, ed un seme più apparente.. Sono, quindi, i vegetali erbacei,
ma producentisi per semenza. Corrisponderebbe, secondo l’antica
classificazione di Linneo, alle nostre fanerogame, cioè alle piante provviste di
fiori e producesti grani: cereali, legumi, ecc. di cui farà ancora menzione al
versetto, dove Dio li assegna come nutrimento all’uomo.
Infine, c’è un collettivo, comprendente gli alberi e gli arbusti, il cui fusto ha
più consistenza ed è già legnoso. Questa categoria potrebbe trovare riscontro
anche nelle nostre fanerogame, sebbene, nell’idea di Mosè, essa si applichi
21

più specialmente agli alberi e arbusti legnosi propriamente detti, portanti


frutto, e che Dio al versetto assegna come nutrimento all’uomo insieme con
l’èseb.
Queste due ultime categorie non hanno, evidentemente, alcuna pretesa
scientifica, giacchè esse entrano l’una nell’altra. Conviene però non
dimenticare che fino alla fine del medioevo esse furono le sole adottate.
Il numero ristretto della specie, lo spirito di comparazione poco sviluppato
ed il prevalente indirizzo, sia terapeutico sia agrario, furono le cause
principali, che tennero gli antichi studiosi di botanica lontani dal cimento delle
classificazioni. Dalla distinzione puramente artificiosa e superficiale di
Teofrasto (371-286 a.C.) alle attuali classificazioni sistematiche dell’Engler e
del Wettstein, il cammino è stato lungo e laborioso.
Ciononostante ancora oggi non s’è trovato un criterio obiettivo unico e
generalizzabile, che permetta il diagnosticare le specie; né si sono trovati
limiti esatti, entro cui circoscrivere questo concetto, che pur corrisponde ad
una realtà naturale.

ASTRI

Con il quarto giorno ha inizio l’opera dell’ornato, cioè della produzione di


quelle cose che, distinte dal cielo, dall’acqua e dalla terra, furono da Dio
destinate ad essere loro di rispettivo ornamento. Il firmamento del cielo è
arricchito del sole, della luna e delle stelle; le acque e l’aria, dei pesci e degli
uccelli; la terra, delle bestie e dell’uomo.
Il posto assegnato alla formazione degli astri, dopo i vegetali, imbroglia e
rompe la magnifica scala ascendente degli esseri: materia inorganica,
vegetali, animali, uomo. Ma questo è anacronismo è dovuto, come è stato già
detto alla concezione che gli antichi avevano delle piante, prive di movimento,
ed allo schema letterario dell’autore, relativo alle tre regioni dell’universo.
Dall’insieme del passaggio, risulta che sono prospettate tre categorie di
luminari: il sole, la luna, le stelle.
Il sole e la luna sono distinti dalle stelle per la loro grandezza: non già che
essi siano assolutamente maggiori, essendo il sole relativamente piccolo,
rispetto alle altre stelle, e la luna piccolissima, quale semplice satellite di un
pianeta: ma sono detti “grandi” dall’apparenza che essi hanno rispetto ai
nostri sensi, e perché maggiore è l’influenza di questi due corpi celesti sopra i
fenomeni terrestri: la generazione delle piante, il flusso e riflusso del mare, e
perfino la salute corporale degli animali e dell’uomo, non sono indipendenti
dall’influsso di questi corpi. Il sole, poi, è detto “luminare grande”, a differenza
della luna, chiamata “luminare piccolo”, perché il sole emette luce più viva
22

della luna. Non poca importanza aveva la luna presso gli antichi e, in modo
particolare, presso gli Ebrei, i quali dividevano l’anno in mesi lunari.
Le stelle chiamate kokabìm “ le ardenti”, sono concepite come fisse e
pendenti sotto la volta celeste. Questa opinione si trova diffusa, quasi
universalmente, in tutta l’antichità. Questi corpi celesti sono tanto belli, e tanta
ammirazione destano agli occhi di chi li contempla, che essi furono creduti
animati non solo dai filosofi platonici, ma anche da qualche scrittore
ecclesiastico come Origene.
S. Tommaso aveva colpito nel segno, avvertendoci in anticipo: “ Moyses,
rudi populo condescendens, secutus est quae sensibiliter apparent”. Egli
parlava ad un popolo che intendeva le cose assai grossolanamente: trattava,
perciò, delle cose, create come esse si presentano agli occhi, richiamando
l’attenzione del suo popolo sulle cose che più eccitano la parte sensibile, per
ritrarlo così dal male ed avviarlo al bene. Egli voleva far conoscere che il sole,
dal quale derivano all’uomo tanti beni, non è affatto il principio delle cose,
come lo pensava la maggior parte degli uomini, che adoravano in lui il dio
generatore dell’universo, ma il sole, la luna e le stelle tutte sono semplici
creature, che hanno ricevuto da Dio creatore la loro speciale missione, come
gli altri esseri.
Ciò doveva muovere gli Ebrei ad innalzare lodi al Supremo Artefice di
creature sì grandiose e benefiche; ad adorare, riconoscenti, Lui solo,
astenendosi dal prestare onori divini agli astri del firmamento, i quali non
sono altro che semplici opere, meravigliose, si, ma sempre inferiori alla
natura umana. Essi sono stati creati, come il resto dell’Universo, in ordine
all’utilità esclusiva dell’uomo.
Tre fini sono loro assegnati:

procurare l’alternativa del giorno e della notte;

rischiarare la terra di giorno e di notte;

essere segni per gli agricoltori, i naviganti, i viaggiatori, e manifestare le


differenti stagioni, permettendo il computo dei giorni e degli anni.

ANIMALI

Con l’opera del quinto giorno, secondo la concezione mosaica, irrompe sul
nostro pianeta la vita: per mezzo degli uccelli e dei pesci, che in quel giorno
diconsi formati, viene iniziato nella natura il regno animale.
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Il regno minerale, abbozzato con l’opera della creazione, era stato ultimato
con l’opera, del secondo, del terzo e del quarto giorno; il regno vegetale era
stato istituito nel terzo giorno; ora non restava che la formazione del regno
animale, il quale, per la legge secondo cui, nella produzione delle cose,
l’imperfetto debba precedere il perfetto, doveva logicamente rappresentare
l’opera del quinto e del sesto giorno. Così gli animali terrestri, come più
perfetti, sia quanto alla distinzione delle loro membra sia quanto alla
produzione, non dovevano essere formati che al sesto giorno: dopo, cioè, la
formazione degli uccelli e dei pesci, i quali sono soltanto ovipari, e nei quali
manca questa perfetta distinzione.
Le ricerche biologiche recenti hanno insistito sul carattere animale
dell’uomo; sarebbe puerile negare che la sua organizzazione fisiologica sia,
in genere, simile a quella dei mammiferi. Ma questo paragone, il cui merito
principale fu di battere in breccia un esagerato antropocentrismo, fa meglio
spiccare i caratteri specifici della razza umana, che, se non fanno dell’uomo
un essere isolato nella natura, bastano tuttavia per farne un essere singolare.
Egli è chiamato dal Creatore a superare la stadio dell’animalità, ed a
dominare sugli animali e sull’essere animale che si trova in lui, sviluppando,
così, ciò che è la sua particolarità originale e la sua vocazione divina.

L’animale, per gli Ebrei, è un essere misterioso: la sua esistenza è


abbastanza incomprensibile, giacchè esso possiede una vita analoga a
quella dell’uomo e ne è tuttavia assai differente. L’animale, per loro, si
compone d’una carne, che varia che varia con la specie, e di un’anima
contenuta nel suo sangue: è per questa ragione che l’animale deve essere
sempre dissanguato prima di essere mangiato.
La classificazione degli animali nel nostro testo biblico è delle più semplici.
Mosè e, dopo di lui, gli Ebrei hanno diviso gli animali in quattro grandi
categorie: i quadrupedi, gli uccelli, i rettili ed i pesci.
Questa classificazione, senza avere affatto delle pretese scientifiche,
rispecchia tuttavia le concezioni del tempo.
La divisione è tratta dal movimento degli animali, dei quali gli uni
camminano, altri volano, altri nuotano ed altri strisciano. E’ quanto vi è di più
apparente e che più colpisce nell’animale, ed anche ciò che caratterizza tra le
diverse specie di animali le differenze più importanti.
Questa stessa divisione è anche proposta dagli antichi autori profani.
Mosè chiama il quadrupede “behemah”. Questa espressione, nella Bibbia,
designa tutti i quadrupedi terrestri, purchè essi non siano di statura troppo
piccola: diciamo i quadrupedi “terrestri”, per escludere certi animali acquatici
o anfibi, che hanno quattro zampe, e che Mosè ha mai classificato tra
“behemah”.Così, i piccoli quadrupedi, come i topi, le talpe, ecc., sono
classificati da Mosè non tra i behemah, ma tra i rettili. Nel nostro testo, però
Mosè ha dato al termine behemah un senso più ristretto, intendendolo
24

semplicemente dei quadrupedi domestici, come il bue, la capra, il cammello,


ecc., ed opponendolo così ai quadrupedi selvaggi, come il leone, il lupo,
l’orso, ecc. che egli chiama hayyat haarez.
Abbiamo quindi due classi di quadrupedi: gli animali domestici e le fiere.
I rettili sono chiamati da Mosè “ serez sorez al haarez, cioè gli animali che
si muovono strisciando sulla terra. Egli li distingue così dai pesci, chiamati
anche serez, ma che si muovono nell’acqua, e da quegl’insetti alati, chiamati
anche serez, che possono muoversi o strisciare sulla terra, ma che hanno ali,
e che, per questo particolare sono classificati tra gli uccelli. Quindi il termine
ebraico remes, tradotto per “reptile”, in mancanza d’altro termine latino
corrispondente, non è lo stesso di quello adoperato al quinto giorno per
designare tutti gli animali acquatici; nel suo senso proprio, designa gli animali
di piccolo taglio, che si muovono sul suolo senza gambe.
Dal contesto, sembra che gli animali e i rettili terrestri vengano fuori dal
suolo, come i pesci ed i rettili acquatici dalle acque.
I pesci sono, generalmente, “tutti gli esseri viventi che nuotano ( serez qui
ha questo senso) nell’acqua”.
Gli uccelli indicano, nel linguaggio mosaico, ordinariamente “tutti gli animali
con ali”.
In questa maniera, lo scrittore sacro menziona la moltiplicazione dei
mammiferi sulla terra, immediatamente prima dell’apparizione dell’uomo, e li
classifica secondo la loro importanza e la loro utilità relativamente all’uomo.
Oggi non è più tanto facile classificare i vari esseri viventi.
Tutti gli esseri viventi si dividono in due grandi gruppi: gli animali e le
piante.
La distinzione tra animali e piante, facile nei gruppi superiori, risulta
oltremodo difficile quando si studiano le forme inferiori ( protozoi, alghe,
funghi). Ciò perché molte di esse hanno insieme caratteri, che usualmente si
attribuiscono ai due diversi regni. Il tentativo dell’evoluzionista Haeckel, che
cercò di superare la difficoltà, istituendo un terzo regno, quello dei protesti,
non ebbe seguito. Oggi, come principali caratteri distintivi tra i due regni
classici dei vegetali e degli animali, sono elencati:
1) la sensibilità, esclusiva degli animali;
2) il movimento, quasi assente nelle piante;
3) il metabolismo: gli animali, per vivere, devono alimentarsi di sostanze
organiche, comprese le sostanze proteiche; invece le piante possono
vivere di sostanze minerali, acque e Sali del terreno, anidride carbonica
dell’atmosfera;
4) la cellulosa: le piante hanno pareti cellulari di cellulosa, mentre gli
animali ne sono privi.
5) L’animale, quindi, è un essere vivente dotato d’una organizzazione
perfezionata (sistemi nervoso, locomotore, ecc.) che gli permette di
emanciparsi dall’ambiente esterno.
25

Per Quanto riguarda la terminologia, si può dire che l’antica distinzione


tra genus e species si conserva nel seno che l’estensione del “genere”
resta sempre maggiore di quello della “specie”, in cui appunto esso si
“specifica” (di cui il nesso con la dottrina della definizione, che si compie
per “genus proximum et differentiam specificam): ed è questo il valore
generale che è rimasto ai due termini. Nell’originale ebraico questa
distinzione è evitata, perché esso adopera sempre la stessa parola “
min, da S. Gerolamo tradotta promiscuamente per genus e per species.

L’UOMO

L’uomo, quest’essere di tale importanza e nobiltà, da meritare di


diventare centro del mondo e argomento di tante laboriose meditazioni
e discussioni!
Capolavoro della creazione visibile, immagine di Dio, l’uomo è
l’ultimo e supremo anello degli esseri terrestri; a lui si arresta l’opera
creatrice. Possedendo un corpo materiale ed un’anima spirituale, egli
tocca il mondo visibile ed il mondo invisibile. Portando nel suo corpo la
rassomiglianza degli esseri inferiori, e nell’anima sua la rassomiglianza
stessa di Dio, egli è collocato fra la creatura e Dio come il punto di
congiunzione della materia e dello spirito, il legame del cielo e della
terra.

Secondo Mosè, la più recente delle creature fu l’uomo.


Mentre Dio si era accontentato di un semplice comando per produrre
tutte le altre creature ( “sia la luce…” “Ci sia una distesa…” “ produca la
terra…”, ecc), per creare l’uomo sembra entrare in deliberazione con
se stesso, quasi si trovasse davanti ad un’opera per grandezza ed
importanza.
“Facciamo”, dice.
Per ordine di Dio la terra fece spuntare la verdura, e per suo
comando gli animali uscirono dalle acque e dal suolo; nella creazione
dell’uomo, invece, tutta l’attività è attribuita direttamente a Dio.
L’autore sacro si compiace di presentarci il Creatore prima di
procedere alla creazione dei nostri progenitori, in deliberazione con se
stesso. In tale deliberazione si stabilisce la dignità quasi impensabile
dell’uomo: “ A sua immagine, secondo la sua somiglianza”!
Archetipo dell’uomo non sarebbe stato già un’idea divina, come per
gli altri esseri. Ma Dio stesso.
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Per quanto alta fosse l’idea, che la ragione ci dà dell’uomo, soltanto


la rivelazione divina poteva insegnarci che egli è stato creato ad
immagine di Dio, cioè, che egli è, secondo la bella interpretazione di S.
Agostino, l’immagine somigliantissima di Dio.
Se l’uomo sarà creato ad immagine di Dio, è normale che egli
partecipi anche al suo dominio sugli animali e sulle altre creature,
dominandoli con intelligenza ed asservendoli ai suoi scopi.
Abbiamo così tre parti ben distinte in questa relazione: la
deliberazione divina “(facciamo”), la sua effettuazione (“e creò “), la
destinazione dell’uomo sulla terra (“ siate fecondi…popolate…abbiate
dominio…”).
La deliberazione divina abbraccia due elementi, in quanto prospetta
l’uomo in relazione a Dio (sua immagine) ed in relazione al creato (suo
sovrano).
Dopo la deliberazione, l’autore espone con incontenibile giubilo, tre
volte, la sua esecuzione: l’uomo è realmente creato ad immagine di
Dio! Il narratore è rapito di ammirazione, contemplando la meraviglia
uscita dalle mani creatrici, e questo suo sentimento viene espresso
sotto forma poetica, per mezzo dei seguenti tre versi paralleli:

“E creò Dio l’uomo ad immagine sua!


Ad immagine di Dio lo creò!
li creò maschio e femmina!”

La frase: “li creò maschio e femmina”, mette in rilievo che Dio creò i
sessi come creò tutte le cose, e che Egli è l’autore del potere misterioso
e quasi divino della generazione.
Questa frase ha fatto credere a parecchi che il primo uomo fosse
Androgeno, cioè, con due faccie, virile e muliebre, rivolte da due parti
opposte; la loro separazione avrebbe avuto per risultato la formazione
dell’uomo e della donna. Fantasie!
Da notare che Dio non dice qui, come per gli animali, “secondo la
specie”: la specie umana è unica.
La terza parte tratta della destinazione dell’uomo, cioè della
legislazione che dovrà regolare questo nuovo essere del creato.
La prima legge riguarda il fine naturale dell’uomo in se stesso. La
fecondità ( la propagazione della vita che egli ebbe da Dio), e in
rapporto a tutta la terra, di cui dovrà scoprire le nascoste ricchezze,
conquistarla ed assoggettarsela, obbligandola a servirlo ed a soddisfare
tutte le sue esigenze.
La seconda legge riguarda l’uomo in relazione al regno animale, di
cui è costituito signore, e la terza lo presenta in relazione al regno
vegetale, destinato ad essere il suo alimento ed a contribuire alla sua
conservazione.
27

La creazione dell’uomo, dunque, ebbe luogo al termine dell’opera


divina, al sesto giorno, quando tutte le condizioni necessarie alla sua
esistenza furono ad un punto conveniente, o per dirla con una frase
famigliare ai Padri, quando il mondo si trovò come una casa preparata
ed ornata per il padre della famiglia umana, come un regno pronto a
ricevere il suo sovrano, colui che era lo scopo ed il coronamento di tutta
l’opera dei sei giorni.
Fisicamente considerato (forma scheletrica, locomozione, sensi),
l’uomo potrebbe risultare ed apparire inferiore a molti animali. Egli però
ha l’intelletto e la volontà, e con queste doti egli può non solo supplire
alle sue deficienze, ma anche innalzarsi molto al di sopra di ogni essere
vivente: così egli viene ad essere realmente il re della creazione.
L’uomo, scive Pascal, non è che una debole canna nella natura, ma
è dotato della mente. Per schiacciarlo non importa che si armi
l’universo, basta un nulla, un soffio, una goccia d’acqua a disperderlo;
ma quando pure l’universo lo opprime, l’uomo resta ancora più nobile e
più grande della causa opprimente, poiché egli sa di morire, mentre
l’universo non sa del potere che esercita.
Con tali proprietà, l’uomo ha misurato i cieli ed ha scrutato le
profondità dell’abisso; ha consultato gli avanzi dei vetusti monumenti,
ed ha chiesto loro che gli raccontassero fedelmente la storia delle
generazioni sepolte. Guadagnando le vette più inaccessibili, ha visitato
le scabrose sommità del pianeta, calcolò le loro età; visitò le spiagge
più remote, si è addentrato nei deserti più ardenti, e giunse persino alle
roccie che circondano i ghiacci dei poli. Egli si è innalzato nelle alte
regioni delle tempeste, ed è disceso nelle viscere della terra; ha
decomposto gli elementi, e li ha fatti servire ai suoi bisogni o capricci;
ha costretto il vapore ed il gas a guidare i suoi vascelli sulle onde
dell’oceano, a trasportare la sua navicella negli spazi aerei ed i
carrozzoni in veloci e lunghi viaggi terrestri. Costrinse l’elettrico a
trasmettere, per mezzo del filo conduttore, in pochi secondi, ai più
lontani confini della terra il proprio pensiero, dopo averlo fissato in pochi
segni convenzionali, e le onde elettriche propagarono all’infinito il suo
canto; lo costrinse a localizzare con facoltà di ripetizione indefinita un
discorso su poca cera. Centuplicò l’attività manuale con meccanismi;
interrogò l’algebra, esaurì tutti i mezzi dell’analisi e chiese ad una
formula di insegnargli le leggi che regolano il corso delle stelle; misurò i
moti della terra e degli astri, le loro distanze, il loro peso, le loro qualità
fisiche e chimiche e la propagazione delle vibrazioni insensibili delle
ultime particelle della materia, dell’etere.
L’uomo dunque è padrone dei corpi bruti, i quali non possono
opporre che una grave resistenza ed una durezza inflessibili alla sua
volontà; ma egli, facendo agire gli uni contro gli altri, vince tutte le
resistenze che trova. Non meno padrone egli è dei vegetali, che può
28

rinnovare, accrescere, diminuire, snaturare, distruggere quando gli


giova. Ma un impero più stimato egli ha sugli animali, impero legittimo,
che nessuna rivoluzione potrebbe distruggere. Anche e soprattutto per
questo egli deve considerarsi come l’impero dello spirito sulla materia,
come un diritto di natura, come un potere fondato su leggi inalterabili, e
come un dono speciale del Creatore, da cui conoscere l’eccellenza
della propria natura e vedere in sé l’immagine della potenza del suo
Fattore.
Egli non comanda come il più perfetto, il più forte, il più destro degli
animali, ma regna per una decisa superiorità di natura; egli pensa e, per
tal motivo, è padrone di tutti gli esseri che non pensano: se egli fosse
solo il primo nell’ordine medesimo, i secondi si unirebbero per
disputargli l’impero. Egli domina gli animali, dice Buffon, non solo
perché ha moto e sentimento come questi, ma perché possiede ancora
il lume del pensiero, e sa per la cognizione dei fini e dei mezzi diriger
azioni, concretar le imprese, misurare i propri movimenti, vincere la
forza con lo spirito, e la rapidità con l’uso del tempo.
Questo impero sugli animali, tuttavia, non è assoluto.
Quanti animali vi sono, che, lungi dal riconoscere il loro sovrano,
l’attaccano a viso aperto, dandogli spesso anche la morte.
Tutto questo ci porta naturalmente a distinguere l’impero di Dio dal
dominio dell’uomo. Solo Dio, creatore degli esseri, è l’assoluto padrone
della natura; l’uomo, al contrario, non influisce che poco nei prodotti
della creazione.
Egli non può nulla sul moto degli astri e sulle rivoluzioni del globo che
abita; nulla sopra gli animali, sopra i vegetali ed i minerali in genere.
Egli può solo qualche cosa sopra i soli individui, poiché le specie in
generale e la materia in massa appartengono al dominio esclusivo del
supremo Fattore.
Tutto passa, tutto si distrugge e si muove per una potenza
irresistibile, ed anche l’uomo, trasportato sul torrente del tempo, non
può nulla sulla propria durata. Legato per mezzo del corpo alla materia,
avviluppato nel vortice degli esseri, è necessario che subisca le leggi
comuni, e srva alla medesima potenza, cosicché simile in questo a tutti
gli altri animali, nasce, cresce e perisce.
Tuttavia, il raggio divino, che nobilita ed innalza l’uomo al di sopra di
tutti gli esseri corporei, lungi dall’essere soggetto alla materia, ha diritto
di regnare sugli individui se non può comandare sulla natura universa.
Dio, sorgente prima ed unica di tutto, regge con un potere infinito
l’universo e le specie tutte, mentre l’uomo non possiede che una
potenza limitata a piccole porzioni di materia e non domina che gli
esseri particolari. Egli, però, è il più potente fra gli esseri bruti ed
animali; egli è il re della terra.
Non solo questo: egli è anche il re della Creazione.
29

Prima creatura di Dio fu il tempo, testimone e registratore diligente


dei successivi atti creatori, con cui dio ha dato origine e svilippo
all’universo degli esseri.
Però, come creatura, doveva essere anche lui a piena disposizione del
grande re, e Dio ne regolò la successione mediante il grande orologio
del cielo, il sole, coadiuvato dalla luna segnando anni, stagioni, mesi e
giorni.
Tutti i tempi, dice S. Agostino, sono stati fatti da Te e Tu sei prima di
tutti i tempi, né ci fu tempo in cui non fosse il tempo.
Primo modello fu il giorno, composto di luce e di tenebre, di sera e di
mattino: lo spazio di tempo, che ebbe per compagna la luce, si chiamò
per antonomasia giorno, mentre l’altro lasso di tempo, in cui la luce si
occultava, si chiamò notte.
La parte del giorno che precede e segue immediatamente il tramonto
del sole, fu detta sera, mentre fu detta mattino quella che precede e
segue immediatamente la sua levata, ossia il principiar del giorno. Così,
con questi due ultimi nomi, Mosè, determinava nettamente le varie
frazioni di tempo che comporranno poi il giorno civile: la sera, che
chiude il tempo della luce, e il mattino, che chiude il periodo delle
tenebre. Nello stesso tempo evitava la facile confusione, che avrebbe
causato una duplice menzione del termine “giorno” con sensi differenti
nello stesso contesto.

L’altro modello fu la settimana.


La settimana fu in uso presso gli Ebrei anteriormente alla legislazione
mosaica. Essi non l’hanno certamente presa in prestito dagli Egiziani,
che ignoravano un periodo di sette giorni, e neppure dai Babilonesi,
differendo la loro settimana radicalmente da tutti i periodi settenari di
costoro.
Mosè è il primo a dividere l’opera creatrice in sei giorni, seguito da un
giorno di riposo: l’intenzione di dare, così, una base religiosa
all’istituzione della settimana è tradita ancora maggiormente dal fatto
che egli enumera otto opere distinte. Il suo scopo l’ha obbligato a riunire
insieme due al terzo ed al sesto giorno. Egli avrebbe potuto computare,
se avesse voluto, otto giorni di creazione invece di se. Ma lui ci teneva
a fare della settimana divina il tipo della settimana umana.
Il settimo giorno, dunque, diventa insieme un giorno sacro ed un giorno
di cessazione dalle opere precedenti.
Ora nulla di tutto questo si può osservare nel poema babilonese della
creazione e nelle altre cosmogonie pagane. Il sabattu babilonese
appare come un settimo giorno consacrato esclusivamente a certe
divinità, in quanto non è permesso di offendere davanti ad altri il dono
30

dei sacrifici. Il rito religioso compiuto in quel giorno rende il dio propizio,
ma esso comporta un certo numero di astensioni singolari, che sono
riguardate come incompatibili con il servizio della divinità, e che fanno
del “sabattu” un giorno nefasto per differenti categorie di azioni.
Mosè non poteva trovare alla istituzione del sabato una origine più
alta e più direttamente divina.

I mesi ebraici erano lunari, ed abbracciavano lo spazio di tempo tra


due noviluni, cioè ventinove o trenta giorni, senza un ordine di
successione regolare e ben stabilito. Conseguentemente essi potevano
avere due o tre mesi successivi di trenta giorni ciascuno a seconda
della durata del mese precedente. Se, per il cielo rannuvolato, il
novilunio non era visibile, allora gli Ebrei incominciavano il nuovo mese
al trentesimo giorno, se il mese trascorso era durato ventinove giorni;
se invece ne erano trascorsi già trenta, allora iniziavano senz’altro il
nuovo mese.
Questo fatto avrà, forse, influito a far incominciare di sera anche il
giorno, nell’ora, cioè, in cui aveva inizio il mese. A ciò è dovuta anche la
grande importanza che la luna aveva per gli Ebrei e per gli antichi in
genere: da essa, difatti, dipendevano le neomenie e la data delle
solennità.
Mentre il nostro anno è indipendente dalla luna, l’anno ebraico è
legato sia alla luna, sia al sole. Esso abbracciava 354 giorni, in piena
armonia con gli altri calendari degli antichi semiti, mentre l’anno degli
Egiziani ne contava 365.
L’inizio dell’anno agricolo era in settembre; quello civile, invece, era
fissato in primavera.

Come per il tempo, la questione della natura dello spazio è una tra le
più dibattute attraverso tutto lo sviluppo della speculazione umana,
cosicché la teoria di tale problema viene a riflettere, da un certo angolo
visuale, l’intera storia della filosofia.
M qualunque sarà il risultato delle umane ricerche su tali profondi
problemi, la verità della Bibbia non risentirà alcun danno, restando essa
fuori ed al di sopra di ogni discussione.

LA BENEDIZIONE DI DIO

Mosè, oltre quella del sabato, ha registrato una doppia benedizione


divina: la prima, al versetto ventidue, per il regno animale; la seconda al
versetto ventotto, per l’uomo. Dio benedice gli animali, elargisce, cioè,
loro dei nomi, affinché essi si moltiplichino (la fecondità), popolino
l’universo e in tal maniera possano servire al fine dell’uomo. Così
31

questa benedizione mira più lontano: essa prepara la benedizione


suprema data alla razza umana nella persona di Adamo.
La benedizione è un atto caratteristico che risale a Dio. Per questo,
solo i genitori ed i sacerdoti, che rappresentano in modo speciale Dio
sulla terra, possono riprodurlo. Un amico non benedice i suoi amici, un
re non benedice i suoi sudditi, un marito non benedice la sua sposa, ma
solo il prete, il padre e la madre benedicono. Per benedire bisogna
partecipare direttamente all’autorità divina e bisogna poter esercitare
questa autorità nell’ordine religioso.
Da parte di Dio la benedizione è la consacrazione solenne d’una
persona o di un oggetto ad un fine determinato, con una promessa
efficace di protezione. Dio,cioè, quando benedice, consacra una
persona o un oggetto ad un fine che egli vuole vedere compiuto, e
promette, perché questo fine si compia, una protezione speciale ed
efficace.
Una benedizione, dunque, non racchiude un semplice augurio,
perché allora tutti potrebbero benedire, ma essa è una promessa di
favore fatta da Dio o in nome di Dio, è una protezione o una effusione
di grazie divinamente promessa in vista d’un fine su cui Dio ha messo il
sigillo della sua autorità.
Ecco perché bisogna partecipare direttamente dell’autorità divina per
poter benedire, giacchè benedire è impegnare l’autorità divina e
promettere la sua protezione. Ed è per questo che solo i preti, il padre e
la madre possono benedire.
Quando il prete e i genitori ci benedicono, essi ci consacrano a Dio, e
ci promettono da parte di Dio aiuto e protezione.
E’ dunque un atto grande, solenne, eminentemente salutare.
In questa prima benedizione, che Dio spande su Adamo, abbiamo la
sorgente di tutte le benedizioni, che si effonderanno sulle razze
credenti, e che si trasmetteranno in loro di generazione in generazione
come un tesoro sacro, come un legato inalienabile, come la parte più
preziosa del patrimonio paterno.
Dio che aveva dato esempio di lavoro per sei giorni, al settimo dà
esempio di riposo, e benedisse questo giorno, e lo santificò.
Più nulla, dunque, sarà aggiunto all’ordine naturale. Non vi è altro da
attendere che il coronamento e la trasfigurazione dell’opera divina
nell’ordine soprannaturale.
Dalla fine del sesto giorno Dio concorre e presiede all’evoluzione
dell’ordine naturale, dove la dua provvidenza agisce senza posa;
secondo la rivelazione da Lui fatta esplicitamente a Mose Egli non
aggiunge, né aggiungerà più nuove opere o nuove trasformazioni
all’ordine naturale.
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La piena stabilità dell’ordine attuale è dunque assicurata, finchè


l’umanità intera non abbia compiuto il suo destino. Allora il suo riposo si
eternerà in quello divino.
E’ questa, certo, una verità d’una importanza capitale. Ora, senza
una speciale rivelazione, essa avrebbe potuto essere da noi sospettata,
ma non sarebbe esistita per noi che allo stato di congettura più o meno
probabile. Solo la rivelazione ha tolto i nostri dubbi e le nostre
incertezze, appoggiando questa verità sull’incrollabile convinzione della
nostra fede.

Sulle orme di S.Agostino, dobbiamo affermare che Dio non ci ha


rivelato l’opera della creazione a titolo di documento scientifico e per
soddisfare una semplice curiosità dell’uomo, ma per qualche cosa di più
nobile e di più utile.
Da questa pagina, come da una sorgente inesauribile di luce, milioni
di spiriti hanno sempre attinto il senso della propria dignità e del proprio
posto nell’Universo.
Essa ci rivela, infatti, tutto quello che noi saremmo stati incapaci a
scoprire da soli: al principio Dio creò tutte le cose, poi creò l’uomo;
questi, creato come il coronamento d’una creazione materiale e
animale, è dunque l’effetto di una volontà creatrice di Dio.

Queste verità che dominano tutto l’ordine religioso e morale, sono


esposte in questa pagina sotto una forma pratica ed incisiva, semplice
e grandiosa, popolare e sublime.
Il resto è abbandonato alle nostre ricerche.
In altri termini, tale rivelazione è essenzialmente religiosa, non
essendo il suo scopo quello di insegnarci la storia naturale, la geologia,
l’astronomia, la botanica e l’antropologia, ma i nostri valori morali in
rapporto a Dio ed al creato.
La preoccupazione che ispira la Bibbia non è geocentrica, ma
geocentrica, ed in questo essa resta nella suprema verità.

ETERNITA’ DI DIO

Quanto più il pensiero si sforza di penetrare la natura di Dio, tanto più si


accorge che gli orizzonti si allargano e si allontanano.
Per Mose, Egli è l’ente supremo, che racchiude in se tutto ciò che
esiste o potrebbe esistere; è la verità immutabile, che brilla più o meno
ad ogni intelletto contingente; è la bellezza sempre antica e sempre
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nuova, che rapisce le menti ed i cuori; è il bene assoluto di fronte a cui


ogni bene creato è solo un frammento disperso ed imponderabile; è il
tutto assoluto nel quale l’intero universo si perde come un atomo
vagante negli spazi immensurabili.
Dio è ineffabile, perché è incomprensibile.
Il suo nome è l’infinito, la sua natura è l’essere, il suo tempo è l’eternità,
la sua scienza è l’onniscenza, la sua azione è l’onnipotenza, la sua luce
è la luce inaccessibile.

Dio non ha storia, perché la storia suppone successioni di tempi e


mutamenti di cose, mentre Dio è eterno ed immutabile, è superiore a
tutte le vicende dei tempi, degli spazi e delle cose.
Egli era prima degli uomini, della terra, dei cieli e di tutto l’Universo.
La sua origine è l’eternità.
Cisì ce lo presenta Mose: senza genealogia e senza atto di nascita.
Egli era già al principio, era prima del principio, e se era prima del
principio, è senza principio, e se è senza principio, è eterno.
Né creato, né fatto, Egli è da sé, nell’eternità, avendo in se stesso la
ragione di essere, essendo sempre stato, dovendo sempre essere, non
potendo non essere. E come sempre fu, sempre sarà.