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Gl. I
IIIIII NINIMINTI POLITICI
lo 1

ROMA E DI CALABRIA

lo 1

SICILIA E DI NAPOLI
P EB

SCntonio 9auuffo Ai

Cropea

SS74 A EP Go Ida I

SI VENDE PRESSO RAFFAELE RONDINELLA

Largo S. Ferdinando di Palazzo N. 3. e presso


l'autore Strada S. Mattia, N. 84,
terzo piano.
184S.

historiarum lectio prudentes


-

efficit.

Crc.

Respicere ea emplar vitae, morumque jubebo.


ORAz.

Quest'opuscoletto posto sotto la protezione delle

leggi che vegliano alla custodia della propriet


letteraria,

TIP0GRAFIA ALL'INSEGNA DEL SALVATOR ROSA


15. Salita Fosse del Grano.

EPIsToLA DEDICATORIA
Al savio re ossero un sorso

VINCEM
AllMO
il seniore:
GENERoso Aurco,

S'io conoscessi nella civil comunanza


un personaggio pi degno di voi, a costui
certamente profferirei questo ingenuo omag
gio di gratitudin somma , di affezione sin
cera, di verace ed eterna riconoscenza.
Tutto parmi con mirabil tempra appiccato
e giunto nella vostra individuali a perso

nale : io vi rinvengo sanit d'intelletto


ed immensa dose di saggezza, bont di

cuore e giustezza di pensare, orrevoli sensi


di grandezza d'animo e di raffinata dili.
catezza, perfezionamento di gusto e squi
silezza di sentire. Potrei or io desiderar

altra cosa davvantaggio nella personalit


vostra individuale? pur troppo: un vero e
caldo amico nel mio magnanimo e gene
roso MEcEvATE.

Sono col pi profondo rispetto


Di Napoli ai di 26 Febbraio 1848.
lostro umilis. e der t servitor vero
Antonio Pandullo
DI TROPEA.

GLI ULTIMI AVVENIMENTI POLITICI


DI ROMA E DI CALABRIA, DI SICILIA
-

E DI NAPOLI.

Il faut trouver une forme

de gouvernement qui
mette la loi audessus

de l'homme.

J. J. Rous.

Se havvi pel saggio un tenebroso tempo con


secrato al silenzio, ed un tempo pi rischia
rato e luminoso ch ei destina al parlare,
questo senza dubbio il prezioso ed accettevol

momento in cui, dopo un ben lungo silenzio,


schiuder conviene la bocca, sciorre il freno

alla lingua, frangere i ceppi al pensiero, e


far che libera e franca fuori se n'esca la bella
imagine della nostra intelligenza, la fedele
espressione degl'intimi nostri sentimenti, la
dipintrice sovrana di tutto ci che sentiamo
e pensiamo , la parola, rivelatrice pubblica

ed universale di tutto ci che s'ignora, ed


annunziatrice di consolanti

si

troppo invilita ed oppressata gente.

alla pur
-

Lungi impertanto dal concepir temenza dal


canto della vile menzogna, dell'infame ed
atroce calunnia; lungi dal lasciarci scuorare
dalle ripetute minacce del possente e temuto
egoismo; lungi dal farci sopraffare dalle di
cerie degli uni e dagli oltraggi degli altri,

dall'assurda ipocrisia di questo e dalle sedu


centi maniere di quello, opporre d'uopo
all'errore la diritta ragione, far pugnare con
noi contro la violenza del vizio l'augusta ve

rit, appellare infine al suo soccorso, in que


sta santissima nostra Riforma, l'autore stesso

d'ogni santit, il Moderatore eterno della na


tura, per la cui gloria s' dolce cosa il com
battere, senza paragone pi dolce il vin
cere e trionfare.
Non havvi cosa che tanto infastidisca ed

annoi lo spirito umano, quanto la lettura di

un'opera lunga ed affatto scevra d'interes


santi vedute. Sar nostra cura il tenerci as

sai lungi da cos gravi e pericolosi inconve


nienti, in tempi sovra tutto in cui, costituito
vedendo in problema l'intero stato sociale,

precipitar soglionsi talmente le opinioni e i


pensieri, in rapporto agli avvenimenti politici,
ch' sperabile appena il veder accordare qual
che rapido istante a gravi ed interessanti dot

trine, a narrazioni di fatti patrii, e della pi


alta importanza.
In mezzo al vorticoso movimento che tutto

avvolgeva e menava per disordinati fini il


mondo delle personali esistenze, pi non leg

gevasi un buon libro che furtivamente e con


un'attenzione incessantemente distratta da no

velli obbietti. E questa per me la pi pos


sente ragione, per cui non sonmi indotto fi

nora a pubblicare qualche altra opera, che


ho appena preconcepito ed annunziato nel
mio Corso di Filosofia Sperimentale. Ep
per sforzerommi di colpire in mezzo alle so
ciali evoluzioni, che preparansi, l' occasione

pi acconcia e favorevole per renderla legal


mente di pubblica ragione. Ei non conviene
per ora indiscretamente disturbare le profon
de meditazioni delle menti pi illuminate e
chiare, che osan riformare la sublime scien
za degli umani destini, la gran teoria dei
naturali e positivi diritti della tradita finora
ed abbastanza illusa umanit.

Sento pur troppo in me stesso una secreta

forza di presentimento che questo tenue la


voro, da una profonda convinzione altamen

te ispirato, a collider farassi parecchie opi


nioni accreditate dal tempo che tutto pu,

e convalidate dall'opinion cieca che tutto am


manta e trasforma. Ma una considerazione

siffatta, comunque solidamente rafforzata da


un'epoca trista, in cui pi non siamo, ed
in cui si osava financo attentare alla pi sa
cra ed inviolabil propriet dell'umano pen
siero, non mi ha punto al presente impedito
di liberamente svelare alle ottenebrate intelli

genze le pi ascose ed alte verit. Non mi

ca necessario che un narratore di politici fat

ti raddoppi di sforzi e di cure per dare al


trui semplicemente nelsi e neanco

questa una condizione indispensabilmente ap


piccata e giunta alla facolt di pubblicare le
proprie opinioni: facolt che io porr in eser
cizio , non con altre vedute nell'animo che

quelle di giovare alla pi sacra delle cause


in cui si trova impegnato il sociale sistema,
n con altra speranza nel cuore che quella
di raccorre da miei concittadini e fratelli una

grata e lusinghiera accoglienza.


Non havvi individuo al mondo che sia pi
di me pienamente sommesso alle leggi del
paese, ove per sorte son nato e vivo; e lo
sarei del pari, ove per avventura sbalza
to fossi negli estremi confini del globo , lo
sarei stato ugualmente nell' antica Roma,

sotto la dolce influenza della Repubblica, come


sotto la pi dura dominazione de fieri tiran
mi, e sempre per gli stessi motivi, e nella
medesima intensit di sentimento. Un'ombra

vana d'indipendenza assoluta, una larva lu


singhiera di falsa libert non mi seduce gran
fatto; sento in me, per lo avverso, qual

che cosa di celeste ed immortale che ad ogni


maniera di servaggio vile o d'ignominioso ab
brutimento cerca istintivamente sottrarmi. La
face rischiaratrice della filosofia ha felicemen

te involato l' uomo al fatal giogo dell' uomo.


Ei non havvi un sol mortale nel mondo, fra

le specie tutte civilmente umanizzate, che ri


peter non possa o non debba, ubbidendo al

le leggi: Ravviso ben io in ogni rappresen


tante di Nazione e di Governo il mio mode

ratore e padre, purch ei non pretenda che


io l' estimi un capriccioso e dispotico nume
sulla terra; io son libero, e non conosco al

tro padrone su di me che l'Eterno, il quale


peranco suo signore e capo.
Niuno oser certamente contrastarci un di

ritto naturale, un privilegio esclusivo, che

ha in noi trasfuso ed indelebilmente impres


so natura sin dal nascer nostro. Le discus

sioni politiche, per s stesse assai gravi e


sincere , sur un subietto che tiene occupata
oggimai una gran i" degli spiriti napolita
ni, esser non potrebbero severamente interdet

te che da un timido e sospettoso dispotismo,


vittima crudele delle sue vaghe inquietezze.
Il tenebroso genio del male, tremando sem

pre per le meschine sue opere, trovar seppe


ingegnosamente un astuto e cavilloso princi
pio, di cui formossi un terribile scudo con

tro la verit e la ragione: Combattete l'er


rore, diss'egli, ma disgiugnendolo sempre

dalle individuali esistenze . Ci importa tanto


" il dover a lui lasciare il positivo e
il reale, e il riserbare per noi l'ideale e l'a
stratto, affine d'aver egli il diritto di trattarci
da stravaganti e dementi. Assai pi dolce ed
util cosa sarebbe, senza dubbio, lo stabilire
per s fatte materie le pi generali e solide
teorie ; ma ben altramente procedon le cose

in questo cieco mondo. Le sociali comunanze

10

- -

vivono e muoiono, riproduconsi ed annien


tansi secondo le dottrine degli uomini ond'esse
sono governate ; ed impugnar non potreb
bersi queste stesse dottrine, senza attaccare a

un tempo e i discorsi ch'esprimonle, e gli


atti che le consacrano con le pi imponenti
formalit. Or, nel doversi trattare di atti e

di discorsi, le personali esistenze son sempre


in iscena; e pi grande apparisce agli occhi
delle attonite genti la lor imponente autorit,
i forte sentir fassi il bisogno di scinder
a benda indegna che forma la loro illusio
ne. Per quale strana, in effetto, e mal in
tesa carit sacrificar si dovrebbero la socie

tade e l'ordine morale, le teorie pi sacre

de diritti e del doveri, all'orgoglio insultante


di taluni acciecati

";

Ilavvi senza dubbio di taluni rimproveri,


ch assai pi dura ed increscevol cosa il
farli che il pubblicamente subirli. Ma nemi
seri tempi decorsi in cui eravamo, ed in cui
tutto era stravolgimento nell'uomo, maggior

piet si concepiva pel rimorso che mormora


va, che per la coscienza che gemeva nel suo
disperato timore. Il suo zelo penace, ma per
libero e franco, ingenerava una specie d'ir

ritamento importuno ; come il selvaggio al


suo figliuolo, cos diceva l'egoismo smodato
al vindice della verit: Vedi, soffri e tacil

Giustissimo cielo! e per qual ragione non do

veva esser permesso all'uom saggio di schiu


der la sua voce per la giusta difesa della

11

R" troppo

afflitta e languente umanit?

Niun motivo certamente di personale interese


o di assurdo amor proprio indur pu l'ani
mo mio a sostener l'interesse della verit e

del diritto. N ignoro peranco che chiunque


discende nell'arena, preconoscendo assai bene

qual alto destino ve lo attende, star dee


sempre apparecchiato e disposto al pieno adem
pimento d'un sacro dovere, poco o nulla im
portandogli del giudizi degli uomini e del loro
vani discorsi.

Egli era omai gran tempo, che il mondo


procedeva indeclinabilmente nella stessa guisa,
e che il desolante egoismo opponeva ingiu
sta guerra a tutto ci che serviva d'ostacolo
alle sue vili passioni ed alle sue basse idee.
E cos parea che andar volessero le cose sino
a che le masse sociali inondar dovranno la

faccia della terra ; ma non era questa una


sufficiente ragione per dovergli cedere igno
miniosamente il terreno.

Era ben di mestieri, per lo avverso, che


cedesse ei stesso alla verit, e cedesse pur
troppo eternamente, allorch sarebbe perve
nuto il giorno del felice trionfo. Le leggi

della terra, comunque fondamentali ed in


scuotibili ci appaiano pel momento, subir

dovranno o presto o tardi qualche scossa ter


ribile e fatale ; ed in effetto, non era mica

per noi visibile n certo che quest'ordine ap


parente di cose, ricovrantesi all'ombra di

tutte le moderne teorie secretamente ispirate

12

dal pi turpe egoismo, avesse mai ricevuto


dal Dio di giustizia e di pace le pi salde
promesse di eternale durata.

In qualunque guisa intanto concepir si vo


glia, in taluni momenti, la vivacit o la forza

delle mie espressioni, desidero di cuore che


sien sempre giudicate dal patrio sentimento
che halle istintivamente ispirate. Il desiderio di
umiliare o di ferire l'orgoglio di chicchessia,
del pari che il disegno di profonder lode ed
incenso, adulazione ed allettamento ai gran
di della terra, stato sempre un sentimen

to affatto ignoto al cuor mio. Vedute pi


alte, e d'un genere pi nobile e pi su
blime, han guidato il mio spirito, nell'in
traprendere e menar a compimento quest'al
tro interessante lavoro storico ; ed ove i

miei sforzi avesser bisogno di esser un gior


no giustificati innanzi al tribunale del mon
do, non esiterei punto di produrre a mia
difesa queste poche e semplici parole: LEG
cETE E GIUDICATE. La snosizione fedele ed in

genua de fatti, che in s quest'appendice


storica comprende, non offre allo spirito uma
no che un subietto di riflessioni profonde
pei politici e per gli amministratori di leg
gi, pei governanti e pei governati, per le

masse e pei loro moderatori. L'avvenire che


ci attende, e cui noi aspiriamo colla pi al
ta impazienza, ben altre istruzioni ed altri
ammaestramenti ci riserba : imperocch ha
-

il suo termine ogni cosa, e peranco l'op


a

pressione ed i torti , la sofferenza e la pa


. zienza. Le umane specie, che pi non sono,

e quelle altres che non hanno ancora finito


di penare,

non han veduto finora che il

male in azione, l'egoismo in trionfo e la

virtude in depressione ed avvilimento. Qual


mente sagace e penetrante preveder potea lo
spettacolo, che succeder dovea senza dubbio

"

tenebrosa costituzione delle cose passate?

chi mai cos accorto ed illuminato da in

dovinare peranco a quali modificazioni o


strani cangiamenti andranno un tempo le so
ciali masse soggette ? chi pu conoscere al
tres quali e quante anime grandi e genero
se elevar dovransi un giorno sulla sfera del
le rigenerate razze, per assumerenergicamente
la difesa del vero e del bene, del diritto e

del giusto, senza di cui non pu darsi, n


concepir pu mente umana la vera idea di

pubblica salvezza?
Comunque da gran tempo occupato siasi
lo spirito umano della sublime scienza dei
DIRITTI dell'uomo e del cittadino, come quel
la ch estimar puossi la pi degna di tener
altamente occupati i pi sublimi geni, sem
-

bra non pertanto di andar fallita nella sovra


na destinazion sua, e di non aver fatto fi

nora quel felice progresso cui l'universale


impazientemente agognava. I suoi principi sono
ormai divenuti un interminabil subietto di

problematiche discussioni, e diveder fansi i


2

14

filosofi assai poco d'accordo infra loro rela


tivamente alla fondamental base che si do

vrebbe ad essi accordare. Appo la maggior


parte del pensatori antichi e moderni, i"
portante TEORIA del naturale ed universal di
ritto, in luogo di rischiarare

egualmente gli

animi di coloro che sono nell'ampia sfera


compresi dello stato sociale, fatalmente di
venuta una scienza astratta e misteriosa, Per

una di quelle strane ed inconcepibili contra


dizioni che ha ella comuni con tutte le uma

ne conoscenze, ha perduto di vista l'espe


rienza e la spregiudicata ragione, e guidar
fassi ciecamente dall'entusiasmo e dall'indi
viduale interesse.

Di qui le pi assurde e stravaganti ipote


si di tanti esimi espositori della sublime scien
za del destini dell'umanit, le quali, lungi
pur troppo dal semplificare la scienza e ren

derla via pi popolare, non han fatto che


ammantarla di " e spesse tenebre, a
segno che lo studio pi importante per

l'uomo, gli oggimai addivenuto affatto inu


tile e vano, a forza di renderlo inaccessibile

ed oscuro, enigmatico ed astratto. Per una


speeie di debolezza quasi comune a tutti i

primi pensatori della repubblica delle lettere,


han costoro raddoppiato di sforzi per tra
sfondere nelle loro dottrine un tuono d'ispi

razione e di mistero, affine di renderle


pi rispettabili e sacre al volgo stupido e i
gnaro,

15

Di qui l'ignoranza in gran parte del pro

"

pri doveri e delle


correlative, la
violazione de diritti o del princpi fondamen
tali della civil comunanza, il rovescio de

li stati e la rovina delle Nazioni , le rivo

uzioni e le guerre civili, i contrasti pi


fieri ed accaniti fra le opinioni politiche, i
mutamenti improvvisi e repentini di Governi,
le inevitabili scene, da ultimo, di orrore e

di sangue, cui son teatro fatale le Province


ed i Regni, come pur troppo, nell'epoca

presente in cui siamo, avvenuto fra noi.


Nel compilare la Storia del nostro Reame,
mi era ben io avvisato di chiuderne il corso
intero e non interrotto del principali avveni
menti, che in variate epoche hanno avuto
luogo in queste nostre contrade, senza pun
to far motto degli ultimi casi che segnata
mente avvennero, a questi nostri tempi, in
Roma, nelle Calabrie, nella Sicilia ed in

Napoli. Ma ben riflettendo, che avrei senza


dubbio violato la storica fedelt ed esattezza,

da un canto, e tradita dall'altro non che


defraudata la giustissima aspettazione de'con

temporanei, del pari che la prudente cu


riosit e saggia investigazione de posteri, ove
avessi voluto per poco passare sotto silenzio,
od ammantare d'ignominioso obblio i fatti

principali, le pi salutari riforme politiche,


che a questi ultimi giorni hanno avuto ino
pinata e tostna esistenza nel nostro Regno,
fommi perci sollecito, per quanto almeno

comportano e la brevit del tempo e la po


sizione attuale delle nostre cose, a farne ra

pidissimo cenno.
L'assunzione di Pio IX al Trono di Ro

ma fu principio di vita sociale, cagione pos


sente di civile riforma, provvidenziale sorgente
di rigenerazione politica per tutta l'Italia.

I gravi disordini da prima, i pericolosi par


titi, le sediziose fazioni, le risse intermina
bili, i furti e gli abusi d'ogni generazione,
che assai di frequente accadevano in talune

province dello Stato Pontificio, hanno indot


to quel Governo ad energicamente provveder
vi, non solo co mezzi di repressione corri
spondenti al momentaneo bisogno, ma a
prevenirli davvantaggio con quelle savie mi

sure, che le cagioni ne distruggessero, o


ne diminuissero almeno la perniciosa influen
za. N lieve fu poscia in quel sommo Poten
tato il sentito bisogno di procurare ai suoi
popoli un positivo immegliamento, un na
zionale progresso, un'illustrazione sociale,

che pienamente corrispondesse alla vastit


del suo concetto, alla rettezza delle sue ve
dute, alla santit delle sue intenzioni, tutte

corrive ad un pubblico e troppo inteso ben


eSSere,

Epper penetrata la bell'anima del Sommo

Pontefice della grande importanza di questa


verit, dispose di richiamarvi l'attenzione
de'Capi delle Province, affinch di concerto
con le Magistrature locali desser principio e

17

compimento al suo grandioso e colossale pro


getto. Per darvi quindi il necessario sviluppo,
a seconda delle diverse circostanze, nella

somma sua sapienza si degnato disporre,


che tutte le Autorit locali del suo Stato si
desser cura di esaminare le differenti posi

zioni de popoli, i variati loro bisogni, il


loro stato attuale, i mezzi di sempre pi mi
gliorare la presente condizion loro, i tem
peramenti pi acconcia cos importante prov

vedimento, i modi pi agevoli infine onde


mandarlo felicemente ad effetto. E perch
avesse opportuno mezzo a ben riuscirvi, de

liber l'augusto Pontefice che, oltre all'in


tervento delle Autorit Vescovili, nella parte

che peculiarmente riguarda l'immegliamento


civile e religioso, vi concorresser peranco
co loro lumi le Magistrature Municipali, del

ro che i Consigli Provinciali dell'intero


ato Pontificio.

Una s benefica disposizione, feconda pur


troppo di utili risultamenti, sotto i

"

religiosi, morali e civili, present allora,


non solo alla romana gente, ma ai popoli
tutti italiani, ed oserei ancor dire, all' Eu
ropa intera, una prova novella della filan

tropica premura, onde quell'Inviato dal cielo


provvidenzialmente attendeva a promuovere
il bene reale, politico e fisico del suo Stato

e de suoi dilettissimi suggetti.


A questo generale ben-essere, in effetto,

furon sempre dirette le mire di quell'uomo

18

celeste, interamente persuaso che dal conse

guimento pieno di esso pu solo ripetersi la


prosperit del popoli, e non gi dall'adotta
re certe teorie, che di lor natura sono inap

plicabili alla situazione attuale degli uomini,


alla condizione presente del tempi; o dall'as

sociarsi a talune tendenze, dalle quali ogni


supremo imperante di buon senso debb'esser
del tutto alieno: teorie e tendenze che da

molti savi vengon disapprovate, e che com


prometterebber manifestamente quella tran
quillit interna ed esterna, di cui ha biso

gno ogni Governo che ami di procurare o


promuovere la felicit pubblica de suoi go
vernati.

Sin dal primo istante impertanto che quel


sommo Reggitore del cattolico mondo, ani
mato come da distinto zelo di generale
immegliamento, diessi ogni cura per com

piere la grande opera della sua missione di


vina, l'opera dell'italica ristaurazione; e che

l'attenzione di quasi tutta l'Europa era a Ro


ma rivolta, s che tanto si sperava o tanto

si temeva per qualunque risoluzione che in


quella Dominante si prendessse, ogni atto,
ogni parola, ogni manifesto, che emanava
dal Governo Pontificio, diveniva un subiet
to inesauribile di comenti e di osservazioni ,

di chiose e d'interpetrazioni politiche.


-

Tutto ci, in effetto, che avea luogo nei

Pontifici Dicasteri, e che ivasi divulgando


da pubblici fogli di Lucca e di Genova, di

19

Torino e di Firenze, offre una luminosa con

ferma di questa nostra asserzione. E chi den


tro vi cercava un argomento a pi vive spe
ranze, chi vi scorgeva un motivo a nuovi

timori, chi vi leggeva una dichiarazione di


misteriosi principi, chi pretendeva infine di
rinvenirvi un disinganno ed una ritrattazio
ne. Tanto vero che gli umani giudizi di
pendono in gran parte dagli affetti indivi
duali e dai privati interessi ! Afine d'impe
dire pertanto che la pubblica opinione, ali
mentandosi d'illusioni fallaci, e non propizie
alla causa perpetua della civilt , trasmodas

se oltre i confini probabilmente voluti da chi


compiva il pensiero della grande rigenerazio
ne italiana, ha creduto allora molto accon
cio ed opportuno pi d'un ingegno illumi
mato e savio d' offrire alla considerazione dei

sudditi pontifici, e degl ltaliani, dottissimi


comenti, che, compendiando i principi fon
damentali della gi introdotta Riforma, ne
determinassero la politica importanza, e to

gliessero agli uni l'occasione di troppo au


dacemente sperare, ed agli altri il pretesto
di troppo bassamente temere.
Due erano allora, e due sono per anco a

queste nostri tempi, i punti principali, nei

quali il partito detto degli OscurANTIsTI di


verge e dissente dall'altro partito appellaio

de PaoGREssisTI ; vogliam dire, la condi


zione morale del popolo e l'azione gover
nativa. Quanto al primo punto, mentre il

partito oscurantista riponeva ogni sua fidu


cia esclusiva nell'ignoranza della Plebe, nel

l'elemosina de'ricchi e nella virt delle pe.

"

ne; il partito
volendo che ogni
classe si attendesse il miglioramento sociale,
sostituiva all'ignoranza l'istruzione, all'ele

mosina i salari, al timore de gastighi l'edu


cazione e l'incivilimento sociale, il vantaggio
comune e l'amore del bene.

Relativamente al secondo punto, in questo


dissentivano gli uni dagli altri, che i primi
faceano del modo di governar gli uomini un

i pubblico potere un
monopolio impudente, un assurdo egoismo ;
mentre i secondi, sostituendo al mistero la pub

mistero di stato, e

blicit, chiedevano e desideravano l'esercizio del

mezzi legali, in forza di cui l'opinione pubblica


agi potesse direttamente su lo stesso Governo.

E agevol cosa l'intendere, per la pi esat


ta conoscenza delle cose politiche e storiche
de nostri tempi, come l'un punto e l'altro
eran logicamente causa ed

i" al tempo

stesso: imperocch, ove mediante i benefizi


dell'educazione il popolo abbia acquistato con
la coscienza della propria forza, la cogni
zione pi acconcia del bene e del male poli
tico, ivi il mistero diviene visibil cosa, ed

il monopolio del potere un'utopia. E dove


questa coscienza e questa cognizione non sono

stabilite e diffuse, ivi non pu mica parlarsi


n d'opinione pubblica, n dell'azione di
questa sul governo degli uomini.

21

Circa questi due punti impertanto s'incon


trano in conflitto le opioni pi estreme, le
teorie pi divergenti, le tendenze pi con
tradittorie, su le quali se il partito degli
Oscurantisti ha sempre torto, il partito dei
Progressisti non sempre ha ragione. Diciamo

che il primo ha torto, poich condanna gli


uomini all'ignoranza ed alla miseria, all'op
pressione ed alla schiavit, all'avvilimento
ed alla dipendenza fatale; in somma un'of

fesa, un torto, un insulto alle leggi divine


ed umane, alla nobilt ed eccellenza dell'u
mana natura.

Diciamo che il secondo non

sempre ha ragione, poich talora troppo


esclusivo, talora elimina dal calcolo alcuni

elementi che ne son parte integrale, talora

infine ad un Ottimo ideale praticamente im

possibile, sacrifica il Bene positivo di facile


conseguimento.

In effetto, se l'ignoranza un male,


un'educazione regolata esclusivamente dall'e

goismo religioso, o sproporzionata a bisogni


veri del popolo, forse un bene? Se l'ozio
debb'essere rigorosamente bandito dallo stato,
dovr per questo gni sentimento morale es

esser sacrificato all'indisciplinata attivit del


l'industrialismo ? Se a tutto non bastano i

mezzi repressivi, dovrassi forse disarmare


il Governo ? S' cosa cui ripugna la coscien

za del genere umano, l'interdire al popolo


ogni azione sul governo di s stesso, do

22

vrassi perci esser esclusivo circa i mezzi pra


tici di conseguirlo ?
L'indole del Governo ; la civilt del po

polo, le convenienze politiche sono altrettan


ti criteri , che non debbon esser dimenticati

giammai da qualunque onesto cittadino, il

quale senza mistero d'individuale interesse,


e senza ossequio a nessun pregiudizio, vo
glia provvedere al bene positivo del suo pae
se. Fra molte teorie egualmente innocue,

ugualmente moderate, ve ne sono alcune che


non possono, almeno pel momento, eccedere

i confini della pura speculazione. Fra molte


tendenze egualmente generose, comuni ad un'e

poca di civilt, non tutte sono ugualmente


opportune, o meritevoli egualmente di esser
incoraggiate e promosse.

La convenienza e l'opportunit sono due


criteri sommi, principalissimi sempre in ogni
discussione civile o politica. Premesse queste
idee generali, eccoci al fatto storico della
rigenerazione italiana.
La forma di Governo adottata provviden
zialmente da

Pio IX fu una vera e for

male dichiarazione di novelli principi, in vir


t di cui il Governo Pontificio, elevandosi

al di sopra d'ogni partito, mentre dichiara


va, e protesta tuttora apertamente, per le
idee fondamentali di Civilt, richiamava la pub
blica opinione dentro i confini della conve

nienza e dell' opportunit.


L'Oscurantismo si affidava sul Codice Pe

25

nale ; la riforma pontificia invece lo chia


mava impotente a tutto ottenere. L' Oscuran
tismo tentava promuover l' ozio, mezzo fa
tale di corruzione, e predilegeva l'elemosi
ma manuale, mezzo umiliante di schiavit e

di dipendenza; la predominante opinione in


vece dell'epoca attuale deriva dall'ozio la
causa della pubblica immoralit, e va predi

cando al povero la legge santa del lavoro


l'oscurantismo voleva assolutamente l'igno
ranza delle infime classi della societ ; l'ita
lica riforma vuole invece avviarle a migliore
esistenza, mediante l'educazione religiosa e

morale, politica e sociale : voleva l'oscuran


tismo e mistero e monopolio nel Governo; la
sociale riforma invece chiede il soccorso del

l'opinione pubblica, manifestandosi legalmen


te mediante i consigli municipali e provincia
li: pretendeva l'oscurantismo ad ogni costo
l'avvilimento e l'abbiezione sociale, malgrado

la conoscenza degli effetti deplorabili e fune


sti; la politica riforma invece prometteva, e
realmente ottenne, un'epoca di risorsa e di
immegliamento generale.
Base di queste politiche riforme pare attual
-

mente che voglia essere la pubblica istruzione

del popolo, il progressivo incivilimento della


rigenerata Italia. Vuole la nascente riforma,

in effetto, che la societ sia religiosa, e quin


di invoca il ministero sacerdotale; la vuole

costumata e civile, e per proclama l'effica.


ce intervento de nobili, l'utile soccorso di

2,

(24

probi e savi cittadini ; vuole d'avvantaggio


operoso il grosso del popolo, e per questo
l'invita ad apprendere un mestiere; lo vuole
disciplinato e prode, valoroso ed agguerrito
a difesa della patria, e per seguenza l'ad
destra all' esercizio delle armi.

Scopo finale d'ogni politica riforma, deb


b essere il bene positivo, reale e pratico del
la civil comunanza ; ed al felice consegui

mento di questo eran tutte costantemente di


rette le filantropiche sollecitudini del primi ri
formatori italiani. Quel Governo che assume
la disciplina militare come mezzo di educa

zione civile, rende splendido omaggio alla


dignit dell'uomo, ed alla fede dei concordi
suggetti. Quel Governo che nelle riforme le
gislative pi intimamente connette coll'ordine
sociale, ed invoca il consiglio amico, speri

mentato, prudente del cittadini, pone un ter

mine al monopolio capriccioso e smodato,


offre una barriera insormontabile al mostruo
so ed assurdo egoismo.
Governo da ul

"

timo il quale non teme di istruire ed armare


il

" ,

solennemente dichiara al cospetto

dell'Eterno e della patria, ch'egli rinunzia per


sempre all'esecrato dispotismo.
a l'amor di sistema, i pregiudizi dell'e
ducazione, le seduzioni dell'immaginativa av

viar potrebbero di leggiero le menti alquanto


riscaldate verso teorie impossibili, o potreb

bero almeno dare agli affetti umani una ten


denza incompatibile affatto col bisogno della

25

pubblica pace, dell'individuale e real sicu


rezza. La riforma dei principi italiani ha gi

dato anche su questo alle redente genti un


salutare ed energico provvedimento.

Sapea bene il Regnante Pio Nono che le


teorie e le tendenze oggi comuni alla mag

giorit degl'Italiani, non eran punto immo


rali od empie, n sediziose o corrompitrici
del morale costume. E per come speculazio
ni non le condannava e non le proscriveva ,
ma con mirabile economia di senno, mentre

proclamava la tolleranza civile delle opinioni,


ne dichiarava alcune inopportune, altre in
compatibili con la condizione del Governo,

altre ripugnanti al sentito bisogno della pace


interna ed esterna dello Stato.

Sono le teorie del dominio della mente;


sono le tendenze del dominio dell'affetto. Di

teorie e di tendenze tutta componsi la pub


blica opinione, la quale dal raziocinio rice
ve la cognizione del bene, e dall'affetto l'im
pulso a

i" e

volerlo. Tutto si riduce

per conseguenza nel mondo morale e politi


co all'azione simultanea di teorie e di tenden

ze; e quindi non tutte le teorie, ma talune


soltanto sono inconvenienti ; non tutte le ten

denze, ma certune solamente sono inoppor


tune e strane. Non tutte le teorie, non tutte

le tendenze, ma alcune soltanto sono peri


colose e sospette.

Sono inconvenienti quelle teorie, le quali


portassero diminuzione vera e propria di so
vranit, o lesione di diritti alla social comu
3

26

nanza ; perch la prima un despotismo e


non un dominio, perch i secondi son ga

rentiti da patti sociali; perch su la pri


ma e su i secondi

la

si

volont

di chi

regge i destini de popoli non mica onni

possente, Sono inopportune quelle tendenze


che spingessero il Governo a divorziare per
subitno fatto dalle Tradizioni, le quali in
vece riputiamo che debban essere la pietra
fondamentale di ogni riforma, che stabilmen

te voglia introdursi negli Stati Italiani.


Non poche teorie intanto estrane tendenze,

pericolose oltre modo per la pace e sicurez


za pubblica, appalesaronsi in questi ultimi
tempi in Italia, le quali o spinger volevano
il Capo di Roma a farsi autore di guerre in
fra i principi cristiani, od esigevano dal me
desimo ambizioni di temporale dominazione
eccedente i confini dell'influenza morale e

dell'autorit dell'esempio; opinando forse ta


luni che quel savissimo Principe per un solo
moto della sua volont divider potesse col

popolo la suprema Maest dell'Impero, ov


vero alienare qualunque degli attributi essen
ziali della Sovranit.

E per vi eran di quei che fermamente


credevano, che potesse Pio Nono ad un trat
to immaginare ed eseguire una riforma con
pleta, cui contradivan le regole della conve

nienza politica; ed eranvi di coloro che for


te temeano, che voless egli rinnovare le ve
tuste pretensioni, riunendo sotto l'esclusivo

27

vessillo Guelfo le province italiane. E mentre

tanto speravano gli uni, e tanto gli altri te.


meano, forse una sottile e tenebrosa insidia

destava speranze inopportune, ed eccitava


timori panici ed indecorosi, ma neppure que
sta volta ha fatto difetto alla prova la sa

pienza di Roma.
Imperocch tra un Governo Costituzionale
propriamente detto, ed un Governo tempe
rato da garanzie fondamentali; tra un Prin

cipe che alieni parte di Sovranit, ed un


Principe che voglia restituire ai sudditi l'e
sercizio del loro diritti sacri ed inviolabili, che
furon usurpati dal mostruoso dispotismo; fra

un Papa che inalbera il vessillo dell'Indi


denza Italiana, ed un Papa che ricusan
do di servire altrui d'istrumento, la promuo
ve difendendo da ogni insidia e da ogni stra
niero insulto la propria, corre intervallo im

menso , che il sofisma, le basse passioni,


le picciole gelosie e la paura non possono
n diminuire, ne occultare. In questo in
tervallo vi sono teorie di civilt , che Roma

ha ormai proclamato al cospetto del mondo;


sonovi teorie di libert civile, che il Papa po
tea liberamente santificare, e l'ha detto, e
l' ha fatto; sonovi tendenze che posson essere

promosse senza disturbo della pubblica pace,


e sono gi state compiute; havvi da ultimo

talune tendenze, cui il Papa non ha ripu

gnato giammai , ed hallo purtroppo mostra


to col fatto.

2S

Aspettarono in effetto i sudditi pontifici con


quella calma ch' il frutto migliore della
sapienza ; e le promesse, e i voti, e i de

sideri hanno avuto il pi pieno e il pi sod


disfacente compimento. Aspettaron peranco
gli altri popoli italiani ; e gi le sorti del

Bel Paese, senza disturbo della pubblica


pace, furono irretrattabilmente e con sod
disfazione altissima cangiate. Perocch non

vi quasi un solo Stato Italiano, per cui


non sia spuntata la lieta aurora d'un giorno
pi avventuroso e felice, d'un pi i" e
glorioso avvenire. I prodi Italiani, calcando
finalmente una terra gi libera e redenta,

e vedendo a un tratto germogliati i semi di


rigenerazione da parecchi anni preparati,

han provato quella divina ed immensa gioia,


ch' solo concepibile da chi solo altamente
la sente.

Al grido festoso di libert, di riforma, di


politiche concessioni, di Costituzione, di
gloria al Principe Riformatore, di lega
italica , d'italiana indipendenza , di viva
Pio Mono, pi d'una testa riscaldossi nel

nostro Regno, pi d'un cuore infiammossi,


pi d'una voce incominci a suonar libera
e franca, in pi d'una contrada tuon forte
e ridestossi l'eco di quel suono eccitatore,
e gi un segreto fermento sordamente propa
gavasi da pertutto, cui era meta e scopo il
voler risorta a novella vita di gloria e di

libert questa nostra classica terra, ch'

29

terra ancor essa di valorosi e di PRodi.

E qui nuova storia, e pi alti destini ap


alesansi per la nostra patria redenta, per
i" nostre rigenerate contrade,
La prima a tumultuare infra le nostre Pro
vince, fu appunto Cosenza, nella Calabria
settentrionale o citeriore, compresa ne do

minii al di qua del Faro. Nella Capitale di


essa , che ne porta lo stesso nome, ebbe luo

go la prima esplosione, che fu immantinen


te seguita da un breve s, ma sanguinoso
conflitto. Stuolo di gente armata, che an
nunziata venne da prima con lo specioso nome

di brigantaggio, sotto la scorta e direzione


di taluni capi , piomb ratta dagli adiacenti

"

paesi su quella
e partitasi in due ag
guerrite bande , si diresse l'una verso il pa
lazzo dell'Intendente , di cui tentavasi far
cattura; e prese l'altra la direzione delle
con atteso disegno di trarne a li

"

rt quei detenuti per ogni generazione di


delitti, e poscia, fatto pi grosso e pi for
midabile il loro attruppamento, menare a pi

agevole e pi subitno compimento i loroc


culti disegni. Ma, sia ventura, sia caso, sia
provvedimento energico e pronto per parte

di colui che regolava i destini di quella Pro


vincia, la prima divisione di quell'ammuti
nata gente fu valorosamente respinta e via
dissipata; e non diverso destino era riser

bato alla seconda, alle cui spalle fu incom


tanente la Gendarmeria, la quale fin di sba

50

ragliare quei tumultuosi, non senza molte


morti e gravi ferite dall' un canto e dall'al
tro, e, quel ch' pi doloroso ed affliggente,
con l'amara perdita pur anche del Capitano
di quel corpo, sventurato figlio dell'immor
tale filosofo Pasquale Galluppi di Tropea.

Sedati appena questi primi tumulti, altri


ancor pi gravi e pi strepitosi a un tempo
si stavan preparando in altre contrade. Pe
rocch mossesi da prima a rivolture politiche
la Citt di Messina, ne dominii al di l del
Faro ; cui tosto non cess di far eco la Citt

di Reggio, nell'ultima Calabria meridiona

le. Ebber luogo in quella molti fatti d'armi


e sanguinosi conflitti, fra il partito de Ri

scaldati e quello della Truppa, in cui furo


no inevitabili le morti, le ferite, gli arresti,

le esecuzioni di giustizia, la fuga, l'espa


friazione, l'orrore, il lutto, la desolazione.

Appalesaronsi in questa non diverse scene


di terrore, n men luttuose catastrofi, degne
pur troppo di storica rimembranza. Sollevos

si a gran tumulto il popolo, si imbrandiro


no le armi , si corse alle carceri, si abbat

terono di esse le porte, si die libert ai


prigioni, scambiaronsi colpi e ferite, effusio
ne di sangue e morti dal canto del cittadini
e de soldati, diedersi alla fuga talune Auto
rit civili, talune altre vi preser parte, alcu

ne vi offersero generosa resistenza , alcune


altre piegarono alla circostanza dei tempi ed
alla superiorit di forza, si emanarono editti
e

51

del giorno, si affissero pubblici cartelli ai can


toni della Citt, pubblicaronsi perentori decre
ti e statuti, crearonsi momentaneamente nuo
ve leggi e novelli Magistrati, destinaronsi uf
ici, dispensaronsi impieghi provinciali, di
strettuali e comunali, si schiusero i fonda
chi , ribassaronsi i prezzi del sale, de tabac
chi e del pane; in una parola, tutto cangi
di forma, di aspetto, di governo, d'ammi
mistrazione e di reggimento politico in quel
l'ammutinato paese; e tutti questi strani can
giamenti non formarono insieme, nella loro

rapida durata, ehe un'immaginosa ed illu


soria scena di soli tre giorni.
Telegrafici segni e messi estraordinari
fan chiaro intanto alla Corte di Napoli un s
clamoroso e subitno avvenimento. Alcuni Va

pori carichi di truppe e di artiglierie spedi


sconsi repente a quella volta; si tenta un pron
io e celere sbarco dal canto del soldati; vien

loro opposta una momentanea e lieve resi


stenza ; si tirano a sdegno, da legni di mare

pochi colpi di cannone contra le mura della


Citt ; dansi in fuga gli ammutinati, e di
leguansi via; vi sbarca sul lido la forza mi

litare; rientra ogni cosa nell'ordine e nella


calma primiera ; ed il compimento finale di
questa scena tristissima, fu la destituzione di
molti Capi ed Autorit comunali, ammini

strativi e civili, l'arresto di non pochi pro


motori della rivolta, qualche pubblico esem

pio di giustizia, la fuga o scomparsa di non

52

pochi altri, e finalmente, fra le molte morti


e ferite da ambe le parti, l'uccisione di Leo
ldo Cava , Capitano di Gendarmeria, e

quella d'un rivoltoso appartenente alla fami


glia del tanto famosi Romei.
N qui si arresta l'iliade funesta d'or
rore e di sangue, che rese immortali nella

storia del nostro Reame quelle calabre regio


ni, del pari che tutti coloro ch'ebber parte
maggiore, a questi ultimi tempi, a tanta
scena lacrimevole e trista. Come gonfio for

rente che nel suo rapidissimo corso, va sem


pre pi straripando, e, rotta ogni diga, sor
montato ogni ostacolo, abbattuta ogni bar
riera, fuor esce impetuosamente dal suo letto,

e tutto inonda e via pi si spande e si dilata,


ed ogni cosa allaga ed " ne suoi vortico
si gorghi; quel torrente di rivoltosi fuori sbu
cando da patrii tetti, ben muniti di valore
e d'armi, attruppansi coraggiosamente in

sieme, escon fuori dal perimetro del loro pae


se, spandonsi in diverse terre, percorron dif
ferenti contrade, e cos di luogo in luogo, di
monte in monte, per dirupi e per selve, per
vengon finalmente nel Distretto di Geraci, fa
mosa sede un tempo de'vetusti e magnanimi
Locresi, e propriamente in Bovalino.

Col giunti appena quei prodi fuggitivi,


come ogni cosa era ben i" e disposta,

associansi repente agli altri loro confratelli o


compagni di ventura, che fan loro assai lieta

e fraternale accoglienza, pronunzian voti e

55

giuramenti di combatter sino all'ultimo san


gue per la causa comune della tanto sospira
ta libert, la sacra causa della rigenerazione
italiana. Eran gi sulle mosse di volger ratti
e precipitosi i passi verso l'antica Locri, quan
do spiccavansi da quella Citt il Sottointen

dente ed un Uffiziale di Gendarmeria, seguiti


da poca gente armata, con deliberato propo

nimento di sorprenderli e sbaragliarli. Vana


ed inconsiderata deliberazione, consiglio te

merario ed imprudente di quelle due Autori


t, che avventuravansi con s picciol drap

pello di far fronte a cos numeroso stuolo.


d'armata e valorosa gente! Cadder quindi a
gevolmente quei pochi nelle mani de rivolto
si, e, lungi dal farne strazio o dal dar libe

ro sfogo a vile vendetta, furono sol paghi


quei magnanimi di forzarli ad impugnare la
Bandiera Costituzionale, il vessillo della li
bert e della redenzione, l'emblema eterno

del riscatto e della italica rigenerazione, ed

in questo atteggiamento farli procedere alla


testa di quel calabro attruppamento.
Deliberano intanto quei prodi ed imperter
riti campioni di avviarsi verso la Citt di Ge
raci ; ma ne vengon forte contrastati e re
spinti. Vedendo per siffatta guisa tradita, anzi
che secondata, la loro comune aspettazione,
volgon incontamente il cammino verso Sider

no. Ham quivi cordiale accoglienza ed ospi


talit , non mezzani soccorsi e sempre cre

scente incoraggiamento. Ristoratisi alquanto,

54

volgon repente il cammino verso Gioiosa. Fa


vorevole accoglienza del pari, profusione di

cuore da per tutto. Quei bravi abitanti si fan


loro larghi di donativi e di offerte, e, fra
gli evviva e gli applausi, fra le feste ed i
tripudi, fra canti di gioia e di pubblica gal
loria, dopo di essersi solennemente intuonato

nel sacro tempio l'inno consueto di gloria e


di lode, imbandiscon loro generosa e larga
ImeIlSa e

Ci fatto, pensan tostamente tradursi in


Roccella, Citt non mezzanamente munita e
fortificata fin dall'invasione del Saraceni, af

fine di deliberar col pi maturamente sul


partito da prendersi in cos ardito e malage
vol cimento. Quand'ecco s'avvisano di far da

prima il loro ingresso nell'antica, forte e ben


murata Citt di Castelvetere, non pi che sei
miglia da Roccella distante, con meditato ed

atteso disegno di stringer anco alleanza con


gli abitanti di quell'inespugnabil paese, av
valorarsi vie pi del loro numero e delle loro
forze, e cos , via via pi oltre tracorrendo,

aver libero passaggio in altre terre ed in altre


Citt, con animo sempre di guadagnar cuori,
di piegare al loro gli altrui voleri, di acqui
star nuovi proseliti e pi coraggiosi campioni,

di render in somma pi formidabile e forte


la loro lega. Vano tentativo, fallito disegno
anche questa volta! Perocch armati e dispo

sti valorosamente a difesa gli abitanti tutti di


quel paese, e deliberati ad ogni costo di re

5i

spinger la forza con la forza, offron loro s

poderosa e ferma resistenza, da obbligarli a


cangiar consiglio e deliberazione.
Mentre in tal guisa eran disposte le cose,
forte in dibttito i loro cuori, incerte e va
cillanti le menti, dubbi e sospesi i pensieri,
fu solo bastevole una semplice e strana casua

lit, per finire d'immerger gli animi loro in


un abisso di miseria e d'inevitabil rovina. Un

falso e mal concepito timore, loro ispirato dal


l'appariscenza fatale di taluni navigli che na
vigavan per ventura a quella volta, e la cui
vista dest tosto in essi le pi sinistre inter

petrazioni per parte del Governo, i pi neri


presentimenti per la trista posizion loro, fin
di abbatterli, di scoraggiarli, di avvilirli. Di
quell'immenso stuolo d'armati, chi diessi
quindi alla fuga, chi cerc di nascondersi,
chi si cacci nelle selve, chi inerpicossi per
dirupi e scoscese, che si diede orribilmente

in preda al pi disperato dolore.


Mettendo intanto a profitto una s subitna
ed inattesa avventura, non esitan

i"

llIl

istante i test citati Sottintendente ed Uffiziale

di Gendarmeria, rimasi gi soli ed in balia


di s stessi, di salvarsi fuggendo, e far lieto
ritorno nel luogo di lor residenza, non sen

za gioia e sorpresa a un tempo di quegli at


toniti e mesti abitanti. In questo, per dispo
sizione e provvedimento di Governo, buona

parte delle truppe napolitane, sotto la dire


zione e 'l comando di Nunziante e di Statel

56

la , ingombra tostamente tutto il Distretto di


Geraci, con alta missione d' abbattere, dis

sipare e sperder interamente quelle torme di


ribelli, cos nomati. E loro pensier primo, e,
direi quasi, interessante, esclusivo, quello di
dar opera energica e pronta che i capi di

quei malaugurati rivoltosi cadano ad ogni co


sto, e per qualsiasi mezzo, nelle loro mani.
Ei non eran pi che cinque gli sventurati mar
tiri della libert, il cui splendore non fu per
essi che rapido baleno, tetra e fosca luce, che
si eccliss rattamente, ed immerse per sempre

nelle tenebre e nel terrore la loro patria in


felice, le loro desolate ed angosciose fami
glie. Ed eccone i nomi gloriosi ed immorta

li , degni purtroppo di eterna rimembranza,


e di esser eternamente trasmessi od infuturati

alle generazioni avvenire: BELLo di Siderno,

MAzzoNE di Roccella, VIRDUci di S. Agata,


RUFFO di Bovalino, SALVADoRe di Bianco.
. Sia perfidia e tradimento enorme dal canto

del loro propri concittadini e fratelli; sia avi

dit di falsa gloria, di mentito onore e di


pretesi meriti o requisiti ; sia nefanda ed ese
crabil fame di oro, che tutto tenta e tutto

osa negli animi vili ed ingordi ; sia manca


mento infine e violazione di fede, ch'esser
dovrebbe inviolata sempre ed intatta anco fra
i pi fieri ed accaniti nemici, era scritto nel

ferreo volume degli eterni fati, che quei cin


que sciagurati banditi, che noi pur nomere

mo gloriosi ed invitti PRosELIT1 della napoli

37

tana rigenerazione, cadesser finalmente in

potere dell'inesorabil Giustizia.


O mia Calabria, di dolore ostello !

Strettamente avvinti in durissimi ceppi quei


prodi, ch'eran pria tutti intesi a frangerli

per sempre, e non per essi soltanto, ma


pe loro cari fratelli pur anche ; gravati di
catene, cinti di funi, derisi ed insultati da
chi meno attendeanselo; infamemente vili

pesi quai ribaldi ed esecrati felloni, o quai


contaminati di pubblica ignominia, tradotti
vengono come in trionfo nelle prigioni di
Castelvetere. Un supremo comando li vuol
poscia di col immantinente sbalzati nel car
cer pi tetro e pi tenebroso di Geraci; ch
era forza d'irrevocabil fato che aver doves

sero que cinque valorosi e fine e tomba in


quella famigerata terra.
Ahi dura terra, e perch non ti apristi?

Porgeva intanto una larva di conforto e di


assurda speranza alle loro derelitte famiglie
non mediocre il presagio, che la gloria ita
liana e la causa giustissima della comun no
stra redenzione non avrebber punto sofferto
n tollerato la loro perdizione totale. Fallaci

auguri, vana fidanza, lusinghiero e stolto


presentimento ! Perocch mentre i voti e le

speranze, i timori e i conforti, le illusioni

38

e gl'istinti affettivi tumultuavano l'anima ed


il cuore delle proscritte vittime; e che i pi
strani e contrari affetti insieme commisti,

sentitamente martellavano gli animi de'cari


congiunti, deteneri amici, or confermati nella
speranza e nel presagio, or precipitati nella

disperazione e nel lutto; un Consiglio di


Guerra ne istruiva il processo, ne pronun

ziava l'inappellabil sentenza, dava il voto


di morte . . . .

Finch occhio umano beva l'alma luce del

sole, per molto piangere ch'egli abbia fat


to, non isperi d'aver ancora versato la sua
ultima lacrima ; finch cuore sensibile sia
ancor palpitante nel seno, non creda di aver

peranco grondato l'estremo suo sangue. La


ferrea mano del dolore fa spremere con acer
bissima stretta qualche arcana stilla di pian

to, qualche novissima goccia di sangue; le


viscere rinascono sotto il rostro del duro

avoltoio, che le divora.

E lo sapean pur troppo quei miseri dan


nati a morte, cui parea vivere entro ad una
notte immutabilmente profonda, quando co
nobbero ch'era spacciata per essi, e che
pi nere ed abbuiate faceansi le tenebre mor
tali; quando, alzati gli occhi al firmamen
to, ammantato lo videro di nera ed ampia

nube, in cui parea loro di leggere scritto a


cifre di fuoco: MoRTE. N l'ignoravan meno
i loro inconsolabili congiunti, alle cui orec
chie luttuosa percorse e rimbomb una voce,

39

che gridava: svENTURA, svENTURA! e maravi

gliando il resto del concittadini che avanzasse


loro sentimento per piangere, ne inchiesero
l' alta cagione, e saputala, ancor essi scla
marono: SveNTURA ! e lacrime ardenti traboc

cando dalle palpebre, solcarono a torrenti


le loro livide e smorte guance.
Ed ora questo dolore in me si rinnova ;
ora che mi vien fatto di favellare di questi
estremi momenti di sventura. O cielo, e co
me lo potr io? Lo spirito infermo; le
-

immagini ferali di morte, e di qual dispe


rata morte ! mi passano traverso la mente
fugaci come ombra sopra la parete; la nar
razione funesta di s acerbo caso, ch'io stu

diava agevolmente proseguire, gi dive


nuta malagevole e scabra; al maggior uopo
ogni soccorso mi manca ; mi rimane il cuo
re soltanto, che ha sentito e sente tuttora di
esser vivo per la trafitta dell'orrendo dolore.

Dopoch quei cinque sventurati rinchiusi


furono in quell'orrenda prigione, se ne sta
vano assorti nella meditazione delle tante
sventure che dovean in breve trascinarli s

barbaramente ad ignominiosa morte. Pi di


ogni altra per li crucciava orribilmente l'idea
del supplizio cui venian condannati da loro
concittadini e fratelli; e per, non la mor
te, ma il motivo ed il modo atterrivan for
te i loro cuori convulsi.

Ed io sfido l'uomo pi coraggioso della


terra a non atterrirsi orribilmente all' idea ,

40

ch'egli sano nella persona, in tutta l'inte


grit delle forze del corpo e della mente,
nel fiore della giovent, nelle pi ridenti
speranze d'una prossima rigenerazione poli
tica, ad un tratto sente intimarsi, come gli
uomini, i suoi concittadini in gran parte,

han gi decretato ch'ei muoia, e muoia il


tal giorno, alla tal'ora, in tal modo. Oh !
questo debb'esser senza dubbio un tormento,

oltre il quale impotenziata affatto a spin


gersi la pi tetra immaginazione. No, non
mica il pericolo della morte che lo cagio
na; perch io credo che in punto ancora pi
spaventevole, cio nel fervore d'una pugna,

d'una battaglia, d'un assalto, non invada


certamente questo terrore nemmeno i cuori
pi pusillanimi e vili. Perocch nel moto
d'una battaglia, ove la foga, lo spettacolo,
la mischia confusa, l'ira, il coraggio, l'emu
lazione, il furor di combattere, la gloria di
vincere e trionfare, inebriano i sensi e gli

spiriti siffattamente da non vedere, o visto,


da non curare il pericolo, ove questo pu

re incerto, sebbene prontissimo, possibile


la resistenza, applaudita la franchezza, bef
fato il timore, ove il colpo mortale giunge

repentino, viene assolutamente esclusa ogni


fredda riflessione generatrice del tormento mo
rale della morte.

Ma nel caso d'un condannato, per lo av

verso, dove tutto premeditato, dove si sa

che ogni respiro abbrevia la vita accostando

r.

41

a quell'ora fissata per la morte; il non po


tera impedire ; il saper intanto che dipende
da un cenno degli uomini, e per un lieve

errore o delitto di opinione; il preconcepire


di esser circondato da ogni intorno di simili
suoi, che molti lo compiangono, che pochi
lo tradiscono, ma che niuno pu prestargli
vita e salvezza; esser moribondo nel vigo
re della salute e della vita; esser oppresso
da una possanza materiale sotto una forza
invisibile; in una parola, tutta la cerimo
mia ferale d' un'esecuzione di morte, tor

mentar deve l'immaginazione del condanna


to in un modo che non puossi neanco im

maginare con qualunque ai paragone delle


InISerle

tl Imane,

Invano io credo che la ragione e la filo


sofia confortar tentino il paziente. Oh ! che
son mai allora le loro consolazioni, quando
il male s affannosamente ne stringel Belli

sono i precetti della filosofia banditi dalle


cattedre e dai libri, eccellenti contro ai mali
passati ed ai futuri; ma nelle presenti scia

gure, quando il dolore c'incalza, quando


inevitabl rovina sovrasta , allora la natura
reclama altamente i suoi diritti, e ridendo

della filosofia, sparge al vento i suoi con


forti.

N quei miseri condannati a morte ve ne


trovavan alcuno, sebbene nel loro pensiero si
sforzassero di rintracciarvelo. Il caso addit
loro dove realmente ne avrebber trovato uno

42

efficace, potente, poich gettato lo sguardo


smarrito e confuso in un angolo di quell'an
tro tenebroso ammantato di lurida paglia,
ebber veduta la veneranda Immagine del pri
mo rigeneratore d'Italia, dell'immortale Pio
Nono, che uno di costoro stretta portava nel
suo seno, e che, per ismarrimento di sen
si, si avea poscia lasciato cadere sul suolo.

Tutti e cinque con gli occhi fissi in quella


Immagine, provavan quei miseri una com
mozione che nel profondo de cuori faceva
lor dire, sebbene il labbro fosse muto ed
immoto: 0 tu, salutato da tutta Italia, Prin
cipe riformatore di tanti milioni di redenti;
tu Inviato dal Cielo per porger ristoro e vita
a tante oppressate genti; tu conforto e spe
me de nostri fratelli, abbandoni or noi, tuoi

veri proseliti, e non vieni a darci sollievo


in s terribili angoscie l . . .
Queste meste parole profferiva appena bal
bettando uno di costoro, quando tutto a un
tratto la foga del dolore scoppi in un tor
rente di pianto, interrotto da un gemito pro
fondo e da un fremito convulso che fin in

un lungo sospiro; e gli altri quattro confra


telli di sventura piansero al suo pianto.

Gi si appressava a gran passi l'istante fa


tale, in cui consumar doveasi il memorando
sacrifizio di sangue. A un cenno gi dato,

dispongonsi sotto le armi le truppe, e tutta in


gombrano del loro marziale apparato l'atter
rita Citt. Tutto in quel momento ispirava or

43

rore, lutto, desolazione, spavento. Non un


uomo, n una donna pi si mirava per le
deserte strade. Ogni cosa col favellava di

morte. Schiuse intanto le ferree prigioni, ne


vengon tosto tratte fuori, o pi tosto fuor
trascinate le cinque vittime duramente desti
nate al ferale supplicio. Due file di soldati
strettamente attelati li cingon in mezzo. In

atteggiamento di mestizia e di profondo do


lore, procedon via quei nostri REDENTORI se
condi. Giungon finalmente nel ricinto fatale,

ove altra schiera di soldati, gi designati al


l'atto sacrificatore, attesamente attendeali; e
col, genuflessi, bendati, in duri ceppi av
vinte dietro il dorso le mani, forte suggel
lando col sangue la novella redenzion nostra,
il nostro novello riscatto, han tempo appena
di pronunziare i dolci e cari nomi di VIVA
Pio NoNo! VivA LA CosTITUZIoME ! VivA LA LI

BERTA'! . . . e gi pi non sono l . . .


. Allora un fremito universale ruppe la ta

citurnit del luogo; chi dette in pianto; chi


esclam : chi si pose a recitare le preghiere

del suffragio ; chi, alla vista di quello spel-.


tacolo, coprendosi gli occhi con ambe le ma
ni, rimase assorto da angoscioso affanno;
chi gemendo, ansava come travagliato da in
sopportabil tormento; chi finalmente, per
cuotendosi la fronte ed il petto, esclamava:
Oh ! Dio non lascer invendicata la lor mor

te; l'Italia far portar pena del sangue ver


sato dagl'innocenti! . . .

44.

. L'infausto annunzio arriv tosto a ferire

l'orecchio dell'unica sorella, che si aveva


uno di quei cinque gLoRiosi; le si volea da

prima fare un mistero del tragico avvenimen


to; vano ritrovato di pietosa prudenza ! co
mobb'ella ogni cosa; comprese tutto; le si
schier agli occhi il corteggio ferale della
Giustizia che le trucidava il fratello. Sorpre
sa da un tremito convulso che le

ii

di muoversi, si pose a gridare nel fervore

del suo delirio: Piet, o carnefici, piet di


mio fratello! . . . . O Vergine, Vergine mia,

travolgi le braccia e le mani che impugna


no gli strumenti di morte. Sospendi quei col
pi che sono per torgli la vita. E sangue d'un
innocente . . . . innocente la causa . . . .

Molti corsero verso quella derelitta che, sfi

gurata e abbattuta dal dolore, si strappava


le vesti ed i capelli. Sopraggiunse in fine il
padre tristissimo; guatollo spaurita; lo ri
conobbe ; gli lesse nel volto ci che dubita
va : Tutto finito : esclam con ac

cento disperato, e divenuta pi pallida della


morte, rest come una stupida; essendo pur
vero quel che disse un antico filosofo, che

i dolori, quando sono eccessivi, istupidisco


no. Venne pietosamente confortata e adagia
ta sul letto. Sviare l'anima sua sensibile da

quell'orrendo pensiero, fu opera pietosa, ma


vana. Un'altra vittima di quella tremenda
giustizia dovea scendere dentro il sepolcro;

la meschina dopo pochi giorni spir. . .

45

Calabri, Italiani, se qui non piangete,


di che solete voi piangere? Ma non tutte le

angosce trovan sempre conforto nel pianto ;


le pi gravi, per lo avverso, son vaghe pi

tosto di cupo e profondo silenzio. Quando gli


amici, i concittadini, i congiunti recaron

si a consolare le superstiti ed afflitte fami


glie di quei cinque gLoRiosi, le cui anime,
sciolte dalle terrene e guaste membra, eran
al cielo volate, non profferirono motto, n
piansero ; si assisero s bene secoloro in
terra per molti giorni e molte notti, peroc

ch videro essere la loro doglia molto gran


de e molto profonda.
Ed invero, o famiglie sventurate, che co
sa importa a voi miserissime, che i figli vo
stri sien oramai diventati dominio di storia ?

Che cosa vi giova, che non possa ormai me


morarsi RIFORMA in Italia, o costituzionE nel

nostro Reame, senza che il pensiero ricor

ra al valore e alle prodezze del vostri spenti


figliuoli? Che vale, che le ossa di quei vo
stri dilettissimi, onorati di grande memoria
e di gran fama, sien benedette insieme con
quelle di molti grandi Eroi, ond'ebber co

mune la sorte, e che pur dentro alle tom


be fremon ancora del sacro amore di patria
e di libert? N vi conforti punto l'idea,
che, presso a quei magnanimi e forti, li
riconoscan eglino per figli ed eredi dell'im

mensa anima loro: tutto questo non pu con


solarvi, o desolate famiglie, anzi vi accre

46

sce il dolore e l'affanno. Voi non vedete al

tro al presente, tranne cenere ed ossa, or

rende piaghe ed ancor rappreso e vivido


sangue l . . .
io

"

" ed incolto scrittore ho s

pronto e spedito, s agevole ed animato lo


stile, onde pigner altrui acconciamente le

altre pi ferali scene d'orrore e di lutto,


di desolazione e di sangue, che hanno avu

to luogo, a questi tracorsi giorni, nella pur


troppo infelice e flagellata Sicilia, e sovra

tutto in Palermo, Capitale di essa, e nella


Citt di Messina. Non la mia bassa e rozza

eloquenza nelle storiche dipinture, quella


sibbene d'un Tacito, d'un Machiavelli, d'un
Muratori , d'un Guicciardini, d'un Botta, si

richiederebbe pi tosto, per tutte francamen


te narrare, e tutte partitamente discorrere
le orrende stragi, le uccisioni crudeli, le
disperate morti, le orrorose carneficine, che

orrendamente insanguinarono quel trinacrio


suolo.
Ma dacch sembra pure che il concetto

dolore pel duro flagello delle guerre civili, cui


tuttora teatro quell'Isola sventurata, trovi
un qualche sollievo sfogandosi; poich il tri
buto della laude a quei benemerenti e ma

gnanimi cittadini, che di grandissimo valo


re pugnarono per la nostra gloriosa e co
mun causa, e vinserla versando generoso

sangue, pi tosto che bisogno per loro, sia

ufficio principalissimo del viver nostro civi

47

le; poich il caso presente cos proceda pie

no di grandezza e di sventura a un tempo,


che dicendo le valorose imprese di tanti eroi
della libert italiana spenti da fatti precoci,

si venga a parlare della storia memoranda


del nostri immegliati destini, di quanto que
sta nostra comun patria dolcissima accoglie

in s presentemente di pi prezioso e di gran


de, io far forza a me stesso, e tenter la

conicamente, come colui che guarda e pas


sa, qualche picciola cosa accennare.
Sia qualunque il torpore o la debolezza in
cui gli abitanti delle due Sicilie sembravan
esser fatalmente caduti, esisteva non per
di manco da pertutto un segreto sforzo di

rigenerazione intellettuale, morale e politi


ca, un germe fecondo di vero e positivo im

megliamento, ch' sempre l'effetto della gra


zia del cielo che ci vuol vivi e salvi. Mal

grado la forza progressiva e sempre crescen


te dell'egoismo individuale, sentivan le mas
se in s stesse una vita novella che cercava

spandersi e propagarsi ovunque: e per l'in


vincibile presentimento d'un'imminente tra
sformazione sociale agitava e muoveva se

cretamente i cuori napolitani e siciliani. Sien


"
le illusioni cui nascer faceva il

esiderio, per pi riguardi, s naturale d'un


consolante e permanente riposo, chi potea
mai lusingarsi che le cose relative al mondo

litico restasser sempre tali quali erano al


ora? chi potea credere alla loro durata?

48

chi sognava mai una stabil dimora in mez


zo a tante ruine, a tanti vortici di tenebro

se ed allarmanti opinioni ? chi de napolitani


o de siciliani spiriti non aspirava altamente
ad una novella patria riformata, ad un al
tro rigenerato mondo, che non era mica
quello in cui pria si viveva?
Or, poich i popoli delle due Sicilie ivan

si indeclinabilmente avanzando verso un pi


felice avvenire, di cui nulla cosa impedir
non potea la realizzazione necessaria; quan
tevolte ci che debb'essere, produrrassi im

mancabilmente, malgrado tutte le concepi


bili resistenze, la vera saggezza consiste, se
condo noi, nel secondare il movimento che
arrestar mica non puossi, a fine di evitare
le terribili scosse, le violenti commozioni,

cui apporterebber infallibilmente cotali de


plorabili resistenze. Moderar deesi il pendio
o la declivit del fiume, anzi che innalzar
una diga contro il suo corso; imperocch,
tosto o tardi, frangendosi il riparo, le acque

imprudentemente ammassate e raccolte, ap


porteranno da lungi una devastazione su quel

medesimo suolo cui dovean provvidenzialmen


te fecondare.

La Sicilia, in questi ultimi giorni, ci ha


porto la pi chiara e visibil prova d'una co
siffatta verit. Nel giorno dodici Gennaio,
giorno sacro alla Gala solenne di Corte, per

gli anni trentotto di S. M. il Re N. S. iva


pori politici, ond'era gravida la trinacria

49

terra, e di cui il fermento maturavasi inces

santemente, produssero infine la prima e pi


terribile esplosione in Palermo, Capitale di
quell'Isola. Ne giunge tosto infausta novella
al Governo. Molti Vapori e legni da guerra
con celerit sorprendente spedisconsi per co
l, carichi di truppe, di artiglierie e di bel
lici attrezzi. Si minaccia e si tenta dalla par
te di mare, si resiste e si protesta dal la
to di terra; si avventan colpi da una parte,
scambiati vengon dall'altra; disbarcan le

truppe, e vien loro contrastato l'ingresso


nella ben chiusa e fortificata Citt ; vengon

aggrediti di assalto i cittadini armati, ed op


pongon loro una formidabil resistenza; gra
vi ferite e molte morti da ambe le parti;
la Citt in tumulto e in allarmi, in fiera co

sternazione e scompiglio le truppe; tutto an


nunzia un funesto avvenire, ogni cosa pre

" di comune inevitabilrovina; quella flo


rida e ridente contrada gi tutta divenuta
un teatro di guerra, un tristo spettacolo di
sangue e di strage . . . .

E poi, considerando io meco stesso il lut


tuoso e lacrimevol tema, mi cade vinto ogni

ardire, e se la paura di far cosa vile non mi


dissuadesse, io del tutto mi rimarrei : im
perocch quale persona, non dir calda e
sensibile, ma di pi duro e adamantino cuo
re vive nel nostro paese, che, od udendo

s miserevoli casi, o leggendoli per opera


di scrittori valorosissimi illustrati, non si com

50

muova ed attristi? Quale animo meno aper


to alle umanissime affezioni, udendo meri
tamente levare a cielo da tutta Italia tante a

nime grandi e generose, tanti arditi e ma


nanimi eroi, deliberatamente intesi a com
attere e morire per la difesa della comun
causa giustissima, non gli encomi o rimpian
ga come se figli o fratelli ei si fossero?

Deposta intanto dall'animo qualunque im


portuna iattanza, mi sia permesso affermare,
che mal si apporrebbe colui , che avvisasse
poter meglio i contemporanei nostri fratelli
apprendere altrove, che in quell'

"

nato ostello, i fatti orrendi ed atroci delle

ultime guerre civili, col sviluppate ed infe


rocite. . . Questi fatti nondimeno, queste stra
gi e queste guerre han fruttato buon seme

per noi; questo seme ha sviluppato buon frut


to e somma gloria ; e questa gloria durer

lungo tempo alla nostra patria; e noi vera


mente speriamo nell'Eterno, che sia per du
rarle lunghissima.

Cosa degna non pertanto di molta con


siderazione si questa, che le riforme costi
tuzionali, apparse tra noi, in questa Capi
tale, assai pure e caste, assai liete e sce

vre di sangue, fruttar non dovessero poi per


la Sicilia, che discordie cittadine e cittadina

strage. Delle moltissime cagioni, che sapran


no di ci rinvenire gl'intelletti sani, usi a

specolare sottilmente le ragioni e cagioni


delle cose, a me sembra dover recare in

51

" questa una.

Le politi
che riforme od innovazioni, per istinto di
nanzi

vino di coloro che le promuovono o sviluppa


no, si propongon sempre migliorare gli uma
mi destini, e simile intento conseguono, o
di conseguire si affaticano merc del contra
sti. E per, in Palermo, ne'diacenti villag

gi, nelle aperte campagne, ne contadi pur


anche, tutto tumultuava orribilmente, e tut
to divenne un vasto campo di battaglia. Fra
i cittadini chiusi da un medesimo muro, e

le truppe vaganti al di fuori, a tutte le in


temperie suggette, al duro cimento esposte
di dover combattere , non con un solo me
mico, ma con molti e pi formidabili an
cora, la fame, la sete, il gelo, il freddo,
la neve, le malattie, inferociva la guerra,
si asserragliavano le strade, lungo le case,
o piuttosto fortezze, si formavano all'improv
viso aerei ballatoi, ove uomini invasati dal fu
rore correvano a balestrare saettame, a ro

vesciare sassi, e peci liquefatte, e mobili d'o

gni valore, d'ogni qualit e costruzione, ed


olii bollenti financo sopra gli assalitori ; le
suore claustrali, dimentiche del proprio ses
so, della condizion loro, del sacro recinto

ov'eran castamente rinchiuse; i Religiosi Be


nedettini del paro, congiunti ad una schie
ra numerosa di liberali, cui somministravan
armi ed asilo nel

"

ostello, ferivano

d'ogni arma i nemici; le donne in massa, d'o

gni condizione od et, ne imitavan l'esempio

52

con entusiasmo ed ebbrezza; le campane poste


in alto per laudare la Maest dell'Eterno, o

con tocchi incessantemente concitati innaspri


vano le ire, o venivan fuse e tramutate in boc

che da fuoco, da vomitare strage e morte; da


presso, da lungi, dinanzi, da tergo, di qua,
di l, di su, di gi, andava
il
grido: all'armi! all'armil sangue l sangue !
e il fragore delle mazze ferrate percosse sulle
membra nemiche, lo scroscio delle aste,
de piuli e delle falci, che rotti in frantu

i"

mi saltavano ai colpi delle spade e del fen


denti a due mani, il rumor delle lance per

foranti gli scudi di acciaio, lo strepito de'ca


valli catafratti, sia che uccisi cadessero nel

la mischia, sia che fossero attesamente sve


nati per non esser preda del nemico, sia che
tra loro si urtassero, sia che inviluppandosi,
essi e i cavalieri andassero sottosopra in un
fascio , le voci d'ira, i lamenti del dolore,

le grida di pianto, la superbia della vitto


ria,

i" del trionfo,

i singulti della

disfatta, la disperazione del perdenti, l'insulto


de soverchianti, la furente gioia del vincito

ri, la disperata rabbia de vinti, il rabido


accanimento d'ambo i partiti, la violazione
delle clausure, la fucilazione di Frati inermi,
la violenza al sesso imbelle, il disserramento

delle prigioni, l'evasione del cattivi od im


prigionati, le finte rese, la fuga ignomi
niosa, le furtive uscite, gli abbandoni ille
gali e vigliacchi, le violazioni di fede, l'in

53

frangimento di patti, le capitolazioni frau


dolenti, le mitraglie fischianti e micidiali,
i corpi stivati e guasti per terra, i cadaveri
imputriditi od insanguinati, le pestilenziali
o miasmodiche esalazioni, le stragi inenar

rabili insomma, empivano d'affanno, di


paura e di morte le confuse genti.....
E mentre coteste, ed altre pi truci scene
accadevano in Palermo, il tanto famoso e

magnanimo Ruggiero Settimo indirizzava al


Popolo il seguente PRocLAMA: Figli miei !
l'ora del vostro trionfo gi venuta. Un ul

timo fatto di armi vi resta a compiere, e la


vostra anima esulter nella pi sublime delle
vittorie.... delle vittorie nazionali. Popolo e
roico l pretender da te il giuramento di vin
cere, o morire, oramai inutile, quando
hai finora combattuto pi che con le armi,
col petto italiano, colla generosit fraterna,

ed hai voluto provare il piacere del vinci


tore, sol per

al" le miserie de tuoi pri

gionieri. Tu, ancorch perdente, sarai sem


pre dall'Europa onorato, come uno de pri
mi popoli della storia contemporanea.
Figli miei l pria di sera dovr il palaz

zo, essere espugnato : io vi sar capo, se il

volete, in quest'ultima impresa; ma se vi


verr fatto di penetrare col entro, ven pre
go, fate tacere l'aspro dolore delle vostre

ferite, obbliate l'agonia del vostri compagni


d'armi morenti, e non riconoscete in quei
soldati gli assassini di monaci inermi, i sa

54

crileghi violentatori di donne imbelli ; col


entro altre armi non dovete recare, che

pane per gli appaurati, ivi rinchiusi, coppe

"

di acqua pura per gli assetati, fasce


riti, bare per onorevoli sepolture del cada
veri. Non una gocciola di sangue si versi,

di quel sangue preziosissimo, sangue vostro,


sangue italiano; sovra tutto sien le donne
rispettate, che non sono che vedove pian
genti, ed orfane vergini ; sien le une rac
comandate alle madri vostre, le altre alle

vostre sorelle, e l'onore di tutti sia dato in


custodia alla fede nazionale. I soldati, che
hanno colla mitraglia distrutto gran parte di
voi, pi che la vostra vendetta meritano la
vostra estimazione, poich n manco l'amor

di Patria gli ha fatto venir meno ad un giu


ramento dato ad una causa ingiusta. Consi

derate quali sarebbero stati, e quanti esempi


di prodezza vi avrebber dato, se la fortuna
avesse lor fatto difendere la causa vostra,

della Patria, dell'umanit. Niun rancore a


dunque si serbi, e sien quelle mura riguar
date da voi, non con ribrezzo, ma con a
more: esse non debbono esser per voi, che
un ostacolo, che vi ha impedito da gran tem

po di abbracciare alcuni vostri fratelli. Oh!


ve ne supplico, figli miei, sia la purit della
vostra gloria la sola mercede che vogliate
concedere alla mia canizie .

Prostratevi ora riverenti, Sacerdoti di

Dio, benedite le vostre bandiere; (tutti s'in

55

ginocchiano) all'armi! all'armi! si muoia sen


za infamia, si vinca senza rimorsi. All'armi!
La truppa intanto vinta dalla resistenza

dell'invitta Palermo, ed esposta a perire per


mancanza di mezzi, ha precipitosamente abbandonato quella Citt, guidata per lunghi

e tortuosi giri dal cos detto Boia di Paler


mo, che co soldati, avanzo dell'armata, si
salvato recandosi a Napoli.
Il Generale dell'armata ostile, volendo dar

l'atto finale alla sua tragica spedizione, ha


fatto, pria di fuggire per l'imbarco, seap
cerare tutti i condannati al bagno del Molo,

affine di gettarsi come lupi sulla Citt; ma,


oh sorprendente prodigio dell'opinione pa
triottica ! i condannati, resi liberi, stan fer
mi dinanzi alla casa di pena , e spiccano
un araldo al Comitato per ricevere le sue or

dinazioni; conseguenza di quella famosa leg

ge che garentiva tra essi il rispetto alle pro


priet.

Fratelli, concittadini, posteri, se queste


mie carte potranno ammollirvi il cuore, e

farvi piangere, troppo bene speso io terr


il lungo amore che mi fece cercare i modi

facili ed acconci dell'eloquio italico, troppo


avventurosi gli studi: un caldo affetto, un
sospiro, una lacrima, sarebber per me un
premio, una grazia, una lode pi grande
assai di quelle ch'io avessi ardito desiderare
o sperare.

Fin qui delle tragiche, orrorose scene,

i56

onde fu teatro la Citt di Palermo, cui vol

ger dovremo peranco un'altra volta il pen


siere: vediamo adesso quai destini eran ri

serbati a Napoli, quai mutamenti politici vin


tervenivano, qual condotta osservavasi da'no
stri savi e valorosi concittadini, quali gene
rose riforme a noi largamente concedeansi

dal magnanimo cuore del nostro Augustisi


mo Moderatore e Padre Ferdinando II.

Addottrinati siamo per la lettura delle an


tiche e recenti storie, che non evvi stato ,

appo tutte le nazioni del mondo, mutamen


to alcuno di reggimento politico, senza l'ef
ficace intervento delle masse operatrici di
grandi cose e di strepitosi avvenimenti, sen

za la benefica influenza di qualche anima


grande e generosa, cui stia profondamente

a cuore l'opportuno immegliamento del so


ciali destini.

Aver per non conviene troppa fidanza


nel potere dell'uomo, indipendentemente da

un provvidenzial magistero. Ei pu molto


senza dubbio, ma non pu tutto. Solo l'in
fluenza benefica dell'Eterno su corpi morali
e civili dalla sua divina essenza procedenti,

compier puote esattamente la grande opera


dell'intellettuale e morale restaurazione, della

politica o civile rigenerazione. L'economia


dell' umanit, del pari che quella del mon
do fisico, ha le sue leggi generali, contro
di cui si cozzerebbe vanamente ; leggi s fat
te fissano la direzione, e, dir cos, deter

57

minano la curva, che dovr la social mas

sa descrivere nel suo passaggio a traverso


del tempo. Or, l'azione di cotali leggi so
vrane non mai ci si svela con s manifesta

chiarezza, quanto nell'epoca in cui i popo


li, cedendo ad una forza incognita di s

stessi, son menati, in apparenza ciecamen


te, nella vasta lor orbita, come gli astri nel
vano immenso dello spazio ; e lo scopo ver
so cui dirigonsi non pertanto certamente

quello cui loro addita e prescrive l'Ordina


tor supremo, lo scopo divino della rigene
razione de popoli.

Da un tanto vero, incontrastabile per chiun


que non ammette punto che il sistema degli
esseri intelligenti sia stato formato alla ven
tura e abbandonato poscia a s stesso, legit
timamente scende, che posseggon i popoli

resenti di Europa una regola sicura e quasi


infallibile, dietro la quale ponderar possonsi
gli avvenimenti morali e politici, ed in ge
nerale tutti i fatti e tutte li riforme possibili
dipendenti dalla libera azione dell'uomo.

Tutto ci che opponsi alla tendenza insor


montabile dell'umanit, ingiusto in s stes
so, e per funesto nelle sue conseguenze :

ci che favorisce o fomenta il progresso della


riforma, buono ed altamente salutare, co
munque non se ne ravvisi immediatamente
l'effetto. Cotal maniera elevata di considerar

le cose, non solamente mena a pi solidi


risultamenti che verun'altra mai, od a pre

58

visioni pi certe per l'immegliamento futu


ro, ma scevra davvantaggio le discussioni

politiche pel bene del popoli da tutto ci che


aver potrebbero di personale. Ed ancor
questo un

i"

vantaggio pe'Governi e pei

governati. In una cosiffatta altezza di pen


sieri regna una calma maravigliosa, una
tranquillit di coscienza inconcepibile affatto
da " ue non l'abbia ancora provato : i

vapori, d'onde tutte formansi le pi fiere


procelle ed ingeneransi le pi terribili bu

fere, non ammassansi che nelle pi basse


regioni dell'aria.

ranne qualche spirito debole e smarrito,


cui notte ha sorpreso innanzi sera nel buio
del passato, niun evvi ai nostri d che chia

ro non vegga, che tutte le frazioni d'un po


polo, d'una comun famiglia, di fratelli com
posta e di cari cittadini, gravitino verso il
comun centro d'una

inf unit ,

che co

stituir doveasi o tosto o tardi, poich'ella


il termine oramai de'nostri sforzi comuni ed

il compimento felice del nostri prosperi de


stini. Sarebbe stato adunque un violare una
delle primitive leggi dell'umanit e combat

ter a un tempo l'ordine provvidenziale, il


chiudersi nell'angusto recinto dell'abborrito
sistema d'un interesse individuale, di talu
me vecchie nazionalit, d'un patriottismo
esclusivo, d'un egoismo assurdo e impu
dente.

Avvicinar deonsi, per lo avverso, i po

59

poli, giungersi di pi in pi infra loro,


stendersi a vicenda la mano, scambievol
mente aiutarsi e proteggersi, addoppiare e

stringer in uno il sacro legame della fra


ternitade universale, senza di che gemeran

no eternamente sotto l'orribile peso d'infi


niti mali. E che altro mai ci, se non lo

sviluppo del principio stesso di sociabilit che


ha l' Eterno trasfuso nel cuor dell'uomo,
creandolo; dono magnifico e celestiale, poi

ch' la sorgente d' un progresso continuo


senza limite assignabile?
La simpatia, il naturale istinto, la ra
gione, l'esperienza, il buon senso, tutto,
in una parola, tranne le ree passioni, ef:
ficacemente concorre a spinger i popoli per
questo calle di verit, di vita e di virt so
ciale. Ci che volea finora dividerli, o ren

derli tentava perfettamente isolati, era il ge


nio del male e della discordia, era il mo
struoso personale interesse, opposto purtrop

po ai veri interessi dell'umanit, che sono


stretti e giunti intra loro dalla natura uma
na in tal modo, che il bene di ciascuno si
accresca col bene di tutti, e il bene di tutti
con quello di ciascuno.

La scienza stessa financo, e sia quella per

"

culiarmente che ha per iscopo la


non forse pi feconda, e non si dilata via

pi, a misura che diviene accessibile ad un


maggior numero di spiriti? il suo progresso

non dipende forse in gran parte dalla molti

60

plicit degli sforzi simultanei? Nel comu


nicarsi a vicenda i pensieri, nel far palesi

gli uni agli altri i propri bisogni, o quelli


della civil comunanza, nel trasmettersi le
idee dall'uno all'altro individuo dell'umana

specie, il movimento dell'intelligenza s'ac


cresce e dilata vie pi , si sviluppa e raf

forza indefinitamente, e la diversit de punti


di veduta, richiamando l'esame e la com
parazione, abbrevia, compendia , modifica
la durata degli errori inevitabili, in fatto di
politico reggimento.
Unirsi in uno, vivere d'avvantaggio; e
ci ch' vero del pensiere, lo igualmente
-

nell' ordine materiale. Se fattizie barriere si

elevasser tra popoli per inceppare le loro re


ciproche relazioni ; se i
de diversi

"

climi e delle industrie differenti non circo

lasser senza ostacolo da un'estremit del glo


bo all'altra, su mari e su continenti; se la
libert commerciale non trionfasse da per

tutto dell'egoismo, dell'interesse privato, del


fisco e del monopoli privilegiati, aumentar
mai vedrebbesi, o promuovere almeno, in
un'incalcolabile proporzione, la ricchezza co
mune, l'universal floridezza, il generale be
nessere ?

E per la giustizia e la carit, d'onde pro


cede la vera unione, la fratellanza vera, so

no le due precipue leggi, non solo dell'or


dine morale, senza di cui veruna associa

zione umana non potrebbe sussistere un sol

61

giorno, ma di tutta altres la prosperit ma


teriale. Quest'ultima ha d'avvantaggio un'al
tra condizione indispensabile, la scienza; e
i popoli, ch'estimar deonsi nell'attuale siste
ma politico, come tanti fratelli costituenti
un'ampia e comune famiglia, sono felici e
forti, agiati e contenti, secondo la misura
della giustizia pratica, della carit e della
scienza, che costituisce la lor vita morale ed
intellettuale. Tutto ci

" che, nelle isti

tuzioni, nelle leggi, negli atti del potere,


lede la giustizia e la carit; tutto ci che
colpisce la pubblica coscienza; tutto ci che
direttamente opponsi allo sviluppo della scien
za, alla sua rapida e facile diffusione, fa
tale a popoli, ed ha per effetto lo spingerli
perdutamente nella miseria e nella barbarie.

Del pari che, neloro reciproci rapporti,


tendon eglino all' unit, come a loro scopo
finale, ha visibilmente ciascun di loro la
stessa interna tendenza, cio, una tendenza

ad organizzarsi dietro il principio, irrevo


cabilmente acquistato dall'umanit, d'una col
leganza fraternalmente univrsale, d'una na

zional carit, d'un vincolo perfetto di socia


bilit, e, perseguenza, d'una volont scem
pia affatto d'ogni generazione di violenza,
esente da ogni limite arbitrario, sia nelle
leggi stesse inviolabili di natura, sia nell'u
nanime od universal consentimento, al di l
di cui ogni altro volere assurdo, n aver
puote esistenza verun

s potere.

62

La fratellanza e la carit universale, l'a

mor dell'umanit e del generale benessere,

i vincoli di pace e di vera unione, altamen


te proclamati a di nostri dalla ragione e dal
la coscienza di tutto l'uman genere, son dun
ue le solide e ferme basi, su cui riposar
" l'intero edifizio sociale; e per, il solo
tentare di rovesciarle, lo stesso che voler

arrestare il corso delle umane tendenze, un

attaccar direttamente la vita stessa degl'in


dividui tutti che han comune con noi la spe
cie, un voler annientare le disposizioni stes

se di natura, un opporsi apertamente all'at


tuale RIroRMA, annunziatrice di pace, d'u
mione, di fratellanza, di patria carit, in
fra gl'individui tutti componenti il nostro
Reame.
Or, l'Europa antica, e chi nol sa? era
politicamente costituita sul principio contra
rio a quello che or domina avventurosamente
presso le pi incivilite Nazioni, illuminate

i" troppo e rischiarate dalla Filosofia e dalla


olitica che son luce vera per eccellenza.
Esplicitamente o implicitamente partivasi da

questa massima, che i popoli, destinati uni


camente ad ubbidire come schiavi, apparte
nevano di diritto o ad un uom solo, o ad

una classe superiore di persone, stabilite at


tesamente per governarli e ridurli in istato
d'ignominiosa servit: di quivi un ammasso
di smodate ineguaglianze, una scena ferale

di crudeli oppressioni, una serie sempreppi

63

decrescente di diritti, di cui il primo termi


ne era l'autoritade assoluta d'un solo, su
perbamente elevatosi a condizione di tiran
no, o il voler dispotico e capriccioso di mol

ti, addivenuti gli assassini dell'umaninit,


il flagello vivo del popoli; ed era l'estremo
opposto la servit pi o meno abbietta delle
IllaSSG.

Avventurosamente comprese queste altissi


me verit il valoroso ed illuminato popolo
napolitano; le comprese del pari pienamen
te l'anima bella e generosa di Ferdinando II,
nostro Padre amorevole pi che clemente Mlo
deratore e Re. Ma che pu fare a pro della
sua Nazione invilita ed oppressa un savio e
benefico Principe, sinistramente impressiona
to, o, dir meglio, incessantemente modifi
cato dal soffio avvelenatore di chi volea per

derlo nella cara e dolce opinione de suoi fe


delissimi popoli, di chi tentava inimicar que

i, e prezioso Monarca?
E per una lotta terribile, un contrasto

sti al loro

mortale, apparecchiato dagli sviluppi precoci


degli spiriti pi illuminati ed ardenti, re

gnava, egli era ormai un pezzo, infra due


principi opposti, fra due contrari partiti. Ed
il combattimento d'opinione, ch'era perma
mente e grande sin dal principio di Gennaio

del 1848, divenne poscia pi accanito nel 25 di


esso, si svilupp energicamente, si estese e

propagossi da pertutto nella Capitale; ed e


rane quasi centro l'immensa strada di Tole

64

do , mirabilmente ingombra da un'onda di

valoroso popolo, concitato quasi a tumulto,


e pi mirabilmente secondato dal gentile e no

bil sesso, assiso in vaga e lieta pompa sui


balconi delle proprie abitazioni.
Questo era l'urlo , il contrasto era questo ,
che regnava allora infra i due partiti, il par
tito del liberali, e 'l partito degli assolutisti.

Ma qualunque esser potessero allora le fasi

passeggiere di quella politica collisione, il


principio della caritade universale, dell'amo
revol fratellanza, della patriottica unione,
avendo seco le forze tutte morali della na

zional comunanza, forze indestruttibili ed in


cessantemente crescenti, era assurda la vit

toria che il secondo partito tentava in vano

di disputar al primo.
Sposare, in effetto, il partito degli oscu
-

rantisti, o prestargli vilmente soccorso,


un grave misfatto contra il vero diritto,
un prolungar infruttuosamente, con una ca

lamitosa e deplorabil pugna, i disordini ch'es


so seco trascina, le sofferenze individuali e

le terribili angosce della civil comunanza che


aspira al riposo, e che non rinverrallo giam
mai, se non nel pieno godimento di ci che
le leggi naturali dell'uomo, di cui la sor
gente in Dio, ad appetir l'obbligano ed
a cercare invincibilmente.

Non mai l'uman cuore sar pienamente

tranquillo, se pria un cotal giusto voto non


sar dell'intutto soddisfatto. Il principio di

65

carit e d'amore, di sociabilit e di fratel

lanza, sempre vivente nel nostri petti, mal


rado tutti gli sforzi e i tentativi tutti del
abbattuto egoismo per distruggerlo, rea
ir poderosamente contra il vizio opposto;
e l'individuale interesse, inquieto sempre
d'incontrar da pertutto un'invincibil resisten
za che infrena l'azion sua comprimente,
cercher in s stesso, nella sua estensione,
un rimedio inutile e vano.

E per il movimento, agli occhi del sag


gio e magnanimo Moderator nostro, non fu
mica un disordine, e n anco una minac

cia di disordine; n punto si mosse, per


seguenza, ed arrestarlo, n l'arrestaron le
brave e generose nostre truppe, ne vi fecer
ostacolo alcuno i loro prudenti e valorosi

duci, n pi tentossi di ristringere od incep


are quell'inviolabil facoltade, onde sono
gl'individui dell'umana specie naturalmente

l" , d'avvicinarsi infra loro, di scam


iarsi gli amplessi, di avvicendarsi i baci

di fratellevole amore, di stringersi gli uni


gli altri le amiche destre, di proromper in
mille segni di nazionale allegrezza, di esul

tare di pubblica gioia, di giugnersi in forte


lega fra loro ed agir di concerto in uno

scopo d'interesse comune. N facea pi d'uo


po, isolarli, n spiar, con diffidenza, come
ne tempi tracorsi, i loro pi occulti pensie
ri, il lor andamento morale, gl'intellettuali

procedimenti, n moltiplicare le spie, n di

66

latar le reclusioni, n oppor flagelli al mal


contentamento pubblico per mettersi seco in

equilibrio, n rientrare, in fine, per tutte


le vie nelle irreparabili ruine del passato.
Sarebbe stato questo un error funesto per

quegli spiriti che si fosser lasciati prevarica


re. L'umanit non va mica retrogradando ;
n stazionario pu pi nomarsi il suo movi

mento o sviluppo; la strada al bene e al


riposo, alla sicurezza e tranquillit sociale
l' schiusa intieramente; non d'altro fa d'uo

po che batterla con fermezza, con intrepi


dezza e coraggio.
La forza morale, irresistibile ad ogni ur
to , allorch vuole usar fermamente e con
saviezza de suoi diritti, andr incontro ad un
rapido accrescimento, e cos vedr pi chia

ramente lo scopo che dee proporsi, e i mezzi


per raggiungerlo. Una saggezza preveggente
aprirebbe allo spirito umano una via paci

fica verso questo scopo, donde allontanar non


potrebbesi giammai ; niun ostacolo potrebbe
arrestarlo gran fatto, o non l'arresterebbe
forse che al duro prezzo di funeste sciagure
nazionali.

Non impediscasi punto alla forza pensan


te, intelligente e libera il suo cammino, e
nulla avrassi a temere dal canto suo. Inge

merava paura il suo progressivo sviluppo, ma


a torto. Pi lo spirito dell'uomo illumina
to e colto, pi sar in istato di conoscerla
somma del doveri che assistongli, e meglio

67

ancora e pi esattamente adempierli. Ei non


naturalmente violento che contro l'ingiu
stizia, contro l'oppressione manifesta, me

ditata, proterva di altre forze morali. Istin


tivamente attaccato all'ordine sociale e mo

rale, voluto dall'Eterno in tutte le cose, e


che non puot'esser disturbato senza ch'ei
soffra, ne rispetta financo l'apparenza ; e

quando a difender si accinge il suo diritto,


ci avviene, perch una voce che punto non

inganna, la voce di Dio gli dice: TU Lo DEVI.


Il mostruoso sistema dell'egoismo mate
riale e dell'oscurantismo oltraggiante, in op
osizione al sacro principio dell'amor socia
e, della patriottica fratellanza, della cari
tatevol divergenza e propagazione de lumi,
rimena tutte le cose, nella civil comunanza,
alle spregevoli proporzioni dell'individuo.
Era questo il male che divorava la genera

zione dell'epoca passata. Ella non credeva


all'indomani, perch l'individuo nol cono
sceva per anco. Di che cosa, in effetti, oc

cupar mai si poteva costui, se non d'un go


dimento passeggiero? Egli ammassava dun
que tutto il suo amore per concentrarlo in

questo stesso godimento, e giugner avrebbe

voluto insieme gli altri godimenti tutti, per


tutti concentrarli poscia in un sol istante che
rapidamente fugge.
Fatevi pure a chiedere, di grazia, a co
teste anime fredde ed insensate qualche sfor
zo di generosit, un sacrifizio pel ben pub
-

68

blico, ed elle non v'intenderanno punto. E


nulla cosa intanto operasi di grande, di ve.
ramente utile e durevole nella societ, che

in virt di generosi sforzi e di coscienziosi


sacrifizi. La forza morale di tutta l'umana

specie n capace i" troppo . ma esclusi


vamente ella sola. E per sol ella ha poten
ziata facolt di produr gli uomini destinati
a realizzare, come l'han gi realizzato col
fatto, l'opera veramente sociale della nostra
epoca di redenzione o di nazionale riscatto.

Modellare la societ intiera, l'universal

comunanza del nostro paese, su la ferma e


solida base d'una morale unione fraternal

mente perfetta; coordinar le leggi seconda


rie a questo stesso principio di sociale be
nessere e d'ingenita uguaglianza, all'ombra

consolante ed augusta di queste stesse leggi;


sistemare le individuali occupazioni e diriger
la ripartizione delle cariche o degl'impieghi,
delle nazionali industrie o de'comunali mestieri

in maniera, che, senza colpire alcun interesse

legittimo, ritorni ogni cosa al comun vantag


io, al pi gran benessere di tutti i nostri
ratelli, tal'era senza dubbio il gran proble
ma da risolversi, e tal' purtroppo in que

st'epoca avventurosa di

"

rigenerazione
il consolante teorema, che tutte tiene positiva
mente occupate le generose menti che vanta

questa nostra patria, alla cui testa ci dato


provvidenzialmente di veder collocato il nostro
Augustissimo Sovrano ed umanissimo Padre,

69

Ferdinando II ; questa la pi grandiosa e


stupenda opera prescritta alla comune allean
za di cotesti esseri benemerenti della Nazion

nostra, che han bramosia di vantare perma


nenza e vita nella grata memoria nostra,

ed in quella altres del posteri nostri,


Un'opera cosiffatta, l'opera sublime ed
immortale del nazionale risorgimento, lo di

rem con piacere a chiunque del nostri cari


fratelli, sar costantemente dinanzi a nostri
occhi, consecrata sempre nel cuore, profon

damente impressa e suggellata nella mente.


Pienamente sommessi non per di meno,

s come ad onesti cittadini conviensi, a tutte


le leggi che dalla forza morale verranci im
poste, e non sorpassando giammai i limiti
ch'elle fissano in qualunque grave materia
alla discussione, deplorerem sempre il fatale
errore di coloro che vivean un tempo nella

lusinghiera persuasione, che il silenzio, in


falto d'immegliamento sociale, o civile, o mo

rale, arrestar potesse il movimento generale


degli spiriti, le loro interne e necessarie mo
i"
Di quivi, e non d'altronde, nelle

tenebrose epoche del passato, l'abbrutimento


delle anime, il materialismo universale decor
pi morali. Imprigionar mica non puossi,

nella felice posizione in cui di presente sia


mo, n pi inceppare il pensiero, essenzial

mente necessario all'uomo morale, impri


mendo inopportunamente il suggello sul lab
bro veritiero.

70

Noi siam di credere fermamente che la

carit sociale, ne tempi e luoghi in cui ci


viviamo, sia il miglior garante dell' ordine
morale ; che la mutua amorevolezza ispirata

dalla patriottica uguaglianza di spirito, di


ensiero, di vita e di diritto, sia il pi va
e possente scudo della societ; che tut
to ci da ultimo che toglier vuolsi ad un co
siffatto principio, ch' pur sacro ed incon
trastabile per s stesso, passa incontamente
sotto il dominio dell'ignorantisimo cieco e

"

brutale. Sin a tanto che il sistema del lin

guaggio parlato o scritto non sar punto in


terdetto; che i segni convenzionali ed arti
colati, pronunzianti liberamente l'uman pen
siere, non verran confiscati ; che conservar
potrassi la speranza di realizzare con la con
vinzione e per le vie legali, ci che si cre
de di esser un diritto, un bene vero e reale,
non ricorrerassi giammai, lo speriamo fer
mamente, a verun altro mezzo illegittimo,
ch'esser potesse dalla violenza ispirato; essa

sempre l'ultima ragione di colui che non


ne ha d'avvantaggio , o ch estimasi impo

tenziato affatto a produrne delle altre.


Se havvi in noi una ferma e soda creden

za, fondata su lunghe e serie siflessioni, su

vasta ed estesa lettura, quella appunto,


che la diffidenza, e forse anco l'odio che

reciprocamente ispiravansi le classi superiori


o privilegiate, come addimandavansi un tem
po, e le classi inferiori od abbiette della so

71

ciet, aveva per unica sorgente gli ostacoli

apportati alla discussione del loro interessi re


ciproci. Egli ben dimostrato per, e qual'al
tra pi aperta e convincente dimostrazione
che il fatto presente ? come cosiffatti inte
ressi, lungi dall'esser inconciliabili fra lo
iro, sono essenzialmente identici; perocch

niun immegliamento morale per la condizio


ne dell'umanit possibile o sperabile, se
non in quanto che riposer sul religioso ri
spetto d'ogni diritto legittimamente acquista.
to, e che tutto ci che l'invilita gente, nel
possesso de diritti da lei proclamati con equi

i sovrana, acquistar potr di benessere, in


una miglior organizzazione, avr per effetto
l'aumentar quello delle classi, di cui i ti
mori insensati facean cadere in altri tempi

odiosi la societ in un disperato cordoglio


prementele aspramente il cuore,
La soluzion vera, in una parola, del gran
problema sociale che divide i destini, del
l'Italia non solo, ma dell' Europa intera fi

nanco, non mica quella di livellar le


fortune o gli averi, cosa impossibile, non
dir a tentarsi, ma a concepirsi pur anche,
e che altro non produrrebbe che una pover
tade essenziale, una totale miseria; quella
s bene di elevarle tutte simultaneamente :

e null'altro punto d'appoggio, per operare

un cotal movimento d'ascensione, che cuore


e fermezza d'animo, permanenza e costan

za, unione vera di spiriti e nazional cari

72

t; non gi le ricchezze materiali di gi e


sistenti, che non potrebber mica rimuoversi
senza annientarle in un istante.

Da quanto ssi rapidamente detto fin qui,


scorger

" assai

chiaro il vero ed onesto

amico dell'umanit, da quale spirito siam

noi animati, da quai sublimi sentimenti ispi


rati, da quale ardente amor di patria mossi
e diretti, nell'intraprender ad abbozzare que
ste poche pagine; il nostro altissimo e sacro
santo scopo, diciamolo pur francamente ,
non ostile che all'egoismo, alle passioni
individuali cui rotto il mondo morale, e
che desolano l'umanit, agl'interessi, in
fine, che rendonsi pur troppo isolati per
cercar la loro i" a spese dell'u

niversale interesse. Da per tutto, ove noi


crediamo di scovrire o di ravvisar cosiffatta

tendenza , valorosamente combatteremla, e

sempre con un'idea tutta morale e coscien

ziosa d'adempiere in ci ad un dovere sa


cro, dovere rispettabile d'umanit naziona

le , cui il nostro geloso e dilicato ministero


sovranamente ci appella.
Consecrati svisceratamente al vero bene

della patria, cui diecci l'Eterno a comun ma


dre, ad invitar ci facciamo gl'individui tutti
onde il nostro popolo componsi, a rifondersi
ugualmente, per loro comune benessere,
nell'unitaria

fratellanza e nell'amor nazio

male. Allorquando un cotal vto adempiras


si, la natural'equit del diritti e la legittima

73

indipendenza degli spiriti regneran piena


mente; e questo voto non adempirassi che
pel vantaggio del nostri cari fratelli. Quindi

non pi guerra, non pi inevitabile e mortal


guerra, infra gl'individui ed i popoli, fra
i cittadini e il Sovrano; vincoli di pace e
di carit da pertutto.
Voler impertanto incatenare l'avvenire al
le forme sociali, essenzialmente appiccate

e giunte al privilegio esclusivo ed assolu


to, sarebbe un eternizzar la discordia e de
porre nel seno stesso delle novelle istitu

zioni o politiche riforme, destinate a garan


tir l' ordine e la stabilit dell' ordine, un
germe indestruttibile di discordie e di colli

" eterne. Niun essere morale i " vio


ar puote impunemente le sue leggi , le leg

"

gi "
, dell' i" "
nessere ; ed ove per poco se ne allontani, il
dolore o la pena ricondurravvelo tosto.
Cessiamo di lottare contro i nostri simili,

guardiamei di divenir gli oppressori de no


stri fratelli, ed incontamente il peso de'mali,
sotto di cui ci fu dato di gemere pur trop
po, allevierassi da s stesso a poco a poco.
La fraternitade universale il finale ed uni

co scopo dell'umanit ; fuor di essa, niun


riposo, pace e tranquillit nulla. A realiz
zare questa nazional fratellanza, quest' ope
ra eminentemente sovrana, sono tutti diret

ti unicamente i nostri sforzi. dessa l'ulti


mo termine che assegna quaggi la Provvi.
7

74

denza alla nostra personalit libera, attiva e


intelligente.
Chiunque dei nostri fratelli avr fatto, o
fatto fare agli altri, un sol passo verso di
essa ; chiunque del nostri cari concittadini ne
avr risvegliato peranco il sentimento nel
fondo de cuori, questi, nel giorno in cui lo
spazio e l' eterna notte ci si apriran dintor
no, in cui, su confini delle due esistenze,
non riman altro a ciascuno che la ricordan
dolcemente

za delle sue opere, chiuder

"

le luci a questo mondo d'illusioni, e dor


mir eternamente sonni tranquilli. La sua mis
sione non sar stata vana sulla tenra.
Le osservazioni intanto che abbiam fin

qui ragionatamente esposte, lungi dall'es


ser distaccate dagli avvenimenti storici o po
litici del nostri tempi attuali, appiccansi pun
to per punto ai fatti presenti, che ne son
conseguenza e compimento logico a un tempo.
Le intenzioni dei nostri concittadini e fra
telli, coscienziosamente tendenti ad un ma

zionale immegliamento, non sono in s stes


se, e per le loro conseguenze, che filantropi
che e sante ; i sentimenti che gli animano
per la comun nostra prosperit, non sono che

nobili e puri, generosi e grandi : gli alti


princpi onde sono animati nella qualit di
riformatori e promotori del pubblico vantag

gio, trasfondon vita e speranza a novelli e


pi felici destini. La lor opinione tutta ba
sata sul saldo fondamento della giustizia,

75

perch fa guerra ostinata all'usurpazione o


violazione de diritti pi sacri dell'umanit.
Hanno costoro costantemente protestato
contro abusi siffatti ; e buona parte di essi
han suggellato col sangue una s generosa
protesta. Perseveraron eglino con fermezza
me loro buoni sentimenti, e , per metterli in
opera, si appoggiaron con fiducia e sicurez
za di coscienza sulla giustizia della santissi
ma causa. Per la giusta difesa di questa sa
cra causa, innumerevoli vite sacrificaronsi
nella Sicilia, nelle nostre Calabrie e nelle sa
lermitane contrade.
Alla sola idea di nazionali riforme e di

miglioramenti amministrativi, tutto ci che


concepir puossi di buono e di grande, d'av

vantaggioso e d'incoraggiante per l'avveni


re, destossi a un tratto nell'animo di chiun
que; e l'entusiasmo d'un popolo sentitamen
te commosso a s consolante idea, non ha
nulla di comune colla bassezza d'un culto
egoista e coi materiali interessi. Al nome di

riforma, o di Costituzione, s lungamente pro


scritto fra noi, ed ora s apertamente proclama
to, non havvi un cuore fra petti napolitani,
che non frema e non esulti di gioia. Nel
santo pensiero d'unit nazionale, di nazio
nale vessillo, di vita collettiva, le mani
si serrano, si corrispondon gli animi, i cuo

ri s'intendono, i giuramenti pronunziansi, si


elevano al cielo i pi fervidi voti.

Dolce cosa e consolante pur troppo, in ef

76

fetto, il vedere un'unione immensa di uo

mini, di concittadini e fratelli, aventi un


principio comune, credenti fermamente a
questo stesso

",

come nel solo che

possa rispondere ai bisogni comuni, alle in


time aspirazioni d'un intero paese, e tutti in
tesi ad incarnarlo in una serie di atti che

abbraccia la durata della propria esistenza,


atti coronati pur anche colla sublimit del
martirio ! E cosa assai commovente era del

pari il vedere in questa nostra Capitale, ne


gli ultimi giorni che han preceduto il civico
risorgimento, uno stuolo innumerevole di va

lorosi cittadini pronti a fare di s qualunque


maggior sacrifizio, ed a morire financo, pel
felice conseguimento della gi ottenuta UNI
TA' NAZIONALE. E come mai si potea non dar

luogo ad un sentimento immoderato di pub


blica esultanza, se questa stessa UNITA' di
paese e di cuori, di volont e di pensieri,

che si stava gi preparando, era quasi sul

l"

d'offrire ai cittadini la scelta fra il

ento e regolare sviluppo di principi gi con


secrati, e l'iniziativa spontanea delle mas
se? Come non lasciarsi invadere gli animi

da verace allegrezza, alla consolante idea


d'un partito universalmente basato, al dolce
presentimento d'un principio nazionale co
nosciuto ed ammesso, d'una libert garen

tita e proclamata a pieni voti, d'una cantA


regolatrice del diritti degovernati e de'doveri
de governanti?

77

In tale stato eran le cose nella Capitale,


e siffattamente disposti gli animi de valorosi
cittadini, moderati oltre modo, ma intrepidi

sempre e costanti nel loro altissimi disegni,

e sempre sprezzanti i gravi rischi dell'ardua


intrapresa, e costantemente deliberati a mar
ciare di fronte, e decisivamente risoluti a

raggiugner lo scopo della rigenerazione d'un


intero popolo; quando l'animo del clemen
tissimo nostro Sovrano, altamente penetrato

della giustezza della causa che animava tutta


la Nazione in fermento, e dar volendo sem

pre pi a suoi amatissimi suggetti non equi


voche prove di paternal generosit, si mos
so a un tratto a far subire un subitano can

giamento nel Ministero, e con Decreto del


18 gennaio siffattamente deliberava :
I. Sono istituituiti del Consultori in servi

zio straordinario;
II. Allorch la nostra residenza sar nei
--

nostri dominii al di qua del Faro, saranno


di diritto Consultori straordinarii il Presiden

te della Suprema Corte di giustizia, il Pre

sidente della gran Corte dei conti, il Presi


dente della Gran Corte Civile, i Direttori ge

nerali, il Presidente della pubblica istruzio


ne, il Sopraintendente della pubblica salute,
ed altri che crederemo opportuni fra nostri

sudditi de nostri reali dominii di qua e di l


del Faro. Nel caso poi che la nostra resi
denza avr luogo me nostri reali dominii al

di l del Faro, saranno del pari di diritto

78

Consultori straordinarii il Presidente della


Suprema Corte di giustizia in Palermo, il
Presidente della Gran Corte de'conti, il Pre

sidente della gran Corte civile, il Giudice di


Monarchia, il Presidente della pubblica istru
zione, i Direttori generali, il Sopraintenden
te di pubblica salute, ed altri che credere

mo opportuni fra sudditi del nostri reali do


minii di qua e di l del Faro ;
III. Il nostro Consigliere Ministro di Stato

Presidente della Consulta generale del Regno


autorizzato a chiamare alle sessioni delle

Commissioni delle Consulte, e della Consulta


generale, i cennati Consultori straordinarii,

che vi avranno voto al pari de Consultori or


dinarii ;

IV. Ogni Consiglio provinciale del Regno


alla fine delle sue sessioni ci presenter una
terna tra i principali proprietarii che trovansi
nell'esercizio di Consiglieri Provinciali. Ci ri
serbiamo di scegliere un Consigliere provin
ciale per ciascuna provincia, per intervenire
nella Consulta in tutte le discussioni risguar
danti l'amministrazione delle rispettive pro
vince ;

V. I Ministri Segretarii di Stato a porta


foglio potranno, ove lo credano necessario,
intervenire nelle sessioni della Consulta. Essi

occuperanno il posto immediato dopo il Pre


sidente generale della Consulta.

Eran nondimeno s lieve cosa pel popolo


mapolitano cotali concessioni sovrane e civi

79

che riforme, che poca o nulla impressione


han fatto generalmente nell'animo d'ognu
no. E per, a misura che andava crescendo
il malcontento del cittadini, si andava via

pi disponendo il magnanimo Re Ferdinan


do ad esser pi largo di ulteriori dimostra
zioni di sincero attaccamento verso il suo po

polo prediletto. Un altro Decreto quindi pub


blicossi, avente per iscopo la promozione di
utili miglioramenti nella grande amministra
zione dello Stato ; e conteneva le disposi
zioni seguenti:

I. Le Consulte di Napoli e di Sicilia dar


parere necessario sopra tutti i progetti di leg
gi e regolamenti generali;
II. Esaminare e dar parere rispettivamen
te sugli stati discussi generali delle reali te.

sorerie de reali dominii di qua e di l del


Faro, sugli stati discussi provinciali, e su

quelli comunali, di cui per legge a Noi


riserbata l'approvazione, sulle imposizioni
de dazii comunali, e sulle tariffe di essi;
III. Sull'amministrazione ed ammortizzazio

ne del debito pubblico;


IV. Su trattati di commercio e sulle tarif

fe doganali;
V. Su voti emessi da Consigli provinciali,

a termini dell'articolo 3o della legge del 12


di dicembre 1816;

VI. Sugli affari qui annunziati i Ministri


a portafoglio non potranno portare a Noi

80

proposizioni in Consiglio, senza aver prima


sentito il parere della Consulta ;

VII. L'amministrazione dei fondi provin


ciali affidata ad una deputazione che i Com
sigli Provinciali nella loro annua riunione

nomineranno, ed alla quale ne sar affidata


l'amministrazione sotto la presidenza dell'In
tendente ;

VIII. Gli atti de'Consigli provinciali, ed i

loro stati discussi, dopo la sovrana appro


vazione saranno resi pubblici per la stampa;
IX. Volendo Noi confidare agli stessi uo
mini di Napoli e di Sicilia l'amministrazio

ne del loro beni, per quanto sia compatibile


col potere riservato sempre al Governo per
la conservazione del patrimonio del comuni,

vogliamo che la Consulta generale ci presenti


un progetto che aver dee per base:
1. La libera elezione de decurioni confe

rita agli elettori ;


2. Ogni attribuzione deliberativa concedu

ta a Consigli comunali;
3. Ogni incarico di esecuzione confidato
a Sindaci;
4. La durata della carica del Cancellieri
comunali.

Ma non fu pago perci di cotai mutamenti


n pienamente soddisfatto il partito nazio
nale. I cittadini napolitani ardentemente a

spiravano a pi ampie e radicali riforme,


ad una CostirUZIONE formale, nella creden

81

za e convinzione intima di doversi adopera


re pur eglino in Europa intorno ai destini
dell'Umanit; aspiravano, in una parola,
all'altissimo grado di NAzIoNALITA' UNA e for
te, avvedutamente conoscendo che senza for
za, non vi puot'esser garanzia vera e dure
vole per la libert del nostro sviluppo na
zionale. E per, serbando ogni cittadino le
credenze, ed alimentando nel cuore

i"

stesse speranze, aspettava pi acconcio il


momento di farle prevalere e sviluppare en
tro i termini sempre della legalit, non men

che di una tranquillit senza pari, e sem


pre con sommissione profonda ai regolamenti
sociali in vigore ed all'inviolabil legge del
ubblico buon ordine. Ed il buon ordine pub
i"
intanto, la civile concordia, la frater

male unione, il rispetto alle leggi, la libert


individuale, le sagge vedute di sociale inte
resse, eran l'obbietto sacro del loro voto
comune, su cui avean decisa e concorde o
inione, il voto e la necessil d'una novel

a esistenza politica.
Un intento s sublime, s grandioso ed
interessante eran costoro sicuri d'ottenere o

tosto o tardi. Era nondimeno possibile ch'ei


soccombessero a tanta impresa, per s stessa
malagevole ed ardua; ma pur certo altres,
che altri ancor prodi e valorosi cittadini conti
nuata avrebbero la lotta. Caddero, vero,

pi volte i nostri coraggiosi fratelli, per


inciampo di costumi e per ostacolo opposto

82

da influenza straniera ; ma questa volta,


grazie alla Provvidenza sovrana ed alla con
vinzion somma d'un immegliamento di sorti

future, si eran eglino rialzati pi forti nel


l'opinione, e con maggior fidanza pur an
che, che nulla possanza, se non momen
taneamente, polea rapir loro la vittoria e'l
trionfo.

In mezzo a questa lotta di opinioni e di


sentimenti, a questo contrasto di tendenze
e d'inclinazioni, di teorie e di credenze ,

di speranze e di mal concepiti timori, l'e


stero e tenebroso genio del male si prende

va diletto di sparger sinistre dubbiezze ed


immaginosi allarmi in pi d'una mente an
cor vacillante, in pi d'un cuore non an
cora ben rifermato, forte temendo il trion

fo delle idee e delle anarchiche passioni.


Ma il tempo ed il fatto, positivamente smen
tendo una calunnia s atroce ed infame, han

dimostrato pur troppo, assicurando chiun


que del successo contrario, che cosiffatte

i"

stranezze non son fatte per noi. ll


napolitano, lo sappia pur una volta l'invi
do straniero, non n coMUNISTA n TERRo

RISTA ; ei tiene invece per paradossale ed as


surdo il comunismo indiscreto e 'l terrorismo
immorale. Il partito liberale ha trionfato e re

gnato fra noi in variate epoche ed in di


verse politiche vicende. Si potrebbe forse ci -

tare nelle nostre patrie istorie un sol atto di


proscrizione, una sola legge di spogliazione

83

o confisca di beni? Se la moderazione quin


di riposta nel non abusare della vittoria,
in questo caso noi siam tutti moderati e di
screti.

Il popolo napolitano (apprenda pure que


st'altra verit la trista gente che nulla co
munanza e niun rapporto pu vantare co no
stri interessi) non va mica mendicando stra
nieri appoggi nella sua giustissima causa,
nella sua momentanea lotta; ei vuol solo

che si rispetti inviolabilmente il principio che


fu in altri momenti, ed in ben altre vicen

de, s altamente proclamato; di lasciare,


cio, che ciascun popolo attender possa co
me meglio gli abbella e attalenta, senza
intervento straniero, alla miglior organizza
zione della sua vita interiore. Che ogni Na
zione europea si tenga dunque pronta, so

pra un piede imponente, ed il popolo na


politano far solo il resto quando gli si pa
rer pi agevole ed acconcia l'occasione.
Ma ci debb'essere a cuore la pace, qual
che Aristarco obbiettava, ed evitare la lotta
nazionale, la guerra civile. E ne tempi in

cui scriviamo queste pagine di storia patria,


la guerra non forse ovunque sviluppata ed
accesa, fomentata e promossa? Non era ieri

in Isvizzera, ed oggi in Italia ? E con qua


l'altro misterioso nome appellar noi dovre
mo quanto stassi di presente operando in

diversi punti, in variate contrade della no


stra lacerata penisola? Si crede forse di po

84

ter dare in coscienza l'assurdo nome di pa


ce a questa lotta ostinata, perci solo che
si combatte a campo-chiuso, fra le pubbli

che piazze, negli esecrati ergastoli, ne pe.


nQsi esili, nelle procurate ed occulte mor
ti, negl'ignominiosi e ferali patiboli? E non
si abbastanza versato patrio sangue a Ge
raci ed a Reggio? E non si son tirati a pi
non posso tanti colpi di cannone a Palermo
e a Messina? Non si son bombardate e mi

tragliate le mura, i palagi, gli ostelli sa


cri per aneo di quelle due magnifiche e gran
diose Citt? Ah ! pi non dica lo stranie

ro importuno, (ed noto a chiunque di


quale straniero c'intendiamo parlare) che
gli sta a cuore d'impedire la guerra ; dica
pi tosto, e ne ignoriamo l'arcano motivo,
che non mezzanamente teme la vittoria e 'l
trionfo.

La cagione delle nostre lotte e del nostri


terrori, procede in gran parte dalla man
canza d'un diritto internazionale, gi cono

sciuto e legalmente rappresentato in Italia.


E non vi ha pi diritto internazionale fra po
poli, perch pi non havvi comunanza di
credenze fra governo e governo. La politica

de principi in Europa ha da gran tempo de


generato dalla vera e sana politica che, giu
gnendo l'uomo all'uomo, li fa risguardare
come veri fratelli ; ed appiccando popolo a

popolo, estimar falli in fra loro come un'am


pia e comune famiglia; non si cerca ed ap

85

prezza invece, a questi nostri miseri tempi,


che la politica degl'interessi del giorno; e

perci della maggior parte del gabinetti euro


pei il vero Nume la forza. Ma per l'uomo
veramente di stato, per l'uomo dell'amor

patriottico e della cittadina alleanza, non hav


vi altro Ente, tranne i trattati e le leggi,
la pubblica salvezza ed i vantaggi comuni.
no sguardo passaggiero alla Carta, una

rapida occhiata alla Storia, ed ognuno dir


francamente : I trattati e le leggi, la pub
blica salvezza ed i vantaggi comuni son lo
scudo e 'l garante pi forte di tutte le sociali
masse nel tempo e nello spazio. I segni d'una

conquista consumata, sono brevi intervalli di


riposo per l'umanit; essa si arresta un istan
te, e poi riprende il suo costante cammino.
Solo l'Eterno, e la sua eterna legge d'in
cessante progresso per le sue creature, son
duraturi e permanenti per noi,
Qualche genio francese, che ha fama euro
pea e senno emininentemente politico, avreb
be dovuto pur troppo approfondire i segni
de nuovi avvenimenti, i sintomi delle novelle
nazionalit, chiamate fra non guari a pren
der parte al comune lavoro, alla ristaura
zione comune. Avrebb'egli potuto chiamare,
all'ombra della Francia ringiovinita, le ma
zioni tutte di Europa ad una revisione so

lenne del trattati, che rinnegan ora il pro


gresso, e che annullar converrebbe colla for

za. Ei lo poteva, lo doveva forse anco, e

86

non l'ha voluto ! Si voluto pi tosto pro


fanare il pensiero col contatto del potere ;

si ha voluto sacrificare pur anche la filoso


fia e la politica, la giustizia e l'umanit
ad una fredda o pretesa ragione di Stato. E

per, lungi dal saper indovinare e apprez


zare, dal promuovere e garentire il

"

progresso del tempo, non si invece che


pur troppo contribuito, con un assurdo esem

pio di smodato egoismo, d'indifferenza fa


tale, a trasfonder negli animi una diffiden
za su tutti e su tutto, ed ha ci ritardato

in gran parte il nazionale progresso, la rior

ganizzazione cotanto sospirata delle nostre


patrie cose.

Stretto oggi non per di meno il GENIo


dell'indifferenza dalla forza imponente del
progresso, cui forse internamente abborre
e disprezza, si vede assalito a un tratto da
novelli e provvidenziali avvenimenti che non
pu n prevenire n arrestare. La resistenza
fu forte, la lotta terribile, ostinato il con

trasto; ma fu pi forte per il partito libe


rale, che di grandissimo valore pugn, vin
se, trionf.

La provvidenza del cielo, in effetto, la si


ciliana strage, la larga effusione del sangue
fraterno, la rimembranza funesta de'CALABRI
MARTIRI, la storia tristissima delle patrie sven
ture, il fatto presente delle intestine discor
die iniquamente elevate a guerre civili, i rei

suggerimenti di consiglieri malvagi, le mac


-

87

chinazioni infernali di chi trarre voleaci ad

irreparabil rovina, le occulte trame degli EM


Pi gi scoverte e sventate, le tenebrose in
sidie de' FELLoNI e RIBALDI energicamente at

terrate, la caduta fatale del pi imprudenti


PERvERTITORI del nostro buon Re e Padre, il
terribil crollo di coloro che falsamente ri

sguardavansi come le pi salde colonne di


quel Trono, di cui tentavan sordamente mi
nare le basi, ciecamente immemori di quel
l'aurea sentenza di colui che scrisse:
Che fortuna quaggi varia a vicenda,
Mandandoci venture or buone or triste;

Ed a voli troppalti e repentini


Soglioni precipizi esser vicini ;

l'inattesa degradazione e scomparsa de'sA


TANNICI FABBRI d'ogni nostro male, e d'infi

mite sciagure per questa nostra cara patria,


le preghiere de buoni, le dolci insinuazioni
de'veri amici della patria, le calde insisten
ze di tutta la Reale Famiglia, cui sta a cuo

re purtroppo il nostro miglior bene possibile,


le calde ed unanimi rappresentanze insom
ma di tutta intera una comunanza di prodi,

eospiranti ad un voto comune, il pubblico


voto della nazionale rigenerazione : han tal

mente colpito ed impressionato l'anima gran


de e generosa dell'Augustissimo nostro So
vrano Ferdinando II, che il 29 di Genna
io, giorno memorando e sacro nefasti della
patria storia, con un atto veramente magna

88

nimo d'impareggiabil clemenza, siffattamente


si mosse a decretare:

Avendo inteso il voto generale de'Nostri


amatissimi sudditi di avere delle guarentigie
e delle istituzioni conformi all'attuale incivi

limento, dichiariamo di essere Nostra volont


di condiscendere a desiderii manifestatici, con
cedendo una Costituzione; e perci abbiamo
incaricato il Nostro nuovo Ministero di Sta

to di presentarci, non pi tardi di dieci gior


ni, un progetto per esser da Noi approvato
sulle seguenti basi:
Il Potere legislativo sar esercitato da Noi,
e da due Camere, cio una di Pari, e l'al
tra di Deputati; la prima sar composta d'in
-

dividui da Noi nominati, la seconda lo sar

di Deputati da sciegliersi dagli Elettori, sulle


basi di un censo che verr fissato,

L'unica Religione dominante dello Stato


sar la Cattolica Apostolica Romana, e non
vi sar tolleranza di altri culti.

La Persona del Re sar sempre sacra, in

violabile, e non soggetta a responsabilit.


I Ministri saran sempre responsabili di tutti
gli atti del Governo.
Le forze di terra e di mare saranno sem

pre dipendenti dal Re.


La Guardia nazionale sar organizzata in

modo uniforme in tutto il Regno, analoga


mente a quella della Capitale.
La stampa sar libera, e soggetta solo ad
una legge repressiva per tutto ci che pu

89

offendere la Religione, la morale, l'ordine


pubblico, il Re, la Famiglia Reale, i So
vrani esteri e le loro Famiglie, non che l'o
more e gl'interessi del particolari.
Facciamo nota al Pubblico questa Nostra
Sovrana e libera risoluzione ; le confidiamo

nella lealt e rettitudine del Nostri Popoli,


per veder mantenuto l'ordine e il rispetto do
vuto alle leggi ed alle autorit costituite .
La fausta novella d'un s fatto Decreto

sparsasi a un tratto in tutti i punti di que


sta Capitale, e di bocca in bocca colla rapi
dit del baleno trasmessa ; la vista di s sa
lutari avvisi , confermanti solennemente il
lieto annunzio, ed in tutti i cantoni affissi

della nostra Citt ; la fede rassodata , ed il


voto unanime d'un Pubblico, oltre modo an
sioso d'immegliati destini, gi pienamente

pago e soddisfatto ; il grido concorde della


nostra fervida giovent, che ieri ancora fre
meva e moriva in silenzio, e che oggi rac
coglie nelle libere manifestazioni del suo vo

to supremo, il frutto deprecedenti suoi sfor


zi; l'esultanza di pubblica gioia in cui fansi
a prorompere i petti del pi caldi cittadini,
che a s

i" valorosamente concor

sero, e che stati sarebber pi pronti a ri


cominciare la magnanima impresa, ove il
GENIo esecrando della discordia e del male

tentato avesse arrestarla nel suo glorioso pro


gresso; il gruppo ammirabile in somma di

tutte queste circostanze, che segnalavan per

90

noi il giorno pi lieto e pi coscienziosamen


te sentito della nostra mortale esistenza, non
son mica tal cosa da potersi acconciamente

pignere o descrivere da storica penna, e nean


co immaginare o concepire da mente umana.
Non tantosto quest'Atto Sovrano vedeasi

affisso a cantoni di Napoli, che stuolo im


menso d'ogni gente traeva lietamente a leg
gerlo, ed in ogni petto destavansi veraci sen
si di viva
verso il magnanimo

"

Principe, in cui sin dal primo istante che


da propizia stella venne appellato a regolare
i destini di questo Reame, l'ardente cura

della prosperit de suoi popoli fu sempre in


cima del pi vigili pensieri, e che ora ha
manifestato di volerla consolidare in modo sta

bile e solenne sopra basi inconcusse.


Un solo affetto fu in tutti i cuori in quel
giorno avventuroso consecrato a pubblica e

sultanza ; un solo pensiero predominava in


tutte le menti del cittadini ebri di gioia e di

entusiasmo, il pensiero d'una rigenerazione


gi maturata e compiuta; un solo nome suo
m su tutti i labbri fra gli evviva e gli ap

plausi, quello di Ferdinando II, seguto an


cora da questi altri : Viva la Costituzione !
Viva Pio Nono ! Viva l'italica indipendenza!

I Napolitani abbracciaronsi quai cari fratel


li, e nel loro teneri amplessi, nel loro baci
amorevoli, ivan colmando di benedizione il

nostro comun padre e re. La folla del po


polo inondante le pubbliche strade, e quella

91

peculiarmente di Toledo; la nobile e fiorita


calca delle pi cospicue signore, assise sui
balconi del loro sontuosi edilizi, e pi brio
samente corrispondenti al grido festoso del

popolo, tutti insomma nel loro libero entu


siasmo, fra le coccarde e le bandiere pom

posamente sventolate, null'altro pi ardente


mente bramavano che vedere, applaudire e
salutare col grido della riconoscenza il loro
amato Monarca, che han sempre conside
rato come il maggior dono che lor sia ve
nuto dalla mano dell'Eterno, in cui sta la

fortuna del popoli e quella deloro Moderatori.


Vide il magnanimo Re, conobbe, sent

questo desiderio nazionale, questo voto im


paziente di tutti gli animi, ed esitare non
volle un istante a pienamente appagarlo. E
per ad uscir fessi a cavallo dalla Reggia,
avendo a fianco i suoi Reali Germani, infra

il corteggio de' suoi Generali, delle Guardie


del Corpo, di Guardie di Onore e di Usseri.
La pubblica commozione non ebbe allora pi
limiti. Tutta la popolazione di Napoli accor
reva a gran calca a Toledo, ed in tutte quel
le vie pur anche per le quali presupponeasi
ch'Egli passasse; e tutti unanimemente, alla

vista del Re, alla vista di migliaia di costi


tuzionali vessilli, alzando le voci di evviva,

applaudendo con mani, esultando di gioia


nel cuore, agitando fazzoletti, formando d'ogni

carrozza una specie di festoso carro trionfa


le, elevando in alto cappelli, e sulla strada,

92

e dalle ringhiere, e dalle lerrazze di tutti i


palagi, faceangli incredibile filial festa che
mal si potrebbe esprimere a parole, che via
pi raddoppiavasi all'atto clemente de suoi
affabili saluti, e il sentimento profondo della
quale, meglio che ad ogni altro segno, appa
lesavasi alle tenere lagrime che copiose irri
gavano i volti quasi di tutti. Tanta era , in
effetto, la moltitudine che amorosa gli si af,

follava d'intorno, affine di far prorompere


dal petto la piena de suoi grati sentimenti,
ch'era gradito intoppo a suoi passi. Il Re
intanto, traversando Toledo in tutta la sua

lunghezza, prosegu il cammino per la strada


degli Studi, Largo delle Pigne, Porta S. Gen

naro, Forcella, Lavinaio, Marina, giro lun


ghissimo, in cui quasi tutta la Citt si com
prende, e poscia pel Largo del Castello si

ridusse alla Reggia, raccogliendo ad ogni


passo le stesse benedizioni, gli stessi applausi
COillti Ill.

Chi vide il giorno felice, in cui Ferdinando,


chiamato dalla Provvidenza al Trono dei suoi

Maggiori, percorse anche a cavallo la Capita


le, preceduto dal corteggio pi bello de Re, la
CLEMENzA, accompagnato dalla scorta pi fe
dele de Principi, i propri FIGLI, seguito dalla

forza pi imponente de Monarchi, i cuoRI di


tutto un popolo devoto; costui vide pur "
la fatidica immagine di questo giorno di glo

ria. In quello, schiudeva Egli il fonte di molti


beni per la nostra cara Patria, quel fonte

93

cui cercava inaridire la gi svelata fellonia

del tenebroso GENIo del male; in questo,


che vivr eterno ne'nostri fasti, apriva Egli
per noi un'era novella ed incomparabile,
l'era della ristaurazione politica; e le pre
senti e le future sorti della redenta Patria in

modo magnanimo, e con esempio unico, so


lennemente stabiliva. E non chiudeasi intan

to quel giorno festoso, anzi la sera di quel


giorno memorando, che col grido non mai
interrotto, e che suoner perenne nel cuore
di tutti, col grido di giubilo e d'amore, di
riconoscenza e di fede, di concordia e di pa
ce . . . . Viva il Re ! Viva Pio Nono ! Viva
la Costituzione !

Mentre le feste e i tripudii, la gallora


pubblica e le luminarie grandi per tutta la
Citt oltre modo beavano gli abitanti di es
sa, e lieti a un pari rendeano circa sei mi-

lioni di abitanti; mentre tutti estimavansi quai


dolci fratelli nel sacro vincolo di amor di pa
tria e di libert, di verit e di giustizia ;
mentre il fior de' Napolitani era tutto inteso
a ben servire la Patria, non pi col vigor

delle braccia e con la punta della spada, ma


con la fermezza de'cuori e delle tendenze in

ogni buon volere, coll'acume della mente e


col valor della penna ; due gravissimi mali
ancora sovrastavanci, la CoNGIURA, la PERFI

DIA, il TRADIMENTo, per questa nostra parte

di Regno, e particolarmente per la Capita

94

le; gl'intestini torbidi, la guerra civile, la


strage ed il sangue, pel sicanio suolo.

Era omai qualche tempo gi valico, che,

bi

opra iniqua e tirannica d'un formidabil


loLosso, oramai abbattuto e distrutto, ogni
nostro miglior giudizio era invilito e depres
so, contrariato e punito ogni pensiero ; s

che orridi tempi e volere iniquissimo ci avea


no dell'intuito immersi in un profondo tor
pore, in un umiliante abbrutimento, in una

degradazione di specie, in un totale obblio di


noi stessi pur anche. E per, in cosiffatto
stato di violenza costituiti, veniaci in odio

non pur l'esistenza, ma la Patria; e alfine


non pi quasi dell'esistenza e della Patria
eravam cosci a noi stessi.

E cos tutti, o poco men che tutti, mar


tellati eravamo da disperazione crudele; e
tutti eravamo cos mal vivi, che peggio che
morte. Ma la voce di Dio rimbomb, ci vol

le salvi, ne suscit a novella vita di gloria


e di splendor nazionale. Gi tutti ritornam
mo e memori di noi, e cosci della nostra

libera esistenza, e pieni di amore ardentis


simo per la nostra Patria. Ma che?, memori
di noi per iscavare a noi stessi la tomba; cosci
della vita per farne la vittima d'una novella
congiura ; pi teneri della Patria per veder
la irreparabilmente in preda a novelli disor
dini, a pi gravi ed orrende sciagure ; pe
rocch si tentava d'intingerla nel sangue dei

95

propri Cittadini, di obbligarci a lasciarla


pi trista nella memoria del posteri, di darle
per sempre un eterno addio l . ,

Veglia per l'Eterno su nostri destini e


presto o tardi come non lascia scevra di pre

mio la virt, cos non permette che resti oc


culto od impunito il vizio. Il sommo Dio,
Che puote a un tratto le pi basse cose
Cangiar coll'alte; e spesse volte ancora
Colui che siede in cima, a terra abbatte,

E l'uom depresso a nobil grado estolle;


a

illumin l'anima del nostro buon Sovrano a

tempo, fu sventata e distrutta la macchina

zione infernale, e perduto per sempre il reo


PoTENTE, che aveala iniquamente ordita. Fu
del pari conquiso il potere di tutti coloro che
aderivano al suo scellerato partito ; fu re
presso l'ardire di quella perfida e perduta
gente da lui traviata e corrotta; ritorn cle
mente e magnanimo, virtuoso e saggio quan

to Dio lo cre, il nostro augusto Monarca;


ed Egli or quello che ne risuscita e rige
nera, ne fa consci che siam vivi, vivi nella

ace e nell'ardentissimo amore per la nostra

li
Per reprimer intanto l'audacia malnata

della popolare bruzzaglia, del compro e se


dotto LAzzARISMo napolitano, energieamente
raddoppi di cure e di sforzi, di valore e di
zelo la nostra GUARDIA NAZIONALE. Valorosa,

impareggiabile, invitta, esempio raro di s

96

bella istituzione civica a tutta Europa, ha


ella aggiunto, in cosiffatte circostanze, un

movello serto a quella corona di gloria, on


de in tutti i tempi, ed in tempi non men

pericolosi e difficili di questi, si ha sempre


cinta la fronte. Le tanto famose giornate del
15, del 2o e del 28 son tre volumi di sto

ria che ricorderanno ai posteri con venera


zione il nome del cittadini napolitani; n al
tra contrada in Europa pu vantare altret
tanto.

La plebe guasta e corrotta, in cui dal DE


MONE esecrato della rivolta si veniva soffian

do il mal pensiero della rappresaglia, delle


ruberie, del saccheggio, della strage finan
co de'cittadini gi segnati e proscritti; la ple
be, forte incitata al popolar tumulto ed alla
sfrenata licenza, non che messa a ribellio
ne contro il tradito sovrano e la parte miglio

re del nostro paese, gi mostrava agli atti


ed alle opere i pi ribaldi proponimenti: ma
la guardia nazionale, rafforzata pur anche
da immenso stuolo di cittadini armati, eroica
mente stornava la terribile catastrofe. Quanti
sono, in effetti, uomini onesti ed amanti

della pubblica tranquillit, s napolitani che


stranieri, correndo spontanei ne'quartieri ci

vici, giugnevansi ad essa per accrescerne


forza e valore, per dividerne ancora i pe.
rigli e la gloria. N men si adoperarono,
in cos estremi cimenti e gravi necessit, a

comun nostra salvezza le truppe napolitane

97

e svizzere, concorrendo tutti e come bravi


soldati e come onesti cittadini a frenare un

rovescio di cose, che potea costare e molte

lacrime e molto sangue. E per, la guar


dia nazionale, degna pur troppo di tutti gli
onori ed encomi che vengonle prodigati da
una riconoscente nazione da lei s degna

mente rappresentata, merita le pi grate be


nedizioni di tutto il regno, i pi vivi elogi

del nostro generoso Monarca, ed i pi alti in


coraggiamenti del magnanimo Principe che

ne presiede al comando.
N men energica e salutare influenza spie
g, in tanto malagevol trambusto, sull'ani
mo della plebe un uomo indefinibile e strano,
che D. MicheLE Viscusi comunemente si ap
pella, affine di ritrarla compiutamente dal
mal divisato proponimento, e cos trionfare
della sua cecit, non men che della fellonia
di CoLUI che aveasela adottata a cieco stru

mento de suoi pi neri disegni: ed eccone


in

qual

modo.

Non pochi fra quelli che comprendono i


princpi ed il fine del governo costituzionale,

godon di presente in lieta pace de suoi pro


digiosi effetti, e continuano la lor vita di
tranquillit e di calma. Havvi poi di coloro
che han da lungo tempo nutrita la speranza
di conseguire questa felicit per vedere in
nalzata ad alto onore la patria, ed ora con
senno e con amor patriottico si danno a com

pier la grand'opera, accoppiando alle cure


9

98

del governo le proprie, per via meglio

".

muovere il bene nazionale. La plebe infine,


che vede quasi impazziti, entusiasmati ed
ebri di gioia i cittadini, del continuo gri
dando : Viva la Costituzione! e che non solo

disposta a compiere le sue criminose ve


dute in questi tempi di pubblica allegrezza,

ma ancora perfettamente ignara di ci che


intender si voglia pel vocabolo CostituzionE;
non ravvisa nel cittadini che tanti suoi op

pressori e nemici, e nella novella forma di


governo una formale aristocrazia tutta intesa
a comprimerla e schiacciarla.
In questo stato di cose, il tanto famoso
D. Michele divenuto l'istruttore del popolo
basso, l'illuminatore del volgo stupido e igna

ro. Molti predicano, scrivon moltissimi per


persuadere la sciocca gente intorno ai van

" della Costituzione presente;

ma il po
polaccio non intende n legge; e per l'istru
zione e la stampa non producon pienamente
il lor effetto. L'uomo del popolo corrivo

pi agevolmente al suo scopo. Percorre, in


effetto, le pi luride strade, si riduce vo
lentieri nelle pubbliche piazze de pi plebei
quartieri, sale sur una panca, fa un impa
sto della tribunizia eloquenza di Demostene,
di Cicerone, de'Gracchi, di Antonio, di Fa

bio e del P. Rocco, si fa felicemente capire,

pi e convince,

persuade e trionfa.

egli pur vero che, sotto la veduta


appunto di siffatte cose, han gli uomini e

99)

straordinari del grosso popolo la lor impor


tante missione: appariscon eglino di tempo
in tempo nella civil comunanza, e abbattonsi
tosto in una folla superstiziosa e cieca, igno
rante e turbolenta: entran poscia secolei in

una profonda simpatia, vi stringon frater


nale alleanza, e , quai suoi custodi e duci,
quali altre guide e salvatori, nobilmente af
frettansi a donarle i comenti e le idee, le
istruzioni e i popolari dogmi, le istituzioni
e gli schiarimenti, ch'ella istantemente loro

inchiede; ed eglino impertanto pensano per


lei, per lei agiscono, si affatican per lei,
compier le fanno la sua destinazione, sono

insomma per lei una provvidenza secondaria.


Ove in effetto, per una di quelle contingen
ziali
ond' s spesso colpita e tra
vagliata l'oppressa umanit, venisser meno
per lei questi amici dell'uomo, questi popo
lari istruttori, questi veri moderatori del

"

cieco mondo morale, resterebbe fatalmente

la povera plebe nella pi assurda ignoranza


1II) ImerSa,

Imper, tranne sempre la provvida influen


za del supremo modarator della natura, tut
to debbon a costoro le vulgari masse quel
bene materiale, quei sospirati lumi, quei
vantaggi tutti

ini ,

ond'elle godon

eminentemente. Ne tempi quindi d'immagi


nazione istintiva e di poetica riconoscenza,

avean somma ragione d'addimandarli grandi


eroi, sublimi geni, figli del sole, inviati

100

del cielo; perocch realmente ne possedean


eglino le virtudi e 'l carattere, i meriti e la
missione. Ma gl'istruttori del popolo, reci
procamente, non han forse bisogno eziandio
dell'influenza delle masse? son queste forse
tante inutili e vane esistenze per quelli, quan
do, ignorando elle stesse lo scopo degli av
venimenti morali o politici, ma forte stimo
late da loro desideri, spinte dal bisogno ,

agitate, impetuose, ansanti, fan loro ricorso,


ne imploran aiuto, ne proclaman l'esistenza,
li destan talvolta dal loro letargo, gli spin
gon a grandi imprese, gl'invoglian ad azio
ni magnanime, ricordan, loro sublimi de
stini; quando , con quella voce unanime,
indistinta, confusa, ma penetrante e sensi
bile, con quell'accento grossolano e rozzo

ma efficace e possente, con quel tuono ch'


tuono di Dio, altamente gli appellano, li
circondano, gli esaltano e fan loro sentire

quei misteriosi avvisi di superiorit e di glo


ria popolare, ond' la lor anima violente
mente trasportata ?

Tutto viene, in effetto, dalla popolar mas

sa, dall'aura vulgare della plebe, quel sof


fio maraviglioso, onnipossente, energico,
che investe e colpisce l'attuale EROE del bas
so popolo napolitano, internamente l'agita e
scuote, gl'ispira patriottici sentimenti, pen
sieri di ordine pubblico, idee forti, sentite,
vive, interessanti, idee di pace e di tran

quillit sociale. Unanimemente gridan le mas

10 l

se: vogliamo ascoltare D. Michelel ed ei to


sto indirizza loro la parola; ognuno l'ascol
la con attenzione profonda; tutti pendon si
lenziosamente dal suo labbro; si fa mirabil
mente capire da ognuno; e ad ogni sua frase
popolarmente classica ed originale evvi ap

piccata e giunta una di quelle troppo espres


sive ed intraducibili apostrofi, che il popo

lo, lungi dal sentirsen punto od offeso, tro


va giuste pur troppo ed acconce alla sua si
tuazione presente. Gl'improvvisati ed istintivi
discorsi di quest'uomo singolare succedonsi
di giorno in giorno, di luogo in luogo; la
folla del popolo incessantemente lo circonda,
lo segue da pertutto, gli si stringe intorno,
e quando scende dalla sua bizzarra bigon
cia, una la voce della folla che grida:

Ha ragione, ha ragione; siam ora persuasi


e convinti.

Ecco quanto dir puossi per ora di quest'uom


singolare per eccellenza, di quest' eroe fa
moso del popolo napolitano; ei sente forte
il bisogno di possedere uno stuolo di esseri
semi-vegetanti sottoposti al suo cenno, e que
sta folla il suo tutto per lui, una massa

viva e passionata, il complesso di tante


anime simili alla sua, maturate solo d'atti

vit e di energia materiale, d'istinti sensi


bili e grossolani. Ove manchi per poco la
folla s fattamente intesa, verr meno altres

l'energia di quest'uomo s strano; ei non


vive al presente, non capace di sentire la

102

propria esistenza, che in mezzo alla loro so


ciet, in mezzo a questa povera massa, in
seno a questo popol debole e bisognoso,

ch'egli non lascia punto languire e appassi


re, ma stimola s bene e scuote, liberamen
te istruisce e persuade.
Un'altra non lieve cagione ha contribuito

ancora in gran parte a far cessare o spe


gner dell'intutto, in questi stessi giorni, il
tumultuoso movimento pur troppo sviluppato
nella sedotta plebe ; vogliam dire la bella
virt dell'umanit e della beneficenza, che,
tutta propria del nostro paese, non si mai
tanto manifestata che in cosiffatte circostanze

e fra tutte le classi della societ. E per so


scrizioni d'ogni maniera a pro de'bisognosi
si son gi fatte, e si van facendo tuttavia,
tutte proficue e di considerevoli somme. E

non solo uomini di gran merito e per fama


onestissimi sono a capo di queste spontanee
e generose largizioni, ma molte cospicue si
gnore e rispettabili dame del paese eziandio;

s che tutti a gara concorrono, e con la mas


sima attivit, al compimento d' un'opera s

magnanima e bella. Un'altra rilevante som


ma pur si raccolse in pochi istanti, ed in
mezzo a parecchie societ di ragguardevoli
ersonaggi, che venne tosto distribuita a ta
uni gi condannati per cagioni politiche, e

- che ora con ampio perdono sono stati ag


graziati dal generoso Monarca.
A quanto si detto in poche parole, re

103

lativamente alla piet de'nostri generosi cit


tadini onde mossersi a venire in soccorso dei

fratelli sventurati, fa di mestieri aggiungere,


per la verit dei fatti non men che per l'e
sattezza e fedelt storica, che alla carit cit

tadina accoppiossi pur anche l'imponente ne


cessit di conservar l'ordine e la quiete pub
blica; e per inevitabile una privata contri

buzione a vantaggio del poveri e del bisogno


si. Alcuni disordini cagionati in questi gior
ni da pochi del basso popolo, han turbato

alquanto ta nostra gioia comune ; la quale


se non cangiossi in terribil lutto per questa
Citt, fu per opera della nostra Guardia Na
zionale, che, pel coraggio e zelo mostrato
nelle presenti vicende, come dianzi si det
to, merita una pagina gloriosissima nella sto
ria della nostra politica rigenerazione.
Il nostro basso popolo, ingiuriato e vili
peso negli scritti d'oltramonte, nondimeno

d'indole buona e pieghevole; ma la miseria


e la seduzione son triste consigliere al mal
oprare ; e quando ad esse va congiunta la
pi stupida ignoranza, che cosa non si dee

temere dalla malignit e dalla ferocia, dal


l'ambizion cieca e tracotante di chi sollecito

fassi a spingere questi esseri sventurati al

s" e

alla rapina ?
per fu dovere di tutti, e nel santo sco
po di porger soccorso ai miserabili, e di

provvedere alla tranquillit sociale, e d'in


vigilare alla propria sicurezza, il venir ad

104

una generale contribuzione, che fosse baste


vole a rimetter la calma nelle basse classi,

in fino a quando le nostre Camere non pro


porrebber leggi ed ordinamenti acconci a ren

der il popolo pi colto e quindi men biso


gnoso.

Toccato avendo rapidamente demali, che


stavaci preparando l'inaudita fellonia dell'ab
battuto MostRo di Averno, e che furon prov
videnzialmente superati e vinti, non fia ora

superfluo n vano lo spender anco qualche


motto intorno alle calamit e sciagure, che
sovrastavano orribilmente alla Sicilia, men

tre avea luogo nella nostra Capitale quanto


per noi si gi brevemente accennato. Im

perocch ne mutamenti di governi, e sovra


tutto nelle rivoluzioni,

i guerre

civili,

come gli avvenimenti moltiplicansi, ed i fatti


politici vansi sempre pi di giorno in giorno
sviluppando, cos debito sacro d'uno sto
rico contemporaneo l'accennar tutto, e nulla
trasandare di tutto ci ch' pi essenziale
ed interessante, sia per l'intelligenza parti

colarmente del posteri, sia per la storica fe.


delt ed esattezza sovra tutto, che non deesi
in nulla guisa, e per niuna ragione, vio
lare.

La Sicilia, sin da parecchi anni cominci


a sentire i danni d'una ferrea mano mini

steriale, che, lungi dal lenire le sciagure

cagionate a quell'Isola dalla perdita di mi


gliaia di reputati cittadini, e delle migliori

105

sue glorie, si appesantiva via pi, ed im

brandendo la sferza del vitupero, accagio


navala ne fasti della storia ed immiserivala

ad un tempo. Un tristo GENIo , che aveva


in pugno il Ministero, fu il fabbro fatale
delle sue sventure, l'Attila d'un tal dram
ma, l'eroe crudele di quella luttuosa cata
strofe. Per cosiffatta cagione sovra tutto, e
per quell'altra ancora ch'ssi per noi dianzi
accennata e sposta, cominci Palermo a me

ditare quella rivoluzione, che or non ha gua


ri, con esempio straordinario di coraggio,

s orribilmente scoppiata. o
Affine per di evitare, nel miglior modo
possibile, lo spargimento di sangue cittadi
mo, senza voler intanto rinunziare ad una

riforma governativa, non che alla restituzio


zione dei suoi antichi diritti, cominci a pub

blicare colle stampe moderate memorie sulla


necessit d'un'assoluta riforma. Pass poscia

pi in l, e venne dignitosamente alle ci


vili dimostrazioni; ma restando ancor queste

affatto scempie del lor effetto, pubblicavan


pei torchi un Proclama, nel modo che segue:
Il giorno 12 Gennaro 1848, all'alba,

segner l'epoca gloriosa dell'universale rige


nerazione. Palermo accoglier con trasporto
quei Siciliani armati che si presenteranno al
sostegno della causa comune, affine di sta

bilire le forme e le istituzioni analoghe al


progresso del secolo, e volute dall'Europa,
dall'Italia e da Pio Nono.

106

Unione si richiede , ordine, subordina


zione ai capi, rispetto a tutte le proprie
t ; il furto dichiarerassi tradimento alla
causa della Patria, e come tale severamente

punito. Chi mancante di mezzi, ne sar


provveduto. Con questi princpi, il Cielo se
conder la giustissima impresa. Siciliani !
all'armi! .

A tal proclama succedeva una dichiara

zione, che valeva quasi come un'istruzione

al pubblico, e che oggi la pi bella giu


stificazione del popolo di Palermo, al co

spetto di tutta l'Europa. Era ella concepita


nel modo seguente:
2 Dichiarazione. Le masse armate che

dall'interno del Regno correranno a prestar


mano forte alla causa Nazionale, prenderan
posizione ne vari punti delle campagne in
dicate da rispettivi condottieri; costoro di
penderanno dagli ordini del Comitato Diret
tore composto de'migliori cittadini d'ogni ce
to; la popolazione di Palermo uscir armata
di

fi

all'alba del 12 Gennaro, mante

nendo il pi imponente contegno, e si fer


mer nelle parti centrali, aspettando

"

che si faranno conoscere. Non si tirer sulla

truppa, se non dopo serie provocazioni ed


aperte ostilit; in questo intervallo, niuno
ardisca di criticare gli ordini ed i provve.
dimenti del Comitato; ci del maggior in

teresse, perch non si alteri l'esecuzione del


piano generale diretto ad assicurare i desti

107

ni della Nazione e la salute pubblica; qua


lunque movimento, che sar suscitato in Pa
lermo, e fuori, prima del giorno 12, si
avverte di esser manovra di quella Polizia
che tenta aggravare le pubbliche catene. Non
si domanderanno contribuzioni ai proprieta
r, quando non sono volontarie e spontanea
mente esibite: servir ci per ismentire so

lennemente quanto dalla Polizia vassi con


impudenza praticando, affine di discreditare
il Comitato incapace di esercitare concussio

ni di migliaia di once a carico di negozianti


e proprietari.

punt finalmente il giorno 12 Gennaro,


ed il popolo di Palermo fu aggredito da sol
dati che chiamava fratelli. Ai primi atti osti
li, taluni cittadini, fra pi coraggiosi e pro
di , impugnaron le armi, e , valorosamen
te combattendo sino a sera, ridussero la

truppa a via dileguarsi dalla citt. In que


stO

" scontro, pochi furono i feriti dalla

banda del popolo, pochissimi i morti; i sol


dati nondimeno patiron gravi danni, ed ol
tre a duggento prigionieri furon tra le brac
cia de'Palermitani, che prodigaron loro i dol
ci e cari nomi di cittadini e fratelli.

Il giorno 13 poi, per ordine di De Maio,


cominci il bombardamento che prolungavasi
per anco con la notte. Intanto i combatti

menti in quel giorno eransi forte ringagliar

diti. La truppa era tutta ne forti e nel quar


tieri concentrata. Si deliber di far uscire la

108

Cavalleria, che al primo scontro fu sbara


gliata e

" distrutta dalla formidabile squa

dra condotta da Salvadore Miceli di Mon

reale.

In questa, il Comitato Provvisorio accom


pagnato dal popolo si ridusse alle case dei
pi cospicui cittadini, caldamente invitandoli
a concorrer secoloro alla difesa comune; e
vi aderiron tutti con generosa effusione di

cuore. Stabilironsi perentoriamente quattro


Comitati, ossia Direttori, uno per la finan
za, uno di sicurezza e difesa, uno per l'an
nona, un altro di i" Designaronsi i
luoghi pi acconci ed opportuni, per depo
sito di vettovaglie, e munizioni da guerra.
ll giorno 14, seguitando ancora le bom
be e le mitraglie, riunitosi novellamente il
Comitato Provvisorio, con sua deliberazione

pubblic i componenti del diversi Comitati,


nella seguente guisa:
Art. 1. Riunita la municipalit del Co
mitato Provvisorio accompagnato dal popo
lo, si stabilito di farsi un comitato per

provvedere a tutto ci che riguarda l'anno


na, preseduto dal Pretore, e composto di
Senatori e Decurioni presenti.
Art. 2. Si composto il Comitato per prov
vedere ai mezzi di trovare e somministrare

le munizioni da guerra, e tutt'altro che con


cerne il buon andamento della pubblica si

curezza, preseduto dal Principe della Pan


telleria, e composto del signori Duca di Gual

109

tieri, Riso, Balsamo, Vergara, Calona, Gra


vina, Rammacca, La Masa, Porcelli, Pilo,

Capace, Bivona, Villafiorita, Castiglia.


Art. 3. Si composto un Comitato per

raccogliere tutte le notizie di tutti e singoli


gli avvenimenti che succederanno, e poscia

divulgarle con esattezza, preseduto dal sig.


Maresciallo Settimo, e composto del signori
Duca di Terranova, D. Calvi, Errante, Bel
trani, Pisani, Manzone.
Gli attacchi intanto con la truppa prose
guivano gagliardamente, anche perch rin
forzata da una spedizione arrivata col da

Napoli, sotto il comando del Generale De


Sauget ; il quale, partendo la sua truppa in
quattro Sezioni , pensa farla marciare sopra
Palermo. Qui la carnificina fu sanguinolen
ta, inenarrabile; e per fa d'uopo batter
ritirata a spron battuto.

Il Comitato di guerra intanto, il giorno


17, pubblicava i seguenti bullettini :
Il Monrealese Salvadore Miceli attacc e

sconfisse , il 13, la Cavalleria in Palermo.

Il 14 si batt con la truppa in Monreale,


ed obbligolla a rendersi verso le ore 2o. Fece dono della vita a tutti coloro che si ar

resero, e dispose che si organizzasse la guar


dia Nazionale, Adesso fra noi alla testa di

1oo valorosi, che fra poche ore saranno

seguiti da parecchie centinaia. Sia lode


d llll.

I valorosi Signori Porcelli, Giacinto,


IO

I 10

Carini, La Masa, lacona, Bivona, Oddo,


Castiglia, al cui fugace ardire dobbiamo l'ac
quisto di varii cannoni, Pasquale Bruno ,
che ieri si distinse nel conflitto di Porta Mac

queda, e gli altri capi di squadra, combat


tono vincendo.

Il prode Giuseppe Scordato, dopo di a


vere disarmata la truppa in Bagara sua pa
tria, menando seco a Palermo la vinta schie
ra colle armi deposte, ed un cannone ch'eb
be il destro di prendere in un luogo da lui
conosciuto, da tre giorni in Palermo, ove

sempre combatte e vince. Ieri, dopo pranzo,


la banda da lui guidata sbaragli la truppa
adunata nel luogo del Palazzo Reale. Sia a
lui ed ai suoi meritamente dovuta la comun
lode. Il Presidente del 4 Comitato. Firmato

Ruggiero Settimo ,
Il giorno 18 poi, nn altro bullettino dello
stesso Comitato era concepito in questi sensi:
-

Un gentiluomo inglese, che per sola mo


destia vuole che se ne ignori il nome, ha

posto a disposizione del Comitato di pubbli


ca sicurezza e difesa tutte le munizioni di

guerra che si trovavano nel suo legno, e

con magnanime parole ha solennemente di


chiarato esser pronto ad eccitare le simpatie

della sua potente Nazione, e del mondo in


tero, per la virt e per l'eroico coraggio

con cui un popolo oppresso ha scosso il suo


giogo.

L'Americano Valentino Mott-Jan, spinto

l i1

da quei sensi generosi che trovansi solo in


popoli liberi, degni pur troppo di esserlo,
sin dal giorno 12 prest l' opera sua pieto
sa e salutare con brava perizia, e mirabile,
su i feriti. Egli ha pianto alle nostre lacri
me, ha sorriso alla nostra gioia, risguar
dando la nostra citt come sua patria, per

ch gli uomini virtuosi, di qualunque paese,


fra loro sono sempre in famiglia .

Il giorno 19 poi cominci la seguente cor


rispondenza fra il luogotenente Generale ed
il Pretore di Palermo, nel seguente modo
concepita:

. Eccellenza, lo spargimento del sangue


cittadino ben doloroso; se potete recarvi
da me, avvalendovi dello stesso mezzo di ieri,

potrei proporvi qualche altro pi efficace


temperamento, affine di evitare il male per
quanto possibile. Firmato De Maio Luogo
tenente Generale .

Ed il Pretore tostamente rispose:


Eccellenza, la Citt bombardata da due
giorni; incendiata in un luogo che interes
sa la povera gente ; io assalito a fucilate
da soldati, mentre col Console d'Austria por
tato da una bandiera Parlamentaria mi riti

rava; i Consoli esteri ricevuti a colpi di fu

cile, quando preceduti da due Bandiere bian


che si dirigevano a Palazzo Reale....... men

tre il popolo rispetta, mentre tratta da fra


telli tutti i soldati presi prigionieri: questo
lo stato attuale del Paese. V. E. se vuole

1 12

potr dirigere al Comitato generale di pub


blica difesa le sue proposizioni. Il Pretore.
Firmato Marchese di Spedalotto .

Le truppe intanto, bivaccate ne dintorni


di Palermo, prive di vettovaglie, menomate
da'monti, scemavano della loro forza morale
e materiale di giorno in giorno, e, nella
speranza di guadagnar colle trattative, ci che
le armi avean loro negato, incalzavan forte

De Maio pel disbrigo della faccenda ; di qui

la cagione d'un'altra corrispondenza col


Pretore. Ed eccone in qual guisa:
Eccellenza, per terminare al pi pre
sto possibile ogni cosa, necessario che S.
M. sappia ci che il popolo di Palermo dei
sidera, senza di che non si pu divenire ad
alcuna trattativa. Per parte mia non man
cher di spedire in Napoli il vapore, e po
tr cooperarmi di sommettere alla M. S. il

mio sentimento, sperando che le domande


siano moderate. Io vi prego di darmi una

pronta risposta ; intanto non tirer un colpo


di moschetto, purch dalla parte del Popolo

si agisca ugualmente: aspetteremo quindi la


risposta di S. M. non potendo da parte mia
nulla decidere, e non avendo altra facolt

che quella di sacrificarmi pel servizio del


Re. Spero che V. E. voglia accogliere que
sta mia preghiera, la quale tende alla pa
ce ed alla prosperit de'Cittadini. Palaz
ZO I i. gennaro 1848. - Il Luogotenente Ge
nerale. Firmato De Maio .

113
un

Ad una siffatta lettera, o protesta che


sia, venne incontamente risposto nel seguen
te modo :

Eccellenza, Ieri ebbi l'attenzione di far


conoscere a V. E. che le proposizioni do
vean esser dirette al Comitato generale; ho
comunicato subito la lettera che ora mi ha
scritto, e questi signori non possono che

esprimere l'universale pensiero. Il popolo


coraggiosamente insorto non ceder le ar
mi, n sospender le ostilit, se non quan
do la Sicilia riunita in general Parlamen
to in Palermo, adatter a tempi quella sua
Costituzione che giurata da suoi Re, rico
nosciuta da tutte le Potenze, non si mai

osato di togliere apertamente a quest'Isola;


senza di ci, qualunque trattativa inutile .
Poco dopo, il Luogotenente Generale indi
rizzava altro foglio a S. E. il Pretore , sif.
fattamente concepito:
Eccellentissimo Sig. Marchese, ho rice
vuta la sua lettera di oggi, e son contento
di conoscere alla fine quali siano le inten
zioni del Popolo Siciliano.
Di riscontro, ho l'onore di manifestar
-

le che vado subito a sommetterle a S. M.

per quelle determinazioni che stimer di e


mettere nella sua saggezza. Sono con sensi
di alta stima. Firmato De Maio .

Alla precedente lettera si rispose inconta


nente nel laconico modo che segue:
Eccellenza, ho ricevuta la risposta di

114
-

V. E. e l'ho comunicata al Comitato, il

quale insiste nelle idee gi manifestate. Sono


con sentimenti di distinta stima. Il Pretore

firmato Marchese di Spadalotto .

Il giorno 21 poi, verso le ore 22, le squa


dre di Palermo si ricoprivan di gloria e ci
gnevansi di novello alloro la fronte. Marcia
vano ordinatamente e con marziale intrepi
dezza, sotto la rispettiva Bandiera Tricolore,

al pi ostinato e fiero combattimento; ed im


pegnavasi la pugna con molta gagliardia e
furore contra le truppe, disposte nel largo

"

del Palazzo Reale in ordine


battaglia. Si
nistre ed allarmanti voci eran corse d'insulti

commessi dalla sfrenata soldatesca (e che non


osa e non tenta, ne'tristissimi casi di guerra
o di civili tumulti, la militar licenza ?) con
tro le infelici Monache dell'Educandario di

Sales; e le povere donne rinchiuse nell'al


bergo fuori Porta Nuova, del paro che le
Claustrali di S. Elisabetta, eran minacciate
dello stesso infortunio.

E per vi accorsero tostamente le squadre


cittadine, con deliberato animo di evitare ul
teriori e forse pi gravi disordini ed attentati.
Un'apertura fu praticata con molta rapidit
dietro il Monastero, e ne uscivano a stento

l'una dopo l'altra le Monache, spaventate,

derelitte, smarrite assai meno pel timor della


morte che potean incontrarefuggendo in mezzo
ad una grandine di palle, che pel corso per
ricolo cui vidersi fatalmente esposte; avean

115

quindi ricetto e sicurtade in pi sicuri ostelli,


olosamente scortate da civiche ed onorate

i"

anCle,

Il vasto fabbricato intanto di S. Elisabetta

in un attimo occupossi dal popolo, ed un


cannone venne piantato sulla soglia del Par
latoio; attaccossi repente una forte mischia

tra le squadre liberali, la truppa del Palazzo


Reale e del Quartiere S. Giacomo. In questa,

le squadriglie di Santoro e di Scordato, dopo


tortuosi giri a traverso del giardini adiacenti,
sbucaron ratte contro i Quartieri Borgognoni
e Vittoria. L'assalto allora fu generale; terri
bile ed accanita la zuffa. Sopraffatta e coster

nata la truppa da un brulichio di palle, fug


gissi alla sciamannata per Porta Nuova, aven
do appena libero scampo da potersi rifugia
re nel Quartiere S. Giacomo, il quale so
vrabbondava di spenti soldati che infelice
mente avean sustenuto il conflitto, e poscia
sbaragliati dalla mitraglia di S. Elisabetta,
del pari che dalla fucileria di tutti i lati. Al
lora il cannone del Bastione, tirando a rac
colta, chiam entro il Palazzo e nel Quar

tiere i superstiti dalla zuffa, e la notte ben


inoltrata mise termine a quella lacrimevol
pugna.

Oh! quanta strage e quanto cittadino san


gue risparmiato sarebbesi, se di miglior sen
no o di maggior saviezza e prudenza si fosse
allora fatto usol... L'autore intanto e co

mandante del bombardamento di Palermo,

i 16

addatosi di non poter davvantaggio star chiu


so in quella citt; vedendosi purtroppo mal
ridotto, sfornito di sufficienti truppe, e cinto
da pertutto di pericoli in mezzo a nemica
gente, fuggivasene solo, e di notte, in com
pagnia del suo confratello d'armi Vial, che
non mica quello che leggesi nelle immor
tali storie di Napoleone.
Allora la truppa ivi raccolta aprissi un
varco per di dietro il Palazzo, uscendo fuori
Porta Nuova in mal ordine e scomposta, af
fatto scema di forze e di regole militari, s
che l'artiglieria, che di retroguardia anche
-

essa fuggiva, pestava e stritolava alla rinfusa


quanti feriti o moribondi incontrava sotto le
sue
ruote. Ed eran corpi di com
militoni d'armi che, precipitevolmente fug
genti, incontravan ferite e morte dovunque;
perocch, avvistisi gli agguerriti popolani di

"

quella subitana fuga, tenner loro agguato,


e quanti poteron colpire colpirono, e quegli
altri che scampavano per ventura le palle
de prodi Palermitani, trovavan sciagurata
mente nelle pi folte tenebre della notte,
nelle zampe del cavalli, fra le ruote del treno,
e negli stessi colpi del loro fratelli d'armi,
inevitabil morte.

E tanta strage, e tanti cadaveri, e tanto


sangue, furon immolati alla codardia d'un
soLo, che, comunque sbalzato da queste no
stre contrade, ed esule in estranea terra,
forse ora insulta e maledice la nostra patria,

117

o pure, qual altro Nerone, nella sua tran


uilla e mostruosa apalia superbamente la
eride.

In simil caso, e forse in pi trista posi


zione, il General Pepe, il cui nome soltanto

vale un elogio intero, e da un capo all'al


tro del nostro Regno rimbomba, salvar sep

pe la truppa, sedare i popolari tumulti, e


render a un tempo il pi alto servigio al Re,
il quale, se comanda l'adempimento della
militar disciplina, l'inviolabilit della fede e

del sacro giuro della pubblica difesa, dicia


molo pur francamente e ad alta voce, non
ha mai inteso ordinar l'assassinio, la distru

zione e l'orrendo scempio del suoi amantissi

mi sudditi; perocch a chi ha dato quella


spada e quella divisa, ha detto: Difendete
le leggi, e non assassinate le propriet; battete
il nemico, e non massacrate i vostri subor

dinati; siate insomma uomo d'onore, ove


a

ur non siate di prodezza e di coraggio


Ornito.

Palermo intanto, sgombro affatto d'armi


e di armati, come dianzi per noi fu gi detto,
ad altro non tende che al civile riordinamento

ed al benessere de'cittadini, colla sola gua


rantigia della sua Costituzione, con l'alacre
operosit de suoi prestantissimi Rappresentanti
e col buon volere di tutti. Ove nondimeno

un altro ordine di cose sia per succedere al

l'attuale stato precario, in cui di presente


la Sicilia ritrovasi, ci riserberemo altres di

118

farne alcun motto, pria di chiuder la fedele


ed esatta esposione storica del nostri princi
pali avvenimenti. Mentre intanto il nostro Re coscienziosa

mente ispiravasi al saluto di riconoscenza che


gl'indirizzava questa nostra Patria gratissi
ma, per la concessa Costituzione; quando il
pubblico intero esultava di
verace ed
altamente sentita, per la caduta dell'empio

"

PoTENTE e del TRADITORE della Patria; men


tre col suo allontanamento ed esilio, si vede

va gi estinto nel Regno il doloroso grido


dell'oppressione e dell'affanno, dell'assurda
tortura e della penace agona; quando gli
animi tutti, in una parola, eran forte invasi

da viva allegrezza pel libero godimento di

" diritti ch'eransi riconquistati col prezzo


i tante vite, e coll'effusione del sangue fra
terno suggellati; era forza di destino che una
tanta esultanza esser dovesse ancora avvelena

ta dai casi tristi avvenuti in Salerno, per di


fetto di pronta partecipazione del Decreto del

29 Gennaro. Nel pi forte del loro entusiasmo


e della smodata allegrezza in cui vivamente

prorompeano quei festosi abitanti, assaliti a


un tratto dalla truppa, ebber a piangere qual
che morto ed alquanti feriti. I casi del Ci
lento per furon molto pi tristi e desolan
ti. Il giorno 31 , i liberali, che in numero
imponente eransi riuniti al Vallo, venner

impetuosamente aggrediti da una colonna di


Regii con poderosa e formidabile artiglieria,

1 19

s che furon sacrificati e divenuti martiri

della gi conseguta rigenerazione oltre a


cento generosi. Giustissimo Cielo ! chi mai
pagar dovr tanto sangue cittadino sparso
senza necessit ? Come mai sollevare tante

vedove desolate ed afflitte, tanti, infelici ed


innocenti pupilli, che avranno quei cittadi
ni lasciato nella miseria e nel duolo, nel
e nel lutto ? - Un avvenimento sif

i"

atto ha in gran parte converso in profonda


mestizia la gioia ; perocch il sangue de'cit
ladini, senza bisogno e senza scopo versato,

sangue preziosissimo per tutti, e non mai


abbastanza rimpianto. -

Pur troppo degno inoltre di storica ri


membranza il considerare che, mentre il
popolo napolitano era da un lato gravemen
le oppresso per siffatta sventura, e piena
mente contento dall'altro, perch vedeva
accolti i suoi voti e non mezzanamente esau

dito il comune suffragio dal magnanimo


Principe, che tanta prova di civile sapienza
aveva data all'Italia; il Carnefice di questa
oppressa Capitale, della Sicilia e delle Ca

labrie, il demone della Nazione, il flagello


viv de popoli, l'uomo della corruzione e

dell' esecrata ferocia, fuggiva di Napoli sul


pacchetto da guerra, il Nettuno, con prov
vida destinazione Sovrana di dover fermare

a Livorno. Ma (tratto tremendo di divina


giustizia !) non tantosto udissi la novella del

l'odiosa presenza di quel fello traditore della

120

Patria e del Re, che un sentimento istinti


vo, generale, irresistibile d'indignazione
s'impadroniva di quegli animi generosi; e
la troppo viva memoria delle tante vittime

sacrificate al suo genio tenebroso ed infer- .


nale, fremer faceali di giustissima ira e di

magnanimo sdegno. E per un immenso stuo


lo

i Livornesi,

tutti frementi e concitati a

furore, vidersi a un tratto schierati su quel


la spiaggia, altamente protestando contro di
lui. Il capitano del vapore inchiese intanto
qualche provvigione di acqua e di carbone,

affine di proseguir oltre il viaggio; vocife


rossi che il Nettuno fosse diretto a Tolone,

per chiedere il soccorso d'una squadra Fran


cese, e si risvegli unanime un volere che

non gli si fornissero i mezzi per continua


re il viaggio. Allora il Comandante del po
sto, da una civica Deputazione seguto, re
cossi sul Nettuno; espose la volont del Go
verno di conceder l'acqua e 'l carbone; f
manifesta l'opposizione del popolo su quel
sospetto fondata; e'l Capitano del Legno,
portando la mano sul cuore, lealmente ri
spose: Sono italiano anch'io; son vecchio;
sono ufficiale d'onore; considero i Livornesi

come nostri fratelli; i sospetti del popolo so


no scevri di fondamento; non per di me
no, pi tosto ch'esser causa innocente di di

sturbo o di popolare tumulto, accada che


pu, io porr immantinente alla vela. Dis
se, accomiatossi, part, -

121

Intanto il Ministro Ridolfi avea pubblicata


la notificazione seguente:

Il Battello a vapore, il Nettuno, dee pro


seguire il suo viaggio. Mancando di carbone

e di acqua, sulla dichiarazione giurata del


suo Comandante, dovere d'umanit il prov
vedernelo; e gi si son dati gli ordini op
portuni, perch ci sia fatto. Il Governo ri
corda che non transiger mai col tumulto,
e molto meno quando avesse per oggetto un
fatto inumano.

L'intempestiva partenza del vapore feman


care di esecuzione l'ordine governativo, n
si ebbe luogo a sperimentare se la resisten

za popolare sarebbe pur anche durata dopo ,


la dichiarazione del Capitano.

La Guardia Nazionale di quel luogo ma


nifestava inoltre, in su la sera, la dichia
razione infrascritta:
La Guardia Nazionale ha ed avr sem

pre per nemici tutti coloro che ardiscono


sperare nel disordine; e questi, non potendo
aceusarla per fatti avvenuti, vanno immagi

nando fatti futuri per denigrarla maligna


mente. Affine di confonder costoro, i sot
toscritti uffiziali della Guardia Nazionale sen
ton forte il bisogno di dichiarare al Pubbli

co, ch'eglino dividon col popolo un senso


di profonda indignazione contra un Carne

fice; e per provavan somma ripugnanza


di soccorrer coLUI che macellava ieri i loro
fratelli italiani.
e
-

I I

122

c Dichiara inoltre solennemente, che in

ogni occasione avr sempre per nemici i

nemici veri d'Italia, qualunque essi sieno;


perch la Guardia Nazionale non fu, non ,
n sar mai un cieco strumento di servit ,

palladio s bene dell'ordine pubblico, per


conseguire colle virt cittadine e coll'armi
alla mano l'Indipendenza Italiana. 2
Questi fatti furon da diversi diversamente
giudicati. Noi diremo la nostra opinione con

quella storica imparzialit, che la coscienza


profonda del vero pienamente ci detta.
Il sentimento, che mosse il popolo Livor

nese a protestare contro la presenza dell'in


viso TIRANNo, fu italiano e generoso oltre
modo. In altri tempi, ed in circostanze di

verse, ov'egli fosse per avventura approdato


in quella spiaggia, niuno certamente si sa
rebbe ricusato di prodigargli accoglienza ed
ospitalit. Oggi dal manigoldo della nostra
Patria, della Sicilia e delle Calabrie si re

puta non mezzanamente offesa tutta la fami


glia italiana; oggi lega e giugne infra loro
gl' Italiani tutti un intima solidariet di sde
gno e d'amore, di simpatie e di antipatie,
di avversioni e di tendenze ; e per l'abbor

rita presenza dell'innominato FELLONE nel


porto Livornese, dest incontamente un sen
so d'indignazione e di orrore, come se fosse
approdato ad un porto di Napoli. Ed que
sto fatto una testimonianza novella della pa
triottica fratellanza, del sentimento naziona.

123

le, mirabilmente propagato e trasfuso in


tutte le classi del popolo italiano. Il Pubblico
Livornese impertanto non f resistenza alla

somministrazione degl'inchiesti alimenti per


punire esclusivamente delle tante sue colpe
quell'espulso RIBALDo, ma per impedire e
ziandio che proseguisse il viaggio, in pre
giudizio del nostri concittadini e fratelli.
Mentre quell'uomo della ben meritata sven
tura, il cui nome si era reso immortale e

nell'Italia ed in tutta l'Europa , da Livor


no passava a Gaeta, in attenzione di no
vello destino, dalle acque di Gaeta a Geno
va, da Genova a Marsiglia, da pertutto su
bendo la stessa sorte, da ogni banda reiet
to, preceduto da vergognosa fama, coscien
ziosamente accompagnato dagli stimolanti e
culei del rimorso, del continuo martellato
da latrati orribili della tumultuante coscien

za, seguto peranco dalla tristissima opinio


ne che lasciava di s presso l'universale;
mentre iva errando notte e giorno ne vasti
spazi del mare, tutti trascorrendo i pi ter

ribili perigli, e sempre fuggendogli dinan


zi quella tradita patria cui non avea pi
speranza di rivedere ; mentre infine correa
vario il sermone di esser egli stato sbalzato
in una delle africane spiagge, e fervidi voti
elevavansi al Cielo di non farlo penetrare sin
nel centro dell'Africa, per tema che, strin
gendo alleanza colle pantere e colle tigri ,

cogli orsi e co leoni, ed elevandosi a capo

124

e re di quelle belve feroci, non irrompesse


poscia in queste nostre pacifiche contrade,

per far di noi orrendo strazio e pastura ;


tutto era tranquillo nel nostro Regno, e
tutto ispirava pubblica gioia, alla consolan
te idea che la nostra cara Patria da un'e

poca di violenza e di crisi, di tradimenti e


di oppressioni, passava ad un'era novella
di moderata e saggia libert, d'organamen
io d'ordine e di sociale progresso; s che le
lacrime, non pi della disperazione e del
lutto, ma della tenerezza e del contento,

spuntar vedeansi sul ciglio de'redenti fra


telli. E tutta la Cittade allora che tanto di

libert si andava acquistando, per quanto


pi generoso mostravasi il cuore del nostro

prediletto Principe, raccoglieva in uno gli


ardenti voti comuni, gl'indirizzava all' Eter
no per la prosperit e salvezza della Patria
e di CHI ne regge i destini, stringeasi co'no
di pi santi di fratellevol ricordanza ai si

ciliani fratelli, e, spargendo insieme lacri


me e fiori sulle gelide urne de Martiri della
comun redenzione, intuonavan da pertutto
coll'effusione di cuori italiani l'inno di pace
e di libert.

N questi sentimenti di gioia e di vivissi

mo entusiasmo provavansi allora soltanto


da generosi cuori napolitani, meritamente
risguardati come una sola ed ampia fami

glia; ma sviluppavansi eziandio in tutti gl'i


taliani petti solidariamente giunti fra loro

125

con saldissimi vincoli di nazionale patriotti


smo. Imperocch , se non havvi alcun dub
bio al mondo che il trasfonder negli animi
un fermo convincimento de pi solidi van
taggi provvenienti dal novell ordine di cose
gi stabilito, lo stesso che strignere in
indissolubil guisa le presenti generazioni del
la nostra riscattata penisola ; pur troppo
vero altres che tutti gli sforzi attuali ad al
tro altissimo scopo non mirano che a con
centrar sempre pi tutti i sentimenti gene
rosi in un'energica devozione al compimen
to finale della causa comune d'Italia.

E per non sia sorprendente l'udire che


il fausto annunzio delle napolitane riforme,

appena pervenuto nella Citt di Pisa, dest


repente in tutte le classi del cittadini un'in
concepibil sensazione di gioia. La sera di
quel giorno in cui vi giunse la novella, una

Bandiera Nazionale, con questo motto scrit


to: VivA IL Popolo DELLE DUE SICILIE, sven
tolando in mezzo alla Platea del Teatro, fu

sufficiente ad entusiasmare quanti vi si tro


vavan presenti. I gridi di plauso unanime
mente indiritti a questi nostri rigenerati fra

telli, furon vivi ed energici. Da tutti i pal


chi, del pari che da tutti i punti della pla
tea, intrecciavansi con dolce simbolo di fra

ternale unione i fazzoletti e le sciarpe , da

ogni banda vidersi in un attimo spiegare con


gioia tricolori vessilli. I cantanti unironsi in
sieme agli spettatori, e tutti in uno a fe

126

steggiare impresero questo avvenimento so

lenne ; cori nazionali furon cantati a un pa


ri dal palco e dalla platea con mirabil con
l" poscia dal Teatro la folla fe
stosa, preceduta da Banda armoniosa, a

certo.

percorrer fessi le principali vie della Citt,


cantando i soliti cori, e ripetendo sempre

gli stessi gridi di gioia. Dalle finestre delle


case poneansi fuori i lumi, e facevasi eco
alla popolare esultanza. La moltitudine quin
di si dissip senza che venisse alterato n

punto n poco l'ordine pubblico, senza che


si elevasse neppure un accento da interrom

pere la serenit della festa. Nel suo insie


me, una dimostrazione siffatta, comunque
improvvisa e tutta istintiva, non potea riu

"

scire n
pi bella. Tutti intanto quei
generosi Napolitani e Siciliani, che han lo
ro soggiorno in Pisa, non obbliaron punto
di profonder lodi e ringraziamenti ai magna

mimi Pisani per le loro manifestazioni di na


zional simpatia, che forte gli appicca ai no
stri concittadini, i quali co'lori memorabili

sforzi han quasi compita l'opera santissima


della Ristaurazione Italiana. I nostri cuori,
andavan gridando que confratelli diletti, han
seguto da lungi e con palpiti ogni loro pas
so in cos malagevole impresa; noi gli ab
biamo veduti risorgere come l'Anto della
favola contra la detestabil clava, che ten
tava tenerli nell'oppressione e nel fango ,

nell'avvilimento e nel nulla; eglino han vinto

127

e trionfato nella durissima lotta, e questa


loro vittoria, questo segnalato trionfo, riem

pie di gioia ogni cuor generoso : non mai


causa di popoli stata pi ostinatamente
combattuta, n pi santamente guadagnata

e vinta. --- Noi pur saremo, non andr gua


ri, ai nostri prodi connazionali gl'interpetri
fedeli del sentimenti nobilissimi manifestati

da Pisani nell'occasione della loro vittoria,

e viviam certi che li gradiranno assaissimo


come degni dell'affetto che provan per essi
i loro veri fratelli.

A questi stessi tempi, gli Stati Uniti di A


merica han fatto intendere alle alte Potenze

Europee, che, sul conto dell'Italia, si asso


cian anch'essi alle idee britanniche, e che

son di cuore disposti ad assumer la prote


zione della nostra Penisola; s che, guaren
tendone altamente la sicurezza nella via del

totale e compiuto risorgimento, renderan sa


cro ed inviolabile il non intervento straniero.

E per tutto annunzia che in breve l'Italia,


infranto generosamente l'ultimo anello di sua

lunga e crudel catena, risorger grande e


gigante, indipendente e donna com'era.
N sia qui discaro al lettore il veder al
l'uopo fedelmente riportata la generosa let
tera, dagli Stati Uniti Americani a Pio No
no indiritta, la quale in siffatta guisa venne
vergata:

Venerabile Padre, il popolo degli Stati

Uniti ha veduto con profondo interesse le cir


a

128

costanze che hanno seguito il vostro innalza


mento al Sommo Pontificato, e questo inte
resse ha preso oramai le progressioni d'una
simpatia e d'un'ammirazione senza limiti.
In nome d'una parte di questo popolo,
noi vi offriamo l'espressione di questi senti
menti di rispetto e di alta approvazione che
animano l'intera Nazione.

Noi c'indirizziamo a voi, non come a

Pontefice Sommo, ma come a Capo saggio


ed umano d'un popolo, poco fa oppresso e
scontento, ed oggi felice, ben governato e

riconoscente. Noi vi umiliamo questo tributo,


non come cattolici, poich per la maggior
parte nol siamo, ma come repubblicani ed
ardenti amatori della libert costituzionale.

Comunque sia recente la nostra origine, co


mech vastissimo sia l'oceano che separa la
nostra cara Patria dal vostro Bel Paese, noi
sappiamo che cosa era l'Italia ne giorni as
sai lieti e gloriosi della sua unit, del suo
splendore e della sua libert ; noi sappia
mo ci ch'ella divenne sotto il giogo degra
dante dello straniero, ed in bala delle sue

interne discordie ; ed intanto abbiam ferma


fede che un alto e benefico destino l'attenda,

allorquando il suo popolo sia di nuovo unito,


libero ed indipendente.

Nella grande opera della sua rigenera


zione, noi vi salutiamo qual Divino istru

mento, eletto dal Cielo a compierla piena


mente, e noi ardenti prieghi v'innalziamo,
-

129

affinch i vostri giorni si prolunghin tanto,


da esser voi stesso testimone dell'intero adem

pimento di quella saggia Politica, ch' desti


nata a rendere il vostro nome immortale.

Ma, o Venerabile Padre, noi ben cono

sciamo che la via per la quale vi siete posto,


d'un estremo pericolo e di ardua difficolt.

I nostri Padri hanno lottato in un tempo di


perigli e di privazioni, per acquistare e con
solidare a un tempo i benefizi di cui oggi go
diamo: eppure la Provvidenza ci avea fatto

dono d'un Capo, che ben di rado possedet


tero i popoli che affaticaronsi ad esser libe
ri. Nel mondo da noi abitato, Iddio volle che
la virt fosse posta alle prove dell'avversit;

e che una gloria durevole, qual' la libert,


fosse accordata solo a coloro che mostravansi

degni d'un tanto prezioso dono, pe loro sforzi


coraggiosi e per un'indomabil fermezza.

Noi compatrioti di Wasington, di Fran


klin, di Adams, di Jefferson, sappiamo a
dunque, che voi non vi siete messo per que
sta malagevol via, che rinunziando ad ogni

agio, ad ogni sicurezza, ad ogni favore a


ristocratico.

Noi sappiamo, che voi siete gi rasse


gnato agli ostacoli che vi suscitano le mac

chinazioni di una Casta Politica, gli odi dei


potenti, il biasimo dell'uomo delle buone
intenzioni, ma traviato e sedotto, ingannato
e tradito.

Noi sappiamo, che voi siete determinato

130

a combatter con fermezza l'infaticabile ostilit


di tutti quegl'ingiusti tiranni, che pretendon

crudelmente regnare su qualche porzione del


l'alta Penisola Italiana; di tutti coloro che
immaginano di far consistere l'ordine sociale

nel mantenimento di quelle condizioni di lusso


e di oziosit, in seno delle quali han costoro
sin qui consumata la loro inutil vita; di
coloro che temono, o che nel loro egoismo
fingon di temere che la loro religione debba
perire, se non viene sostenuta sulle tremole
spalle degl'Imperatori e del Regi.

E voi colla grazia di Dio vi siete ac


cinto a superare e vincere anche un ostacolo
di questi pi grande, cio l'incostanza e
l'ingratitudine delle moltitudini, le quali, ap
pena risorte dal servaggio che le abbrutiva,
gridano nel deserto di voler fare ritorno alle
cipolle di Egitto.

Uomini son questi di tal razza, come se


ne trovarono fra gli Apostoli del Salvatore,
intesi ad abbandonarlo o tradirlo, per lasciar

poscia a lui solo sopportare le dure agonie


della Croce. Uomini, i quali noi temiamo
che non si chiariscano a voi con del progetti
stravaganti, con assurde speranze, con im

petuose esigenze, mormorando che nulla


stato meditato, perch tutto non compito.
Noi per crediamo fermamente che voi sarete
armato e guidato dall'Altissimo, affine di
ridurre a
missione.

i"

termine la sublime vostra

131

Venerbile Padre, siano oscure le nubi

che avviluppano il presente, noi sappiamo


che l'aurora dell'avvenire dissiper queste
tenebre, per nulla dirvi di quella ferma si
curezza radicata nei nostri cuori dall'Eterno,
che verun'azione n veruno slancio generoso
resteranno senza ricompensa; noi possiamo
attestarvi, poggiati sulla nostra avventurosa
esperienza, che i benefici della Libert Co
stituzionale sopravanzano e compensan d'as
sai i pericoli e i dolori, in mezzo ai quali

le Nazioni si avanzano nel loro rapido per


fezionamento e sviluppo.
La nostra vita, come Nazione, si in
breve compiuta, ed ha gi dimostrato ad
ogni spirito ragionevole l'immensa superio
rit del libero Governo sul dispotismo fatale,

della cara libert sulla tirannide, quale ele


mento di nazionale grandezza e di benessere
sociale. La nostra patria ha mostrato col
fatto, che i diritti delle persone e delle pro
priet eran meglio assicurati sotto quel Go
verno che garantisce l'eguaglianza ne diritti

d'ognuno, che sotto qualunque altro. E se

l'avvenire ci preparasse del pericoli, dovreb


be dirsi che la loro sorgente scaturirebbe,
non da eccesso di libert, ma da un raffre
namento di giusta libert.
Finalmente noi ci sentiamo in grado,
-

meglio di ogni altro, di accennarvi i peri


coli che voi sfidate, e le speranze che vi deb

bon confortare. A dispetto di superficiali ap

132

parenze, noi non temiamo affatto che le le.


gioni del dispotismo sieno mosse contro di
voi. Lo stato in cui siamo, uno stato di
lotta morale, anzi che fisica, in cui l'ar

tiglieria della stampa domina e distrugge


quella del Campo, e l'opinione assai pi
possente delle baionette. Noi dunque siamo
fidati che voi, contra ogni attentato della

forza brutale, siate protetto da un'egida im


penetrabile, l'approvazione e la simpatia delle
genti dabbene in tutta la Cristianit.
Ma se per avventura la nostra aspettativa
rimanesse delusa, tremi l'imprudente aggres
sore....! Il primo colpo di fucile tirato contro
di voi rimbomberebbe di montagna in mon
tagna, di clima in clima, intimando ai pro
di di tutte le regioni, di sorgere contro l'in
giustizia e l'oppressione, di combattere per

la libert e pel genere umano.


Nell'ora solenne di questo grande com
battimento, niuno che conosca l'istoria e 'l

carattere del popolo Americano, potr du


bitare quanto " nostre simpatie sarebber at
tive e produttrici di frutti preziosi.
All'Italia sar risparmiata questa deva
stazione, alla Cristianit lo scandalo fatale

d'una guerra siffatta..... noi lo crediamo fer


mamente. Ma in ogni evento noi speriamo,

che questa pubblica e solenne testimonianza


dell'interesse e dell'ammirazione, con la quale
venti milioni di uomini liberi vi ammirano,
non sia stata in vano.... -

133

Noi siamo, o Venerabile Padre, con pro


fondo rispetto .
Questa lettera, piena di fuoco e di senti
menti affettivi, di attaccamento e di tendenza
alla sacra causa italiana, di aperte dichiara
-

zioni e di liberi sensi,

i" in

s stessa

una maschia eloquenza, un'eloquenza tribu


nizia e veemente che ci dispensa da qualun
" comento. Quando il dispotismo del Nor
o costretto a gettare l'abbominevolma

schera, a squarciare o presto o tardi, e suo


malgrado, la benda indegna onde fassi de
bolissimo scudo a fronte dell'Italia UNA, INDI

PENDENTE ; quando forzato a professare in


faccia a tutta l'Europa l'assurdit del suoi prin
cpi e la strana incoerenza delle sue conse
guenze; quando ha deposto in somma ogni
speranza di giustificare peranco colle appa

renze della giustizia i suoi impeti brutali, co


nosciuti eziandio e risguardati come tali da

gli Stati Uniti del nuovo mondo, la sua ul


tima ora dunque suonata, e le ingiuste
pretensioni della tirannide austriaca non sono,
a questi nostri giorni, che le mortali ed e
streme convulsioni d'un potere che langue,
le convulsioni d'una tormentosa e disperata
agonia.

Rafforza via pi questa nostra asserzione la


generosa e nobil gara, con cui fansi solleciti

taluni Principi italiani ad imitare il magna


nimo esempio dell'immortale Pio Nono e del
l'augusto nostro Sovrano, che aspirarono i
-

I2

134

primi all'altissimo onore di far risorgere a


novella vita di gloria e di esistenza politica
le nostre itale contrade. In effetto, il savis

simo Carlo Alberto, Re di Sardegna, emu


lando sovra tutto il nostro amantissimo Prin

cipe, il giorno 9 febbraro 1848, alle due


pomeridiane, ha proclamato la Costituzione
nel suo Reale Dominio, ad un di presso e
uale alla nostra. Estrema gioia, continue
este, galloria pubblica, luminarie grandi
per tutta la Citt, illuminazione compiuta
pe principali Teatri, generali dimostrazioni
di animo grato e riconoscente, tutto concor

se a render singolare e toccante un siffatto


avvenimento nazionale.

I popoli, cos esprimeasi l'anima gran


de di Carlo Alberto, che per volere della Di
vina Provvidenza governiamo da diciassette
anni con amore di padre, hanno sempre com
preso il Nostro affetto, siccome noi cercam

mo comprendere i loro bisogni ; e fu sem


pre intendimento Nostro, che il Principe e

la Nazione fossero co pi stretti vincoli uniti


pel bene della patria.
-

Di questa unione ognor pi salda avem


mo prove ben consolanti ne sensi con cui i
sudditi Nostri accolsero le recenti riforme,
che il desiderio della loro felicit ci avea con

sigliate, per migliorare i diversi rami di am


ministrazione, ed iniziarli alla discussione di

pubblici affari.
Ora poi che i tempi sono disposti a cose
-

i 35

maggiori, ed in mezzo alle mutazioni seguite


in Italia, non dubitiamo di dar loro la pi
solenne prova che per Noi si possa della fede
che conserviamo nella lor devozione e nel lor
SG il 0.,

& Preparate nella calma, si maturano ne No


stri Consigli le politiche istituzioni, che sa
ranno il complemento delle riforme da Noi
fatte, e varranno a consolidarne il benefi
zio in modo consentaneo alle condizioni dei
paese .

Ci grato qui il dichiarare ai nostri cari


fratelli, come quel savio ed illuminato Prin
cipe, ad imitazione di Colui che regge al
tualmente i nostri destini con tanto senno e

saviezza, ha oramai divisato e stabilito di

adottar quasi le stesse basi della nostra Co


stituzione, del nostro Statuto fondamentale,

affine di stabilire ne' suoi Stati un compiuto


sistema di governo rappresentativo.

E in questa guisa, mentre provvede quel


Potentato alle pi alte emergenze dell'ordine
pubblico, non ama pi oltre differire di com
piere un desiderio generale, un voto emi
nentemente nazionale, che da lunga pezza
nutron a un tempo e il Governante e i go
vernati, di veder rigenerati i popoli, bene

ficati i sudditi, e sollevate principalmente le


classi pi povere, persuaso come quel buon

Monarca di rinvenire nelle pi agiate quel


compenso di pubblica entrata, che i bisogni
del suo Stato richiedono.

136

e Protegga l'Eterno l'era novella di univer


sale salute, che aprendo vassi provvidenzial
mente pe nostri Stati Italiani; ed intanto che

i popoli tutti della nostra bella Italia possa


no far uso delle maggiori libert acquistate,
di cui sono e saranno meritamente degni,

aspettiamo da loro permanenza e costanza


somma, saviezza non ordinaria e prudenza

assai sperimentata, nel sapersi conservare un


dono s prezioso e celeste, il caro dono della
libert e dell'indipendenza, le cui pi soli
de e ferme basi non sono che la saggezza e
la virt, l'osservanza piena delle Leggi vi
genti e l'imperturbata quiete, necessarie pur

troppo a compiere e consolidare l'opra di


vina dell'ordinamento interno di tutti gli Stati
Costituzionali!

Ai desideri intanto ed ai voti comuni dei

Cittadini di Roma non lascia di far pieno di


ritto l'immenso Pio Nono ; n cessa quel de
votissimo Popolo di corrispondergli con sem

dre crescenti segni d'amore e di fede. Non


devia Egli, in effetto, il suo sublime pen
siero dal continuo meditare come possano pi
utilmente svolgersi e perfezionarsi quelle ci
vili istituzioni che ha ormai proposte allo Sta
to Pontificio , non da necessit veruna co

stretto, ma persuaso dal desiderio della fe


licit del suoi popoli e dalla stima delle loro
mobili qualit.

Ha gi volto. Costui il suo grand'animo al


riordinamento della milizia, prima ancora che

137

la voce pubblica lo richiedesse ; ed ha cer


cato modo di aver di fuori abilissimi Ulli
ciali, che venisser in aiuto a quelli che ono
ratamente servono il Pontificio Governo. Per

meglio allargare inoltre la sfera di quelli che

"

e con l'esperienza con


correre ai pubblici miglioramenti, ha pur
possano con

provveduto ad accrescere nel suo Consiglio


del Ministri la parte laicale. E per, se la
concorde volont del Principi da cui l'Italia
attualmente ripete le novelle riforme politi
che, una sicurezza della conservazione di

questi beni con tanto plauso e con tanta gra


titudine accolti, vogliamo augurarci che sia
per serbarsi stabile e permanente, e che via
pi si confermino tra costoro e Pio Nono le
pi amichevoli relazioni.
Ed osiamo ancora sperare che nulla cosa

che giovar possa alla dignit e tranquillit


de popoli italiani, sar mai obbliata o ne
letta da nostri Principi riformatori, che

ella loro sollecitudine pei rispettivi suggetti


han date le prove pi decisive e pi certe.
Ma quali altre prove di generosit e di gran
dezza d'animo non dovremo peculiarmente at
tenderci dal magnanimo cuore del Sovrano

di Roma, ove sia egli fatto degno di otte


ner dall'Eterno che infonda nel cuori degl'i
taliani tutti lo spirito pacifico della sua mo
derazione e saggezza ? A quest'uopo ha

egli protestato altamente in questi ultimi gior


ni di esser pronto a resistere con la virt

138

delle gi date istituzioni agl'impeti disordi


nati, come sarebbe disposto a resister del pa
ri a smodate ambizioni, ad inchieste impor
tune, punto non conformi ai doveri suoi ed

alla felicit del popoli d'Italia.


Siamo dunque sensibili alle pontificie as
sicurazioni, del pari che alle dimostrazioni
generose di chi l'ha non pur secondato, ma
sorpassato pur anche, nelle sue salutari ve
dute; e non ci commuova gran fatto il gri
do sedizioso ed allarmante, che fuor esce da
sinistre od ignote bocche ad agitare i popoli
d'Italia, con lo spavento d'una guerra stra
niera aiutata e promossa da interne congiu
re o da malevole inerzia de governanti. Spin
gerci col terrore a cercare la pubblica sal
vezza nel disordine ; confonder col tumulto

la saggezza del consigli di chi amorevolmen


te ci governa ; apparecchiar pretesti, per via
di tenebrose macchinazioni, ad una guerra

che per niun motivo potrebbe aver luogo in


Italia; questa appunto la cieca illusione,
questo l'inganno grossolano e fatale.
Qual pericolo, in effetto, potr mai so
vrastare alla nostra redenta Penisola, ove un

vincolo di gratitudine e di fiducia, di vera


pace e di nazionale alleanza , non mai cor
rotto da violenza alcuna, congiunga in uno -

la forza del popoli con la sapienza de Principi,


la giustizia

" dovere con la santit

del dirit

to? E d'avvantaggio, il Pontefice Supremo


della Religion nostra santissima non avr forse

139

in sua difesa, in difesa peranco dell'Italia tut


ta, quando fosse ingiustamente aggredita, in
numerevoli figliuoli che sosterrebber pure col
sangue la sua legittima causa, la sacra cau
sa dell'unit nazionale? Gran dono del Cie
lo ancor questo, infra il novero immenso
e variato degli altri doni, con cui l'Eterno ha

prediletto l'Italia; che tre milioni appena di


sudditi pontifici abbian poi duecento milioni
di fratelli, strettamente collegati con quelli,
d'ogni nazione e d'ogni lingua. Fu questa
in ben altri tempi, e nello scompiglio di
tutto il mondo romano, la salvezza di Ro
ma non solo, ma dell'Italia intera; e que
sta del paro sar la sua pi possente tutela,
finch l'unitaria lega manterrassi salda e co
Stante.

Spuntar dovea finalmente quel faustissimo

giorno, provvidenzialmente destinato a com


pier, la grand'opera della nostra politica re
denzione, e compierla in guisa, da fare che
il nostro Regno, e fra poco l'intera Italia
sino al pi i. Alpi, non avesse pi nulla

ad invidiare a qualsiesi avventuroso popolo


della terra, per ampiezza di libert ch'ei
si goda. Agli 11 di Febbraro, in effetto, so
lennemente pubblicaronsi gli Atti della no
stra Costituzione, su quelle elaboratissime ba
si di cui si fatto dianzi per noi menzione.
Noi ci asterremo di esporne qui per esteso
gli Articoli, e perch gi resi di pubblica
ragione, e perch ci sta molto a cuore l'a

140

mor della brevit, trattandosi peculiarmente


d'un ristrettissimo compendio di storici av
venimenti ; n vi apporremo qualunque siasi
osservazione politica, per tema di non of
fender il senno rispettabile di colui, che, in
tanta causa comune, ha dato luminoso sag

gio della somma sua sapienza, e pel quale


senza limite la venerazion nostra, immen
sa e profonda la stima.
Il savissimo nostro Re Ferdinando II , ri
-

generando i suoi popoli ad un'era non at


tesa e felicissima, non risparmia premure ed

indagini, diligenza e fatica, per prender tutti


quei provvedimenti , che sono purtroppo ne.
cessari a compier l'opera ed a farla felice
mente duratura. E perch i suoi benefici sie
no in tutto il Regno , siccome in una sola
famiglia da un sol Padre governata, eguali
e per mezzi e per iscopo, ha concesso a ta
lume Province fali Moderatori o Governanti,
da essere un'arra certa e sicura d'un'incrol

labile felicit pubblica e privata.


E mentre nel conferirsi impieghi e cari
che a novelli suggetti, sempre in discor
danza la pubblica opinione, imperocch e
chi biasima e chi lauda per passionati prin
cipi, o per preteso demerito degli eletti Ma
gistrati, il voto pubblico mirabilmente con
corde nel far plauso al nostro magnanimo
Re, per la scelta fatta del pi accreditati sog
getti, molti de quali con un lungo soffrir di
persecuzioni e d'infamie, di molestie e di

141

affanni, hannosi cattivata la pubblica grati


tudine, la benevolenza umanime, l'universale
estimazione. Il tempo degli encomi gratuiti

e nefandi, de prostituiti e vituperevoli elo


gi, grazie alla Provvidenza Sovranza,

omai tramontato; se qualche residuo ancora


ne avanza, riserbato esclusivamente pe'vili,

che, chiuso il cuore per sempre ad ogni ono


rata passione, strisciando vanno come vele
nosi rettili sulle orme di chi pu loro indo
rarne le squame.

Volgendo per sempre il pensiero alle di:


sposizioni sovrane, in ordine alla scelta dei
novelli Candidati, diremo con santit di cuore,

e con giustezza di causa, che molti di co


storo furon gi compresi nell'immenso no
vero di quelle vittime infelici, che l'orrenda
inquisizione tracorsa, stupida e dissennata,
lungamente colpiva con esecrandi anatemi.
Martiri per gloriosi del capriccio e dell'in
trico, della violenza e del rigiro, trionfar
seppero dell'infamia per onore e costanza,
per fede e prudenza; e per la storia de'no
stri ultimi tempi, fedele sempre ed imparziale
nel suo geloso e sacro ministero, laudando

chi merita lode, e vituperando chi ha fatto


di tutto per vituperare s stesso, registreralli

nelle sue pagine con note gloriose ed eterna


li. Avventurati i popoli che vi ottener per mo
deratori e padri!

"

sarete la face rischia

ratrice delle loro abbuiate menti, ed avran

I 42

no per voi quella luce del vero che fu loro


negata e fatalmente interdetta.
Ma qual magica penna potr intanto con
pi convenienti ed acconci colori pigner all'al

trui intelligenza, o qual pi feconda e pro


digiosa immaginazione sapr mai concepire
le dimostrazioni di gioia e di grata esultanza,
in cui proruppero i cittadini tutti d'ogni classe
o condizione, d'ogni sesso ed et, in quel
faustissimo giorno, al lieto annunzio d'una
pubblicazione siffatta? Quale istoria non ri
membrer quell'Era gloriosa di risorgimento
nazionale, di restaurazione e riscatto comu

ne ? Qual popolo incivilito ed umanizzato


non prese parte alla felicit della pi bella

Terra d'Italia? In qual parte di Europa non


ripeterassi pur anche in cento e cento nole

il glorioso nome di Ferdinando II? E che


cosa potevamo noi sperare o conseguir d'av
vantaggio? Quale umana famiglia dar puossi
il vanto di esser pi festosa ed ilare per pub
blico risorgimento? Ecco, o avventurati Ca
labri, o siculi valorosi, o salernitani intre
pidi, il prezioso frutto del sangue vostro
generosissimo ! Deh ! faccia il Cielo che cam
pioni di tal tempra s'abbian del paro i no
stri miseri fratelli Lombardil ch , emanci

pata allora la Penisola da ogni nordico Auto


crata, rilanciato al di l delle Alpi uno
scettro di ferro e non italiano, e fattasi te
muta e rispettata , riverita e grande anco

I 43

all'esterno Oppressore, sul ciglione del gio


ghi alpini collocar potr gli augusti simu

lacri di Pio Nono e di Ferdinando II, i quali,


stesa la mano di difesa su tutta l'Italia, e
guardando con occhio di disprezzo le austria
che regioni, diranno: Noi PRIMI RIGENERAM
Mo QUESTA TERRA DAL LUNGO DOLORE , E NOI
NE SAREMO

SCUOO

DIFESA.

Ora per comincia per noi un'epoca di


gloria, una storia novella per l'Italia; ora
vedrassi se gl'italiani petti vantan virtude e
costanza , se il braccio italiano possiede for
za e valore, e se in ogni nostra Citt sar
per risorger un'antica Roma ! Il 29 Gennaio
si proclamava in Napoli la Costituzione; il
giorno 11 Febbraro veniva scolpita in ta

vole di bronzo, e suggellata s forte, che


i secoli futuri non potran mai cancellarla.
Per parecchi giorni stavasi lavorando alla
compilazione di essa; ciascuno palpitava fra l
timore di qualche restrizione e il desiderio
della maggiore ampiezza; vociferando anda
vasi da pertutto, con generale fermento d'o
mi partito, l'ottenuta o non ottenuta rati
ca degli Articoli in essa compresi, quan
do la sua compiuta pubblicazione vinse fi

nalmente l'universale aspettazione, perch


pi ampla della Costituzione francese, cui
credeasi che riportarsi volesse il Ministero.
Che dir dovremo intanto della Citt, della
Real Corte, dell'universale sincerissimo tri

buto di riconoscenza? Non divenne la Capi

1a
tale che un'ampia comun famiglia, d'un

solo pensiero, d'una sola volont, d'una


sola redenzione. Il Re usc tosto dalla Reg
gia per compiacere ai desideri universali,
per cedere alle pubbliche grida, alle affet
tuose insistenze dell'intera Citt, che chie

deva la presenza del suo rigeneratore e pa


dre. Gli venner tolte le redini di mano, e

fu guidata la carrozza da ogni ordine di


ersone. Chi gl'indirizzava benedizioni da un

ato, chi lo felicitava dall'altro, chi gli lan


ciava affettuosi baci, e fuvvi peranco chi si
tenne felice di scambiare col Re qualche fi

liale amplesso. Fu questo senza dubbio il ve


ro trionfo di amore. Quanto non apparve pi

glorioso questo alloro di pace, che quel di


Marengo e di Austerlitz, cotanto famoso nella
storia del pi ambizioso del Conquistatori !
La forza ed il sangue, il macello e la stra
ge lo mietevan col ; l'amore e l'affetto "

poneanlo in fronte al pi generoso del Re.


E non si ha poi ragione di dire, che la
Storia del nostro Reame sta preparando una
ina gloriosa ed immortale a nostri poste
ri avventurosi? Qual cosa pi ammirabile,

in effetto, qual cosa pi degna di doversi


infuturare alle nazioni avvenire, che quella

di vedere un magnanimo Principe, un po


polo generoso e devoto farsi grandi a vicen
da, identificarsi nel cuori, assimilarsi ne'sen

timenti, corrispondersi nelle opinioni, con


giugnersi nell'amor vero di patria; veder
-

145 -

una Nazione elevarsi a guisa di gigante so


pra quante ne comprenda la nostra gloriosa
Italia, e tutta intera la Penisola accoglier
festosamente il bel dono della rigenerazione

e della libert ? Quai preziosi momenti, qual


felice entusiasmo, quali affetti coscienziosa
mente beati non ha mai provato il nostro
cuore in quel giorno consecrato ad un ge
nerale tripudio? Vinti dall' ebbrezza, con
quistati dalla foga d'una pubblica
tra
sportati fuor di noi stessi dal dolce senti
mento di respirata libert, credevam quasi
soccombere alla forza di s grandi emozioni,

i",

alla folla variata di s veementi affetti.

Appressandosi intanto l'ora della sera,


apparve a un tratto illuminata tutta la Cit
t, ma spontaneamente e con sincerezza di

cuore. Per tutta quasi la notte la popolare


esultanza u continua , commovente, viva
mente sentita. L'infima classe della plebe af
fratellavasi co grandi, secoloro immedesima

vasi, giugneva pur anche a prenderli sulle


proprie spalle e recarli come in trionfo. Dalle
finestre e da balconi tutti, le genti stivata
mente affollate sventolavano candidi fazzoletti,

e melodicamente gridavano Evviva, cui to


sto facea fortissimo eco l'innumerevol folla

immensamente sparsa nelle vie. I busti di Pio


Nono, del Re e della Regina, sollevati in
alto, o stretti caramente al petto, eran portati

in processione, in mezzo ad un gradito cor

3 quartieri

teo di torchi accesi. Tutti


I

della

146

Citt improvvisaron una foggia di carri trion


fali, su cui vedeansi assisi d' ogni genera
zione, d'ogni grado, cittadini lietissimi. Ed

ecco i frutti della generosit di cuore, per


parte d'un popolo singolarmente devoto al
suo Re; ecco i frutti della vera grandezza

d'animo, per parte d'un Re, che porta im


pressa nel cuore la cara patria, i prediletti
suoi figli!
Le bande militari, specialmente la svizze
-

ra, suonaron del continuo armoniosi inni na


zionali, a tanta circostanza allusivi. La Gen

darmeria, cosa commoventissima! abborrita


pria dall'intera societ, parteciparvidesi alla

ioia comune d'un s gran benefizio che pur


la felicita e bea. Di mano in mano che gli
individui di quel Corpo ivan passando per
via, levavansi il cappello e facean eco alle
grida festose del popolo, e vogliam credere
con cuor sincero e commosso. Il popolo del
pari rispondeva loro con sincerezza ed in

genuit d'animo, e premeaseli al petto quai


cari fratelli. Quindi sopite le passioni, poste
in obblio le provate amarezze, dimenticate
affatto le oppressioni sofferte, divenuto re

dento ed elevato a comun famiglia un po


polo intero, pienamente disposti ed intesi gli
animi tutti denovelli Magistrati a metter legal
mente per le vie costituzionali le cure gover

native ed amministrative, s saggiamente loro


affidate, ed a moralizzarne l'andamento
pur troppo contaminato e guasto dalle vetu

ste pratiche del precedente governo,

147

Come descriver intanto con acconcia e com


veniente eloquenza quella memoranda notte,

squarciata dal riflesso fulgore di cento mila


faci, che giravan senza posa per la strada

di Toledo; quel gruppo d'affollate genti e


di promiscue voci che gridavano a perder
lena = Viva il Re, viva la Costituzione, viva

la Sicilia, viva la Calabria, viva i martiri


calabresi, viva l'Italia, viva la libert ita

liana; le feste ripetute in ogni quartiere della


Capitale, quelle succedutesi in tutti i teatri,
ed il contento de cuori dipinto sul volto di
tutti, cui la parola era divenuta impotenziata

affatto a pi manifestare di fuori ? All'al


tezza dell'argomento non pi regge la mente
e la mano; la scarsa nostra eloquenza ste
rile e muta nel celebrare, in queste poche

"
storiche, fatti cos sublimi e gloriosi.
n'alma veramente italiana solamente en
tusiasta ed ebra della gloria del patrio suolo,
della vittoria e del trionfo della cara sua Pa

tria. E quel giorno, in effetto, ha celebrato


un solenne trionfo, una famosa vittoria; vit

toria e trionfo che han conquistata l'Italia


pel santissimo scopo, ed i cuori italiani per

la santit degli affetti; vittoria e trionfo di


amore e di simpatia, d'affezioni e di ten
denze, d'intelletto e di ragione.

Le pattuglie intanto della Guardia Nazio


male van percorrendo ogni giorno i punti

principali di questa Capitale; il Sovrano, affine


d'immedesimarsi via pi col suo popol di

148

letto, si manifesta del continuo in carrozza;

la Guardia Nazionale gli fa nobil cerchio e


corona, gli tributa riverente omaggio e l'ac
compagna da pertutto; lo riconduce alla Reg
gia fra gli evviva ripetuti di mille voci di
gioia ; lo veggiamo insomma sovente in
mezzo a coloro ch'egli stesso armava a ba
luardo e sostegno della sua real persona e
di tutta intera la civil comunanza.

N limitaronsi solo a quel giorno ed a


quella notte memorabile le dimostrazioni di
vivissima gioia, per parte del popolo e di
CHI paternalmente li governa e modera; ch
la vegnente sera del pari un immenso no

dilettanti d'ambo i sessi, preceduti


da quattro bande musicali, circondati da va
VerO

rie centinaia di sfolgoranti faci, accompa


gnati da un battaglione di guardia nazionale,
seguiti da stuolo innumerevole d'ogni gene
razione di genti, e giunti dinanzi al real
palazzo, v'intuonarono inni di festa, attesa

mente composti, fra le acclamazioni e gli ap

plausi d'un immenso popolo che, a piedi ed


in cocchi, con mille altre fiaccole accese,

illuminavan quella commovente scena degna


pur
troppo de' famosi pennelli de tempi ve
tusti.
r

E mentre in quei trasporti di gioia niuno


conosceva pi limite n modo agl'istintivi
affetti, e, cessata la melodia del canto, pro

rompeva il popolo in reiterate grida di viva


il Re e la Costituzione; mentre dal plauso

149

e dall'universale esultanza faceasi rapido pas


saggio all'armonica e melodiosa dimostra
zione, in mezzo ad un religioso e profondo
silenzio, s che parea che quell'immenso

spazio disseminato di affollata gente fosse per


incantesimo rimasto muto e deserto, il Re e

la Real Famiglia, fattisi della persona ai vero


ni della Reggia, degnaronsi assistere a quella
familiare o domestica scena, rimanendo a
capo scoverto, ed incessantemente profon

dendo ringraziamenti di cuore, paternali sa


luti, profondissimi inchini, con sensibili se
gni di gioia verace non men passionati e

forti di quelli che il popolo manifestava a vi


cenda. Ed pur degno d'ammirazione e di
rimembranza a un pari, come in mezzo a
tanta gente da non potersi s agevolmente
numerare, in mezzo ad un'infinit di accu

mulate carrozze, senza alcun freno o spa


vento di forza armata, senza timore o so

spetto di vigile e terrorosa polizia, non av


venisse alcun sinistro accidente, n un lieve

disturbo peranco, che apportasse distrazione


o popolar tumulto: prova novella della do
cilit del nostro paese, del suo rispetto alle
leggi, della sommission sua al novello go
verno, della rigenerazione insomma da i"
pienamente meritata.
Promulgata, in questa, la grata novella della

Costituzione, generosamente accordata in pa


recchi altri Stati Italiani, un immenso drap
pello di giovani bennati e valorosi recaronsi

150

innanzi ai palazzi de'rispettivi ambasciatori,


e manifestaron loro vivissimi sensi di giu
bilo e di felicitazioni veramente nazionali. E

quei generosi Diplomatici, fattisi volentieri


a balconi, lietamente rispondevano: Viva
la Costituzione che ci riunisce tutti / Viva

l'Italia eternamente l Fecer poscia altret


tanto col Ministro di Spagna, il quale, fat
tosi con lieto viso al balcone: Viva la Co

stituzione, esclam ; mi grata oltre modo

questa dimostrazione d'un popolo illustre,


che risorge alla gloria ed alla libert per
la propria saggezza e per la concessione
d'un ottimo Sovrano.

Lo spettacolo poi, dato quella sera in S.


Carlo, in cui intervenne la pi fiorita ed il

lustre Nobilt, i pi chiari e distinti perso


maggi, i Diplomatici pi rispettabili di pa

recchie Nazioni, fu uno spettacolo novello


pei cittadini napolitani, se pure l'espressio
me d'una viva e ben sentita gioia puoi esser
pi nuova attualmente pei cuori italiani.
"r altro vedeasi in quel vasto e sontuoso
edificio che un immenso stuolo di compa
trioti e fratelli ornati pomposamente a festa,
indirizzanti voci di giubilo al Sovrano, e

contracambiante il Sovrano que teneri sensi


di verace affetto. Scoppiaron poscia gli ev
viva con maggior entusiasmo nell'intuonar
che si fece dell'inno nazionale, con molta
maestria ed incantevolmente eseguto. Talu
ne coppie danzanti tenean fra le mani un

151

velo, su cui vedeasi a grosse cifre impresso


il seguente motto: VIVA FERDINANDo II! VivA
LA CosTITUZIONE ! Intender puossi agevolmente

con qual plauso e gradimento siasi accolto


quest'omaggio, indirizzato a un tempo al
nostro Re ed alla pubblica esultanza. E cos

sempre le voci di giubilo succedeansi a de


terminati intervalli, sino a tanto che la Real

Famiglia non lasci quella magnifica teatral


festa.

Essendo per ripugnante all'umana natura


il sentimento d'una gioia intensissima e di
non interrotta durata ; del paro che la sen
sazione molesta d'un lungo dolore od affanno
non mica comportevole alla costituzione
dell'uomo, perch tiene naturalmente in uno
stato di trambusto e di violenza, di convel

limento e di orgasmo, non solo il fisico or


ganismo dell'esser nostro animale, ma l'am
mirabile economia peranco del mondo mo
rale; come dimostrato dalla pi costante

esperienza, che ad una provata gioia as


sai ben raro che non succeda, o tosto o

tardi, un'affezione spiacevole od interamente


a quella contraria; cos era d'uopo che suc
cedesse cotal disordinato accidente, da far
avvelenare, comunque per brevi istanti, l'uni
versale esultanza.

E per un numerosissimo stuolo di bassa


gente, composto in gran parte di artigiani,

di fabbri, di muratori, di allobrogi, di


sfaccendati, di oziosi, d'infingardi, di pa

152

rassiti, di prezzolati e corrotti, di malinten


zionati e tenebrosi furfanti, cui sta molto a

cuore il disordine pubblico ed il popolar tu


multo, in cui grandi cose si sperano e mai
nulla di buono conseguesi; armati d'ogni
generazione di attrezzi corrispondenti al pro

prio mestiere, e forse d'altr'arma al di sotto,


sbucando a reo disegno da diversi punti,
cacciaronsi a un tratto, e tutti nello stesso

istante, in mezzo alla gran piazza di Palazzo,


sotto la direzione d'un capo ammutinatore

portante in pugno una lunga pertica, alla


cui estremit sospeso un cartello con talune
simboliche cifre, e tutti chiedenti ad alta
voce LAvoRol PANE ! sussistenzA !

Fu ci bastevole, come potr ognuno di

" supporre, a sparger sensi di tumulto


e di allarme nel pi grosso del popolo, a
metter in oscillazione di dubbi e di timori,

di diffidenze ed incertezze le sospettose menti,


a far chiudere issofatto in parecchie vie della

Capitale le botteghe, a metter insomma in


gran movimento la pi sana parte del citta
dini. Non per di meno, per una specie di
provvidenzial disposizione, e per energiche
misure di governo, vi accorser repente ta
lune pattuglie della Guardia Nazionale, non
pochi soldati, ben molti ausiliari, innume
revoli torme di gentiluomini armati; smem

braron tosto quell'ammutinata bruzzaglia;


partironla in diverse bande; la resero iner
me ed invilita, scuorata e muta; arrestaro

153

no i pi pervicaci e protervi; minacciaron


d'arresto i pi pertinaci e sediziosi; furon

pesti e malconci i pi contrassegnati di bal


danza e d'improntitudin somma ; fu sbara
gliata infine quella ciurmaglia importuna, e
via dileguossi come rapido baleno. E cos il
timore e la calma, il tumulto e la pubblica

quiete, il disordine e l'ordine, non furon che


l'opera di pochi momenti.
Un avvvenimento siffatto nondimeno richia

mar dovrebbe la pi vigile attenzione, le pi


preveggenti cure del

",

e del novel

li Magistrati. Le grandi crisi sociali salvan


rodigiosamente le masse che, nell'orribil
otta, han saputo valorosamente combattere
e trionfare ; nella stessa guisa che le subi
tne crisi in una malattia restaurano e con

fortano l'organismo animale dell'uomo, po


slo in pericolo mediante una corruzione qua
lunque nel suo fisico tessuto. Ma come l'uomo
convalescente ha bisogno di cure e di sacri

fizi per rinfrancare le spossate forze, o con


sunte durante la crisi ; la social massa del
paro reclama altamente i pi pronti ed ener
gici soccorsi dello Stato. E lo Stato, ove con
rettezza di cuore e di coscienza sia governato,

dee sollecitamente apprestarlo, senza indu


gio veruno, e con la maggior profusione
possibile. Indarno i ministri costituzionali

addurrebbero a pretesto il timore di compro


metter la propria responsabilit; la popolare
urgenza non ammette giustificazioni n scuse;

154

la legge del momento null'altra tendenza dee


svelare, che quella di ristorare il basso po
di riconciliare la plebe, di sollevare
la misera classe degli operai fatalmente te

i"

nuti sin da lunga pezza sotto la durissima


legge dell'inerzia, d'un'ignoranza sistema
ticamente vergognosa, e del continuo trava
gliati da pi fieri nemici delle istituzioni no

velle; la legge infine de tempi attuali ten


der debbe

i una

riconciliazione efficace e

positiva degl'interessi materiali del basso po


polo co principi gi ragionati e sanciti del
costituzionale governo.
I veri uomini di stato declinar non deono

iammai dalla linea del bene pubbblico,


i"
prosperit e floridezza nazionale. I veri

amici della patria, riflettendo al male pre


sente, veder sanno i bisogni, le urgenze,
le necessit stringenti del momento, ed im

pegnano all'uopo con molta franchezza, sen


za diffidenza e timore, tutto il loro potere,
tutte le loro forze, la lor vita peranco, non

men che le proprie sostanze, ove il santis


simo scopo del pubblico bene, del vantag
, gio comune, della patriottica salvezza, ine

vitabilmente l'esiga. In tempi malagevoli ed


ardui di popolare trambustio rigorosamente
richieggonsi ministri operosi ed umani, at
tivi ed intesi ad acconciamente promuovere

il popolare benessere. Attender quindi un


tempo pi accettevole ed opportuno, un mi
glior ordine di cose, un pi sistemato go

155

verno, per fornir di lavoro il popolo, per


procacciar fatica agli operai, per dar sussi
stenza al famelico e al digiuno, per metter
insomma la numerosa classe de faticatori su

la via de grandi lavori pubblici, null'altro


prova che un sentire ben poco addentro la

vera ragione di stato, gl'interessi veri del


popolo e del ben amministrato governo. Imi
tar d'uopo pi tosto il luminoso esempio
de grandi uomini di stato, del pi famosi ed

esimi politici di Francia, i quali, dopo la


tanto famosa rivoluzione di Luglio, sollecitar

seppero avvedutamente il Governo a profon


der parecchi milioni in Parigi, con uno sco

po eminentemente politico, lo scopo conci

liativo di tregua e di pace, d'alleviamento


di cure e di pesi, di pronta riparazione e
di efficace soccorso. Non agire siffattamente
in queste nostre critiche circostanze, sareb
be lo stesso che voler dire al popolo : SI
mUoIA DI FAME PEL MOMENTO ; A TEMPO PIU' op
PORTUNO AVRETE LAVORO E SOCCORSO,

Ma le anime veramente grandi e generose,


gli amici veri dell'umanit e della patria,
li uomini elevati a qualche grado di potere

i"

un movimento di rinnovazione e dal tur

bine sociale, hanno pur troppo, in questa


nostra Patria redenta, generosi sensi di amor

patriotico e ben conta filantropia; e per non


havvi alcun sospetto che tener debbano un

siffatto linguaggio col prossimo loro, coi lo


ro pi cari fratelli; n temer deesi punto che,
ne duri casi di popolare urgenza, se ne stian

156

eglino indolenziti ed inoperosi, o fatalmente


diacciati ed indifferenti ai bisogni del popolo:
avran pi tosto costoro assai di coraggio e
di fermezza, d'operosit e di solerzia, nella
posizion nostra presente. Imperocch sanno
ben eglino che si oramai perduto abbastan
za di tempo, e tempo prezioso pel popolo;

n il tempo tal cosa da potersi vanamente


od impunemente sprecare !
Non andr guari impertanto, osiamo al

meno lusingarci, che, sensibile il novello


Governo al pubblico grido, a dar farassi s
salutari ed energiche disposizioni, da por
mano senza ulteriore ritardo al pubblico la
voro in Napoli, nelle province, da pertutto
insomma: emaneransi almeno, lo speriamo
di cuore e con fiducia somma, tali ordinanze

da servire come pegno di buona fede e d'amo


re pel bene universale, ed esser con grato
animo accolte dovunque, purch sappiasi

per operar tosto e bene ! Perocch la scossa


stata violenta e forte, di lunga durata ed
opprimente; il popolo ha fame, e cerca la

voro ed occupazione; la scarsezza del viveri


ha fatto soffrir molto, e molta miseria ha
ingenerato, peculiarmente nelle masse popo
lari o plebe; la classe povera si ammi
serita d'avvantaggio, e gli speculatori au

daci, monopolisti, rigiratori, tristi ed invi


di della prosperit pubblica, si sono oltre

modo arricchiti ed impinguati. Fa di me


stieri adunque che si dia ora un'occhiata al

157

popolo languente ed oppresso, sfinito di for


ze, smunto di danaro, privo di mezzi, esausto

d'ogni avere e fatalmente colpito da lunga


miseria; fa ora pur d'uopo che si prendano
in considerazione, con carit veramente cri
stiana e fraterna, gl'interessi pi sacri delle
povere masse, duramente gementi sotto il peso
di tante sofferenze e di tanta inopia; ne
cessario infine che si propaghino i mezzi di
circolazione, vantaggiosa sempre al com
mercio e all'industria, che, come acconci

veicoli dell'agricoltura incoraggiata e pro


mossa, non mezzanamente aumentano il va

lore de'suoi prodotti, e concorron pur anche


assai validamente al generale benessere. Per
cotal guisa, dandosi opera d'avvantaggio
che il rappresentante universale d'ogni cosa
agevolmente circoli per tutti i punti del no

tro Reame ; promovendo direttamente e per


indirette vie, in una sfera sempre d'attivit

perenne, le professioni tutte e d'ogni gene


razione i mestieri, le arti, le industrie ;
dando un eterno bando altres a non pochi

pregiudizi, inceppanti la prosperit ed il so


ciale vantaggio, e che regnan tuttora in
questo nostro paese, promuoverassi in un
modo incalcolabilmente crescente il napoli
tano incivilimento, ed assicurerassi a un tem

po una specie di popolarit nazionale all'era


novella di costituzionale risorgimento. -

. Un altro grido di malcontento elevossi pure


in questi ultimi giorni, per parte degli ope
I

158

pressi ed infelici emigrati, che trovansi de

plorabilmente confinati in diversi punti del


Regno, ed in esteri luoghi per anco, e che
pietosamente reclamavano una novella ammi
stia, dopo quella assai ristretta ed insufficiente

che avea preceduto la gi concessa e pub


blicata Costituzione. Alla nuova del divul

gato Decreto dell'amnistia anzidetta, il cuo

re di quegli esuli sventurati erasi aperto ad


una vivissima gioia, forte lusingandosi di
essere stati gi pienamente paghi i loro fer
vidi voti; e per corser ansiosi a leggerne
l'espressioni con un lusinghiero e fallace con
suolo. Pur troppo deluse speranze, vana ed

ingannevol bramosa ! L'assoluzione ed il per


dono Sovrano procedente da un cuor gene
roso e veramente paternale, non era punto

s ampio ed esteso da comprendervi eviando


quei sciagurati detenuti; perocch non eran

richiamati in patria che gli emigrati dal


183o in poi. I liberali per seguenza del 182o,
essendone stati espressamente esclusi, eran
impotenziati affatto a rivedere e salutare la
rigenerata lor patria, a premere contro i
loro cuori i dolci concittadini e fratelli.

Qual'alto od arcano motivo avesse mai po


tuto dettare quella dolente ed afflittiva ecce
zione, l'ignoriamo dell'intutto. Sappiamo

nondimeno chi sono gli emigrati di quell'epo


ca trista e malaugurata, e che cosa han

fatto od intrapreso da quel tempo in poi,


Un gran numero di costoro, dopo di essersi

139

con la fuga provvidenzialmente sottratti a pi

atroci supplizi che voleansi infligger loro,


pervenner direttamente in Ispagna. Non gua
ri dopo, scoppi col una guerra intestina

per parte dell'esercito e del liberali contra il


popolo, incivile fautore dell'esecrato assolu
tismo. Continuaron quindi quei prodi a com
battere di gran valore per la difesa della
santissima causa nelle file dell' estera legio
ne. In colal guisa, pel giro di diciotto mesi,
od a quel torno, duraron costoro le pi gra
vi fatiche ed i pi orribili stenti. E quando
il Duca d'Angoulme intervenne alla testa
di centomila combattenti, dopo averlo per

lo spazio di due anni coraggiosamente com


battuto, furon tradotti in Francia prigionieri
di guerra. Col l'occupazion loro di tutti i
giorni, la lor cura di tutte le notti, fu esclu

sivamente quella della patria rigenerazione.


Ma impotenziati allora a far cosa veruna,
nulla potendo tentare e conseguire con felice
successo, attesa la condizion trista e cala

mitosa de tempi, aspettavan con pazienza il


momento pi acconcio ed opportuno per agi
re, combattere, trionfare.

N per molti, in effetto, di quegl'intre


pidi liberali presentossi invano l'occasione

di pugnare e sparger financo il proprio san


gue per l'indipendenza di estere Nazioni.
Taluni di essi corser ratti nella Grecia, e

cooperaron forte al buon successo di quella


guerra generosa. Nelle tre famose giornate

160

di Luglio del pari, la Francia ribellata non


manc di averli in mezzo alle file del com

battenti. E dopo il trionfo della rivoluzione,

fidando altamente nel principio di non in


tervento proclamato dal Parlamento francese,

si fecer ad organare un piano generale per


l'indipendenza italiana, e dalla frontiera
della Savoia e dalla Corsica tentaron inva

dere l'Italia con altissimo disegno di porger


soccorso alla causa liberale; ma tradilli po
scia il ministero francese, e quei miseri
espatriati subiron in Francia una persecuzio
ne fierissima, e confinati vennero in varie
citt di provincia, sotto la pi dura sorve
glianza della polizia.
In questa guisa visser quegli uomini va
lorosi sino all'epoca consolante dell'attuale
risorgimento italiano, sempre travagliati ed
oppressi, infelici sempre, e vie pi caldi
amici della sacrosanta comun causa. E chi

di costoro rimaso in estere contrade, chi re


duce nella patria, chi sbalzato in un punto
e chi confinato in un altro, tutti calorosa

mente han contribuito al risultamento glo

rioso del 29 Gennaio. Per qual ragione adun


que i liberali del 182o non dovean esser
ugualmente amnistiati? Perch non dovean
anch'eglino, in questi giorni di allegrezza
e di comune esultanza, godere nella cara

patria il sospirato frutto delle loro lunghe


sofferenze, il prezioso frutto inaffiato col

proprio sangue? Si fecer quindi unanime

I 61

mente a scongiurare quei mesti proscritti il


novello Ministero, con ferma fidanza di ve
der emendato l'inescusabile errore, siccome

proclamavan costoro, e forte sperando che


non volesse mostrarsi s poco amico del go
verno costituzionale, tenendo ancor lontani
coloro che non mezzanamente contribuirono
alla restaurazione italiana.
-

Ben altri reclami, pi commoventi e pa

tetici, pi luttuosi e toccanti, era ancor


dato sentire al nostro magnanimo e generoso
Sovrano; i pietosi reclami de miseri detenuti
o condannati nell'isola di Tremiti. Tristo a

dirlo e a pensarlo! e molto pi tristo e pi


duro ad esser peranco costretto a consecrar

cose in queste poche pagine di cittadina sto


ria, ch' esser dovrebbero coverte di eterno
obblo ! . . . .

Per qual grave misfatto quelle povere vit

time, sacrificate in gran parte alla capriccio


sa e bizzarra polizia de tempi tracorsi, star

dovrebbero condannate d'avvantaggio in una


estranea ed arida terra? perch relegarle in
uno sterilissimo suolo, dalle tante scelleran
ze appestato e corrotto, che la malizia e la
malvagit di taluni impunemente vi esercita
no? E fia mai vero che il grido dell'uma

nit languente, dell'oppressa e degradata na


tura giugner non possa o non debba sino al

pi del Trono, mentre variati e moltiplici


esempi di generosa clemenza, di largizioni

paterne, ci ha dato sinora il nostro magna

162

nimo Re, nel breve giro d'un mese? Una


prova siffatta di grandezza d'animo a pro dei
cari suoi figli, anima il cuore di quei de
relitti e schiude loro la via alla pi dolce
di tutte le speranze, il conseguimento della
cara libert.

L'orribil peso d'una condanna, capricciosa


od arbitraria talvolta, fatalmente da taluni

di quei miseri ricevuta, li facea comprender


nel novero di quell'indomita ed abbrutita
gente. Ansiosi di scuotere il giogo assurdo
e crudele, cui dovean subire ne'tempi decor
si ; dal desiderio vinti di voler infrangere la

cinta catena ed aprir libero al cielo il re


presso respiro; pienamente ignari della lor
sorte futura, e di tutto ci che restava loro

a soffrire, deliberaron in fine quei meschini


a confessar quei delitti che non avean punto

commesso, e che strappare voleansi ad ogni


costo dalla loro propria bocca: fu questo un
delitto in apparenza, ed una pena nel fatto;
apparver quindi nella societ con l'ignomi
miosa divisa di rei, e dovean per seguenza
scontarne rigorosamente il fio.
Quanti giovani lontani da loro congiunti,
dalla patria, dall'educazione cittadina, dalla
generale esultanza? Con qual cuore, con

quali esempi, a quale scuola d'immoralit


e di vizi si allevaron mai costoro ? Aumen

teranno gli anni con le sviluppate turpezze

e con la depravazione del costume, con le


scelleranze e con le brutalit mostruose !

163

Un'altra classe piu sventurata di esseri au


menta pur anche la squallida oppressione di
quell'orrida e contaminata terra: venan co
storo imputati, o, direm meglio, calunniati
per qualche trasognato delitto; spingeasi in

nanzi un processo, e mancavan di prova,


o di elementi di prova, i pretesi reati: ci
nulla montava; eran costoro ancor rei ; chi
accusa od incolpa, chi calunnia o querela
non falla: innocenti per la giustizia crimi

nale, rei per la giustizia politica, o pi to


sto per l'ingiustizia della passata polizia...
Giustissmo Iddio ! pur troppo quei miseri
ti confessano ed adorano nella tua somma

giustizia: son divenuti, vero, quasi selvag


gi o barbari, ma li raccoglie ancora una
terra, ancora un raggio di lusinghiera spe
ranza gli alimenta e conforta ; son eglino
reietti e scherniti, vilipesi ed oppressi, anzi

allo stato di estrema disperazione ridotti, ma


le loro mani non fumano d'un sangue in
nocente, son dolci e tranquilli i loro sonni,

il loro cuore non palpita di atroci rimorsi,


e l'esecrazione d'un pubblico intero non ca
de punto sur essi; su fabbri s bene del loro
destino tristissimo.

Sventurati e infelici ! quante volte no

han mormorato i rigori del Cielo, perch


non teneali in istato di mediocre fortuna !

Allora la condanna e l'esilio non gli avreb


be s duramente colpiti. Quanti delinquenti
e quanti rei d'ogni generazione di colpa, a
-

4 -

3164
/

forza di corruzione e di rapporti, di maneg

gio e d'intrico, han saputo sottrarsi a quella


lenta agonia di tenebroso inferno e di mor
tel Ma erano di condizion misera quei vo
luti ribaldi, e per fuor d'ogni speranza di
esser protetti e salvi; e tanti felloni non di
meno, gravati di nequizie e di scelleranze,
di enormi concussioni e soprusi, respiran
l'aura di libert e di contento. N concepi

scon invidia per costoro; senton forte il de


siderio soltanto d'averne almeno uguale la
Sorte.

Non v'inorridite, o miei cittadini, nel sen

tire questo sfogo innocente di doglianza e


di affanno; l'espressione spontanea ed istin
tiva del pi acuto dolore che preme dispera
tamente pi d'un cuore sensibile. Risguar
dati sono quegli esseri sfortunati come i pi
infami e pi malvagi della terra; la condi
zione del luogo che ve gli accoglie e com

prende, n' prova di fatto. La sventura od


il caso gli unisce, e tosto l'insinuazione del
male, il contagio della corruzione, il soffio
dell'immorali', il veleno della depravazio

ne contamina l'uomo, paralizza il compa


gno, corrompe e trava l'amico di sciagura.
In quella terra di desolazione e di lutto,

non havvi civile istituzione che possa uma


mizzarli e renderli migliori; non pubblica o
privata censura da tenerli a freno e sottrarli

al delitto; non pratiche cittadine che possa

no dar loro la pi superficiale lezione, il pi

165

passaggiero esempio di civili virt o di so


ciali maniere: col tutto solitudine, tutto

abbandono, tutto ispira corruzione ed orro


re; l'ozio mortale che regna, la mancanza

delle utili ed avvantaggiose occupazioni, la


privazione dell'industria e del commercio,

son esca e fomento ad ogni concepibile ne


fandezza. . . .

E pi d'ogni altra cosa, li tormenta e


martella la cruda fame! Chi pu mai com
prendere in tutta l'estension sua il significato

e la forza d'un si orrendo vocabolo? il solo


famelico. Il nostro provvido Re avea fatto
loro assegnare un cotidiano sussidio, una sus

sistenza conveniente ed acconcia alla posizion


loro infelice; ma era d'uopo, per lo avver
so, che gli smerciatori delle alimentari so

stanze col stabiliti, finissero di spogliarli


ignudi, affine di accrescer ingordamente le
loro sostanze, e compiere a spese di quelle
vittime infelici il periodico tributo promesso
ad una branca di politiche Arpe, che ac
cordavan loro protezione e favore.

Le leggi penali hanno stabilite provvide


pene uniformemente ai gradi di reati o di
delitti d'ogni generazione; quel codice di
leggi tutto filosofico e profondamente ra
gionato, pieno di lume e di saviezza, di
equit e di giustezza ; in esso patente e

visibile il progresso delle pi incivilite nazioni

europee; la gradazione delle pene di polizia,


correzionali, criminali, eminentemente giu

166

diziosa ed umana. lntanto chi di costoro si

trova col sbalzato e punito per via di con

danna? Ben pochi. Tranne questi, tutto il


rimanente vittima della calunnia e della

prepotenza, del rigiro e dell'intrico.


In questo stato di cose, fuvvi pi d'un'a

nima benefica che generosamente piegossi ad


atti di comune intercessione pel bene di quei
miseri non solo, ma di quanti altri infelici
espatriati rinvenivansi in diversi luoghi del
Regno, ed al di fuori ancora. Il cuore del
clementissimo Re ch' avvezzo a sentir alta

mente, ne ha inteso i reclami e le interces

sioni pietose ; la sua sensibilit si scossa ;


palpit il suo seno ; e, squarciata la ben

da indegna del politico mistero, trionfar fa


cendo la giustizia, schiudendo un'era pi fe

lice e pi gloriosa, covrendo d'impenetra


bil velo il passato, deliber con un atto ge
neroso di sovrana clemenza di trarre un nu

meroso stuolo d' oppressata gente a libert


civile.

E per, dopo di esser proclamata e san


zionata in pubblica forma la costituzione po
litica della Monarchia, volendo il Sovrano

estendere la generale esultanza in tutti i luo


ghi di detenzione e di pena, in data del 17
Febbraro a decretar fessi siffattamente:

. Art. 1. L'azione penale per contravven


zioni e per delitti anteriori a questo giorno
abolita.

Art. 2. Le pene di polizia e le pene cor

167

rezionali, applicate per contravvenzioni e de


litti con sentenze o decisioni divenute irrevo

cabili prima di questo giorno, sono con


donate.

Art. 3. Le pene criminali applicate con


sentenze o decisioni gi divenute irrevocabili
ad individui, che attualmente si trovano nei
di restrizione, sono diminuite d'un

"

TaClO.

Art. 4. Nel caso di pi pene, cumulate


a carico di uno stesso individuo, la dimi
nuzione conceduta col precedente articolo

limitata alla pena che nel giorno di questo


Decreto il condannato sta espiando.
Art. 5. Non sono compresi nell'iudulgen
za conceduta co precedenti articoli i giudi
cabili ed i condannati per reati in materia
di falsit di moneta, di carte, bolli e sug

gelli Reali, compresi nel libro II. titolo


capitolo 1. 2.3. delle leggi penali; per ca
lunnia, falsa testimonianza, e subornazio

ne di testimoni, per malversazione e per al


tri misfatti di persone in carica, compresi
nella classe di abusi di autorit, riportati

nel libro II. titolo IV, capitolo IV delle leg


gi penali; per furto qualificato per violen
za, e per ricettazione di oggetti furtivi da
tal reato pervenuti; per misfatti militari; e
per recidiva da misfatto a misfatto.
Grazie a s provvidenziali disposizioni prov
venienti da un Re magnanimo e generoso,

respiraron tosto aure di pace e d'individual

168

libert non pochi detenuti ed oppressi, che


o gemevano innocenti in oscure prigioni, o
dal seno della propria famiglia e della cara
patria eran dispoticamente rilegati in estranea
terra. Primi a partecipare delle sovrane in
dulgenze, furon tutti coloro che per fatti di
opinione si eran resi tanto famosi ed immor
tali in questi ultimi avvenimenti politici del

nostro Regno. De pi valorosi liberali della


Citt di Reggio, chi ottenne la tanto sospi
rata libert, chi fu promosso a cariche ci
vili od amministrative, chi riscosse da per

tutto generali applausi, chi venne portato


come in trionfo per le pubbliche vie, chi
con grandezza d'animo e profusione di cuo
re accolto e festeggiato nelle case pi rag
guardevoli del nostri generosi napolitani. E
con Decreto del 22 marzo 1848, il tanto

valoroso e prode D. Giovannandrea Romeo


dell'anzi detta citt fu nominato Intendente

della Provincia di Principato Citeriore.


Quello sovra tutto, che richiam l'atten
zione dell'universale, e che merit le pi
cordiali accoglienze del personaggi pi esimi
e distinti di questo paese, fu senza dubbio

l'ornatissimo Canonico Pellicano, il quale in


teressato venne peranco dal Re a predicare,
in questi passati giorni, nella Chiesa dello

Spirito Santo, sul dilicato ed interessante su


bietto del novello regime costituzionale. In
dirizz egli, in effetto, la sua coscienziosa
parola i immenso uditorio, e fu pur bello

169

l'udire gli accenti liberi e franchi del vero,


istintivamente manifestati dall'apostolo della
libert e della politica restaurazione. E vuolsi

pure sperare che continuer egli con gene


rosi sforzi a predicare ed insinuare a citta
dini tutti, che la vera unione, l'ordine pub

blico, il rispetto alle leggi ed a novelli Ma


gistrati ingenerano la nazional forza e la
maggior libert civile.
Pel valore in gran parte di questo rispet
tabil Canonico levossi i" Citt di Reggio, sic
come accennammo altrove di passaggio, a
novelle e pi lusinghiere speranze ; ma l'a

i" ed il fervor popolare rimanean sof


ocati pur troppo dalla material forza che
frapponeasi tra il popolo ed il passato gover
no. Quindi tra pi prodi e con l'esempio e
con la parola incitar seppe Pellicano la sua
patria a pacifiche dimostrazioni, altamente

reclamando il beneficio delle leggi fondamen


tali e delle consolanti riforme, come garanti

della gi preparata rigenerazione nazionale,


N tem allora costui d'affrontar pericoli e
di sormontare poderosi ostacoli; impavido
sempre, per lo avverso, sempre forte e co
" patria tutto

stante, consacr sull'altare

il suo pingue patrimonio, la sua stessa per


sona pur anche, istruendo e consigliando
che le Calabrie si appalesasser rispettosamente

nelle loro generose vedute, comunque armate


e disposte sempre a combatter di grandissi

mo valore pel comun

raiso. Fu egli
I

I 70

allora abbattuto e vinto, ma la sconfitta fu

per lui pi onorevole della vittoria momen


ianeamente riportata da suoi persecutori, per
ch non contaminata da reit veruna, e per
ch am meglio succumbere alla necessit

fatale, che concitare i popoli a civil guerra


ed a strage, o promuovere i mali del pi
assurdo anarchismo. Se venner compri, in

quei tempi di crisi, infami sicari per isgoz


zare cittadini onorati e dabbene, attender do

vransi non solo l'esecrazion pubblica, ma


un legale giudizio in rigor di legge e sotto
la vigilanza di magistrati preesistenti ed in
corrotti.

Raggiunto finalmente, quando al ciel pia


cque, l'altissimo scopo, furon franti i suoi

ceppi, rotte ancor le catene desuoi valorosi


commilitoni, e si ebber patria e libertade a
un tempo. N solamente costoro, ma tutti i

loro compagni di sventura altres, che forte


pugnarono per la comun causa santissima,
respiraron infine le aure soavi della civil li
bert, e provaron tutti l'inconcepibil diletto
di rivedere la cara lor patria,
Se havvi in noi sentimento che invincibil
mente ci spinga verso un centro, sensibile e
forte vi ci appicchi ; se sentesi l'uomo non
mezzanamente affezionato a qualche punto
della terra, in forza d'un naturale legame,
d'un sentimento possente ed ammirabile; quel
comun centro la PATRIA , e quell'istintivo
od arcano sentimento e il dolce amor di PA

II 1

TRIA LIBERTA'. E compongono la patria quei


cari luoghi in cui abbiamo la prima volta
veduta la luce, dove le nostre dilette geni
trici hanno avuto cura della nostra infanzia,
dov'elle ci trasmisero le consolanti tradizioni

che rannodano le generazioni viventi a quelle


che son gi travarcate ed a quelle che suc
cederanno; i luoghi in cui abbiam sentito la
forza d'amore, in cui abbiam sofferto pur

troppo; lo scoglio della nostra spiaggia; l'an


tica quercia piantata da nostri antenati; il
tetto di paglia o di marmo, dove fu la no
stra culla, dov' l'ereditaria tomba , dove

i nostri avi ci aspettano nel ferreo sonno di


morte.

La patrial sono le gloriose memorie ch'ella

ci offre tuttod, le ceneri del nostri maggio


ri, i geni tutelari, la favella, i costumi,
le sacre leggi che rendonci sotto la lor ombra
lieti e felici, le savie istituzioni in forza di

cui siamo stati educati, il sudore che la stes


sa patria ci costa, lo splendore che ne ab
biam tratto, l'aria che vi abbiam respirato,

il terreno da noi tante volte calpestato, le


mura che ci hanno accolto, i sassi, i cam

pi, le siepi che sono stati sovente muti spet


tatori del nostri fatti, di tutte le nostre im

prese. La patrial ella la terra natale, in

una parola, che tutti i cittadini, gli abitanti


tutti

"

interesse sommo di conservare,

e cui verun di essi abbandonar punto non

vorrebbe; poich s volonterosamente non

172

si abbandona il proprio riposo, la propria


gloria, la propria felicit, a meno che cir
costanze fatali irresistibilmente non ci obbli

ghino a contrarie e violente determinazioni.


Gloria, trionfi, onori, amici, parenti, fa
miglia, il sacro nome di PATRIA tutte in s

comprende queste idee, e tutto le si sacrifi


ca generosamente, financo la propria esisten
za; poich la ruina della patria trae seco ir
reparabilmente la perdita di tutti i beni, on
d'ella ci assicura il legittimo godimento. Una
volta acceso questo nobil sentimento, desto
una volta il dolce amor di patria, pi non

si spegne negli umani petti; questo celeste


fuoco, vivo tuttora si conserva sotto le ce
neri della ricordanza. Migliaia d'individui op
pressi, che strascinavano una meschina esi
stenza in lontane terre, in mezzo alle ruine

d'un aridissimo suolo, tra gente strana ed


ignota, esclamavan col sentimento del dolo

re e della piet: La nostra cara patria! quan


do fia mai che rivedrem noi la dolce e di

letta patria! Esiliati gl'infelici dalle patrie mu


ra, erranti di paese in paese, di contrada
in contrada, nudriti di obbrobri e di perse
cuzioni, trovavan almeno qualche ombra di
consuolo nelle loro coscienziose memorie; e

non udivano senza gioia, senza felice com


mozione e senza forte intenerirsi, il dolce
nome di patria. E molti di costoro esclama
vano: Potremmo abbandonar noi il nostro

paese, le nostre leggi, i nostri concittadini,

173

-,

i nostri cari fratelli, per salvare i quali siam

qui spinti a penare e morire?


E per, nel loro allontanamento fatale,
-

via pi si accendeva e faceasi vivamente sen


tire nel loro cuori afflittissimi l'amor di patria

libert, per farne l'orrendo ed eterno sup


plizio. Sentivan costoro tutto ci che avean

allora realmente perduto; maledicevan allora


la crudelt degli umani destini. Il giorno e
la notte, il mattino e la sera, i prati e le
colline, i ruscelli e le valli, i fiori e le mes

si, i frutti e le brine, i lidi e gli scogli,


tutto rammenta all'uomo dell'esilio e della

sventura ci che ama, ci che ha di pi caro,


e ci che ha fatalmente perduto.

" trista

esperienza, qual prova crudele, individuale,


continua, non ci fa tuttora concepire ed eme!
ter fuori dal cuor nostro un cosiffatto senti
mento !

L'infelice, che vedesi lungi sbalzato dalle


patrie mura per solo motivo di politiche opi
nioni, tutto s'attrista e sen duole, tutto si
cruccia internamente e dassi in preda ad un
disperato cordoglio che gli preme aspramente il
cuore. Egli forzato a viver in mezzo a stra
nieri interessi, in mezzo ad altri individui, in
odio forse a s stesso, cui l'abbandono involon

tario del proprio paese affligge, o le proprie


sventure colman di tristezza e di lutto. Ravvisa
talvolta nemiche braccia, mani ostili e cru

deli arrotare i ferri micidiali contra la sua pa


tria, contro gli sventurati compagni, contra

174

-,

gli oppressi o traditi fratelli, e sar impoten


ziato a difenderli, a morir anco per essi.

Ei vive, ed i suoi dolenti genitori gemono


nelle miserie e nella desolazione da un can

to, ed egli dall'altro mena del continuo la


morente sua vita nel lutto e nell'abbandono;

ei vive, e de' suoi pi dolci e cari pegni di


filiale affetto, chi gi disceso nella tomba,

e chi sta presso a discendervi; ei vive, e


gli autori della sua vita, giunti all'orlo del

sepolcro, profferiscon pi volte, quasi bal


bettando in dimezzato linguaggio, gli affet
tuosi nomi del cari figli, ma dal labbro di

questi pi non udranno pronunziare n av


vicendaro giammai quelli di tenero padre,
d'amorevol madre; egli esiste, ed agli or
gani immediati della sua esistenza incanuti
scon sulla fronte i capelli, e nullo conforto

vien prodigato al penoso lor vivere, e il fi


glio lontano, l'esule sventurato non puote
aiutarli a morire, e da inflessibile volere di

fato gli vien negata financo la dolce conso


lazione di assisterli nelle lor lunghe ed af
flittive infermit . . . costoro intanto tramon

tano a questa terra di esiglio e di dolore, a


quest'ostello di miserie e d'oppressioni, e
vive questi i suoi giorni nell'amarezza e nelle
angosce mortali, ed ecclissansi i suoi occhi

nelle lagrime del lutto e della disperazione !


Da un solo pensiero occupato questo do
i li sventura, il pensier truce

lente figlio

di morte; lontano da ogni consolazione ed

175

incapace d'ogni altra cura, che non sia quel


la d'identificarsi tosto con le preziose reliquie
di quegli esseri a lui pi cari ; mestamente
assiso in riva al mare, volge scoraggiato lo
sguardo ormai indebolito in mezzo ad un o
rizzonte senza confini, vi cerca ansioso il

punto verso il quale situato il suo paese,


e 'l calle che convien battere per ritornarvi.
A un cotale stato angoscioso
pur
troppo la morte ; eppure ei la respinge at
territo: morire, senza rivedere la patria, la
superstite famiglia, i suoi pi cari amici !
morire, senza che dir possa a s stesso:

l"

Col riposano santamente le ossa di CHI mi


ha dato quest'essere!... Un cosiffatto sacri
fizio superiore di assai alle forze umane.

Gli uomini non dovrebber giammai imporlo


agli altri uomini; non mai dovrebber s spie
tatamente esigerlo da delinquenti; spegner
loro pi tosto la vita, che menarli lungi dal
patrio suolo....
Hanno pure una patria gli uomini, che
'.

da savie leggi son governati, e non temon


gli effetti delle arbitrarie violenze di

i"

arbari despoti, appo di cui la volont ca

pricciosa tien luogo di legge. Perch mai


contrade un tempo ridenti e coltivate, sono
adesso s aride ed incolte? Perch si vuole as

solutamente cos, perch si crede che ogni


tentativo d'immegliamento sarebbe affatto scem

pio di vantaggiosi ed utili effetti per la ci


vil comunanza. E sin a quando accuser

176

l'uomo la sorte per tanti mali di cui fab

bro egli stesso? Fino a quando i suoi occhi


rimarran chiusi al chiaro lume di ragione,
ed il suo cuore alle insinuazioni della verit

che gli si presenta da pertutto? Uomini in


giusti, se non potete sospender il prestigio
che affascina i vostri sensi, se il vostro cuo

re incapace di comprender il linguaggio


della ragione, interrogate almeno le ruine
del passato, leggete gli ammaestramenti che
vi danno le storie nostre.

. Quante volte le nazioni osservan rigorosa

mente le leggi dell'umanit, e dirigono sag


giamente le masse, o moderano con diligente
cura i loro destini, forse il moderator sovra

no d'ogni cosa turba l'equilibrio morale o


politico de governi per ingannare la loro pru
denza ? svelle forse le messi che l'arte fa ger

mogliare? devasta le campagne popolate dalla


pace ? rovescia le Citt o le Capitali cui le
arti e 'l commercio rendon fiorenti? asciuga
forse e dissecca le sorgenti utili all'industria
ed all'economia sociale? Se grandi paesi tro
vansi ridotti in solitudine, se ridenti contra

de veggonsi annientate e distrutte, fu la mano

di colui che tutto pu, o quella dell'uomo,


che revosci le loro mura, ne distrusse gli
edifizi, ne f crollare financo le fondamenta?
fu il braccio dell'Onnipossente, o quello del

l'uomo che port il ferro ed il fuoco, la


strage ed il sangue, la desolazione ed il
lutto nelle citt e nelle campagne, ne paesi

177

e nelle famiglie?.... Allorch la guerra ci


vile miete barbaramente gli abitanti, se ri

mane una Provincia spopolata e diserta,


forse il volere dell'Eterno che in siffatto stato

la riduce? il suo furore, o quello de suoi


rappresentanti e ministri che siffattamente la
flagella? il suo orgoglio, o quello de'mo
deratori del destini degli uomini ch'eccita mi
cidiali guerre ed esterminio ferale d'immensi
cittadini ? sono le sue passioni, o quelle dei
grandi della terra, che, in diverse guise e

sotto svariate forme, tormentan gl'individui


ed opprimon i popoli?
E voi intanto rimanete oziosi e indolenti,

o freddi contemplatori dell'umana perversit!


Per prezzo di tanti delitti impunemente com
messi dal tenebroso GENIo delle pi inaudite
scelleranze, che or pi tra noi non esiste,
sar pur d'uopo che chiami l'Eterno a no
vella vita i lavoratori ch'egli sven, i cada
veri freddi e disseccati che rinvennersi ancora

ne ceppi in fondo alle sue catacombe infer


nali, che rianimi tante vite al suo dispotico
furore barbaramente immolate? Ma vendi

cocci per con usura il cielo! I tormenti della


ropria coscienza, il rimorso del male gi
tto, l'idea terribile della sua situazione pre

sente, l'esecrazione ed ignominia dell'uni


versale, l'aria financo che respira, tutto gli
sembra portare la mera impronta di ci che
egli realmente.
E ci sottrasse pur anche l'Eterno al non

178

men tristo flagello d'un altro fello e reo per


sonaggio che, compagno fedele e socio ca
rissimo alle ribalderie del primo MostRo ab
battutto, gli fu compagno e collega eziandio negli stessi casi di sventura. Un cotal
Monsignore D. CELESTINO CocLE, la cui sto

ria esecranda fia meglio covrire d'obblivione


profonda, per la ragione che
HORRENT AURES AUDIENDo EA CRIMINA PATaATA l

vergognosamente fuggiasco da questa Capi


tale, al primo annunzio della caduta fatale
del suo perfido protettore ed amico, non men

che al rumore propalatosi da pertutto di es


sersi gi sventate le inique sue trame, il suo
tradimento orrendo, i suoi abbonninevoli de

litti, erasi rifugiato ed ascoso nella vicina

terra di Somma; donde snidato alle grida al


larmanti d'un popolo mosso a giustissimo

sdegno, erasi ridotto di furto a Castellam


mare, e propriamente nel palazzo del Ve
scovo di quel luogo. Quel popolo altres ,
fatto pienamente istrutto del suo arrivo e del

suo clandestino soggiorno col, levossi ratto


a tumulto, si mun d'armi e di sassi, e ,
corrivo ad irrefrenabil furia, minacciava di

spegnergli la vita. Vi accorse per imman


tinente la Guardia Nazionale accompagnata
dal Sottintendente, e lo sottrassero per av
ventura a quel furor popolare. L'indomani

finalmente, 6 Marzo del 1848, il vapore

179

NETTUNO, Comandato dal sig. Salinas, tra

sportava in Malta per ordine Sovrano quel


l'EccELLENTIssIMO PRELATo . . . . Giunti finalmente alla meta i voti comuni

di tante sventurate vittime, barbaramente sa


crificate al dispotico volere di quell'abbattuto

mostro, infranse d'un sol colpo il nostro ge


neroso Sovrano le loro catene, e fu baste
vole una sola parola perch uno stuolo im

menso di proscritti fosser ritornati a libertade


ed a vita civile, in mezzo alla pubblica esul
tanza del loro concittadini e fratelli, e perch
divenisse egli stesso il provvido salvatore di
tutto il nostro Reame, gi preparato e dispo
sto ad un miglior avvenire.
Ed pur grande senza dubbio la conso
lazion nostra nel pensare, che i nostri re
denti fratelli stiansi non mezzanamente coo

perando, d'accordo col novello Ministero,


e col nostro savissimo Re, a sottrarre gl'in

teri popoli napolitani all'abbrutimento ed al


l'ignominiosa servit, con elaborate leggi
d'irretrattabili garante ; che tutte le ammi
nistrazioni dello stato saranno avvedutamen

te immegliate, ed in forza delle loro rispet


tive leggi organiche, e coll'intervento di uo
mini probi ed eminentemente illuminati; che
le Province, i Distretti e le Comuni non pi

amministreransi da un sol uomo capriccioso,


e nella guisa orientale; che eligeransi le mu
nicipalit, e verran quindi i popoli gover

nati moderatamente, e liberamente protetti;

180

che il potere del Regi Giudici e degl'Inten


denti sar non mezzanamente frenato; che la

legge elettorale sar per provvedere a un


tempo all'ordine pubblico, e far onore alle
propriet intellettuali; che tra i corpi di Ar

mata, tra negozianti, tra gli uomini di let


tere e di scienze, tra le accademie Reali e
le Universit, essendovi non pochi individui
oltremodo forniti di eminenti cognizioni teo
retiche e pratiche, pieni di patriottisimo e di
vera filantropia, saran questi prescelti e com
presi tra gli eligibili alla rappresentanza na
zionale; che provveder il Parlamento a far

rientrare ogni cosa sulle vie del progresso,


mettendo in armonia le antiche nostre istitu

zioni, a noi tolte da invasione straniera, con

gli attuali bisogni dello Stato; che leggi par


ticolari discusse nello stesso Parlamento regole

ranno le provviste e promozioni di Magistratu


re e di Uffiziali d'Armata; che la stampa sar
libera e refrenata soltanto dalle leggi penali,

ma non impedita da qualunque autorit, a


segno da non dover temere che i soli per
versi; che l'accordata Costituzione sar sem

pre un vantaggio nazionale, e non gi un


appoggio al fellone, uno scudo al ribaldo ed

" misfattore;

che un denzissimo velo sar

posto sugli antecedenti politici, anzi che sulle


ruberie e sur altri misfatti di peculato o di

omicidi senza forma di processo; che raddo

doppierassi infine di cure e di sforzi, affin


ch le garante nazionali non tramutassersi

181

in protezione di facitori di misfatti, e non


s'incominciasse dal violar la Costituzione,
col far tacere pe potenti le leggi, o col farle
rimaner sospese e scempie affatto di esecu
zione.

Come mai, in effetto, far rimanere impu


niti ed in carica tanti magistrati indegni e
corrotti, venali ed ingiusti, che hanno sevi
ziato tanti esseri sventurati, che han fatto

spegner la vita a molti cittadini, senza forma


di processo e senza Giudizio; che si son fatti

doviziosissimi per via di malversazioni, e di


progettati lavori, ma non mai incominciati od

eseguiti; con la vendita di cariche pubbliche,


e con ignominiosi furti di comunali beni?...

E non dovrem poi esultare di gioia nel solo


riflettere, che ogni cosa andr a rientrare

nell'ordine; che ulteriori scene di sangue,


di corruzione e di terrore non saran pi ri

prodotte; che ne saranno severamente puniti


e perseguitati gli autori; invalidati i titoli fa

stosi ed aristocratici, aboliti gli ordini ca


vallereschi, e rese nulle tutte le odiose di

stinzioni accordate nella discordia civile; che


le nostre garanzie saranno effettive, e non
pi dipendenti dall'altrui cieco volere ; che

la nostra Guardia Nazionale, in miglior modo


organata, servir loro di saldo sostegno ed
appoggio; che tutte le diverse amministra

zioni dello Stato saran poste d'accordo e


fatte omogenee col novello ordine costituzio
male, tanto per le leggi
i regolamenti,

"

182

" per le persone

che sono inseparabili


alle stesse garanzie; che la Consulta per
ranco sar assorbita dal nuovo Consiglio di
Stato, e che questo sar eletto dal Re sulle
terne degli Elettori provinciali; che saranno

infine instituite Cattedre di diritto costituzio

nale in Napoli e nelle Province, affine di


guidar meglio la pubblica opinione in par
titi moderati, ma nazionali, energici, forti
e saggiamente acconci a preparare una Ca
mera di deputati che fosse accomodata alla
condizione del tempi?
Ed osiamo veramente sperare, che nella
prima Sessione legislativa avransi a trattare
le pi ardue e malagevoli quistioni interne
e di diritto internazionale europeo. E per
fa d'uopo consolidare questa grand'opera
senza ritardo; ma, indipendentemente da un
buon Parlamento, da salutari e savie leggi,
dalla ferma fidanza nell'opinion pubblica ,
sarebbe assai vano il tentarla; perocch i
-

nostri interessi sono ormai solidari ed inti

mamente appiccati a quelli degli altri popoli


d'Italia, che, sotto la guida e direzione dei

magnanimi Principi italiani, sono avviati sul


lo stesso calle di ordine e di libert, di pub

blico vantaggio e d'italiana indipendenza.


Mentre cosiffatti voti andavansi fervente

mente volgendo nel cuore di ciascun cittadi


no, e cotali speranze avean luogo fermamente
nell'animo di tutti, un annunzio ufficiale

facea noto al Pubblico napolitano, che nel

183

giorno 24 di Febbraio del 1848 doveva aver


luogo l'augusta ed imponente Cerimonia del
Giuramento solenne, risguardato dall'intera
Nazione come sicura guarentigia e religiosa
consecrazione alle costituzionali riforme. E

per, se la religione del potenti non suol es


sere comunemente che il potere e la mate:
rial forza; se parecchi di costoro, in tempi

di ferocia e di barbarie, nel giurar fede ai


popoli, appressavansi all'altare della tremen
da ed eterna Giustizia col tradimento nel cuo
re e con la maledizione del cielo sulla fron

te; se il nome dell'Eterno, cui indegnamen


te profferivano, osavan costoro far complice
della loro nera perfidia; se nello stenderla
mano sul Vangelo, obbliavan quella che a

veva anticipatamente segnato la loro condan


na ; assai ben diverso da un giuramento s
nefando ed infame fu quello gi prestato in
tal giorno da i" II nel Tempio au

gusto di S. Francesco di Paola.


Dinnanzi a coloro, che sanno quanto sia
calda e verace la fede nel cuore del Re,

aveva egli giurato la Costituzione sin da quan


do la proclamava nel nome dell'Eterno, cui
solo dato di leggere nel profondo de'cuo
ri, e ch'egli invocava a Giudice della pu
rit delle sue intenzioni e della sua coscien

ziosa lealt. Quest'atto sovrano intanto ven

ne pur troppo adempiuto nel modo pi so


lenne ed imponente. Il saluto del castelli in

vitava i cittadini tutti a goder della solennit

184

pi lieta e pi memoranda per la nostra Na


zione. Il cielo stesso peranco, dianzi s fo
sco ed ammantato di nere nubi, e divenu

to poscia s tranquillo e sereno, parea che


volesse mescere il suo sorriso alla comune

esultanza, e giugnere maggior ornamento


alla festosa cerimonia, ornando de pi bei
raggi del sole questa nostra contrada.
on men gradito spettacolo offrivan poi
allo sguardo universale i Reali Legni a va
pore che trovavansi in rada, del pari che i
Legni inglesi e francesi, che, facendo eco
al nazionale tripudio, aveano sventolato il

costituzionale vessillo. Sulla gran piazza del


Palazzo Reale, dodici Compagnie scelte dei
battaglioni della Guardia Nazionale a piedi

vedeansi schierate in doppia fila, dalla Reg


gia al Tempio anzi detto, per fare nobil cor
teggio alla Reale Famiglia. La Nazional Guar
dia d'Onore a cavallo, la Guardia Naziona

le a piedi, e quelle tra le Reali Milizie di


terra e di mare, eran ivi rappresentate da
diversi drappelli di tutti i Corpi, con le ri

spettive bandiere e con la banda musicale.


Il resto poi della piazza era tutto ingombro
pieni del pari
e gremito d'innumerevol
di molta gente i balconi de'Reali palagi; tutti
occupati da ogni generazione di persone i

"

portici di quel grandioso edificio, che nel


giro delle sue magnifiche logge appariva
allo sguardo come gigantescamente ornato di
mobili ghirlande di uomini sino alla sommi

185

t della cupola. N diverso spettacolo appa


lesavasi nell'interno, le cui cappelle, le tri

bune e le ringhiere, infra il variato novero


de' nostri concittadini, comprendevan anco
un immenso stuolo d'italiani e stranieri, cui

era dato essere spettatori d'un s grand'At


to, che rende in gran parte famosi gli an
nali della nostra patria storia.
Il Real Trono ed una provvisoria tribuna

accoglievano il Re e la Regina co Principi


Reali, la Regina Madre, le Reali Principesse
e l'Infante di Spagna D. Sebastiano. Miravansi

poscia ordinatamente disposti il Corpo Diplo


matico, i Ministri Segretari di Stato, i Di
rettori delle Reali Segreterie e Ministeri di
Stato in attivit, la Real Camera con le Da

me della Real Corte, i Generali dell'Esercito


di terra e dell'armata di mare, il Consiglio
di Stato, e gli Ordini, giudiziario, scienti

fico ed amministrativo. Non ci facciam qui


punto a descrivere le altre pi minute par
ticolarit d'una cerimonia s sontuosa ed emi

nentemente nazionale, perch note piena


mente fra noi; ai lontani ed ai posteri ba
stevol solo accennare, che verun'altra regal

pompa stata qui finora pi splendida e pi


imponente a un tempo.

Celebrata la Messa, il Re e tutti gli altri


levaronsi in piedi; un silenzio profondo re
gnava nel Tempio; pronunzi allor egli ad

alta voce la consueta formola del sacro giu


ro; i sensi pi alti di religione, i pi gran

186

di affetti che muover possano un Padre il


quale consacra per sempre la prosperit della
sua rigenerata famiglia, eran pinti sul volto
del nostro Monarca, in quel momento d'ispi

razione sublime ed istintivamente profonda


ch'ei giurava inviolabil fede alla napolitana
Costituzione. Proffer costui il giuramento con
voce s ferma e s vigorosa, che venne da
tutti distintamente ascoltata ; e le solenni pa
role, che dall'intimo cuore fuor muovevan

per le labbra, furono nel cuor di tutti in


delebilmente impresse. In quel momento, fu
estrema l'universal commozione, non ebbe
pi limite il sentimento di grata riconoscen
za verso un Re s magnanimo e caro. L'in

tervento della Maest dell'Eterno, visibil per


fede, e non per occhio mortale, la magna
mimit del Sovrano, la santificazione del Patto,
la conferma solenne della nazionale redenzio

me, il lieto avvenire della Patria comune,


l'immegliamento futuro del nostri destini,
l'idea consolante d'una vita novella, di nuo

vi e pi sacri doveri, mille pensieri dolcis


simi, mille sentimenti affettivi destaronsi in

un punto, e tutti confusi in un sentimento

solo ed immenso, che sprimer possono esclu


sivamente le lacrime.

Prestaron poscia il giuramento gli altri


membri componenti la Real Famiglia, del
pari che tutte le altre Autorit e Capi, on
d'ssi test fatto cenno. Il Re intanto, mon

tato a cavallo, e circondato da parecchi Ge

187

nerali, percorse le schiere militari in mezzo

a dimostrazioni di gioia e di generali accla


mazioni: postosi quindi in un punto centrale,
f leggere ad alta voce dal Tenente Gene
rale Selvaggi la formola del giuramento al
Re ed alla Costituzione; ci fatto, rientr
nella Reggia tra le reiterate acclamazioni di

giubilo, tra l'armonico fragore dei militari


strumenti, ed il rimbombo della salva delle
fortezze.

Una Solennit s grandiosa ed imponente,


che mise in lieto movimento questa immensa
Capitale, non venne punto sturbata da qual

siesi pi lieve inconveniente. Han tutti giu


rata la Costituzione del Regno; l'han tutti ad
ogni costo proclamata e voluta; e tutti ac
cingeransi, lo speriamo almeno, con la
mente e col cuore, col senno e con la mano,

ol generoso sacrifizio delle proprie passioni


e con lo spargimento del proprio sangue per
ranco, ad eternamente consolidarla. Chi non
pensa e non sente siffattamente, o non l'ha

mica giurata, o spergiuro ed infinto. Tra


la vita e la morte una Nazione non pu re
stare indecisa ;. ed oramai la nascente vita

politica della nostra cara patria tutta ripo


sta nel santo patto che abbiamo rifermato
con giuramento solenne.

Che questo patto adunque di fraternale e


sacra alleanza ci stringa insieme come in un
corpo perfettamente morale, ci avvinca fra

noi con indissolubili nodi di vero patriottismo,

188

di cittadinanza non infinta , ci leghi infine


con saldi vincoli filiali al Padre comune, al
l'adorato Monarca che ci ha generosamente

affrancati e redenti. Ove siamo conseguenti a


noi stessi, e fermamente fidiamo nella comu
nanza delle nostre forze; ove la virt sovra

ma a covrir facciasi come impenetrabile scu


do i suoi fedeli

"

, costantemente in
tesi a difender con le armi i sacri diritti con

tanto stento riacquistati, e sovranamente an


cor consecrati; ove i cittadini tutti dello Stato,

giunti strettamente in uno, sien presti a ri


covrarsi sotto le ale vastissime del nostro sa
vio Re, sorgan pure infestissimi nemici al
l'augustissimo Trono, al nostro Statuto Co
stituzionale, a questa nostra patria valorosa,

a questa terra d' Italia, non dovrem punto


temerli n curarli gran fatto. Entreranno i
nemici nel profondo della terra ; verran dati

alla strage ; saran pastura di animali; esul


ter di gioia e di gloria il Sovrano; chi ha
giurato nell'Eterno trionfer combattendo ;
gl'iniqui invasori torneran muti e frementi
di fierissimo sdegno.
Havvi di tai sentimenti negli animi nobili
e generosi, che, per quanto manifestinsi al
di fuori con segni energici ed espressivi,
non mai si affievoliscono, n vengon meno
giammai. Di tal fatta or sono nel cuori na
politani i profondi sensi di gratitudine e di
riconoscenza inverso l'augusto Monarca, per
a

le concesse franchigie che han fatto risorgere

189

a novella vita di nazional gloria la mostra


Patria. Ogni pi ardita immaginazione mal

u concepire con qual tripudio e con quali


i"
di pubblica gioia sia stato quella
sera accolto in S" Carlo. Ei vi apparve sotto
le onorate divise della Guardia Nazionale,

rtando quasi impresso


f"
un novello raggio

sull'augusta sua
di patrio amore.
Lo spettacolo fu tutto a un tratto interrotto,
perch ognuno volgevasi a lui con lo sguardo

e col cuore, con la voce e con la mente. Il


levarsi tutti a un punto in piedi, sentirsi in

vasi come per elettrica possanza d'un incon


cepibil entusiasmo, e proromper tutti in fe
stose grida di Viva il Re, fu solo una cosa.
Con una cordialit non ordinaria accoglieva
costui quel prorompimento istintivo, quel

l'espressione fedele della pi sentita e verace


riconoscenza.

Era incapace di freno, in effetto, di mi


sura e di modo quell'affettuoso slancio, e
nol contenne allora che solo l'impaziente de
siderio d'ascoltar l'inno allusivo al regal giu
ramento gi dato. Quando finalmente la sce

ma f vedere agli spettatori la pi bella piaz


za di Napoli, ed in mezzo la Statua di Fer
dinando i con in mano il cappello in atto

d'indirizzar il saluto al suo popolo; quando


l'inno cantossi in armoniose note e quegli
accenti divini di cittadino affetto via pi de

staron conformi sensi nel cuor d'ognuno, i


concitati applausi scoppiarono con veemenza

190

maggiore, e l'unanime grido di smodata


esultanza pi fortemente rimbomb....
N deesi qui punto obbliare che tutto quel

vasto teatro magnificamente folgorava di lu


minarie grandi, e che vi comprendeva il
fiore della Nobilt napolitana, del pari che

i pi insigni ed esimi personaggi stranieri,


sovra tutto un buon numero d'Uffiziali in

i" e francesi.

Grande, senza dubbio, fu

o spettacolo di quella sera, e tale da non


potersi pigner acconciamente a parole. Se
gnerallo la storia a caratteri indelebili negli

Annali del risorgimento de popoli e della


vera grandezza del Principi.
L'entusiasmo intanto e la gioia che ani
mavan questo popolo per quasi tutta intera
quella notte; le dolci dimostrazioni di rico
noscenza per un atto s solenne che sanzio

nava al cospetto dell'Eterno la felicit d'una


Nazione, il regno della Giustizia e della ve
rit; i variati modi onde la pubblica esul
tanza fu rappresentata ed espressa, merita
no pur troppo qualche rimembranza in que
ste pagine di storia mostra, che sono l'espres
sion libera di ci ch' nel cuore, la mani

festazione fedele ed ingenua di ci ch' chiu


so nell'umano pensiero.
Innumerevole stuolo di cittadini, ed in

cocchio, ed in piedi, ingombravan la va


sta Toledo, il largo del Castello, le princi
pali vie della Capitale, e sovra tutto il va
sto spianato della Reggia. Ornava l'ordine

191

della passeggiata ed impediva a un tempo

l'allagamento della straripante folla l'infati


cabil Guardia Nazionale a piedi ed a cavallo,
rinforzata da numerosi drappelli di ausiliari,
che facean dignitosa mostra di patriottico at

taccamento. Ognuno intanto con rispettosa ila


rit salutava i tre colori italiani, omai con

giunti per sempre alla Nazionale Bandiera,


e quel saluto era degno d'un popol libero
e forte, politicamente uno ed indiviso.
Facendo eco spontaneo al dolce invito del
Corpo di Citt, ad illuminar fessi il popolo
le proprie case, e per impulso di cuore, e
per irresistibil sentimento di vivissima gioia.

Cosa veramente ben degna d'un augusta ed


imponente cerimonia, non ancor veduta da

tutta intera la generazione presente l I pa


lazzi, gli abituri, le botteghe, i pubblici
edifizi, il palagio del ministeri, tutto mira
bilmente offriva allo sguardo dell'immensa

popolazione uno scintillar di lumi magnifico,


un chiarore ammirabile ch'emulava quasi

quello del pi perfetto meriggio; n vedeasi


allora certamente cosa pi bella della deco
razione del prospetto delle Finanze, che,
splendidamente illuminato, facea di s va
ghissima mostra.
Pio Nono colm di benedizione e di glo

ria le nostre itale contrade. Tutte le dimo


strazioni di pubblica gioia manifestavano in
quei momenti di universale tripudio un pen

siero veramente religioso, che avea per com

192

pagno il pensiero di libert. Facea pur di


mestieri che gli artisti mostrassero come la

libert del pensiero sia principio per essi e


condizionale cagione d'ispirazioni sublimi.
E per ravvisavansi in diversi punti della

Citt i pi bei trasparenti, che raffigurava


no in diverse fogge il Re, e quello peculiar
mente che il rappresentava in atto di giu
rare la Costituzione del nostro Reame.

Il porticato poi e la cupola della Basilica


di S. Francesco splendidamente illuminati,
imitavan le luminarie grandi del porticato e

della cupola di S. Pietro. Quel vasto spia

Re
nato pieno zeppo di gente, l'imagin delli;

toccante con la destra il libro del Vange


il Palazzo del Fontana in fondo; il cielo se
reno e stellato; i musicali concenti d'un coro

di dilettanti che con l'armonia della voce e

del suono rendean pi soave e pi toccante

l'inno Nazionale; gl'innumeri spettatori che


eran per via e pei balconi; lo splendore in
cantevole e

gi, di mille

faci accese ; il

suono delle bande musicali e gli applausi in


terminabili al Re, alla Patria, all'Italia, for
mavano un insieme veramente indefinibile
ed arcano.

Mentre nella Capitale si stava in gran fe


sta, e gli animi " tutti i cittadini eran forte

compresi di vivissima gioia e d'una gallo


ria senza limite, per l'atto solenne della
giurata Costituzione, stavansi pienamente

compiendo gli ardenti voti degli altri nostri

193

fratelli toscani. Leopoldo Secondo, rendendo

degna la Toscana di quel bene e di quella


felicit , cui l'ordin novello di cose le an

dava gi maturando, le concedeva uno Sta


tuto fondamentale, come l'esigevano i tem
pi nostri, come lo richiede l'altissima im
presa della Nazionalit Italiana.
Uno Statuto fondamentale la pi grande
e la pi bell'opera che far possa un Princi

pe; ed a un pari il pi grande del bene


fizi che possa ricevere un popolo rigenerato.
Un'era novella schiudevasi ancora per quella
cara parte della nostra bella Italia, l'era co

stituzionale ! E quella redenta gente faceasi


intanto sollecita ad inaugurarla con atti pro
fondi di ringraziamento all'Eterno che avea

s bene ispirato il suo principe, col raddop


piare di sforzi per rendersi via pi degna
del novello patto Nazionale, e fuor manife

stando la gioia estrema del cuore con pa


role di concordia e di fraternale alleanza,
con accenti di pace e di magnanimit ita
liana.

E per il d 17 febbraio del 1848, dalla


Comunit Civica di Firenze pubblicavasi il
Programma della gran festa, in occasione
del gi concesso nazionale statuto. E di qual
festa, gran dio! di quali dimostrazioni d'af
fetto e d'attaccamento, di riconoscenza pro
fonda e di gratitudin somma non mai de
gno un Principe, che d le pi chiare e lu
minose prove di generosa cura, di sapiente
17

194

sollecitudine ne' suoi grandi atti legislativi,


e che, a seconda del tempi, tutto inteso si

mostra a far pago il voto generale del po


polo, ed a fondare la felicit della pa
tria ?

Alle ore 1o della mattina impertanto il rim


bombo del cannone ed il suono della cam

l" della

torre di Arnolfo davano il segna


e che il toscano statuto faceasi pubblico nel

la Capitale, del pari che in tutta l'Etruria.


E tosto, dinanzi alla metropolitana, nume
rosa schiera di militi cittadini si raccoglie
va ; e numeroso stuolo di concorrenti affol

lavasi con cuor tranquillo ed esultante di gio


ia, per le altissime speranze avverate. On-

deggiavan intanto sopra quella moltitudine


un'infinit di bandiere, coi colori di tutti gli

stati italiani. Leggevasi poi nel pontificio ves


sillo questo bel motto: BENEDITE, GRAN DIo,

L'ITALIA! e a quel vessillo, cui stava fiso ogni


sguardo, cui stava volto ogni pensiero, era
indiritto il comun saluto degli spettatori com
misto a lacrime d'italiana tenerezza.

In questo, sotto la loggia dell'Orgagna


leggevasi ad alta voce il novello statuto al

popolo, che, con profonda attenzione ascol


tando, iva di tratto in tratto prorompendo
in acclamazioni alla saviezza ed alla magna

nimit del legislatore, che quell'immortal


documento aveva dettato. Ed ben degno

di nota che, a quella parte in cui dichiara

vasi affidata la tranquillit interna e l'indi

195

pendenza della patria ai militi cittadini, ed


ai toscani tutti, levaronsi in uno pi voci
che interruppero, interrogando, se i Toscani
eziandio non ascritti alla guardia civica,

eran chiamati a quella sacra tutela; ed alla


risposta affermativa, echeggiaron pi forti e
i concordi gli applausi. Chi leggeva quel
'Atto Sovrano imprese peranco a rilevare la
magnanimit del Principe che nello Statuto
apertamente si svela, per variate prove, e
peculiarmente per aver egli rinunziato al
l'aumento d'assegnazioni sulla lista civile,
che dovuto si sarebbe all'A. S. per la rever
sione degli stati lucchesi alla sua corona, e
per la conseguente perdita delle signorie di
Boemia. Gli ascoltanti allora espresser con
vivi plausi il giusto senso d'ammirazione,

onde profondamente commoveali la generosa


rinunzia del principe, che le toscane assem
blee legislative scambiar sapranno a suo tem
i" con debiti omaggi di riconoscenza e di
aude.

Alle ore dodici di quel giorno, gi con


venuti nel designato tempio, facendo ala i
militi cittadini, i" civica magistratura, l'ufi

zialit della guardia civica e lo stato mag


delle truppe di linea, in mezzo all'af

i"

uenza d'un popol devoto e redento, solen


ne intuonavasi l'inno consueto di lode e di

ringraziamento all'Eterno. Ci fatto, tutta la


Magistratura e le Uffizialit anzidette, da lun

ga ordinanza di popolo, tranquillamente lie

196

to, seguite, riduceansi al palazzo Pitti. L'a


diacente

" era gi ingombra d'affollata

gente, alle cui acclamazioni quel generoso


principe cortesemente rispondea. Avuto po

scia ricevimento od ammissione nella Reggia


la Magistratura, present il Gonfaloniere al
l'Augusto Sovrano l'infrascritto indirizzo :
Altezza! I tempi sono grandi , ma l'ani

mo vostro ch' grande al pari di essi, gli


ha soddisfatti con l'ampiezza delle Sovrane

concessioni. Se il paese era preparato a ri


ceverle, eran eziandio apparecchiate ad elar
girle la Bont e la Sapienza vostra. Quest'ope

ra ch' frutto del senno Regio per un se.


colo intero, e della vita d'un popolo da lui
ravvivato, comprende tutta la grandezza del

le cose presenti e l'antiveggenza dell'avve


nire italiano.

Questo nuovo e massimo benefizio So


vrano, mentre stringe il legame di affetto
annodato da benefizi del passato, stringe il
novello patto politico fra Principe e Popolo,

che li rende per sempre inseparabili.


Altezza! Il Municipio di Firenze alte

ro di potervi il primo offerire l'omaggio d'u


na riconoscenza che niuno potrebbe porgervi
maggiore.
-

Questo municipio vide l'estremo della


libert e della servit. Ora sicuro, che la

servit impossibile quanto la licenza. Egli


vide per tanti secoli tante mutazioni di Si
gnoria. Ma quale de principi gli rap la li

197

bert; quale gliela promise. Voi gliel'avete


data, ed in modo che la libert della To

scana assicuri quella d'Italia, e sia pegno

a un tempo che voi e la vostra discendenza


sarete in qualunque tempo ed in qualsiesi
evento custodi dell'una e dell'altra.

N fu punto scempio di risposta un s ma

gnanimo ed eloquente indirizzo, cui quel ge


neroso Granduca siffattamente ricambiava :

Le generose parole del Municipio fioren


tino risvegliano nel mio petto sensi di no
bile orgoglio, perch mi porgono la desi
derata assicurazione che le novelle Istituzio

mi hanno destato nel cuore del mio Popolo


un eco di riconoscenza e di affetto. La stes

sa fiducia nel senno del Toscani che mi con

sigli a concedere queste franchigie, mi ren


de certo ch'eglino sapranno far s che a
vantaggio della Patria comune si volgan tutti

" benefizi i quali dal nostro Statuto fon


amentale possono svilupparsi. Io continuer
a porre ogni mio studio per contribuire al
maggior bene della Toscana; e confido che
mentre i nostri sforzi uniti vi assicureranno

la tranquillit ed il libero godimento delle


nuove Istituzioni, sar questo per l'Italia tutta

un argomento positivo di felicit e di gloria.


Mentre tali riforme politiche concedeansi in

Toscana dal generoso e magnanimo Leopoldo,


e teneansi beati quei popoli nel vedersi risor
ti ad un novello reggimento civile; mentre

gioiva ed esultava del pari il popolo napo

i 198

litano, per gli stessi benefizi a lui larga


mente impartiti da Ferdinando II, non mi

nore era il tripudio e l' universale allegrez


za, ond'eran altamente invasi gli animi dei

Genovesi, al lieto annunzio della napolitana


restaurazione.

Un nazionale avvenimento, degno purtrop


po di esser infuturato nelle generazioni av
venire e che sublima un regno all'altezza e
dignit di nazion libera ed indipendente, ha
per s stesso cotal efficacia nell'animo da
preoccupare ogni altra facolt, da vinceran

co ogni possanza di stile. Il cumulo degli


affetti ond' forte il cuor inebbriato, mentre

lo riempie d'un confuso senso di gioia pro


fonda, fortemente infrena il limpido corso
delle idee, ne turba l'ordine ed ingenera
tosto una specie di estasi che si adora ta

cendo. Non pertanto il debito sacro d'un ve


ro amatore della patria comune, di narra

tore fedele ed esatto degli avvenimenti poli


tici ed italiani, che han luogo ed esistenza
in questi nostri tempi e nella nostra Penisola;

il dovere ancor pi sacro d'uomo riconoscente


alla maest dell'Eterno, che a noi primi in
Europa largiva il dono d'un patto rappre
sentativo, senza che nella Capitale almeno
ci costasse una lagrima ed una stilla di san
gue; l'obbligo finalmente di cittadino devoto
ad un principe che liberalmente precorre al

l'inchiesta, e concedendo si compiace di tra


scender financo l'espettazione comune, hanno

199

cotal forza ed impero di legge per noi da


obbligarci a volger per punta la parola a no

stri concittadini e fratelli. Parliam dunque in


uel modo che il patrio amore ci vien dentro
"
e riserbiamo ad altri momenti di
men agitata od istintiva allegrezza il linguag
gio della mente pacata e ragionatrice.
Lo stesso giorno in cui eravamo tutti in
tesi a vergare queste poche pagine di patrie
rimembranze, doveva schiudersi " noi col
lieto annunzio di quanto poteva far pieni i
nostri desideri, consolare le nostre speranze,
soddisfar pienamente le nostre bramosie, as
sicurar in somma i futuri destini del nostro
reame; e ci che poneva il colmo alle no
stre nazionali venture, era il pensiero della
gloria, l'idea consolante del riscatto e della
possanza che sarebbe per esse derivata al

l'Italia. Direm dunque laconicamente a no


stri fratelli delle altre italiane province con
noi risorti a novello regime civile, od in via
pur essi di pieno risorgimento, che il mat
tino del 9 febbraio destossi Genova novella
mente libera e forte ; e non pi sola a go
dere d'un tanto inestimabil tesoro, ma stret
ta con sacro nodo d'alleata sorella ai valo

rosi custodi delle Alpi, e franca rispondente


a lontani gridi di cittadina gioia ch'elevansi
dall'Italia meridionale e forte rimbomban sul

le rive Partenopee.

Diffusa appena col la lieta novella d'uno


statuto rappresentativo a noi dal Sovrano ge

200

nerosamente concesso; divulgati appena e

da pertutto benedetti i larghi provvedimenti,


omai dal nostro regno provvidenzialmente ot
tenuti, un festivo affaccendarsi, un percor
rer le vie con canti ed evviva alternati, uno

scambiarsi gli amplessi tra noti ed ignoti da


non potersi descrivere, ha tramutato in pub
blica festa un avvenimento siffato. Sventolar

vedeansi i patrii vessilli dalle finestre, da ve


roni, dai tetti, per tutte le vie, mentre dif

fondeasi ovunque il suono de sacri bronzi,


e quello sovra tutto della gran campana della
Torre di Palazzo, che ha sempre pei Geno
vesi un'eco risvegliatrice di grandi memorie.
Turbe immense di giovani irrompevan da
ogni lato intuonando gl'inni cittadini e forte

plaudendo al nome del Re, finch giunto il


mezzod, volgendo i cittadini il pensiero l
donde ogni gran bene discende, ed in colui
drizzando la mente che pose finora il sacro
suggello ad ogni italica festa, avviaronsi in

ischiere ordinate, precedute da variopinte


e ricche bandiere, inverso la cattedrale, che
sotto le vaste e severe sue volte tutta accolse

e comprese quella gente esultante. Vedeansi


fra quelle brune colonne e in mezzo a un'on
da di popolo immenso rosseggiare, bian

cheggiare, agitarsi, le Sarde Croci e le Li


guri, e luccicarne le punte astate ed adorne
di aurei pennoncelli; leggeansi inoltre su quel
le e nomi gloriosi, e motti sublimi, e con
solanti cifre, ed energiche frasi, intra le

201

quali ispiravan possente fiducia le sempre ac


clamate ed accolte : Dio con Noi, L'ITALIA
FARA DA s! Uno fra nostri patrizii pi amati

dal popolo, e il cui nome suona chiarissimo


nelle scienze, impugnava trionfalmente un
vessillo, a cui gli altri facean cerchio e cor
to nell'entrare al Tempio.
All'esterna parte di questo, un altro spet
tacolo ancor pi meraviglioso s'offriva allo
sguardo di chiunque. Le case circostanti eran
ornate di arazzi di vario colore ; sulla gra
dinata della chiesa vedeasi disposta una dop
fila d'altre bandiere e stendardi d'ogni
orma, d'ogni grandezza. Elevavasi in mez
zo, sotto l'arco della porta maggiore, il
vessillo dell'immortale Pio Nono, che da per
tutto era segno di plausi iterati, animatissi

i"

mi, ben dovuti a quel Sommo che primo


diede l'impulso possente e la religiosa san
zione all'Italico risorgimento. Di prospetto alla
moltitudine sulla piazza raccolta, fra un'im
mensit di sventolati vessilli, dalle braccia

d'alcuni cittadini era dignitosamente sorretta


l'effigie del re. Entrato nella cattedrale il cor
po civico, ed intuonato l'inno Ambrosiano

dal popolo che tutto riempiva il tempio, le


sacre note si diffuser sulla piazza e nelle vie
adiacenti, e delle une e delle altre formossi
quasi un altro tempio immensamente pro
lungato.
Compiuta la sacra cerimonia, e, postisi
-

novellamente quei drappelli in ischiera, ri

202

cominciaron le grida di Viva il Re , Viva


l' Italia , Viva la Costituzione ! Intanto il

corpo decurionale, raccolto nelle sottoposte


sale del palazzo ducale, votava per acclama
zione un atto di ringraziamento al Sovrano,

che applaudito venne col pi vivo entusiasmo.


Nella sera poi, i pubblici stabilimenti, i
palazzi, le case degli agiati, i tuguri finan
co del basso popolo erano splendidamente il
luminati. La popolazione tutta festante e in

tripudio percorreva le vie alternando il can


to degl'inni nazionali, e facendo accompa
gnamento ad una specie di marcia trionfale

composta d'una schiera foltissima di cittadi


ni, esprimenti nel volto la gioia delle com
piute speranze.

Nel teatro, splendidamente illuminato, era


immenso il concorso degli spettatori. Due tro

" palco scenico, a


cui intrecciavansi le bandiere dello stato ,

fei collocati stabilmente

eran allusivi allo scopo della straordinaria

festa; l'uno portava il motto: La Costitu


zione il pi saldo sostegno del Trono ;
nell'altro leggevasi : Sorgete Italiani. Tut
to insomma manifestava eloquentemente che

un'altra base saldissima al soglio di Carlo Al


berto sar l'amore de' suoi redenti soggetti,
elevati omai alla maest di grande nazione.
I voti, in effetto, che ora proromperanno
liberissimi dagli animi de suoi figli, saran
no la ricompensa pi degna d'un Re vera
mente Italiano rafforzato da tanto amore; e

203

il cuore di Carlo Alberto del pari prova si


curamente a quest'ora il senso dolcissimo,

il nobile orgoglio di avere col promulgato


Statuto beneficato non solo i suoi popoli,
ma tutta intera l'Italia.
Mentre siffatti avvenimenti nazionali avean

luogo in diversi Stati Italiani, dall'attual no


stro Governo, e propriamente dal consiglio
ordinario di Stato deliberavasi di farsi pron

to acquisto di cinquantamila fucili da distri


buirsi alla Guardia Nazionale, per la difesa
della patria, non mezzanamente agitata da
un secreto ed occulto fermento, e per la con
servazione dell' ordine pubblico, purtroppo
disturbato dalle infernali macchinazioni del

tenebroso genio del male. Nello stesso tem

po, non pochi cangiamenti ha subito il Mi


nistero; moltissime e frequenti sono state le
dimissioni; le grida di malcontento, di se
dizione e di tumulto, continue, impruden
ti, irrefrenabili; si stabilito di passare nelle
attribuzioni del Consiglio di Stato, provviso
riamente, tutti gli affari ch'eran pendenti

presso la Consulta del Regno, rimasta abo


lita; si eccettu la discussione ed il provve.
dimento di quelli che sopravverranno, e di
cui dovran prendere conoscenza le Camere
legislative, ai termini della Costituzione del

Regno ; fu provveduto che, in quanto all'or


dinamento, alle altre attribuzioni ed al ser

vizio interno del Consiglio di Stato, si do

vesser osservare in esso per la spedizione

204

degli affari le norme stabilite per le Consul


te con la legge e col regolamento del 14 giu
gno 1824, e con altri decreti e regolamenti
successivi ; si stabil che i Segretari, i Re
latori presso la Consulta in attuale servizio,

e gl'impiegati d'ogni grado addetti alle Se


greterie della Consulta medesima passassera

servire provvisoriamente presso il Consiglio


di Stato; che la distribuzione del Consiglieri,
da ultimo, nelle varie Sezioni del Consiglio
venisse fatta dal Ministro Segretario di Stato
di Grazia e Giustizia come Presidente del Con

siglio medesimo. E parecchie altre mutazio


mi avvenivan peranco in diverse altre bran

che o rami ministeriali, di cui sia miglior


consiglio e prudenza il non fare alcun motto.
Malgrado per le allarmanti voci, provve.
nienti da nemici pi fieri della nostra patria,
e corrive sempre al popolar tumulto ed alla
discordia cittadina, non cessava il nostro Re
di confermar sempre pi nell'animo de'suoi
popoli diletti la consolante idea, che dal

giorno in cui piacque all'Eterno ch'ei fosse


chiamato a governare uno Stato distinto per
tanta civilt ed illustrato da tante glorie, la
concordia non mai smentita e la fiducia in

lui posta dal Pubblico, han sempre formata


la gioia del suo cuore e la felicit della pa
tria comune.

Tutto inteso, in effetto, a promuovere la


maggior prosperit dello Stato per via di
quelle riforme economiche e civili, cui volse

205

il pensiero con zelo indefesso per tutto il


corso del suo governo, benedisse il cielo le
sue cure in tal modo, che fosse dato a

lui ed ai suoi popoli di giungere ad un'epo


ca novella di civil risorgimento, senza che

alcuna perturbazione positiva, tranne sempre


il siciliano scisma onde farassi cenno qui ap
presso, togliendo la possibilit di operare il
pubblico bene, rendesse necessario il ricor

rere alla istituzione di nuove forme politiche.


Ed ha egli fermamente persistito nel co
i" di adempier con ferma,
costante e deliberata volont quel proposito

scienzioso

che fu da lui annunziato antecedentemente ai

suoi suggetti, di procurar loro quella mag


gior ampiezza di vita civile e politica, alla
quale chiamata non solo questa nostra pa
tria, ma l'Italia intera, in una tanto solen
ne inaugurazione di comun risorgimento.
N il sinistro procedimento intanto di non
pochi felloni e traditori accaniti della patria,
ha ora tanta possanza ed efficacia da modi
ficare o scemar menomamente un s salutare

pensiero che tutta tiene occupata la generosa

sua mente. Il compiuto sistema di governo


rappresentativo ch'ei viene in questi giorni

a fondare, prova della fiducia da lui po


sta nel senno de pochi cittadini dabbene e
nella gi compiuta maturit del destini d'Ita

lia. E per a divider farassi co pi savi e


benemereti dello Stato il peso di quei do
veri, de quali possiamo
sicurezza

siena
I

206

confidare che sia tanto vivo il sentimento nel

cuore de popoli, quanto , e fu sempre nella


coscienza d'un tanto principe e padre.
La pi chiara e convincente prova di es

ser egli conseguente a s stesso ed a giurati


principi di nazionale indipendenza, ci viene
offerta in questi tempi di pubblica urgenza

" provvedimento da lui generosa


mente adottato, e gi comunicato al Mini
stero di Guerra e Marina, intorno alla ne

cessit d'un pronto e valido armamento ; e


ci, non solo pel fondato timore d'invasione
straniera, ma per ismentire eziandio le voci
sediziose ed importune di chi addebitava im

prudentemente il Ministero di freddezza ed


indolenza.

Ed in ci si ben avvisato, e con molta

prudenza condotto il nostro savissimo Re; pe


rocch le Costituzioni degli Stati Napolitani e
Sardi, degli Stati Toscani e Romani, del
paro che quelle degli altri Stati Italiani, sono
e saran sempre il pi forte legame della Na
zionalit UNA ed INDIPENDENTE. E quanto pi
l'organazione nazionale progredisce e si avan
za, tanto pi fassi manifesto il pericolo che

sia interrotta da suoi nemici pi fieri. E se


presentemente non ha che un solo nemico,

perch'ella ancor debole e quasi nascente;


ne tempi avvenire ne avr forse pi d'uno,
perch fatta gigante e pi forte. Fa di me
stieri adunque che la Nazionalit Italiana

s'armi valorosamente, e tosto, per divenire

207

pi forte; e per esser forte e trionfante in


qualsiesi lotta, assolutamente d'uopo che
si mantenga sempre desta ed armata.
invano si crede da taluni che il nostro co

mun nemico non vorr romper guerra, per


ch anco il Piemonte costituzionale, e per
forte custode della libert e dell'indipendenza
italiana; e perch tutti gli Stati Europei co

stituzionali saran pronti a respingere l'in


giusto invasore. Le cagioni di guerra sono
oramai cresciute, non mica scemate di va
lore e di forza, perch non pi cagioni di
guerra italiana, di guerra europea s bene;
non pi di guerra territoriale o continentale,
ma

"i

guerra di princpi e di ambiziose

teorie ; non pi di lotta parziale o passeg


giera, ma di lotta universale ed estrema.

N puote aver fine questa nazional lotta,


indipendentemente dal braccio italiano; pe
rocch l'Italia avr da perdere o da guada
gnar sempre, e pi d'ogni altra nazione;
e perch non potr esser veramente nazio

ne, se non dopo una grande e decisiva batta


glia. Per l'Italia la battaglia trionfo, ed il
trionfo vita.
E dessa, in effetto, la prima ad esser as
salita; anzi ha gi dentro s stessa il ne
-

mico, un nemico forte e concitato a fierissi

mo sdegno. Il suo campo di battaglia gi


pronto; ma dov' il campo italiano? Evvi
un esercito nel Piemonte; havvi in Napoli

del pari un esercito : e che cosa vi negli

208

Stati Romani ? che cosa vi ne Toscani ? Il nemico deride ed insulta le Guardie Civiche

o Nazionali, le quali potran farlo piangere


pur troppo, ove sian per dalla milizia so
stenute e rafforzate. E milizia toscana e ro

mana chiedon appunto i Napolitani ed i Pie


montesi; perocch, ove sia indispensabil
mente necessario un campo italiano, tutti i
prodi e liberi Italiani star vi dovranno valo
rosamente armati.

Armati tutti ci trovi il nemico (cos scri


ve un Piemontese, esimio statista italiano),

e non immersi nel torpore e nel sonno. Che


pi si attende sulle ordinanze guerresche?
Ah ! dite ai nostri fratelli, per Dio ! che
corran all'armi, si apparecchino alla difesa,
se non voglion cadere vilmente, e forse per
pi non risorgere. Ch, ove si dovesse per
nostra ria ventura soccombere, risorgerassi
certo ogni qualvolta si soccombe con l'armi
alla mano. Quando i Francesi scesero a con
quistar l'Italia, noi Piemontesi ci siam bat
tuti come tanti leoni. Fummo vinti; ma sia
mo risorti. Venezia non volle combattere, ed

tuttora provincia di straniero oppressore .


Anch'ella risorger, e forse pi valorosa
e pi forte. La riportata pena super di gran
lunga il suo fallo. Nella penosa e dura ser
vit pat pur troppo il danno e l'onta del
suo cadere inerme. Risorgeranno eziandio gli
altri Popoli ancor giacenti d'Italia, purch
la gente gi risorta e redenta s'armi repente,

209

e s'armi per combattere, vincere, trionfare.

Roma e Toscana non han pi tempo da per


dere. I primi a provveder l armi e ad ap

parecchiar le difese, esser deono i Governi,


cui affidata la vita e la conservazione dello

Stato. La negligenza e il torpore, nella di


fesa della comun causa, nel grave ed im-,

minente pericolo che ci sovrasta, hanno tal


nome che far dee raccapricciare ogni uomo
d'onore, ogni buon italiano, ogni cittadino
generoso ed onesto.
Ed in tale opinione stato sempre tenuto
-

dal popolo napolitano l'attual Ministro di


- Guerra e Marina. A lui quindi si volge il
fratello, come a primo custode e difensor
della Patria, ed altamente l'esorta a non vo
lere por mente che agli apparecchi di guer
ra, ad anteporre ad ogni altra cura la con
servazione e salvezza del nostro paese. La
guerra, in effetto, scoppiar potrebbe da un

momento all'altro: come resistere questa no


stra Terra, come trionfar onorata la Tosca

na e l'Italia tutta, se inerme ed immersa


in un profondo torpore? Come inchieder aita
e soccorso al Re della generosa Unione lta
liana, se nell'Italiana Unione non si rav

visa tuttora che impotenza e periglio?

Ed in tempi di grave pericolo sovra tutto,


allorch non evvi a difesa della patria che
lievissima forza armata, ed in cui tutto

raggirato peranco da un intrico impudente,

da un sinistro e tenebroso mistero, ognor

210

sufficiente, per destare il vetusto valore nei

petti cittadini, e per renderli favorevoli alla


sacra causa comune, l'impiegare repente i
mezzi pi liberi ed efficaci, pi franchi ed
arditi.

Presso gli antichi Governi, in cui gl'inte


ressi pi seri e gravi della civil comunanza
venan d' ordinario trattati o discussi dalle

nazionali assemble, l'opportuno soccorso

d'una forza armata era ardentemente procla


mato e voluto. Ogni cosa allora dipendeva
dal popolo, e 'l popolo stesso dipendeva dal
l'energia del Governo e dall'armi. La Gre
cia, che appellar puossi meritamente il pri
mo e pi perfetto modello di nazionale indi
pendenza, affine di sottrarsi all'indegno ed

ignominioso giogo straniero, raddoppi co


stantemente d'incredibili sforzi, egualmente
ammirabili per la sublimit dello scopo, che
per la felicit del successo.
Prodi Italiani! e sino a quando starem noi
perdutamente immersi nella dissipatezza e
nell'ozio, nell'indolenza e nel torpore, ad

divenuti omai per effetto di smodato lusso


quasi effeminati e molli, occupati del conti

nuo e sol di spettacoli, di puerili e folli rap


presentanze ? Perch tranquillamente soffria

mo, e quasi senza avvedercene, che l'am


bizioso straniero, l'invido e tristo oppresso
re di tante italiane contrade, proceda ulte
riormente ad opprimerci, con infame dise
gno d'insignorirsi di esse, e renderle per

211

petuamente al suo dispotico volere sugget


te? Se fin da questo istante, poich punto
non vi stato concesso di agire molto tem
po, innanzi, vaghezza vi prende di scuotervi
dal vostro profondo letargo; se ciascuno di
voi, or che il tempo stringe, e pi forte il
bisogno sentir fassi, vuole senza infingimento
e senza rigiro tenersi apparecchiato a servire
con tutte le sue forze la Patria, contribuen
do il facoltoso co' suoi beni, col suo inge
gno l'uomo di affari, col suo coraggio il
prode, l'ardita e franca giovent con le
armi; e, per dir tutto in una parola, se
ama ciascuno agire per s stesso, e
InOn
aspettare in una colpevol inerzia che altri
agisca per lui; allora, con l'opportuno in
tervento della giustizia e con l'immanchevol

"

soccorso del cielo, ristabilirete certamente

gli affari politici della nostra Italia, ripare


rete i mali e le sciagure delle passate vicen

de, sarete pienamente vendicati in tutti i vo


stri torti. Imperocch non vogliate immagi
nar punto che la presente prosperit e gran
dezza del fiero nemico della nostra Penisola

sia immutabile, permanente, eterna, come


ei forse supponsi: havvi di quei, senza dub
bio, che l'hanno fieramente in odio; di
coloro che forte lo temono e vorrebber ve

derlo schiacciato ed oppresso; di quelli final


mente che portangli somma invidia, anche
fra il novero di quegli esseri parassiti che
gli paion pi attaccati e fedeli, pi cari ed

212

accetti: tutte insomma le passioni umane,


qualunque elle sieno, agitano, contristano,

muovon contro di lui buona parte di quei


Grandi ond'egli del continuo il bersaglio
fatale.

Se le pi generose passioni, per lo av


verso, sono state sino a questo istante, o
magnanimi Italiani, dal terrore compresse
ne vostri petti; se non han mica potuto ener

gicamente svilupparsi e metter in movimen


to; s' pur troppo riuscito al comun nostro
oppressore di porre una volta e fermare il
suo piede di piombo nelle nostre itale con
trade, non vogliate attribuirne la colpa che
a quella mollezza, a quell'ignavia, a quella
vile ed assurda pigrizia, ch'oggi conviene
altamente scuotere e detestare.

E non vogliate gi creder punto che sia


pago e contento costui delle usurpazioni sin

ora tentate; perocch incessantemente e di


grado in grado va pur travarcando i limiti
delle sue frontiere; e mentre noi ci stiamo
tranquillamente immersi nella pi stupida
indifferenza; mentre ci attalenta di viver dol

cemente nell'ozio, in luogo d'agire e d'ope


rare, egli circonda e preme da tutte le parti
non pochi di quei nostri cari fratelli, gl'in
veste ed opprime, ed altri sgozza, ed altri

stringe in durissimi ceppi. Quando verr dun


que quel giorno, o valorosi Italiani, in cui
vi disporrete a fare ci che far vi conviene
pur troppo ? che attendete voi? qualche stra

213

no avvenimento senza dubbio, ovvero la pi


dura necessit? e qual'altro nome dar mai
potremo all'orribile sciagura che ci sovra
sta? Io per me non veggo n conosco

punto un bisogno pi stringente, pi posi


tivo, pi forte, per le anime veramente li
bere, che l'istante fatale dell'oppressione e
della servit, dell'ignominia e del disonore.
Vorreste voi sempre per avventura passeg

giare
alla lunga per le pubbliche piazze,
chiedendovi del continuo l'un l'altro: Che
cosa abbiamo di nuovo? E qual'altra co

sa, giustissimo cielo l vi potrebb'esser di nuo


vo che un despota del Nord, carnefice su
perbo di buona parte dei nostri sventurati
fratelli, e dominatore insultante di pi d'una
delle nostre itale contrade ? Vassi intan

to dicendo dall'oziosa gente del nostro bel


paese, e pubblicando nei periodici fogli da

pi d'una penna curiosa e leggiera: Ha di


chiarato, o non ha dichiarato guerra all'I
talia il von Drco LEovE ? Ha ritratto, o via

pi esteso sur essa i suoi artigli ? A che


valgon mai, o Italiani, cosiffatte domande? e
qual sollievo o conforto arrecar mai potran

no a quei nostri oppressi cittadini le pi


oziose e sterili risposte ? Ove il Cielo si
degnasse pure una volta di sottrarre al duro
giogo d'un tanto Tiranno quegl'inviliti no
stri fratelli, e non per di meno non si cam
biasse punto la vostra condotta, ben presto
si andrebbe incontro alla stessa

sciagura ; pe.

214

rocch debbe assai meno costui le italiane


conquiste alle sue proprie forze, che alla
vostra colpevol vigliaccheria.
E qui richiederebbesi, senza dubbio, un
pi caldo e magnanimo scrittore, per pi
gnervi con colori pi vivi, con tratti pi di
licati e sensibili, cotanto dure verit ; un
amico onesto dell'umanit, che portasse non
solo scolpita ed impressa nel proprio cuore
la patria, ma un benemerito difensore di lei
altres, che non potesse pronunziarne il nome
nei suoi franchi e liberi eloqui, senza pro
varne un'emozion calda e forte; un cittadi
no zelante che punto non amasse di pia
-

cere o di dilettare, ma di esser utile ed av

vantaggioso s bene alla comun causa italia


na; un savio ed eloquente dicitore insomma,

il cui buon senso soltanto parlasse, d'ogni


altro ornamento scempio, tranne che della
propria forza.
L'amico vero della patria, in effetto, nei

casi urgenti e perigliosi, come quello in cui


trovasi di presente quella parte d'Italia al
Tiranno suggetta, studiar deesi a tutt'uomo
di render la verit eminentemente sensibile a

tutti i popoli che han comune la stessa cau


sa; e per procurar dovrebbe di destarli dal
loro profondo letargo, forte animarli, inces
santemente pungerli, far loro vedere del con

tinuo spalancato un abisso in cui stanno per


immergersi irreparabilmente.... Tutto ci ch'ei
dice insomma, debb'esser consecrato alla

215

pubblica salvezza; una sola parola non pure

dovrebb'essere spesa o profferita a vantaggio


di s stesso; non solo un caldo ed ardito
scrittore, in cosiffatte circostanze, perder

debbe affatto di vista il proprio individuo,


ma dal pubblico stesso eziandio, in una cau
sa comune e di tanta importanza, dovreb
b'esser dell'intutto obbliato; non dovrebber
anzi i prodi cittadini trasportarsi col pensie
ro che al capriccioso Tiranno, all'ingiusto
invasore, all'oppressor fiero de nostri fratel

li, e rappresentarselo in atto d'invadere, di


soggiogare, di spegner vita e valore, di spar
ger sangue italiano, di rapir libert, d'in
ceppar pensieri e parole financo.
Tale dovrebb'esser senza dubbio, nelle ur

genze presenti, la vera eloquenza degli scrit

tori eminentemente italiani, l'eloquenza del


libero sentimento, dell'invilita natura, delle

affezioni forti ed istintive, dell'amor di pa


tria veramente caldo e sentito.

Ove prestar vogliasi piena credenza a Tito


Livio, la salvezza di Roma e della cittadina

libert fu tutta dovuta, ne'tempi della gal


lica invasione, all'eloquenza tribunizia e vi
brata, energica e popolare del valoroso Man
lio. Quest'uomo liberale e prode della per
sona, che avea costantemente, e pi d'una
volta, difeso e salvo il Campidoglio contra le
barbariche violenze, sollevar volendo il popo
lo contro l'infestazione de'Galli, in cosiffatta

guisa si esprime: E sino a quando, o Ro

216

mani, ignorar volete le vostre proprie forze,


mentre la natura, il suolo, l'istituzione ri
cevuta, e la storia financo del vostri valorosi
padri, vi rendon pienamente istrutti di quelle
istintive facolt che havvi il cielo largamente
trasfuso ? Fate almeno un'esatta enumerazio

ne di voi stessi; vedete bene quali e quanti


sono i vostri nemici; supponete pure ch ei
siano a voi superiori di numero; senza dubbio
voi combatterete con pi di coraggio e di

valore per la libert, che costoro per la ti


rannia. E sin a quando terrete voi fiso su
di me il vostro sguardo? Io non mancher

certamente ad alcun di voi; ma d'uopo


intanto che ciascun di voi si cooperi a non

far che venga meno il mio valore, o che


restin dell'intutto deluse le mie speranze .

Ed appunto d'un s possente e formidabil


difensore della patria libert, che mettesse

in movimento tutti i popoli italiani, avreb bero pur troppo bisogno i nostri fratelli ve
neti e lombardi, per esser gagliardamente
difesi e salvi dal nostro comun nemico, che
a tante migliaia di cittadini inermi ha gi
spento barbaramente la vita; d'un s vi
roso e prode commilitone, che metteva in
-

pubblica mostra le spoglie degli estinti ne


mici, che offriva agli altrui sguardi le co
rone e i militari premi che aveagli me
ritato il suo coraggio, svelava le cicatrici
delle tante onorate ferite che avea ricevuto

per difendere la cara sua patria, additava

217

sovra tutto ai suoi cittadini quel superbo Cam


pidoglio, che avea pi volte dal tirannico fu
rore prodigiosamente scampato.
Non havvi cuore italiano intanto che non

abbia esultato di cittadina gioia, al conso

lante pensiero di festeggiar degnamente l'al


tissimo beneficio largito a loro popoli da ge
nerosi principi italiani. I grandiosi prepara
tivi fatti da pertutto dalle masse redenti,

la mirabile adesione delle province tutte e di

tutti quasi gli stati componenti la nostra per


nisola, le solenni dimostrazioni di pubblica
esultanza per tanto dono concesso, son ba
stevoli omai a provare al mondo non tanto
la grandezza della riconoscenza comune,
uanto l'eccellenza e sublimit delle ottenute

forme costituzionali.
Nulla per di manco, in mezzo a tante

feste ed a tante gioie comuni, fra tanti voti


pienamente compiuti ed in tanta universale
esultanza, le pi sinistre relazioni de casi
tristi e miserevolissimi de lombardi fratelli,

e peculiarmente degli oppressi Milanesi, mar


tellanci disperatamente il cuore. Inique leggi

che lasciano ben lungi dietro di s i tempi


miserabili del romano decadimento, e pro
prie soltanto d'uno stato ridotto agli estremi

confini di debolezza e di oppressione, d'ab


brutimento e di violenza fatale ; leggi stra
namente innestate a quanto l'umana gravit
e la pi mostruosa tirannia hanno di pi

abbietto, di pi immorale, di pi esecran


se

19

218

do, emanansi del continuo da un governo


di ferro a minaccia ed a flagello di quei mi
serandi nostri fratelli de Lombardi e Veneti
Stati.

Genovesi, Piemontesi, Romani, Toscani,


Napolitani, Italiani tutti, quanti noi siamo
dalle Alpi al mare, io lo domando a tutti,
e coscienziosamente lo domando: E egli mai
decoroso e fratellevol per noi l'esultare d'una
gioia smodata, mentre dal Ticino al Taglia
mento, proclamata la LEGGE STATARIA, te
nuta in vigore l'infernal legge di proscrizio
ne e di condanna, di esecuzione e di san
gue, i nostri sventurati fratelli stan fremen
do di disperato dolore, e solo assistiti da
confortevole speranza, in noi altamente ri
posta e nella GIUSTIZIA DELL'ETERNo?
Udite pure, o generosi Italiani, le pa

role di doglianza e di preghiera a un tem


po, che v'indirizzan costoro: Fratelli nostri,
fratelli di fede e di credenza, di speranza

e d' amore, fratelli di sangue e di patria,


ascoltate la nostra preghiera, soccorrete chi
geme nell'assurdo avvilimento e nell'ignomi

nioso dolore. Non tempo di feste e di gioia,


non tempo di esultanze e di tripudi. Noi,
e questi nostri fratelli Lombardi e Veneti, o
siamo inabissati in fondo alle torri, o spi
riamo sotto il ferro d'infami sicari, o muoia

mo del continuo, o morremo per sempre,

e per un'opinione soltanto, per una sola idea,


per quell'opinione e per quell'idea che fa

219

intuonare un canto all'Eterno, un inno alla


Patria ed al Re. La gioia si conversa in
lutto ; in dolore il tripudio; in angoscia mor
tale la comune esultanza. L'esultanza, la
gioia, il tripudio son grave insulto a chi

soffre. La nostra festa non pi nazionale;


o non dovrebb'essere almeno che la batta

glia e la lotta, la vittoria ed il trionfo. I


nostri principi italiani comprenderanno an
ch'eglino l'italiana sventura, comprenderan
pure l'italiano silenzio.
Tutti i Ministeri italiani, nella santissima

causa in cui sono vivamente impegnati quei


miseri schiavi di nostri fratelli, sentir deonsi
solidalmente responsabili. Pensino dunque se

riamente al grave peso che forte li preme;


badino pure al tremendo giudizio d'Italia,
del mondo, della posterit. Firenze e Sie
ma furon un tempo le ultime a cadere sotto

le armi imperiali, ma caddero valorosamente;


ogni cittadino pugn da prode ; pugn lo
storico Varchi, l'artista Buonarroti, Ferruc
cio mercante. La libert toscana cadde final

mente pugnando ; e pugnando risorger,


anzi risorse a novella vita di gloria naziona

le. Armi chiedansi da pertutto, armi a Na


poli, armi all'Inghilterra, armi alla Francia,
ch'ssi pur dichiarata in questi ultimi tem
pi
e sostegno del popoli deboli.
Ma l'armi non sieno un inutil pondo, un
arnese inutile pei valorosi Italiani; si ad

"

destri, si apparecchi, s'istruisca nelle stra

220

tegiche evoluzioni colui ch' addetto all'ono


revol mestiere di guerra; si rafforzino e for
tifichino i punti pi deboli. Ogni governo
italiano provveda energicamente al maggior
uopo ; operi pure senza ritardo ogni popolo ;

non pi tempo di torpore e d'indugio. Il


nostro risorgimento stato cos rapido, che

non vi fu quasi intervallo di mezzo fra l'ora


del risorgere e quella di combattere. E si
agevole e pronta stata la rigenerazion no
stra civile, che sembra quasi inconcepibile
ogni altra pi grave difficolt. Ma il facil
compimento d'una cotanta impresa nazionale
fu pi tosto il prodotto della forza morale,

che del fisico potere; ed ora di materiale


possanza fa d'uopo pur troppo; ora il di
ritto solo i", l'opinion sola non
basta: son necessarie le armi, necessaria

l'arte di saper combattere ed atterrare il ne.


mico, necessario il braccio forte da ulti

mo, del pari che un cuor risoluto e dispo


sto a vincere od a morire, a combattere e
trionfare da vero Italiano.

A questo sol modo operando, abbiam fer


ma fidanza che non andr guari e rester
pienamente convinto il comun nostro nemi

co, l'oppressore superbo del nostri pi cari


fratelli, che costeragli assai caro il sostener

d'avvantaggio un dominio illegittimo, un'ol


traggiante e tirannica signoria nell'Italia. As
sicurando vassi, in effetto, che il consiglie
re e ministro crudele del pi malvagio dei

221

tiranni, avendo fatto variate inchieste a pi


d'una casa commerciale per prestiti assai

rilevanti, non abbia ottenuto che la seguente


risposta da pi accreditati capitalisti: Noi
non anticiperemo danaro per far la guerra
all'Italia.

Le spese intanto pel manteni

mento dell'esercito riunito e da riunirsi in

Lombardia, sono enormi pur troppo. Corre


voce peranco che in breve tempo le forze
riunite in quel paese ascenderebbero a cento
cinquanta mila uomini. Si stenta a credere

per seguenza che cosiffatti marziali apparec


chi, e tutte queste spese eccessive abbiano
per iscopo la semplice difesa soltanto.

E tante sventure italiane non procedon in


gran parte che dal reo suggerimento di mi

nistri infami e perversi ! E nulla di buono


sperar puossi giammai per gli stati, pei po
poli, per l'umanit gemente ed oppressa,
sino a che par fermo il volere d'iniquo fato
che star dovesse a lato

A un re malvagio un consiglier peggiore!

Se vi fu mai pi convincente argomento


che dimostrar potesse un tanto vero; se vi
fu mai cosa alcuna al mondo che avesse

tanta efficacia da provare quanta parte abbiano


alla gloria ed al disonore del principi i con
sigli del savi o de tristi ministri, senza

dubbio quest'ultimo avvenimento politico,

prodigiosamente operato in Italia. Ei non

222

mica possibile covrir d' un velo s denso


tutto il passato, da nasconder l'odio che an
davasi accumulando e rapidamente propa
gando me popoli contro il principato; ed era
s forte quell'odio, s possente ed accanito
che congiurar tentavasi financo un rovescio
fatale di dinastie e di troni, per un cam

biamento compiuto e radicale di forme di


governo.
Su di chi mai rifonder deesi la colpa d'un
odio s universale e profondo? Su rei mini
stri, sui consiglieri felloni e ribaldi. Nella
condizione presente de tempi, i Seiani e i
Caligola, i Neroni e i Tiberi sono ancora

possibili; ma gli Achitofelli iniqui, i Burri


esecrati e nefandi, di cui scrisse il famoso
Racine :

Dtestables flatteurs ! prsent le plus funeste


Que puisse faire aux Rois la colre cleste,

non sono che realmente esistenti e moltipli


cati da pertutto, per orrenda sciagura del
genere umano !
Ai tempi presenti nondimeno pi non hav
vi via di mezzo da scegliere, n addur puossi
ragione veruna a personale giustificazione.

Perocch, o il principe non mezzanamente


fornito di saviezza e d'ingegno, e agevol
mente allora conoscer dee, che una feroce

crudelt non puote aver lunga durata in


mezzo alla civile cultura del popoli presenti;

223

o maturato d'intelligenza ottusa e limitata,


ed in tal caso, avendo ricevuto un'educazio

ne che ingentilisce il costume, umanizza il

cuore, ed appiccasi a principi d'una religio


ne fondata

" amore,

abborrir dee necessa

riamente lo spargimento di cittadino sangue,


e tutto inclinare ad altissimi sensi di amor

efficace ed operoso inverso i suoi suggetti.


Non per di meno, per alcune anime am
biziose e corrotte l'unico mezzo d'ascenden

za e di dominio, sempre l'impossessarsi

dell'animo del principe, e poscia, alienan


dolo interamente dal popolo e rendendolo a
tutti odioso, ridurlo nello stato fatale di non
aver altro confidente che un vile ministro,

altro sostegno che un traditore ed un nemico


fiero della patria, altro appoggio che i sa
telliti di costui, altra speranza infine d'assi

curar la sua vita che l'incrudelir sempre pi


contra i pretesi nemici del trono, creati dal
l'arti menzognere d'un astuto ed infinto cor
tigiano.
-

Rimosso costui dal fianco del principe, e


circondato questi da cittadini onesti, cono
scitori del tempi, amanti di patria gloria,

" tosto una radicale trasformazione,


ed il principe, odiato pria, diverr poscia
senza dubbio l'amore del suo popolo, e l'ob

bietto d'un culto che risguardar potrebbesi


talvolta come degradante l'umana dignit,
ove s'ignorasse per avventura esser non tanto

indiritto alla dignitade e al merito, quanto

224

all'altezza ed importanza del principio ch ei


rappresenta.
d senza dubbio un dominio d' istoria
-

l'applicazion logica di teorie cosiffatte; e


noi, per via meglio raffermarle negli animi
del nostri concittadini, farem rapido cenno
del bisogno che sentir deono i principi ita
liani di farsi omai circondare da ministri

savi ed umani, che non ascondan loro ma

lignamente parte alcuna del vero, ma one


stamente gl'indirizzino per l'indeclinabil calle
che possa assicurar loro e gloria, e possan

za, e pace, ed onore. E quale sia stato que


sto glorioso calle, l'han mostro, pur troppo
alla nazione i ministri ed i consiglieri FAMo

si del tracorso governo, gl'ippocriti tristi,


i lupi rapaci, i falsi e bugiardi amici del
Trono, gl'iniqui PRELATI di Corte, i quali
avventurosamente, comunque un po' tardi, per
ragion di stato e di salvezza pub

"

lica, obbligati vennero a deporre una volta


l'indegna benda che copriali, a sbalzar to
stamente da quel posto che occupavan inde
gmi, ed avviarsi, forse per sempre,
Chi ser Gerusalem , chi verso Egitto.

La Provvidenza Sovrana, che veglia in


cessantemente sui destini del popoli, e tutta
intesa par che si mostri a sottrarre la patria
nostra all'invilimento ed all'abbiezione fatale,

volle che il primo esempio d'una costituzio

225

ne italiana fosse tipo ed occasionale cagione

a un tempo di tutte le altre. E questa verit


per s stessa s chiara, che ha indotto ora
mai parecchi principi riformatori d'Italia ad
avvicinarsi a quella in tal guisa, da far tra
sparire nel loro concessi statuti quelle poche
modificazioni soltanto che, lungi dall'alterare
ne le basi, fosser ognora bastevoli a soddi

sfar pienamente a bisogni ed alle peculiari


condizioni degli stati.

La Costituzione napolitana non mica l'ope


ra del momento o del caso; i novelli mini

stri che la consigliarono al nostro Sovrano,


che l'ispiraron peranco agli altri Riformatori
Italiani, avean gi fatto uno studio accurato
e profondo sulla nobilt dell'umana specie e
su tutto cio che la moderna civilt conquist
su l'antica barbarie, quando volle inviola
bilmente assicurati i diritti dell'uomo, po.
nendo un insormontabil barriera all'arbitrio

ed alla violenza, al dispotismo e al capriccio,


Non evvi verun'opera umana che sia di
difetto o d'imperfezione scema; ma non hav
vi altres una sola infra le tante moderne

costituzioni che si accosti in perfezione alla

nostra, o che abbia meglio tutelata la li


bert individuale, l'ingenita uguaglianza in
nanzi alla legge, la libera e franca espres
sione del pensiero nelle politiche cose. Tutto

fu saggiamente previsto; fu tutto espresso


con tanta semplicit e chiarezza da toglier
ogni timore d'interpetrazion falsa e capric.

226

ciosa. L'iniziativa per la formazione delle

leggi appartiene non solo al Re, ma alle


due Camere pur anche; l'interpetrazione ge
nerale nondimeno appartiensi esclusivamente
al potere legislativo ; ed ecco chiusa per
sempre la via che l'assolutismo indiscreto si
lascia sempre aperta per l'arbitrio insultante
e fatale.

Quel Governo, che spontaneamente inter


dice a s stesso il diritto di ricorrer all'in

tervento di truppe straniere, per l'interna ed


esterna sicurezza, e che crea per lo avverso
una Guardia Nazionale, lasciando libera ad
essa l'elezione de suoi uffiziali fino al Capi
tano, mostra apertamente di non voler pi
ricorrere alla violenza " regnare ed aver
lunga durata, e che alle armi cittadine con
piena sicurezza si affida.
Accordar il diritto di petizione ; dichiara
re i cittadini tutti indistintamente uguali al
cospetto delle leggi; por mente soltanto al
vero merito personale per ascender a posti
onorevoli; proclamar sempre e legalmente la
libert individuale; invalidar gli arresti non
emanati in conformit delle leggi; vietare
che l'accusato esser possa tradotto innanzi
ad un Giudice non determinato dagli statuti
in vigore; appellar inviolabile la propriet
e il domicilio de'cittadini; assicurare come
inviolabile e sacra la propriet letteraria; ren
der solenne ed illeso il secreto delle lettere,

violato impunemente sinora da tutti i Go

227

Verni, e da quelli peranco che nomansi li

beri per eccellenza: son questi cotali atti su


blimi che, altamente proclamando gl'imper
scrittibili diritti dell'uomo, e la sua invilita

dignit rialzando, svelan nell'animo degl'il

luminati ministri, appalesan nel cuore del sa


vio moderatore del popoli un alto e forte sen
tire, un filosofico e profondo pensiero, un
amor caldo ed ardente di patria, una bra
mosa positiva e verace di render s glorio
so il secondo periodo d'un regno, da can
cellare per sempre ogni odiosa memoria del
gi travarcato.
Non si arrestaron costoro a meschine e

sterili considerazioni, non illusero vilmente

i popoli con un vano giuoco di parole, non


si fecer ad imporre all'altrui esaltata imma

ginazione con lusinghiere e mentite appa


renze; saliron s bene alla cima del novello

edifizio sociale innalzato da tanti esmi pen


satori, rafforzato da terribili lotte, reso pi
saldo da tanti contrasti, inaffiato dal sangue
di tanti generosi cittadini. E per meritaron
bene di quella Patria cui stimaron degna di
goder l'intero frutto della moderna civilt,
senza passare per lente gradazioni accompa
gnate sempre da tempestose reazioni, da vio

lente e subitne scosse ; perocch in queste


gradazioni insensibili, in questo giusto

mezzo non mai si lascia tanto libero campo


al partito cittadino direttamente opposto al
l'esecrato assolutismo, da poter vincere le

228

oscure macchinazioni o le aperte e vergogno


se lotte di coloro che visser vita assai lieta
e fortunata in mezzo alla miseria ed al lutto

degli oppressati popoli. N singannaron pun


to allorch'ebbero a concepire tutt'altra idea

ed una stima pi dignitosa ed alta del po


poli italiani.
La stampa or libera in questo nostro
avventuroso Reame, ed essa parla nondime
-

no un linguaggio cos dignitoso e modera


to, piena di sentimenti s generosi e su
blimi, da non far trapelare veruna idea di
reazion vile o di bassa vendetta, verun de

siderio che sia men legale ed onesto, ve


run pensiero che tracorra al di l d'un go
verno costituzionale e saggiamente moderato.
Sia pur questo un esempio luminoso d'inci
tamento possente per gli altri Principi ad
imitare, nella scelta del loro consiglieri e mi
nistri, il nostro savio Monarca ; e tolga loro

ad un pari ogni mal fondato timore di sfre


nati desideri, di smodate e criminose ten
denze nel loro suggetti !
Diciamolo pur francamente e senza orgo

glio: i popoli d'Italia hanno oramai acqui


stato, in mezzo a tante prove d'avversa for
tuna, un tatto cos squisito, un intelligen
za s viva e profonda nello studio dell'uo
mo, che alle prime parole, ai primi fatti
sovra tutto, a giudicar fansi irremisibilmen
te coloro ch'elevati vengon al potere. Niu

no speri impertanto d'ingannarli o sedurli.

229

L'Italia tutta, ai di nostri, tributa giustis


sime lodi all'attual nostro Ministero ed a chi

modera i nostri destini ; perocch quando de


liberarono nella legge costituzionale che la vo
tazione nelle camere legislative avesse luogo
in pubblica forma ; quando ammisero che
non il solo censo fosse requisito necessario
per esser elettore ed eligibile, ma venisser

anco risguardati come requisiti i doni del


l'intelligenza ed i servigi resi allo stato ;
quando infine sceverandosi d'ogni iniziativa
lasciaron libero alle Camere l'arbitrio di

formare una legge elettorale, radical base


d'ogni ben fondato costituzionale governo,
han mostro assai chiaro allora di non aver

altro in mira che il bene positivo e reale

della nazione, il quale non puote oggi pun


to del mondo ottenersi senza accordare ai

popoli quelle guarentigie che, consacrando


i diritti dell'umanit , rendon affatto impos

sibile il ritorno dell'abborrito dispotismo o


mascherato od aperto.
Essi detto dianzi, che non havvi quaggi
verun'opera umana che dir si possa dell'in

tutto scevra d'imperfezione; ma quando sa


r scrupolosamente ammessa ne'tribunali tutti
del nostro reame la bella conquista della
moderna legislazione, la pi sicura guaren
tigia dell'accusato ; quando alla ragionata
disposizione , che dichiara unica religione
dello stato la cattolica, e proibisce l'eserci

zio d'ogni altro estraneo culto, si aggiunga


20

230

pubblico esercizio; quando, da ultimo, ben


organata la legge elettorale, un maturo esa
me delle due Camere avr fatto subire qual
che lievissima modificazione a talune parti
non fondamentali della Napolitana Costitu
zione; non vedrassi allora certamente un ti

po pi bello d'umana perfezione fra quante


produzioni eminentemente politiche sian ap
parse in questi ultimi tempi fra noi.
La novit del fatto che rovesciar sembra

le attuali condizioni sociali, spaventar non


debbe i principi italiani. Le attuali condizio
mi sociali sono in pericolo di esser rove
sciate sin dalle loro basi, ove non pongasi
tosto un saldissimo appoggio al vetusto edi
fizio che crollar da pertutto minaccia; e que
sto appoggio pu solo ottenersi dalla rinata
fiducia nei popoli, dalla rediviva venerazio
ne pel trono, dalla piena osservanza delle
leggi in vigore.
Sino a qual segno intanto promettan fidu
cia i popoli e venerazion somma al novello
ordine di cose, pur troppo noto a chiun
que. Ed cosa notissima altres che, in un
-

s rapido e general cangiamento di leggi


fondamentali, non perderan certamente qual
che cosa se non quei pochi che regnavano

invece del Principi iniquamente raggirati e


traditi. S'egli vero non pertanto che la
possanza e la gloria degli attuali governi sta
in ragion diretta della possanza e della glo

ria, della sicurezza e tranquillit del popoli,

231

null'altra cosa veggiam oggi al mondo che


render possa pi temuti e rispettati gli uni,
pi sicuri e pi forti gli altri, quanto l'a

desion franca e leale a quei politici cangia


menti che son richiesti dai tempi, e procla
mati dal senno maturo d'una nazione non

pi fanciulla, ma sviluppata ed adulta.


Mentre intanto esultavan di pubblica gioia
i napolitani cuori, pel patto solennemente
fermato tra il sovrano ed i suoi suggetti ;
mentre sorgeva dal petto dell'universale una
commozion viva e forte, alla consolante idea
d'una rigenerazione a vita novella ; mentre

infine alla piena traboccante del cittadini af


fetti poneasi modo e suggello con amplessi
di pace, che tutto un popolo di collegati
fratelli generosamente scambiavasi in segno

di concordia e di coscienziosa simpatia; con


tro queste solenni testimonianze di comune

esultanza sorgeva importuno pi d'un timo


re, si elevava indiscreto pi d'un sospetto,
volgeasi indecoroso pi d'un dubbio negli

animi vacillanti e perplessi di taluni, che,


sul fondamento di mal raccolte o di mal di
gerite informazioni, a rimproverar faceansi la
tarda pubblicazione della tanto sospirata ed
attesa Legge Elettorale.

I rappresentanti il potere esecutivo intan


to han gi reso pienamente pago quest'al
tro pubblico voto, il voto di tutta intera una

nazione. Quindi non pi anatema ed esecra

zione alle mostruose ambagi in che si av

232

volgeva la svelata turpitudine del vetusti si


stemi comunicativi. E quell'atto pubblico del
novello Ministero comp in gran parte la le
galit del nostro riscatto, pose anzi il sug
gello all'iniziativa che precedette il giubilo
cittadino del giorni tracorsi.
E per, avuto riguardo a ci che venne
stabilito nell'Articolo 62 della Costituzione,
che per la prima convocazione delle Came

re Legislative sarebbe pubblicata una legge


elettorale provvisoria, la quale non diver
rebbe definitiva, se non dopo essere stata
esaminata e discussa dalle Camere medesime

nel primo periodo della loro legislatura;


preso in considerazione tutto ci che con
tiensi negli articoli 53, 54, e seguenti della
stessa Costituzione, co quali venne stabilito
che il numero de Deputati corrisponderebbe

sempre alla forza della popolazione, compu


tata secondo gli ultimi censimenti; che, do
vendo esservi un deputato per ogni comples
so di quarantamila anime, la legge deter
minerebbe l'occorrente, ove nella ciscostan

za del Collegi Elettorali vi fosse difetto od


eccesso di popolazione; che annoverar deon
si fra gli elettori c gli eligibili tutti coloro
che posseggon una rendita imponibile, di
cui sarebbe determinata la quantit dalla
medesima legge elettorale ; ch' necessario

il definir permanentemente, per un dato pe.


riodo di tempo, dall'un canto il computo

delle popolazioni che inviar deono i Depu

233

tati alla Camera, e dall'altro i centri ove


possa eseguirsene l'elezione ; tutte siffatte

cose, in una parola, e molte altre che per


amor di brevit si trasandano, prese dal Mi
nistero in considerazione, pubblicossi final

mente la tanto applaudita Legge Elettorale,


nel d 29 Febbraro del 1848.
-

Il Ministero, in effetto, mostrossi quasi


pi sollecito nel compilare un tanto lavoro
su la legge elettorale, che noi nell'annun
ziarlo ed inserirlo in queste pagine di storia
patria. Tutto intero il pubblico napolitano
felicitollo di cuore, alla vista d'un atto s so

lenne da lui ansiosamente atteso, e merita

mente risguardato come fondamental pietra


del grandioso monumento della civil nostra
rigenerazione. Gli scettici politici volean allo
ra, proclamavan anzi altamente un fatto che
provasse loro positivamente le vere intenzio

ni del governo. Si pubblichi pure, dicean


costoro, la legge elettorale, e saprem tosto
per qual meta avviar vuolsi la nazione; aper

tamente vedrassi se lo spirito che presiede al


nostro risorgimento cinger vuolsi di luce,

o fatalmente ammantarsi del buiore del pas


sato, delle pi fitte tenebre della vetusta
politica; scorgerassi pure una volta se il no
vello sistema di cose corrivo al benessere

sociale, al positivo vantaggio dei popoli, o


da lui si diparte e allontana. Ed a chiun
que tentava di porre innanzi un NoME come
guarentigia del bene che universalmente si

234

spera, rispondeasi toslo: Il solo nome non


basta ; sono i fatti s bene, ed esclusiva
mente i fatti il pi sicuro termometro della
comun guarentigia e salvezza.
La prova che si desiderava si finalmen
te ottenuta. Alla guarentigia del nome ssi
appiccata e giunta ancor quella de fatti. La

legge elettorale ha purtroppo soddisfatto l'a


spettativa comune; non ha deluso veruna spe
ranza, non tradito alcun voto ; e per ri
sguardare e salutar puossi come un'arra si
cura d un pi prospero avvenire. Il plauso
che le han largito anco i pi schivi, solida

mente conferma il nostro giudizio ; i pregi


che inchiude in s stessa, dilegueran del

l'intutto le dubbiezze del politico pirronista.


Chi sar dunque il miglior deputato? co

lui che va pi nel genio agli elettori, que


gli in cui avran costoro maggior fiducia e
confidenza. La sola e vera misura d'un'e

satta eligibilit tutta riposta nell'intenzion


retta e sincera degli elettori. L'effetto non
mica discordante dalla cagione che

f"

ingenera ; le qualit dell'eletto risponder


deono a quelle di chi lo elegge e propone.
La suprema tutela della libert nazionale
la stessa nazional rappresentanza. Ove que
sta compongasi di uomini guasti e corrotti,
pi non avrassi la rappresentanza della Na
zione , ma un cieco strumento di servit e
di bassezza ; non un augusta ed illustre as

semblea di uomini liberi, generosi, indi

235

pendenti, ma un gregge compro o venduto


di pecore matte. Quindi le leggi ch'emane
ranno da lei, non pi saranno quali il be
ne della Patria esige che siano, ma quali il
potere le desidera e vuole. La storia di Fran

cia in questi nostri ultimi tempi ; le leggi


di quest'ultimo tracorso settembre ; la poli
tica che abbandon la Polonia e manomise

l'Italia; i matrimoni Spagnuoli ; l'abbando


no dell'alleanza Inglese ; la tracotanza smo
data ed oltraggiante di Guizot ; la dispotica
ostinatezza del suo sistema fatale ; le con

dizioni durissime, la tremenda necessit in


cui trovasi la grande Nazione nel momento
in cui stiam vergando queste pagine ; non
ne sono per noi che luminoso esempio e con
vincente prova ad un tempo.... e tutto ci
non riconosce che un solo principio, la cor
ruzione della maggioranza della Camera elet
tiva. Per essa la Francia trovasi fatalmente

rispinta a tempi della ristorazione: e sallo


il Cielo che cosa ne avverr ; e lo saprem
tosto ancor noi!

Importa dunque moltissimo che la mora


lit della Camera sia positiva e certa, per

ch tale sia pur anche l'impossibilit d'un


travolgimento politico, d'un tostno ritorno
agli abusi del passato. Con ci non osiam

punto far onta al potere, incalzandolo forse


o premendolo con prematuri timori. Ma
tale oramai la sua indole che, ove un freno

continuo e possente mol rattenga forte, fuor

236

uscir dalla sfera prescritta e diverr non


indifferente invasore. Allora il popolo sentir
forte il bisogno di far valere la legge d'una
inevitabil lotta; ed in un contrasto siffatto,
la prima a traballare sar sempre la libert
moderata; ch il popolo invader pure a vi
cenda; e son sempre tremende le invasioni
d'un popolo che proclama altamente la ri
conquista d'una libert contrastata.
In qual modo impertanto ottener potrassi
una Camera in niun conto accessibile alla

corruzione e all'abuso? Operando in guisa


ch'emani dalla condizione del popolo la voce
coscienziosa, annunziante il mandato di rap
presentanza a cittadini eligibili. Perocch,
s' agevol cosa corromper gl'individui,
impossibile corromper le masse. Se il

"

eputato rappresenta la confidenza degli elet


lori, elettori non corrotti, n corruttibili vi

daranno ottimi deputati.


A soddisfar questo supremo bisogno mira
positivamente la nostra legge elettorale. D
ella il diritto di elezione alla pi sana ed

illuminata parte del popolo, escludendo sem


pre coloro dell'infima plebe che, nulla pos

sedendo, e nulla avendo da avventurare,


affidar potrebbero un s dilicato ed impor
tante ministero alla perduta gente, a gente
cieca del miglior dono dell'intelletto, che
non promuovere il bene ma la rovina della

patria stranamente potrebbe. E ci dicendo,


teniam fiso il pensiero su le vere basi della

237

" su le rette mire del suo

autore, il

quale da quelle santissime basi non potea


punto scostarsi ; teniam volta la mente alle
attuali nostre condizioni, le quali procla
mano un cosiffatto linguaggio; e per, ac
cusando la plebe di cecit e d'ignoranza,
colpir intendiamo di rigorosa censura quei
tristi, che non solo cieca ed ignorante ma sel
vaggia ed abbrutita l'han fatta.
N far si dee, per lo avverso, d'una s
dignitosa nazional rappresentanza uno sfog

gio di pompa e di lusso. La pi stretta de


cenza sar pur troppo bastevole a deputati
e rappresentanti della nazione. Ben altra pom
pa ed altro lusso dovran costoro sfoggiare,
uello del zelo cittadino e dell'amor verace

i Patria. Questo debb essere, ove accolga


l'Eterno i nostri fervidi voti, e questo sar
il lor primo ed unico pensiero; e per com
piersi, non fa mica mestieri di lussuosi ap
parecchi. Si agisca pure per sentimento istin
tivo di gloria e di ben inteso disinteresse,
sentimento che non lascia d'annunziar sem

pre un animo assai nobile e grande, filan


tropico e generoso; che ogni benemerito cit
tadino faccia prova di saviezza e di non in

finta virt; che ogni deputato, ove il gran


d'uopo lo esiga, raddoppi di cure e di sfor
zi, di sacrifizi magnanimi e generosi ; che
il bello esempio, da ultimo, sia sprone pos
sente a virtuosa e nobil gara. La Nazione
sovra tutto sente un forte bisogno, un hi

238

sogno imperioso ed assoluto di moralizzare


le masse. E non evvi mezzo pi effieace ed
acconcio a raggiugner un tanto scopo, quanto

la rappresentanza affatto scempia di emolu


menti e d'interessate vedute.

Il trionfo della libert, a questi nostri tem


pi, tutto affidato a cittadini generosi e ze

lanti, alla picciola industria ed alla mode


rata propriet, all'istruzione e alla scienza;

in un campo s ferace di nobili ingegni rin


verransi senza dubbio le ancor vergini virt
della mente e del cuore, disinteresse e co
raggio, entusiasmo ed attaccamento ai sacri
interessi della civil comunanza.

E la legge intanto, che garantisce il no


stro patto sociale, che serve di scudo al na
zionale contratto, interamente corriva al
pieno conseguimento del voto comune, ed
ampiamente lo soddisfa. Si colmi adunque

di benedizioni e di encomi, e si deponga


una volta l'inopportuno sospetto. Pi non ve
dransi a noi d'intorno corruttori e corrotti ;
non pi sentirassi il bisogno, n la possibi

lit scorgerassi di ricorrer a mezzi infami e


inonesti. Non sospetta e vana utopia, ma
viva fede e salda speranza, convinzion alta
e profonda, saran fanale e guida alle co

scienze degli onesti cittadini. Non l'assurda


aristocrazia vien dalla legge appellata ad

assidersi orgogliosa e superba in mezzo alla


Camera elettiva; s bene il popolo e chi de
gnamente lo rappresenta, l'industria e la

239

scienza. A queste forze imponenti della Na

zione abbandonar deesi il pensiero di veglia


re alla sacra libert della patria; n con
cepir deesi timore che l'onesto e savio citta
dino tradir possa la sua missione santissima.
Non mezzana fidanza fa di mestieri ancor

porre nella condizione de tempi che vansi


rapidamente maturando, e nel gran pro
cesso che fassi contro la corruzione del co

stume, al cospetto del mondo novello. La


sentenza contra il vizio e la fellonia sar ca

pitale, severa, inappellabile. La corruzione,


gi per s stessa impotenziata a realizzarsi
in quest'ordin pi legale di cose, sarallo

via pi, e per sempre, e per forza di legge


per anco, grazie alla vigilanza somma ed

all'esimia probit de'veri difensori del pa


tri diritti.

Un altro voto a questi nostri tempi for


mando vassi ancor da pertutto, il voto d'una
lega doganale e federativa in Italia. Il pen
siero comune, il pensiere d'ogni Italiano,
esternato con la voce e con la stampa, che
si stringa una lega ; e la lega doganale pe.
culiarmente, che debb esser fermo sgabello

alla lega politica, non si mica conchiusa


finora; n ravvisar puossi ragione veruna
perch'ella sia nel nostro stato, del pari che
negli altri tre dell'Unione, s fatalmente ri
tardata. Tutti intanto a protestar fansi alta

mente contro quest'indugio indecoroso e in


discreto; manifestan tutti con ogni generazio

240

ne di scritture e di dicerie la necessit d'un

atto s collettivamente utile ed avvantaggio


so alla comun causa italiana.

E per deliberando vassi di doversi sce

gliere, infra i quattro Stati Italiani, Com


messari zelanti ed operosi, Plenipotenziari
di mente e di cuore; farli venire in consesso ;
giugnersi in uno sotto il nome complessivo
d'ITALIA CosTITUZIONALE; stringer finalmente
il grande Statuto della lega doganale, don
de proceder dovr incontamente il Trattato

federativo, la Lega politica d'Italia.


Che pi attendono, in effetto, i principi
italiani a confederarsi solidalmente infra

loro? Schiuder dunque dovrassi il varco al


comun nostro nemico, per iscender como
damente sin nel cuore della Penisola, porvi
un piede di piombo, sommetterci ad un gio
go di ferro, ingrossar d'armi e d'armati il
suo cavallo troiano, paralizzare gl'indigeni
cuori, sceverar i prodi di valore e di forza,
vomitarci addosso le falangi barbariche, te
nebrose , opprimenti? Non potran forse le

italiche, province venir a pi salda e pi


leal federazion, senza punto temere le di
plomatiche opposizioni, e senza ricorrere,
ove pur fosse possibile, ad estere alleanze?
Non forse certo che la presenza di molte
truppe nemiche in parecchi punti della Pe
nisola, una muta e continua minaccia al

l' Italia costituzionale, sia perch quel corpo


d'armata rende al nemico pi agevole e

241

pronta un'invasione, sia perch glien offre


apertamente e varchi pi brevi e pi si
curi?

Nulla dunque concepir puossi, a questi


nostri giorni, di pi legittimo e di pi ne
cessario a un tempo che una Lega ltaliana,
divenuta ormai principalissimo obbietto, non

che di nazionale, d'italico voto. La lega


italiana non produrrebbe attentato o violenza
a verun diritto. Sotto la sua benefica influen

za, ricupereranno i prodi Italiani la forza con

la coscienza della forza. Paragonar puossi


l'Italia ad un infermo lungamente abbattuto
e travagliato, che , comunque non mezza

namente guarito, mal si attenta appoggiarsi


su le proprie gambe supposte ancor deboli e
vacillanti; ma, persuaso appena che son

pure da tanto da poter sorreggere il pondo


della macchinal salma, si rinfranca tosto e
cammina spedito.
E pi spedita e pi ratta eziandio cammi

mar dovrebbe l'Italia nel compier la duplice


Lega, su di cui tutte son fondate le miglio
ri speranze; perocch la Lega doganale non
mena per diritto ed agevol calle che ad una
forte e pi solidaria Federazione. L'Ita

p"

ia federata aumentar puote in possanza e


valore; diverrebbe anzi una delle Potenze

di prim'ordine, quando gli stati italiani,


ancor divisi, appiccassersi in modo gli uni
agli altri da non formare che tanti stati emi
2I

242

mentemente federali. Un sol pensiero anima

presentemente gl'Italiani tutti, il pensiero


d'una perfetta nazional comunanza.
La Lombardia intanto guarda nella sua
miseria ed oppressione le nostre operazioni,
e le affretta coi suoi pi fervidi voti. La Si
cilia non verr certo a lega con altra po
tenza che facesse di lei quel che di Modena
fece l'Impero, cio un'alleata cui degni un
Grande onorare qual meschina vassalla; co

stituitasi una volta libera e donna, indipen


dente e sovrana come spera, sar ella con
noi senza dubbio federata all'Italia. Che una

sola bandiera s'abbian adunque gli stati della


forte UNIONE ; che sien solidamente confede

rati fra loro, e serbi ciascuno nelle proprie


terre la convinzion piena e profonda della
sua signoria, del suo potere e della sua

libert; che un solo ed imponente esercito


acccoglier possa nelle ostilit i vari eser
citi parziali dei quattro Stati; che afforzan

dosi scambievolmente, e completandosi l'un


l'altro pe loro singoli pregi, 'dian final
mente l'esempio D UNA FoRzA UNITA che le

forze sparte moltiplichi ed avvalori: que


sta la meta gloriosa e sublime, cui tende
oggi ogni cuore, cui aspira ogni mente,
cui mira ogni pensiero del nostri rigenerati
fratelli. -

Ed era questo precipuamente il voto del


primo tra i nostri rigeneratori italiani, il

243

quale ad indirizzar faceasi le seguenti caldis


sime parole ad un suo confratello di ventu
ra appartenente al nostro Reame :
Io v'invidio, scriveva egli, la dolce sor
te che avete di abbracciare coteste eroiche
popolazioni che diedero di qua e di l dal
Faro s alti esempi di virt civile, ed affret
tarono con s lieti auspici i destini di tutta
la penisola: popolazioni ugualmente ammi

rabili per la moderazione e pel coraggio mel


la resistenza e nella difesa. Resta ch'esse
compian con senno ci che incominciarono

con magnanimo ardimento, postergando, se


occorre, ai particolari interessi il bene co
mune, come gi gli consecrarono generosa
mente la vita. Potr mai essere scarso nei

minori sacrifizi chi fu gi s largo nel mag

giori, offerendo non solo il sangue proprio,


ma quello altres desuoi pi cari? Oggi l'I
talia ha bisogno sopra tutto di unione, alla
quale si deve posporre ogni altro riguardo.
Ma come mai il regno potrebbe conferire
all'unione d'Italia, se fosse diviso in s me

desimo, e se un'armonia perfettissima di


menti e di cuori non legasse Napoli con la
Sicilia? Voi che conoscete il paese saprete
qual sia il modo pi acconcio ad operare e
mantenere l'accordo.

Ed io fo caldi voti affinch l'accordo se

gua, e le due parti si risolvano a quei sa


crifici che son richiesti a produrlo ed a sta

bilirlo: e mi affido che li faranno, gareg

244

giando insieme di generosit civile, come te


st contesero di energia e di valore; tanto
pi che non si tratta di due sole province,
ma di tutta Italia. Non si domanda che i Na

politani cedano a Siciliani, o viceversa, ma


che gli uni e gli altri eleggano da buoni

fratelli quel partito che pi giova alla nostra


comun madre, rimettendo ciascuno de propri
interessi in grazia del bene universale .
Siffattamente scriveva l'immenso e genero
so Gioberti, cui tanto sta a cuore l'unione

e l'indipendenza, la libertade e'l trionfo


della nostra cara Italia. Eppure correa, non
ha guari, funesta una voce, e tale da con
tristar senza fine l'animo di tutti i buoni

ltaliani, di tutti quanti, i pi caldi adoratori


della Religione e della Morale, delle Lettere

Buccinavasi che mancato fos


se ai vivi niente meno che il massimo de

e della Patria.

gl'ingegni che vanti la nostra gloriosa Pe


nisola, il primo tra i moderni apologisti del
Cattolicismo, il Precursore di Pio Nono, il
pi valente Rigeneratore d'Italia.
L'amara novella, uscita forse per intimo

desiderio dal labbro incauto d'alcuno fra gli


amorosi delle tenebre che sono naturalmente

avversi al Filosofo della luce, non fu mica

creduta da ben accorti, e venne tosto smen

tita da recenti lettere che s'ebbero di quel


Grande; ma se per mala ventura d'Italia
l'infausto annunzio avveravasi, guai a quei
tristi ed invidi Aristarchi che da per tutto e

245
-

da tutti conoscer fansi cos patentemente e

con parole e con opere giurati nemici al ma


gnanimo Autore del Primato e del Gesuita
Moderno. Non ignoriamo intanto ch'ei vive,
e di tutta quella miglior sanit che gli con
sentono i soverchi studi ed il molto occu

parsi e consumarsi che fa del continuo a pro

del morale e civile risorgimento della nostra


comun Patria. Ed osiamo sperare con vivis
simo zelo che l'Eterno, il quale s visibile
mente protegge la nostra Italia, dar sana

e robusta, lunga e prospera vita a tanto uo


mo liberissimo, del pari che al sovrumano

Pontefice; perocch la nostra Patria per di


venir quella che vuolsi lass, cio salda e va

lorosa Nazione, ha bisogno ancora, e pur


troppo! della suprema e paterna mano di Pio

Nono, della penna forte e possente di Vin


cenzo Gioberti.

E non mezzanamente ci conforta il

pen

sare che la nostra fiducia in entrambi pur


la fiducia di tutti i cuori coscienziosamente

italiani, fiducia che venne per pi mesi ma


nifestata dagl'innumerabili evviva onde ri.
suon tutto il nostro Reame non solo

, Ila

la Penisola intera dal Cenisio all'ultimo lem.

bo della Sicilia. Ed pur degno d'osserva


zione nondimeno, non senza maraviglia e
dolore, come in un tempo che Principi e

Popoli s'abbraccian insieme e studiansi quan


to pi possono di camminar d'accordo , eS

sendosi con tante grida levato a cielo ino

246

me e con tante dimostrazioni onorata la vir

t di Vincenzo Gioberti, non abbiano pur


fatto il debito loro n cercato ogni maniera

possibile di meritamente esaltarlo; della qual


cosa non sapremmo in che miglior modo scu
sarli se non col dire che troppo credansi in

capaci di poter sollevarlo pi alto di quel che


la pubblica fama lo ha degnamente sollevato.
E per fermo ancor noi partiam secoloro
una cosiffatta credenza, tanto il concetto

che abbiamo del gran Filosofo e Letterato,


del gran Maestro e Dottore del nostri tempi,
degno purtroppo d'occupar una pagina "
riosa nella storia de grandi uomini che il
lustran tanto la generazione presente. Dicasi
pur apertamente, checch ardiscan susurrar
ne alcuni impudenti Zoili, bieca ed obbro
briosa razza che mai non si spegne, e sem

pre fe guerra al vero merito degli Uomini


GRANDI, Vincenzo Gioberti non solo inte

gramente cattolico ne suoi inimitabili scritti,


ma la colonna principalissima della catto
lica filosofia. Si arrossisca dunque una volta
chi per soverchio di balordaggine o di ma
lizia os ed osa peranco mettere a stampa
infami scritture contro di lui ed offendere

con ingiurie villane e con istolte calunnie la


sua persona sacra, ed avverta che proceden
do in tal guisa offende la Religione e Pio
Nono, il quale mostr di stimar altamente
quel mobilissimo spirito.
-

Il risorgimento italiano il fatto pi glo


N

247

rioso e pi consolante dell'epoca moderna.


L'Italia sempre la prediletta figliuola della
Provvidenza; quando tutti la credean estin
ta, o per lo meno immersa in profondo le
targo, la voce di Dio chiamolla a novella
vita di libert e di gloria, la fece sorgera
grandi ed immortali destini. La sventurata
dormiva, ma si risvegliata; era morta, co
me dicevano i suoi calunniatori, ma oggi
risuscitata. Il dito dell'Eterno oper visibil
mente un tanto portento: stolto colui che
non lo vede, empio ed esecrato chi non vi
crede! L'intervento della Provvidenza nell'an
damento delle cose umane non fu mai cos

evidente, cos incontrastabile come ai giorni


nostri: una nazione derelitta ed oppressa,
travagliata e infelice, dall'abisso i" SVen

tura sorge al colmo della grandezza e della


gloria, consegue il supremo de'beni, l'in
dipendenza, da povera ed invilita ancella

risale alla dignit di matrona ; e fatta pi


bella da lunghi dolori, dalle lacrime di pi
secoli, ripiglia il posto che degnamente le
spetta nella grande famiglia delle nazioni
civili.

Ma la Provvidenza nel preparare i pi gran- e


di e strepitosi eventi suscita sempre gli uo
mini grandi destinati a compirli; e l'inopi
nato evento dell'italico risorgimento fu com
pto negli ordini civili e politici da Pio No

No, negli ordini ideali e filosofici da VINCEN


zo GioBERTI. Fu egli che prepar le vie, qual

248

ran Precursore, a quel savio ministro della


volont dell'Eterno; l'apostolo eloquentissimo

che con la forza incruenta della parola con


ist al vero e soggiog gli animi e i cuori

egl'Italiani; l'inspirato dal cielo che ap


pell a pace ed a concordia i Principi ed i

Popoli italiani, bandendo la santa crociata


per l'italiana nazionalit.
-

L'alleanza del Principato con la nazione

parea cosa malagevole ed ardua ad attuarsi


nell'Italia nostra ; allorch venne ella pro
posta fu tacciata di delirio e di sogno, di

chimera e di utopia, ed anche di peggio;


ma la verit vince ogni ostacolo, debella

ogni resistenza, abbatte ed atterra ogni bar


riera, e quell'alleanza ehe parea sogno e
follia a non pochi, delirio e stravaganza
a molti, addivenuta quest'oggi una realit
consolante, un fatto assai sorprendente e lu
minoso. Primo a predicare in Italia la ne
cessit di siffatta alleanza fu appunto GioBER
ri: la ciurma degli altri scrittori che l'han

poscia seguito, han comentato il suo pensie


ro, hanno sviluppato la sua idea, l'han
parzialmente incarnata, con pi salde ragio
ni l'han proclamata e sostenuta; ma il pri
mitivo concetto non appartiene che a lui,
non conviensi che a lui il glorioso titolo di
MEDIATORE FRA IL PRINCIPATO E LA NAzione
ITALIANA.

Nel leggere il Primato civile e morale de

gl' Italiani, e nel riscontrar poscia tutti i

249

fatti succeduti in Italia dopo l'esaltazione di


Pio Nono al Trono, non ravvisansi questi
che apertamente vaticinati con tutte le loro
particolarit. La libert di stampa, la mo
marcha consultiva, il chiericato civile, tutte
le grandi istituzioni dell'Italia moderna, tut
to accennato, indicato, predetto in quel
libro immortale. Mirabile esempio della fa
colt creatrice e divinatrice del genio ! mi
rabile esempio della possanza i genio ita
liano sintetico ed analitico, poetico e prati

co, speculativo e politico, ideale e reale,


platonico ed aristotelico a un tempo ! In VIN
cENzo GIoBERTI rivive l'antico genio pitago

rico od italo-greco; egli solo della sua stir


pe, perch il genio non ha pari n supe

riore; figliuolo legittimo di Platone e di


Dante; dopo Giambattista Vico insomma
il filosofo pi originale e profondo, il pen
salore pi libero e forte d'Italia.

E come i suoi padri ideali, GioBERTI non


genio italiano esclusivamente o d'una sola

nazione; cosmopolitico s bene, di tutti i


tempi, di tutta l'umana famiglia. Su le ali
della cristiana ontologia, ei poggia al cielo
ed abbraccia nella sua meravigliosa compren
siva sintelica Roma e l'Italia, le province
ed i regni, il cielo e la terra, Iddio e l'uo

mo. L'alleanza della religione con la civilt,


il primato morale e religioso del Pontificato,
che sono i due perni d'ogni civile moderno
progresso, non sono a un pari che sante ed

250

inconcusse verit, avvantaggiose non solo al

l'Italia ed a Roma, ma al mondo politico


intero. La vera civilt religione augusta
ed arcana; la religione massima efficienza
di civilt e di sapere; il Papalo custode

e promulgatore del vero infallibile; il mo


deratore del mondo religioso e morale l'ar

bitro supremo de popoli; il suo Trono il


palladio degli oppressi e l'asilo della sven
tura; il suo potere il centro intorno al

quale convergon tutti i raggi dell'umana fa


miglia, e dal quale sol essa pu tutta ri
trarre la sua vetusta e primigenia unit. Chi
ha messo fuor di dubbio queste verit sacro
sante? chi le ha rese palpabili ed evidenti,
irrepugnabili e luminose? chi trasformolle
da teoremi in tanti chiari e patenti assiomi?

la pubblica opinione, la voce d'Italia rispon


don concordi: IL PRIMO RIGENERAToRE D'ITA

LIA, VINCENZO GIOBERTI.


Non havvi storia contemporanea in Italia,
che non si estimi onorata di consecrare pi
pagine ad un tanto RISTAURATORE dell'italia
na famiglia. E perch ltaliani ancor noi; e
perch i grandi uomini son sempre di tutti
i tempi e di tutti i luoghi; e perch la loro

gran fama li rende dominio sacro d'ogni


storia; e perch ricusar non si puote impu
nemente da un italiano scrittore si rispettoso
omaggio ad un tanto INGEGNO ITALIANo, ne
imitiamo ancor noi l'esempio glorioso, ed
arrogiamo al gi detto qualche altra cosa

251

davvantaggio, alfine di dar compimento e

p" forma all'immortal

cronaca del

'uomo immortale.

Ei nacque a Torino il 5 di aprile 18o 1 ;

e nacque col secolo, ch'esser doveva innova


to da lui; col secolo, che intitolerassi un gior
no dal glorioso suo nome. Tempo verr, e
non forse lontano, in cui quel giorno me
morando sar festeggiato come giorno di
grande evento, come il genetliaco DEL PRIN
CIPE DELLA PAROLA, DEL GRAN DoTTORE DEL
- SECOLO XIX.

Entr costui di buon'ora nell'ecclesiastica

carriera, forn con infinita lode i suoi studi

nell'ateneo torinese, fu dottore del collegio


teologico in freschissima et, sal tosto in

gran fama di argomentatore formidabile e


invitto. Fu cappellano di S. M. il Re CARLo

ALBERTo. Nel 1833, dopo breve prigionia,


fu astretto ad esultare di gioia e trionfare.

Visse in Parigi tutto l'anno 1834. Nel mese


di ottobre si ridusse a Brusselle, dovo ri

mase fino all'autunno del 1845: da quell'e


oca scelse a soggiorno Parigi. Pel resto,
a vita di Gioberti non si narra: essa sem

plice e modesta come quella degli uomini


grandi; sta tutta compresa e chiaramente

espressa ne suoi libri. Pubblic la Teorica


del sovranaturale nel 1838 L'introdu

zione allo studio della filosofia ed una let

tera in idioma francese contro gli errori re

252

ligiosi e politici del Lamennais nel 184o

il discorso del Bello nel 1841 gli Errori


filosofici di Antonio Rosmini nel 1842
il Primato civile e morale degl'Italiani ed
il discorso del Buono nel 1844 i Prole

gomeni nel 1845 il Gesuita moderno nel

1847. Tutti gl' Italiani han letto e riletto,


approfondito ed ammirato quei libri; a niun
di loro quindi mestieri tenerne ragione.
Altre parole, per quanto a semplice sto
ria pertiensi, ci sembran inutili e vane. VIN
cENzo GioBERTI tal nome da render sover- -

chio od all'intuito nullo qualsivoglia elogio.

E qual elogio potrebbe mai pareggiarlo ?


Non mancaron avversari e nemici, non vi

fu mica penuria di scrivacchiatori e beffardi

che studiaronsi a gara d'offuscar quella splen


dida luce, quella chiara gloria d'Italia: ma
ci null'altro vuol dire se non che la stirpe
degli esecrati Zoili universale ed eterna,
e che ogni Galileo suscita sui suoi passi molti
Baldassarre Capra. Intanto GIoBERTi oramai
solennemente vendicato dalle passate ingiu
stizie. Il grido di Evviva Gioberti rimbom
b prima nella terra che fu culla a Pio No
no, in Sinigaglia, e dall'eco nazionale fu
ripetuto a Roma, a Firenze, a Genova, a

Bologna, a Torino, a Modena, in questa


nostra Capitale sovra tutto, in ogni citt,
in ogni cantuccio d'Italia. Evviva Gioberti

grido nazionale per noi; grido sacro co

253

me le grida viva Italia, viva Pio Mono,


viva Ferdinando II. onde ancora rimbom

ba questa nostra patria risorta.


E fra tante acclamazioni, che muovereb

bero a delirio non solo uno spirito vanitoso


e muliebre, ma un forte peranco ed auste

ro intelletto, GioRERTI in

" e mode

sto silenzio continua a meditare cd a scrive

re, a viver umile e solinga vita: il fragor


degli applausi travarca i monti, va fino a
lui, ed egli sorride e non desiste dalla santa
opera sua. Ci guardiamo far cenno delle an
geliche virt di VINCENZO GIoBERTI; se ne
adonterebbe senza dubbio la sua vereconda
e sovrumana modestia: ci basti sol dire che

egli semplice di costumi com' grande d'in


telletto, e che la magnanimit del suo cuo

re pareggia pur troppo la grandezza del suo


miracoloso ingegno. Le doti del cuore sono
mirabilmente ed armonicamente contempera

te in lui con quelle della mente; di che lu


minoso attestato quella sua impareggiabil

facondia, quella sua divina eloquenza che


rampolla a dirittura da quel felice connubio,
e porta la duplice impronta del forte pen
siere e del convincimento profondo. Ogni sua

parola un lampo del suo genio creatore,


un palpito del suo magnanimo e forte, del
suo generoso ed italiano cuore.

Non io vi esorto, o miei lettori, di per


donare il presente mio eloquio a lui sacro e
devoto, comech alla nostra terra non sia
22

254

felicemente concesso di possederlo ed acco


glierlo; vi dir s bene con la mente e col
cuore: Contemplate ed inchinatevi riverenti
innanzi alla sua effigie venerata ! in quella
fronte sta scolpita la sapienza del pensatore;

in quelle labbra sta scritta l'ironia gentile,


il brio vivace della sua parola ; in quei li
neamenti affabili e spiritosi stanno sensibil
mente effigiati i palpiti di quel cuore che
arde di amore per la Religione e per la Mo
rale, per la Civilt e per l'Italia. Egli l'i
niziatore oltrepotente del moderno italico rin
novamento; egli la forza iniziale e gene

ratrice, da cui, come da forza primitiva,


dee tutta ripetersi l'attuale felicit della no
stra patria rigenerata; egli il sacerdote in
temerato, l'immortale scrittore, il filosofo

di genio, l'eloquente pubblicista, l'apostolo


della civilt, il difensore dell'italica indi

pendenza, il LEGISLAToRE DEL PENSIERO ITA


LIANO. -

Mentre una santa letizia diffondeasi intanto

per tutti i cuori, in questo nostro Reame,


e nella Capitale sovra tutto, s che l'espres
sione d'una generale esultanza ratta espan
deasi di bocca in bocca e si propalava ovun

que, pe fortunati avvenimenti che ci avean


fatta raggiugner la meta, anco al di l di
quanto era dato sperare dai pi liberali ed
arditi esigenti; mentre raddoppiava di cure
e di sforzi il Governo per fondare le sue basi
migliori nella coltura delle menti popolari ,

255

nella diffusione de forti studi, nell'amore di

quelle severe lucubrazioni che rischiaran gli


studiosi sui loro veri diritti, su lo stato vero
della cosa pubblica, sugl'interessi positivi
del rigenerato paese, sui buoni ed utili
mezzi di amministrarlo e immegliarlo; men
tre godeaci l'animo oltremodo, al consolan
te pensiero di avere un Carlo Poerio a Di
rettore Generale della Polizia, carica da lui
accettata con somma gioia di tutti i buoni,
punto non ignorando che l'union sua col
cav. Bozzelli e col Duca di Serracapriola non
otea non esser feconda di prosperevoli ef:

i" per

questa nostra patria, ci duole pur

troppo di dover annunziare come, per varie

cagioni, quel savio Ministero si inopina


tamente e dell'intutto dimesso.

E non pochi tentativi di disordine, per


buona sorte infruttuosi sempre, comunque per
parecchi giorni rinnovati, son serviti d'in
centivo e di sprone ad un s subitano mini
sterial mutamento. Vinta oramai la sacra cau

sa della nazional libert, prendeva questa

tanto pi favorevole aspettto per noi, quanto


meglio il Ministero profittar tentava del tem
po, sia con lo sviluppare ed attuare gli ele
menti della novella forma di governo, sia
con l'organizzare le nostre forze materiali e

civili. Queste ultime sovra tutto appoggian


dosi in gran parte sulle risorse economiche,
e per sull'ordinata prosperit dello stato,

esigeano non pochi sforzi n pochi intervalli

256

di tempo per esser menate ad un pi felice


e maturo compimento. Parecchi indiscreti in

tanto e rei perturbatori dell'ordine pubblico,


obliando che pel riordinamento delle cose ri
gorosamente si esige e tempo e sofferenza,
e riflessione e studio; e che ci ch'era per

l'innanzi sfogo generoso ed utile di caldis


simi spiriti, diveniva poscia imbarazzo e stre
pito inopportuno, strettisi in crocchio intrat
teneansi del continuo, ed in diversi punti

della citt, del lento procedere del Ministe


ro, spiccavan frequenti deputazioni, strin
gean d'assedio Ministri, incalzavan con rei
terate istanze, profferivan minacce, spargean
da pertutto voci di allarme, ingeneravan
ovunque diffidenze e sospetti, e, dell'intutto
simili a quei riottosi e felli traditori della
patria, che mentre affettano di amarla Li
bert, non la voglion per mai scompagnata
dal disordine e dal popolare tumulto, osaron

peranco d'andar gridando pubblicamente An


BAsso IL MINISTERo.

E queste scene vergognose si son pure ri


petute fino alla noia. Nondimeno tutti coloro

che han potuto assistere al Progresso del no


stro movimento tranquillo, generoso e vera

mente incolpabile, eran fermamente persuasi


che ad esse non prendea parte veruna il no
strobuon popolo, il vero popolo, quel popolo
che tiene pi a cuore l'onor suo che la vi

ta, ch' tutto inteso e corrivo al miglior be


ne possibile della propria patria. E per gli

257

sciagurati i quali compivan quegli atti d'in


disciplina e di sovversione, non erano che
una branca di perduta gente, o vili emis
sari del nostro comune nemico, od avanzo

oscurissimo di qualche
tenebre, o cotal gena
ci spiriti insomma che
lor pro dal disordine,

setta che vivea nelle


di ribelli ed anarchi
per natura sperano
appunto come certi

schifosi insetti vivon naturalmente di brago


e di fango immondo.
In luogo adunque di attender il Governo
a prevenire s gravissimi scandali e, come

esigean le condizioni del tempi, energica


mente reprimerli; in cambio di protestare
contro a qualsiasi atto violento, onde un'in

fame gena tentava macchiar l'opinione di


Ministri savissimi e comprometter a un tem
po la pubblica salvezza; invece finalmente
di punir la baldanza de veri nemici d'ogni
libert, sempre intenti a trar partito dell'i
i" e della cieca fede per vomitare sul
a civil comunanza il loro veleno, e - cos
screditare profondamente le buone istituzio

ni che rendon felice un popolo intero, us


tolleranza e prudenza, e f trionfare il par
tito ribaldo.

Arrogele a siffatti motivi la siciliANA DI


scoRDIA, di cui dovrassi far tosto un ultimo

cenno, e di cui la composizione purtrop


po avventata e malagevol opra ; e cos avre
te pienamente investigato la cagion vera d'una
tanto inattesa e strana dimissione , dal lato

258

del Ministero, di cui ci abbella fedelmente

sporre la DICHIARAZIONE soLENNE:


Sirel Le gravi cure di Stato che V.

M. degnava

ai ,

esigeano sforzi, cui

gli umani poteri non bastano, quando son


chiamati a luttar simultaneamente col delirio

delle passioni, con la vivacit dell'impazien


za, e con le intemperanti sollecitazioni, che

negl'istantanei rivolgimenti politici svilup


pando vansi da pertutto. Ci malgrado, in
mezzo a commozioni s tempestose, ed a la
vori d'ogni genere, cui abbiamo dovuto con
secrarci per non lasciar colpire da paralisi
la macchina dello stato, V. M. sanzionava

sui nostri Progetti, pria quella Costituzione


che rester sempre a monumento della vostra
gloria e della grandezza del vostro animo ;
indi quella legge provvisoria elettorale che
ci apr l'adito alla pronta convocazione del
le Camere legislative pel di 1. del vegnen
te mese di maggio: ed in servizio della Co

rona e della Patria, ormai divenute insepa


rabili ed identiche, noi avremmo continuato

a reggere con ogni sacrificio in questa dif


cile situazione, ove le quistioni gi insorte

intorno alle deplorabili vicende devostri reali


domini di l dal Faro, non ci avesser pre
sentato il resistente ostacolo, sul quale osia
mo richiamare per poco la vostra sovrana
attenzione.

Tumultuavan quei popoli per impetrare


dalla M. V. un formali cangiamento negli

259

ordini politici dello stato; ma rimanea in


comprensibile che non per cessassero i tu
multi, quando V. M. concedea la Costitu
zione con s magnanima sollecitudine; assi
curando nell'articolo 87 della medesima, che
oltre a quel che in essa vi era di comun
vantaggio e di stabile garentia per le due
parti del reame, altro avrebbe ancor fatto

per provvedere ai bisogni ed alle speciali


condizioni di quei vostri amatissimi sud
diti. Si cerc d'indagar le cagioni d'un tal
fenomeno, e per la mancanza di comuni

cazioni officiali e dirette, si profitt de'buo


ni uffizi, onde un onorevol Personaggio
fe sperare di adoperarsi, come organo effi
cace a determinarne il senso, e cos rista

bilir ivi la calma e la prosperit civile.


I desideri del cittadini erano svariati e

moltiplici: noi ci rivolgemmo unanimi al


cuor generoso della M. V. che si mostr an

cor pi di noi sollecita in cercar modo di

appagarli.

Si consent, che ne vostri reali


domini di l dal Faro, a rannodamento e

continuazione delle istituzioni parlamentari


che ivi altra volta erano state in vigore, vi
fosse un separato Parlamento, composto di
due Camere, e coi medesimi identici pote
ri , stabiliti nella Costituzione per quello
de' vostri reali domini di qua dal Faro, af
finch vegliar potesse pi direttamente a tut

te le parti dell'Amministrazione interna; che


vi fosse altres un separato Ministero ed un

260

distinto Consiglio di Stato, composto tutto


di cittadini siciliani; e che a cittadini sici
liani sarebbero esclusivamente conferiti gli

impieghi civili, i benefici ecclesiastici ed i


gradi di regia elezione della Guardia Nazio
male che vi si sarebbe immediatamente or

ganizzata; che all'incarico di Luogotenente

V. M. non avrebbe delegato, che o un Prin


cipe della Real Famiglia, o un cittadino si
ciliano, bench da prima ci fosse sembrata
odiosa ed inconveniente questa limitazione
della prerogativa reale nella scelta de' suoi

Rappresentanti; che secondo si era praticato


lo innanzi, gl'impieghi diplomatici e i

gradi nell'esercito di terra e nell'armata di


mare si sarebbero conferiti a cittadini sici

liani promiscuamente coi cittadini napoletani.


(

i" inevitabile

che intanto si ragionas

se, in qual modo si sarebbero decise le qui


stioni di comune interesse alle due parti del
regno, come son quelle che a cagion di
esempio si riferiscono alla Lista civile, alle
relazioni diplomatiche, al contingente del

l'esercito di terra e dell'armata di mare, ai


trattati di alleanza d'ogni specie, a quelli
di commercio e lor corrispondenti tariffe. Si
da prima, che delle Commessioni,
tratte dai due separati Parlamenti, e riunite

in un Parlamento misto in compendio, vi


avrebbero provveduto; ma forzando le pro
porzioni sotto il prestigio di pompose parole,

si volea che queste si componessero di un

261

ugual numero di Siciliani e di Napoletani:


al che fu risposto, non aver noi poteri per
darvi consenso, ignorando quel che avesse

F" giudicarne questa parte del regno per


organo della sua legal Rappresentanza, af
finch non restasse offeso il principio, di

plomaticamente riconosciuto, dell'unit del

reame. Fra gli altri spedienti fu scelto e sug


gerito quello di rimetter questa special qui
stione al giudizio degli stessi due separati
Parlamenti, i quali si sarebber posti di ac

cordo fra loro per trovar modo a risolverla:


e noi per amor di concordia non vi ci

"

onemmo, bench convinti che ci avre

e protratte, ma non risolute le gare, le

quali probabilmente si sarebber pi tardi ria


nimate con maggior violenza.

Rimaneva un'ultima quistione, ma la


pi vitale: scritto nella Costituzione che
al Re solo appartiene, come indispensabil
prerogativa, il comandar tutte le forze di
terra e di mare, e il disporne a suo giu
dizio per sostenere l'integrit del Reame con
tra ogni attentato di nemico esterno. Intanto
si vuole interdetto al Re di tener altro che

truppe siciliane in Sicilia; interdetto che

possa inviarvi mai truppe napoletane, le quali


con odioso ed improvvido consiglio vengon
cos assimilate ad ogni altra specie di stra
niera truppa. Noi vediamo in questa preten
zione un inconveniente di ben altro pi gra
ve genere, il quale disordina in sul suo na

262

scere quella general tendenza degli spiriti a


ricomporre in guisa le varie parti della gran
famiglia italiana, da prestarsi a vicenda fra
loro un possente, generoso ed amorevol so
stegno. Poich non potendo somministrar la
Sicilia se non un picciol contingente di for

za pubblica, proporzionato all'attual sua po


polazione di circa due milioni di abitanti,
nulla di pi facile ad un ambizioso nemico,
quanto invaderla, organizzarvisi, ed indi pro
romper sul vicino continente, e portar la
conflagrazione, non solo nel resto del rea
me, ma in tutta la nostra cara e bella Ita
lia, di cui la Sicilia, e sovra tutto Messina,

sostenuta da valido braccio e risguardata

l"

come integrale al continente, la


e natural cittadella; senza che il Re fosse li
bero di opporvi alcuna eficace resistenza,

pel preesistente divieto di mandare in quel


l'isola soccorso di truppe napoletane; o, in
altri termini, senza che possa mai attende

re al sublime incarico di mantener sempre


inviolata la integrit del territorio.
Sire, la nostra coscienza si solleva in
nanzi a questo concepimento ; n, aderendo
alla pretenzione, possiam noi lasciar gravi
tare sul nostro capo una s tremenda respon

sabilit. Essendoci d'altro canto impossibile


di escogitar nuovi mezzi a risolvere una qui
stione di tanta importanza, che pu grave
mente comprometter la pace, la sicurezza e

lo stato di legal progresso, in cui oggi si

263

trovano tutte le parti dell'Italia, noi le do


mandiamo in complesso la grazia di poter
ci ritirar tutti dalle cure dello Stato. Un al

tro Ministero potr suggerirle forse modi pi


acconci ad armonizzar fra loro interessi e de

sideri s diametralmente opposti, e gravis


simi d'inevitabili pericoli.
dunque la

Via

M. V. degnarsi di accordarci, con la giu


stizia e la benevolenza che le propria, la

dimissione che osiamo chiederle per quest'uni


co obbietto. Liberi cittadini, noi saremo sud
diti obbedienti e fedelissimi nel ritorno alla

nostra vita privata; e con l'intimo sentimento


di non aver nulla trascurato per adempie
re in s breve intervallo a tutti i nostri do

veri di sudditi e di cittadini, torremo a

gloria di andar sempre testimoniando quella


franca lealt, onde la M. V. si mostra sol

lecita consolidare nuovi ordini politici, che


ha ben voluto stabilire in questo reame.
Una s solenne dichiarazione venne tosto

presentata a S. M. la quale prendendo in


considerazione le gravi ragioni in essa spo
ste dal Ministero, divenuta ad accettarne

la dimissione gi inchiesta. Nulla per di


meno, perch il corso de'rilevanti affari dello
stato non venga in nulla guisa interrotto,

ha disposto il Sovrano che gli attuali Mini


stri seguisser ad occuparsene sino alla for
mazione del novello Ministero.

In questa, il sig. direttore del Ministero

dell'Interno Carlo Poerio ed il sig. Prefetto

264

di Polizia Giacomo Tofano han presentato


loro dimissione al Re, che, nel
'accettarla, ha voluto che l'uno e l'altro
continuasser nell'esercizio della lor carica,
sin a tanto che non verranno surrogati da
altri individui, nel disimpegno d'una cari
ca s dilicata e gelosa.

p" anche la

Ogni onesto e savio cittadino intanto fu


gravemente colpito, all'annunzio della ge
neral dimissione del Ministero, comunque la

dichiarazione che accompagnava quell'atto


fosse stato s dignitoso ed italiano ad un tem
o. Se al paese non si fosse fatto un pro
ondo mistero della condizion vera delle cose,

i buoni e gli addottrinati, avrebber fatto


plauso; frenati sarebbersi gl'impazienti e in
discreti ; i volubili e i tristi, sconsigliata
mente corrivi a cittadina discordia, elevata
non avrebbero la voce del tumulto e della

vulgar sedizione. Gli onesti e dabbene avean


pur troppo ed hanno gran fede tuttavia nel
sincerissimo spirito che informava quel Mi

nistero a comun nostro vantaggio. Solo per


dar calma alla pubblica opinione, lo spro
navan talvolta a rompere un s profondo si
lenzio; e pi d'uno, in effetto, del partito
stesso de MoDERATI un la sua voce a quella
de veri amici del bene, biasimando sempre

le grida intemperanti, gl'indecorosi clamo


ri, le dimostrazioni allarmanti e tumultuose.

Vedendo adunque i veri promotori del pub


blico bene il gabinetto quasi in atto di ab
-

265

bandonare il timone dello Stato; osservando

che quello spirito di libert e di saggezza o


rallentavasi, o si andava dell'intutto spe
gnendo; esponendo tutti un convincimento
libero e franco, non videro in quella riso
luzione che una grave sventura. Non mezza

namente intendeasi allora che le fatali qui


stioni insorte eran di difficile e malagevol
soluzione; non ignoravasi pur anche fra quali
angustie avea dovuto penare l'assai trava
gliato Ministero; ma era ognuno convinto,
od almeno appariva di esserlo, che largheg

giando sovra tutti i desideri di quei nostri


siciliani fratelli, e lasciando poscia alla rap
presentanza nazionale la definitiva soluzione

d'ogni problema, si sarebbe a un pari sal


vata la responsabilit e la causa comune, ed

evitata la continuazione della guerra fraterna.


E dovea veramente ogni coscienziosa ri
pugnanza ceder il posto all'amor caldo di
Patria, al sacro ed imperscrittibil diritto del

l'Italiana famiglia, il cui trionfo non era e non


sar mai sempre riposto che nella concordia
ed unione del collettivi suoi membri. Lo spi
rito animatore del Ministero era suprema gua

rentigia e validissimo scudo pel nostro pae


se. Molto sperammo da lui, e molto ci die
de col fatto, saggiamente dettando la Costi
tuzione e la Legge elettorale, ond'ssi dian
zi fatto cenno.

"i

i;

molto attendeasi d'avvan

quando ei si celava nella modestia

della vita privata; e chiedeva dimissione e


23

266

ritiro, mentre il paese trovavasi ancora in


preda ad angosciose incertezze inseparabili
sempre da un subitano risorgimento; mentre
i provvedimenti su la Guardia Nazionale eran
ansiosamente proclamati ed attesi; mentre
l'esercito avea mestieri di chi ne ritempras
se l'ardimento e ne ravvivasse la fermez

za; mentre ondeggiavan le province tra mille


dubbiezze ed invocavan uomini di valore e

di fede che, pari a gi eletti, sapesser reg


gerle ed ordinarle ; mentre l'Italia tutta, da
ultimo, palpitava al soffio benefico della no
vella vita costituzionale, e facea voli che i

Principi fermassero in pi solenne e nobil


guisa l'alleanza morale del popoli!
Infra tanti bisogni e tante speranze ondeg
giando incerta la cara patria nostra, non
pur sublime ma sacra risguardar doveasi la
missione del primo Ministero Costituzionale.
Se i pochi che nulla intendono, perch gua
sti e corrotti di cuore e di mente, mormo

ravan cagnescamente, fremendo d'ira e di


spetto; i molti, per lo avverso, assai ad
dottrinati nelle politiche cose, eran con lui
e per lui, perch nel suo spirito assai chia
re scorgeano le emanazioni della libert e

dell'attaccamento alla patria, la memoria sa


cra del giorno del riscatto e della comune
esultanza.

E pi d'una voce udivasi intanto, pi


d'una lamentanza cittadina che accagionava
d'inopportuna e precipitata quella dimissio

267

ne del Ministero. Ed ei s'invola al glorio

so arringo, si andava da pertutto gridando;


lascia al meglio la bella impresa della salute

d'un popolo, il gran mandato avuto dal se


colo e dalla nazione; ei rinunzia formalmente

alla pi splendida delle palme, alla palma

cittadina ed italiana! Diciamolo pur fran


camente: la dimissione del Ministero fu gra
ve sventura per noi. Chi mai dei cittadini
avrebbe osato condannare le sue intenzioni?
E fosse pur ci avvenuto! La Nazione l'avreb
be pur troppo sostenuto e difeso ; avreb
be li sua propria la causa di Ministri s
savi ed illuminati. Ci ha forse al mondo un

suffragio che sorpassi in efficacia ed in ec


cellenza quello d'un'intera Nazione in com
plesso?
E mentre, in effetto, non vi era chi vo
-

lesse accettare il novello incarico, dopo la di


chiarazione di coloro ch'eransi dimessi; men

tre provavasi ripugnanza somma d'assumer


la responsabilit ch'altri deponea, e d'in
tender alla direzione d'una nave ch'erasi da

costoro abbandonata; mentre convenasi che

nelle presenti circostanze un novello Mini


stero fosse impossibile, ovvero aveasi fede
che, scorte pi da vicino le cose, desistes
se tosto da s magnanima e nobile impresa;
il pi bel fior de'cittadini non iscuoravasi
l" ; si andavan anzi inanimendo l'un
'altro, e mutuamente esortavansi a darsi

conforto, a non uscir di speranza. Inchiese

268

quindi la pubblica opinione che coloro cui


ella f plauso tenessersi fermi e costanti nel
campo; e l'ottennero, provvisoriamente al

meno. Ora possiam dire di sostenere in qual


che guisa, e con pi felice successo, i no
stri diritti, i diritti sacri ed inviolabili della
libert, della patria, della sicurezza cittadi
na. Protegger l'Eterno la LIBERTA' e la PA
TRIA, la CostituzioNE e l'ITALIA.

Grave ed interessante questione agitavasi


intanto nel seno della Francia, e propria
mente nelle due Camere di Parigi, in ordi
ne alla sacra causa italiana. Due Deputati
di gran valore, e rispettabili entrambi pel
talento eminentemente politico, contrasta

vansi a quei tempi la palma, il sig. Guizot


ed il sig. Lamartine, sostenendo il primo
il partito del dispotismo e dell'oppressione,
della tirannide e dell'assolutismo; peroran
do il secondo a favor dell'indipendenza e
del risorgimento d'Italia, dell'inviolabilit
dei trattati e del moderato liberalismo.

E mentre Guizot fulminava con la parola


i radicali in Italia; sosteneva Lamartine i

diritti di essa e di Pio Nono, affermando


altamente che, per la conoscenza personale
che una coabitazione di dodici anni gli avea
dato, per la cognizione che avea del carat
tere, del genio, del liberalismo italiano,

la parola radicalismo aver non potea signi


ficato veruno nel nostro italo idioma; ch'era

un'ingiuria formale, non pure capita al di

269

qua delle Alpi; che il movimento liberale


non era mica l'effetto d'un sentimento per
turbatore e radicale, agitatore e rivoluziona

rio, come voleasi far credere al mondo po


litico dal sig. Guizot, affine d'autorizzare

la sua connivenza o la sua inerzia fatale;


un movimento s bene dello spirito umano
e dell'indipendenza del popoli, movimento
che cova da parecchi secoli nel cuor del
l'Italia, che dal tempo della rivoluzione
francese stato via pi accelerato e pro
mosso, e che ha sollevato tre volte, ma

sempre ne limiti della fedeltade a principi,


i paesi ne quali scoppiava la volont delle
istituzioni liberali. E convalidava intanto il
valente e tribunizio oratore la sua asserzio

ne col rapportare i venerandi nomi di tutti

i capi del movimento, i primi del clero o


della sua aristocrazia, i promotori gloriosi
ed immortali della rigenerazione intellettuale

morale e politica dell'Italia intera.

Citava egli sovra tutti il primo predicato


re italiano, il famigerato P. Ventura, il

capo dell'Ordine del Teatini, l'amico predi


letto di Pio Nono, e risguardar facealo come
il propagator moderato, ma coraggioso e
fermo, del liberalismo in Italia e dell'indi
pendenza del popoli, non per via di moti ri
voluzionari che oltrepassasser i confini dell'o
nesto e dell'utile, ma d'istituzioni ragionevoli
e gravi, che lo stesso Pio Nono adattava

a suoi principi di riforma, e innanzi all'ese

270

cuzione delle quali gli era stato mestieri rin


cular disperatamente e con sommo dolore.
Sconfortato il Papa, indirizza Lamartine

per punta il suo parlare al caldo difensore


dell'assolutismo, dal tenore del vostri dispac
ci, dalle frequenti conversazioni avute col
vostro abile ambasciatore a Roma, si dires

se, in uno dei suoi colloqui, al suo confidente


ed amico il P. Ventura, dicendogli: Eb
bene! vedete voi a qual misero stato ed a
quai tristissimi tempi siam noi ridotti li no
stri pensieri abortiscono, i nostri principi

vengon contrastati e abbattuti l La Francia


ci abbandona ; noi siam obbligati ad esita
re o a rinculare. E l'amico della verit
e del moderato liberalismo a lui : E vero ;
ma consolatevi e sperate: voi avete un mi
liore e pi saldo sostegno che non mica
il gabinetto francese; avete con voi il Mo
DERATORE su PREMo dell'Universo, il genio dei

popoli, l'indipendenza della vostra cara pa


tria .

Una confidenza siffatta ha tutto il caratte

re officiale d'una nota diplomatica, presenta


almeno un carattere di convinzione e di fede

profonda, suscettibile pur troppo di com


muovere e di persuadere. N punto dissimile
la convinzione e la fede di parecchi prin
cipi italiani favorevolmente disposti ad accor

dare a loro popoli, non solo migliori reggi


menti amministrativi e civili, ma tutte le

guarentigie altres di perpetuit d'un reggi

271

mento siffatto. Son tali eziandio i sentimenti

del Diplomatico della Corte di Roma, che


onoran a un tempo il principe e il suddi
to fedele nell'uomo veramente liberale, ma

che non disgiungon questo liberalismo dal


pensiero conservatore che gli fitto radical

mente nell'anima, quello, cio, di far adot


tare le novelle idee dall'antico potere, e non
solo farle adottare, ma tutelare peranco:
questo precisamente ci che politica mo
derata si appella, ovvero politica costituzio
male e libera.

Ed ecco intanto il brano d'una lettera,

che un Rappresentante della Francia in To


scana indirizzava al sig. Lamartine, e che

questi pronunziava ad alta voce dalla Tribu


na: Non potremmo mai lodarci abbastan
za del granduca di Toscana; non mai prin
cipe alcuno fu di s gran buona fede, e nello
spirito, e nel sacro interesse della patria.
Qui non trattasi, come si crede, d'una ri
voluzione fattizia fomentata da una sola classe
in Italia; tutto il paese, credetemi, senza
eccezione, tutto il popolo ne fa parte. Sa
pur troppo che in tutta la mia vita non

"

o predicato che la moderazione; ma que


sta volta nondimeno fa di mestieri che tutta

la Francia parli delle sue simpatie per noi,


poich il momento decisivo ed imperioso
oltre modo.

Ecco il linguaggio istintivo della verit,

ed ecco i sentimenti legali di quei pretesi

272

nuvoLUZIONARi, di quei supposti RADcALI,


come eran addimandati dal partito assoluti
sta, di cui voleasi far mettere paura all'Eu

ropa, all'Italia, alla nostra nazione pur an


che: non eran costoro, e non sono tuttavia
che uomini devoti agl'interessi della nostra
comun patria, i primi proprietari e capi del
l'italiana famiglia, uomini investiti delle di

gnit pubbliche nelle certi o ne consigli dei


principi, ch'ei spingon alla testa del gran
movimento rigeneratore.
Ecco gli uomini che venian appellati ra
-

dicali! Il conte Borromeo infra questi, dopo


aver coscienziosamente reclamato contro l'inu
mano e barbaro macello delle vie di Milano

e di Pavia, quell'esimio ed illustre perso

maggio, gran dignitario del Regno Lombar


doveneto, si toglie le sue decorazioni, e ri

sponde al governatore che gl'inchiede per


n si spoglia delle sue insegne: Sig. go
vernatore, il mio toson d'oro troppo tinto
del sangue del compatrioti ; e per portarlo
non posso d'avvantaggio. Se le cose conti

nuano a questo modo, vi domando per me


e per la mia famiglia intera la nostra le
gale emigrazione dagli stati austriaci. 2
Il conte Borromeo intanto l'ultimo dei

nipoti di S. Carlo Borromeo, e possiede mez


zo milione di lire di rendita intorno a Mila
no. Ecco quali erano i radicali ed i rivol

tosi del sig. Guizot, del mal intenzionato


ministro degli affari stranieri! Uomini son

273

questi dignitosamente fedeli alla nostra cara


patria, i primi dignitari del loro paese, che
sanno esser pure i caldi difensori degl'inte
ressi del loro principi e dei loro diletti con
cittadini.

Non cessava intanto quel sommo oratore


di sempre pi dimostrare la permanenza d'un
sacro diritto alla causa della nazionalit ita

liana; di provare, che il diritto della nazio


malit non perisce in un popolo che con l'ul
timo cuore; che quando quest'ultimo cuore
in cui palpita la nazionalit avr cessato di
battere, allora soltanto annientar potrassi la
santa ed ingenita idea d'un s radicale di
ritto; che solamente allora le nazionalit ca
der potranno in polvere, ed incorporarsene
i frammenti in nazionalit novelle e pi vive
e pi forti.

"

di taluni sintomi non per di meno,


a cui la coscienza del genere umano s'accor
ge pur truppo se una nazionalit realmente
spenta, se non batte pi il polso, se i mem
-

bri son freddi, se pi non havvi palpitazio


ne n aspirazione nel petto d'un popolo, se

nel seppellirlo non si corre pericolo di sot


terrar anco con lui la vita e la nazionalit

d'una grande stirpe. ll suolo integralmente


occupato da un'intera stirpe, e che non ha
prestato che una frazione soltanto del suo
territorio al piede dei suoi oppressori iniqui
od ingiusti invasori; la stirpe che non stata
punto alterata mescolandosi con le razze usur

274

patrici della conquista, e ch'ssi conservata


pura ed intatta nella sua forza e nel valor
suo, nella sua candidezza e vigoria; la lin

gua finalmente, l'espressione fedele del pen


siero, l'immagine espressiva dell'unanimit,
d'intelligenza nel popoli, la lingua ch' una
specie d'affinit o di parentela fra gli spiriti
umani, non mai interrotta o variata infra i
vari membri della nazionale famiglia, dis
seminata e sparsa sul medesimo suolo; quan

do tutti questi sintomi esiston realmente in


Italia, prestar mica non deesi veruna cre
denza alla diplomazia ed alla falsa politica,
ai protocolli ed all'assurdo pensiero degli op

pressori crudeli. E solo bastevole, in effetto, aver occhio


intelligente e penetrante, aver cuore simpa
tico e generoso, aver avvicinato e studiato
gli spiriti italiani, per sentir la vita sotto la
morte apparente, per sentir quell'eterna pro
testa di nazionalit ch' l'ultima arma d'un

popolo, e che sopravvive peranco allorch


si trova oppresso ed inerme, come l'arma
di Dio e della natura che a niun de mor

tali dato d'infrangere nelle sue mani.

Ed in niun luogo della terra una s alta pro


testa cos chiara ed evidente come in Italia;
in niuna parte ha ella diritti pi sacri alla

simpatia del popoli forti; non havvi stirpe


umana che abbia dato al suolo che abita ,

una consacrazione pi sublime di quella che


l'italiana famiglia ha data, nel corso di tanti

275

secoli di gloria e di eroismo, di libert e


di virt, a questo punto geografico del no

stro globo. E quel diplomatico francese non


dimeno che avea da s lungo tempo tenuto
infra le mani il peso dell'equilibrio del mon
do, che avea dovuto riflettere s profonda,
mente sull'influenza di 26 milioni di uomi

ni stabiliti a questa estremit dell'Europa,


senza alcuna possibilit di conflitto con la
Francia, con tutte le realit di simpatia o

d'affinit mutua con quella nazione, non


mai pensar seppe al destino fatale che fab
bricava al suo paese, alla possanza che ve

niva a negargli respingendo nell'oppressione


e nello sconforto, nell'obbobrio e nella morte

l'itala schiatta, la cui simpatia valeva alla

Francia quanto gli eserciti ed i trattati: pe


rocch se i trattati non son garantiti e se

gnati che dalla mano degli uomini, le mu


tue simpatie tra popoli fatti per amarsi e

proteggersi, per sostenersi a vicenda ed aspi


rar insieme all'incivilimento, alla libert,
all'indipendenza, non son mica trattati d'un

giorno, e sottoscritti poscia da diplomatici

i"

guasti e corrotti ; sono trattati s bene


parati dal provvidenziale intervento dell'Eter
no, altamente contrassegnati dalla stessa na

tura, ed aventi per seguenza la lunga du


rata de secoli: e per quando siffatte nazio
nalit vengono a risorger nel mondo, offron
allo sguardo di chiunque, non gi quelle

miserabili eventualit di turbolenze che fin

276

gean soltanto vedere i politici falsi e bugiar


di , ma quelle eventualit di forza e di co

raggio, di possanza e di sostegno, che ha


spiegato a questi tempi l'Italia contra la nor
dica invasione che minaccia strage e ro
vina.

Il sig. Guizot intanto, lasciando da ban


da ogni quistione puramente politica, ad
esaminar fassi l'interesse della politica reli
iosa, facendo distinzione tra questa e la

eligione, e sostenendo che la "a

InOn

ha religione di stato propriamente detta. Ei


stabilisce quindi qual debba essere l'interesse

della politica religiosa della Francia in Ita


lia, cio la riconciliazione della Chiesa Cat

tolica con le idee moderne. Questo altissimo

scopo stato felicemente raggiunto merc


gli sforzi generosi e magnanimi dell'immor
tale Pio Nomo, che ha consecrato con la sua

condotta quel ch'era conforme alla giustizia


ed alla convenienza de tempi, alla morale
ed al bene della Cattolica Fede.

Ecco il pi grande atto sociale e religioso


dell'epoca presente. Ma a quali condizio
ni pretendea l'infinto oratore e diplomatico
francese, che riuscir dovesse il Pontefice

nella sublime impresa s felicemente tentata


e promossa? A condizione che non gli si
domandi ci ch'ei non pu, e non dee fare

come Papa. Voi potete inchieder al papato,


diceva egli, di riconciliarsi con le idee mo
derne; ma non potete pretender da lui di

277

sacrificar s medesimo; che anzi, pel meglio


dell' opra stessa che sta di presente com
convien ch'ei conservi tutta quanta

i".

a sua grandezza, tutto intero il suo pre


stigio.
Or bene, proseguiva costui; il Santo Pa
dre oggi sottoposto all'azione di due forze
-

esterne. Vuol farsi di lui un cieco strumento

di guerra e di espellimento contro l'Austria;


ed in pari tempo pretendesi ch'egli, nel
progettato riordinamento delle societ italia
ne, divenga lo strumento radicale di novelli
statuti, che non convengon menomamente
all'italiana famiglia; cercasi in somma da
lui che provochi un ordinamento quasi re

pubblicano di tutti gli Stati della peni


sola.

In questa, venendo interrotto, e fattogli


sentire apertamente, che null'altra cosa si
domandava in Italia che una Costituzione,

ei tosto soggiugne, che havvi veramente un


tal grado di confusione in certe idee ed in

taluni termini, ch' impossibil cosa l'ap


portarvi distinzione veruna. Pi non trattasi

oggid, proseguiva costui, di MoDERATE co


STITUZIONI ; scorrer prima il periodo di tren

t'anni, e parlerassene poscia; pel momento


assurdo il farne motto peranco. Si preten
de intanto dal Papa ci ch' impossibile a
conseguirsi; ei non pu n dee voler altro che

, la causa della pubblica pace, delle riforme

pacifiche. Il capo del ministero apostolico,


24

278

che da tanti secoli rappresenta nel mondo


le idee di conservazione e di pace, di or
dine e di perpetuit, non pu mica diven
tar lo strumento delle idee di disordine e

di perturbamento sociale, di sovvertimento


e di anarchia.

Ecco ci che il tribunizio oratore appella


re sforzavasi la PoLITICA RELIGIosA della Fran

cia e dell'Italia. E mentr ei raddoppiava di


sforzi per sostenere l'assurdit del suoi prin
cipi, del suo meschinissimo assunto; il suo
artito contrario protestava fermamente per
degli Stati Italiani, raccoman

f"

dando a un pari la moderazione o la poli


tica del MEzzo PROPORZIONALE E GIUSTo; poi
ch sol ella, in effetto, ha cooperato a pre

parare la soluzione della quistione italica,


senza punto turbar l'ordine e la tranquillit
pubblica, senza offender la libertade e i di
ritti del cittadini, senza minacciar la pace
e la sicurezza interna od esterna degli stati.
E per, mentre la Francia liberale vol
geva un pensiero d'affinit, un sentimento
ammirabile di simpatia verso il nostro bel
paese, il sig. Lamartine ne difendeva in
stancabilmente la causa, e non solo con

uno splendido linguaggio, ma con un sen


so profondo ed eminentemente politico, con
una convinzion piena e giustissima, con una
gran moderazione e sotto l'influenza d'un 'i
spirazion generosa. Abbiam quindi ragione

d'applaudir tanto pi altamente alle sue pa

279

role, in quanto che ci sembra rispondere


a veri sentimenti della nostra comun patria,
ai nostri pi grandi interessi, alle nostre
tendenze pi nobili e giuste.
Nulla per di meno non rifiniva punto

l'oscurantista diplomatico d'inculcar alla no


stra Italia il rispetto assoluto allo stato attuale

di cose, assurdamente sostenendo esser que


sta la vera politica conservatrice d'ogni or
dine sociale. Da per tutto ei subordinava i

consigli di miglioramenti e di riforme, in


ordine ai principi italiani, alla convenienza
ed alla buona volont dell'Austria. Il bene

placito del sig. di Metternich, agli occhi di


quel ministro degli affari stranieri, era la
misura dell'indipendenza e della libert cui
poteva aspirare l'Italia. E per, assicura
to anticipatamente della tolleranza austriaca

per alcuni miglioramenti puramente ammi


nistrativi, il cui effetto poteva esser quello

di assopir novellamente l'Italia e dissipar i


suoi sogni DI LIBERTA' PoLITICA, appellava il
sig. Guizot rivoltosi gli uomini pi eminenti
della nostra cara patria, che ardentemente
agognavano al governo costituzionale; rad
di sforzi per combatterli, e, d'ac

i"

cordo con l'aulico suo

protettore e maestro,

comprimer osava a tutt'uomo lo slancio ge


neroso degl'Italiani verso un migliore av
Venlre.

Pi egli intanto si affaticava con la sua

aggiratrice politica la sommetter l'Italia al

280

terrore tedesco, e pi questa classica terra

di prodi aspirava all'indipendenza; pi si


sforzava di stringer i ceppi ai popoli italia
ni, e pi questi cercavano di far un passo
al di l delle catene stese loro d'intorno nel

1815 dalla saNTA ALLEANZA ; pi egli dichia

rava che i trattati di quell'epoca, pur trop


po famosa nelle nostre istorie, eran la vera
garentigia del liberalismo in Europa, e pi
gli si dimostrava per lo avverso che ascon
deasi una solenne menzogna nelle parole,
una perfidia e un tradimento negli atti.
Mentre difendea Lamartine valorosamente

la sacra causa italiana, e vantava Guizot


con entusiasmo la dominazione del modera

tori superbi della Lombardia; mentre venian


gli da ogni parte opposte le scene atroci e
crudeli ia Milano, ed ei faceva le
viste di non volerne intendere pur nulla ;
mentre nel calore dell'arringo e nella foga
della tribunizia eloquenza, difendea l'uno

i diritti dell'umanit oppressa e languente,


e conculcavali l'altro con uno sfoggio ora
torio, con un lusso di parole ampollose,

con false teoriche di moderata politica, e


pi, con un'audacia s smodata e s traco
tante da incitar gli animi a ribellione e tu
multo, ad indignazione e ad ira fremente;
un inconcepibil fermento regnava in Parigi,
un ammutinamento irrefrenabile ed univer

sale, che propagavasi in tutti i punti, e che


parea furiero tristissimo d'imminente esplo

281

sione politica, d'una pronta e subitana ri


voluzione.

Non si parlava, in effetto, da pertutto


che d'un BANCHETTo da tenersi in ordine alla

Riforma Elettorale e Parlamentaria, affine

di far protesta solenne contro un governo


vigliacco ed anti-costituzionale che da lungo

tempo insultava il paese e le libert conqui


state. Pi d'uno del nostri campioni italiani,

col residenti, eran invitati a far parte della

solennit riparatrice de concedenti diritti na


zionali; pi d'uno del nostri prodi rigenera

tori veniva appellato all'altissimo onore di


rappresentare l'Italia, la nobile iniziatrice
di energiche e pacifiche manifestazioni della
pubblica opinione.

Il governo intanto non protestava che con

la violenza e con la forza; annunciavasi nella


stessa guisa la polizia con un proclama in

diritto agli abitanti della Capitale; da tutte


le strade di ferro, per ordinanza del re,
piombavan a Parigi novelle truppe; gi ot
tanta mila uomini della forza brutale eran

apparecchiati alla carneficina e alla strage


del pacifici cittadini; il ministero sanguinario
e cieco non minacciava che fiero dispotismo
ed effusione di sangue; stabilivano i membri
dell'opposizione di porre i ministri in istato
d'accusa; ammutinavasi il popolo e partia

si qua e l in attruppamenti ed in crocchi;


da per tutto minaccioso silenzio; le fabbri

che e le botteghe generalmente chiuse; gli

282

oporai adirati e frementi ; le truppe ed i


municipali a cavallo caracollanti ovunque ,
molte vie abbarrate o precluse e gli aiutanti

di campi portatori d'infausti annunzi e tra


versanti a fatica la spessa onda del popolo
stivatamente adunato; grida furenti udiansi
r ogni dove di Viva la patria / Viva

la libert / Abbasso l'infame governo le


coscienze eran tutte in bilico, sospesi e dub
bi i pensieri, fluttuanti ed incerte le menti;
grande e ferale l'apparato delle baionette,

che non ispaventava punto il popolo corag


gioso ed intrepido di Parigi; la preoccupa
zione del morire non comprendeva n attri
stava l'anima d'alcuno; il grave problema

era gi sul punto di sciogliersi ; pendea


finalmente la vittoria pel lato degli uomini
liberi, poich'era l'Eterno con loro.
Tutto a un tratto uno stuolo immenso di

truppa di linea e di Cavalleria sbuc da tutti


i canti ed occup peculiarmente i dintorni
della Camera del Deputati; tentossi forzarne
i Cancelli dalla parte del popolo, e ne ven

ne respinto col cader di poche vittime; per


tutte le strade udasi forte il grido di: Al
l'armi / Viva la Riforma l Abbasso Gui
zot / Tutto era ingombro d'artiglieria e di
artiglieri co cannoni appostati; le vicinanze
della Camera dei Deputati scrupolosamente
custodite; l'agitazione assumeva un caratte
re terribile ne dintorni del Palazzo Borbo

ne, ove i cittadini venan maltrattati dalla

283

baldanzosa militar forza; s'invase dal popolo


libero la bottega dell'armaiuolo del re, e
ne venner tratte fuori le armi; si fecer molte
cariche sui liberali, e venner segute da po
derosa reazione; la Guardia Nazionale chia
mata dal Governo recossi sotto le armi in

piccioli drappelli; impegnossi un combatti


mento tra la truppa ed il popolo; molte

morti e gravi ferite dall'un canto e dall'al


tro; un vessillo rosso venne inalberato dal

popolo; parecchie altre barricate incomin


ciaronsi e furon demolite a vicenda; prepar
rativi molti e ratti dal lato degl'insorti; in

terminabili fucilate da ambe le parti, e for


zata a rinculare la guardia municipale a ca
vallo, che inferocita conduceasi con estre
ma barbarie e con brutalit troppa.
Notevole e singolar avvenimento ! Nel
l'istante che una compagnia di guardia mu
nicipale era per iscagliarsi sul popolo, la
Guardia Nazionale imped valorosamente che
si facesse a sgozzare quei liberi cittadini;

i" ufficiali de'dragoni le intimarono di sgom


rare il passo, e rifiutossi dirigendosi verso
il baluardo ; cinquanta mila uomini della

i"
e di contorni piegaron provvi
enzialmente dalla parte del liberali; poche
truppe restaron per agire, e parecchi reg
i" eran gi stanchi ed abbattuti; il
Xonsiglio del Ministri e molti altri dignitari
eran in permanenza presso il re; forti pat
tuglie percorrenti i quartieri della citt, ve

284

nan accolte con le grida di viva la linea 1


viva i cacciatori / viva i dragoni / viva i
corazzieri / viva la riforma / gi Guizot,

gi il Ministero, alle quali parea che i sol


dati non restasser freddi ed insensati.

In questa, venne assicurata la Guardia


Nazionale, che il Ministero avea gi depo
sta la sua dimissione nelle mani del re. Il

movimento sembr allora prender un carat


tere significantissimo per l'attitudine di tutta
la

p" la quale cantava inni patriot

tici. Da pertutto l'esercito affratellavasi col


popolo, e pareva animato dalle medesime
disposizioni. La Guardia Nazionale e le de
putazioni delle legioni, accompagnate da
molti notevoli cittadini, da parecchi alunni

della scuola politennica e da gran folla di


, con un grido di unione sclamavan

i"
orte: VivA LA RIFORMA 1 GIU' GUIzoT.

Propone il re di formarsi un novello Mi


nistero, a condizione che l'attuale continuas

se a mantener l'ordine ed a far rispettare


le leggi. Il palazzo del sig. Guizot vien cir
condato repente di birri e di soldati. Un
gran numero di pari intanto ed il Presidente,
radunati nella Camera, ricevon annunzio

che la duchessa d'Orlans, reggente, ed il


re stanno per recarvisi immantinente. Le tri
bune sono inondate da spettatori e da guar
die nazionali. All'ora di mezzod, in effetto,

2 febbraio, il re part dalle Tuileries la


sciando fra le mani della duchessa d'Orlans

285

l'atto fatale della sua abdicazione in favore

del suo nipote. Procedeva a piedi la duches


sa col Conte di Parigi e il duca di Chartres

suo secondogenito, scortati da uffiziali d'or


dinanza, da semplici guardie nazionali e da

deputati dell'opposizione. Entrata nella sala,


si assise sopra un gran seggiolone prepara
tovi attesamente a piedi della tribuna. An
nunziossi alla Camera che il re Luigi Filip
po aveva abdicato, e che legava il suo po
tere al Conte di Parigi suo nipote, ed alla

duchessa d'Orlans, madre di questo, in


qualit di reggente. Grandi acclamazioni di

viva Luigi Filippo II, viva la reggente /


Grida diverse da un altro lato: troppo
tardi, questa una vera commedia. Si
chiede intanto lo stabilimento d'un Governo

i"

ma in questo momento, alcuni


iberali a piantar fansi i loro vessilli trico
lori su la tribuna. Tutto l'emiciclo s'empie

repente di uomini in camiciotto armati di


spade, di pistole, di fucili e d'ogni altra

generazione d'armi. Entra il popolo nelle


Tuilleries, e vien devastato il palazzo. Sal

vani a prodigio Luigi Filippo e la sua

fa

miglia. Pi non si parla d'alcuna forma di


governo. Allontanasi il re dalla citt, e si

rifugia nel forte di Vincennes. Il popolo ar


mato lo insegue e, circondando quel forte,
tenta di entrarvi. Il Duca di Monpensier fa
intimare di sgombrarsi, e cerca di far ese

guire alcune scariche a mitraglia. Quest'atto

286
e

aumenta via pi la rabbia del popolo. Ricu


san le truppe di far resistenza e lascian sa
lire la moltitudine su le mura e sfondare le

porte. Dassi alla fuga il Duca adirato ; ri


mane come prigioniero Luigi Filippo ; e ven
gon tradotti in giudizio i gi decaduti Mi
nistri.

La notte del 2 fu quasi decisivo ed assai


sanguinoso il combattimento. Non corris
ser le truppe all'aspettazione del Governo.
l legittimisti fecer causa comune co repub
blicani. S'inchiese che venisser inserite nel

processo verbale le acclamazioni che avean


accolto ed accompagnato il Conte di Parigi
e la Reggente. Su la domanda di Lamartine,
annunzi il Presidente esser sospesa la se
duta finch non fossersi ritirati la duchessa
d'Orlans ed il novello re. Venne immanti

nente avvertita a sgombrar via di quel luo


go. La Principessa rifiutossi e rimase ferma
al suo posto. Crescea sempre pi il rumore,
ed il Presidente intanto sollecit forte le per
sone, estranee alla Camera, ad uscirne to
Stamente.

In questo, la Duchessa, preceduta dal


Duca di Nemours e seguita da suoi figliuoli,
via si dilegua. Dei Deputati, chi prorompe
in grida d'acclamazioni, chi resta impassi
bile e freddo. Il numero delle guardie na

zionali e del cittadini valorosi ognora pi au


menta e s'ingrossa. Proponsi novellamente

un governo provvisorio, in mezzo agli ap

287

plausi delle tribune, ed una convocazione

od assemblea nazionale. Un grosso numero


intanto di persone armate, di guardie na
zionali e di studenti, entrando con varie
bandiere nella sala, gridan ad alta voce:
Abbasso il re. La Duchessa d'Orleans

ed i Principi abbasso. E poco dopo an


cora: VivA LA REPUBBLICA ! Dumoulin, Co
mandante del Palazzo di Citt nel 183o,
spiegando dalla tribuna un vessillo tricolore,
tamente grida: Il popolo ha omai ricon
la sua indipendenza e la sua li

gi

ert, il trono gi infranto, noi siam


tutti liberi, tutti redenti.

Da tutte le parti intanto non si udiva che

il grido di - Viva la Repubblica l Viva la


Repubblica / Riforme da per tutto; gover
no provvisorio; amnistia generale; i mini
stri arrestati e posti in istato d'accusa; dis
soluzione immediata delle Camere; convoca
zione delle primarie assemblee; libert di

parola, di stampa, di petizione, di asso


ciazione, di elezione ; elettorale riforma;
non pi nomina reale n aristocrazia ere

ditaria; assicurazione di lavoro al popolo;


unione ed associazione fraterna tra i capi
dell'industria ed i lavoranti ; eguaglianza di
diritti per mezzo dell'educazione generale;
libert assoluta di culto e di coscienza; pro
tezione di tutti i deboli, donne e fanciulli;
ace e santa alleanza fra i popoli tutti; abo

li

della guerra, dove il popolo serve

288

di carne al cannone; indipendenza per tutte


le nazionalit; la Francia guardiana de'di

ritti dei popoli deboli; l'ordine fondato su


la LIBERTA', su l'INDIPENDENZA e su la FRA
TERNITA' UNIVERSALE ; assoluta libert a tutti

i detenuti politici; partenza di Luigi Filip


po e di tutti i membri della sua famiglia
per Londra; evasione di Guizot da Parigi,
e suo asilo nella Capitale dell'Inghilterra:

son questi tutti i principali avvenimenti che


ebber luogo a Parigi nel breve giro di po
chi giorni; questi i rapidi e subitani can
giamenti del Governo attuale, ch' il go
verno repubblicano, il governo provvisorio

del popolo sovrano di Parigi. . .


La proclamazione della Repubblica venne
accolta in Francia col generale entusiasmo;
l'ordine pubblico fu perfettamente conser
vato. Tutti attualmente stringonsi attorno al
novello Governo e trasfondongli maggior vi

goria, affinch possa pi solidamente orga


narsi ed assumere attitudin forte e dignitosa,

a segno che tutti gli elementi di disordine,


che potrebber eccitare inopportuni timori,
restan pienamente annullati. Quanto vivo
l'entusiasmo pel nuovo regime di cose,
tanto sentito universalmente il bisogno del

l'ORDINE. Le persone che compongono il go


verno provvisorio, essendo di provata e ben
conta probit, di sperimentata energia e di
non equivoci
ispirano pur troppo
una generale fiducia; e per maturate di tal

i"

289

possanza da menare a buon fine la grande


impresa ch' loro affidata.
-

Assai ben degna di considerazione intanto

parmi la Circolare, indiritta agli agenti di


lomatici della Repubblica francese dal sig.

amartine, membro del Governo provviso


rio e ministro degli Affari stranieri:
Voi conoscete gli avvenimenti di Pari
i, la vittoria del popolo, il suo eroismo,
a moderazion sua, la sua perfetta calma,

l'ordine stabilito dall'energico soccorso di


tutti i cittadini, come se, in questo inter
regno di poteri visibili, la ragion generale
fosse per s sola il pi prosperevol Governo,
di tutta la Francia.

La Rivoluzione francese oramai per


venuta al suo definitivo periodo. La Francia
Repubblica; la Repubblica francese non

ha mica bisogno di esser conosciuta, per


aver solidit ed esistenza politica; dessa di

diritto naturale; la volont d'un gran popolo


che non inchiede il suo titolo che a s stes

so ed alla sua indipendenza. Desiderando in


tanto la Repubblica francese d'affratellarsi

con l'ampia famiglia de governi istituiti come


una regolare possanza, anzi che come un

fenomeno perturbatore dell'ordine europeo;


convenevol pur troppo che facciate tosto
conoscere al Governo, appo di cui siete te.
nuti in grande stima ed onoranza, i prin
cpi e le tendenze che diriger
da

iranno

290

quindi innanzi la politica esteriore del Go


verno francese.

La proclamazione della Repubblica fran


cese non punto un atto d'aggressione con
tro alcuna forma di governo in Europa. Le
forme di governo inchiudon seco talune di
versit s legittime, quanto possan esserlo
le difformit di carattere, di situazione geo
grafica, di sviluppo intellettuale, morale e
materiale presso i popoli tutti della terra.
Hanno le nazioni, del paro che gl'individui
dell'umana specie, i loro stati, le lor et
differenti; i princpi che le regolano, han

no peranco le loro fasi, le lor evoluzioni


successive. I governi monarchici, costituzio
nali, repubblicani, sono l'espressione fe

dele di questi variati gradi di maturit del


genio depopoli. Chieggon eglino maggior am
piezza o sviluppo di libert, a misura che
sentonsi capaci di sostenerne d'avvantaggio;
esigon anco pi d'uguaglianza e di demo
crazia, in ragione dell'ispirazion forte ad
istintiva di giustizia e d'amore pel popolo.

Procede irreparabilmente il popolo alla sua

fatale rovina, allorch tenta compendiare il


tempo di questa sua maturit; si disonora
e degrada del paro quando si lascia sfuggire
di mano s preziosi momenti. La monarchia

e la repubblica pi non sono, allo sguar


do penetrante dei veri uomini di stato, prin
cpi assoluti di dispotico volere che collidonsi

29 1

a morte; sono fatti pi tosto o fenomeni po


litici che contrastansi a vicenda, e ch con

viver possono infra loro, comprendendosi e


rispettandosi a un tempo.
La rivoluzione presente non che uno

slancio di spiriti ardenti, cui sta molto a cuo

re il rapido " della libert e dell'in


dipendenza. Il mondo morale non fa che ten
der sempre pi verso la fratellanza e la pace
" S" la situazione della Repubbli
-

ca francese, nel 1792, non manifestava che


la guerra; le differenze che regnano fra que
st'epoca della nostra istoria e l'epoca in cui

siamo attualmente, non offron che pace ed


armona.

Nel 1792, la Nazione non era mica in

" UNA; due popoli ben differenti


comprendeva lo stesso suolo; una terribil
divisibile

lotta regnava pur troppo infra le classi af


fatto scevre del loro privilegi e le classi che
avean gi conquistato la libert e l'egua
glianza. Le classi sceverate d'ogni privilegio
affratellavansi di leggiero col partito assolu

tista o realista, col geloso ed invido stranie


ro pur anche, per far ostacolo alla rivolu
zione di Francia, o per far risorgere la mo
narchia e l'assolutismo, l'aristocrazia e la

teocrazia. Non havvi oggi fra noi pi classi


distinte ed ineguali; l'eguaglianza al cospetto
della legge ha livellato ogni cosa ; la fratel
lanza comune, di cui noi proclamiamo l'ap
plicazione e di cui la nazionale Assemblea

292

organizzar debbe i vantaggi, va tutto ad


unire ed a giugner in uno. Non evvi ai d

nostri un sol cittadino in Francia, sia qua


lunque l'opinione cui appartenga, che forte
non si appicchi al principio della comun Pa

tria, e che non raddoppi di sforzi per ren


derla inespugnabile ai tentativi ed alle in
quietezze un'assurda invasione,
Nel 1792, non gi il Popolo tutto in
tero era entrato in possesso del suo governo;
la classe media soltanto esercitar volea la

libert, ed esclusivamente goderne. Il trionfo

della classe media non era allora che aper


tamente egoista, come il trionfo d'ogni oli
garchia radicale. Sforzavasi ella di conser
var per s sola il diritto di tutti e da tutti
acquistato. E per l'era d'uopo operare una
diversion forte all'avvenimento del Popolo,
fatalmente sbalzandolo sul campo di batta
glia, per contrastargli poscia l'accesso al
suo proprio governo ; e questa diversione

era appunto la guerra: ma non fu gi que


sto il pensiero de democratici pi avanzati
ed istruiti, che aspiravan come noi ad un

regno sincero ed umano, regolare e com


piuto d'un Popolo indipendente, libero ed
uno, comprendendo in un vocabolo siffatto
tutte le classi, senza preferenza ed esclusio
ne, onde tutta intera componsi la Nazione.
Nel 1792, non era il Popolo che un
vile strumento della Rivoluzione, ma non

n'era punto l'obbietto; ssi oggi operata la

293

Rivoluzione da lui e per lui. Facendone

parte, ei vi apporta i suoi bisogni novelli


di travaglio e d'industria, d'istruzione e di
agricoltura, di prosperit e di commercio,
di moralit e di benessere, di

propriet e

di vita, di navigazione infine e d'incivili


mento, che son tutti bisogni di pace ! La
PAce ed il Popolo, in una parola, non sono
che la stessa cosa.

Nel 1792, le idee della Francia e del


l'Europa non eran peranco preparate a com
prender e ad accettare la grande armona

delle nazioni infra loro, al comun vantag


gio intese del genere umano. Il pensiero
del secolo che maturava, non era che nel

l'intelligenza di ben pochi filosofi. La filo


sofia, a questi nostri tempi, assai popo
lare e comune. Cinquanta anni di libert

di pensare e di scrivere, di parlare e di agi


re, han prodotto finalmente il loro felicissi

mo effetto. I libri, i giornali, le scienze,


le tribune hanno operato senza dubbio il pi
sorprendente apostolato dell'intelligenza euro
pea. La ragione umana, balenando da per
tutto i suoi fulgidi raggi, e
tra

"

varcando le frontiere de popoli, ha creato


fra gli spiriti quella gran nazionalit intel
lettuale che sar il compimento del riscatto

de popoli e la costituzione a un tempo della


fraternit internazionale sul globo.

Nel 1792, da ultimo, la libert non era


che una pura novit, l'eguaglianza uno scan

294

dolo, la repubblica un problema. Il titolo


de popoli, scoverto appena da Fnlon, da
Montesquieu, da Rousseau, era talmente ob
bliato, invilito, profanato dalle vetuste tra
dizioni feodali, dinastiche, sacerdotali, che

il pi legittimo intervento del popolo ne suoi

l" affari, ne suoi pi sacri interessi, sem


rava un'assurda mostruosit agli uomini di
Stato dell'antica scuola. La democrazia facea

tremare pur anche i troni e le fondamenta


della societ; oggi i troni ed i popoli si sono
abituati alla parola, alle forme, alle agita
zioni regolari della libert cittadina ed indi
viduale; abitueransi del pari alla repubbli
ca, ch' oramai la forma pi compiuta ed
acconcia delle nazioni pi mature. Conosce
ranno pure una volta che havvi per costoro

una libert conservatrice; convinceransi pie


namente che regnar pu nella repubblica,

non solo un ordine migliore, ma miglior


governo eziandio e reggimento sociale; ve
dranno insomma che pu ragionevolmente
sussistere un ordine pi vero e pi regolare

in questo governo di tutti per tutti, che nel

" di

uno per uno, o di pochi per

Prescindendo
p0CIll.

pure da considerazioni sif

fatte, l'interesse solo della consolidazione e

della durata della Repubblica sarebbe pur


troppo bastevole ad ispirare a veri uomini di
Stato consolanti pensieri di fratellanza e di

pace. Non corre la Patria i pi grandi peri


-

295

coli ne tristi casi di guerra; la libert s bene.

La guerra non quasi, a un di presso, che


una dittatura formale. Obblan i soldati le

istituzioni per gli uomini. Tentan i troni gli


ambiziosi e corrompono i vili. Abbacina la

gloria il patriottismo, lo demoralizza e de


prava. Il vano prestigio d'un nome vittorio
so fa velo all'attentato contro la sovranit

nazionale. Esige la Repubblica molta dose di

gloria, senza dubbio, ma per s stessa l'esi


ge, non gi pe Cesari o pei Napoleoni!
Nulla per di meno, non vi illudete punto
intorno a queste idee che il Governo prov
visorio ad offrir fassi alle Potenze come arra

solenne di sicurezza europea; non hanno


elle per obietto l'impetrar perdono alla Re

pubblica per l'audacia che ha avuto d'ap

palesarsi in Europa al par d'un baleno;


molto meno d'andar umilmente mendicando

un posto esclusivo od un diritto di gran po


polo nel mondo politico; hanno esse s bene ,
un obbietto

pi

nobile e sacro: offrir mate

ria di riflessione ai sovrani ed ai popoli, af

fine di non lasciar che s'ingannino involon


tariamente sul vero carattere della nostra Ri

voluzione; far apparire nella sua pi chiara


luce e con la sua genuina sembianza un s
strepitoso avvenimento; offerire un pegno,
da ultimo, inviolabile e sacro all'umanit,

pria d'accordarlo a nostri diritti ed al nostro


nazionale benessere, ove fosser per avven
tura contrastati o sconosciuti.

296

La Repubblica Francese non dichiarer


dunque la guerra a chicchessia; n ha ella
bisogno di dire che sar sempre pronta ad
accettarla, ove s'impongan condizioni di

guerra al popolo francese. Il pensiero domi


nante degli uomini che governan di presente
la Francia, appunto il seguente: Felice
la Nazione, se le si dichiara la guerra, e
se vien costretta per seguenza a crescer in

forza ed in gloria, malgrado la sua mode


razione esemplare! Responsabilit terribile

alla Francia, per lo avverso, ove la Repub


blica a dichiarar facciasi da s stessa la guer
ra senza esservi punto provocata! Nel primo

caso, il suo genio marziale, la sua impa


zienza d'azione, la sua forza accumulata per
tanti anni di pace, la renderebber invinci

bile e forte, formidabile e temuta peranco


al di l delle sue frontiere. Nel secondo ,

volgerebb'ella contro s stessa la rimembran


za delle sue conquiste, che alteran non mez

zanamente le nazionali simpatie, e compro


metter potrebbe a un pari la sua primitiva
e pi universale alleanza, ch' appunto lo

spirito de popoli ed il genio dell'incivilimento


sociale.

Dopo la pi solenne dichiarazione di co


siffatti princpi, che son pure i princpi della
Francia risguardata nel suo perfetto stato
d'indifferenza, princpi che puot'ella offrire
senza timore a suoi amici del paro che ai
suoi nemici, voi sarete meglio nel caso di

297

penetrare lo spirito delle dichiarazioni se


uenti:

I trattati del 1815 pi non esiston in di


ritto agli occhi della Repubblica Francese;
nulla per di meno, le circoscrizioni terri
toriali di questi stessi trattati son un fatto
ch'ella ammette come base e come punto di

partenza ne'suoi rapporti con le altre nazioni.


Ma, se i trattati del 1815 pi non esi
stono che come fatti da modificarsi d'accor

do comune, e se la Repubblica dichiara al


tamente che il suo diritto o la mission sua

di pervenire regolarmente e per pacifiche


vie a queste modificazioni, il buon senso
non pertanto e la moderazione, la coscienza
e la prudenza della Repubblica esiston pur
troppo, e sono per l'Europa intera una mi

gliore e pi onorevol guarentigia che questi


stessi trattati s sovente violati o lesi, modi

ficati od infranti da una politica capricciosa


e bizzarra.

Raddoppiate adunque di cure e di sforzi


a far comprender a chiunque e ad ammetter
di buona fede cotesta emancipazione della
Repubblica da trattati del 1815, e fate co

noscer a un tempo che un atto s legale e


s franco non ha nulla d'inconciliabile col

riposo dell' Europa.

E per noi ci facciamo a protestar alta


mente: Se l'ora dell'organamento essenziale
di talune nazionalit oppresse in Europa,
od altrove, ci sembra esser suonata negli

298

alti decreti della Provvidenza; se la Svizze


ra, nostra fedele alleata, minacciata od

oppressa nell'azion sua d'accrescimento che


sta nel suo interno operando, per offrir una
forza di pi al complesso de governi demo
cratici; se gli Stati indipendenti dell'Italia
son minacciati od invasi ; se cffrir tentasi un
ostacolo alle loro interne trasformazioni; se
contrastar vuolsi ad esse con armata mano

il diritto di stringer alleanza infra loro per


consolidar via meglio una patria italiana,
la Repubblica francese crederassi anch'ella

in diritto d'armarsi, affine di proteggerva


lorosamente i movimenti legittimi d'accresci
mento e di nazionalit popolare.
La Repubblica Francese ha oramai tra
varcato nel primo suo passo l'era tristissima

delle proscrizioni e delle dittature; decisa

li troppo a

non violar punto del mondo la


ibert nell'interno; risoluta e presta egual
mente a non covrir d'ignominioso velame
il suo principio democratico al di fuori. Non
permetter " del paro a chicchessia di pro
tender una mano disturbatrice fra lo splen

dore pacificamente balenante della sua libert


ed il sacro diritto del Popoli. Proclamasi ella,
per lo avverso, l'alleata intellettuale e cor
diale di tutti i diritti, di tutti i progressi ,
di tutti gli sviluppi legittimi delle nazionali

istituzioni, di tutti gli statuti liberi di quei


popoli che viver vogliono in virt degli stessi

suoi princpi. N avviserassi punto di stabi

299

lire una specie di propaganda sorda od in


cendiaria presso i suoi stati vicini; perocch

conosce pur troppo che non havvi per essa


libert ferma e durevole, tranne quella che

procede spontaneamente da s stessa, e ch'


radicalmente fondata sul proprio suolo. Ma

eserciter ella senza dubbio, per virt di


splendore e di luce onde son piene le sue
idee, per l'imponente spettacolo di ordine

e di pace che spera trasfonder alle altre na


zioni, un proselitismo onesto e decoroso; il

proselitismo della stima e della simpatia uni


versale. E non questa una guerra, ma un

procedimento istintivo di natura; non un'agi


tazione secreta per l'Europa, ma conserva
zione e principio di vita; non mica un in
cendio pel mondo politico, una face ac
cesa s bene su l'orizzonte de Popoli, per

alluminarli e istruirli, per precederli e gui


darli ad un tempo.
E per desideriamo, pel bene dell'uma
nit, che sia rispettata e conservata la pace;
lo speriam anzi di cuore. Una sola quistio
me di guerra si era suscitata e promossa,
ormai valico un anno, fra l'Inghilterra e

la Francia; e non gi la Francia repubbli


cana l'avea stabilita o proposta; la dinastia
s bene. Inchiude seco la dinastia questo ti

more di guerra, questo flagello distruttore,


onde minacciava l'Europa intera, per la vana
ambizione tutta personale d'un'alleanza di

famiglia con la Spagna. E per questa po

300

litica domestica d'una gi spenta dinastia ,


che sin da parecchi anni duramente gravi
tava su la nostra dignit nazionale, oppri
meva a un pari, con le sue pretenzioni in
discrete ad un'altra corona a Madrid, le no

stre alleanze liberali e ne paralizzava la pace.


La nostra Repubblica affatto scevra d'am

bizione e di nipotismo; non ha ella preten


zioni di famiglia n speranza di nazionali ere
dit. Si regga pur da s stessa la Spagna ;
sia libera ed indipendente quanto possa mai
concepirsi da mente umana; la Francia, per
la solidit di questa naturale alleanza, conta

pi su la conformit di princpi che su le


successioni della casa Borbone!

Tal' lo spirito del consigli della Repub


blica francese; tal sar inviolabilmente il ca
rattere della politica vera e franca, moderata

e forte che offre la Francia all'Europa. Nel


primo momento del nascer sno, ed in mezzo

al caldo od alla foga d'una lotta non pro


vocata dal popolo, ha pronunziato la Repub
blica tre sole parole che han tutta svelata la
sua bell'anima, e che varranno ad appellare
su la gloriosa sua culla le benedizioni dell'E
terno e degli uomini: LIBERTA', UGUAGLIAN
zA, FRATERNITA'!

Ha ella gi dato al di dentro, con l'abo


lizione della pena di morte in materie poli
tiche, il vero comento di queste tre divine
parole; procurate or voi di dar ancora al

di fuori la lor vera dilucidazione e giustissi

301

ma spiega. Il genuino senso intanto di queste


tre voci applicate alle nostre esterne relazio
ni il seguente: Libert della Francia da

quei durissimi ceppi che gravitavan forte sul


suo principio e su la sua dignit; ricupera
zione del posto ehe debb ella occupare al li
vello delle grandi potenze europee; dichia
razione solenne infine d'alleanza e di fede,
di simpatia e d'amist co popoli tutti del
globo. Se ha coscienza la Francia della mis
sion sua liberale e civilizzatrice nel secolo,

non havvi alcuna di quelle tre voci che si


gnificar possa GUERRA. Se l'Europa giusta
e prudente, non evvi pur una di quelle tre

sublimi parole che non esprima concordiA e


PACE, D

Ponendo mente intanto ai casi strepitosi


avvenuti in Francia, non vanamente da noi

riportati in queste nostre pagine di patrie


memorie; e ben riflettendo ai fatti che po
trebbero aver luogo nella nostra Italia, ci
avvisiamo che il maggior male per noi sia
di esser colti alla sprovveduta e come
i assalto. E eome in tutti i contrattempi o

"

danni previsti rinvenir puossi quasi sempre


un opportuno ed acconcio rimedio ; nell'an

tiveggenza del futuro possibile o probabile


consister dee principalmente la vera scienza

di stato, cui, diciamolo pur francamente,


l'Italiani sono purtroppo disavezzi, trovan
o pi agevole e spedito di lasciarsi portare
alla cieca fortuna, che

ti" e signoreg
2

302

giarla. Ma sarebbe omai tempo di sottrarci


valorosamente a questa inerzia mentale e ri
pigliar la vigilanza del nostri antichi padri,
affinch non ci colpisca un giorno qualcuno
di quei disastri che sono irreparabili e gra
vi a chi non ci ha punto pensato.

Qual' il pericolo pi grave, la pi fatale


sventura che or sovrasti all'Italia? Quello
d'imitar disavvedutamente i Francesi e far

qualche moto di pi, s come avvenuto, o


come si almeno secretamente tentato di fare,

in questa nostra Capitale, per sostituire alla


monarchia la repubblica. Non si concepisce,
vero, da savi e costumati cittadini temen

za veruna che ci avvenga nel nostro Rea


me, tanta la prudenza del popolo napoli

tano e l'amor ch'ei porta al suo magnani


mo principe: ma non siamo igualmente tran
quilli per ci che riguarda taluni altri punti
della nostra Penisola; dove le commozioni
ancor vive, la debolezza del governo, i cor
rotti e guasti consiglieri che assedian tutta
via i moderatori di popoli, la mala conten
tezza del sudditi, la prepotenza delle imma
ginazioni facilmente accendibili e corrive agli
eccessi, la vecchia usanza da ultimo d'imi
tar in politica gli esempi francesi, dar pos
son un'aria di probabilit maggiore al gra
ve pericolo che ci sovrasta. E da sperarsi
nondimeno che la Provvidenza sovrana, il
cui intervento tanto visibile nelle cose no

stre, vorr di leggiero distornarlo; e teniam

303

per fermo pur anche che le migliori penne


degl'italiani scrittori, tutta volgeranno la loro
facondia ad uno scopo s sacro ed interes
sante. Intanto, quand'anco il male accades

se, considerar giova gravemente a qual par


tito attener si dovrebbero gl'italiani governi.
Ammettasi pure questo radicale principio,
la cui verit rivocar non puossi in dubbio
da verun uomo di senno; cio che la nostra
Italia, l'Italia del secolo decimonono, uscir

non debbe giammai dal moderato perimetro


di civil monarchia. Fu questa la meta pro
posta al subitano corso del nostro politico ri
sorgimento, e travarcar non deesi con au
dacia tracotante e indiscreta. I sentimenti di

onore e di gratitudine, di giustizia e di re

ligione, l'interesse sacro della patria e la


stessa nazional dignit non ci permetton punto
di tracorrer pi oltre. Noi siam impegnati
verso i nostri principi e dai loro diritti, e
dalle nostre proteste, e dalle inviolate pro

messe, e dai benefici ricevuti, e dal divino


carattere di Pio Nono, autor principale del
nostro glorioso riscatto.

E per il voler trarre argomento dall'av


venimento politico di Francia, con assurda
idea di farne applicazione ai nostri casi pre
senti, uno strano paradosso nella politica
scienza. Quelle teste francesi furon tratte vio
lentemente alla difformazione d'un governo,
non mezzanamente ingrato ad un popolo di
eroi che l'avea dianzi fondato e sostenuto

304

col proprio sangue; non dobbiam noi per


lo avverso le gi consegute franchigie e ri
forme, che alla magnanimit di mente e di
cuore del nostri rettori. Il trattar quindi Pio
Nono, Carlo Alberto, Leopoldo, Ferdinan
do II, principi riformatori e larghi di libere

concessioni, come quel popolo ha proceduto


inverso Luigi Filippo, sarebbe uno scambia
re il merito col demerito, un confondermo
struosamente la virt col vizio, un retribuir

la generosit pi rara con la pena dovuta


allo spergiuro e al tradimento. Non che dun
que imitare i Francesi, scimiottandoli ser
vilmente, noi faremmo il contrario di ci

che opraron costoro, e ci renderemmo in


degni peranco della somma stima e simpatia
che han gi spiegato per noi. E per la
scimiotteria, dal canto nostro, sarebbe ver
gognosa e ridicola oltre modo.
Immaginar puossi, in effetto, qualche

cosa di pi puerile che l'abbandonar a un


tratto il calle da noi gloriosamente corso sin
da due anni, gittar via tutto l'acquistato si
nora, percorrer un sentiero affatto nuovo e
pericoloso, per vana bramosia d'imitar lo
straniero, per fare a sproposito, temeraria
mente e con atto fanciullesco, senza conve

nienza e necessit veruna, ci ch'egli ha fatto


a ragione, e forse anche costretto dalle ma
lagevoli e straordinarie congiunture in cui si
trovava? Un procedere siffatto disdirebbe cer
tamente al popolo pi ignobile e meschino!

305

e l'eleggeremo noi Italiani, che andiam


tanto fastosi della nostra stirpe gloriosa, e

che con tanto ardore aspiriamo al primato


morale del mondo ?

per qual'altro scopo d'avvantaggio ten


tare una mutazione di reggimento politico,
se non per metter in compromesso quel no
stro insperato e tostamo risorgimento che for
ma ai d nostri la pi viva sorpresa di Eu
ropa? e per qual'altro pi strano motivo,
che per sostituire ad un rinnovamento spon
taneo nato in Italia, informato da nobili

idee d'immegliamento civile, dal Senno e


dal genio italiano consecrato, benedetto dalla
terra e dal cielo, un'imitazione Straniera
che non avrebbe nulla del nostro, e che
profondamente contristerebbe, anzi issofatto
forse indurrebbe ad esser nostro nemico il

pi benevolo e generoso, il pi grande e il


pi santo de'Dominatori di Roma? per surro
gare ad una libert certa e onorata, sicura e
tranquilla, una libert colpevole e incerta,
tumultuosa e torbida, sottoposta forse anco
a mille sciagure dal canto degli uomini e

della bizzarra fortuna? per distrugger ezian


dio quel consenso ammirabile di tutte le
Classi, che forma uno de caratteri pi es
senziali del nostro ristauro, e metter poscia
novellamente in guerra i popoli co mode
ratori loro, i laici coi chierici, i patrizi coi
borghesi, e schiuder quindi il varco a di

visioni e a rancori, a discordie ed a sette

306

cittadine? per rinnovellare insomma le vili


e calamitose scene che chiusero l'italiana

storia del tracorso secolo, senza aver nean

co per iscusa l'inesperienza del padri nostri


e quel variato concorso di circostanze che
reser allora quasi fatali le colpe e le sven
ture? Se l'Italia impertanto si lasciasse cie
camente indurre a tal riprovata follia, sa
rebbe affatto indegna di esser rigenerata e
libera ; e noi, lungi dal gloriarci d'una s
bella patria, ci vergogneremmo quasi con
noi stessi d'esser compresi nel novero dei
suoi redenti figliuoli.
Posto adunque per indubitato che la nostra
libert presente debba esser fondata su la
salda base della monarchia, che cosa far
mai dovrassi nel caso che in qualsiasi luogo
prorompesse un moto repubblicano, e mo
mentaneo si spandesse o trionfasse? A tre
soli partiti appigliar potrebbersi in tal caso
gl'italiani governi: O lasciar fare e vede
re con indolenzita inerzia; o intervenir con

le armi e distrugger il fatto con la forza ;

od opportunamente ricorrere alle pacifiche


vie d'un'intercessione mediatrice e richia

mare a buon senno i traviati e gli stolti. Di


cosiffatti spedienti, il primo assurdo e ri
provevole; il secondo violento e sanguina

rio; il terzo pi opportuno ed acconcio a


praticarsi.

Il tollerare che in qualche parte d'Italia scia


guratamente prevalga il repubblicano princi

307

pio, sarebbe lo stesso che sporre a gravi ri


schi la monarchia in tutta la nostra peniso
la , e metter in compromesso il nostro di
e provvidenzial risorgimento. Tal'
la contagione delle idee superlative nelle raz
ze italiane, a questi nostri tempi, che una
scintilla non estinta per tempo suscitar puo
te un incendio irreparabile e tristo. E con
cesso peranco che il fuoco appiccato in ta
luni punti non si propagasse da pertutto ;

f"

chi non vede infra i savi e sani intelletti che

uno strano miscuglio di elementi repubbli


cani e monarchici alterar potrebbe l'armonia
dell'Italia UNA ed INDIPENDENTE, e distrugger

notabilmente l'italica lega s altamente da


noi proclamata ?
-

ll ricorrer d'avvantaggio alle armi per ar

restar il male ne suoi principi, sarebbe in


s stesso commendevole e giusto; perocch
la lega italiana come rappresentante e vin
dice a un tempo dell'unit nazionale d'Italia
e direttrice suprema degli universali interes
si, ha il sovrano diritto di provvedere alla

salute comune. Sarebbe quindi gravissimo er


rore il credere che le varie province nostrali
abbian un'assoluta e legale indipendenza;
sarebbe questa assai strana ed incompatibile

affatto con l'unit nazionale. Non puote un


popolo intervenire nelle faccende d'un altro;

f"

ma posson
troppo i capi d'una nazione
richiamar al dovere un membro sviato e ri

belle. Nulla per di meno, siccome tutto

308

ci ch' giusto non sempre opportuno ,


sarebbe non poco a temersi che l'uso della
forza provocar potesse in tal caso una resi
stenza disperata e accrescer il male in cam
bio di curarlo o distruggerlo. Parrebbe a
molti senza dubbio un procedimento siffatto
un violar apertamente la libera elezione dei
popoli; e comech ci non fosse, giova
sempre evitare l'apparenza financo d'un'in
giustizia o d'una violenza indecorosa. Ca
rattere pellegrino e dignitoso della nostra ri
voluzione l'accordo ammirabile della legit
timit degoverni col pieno e libero consenso
del governati; e ad un ATTo s bello la ra
gion divina e l'origin popolare del sovrano
potere concorron a un pari. E un tale in
fortunio da ultimo la guerra civile, ch' sem
pre prudenza riservarla ne casi estremi di
dura ed inevitabil necessit; e questa non
militerebbe punto nel presupposto ond'ssi
gi fatto rapidissimo cenno,
E per l'estremo partito de tre dianzi ac
cennali, preso a tempo opportuno ed accon
cio, o con vigoria somma adoperato, sor
-

tir potrebbe felicemente il suo fine. Ed pur


da notarsi in effetto che un conato repubbli
cano non moralmente possibile in verun
luogo d'Italia, che pel falso indirizzo che
pu prendervi la monarchia costituzionale per
colpa delle sette e degli attruppamenti sedi
ziosi, del ministri e del consigli del principe.

Intervenga adunque la LEGA ITALIANA ed usi

309

pure ogni termine necessario a tor via la

cagione del male, a dare un savio indirizzo


al principato civile; ed avrassi incontamente
il tanto sospirato effetto.
Accetter il principe certamente la media
zione pacifica, i saggi ed utili consigli,
nella ferma fidanza che salvar lo potranno
dall'estrema ruina. Qual popolo allora ten

ter resistere ad un appello sovrano fatto in


nome e pel bene dell'Italia intera ? chi mai
ostinerassi a voler pi tosto la repubblica con
pericolo e danno universale, che una mo
narchia rappresentativa ben ordinata e gua
rentita dall'Italica Lega? Osiam credere
intanto, senza tema d'illusione o d'inganno,
che non siavi nella Penisola, non diciam
gi una provincia, ma neanco una sola bor
gata capace d'una tanta demenza; ove sovra
tutto parlasse la Lega con la voce paterna
e nella sacra persona dell'immortale Pio Nono.
Ei giova moltissimo l'esporre queste cose
nelle nostre storiche memorie, ed assaissimo
importa il meditarle ed approfondirle, ac

ciocch i contrattempi non c'incolgano sprov


veduti, e non ci rechino per seguenza quel
l'estremo spavento che seco tragge la debo
lezza o il torpore. Speriamo non pertanto che
il male non accada, che non ci sovrasti la
temuta sciagura; ma quando pure avvenisse,
guardiamoci almeno dal disperare e succum

bere. La Lega e la monarchia civile d'Italia


sono forti e potenti, perch dall'Eterno pro

310

tette, dall'opinion pubblica garantite, dal


voto universale proclamate ed ambite; e per,
in mezzo al contrasto e alla lotta, non po
tran certamente non conseguire e gloria e
trionfo.

Nulla per di meno, il gran bisogno at


tuale, diciamolo ancora un'altra volta e

pi francamente, tutto riposto nella Con


federazione Italiana. Obbiettando vassi in

tanto che pria di por mente all'Unione dei


singoli stati, fa pur di mestieri interamente
ordinarli. Noi siam di credere per lo avver
so che, rimosse le persone incapaci od av
verse al novello sistema civile, l'Unione non

solo divenuta possibile, ma eziandio av


vantaggiosa a quell'interno ordinamento, che
addiverr sempre migliore, quanto meglio
inteso concordemente, e generalmente ap
plicato. Ove Sicilia e Napoli, in effetti, fa
cesser parte d'una Confederazione Italiana,
la definizione completa delle loro controver
sie diverrebbe a nostro divisamento un affa

re di poca o di niuna difficolt; confusi en


trambi gl'interessi in un solo e grande in
teresse, pi agevolmente rinverrassi un punto
di riunione e di transazione, pi efficace di
verr peranco l'opera santissima di media
tori di pace, sotto la gloriosa divisa di veri

fratelli e consociati nelle stessa politica de


nominazione.

Ci posto, giover sempre replicarlo, il


nostro novello Ministero Italiano entrer

al

31 1

potere in circostanze veramente magnifiche

quanto imponenti. Gloriosa missione gli


oramai riservata, l'unificenza federativa del

l'Italia; l'altro passo pi ardito e pi deci


sivo sar nel campi d'un pi prospero avve
nire. Speriamo ancor noi fermamente che
l'attual nostro Governo si faccia pur degno
di tanta gloria veramente italiana. Di qui la
nostra impazienza di veder quanto prima e
pi operosamente costituito un Ministero di
tal carattere da potersi appellare con pro
priet di vocabolo, costituzioNALE, ovvero
iTALIANo. Nondimeno non ignoriam punto le
difficolt dipendenti dalle condizioni degli uo
mini e delle cose; le quali trasformano in

un affare dilicatissimo e di lento disbrigo


ci che in paese adusato alla vita costituzio
male sarebbe opera di poche parole fra i
capi ben conti delle varie frazioni politiche,
ed i loro amici gi preparati ed acconci a
secondarli. Ma il Marzo del 1848 trova tutto

lento e paralizzato in questo paese; il gior


malismo presente, costituendosi interpetre ed
organo del pubblico voto, critica e sprona
incessantemente la diacciata lentezza del no

stro assopito Ministero, del nostro indolen


zito od assonnato Governo. Dal Governo prov
visorio di Parigi vengon esempi stranissimi
di attivit e di destrezza spontanea; da quelli
di Germania se ne porgon altri non men sor
rendenti e ammirabili d'attivit generosa.

popolo napolitano, cui ogni raro modello

312

di perfezione rapisce od incanta, e fa sde


gnoso ad un pari della prosaica e noiosa
mediocrit, osserva e desidera, fa continui
voti e resta sempre deluso, del continuo re
clama e mai nulla consegue. N ha torto se
mormora e morde. Anche fra noi sono im

minenti i pericoli e purtroppo temute le seia


gure onde siamo minacciati sovente. Ed a
fronte ai pericoli ed alle sciagure, rea di
lesa sicurezza pubblica ogni superflua o tar
da deliberazione.

La forma di governo costituzionale che at


tualmente ci modera non mica il risulta

mento fortuito d'un avventurato movimento,


ma il frutto provvidenziale d'una santa e le
gittima causa gi contrastata e vinta. Uscita
fremente la rigenerazion nostra da una lotta
ineguale ostinatamente impegnata fra un po
olo intero ed un pugno d'insensati carne
ici, che or pi non sono, erasi ella lenta
mente costituita per mezzo del progressi della

ragion popolare. Quanto pi la fazione po


sta alla testa del ministeriale o politico po
tere diveniva violenta ed oppressiva, forti
ficavasi la nazione nel sentimento del suo

diritto e nella ferma risoluzion presa di pro


elamarne alla prima occasione l'irresistibile
inviolabilit.

Ecco perch non ssi manifestata esitanza

o dissentimeno veruno dal lato del popoli.


L'intera nazione non elev che una sola

voce, perch non era informata che da un'a

313

nima sola, da una sola volont, da una


sola coscienza. Ci sentivam tutti umiliati,
abbassati tutti, inviliti, depressi agli occhi
dell'Europa da un ministero opprimente ed
iniquo, che delle sue iniquit ed oppressio
mi crudeli facea misterioso e denso velame

agli occhi d'un tradito monarca: ed abbiam


tutti alzata fieramente la testa quel giorno

famoso per la storia nostra che quel mini


stero indegno, caduto per sempre sotto la

riprovazione dell'universale disprezzo, cede


va il luogo ad un novello governo costitu
zionale, ad un novello reggimento civile.
Questa unione di tutti in un pensiero me
desimo dovrebb'esser il pegno pi certo della
stabilit e durata dell'attual nostro risorgi

mento. E questa politica ristaurazione esser


dovrebbe pur anche la fonte della modera

zion nostra dopo l'ottenuta vittoria. La no


stra prima cura adunque sia quella di far
comprendere a chiunque che il nostro stato

presente affatto lontano da ogni idea di


vendetta e di men che onesta reazione. Na

politani generosi, prudenti e moderati cit


tadini, badate sovra tutto che la generosit,
la prudenza e la moderazione non degeneri
in debolezza ed inoperosit fatale. Astenen
dovi da ogni ricerca contro le opinioni e gli

atti politici anteriori, prendete come regola


che le funzioni politiche, a qual
grado della gerarchia novella, non posson
confidarsi che a liberali esperti e provati. Il

si

27

3 14

disprezzato potere ministeriale, che dinanzi


al soffio nazionale disparve, aveva infettato
della sua corruzione i rami tutti dell'ammi

nistrazione; quegl'individui per conseguenza


che han servilmente obbedito alle sue de

pravate istruzioni, son ora impotenziati a


servire lo stato. Nel momento solenne che

la nazione, ricuperata la pienezza della sua


possanza, disporrassi alla scelta de' suoi eletti,
fa di mestieri che i suoi magistrati sien pro
fondamente attaccati alla sua causa e coscien

ziosamente disposti a sostenerne l'impresa.


La
salute della patria a questo sol prezzo
otterrassi.
l

Se noi c'incamminiamo con fermezza nella

via della rigenerazion nostra santissima, niun


limite potr certamente assegnarsi alla nostra
prosperit e grandezza; se ci raffreddiamo
indolenti, o desistiamo infingardi da una s

salutare impresa, tutto il male possibile


da temersi. Si pongan uomini risoluti e cal
di d'amor patrio alla testa degli affari, alla
direzione ministeriale, provinciale, distret
tuale e comunale. Cittadini napolitani , cui
sta molto a cuore l'immegliamento morale

ed intellettuale, l'incivilimento e 'l progres


sivo sviluppo dei vostri cari fratelli, non ri
sparmiate l'istruzion pubblica e privata, or

che se ne fa sentire pi forte il bisogno;


animatene anzi il trasporto, promovetene ad
ogni costo lo zelo. I destini del nostro rea
me non sono che nelle mani de'buoni e savi

315

cittadini ond' eminentemente rappresentato;


e questi , osiamo ancora sperarlo, saran

fatti scopo alle gi imminenti elezioni; que


sti geni tutelari della patria nostra che com
pongan presto le Camere, che formin pure
una specie d'Assemblea nazionale, ma che
sian per capaci di comprender l'importan
za del loro sacro ministero, della loro su
blime missione, e sian solleciti a compiere

l'opera santa del popolo; in una parola che


sian TUTTI UOMINI DELLA VIGILIA, E NON DEL
L'INDOMANI.

Non minor rigore eziandio esiger dovreb


besi riguardo a funzionari puramente ammi
nistrativi. Mantenere e conservar dovrebber

si coloro che hanno acquistato la posizion


loro con utili servigi allo stato, rimanendo
per sempre stranieri a qualunque azione

politica. Cercando in tal modo un Ministro


savio e zelante delle cose patrie a rimaner
fermo e giusto, relativamente agli agenti po
sti sotto i suoi ordini, esiger dovranne un
concorso attivo ed interessante. Un siffatto

concorso tender dovrebbe a rassicurare gli


spiriti timidi, a calmare gl'impetuosi e gli
impazienti. Gli uni si spaventano di vani fan
tasmi, vorrebbero gli altri precipitare gli av
venimenti secondo le loro ardenti speranze.
Un ministero avveduto e prudente dir dovreb
be ai primi che la societ attuale provvi
denzialmente al coverto delle commozioni ter

ribili che hanno agitata, nel tracorsi giorni

316

di crisi, la nostra esistenza; far sentire agli


altri, che amministrar non possonsi le pub
bliche cose con la rapidit del baleno, con
l'istantanea prestezza d'un pensiero volubile

e fugace. Il suolo gi sgombro d'obbietti


intristiti e paralizzati; il tempo accettevole
venuto di riedificare e produrre. Or, qual
cittadino dabbene non si sente disposto ad
elevarsi sopra tutti i miserabili calcoli del
l'assurdo egoismo per compiere questa gran

d'opera? La nazione napolitana gi pronta


a dare al mondo politico lo spettacolo d'uno
stato abbastanza forte per usarne con pa
cifica e moderata tutela. In questo ammira
bil movimento degli spiriti, con tanta ener
ga trascinati verso la santa applicazione dei

princpi di fratellanza e d'unione, dov' il


pericolo per chicchessia, dove il pretesto d'un
vano timore ?

Tutti coloro che mostransi inquieti per la


propriet e la famiglia, sono poco sinceri
o molto ignoranti. Scevra del suo carattere
di personalit egoista, guarentita e limitata
" e dal diritto di tutti, la pro
riet diventa tosto frutto esclusivo del sacro
avoro, degli onorati sudori. Chi oserebbe
allora contrastarne l'inviolabilit, l'uso, il di
ritto? Cos rigenerata da un'educazione co
mune a tutti i giovani cittadini, ogni fami

glia una fiamma ardentissima donde par


ton direttamente altrettanti raggi di vero pa
triottismo e di cittadino affetto. Il suo desti

317

no forte giunto ed appiccato a quello della


civil comunanza ond' modello ed immagine.

Quanto all'attual Ministero, ch'ssi ele


vato oramai su le ruine degli altri gi sfor
mati e riformati pi volte, dall'acclamazion
popolare salutato per preparare il definitivo
stabilimento della nazione costituzionale, a

lui pi che ad ogni altra classe di magistrati


intesi alla pubblica salute preme ed importa
di ben amministrare l'autorit conferitagli
dal pubblico voto. Ma per compier degna
mente questo nobile incarico, hassi essen

zialmente bisogno di confidenza e di calma.


- Tutti i suoi sforzi tender dovranno al buon
uso del tempo, s che non vi fosse, per tutti
coloro che attualmente compongonlo, un gior
mo, un'ora, un istante perduto. Che i mini
stri adunque da un lato, e tutti i membri,
dall'altro, componenti le Camere; che i rap
presentanti tutti del paese surli questa volta
senza infinzione e senza velame d'impostura

dal seno della nazione rigenerata e monda,


si riuniscan insieme, e tosto, per governa
re e dirigere le pubbliche cose, per rego

lare e moderar santamente i destini d'un


pi felice avvenire.
A quest'assemblea di rispettabili ed illu
minate persone riservato il compimento della
nostra grand'opera. Sar dessa completa nel

genere suo, se, nel tempo della necessaria


transizione, darassi alla patria ci ch'ella

spera ed attende con estrema impazienza,

318

l'ordine e la pace, la tranquillit e la calma,

la sicurezza pubblica e privata, la confiden


za e la fede all'attuale Governo. Penetrati
costoro d'una siffatta verit, faran senza dub

bio eseguire le leggi vigenti in quanto non


son punto contrarie al novello sistema di
cose. I poteri che saran loro conferiti non

porransi al di sopra dell'azion loro che in


ci che riguarda l'organizzazione politica di
cui dovranno esser l'istrumento attivo e zelan
te. Non dovrebber intanto obbliare gli attuali
organi del pubblico ministero che agir deesi
d'urgenza e provvisoriamente, almeno pel
momento, e che debbe il pubblico immedia
tamente conoscere le opportune misure che
prendendo vansi alla giornata. A questa sola
condizione potrem noi mantenere la pubbli

ca pace e guidare le cose del nostro paese


senza nuove scosse sino alla riunione dei suoi

mandatari o rappresentanti.
Intorno a voi intanto, o novelli ministri,
elevando vansi ogni giorno numerosi reclami
d'ogni natura; accoglieteli pure con cura e
con sincerezza di cuore. Egli tempo che
il popolo faccia liberamente intendere la sua
voce dolente; n il Governo rimaner puote
indifferente al voto comune. Non vi spaven
tate n offendete se l'espressione ne sar cal
-

da ed ardente; sarebbe pericoloso pur troppo


il comprimer le passioni in s stesse legitti
me e sacre; del pari che vano sarebbe l'adom

brarsi di qualche esagerazione inevitabile, e

3 19

di qualche ardita verit. La compressione


altera e corrompe il pubblico pensiero; la
libert per lo avverso lo purifica e dilata,

l'ingrandisce e sublima.

Nulla per di meno, ove l'ardimento del

l'immaginazione e la temerit del linguag


gio, invece d'applicarsi alle idee generali,
alla via tenuta dall'attual nostro Governo,

colpisser le persone, sarebbe vostro dovere


richieder l'intervento di savie leggi e pro
clamarne la pi rigorosa osservanza per far

cessare un tanto abuso che, nei tempi pre


senti, desta oramai la pubblica ammirazio
ne, lo scandalo universale, la comune sor
presa, in questa nostra Capitale. Del resto

poi non havvi nulla a temere; lo slancio


istintivo che invade e trascina gli spiriti,
sapr pure elevarli al di sopra delle mise
rabili dispute che son molto frequenti e mor

daci nel nostro paese.


Savi e benemeriti cittadini della patria,
-

che regolar dovrete un giorno i destini di

essa! vivete pur certi che, nel felice istante


del vostro innalzamento a qualche posto ele
vato e sublime, sarete tosto circondati dei

pi caldi ed influenti patrioti; i loro consi

gli prudenti avranno senza dubbio un gran


peso su l'animo vostro ; ma non dimenticate

punto che il miglior mezzo d'attaccarli a voi

ed alla popolazione intera, d'imprimer in


tutti i servigi dell'amministrazione un'instan
cabil attivit, un operoso ed efficacissimo

320

zelo. I veri magistrati son sempre gli am

ministratori fedeli del popolo; e per pro


var deono con la loro solerzia di esser me
ritevoli della sua confidenza. Date ovunque
l'esempio della vigilanza e del lavoro, del
l'amore ed attaccamento alla patria, e voi
avrete utilmente adempito al vostro mandato.
N a pur di mestieri qui dirvi che tutta
l'attenzion vostra dee specialmente fermarsi
sul pronto organamento della guardia na
zionale. Composta di cittadini prescelti fra
tutte le classi, sar ella la forza e la gloria,

l'ornamento e 'l decoro della patria, la gua


rentigia pi sicura della civil nostra libert.

Si proceda dunque senza ritardo all'elezione


de' suoi capi, e mantengansi con esso loro

sempre attivi rapporti, comunicando a cia


scuno lo spirito che vi anima e dirige.
Applicatevi infine, o custodi e promotori
della salute pubblica, a riassumer con chia
rezza e precisione tutto ci che interessa la
sorte degli operai in questa mostra Capitale
e nel seno delle abbandonate province. Fate
che si estendan su di loro particolarmente i
pi sensibili ed immediati vantaggi del no
stro novello regime politico, la cui missio
ne di far cessare le loro pi dure e lun
ghe sofferenze e consecrare i loro diritti. Se
qualche urgenza momentanea proclama al
tamente l'intervento di straordinarie misu

re, non esitate punto di adattarle e farle

eseguire. Appiccati e giunti infra loro coi

321

pi sacri legami d'una fraternale associazio


me, gli operai ed i padroni non formeranno
pi che una sola famiglia, i cui interessi
saranno perfettamente identici e concordi.
Riprendendo l'importanza ed il grado che
dall'evirato ministero tracorso le furon bar

baramente rapiti, l'agricoltura far uscire

dal suolo le prodigiose ricchezze, che la ne.


gligenza pur anche del pi recente ministe
rial governo vi lasciava sepolte; e cos gette
r ella nella circolazione molti ignoti o para
lizzati elementi che rigenereranno l'industria
e promuoveranno utilmente il commercio.

cco il grande avvenire che ci riserbato,


ove siam francamente uomini costituzionali,

ed i nostri pensieri, le nostre decisioni, i


nostri atti sien pienamente conformi alla
legge di fratellanza che debb esser la regola
delle societ presenti e future. Felici purtrop
po di prepararne il grande avvenimento,

de magnanimi cittadini e del magistrati pru


denti l'incarico di rassicurar gli animi, di

sollevare pacificamente i popoli oppressi, di


consolidar i materiali del vasto edifizio che

sar elevato dalla rappresentanza nazionale.


Che tutti i cuori generosi adunque, tutti gli
spiriti liberi ed ardenti, passionati e caldi

d'amor cittadino s'accingan all'opera, e por


ganci aiuto a tanto uopo, questa una no

bile e generosa ambizione. Dare al mondo


l'esempio della calma e tranquillit coscien

ziosa dopo la conseguita vittoria; far bella

322

mente risorgere la repressa possanza delle


idee e della ragione ; accettar coraggiosa
mente le dure prove del presente, e mo
strare di non succumberne al peso; giugner
ci tutti solidariamente in uno e raddoppiare

di sforzi per traversarle e vincerle, ecco ci


che caratterizzar dovrebbe veramente ed ele

vare ad eterna gloria la nostra nazione. E


non debb'esser che questo lo scopo degli
sforzi comuni.

Una lunga e costante esperienza di tutti i


tempi e di tutti i luoghi in cui ha regnato
ed avuto permanenza la gesuitica setta, ren
de pienamente istrutti e convinti i popo
li dell'incivilita Europa, che la sua male
fica esistenza incompatibile affatto e ripu
gnante con l'attual forma di costituzionale

governo. E per con data del primo d di


Marzo 1848, il Governo Generale della di

visione di Genova notificava in pubblica for


ma il seguente avviso:
I Padri Gesuiti sono finalmente sgom
brati dagli stabilimenti che occupavano in
questa Citt.
Il Governo di S. M. il nostro Augusto
Sovrano provveder ulteriormente in modo
-

definitivo.

Genovesi! non ismentite la fama che vi


proclama saggi e temperanti, ossequiosi al
la Legge ed amanti dell' ordine pubblico .
. Nello stesso giorno della loro espulsione

dalla citt di Genova, dandosi il guasto al

323

Convento dei Gesuiti, vi si son trovate cor


rispondenze assai criminose e sinistre di va
rie persone : una scoverta siffatta non ha de
stato e prodotto che maggior irritazione nel
popolo genovese ; s che furon d'uopo gran
dissimi sforzi di civico patriottismo, per ri
stabilire in quel paese la tranquillit e la
calma.

Non diversa sorte sovrastava ad un al

tra compagnia di Gesuiti, di residenza nel


la citt di Cagliari: ed ecco la sposizione
succinta e "i quanto all'uopo avve
nuto in quel paese del Genovesato. Sparsa
appena nel popolo la fausta notizia della gi
decisa espulsione del Gesuiti, deliberossi to
sto del modo da tenersi per costringerli ad
una precipitosa partenza. Mossi ed animati
dalla risoluzione gi fatta, riduconsi molti
sul principiar della notte al convento di S.

Ambrogio, ed altri si affollano dinanzi al


palazzo Tursi, ov'eran le scuole tenute da
quei famosi dottori : comincian repente le
solite grida, i consueti fischi, i ripetuti e

frequenti clamori ; ingrossa via pi la tur


ba furente, e gi le porte de due edifizi cu
pamente rintronano solto i continui colpi,
onde l'irata moltitudine le urta e le scuo
te, facendo ogni sforzo o tentando ogni pro
va per atterrarle: e parendo poco o nulla

il gi fatto, una tempesta di sassi volanti


contro la facciata infrangeva i cristalli e le

imposte delle finestre: le cure e gli sforzi

324

di taluni cittadini i quali adoperaronsi a mi

tigare gli animi, a frenar quelle ire ea dis


suadere la moltitudine inferocita da quegli
eccessi, produsser poco o niun frutto: e chi
sa fin dove sarebber giunti, se non fosse
accorsa la truppa in armi per sedarne il tu

multo: fu questa accolta in mezzo agli ap


plausi universali ed alle grida di viva la
linea ; e l'espulsione completa del Gesuiti
fu compimento e corona di quella scena po
polare.

In verun modo dissimile fu il tumultuoso

spettacolo ch ebbe luogo in questa Capita


le, cui fu meta e scopo l'espulsione totale
della gesuitica setta. Quei Rl. Padri, scor

tati da numeroso stuolo di truppa, di guar

dia nazionale a piedi e a c" , e da una

folla immensa di popolo, venner obbligati


il d 1o marzo del 1848 ad abbandonare il
monistero e

" vi

comprendeva, l' i

stituzione e le scuole, i beni e la Capita


le / Ridottisi tutti sur un vapore, il Flavio
Gioia, venner direttamente tradotti nelle ac

que di Baia. Trasferiti poscia in un altro


vapore attesamente apparecchiato, per misu
re politicamente provvisorie furono sbarcati
a Ponza. Di l inchiese ciascun di costoro

un passaporto per quella residenza che libe


ramente fu scelta, ed avviossi ognuno ver

so quel luogo ove l'appellava il destino.


Anche da Napoli son dunque sgombrati i
Gesuiti. Gli accompagni il cielo, ed una ter.

325

ra ospitale gli accolga ! Il suolo d'Italia non

li vedr pi forse prosperare e fiorire, mac


chinare e corrompere, sedurre e infettare
la civil comunanza ! Fuvvi nondimeno chi

protest altamente contro un avvenimento


siffatto ; chi venne pubblicamente accusato
di caldeggiar troppo per questa importante
genia; chi bandi loro addosso la croce sen
za piet; chi avea per anco tentato alzar
contro la voce, quando il profferir motto
contra quegli UMILI PoTENTI era grave fel
lona e reit di stato, e punivasi per seguen
za con persecuzioni e prigionie, con tortu
ra ed esilio.

Noi abborriamo quella setta, andavan ta


luni altri gridando, n alcuna pena per essa
ci daremmo giammai; ma non rifinirem pun
to di produrre le nostre giuste doglianze con

tro qualunque arbitrio, contro qualsiasi de-.


bolezza dell'attuale governo; ed il governo
propriamente accusavan costoro dell'anticosti
tuzionale e vergognosa condiscendenza. La

giustizia la vita del liberi reggimenti, di


cean eglino; non son proprie le violenze che

de poteri dispotici e capricciosi. Se la rimo


stranza fatta al governo perch bandisca i
Gesuiti, fosse stata diretta a provocarne una
legge; sarebbe stata purtroppo laudevole, e
fra le attribuzioni compresa d'un popolo li

bero e veramente civile. Ma questa rimo


strazione stata prodotta per aver la sanzio
ne d'un fatto gi
per consolidar

comma,
2

326

un atto definitivamente eseguito, per coro


nar un'opera pienamente compiuta. " gover
no, conchiudeasi, non concorso a tal ban

do che per suggellare una decisione illega


le, violenta, obbrobbriosa; e per stato
illegale e violento, pauroso e fiacco.
Se i Gesuiti, andavan pubblicando parec

chi altri, avesser patentemente destate dis


senzioni civili nel paese, sarebbero stati rei,
e perci giudicati e puniti, condannati e po
sti a bando del regno da una corte compe
tente. Ma i Gesuiti non turbavano la pubbli
ca tranquillit, non destavan ire plebee, a
voce levata non calunniavan il potere, non

minavan le basi dell'ordine pubblico: e per


non eran d'altro colpevoli " d'incompatibi
lit con l'attuale governo, co veri interessi
della nazione.

Ed altri ancora pi arditi ad inchieder fa


ceansi a Ministri, per qual ragione si eran
messi a convalidare della loro firma la sen

tenza dell'esilio; in virt di qual legge eran


si indotti a ci fare; in forza di qual do
manda si era siffattamente

"

COIne

aveano eglino interpetrato il pubblico voto ;

chi l'avea fatto loro legalmente pervenire?


l Gesuiti, sclamavan costoro, dovean uscire
certamente dal nostro reame, ma dovean sol
tanto le Camere mandarli via, non gi po
chi individui, esaltati da principi generosi

ma non legali e decorosi. l Ministri han dun


que forte temuto le imperiose inchieste di

327

pochi, le imprudenti minacce d'una branca


di stolti e baldanzosi libertini; non han sa
puto resistere n circoscriversi nella barriera
del diritto e della legge; hanno offeso i Mf
nistri la dignit del governo, ne hanno in
taccate le attribuzioni pi sacre, ne hanno
oltraggiata la giustizia e la fermezza, due
cardini principali su di cui riposan solamente

la tranquillit pubblica e l'individual sicurez


za. Non son responsabili soltanto i Ministri
de fatti compiuti, ma delle debolezze e con
discendenze indiscrete altres ; non solo di
ci che operarono, ma di ci che avrebber

dovuto operare eziandio. Quindi, nel bando


di quella gente, conchiudean finalmente, son
costoro colpevoli non solo dell'ignavia di aver
condisceso alla richiesta importuna di pochi

ribaldi e felloni, che han quasi strappato lo


ro di mano il perentorio editto di espulsio
ne; non solo del difetto di energia e di ef
ficacia, del vigor della mente e del proprio
carattere, della fermezza e solidit del prin
cipi; ma di non aver consultato peranco il

volo della nazione, di aver demolito e at


terrato prima ancor di gittare le basi ed edi
ficare.

N qui si arrestan le doglianze e i pareri


di chi a giudicar fassi d'ogni cosa e per di
ritto e per rovescio. Eleviam noi le no
stre querele, soggiungean altri davvantaggio,
non per l'opera santissima dell'esilio di quella
gente, ma pel modo s bene che ha provo

328

cato e seguito quell'atto; perocch, a lato ad


un esempio cos scandaloso della debolezza
del Ministero, havvi una condiscendenza che
ne oltraggia la dignit e 'l carattere; vi ha
un'illealt che non si puote in veruna guisa
convalidare ; vi ha un desiderio smodato di
violenti che non si pu mica legalizzare; ev
vi un'infrazione di legge che non pu resta
re impunita ; vi ha finalmente una provoca
zione illegale che fomenta le reazioni morali
degl'individui offesi e concitati ad altissimo
sdegno. Neliberi governi non havvi peggior
male quanto quello di dar il primo passo
contro la Carta che regge ; guai quando il
potere trascinato a sostegno delle voglie

private. La tranquillit pubblica tosto svani


sce ; l'inviolabilit personale non vi e pi ;

il popolo sfrenato irrompe e trasmoda a sua


posta.

Se oggi i ministri, proseguan davvantag


gio, han violato la maest del governo, con
firmando un atto, per s stesso necessario e
giusto, ma con le leggi in vigore per niun

modo compatibile; forzati dimani del pari da


circostanze diverse, con la stessa illazione ,

con gli stessi modi, potran confirmare at

tentati pi turpi e pi pregiudizievoli a un


tempo. Dovean eglino pi tosto accoglier la

etizione e provocar poscia una legge per

"

i Gesuiti dal nostro reame, non gi


sanzionare la loro espulsione stabilita e vo
luta da pochi: il bando de'Gesuiti era utile

329

al paese, vantaggioso alla social comunan


za, pur troppo degno di compiersi; ma non
in quel modo precipitato e illegale. Chi vili

pende il caduto vigliacco; ma chi concor


re a vilipenderlo davvantaggio fellone ed
iniquo. Non dee mica il potere fecondare gli
attruppamenti sediziosi che potran compro
mettere la pace cittadina; disperderli o dis

siparli s bene. E se il Direttore di Polizia,


conchiudean infine, avesse posto sol mente
alle attribuzioni personali o di carica, implo
rato avrebbe certamente il braccio della guar

dia nazionale per dissipare i complotti, i qua


li, animati da questa prospera riuscita, po
trebbero per l'avvenire dar luogo a conse
guenze pericolose e sinistre.
-

Intendiamoci bene, andavan altri ancora

sofisticando; noi non condanniam mica i prin


cpi, ma l'atto s bene; non contrastiam pun
to l'opera, ma l'illegalit del procedimen
to; non la cacciata de'Gesuiti, ma il modo

ond'ssi questo bando ottenuto ; non la ne


cessit del lor allontanamento da questo no
stro paese, ma la debolezza con cui il mi
mistero vi ha condisceso. E pi che ogni al

tra cosa, temiam molto l'esempio; l'esem


pio che a cose men lodevoli e giuste non si
avesse ad applicare. Quando ne limiti delle
leggi e della Carta, dee sempre il ministero
star saldo e governare; rinunciare pi tosto,
cadere, se occorre, ma non macchiarsi d'ar

bitrio o di condiscendenza colpevole. Non

350

debb'egli mirare agli onori o alla carica ,

non usar blandimenti per conservarsi al suo


posto e al suo grado; ma badare s bene

alla giustizia ed alle convenienze legali, al


diritto e al dovere ; allogar deesi la legge
dinanzi dagli occhi; por mente alla prospe
rit ed alla sicurezza del paese, e proceder
diritto pel calle di giustizia e di saviezza. Se
perde il prestigio della volont e della for
za, gi dissoluto il ministero; e qual' al
tra garentia rester poscia alla nazione, tran
ne quella della violenza e delle armi? In
una parola, faceansi costoro a conchiudere;
il bando de'Gesuiti un atto istantemente vo

luto dal pubblico, approvato dalla ragione,


proclamato da tempi, sanzionato dall'espe
rienza delle cose presenti e de'fatti passati;
ma dovea quest'atto proceder dal ministero
ed esser convalidato dal voto solenne d'un'in

tera nazione. Or, non essendo stato quel

fatto che l'espressione del volere capriccioso


di pochi riscaldati; non avendo il ministe
ro coadiuvato che l'emanazione d'un corrot

to e guasto pensiero, decaduto issofatto

dall'opinione del pubblico, ha commesso per


seguenza una violazione di legge, una vio
lenza illegittima, e per colpevole e criminosa.
Un altro grido ancora si andava elevando
in diversi punti della citt; ed erane questa
l' espressione fedele : Pria di discacciare i

Gesuiti da Napoli, diceasi, doveva il Mini


stro dell'Istruzione pubblica provvedere alle

331

scuole di pubblico insegnamento e trovare


tra le classi delle persone illuminate ed in

telligenti chi dettar potesse lezioni a quei mol


ti giovani avviati allo studio, affinch non
si rompesser all'ozio ed alle fatali conse
guenze di esso. Chi abbatte od atterra il vec
chio abituro pria di aversi edificato un nuo
vo ostello, d segno manifesto di stoltezza o
follia. E, conchiudendo, a rammentar fa
ceansi a giovani che avean concepito e com
piuto il disegno del bando, facendolo per
violenza sanzionare dal ministero, che non
fu mica gentile n generoso l'insultare il
caduto, e che dovea loro bastare soltanto

l'esilio legale di quella gente, senza insul


tarla con modi vituperevoli e strani. E ram
mentavan da ultimo al ministero di voler

tutta sentire la propria importanza, di prov


vedere alle cose del paese con fermezza e
coraggio, di non dar accesso n peso alle
femminili paure, di badare che il suo po

tere non va pi in l della Carta e del vo


to nazionale, chi responsabile, in una pa
rola, non solo delle azioni compiute, ma
delle omissioni ed oscitanze eziandio.

Ecco le critiche variate e moltiplici, cui

di luogo e fomento il gesuitico bando; ec


co le opinioni contrarie e diverse che da di
versi e contrari partiti si andavan sostenen

do a quei tempi. Qual sar ora la nostra


critica, quale la nostra opinione, il parer
nostro? Lo vedran tosto i contemporanei;

.332

lo vedran pi tardi, e meglio, i posteri


nostri.

FELIx QUI PoTUIT RERuM cogNosceRE CAUsAsl....

Nel 1521 , Ignazio di Loyola, dopo aver


tracorsi i primi 29 anni di sua vita fra le
armi ed i piaceri della galanteria, consa
crossi al servizio della Madre di Dio nel

Monserrato in Catalogna ; donde poscia si ri


dusse in una solitudine non molto lungi di
col, in cui l'Eterno certamente ispirogli la
sua grande opera degli esercizi spirituali,

poich ignorava le prime letture quando la


SCTISSe.

Decorato del titolo di Cavaliere di Cristo

e della Vergine Maria, si accinse tosto ad


insegnare e predicare, a convertir gli uo

mini con entusiasmo e con zelo, con igno


raIlZa e SucCeSSO,

Nell'anno 1538, sul finir della quaresi


ma, radun egli in Roma dieci compagni,
che avea prescelti secondo le sue mire e pie
namente acconci ai suoi altissimi disegni.
Dopo diversi piani formati e rigettati a un

tempo, Ignazio ed i suoi colleghi si dedi


caron di concerto ad illuminar gl'infedeli,
a propagare la ede, a vendicar la Re
ligione dagli allacchi degli Eretici.
In queste circostanze, Giovanni Ill, re di
"i
" zelante li la propa
gazione del Cristianesimo, indirizzossi ad I

333

gnazio per ispedire ne' suoi stati una bran


ca di missionari, con altissimo scopo d'in
viarli poscia a propalar il Vangelo tra i
Giapponesi e gl' Indiani. Ignazio spiccogli
Rodrigo e Saverio. Quest'ultimo part solo

per quelle lontane contrade, in cui oper


un'infinit di cose sorprendenti, che noi
crediamo, e che il Gesuita Acosta non crede.

ll Papa Paolo III concep il disegno di


formare per mezzo di questi Religiosi una
specie di milizia sparsa su la superficie del
la terra, sottoposta senza riserba agli ordi
ni della Corte di Roma. Dopo molte difficol

t ed ostacoli, dopo molte opposizioni e con


trasti, nel 154o venne finalmente approva
to l'Istituto d' Ignazio, e fu fondata la Com
pagnia di Ges.
Benedetto XIV, che possedea tante virt,
e che ha profferito tanti bei motti; quel fa
moso ed illuminato Pontefice, la cui perdi
-

ta fu generalmente rimpianta fino ai nostri


tempi, risguardava questa milizia come i
GIANNIzzERI della Santa Sede, soldatesca in
docile e pericolosa, ma che serve bene.
Al voto d' UBBIDIENZA, fatto al Papa rap
presentante di Cristo su la terra, e ad un
Generale, aggiunser dappoi i Gesuiti quei
di PovERTA' e di CASTITA', che hanno sinora

osservati come si conosce pur troppo,

Dopo la Bolla che gli stabil, e che gli

appell GesUITI, ne hanno ottenute novanta

334

cinque altre, che si conoscono, e che avreb


ber dovuto accuratamente nascondere.

Queste Bolle nomate LETTERE APosToLicHE

accordan loro tutti i privilegi dello Stato mo


nastico, cominciando dal men degno d'os
servazione sino all'indipendenza dalla Corte
di Roma.

Oltre a queste prerogative, han saputo


costoro rinvenire un mezzo assai singolare
di crearsen altre d'avvantaggio. Profferisce
un Papa inconsideratamente qualche parola
che sia favorevole all'Ordine? Se ne forma
tostamente un titolo, ed registrato ne'Fa
sti della Societ, in un Capitolo ch'ella de
nomina: GLI OaAcoLI DI vivA voce; vivae
vocis oracula.

Il Generalato, dignit subordinata nella


sua origine, divenne sotto Lainez e sotto
Acquaviva un dispotismo illimitato e per
manente.

Avea stabilito Paolo III il numero di ses

santa professi; tre anni dopo annull una


restrizione siffatta, e l'Ordine fu abbando
nato a tutti gli aumenti ond'era suscettibile,
e che ha preso col fatto.
Quei, che pretendon conoscere l'econo
mia e la Regola di questa loro Societ, fansi
a partirla in sei classi, che chiamano dei
Professi, de Coadiutori Spirituali, degli
Scolari approvati, de Fratelli Laici o Coa
diutori temporali, del Movizi, degli Affiliali

335

o Aggiunti o Gesuiti di Veste corta. Que

st'ultima classe numerosa, incorporata in


tutti gli stati della civil comunanza, e d'ogni
sorta di abito fassi maschera e velo.

Oltre a tre voti solenni di Religione, i


Professi che forman il Corpo della Societ,
fanno ancora un voto di ubbidienza speciale
al Capo della Chiesa, ma solamente per ci
che riguarda le missioni straniere. Il solo
Generale, ad esclusione anche del Papa,
puote ammettere o rigettare un suggetto.
L'Amministrazione dell'Ordine divisa in

tante Assistenze; le Assistenze in Province;

le Province in Case. Non havvi poi che cin


que Assistenti, e porta ciascuno il nome

del suo Dipartimento, appellandosi l'Assi


stente o d'Italia, o di Spagna, o di Ger
mania, o di Francia, o di Portogallo.

Il dovere d'un Assistente di preparare


gli affari e di mettervi un ordine che ne

agevoli la spedizione al rispettivo Generale.


Quegli che invigila sur una Provincia porta
il titolo di Provinciale; il Capo d'una Casa
assume quello di Rettore.

Che cosa intanto un Gesuita? E forse


un

i" secolare? un

prete regolare? E

un Laico? un Religioso? E un uomo di


Comunit? E un Monaco? Egli vera

mente qualche cosa di tutto ci, ma non


appartiene in effetti ad alcuna di cosiffatte
denominazioni.

Quando questi uomini si sono presentati

336

nelle Contrade, in cui sollecitavan con molta


cura la fondazione del loro Stabilimenti, e
ch'ssi loro domandato: Chi voi siete? han

francamente risposto: Tali quali, tales


quales.

Han sempre costoro fatto un mistero delle


loro Costituzioni, e non ne han dato giam
mai intera e libera certezza ai Magistrati od
ai Governi. La loro Regola assolutamente
monarchica, e tutto il potere risiede nel
l'autorit d'un solo.

Sottoposti al pi eccessivo dispotismo nelle


loro case, i Gesuiti ne sono i fautori pi
abbietti nello Stato. Accordano al Papa l'In
fallibilit ed il dominio universale, affinch

padroni d'un solo, divenisser poscia padroni


di tutto.

Correremmo rischio poi di andar all'infi


mito, ove tutte enumerar volessimo minuta
mente le prerogative assolute del loro Gene
rale. Ha egli il diritto di far novelle Costitu
zioni o rinnovare le antiche, di ammettere

o di escludere, di edificare o di annullare,

di approvare o disapprovare, di consultare


o di ordinare in modo assoluto, di raduna

re o di sciogliere, di arricchire o d'impo


verire, di assolvere o di condannare, di le
gare o sciorre, di mandar via o di ritene

re, di render innocente o reo, colpevole


d'un fallo leggiero o d'un delitto, d'annul
lare o di confermare un contratto, di rati

ficare o commutare un legato, d'approvare

337

o di sopprimer un'Opera, di distribuire in


dulgenze o anatemi, di ascrivere o di cas
sare: in una parola, possiede egli tutta la
pienezza di potere che immaginar possasi in

un Capo sopra i suoi sudditi. Egli lume


ed
anima, volont e possanza, guida e co
scienza.
t

Se questo Despota o Capo fosse per av


ventura un uom violento e vendicativo, am
bizioso e perverso; se tra la folla di coloro
cui inappellabilmente impone ed impera, si
per caso un sol superstizioso o fa
natico, ov' mai quel principe, o quel cit

rinvenisse

tadino privato, ch'esser potrebbe sicuro sul


suo Trono, od in seno della propria fami

lia? Chi ha lettura ed esperienza lo giu

i",

Viene imposto inoltre ad ogni Provinciale di


entrare nelle pi minute particolarit intorno
agli affari
e privati dell'intera Pro
vincia, e d'inviare i pi compiuti cataloghi

"

della condotta, dello spirito, della maniera


di pensare, del talento, del carattere, dei

costumi degl'individui; in una parola, dei


loro vizi e delle loro virt. Il Generale per
seguenza riceve ogni anno pi di dugento

stati esattissimi d'ogni Regno e d'ogni Pro


vincia, tanto per le cose temporali, che per
le spirituali.

Se fosse per poco questo Generale un uo


mo iniquamente venduto a qualche Potenza

straniera; ove fosse sventuratamente disposto


29

338

per proprio carattere, o trascinato per vile


e sordido interesse a mischiarsi nelle cose

politiche, qual male irreparabile e calami


toso, quale orrenda e trista sciagura non

potrebbe apportare agli Stati ? L'han sa

l" pur troppo i nostri antenati; e neanco


l'ignorano le generazioni presenti . . . .
Centro morale e politico in cui a termi
nar vanno tutti i segreti dello Stato e delle
famiglie, delle magioni de Grandi e de ga
binetti peranco; tanto istrutto delle cose pub
bliche e private, quanto impenetrabile nei
suoi arcani ed occulti disegni; disposto sem
pre a destare volontadi assolute senza ubbidi
re ad alcuno; prevenuto delle pi pericolose
opinioni su l'ingrandimento e conservazione
della sua Compagnia, del paro che su le
prerogative " sua spirituale possanza ;
capace infine di armare ai nostri fianchi una
mano crudele e spietata di cui non si pu
diffidare: ov' quell'uomo avventuroso tanto
cui questo formidabil Capo suscitar non possa
imbarazzi spiacevoli e tristi, ove incuorato
dal silenzio e dal mistero, inanimito dal se
creto e dall'impunit, osasse obbliare una
volta la santit del suo stato ? E UN GRAN

LIBRO L'ISToRIA!....

Ne casi importanti, si scrive al Generale


in simboliche cifre, in geroglifici egiziani.
Gli uomini che compongono la Compagnia
di Ges divengon per giuramento delatori e
spioni gli uni degli altri, e tutti di tutti. Appe

339

na formata, si vide ricca e possente, numerosa


e forte. Con la rapidit del baleno propa

gossi ella in Ispagna e nel Portogallo, in


Francia e in Italia, in Germania ed in In

ghilterra, al Nord ed al Mezzogiorno, in Afri


ca e in America, nella Cina e nelle Indie,
nel Giappone e da pertutto. Ugualmente am
biziosa e intricante, turbolenta e formidabil
sempre; costantemente scuotendo il giogo
delle leggi, e portando ovunque il suo in
flessibili carattere d'indipendenza assoluta,
scrupolosamente lo conserva, procedendo
tronfia ed altera, orgogliosa e superba, qua
si si sentisse destinata a comandar l'universo.

Dalla sua fondazione sino a nostri tempi,

non pur decorso un sol anno senza che


siasi segnalata con qualche azione strepitosa
e turbolenta ad un'ora. Ecco il ristretto cro

nologico della sua storia, com' a un di


preso compreso nel Decreto del Parlamento
di Parigi, datato del 6 Agosto 1762, che
sopprime quest'Ordine, come una setta di

empi, di fanatici, di corruttori, di regicidi,


di..... comandati da un capo straniero e mac
chiavellista per istituto.
Nel 1547, Bobadilla, uno del compagni
d'Ignazio, fu discacciato dagli Stati di Ger
mania, perch os scrivere contra l'Interim
d'Ausburg.
Nel 156o, Gonzales Sylveria fu giustiziato
al Monomotap come spione del Portogallo
-

e della sua Societ.

340

Nel 1578, tutti i Gesuiti d'Anversa furon


banditi, per essersi ricusati alla predicazione
di Gand.

Nel 1581 , Campian e Briant furon messi


a morte, per aver cospirato contro Elisabetta

d'Inghilterra. Nel corso del regno di questa


illustre Regina, cinque cospirazioni trama
ronsi contra la sua vita da Gesuiti.

Nel 1588, si vider costoro animare la

Lega formata in Francia contro Errico III.


Nello stesso anno, il tanto famoso Molina

pubblic i suoi perniciosi e condannati sogni


su la concordia della grazia e del libero ar
bitrio.

Nel 1593, Barrire fu armato d'un pu

male contro il migliore del Re dal Gesuita


arad.

Nel 1594, i Gesuiti furon discacciati dalla

Francia come complici provati del parricidio


di Gio: Chatel.

Nel 1595, il loro P. Guignard, sorpreso


con gli scritti apologetici dell'assassinio di
Errico IV, fu condannato alla Grnve.

Nel 1597, le Congregazioni de auriliis


si tennero in occasione della novit della dot

trina de'Gesuiti su la Grazia; e Clemente VIII


disse loro: Uomini turbolenti siete voi che
agitate tutta la Chiesa.

Nel 1598, corrompon i Gesuiti uno scel


lerato e ribaldo, gli amministrano l'Euca
ristia con una mano, gli presentano un pu
gnale con l'altra, gli mostrano la corona

341

eterna discesa dal cielo, e tosto spedisconlo


ad assassinare Maurizio di Nassau; son quin
di banditi dagli Stati di Olanda.
Nel 16oi, la clemenza del Cardinal Fe
derico Borromeo li discaccia dal Collegio di
Brada, per nefandi delitti che avrebber do
vuto inesorabilmente menarli al rogo o alla
s

forca.

Nel 16o5, Oldecorn e Gamet, come au


tori della cospirazione delle polveri, sono ab
bandonati al pubblico supplizio.
Nel 16o6 , ribelli ai decreti del Senato

di Venezia, furon cacciati dalla Citt e dallo


Stato.

Nel 161o Ravaillac assasin Errico IV. I


Gesuiti caddero in sospetto di aver secreta
mente diretta la sua mano; e mostrandose
ne pur troppo gelosi, come se il loro dise
gno fosse stato di sparger terrore ed allarme
nel seno de Monarchi, nello stesso anno pub
blic Marianne, con la sua istituzione del

Principe, l'Apologia dell'assassinio dei Re.


Nel 1618, furon cacciati i Gesuiti dalla
Boemia come perturbatori del pubblico ri
oso, come sollevatori del sudditi contra i
oro Magistrati, come propagatori del fuoco
della discordia tra i membri dello Stato. Nel

1619, furon banditi dalla Moravia per le


stesse cagioni.
Nel 1631 , le loro turbulente sedizioni sol
levarono il Giappone; ed in tutta l'estensio
-

ne dell'Impero fu bagnato il suolo di san

342

gue idolatra e cristiano. Accesa la guerra


civile, 37ooo cristiani ritiraronsi nel Castello
di Simabora. Ivi furono assediati; il Castello

fu preso d'assalto il d 11 Aprile 1638, ed


i cristiani furon tutti distrutti dal ferro e dal

fuoco. I Giapponesi, risoluti di non passare


sotto un giogo straniero, han giurato d'aver
in orrore il nome di cristiano; ed s pos
sente fra loro un cotal sentimento, che,

grazie ai Gesuiti, ha fatto perpetuare una


cerimonia s esecranda ed assurda da non

potersi esprimere a parole senza nota di gra


vissimo scandalo: cerimonia ignominiosa ed
infernale, a cui non pochi Europei, attac
cati pi tosto al danaro che al loro Dio, si
sottopongon senza ripugnanza veruna.
Nel 1641, i Gesuiti accesero in Europa
l'assurda contesa del Giansenismo, che co
st il riposo e la fortuna di tanti onesti fa
matici. E nel 1643, l'isola di Malta, forte
adirata per la loro depravazione smodata,
non men che per la loro rapacit ed in

saziabil sete di ricchezze, rigettolli lungi


da s.

Nel 1709, la loro bassa gelosia distrusse


Porto Reale, apr le tombe de morti, di
sperse le loro ossa, e rovescionne le sacre

mura, le cui pietre oggi rovesciansi s aspra


mente su le loro teste umiliate.

Nello stesso anno, il Gesuita Jouvency,


in una storia della Societ, osa allogare in

fra il novero del martiri gli assassini del Re

343

di Francia; quei Magistrati accorti e pru


denti fanno bruciare il suo libro.

Nel 1723, Pietro il Grande non trova si


curezza per la sua persona, e mezzo di tran

quillare i suoi Stati, che col dare il bando


a Gesuiti.

Nel 173o, lo scandaloso Tournemine pre


dica a Caen in un tempio, ed innanzi ad
un uditorio cristiano, ch' cosa incerta che

il Vangelo di Cristo sia Scrittura santa. Nello


stesso tempo Hardovin comincia ad infettare
il suo Ordine d'uno scetticismo ridicolo ed

empio. Nel 1755, i Gesuiti del Paraguai


conducon in battaglia ordinata gli abitanti
di quel Paese contra i loro legittimi sovrani.
N" 1757, un attentato parricida com
messo contra Luigi XV, re di Francia, da
un uomo allevato ne'lari della Societ di
Ges, da quei Padri protetto, e collocato
in molte case : nello stesso anno danno alla

luce uno del loro classici autori, in cui la

dottrina dell'assasinio del Re viene aperta


mente insegnata. Fecero altrettanto dopo
l'assassinio di Errico IV. Le stesse circostan

ze, la stessa condotta.

Nel 1758, il Re di Portogallo assassi


nato in conseguenza d'una congiura tramata
e condotta a

i" dai Gesuiti Malagrida, Ma

thos, ed Alessandro.

Ecco le principali epoche del Gesuitismo.


Non havvene alcuna cui non se ne possan
aggiungere molte altre, e forse di maggior

344

importanza. Questa moltitudine di delitti,


quanti altri non ne fa presupporre che s'i
gnoran affatto ? Nulla per di meno, ci
ch'ssi rapidamente accennato oltremodo
bastevole a mostrar apertamente, che in un
intervallo di trecento anni non evvi misfatto

che questa razza di uomini non abbia tentato


O COImmeSSO.

Arroger puossi, che non havvi dottrina


perversa che questa Societ non abbia im
rudentemente insegnata. L' Elucidarium di
osa soltanto ne contiene pi che non ne
fornirebbero cento volumi del pi distinti fa
natici. La dottrina del probabilismo d'in

venzione gesuitica. ll sistema del peccato filo


sofico dello stesso conio.

Leggasi la famosa opera intitolata le As

serzioni, pubblicata nell'anno 1762 a Pa


rigi, e fremerassi d'orrore nel ravvisare le
tante assurdit che i Teologi di questa Setta
hanno spacciati fin dalla sua origine, su
la simonia, su la bestemmia, sul sacrilegio,
su la maga, su l'irreligione, su l'astrolo
gia, su lo spergiuro, su l'impudicizia, su
la fornicazione, su la falsit, su la menzo
a, su la direzione d'intenzione, su la

alsa testimonianza, su la prevaricazione dei


Giudici, sul furto, su la compensazione oc
culta, su l'omicidio, sul suicidio, su la
prostituzione e sul regicidio: assurdit mo
struose che, giusta l'opinione del Procura
tor Generale i" Re al Parlamento di Bret

345

"

nel secondo suo conto reso, pag.


73, attaccan apertamente i princpi pi sa

cri, tendon a distruggere la legge naturale,


a render la fede umana dubbiosa, a rom

per tutti i legami della societ civile, auto


rizzando l'infrazione delle sue leggi pi sa

cre, a soffocare ogni sentimento di umanit,


ad annientare l'autorit reale, a portar le
turbolenze e la desolazione negl'Imperi le
gittimando il regicidio, a rovesciar le fon
damenta della rivelazione, ed a sostituire al

cristianesimo ogni specie di superstizione e


di fanatismo.

Leggasi d'avvantaggio nel Decreto del


Parlamento di Parigi, pubblicato il 6 Ago

sto del 1762, la lista infamante delle con


danne, cui sono stati sottoposti in tutti i
Tribunali del mondo cristiano, e la lista pi

infamante ancora delle qualificazioni che loro


si son date; ed acquisterassi senza dubbio
una pi chiara idea di questo coRPo EMINEN
TEMENTE MORALE.

Chieder potrassi qui certamente come que

sta Societ siesi consolidata, malgrado tutto


ci che ha fatto per perdersi; come illustrata,
ad onta di tutto ci che ha tentato per in
vilirsi ; come abbia ottenuta la confidenza

de Sovrani sgozzandoli ; la protezione del


Clero degradandolo; una s grande autorit
nella Chiesa riempiendola di discordie e di
scismi, colmandola d'obbrobrio e di derisio

ne, pervertendo la sua morale ed i suoi

346

dogmi? Perch si veduta a un tempo in


questo stRANo coRPo la ragione assisa ac
canto al fanatismo, la virt affratellata col

vizio, la religione allato all'empiet, il ri


gorismo appiccato al rilasciamento, la scien

za giunta all'ignoranza, lo spirito di ritiro


accoppiato allo spirito d'intrico e di rigiro,
tutti i contrasti in somma riuniti infra loro,
le mostruosit pi strane ed assurde
Giunte in un corpo con mirabil tempra.

Dati in preda al commercio e all'intrico,


alla politica de'tempi e ad occupazioni stra
niere affatto al loro stato, son costoro ne
cessariamente caduti nell'universale disprez
zo, seguito in tutti i tempi, ed in tutte le
case religiose, dalla decadenza degli studi
e dalla corruzione del costume.

Non l'oro certamente, n la possanza,


salvar potea la Societ da un fatale ed irre
parabil crollo; l'inviolabil rispetto s bene

dovuto alla scienza e alla virt : han per


duto i Gesuiti queste nozioni s comuni che
" e per la maledizione di
Borgia, lor terzo Generale, si su di loro pie

dovean

mamente verificata. Quest'uomo di sana dot


trina e d'incorrotti costumi indirizzava loro

siffattamente la parola: Verr tempo cer,


tamente in cui non metterete pi limite al
VOSll'O

"

insultante, all'ambizion vo

stra smodata ; in cui non d'altro vi occu

347

perete che d'accumulare ricchezze e di esten

der via pi il vostro credito, l'opinion vo


stra mondana ; non saravvi allora potenza su

la terra che rimenarvi potesse alla perfezion


vostra primitiva; e se fia possibile distrug
gervi, vi distrugger volentieri e senza ri
guardo veruno . Ei facea pur di mestieri
che coloro che avean fondata la loro durata
su la stessa base che sostiene l'esistenza e

la fortuna del grandi della terra, subisser


finalmente al par di questi non diversi de
stini! La prosperit del Gesuiti non stata
che un sogno alquanto pi lungo, ma per
pi tristo e fatale.

In qual tempo intanto, ed in quali circo


stanze, caduto infranto nella polve un s
formidabil colosso? Nel momento stesso che

sembrava pi saldo e pi grande; nel mo


mento che i Gesuiti riempivano i palagi dei
Re; nel momento in cui la giovent, che
forma la dolce speranza delle prime fami
glie dello Stato, correva in folla alle loro
scuole variate e diverse; in un momento

che la Religione gli aveva elevati alla con

fidenza pi intima de Magistrati e del Gran


di; in un momento, da ultimo, in cui, meno
protetti che protettori del Clero, eran co

storo divenuti ovunque e vita ed anima di


questo gran Corpo Teocratico. E che cosa
mai non si credean di essere questi mostruosi

giganti dei tempi favolosi? Noi abbiam ve

348

duto queste querce orgogliose toccar gi da


presso il cielo; ci siam tosto rivolti, ed esse
non eran pi.

Del pari che nel mondo fisico, ha pur


anche nel mondo morale la sua ingeneratri

ce cagione ogni fatto fenomenico, ogni qual


siesi evento. Qual sar stata mai quella della

rapida e fatal caduta di questa societ, in


altre epoche anteriori alla nostra, ed in al
tre contrade di Europa ? Eccone alcuna fra

molte che s'offrono spontaneamente al nostro


spirito, cui pur troppo spett non ha guari
di avvicinare tal sorta di gente, di esercitarsi

in discussioni di qualche importanza, e so


stenere con pi d'un di loro gravissime lotte,
malagevoli contrasti, allorch gli avemmo
a revisori e censori spietati delle nostre filo
sofiche produzioni.
Hanno i Gesuiti non mezzanamente indi

gnato e innasprito la classe del letterati, nel

pi arduo momento in cui andavano a pren


der partito per essi contro ai loro implaca
bili e tristi nemici. Ne avvenuto per se
uenza che in luogo di covrire ed asconder
e loro debolezze, le hanno via pi svelate

ed esposte, additando ai capi entusiasti,


ond'eran forte minacciati, il luogo in cui
dovean ferire con pi felice successo.

Non si pi trovato d'avvantaggio nella


loro Societ verun uomo distinto per gran

talento e virt, non poeti, non filosofi,

349

non oratori, non eruditi, niuno scrittore di


alta sfera, niun individuo insomma, di cui
dir si potesse
Fu letterato grande e di gran fama;

fu quindi meritamente abbietto e disprezzato


quel Corpo.
Un'intestina anarchia, inoltre, li mante

neva quasi scissi da un pezzo; ed ove per


avventura possedeano qualche esimio e ri

spettabil soggetto, era pur troppo malage


vol cosa il conservarlo fra loro.

Sono stati scoverti eziandio gli autori di


tanti torbidi civili, svelate le secrete molle di

tante cittadine discordie, e la pazienza dei


governi e del popoli si finalmente stan
cata.

Il loro giornalista di Trvoux, autor me


diocre e povero politico, ha procurato loro,
co suoi periodici scritti, mille nemici formi

dabili che gli han poscia dipinti con neris


sima tinta.

Di non buona, intelligenza co depositari


delle leggi, non han mica pensato i Gesuiti
che i Magistrati, duratari quanto le leggi
stesse su la terra, avrebber una volta da

forti trionfato e vinto. Hanno ignorato del


pari la differenza che passa fra individui ne

cessari allo Stato e monaci turbolenti o per


niciosi alla comunanza civile; n han pre
veduto eziandio che se fosse il

g ob
Ol

350

bligato a prender finalmente un partito, vol


gerebbe con dispregio le spalle a persone
che non avean pi nulla in s stesse di com
mendevole ed avvantaggioso.
Mentre gli studi fiorivano in tutte le Uni
-

versit di

i" , andavan molto a ritroso


"

ed erano in fatal decadenza nel loro Collegi;


di quivi la convinzione
in ognuno

che, per l'impiego migliore del tempo, per


la buona cultura dello spirito, per la con
servazione del costumi e della sana morale,
non doveasi dar luogo ad esitazione veruna
nella scelta o nel paragone fra la pubblica
istituzione e l'educazione domestica.

Han voluto questi uomini stranamente in


trudersi in affari diversi, ed hanno avuta
confidenza molta nel loro credito, nella lor

opinione, nel preteso lor merito, mentre la


pubblica opinione li covriva d'obbrobrio, e
pi d'una penna eminentemente italiana,
oltre modo vulnerando la loro efimera rino

manza, vergava pagine non dubbie di ese


crata memoria per quest'ldra abbattuta e
atterrata.

Furon molto imprudenti pur anche nel


render di pubblica ragione le loro bizzarre
Costituzioni; e furonlo d'avvantaggio quan

do, provvidenzialmente obbliando ch'era af,


fatto precaria la lor esistenza, costituiron il
pubblico in istato di conoscer pienamente la
loro Regola, i loro Statuti, e di paragonar

quindi quel sistema di fanatismo e di super

351

stizione oltraggiante, di macchiavellismo e

d'indipendenza assurda con le leggi dello


Stato.

Qual forza possente, qual circostanza fe


lice avrebbe mai potuto salvar l'Ordine con
tro tante scosse riunite che avean forte mi

nato le sue basi, ed all'orlo ridotto d'un

precipizio fatale? Inevitabile quindi la lor


espulsione da tutti quasi gli Stati Europei;
necessario e proclamato dal pubblico voto il
loro bando dal nostro Reame.

Non gi per odio o per risentimento con


tro i Gesuiti, si son qui riportati fedelmente
taluni del loro fatti principali; con iscopo s
bene di giustificare il governo che gli ha
discacciati, i magistrati che ne han fatta

giustizia, il pubblico infine che ne ha pro


vocato le misure pi energiche ed efficaci;
con iscopo peranco di far conoscere ai Re

ligiosi di quest'Ordine, che tenteranno un


giorno di ristabilirsi nel nostro reame, a

quali condizioni potranno sperare di mante


nervisi e render pi stabile la loro perma
nenza o durata.

N sar vano il presentimento del loro


ritorno e della restaurazion loro nel nostro

Regno. Chi trovossi presente alla licenziata


di questi PII CAMPIONI, ud chiaramente profferire da taluni di

costoro, con tuono tor

bido e minaccioso, queste profetiche pa


role: Quella stessa mano che ci ha cac

ciati, sar costretta un giorno a richia

352

marci . E con ci facean eco costoro alla

profezia da Gesuiti " nella loro prima


espulsione, cio, di dover essere la Com
pagnia, non andr guari, novellamente in
trodotta e stabilita fra noi. Il vaticinio ve

rificossi allora certamente; ma il fulmine


che gli ha questa volta sopraggiunti e col
piti, avr probabilmente tal forza e tal vio

lenza da non farli s tosto e s agevolmente


risorgere a novella vita civile.
Si espresse assai bene il Genio della Let
teratura Francese, nel suo Dizionario Filo

sofico, quando in una nota dell'Articolo

Orgoglio inviar volle il lettore a quello di


Gesuita.

Lo spirito di questa fatal Societ stato

sempre quello di annientare i lumi della sana


Filosofia, per mantener poscia stazionarie
ovvero retrograde le sociali masse, e sem
pre ligie al suo fanatismo orgoglioso le po
polazioni abbrutite. Il tempio di Minerva star

doveva eternamente chiuso pei popoli, e


schiuder soltanto le porte alla privilegiata
role di Loyola. Si conosce purtroppo quanti
acci fatali tendeano all'incauta giovent,

per ammaliarla e sedurla, e quindi attirarla


irresistibilmente fra loro. Tutti quei giova
netti che mostravan talenti distinti, venian

di furto strappati dal seno della societ e


delle tradite

" per arricchirne la Com

pagnia e renderla poscia pi colossale e pi


forte, pi rispettata e temuta. Per questa ra

353

gione pullulava l'Ordine un tempo di sog


getti valenti nelle scienze e nelle Belle-Let

fere. E quando, per lo avverso, appariva


un bell'ingegno fuori del suo seno, ne di
veniva repente il bersaglio fatale; mirava
ognora con occhio di disprezzo gli altri Or.
dini Religiosi; ed era sempre alle prese coi

Filosofi, con le persone pi illuminate e di


letteraria rinomanza.

Estinta la prima volta la Societ, non si


estinsero in seno delle sciolte sue

membra

i semi di ambizione e di avarizia rea. Ri

sorti appena i Gesuiti in Napoli, una delle


prime lor cure fu di estinguere o di ecclis
sare almeno in gran parte i balenanti rag

gi di Filosofia che cominciavano a sfolgo

rare in questo nostro paese. Ed in ci si


trovavan pienamente d'accardo col voler di
TALUNI, che con atteso disegno gli avean
proclamati ed accolti in queste contrade:

qual notte tenebrosa dovea quindi sbucar


fuori dalla strettissima lega di queste tarta
ree Deit !

Alcuni pretesi letterati, ch'esistevan fra


li esuli

li ritorno, penetrando appena nella

eal Biblioteca, vi apportaron disordine e


generale scompiglio. Accostavansi impruden

temente ai giovani studiosi, e quando tro


vavan fra le loro mani Lock o Condillac ,

non mancavan discreditare que luminari della


ragione e del buon senso, affine d'impedir
ne l'interessante ed utile lettura. Questa spe

354 ,

cie di anatema pe buoni autori produsse to


sto un'indignazione s profonda negli ani
mi della giovent, che la Biblioteca rest
in breve quasi muta e deserta.

Un Ministro savio ed illuminato avea pur


troppo raddoppiato di cure e di sforzi, per
non far introdurre questa peste letteraria nella
Biblioteca di suo carico; ma chi volea correr
direttamente al suo scopo, deluse le mire e
le cure dell'uomo di buon senso. Gloria ed

onor sommo qui profondasi intanto alla gra


ta memoria del Ministro Seratti, straniero
s bene, ma che si sarebbe dedicato al mi

glior vantaggio della nostra cara patria cui


serviva, se non gli fossero state tarpate le
ali dasocial
chi dovea
pi tosto immegliare le sorti
della
comunanza.
-

I Francesi nel 1806

" ratti sul Re

gno di Napoli per vendicare la fede del trat


tati vilipesa; e l'ora, tanto desiderata dai
buoni, dell'espulsione del Gesuiti, gi suo
ma per costoro. Viene, in effetto, intimato
loro lo sfratto dal Regno, ed i presuntuosi
figli del fanatismo e della superstizion cieca
son forzati ad abbandonar la preda con la

disperazione sul viso. La caduta di quella


gente abbatte oltre modo i colpevoli suoi
adoratori, che avean pria fondato nella So
ciet la fallace speranza d'una disastrosa in
quisizione politica.
Grazie sempre all'attual nostro costituzio

male Governo, la stessa ora pur suonata

355

questa volta pei gi fugati Gesuiti, per que


sta miserabile gena di egoisti e di sucidis

sime Arpie. Questi aspidi velenosi non po


tranno pi mordere, osiamo almeno sperarlo,
n distillar contagiosi pensieri negli animi
ancor vergini " incauti adoratori.
Possa l'intera distruzione del vetusto si

stema gotico del Governi di Europa consoli


dar per sempre i princpi salutari del no
vell'ordine di cose fondato su la libert po
litica delle Nazioni, su la rigenerazione ci
vile de popoli, gi vittime del dispotismo e

dell'esecrata superstizione, i cui principali


satelliti eran gl'ippocriti della Compagnia
di Ges l

Ne' momenti di trambusto e di crisi, molto


pi quando gli urti politici o le scosse ver
tiginose delle Nazioni rapidamente succedon
si , havvi sempre delle convulsioni inevi
tabili e forti, delle oscillazioni pi o meno
attive e gagliarde che palesan la lotta dei

due principi opposti. Non dee quindi destar


sorpresa se Roma, al par di Napoli e d'ogni

altro paese che trovasi di presente nelle stesse


condizioni, fa ora sperimento d'una teoria
cosiffatta. Ci non toglie, nulla per di meno,
che la lotta sia deplorabile e trista, e che
i buoni cittadini dian opera che il male
onde son minacciati sia finalmente ridotto

alle minime proporzioni possibili. L'espul

sione de Gesuiti da Napoli ha provvidenzial


mente sottratto il popolo Romano ad un gra

356

ve pericolo; ed ove il loro bando da que


sta Capitale fosse stato eseguito men pronta
mente, ci avrebbe forse con nostro grave
danno esposti nella stessa conflagrazione di
Roma.

A vantaggio ed istruzione comune ci fac


ciamo ad esporre e consecrare in queste sto
riche memorie avvenimenti siffatti, affine di

prenderne opportuno ed acconcio argomento


d'inculcar del continuo a nostri uomini di
stato la necessit d'operar con sollecitudine

in tutte quelle cose che pur fare dovransi

o presto o tardi; s che il procrastinarle


d'avvantaggio, lungi dal fruttarcene alcun
bene, ne acccresce forse i pericoli e le com
plicazioni, e ci procura per seguenza detri
mento e danno peggiore.
Pubblicatosi in Roma lo Statuto costituzio

nale, onde far dovrassi indi a non poco al


cun cenno, davansi opera i Gesuiti di pre

parar secretamente a Romani un officio fu


nebre, una strage cittadina e funesta, la
uale sar certamente inevitabile, ove Pio

ono non voglia porvi rimedio; e dovr


senza dubbio prestarvelo nella sua somma
saviezza e prudenza, poi che quella sua let
tera o breve che sia, malamente interpre
tata, dest negli animi una generale per
turbazione, da cui l'accorta Compagnia sep
pe acconciamente trar molto profitto.

I due partiti intanto si guardan ognora


in cagnesco, e fu provvidenza che in que

357

sti tracorsi giorni non iscorresse in Roma il


sangue cittadino. Buona parte di popolo
attualmente in tumulto e in pericolo. I capi

popolo del Rioni sono divisi fra loro, in con

s"

seguenza d'una
lettera in cui
sembra che Pio Nono si esprima a vantag

gio de non pi tollerati Gesuiti. Nella de


corsa settimana, s come si officialmente

riferito, otto colonnelli di battaglioni avan


zaron reclami a quel Ministero, perch po

tesse portarsi innanzi al Papa la questione


Gesuitica, e provvedersi incontamente alla
loro dissoluzione, se non vorr veder Roma
come la Svizzera.

Non son diversi, in effetto, gli elementi;


non dissimili le occulte pratiche; saran forse
peggiori i risultati. I Gesuiti intanto agiscon
orgogliosamente in Roma dopo quella ma
nifestazione fatta per lettera; " Van
no clienti da pertutto e speran formarsi un
ben grosso partito; spargon voci allarmanti

e di equivoca intesa, esagerate e bugiarde


eranco. Le fazioni sono del continuo con
a lancia in resta, e forte si teme che rom

per finalmente dovrassi, ove non si accor

ra energicamente, e tosto: un sol giorno


di differimento, una sol'ora forse d'impru
dente ritardo, e quella scena indecorosa sug
gellerassi col sangue.
-

Gran Dio! pare impossibile! tanta rovi


na e tanta strage per una setta di proscritti
egoisti! tanti torbidi e tanti mali nella so

358

ciet per una branca esecrata di malfattori


e sediziosi briganti ! La citt di Roma tre

pida intanto, scissa in frazioni e partiti,

i" esposta ad enormi pericoli,


finch non saprassi
risoluzioni si dovran

"

prendere dopo l'indirizzo portato da Ministri


perch fosser i Gesuiti allontanati da quella
contrada. Siam certi nulla per di meno che,
ove non vengan costoro da col rimossi, per
indifferenza del Papa, le fazioni verranno

furiosamente alle mani, e sar quella domi


nante un orrendo teatro di scompiglio e di
orrore, un miserabile ostello di Ghibellini e
di Guelfi novelli. Che disgrazia per Roma,

er l'onor di Pio Nono, per lo Stato, e per


fi
intera, che sia ancora intrusa e re
gnante infra le italiane famiglie questa fa
miglia eterogenea e perniciosa, questo strano
elemento di discordia e di scisma! ! !

E discordia e scisma, sommosse e tumulti

produsse pur anche nella nostra Capitale il


gesuitico bando; perocch nel giorno che se
gu l'allontanamento di quella sediziosa gente
dalla citt di Napoli, un'insolita perturbazio
ne agit forte e mise in iscompiglio il po
polo. Una turba di felloni aderenti al loro
partito, incitando secretamente a rivolta non
pochi della plebe e del lazzarismo sfrenato,
cagionaron grave sommosa in tutto il paese;

s che armati di sassi percorrevano indomiti


e furibondi le pubbliche vie, con infame di
segno di colpire ed atterrare coloro che avean

359

avuto gran parte al discacciamento del loro

fidi PROTETTORI. L'opportuna resistenza della


truppa e della Guardia Nazionale salv va

lorosamente la patria da un imminente e gra


ve pericolo, cui l'avrebbe inevitabilmente

esposto quella licenziosa ed imbaldanzita bruz

".
n quello stesso giorno,

13 marzo, un in

dividuo della guardia nazionale recavasi ge


nerosamente nel proprio posto per giungner

si agli altri prodi suoi compagni, ed accor


rer sollecito ad impedire le varie turbolenze

che comprometter poteano la pubblica tran


uillit. Un'orda di mal'intenzionati dell'in

fima classe della plebe lo assal da ogni ban

da, credendo di poterlo disarmare ed ob


bligarlo a profferire il motto esecrando muoia
la Costituzione / Ma il valoroso ed intrepi

do aggredito, da patriottismo e da coraggio


forte animato, e facendo buon uso di quel
l'arma che meritamente impugnava, impose
loro di sciogliersi e gridare viva la Costi
tuzione! Questa espressione innaspr via pi

quei mal consigliati e turbulenti felloni, che


fecersi tosto a tempestarlo di violenti e ri

petuti colpi di sassi. Cinque volte il prode


i)ecrescenzo scaric su di essi il suo fucile,

e riuscigli di assicurare in mano dell'auto


rit competente un di quei ribaldi ferito a
morte. Ed altri casi di morte e di ferite in

tervenner pure in quel giorno di scompiglio,


che stati sarebbero certamente seguiti da tur

360

bolenze funeste, ove non si fosse prestata a

tempo la guardia nazionale, sul cui soccor


so magnanimo tutta riposa la sicurezza in
terna ed esterna della patria.

E vi provvide pur energicamente il Gover


no con apposito Decreto, avente per iscopo

la pi rigorosa proibizione di qualsivoglia


attruppamento, prendendo di mira sovra tutto
quelle interminabili dimostrazioni popolari,
omentate e promosse da talune teste riscal

date, ch'eran sol paghe d'incitare gli animi


a rivolture politiche. E quel Decreto del 13
Marzo 1848 era siffattamente concepito:
Visto il rapporto del Comandante in
capo la Guardia Nazionale, in data di oggi,
e l'altro del Comandante la Piazza, dello stes

so giorno, con cui si richiedono misure


repressive per mantenere la pub

l" e

lica tranquillit e l'ordine politico;


Visti gli articoli 14o e 142 delle Leggi
Penali;

Considerando che per assicurare l'ese


cuzione delle Leggi rimaste provvisoriamente

in vigore, necessario di adottare energici


mezzi, che sieno riconosciuti da regolamenti

esistenti, e non epposti al Regime Costitu


zionale;

Considerando che comunque competa ai

Cittadini il diritto di petizione, pure questo


debbe esercitarsi in iscritto e ne'modi legali;
Considerando che siffatto diritto si spe

rimentato nel precedenti giorni, e special

361

mente oggi col mezzo di numerosi attruppa


menti, con vie di fatto, con iscritti stam
pati, con cartelli ed affissi criminosi, com
promettendo il rispetto dovuto alla Religione
e la sicurezza dello Stato;
-

Considerando che per evitare tali incon

venienti, esige la prudenza che abbian luo


go misure preventive, e che sono ammesse
in tutti i Governi Costituzionali; ec.
Abbiamo risoluto di decretare e decre

tiamo quanto segue:


Art. 1. La petizione non esercitata a sen
so della Costituzione, vietata.

Art. 2. Qualora il modo illegale della per


tizione offra un reato previsto dalle Leggi

rimaste provvisoriamente in vigore, verr pu


nito ai termini delle medesime dal compe
tente Magistrato ordinario.
Art. 3. Se avr luogo un attruppamento
criminoso, verr disciolto con l'intimazione
che si eseguir per tre volte dalle autorit

municipali accompagnate da un uffiziale di


Polizia ordinaria o giudiziaria, mostrandosi

circondata da un drappello di Guardia Na


zionale o di altra Truppa, previo il tocco
del tamburo, od il suono della tromba.

Art. 4. Se dopo tale triplice intimazione


non si ubbidisca, sar lecito d'impiegare la
forza pubblica per ottenere lo sgombramento
suddetto .

Le rincrescevoli perturbazioni, onde in

quei giorni fu gravemente

s la Ca
i

362

pitale, suscitaron nel cuore dei buoni un


sentimento di tristezza, che non potea se
non avvelenare quella pubblica gioia , a
cui pria si eran tutti abbandonati, per la

speranza di veder sempre pi assicurati gli


effetti della nostra politica rigenerazione.
Quelle deviazioni intanto dal sentiero della
legalit, quei crocchi diurni e notturni,

quelle grida tumultuose ed allarmanti, quelle


voci incessantemente ripetute di abbasso il
Ministero, eran tanto pi di nocumento ai
veri interessi della nazione, in quanto pre
occupandone il Governo, l'andavan distraen

do da gi intrapresi lavori per dover quin


di riordinare su novelle basi le svariate parti
dell'amministrazione.
Aveva ormai il Ministero cominciata la

discussione delle leggi provvisorie dirette ad

organizzar prontamente una Guardia di pub


blica sicurezza in tutto il Regno, che assu
mendo il servizio della Gendarmeria, ne te
nesse luogo sopra norme pi conducenti allo
scopo di conciliare la libert con l'ordine
sociale; a ricomporre sopra basi pi larghe
la forza dell'esercito, ch'oggi sovra tutto
concorrer debbe a garantire l'indipendenza
italiana da ogni vicissitudine impreveduta e
funesta; ad emanar la legge provvisoria per
l'organizzazione della Guardia Nazionale, e

dare a questa fondamental garentia de no


stri novelli ordini politici i mezzi di cui po
tesse aver bisogno per non render affatto il

363

lusoria la sua salutare istituzione; ad occu


parsi immediatamente di preparar gli ele
menti delle deliberazioni, che, per riordina
re le varie parti dello Stato, presentar do
vransi alle Camere Legislative, nella lor im
minente convocazione. Ma, indipendente
mente dall'intervento degli onesti cittadini
che facesser uso del loro credito, e princi

palmente della Guardia Nazionale, per man


tener la pubblica tranquillit, era pur trop
po malagevol cosa che in mezzo a commo
zioni ogni d rinascenti procedesser le cose
con celerit e felice successo; commozioni

che turbavan principalmente a quei giorni


gl'interessi della finanza, ed opponeano ad

ogni operazione che vi si riferisce le pi in


sormontabili barriere. E questo concorso ap

punto invocava allora il Ministero, e vien


tuttora proclamato, poich senza di esso ri
marrebbe paralizzato e sconvolto l'andamento
degli affari con general detrimento; e di

"

struggerebbe quella fiducia che la


opinione ha finora mostrato d'accordargli.

Vengon intanto i Gesuiti legalmente espulsi


da Torino, come pochi giorni prima lo era
no stati del pari da Genova. Carlo Alberto
continua a consolidare via pi la vera libert
civile o politica nelle province italiane da

lui gloriosamente governate; quest'atto no


vello della sua civil sapienza solenne atte
stato di amore alla libert ed all'indipendenza italiana. In mezzo ad uomini liberi

364

affatto incompatibile e strana l'esistenza dei


nostri comuni e pi pertinaci nemici, e

tanto pi perfidi quanto pi i loro raggiri


son occulti ed impenetrabili, variati e mol
tiplici i lor artifizi, perniciosi e gravi i
lor attentati a qualsivoglia specie di liber
t. La loro presenza nella civil comunanza
da evitarsi a qualunque costo e con ogni

sforzo possibile. In Inghilterra del paro, in


quel paese di Europa dove la libert pi
antica e pi vivamente sentita, nell'esser
restituiti ai cattolici i diritti civili, il mini
stero diretto da Lord Russell ne ha formal

mente e categoricamente eccettuati i Gesuiti.


E l'illustre ministro inglese ha bene in ci
proceduto con saviezza e prudenza somma :
Gesuitismo non Cattolicismo ; il Gesuiti
smo ripugnante ed assurdo con la libert
dei popoli.
Il Principato civile ha il diritto e il dove
re ad un'ora di abborrir forte il Gesuitismo,

e tanto quanto l'abborrono i veri Cattolici,


gli amici veri e passionati della libert po
litica. La famiglia degli Stuardi rovin, per
ch collegata a Gesuiti. Carlo X fu scacciato
dal trono, perch strinse anch'egli alleanza
co' RISPETTABILI Gesuiti. L'insegnamento auto
revole della storia parla un linguaggio assai

chiaro ed aperto; ed i Principi che amin


sinceramente il bene del loro popoli e la con
servazione del loro troni, non deon punto
ignorarlo, e molto meno obbliarlo. Ogni

365

fremito di un popolo vendicato in libert


una coscienziosa imprecazione ai Gesuiti.
In Italia sovra tutto, l'abominio a Gesuiti

invincibile e vetusto, perch la nostra cara


Italia nazione cattolica e civile; perch i
Gesuiti sono gli alleati naturali del gi ab
battuto colosso austriaco ; perch sventura

mente l'Italia la contrada di Europa, dove


i malefici effetti degl'influssi gesuitici sono
pi visibili e fatali, pi potenti e funesti.
Carlo Alberto ha quindi lealmente e sapien
temente provveduto al decoro della Religio
ne, all'indipendenza d'Italia, alla libert
de' suoi popoli, alla sicurezza pur anche del
suo trono, scacciando da suoi stati i REVE

RENDI PADRI. Questa volta ancora ha egli


fatto diritto e ragione al suo gran Precur
sore, all'Apostolo invitto dell'alleanza della
Religione con la Civilt (alleanza implaca
bilmente e del continuo astiata e combattuta

da Gesuiti) all'illustre Vincenzo Gioberti.


Havvi per avventura di quei che credon
esagerati e puerili i timori, che concepiscon
gl'Italiani dell'esecrato Gesuitismo. Noi con
fessiamo apertamente di parteggiare per la
sentenza che dice assolutamente l'opposto;
noi siamo in tutto e per tutto del parere del
Gioberti. Il Gesuitismo la mala pianta, la
pianta paralizzata e intristita che aduggia l'ita

lico suolo; e per non rifinirem mai dal


combattere, non sarem paghi e contenti giam

mai, se non quando ne sar svelta dell'in

366

tutto, sbarbicata interamente sin dalle pro


prie radici. Carlo Alberto ha dato all'Euro

pa un grande e salutare esempio, sotto que


st'altro rapporto; il nostro Principe costitu
zionale, il nostro Re veramente italiano Fer

dinando II lo ha tostamente imitato; il ma


gnanimo Pio Nono, cui oggi commessa
dalla Provvidenza la difesa della Chiesa e

dell'Italia, scaccer del pari, speriamo, dal

santuario pur troppo profanato da quella


gena di vipere i nemici della Religione e
della Civilt, tuoner dal sacro Vaticano con
voce forte e scuotente contro il Gesuitismo,

ridurr in atto il gran pensiero del sommo


e cattolicissimo autore del GESUITA MoDERNo,

pronuncier novellamente il gran decreto,


che usc fuori altra volta dalle labbra del

" e pio suo predecessore, Papa Ganga


Inel II . --

Strana cosa ad udirsi ! Ci che prima non

era che semplice desiderio di pochi, diven

ne poscia un sacro obbietto di pubblico voto;


dal voto quasi universale si pass tosto ad
una formale profezia; e la profezia de'buo
ni, il vaticinio del giusti non ora per l'Ita
lia che una realit di fatto, un fatto posi

tivo e certo quanto quello della propria esi


stenza. E questo fatto inaspettato, questo
strano e singolar avvenimento il bando
assoluto, l'espulsione completa de'Gesuiti da
Roma!

In tutti i regni di Europa certamente non

367

si ripete ai nostri giorni che un fatto il quale,


nato dalla volont universale, veste le me

desime forme da pertutto, s'appoggia alle


stesse ragioni, ed corrivo alle medesime
conseguenze.
La societ umana si tutta finalmente ele
-

vata in massa, e con un tuono imperioso


cui vano resistere, ha detto a Gesuiti: Io
vi rispetto come individui, non accuso al

cun di voi di quei delitti che han consecrato


all'infamia i Ravaillac ; ma il vostro istituto,

abbandonando le cure celesti per gli affari


mondani, associandosi alla politica de'de
spoti e del ministri della tirannide, si po
slo in guerra aperta coi popoli che chieggon
riforme ed istituzioni liberali. Oggi i popoli
son vincitori; subte duque la legge del vinti;
partite: la civil comunanza non puote e non
dee pi tollerarvi nel proprio seno.
A questo linguaggio, i vinti sono stati
costretti a chinare il capo: era inutile e

scempia di effetto la resistenza; fra pochi


giorni come non saravvi pi paese in Euro
pa dove sorger una casa gesuitica, cos
pi non udransi le acclamazioni contro quella
Societ; cesser certamente ogni scandalo;

e quell'istituto che ha fatto parlar tanto di


s, che ha tenuto in convulsione tanti po
poli e tanti re per molti anni, diverr un
dominio di storia, un fatto veramente stori

co che da imparziali scrittori sar giudicato


come meritamente richiede. Forse anco l'isti

368

tuto gesuitico profferir grazie un giorno al

Cielo di quanto oggi gli accade. Se profit


tando d'una s tremenda lezione, se ricono

scendo la voce di Dio in questa voce che


sorge unanime e gigantesca dal Nord al mez
zogiorno di Europa, avranno i Gesuiti e cuo
re ed ingegno per comprender la necessit
d'una radicale riforma, arriver forse che

quell'istituto, rinunziando all'ambizion vana


di dominare, all'avidit smodata d'accumu
lare ricchezze, ed informandosi solo dello

spirito evangelico, trasformerassi anch'esso


come oggi si trasforma il mondo, s che
risorto a novella vita religiosa e morale, po
tr rendersi veramente utile all'umanit ed

esser anco saldissimo appoggio della reli


gione.

Questa trasformazione per non poteva ac


cadere in questi nostri tempi; le umane pas
sioni acciecavan troppo quelle menti orgo

gliose ed altere. N dee produrre maraviglia


o sorpresa: quanti grandi della terra si ve
don oggi giunger all'orlo del precipizio, e
ricusan intanto il sostegno che i popoli pre

sentan loro per potersi salvare! Verr poscia


il sentimento; ma non sar pi opportuno
ed accettevole il tempo: nondimeno per l'isti
tuto gesuitico non ancor morta ogni spe
ranza. Nel silenzio della solitudine, nell'al
lontanamento da ogni affare mondano, quan
do l'anima si riconcentra, e nella calma

delle passioni giudica gli eventi, forse la

369

ragione torner a regnare in quelle teste


stravolte, e, conosciuti gli errori tracorsi,
la celebre societ vestir nuove forme, asso

socierassi alle idee dell'umanit, e porrassi


a difendere l'idea democratica con quello
stesso vigore onde difese finora il dispotismo
oltraggiante, il mostruoso egoismo, gli oli
garchi superbi.

Conoscer allora con quanta ingiustizia


fu tentato da essi di associare alla loro cau

sa la causa della religione. Far non poteasi


maggior ingiuria di questa alla societ pre

sente. Andiam superbi pur troppo di questa


gran verit : La religione, la religion pura
e santa del vangelo torna oggi a regnare
ne'cuori. La societ umana tende a costituirsi
tutta in societ cristiana di fatto e non di

nome. Avr l'Eterno il culto sincero dei

cuori, non le ippocrite parole di un labbro


menzognero ed infinto.

A questo immenso progresso religioso non


sar certamente un ostacolo la partenza dei
gesuiti. Non pochi del partito, per istoltez
za di mente, per malizia di cuore, per ve
dute meschine ed interessate, van tuttora ri
petendo che la persecuzione di quell'istituto
solo dovuta a pochi settari irreligiosi e
immorali. Parecchi altri ancora hanno attri

buito le domande di riforme e di buone leg


gi a pochi visionari: si son poscia avveduti
che i visionari e le sette tramutaronsi pro

digiosamente in popolo. E sono i popoli,

370

in effetti, che in ogni parte dell'Europa cac


cian via i gesuiti dal loro seno. Accuserem
dunque i popoli Modenesi, i Parmigiani, i
Toscani, i Lombardi, i Napolitani, i Ro
mani, e poi quei di Baviera, e quei di
Francia, e quei del Belgio, e tanti e tanti
altri, d'immoralit e d'irreligione? La ci
vil comunanza intera divenuta adunque un
nido di atei, una muda di felloni e di assas
sini? E quando ad ogni istante in tutti i re
gni di Europa si manifestan atti di alta piet
religiosa, e tali virt cittadine, e tali esem
pi di generosit e di grandezza d'animo da
render l'epoca presente degnissima d'ogni
elogio; quando da pertutto s altamente

rispettata la religione del padri nostri, che


non si fatta ingiuria o violenza a verun
ordine religioso; quando il nome di Roma

Cattolica, il nome del supremo capo del


cattolicismo suonan venerati e sacri in ogni
angolo della terra; quando tutto il clero fran
cese si associato con vero sentimento

di

gioia e di adesione a quei repubblicani che


venivan accusati di tanti delitti e di tanta

irreligione, dovr dirsi forse che la societ


tutta rovesciar tenta il culto santo dell'Eter

no e la fede degli avi, perch rispettando


gl'individui ha detto all'istituto gesuitico :
Tu cerchi di farlo retrocedere, tu ci hai di
chiarato una guerra, che cost sangue alle
nazioni in alcuni luoghi, che suscit partiti
e rivolte in alcuni altri; allontanati dunque;

37 1

pi non turbar l'opera santa della nostra


rigenerazione; non pi venire ad eccitar fra
noi la guerra civile, a soffiar la discordia

fra principi e popoli?


E il dir questo, e il tentare a un tempo
ogni mezzo, ogni arte occulta ed aperta per
insinuare una siffatta menzogna nell'animo

de popoli, non forse tal colpa da provo


car tosto l'allontanamento immediato della

societ de'Gesuiti? Come han mai potuto


immaginare i pochi proseliti di quell'istituto
di poter ingannare le moltitudini con s vile
mendacio? Come han potuto credere che
gridando al martirio, alle persecuzioni, agli
insulti, avrebber potuto eccitare le masse,
suscitare i partiti, muover peranco una guer
ra civile, quando in ogni paese stata sem
pre rispettata la personalit individuale,
quando i popoli han forte resistito a tutte le
provocazioni, a tutti gl'incentivi di guerra?
Con quella civilt di costumi, in effetto,
con quella moderazione di animo che forma
oggi il pregio di tutti i popoli rigenerati,
furono i Gesuiti invitati a partire ; e se in

alcuni luoghi apparve il popolo minaccioso


e corrivo a fierissimo sdegno, fu astuzia
per
ispaventare, non mai desiderio d'appor
tar nocumento.
e

Niuna accusa per seguenza dar deesi ai


popoli; si rovesci piu tosto tutta la colpa
su di coloro che o acciecati da basse opi
nioni, o da crassa ignoranza colpiti, non

372

conobbero gli uomini e i tempi. All'attento


osservatore fu certamente gran materia di
riso il sentir encomiato tanto ed innalzato

a cielo l'ingegno del moderni gesuiti. Non


havvi pericolo di errare se si asserisce aver
eglino perduto ogni bene d'intelletto, e vi
vere in una non mezzana ignoranza delle
cose. Se non fosse cos , avrebber afferrata
la fortuna che s'offriva loro spontanea e

prendeali come per mano, affine di rialzarli


nella pubblica opinione, e renderli venerati
e potenti.
Gli accusava l'Europa di promuover la
e

guerra nella Svizzera; dovean costoro volon


tariamente partire da quei paesi e toglier

quindi ogni pretesto alle accuse. L' Europa


li condannava per essersi collegati co'despoti
e coloro ministri; facea loro di mestieri ab
bandonare le corti e i diplomatici intrighi,
dovean farsi protettori de popoli oppressi, e
predicare il regno della giustizia, il termi
me dell'oppressione e della violenza. L'Euro
pa accusavali di voler accumulare con ogni
mezzo, e per tutte le vie, abbondanti ric
chezze; dovean eglino incontamente spogliar
si di tutto il superfluo a vantaggio della so
ciet, e mostrare col fatti che la parola evan
elica non era parola scevra di senso sul loro
abbro. Gli accusava l'Europa di congiurare
contro l'incremento della civilt , contra il
progresso delumi e delle scienze, tenacemente

conservando gli antichi metodi, i vecchi si


-

373

stemi d'una noiosa, inutile e lenta istruzio

me; dovean per seguenza riformare le scuole,


immegliare gli spiriti, attirare e invogliare
la giovent insegnando ad essa utili e dilet
tevoli studi s di lettere che di scienze.

Nulla fecero costoro di quanto pur fare


doveano pel loro comune interesse. Che cosa
dunque questo talento che ignora il pro
prio vantaggio, che resta ciecamente attac
cato alle antiche tradizioni, come se la so
ciet potesse esser guidata da uomini scioc
chi e ignoranti, come se la venerazione
d'un nome fosse bastevole a ricovrire gli
errori? Perch dunque tante lamentanze della
loro caduta ? Perch intentare calunnie ai

popoli? Perch spinti e animati da una vile


vendetta i loro proseliti, van tentando ecci
tare odi e partiti, van cercando di suscita
re e promuovere una guerra civile? Arti
antiche ed usate son queste, cui nondime

no i popoli sanno purtroppo resistere, per


ch le conoscon a fondo.

Le usarono i legittimisti, le usarono i de


spoti ei loro fautori, le usan oggi tanti Prin

cipi dai loro troni sbalzati per sola lor col


pa, per aver disprezzata la voce che sorge

va dal seno de popoli, che gli appellava al


tamente a porsi per altra via, a seguire ben
altri princpi. E se questi artifizi non riusci
ron punto a quei potenti che pure vantava

no e immenso potere e grandi ricchezze e


forti armate, riusciranno ora a coloro che

32,

374.

al nome gesuitico soltanto appoggiandosi,


innestar tentano la santa causa della reli

gione all'ambizion cieca e furente, alle pri


vate passioni di uomini pi ignoranti che
tristi ?

I popoli di Europa sono abbastanza illu


minati ed istrutti; e per non havvi timore
che cader possano in simili agguati; il po
polo napolitano sovra tutto naturato di

troppo buon senso; quindi malagevol cosa


il trarlo in inganno.

Partan dunque i Gesuiti da tutta l'Italia;


ma vivan pure sicuri che non gli accompa
gna l'odio nostro contro gl'individui che com
pongon il lor istituto: e se talun di costoro
credesse che per una partenza siffatta si di
minuisca nell'italiana famiglia il sentimento
religioso e la venerazione alla fede, atten
da ancora qualche anno, e vedr poscia a
quanta altezza eleveranno i popoli la reli
gione che adorano, e il sacro culto che le
tributan devoti.

Fra il 28 ed il 29 marzo del 1848, hanno


i preti dell'Apollinare rimpiazzato in Roma
i Gesuiti alle scuole del loro rispettivo Col
legio. Molti di costoro han fatto ritorno alle
loro case; parecchi altri han preso direzio
mi diverse. Quel Console Inglese ha segnato

un gran numero di passaporti per Malta. E


rimaso col solo TEMPORARIAMENTE qualcuno
per regolare gli affari della Compagnia.

Sono stati poscia affissi in vari conventi

375

alcuni scritti offensivi per diversi ordini re


ligiosi. Ma non vi stato cittadino che, di

sapprovando altamente procedure siffatte, si


fosse lasciato sedurre od ingannare. Tutta

Roma ha conosciuto da quali conventicole


segrete fosser originati quegli scritti, desti
nati a denigrare non solo il partito liberale,

ma la pietade eziandio e l'amore dell'ordine


di tutti i Romani.

Mentre siffatte cose avvenivan in Roma,

facea lieta e piena di generale esultanza


questa nostra Capitale la pubblicazione del
l'Organico relativo alla Guardia Nazionale,
con data del 13 Marzo 1848. Ed eran que

ste le disposizioni generali di quella grande


Istituzione:

Una Guardia Nazionale sar istituita nel rea

li domini di qua dal faro, per difenderla


sovranit costituzionale, la Costituzione ed i

diritti in essa consecrati; per mantenere l'ob


bedienza alle leggi, conservare o ristabilir
l'ordine e la pubblica pace, secondare le
milizie di linea nella difesa delle frontiere e

delle coste, assicurar l'indipendenza e l'in


tegrit del territorio nazionale.
Sar ella composta di tutti i proprietari,
professori, impiegati, capi d' arte e di bot
tega, agricoltori, ed in generale di tutti co
loro che avendo i mezzi di vestirsi a proprie
spese, presentino per la loro probit cono
sciuta una sicura guarentigia allo stato.

Saranno eccettuati dal far parte delle guar

376

die nazionali : I magistrati che hanno il di


ritto di richiedere la forza pubblica; gli ecclesiastici entrati negli Ordini, e gli alunni
de seminari; i militari di terra o di mare,
tanto in attivit di servizio, che al ritiro; i
componenti la forza doganale organizzata di
terra e di mare, le guardie addette all'am

ministrazione sanitaria, le guardie campestri


e forestali stipendiate dal Governo.
Saran poi dispensati dal servizio nelle
guardie nazionali: Chiunque ha compiuto
cinquanta anni di et; i membri delle due
Camere Legislative; i Ministri ed i Consi
glieri di stato; i giudici del tribunali; i car
cerieri, i custodi i" prigioni, e gli altri

agenti subalterni di giustizia e di polizia ;


tutti coloro che sono in istato di domestici
t; i condannati per furto, frode, fallimen

to, calunnia e falsa testimonianza, i vaga


bondi ed i mendici.

Le guardie nazionali saranno organizzate

in tutto il Regno, e per comuni. Quando


sar prescritto da un decreto del Re, le com
pagnie comunali di un distretto si costituiran
no in battaglioni distrettuali. Le guardie na
zionali son poste sotto l'autorit del sindaci,
de sottintendenti, degl'intendenti, e del Mi
nistro dell'interno. I cittadini non possono
prender le armi, n assembrarsi come guar
die nazionali senza l'ordine dei capi imme
diati, i quali non posson darlo senza una
richiesta dell'autorit civile.

377

Una Commessione composta di quattro de


curioni, preseduta dal sindaco, proceder
nel termine improrogabile di otto giorni in
ciascun comune alla formazione delle liste

di tutti coloro che son chiamati a far parte


della Guardia Nazionale.

Per la citt di Napoli, tutti i cittadini che


compongon attualmente la guardia nazionale,
continueranno a farne parte. Le guardie ma
zionali saran formate per sezioni, per com

pagne, e per battaglioni. L'aiutante mag


giore ed un aiutante sotto-uffiziale saranno
scelti nell'esercito per la miglior istruzione
del battaglione, e nominati dal Re su la pro

posizione del Ministro della guerra. Rimarran


costoro sotto gli ordini del maggiore; in sua
mancanza, l'aiutante maggiore, ancorch
capitano, non potr mai assumer il coman
do del battaglione, che apparterr di diritto
al pi antico fra capitani dello stesso batta
glione.
La citt di Napoli avr per ogni quartie
re un battaglione. Ciascun battaglione avr
non meno di sei, n pi di otto compagnie,
della forza di dugento uomini l'una. Qualo

ra in qualche quartiere della Capitale la po


polazione fosse superiore alla forza fissata

per le otto compagnie, potr passarsi all'or


ganizzazione d'un secondo battaglione nel
quartiere medesimo. I dodici battaglioni dei
quartieri formeranno quattro reggimenti.
La Guardia Nazionale della citt di Napoli

378

avr un Comandante generale ed uno stato


maggiore. Fino a che il Parlamento non
avr altrimenti disposto nella legge definiti
va, la Guardia Nazionale del distretti della
provincia di Napoli potr rimanere sotto il
comando del Generale comandante della Guar
dia Nazionale della citt.
-

Seguon poscia molte altre particolarit ri

guardanti quello Statuto della Guardia Nazio


male, e precisamente intorno all'elezione de
gli uffiziali e sotto-uffiziali ; all'uniforme,
alle armi ed alle onorificenze; e da ultimo,
in ordine all'amministrazione; di cui ci di

spensiamo assai volentieri far molto, perch


di poca o di niuna importanza per le stori
che conoscenze del nostro Reame.

Ci dispensiamo altres di esaminar accura


tamente un siffatto Statuto o Legge che sia,
su la Guardia Nazionale. Osiamo sperare sol
tanto che, ov'abbia bisogno quell' Organico
di ulteriori modificazioni o riforme, vorran

no le Camere Legislative apporvele di leg


giero, e renderlo poscia pi acconcio e pi
conveniente ai sensi d'una nazione che deb

b'esser veramente forte di proprie armi cit


tadine, e proporzionate sempre alla popola
zione. Facendo per sempre astrazione dal
numero degl'individui che compongon que

sto corpo rispettabile e tutelare del paese,


quel che pi monta ne tempi attuali la di
sciplina nel mestiere delle armi, e la sua

forza morale, che proceder dee sovra tutto

379

dalla confidenza della guardia ne suoi capi


o comandanti superiori.

Molte mutazioni di Ministero e non po


che destituzioni di cariche avvenner pure a
quei giorni nella Capitale. La Guardia

Nazionale della citt fu posta sotto la sal


va-guardia della Vergine del Carmine. I

fratelli Statella, Marescialli di Campo di


Sua Maest ch'eransi ridotti a Palermo in

compagnia di parecchie altre persone per


causa della quistione Siciliana, furon di ri
torno a Napoli. Il Signor Giacomo Tofa
no venne a un tempo promosso alle ca
riche di Direttore dell'Interno, di Consiglie
re della Suprema Corte, e di Tenente Co

lonnello della Guardia Nazionale. Il sig.


Vial, di cui si fece dianzi menzione allorch

trattammo degli affari di Palermo, obbligato


a partire per Nizza sua patria, e forse col

pito da gravi sciagure nel corso del suo ma


laugurato viaggio. Il Ministro Santangelo,
decaduto dal Ministero, e forzato ad allon

tanarsi dalla Capitale, rinvenne asilo ed ospi


talit in Londra. Furon destituiti come ne

mici della libert costituzionale il cav. Vin

cenzo Marchese, Segretario Generale della


Prefettura di Polizia, i Commissari D. Giu
seppe Cristofaro, D. Pietro Paolo Campo
basso, D. Luigi Morbilli, D. Carlo Capasso,
D. Onofrio d'Ambrosio e D. Francesco Lu

brano. Ebber non diversa sorte gl'Ispetto

380

ri D. Gennaro Cioffi, D. Francesco de Maio


Durazzo, D. Ferdinando Guarini, D. Gia
como Scala e D. Mariano Durazzo. Furon

aggregati al governo parecchi liberali fra'


pi famosi e distinti del regno. Il tanto
famigerato e magnanimo Pellicano, di cui
facemmo pur motto dianzi, fu per decreto
sovrano appellato al Ministero del Culto, in

qualit di Coadiutore. Vi fecer lieto ri


torno, ed ebber grata accoglienza da citta

dini napolitani, numerevoli uffiziali espa


triati per la famosa causa del 182o, e rein
tegrati al servizio ne rispettivi Corpi mili
tari cui apparteneano. Da una branca di
tumultuosi si grido ripetute volte abbasso
il Ministro d'Austria, s'infranse in mille

pezzi lo stemma; condannato venne alle fiam

me ; e forzato poscia quel diplomatico a


far ritorno negli stati di colui che n'era

per via di diritto nazionale rappresentato.


Suscitossi una

" rissa fra due Com

pagnie della Guardia Reale e dell'Artiglie


ria, che fu seguita da gravi e mortali ferite

da ambe le parti e dall'uccisione di qual


che individuo.

A quegli stessi giorni, e precisamente la


sera del 13 marzo 1848, un grosso drap

pello di giovani erranti e riscaldati oltre


modo, si mosser a gridare altamente dinan
zi al quartiere di Gendarmeria abbasso gli

sbirri. Gli Uffiziali di quel Corpo, vivamente

38 i

indignati per un insulto siffatto, pubblicaron


l'indomani una proclamazione in cui si leg
gono questi forti ed energici sensi:

Quest'arma non vuol fare la propria


apologia. La sua istituzione, appropriata al
l'indole ed ai bisogni del tempo in cui na
cque, fu un'istituzione tutelare. L'Arma ne
ha fedelmente adempiuti i doveri.
I torti, del quali le si fa carico, sono

torti degl'individui. Le tendenze abusive,


nelle quali si spinsero taluni, sotto una di
rezione dispotica e soverchiatrice, furon aber

razioni parziali. Richiamarne la responsabilit


su tutta l'arma, lo stesso che volerla sot
toporre ad una responsabilit ch'ella punto
non accetta; anzi un'ingiuria, che il Cor
po respinge col convincimento, che la gran
de maggioranza de suoi componenti non l'ha
meritata, ed risoluta di non soffrirla.
Rivolgere collettivamente ad un Corpo di
ottomila uomini, che ha servito il paese secon
do le norme impostegli dal Potere, a cui ave
va l'obbligo di ubbidire, ad un Corpo che
ora ha la coscienza della sua fedelt, a qua
lunque costo, a nuovi impegni giurati in
virt della Costituzione; rivolger a questo nu
meroso e compatto Corpo parole dissennate
ed insultanti, villane ed ingiurie, atto
non di stoltezza, ma di codarda cospirazio
ne contro la pubblica pace, contro gli or
dini costituiti dello Stato, contro le sante
forme del Governo rappresentativo.

382

I provocatori sono o uomini usciti da ma


nicomi, o degni di esservi rinchiusi; sono
malvagi venduti allo straniero, sono gente

perversa ed immorale.
La Gendarmeria non pretende, non chiede,
non brama di esser conservata sotto l'attuale

sua forma. Coloro che la compongono, la

grande maggioranza di essi, non ambisco


no e non reclaman altro onore, che di ser
bare la loro spada in servizio del proprio
paese, e di questa cara Italia, pensiero e
sospiro d'ogni soldato cittadino.

Che il governo del Re disponga dunque


di loro; provvegga alla destinazione di questi
ottomila uomini nel modo pi opportuno ai
bisogni della Patria. Ci che domanda la

Gendarmeria di uscire da questa presente


posizione equivoca e precaria. Ma fino a
che il governo del Re, il Potere legale non
avr deciso del suo destino, niuno arrogar

deesi il diritto d'indirizzarle in massa parole


oltraggianti e villane .

Secondar volendo intanto il Re le sue ge


nerose ispirazioni; interessandosi vivamente

della posizion violenta in cui si vedeva quel


Corpo; volendo far pago altres il volere di
coloro che mostravano per la Gendarmeria
un animo sfiduciato ed avverso; e standogli
molto a cuore pi d'ogni cosa la pace e la
tranquillit cittadina, l'amor della quiete e
dell'ordine pubblico a un tempo, con de

creto del 18 marzo deliber nella saggezza

383

dei suoi consigli di discioglierla dell'intutto


ed incorporarla negli altri Corpi. E per dei
soldati pi probi e patrioti scelti in tutta la

milizia, ha stabilito la formazione di cinque


squadroni di cavalleria di 12o uomini l'uno,
e di diciotto compagnie di fantera; cui das
si complessivamente il nome di Guardia di

pubblica sicurezza. Ogni provincia ne avr


una compagnia, la Calabria Citra due, Na
poli tre. Sar suo incarico, la guardia delle
, l'esecuzione del mandati d'arresto,
a scorta dei detenuti. Il Corpo dipender

li"

da Ministeri della Guerra , della Giustizia e


dell' Interno. Col test citato decreto n' re

golato pur anche l'uniforme.


LA CosTITUZIONE DELLO STATo PoNTIFICio.

Come le prime riforme o concessioni po


litiche avvenute in Roma, ed energicamente
apportate dall'immortale Pio Nono, han ri

chiamato in gran parte la nostra attenzione


nell'incominciamento di queste nostre stori
che sposizioni di fatti; non minor attenzio
ne fa pur di mestieri ch'ora si presti al
grande avvenimento politico, solennemente
compiutosi in quell'illustre Citt , relativa
mente ad una Costituzione gi proclamata e
concessa, e ad una Camera di Pari da do
versi stabilire nello Stato Pontificio.

Poich l'Italia tutta andava quasi con la


rapidit del baleno divenendo costituzionale,
assicuravasi in questi tracorsi giorni che an

384

che lo Stato Pontificio avrebbe senza ritardo


la sua Costituzione. E come a questi nostri
tempi concepir non puossi una Costituzione

indipendentemente da una Camera di Pari;


una delle quistioni che agitavasi spesso dal
grosso del politici del tempo, per vanit for
se o per zelo, per passatempo o per dove
re, per interesse o per diletto, era la se
guente: CoME si DovaA cosTITUIRE LA CAME
RA DE PARI NELLo STATo PoNTIFICIo ?

Tre opinioni diverse surser allora tra gli


intendenti di politiche cose, e combatteansi
stranamente a vicenda, intorno a questo in
teressante subbietto. La prima era di coloro
che o per ispirito di servile imitazione di ci
ch'era avvenuto nel nostro Reame e nel Pie

monte su l'esempio della Francia non an


cor montata a Repubblica ; o per antipatia
contro la Religione e l'abito clericale, onde
vedrebber volentieri eliminato ogni ecclesia
stico elemento, ogni principio religioso dalla
politica Costituzione dello Stato; volean costan
temente che la Camera di Pari in Roma fosse

esclusivamente composta di secolari soggetti.


La seconda opinione era quella degli A

malgamisti o de Pacifici propriamente det


ti, che, compor volendo e conciliare infra

loro gl'interessi tutti, tutti gli amor propri,


tutte le brame e tutte le pretensioni, davansi
opera a sostenere che la Camera di Pari pi
propria ed acconcia alle condizioni dello
Stato Pontificio, sarebbe stata quella che a
vrebbe potuto comprendere, in una certa

385

proporzione, e secolari e prelati e cardinali


ad un'ora.

La terza opinione da ultimo non era che


questa: che una Camera di Peri propria
mente detta, nello Stato Pontificio, non so

lo sarebbe stata inutile e vana, ma perni


ciosa e fatale; e che volendosi un Corpo in

termedio tra il potere Sovrano ed i rappre


sentanti del popolo, non vi sarebbe nulla a
fare o a tentar di meglio che ristabilire il
Sacro Collegio nelle sue vetuste attribuzioni,
e farne in tal guisa il primo Corpo politico
dello Stato Romano; poich una combinazio
ne siffatta, opinavasi, oltre di esser la pi
conforme allo spirito della Costituzione dello

Stato Ecclesiastico, le darebbe peranco mag


gior consistenza e vigore, maggior forza e
dignit ad un tempo.
Quest'ultima opinione attiravasi in gran
parte l'unanimit devoti, per canto di coloro
sovra tutto ch'eran del ceto teocratico, e dei
pi savi cittadini romani. Invocavan costoro

a testimonio l'Eterno, per la lealt e fran


chezza, per la libert e disinteresse con cui
faceansi a sostenerla, non solo perch pi
ecclesiastica, ma eziandio perch pi utile
ed avvantaggiosa allo stato. E per confida
van altamente che tutte le ragioni da loro

addotte in appoggio della propria convinzio


me, non dovesser da chicchessa esser dichia

rate men che giuste ed oneste. Potean egli


mo, in effetto, ingannarsi

ier giudizi,

386

ma non s'ingannavan forse nel loro senti


menti. L'amor della Religione e la convin

zione profonda pel sentimento della libert,


lo zelo pel bene della Chiesa e l'inchinazion
naturale od istintiva per la felicit vera del
popolo, si confondon talora insieme nel cuo
re umano e non forman che un solo inte

resse, un motivo solo, un sol sentimento.

Secondo l'opinione generalmente invalsa,


una Camera di Pari necessaria in tutti i

governi rappresentativi, che conciliar voglio


no insieme il principio monarchico col prin
cipio democratico, " del Principato
con la libert del popolo, e che aman sal

vare o garantire lo Stato e dagli eccessi del


l'anarchia e dagli scandali del dispotismo.
Perch per una Camera di Pari servir possa

ad un fine s nobile e s importante, aver


dee condizioni di forza e d'indipendenza.
Perocch senza forza impotenziata a repri
mere, od almeno a prevenire le esagerazio
mi dello spirito democratico; d'indipendenza
scevra, sar sempre il trastullo degli arbi
tri del Potere o dell' assolutismo indiscreto :

e per, presto o tardi convinta di nullit e

d'inefficacia politica, d'inutilit o d'insuffi


cienza morale, null'altro sar il suo termin

finale che derisione e disprezzo.


Or, pur troppo noto che la Camera di
Pari d'Inghilterra inchiude seco cotali con
dizioni d'indipendenza e di forza da render
ne utile ed importante la civile esistenza. Pos.
-

387

seditrice l'Aristocrazia inglese di quasi tutto


il suolo britannico, ricca di tutte le dovizie

territoriali ed industriali, ecclesiastiche e lai


cali, forte del prestigio di nomi grandi ed
illustri, di tradizioni ereditarie che le conci

lian rispetto ed onore ; dessa veramente


donna e possente, se non di diritto, alme

no di fatto; esercita ella un'immensa influen


za, un vasto ed immenso potere su le popo
lazioni delle sue propriet territoriali: e men
tre dispone in gran parte delle elezioni e do
mina i comuni soggetti, baluardo ad un

tempo, cittadella inespugnabile e forte,


contro di cui il Potere monarchico, essen

dosi pi volte fatalmente infranto, ha acqui


stata pur troppo la difficil convinzione che
non pu nulla in pregiudizio delle libert
pubbliche, in favore dell'arbitrio e del di
spotismo assoluto.

In ordine poi alle altre Camere di Pari


che sono attualmente esistenti o che stabi

lir voglionsi in Europa, scempie come so


no di tutte le condizioni ond' si grande

ed importante la Camera de Pari d'Inghil


terra, non posson che male o in nulla af
fatto corrispondere al gravissimo scopo, per
cui si crede utile o necessario l'istituirle ed
il conservarle.

Ed eravi peranco qualche illustre teocra


tico infra il Collegio del porporati che siffat
tamente ragionava: Or che le nuove leggi

su la propriet l' hanno sminuzzata ed in

388

franta in modo che i grandi proprietari di


territorio son divenuti o divengon ogni gior
no impossibili; ora che
non esiston di
ritti o privilegi feudali ed ereditari; or che

i"

si vanno cancellando man mano, in un coi

titoli, tutte le tradizioni di spirito aristocra


tico; or che gli aristocratici di nascita sono
stati sostituiti dagli aristocratici del monopo
lio e del banco, dell'industria e del com
mercio, del giornalismo pur anche e della
commedia, che brillan oggi per ecclissarsi e
dileguarsi dimani; ora senza dubbio havvi
de ricchi e de'nobili, de' titolati e degli ari
stocratici d'una foggia novella, ma pi non
esiste un'aristocrazia vera e positiva. E s
dicendo, non volea gi avvisarsi costui che
una condizione siffatta fosse per s stessa de
plorabile o funesta; non facea s bene che
indicare un fatto presente, non gi sostenere

l'apologia del passato. Credea dimostrare, in


una parola, che, nelle condizioni presenti
delle societ moderne, stabilire una Camera
di Pari, ove la Para vera pi non esiste,

fosse almeno malagevole assai, e forse an


co impossibile. Sosteneva, in altri termini,
che, col darsi ad alcuni uomini, senza pas
sato e senza avvenire, il titolo di Pari, non

se ne potesser dare altres le influenze e i


poteri, e che con l'identit del nome non
si stabilisse la cosa.
Le Camere di Pari di creazione moderna
i

non son dunque, secondo l'opinione di po

389

chi, che una semplice reduplicazione dello


stesso. Potere rappresentativo; sono politiche
istituzioni che altro destino non hanno, tran
ne quello di raddoppiare le ruote della mac
china costituzionale per impedirla di corre
re; sono gravissimi ceppi che la deputazio

ne del popolo porta avvinti al suo piede ;


son assemblee arbitrarie e passeggere, mi
steriose e fittizie che, senza tradizioni comu

ni, senza spirito di corpo, impossibile fra


elementi stranamente eterogenei, senza in
fluenze morali, senza privilegi politici, sen
za il prestigio della nobilt e della ricchez
za, son atle pi a fermare che a temperare
i due poteri
sono collocate ; addi
mandar potrebbersi insomma riunioni di uo
mini d'un'effimera grandezza, d'una nota
bilit improvvisata, che, salve le debite ecce
zioni, o soddisfatti della propria posizione,

i"

o smaniosi d' immegliarla , o alle altrui vo

glie venduti, o stranamente vendibili, e as


sai spesso accecati dai calcoli di fortuna e
di ambizione, sono conservatori meno nel

l'interesse pubblico che nell'interesse priva

to delle loro famiglie e delle loro persone,


pi dell'etichette che del principi, pi delle
forme che delle cose, pi delle accidenta
lit rivoluzionarie che delle realit costituzio

nali; e che da ultimo, amici ostinati dell'o

pinione del tempo, qualunque ella siasi, pi


che zelanti delle pubbliche libert, docili stru
menti nelle mani del ministero e censori ti

390

midi delle pretensioni democratiche, impo


tenziati sono a far quasi alcun bene, del pa
ro che ad impedire qualsiasi male.
A dimostramento della verit di osserva
-

zioni siffatte, tentavan anco proclamare i so


stenitori di essa l'esperienza costante detem
pi presenti. La Camera de Pari, ragionavan
costoro, non ha potuto impedire in lspagna
che quella interessante contrada siasi raggi
rata finora in un circolo funesto di rivolu

zioni sempre compiute e rinascenti sempre;


la Camera de Pari non ha potuto salvare la
restaurazione in Francia dalla sua caduta; e

se l'attuale governo ancora si regge, in mez


zo ai continui urti che lo fanno ogni d tra

ballare, non gi perch lo sostengono i


Pari, ma perch troppi interessi materiali so
no impegnati alla sua esistenza; s che non
dura perch ha ne'Pari una difesa presente,
ma perch alla sua caduta si teme un tre

mendo avvenire ; e per il suo vero ed uni


co appoggio nella paura di pi gravi scia
gure.

Or ecco, conchiudeasi, che cosa sarebbe


nello stato Pontificio una Camera di Pari for
mata di soli secolari come esisteva in Fran

cia, come esiste nel Belgio, come esister


fra poco in Napoli ed in Piemonte. Nell'in

dicare per questi inconvenienti delle Camere


di Pari di novello conio, non intendeasi gi

nella lor opinione ch'esse dovesser distrug


gersi dove sono, o non mica formarsi dove

391

attualmente non sono. Perch quasi impos


sibile, nelle condizioni attuali della societ

politica, una Camera di Pari degna vera


mente d'un nome siffatto; non ne segue punto

che non vi si debba stabilire neppur quella


ch' possibile soltanto. Se queste Camere non
riescono a far tutto il bene che sperasi, rie
scon non di rado ad impedir qualche male.
Se la maggior parte de'membri che le com
pongono, memori della loro origine, non
fanno che applaudire ; trovansi nondimeno
talune anime elevate, taluni caratteri gene
rosi che osan protestare o mitigare gli abu
si. Non potendosi avere il meglio, debb'es
ser la societ del mediocre contenta; ed ac

cettar debbesi il poco, quando il tutto otte


nere non puossi.
Ed era la conseguenza d'un ragionamento
siffatto, che se i Romani, per una congiun
tura felice, aver potessero nello Stato Pon
tificio una Camera di Pari che avesse le con

dizioni di forza e d'indipendenza della Ca


mera di Pari d'Inghilterra, senza gl'incon
venienti e gli abusi delle Camere di Pari dei

paesi costituzionali di fresca data; sarebber


di senno e d'intelletto scempi a non ammet
terla , inescusabili affatto a non sollecitarla
o proporla.
-

Or questa grande ed importante istituzione


di una Camera di Pari, d'una Camera di
Anziani, di uomini saggi e moderatori, di

antica data, d'una durata stabile e sicura,

392

si volea da costoro riporre nel Sacro Colle

gio de Cardinali. Tutti ecclesiastici, e per


liberi da cure mordaci, scevri affatto d'ogni
interesse di famiglia, elevati a quest'ordine

per le vie del merito e della virt, come di


buona fede supponeasi, abilmente acconci e

versati nel maneggio degli affari ecclesiastici


o governativi, conservatori di un deposito
tradizionale d'idee e di princpi di giustizia
che hanno la loro base nella Religione, ri
sguardati venan costoro come un corpo inac
cessibile alla corruzione, conservatore de prin

cpi di ordine e quindi ancora di libert civile.


Non ha il Sacro Collegio il sussidio del

l'opulenza dell'aristocrazia Britannica, men


tre ha per lo avverso un Lord inglese una
entrata annuale pi pingue degli assegna
menti di tutti i Cardinali riuniti insieme. Pos

siede per quello e considerazione e forza


che nascon direttamente dall'elevazione del

l'Ordine, del carattere sacro e della dignit

religiosa. I Cardinali son dunque, nella lor


maniera di pensare, la sola assemblea di

Principi Elettori ed Eliggibili, che oggi esi


sta al mondo, ed Eligibili ed Elettori del
Sommo Pontefice, della pi augusta Sovra
nit della terra. Il Papa li chiama e li tratta

come fratelli. Hanno i privilegi e gli onori


di Principi del sangue. Senza mancare ai
riguardi, alla venerazione dovuta al Vicario

di Cristo, gli parlan con tuono di rispettosa


libert e di nobile franchezza propria di Prin

393

cipi Elettori associati ad un Sovrano che


debbe all'elezione e non all'eredit la sua
elevazione. In una parola, deducean che il
Sacro Collegio in corpo impone in certa gui
sa al Pontefice, pi che qualunque Camera
di Pari a qualsivoglia Sovrano. Ecco dunque
una Camera di Pari naturata della pi grande

indipendenza che, rispetto al Potere, concepir


mai si possa o desiderare. Ove poi alla Costi
tuzione del Sacro Collegio, come primo corpo
politico dello Stato, si giugnesse, come si
desiderava e speravasi a un tempo, una leg
ge di elezioni larghissima, quale nello Stato
Pontificio si puote e si dee stabilire; si avreb
be allora, senza fallo, una Costituzione su
di cui il Potere Sovrano del Pontefice col
locato, come un monumentale obelisco sur
ampia e solida base, sarebbe pur troppo si
curo, e sicura pur anche la libert perso

nale e la propriet del suggetti.


Il Sacro Collegio adunque, senza nulla
perdere della sua dignit, come corpo ec
clesiastico , ristabilito eziandio come corpo

politico, puote assai meglio, nell' opinion


loro, d'ogni altra Camera di Pari adempier
ne le funzioni di moderar l'andamento, tal

volta troppo precipitato ed irregolare, della


Camera rappresentativa. Quanto dolce e
consolante, in effetto, il rinvenire, nella

vetusta Costituzione politica dello Stato Pon

tificio, un s bello elemento per la novella!


4,

394

Quanto utile ed avvantaggioso il perveni


re agli stessi risultamenti, per mezzo d'una
combinazione pi semplice e pi naturale,
pi ragionevole e pi decorosa, senza ri
correr alla concezione d'una Camera di Pari

ordinaria, ch'ssi oramai veduto quanto


mal fondata e imperfetta!
In tal guisa lo Stato Romano sarebbe ve
ramente un paese unico e privilegiato per
-

eccellenza l Avrebbe una Costitituzione tutta

sua propria e peculiare, una Costituzione

essenzialmente basata sui veri principi di Re


ligione e di Giustizia che sono i soli princ
pi veramente liberali l
A tutto ci s'arrogeva d'avvantaggio, che

lo Stato Ecclesiastico, come per lo stesso


nome fassi manifesto ed aperto, in condi
zioni tutte sue proprie ed eccezionali. La sua
politica Costituzione non debb'esser adunque
una pallida e meschina imitazione di ci
che, in siffatto genere, operando vassi nei
paesi vicini, e che non tarder molto a ri

farsi, per correggervi la mostruosa precipi


tanza ond' stato eseguito. La Costituzione
politica dello Stato della Chiesa debb'esser
una Costituzione tutta speciale e tutta sua
propria. Quello Stato, giusta il lor avviso,
debb'esser unico nella sua Costituzione, come

unico nella sua ARCANA EsisteNZA. La Co


stituzione dello Stato della Chiesa dee pria
di tutto esser ecclesiastica e teocraticamente
-

895

basata. Solo una Costituzione ecclesiastica,

s fattamente intesa, puot'esser per quello


Stato veramente nazionale.
e,

Lettori, non fate di grazia ad un pensa


mento siffatto un bieco viso, un amaro sog
ghigno; non inarcate le ciglia; n sospet

tate qui punto che dar si voglia per Costi


tuzione allo Stato Romano un regolamento
di seminario, ovvero un Calendario di sa

grista. Voi fareste in tal caso a geni pi

esimi di Roma un'aperta calunnia, e v'in


gannereste voi stessi. Sappiate pure, per
vostra buona intelligenza, che coloro che

siffattamente pensavano, non eran mica igna


ri del Diritto pubblico e della chiesastica Giu
risprudenza; e per le scienze politiche eran
loro familiari quanto le religiose e le mo

rali. Sappiate ancora, ove le gi sposte opi


mioni di costoro non ve l'abbian peranco
persuaso abbastanza, che detestavan eglino
cordialmente e con sincerezza d'animo le

pubbliche ingiustizie, e davan prova d'ama

re le libert pubbliche, non solo per l'inte


resse che il popolo ispira agli animi ardenti
e forte passionati d'amor cittadino, ma per
zelo altres di RELIGIoN PURA E vERACE, si

curi sempre che la Religione non pu pro


sperare che all'ombra ed a fianco della li

bert politica. Sappiate, da ultimo, che pen


savan costoro da veRI PUBBLICISTI e non da

ecclesiastici oscuri o pedanti, oscurantisti o


retrogradi; e sempre nell'interesse del Po

396

Polo, pi che nell'interesse o nel progressi


vo vantaggio della CHIESA. E perch tutto ci
che porta pi o meno profondamente impresso il religioso sigillo, vuolsi o non vuolsi,

essenzialmente favorevole al popolo ed alla


libert; perci proclamavan gli uomini di
Chiesa una Costituzione ECCLESIASTICA per lo
Stato EcclesiAsTIco, perch una Costituzione
siffatta , e sar sempre una Costituzione
liberale.

Ora l'intervenzione del Sacro Collegio,


come Corpo politico, nel governo dello Stato,
la circostanza indispensabile per trasfon
der e mantenere alla Costituzione il colore

e lo sPIRITO ECCLESIASTIco, per farla una Co


stituzione ecclesiastica, quale allo Stato ec
clesiastico meglio conviensi; ma nello stesso
tempo una garanzia di pi per l'ordine
costituzionale e per la vera libert cittadina.
A loro divisamento, per l'antica Costitu
zione dello Stato Pontificio, di cui niun uom

saggio vuol distrutta la base, nel deside


rarne la riforma, l'Uomo-Potere, l'Uomo
Sovrano non in Roma una vana finzione,
come lo in vari paesi costituzionali; s

bene una realit positiva e di fatto. Il Pon


tefice ha, come tale, un carattere tutto suo

proprio e peculiare. Egli di sua natura,


come Papa, il Conservatore dell'Unit Cat
tolica, il depositario, il rappresentante, l'in
terprete supremo delle idee di giustizia e di
ordine. La sua autorit si offre sotto i sim

397

boli della sapienza e dell'umanit, della pa


ternit e dell'amore. Or questi caratteri,
che dal Papa riflettonsi sul monarca, sono
i veri caratteri del Potere sovrano quale lo

vuole il Vangelo; sono le idee che i popoli


cristiani associar deono alla nozione della
Sovranit e del Potere. Il potere pontificio
adunque, che in s fissa e concentra que
sti caratteri e queste idee, la personifica

zione quasi materiale e visibile del Potere


Sovrano.

Or, osavan dire i teocratici, come vero


e reale il Potere Sovrano nel Papa; cos nel
Sacro Collegio, attesa la natura e costitu
zion sua, reale del paro il potere mode
ratore, il potere conservatore, il potere
direttore, il potere conciliario; e per, se
vien esso ristabilito ad esser pur anche un
Corpo politico, come gi un Corpo ec
clesiastico, nel modo onde il Pontefice Pa
pa e Sovrano ad un'ora, avrassi pei Ro
mani, con una sovranit reale, una reale
Paria, un'aristocrazia reale, una naturale Pa
ria. Arrogerassi a ci una Rappresentanza na

zionale larghissima, costituita, non gi sul


principio materiale del censo, ma sul prin
cipio naturale ed umano, onorevole e mo

rale; e per una rappresentanza veramente


nazionale e politica, ragionevole e reale; la
pi originale delle Costituzioni e la pi ar
monica a un pari, la pi classica e naturale, la pi semplice e
Questa fe.

r".

398

lice combinazione avrebbe inoltre il vantag


gio di esser tutta propria ed esclusiva del
suolo romano, di esser radicalmente italia

na e religiosa ad un'ora. I nuovi governi


non han saputo finora vestirsi che alla fo
restiera. Nel 1812 fu introdotta in Italia la

moda della Costituzione d'Inghilterra, e la


Sicilia, che fessi ad adottarla, vestissi pure

all' Inglese. Nel 182o venne di moda, in


Italia pur anche, la Costituzione delle Cor
tes di Spagna; e Napoli e il Piemonte, che
se la tolsero in dosso, con qual successo si
sa, senza punto conoscerne la fragilit e la
leggerezza, si vestiron eziandio alla Spagnuo
la. E nel 1848, surta ancora in Italia la moda

della gi caduta Costituzione di Francia,


Napoli, il Piemonte, la Toscana, che l'han
no ormai in tutto o in parte abbracciata, e
forse anco l'Italia intera, maschereransi alla
foggia francese.

O Italiani, udite pure il bel pensiere del


sAVI POLITICI DELLA MODERNA TEoCRAZIA! voi
che mostrate un amor s nobile e s gene
roso pel suolo beato che abitate, e fino a

quando, non contenti di essere schiavi delle


mode straniere nel vestirvi, vorrete ancora

essere schiavi delle straniere mode nel diri

gervi e governarvi? E egli mai possibile che


naturati come siete d'un'intelligenza s ele

vata, d'un s squisito ed alto sentire, non sap


piate poi formarvi nel vostro suolo medesimo,

nella vostra stessa famiglia, quell'abito poli

339

tico che meglio vi si addica e convenga ? E


non arrossite una volta d'inchiederlo allo

straniero che non pu darvi se non ci che


schifa o rigetta? E fia mai vero che, or che
si pensa in Italia ad una Costituzione tutta
italiana, non vorrete applaudirvi, n affret
tarne lo stabilimento ch'esser dovr, in que
sto secolo d'imitazioni straniere, come un

segno assai chiaro e manifesto che non ssi


spento peranco il genio dell'originalit ita
liana ?

La rappresentanza d'un popolo, si conti


nuava ancora a sostenere, non puoi esser che
una sola. Si asseriva eziandio francamente,

esservi qualche cosa di contrario alla logica


del buon senso e di intieramente assurdo

nella creazione di due Camere rappresenta


tive, come stabilendo vansi tuttora nelle co

stituzioni moderne. N valeva il dire, contra


l'opinione di costoro, che la Camera de Pari
elettiva dal Potere, quella de Deputati dal
popolo; poich, nella loro maniera di pen
sare, nonostante la diversit dell'origine, si
confondon di fatti nell'identit del fine. Come
oggi, l'aristocrazia politica pi non esisten

do, tutti son popolo, non evvi altro che po


polo, e le societ moderne non son divenute
che vere democrazie; queste Camere di Pari,
anche elette dal Potere, non forman che po

polo, poich vengon dal popolo e non rap


presentan che il popolo.

Nulla per di meno, contra il pensamento

400

di quei savi PoLITICI, non potea dirsi altret


tanto del Sacro Collegio. Composto esso di
ecclesiastici, con uno scopo ed in un inte
resse direttamente ecclesiastico, non affatto
il rappresentante del popolo, ma il giudice
officioso, il paciero, il moderatore, il con

sigliere immediato della rappresentanza del

f" E un'istituzione,

dalla Camera dei


eputati assolutamente diversa, che la con
siglia e dirige, ma non la raddoppia inutil
mente; non la falsifica n l'attraversa, non
l'irrita n concorre a corromperla; la lascia
ci ch', la mantiene sola, senza rivale,
e per pi indipendente e libera. Questi con
cetti appartengon veramente alla filosofia, alla
METAFISICA DELLA POLITICA; e perch forse non
s'intendon da molti, o non s'apprezzano,

non sono per men veri e men degni del


l'attenzione dell'uomo di stato.

In questa organizzazione costituzionale,


siffattamente intesa, apparterrebbero al Sacro
Collegio particolarmente le alte questioni di
politica Cristiana e di amministrazione eccle

siastica; del paro che alla Camera de Depu


tati

" direttamente e specialmente

quistioni

i finanze e d'interessi civili, di


dazi e di tributi. Le stesse quistioni pura

le

mente amministrative e laicali non dovreb

ber risguardarsi che dal lato della Religione


e dell'interesse generale dello Stato. E per,
anche trattando le stesse materie della De

putazione nazionale, ma in un modo tutto

401

suo proprio, adempirebbe il Collegio pi no


bilmente lo scopo dell'istituzione d'una Ca
mera di Pari, senza esserlo punto, non aven
do in effetto nulla di comune con le Camere

propriamente dette. Aver quindi non dovreb


be un tal nome; ch, cos appellandolo,
sarebbe lo stesso che farlo discendere dal

suo vero punto di elevazione. Questo primo


Corpo politico dello Stato Pontificio riterreb
be perci il titolo di SACRo CoLLEGIo, o tutto
al pi nomerebbesi: LA CAMERA DE CARDINALI.

a di mestieri ancora che sappia il letto


re, per via meglio comprender il profondo

concetto del sostenitori d'una dottrina siffatta,


che i Cardinali, alla lor elevazione, sono
legati co pi tremendi giuramenti di non
mai consentire, di non cooperare giammai
alla infeudazione, alla pi piccola aliena
zione dello Stato ecclesiastico. Di qui ne se
gue ch'ei deon esserne come i TUToRI nati,
i pi fidi custodi, non solo per diritto, ma
per dovere eziandio. Debbon quindi costoro
per coscienza e per obbligo, per legge di
sacro interesse e per ispirito d'istituzione,
zelare, procurare, promuovere, col bene
della Chiesa, il bene dello Stato ad un tem

po. Or, qual Camera di Pari formata di


Laici, potr mai presentare condizioni s
PREziosE, GARANziE s soLIDE E s IMPORTANTI?
In Roma d'avvantaggio gl'interessi del
Pontefice non sono nel fondo che interessi

dello Stato. Nell'avvenire, come nel passato

402

e nel presente, dovranno i lomani al Pon


tificato la maggior parte della loro ricchez

za, della lor gloria e grandezza. Far dun


que torto alla Chiesa ed al Papa, lo stesso
che far torto allo Stato. E grave torto senza
dubbio si farebbe al Papa, a volerlo privare
dell'assistenza del suo Senato naturale, del
consiglio del suo Sacro Collegio, e circon
darlo d'un'assemblea di secolari, anche in
riguardo all'amministrazione dello Stato.
Si ascolti ancora quest'altra ragione a rin
calzo del grave ed interessante argomento.
L'equilibrio e la ponderazione del Poteri
dee risultare da istituzioni naturali, e non
da combinazioni fittizie ed apparenti. Una

Camera di Deputati ed il Sacro Collegio dei


Cardinali, come alta Camera di revisione
politica, sarebbe un ordinamento naturale e

pur troppo conveniente a ragione; perocch


avrebbe il suo principio nella vetusta Costi
tuzione dello Stato Pontificio. Una Camera

di Deputati, per lo avverso, ed un Colle


gio di Pari alla foggia moderna, sarebbe
un ordinamento irragionevole e strano, ar
bitrario ed accidentale, preso provvisoria
mente in imprestito da paesi stranieri; sa
rebbe un " bastardo e violento

nella sua origine, imposto pi che prodotto,


trasognato i" che ponderato, debole o ir
regolare nell'azion sua, nullo nel suo scopo,
precario nella sua durata; e per sin dal suo
nascere destinato a perire.

403

Perch dunque ostinarsi a costituire in modo


il governo, da doverlo fra poco novellamente
comporre? Perch non profittare, per l'Italia,
della grande lezione che ci offre la Francia,
dopo tante rivoluzioni, sospinta di nuovo ad
una rivoluzione recente, perch non poche
delle sue istituzioni costituzionali poggiavan
direttamente sul falso?

Una siffatta Camera di Pari, in Roma,

non corrisponderebbe a nulla per costoro,


non avrebbe alcuna radice, verun appoggio
n ne costumi del popolo, n nell'ordine
sociale che gli avvenimenti de tempi han
fondato. Invano si cercherebbe di accordarle

privilegi e distinzioni, di renderla durevole


ed ereditaria con l'aiuto de' Fide-commessi.

Le leggi, d'accordo co costumi, hanno or

mai sostituita, quasi da pertutto, la legalit


al privilegio ; e l'opinione ne rende impos
sibile la restaurazione e 'l ritorno. Il tenta
tivo ne sarebbe un'imposizione passeggera,
non un'istituzione permanente; poich ci

che dall'istinto sociale respinto, non pu


lungamente durare ; e le istituzioni vera
mente nazionali non posson aver vita che
per la forza morale dell'adesione pubblica
e dell'opinione,
Qual cosa adunque di pi avverso alla so
ciet attuale, che detesta " funzioni di mera
comparsa, le ereazioni superflue e le istitu
zioni paraste, quanto l'esistenza di due Ca
mere aventi, nella lor opinione, uno scopo
-

40 i

medesimo; quanto una doppia rappresentan


za degli stessi interessi, e il doppio sinda
cato d'un'amministrazione essenzialmente UNA?

Null'altra cosa oggi dunque la Para che


un nome vano e pomposo, una smorta pa

gina dell'antica storia di cui far vuolsi un'isti


tuzione moderna.
Le Camere di Pari composte di Laici ten
don sempre, secondo le loro vedute, a met
-

tersi in opposizione di princpi e d'idee su


le Camere elettive; e per riescon presto o

tardi a scinder il paese in due grandi par


titi, in due popoli, in due nazioni, l'una
di progressisti e l'altra di conservatori, che,
intendendo assai male, e peggio ancora ope
rando la conservazione e il progresso, non
fan per lo pi progredire che lo scisma e
il disordine, non conservan che il vizio ed

il male. Il Sacro Collegio per, chiamato


a far anco le funzioni di Camera di Pari nel

modo ch'ssi gi detto, siccome esiste per


s stesso, per uno scopo ed in un modo di
verso e per diverso interesse, non ha ragio
ne veruna da porsi in urto o in collisione
co Deputati; anzi la sola istituzione politi
ca che viver

" secoloro

d'accordo, sen

za perder nulla del suo valore e della sua

dignit; e quindi pu solo mantenere la vera


armonia tra i Poteri dello Stato e conservar

l'ordine senza punto arrestarne il progresso.


Giusta la lor opinione, il Sacro Collegio,
ammesso

nella combinazione costituzionale

405

dello Stato, non avrebbe per incarico di ri


far ci che la Camera del Deputati avr fatto ;
sarebbe una Rappresentanza particolare de

i" della Chiesa,

come la Camera

e Deputati lo particolarmente degl'inte


ressi dello Stato. In quanto alle decisioni

adunque d'interesse puramente politico, lo


cale, materiale, economico, il Sacro Col

legio non si porrebbe novellamente a discu


terle, come farebbe una Camera di Pari
composta di Laici. Una nuova discussione

sarebbe per esso un tempo perduto. Si li


miterebbe ad osservarle soltanto, e quindi
a sanzionarle, ad apporvi il suggello. Se
una qualche discussione avesse luogo, non
avverrebbe che nel dubbio: Se la decisione

della Camera popolare fosse o no conforme


ai veri princpi della Giustizia e della Reli
gione. Del rimanente il Sacro Collegio, pi
che discutere, non farebbe che rivedere ;
non si occuperebbe che indirettamente delle
cose temporali; e per la Camera del Rap
del popolo avrebbe una maggior
ibert di quella che aver potrebbe con una

l"

Camera di Pari secolari, la quale, discu


tendo le cose nello stesso interesse e nello

stesso spirito, non farebbe che erigersi in


Camera di opposizione, in Camera rivale e
discorde.

In ordine al Sacro Collegio, per lo av


verso, vi sarebbe maggior dignit, maggior
decoro e grandezza ; non sarebbe che un'alta

406

CoRTE PoLITICA DI CAssAzioNE, un Magistrato


Supremo che rivedrebbe gli atti del Rappre

sentanti del popolo principalmente nell'inte


resse della Religione e della Giustizia; e non
gi un'assemblea puramente politica che,
scissa in partiti, non discute che nell'inte
resse dell'utilit del momento, e forse an

co dell'amor proprio e delle passioni smo


date.

La stessa Costituzione, nelle loro vedute,


ne sarebbe eziandio grandemente onorata.
Per una combinazione siffatta, sarebb ella

la sola Costituzione politica che avrebbe un

Corpo assai rispettabile ed augusto per con


tenerla sempre ne limiti della religione e
dell'umanit, della giustizia e del vero in
teresse dello Stato ; esposta non sarebbe a
divenire, come accade pur troppo, un mi
sterioso velame da illuder tutti, a vantaggio
di pochi; pi non sarebbe un cieco stru

mento onde i Rappresentanti del popolo spes


so impunemente raddoppiano le gravezze del
popolo; non partorirebbe infine quelle leggi
mostruose e bizzarre, che portan l'impronta
della leggerezza e dell'egoismo, dell'ingiu
stizia e dell'interesse pubblico nazionale fa
talmente sacrificato all'interesse privato; che

si fanno oggi per esser distrutte dimani; che


son condannate peranco da chi le concepi
sce ed estende, da chi le sanziona e con
SaCI'a.

A cosiffatte ragioni dovrebber pure una

407

volta persuadersi gli Statisti, che saran me


glio rappresentati con una sola Camera di
Deputati e con un Sacro Collegio come Cor
po Moderatore, guidato dal solo interesse
della Chiesa e dello Stato, di quello che

con due Camere composte di Laici, guidate


assai spesso da ben altri interessi; e che,
paghi finalmente d'una coMBINAZIONE s BELLA,
mostrerebbero di comprender meglio d'alcun
altro popolo le basi del regime costituzio
nale, i nazionali interessi, il vero progresso
civile, la libert vera dei popoli !
Da quanto ssi rapidamente sposto fin qui,
fassi assai chiaro ed aperto, che, delle tre
opinioni agitate intorno ad una Camera di
Pari nello Stato Pontificio, l'opinione che la
vorrebbe composta di Cardinali insieme e di
Laici, incoerente e funesta. Che cosa mai

si potrebbe attender di buono e di ragio


e

nevole, ad esclamar fansi, da un'assemblea


formata di due diversi elementi, l'uno tutto

laicale che non vede spesso le cose che a


traverso il prisma ingannevole della mate
ria, l'altro tutto ecclesiastico che le vede
principalmente al lume dello spirito; l'uno
che partirebbe solo dal principio politico,

l'altro dal principio interamente religioso?


In questa combinazione, ch'ei chiamavano
strana e bizzarra, in questo accoppiamento
scevro di senso e di ragione, posti nella
stessa linea, ridotti allo stesso livello, e sem

pre alle prese fra loro, Laici e Cardinali,

408

discenderebbero i Cardinali, e non salireb

bero i Laici; perderebber quelli la loro di


nit, non accrescerebber questi la propria.
f"
sarebbe questa che una Camera di Pari
con un'omogeneit di meno e con una con
tradizione o discordia di pi ; non rappre
senterebbe n l'interesse religioso, n l'in
teresse politico, n la Chiesa, n lo Stato;
scempia sarebbe di scopo determinato e po

sitivo; servirebbe ad inviluppare pi tosto


che a promuovere il pubblico bene; e quin
di nel giro di pochi anni sarebbe d'uopo
distruggerla: non sarebbe insomma che un
panteismo politico, una vera mostruosit ora

ziana, spettacolo di riso agli amici, e di di


sprezzo ai nemici.

Questa strana mescolanza, da costoro sif


fattamente addimandata, scinderebbe l'as
semblea in due contrari partiti; sarebbe sem
pre il salone in contrasto con la sagristia,

lo spirito secolare con lo spirito religioso,


lo spirito di progresso con lo spirito retro

grado o stazionario; e quest'ultimo, che vas


si oggi FELICEMENTE DILEGUANDO DAL CLERo,

vi rimarrebbe, vi acquisterebbe anzi pi for


za dalla lotta stessa in cui si troverebbe del

continuo impegnato. Ma, lasciato per lo av


verso il Sacro Collegio nella sua omogeneit,
nell'unit sua religiosa e morale, e solo ri
sponsabile in faccia allo Stato, all'Italia, al

l'Europa, al mondo tutto, della natura del


suoi atti, sar certamente progressivo, sar

409

sempre il protettore sincero delle idee d'una


vera e saggia libert, senza perder nulla del
la sua " ecclesiastica e religiosa, essen
zialmente progressiva e conservatrice.
E per sostengono che il Sacro Collegio
non pu e non debbe entrare che tutto in
tero a far parte della Costituzione politica
dello Stato Romano. Entrarvi dee come Cor

po, e tutta prestarle la forza della costitu


zione propria, del suo carattere unico, della
sua onorevol dignit. Quindi, s' solo ba
stevole a formar il Corpo intermedio tra il
Potere Sovrano ed il popolo, a temperar l'an
damento della Rappresentanza nazionale e
l'azione del Ministero, a che fine introdur
vi fra mezzo l'elemento laicale che l'indebo

lirebbe e degraderebbe oltre modo, toglien


dogli la sua omogeneit, la sua unit di spi
rito, la sua specialit, la sua vera forza di
Corpo?

ella Costituzione ch'ssi proclamata in Na


poli, soggiungon costoro, si voluto fare
uesto strano miscuglio. Vi si nomineranno
ari taluni Vescovi fino al numero di dieci,

od a quel torno ; misura applaudita da po


chi, ma dalla Religione e dalla Libert con
dannata. Vi si scorta una prova d'interes
se per l'onor della Chiesa; non vi ravvisan
gli oppositori che un titolo degradante, una

distinzione pi tosto che l'oltraggia e com


promette. Si rende volentieri giustizia alla

rettitudine delle intenzioni onde questa mi


-

e
-

M.10

sura stata certamente ispirata ; ma non


men vero che queste dieci nomine sono altret
tante tentazioni, son dieci lacci tesi all'epi

scopato per farlo divenir cortigiano e intri


gante. Si comprende agevolmente da nostri
obbiettanti che una Camera tutta di Vescovi

e di Prelati, collocata fra la Camera de'Pa

ri e quella del Deputati, come esisteva nel


l'antica Costituzione di Sicilia, esser possa
il baluardo e il decoro della Religione; ma
non posson mica comprendere che una bran
ca di Vescovi, posti a fronte di centinaia di
secolari nella stessa assemblea, arrestar pos
sano il menomo male, possan fare il me
nomo bene nel vero interesse della Religio
ne. Comprendon solo, che, proponendosi
una legge lesiva della religione e della li
bert ecclesiastica, e dovendosi il tutto deci
dere a maggioranza di voti, null'altra cosa
potran fare i Vescovi che gemere e protesta
re. Comprendon solo, che non mica un

onore per la Religione che sian i Vescovi


testimoni mutoli ed inefficaci delle onte della

Religione. La Restaurazione avea pur anche


appellati taluni Vescovi fra Pari di Francia;

ma qual vantaggio ed onore ne ridond fi


nalmente alla
E per l'abolizione
di questo tristo privilegio stata da Saggi

i"

riputata come uno del benefizi che ha fatto

alla Religione, pur non volendolo, la Rivo


luzione di Luglio. E per a sperar fansi co
storo dalla sapienza e dalla piet del Re,

4i 1

dalla prudenza e dall'umanit del ministri,


che, considerata meglio la cosa, vorran di
spensare la Religione da quest'onore umi

liante, da questa decorazione invisa e fu


neSta.

N vale per questi novelli politici l'obie


zione, che una Camera di Pari composta di
soli Cardinali sar sempre in opposizione con
quella de Deputati; che negher sempre d'ap
provare, o tenter almeno attraversarne le
opportune ed acconce proposte; poich lo
spirito retrogrado del Cardinali pur trop
po noto a chiunque. Suppongon eglino per
vero, che i Cardinali ed i Vescovi, sotto
l'impressione sinistra che in tutte le orecchie
religiose e cattoliche han fatto in questi ul
timi tempi le parole CosTITUzioNE E LIBERTA'
CivILE, per le funeste rimembranze che desta
no, siano stati opposti al progresso delle idee
e delle istituzioni liberali; ma non son d'av
viso per ci che tali saranno ancora ne'tem
pi avvenire. Stabilito una volta il novello
sistema costituzionale; una volta entrati a

far parte del Potere Legislativo; convinti una

volta dall'esperienza che le nuove istituzioni,


lungi dal compromettere la Sovranit politi
ca del Capo della Chiesa, non fanno che
renderla via pi libera e sicura; una volta
che vedranno di aver pi guadagnato che

perduto nella combinazione novella di cose,


non pi dominati dall'antico terror panico,
ne diverranno i Cardinali amici cotanto sin

412

ceri quanto ne sono stati fermi oppugnatori


e nemici. Difenderanno il nuovo con lo stes
so zelo con cui han difeso l'antico. Entre

ranno pur eglino nello spirito del governo


rappresentativo. Attaccheranno il loro inte
resse all'andamento regolare dell'attuale go
verno. Saranno i primi a favorire il movi
mento, senza cessare di contribuire a diri

gerlo. Nella stessa guisa i Vescovi di Fran

cia e del Belgio, meglio istrutti dal fatto


che le libert costituzionali sono il pi pos
sente appoggio della libert della Chiesa, ne

son divenuti i pi sinceri campioni, i difen


sori pi coraggiosi e costanti, dopo esserne
stati i pi decisi nemici.
-

Facea di mestieri ancora contare su la sa

pienza di Pio Nono, che, dando loro una


buona legge di elezioni, dar del pari una
rappresentanza nazionale che sar una verit
di fatto. Quindi i Deputati eletti, interpreti
fedeli de comuni bisogni, organi sinceri dei
voti del popolo, non verranno nulla a pro

porre che potesse comprometter la Religione,


ch' il primo bisogno, il primo voto, il pri
mo amore del popolo: non saravvi per se
guenza fra la
e il Sacro Colle

i"

gio occasione alcuna, verun pretesto di dis


sidio, capace di comprometter la concordia
o l'armonia cittadina.

Stando davvantaggio all'opinion di costo


" che tanti piccioli
centri, attorno a cui vivon uomini di tutte
ro, non sono i

4 13

le professioni, di tutte le classi dal nobile


sino al plebeo, dal vescovo sin all'ultimo

chierico di sagristia; che, pei loro legami


o di parentela o d'amicizia, o di protetto
rato o di riconoscenza, son forte giunti ed
appiccati ad un numero prodigioso di fami

glie. Entrati dunque questi esseri privilegiati,


per obbligo di stato e di posizione, nel Si
stema novello, tutta quella massa di gente,

tutta la livrea di qualsivoglia colore, che in


Roma s ampia e s influente, entreravvi
con loro, vi prender parte come loro; e
sar questa la morte dell'esecrato oscuranti
smo, che porr termine a tante dissenzioni,
a tanti contrasti, a tante discordie, che,

mentre han compromessa seriamente la Re


ligione, sono state causa finora del ritardo
delle utili riforme, ed han posto in pericolo

la sicurezza e la prosperit dello Stato.


E neanco vale oppor loro l'incapacit dei
Cardinali in materia di Stato o di regime

olitico. E vero, rispondono, che non tutti


i Cardinali sono tante specialit per parte

dell'ingegno e del sapere civile; ma le al

tre Corporazioni di Parison forse tutte com


poste di personaggi esimi ed eminentemente
politici? e non offron anzi in massa, sotto

lo stesso rispetto, tante mediocrit da far

compassione? E, per lo avverso, evvi forse


Corporazione pi del Sacro Collegio rispet
tabile per parte della RELIGIONE e della Mo
RALe, della PRoBITA e del costumi? Si pu

414

qualcun di loro sovente ingannare, come


avvenuto in circostanze diverse, o nella scelta
de mezzi, o nella prudenza del governativi
sistemi; ma, giunti con MIRABIL TEMPRA in
Corpo morale, non inganneransi di fermo
in rispetto al fine che tutti prefiggonsi, ch'

appunto il bene della Religione e della Chie


sa, della moral disciplina e della prosperit
dello Stato.

E dicon saggiamente riuniti in Corpo,

perch non son mica la stessa cosa il Car


dinale ed il Cardinalato, i Cardinali presi a

parte ed i Cardinali riuniti in Collegio. Nel


primo caso, si concede che si scorgon tal
volta non lievi miserie da deplorare; nel se
condo per, vi si presentan singolarit e

prodigi da ammirare altamente. Noi abbiam


fatta sempre una cotale osservazione; ad al
iri pi savi di noi neppure sfuggita ; ed
i posteri la faranno pur anche. Dai Cardi
mali, in effetto, uniti in Corpo procedon
sempre decisioni che portan l'impronta del
la saviezza e della virt, della giustizia e
della dignit. Ignoriamo senza dubbio come
ci accada; ma sappiamo per che avviene

sempre cos. Forse perch, nella riunione,


tacendo tutti gl'interessi privati, lo spirito

del Corpo prevale e trionfa, vi si manifesta


e regna. E lo spirito d' un Corpo siffatto
eminentemente spirito di consiglio e d'in
telligenza, di giustizia e di conservazione,
d'interesse cattolico ed universale.

4i5
-

Mirate pure, o lettori, ed attentamente


meditate ci che non ha guari accaduto.
Tolto appena ai viventi Gregorio XVI, si
temette da pi che il Conclave, che si riu
niva per l'elezione del novello Pontefice, sa
rebbe stato burrascoso e ben lungo. Parec
chi interessi privati, diceasi, vi saranno in
presenza e in tumulto. I giornali non cat
tolici, tra quali Le Sicle, se ben ci ri
membra: Ecco, dissero, aprirsi in Roma
un'arena in cui tutti gl'interessi e le ambi

zioni tutte orribilmente lotteranno pel trono


di Pietro. Ne suoi arcani disegni si com

piacque per l'Eterno d'umiliare e confon


dere s tristi presagi. Non si eran peranco

propalate s insolenti parole, e, tra la quie


te e la calma, nel silenzio delle passioni e

dell'indecoroso egoismo, decorse appena


trenta ore di riunion saggia e quasi alta
mente ispirata, fu dato all'immortale Gre

gorio un successore tutt'altro. . . . E qual


successore ! Il Conciliatore del principio po

litico col principio religioso, della Religione


con la Libert, il Riformator degli abusi e

degli scandali, il Flagello del dispotismo e


dell'anarchia, il Salvator dell'Italia e del
cattolico mondo, il Miracolo del secol nostro

e l'Ammirazione del Popoli. Tutto ci si co


nosce da tutti. Ma non si sa forse da tutti

ugualmente, esclama qui pi d'una voce,


che i Cardinali pria di dare il lor voto a Pio
Nono, null'altra dimanda facean che que

4l6
-

,a

sta : E' egli eapace di fare il bene della


Chiesa e dello Stato? Oh la bella e nobil

parola che fu questa l Oh le rette intenzio


mi ch'essa ci svela aver preceduto a s gran
de elezione !

E per l'egoismo e l'ambizione, l'inte


resse e l'intrico non vi entraron per nulla
ad alterarne la santit, a contaminarne l'o

nore. Benedisse l'Eterno sentimenti s eleva


ti, intenzioni s pure e s sante. L'eletto

stato veramente quello che ha fatto e far


il pi gran bene alla Chiesa e allo Stato.
E questi Cardinali che, presi a parte, eran
risguardati da maldicenza importuna affatto
incapaci d'alcuna cosa di generoso e di gran
de, uniti insieme sono stati ammirabili e
sublimi ; corrivi sempre all'altezza della lor
dignit e del loro doveri, han preparata la
materia d' una nuova bellissima pagina, non
che della storia della chiesa, d'ogni storia
civile peranco; han cooperato al pi grande
avvenimento de tempi moderni; hanno eletto
un uomo che apporr il nome glorioso al

suo secolo immortale: poich non si dubita


punto che il secolo decimonono sar nelle

storie appellato IL sEcoLo DI PIo NoNo |


E per, ragionandosi a questi nostri tem
li della necessit ed importanza di ristabi
irsi il Sacro Collegio come primo Corpo po
fitico dello Stato Romano, di sentirsi e con

suitarsi in corpo in tutti gli affari della na


zione; ed elevandosi pi d'un dubbio d'in

417

generar costoro confusione o disordine, ven


ne saggiamente risposto: Ricordiamoci

che di questi confusionieri si lo Spirito


Santo servito per dare un gran Papa alla
Chiesa .

Si purtroppo convenuto e stabilito adun


que, che i Cardinali in Corpo sono ben altra
cosa che i Cardinali divisi. I Cardinali divisi

possono sentir male, ma riuniti non decidon


che bene. N credon costoro che citar possasi

un esempio che i Cardinali in Corpo riuniti


abbian mai deciso nulla contro la giustizia e
la verit, contro il vero interesse della Chiesa
e dello Stato. Ed evvi ancora chi franca

mente confessa che, se avesse la disgrazia di


dover essere giudicato, preferirebbe di leg
giero il Sacro Collegio in Corpo a qualun
que altro tribunale pi giusto ed illuminato.

La quistione impertanto: Se il Sacro Col


legio, chiamato a fare le funzioni di Camera
di Pari, possa o no fare il bene dello Stato,
non pi questione o problema per essi :
anzi chiaro e manifesto pur troppo che
un tal Corpo vale moltissimo, e per dee pre

ferirsi a qualsivoglia altra Camera di Pari,


perch niun'altra rinverrassene capace giam
mai di presentar eguali caratteri d'incorrut
tibilit e di disinteresse, di giustizia e di

saggezza, di efficacia e di forza, di dignit


e d'indipendenza.
Farassi loro adunque giustizia di credere
che la sostenuta opinione non mica ispi
-

418

rata da smodato amore di monopolio eccle


siastico, ma da universale interesse s bene;

non da cieca voglia di conservare il pi


ch possibile i vecchi sistemi, ma di con
solidar meglio e render pi avvantaggioso
il novello; non da vano

"ai

di neutra
lizzare o indebolir l'azione della Camera

dei Deputati, di renderla bens pi libera e


franca, pi sicura ed indipendente; non in
fine da rea intenzione di resister al popolo,
di fortificar la Sovranit ecclesiastica fuori

del popolo, e contro gli assalti del popolo;


dall'interesse pi tosto della libert vera,
del vero benesser del popolo, che niun
certamente pi di loro ama di veder gover
nato con giustizia, difeso con zelo, soccor
so con amore ! ! !

E senza dubbio rammentar doveano i Ro

mani, che ci ch' l' anima rispetto al cor


po, la Religione relativamente alla civil

comunanza. La Religion sola nobilita lo spi


rito, eleva il cuore, sublima il pensiero, e
presenta all'uomo, del paro che alle mas

se tutte sociali, un fine grande e sublime,


magnifico e bello come la sua celestiale
sorgente. La Religion sola, impedendo che
la politica divenga un calcolo abbietto del
l'egoismo e dell'astuzia, la trasforma per
lo avverso in un mezzo civilizzatore, in una

macchina che centuplica le forze de popoli,


e dirige il concerto di queste forze alla pi
grande felicit degl'individui e delle nazio

419

ni. La sola Religione rende la politica ve


ramente sociale ed umana.

Ma la religione non discende dall'ordine


intellettuale e speculativo nell'ordine pratico

e concreto se non pel Clero e nel Clero. Il


Clero la Religione messa in azione per la

regola e l'utilit degli altri. Come nell'ordi


ne intellettuale porta la certezza e la verit,

dove la filosofia spesso non porta che il dub


bio o l'errore; cos il Clero nell'ordine pra
tico porta la giustizia e la carit, dove la
politica umana non porta che vizio ed e
goismo. Solo quel Corpo rispettabile e ve
nerando esercita un'azione santificante sopra

tutte le condizioni, in tutti i tempi ed in tutti


i luoghi; poich sol egli il depositario e

il rappresentante de principi cattolici ed uni


versali; sol egli ha in mano la dottrina che
vivifica e consola, la dottrina della vita e
dell'amore.

Si esagerino pure, finch vuolsi, le im


perfezioni e i difetti del Clero: checch se
ne dica, checch faccia esso stesso, sar

sempre il grande strumento dell'Eterno per

l'incivilimento e per la salute del mondo.

La Religione non fa ehe presentare i prin


cpi di

i e

di amore, di fraternit e

di progresso; il Clero poscia li propaga e


sviluppa, gli applica e mantiene. E dunque
il Clero il pi grande appoggio, lo stru
mento naturale ed attivo della vera libert,

della fratellanza vera, del vero progresso,

420

di tutto ci in somma che si comprende nella


nozion cristiana della parola UMANITA'.

Si potr fargli nondimeno rimproverio che


non sempre si trova egli innanzi ne grandi

avvenimenti politici; che spesso mantiensi


retrogrado, ovvero ritarda la progressione
sociale con le importune sue grida. Ma non
meno un fatto incontrastabile e certo che

quando operare gli conviene, quando ac


concio ed opportuno il tempo d'agire e di
muoversi, ei si muove ed agisce con somma

energia, s che opera talvolta portenti degni


pur troppo dell'ammirazione del filosofo e

della riconoscenza dei popoli. Fa egli solo,


in una parola, ci che altri impotenziato

a fare, ed a concepire pur anche. Proclama


la libert e la santifica, la promuove e di
rige, l'incoraggia e la mette in armonia
col Potere e con la Religione.

Mirate, in effetto, il grande avvenimento


che accade e si propaga sotto i nostri occhi.
L'Italia si desta gigante, si unisce in un
sol sentimento di generosit e di ordine, pro
clama e conquista la sua libert. E la mossa

d'un s strepitoso avvenimento, unico forse


nella storia de popoli, non procede che dal
Capo della Chiesa. La parola eccitatrice di
conforto e speranza uscita dal Principe che
siede al governo ed alla direzione del mon

do morale. Pio Nono ha fatto, per uno slan


cio istintivo di carit cattolica, ci che altri

non ha fatto che o per un calcolo di fredda

421

ragione, o per uno sforzo di mondana po


litica, o per imperioso e stringente bisogno,
o per malagevol situazione ed urgenza di
tempi.
-

Notate per la possente e divina magia


di una parola sifatta. Si eran finora veduti

rivoluzionarsi gli Stati, commuoversi i po


poli, correr ciecamente in cerca di libert
per sentieri ingombri di ruine e bagnati di
sangue fraterno. Oggi pure si agitano i po
poli, e son tutti corrivi a libert civile; ma
procedon per con passo moderato e intelli
gente, con gli occhi aperti per le vie della
legalit e dell'ordine alla stessa conquista.
Donde mai una differenza s grande? Per
ch finora il movimento ebbe alla testa il

sacrilegio e la bestemmia; e non ha invece,


a questi nostri tempi, che la PIETA' e la
CRocE. Finora, per la bocca di uomini af
fatto scemi di convinzione e di fede, parl
il nemico dell'uomo; oggi, per la bocca
del Capo della Chiesa, ha tuonato e parlato
l'Eterno. La parola infernale disordine e
morte; la parola divina ordine e vita. E
se oggi la Libert si mostra pacifica e mo

derata, innocente e pura dal sangue del


l'uomo, ci avviene perch la Religione l'ha
benedetta dal Cielo, l'ha guidata per mano
la Chiesa, ed in atteggiamento maestoso as

sisa al suo fianco l'ha presentata agli uomi


ni, l'ha introdotta e fissata nella civil co
Imunanza.

36

422

Non dovrebber adunque rigettare i Roma


ni l' efficace intervento, la salutare azione

del Clero. Far non dovrebbero della politica


un principio sinistro di filosofia irreligiosa
e bizzarra, ove immerger non volessero la
societ nello scompiglio e nel sangue, se
non volesser almeno colpirla di sterilit e
di paralisi, fatalmente intristirla e farla di
venire un albero affatto scevro di succo e

di frutto, una famiglia orbata di padre, un


freddo cadavere sceverato di principio vita
le , un aggregato di esseri intelligenti sen-

za legami di fratellanza e di amore.


In mezzo ad un ondeggiamento politico
intanto di opinioni e di dubbi, d'incertez
ze e di contrasti, di espettazioni e di con
trari voleri, deliberava Pio Nono, nella som
ma sapienza del suoi maturi consigli, di da
re ai Romani uno Statuto fondamentale che

meglio corrispondesse alla condizione de'tem


pi, e che fosse a un pari pi acconcio a
felicemente promuovere ne suoi Stati la flo

ridezza e la prosperit, il benessere pubbli


co e privato de suoi fedeli suggetti. E per
il 14 marzo del 1848, siffattamente felicita
va i suoi popoli :
v.

Nelle istituzioni di cui dotammo i no

stri sudditi, fu nostra intenzione di ripro

durre alcune istituzioni antiche, le quali fu


rono lungamente lo specchio della sapienza
degli augusti nostri predecessori, e poi col

volger de tempi voleansi adattare alle mu

423

tale condizioni, per rappresentare quel mae


stoso edifizio ch erasi da principio dignito
samente innalzato.
Per questa via procedendo, eravamo
venuti a stabilire una Rappresentanza con
sultiva di tutte le Province, la quale doves
se aiutare il nostro Governo ne lavori legi
-

slativi e nell' amministrazione dello Stato;

ed aspettavamo che la bont del risultamen


ti avesse lodato l'esperimento che primi Noi
facevamo in Italia. Ma poich i Nostri Vi
cini han giudicato maturi i loro popoli a ri
cevere il benefizio d'una Rappresentanza
non meramente consultiva, ma deliberativa,

Noi non vogliamo fare minore stima del po


poli nostri, n fidar meno nella loro gratitu
dine, non gi verso la nostra umile Perso
ma per la quale nulla vogliamo, ma verso

la Chiesa e quest'Apostolica Sede, di cui Id


dio ci ha commessi gl'inviolabili e supremi
diritti, e la cui presenza fu e sar sempre
a loro di tanti beni cagione.
Ebbero in antico i nostri Comuni il pri

" di governarsi ciascuno con leggi scel


te da loro medesimi sotto la sanzione Sovra
na. Ora non consenton certamente le condi

zioni della nuova civilt che si rinnovi sot


to le medesime forme un ordinamento di co

se, nel quale la differenza delle leggi e del


le consuetudini separava sovente l'un Comu
ne dal consorzio dell' altro. Ma Noi inten

diamo di affidare questa prerogativa a due

424

Consigli di probi e prudenti cittadini, nel


l'uno da Noi nominati, nell' altro deputati
da
parte dello Stato, mediante una for
ma di elezioni opportunamente stabilita : i
quali e rappresentino gl'interessi particolari

"

di ciascun luogo de Nostri Domini, e sa


viamente li contemperino con quell'altro in
teresse grandissimo di ogni Comune e di o
gni Provincia, ch' l'interesse generale del
lo Stato.

Siccome poi nel Nostro Sacro Principa


to non pu esser disgiunto dall'interesse tem
porale dell'interna
l'altro pi gra
ve della politica indipendenza del Capo del

"

la Chiesa, pel quale stette altres l'indipen


denza di questa parte d'Italia; cos non so
lamente riserbiamo a Noi ed ai successori

nostri la suprema sanzione e la promulga


zione di tutte le leggi che saranno da pre
detti Consigli deliberate, e il pieno esercizio
dell'autorit Sovrana nelle parti di cui col
presente atto non disposto; ma intendia
mo altres di mantenere intera l'autorit No

stra nelle cose che sono naturalmente con


giunte con la religione e con la morale cat
tolica. E ci dobbiamo ed intendiam fare in

pegno di sicurezza a tutta la Cristianit ;

affinch nello Stato della Chiesa, in questa


nuova forma costituito, nessuna diminuzio

ne patiscano la libert e i diritti della Chie


sa medesima e della S. Sede, n veruno

esempio sia mai per violare la santit di que

425

sta Religione, che Noi abbiamo obbligo e


missione di predicare a tutto l' universo co

me unico simbolo di alleanza di Dio con gli


uomini, come unico pegno di quella bene
dizione celeste per cui vivono gli Stati e fio
riscono le Nazioni.

lmplorato pertanto il Divino aiuto, e


udito l'unanime parere del Nostri Ven. Fra
telli Cardinali di S. R. C. espressamente a
tal uopo adunati in Concistoro, abbiamo de
cretato e decretiamo quanto i,
-

E segue poscia lo Statuto Fondamentale


pel Governo dello Stato Romano, in cui
contengonsi le pi generali disposizioni re
lative al Collegio, del Cardinali, risguardati
come elettori del Sommo Pontefice, e come
Senato inseparabile dal medesimo; all'isti

tuzione di due Consigli deliberanti per la


formazione delle leggi, cio l'alto Consi
glio ed il Consiglio del deputati; al modo da
tenersi nell'elezione del rispettivi lor mem
bri, ed a quello di convocarsi in determi
nate sessioni; alla scelta o nomina de'mem
bri medesimi onde dovransi comporre i Con
sigli anzidetti; alle loro speciali attribuzio

ni, del pari che a quelle del Sacro Conci


storo, de differenti Ministri e del Consiglio

di Stato; alle disposizioni transitorie, da ul


timo, intorno alla legge elettorale, che far

parte integrante del gi promulgato Statuto,


e che potransi agevolmente riscontrare da

A26

chiunque ne avr bramosia, o positivo in


teresse.

Promulgata appena in Roma la nuova Co


stituzione, tutta la Citt si orn pomposa
mente a pubblica festa. Era da pertutto un
rallegrarsi a vicenda, un moto immenso e
lietamente continuo, un accorrer sollecito
ne pubblici stabilimenti, un pronto prepa
rarsi per andare al Quirinale a salutare Pio
Nono, il Pontefice rigeneratore di Roma, del
l' Italia e della terra. Tutti i battaglioni ci
vici riunironsi ai loro quartieri, e, prece
duti dallo stato maggiore in gran tenuta,
s'incamminarono verso il Quirinale anzi detto.
Erano pi di sette mila. Seguiva poscia
un popolo immensurabile con cento e cento

bandiere. Vi si vedean personaggi d'ogni


terra, d'ogni lingua, d'ogni costume. Infra .
lo svariato novero di sventolati vessilli pri

meggiavano gl'italiani, alcuni de quali am


mantati di bruno e mesto velo. Il popolo
indirizzava loro un affettuoso saluto accom

p" da un sospiro e da un voto.


a tutti i punti di quella vasta Capitale
era accorsa la stivata gente; tutte le classi
eran mescolate e indistinte; l'uguaglianza
stabilita nella Costituzione riduceasi in atto

positivo e reale. Non fu mai vista tanta calca


nel Quirinale; non mai presentossi all'occhio

degli attoniti spettatori uno spettacolo pi


maraviglioso ed imponente ad un'ora.

427

Nell'apparir di Pio Nono, un altissimo


grido di gioia elevossi a un tratto da tutti i

punti e da ogni labbro, e si fece udire s


forte che rimbomb forse nei colli adiacenti,
cui successe repente un silenzio profondo.
Data le benedizione, ecco sollevarsi da tutti
i militi i lor elmi rilucenti su le baionette,

ecco un evviva novello che partiva dal fon


do del cuore.

Oh! come in quei momenti di entusiasmo


e di gioia, di tripudio e di generale esul
tanza avr palpitato di santa allegrezza il
cuore del principe l Io creai questa bella

truppa cittadina, avr egli detto fra s;, io


feci risorgere dal sonno vile, dal freddo
torpore questa gente di prisco valore ; io
posi questo diletto popolo nel cammino della
gloria e dell'onore; io lo sottrassi all'igno
minioso servaggio, lo salvai affrancandolo,
e con lui redensi e salvai peranco l'Italia.
E rivolgendosi al cielo, avr egli implorato

su quella terra diletta benedizioni e assisten


za perch prosegua intrepida la grand'ope
ra del suo risorgimento, e torni guerriera

e regina ad assidersi sul suo seggio di gloria.


La sera intanto tutta la citt fu splendi
damente illuminata; non si udivan per le

piazze e per le strade che concerti e cori


festosi ; non s'innalzava un grido che non
fosse un evviva all'immortale Pio NoNo. La

mattina poi del vegnente giorno, cento e


pi colpi di cannone annunziaron al popolo

428

il principio della nuova era costituzionale.


Alle dieci, l'intero consiglio municipale con
la magistratura recossi alla chiesa dell'Ara
coeli, per assistervi al consueto Inno solen
ne; e verso le cinque pomeridiane, avviossi
nel tempio di S. Pietro a compier l'atto an
cor pi solenne d'un coscienzioso rendimento
di grazie, accompagnato dal popolo, dalla

guardia civica e da un illustre corteo di rag


guardevoli cittadini.

N fu minore la gioia provata dalle Pontifi


cie Legazioni, all'annunzio assai lieto del gi

promulgato Statuto fondamentale, che appor


doveva il suggello alla loro politica rigene
razione. Tutte le autorit locali furon solle
cite a far testimonianza solenne delle lietis

sime dimostrazioni, ch'ebber luogo ne vari


punti dello Stato Pontificio. Tesseremmo ben
volentieri di ciascuna una Storia a parte,
se non fosse da un canto risospinto l'animo
nostro dal timore di travarcare i limiti in

cui debb'esser naturalmente ristretto questo


storico lavoro, e non ci tenzonasse dall'al
tro, la scuorante idea di destar saziet mar

rando fatti che a un dipresso furon identi

ci a quei della Ponteficia Residenza. Direm


solo in generale che il grido giulivo di quel
la Capitale ebbe un eco in tutte le contrade
che la cingon intorno; s che in tutti i pun
ti dello Stato Romano, manifestaron i po
poli una sola idea, un sol sentimento, un

solo pensiero, quello di festeggiare nel mi

429

glior modo possibile il gran giorno che sor


gea per loro foriero di novella era, di non
mentit prosperit, di risorgimento verace,
di libert veramente civile.

" in

tanto con

citamento di spirito, in tanta esultanza di

cuore, si commise pure un sol atto che me


ritevol fosse di lieve censura o rimproverio.

E questo amore dell'ordine pubblico e pri


vato, prova assai convincente e di fatto

che i popoli italiani son omai pur troppo


maturi per entrar nelle vie del riscatto coi
mezzi e comodi puramente costituzionali ;

disposti sempre ed acconci ad obbliar il pas


sato, a stringersi insieme con fraterno le

game, ad appellar solo nemico chi si avvi


sa di malignare le loro pi sante intenzioni,
a nomar ribaldo e traditor fello della patria

chi osa travolgere le loro pi belle speranze.


Avventurosi Romani, riunitevi pure at
torno al trono del Supremo Gerarca che la
redenzion vostra ha omai fatta pi salda e

pi solenne; aiutatelo con docilit e confi


denza a costituire, a consolidar via pi nella

bella patria vostra quella santa gerarchia di


poteri politico-ecclesiastici, di cui la Chiesa
avea dotato i vostri padri, e che, come con
fessollo lo stesso Voltaire, aveali renduti il

popolo pi forte e pi libero, pi temuto e


pi felice di Europa. Rigettate le antipatie;
amate il Pontificato; conservate il Corpo in
termedio che a lui vi giugne ed appicca;
non vi lasciate dominare da certe dottrine

sso
di origine pi che sospetta, che, riducendo
le vostre istituzioni alle proporzioni meschi
ne di quelle di qualche altro Stato, ed eli
minandone il principio religioso, le avvili
rebbero sino alla materia , le altererebbero
sino al disordine.

Voi che avete tutti gli elementi, voi che


vantate con le giuste idee, il sentimento an
cora dell'autorit e della suggezione, della
libert e dell'ordine, sappiate pur dimostrar
le e farle valere, perch si organizzino, da
chi ne ha l'autorit, in un sistema che il

resto del mondo ammirar possa nel presen


te, imitare nell'avvenire; e non gi in un
sistema di stupida imitazione che vi rende
rebbe ciechi vassalli dello straniero, cui dee
Roma pi tosto dar leggi, che vilmente ri
ceverne. Obbliate il passato, e circondate
della venerazion vostra , della vostra stima
e dell'amor vostro il Pontificio Potere, la

possanza dell'alto Consiglio e del Consiglio


de Deputati, l'efficace intervento del Corpo
autorevole e paterno de'Cardinali. Se quest'ul
timo sovra tutto, per colpa del tempo che
tutto smuove e tutto pu, decaduto al

quanto dal suo splendore nato, ripiglier,


siatene pur certi, con una vita novella, una
nuova grandezza che rifletterassi proporzio

nalmente su di voi stessi per rendervi pi


rispettabili e grandi, pi gloriosi e forti:
Non vi arrestate punto a vedervi l'uom del
presente; risalite s bene al suo passato ;

43 l

gittate lo sguardo nel suo avvenire; non vi


fermate alla miseria di certe sue apparenze,
ma guardate l'eccellenza della sua istituzio
ne; ravvisatelo con gli occhi della mente e
del cuore, anzich con quelli della preven
zione e del rancore, della collera e del di

spetto. In nome dell'Eterno, della vostra


grandezza e della vostra libert, a nome
del genio e della nazionalit italiana, siate
voi soli, siate voi stessi, nella nuova vostra

organizzazione sociale. Non vogliate appar


tarvi giammai dalla Religione e dall'augu
sto suo Capo, da suoi coadiutori e venera
bili Fratelli. Voi amate, o Romani, le no
bili tradizioni, voi avete cara la gerarchia,

sorgente dell'ordine e della forza, voi ono


rate del pari la vera nobilt che tutta risie
de nella virt e nel sapere, voi venerate il
carattere divino del sacerdozio; ricevete dun
ue con riconoscenza amorosa, con filiale
ducia, non solo l'Alto Consiglio ed il Con

siglio del Deputati, ma la tutela efficace pe


ranco del SoMMo SENATo, dell'AUGUSTo e SA

cao CoLLEGIo, in cui, per ragion d'istituto,


ogni sociale vantaggio si riunisce e concen
tra. Appellato esso sovranamente a concor
rer in Corpo al maneggio pur anche degli
affari vostri, non mancher di compierli con
felice successo.
Se voi non comprendete, da ultimo, che

un procedimento siffatto esige il vostro vero


interesse non solo religioso ma ancora poli

432

tico, dubitar farete certamente dell'elevatez

za del vostro genio, della vivezza dell'im


maginazion vostra artistica , della nobilt del
cuor vostro, di quella fede profonda, di

quel patriottismo illuminato che vi meritano


e vi presagiscono i pi belli destini. Ma voi
intenderete pur troppo questa importante ve
rit, come ne avete tante altre comprese fi
mora. E per vi meriterete istituzioni degne
del nome che portate, delle mobili qualit
che vi distinguono, della fede calda e sin
cera che professate. Voi sarete, in una pa
rola, veramente Romani per PoLITICA, co

me Romani siete per RELIGIONE e per fervi


di sentimenti di LIBERTA' CiviLE.
La sera intanto del 18 marzo, questa no
stra Capitale fu tutta esilarata dalla fausta
novella della Costituzione di Roma. I balco

ni del palazzo del Nunzio particolarmente e


ran adorni di belle e variate luminarie raf
figuranti diversi gruppi di magnifici fiori ;
ed ognuno sentiva il riposo morale dell' Ita
lia nella tiepida serenit dell'aere che libe
ramente respirava.
. Tutti i nostri concittadini e fratelli avreb
ber voluto celebrare, con dimostrazioni di
-

ubblica esultanza, la compiuta opera del


immortale Pio Nono; ma nel progetto d'u
ma popolar festa, d'una pubblica gioia, d'un
civico entusiasmo, non eran tutti d'accor

do, perch non tutti sicuri, non tutti fidu


ciosi ed impavidi. Dopo il giorno 13, sot

433

tilmente inquirendo, si eran molti fatti dis


velati, molta confusione ingenerata negli a
mimi, e in fondo al torbido lago, ascoso il
NoRDico cocoDRILLo. Eransi rinvenuti, sorda

mente buccinavasi, vari depositi di rossi ber


retti; un calzolaio di Chiaia, un pellegrino
immaginario, parecchi forensi, sorpresi con

quantit di fiorini nelle scarselle, han cau


sato l'arresto di taluni individui aderenti al

la vecchia polizia. Chiarificossi peranco che


il movimento della notte del 13 era stato

imprudentemente agitato dalle subitane nuo


ve della Repubblica di Francia. Vi era ezian
dio chi sosteneva, che, nella lusinghiera spe
ranza di rovesciare intieramente il passato e
il presente nelle credenze e negli statuti, e
via via progredir oltre , si tentasse mistifi

care il partito liberale, e lasciarlo sorpreso


ed incerto in preda alla controrivoluzione
ed all'assurda anarchia. Qual ne fosse il ve
ro, in mezzo a tante dubbie voci, mal po
tremmo investigarlo: certo per che sen

tivasi per entro agli animi quel vento nor


dico, inquieto, agitatore, vertiginoso, che
muovesi tuttavia per l'intera Italia, sicco
me il fatto stesso n' prova, e non lascia a

ciascun di noi neppur libero il proprio pen


SlerO.

Attalent meglio impertanto a generosi Na


politani privarsi di quella festa s per loro
conveniente e decorosa, e ritirarsi tutti tran

quilli nelle rispettive abitazioni. Allo spun


37

434

tare del giorno vidersi intanto, non senza


sorpresa e paura ad un tempo degli attoni
ti abitanti, ingombre le vie di fanti e ca
valli, di artiglierie e di guardie nazionali,
e tutti sotto le armi da mezzanotte in poi.
Una cotal novit ingener tosto in tutti i

cittadini non poche dubbiezze ed allarmi ;

una specie di ammutinamento morale inva


se gli spiriti ondeggianti e non mezzanamen

te agitati; un forte disturbo, una secreta e


grave ambasciatostanamente comprese i cuo
ri di tutti sino ad un'ora tarda del giorno.
Si divulg poscia che persone autorevoli e
fede degne erano state la notte ad avvisare
il Prefetto dell'imminenza d'alcun pericolo
calamitoso e funesto. A mezzo di poscia si
ridusse il Re - giusta il rito vetusto e lau

devole, alla Chiesa di S. Giuseppe degl'I


gnudi, in mezzo alla soddisfazione rispetto

sa e devota di tutti i cittadini. E verso la


sera finalmente, ogni fosca nube, ond'era
pria sinistramente abbuiato l'orizzonte po
litico, via dileguossi e dell'intutto sparve.
Succedendo vansi intanto con la rapidit

d'un baleno gli avvenimenti giganti in Eu

ropa. La Citt di Vienna in tumulto, in fer


mento, in sommossa, e, dopo due giorni
d'inaspettata rivoluzione, caduta in mano

de liberali. Metternich fuggito e ricoverato


si a Londra, convenuto asilo di sicurezza
pei Potenti sbalzati dal trono. L'Imperato

re guardato nel suo palazzo dalle truppe ita

435

liane. Il vessillo della libert costituzionale

inalberato su le fortezze di quella Capitale.


Tutto annunzia una strana metamorfosi su

la faccia dell' Europa!


E per l'anno 1848 pu ben risguar
darsi un anno fecondo di politici prodigi. I

grandi fenomeni nazionali sviluppansi e pro


pagansi con la celerit della luce. Il grido
santissimo di libert, innalzato primamente
da Pio Nono , vien ripetuto incessantemen
te da quanti sono popoli oppressi ed infa

memente schiacciati. I posteri senza dubbio


grideranno un giorno: al prodigio ! Questo
risorgimento intanto, iniziato col sangue di
tanti martiri, sar seme di bene verace per
le future genti. La Francia, come si ve

duto dianzi, distrugge in tre d la politica


tenebrosa di Guizot e di Luigi Filippo, e
crea la repubblica. Gli Stati della Confede
razione risorgono a novella vita di civilt e
di gloria. Vienna rovescia Metternich ed il
governo aulico. Minaccia l'Ungheria di scar
dinare l'Impero. La Polonia in fermento re
clama l'antico diritto di Nazionalit UNA Li
BERA INDIPENDENTE. La Prussia, incalzata e
stretta, solleticata e desta dall'universal mo

vimento, d segni di possanza, di valore e


di vita. Italia tutta risorta, e pi bella,
e pi gigante di prima. Ne piani di Lom
bardia si combatte la causa di Milano e di

Venezia, di Parma e di Modena, di Roma

436

e di Napoli, del Piemonte e di tutta intera


la nostra Penisola.

In Venezia sovra tutto la Repubblica ri


sorta come per incanto dalle venete lagune.
maravigliosa l L'antico e sicuro

"

asilo degli oppressi, l'ospite benigna del


l'indipendenza, la guerriera della croce, la
bella sposa del mari, Venezia risorta come
un augurio di risurrezione italiana. Or ella

riprende il lungo corso de secoli; il tempo


del suo dolore sar un punto nella storia

delle nazioni; ma dopo quel punto la rive

dranno le generazioni pi pura e pi lieta,


pi italiana e pi forte.
L'inclita regina dell'Insubria, la trava
gliata ed oppressa, la decimata e fieramen
te abbattuta Milano risorta pur anche dal

combattimento e dal sangue. Ed ella av


vezza pur troppo a risorgere dalle sue ce.
neri, l'immortale Fenice. I suoi patimenti

furon atroci, il sangue sparso fu molto, ter


ribile il contrasto, fiera ed inenarrabile la

lotta, penose e lunghe le sofferenze, finch


l'Eterno pose lo scompiglio e il disordine
nell'anima cruda del suo fello nemico. Ma

or gode ed esulta, fa cuore e trionfa, ch


una lega possente e novella di popoli italia
mi la circonda, ed un altro Pontefice la san

tifica e redime. Cos non pi diranno gemen

do i popoli italiani: Oh fino a quando du


reranno le orrende sciagure dell'afflitta Mi

.437

lano ? della nutrice gloriosa di tanti nobili


spiriti, di tanti geni sublimi e profondi ?
della patria di Manzoni, la cui lira soltan
to potrebb'esser degna di scioglier l'inno
nazionale nel d che Pio Nono benedir la
liberazione intera d'Italia?

In mezzo a questo universale movimento,


la voce dell'immortal nostro Riformatore be

medice dal Vaticano i popoli, che gi sen


tono di poter tornare popoli, e pieni cono
scitori del loro sacri diritti. L'elemento libe

rale ha finalmente trionfato, e pare che pi


non siavi a temer guerra di teorie e di prin
cpi, di condizioni e di tendenze, di cre

denza e di fede. Perocch coloro che potean


dichiararla, reggonsi ora a ricuperata e co
mun libert; n questa fia pi che cada o
vacilli, perch i popoli che han gustato or
mai il benefico e salutare influsso della lu

ce, non faransi pi illudere da falsi vantaggi


delle denze tenebre, del buior fosco d'una
schiavit bruta ed ignominiosa.
Ma non mica bastevole il trionfo della
t

causa santa, ove non sappiasi serbare e di


fendere il frutto di essa, la libert; poich
non dobbiam tanto temere il nemico stranie

ro, quanto dobbiam guardarci di noi stessi.


L'Italia peranco divisa, e scisso sovra tut
to, anzi smembrato il nostro Regno. Gl'in
teressi dell'individuo che spinger voglionsi

innanzi alla cosa pubblica, crean discordie


cittadine ed irreconciliabili partiti. Forte in

2,38

tanto sentir dovremmo il bisogno di giugner


ci in uno, di stringerci in Corpo, d'affra

tellarci tutti, poich l'unione di pensiero e


di fede, di convinzioni e di princpi non
puote ingenerare che forza, perch i popoli

uniti furon sempre invincibili, perch per


le masse frammentarie e scisse null'altra cosa

vale che l'assurdo diritto del pi forte.


Se in questo stato di cose non dobbiam

temere pi l'Austria, chi mai ci assicura,


quando che sia, d'una guerra di naziona
lit, mentre l'Italia sente il peso tuttora
d'una dominazione straniera? E dobbiam noi

riacquistare pur troppo questo sentimento di


nazionalit, stringendo repente la tanto pro

clamata lega politica in Italia, affine di po


ter consolidare via pi il gran principio li

berale. Le grandi Potenze di Europa fa pur


di mestieri che tengansi a noi collegate ed
amiche ; ma fa d'uopo peranco che sia ri

sguardata l'Italia UNA e soLA, INDIPENDENTE


e LIBERA, e che deponga per sempre l'idea

di protettorato inopportuno e oltraggiante. La


lega italiana per noi l'invincibil palladio,
che far pi forti i popoli in colleganza coi

re, e questi pi leali e democratici in ar


mona con le masse sociali. Partiti per fra
zioni e per municipi, corron direttamente i

popoli all'anarchia tenebrosa, alla fatale oli


garcha, al dispotismo assoluto. E quest'idra

spaventevole, con le sue infinite spire, ten


ta sempre aggirarci negli odiosi partiti ; e

489

sorgon questi incautamente in un punto in


cui al grido di ricuperata libert succeder

dovrebbe pi vigorosa e pi forte la voce di


UNIONE e CII

FEDE.

Gli sguardi intanto della nostra Italia son


tutti rivolti alla Lombardia, da cui dipende
in gran parte la nostra compiuta vittoria,
il nostro pieno trionfo, l'universale salvezza.
E raggiugnerassi di fermo un tanto scopo,

merc gli sforzi giganti del nostri prodi fra


telli, combinati e stretti con gli altri della
rimanente Italia. La vittoria sembra assicu

rata sovra tutto nel Milanese; n andr gua


ri, speriamo, e sar rinculato il tedesco ol
tre le Alpi piantate l dall'Eterno ad ine

spugnabil baluardo delle nostre libere terre.


Ma debellato e vinto il comun nostro nemi
co, rimarran forse tranquille la Lombardia
e l'Italia? obblier forse il nordico invasore

il suo preteso dominio, il suo assurdo di


ritto di assoluta signoria su di esse? Ecco
novella quistione che, immediata seguenza
della lotta che andrassi a decidere, sorger
dal seno stesso della conseguta vittoria e

dal glorioso trionfo dell'elemento liberale.


Nel I 154, il fiero Barbarossa, forte d'una
agguerrita oste tedesca, irruppe in Italia
portando strage e morte dovunque ; e nel
i 162 ebbe luogo l'eccidio orrendo della bella
Milano. Quanta fosse la barbarie e l'enor

mezza vandalica di quel teutonico duce, lo


narran, pur troppo le storie nostre; quale e

440

quanta l'oppressione dalle citt Lombarde


provata, ne fa chiara dimostrazione la fa
mosa Lega e la vittoria di Legnano del 29
maggio 1176, in cui si decisero le sorti del
l'lmpero e quelle della Penisola. Un Vica
rio di Cristo allora, Alessandro III, cacci
innanzi la mina politica per modo che il
Barbarossa umiliato, si vide costretto nel

1183 a conchiudere la pace di Costanza. Le


condizioni di essa, trattate per mezzo di PLE
NipoteNzIARI delle due parti, come fassi tra
Potenza e Potenza, assicuraron AssoLUTA LI
BERTA' alle citt Lombarde con una NoMINA

LE suPREMAZIA degl'Imperadori germanici.

Dopo quell'epoca cominciaron i Visconti


ad usurparne il potere, e Gian Galeazzo ,
per

" di

centomila zecchini, con di

ploma del 1395, compr il ducato di Mila


no vendutogli dal negoziante Venceslao di
Boemia. Francesco Sforza, per diritto di
conquista, tenne poscia il dominio della Lom
bardia. Se l'ebbe dappoi Lodovico il Moro,
fatto forte abbastanza da Carlo VIII di Fran

cia. Le gelosie quindi e le ambizioni spin


ser innanzi un altro usurpatore in Luigi XII
di Francia, il quale, vantar volendo diritti

su le terre Lombarde, fe solo valere quello


di FoRzA, e via discaccionne il Moro. Nel

1526 finalmente, quelle miserande itale con


trade, quasi fosser naturate di senso e di
vita, ebber molto ad inorridire al sangue

iniquamente sparso per opra nefanda di Fran

441

cesco I di Francia e per voglia rea dell'Im


perador di Germania Carlo V, che aveasi al

fianco un novello Ezzelino nel generale An


tonio Leyva.
Ma qui non regge l'animo, e la penna
di mano rifugge, alla trista idea di tutte ri
-

membrare le crude stragi e tutti vergare gli


odiosi nomi de tanti esecrati padroni, che
pretendeano aver diritto su le terre Lombar
de, come se state fosser concesse dal fato

al godimento di quei sanguinari e felli Si


gnori, di quei superbi e ribaldi Dominatori
della terra.

Nel 1815, la SANTA ALLEANZA conchiuse


che la Lombardia ed il Veneziano risguar
dar si dovessero come province tedesche, e
non gi italiane. Da quell'epoca in poi, quei
nostri inviliti fratelli furon fatalmente avvinti

al Carro Trionfale de Cesari. Dopo il volger


di trentatre anni, si desta l'Italia dal suo
duro torpore, si sveglia e si scuote Venezia ,

dal suo profondo letargo, raddoppia di sfor


zi e di valore la Lombardia per sottrarsi al
tirannico giogo, tentano a tutte prove di
emanciparsi i popoli, si vuol conchiudere una

nuova lega politica italiana, il RIFORMATORE


APosToLico ne intesse ed allaccia le fila.

E per il nordico oppressore, per diritto


sacro di vittoria, sar respinto per sempre

dalle Lombarde contrade. Nulla per di me


no, dal comun nostro nemico non vorrassi

deporre s agevolmente il pensiero di ulte

442

terior signoria su quella parte d'Italia; sa


r questo l'incentivo e il fomento d'una
guerra novella per l'italiana famiglia. Vien
na, or libera e costituzionale, vuole peranco
che s'abbia la stessa sorte lo stato Veneto-Lom

bardo, perch i tempi ed i popoli prov


videnzialmente l'esigono, perch generosi e

prodi han combattuto e vinto; ma questa


guerra di DoMINAzioNE e d'INDIPENDENZA. Im
per, star volendo attaccati al diritto, quello
de popoli imperscrittibile e sacro, inalie
nabile e permanente; e l'austriaco diritto
ormai passato per tanti tenebrosi laberinti,
si inviluppato e smarrito in tanti politici
andirivieni, si in tanti modi e con tante

i" s

stranamente trasformato, che

a ben di mestieri appellarci al famoso trat


talo del 1815.

In qual modo sia stata concessa all'austria


co impero la Lombardia, non evvi alcuno

che possa ai di nostri ignorarlo; e neanco

ignorano le Grandi Potenze se quel trattato


siasi sempre ed inviolabilmente osservato, e

se alla ragione de CANONI non oppongasi


spesso quella de CANNONI , pi convincente

assai della prima, pi decisiva e pi pron


ta. La ragion delle armi adunque distrug
sovente i trattati, e ad un tratto gli annul

la. Se or dunque la Lombardia dimostrer


la sua indipendenza col valor delle armi,
via fugando i tedeschi, la quistione sar
inappellabilmente decisa, e quella terra di

443

verr libera e franca. Ma la Lombardia

debole e ristretta; e pei popoli deboli esige


ora la dichiarazione solenne delle grandi Po
tenze di Europa che si rispetti il trattato del
1815. Ma fu sempre inviolabile e sacro quel
famoso trattato? niuno l'ha mai lacerato ed

infranto? venne sempre scrupolosamente os


servato dalle Potenze Europee? A una do
manda siffatta rispondono i fatti ; risponde
sovra tutto la Repubblica di Cracovia distrut

ta e mercanteggiata dalle grandi Potenze;

rispondon pur anche il Belgio e l'Olanda,


che il trattato di Vienna dichiarava indivisi

bili, e che furon partite dalle stesse Poten


ze. E per, se per la Repubblica di Craco
via quel trattato fu infranto ; se calpestossi

eziandio per l'Olanda e pel Belgio; non pur


ora dovrebbe osservarlo la Lombardia risor

ta, che fa santamente valere il suo diritto,

il diritto delle armi e della trionfale vittoria.


Ed ove attalenti ad alcuno obbiettarci ,

che i Lombardi vinsero perch in loro soc

corso vol quasi tutta intera l'Italia, inter


venendo negli Stati austriaco-italiani; rispon
derassi sempre che se tennesi per legale l'in
tervento dello straniero in Cracovia, sar

pi legittimo e pi nazionale quello degl'I


taliani in Italia. E sar forse l'intervento

solamente lecito contra i popoli oppressi,


come fullo non ha guari nel Portogallo; ed
od ingiusto contro gl'iniqui oppres

"
SOTI

444

E d'avvantaggio, se Piemonte, Toscana,


Roma, Napoli, senza dir della Svizzera,

han prestato il loro intervento, fa loro scu


do la ragion santa di riacquistar la propria
indipendenza e conservar la libert di Na
zione UNA e GRANDE. Perocch, se conserva

l'Austria una semplice influenza in Italia,


attanaglier sempre l'unghia grifagna la li
bert e l'indipendenza italiana col progres
so de tempi. Uguagliardeesi inoltre la Lom
bardia agli altri popoli d'Italia ; vuole e deb

be anco, l'Italia stringer forte e perenne la

"

grande
la Lombardia ed il Ve
neziano ne dovranno far parte pur anche ;
ed in forza d'una siffatta nazional collegan

za, potr da quindi innanzi l'Italia venir ri


sguardata come grande Potenza, da interve
nir sempre e legalmente, ove si tratti di di
fendere e tutelar la libert de popoli oppressi
a fronte del dispotismo e della rapacit de
gl'iniqui oppressori.
Nulla per di meno, considerar volendo
-

l'Austriaca Potenza qual'ella di presente ,


pria che l'Unghero valoroso non le cacci
grave ferita nel seno, non ancor forse vi
gorosa e possente, e per sempre acconcia
e disposta a non lasciarsi sfuggire di mano
il Veneto-Lombardo? Se le due forti linee
militari del Po e del Ticino non son pi pel

Colosso Tedesco, non restangli forse ancor

quelle del Mincio, dell'Adige e del Taglia


mento, tre punti considerevoli che misero a

445

durissima prova l'ingegno e la militar for

za del FULMINE DI MARTE, del prode e te.


muto Napoleone? Con questi tre baluardia
dunque, con una lega eziandio non lontana
dell'Inglese e del Russo Colosso, il nordico
tiranno si sente ancora in istato di sommet

tere il Lombardo-Veneto al suo novello Sta

tuto Costituzionale.

Ma la mano della Provvidenza, reggitri


ce degli umani destini, e la voce possente
di Pio, provvidenza seconda per noi, stan

ferme per l'Italia travagliata da lunghe sven


ture; e per non fia mai per avventura che
questa rimanga pi lungamente oppressa. Il
movimento sviluppato a Berlino, ed il fer
mento che cova nel seno stesso della Citt e

dell'Impero, sono un colpo fatale per l'Au


tocrata non mezzanamente smarrito, e rea

lizzando vanno ad un tempo l'incantevole


sogno.

In mezzo a questi ostacoli ed a questi van

taggi, unir deonsi intanto e stringersi in


uno i Popoli ed i Principi Italiani, or sovra
tutto che dal nostro lato par che pieghi la
vittoria decisiva e compiuta. Leghinsi pure
infra loro e pugnino valorosi per l'indipen
denza e per la libert ! N fia che le gran

di Potenze di Europa, e l'Inghilterra sovra


tutto, obbligar osino i Principi Italiani a ri

spettare il trattato di Vienna, quello stesso


trattato onde furon posti in commercio e po

poli e stati, e che lord Palmerston non volle

446

o non seppe far rispettare per la Repubbli


ca di Cracovia, non seppe o non volle far

rispettare per l'Olanda e pel Belgio,


Che non sia dunque leale il diritto che

vanta l'Impero su quella parte d'Italia, dal


la storia de fatti fassi chiaro ed aperto pur
troppo; che sia imperscrittibile e sacro iI

diritto del popoli, ne fan prova di evidenza


la ragione e il buon senso, la NATURA E LA
vocE DI Dio. I trattati inoltre, che non han
per base l'inviolato diritto e la giustizia del

l'Eterno, infranger possonsi col valore dei

popoli, rovesciare con le armi del prodi; ed


il trattato di Vienna in diverse guise ed in
variate epoche stato impunemente violato

ed infranto. E per le Potenze, non gi il


trattato di Vienna, il diritto depopoli s be
ne, far dovrebbero risorgere e pienamente
valere; ed i Principi Italiani raggiugner so
lo potrebbero uno scopo s alto ed impor
tante con una grande Lega politica ed emi
nentemente NAzioNALE. Quando questa sar

dell'intutto attuata e compiuta ; quando le


convulsioni politiche avran calma dopo la

piena vittoria del popoli; quando l'Austria fi


nalmente con l'assurdo diritto delle armi fa
rassi pure ad invadere le terre Lombarde,

, l'italiana vittoria allora, e non mica l'am


bizione o il capriccio, potr legare al suo
cocchio l'abbattuto e conquiso nemico.
E ben per noi malagevol opra intanto l'ac
conciamente descrivere l'esaltamento degli

447

spiriti italiani in tutti i punti della nostra


Penisola, e la viva impazienza di muover in

soccorso del fratelli Lombardi con alto dise


gno di compier per sempre l'indipendenza
italiana. Ei pare che il sangue patrio bolla
alle estremit, e sia tiepido al cuore donde
fluisce ed impetuosamente sbocca. Dal Ge
novesato, dalla Lomellina, dalla Savoia,
dai confini della Svizzera procedon ognora

per la Lombardia contingenti di truppe e di


prodi volontari, i quali, chiamati a com
battere contro gli stranieri oppressori dell'I
talia, scendon dalle Alpi festanti, e tutti

pieni di quella baldanza sublime d'un eroe


che, fiduciando sul proprio valore, procede
alla pugna per liberare la patria. Le voci di
viva Carlo Alberto, viva la libert , vin
cere o morire, commiste a tanta devozione,

a tanto coraggio, a tanta carit di patria,


spremer fanno dagli occhi pi d'una lacri
ma di commozion viva e profonda. Da Torino e da tutte le parti dello Stato,
del pari che da Genova, stuolo immenso di
volontari parton coraggiosi per

"

le truppe Piemontesi sotto il comando di Re


Carlo Alberto. In Roma pur anche si aper

ta una soscrizione volontaria, con nobil di


segno d'accorrer volentorosi al soccorso dei
fratelli di Lombardia. Gli arruolamenti van

tuttavia proseguendo in quello Stato con mol


ta alacrit e con entusiasmo veramente pa
triottico. Quel Ministero delle armi d'avvan

448

taggio, considerando la gravit delle con


dizioni presenti dello Stato Pontificio e del
l'Italia, e l'urgenza somma di prestarsi al
l'azione concorde delle forze nazionali ita

liane, generosamente dispose un contingente


di truppe che fur pronte a partire per la co
mune difesa d'Italia.

Da pertutto in Roma movimento e vita,


ebbriet indicibile e nuova, gara consolante
e generosa. Il giorno 22 marzo partivan le
i Romane fra le acclamazioni e gli ev
viva incoraggianti del popolo. La riva del
Tevere vedeasi per lungo tratto gremita di

gente, che con sincere significazioni di cit


tadina amicizia salutava e colmava di auguri
quei valorosi pieni di speranze e tripudianti
per dolce bramosia di tosto avverarle. Il gior

no 24 poi, nella piazza di S. Pietro sono


stati raccolti tutti i civici che andranno mo

bilizzati al confine, congiuntamente ad altri


volontari che vansi tuttavia arruolando. L'ar
dore di quei gagliardi Romani, che per istin
tivo e caldo amore italiano offron s stessi

alla patria, indescrivibile e immenso.


Il popolo di Roma finalmente si scosso

dal profondo letargo in cui stava sepolto.


Gi pria profondamente commosso ed esacer
bato per le gravi sventure de fratelli Lom
bardi, si ora infiammato di eroico entu

siasmo, all'udire che son eglino sorti, fran


gendo le infami catene onde quei barbari li
tenean avvinti. Lo sdegno d'un popolo quan

449

do sorge fremente ad abbatter la tirannide,


pi tremendo del folgore sterminatore del
Nume possente; n possa umana pu giun
gere a contenerlo o frenarlo. Il versato san
gue lombardo ha destato un incendio ne'cuori
italiani; e non estinguerassi l'incendio, fin
ch la spada del prodi non dilanier le vi
scere di quei reprobi, che stolti! calpestar
pretendeano impunemente i nostri sacrosanti
diritti.

Presenta Roma, a questi nostri giorni, uno


spettacolo grandioso e sublime. Ella tor
nata novellamente la vetusta citt de Cesari

invitti. Il suo popolo valorosamente d pro


ve di esser degna progenie di eroi. Sparsasi

rapidamente la novella della rivoluzione Lom

barda, un sentimento ineffabile di gioia trab


sbocante comprese e inond ogni cuore, su
la ferma fidanza che tutti quanti gl'Italiani

sarebber in breve divenuti un popolo libero


e grande. Ma al solo pensiero che ben altro
sangue dovrassi ancora versare pria di fiac

care l'aquila tiranna, s che pi non le sia


dato di risorger superba; fu uno allora il

desiderio, un solo il voto dell'intera popo


lazione,

" di volar tutti in soccorso dei

cari fratelli che apprestavansi ad acquistare

sul campo, gloriosi del pari, o la palma


de martiri, o il lauro d'una compiuta vit
toria.
-

Le vie principali di Roma, e sovra tutto


il Corso, eran inondate da un immensa mol

450

titudine inebbriata da generosi e magnanimi

affetti. Non si udiva che ripeter il grido:


Corriamo a soccorrere i nostri fratelli o a se

coloro morire.- Il popolo Romano insomma,


in una circostanza siffatta, dava non equi

voche prove di esser un popolo veramente


di eroi. L'illustre generale Durando, a tutti
accetto e gradito, veniva prescelto ad assu
mer il comando di quegl'intrepidi volontari.
Dentro al Colosseo, arringarono il popolo il

famigerato Gavazzi propugnator caldo e vee


mente della santa causa italiana, l'illustre
Masi sempre ardente di amor cittadino e ve

race, e dopo di costoro, due sacerdoti di


stinti per sentimento religioso e liberale ad
un tempo. L'entusiasmo era giunto al suo col

mo. Dopo lungo volger di anni, quelle scu


re macerie rimbombavan di grida eminente
mente patriottiche, ed accoglievan un popolo

ansioso pur troppo di correr sui campi di


battaglia in difesa della sacra sua indipen
denza!

Chi pu dire i pensieri che suscitavan


nella mente quelle rovine maestose, quelle
grida espressive, quelle libere e franche pa
role ? . . . . dovea sembrar certamente a pi

d'uno di viver nei tempi vetusti in cui Ro


ma era donna e regina del mondo ! In quel
giorno glorioso vedeasi il Corso addobbato
con sontuosi parati in segno di esultanza e di

pubblica gioia. E una viva gioia, in effetti,


regnava sopra i volti di tutti, la gioia e l'e

451

sultanza dei prodi che imbrandiscon un fer


ro in difesa della terra natale e del nostri

valorosi fratelli; ch patria di noi tutti


l'Italia, e gl'Italiani son nostri fratelli.
Pio Nono e l'Eterno benedissero allora
le nostre bandiere. E per in noi non hav

vi incertezza n tema. L'Italia sar libera

e franca, indipendente ed una. Il sangue


del martiri nostri inchiese vendetta al Mode-,

ratore supremo, ed Ei piegossi a vendicar


lo repente, trasfondendo ne figli d'Italia ar
dore e coraggio, quel coraggio ed ardore

che serbaron in petto anche in mezzo alle


acerbe sventure, quando furon peranco con
culcati ed oppressi. Or tutti giuriamo far
salva l'Italia o morire! L'Eterno lo vuole,

ci sorregge e ci guida l'Eterno, Ei ci dar


forza, valore, coraggio. Popolo Romano,

popoli Italiani l questo il momento pi ac


concio di meritarvi l'ammirazione dell'inte

ro universo, di covrirvi di trionfi e di glo


ria! Leoni che dormivate, or vi siete scos
si e ruggite adirati e frementi ! Guai a chi
tenta

perta

"i a battaglia, provocarvi ad a


f" , concitarvi a giustissimo sde

gno ! I destini d'Italia saranno in breve e

per sempre compiuti. Per esser degna del


l'era novella, prepariamoci intanto al sacri
ficio generoso e magnanimo, se pur puossi
nomare sacrifizio il morir gloriosamente per
la patria comune.

artite adunque, o fratelli, ardenti di a

452

mor patrio, frementi di sdegno pei nostri


oppressori. Il giorno di partenza sar gior
no di festa e di tripudio per tutti; di con

forto e di gloria per voi. Vedranvi le na


zioni sempre pronti a mostrare all'universo
che gl' Italiani, ove pure il vogliano, sono
il popolo pi grande e pi forte che vi sia
mai su la terra.

Gli strepitosi avvenimenti della Lombardia


chiedevan intanto, in quanto al nostro Rea
me, i provvedimenti pi energici e pronti,

s per la salute che per l'onore del nostro


bel Paese. Il Ministero irresoluto ed incer

to, niuna misura di fatto adoperando, ha


provocato, il 26 marzo 1848, una manife
stazione imponente quanto dignitosa e ono
revole, composta del pi bel fiore della no
stra generosa popolazione. Giunta, in effetti,
la pacifica folla del cittadini dinanzi al Real

Palazzo, per via di deputati ragguardevoli

e saggi, hanno esposto a S. M:


1. Il bisogno stringente di spedire in soc

corso del fratelli Lombardi una colonna di


truppa , sia per cooperare alla liberazione
di quella bella parte d'Italia dal giogo stra
miero, sia per riacquistare la simpatia di quei

popoli, sia per salvare l'onore della nostra


cara patria, abbastanza finora conculcato e
vilipeso;

2. La necessit di organizzare e di arma


re in battaglioni tutti i volontari che si of
frissero per detta spedizione;
l

453

3. Da ultimo, la necessit della pronta ore


ganizzazione del Ministero.
-

Ad una dimostrazione siffatta il Re pron


tamente rispendea:
-

Che era giusto spedir truppa in Lombar


dia, e ch'egli senza ritardo si sarebbe di
ci occupato;

Che i volontari altres sarebbero sollecita

mente armati ed organizzati in battaglioni;

Che infine da molto tempo egli era occu


pato della riorganizzazione del Ministero, e
quanto prima i nostri voti sarebbero piena
mente appagati.
E, rivoltosi poscia al Colonnello Pepe ,
gli dicea : Io NoN CHIEGGo AITRA cosA DI
MEGLIO,

Gl'illustri componenti la deputazione fecer


tosto e fedelmente noto ai loro concittadini

"
promesse che Ferdinando Il, porgen
o loro la destra, francamente facea; e ci
valse, s per dar conto dell'adempiuto man
dato, che per farli sicuri del felice succes
so della manifestazion decorosa. E decorosa,

in effetti, e commovente purtroppo fu quel


la dimostrazione, ma istintiva ed unanime,

ardente e spontanea; s che, avendo pieno


sortito il suo effetto, altamente si spera che
non andr guari, ed ai cari Lombardi po
tran dire i valorosi nostri fratelli quanto

dolcemente vivan eglino nel premuroso pen


siero de Cittadini Napoletani.
La sera del 26 intanto, e la mattina del

454

27 marzo, numerosi drappelli di gente elet


ta recaronsi arditi sotto i balconi del Mini

stri, ed a replicate voci gridarono abbasso.


Per taluno di costoro poi, ad ogni pi alta
contumelia aggiunser peranco il fiero grido
di morte al traditore della patria, impu

gnando adirati le armi e sempre minaccio


si in atto; ed ove per avventura con placi
da dignit non avesse imposto loro rispetto
un drappello di Guardia Nazionale, si sareb

ber forse spinti a qualche atto, di quei ma


gnanimi e valorosi non degno.

L'opinion pubblica faceasi allora diritto


di condannar severamente la procedura di

quel Ministero creduta forse colpevole ed il


leale. L'organo della stampa e la voce del
l'intero paese volean quei ministri balzati
da un seggio, su cui non eran pi degni
di assidersi, s come libera e franca ne vo

lava la fama. Il Ministero, andavasi allo

ra smodatamente buccinando, avea meritata


pur troppo quest'amara e tremenda lezione.
Un esempio siffatto persuader possa coloro
i quali verranno, che i popoli non gover
nansi adesso con preconcepiti sistemi, n con
politica formolata e bizzarra, tenebrosa e
fallace; governar deonsi s bene su la giu
sta misura delle idee che corrono, giusta
i bisogni e le tendenze che di giorno in gior
no sviluppansi; moderar debbonsi, in una

parola, antiveggendo e prevenendo i desi


deri non solo, ma le pi secrete inclinazio

455

niperanco delle intere masse che compongon


le nazioni ed i regni .

In ordine poi alla spedizione di truppe e


di volontari per la Lombardia, l'opinione
che correva a quei giorni era oltre modo
stravagante ed assurda. Se questa nobilissi
ma decisione, si andava da pertutto strom
bazzando, fatta si fosse quindici giorni in
nanzi , sarebbe stata commendevole e gene
rosa, magnanima e giusta, e per non mez

zanamente accetta a que forti tribolati ed op


pressi; adesso intempestiva ed apparente,
se pur dire non vuolsi inutile e vana, poi
ch loro si arreca sussidio quando forse non
ne avranno pi d'uopo, quando il prestar

lo non pi suppone un imminente pericolo,


un bisogno stringente, quando l'austriaco
colosso sar dell'intutto rovesciato e abbat
tuto.

--

Noi non andremmo, sragionavan parecchi


altri, che a coronare e suggellar l'opera di
Carlo Alberto, il solo principe che sappia
in Italia operare con prudenza e con senno,

come Pio Nono il solo che concepir sap


pia le cose con la mente e col cuore. Non
andremmo che ad assistere alla coronazione

gloriosa di Carlo Alberto qual Re di Lom


bardia, ove quella gente prodigiosa abbia
avuto la sorte di non far duro sperimento
dell'abbastanza abborrito governo principe
sco, e non voglia assaporare pur anche il cit
tadino moderato e discreto. Andremmo pi

456

tosto a guardare le spalle del tedesco che


fugge, ovvero a custodirlo me formidabili
baluardi di Verona e di Mantova. Andrem

mo infine con un'ospitalit inopportuna a


depauperar maggiormente una gente gi po
vera tanto, e concorrer ad un banchetto ,

pel cui apparecchio non si era nulla opera


to da noi.

Sta la gloria ed il vero trionfo, senten


ziavan altri, dove ci ha contrasti ed osta

coli da vincere, danni e pericoli da affron


tare; sta la generosit patriottica dove mol
ti affetti sacrificar possonsi alla comune sal
vezza. Ma or che la costituzione data col,

ora che le membra dell'Impero sono indebolite


e disciolte, ora che l'austriaca soldatesca
impotente a reggersi ed a sostenersi da s ,

perch scuorata e vinta, fugata e languente


per fame, povera di vitto e di vestito, scevera
ta d'armi e di valore, ravveduta e pentita;
or che i Lombardi e i Piemontesi, gli Sviz

zeri e i Toscani han gi consumato il sacrifizio


solenne e redimite del sangue tedesco le ter
re d'Italia, che cosa andremmo a tentare

od a compier noi d avvantaggio ? qual con

siderazione aver mai potrebbe l'opera no


stra al cospetto della gran nazione italiana ?
Non andremmo certamente a dar libertade

a quei nostri fratelli, perch liberi e fran


chi; non a cacciar via dell'Italia l'infame

tedesco, poich pi non potr sostenervisi,


ed ascriverassi anzi a gran ventura se per

457

verr incolume a travarcare il Brenner, e

comporre le cose che pi da presso gli toc


cano : e neanco guadagneremmo nella sti
ma di Europa, poich arriveremmo a ren
der pi maestoso l'INNo sAcRo DEL TRIONFo
nel gran Duomo di Milano, per l'affranca
zione d'Italia, e le preci espiatorie per le
tante vittime italiane che dieci secoli di ver

gogne e di lagrime, di umiliazioni e di ob


brobri, di sofferenze e di lutte, di sforzi e di

disperati contrasti non han potuto peranco


riscattare.

Con una s tarda spedizione di forze, si

osava ancora gridare, non guadagneremmo


nulla nell'importanza politica, perch tutta
l'influenza morale abbiam perduta vitupero
samente in Italia, per aver volto maisem
pre su l'oppressore tedesco uno sguardo di
non curanza o d'indifferenza indiscreta ; non
nell'importanza territoriale, perch, se pur
non saravvi una Repubblica Lombardo-Ve
neta, ne sar principe Carlo Alberto e me

ritamente gli spetta. E per tanto inutile ed


inefficace sarebbe adesso col la nostra trup
pa, quanto a tempo pi acconcio ed oppor
tuno stata sarebbe e vantaggiosa ed effica
ce ad un'ora. Pi inconsiderata inoltre la

i" de volontari per gli Stati Lombar


i, in tempi ed in circostanze assai malage
voli che altamente proclamano la loro pre
senza per la sicurezza e custodia del pro
prio paese; perocch non muoveran certa
39

458

mente per col i codardi e i vigliacchi, ma

il fior de cuori pi generosi ed ardenti, pi


nobili e coraggiosi, pi poetici ed appassio
nati della nostra cara patria, di cui potrem
mo da un momento all'altro aver sommo

bisogno; di quelli insomma che turbavan il


sonno ai ribaldi, che vegliavan pi accani
tamente alla libert cittadina, che seconoi

pi alacremente concorreano alla custodia


del nostri pi sacri diritti, del pari che al
l'acquisto di altri maggiori.
Ora che questa parte pi vitale della na
zione da noi si allontana, gridavan altri pi
baldanzosi ed arditi, non potrebbe forse il

governo farsi lusingare dal fatale consiglio


di arrestarsi repente in sul bel cammino e

tradir poscia le nostre pi belle speranze?


Ch'ei diffidi di noi, lo han mostro purtrop
po le truppe accanite, caricando i fucili, ed

allogandosi di fronte ad un popolo inerme


e pacifico, il quale andava ad esprimere
caldissimo volere; che noi diffidiamo di lui,
sarem presti a mostrarlo quando faremo sen
tire alle Camere che le guarentigie conces
se sono insufficienti e retrograde, e che pi
ampie e pi libere fa pur di mestieri san

zionarne. E per condanniamo, follemente


conchiudevano, la risoluzione imprudente
di voler partire per la Lombardia, risolu
zione inconsiderata ed inopportuna, impoli
tica e vana ad un tempo.

In mezzo a s strane e puerili opinioni,

e
V

459

a s paradossali ed assurde incoerenze, a si


inopportune ed indecorose diffidenze, forte
biasimando tutti coloro che han da natura

sortito il meschino talento di malignar tut


to e tutto contaminare col pensiero e con
l' opre, eleviamo la voce ancor noi e di
ciamo al governo, d'intenzion saggia e ret
ta: Spedite generosa truppa per le terre
Lombarde; seguite le orme gloriose del ma
gnanimo vostro emolo Carlo Alberto; la
sciate pur dire a posta loro le genti sospet
tose e diffidenti ; state come torre ferma e
sicura, la cui cima, per soffiar de venti e

per infuriar degli aquiloni, non fia mai che


vacilli o declini; colmatevi pure, or ch'
tempo accettevole e acconcio, di gloria ita
liana, ed apprezzate poco,
-

Se di voi senta il volgo o bene o male:


diciam poi con voce libera e franca a valo

rosi giovani crociati: Benedetti figliuoli d'I


talia, anime rare e generose, partite, pu
gnate, vincete !
Non sono peranco le sorti di Lombardia,
come follemente da taluni si opina , raer
mate e decise. E per, affinch veggan gli
stranieri che compirassi finalmente l'italica
lega; perch il bando dello straniero deb
b'esser un fatto tostanamente compiuto; per
ch le nostre soldatesche ammaestrar deon

si ad abborrire il nordico oppressore e ti-,

460

ranno; perch il governo ha promessa la lo


ro partenza, e, lungi dal ritrattarsi , reli

giosamente sar per adempierla; perch agli


altri popoli d'Italia non vogliam esser ob
bietto d'ignominioso ed insultante disprez
zo, partir deono le truppe, e partiranno
senza fallo, e conceder loro l'Eterno la dol
ce ventura di vedere la fronte dell'umilia

to tedesco, e cantar l'inno della vittoria,


l'inno del nazionale trionfo sotto il tricolo

re vessillo. Partan pur anche i giovani vo

lontari, affinch dal lor ardimento vegga


una volta il comun nostro nemico con quali
spiriti ardenti, con quali uomini valorosi ed
intrepidi avr duramente a luttare, e dal lo
ro ristarsi non tragga assurdo argomento di
baldanza e di orgoglio, di felicitazione e di
esultanza pel male gi fatto, d'ispirazion
trista e fatale per le ree vendette che ancor
disegna consumare.

Andate adunque, o giovani prodi, ad ab


batter per sempre il nemico insultante e or
goglioso, che ancor deride ed insulta gl'i
taliani fratelli ! Le benedizioni ed i voti di

tutta intera una nazione vi accompagnin per

sempre, e possa l'Eterno farvi lieti della co


scienziosa gioia di dar l'ultimo crollo a quel
l'agonizzante Atlante, che Carlomagno crea
va, alimentava Lotario, rafforzava Corrado,
ardito e fermo rendeva Errico IV, Barbaros
sa mettea su le spine ed in procinto di soc
combere, ristaurava Federico II, Carlo V

461

faceva onnipossente ed intemperante, di san


gue e di tradimenti macchiava Ferdinando
lI, Francesco I rendeva esoso, Francesco II
affidava alla tutela d'un ministro illeale, co
me sempre questo colosso slegato ha proce
duto finora ! Andate, o valorosi fratelli, ed

abbattete da prodi quel rimbambolito gigan


te; giurate sul teutono sangue che le itale
contrade saranno da quindi innanzi inviola
bili e sacre, e che piede straniero non cal
pesterale mai pi ; che il tricolore vessillo
sventoler sul ciglione delle Alpi, e sar
inalberato, speriamo, su le ultime rupi del
la sicula terra! Andate, o valorosi, corre

te pure animosi ed arditi, ch siete a tem


po peranco, combattete, trionfate, vi rimem
bra che siete italiani ancor voi, e confes
sino i nostri nemici, che,
Veggendo Roma e l'ardua sua opra,
Stupiti sono, quanto Laterano

Alle cose mortali andr di sopra.

Andate, e tutto il vostro pensiero sia l'ITA


LIA e l'ETERNo, la LIBERTA' e la GLORIA ITA
LIANA !

Il nostro Re Ferdinando intanto non la


sciava mostrarsi dal canto suo tutto inteso e

sollecito a secondare il pubblico voto, ad av

valorar sempre pi gli sforzi generosi de'no


stri italiani fratelli che muoveano spontanei

da tutti i punti per la difesa della comun


causa santissima. In effetto, il 5 aprile, u

462

nitamente al Ministro della Guerra ed al Ca

po dello stato Maggiore, recossi egli a vi


sitare le truppe stanziate in Caserta ed in
Capua, le quali furon destinate a formare
la divisione che per la via degli Abruzzi do
vea tradursi nell'ltalia Superiore. Prese il

Sovrano in considerazione i bisogni di quel


le schiere, ed eman le pi energiche di
sposizioni perch fosser tosto provvedute di
tutto ci che loro occorreva, e potesser quin
di con tutta sollecitudine mettersi in movi

mento. E mossero veramente le nostre trup


pe, non guari dopo, per battaglioni, e for
nite di artiglieria, cavalleria, genio, Stato
maggiore, ambulanze, e quanto altro era

d'uopo per provvedere ed organizzar compiu


tamente una divisione di armata ch'entra in
campagna.
Non pago ancor pienamente Ferdinando II
di cosiffatte provvidenziali disposizioni, volle
rafforzarle peranco con l'espressione de suoi
-

magnanimi sensi. E per con Sovrano Pro


clama del 7 aprile 1848, siffattamente vol

geva per punta la paternale parola ai suoi


devoti e cari suggetti:
Amatissimi Popoli ! Il vostro Re divide

con voi quel vivo interesse che la causa ita


liana desta in tutti gli animi, ed perci
deliberato a contribuire alla sua salvezza e
vittoria con tutta le forze materiali che la

nostra particolar posizione in una parte del


Regno ne lascia disponibili. Bench non an

463

cora formata con certi ed invariabili patti,


noi consideriamo come esistente di fatto la

lega

italiana, dacch l'universale consenso

de principi e del popoli della penisola ce la


fa riguardare come gi conchiusa, essendo

prossimo a riunirsi in Roma il congresso che


noi fummo i primi a proporre, e siamo per
esser i primi a mandarvi i rappresentanti di
questa parte della gran famiglia italiana. Gi

per noi si fatta una spedizione di truppe


per via di mare e di terra, e gi un'altra
divisione messa in movimento lungo la

marina dell'Adriatico per operar di concerto


con l'esercito dell'Italia centrale.

Le sorti della comun patria vanno a de

cidersi nei piani di Lombardia, ed ogni prin


cipe e popolo della penisola in debito di
accorrervi, e prender parte alla lotta che
ne debbe assicurare l'indipendenza, la liber
t e la gloria. Noi, bench premuti da al

tre necessit particolari che tengon occupata


una bella parte del nostro esercito, inten
diamo di concorrervi con tutte le nostre for

ze di terra e di mare, coi nostri arsenali e


coi tesori della Nazione. I nostri fratelli ci

attendono sul campo dell'onore, e noi non


mancheremo l ove si avr a combattere pel

grande interesse della Nazionalit Italiana.


Popoli delle Due Sicilie ! stringetevi in
torno al vostro Principe. Restiamo uniti, e

prepariamoci alla pugna con la calma che


nasce dal sentimento della forza e del corag

464

gio. Confidiamo nel valore dell'Esercito per


aver quella parte nella magnanima impresa
che meglio conviensi al maggior Principato
della Penisola. Per ispiegare tutto il vigore
al di fuori, abbiamo bisogno di concordia
e di pace nell'interno, e noi contiamo su
l'ottimo spirito della nostra bella Guardia
Nazionale e su l'amore del nostro popolo
per la conservazione dell'ordine e l'osser
vanza delle leggi ; come esso dovr contar

sempre su la nostra lealt e sul nostro amo


re alle libere istituzioni che abbiamo solen

nemente giurato, e che intendiamo di man


tenere a costo d'ogni maggior sacrificio.
Unione, abnegazione e fermezza, e l'in

dipendenza della nostra bellissima Italia sar


conseguita. Questo sia l'unico nostro pensie
ro nelle circostanze presenti; una s gene

rosa passione faccia tacer tutte le altre men


nobili, e ventiquattro milioni d'Italiani avran
certamente una patria potente, un comune
e ricchissimo patrimonio di gloria, ed una
Nazionalit rispettata che peser molto nelle

politiche bilance del mondo.

Nell'atto che Ferdinando II indirizzava ai

suoi popoli un siffatto Proclama , destinava


definitivamente, per organo del Ministero ,

a Plenipotenziari per la fondazione della Le


ga d'Italia, il Principe di Leporano, il Prin
cipe di Colobrano, D. Biagio Gamboa, e D.

Casimiro di Lieto, gi disposti a partire per


la volta di Roma.

465

Ad onta di cotali disposizioni, che annun


ziavano allora e rettezza d'intenzione, ed ef,
ficacia di volere, e prontezza di agire, e
sincerezza d'animo, e veracit di fede, una

branca di sciagurati raddoppiava sempre pi


di sforzi e di tenebrose cure per malignare
e avversare qualsivoglia deliberazione be
nefica. lre sbrigliate nella foga di libelli fa
mosi, deturpanti la dignit che si addice
a gente di libero regime; sollecitazioni con

citate oltre i modi condegni alla legalit


delle giuste rimostranze ; irrequietezze in
decorose, destanti nella quiete di cittadina
pace le ansie d'ignobili e sediziosi tumulti,

ecco i torti che meritamente opponeansi a


quella ciurma di scioperati, in questa vita
novella di politica rigenerazione.
In quest'epoca di risorgimento civile, in
questo paese in cui si tanto ragionato e
molto si scritto, in cui si sono vedute bril

lare e sparire ad un tratto tante meteore,


nel momento in cui la saviezza dell'immor

tale Pio Nono ci ha pur troppo innalzato al


posto sublime della felicit e della gloria,
e la magnanimit d'un s gran Principe con
tante dimostrazioni di sovrano affetto si sfor

zato di richiamar i popoli alla moderazione e


alla pace, all'unione ed alla formale con
cordia; da quale impura sorgente pu mai

procedere quel fanatismo politico, che forte


ci sospinge ad odiarci a vicenda, a diffida
re gli uni degli altri, a star mutuamente in

466

guardia, e sempre sospettosi, e diffidenti


sempre, ad avvilirci e lacerarci reciproca

mente? Ecco ci che s'ignora, e che ap


pellando vassi PRoFoNDo MISTERo . . . . Ma non
s'ignora certamente che siamo raggirati e

ingannati, non gi dal pensiero, dalla pa.


rola s bene; ed maggiore, in effetto, il
numero di coloro che pensano ed agiscono
su la norma della parola altrui, che di quelli
che parlano senza pensare o riflettere. Tutti
intesi a rialzare il grande edifizio dello Sta
to, correremo grave rischio di non inten

derci gli uni gli altri nella civil comunanza,


ove appiccar non vogliansi alle parole le me
desime idee.

Fan tutti a gara, in questi tempi di LIBER


TA' DI STAMPA, di sentenziare in politica, di
ragionar di politica, di scriver di politica, di
far discussioni politiche; affettan tutti di par
lar incessantemente di opinioni, di difenderle
ed oppugnarle a vicenda, secondo le vicende

dei tempi, mentre in fondo non trattasi che di


mascherato o smodato egoismo, di meschino
e vile interesse. Ascoltando vansi da pertutto

i rei consigli d'uomini abbandonati e per


duti nell'opinion pubblica, di gente ambi
ziosa e delusa a un tempo nelle sue mal fon

date speranze. Per ben apprezzare e seguire


un consiglio, fa di mestieri considerar pria
la dispostezza e l'intenzione di colui che lo
porge.

; Di qual classe di gente pi si abbonda og

467

gimai, per nostra ria ventura, in questa


Capitale? Di dottori da ca, di magistrati
da conversazioni, di politici del giorno, di
novellieri famosi, di scarabocchiatori alla
carlona, di scrivacchiatori alla sciamannata,

di malcontenti d'ogni cosa, di facondi nelle


parole, di sterili nelle idee, di poveri nei
pensieri, di vaticinatori del passato, di ma
ravigliosi critici per tutto ci che non an
dato a seconda del loro beati disegni, di sco
vritori ammirabili in fine del pi riposti ed
occulti motivi per cui un'operazione sia an
data in fallo, od un platonico progetto non
abbia sortito un esito glorioso e felice. Ecco

l'importante ed alla missione del nostri no


velli Consiglieri di Stato / missione di tener
perpetuamente agitati gli animi dei cittadini,
di eccitarli a civili discordie, di malignar
gli uni contro gli altri, di sparger diffiden
ze ed allarmi dovunque.

Mentre di questi pubblici falli e di parecchi


altri procedimenti sinistri, cui ia meglio far
rimanere celati sotto il velo della carit cit

tadina, divena teatro la nostra Capitale;

mentre andavasi altamente incolpando il Mi


mistero e il Governo o di eccessiva lentez
za , o d' intenzione non retta , in ordine

alle provvidenze pi opportune ed acconce


per gli affari d'Italia; mentre faceansi, in
una parola, tutti
sforzi possibili dal canto
de perturbatori della patria, per confermare

i"

via pi nella lor assurda opinione gli oscu

468

rantisti indiscreti, che l'improvvido Ministro


di Francia profetava il vero quando ci tenea

per gente ancor lontana dalla civilt di libe


ro reggimento, non cessava punto chi avea
senno e prudenza civile di smentire le vaghe
dicerie di costoro, di antivedere e appagare i
giusti desideri della civil comunanza, di sopra

vegliare e sventare le occulte trame di quei ri


baldi cui eran invisi gli ordini nuovi pel mal
vezzo delle antiche ribalderie, di provvede
re in somma ai pi urgenti bisogni dei po

poli, e corrisponder a un tempo alle neces


sit pi stringenti dell'italiana famiglia.
Mentre siffatte cose passavan fra noi, il

generoso Carlo Alberto, da un'altra parte,


incuorava ed inanimiva quei nostri cari fra
telli col seguente Proclama :
I destini d'Italia si vanno gi maturan

do; sorti pi felici arridon omai agl'intre


pidi difensori di conculcati diritti.
Per onore di stirpe, per intelligenza di

tempi, per comunanza di voti, noi ci asso


eiammo primi a quell'unanime ammirazione
che vi tributa l'Italia.

Popoli della Lombardia e della Venezia,


le nostre armi che gi si concentravano su
la vostra frontiera quando voi anticipaste la
liberazione della gloriosa Milano, vengon

ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'a


iuto che il fratello aspetta dal fratello, dal
l'amico l'amico. Seconderemo i vostri giu

sti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio

469

ch' visibilmente con noi, di quel Dio che


ha dato all'Italia Pio Nono per redimerla e

salvarla, di quel Dio che con s maravigliosi


impulsi pose la Penisola in grado di fare
da s.

E per vie meglio dimostrare con segni


esteriori il sentimento dell'italica unione,

ho stabilito che le nostre truppe, entrando


sul territorio di Lombardia e di Venezia ,

portassero lo scudo di Savoia sovrapposto


alla bandiera tricolore italiana. Ed all'om

bra dell'italiano vessillo, abbiamo finora com

battuto e vinto, e sempre pi vincendo com


batteremo fino a che non avremo compiuta

mente trionfato degli ultimi sforzi del comun


nostro nemico .

L'entusiasmo intanto che si risvegliato,


a questi nostri giorni, in tutte le province
del Reame di Napoli di voler accorrere nel
le Lombarde contrade in generoso soccorso

di quei nostri prodi fratelli, s vivo ed e


nergico, s pronto e veemente da non po
tersi a semplici parole descrivere in queste
storiche pagine. E sonosi gi fatte sin ad
ora, all'infuori della spedizione di truppe
napolitane ond'ssi test fatto cenno, ben
quattro considerevoli missioni di generosi vo
lontari composte de pi gagliardi giovani na
politani e provinciali. E la Guardia stessa
Nazionale, ove non fosse per avventura fre
nata dalla necessit e condizione de tempi di
dover tutelare nell'interno
diritti,

ri
O,

470

sarebbe pronta anch'ella a volar rattamente


e pugnare sino all'ultimo sangue per la di
fesa della sacra causa comune.

Se le truppe mercenarie vendono lor vita a


colui che le paga, e sono spesso un cieco e
materiale strumento in mano del pi forte; la
Guardia Nazionale, per lo avverso, un corpo
di uomini liberi i quali volontariamente si di
chiaran sostegno e scudo del propri cittadini,
servendo la patria e le leggi, la giustizia ed
i loro fratelli. A costoro son dati in tutela

i poveri ed i ricchi, la plebe e la nobilt,


il debole e l'orfano, perch faccian rispet
tare i diritti di tutti. La situazion loro nella

civil comunanza nobile e dignitosa, ono


revole e sacro l'incarico da loro assunto. A

loro dunque dato l'obbligo, non di tra


dursi altrove per discacciar l'inimico dall'I
talia, ma di rappresentare s bene la forza

che presiede all'interna sicurezza dello Stato


costituzionale e della libert cittadina.

E d'avvantaggio, per esser veramente de


gni d'un tanto onore, dar deono i primi lu
minoso esempio d'amore e di fratellanza,
d'unione e di pace; ch in tutte siffatte cose

sta principalmente riposta la vita d'un po


polo. Illibata condotta e fermezza di carat,
iere, abborrimento sommo pel vizio e pel

mal costume, per la dissolutezza e per la


violazione di disciplina, per gli odi e per
le vendette private, sacro interesse insomma
nell'osservare e far rispettare la costituzione

471

giurata : son queste in complesso le pi belle


caratteristiche che distinguer debbono un cor

po s rispettabile, e s degno per seguenza


de pi grandi elogi.
Ben altri doveri, per lo avverso, pel ri
manente di quei cittadini e fratelli che non
son compresi nel novero degl'individui com
ponenti la guardia nazionale. Se quella parte
della nostra bella Italia in pericolo, som
ma gloria ed onor grande per voi, o ani
me generose, l'accorrer in sua difesa, per
ch difendendo l'Italia contro l'iniquo op
ressore e comun nostro nemico, difendete
a propria libert e indipendenza, i vostri
padri e le vostre madri, i figli vostri e le
vostre sorelle; ed ove fosse pur d' uopo,
morir si dovrebbe peranco per la difesa di
Italia, perch bello e dignitoso il morire
sul campo della gloria per la salvezza della
patria italiana: i superstiti vostri fratelli can
terebbero allora i vostri nomi in tutte le con

trade ed in tutti i punti del nostro Reame,


come ora si cantano in Lombardia i gloriosi
nomi di tanti eroi, cui fu spenta barbara
mente la vita per difender l'Italia, nostra
patria e nostra madre diletta.
Non vi aspettate intanto, o miei lettori,
ch'io distintamente vi descriva od accenni la
fierissima lotta che stassi ora sostenendo in

fra le nordiche squadre e le schiere italiane.


Chi pu mai acconciamente descrivere l'eru

zione d'un Vulcano quando erutta od ha ces

472

sato appena di vomitar fuoco? All'impeto


d'un conflitto s lungo ed atroce si arroge
pur anche il pensiero ed il fremito d'una
guerra inevitabilmente pi accanita e non
breve. Gli austriaci son grossi e adirati, in

luoghi forti ed a loro ben noti, comunque


a proprie spese, nelle guerre terribili e
sanguinose col fulminante Napoleone. Una
strepitosa e sanguinolenta battaglia omai

imminente, e forse mentre stiamo vergando


queste pagine si orribilmente sviluppata.
Le truppe Piemontesi son gi verso Asola,
avendo fatto sforzi inauditi di marcia. Dai
punti pi lontani del Piemonte son corse,
son volate nel Mantovano. Il Mincio sar

forse novellamente testimone delle prime zuf


fe; vedr l'Adige le ultime scene di orren

da battaglia. Ma fra le prime e le ultime


non tracorreranno pochi giorni, n pochi casi
succederansi. L'esercito tedesco alquanto
sceverato di material forza, ma sempre in
ferocito e corrivo a vendetta; umiliato non
mezzanamente, ma non dell'intutto sbandato;
molte arme ha perduto finora, ma ne con
serva ancor molte: n ha perduto la spe
ranza e la possibilit d'un rinforzo, e con
siderevole, e ratto. Le pi recenti novelle
di Vienna fan credere che l'Austria, non
mutata ancora dalla sua rivoluzione nell'odio

fiero e nell'avidit sempre crescente contro


l'italia, far l'estremo di suo potere per ri
conquistare uno stato s florido e ricco. Il

473

gabinetto di Vienna (ove non pi Met


ternich, ma vi son sempre i suoi satelliti
infami e il suo malefico spirito ) agita in
ogni modo gli Austriaci, che, quando si
tratta di opprimer gl'Italiani, non curan pi
vita n libert. Tutto fa dunque temere che

quest'ultima contesa fra l'Austria e l'Italia


sar famosa e tremenda. L'una e l'altra rad

doppia incessantemente di sforzi per supe


rare la lotta ; il successo per una delle due
debb'esser funesto e fatale.
Non si tratta della Lombardia e della Ve

nezia soltanto ; di tutta intera l'Italia s be


ne. Carlo Alberto e i Popoli Liguri e Pie
montesi han compreso pur troppo una sif
fatta verit ; e per si son forte lanciati con
tra il teutonico nemico. Se costui trionfasse

per nostra rea ventura, la servit e l'igno


minia di tutta Italia sarebbe l'acerbissimo

frutto della sua vittoria, del suo insultante


trionfo. Quindi la guerra presente propria
mente guerra dell'Italia tutta, perch guer
ra non solo per la sua libert e indipenden

za, ma pel suo sangue e per la sua vita


peranco. E per sarebbe folle ed empio il
pretendere che il solo Piemonte dovesse tut
to sostenerne il peso, in s colossale ed in

teressante intrapresa. I popoli Lombardi e


Veneti, disarmati e disusati alle armi, co

munque ardenti di libert e forti di valore,


dar non possono repente all'esercito piemon

tese un rinforzo di milizia regolare e pos

474

sente. E la necessit chiede e vuol tosto re

golare e possente milizia. Bello e laudevole


l'ardor de volontari, non inutile e vano

il loro braccio ; ma ne campi spaziosi ed

aperti, ove la vittoria cost tanto sangue ai


Francesi, e dove s spesso fu difficile e dub

bia al prode Napoleone, l'ardore non basta,


il material braccio non mica sufficiente;
altres necessaria l'arte militare, il valore
cresciuto e diretto dalla nazional disciplina.
L'eroe delle barricate sorge ostano ed im

provviso; il guerriero delle giornate cam


pali, non gi.

Ora una milizia regolare vantar possono


il Piemonte e Napoli, Roma e Toscana.
Questa milizia adunque passar debbe il Po.
Se questi Stati aspettano che la sorte d'Ita
lia sia decisa per solo provvidenziale inter
vento, e procedon intanto con estrema len
tezza in un affare di s alla importanza, non

solo vengon meno al loro pi essenziale do


vere, ma non provveggon neanco alla pro
pria conservazione. Vincitore una volta il
nordico oppressore, saran trattati come vinti

gl'Italiani tutti, comunque non tutti abbian

impugnato le armi e combattuto; terralli per


seguenza - come suoi pi fieri nemici e per
esser Italiani, e per aver osato di esser li

beri, e per aver a parole dichiarato la guerra.


Il non venir impertanto i Principi Italiani
o il tardar a venire sul campo di battaglia,

non ha neppur un'ombra od un'apparenza


-

475

di pretesto. Perocch negar mica non puossi


che la guerra dell'Indipendenza una guer
ra d'interesse comune. Non posson quindi
costoro sognare una neutralit che i popoli
respingono, e che ogni atto governativo

smentisce; n posson di buona fede suppor


re che l'austriaco nemico lasciar li voglia
illesi dopo la sua vittoria quando eglino con
servar volessero la loro libert ed indipen
denza.
Non dica il nostro Reame di esser molto

lontano dall'austriaco suolo ; poich non


certamente la prima volta che il nordico op
pressore gli ha trasfuso l'altissimo onore di
visitarlo e di aggravare via pi le sue ca
tene. Non dica Toscana di esser limitata ed

angusta sotto diversi ragguardamenti, per


ch la sua ristrettezza od angustia punto non

le toglie il sacro dovere di poter dare il suo


contingente di truppe all'esercito italiano,
s come non torralle il manifesto pericolo di

perdersi, nel caso di trionfo dal lato del co


mun nostro nemico. N puote obbliare Pio
Nono di aver gloriosamente iniziato il risor

gimento italiano, e che per s alta ragione


non debbe e non pi lasciarlo a gravi pe.

ricoli esposto. Come Principe, anch'egli


obbligato a difender lo Stato dalle aggres
sioni nemiche ; e fiera nemica l'Austria

degli Stati Romani, del paro che lo degli


altri Stati Italiani.

Non pu dimenticare Pio Nono che non

476

avrebbe punto del mondo conservato il do

minio temporale al Papato, ove per poco


non lo avesse stabilmente consolidato su la

ferma base d'una libert civile; e crollereb

be a un tempo con la stessa base l'elevato


edifizio, se non cooperasse energicamente al

la conquista ed alla conservazione, all'indi


pendenza ed alla consolidazione. Si accor
so, senza dubbio, da Roma e da Napoli al
la liberazione d'ltalia con una spedizione di
truppe, ma non vengon queste dall'opinion

pubblica risguardate bastevoli a sostenere la


terribil lotta e far fronte ad un tanto ne
mico.

Pensi da vantaggio il Papa che s' padre


di tutta la cattolica gente, corregger dee per

seguenza come figli iniqui e ribelli quei cat


tolici che osan commettere il pi grave dei
falli, turbando le famiglie delle nazioni pa
cifiche, violando ogni principio d'umanit

e di ragione, calpestando ogni legge di ci


vilt e di convenienza sociale,

infine ad ogni comando della religione e del


suo moderatore e capo.

Sappiano, da ultimo, i Principi Italiani che


null'altra base pi ferma e sicura aver pos
sono i loro Troni, se non la libert e l'in

dipendenza della gran Nazione Italiana, la


ordinarsi e tosto

" potr pacificamente

ivenir forte ed una con la pi stretta fe


derazione e col Principato Costituzionale. L'av

venire felice d'Italia pende tutto dalla sospi

477

rata vittoria della guerra santa. I pericoli


son gravi e son molti; gli avvenimenti pre
cipitosi e giganti ; l'ardore dei popoli i
stintivo e veemente; e per i Governi esitar
non dovrebbero un solo istante a riunire tut
te le forze per dare un efficace soccorso a

chi vivamente l'inchiede, il quale, ove non


sia pi energico e pronto, estimerassi del
l'intutto inutile e vano. Sarebbe il ritardo,
pi che un rimorso, un grave delitto di le
sa Nazionalit ltaliana.

Mentre siffattamente procedean le cose di


Italia, altri fatti ed altri mutamenti rapida
mente succedeansi nel nostro Reame. ll 2

marzo 1848, rovesciato novellamente il Mi

nistero, un altro ben diverso se ne orga


nizzava ed istituiva. Il 28, i candidati al no

vello Ministero Baldacchini, Cariati, Con


forti, Ferrigni, Lieto, de Luca, Pepe, Sa
liceti, Troya, degli Uberti, preseduti dal
Principe Pignatelli Strongoli, hanno avuto

una lunga sessione in cui fu malagevol co


sa l'intendersi e conciliarsi nell'unanimit

del pensiero. Conforti, Lieto e Saliceti av


visavansi che fosse d'uopo ammetter il po
polo all'uso pieno della sovranit, nel mo
mento solenne sovra tutto che decider do
vransi le sorti d'Italia. Esposer quindi il lo

ro programma nella seguente forma: Che si


dovesse I, abolire per gli eliggibili la con
dizione del censo ; 2, che si sostituisse alla
Camera de Pari un Senato eletto su le ter

478
Ile

presentate da Deputati; 3 , che si desse,

se fosse uopo, la nomina degli uffiziali su


periori anche alla Guardia Nazionale. La
maggioranza fu di parere contrario. Fu
rom altri d'avviso, che un Ministero che ri

duca il censo degli eligibili a quello degli


elettori, e che al pi presto convochi le ca
mere con poteri pienissimi, sar quello che
meglio corrisponder al voto comune della
nazione; che somma urgenza che vi sia
un governo energico ed operoso, efficace ed
attivo per rispondere al grido di armi ele

vato per tutta l'Italia ; ch' reo di tradita


patria chi metta impaccio in qualsiasi modo
alla sua indipendenza.
In quello stesso giorno, giugneva nella

Capitale il famigerato Guglielmo Pepe, re


duce dalla Francia, ove avea fissato il suo

soggiorno dopo il grande avvenimento del


182o.

Nell'ultima conferenza intanto posterior


mente tenuta per la ricomposizione del Mi
mistero, ebbe luogo tra Saliceti e Gabriele

Pepe uno scambio di parole vivissime. Esti


masi Saliceti nelle sue opinioni tenace. Fu
magistrato integerrimo, n mai rimosso o
corrotto. Fece una tradizione di Giobbe che

dedic a Delcarretto. Venuto al governo per


la prima volta, vi apport idee estreme di
riforma nel personale. I suoi colleghi furon
forte da paura compresi, perch di natura
pusillanimi, e lo determinarono ad un riti

479

ro forzato. Ei divenne allora furioso ne suoi

principi peranco. Fu fatta in suo favore una


petizione che non ebbe felice successo.
Fu poscia incaricato lo stesso Principe Pi
gnatelli per la composizione di un novello
ministero. Osserva costui da un lato la pe
tizione anzi detta, e sforzasi dall'altro a far
eletta di uomini dignitosi ed integri, scevri

d'intrigo e di raggiro ; era compreso fra


questi Gabriele Pepe. E nota a chiunque la
sua franca impetuosit spiegata nel parla
mento del venti, e come dappoi mantenne

nobilissimo contegno al cospetto della parte


vittoriosa , pel giro di 28 anni, Fonda
mentale scissura, novella e pi accanita di
scussione fra costui e Saliceti. Non d'altro
trattavasi che di trasformar quasi radical
mente l'intero Statuto; stoltezza ed ingrati

tudine a un tempo, a cui i veri liberali mo


straronsi generosamente avversi, temendo
che il popolo, afflitto ed oppresso purtrop

po dal passato dispotismo, non divenisse il


trastullo od il bersaglio fatale d' una nuova
gerarchia di poteri. Trionf quindi il partito
ch era in opposizione a quello di Saliceti.
Con Decreto intanto del 3 aprile 1848,
siffattamente definiva Ferdinando II:

Nominiamo D. Carlo Troya nostro Mini


stro segretario di Stato Presidente del Con
siglio del Ministri. Il medesimo sar provvi.

soriamente incaricato del portafoglio della

Pubblica

Istruzione,

480

Il Colonnello del Genio D. Vincenzo de

gli Uberti, finora Ministro Segretario di Sta


to della Guerra e Marina, nominato Mi

" Segretario
ICI,

di Stato de Lavori pub


-

Nominiamo nostro Ministro Segretario


di Stato degli Affari Esteri il Marchese D.
Luigi Dragonetti, il quale sar provvisoria
mente incaricato del portafoglio degli Affari
Ecclesiastici.

2 Nominiamo nostro Ministro Segretario


di Stato di Grazia e Giustizia l'attuale Coa
diutore al Ministro degli Affari Ecclesiastici

D. Giovanni Vignale, e lo incarichiamo prov

visoriamente del portafoglio del Ministro del


l'Interno.

Nominiamo nostro Ministro Segretario


di Stato delle Finanze il Conte D. Pietro Fer

retti, il quale sar provvisoriamente incari

cato
del portafoglio di Agricoltura e Com
IIIGITCIO.
-

Nominiamo nostro Ministro Segretario


di Stato della Guerra e Marina il Brigadie
re D. Raffaele del Giudice.

..

ln un'altra conferenza eziandio, tenuta il

giorno appresso col nuovo Ministro, ha di


sposto il nostro Re Ferdinando, che venisse
chiamata la riserva, affine di aumentare l'ar
nata corrispondente a bisogni attuali dello
Stato e d'Italia; che si desser tosto dal mi

nistro della Guerra gli ordini pi acconci e


perentori per far partire un altro contingen

481

te di truppe per la via di mare alla volta


di Livorno, e le disposizioni necessarie per
la pronta partenza d'un altro corpo d'arma
ta verso le frontiere del Regno; che venis
ser invitati, da ultimo, tutti coloro che ama
no la buona riuscita della causa italiana di

voler concorrere col loro mezzi a provvedere


l'armata di cavalli, muli e denaro, e di
ogni altro soccorso che potesse esser utile all'al
tissimo scopo; a condizione per, che se di
cotali mezzi si chiedesse il rimborso, lor si

rilascerebbe un corrispondente bono. Chi ci


disponeva, avea gi dato il primo l'esempio
generoso con regalare alla giunta di rimon
ta venti bei cavalli della sua particolare scu
deria.

Approv il Pubblico oltre modo il program


ma del Ministero in tutte le sue parti, per
ch pienamente conforme ai voti ed al desi
derio unanime di quasi tutta la Nazione.
In questa, tutto inteso il Ministro delle Fi
nanze a livellare gli svariati rami d'introito
dello Stato, che per le tristissime vicende
de tempi trovavansi in estremo decadimento;
e destar volendo negl'impiegati i sentimenti
del dovere e dell' ordine, della diseiplina e
dell'onore, ha giudicato opportuno indiriz
zare a tutte le Amministrazioni ed agl'In
tendenti delle province una Circolare, con

data del 4 aprile, concepita nel modo che


segue:

La Finanza dello

s
I

sorretta dal

482

l'integrit delle percezioni dediversi dazi che

me compongon l'elemento essenziale: e que


sta integrit precipuamente appoggiata al

l'esatto adempimento della legge, del rego


lamenti e delle istruzioni amministrative, af
fidato alle braccia preposte a " pubbli
co disimpegno. Nell'esordire al Ministero af
fidatomi, mio speciale pensiero far sentire
la mia voce a tutti gli agenti della perce
zione, partendo da capi sino agl'infimi delle

precipue Amministrazioni, per dir loro che


mentre nell'eseguimento delle peculiari ed
individuali incumbenze tener deono lontane

le angarie, le prevaricazioni e concussioni,


le quali affievoliscon la forza morale dell'im
piegato in rapporto ai contribuenti, ne de
gradan la dignit e'l decoro; usino per di
tutto quel disinteressato zelo, nobile conte
gno e solerte energia, di cui fa mestieri per
evitare il decadimento degl'introiti; i quali
mancando, lo Stato si vede privo de mezzi
indispensabili a sopperire agli urgenti biso

gni della Nazione. E questa una confidenza


che io ripongo negl'impiegati tutti finanzie
ri, e voglio lusingarmi che non sar tradi
ta; poich nutro ferma speranza che mi ob
bligheranno a premiare e non punire, co
me severamente praticherei contro tutti colo
ro che sarebber conosciuti manchevoli.
Le strettezze in cui confessava il Governo

di esser le Finanze, e che molti hanno im


maginate assai grandi e paurose, esigeva il

4.83

Pubblico che fosser considerate pi tranquil

lamente, separando il male effettivo dall'e


sagarazione fantastica, ed investigandone i
rimedi che apparisser meglio opportuni ed
acconci. Imperocch il disordinamento econo
mico, accresciuto via pi dall'apprensione
e dall'esagerata paura, gravissimo male
per s, e pi fatale per le sue conseguenze
in tutta la vita sociale.
La diminuzione di entrata e l'aumento di

spesa, bastevoli pur troppo a porre in gra


ve bisogno il Tesoro, son di presente l'ef
fetto delle commozioni politiche, sopraggiun
te non solo nel nostro Reame, ma quasi da
per tutto negli altri Stati di Europa. E d'av
vantaggio, scaduti l'industria e il commer
cio nel Regno per le nuove vicende politi
che, di necessit dovea scemare l'introito
delle dogane, e diminuire i mezzi peranco
da soddisfare alle imposte in un grandissimo
numero di possidenti.
Arrogete a ci l'assurda opinione in cui
tuttora il nostro popolo, che le gabelle e
le imposte non sien altra cosa che oppres
sione e tiranna; forse perch generalmente
nella gravezza di pesi siffatti sentiva egli tui
ta la forza della schiavit e della depressio
ne civile. E per, trovandosi ora a un di
presso abolita la material forza della Gen
darmeria, sovra tutto nelle nostre province
ov'ella esercitava gli atti pi atroci d'un ese
crato dispotismo e d'una violenza brutale;
-

484

ed indebolite oltre modo le forze delle guar


die doganali, la ribellione alle imposte ed
i contrabbandi frequenti non posson essere
in veruna guisa frenati o repressi. Di quivi
in gran parte lo scemamento necessario del
consueto introito al tesoro pubblico dello
Stato. Son cresciute intanto le spese per le
circostanze del tempi, e crescon via pi di
giorno in giorno, e per le nuove occorren
ze dello stato costituzionale, e pel continuo
ritiro di tanti vecchi impiegati, e per la sur
rogazione di novelli aspiranti o candidati, e
pel richiamo di tanti altri impiegati militari
e civili espatriati per ragion di stato, e per

l'indispensabil concorrenza sovra tutto del


nostro esercito e del nostri volontari ne paesi
Lombardi.

In ordine alle pubbliche spese, chiunque


ha fior di senno e nobilt d'animo dee ne

cessariamente convenire, che quelle di gi


erogate pel nostro concorso a pro defratelli .
Lombardi, risguardar deonsi non pur indi
spensabili e giuste, ma gloriose e belle ; pe
rocch, indipendentemente da s generosi sa
crifizi, impossibil cosa il conservare l'at
tual nostra esistenza politica e raggiunger
l'altissimo scopo della nazionalit italiana.
Nell'intervento ammirabile delle forze di tut

ta Italia in Lombardia, manifesta e visi

bile una disposizione arcana, un provvi


denziale disegno che vuol risorta la nostra

bella Italia in una grande e possente Nazio

485

ne.
to,
me
con

Il congiugnimento delle anime, in effet


saldo principio dell'unione politica, co
mai potea pi rattamente attuarsi, che
l'esser tratti da per ogni dove gl'Italia

ni e forte incuorati e mossi a tutto versare

il lor sangue generoso, per ricuperare uni


ti e con un fratellevol soccorso il pi pre
zioso dei beni, il pi sacro del diritti, il pi
singolare del privilegi dell'uomo e delle na
zioni, la cara libert ? E per degna di
encomio e di pubblica laude, sotto un rag
guardamento siffatto, per un fine s nobile
e glorioso, qualunque spesa gi fatta o da
farsi dal nostro Governo.

Altra cagione di miseria pubblica e di stret


tezza di Finanze, a questi nostri tempi,
la mancanza industriale e commerciale, sor

gente feconda ed occasionale incentivo di


svariati mali per la civil comunanza. Ad una
sciagura s fatta puole aver influenza il go
verno, ed i particolari del paro; il primo,
col non provvedere sollecitamente e con ac
conce maniere al cittadino diritto; i secon

di , col fomentare e promuovere le turbo


lenze intestine. Riparar possono questi a co
tale mancanza, cooperando all'ordine ed al
la tranquillit pubblica, in luogo di eccita
re le commozioni e i tumulti ; ripararci pu
quello, co pi saggi provvedimenti che con
sigliar possa l'Economia dello Stato, anzi
che con paurose esagerazioni o con teoriche
immaginose ed allarmanti.
-

A86

Per rapporto alla cooperazione del parti


colari a conservar l'ordine e la tranquillit
cittadina, siam lieti pur troppo nel sentirne
variati esempi, e in Napoli, e nelle Pro
vince. In Cosenza peculiarmente, il d 1o a
prile, nel Circolo intitolato la Ragion del
popolo, fuvvi taluno che osava proporre di

non doversi accettare la legge provvisoria e


lettorale, con le sue ultime modificazioni o
riforme. Una proposizione siffatta non fu per
quel popolo che tenebroso fomento di cala
mit e di discordie. Per provvidenziale sug
gerimento, il duca di Cerisano levossi re

pente a contrastarla con eloquenti e cittadi

ne parole; e tutti gli altri soci, facendo


plauso al suo veemente e tribunizio arrin
go, elevaron unanimemente la voce contro

quel proponente indiscreto.

N questo ancor tutto: una moltitudine


di contadini di tutti i villaggi adiacenti alla
Sila, piomb ratta in Cosenza chiedendo
con la forza e con le armi che si partisser
loro i terreni comunali per coltivarli, e cos
trarne una sussistenza cotidiana e onorata.

Buon novero allora di cittadini generosi ed


onesti, unitamente all'egregia guardia na
zionale, si fecer loro innanzi, e pacifici ed
amorevoli in atto, indusser agevolmente quel
la branca di villici ammutinati a rieder con

vertiti e mansueti ai loro rispettivi tuguri.

N di ci sol paghi quegli animi generosi,


voller anco ristorarli con ogni maniera di

487

alimentare conforto, e poscia al suon del


tamburo, e preceduti dal tricolore vessillo
costituzionale, li fecero uscir di Cosenza,

altamente gridando viva il Re, viva la Co


stituzione / Esempio bellissimo di generoso
e cittadino affetto, degno pur troppo di sto
rica rimembranza; esempio che apertamen
te documenta come sieno le Calabrie, non

men vigorose nel custodir l'ordine e le isti


tuzioni civili, di quel che mostrerebbersi ter
ribilmente forti nel difenderla propria liber

t, contro chiunque osasse vilipenderla od


iniquamente conculcarla, nemiche inflessibili
del paro e dell'abborrito dispotismo e della
desolante anarchia.

Vari provvedimenti economici sonosi non


dimeno adottati, a questi nostri giorni, dal
governo, affine di sollevar le industrie ed il
commercio; ma di poca efficacia e di sod
disfazion nulla per parte del Pubblico na
politano. Perocch in questa parte, con no
stra somma doglianza, osserviamo evidente
mente che abbandonar punto non vuolsi quel
tortuoso e falso cammino, il quale, comun
que seguito da attri Stati, non mena certa
mente alla prosperit e al benessere della na
Z10Ile.

Impedisce il governo la libera estrazione


de cereali, fino a che non sia certo d'un
ricolto sovrabbondevole all'interno consumo.

Proibisce peranco l'uscita del preziosi metal

li, perch non mancassero a pi precisi bi

4SS

sogni della nostra circolazione. Provvedimenti


che mostran da un lato nel governo la sol
lecitudine del nostro miglior bene; ma che
manifestan dall'altro come l'invalso costume

e l'assurdo timore siano in esso pi forti


della pi chiara ragione, e gli tolgan di vi
sta gli esempi passati e presenti, che avreb
ber dovuto in ogni modo determinarlo altra
mente.

Nulla dicasi intanto della libert di com

mercio s altamente proclamata da popoli,


cotanto necessaria pel nazionale benessere,
e senza la quale la stessa politica libert non
riesce che un nome futile e vano; perocch
a nulla giova l'aver libere e sciolte le gam
be per camminare, se il calle che deesi bat
tere barrato o precluso. Se la proibizione
di portar fuori i cereali accresce impaccio
alla gi impedita produzione, non fa che
accrescer via pi, con detrimento gravissimo
delle nazione, le strettezze e il difetto della
Finanza.

Il principio cui noi portiamo pienissima


ede convalidata da lunga lettura, e raffor
zata dall'esperienza presente e passata delle
nazioni, l'assoluta libert industriale e
commerciale. Ma poich malagevol cosa
per noi il coglier direttamente il bene, e
solo lecito talvolta di scegliere fra due in
convenienti ugualmente inevitabili, ci avvi

siamo che non volendo o non potendo il go


verno schiuder tosto le porte della libert

489

d'industria e di commercio, minore senza

dubbio sarebbe il male, se invece della proi

bizione regolata su la quantit del ricolto,


si appigliasse pi tosto alla proibizione sui
prezzi liberi del mercato. Per allontanar quin
di il timore d'una carestia pericolosa e fa
tale, proibir dovrebbe il governo l'estrazio

ne quando ne mercati il prezzo del cereali e


delle civaie sorpassasse un limite legalmente
stabilito e prefisso. Stabilir si dovrebbe per

seguenza che talune deputazioni comunali, at


tesamente istituite, rimettesser ogni settimana
ai propri Intendenti le mercuriali del prezzi
del loro comune, in esemplari uniformemen

te stampati; che gl'Intendenti le spedisser


tostamente nella Capitale; che una commis
sione di probi negozianti e proprietari di
terre, preseduta dal ministro di agricoltura
e commercio, ricevesse ed esaminasse le mer

curiali anzidette; che, paragonandole insie


me, ogni volta che la coacervazione del
prezzo avanzasse quello gi fisso e determi
nato, avesser a proibire issofatto ed a tutto
rigore l'estrazione; che pubblicar si doves

se, da ultimo, nel giornale offiziale la me


dia del prezzi del Regno, e nel tempo stesso
i prezzi correnti delle principali piazze stra
niere, ragguagliando il valore di quelli al
valore del prezzo nostrale.
N lieve stato pur anche il malcontento

nella Capitale, a quei d, nell'udir la proi

bizione di estrarre l'oro e l'argento. Come

490

si andava pubblicamente sclamando, si cer


ca di conservar un deposito inutile e come
morto nel nostri banchi, e non si procura
invece di richiamar l'oro e l'argento nel

Regno, agevolando l'uscita alle produzioni


nostrali l La moneta, comunque incarcerata
e ristretta, o presto o tardi andr via, ove
non sappiamo conservarcela con la vendita
libera e franca del nostri generi nei paesi
stranieri. Queste verit luminose udimmo
ancor noi ripetere con calor sommo a pa
recchi individui, non presuntuosi n dotti,
ma semplici e di buon senso; tanto le ve
rit, che sembran privilegio quasi esclusivo
della scienza, svelansi ognor da s stesse ed
istintivamente propagansi, quando ritrovano
ancor vergine e pura, schietta e non con
taminata da passione veruna la mente uma
mal

Il giorno 8 aprile fu per Milano un gior


no di lutto e di pianto, di mestizia e di rac
coglimento pietoso. Vi si celebrarono con fu

nebre pompa le esequie di quei valorosi che


versaron generosamente il sangue per la pro
pria patria, per l'Italiana Indipendenza nelle
memorabili cinque giornate. Il tempio di S.

Carlo vedeasi tutto coperto di nere grama


glie: in mezzo ad esso sorgeva alta pirami
de con emblemi di verdi cipressi, e pende
van ai lati diverse bandiere, una delle quali
grandissima, pomposamente ricca per fregi

di oro, solenne per iscrizioni su le mappe

491

portanti, Viva al gran protettore della Lom


barda Citt, alla Religione, a Pio Nono,
all'Indipendente Italia. La luce d'innumeri
ceri rischiarava quel vasto recinto, e l'af
follata moltitudine ben mostrava la commo

zione grandissima ond'era forte dominata e


compresa. Vi assisteva quanto havvi mai di
distinto in quella citt, ad incominciare dal

Governo provvisorio e dal Corpo diplomati


co, sino alle Rappresentanze de pubblici Sta

bilimenti ; la guardia civica invigilava pel


soverchio accalcarsi ; eletti artisti vi canta

vano scelta e commovente musica; generosi


pensieri, sentimenti patetici, affettuose e toc

canti parole pronunziava dal pergamo il dotto


sacerdote Giuseppe Marsorati. Alla sera, un
Miserere modulato su le note del gran Ros
sini, e poscia il De profundis poser fine
alla funerea dimostranza.

E mentre a Milano pregavasi requie ai


trafitti dal ferro e dal piombo nemico, altri
valorosi esponevano nelle pianure lombarde
la loro vita per la stessa santissima causa;
e, raggiunto l'inimico, incominciavano a

mostrargli che cosa puote il braccio italiano


allorch impugna il ferro per la patria re
denta. Ed un primo glorioso fatto avea luo

go, una prima vittoria riportava il valoroso


esercito piemontese a Goito. Eccone i parti

colari pur troppo degni di storia.


Da parecchi giorni le truppe austriache si
ritiravano innanzi all'esercito Sardo, il quale

492

precorso dalla vetusta sua fama di perfetta


disciplina e di valore, superava senza incon
trar ostacolo le linee dell'Oglio e del Chie
se. Gi il nemico aveva abbandonato le po
sizioni di Montechiari, di Lonato e di Ca
stiglione delle Stiviere, che pur erano giu
dicate a lui vantaggiose e felici. Gi erasi
ridotto oltre la linea del Mincio, concentran
dosi tra Peschiera e Mantova; ma lo incal
zavano con rapidit prodigiosa i Piemontesi
convergenti verso i passi del Mincio. La mat
tina del giorno 8, Carlo Alberto poneva ar
ditamente il suo quartier generale in Casti
glione delle Stiviere, e verso le ore 9 la Bri
gata Regina, il Battaglione Real Navi, e
parte del corpo del Bersaglieri presentavansi
verso Goito per attaccare il nemico. La guer
ra dell'Indipendenza Italiana doveva aprirsi

con un fatto segnalato che ben potesse dirsi


vittoria e trionfo.

Attaccarono i Piemontesi vivamente Goito,

dove il nemico erasi fortificato asserraglian


do le vie ed occupando le case, dalle quali
faceva un fuoco vivissimo; ma ogni ostaco
lo fu superato merc l'intrepidezza dei Ber
saglieri e del Battaglione Real Navi posti in
testa di colonna e sostenuti da alcuni pezzi
di artiglieria. Il nemico fu costretto a slog
giare dalla sua vantaggiosa posizione ; nel
ritirarsi oltre il fiume fece saltare il ponte
che poco prima era stato minato, ma rima

se di esso presso che intatto uno de parapet

493

ti, sul quale s'inoltrarono intrepidi i Bersa


glieri, e a viva forza s'impadronirono delle
artiglierie che li fulminavano. In breve sopra
i fumanti rottami del ponte fu forzato il pas
so del Mincio. Il nemico senza tregua incal
zato rifugg verso Mantova, lasciando dietro

di s un gran numero di prigionieri e di


morti, e tra quest'ultimi alcuni ufficiali.
Frutto di questa vittoria l'esser l'armata
italiana rimasta padrona del passaggio del
Mincio, del quale occupa ora la sponda si
nistra.

Dalla parte nostra abbiamo da lamentare


e rimpiangere tra le altre perdite quella di
due Ufficiali: i Colonnelli La Marmora e
Macarani sono tra i feriti. Il combattimento
dur due ore. Lavor molto il cannone. Fe

cer i nostri due mila prigionieri. Si sono im

padroniti di quattro pezzi e della posizione.


Le altre particolarit son tali da mostrar
assai chiaramente che i Piemontesi hanno

spiegato in quell'azione una bravura straor


dinaria e ferma. Il passo che han fatto del

Mincio sopra una spalletta vacillante del pon


te saltato in aria dalle mine, e sotto il fuo
co delle batterie e della fucilata nemica,

stata una fazione di guerra tremenda e su


blime. Quei prodi soldati parea che volasser
per aria in mezzo a un turbine di fuoco.
Nel veder mortalmente feriti i loro valorosi

duci, quei bravi Bersaglieri si sono via pi


inferociti ed han fatto prodigi inauditi. Ve
42

494

ramente la zuffa non poteva esser pi vee


mente e accanita. Gli Austriaci si son bat

tuti forte; i bersaglieri Tirolesi da prodi. Ma


nulla ha potuto resistere all'eroico furore de
gl'Italiani; han preso costoro con la baio
netta le batterie, e fugato il nemico. Han
poscia munto il ponte con una testa fortis

sima; e cos il passo del Mincio affatto li


bero e sgombro.
Il d vegnente impegnossi un'altra zuffa
ancor fiera, 14 miglia oltre il Mincio, nelle
vicinanze di Peschiera. Il terreno fu dispu
-

tato vivamente, e la cannonata andava cre


scendo. Tutto l'esercito Piemontese fu ani
matissimo e d'un ardire oltre modo furente.

Il Re fu sempre a cavallo, ed a cavallo ha


fatto peranco tutte le sue marce, malgrado
la sua accagionata e mal ferma salute. I
suoi due figli son sempre agli avamposti, e
nelle recognizioni pi arrischiate. La guerra
ora s'infiamma pi vivamente; ma i nostri
prodi fratelli avran vittoria e trionfo. Difen
der l'Eterno l'Italia, la Libert, l'Indipen
denza.

Cosiffatte novelle giugnevano a Milano qua


si dovuto compenso alla mestizia ed al lutto
che aveva invaso tutti i cuori nel preceden
te giorno; n fa di mestieri qui dire che l'a
nimo di tutti ne fu estremamente esilarato.

Ed a questa cagione di letizia giugneansene


altre pur anche che accrescean oltre modo

la comune esultanza. Verso l'ora pomeridia

493

ha del giorno 9 facean ingresso in quella


citt tra festosa moltitudine tre battaglioni
Ceccopieri e Arciduca Carlo, quelli stessi
che avean abbracciato la causa italiana in

Cremona. Destinati ad opprimere e sgozzare


i loro concittadini e fratelli, vedeansi allora
ben armati e muniti, con bagagli ed arti
glierie, con numerosa e ben istruita banda,

tra gli abbracciamenti de figli e defratelli,


de parenti e degli amici, anelare con cuore
italiano il momento glorioso di combattere

per l'indipendenza dell'italiana famiglia.


Venne poi verso sera a porre il colmo a tan
ta gioia del Milanesi l'arrivo in quella citt

di G. Mazzini. Scortato dal popolo festante


con torce accese fino alla porta dell'albergo

la Bella Venezia, costui, forte premendosi


al petto l'itala bandiera, diresse al popolo
alcune parole, che da pochi ed appena si
udirono, e solo si ascolt distintamente viva
l'Italia unitaria / Clamorosi evviva l'appel

laron quindi al balcone; comparve, e fu tosto


silenzio. Mazzini disse di non poter tenere lun
go discorso, tanta era la commozione del
l'animo suo; esprimerebbe per le stampe i
sensi di sua gratitudine al popolo milanese,
ed anche le sue idee sui futuri destini d'I

talia. Aggiunse ch'Europa tutta tiene gli oc


chi fisamente volti su l'italiana famiglia, e
che l'Italica Nazione mostrar deesi degna di
tanta espettazione.
-

Tuoni pure la voce fremente del magna

496

nimo e prode Mazzini; tuoni, e rimbombi


dalle Alpi all'estrema Sicilia: Unione, fra
tellanza degli Stati Italiani! Non pi Costi

tuzioni Napolitana, Romana, Toscana, Pie


montese, ma Costituzione Italiana, che ren

da eguali i diritti e i doveri di tutti gli abi


tanti della Penisola. Senza di ci sarebbe

vano ed assurdo lo sperar pace ed accordo.


Replic poscia il capo della Giovine Ita
lia
evviva a Milano, all'Italia unita, al
Governo provvisorio; e l'onda sonora del
l'accalcata moltitudine ripeteva a coro que
gli evviva. Avviossi quindi la folla al palaz
zo Marino ch' a rimpetto di quell'Albergo,

"

e chiam Casati al balcone. In un istante

tutta la piazza fu illuminata, Casati compar


ve, e disse che l'unico voto del governo

provvisorio per l'indipendenza e per l'u


nit d'Italia.

i tripudio

smodato e istin

tivo prolungossi quasi per tutta la notte,


recandosi successivamente il popolo or di nuo
vo sotto il balcone del Mazzini, or dal Ca

sati, or dalla principessa di Belgioso, or dal


la signora d'Azeglio, accompagnato da ban
da musicale, e cantando inni patriottici,

frammisti sempre a festevoli e clamorosi ev


Vl.Va. -

Ai nomi carissimi di Lombardia e di Ve


nezia, vendicatesi in libert da suoi fieri op

pressori, si appiccan oggi e collegansi tut


ti gli affetti di ogni anima grande ed italia
na; ed il trionfo della santa causa per la

497

quale tutta Italia combatte, il voto di quan


ti vivono dal Cenisio a Scilla. E certo che

Italia vincer, ch la vittoria non pu venir

meno quando Pio la predisse con quelle me


morande parole Iddio lo vuole, e quando
con tanta concordia di affetti e di opere i
principi ed i popoli rinnovano il patto glo
rioso d'amist e di alleanza. La vittoria di

Goito e quella di Borghetto hanno gi inau


gurato la santa guerra, onde l'Austriaco
rincacciato oltre il Mincio non andr guari

che vedrassi stretto e incalzato da ogni par


te, con a fronte un esercito poderoso, irretito
per ogni verso dai prodi crociati che muo
vo