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Gennaio 2015

n. 33 anno 4
Genova

Fischi di carta
LETTERE DI GIOVANI FISCHIANTI

appetito vien mangiando,


diceva Angest di Mans, ma la sete
se ne va bevendo.
Franois Rabelais, Gargantua e Pantagruele

IN QUESTO NUMERO
Planetario He invented a muse: her name was mediocrity - L. Calpurni
Il martin pescatore - F. Ghillino
Le poesie dei lettori | I sorci della gelosia - N. Giana
Elementi

Prometeo e Dio - D. Porcheddu


Le ginestre effimere e la fine delle storie - F. Asborno

La prossa dei lettori | La voce di un altro - A. Lidonnici


Infischiatene | Mia Couto - Laltro lato del mondo - recensione - F. Torre

www.fischidicarta.it

Dicono che del maiale non si butti via nulla e, personalmente, sono
sostanzialmente daccordo. Il tema per questo breve editoriale stato evocato
durante una cena in osteria nel freddo di Bologna e precisamente parte proprio
dal maiale, anzi dalla porchetta, e da un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio,
datato 1559, dal titolo Lotta tra il carnevale e la quaresima. In questo quadro il fuoco
converge al centro, dove campeggiano, in posta da carica, i condottieri delle
due armate: un grassone con uno spiedo (e annesso prosciutto inforcato) da un
lato e dallaltro un vecchio macilento con due aringhe su un vassoio dal lungo
manico (precisamente, il richiamo alla saracca, laringa che i contadini
mangiavano durante il rigore degli inverni e seppellivano in primavera con un
rito particolare).
Questi gli schieramenti, e noi? Noi intimamente stiamo con il carnevale, con il
grasso, con la festa; perch proprio qui che soggiace uno dei nodi fondamentali
della nostra civilt. La libert, tanto decantata in questi bui momenti del
medioevo moderno, arriva fino a noi partendo proprio da l, dal maiale. La
capacit di dissentire, di negare, lanarchismo (quello buono) che spezza i
poteri asfissianti, sovverte gli ordini, e poi le rivoluzioni, i dinieghi, risiedono
tutti l: ben prima che dalle radici democratiche degli aulici Pericle e Tucidide,
la libert si costituisce nella facolt satirica dellinsulto, nella festa giubilante,
nella libert del corpo umano, di mostrarlo, celebrarlo e accettarlo in quanto
tale. Non si parla di dionisismi, si badi, ma di quel legame ancestrale con la
terra che la nostra cultura ha imparato a instradare nei binari della letteratura:
da Aristofane, Plauto, Giovenale fino ai moderni la coscienza dellOccidente

di Alessandro Mantovani

LA PARTE DEL MAIALE

EDITORIALE

Di solito si dice che loccasione faccia luomo ladro. Nel nostro caso, loccasione fa scrivere gli editoriali, e pazienza
per chi ci voleva guadagnare qualcosa. Le dimissioni di Elisabetta Sgarbi da direttore editoriale della Bompiani (ormai
nellorbita Mondadori), per fondare una nuova casa editrice ha dato il la al proseguimento della nostra serie di articoli:
si era cominciato passando in rassegna i colossi della Grande Distribuzione Organizzata, si continuato illuminando la
misteriosa editoria online, si prosegue parlando delle case editrici indipendenti.
Leditore indipendente non fa parte di alcun gruppo, non legato a movimenti politici o religiosi, non esercita una
posizione di monopolio n sulla filiera distributiva n sulle librerie e non prevede, al suo interno, una partecipazione
societaria monopolizzante. Tenta, inoltre, di essere alternativo alle grandi case, proponendo titoli non sempre adattabili
ad un pubblico di massa, ma che garantiscano quella bibliodiversit gi in pericolo prima dellaffaire Mondazzoli. Il
manifesto dellOsservatorio degli editori indipendenti (a cui faccio riferimento e che invito a consultare) segnala che dal 2000
al 2012 il 32% dei piccoli editori fallito. Si pu trovare la causa nelle leggi del libero mercato (quel 32% non piaceva
ai consumatori ed affondato), oppure nelle conseguenze della deregulation, per cui permesso che un gruppo, o un
singolo marchio editoriale, sia proprietario della distribuzione e di una parte consistente dei punti vendita: questo rende
totalmente impossibile una contrattazione ad armi pari tra il piccolo editore, le librerie-catena e i distributori che a
queste ultime fanno riferimento. Ad alcune case, ad esempio, la filiera libreria-distribuzione sottrae il 63% del prezzo di
copertina. Leditore pu sottostare a questo monopolio, pu soccombere (le due cose non si escludono a vicenda), pu
costruire reti alternative che rispettino la bibliodiversit. Dal manifesto dellODEI: Favorire la bibliodiversit non
solo a parole significa immaginare strumenti che limitino lo squilibro tra chi pu dettare prezzi e condizioni, in virt di
un potere di concentrazione, e chi non ha altra scelta se non accettarli

di Matteo Valentini

BIBLIODIVERSIT

risiede in Rabelais molto pi profondamente che in Voltaire. infatti nel moto


pantagruelico e vitalistico che incontriamo i fondamentali della laicit e della
libert dazione, nella terra sta lopposizione oltranzista, anche arrogante, e
infine, la capacit di ridere, di qualunque oggetto: si pu ridere delluomo
cos come di Dio, senza catene ideologiche o reali. Ecco perch, in fondo, noi
restiamo dalla parte del maiale

LIPPODROMO

di Alessandro Mantovani

Forse sei un po pi diverso


da come ricordavo
ora, amico mio,
tra la nebbia dellippodromo
qui che sono per sentirmi
ancora un poco greco,
un piccolo argonauta
da brividi quotidiani, che no,
non molla losso.
Tu poi mi dici che qui ceri
venuto quando ancora giocavamo
a pallone nella palestra della scuola,
che lo facesti per amore, ma poi,
cosa successo?
Negli occhi vedo spento
quel portento che ti avrebbe
potuto fare rosa, scienziato,
poeta o militare.
Tu continui Non ti preoccupare
questa nebbia che mha confuso,
sar andata allippodromo a giocare,
pensavo, mettendo piede qui. Ora invece
un genio maligno che mi allatta
e lei lho vista solo una volta
che tentava un terno
su un ronzino macilento,
era invecchiata pi di me, pi di te
continua e non ricordavo pi
quel rumore che avevo sentito
da giovane, tra i banchi .
Prima che rispondessi mi ha poi
restituito il biglietto di quella scommessa
fallita dicendo solo ecco, tutto tuo.
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PLANETARIO

HE INVENTED A MUSE: HER NAME WAS MEDIOCRIT Y


di Laura Calpurni

Figlio della media borghesia, Philip Larkin trascorse lintera vita fuori dalle
luci della gloria letteraria, in maniera appartata e silenziosa, quasi come se
esistesse un legame intimo e solitario tra lopera e la stessa esistenza dello scrittore.
Nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1922, lavor tutta la vita come bibliotecario
e vot lintera esistenza, fino allanno della morte avvenuta nel 1989, alla poesia
ed alla critica musicale, pubblicando quattro raccolte di versi: The North Ship,
The Less Deceived, The Withsun Wedding e High Windows. Grande appassionato
di jazz, scrisse diverse recensioni sparse su svariati quotidiani. La privazione
rappresenta per me ci che i narcisi rappresentarono per Wordsworth, dichiar
in unintervista, sottolineando lelemento della privazione come fondamentale
stimolo per la creativit nella propria opera. Larkin, per lappunto si sempre
messo a confronto con lo spirito avanguardista nato dai radicali cambiamenti
di stili e costumi non solo letterari che descrisse nelle proprie poesie con
un sguardo sommesso, quasi come se tentasse di contenere lentusiasmo per il
cambiamento malcelando una certa invidia per non poterne prendere parte.
Il poeta sente che anche lInghilterra post bellica ha un volto nuovo; svuotata
della retorica imperiale ricondotta ad un piccolo Paese insulare, divisa tra
grandi centri industriali e abitudini ancora rurali. E Larkin cerca il senso
dellesistenza al di fuori di questo mondo nuovo che sempre di pi lo attrae
e soffoca; gli interessano chiese decadenti che non ispirano pi sensazioni
mistiche; desolate periferie; interessato a svelare il mistero della distanza tra
maturit e giovinezza, tra la high window e il suolo freddo, tra il paradiso della
liberazione dalla morale e linferno di una vita modesta. Invent una Musa:
il suo nome fu Mediocrit scrisse di lui il critico Derek Walcott in The Master
of the Ordinary; Larkin fa nella sua opera una continua ricerca volta ad una via
duscita tra le pieghe dellordinario, cercando un compromesso per tentare di
recuperare tempi ed attimi perduti. La poesia un rifugio per la sua incertezza,
quellincertezza che lascia trasparire da versi piani, aspri, quasi prosastici, ma
che con acuto senso ironico, da essere umano, egli ammette di avere

BIBLIOGRAFIA

K. Elam, L. M. Crisafulli, Manuale di letteratura e cultura inglese, Bononia University Press, 2009
P. Larkin, High Windows, a cura di E. Testa, Einaudi, 2002

Fischi di carta

IL MARTIN PESCATORE
di Federico Ghillino

Dicono che sotto i dieci centimetri scatti il bacio. Non posso confermare, non
so. Posso invece confermare che sotto i dieci centimetri si inizia a vedere sfocato,
a vedere male. Per questo motivo da genovese che vive a Genova non sono
mai stato in cima alla Lanterna, non ho mai visitato le segrete del Ducale e
non avevo mai letto Edoardo Firpo. Mentre le prime due sono ancora work in
progress, mi sono recentemente imbattuto nel terzo al Porto Antico, in libreria.
Firpo era un uomo daltri tempi. Per lo stipendio era un accordatore di
pianoforti. Per gli italiani era un genovese che scriveva poesie in genovese.
nato nel 1889 ed io lho incrociato sessantanni dopo la pubblicazione del suo
terzo libro di liriche, Ciammo o martinpescu, del 1955. Terzo ed ultimo pubblicato
in vita perch mor poco dopo, nel 1957. Altro su questuomo non voglio dirvi,
vi lascio alla poesia.
CIAMMO O MARTINPESCU CHO PRTE LA

CHIAMO IL MARTIN PESCATORE CHE PORTI LORA

de belle gue nette


quande co-o becco affiu p cho fracasse
un spegio de cristallo,
ma o canto malincnico do gallo
in mzo a-a neutte o p
un cro cho se perde in mzo a-o m

delle belle acque monde


quando col becco affilato sembra frangere
uno specchio di cristallo,
ma il canto malinconico del gallo
in piena notte sembra
un grido che si perde in mezzo al mare

Sento psme in sci lontann-a sponda


vixin a-u nnno a-i giorni sensa scheua,
e o canto che sentivo in lontanansa
z fin dalla o me strenzeiva o cheu.

Sento posarmi su quella lontana riva


vicino al nonno nei giorni senza scuola
e il canto che sentivo in lontananza
gi fin dallora mi stringeva il cuore.

Chi ghe laveiva dto a-o cheu piccin


che o tempo o xeua?
e chi dubit de lavvegn?

Chi laveva detto al cuore piccolino


che il tempo vola?
e chi di dubitare dellavvenire?

A caravella cha batteiva o m


a sperava de vedde unntra sponda,
ma chi into tempo nvega
ogni stagion l unnonda
verso o scilensio dunna riva mrta.

La caravella che batteva il mare


sperava di vedere unaltra sponda,
ma per chi naviga nel tempo
ogni stagione unonda
verso il silenzio di una riva morta.

E mi che intanto nvego


mentre che londa a franze,
ciammo o martinpescu cho prte la
de belle gue nette
quande co-o becco affiu p cho fracasse
un spegio de cristallo.

Ed io che intanto navigo


mentre londa sinfrange
chiamo il martin pescatore che porti lora
delle belle acque monde
quando col becco affilato sembra frangere
uno specchio di cristallo.

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LE
POESIE
DEI
LETTORI
Il mio nome Nicola Giana, ho 20 anni
e da poco ho abbracciato larte della poesia.
Diciamo che capitato cos per caso, ho
iniziato a sfogarmi su pezzetti di carta e da
l nato tutto. Non sono un professionista,
piuttosto un principiante e temporaneo
incompetente

I SORCI DELLA GELOSIA


di Nicola Giana

La tua vita pende dallaltro capo.


Sono un ciottolo spaccato in due
nel mezzo della macerie della citt.
Un pensiero fastidioso pervade,
come quella macchia di vino sul maglione nuovo.
Amici, che fine avete fatto?
Dove si sono persi i nostri sorrisi?
Nei miei pensieri gelosia si nutre delle tue parole.
Occhi di carta bruciare.
Sono uno scarto: squallido e sporco.
Linvidia la mia peggior malattia.
Nei suoi occhi vedo il riflesso appannato della tua anima
Giaci morente sul flusso dei miei ricordi
Sei lostacolo a qualsiasi mia piena felicit.
La notte appoggiata sulla terra con le sue ali doscurit.
Rapace notturno dal collo spennato
osserva dallalto e scaccia questi insulsi sorci dal mio letto.
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ELEMENTI
PROMETEO E DIO
di Diletta Porcheddu

possibile realizzare uno


spettacolo dinamico nonostante una
necessaria e sostanziale staticit della
scena?
Chi abbia visto il Prometeo e Dio di
Emanuele Conte, in scena al teatro
della Tosse dal 14 al 31 ottobre 2015,
non pu fare altro che rispondere di s.
Questopera fa parte della
cosiddetta Trilogia del potere, un tris di
spettacoli diretti da Conte, i cui primi
due sono Antigone di Anouilh, messo in
scena nel 2013, e Caligola di Camus, nel
2014. Le storie dei tre protagonisti (due
dei tre interpretati dallattore triestino
Gianmaria Martini) sono accomunate
dallelemento che d appunto il nome
alla trilogia: Antigone e Prometeo
come incarnazioni della ribellione
alla tirannia delluomo o a quella
degli dei, mentre Caligola come follia
derivata dal potere stesso. Nonostante
le tre opere pur differenti nella
trama presentino tematiche affini,
Conte si devessere trovato di fronte
a maggiori difficolt nel mettere in
scena il Prometeo incatenato di Eschilo
rispetto ai due copioni francesi della
prima met del Novecento: come
riuscire a rendere efficacemente sulla
scena la forza morale di Prometeo nel
rubare il fuoco dal carro di Elio per
donarlo agli uomini, disobbedendo
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agli ordini di Zeus? Oppure il dolore


fisico provato dal Titano, condannato
a subire per questo la tortura
quotidiana di unaquila che si nutre
del suo fegato? E, soprattutto, come
rappresentare uno spettacolo godibile
con il protagonista incatenato
alla rupe/impalcatura per lintero
spettacolo e quindi immobile?
Gli espedienti sono stati numerosi
ed alcuni davvero ben riusciti: la
sopracitata impalcatura di ferro ha
permesso allo spettacolo di avere
un diverso e pi completo uso dello
spazio, rispetto a un palcoscenico
tradizionale. Lambiente risultava
infatti allargato sia in verticale, come
nella scena iniziale in cui Efesto
incatena di malavoglia Prometeo
mentre una carceriera incappucciata
batte la sua spada contro i tubi di
ferro del livello superiore, ma anche e
soprattutto in profondit.
Lefficace
struttura
della
rappresentazione prevedeva infatti il
coro delle Oceanine, caricaturalmente
interpretato da Andrea della Casa,
in primo piano, Prometeo al centro
della scena e dietro di lui, quasi
messi sullo sfondo, altri personaggi
come Ermes, figlio di Zeus (Enrico
Campanati), servile, sottomesso,
secondo Prometeo anziano, e la

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mortale Io (Alessia Pellegrino), sedotta


da Zeus e trasformata per questo da
Era in giovenca.
Questultimo
personaggio,
con le sue urla strazianti (e, forse
volutamente, molto sgradevoli) ha
incanalato su di s il dolore fisico
della punizione degli dei, aspetto non
particolarmente messo in evidenza nel
personaggio di Prometeo: egli infatti,
nonostante gli evidenti riferimenti
cristologici propri di interpretazioni
medievalistiche del mito, (Tertulliano,
Apologeticum XVII, 2: Lunico Dio il
vero Prometeo) stato rappresentato
pi come un eroe intellettuale che
come un martire. Mai visibilmente
piegato dal dolore, il Titano ribadiva
con forza la sua scelta di aver donato
il fuoco e con esso la conoscenza agli
uomini, scagliandosi con infuocati
monologhi verso Zeus: il re degli dei
stato definito provocatoriamente
pi volte padre-padrone, in un
accenno alla kafkiana tematica del
conflitto padre-figlio sviluppata poi
nel dialogo con listerico Ermes, in
scena inspiegabilmente dotato di una
mazza da golf.
Questo aspetto del protagonista del
mito pu ricondurre allinterpretazione
a tratti riferibile allo Sturm und Drang, a
tratti illuministica che ne d Goethe nel
suo inno Prometheus (1774): Prometeo
come genio, provocatoriamente ribelle
alla generazione che lo ha preceduto,
ma anche generoso donatore
dellemancipazione dal potere delle
divinit agli esseri umani, per merito

suo in grado di autosostenersi grazie


al progresso scientifico derivato dal
fuoco.
Con uno spettacolo cos ricco
di soluzioni stilistiche votate non
solo a risolvere il problema della
staticit del protagonista, ma anche a
aumentare uditivamente la tensione
e la drammaticit della sorte del
Titano (urla di Io, Baby-faced killer
di Lydia Lunch nella prima scena),
stato un peccato trovare un finale forse
un po sottotono: il momento della
liberazione di Prometeo che rinuncia
alla sua immortalit, difforme tra
laltro dalla versione che ne d lo stesso
Eschilo nel Prometeo liberato, non stato
sottolineato con nessun altro effetto
se non la nuda espressivit dellattore
protagonista, che ha reso la scena
certamente intensa e toccante, ma in
fin dei conti meno dimpatto rispetto
a un inizio francamente eccezionale

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LE GINESTRE EFFIMERE E L A FINE DELLE STORIE


di Federico Asborno

C un gigante nella letteratura del secolo decimonono. Non era un gigante di proporzioni
tuttaltro e non era nemmeno un devastatore di villaggi o divoratori di bambini. Era un gigante
delle parole, di quelle belle, di quelle con grossi significati, di quelle che regalano illusioni a chi
le legge.
La fiaba tenebrosa che la vita di
Giacomo Leopardi non manca mai
di accendere la fantasia di chi vi si
accosta. La fiaba di questo gigante,
relegato nel corpo di un pigmeo:
un corpo fragile, scomodo, in cui si
contorce, da cui vorrebbe scappare;
sar pure una fiaba, ma non di certo
per bambini. Eppure lintera opera del
recanatese legata a doppio filo con
limmagine della fanciullezza, lunico
periodo ci dice Leopardi in cui
possibile scorgere allorizzonte il tenue
fantasma della felicit, flebile come un
ricordo, effimera come unillusione.
Lamore per chi non ancora
gravato dal peso dellesperienza, lo
porta a progettare persino una Lettera
a un giovane del XX secolo, proponimento
(che non verr poi realizzato) in
completa sintonia con le riflessioni
dello Zibaldone e dei Pensieri, in cui
spesso lautore prende i giovani
inesperti sotto la sua ala per guidarli,
per consigliare loro di godere delle
passioni ignorando i freni imposti dai
vecchi, perch sono semplicemente
frutto della loro invidia.
I giovani scorrono sotto lo sguardo
di Giacomo come meteore iridescenti,
come lucciole in un mondo tenebroso
che va disfacendosi sotto i colpi della
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dittatura dellegoismo, per colpa della


negligenza degli illusi progressisti che
ignorano la felicit degli individui
sproloquiando di popoli, come se le
masse non fossero formate da singoli.
Leopardi non crede nelle masse,
le teme: sa che massa equivale a
conformit, alluguaglianza a tutti i
costi, al dover per forza corrispondere
alle aspettative degli altri per potersi
dire parte della comunit. Al
contrario difende il valore del singolo,
dellindividualismo, della libert di
esprimere la propria unicit divergendo
dagli altri, soprattutto per quanto
riguarda i giovani.
Inutile dire che la lettura di Leopardi
come poeta sofferente e lacrimoso
ormai trita e ritrita, ed innegabile
come la sua intera opera nasconda le
tracce di un manuale per ribelli, ad
uso di una giovent che rappresenta
un bene da non sprecare, il periodo in
cui la ragione non ha ancora cancellato
la capacit di immaginare, in cui
lesperienza non ha ancora dimostrato,
con tutta la sua tragica irrimediabilit,
che la vita un piano inclinato che
sfocia nellinsensatezza.
La vera fine delluomo per dice
Leopardi non sta nella morte, ma
nella rinuncia a godere dei fugaci

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momenti di gioia, pretendendo una


felicit pi grande che non esiste.
La lezione di Leopardi ci suggerisce
che le certezze infantili come per
esempio il lieto fine delle fiabe
saranno spazzate via con violenza,
che alla fine il lupo pastegger con la
principessa, che i principi a cavallo
sono vili e codardi, che nel mondo
gelido si muore assiderati come la
piccola fiammiferaia, che Barbabl
la far franca. Ma nonostante tutto,
finch queste illusioni sopravvivono,
bene crederci, giusto goderle, perch
sono lunico barlume di felicit vera di
cui possiamo disporre.
Dice William Goldman nel suo
sottovalutatissimo romanzo La storia
fantastica: La vita non giusta. Che lo
lo diciamo ai nostri figli, ma una
cosa terribile: non solo una bugia,
ma una bugia crudele. La vita non
giusta, non lo mai stata e non lo
sar mai. Queste sono le parole di
un padre che sta leggendo al figlio
il suo libro preferito, e gli dice che le
cose potrebbero non andare come
ci si aspetta, che nei romanzi cos
come nella vita il lieto fine non per
forza dietro langolo come credono i
bambini.
Questa non una storiellina.
Nessuno mi aveva mai messo in
guardia dice Goldman parlando in
prima persona al lettore Muoiono le

persone sbagliate e la ragione questa:


la vita non giusta.
Sulla base di quello che sostiene
Leopardi, dunque, possiamo dire che
la letteratura pi che mai lo specchio
della realt: il momento in cui siamo
cresciuti indescrivibilmente vicino
a quello in cui capiamo che le storie
possono andare male, che leroe arriva
troppo tardi e lorco si gi mangiato
lintero villaggio.
Il dolore del diventare uomini e
della morte dellinnocenza, ha come
conseguenza il senso di insopprimibile
nostalgia per la giovent, di quando i
confini tra fantastico e reale restavano
sfumati e il fascino per il mistero,
lenergia dellavventura, il brivido
dellorrore erano sensazioni capitali e
totalizzanti.
Possiamo dire che il pi valido
sostituto dellinfanzia sia forse il patto
finzionale, lunico modo che abbiamo
di sospendere la nostra incredulit
e regredire consapevolmente alla
fanciullezza.
I giovani di Leopardi sono splendide
ginestre: tenui virgulti di speranza
effimeri come le stagioni che mutano,
cresciuti in attesa della fine sul fianco
del vulcano sterminatore che la vita. I
giovani sono gemme gettate sul fondo
di un pozzo tenebroso, brillano nel
momento in cui il sole le illumina e poi
precipitano, precipitano inesorabilmente.

Il gigante fissa il tramonto e il mondo che muore al di l della finestra. Un altro giorno passato e nel
profondo sente un brivido per tutto quello che si cela al di l del suo campo visivo, al di l della siepe che
si staglia laggi, per scoprire il mistero dellultimo orizzonte.
Il gigante guarda e gode della bellezza insita in ogni sfumatura del mondo, non pensa, si lascia
semplicemente naufragare

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LA PROSSA DEI
LETTORI
Ho 31 anni e sono di origini calabresi, anche se gli studi
universitari mi hanno portato lontano da casa, a Torino.
Cinque anni fa ho realizzato il desiderio di ritrovare tutti i
giorni sotto il naso lodore del mare di casa, trasferendomi
a Genova; qui ho rispolverato la mia vecchia passione per la
scrittura grazie soprattutto a Sergio Badino e ai suoi corsi di
narrativa. Scrivo per guardarmi dallaltra parte degli occhi,
per sco prirmi e scoprire di pi, per fermare davanti ad un
punto i miei pensieri e condividerli con chi avr il piacere di
leggerli.

LA VOCE DI UN ALTRO
di Antonio Lidonnici

Me ne stavo tranquillo accanto al mio


padrone, assaporando le vibrazioni che le
ruote tremanti davano a tutta la cabina.
Avevo un po caldo onestamente, anche
per colpa del frac che Mr. Jones aveva
deciso di farmi indossare: come al solito
aveva deciso tutto lui. Dai Robert, che
stasera saranno tutti per te! Vedrai quanti
applausi, e quante donne tutte per noi! Dai
amico mio, non fare quella faccia triste
mi aveva detto tirandomi delicatamente
su dal mio lettino. Se ne era accorto
che ero stufo di quella vita; ormai da un
pezzo non ero pi quello di prima, solare
e giocherellone con tutti, nonostante in
pubblico mostrassi solo il mio bel sorriso.
Una ragazza si era seduta al posto
di fronte a me e, come spesso accadeva,
aveva subito iniziato a fissarmi incuriosita.
Mr Jones si accorse subito di lei, e le sorrise
dicendole che se voleva poteva parlarmi.
Mica morde! le aveva detto con un
sorrisone dei suoi mentre mi prendeva in
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braccio.
Norma, cos si chiamava, aveva iniziato
allora a farmi un sacco di domande
alle quali risposi tranquillamente e con
gran gentilezza; da me riusc a scoprire
che lavoravo in giro per le piazze e che
facevo un mucchio di cose interessanti.
Si era accorta che avevo caldo perch
continuava a ciondolarmi la testa come se
dovessi addormentarmi da un momento
allaltro e mi aveva offerto della limonata
fresca che aveva con s; fui per costretto
a rifiutare: certe bevande mi davano
decisamente fastidio.
Sembrava offesa dal mio rifiuto,
ed il mio padrone se ne era accorto;
prontamente si era allora prodigato in una
serie di battute delle sue, di quelle che di
solito facevano piegare in due il pubblico
dal ridere: Norma aveva allora iniziato
a ridere di gusto, ed io con lei. Mi stavo
innamorando di quella ragazza, inutile
dirlo, e secondo me lei ricambiava: perch

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altrimenti avrebbe chiesto a Mr Jones se


poteva tenermi un po in braccio?
Il mio padrone aveva acconsentito,
con un pizzico di diffidenza lo ammetto,
ma non poteva resistere neanche lui a quel
sorriso giovane e smaliziato.
La conversazione era proseguita, ed
avevo scoperto che Norma non aveva
un fidanzato, per mia fortuna, e che le
piaceva cantare e suonare la chitarra. A
questultima affermazione Mr Jones era
balzato sul seggiolino con uninaspettata
euforia: Aspetti signorina, le mostro una
cosa!, e prontamente aveva tirato fuori
dalla sua fida valigetta un piccolo banjo:
Anche Robert sa cantare, lo fa a tutti gli
spettacoli: dai Robert, cantagli il tuo pezzo
forte!.
Avevo allietato lo scompartimento con
uno dei miei pezzi migliori, che dovetti
per interrompere bruscamente proprio
sullassolo: Mr Jones aveva iniziato a
tossire in un modo che mi preoccupava
molto. Gli succedeva un po troppo spesso
negli ultimi giorni.
Signorina, sia gentile, dia unocchiata
a Robert, vado un attimo in bagno e torno
aveva detto alzandosi dal seggiolino e
caracollando nel corridoio del treno verso
la toilette.

ha voglia trovare un anziano morto nella


toilette durante il suo turno.
Io quel signore non lo conoscevo
avevo risposto con la massima sincerit
quando sono salita lui era gi nello
scompartimento. Non mi sembrava che
stesse male, anzi abbiamo chiacchierato
un bel po. Pensi che ad un certo punto
ha anche tirato fuori dalla sua valigia un
banjo ed ha iniziato a suonare!
Il controllore mi guardava come se
non fosse del tutto convinto di quello che
gli stavo raccontando, ma io non sapevo
pi come difendermi.
Vada signorina, ma prima lasci il suo
numero di telefono al collega: nel caso le
venisse in mente qualcosa, mi chiami mi
aveva detto accompagnandomi fuori dalla
stazione Il signore era senza documenti,
per cui ci metteremo un po prima di
risalire a qualche suo conoscente. Nel
frattempo lascerei a lei i suoi pochi effetti
aveva concluso porgendomi una borsa di
tela con il banjo dentro e quel pupazzo da
ventriloquo, con quel bel sorriso piacione
e accondiscendente stampato in faccia

Signorina, lei certa che prima di


dirigersi verso il bagno il signore non
le abbia detto niente in merito al suo
stato di salute? Mi aveva apostrofato il
controllore, con il tono di chi ha passato
12 ore su un treno e lultima cosa di cui

Per contattarci e inviarci i vostri racconti scrivete a prossanova@fischidicarta.it

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INFISCHIATENE

MIA COUTO LALTRO LATO DEL MONDO -

SELLERIO 2015

di Francesca Torre

Il titolo originale dellopera Jerusalm:


il microcosmo al di l del quale si apre
Laltro lato del mondo che d il nome
alledizione italiana. Dopo la sepoltura
della moglie Dordalma, Silvestre Vitalcio
sceglie una riserva naturale per fuggire
dalla realt di sofferenza e corruzione
della citt. Il suo deliberato isolamento
coinvolge i due figli, un servitore e il
cognato; a concludere il quadro degli
abitanti di Jerusalm (Lumanit, come
intitola il primo dei tre libri in cui diviso
il romanzo), la giumenta Jezibela. Solo
addentrandoci nella storia possiamo capire
cosa rappresenta davvero Jerusalm:
non un luogo ma lattesa di un Dio che
ancora doveva nascere. E solo questo
Dio mi avrebbe sollevato da un castigo
che io stesso mi ero inflitto aggiunge,
alla fine del libro, Silvestre. I nomi dei
personaggi, allinizio della storia, che
danno il titolo ai capitoli del primo libro,
ne hanno sostituito di precedenti: veniamo
a sapere che Silvestre Vitalcio era Mateus
Ventura, zio Aproximado si chiamava
Orlando Macara, laiutante Ernestinho
Sobra diventato Zacaria Kalash, il figlio
maggiore Ntunzi, invece, Olindo Ventura.
Lunico a mantenere lo stesso nome dopo
questa cerimonia di sbattezzamento,
il piccolo Mwanito, punto di vista
predominante nella narrazione della vita
della comunit, esule a Jerusalem. In
questa sorta di luogo apocalittico non
concesso pregare, piangere, raccontare
storie, ricordare, provare nostalgia,
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sognare: queste azioni sembrano non


essere nemmeno pi possibili per gli ultimi
sopravvissuti alla fine del mondo. Secondo
la spiegazione di Silvestre, infatti, il sogno
(in quanto discorso con i morti) e il
ricordo non esistono in un mondo senza
pi nemmeno antenati e aldil. Mentre
il padre aspetta un cenno da parte di
Dio e la vita a Jerusalm ruota attorno a
questo delirio, Mwanito ha undici anni,
ma non ha mai visto una donna in vita
sua. Il fratello Ntunzi rappresenta per lui
una piccola finestra sulla vita precedente
a cui stato strappato senza conservarne
il minimo ricordo. A turbare lequilibrio
del rifugio, giunge nella riserva una donna
portoghese, bianca, alla ricerca del marito
scomparso.
Quando il quadro della trama
sembra essere chiaro, nuovi particolari
conducono la narrazione verso esiti
inaspettati, che mettono in crisi le certezze
del lettore intorno alla storia e alla
psicologia dei personaggi, mobile e dalle
molte sfaccettature. La trama dunque
articolata e mai scontata; ecco che alcuni
particolari, a prima vista irrilevanti,
ritornano e risultano determinanti per la
comprensione della vicenda.
Il particolare trattamento a cui viene
sottoposta la parola il centro dellestetica
e della poetica del romanzo. Niente mi
precede, inauguro il mondo, le luci, le
ombre. Mi spingo oltre: fondo le parole.
Sono io che le battezzo, creatrice del mio
stesso idioma: attraverso la voce della

Fischi di carta

donna portoghese, Mia Couto sembra


riferirsi proprio al suo linguaggio, che
guarda alla metafora ed per questo volto
ad evocare immagini, fino quasi al punto
di creare la realt stessa. Ho immaginato
che lautore avesse voluto ricreare uno stile
il pi possibile simile a quello del racconto
orale, che si avvale di simboli e immagini
esemplari che si traducono in massime,
sempre valide e riutilizzabili, che a loro
volta attingono a una tradizione popolare
tramandata nei secoli e di cui si fanno
portavoce lautore e i personaggi. Ne ho
avuto conferma in alcune righe di una tesi
di laurea intitolata Il racconto mozambicano
e lo stile unico di Mia Couto (amslaurea.
unibo.it/7478/1/
romboli_anna_tesi.
pdf) di Anna Romboli. Attraverso luso
di massime possibile toccare tematiche
assolute come lamore, la morte, il lutto,
il senso della vita, la guerra, lintolleranza
con una semplicit e franchezza, senza
alcuna autocensura, che trovo inusuali.
Tutto questo concorre a creare un
mondo letterario originale, a cui il lettore
occidentale pu non essere abituato,
nel quale difficile, in alcuni momenti,
distinguere la realt dal sogno, ma anche
dalla credenza. Gli stessi personaggi (in
particolare i maschi adulti) partecipano
di questa ambiguit, sempre pi evidente
con il procedere della narrazione. A
far loro da contrappeso sono proprio le
donne che, seppur bandite da Jerusalm,
rappresentano unassenza che pesa e che
si far sempre pi presenza, non solo
emotiva, ma anche fisica. Ne prova
il fatto che ogni libro e ogni capitolo
introdotto da poesie scritte da autrici
(tranne il secondo, che presenta una
citazione del filosofo Jean Baudrillard):
Sophie De Mello Breyner Andresen, Hilda

Hilst, Adlia Prado, Alejandra Pizarnik.


Il Mozambico postcoloniale, in cui i
fantasmi della guerra di liberazione e della
guerra civile sono ancora vivi, nonostante
si cerchi di dimenticare, non rappresenta
un semplice sfondo del romanzo, ma ne
costituisce la ragion dessere; in altre
parole, la storia non pu prescindere dalla
sua specifica ambientazione, al punto
che i personaggi stessi possono essere
considerati una metafora di quel mondo.
Zacaria, infatti, dice di non ricordare
niente, perch ha sempre combattuto
dalla parte dei portoghesi, soldato
di tante guerre, soldato senza nessuna
causa, senza una vera patria. Eppure, il
desiderio di oblio non pu che cedere,
infine, al recupero della memoria, in vista
di una possibile rinascita

Fischi di carta

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