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21 MARZO 1970 Civilt CATTOLICA QUADERNO 2874

EDITORIALE NON FIRMATO


L'ESISTENZA CRISTIANA
TRA LA CROCE E LA RISURREZIONE

Chi, nella meditazione e nella preghiera, s'avvicina al mistero


cristiano, cercando di coglierne il senso profondo, resta sconcertato: il cristianesimo gli appare, infatti, il regno del paradosso. E, in
realt, che cosa c' di pi paradossale del mistero centrale del
cristianesimo _ il mistero pasquale? Gi il fatto che, nella persona di Cristo, Dio muore per l'uomo tremendamente sconcertante per la ragione umana: certo, la teologia spiega che Cristo, Uomo-Dio, sulla croce soffre e muore in quanto Uomo, perch come
Dio non poteva n soffrire n morire; ma ci non toglie che la
sinistra ala della morte abbia sfiorato Colui che per definizione
il Vivente e, nell'unit della persona di Cristo, abbia colpito la
Vita: "La Morte e la Vita si sono battute in un mirabile duello; il
Condottiero della Vita, morto, regna vivo", afferma la liturgia
pasquale.
Sconcerta anche il fatto che Dio sia morto per l'uomo peccatore. Lo dice san Paolo quando scrive ai Romani: Cristo morto
per gli empi nel tempo fissato, quando noi eravamo ancora senza
forza. E a mala pena uno affronterebbe la morte per un giusto; in
ogni caso, solo per un uomo buono si oserebbe anche affrontare
la morte. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi per il fatto
che Cristo morto per noi quando eravamo ancora peccatori
(Rom 5, 6~8]. Cristo dunque morto per gli uomini peccatori,
per amore. Questa un`affermazione, che noi accettiamo nella
gioia della fede, non una spiegazione che sodisfi la nostra
ragione: poich, se gi l'amore umano sconcerta la ragione perch
si pone a di l di essa - come non ricordare a questo proposito
la frase di Pascal: ll cuore ha delle ragioni che la ragione non
comprende? - quanto pi sconcertante per essa l'amore di
Dio per l'uomo! L'uomo: un essere piccolo e debole, assai spesso

meschino e crudele, egoista ed orgoglioso - tanto che detto nel


Salmo 144 (3-4): "Iahv, che cos` dunque l'uomo perch tu lo
conosca - l'essere umano, perch tu pensi a lui? - L'uomo
simile ad un soffio - i suoi giorni sono come l'ombra che
passa"?

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Tuttavia, il paradosso cristiano raggiunge il suo culmine nel
fatto che il punto pi alto e pi intenso della vita di Cristo ed il
momento piu decisivo e pi efficace della sua esistenza - la sua
ora, come la chiama l'evangelsta Giovanni - la sua passione e
la sua morte; nel fatto, soprattutto, che Cristo doveva soffrire e
morire per risorgere da morte e diventare, per coloro che avrebbero creduto in lui e si sarebbero associati alla sua morte, "causa di
salvezza eterna" {Hebr 5,9). Che significa questo per l'uomo, per
la sua maniera di comprendere l'esistenza - e quello che nell'esistenza umana c' di pi sconcertante e, si potrebbe dire. di pi
assurdo: il dolore e la morte?
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Considerando la passione e la morte di Cristo, si sarebbe tentati
di vedervi un destino tragico. La norte assume sempre un aspetto
tragico. Come non dovrebbe assumerla quella d'un giovane predicatore galileo che al culmine del successo viene stroncato dal tradimento e dall'odio e viene appeso ad un croce, come uno schiavo
ed un malfattore? Eppure, nella passione e nella morte di Cristo
non c' nulla di tragico: Cristo non travolto, come gli eroi delle
tragedie, da un destino ineluttabile, non precipita nella
disfatta e nella morte come spinto da una forza cieca, che incominciba su di lui. Egli libero da ogni destino. Va incontro alla morte,
liberamente e volontariamente, mosso dall'amore per il Padre e
per gli uomini. Egli vuole soffrire e morire: per questo, di fronte
alla paura e all'abbandono dei suoi amici e al furore dei suoi

avversari, egli sereno e va avanti, solo, per la sua strada. Non


la serenit dello stoico o il disprezzo dell'eroe per la sofferenza e
la morte, perch di fronte ad esse egli sente l'angoscia e la paura
dell'uomo comune; la serenit del Figlio che, affrontando la
morte, sa di compiere un misterioso disegno d'amore del Padre.
Egli sa, infatti, che dalla sua morte dipende la salvezza dell'umanit: per questo egli ha detto un giorno di essere venuto per dare la
sua vita in riscatto per la moltitudine" (Mt 20, 28). La passione
e la morte di Cristo sono state dunque non la conclusione tragica
d'una serie di avvenimenti sfortunati, in cui la malvagit degli
uomini si trovata inestricabilmente associata ai casi della storia,
ma la realizzazione, liberamente voluta da Cristo, di un disegno
divino di salvezza. In realt, con la sua passione e morte, Cristo
ha compiuto la sua missione di Salvatore del mondo.
Ma, in tal modo, egli ha cambiato, per tutti gli uomini, il senso
della sofferenza e della morte. Certo, queste realt fanno parte
della trama dell'esistenza umana: come tutti gli altri esseri viventi,
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anche l'uomo soggetto alla sofferenza ed alla morte. E tuttavia


egli le sente non solo come un tragico destino incombente su di
lui, ma anche come un'assurdit ed un'ingiustizia. No, l'uomo non
fatto per la sofferenza e per la morte: egli "non deve" soffrire e
morire!
Che cosa ha fatto Cristo? Non ha abolito la sofferenza e la
morte, ma, soffrendo e morendo e lui stesso, le ha cambiate di
segno: da negative, assurde, le ha fatte divenire positive. Ne ha
quindi cambiato il senso: infatti, dopo la morte di Cristo, la morte dell'uomo non pi l'apice del suo sfacelo come essere vivente, ed il segno pi evidente della sua miseria e della sua finitezza;
non solo pi la condanna che pesa su di lui a causa del peccato,
poich per opera di un solo uomo il peccato entr nel mondo e

attraverso il peccato la morte" (Rom 5,12).


Passando liberamente attraverso la sofferenza e la morte, Cristo le ha redente, ne
ha fatto degli strumenti, delle vie di salvezza: come egli, morendo,
compie il gesto pi grande della sua vita ed anzi ne realizza lo
scopo supremo, perch egli venuto per salvare gli uomini dal
peccato, cosi l'uomo, soffrendo e morendo, compie il gesto pi
alto della sua esistenza, trova per s e per gli altri la via della
salvezza. Poich ormai, solo con l'accettare la sofferenza e la morte l'uomo salva se stesso e contribuisce a salvare i suoi fratelli.
Sofferenza e morte, dopo Ges Cristo, sono un sacramento, un
segno efficace di grazia e di salvezza.
Ad una condizione, tuttavia: che l'uomo che soffre e muore
unisca le sue sofferenze e la sua morte alla passione ed alla morte
di Cristo, perch da Cristo che soffre e muore sulla croce che le
sofferenze e la morte dell'uomo acquistano capacit e valore di
redenzione.
Per questo la liturgia pasquale afferma che "Cristo morendo ha
distrutto la nostra morte" e san Paolo aggiunge che le ha tolto il
"pungiglione" (I Cor 15,55). Essa, infatti, colpisce ancora l'uomo,
ma ha perduto la sua capacit offensiva, la sua carica distruttiva:
Per coloro che "muoiono in Cristo" - cio, per coloro che uniscono la propria morte a quella di Cristo - essa diviene segno e
strumento di vita.

Eccoci, cosi, in pieno nel paradosso cristiano: la vita e la salvezza sono nella sofferenza e nella morte amorosamente accettate
"in Cristo. In cruce salus. In morte vita. Ma, forse, pi che di
paradosso, conviene parlare di "mistero", che nel linguaggio cristiano
indica qualcosa di pi d'un paradosso per la nostra ragione,
Perch esso significa un disegno misterioso che Dio svolge nella
storia. E tale , infatti, il mysterum crucis, che l'essenza del
gioioso annunzio cristiano: questo ci dice che Dio ci ha salvati in

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Cristo mediante la sua passione e morte e la sua risurrezione e che
gli uomini potranno salvarsi, facendo proprie, sacramentalmente
nel battesimo e nell'Eucaristia, e realmente nella propria vita c
nella pro ria morte. le sofferenze e la morte di Cristo: o, per
usare il linguaggio paolino, diventando col battesimo un solo
essere con lui nella somiglianza della sua morte" (Rom 6.5), e
portando dappertutto e sempre nel loro corpo le sofferenze della
morte di Ges" {2 Co 4,10).
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La coscienza cristiana stata sempre profondamente sensibile al
"mistero della croce. Per rendersene conto basta ascoltare coloro
che di essa sono stati gli interpreti pi autentici e le antenne pi
sensibili: i santi. Si sa, i santi differiscono tra loro in modo impressionante, cosicch raro trovarne due che siano simili. Eppure, c'e un punto sul quale tutti i santi, senza nessuna eccezione, si
assomigliano: nell'amore alla croce, o meglio, a Cristo crocifisso:
nel desiderio di soffrire per lui e con lui e nell'effettiva partecipazione alla sua croce. In realt, in un modo o in un altro, tutti i
santi, dai pi antichi ai pi recenti - da Ignazio di Antiochia a
Charles de Foucaul, dalla piccola Blandina, martirizzata a Lione
nel 177, a Maria Goretti, martire della verginit - possono dire
con umile fierezza le parole di Paolo: Porto impresse nel mio
corpo le stimmate di Ges (cio, i segni delle sofferenze subite
per Cristo)" (Gal 6,17).
Purtroppo, in taluni settori del mondo cristiano di oggi, il mistero della croce poco o punto sentito. Sembra, anzi, che
taluni tendano ad eliminarlo dal cristianesimo, considerandolo come un residuo dell'antico manicheismo e del dualismo gnostico o
vedendovi una forma sublimata di masochismo. Il cristianesimo

per essi pienezza di vita, un s totale e pieno al mondo ed a


tutte le realt mondane: realt buone, perch creare da Dio e da
lui date all'uomo perch ne goda e cos dia gloria a Dio, alla sua
generosit ed al suo amore; realt, dunque, che bisogna guardare
non con sospetto e difdenza, ma con ottimismo, non lasciandosi
impressionare da quanto in esse pu esserci di negativo. Essi lamentano che nel passato si sia data del cristianesimo un'immagine
pessimistica e negativa, che l'l1a fatto apparire agli occhi dei non
credenti come negatore della vita, nemico del mondo e spregiatore
dei valori terrestri: che si sia fatto, insomma, della "fuga mundi" e
del contemptus mundi l'ideale cristiano. Invece, l'ideale cristiano
un s pieno alla vita ed al mondo, un impegno totale nel
mondo e nella storia, ed il vero cristiano colui che pienamente
uomo...

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In queste affermazioni c' molto di giusto e di vero; ma coloro
che le fanno, nello sforzo di correggere taluni deprecabili eccessi
del passato, rischiano di cadere in un eccesso peggiore. Rischiano,
cio da una parte, di dimenticare un dato essenziale della rivelazione cristiana: la realt del peccato; dall'altra di rinnegare praticamente tutto l'insegnamento di Cristo e degli apostoli fondato
sul sacricio e sulla rinunzia a se stessi ed ai beni della terra,
come via alla perfetta carit. Infatti,
la rivelazione ci dice che il mondo e le realt mondane sono, certo,
creature di Dio, e quindi
buone, ma aggiunge che tutta la creazione non si trova oggi nella
condizione di purezza e di trasparenza in cui uscita dalle mani
di Dio, ma si trova in una condizione di peccato, di ribellione a
Dio, e quindi di soggezione al "Principe di questo mondo": ll
mondo giace tutto in potere del Maligno", scrive san Giovanni [1
Io 5,19) ed aggiunge: Tutto ci che nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, il tronfio orgoglio

della vita - non dal Padre" (1 Io 2,16). Perci, il mondo e le


realt mondane, anche le pi alte, non sono naturalmente aperte a
Dio, ma al contrario tendono a chiudersi su se stesse in un'orgogliosa autosufficienza e ad escludere Dio. Solo mediante la redenzione di Cristo - cio solo mediante la partecipazione alla sua
morte - la realt mondana acquista la sua originaria purezza ed
apertura a Dio e diviene per l'uomo via a Lui. Ci Significa che il
mondo deve morire con Cristo se non vuole condannarsi alla
perdizione. Significa che il cristiano che usa il mondo deve farlo
partecipare alla morte" di Cristo e cosi puricarlo dal peccato.
Significa, in altre parole, che deve usare le realt mondane nella
mortificazione o, come dice san Paolo, come se non ne usufruisse" (1 cm 7,31).

Su questa verit fondato l'insegnamento di Ges e degli apostoli sulla mortificazione cristiana. Non ha detto, infatti, Ges
Cristo: Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce
e mi segua [Mt 16.24)? Non ha detto che chi perde la sua vita,
la trover" [Mt 16,25) e non ha indicato ai suoi discepoli la
porta stretta" (Mr. 7,14}? E Paolo ha voluto forse saper altro
se non Ges Cristo, e Ges Cristo crocifisso [I Cor 2,2), e il suo
timore pi grande non stato quello di svuotare la croce di Cristo
(cfr I Cor 1,17)? In realt, la croce di Cristo piantata nel cuore
del cristianesimo, e non la si pu eliminare senza distruggerlo o
ridurlo ad un guscio vuoto e senz'anima.
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Evidentemente, la croce non il tutto del cristianesimo, anche
se ad esso essenziale. Poich Cristo ha sofferto ed morto sulla

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croce, ma risorto. Anzi, ha sofferto ed morto per risorgere. La
croce stata la via, il passaggio obbligato della risurrezione; Non
era necessario che Cristo patisse per entrare nella sua gloria? ",
dice Ges ai due pellegrini di Emmaus (Lc 24,26)? ll perch di
questo legame tra a croce e la gloria della risurrezione l'ha posto
Ges stesso quando ha detto che "se il grano di frumento non
cade in terra e non muore resta solo, ma se muore porta molto
frutto (Io 12,24): infatti, proprio col suo abbassamento fino alla
morte di croce, Cristo ha meritato dal Padre la gloria della risurrezione (cfr Phil 2,6-11).
Cosi, le tenebre del Venerdi santo sono fugate dalla gioiosa
luminosit del mattino di Pasqua: il dolore e la morte sono sommerse dalla gioia e dalla vita. Cristo risorto: ormai non si deve
pi cercare il Vivente tra i morti! Eppure, nel suo corpo glorioso
ci sono ancora i segni della morte - e l'incredulo Tommaso mette
la mano nel luogo dei chiodi (Io 20,25); da parte sua l'Apocalisse presenta Cristo nella sua gloria come agnello sgozzato
(Apo: 5,6); infine, la Chiesa, nella liturgia eucaristica annunzia e
rende presente la morte di Cristo risorto "fino a che egli venga".
Che signica questo per il cristiano e per la sua comprensione
dell'esistenza umana? Significa anzitutto, che, come per Cristo,
anche per il cristiano la via alla gloria della risurrezione passa per
la croce, cio, per la sofferenza, l'ignominia, il fallimento e la
morte: perci levando lo sguardo all'autore e consumatore della
fede, Ges, il quale toller la croce, sprezzando l'ignominia, anche egli deve uscire "incontro a lui fuori dell'accampamento, portando l'obbrobrio di lui {Hebr 12,2: 13,13). Significa, in secondo
luogo, che la croce penetrata dalla luce della risurrezione, ma
non abolita. In realt, Cristo con la sua risurrezione ha rinnovato il mondo fin dalle sue fondamenta e ha dato un senso nuovo
all'esistenza umana; soprattutto, ha immesso nel mondo e nell'esistenza una speranza nuova. Infatti, con la sua risurrezione egli ha
vinto le forze - Satana, il Peccato, la Morte - che tenevano

schiavi l'uomo ed il mondo e li conducevano alla rovina, e, in tal


modo, ha gettato nel solco della storia la speranza dei cieli nuovi" e della "terra nuova". Tuttavia, la sua vittoria non ha spiegato
ancora la sua efficacia in modo totale e definitivo: lo far solo
alla Parusia. Per ora, Satana, il Peccato e la Morte hanno ancora
dominio sull'uomo e sul mondo. Perci, il cristiano dovr ancora
lottare con la "spada della croce", come Cristo. Cosi, l'esistenza
cristiana si situa i tra la croce e la risurrezione, o meglio.
partecipa dell'una e dell'altra.
finis