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ANTOLOGIA DI PASSI PLAUTINI

LAUTORE E IL SUO PUBBLICO


Un prologo ritardato
Miles gloriosus 79-98
La prima scena del II atto del Miles gloriosus costituisce il prologo ritardato, cosa non desueta in Plauto, come
pure nella commedia na, secondo quanto attesta anche Donato, un grammatico e commentatore di testi comici. Egli
avverte che se il compito del prologo quello di precedere la vicenda vera e propria, tuttavia esso pu comparire anche dopo linizio della commedia e cita a sostegno di quanto affermato proprio il Miles gloriosus plautino. La recita
affidata al servo Palestrione che, dopo aver citato il modello greco della commedia, Alazn (Fanfarone), narra
lantefatto della vicenda. La scelta di Palestrione appare quanto mai significativa, tenuto conto che egli il perno
della storia e il punto focale dellazione scenica, dato il suo ruolo di orditore di inganni.
Il racconto di Palestrione, che si presenta al pubblico nelle vesti di servo di Pirgopolinice, consente allo spettatore di
venire a conoscenza dei dati necessari alla comprensione della vicenda successiva e contiene la citazione del luogo in
cui ambientata la commedia. Si osservino il modo in cui allinizio il personaggio cerca di accattivarsi la simpatia
del pubblico e le stoccate che lancia contro il suo padrone, di cui mette in ridicolo le spacconate.

PALESTRIONE. Vi user la cortesia di esporvi il soggetto di questa commedia, se avrete la bont


dascoltarmi. Chi poi non volesse ascoltare, si alzi e vada fuori, in modo da lasciar il posto a chi vuole
ascoltare. Ora, siccome per tal ragione che siete venuti a sedervi in questo luogo di svago, vi dir il soggetto e il titolo della commedia che stiamo per rappresentare. Essa sintitola in greco Alazn; quello che
noi, in latino, chiamiamo un fanfarone. Questa citt Efeso; il militare che se n andato al foro il mio
padrone: uno smargiasso, sfacciato, schifoso, un collezionista di spergiuri e dadultri. A sentir lui, tutte gli
corron dietro, e invece, dovunque passa, non ve n una che non si beffi di lui; basta guardare le cortigiane
della citt: quando lo baciano, le pi storcono la bocca. Ora, non molto che io sono il suo servo; e voglio
che voi sappiate come gli sono capitato fra le mani, dopo esser stato al servizio di un altro. Fate attenzione:
perch adesso comincer a esporvi il soggetto.
(trad. M. Scandola)

Prestate attenzione
Trinummus 1-22
Il prologo del Trinummus uno dei pi belli del teatro plautino. Protagonisti sono due personaggi allegorici: Luxuria (Lussuria) e Inopia (Miseria). La prima ha aiutato il giovane Lesbonico a dissipare il patrimonio di famiglia
e ora si trova nella necessit di abbandonarlo perch egli non pi in grado di mantenerla. Perci gli manda in casa
la figlia Inopia. La commedia deriva come attesta lo stesso autore da un originale greco di Filemone, intitolato
Thesaurs (Il Tesoro). Plauto per ha mutato il titolo e con arguzia ha denominato la commedia Trinummus, vale
a dire Tre monete, alludendo al fatto centrale della fabula, cio al prezzo pattuito per lintervento di un servo che
dovr risolvere positivamente la situazione di ristrettezze economiche in cui versano Lesbonico e la sorella. Il cambiamento del titolo rispetto alloriginale greco rientra in quei processi di trasformazione del modello attuati da Plauto e richiamati, in questo prologo come in quello dellAsinaria2, dallespressione vortit barbare.
Rilevante nel testo il fatto che vi compaia il nome proprio di Plauto (v. 8) come autore della commedia. una circostanza che si ripete nellintero corpo del teatro plautino solo in unaltra occasione (Truculentus, v. 1). Da notare
anche come ricorrano pi volte espressioni e termini che invitano gli spettatori allattenzione: si animum advortitis
(v. 7); accipite et date vocivas aures (v. 11); adeste cum silentio (v. 22). Ci rivelatore di un pubblico di livello so-

Dove non diversamente specificato, le introduzioni sai brani sono tratte da A. Diotti, S. Dossi, F. Signoracci, Res et
fabula. Letteratura, antologia, autori latini, SEI 2012.
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Sul vostro libro a p. 84.
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ciale piuttosto basso, che era solito rumoreggiare e tardava a mettersi nel giusto atteggiamento di silenzio di fronte
allo spettacolo e a porre attenzione a quanto stava accadendo sulla scena.

LUX.
INOP.
LUX.
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Sequere hac me, gnata, ut munus fungaris tuom.


Sequor, sed finem fore quem dicam nescio.
Adest; em illae sunt aedes. I intro nunciam.
Nunc, ne quis erret vostrum, paucis in viam
Deducam, si quidem operam dare promitttis.
Nunc igitur primum quae ego sim, et quae illaec siet
Huc quae abiit intro, dicam, si animum advortitis.
Primum mihi Plautus nomen Luxuriae indidit;
Tum hanc mihi gnatam esse voluit Inopiam.
Sed ea Huc quid introierit inpulsu meo,
Accipite et date vocivas aures dum eloquor.
Adulescens quidamst, qui in hisce habitat aedibus;
Is rem paternam me adiutrica perdidit.
Quoniam ei qui me aleret nil video esse relicui,
Dedi ei meam gnatam quicum aetatem exigat.
Sed de argumento ne exspectetis fabulae:
Senes qui huc venient, i rem vobis aperient.
Huic Graece nomen est Thensauro fabulae:
Philemo scripsit, Plautus vortit barbare;
Nomen Trinummo fecit. Nunc hos vos rogat
Ut liceat possidere hanc nomen fabulam.
Tantum est. Valete, adeste cum silentio.

LUSS. Seguimi da questa parte, figlia mia, vieni ad assolvere il tuo compito.
MIS.
Ti seguo; ma vorrei sapere quale sar la nostra meta.
LUSS. Eccola qua: questa casa (indica la casa di Lesbonico). Entra subito l dentro. (Miseria entra nella
casa). (Venendo sul palcoscenico, al pubbilico) Ora, per evitare che qualcuno di voi sbagli strada,
vi indirizzer in due parole su quella giusta; a patto che promettiate di fare attenzione. Prima di tutto, dunque, vi dir chi sono io e chi quella che se n andata l dentro; semprech mi diate retta.
Cominciamo da me: Plauto mi ha messo il nome Lussuria; quanto allaltra, ha voluto che fosse mia
figlia e lha chiamata Miseria. Ascoltate adesso perch lho spinta a entrar l dentro. E sturatevi gli
orecchi, mentre parlo. In quella casa abita un giovane; egli, col mio aiuto, ha dato fondo ai beni paterni. Allorch mi sono accorta che non gli restava pi di che mantenermi, gli ho dato mia figlia,
perch passasse la sua vita con lei Ma quanto al soggetto della commedia, non aspettatevi chio
ve ne parli. I vecchi che verranno qua, vi chiariranno la cosa. Questa commedia sintitola in greco
Il tesoro: ne autore Filemone; Plauto lha tradotta in latino, intitolandola Le tre dracme. Ora
egli vi prega di permettere chessa porti questo titolo. Questo quanto. Statevi bene, e ascoltate in
silenzio.
(trad. M. Scandola)

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Siamo in Grecia o a Roma?


Curculio 462-486
Allinizio del quarto atto del Curculio si presenta sulla scena uno strano personaggio, definito dallautore choragus.
Non si sa bene chi egli sia in realt, se un impresario o un coreografo, ma capirlo non importante. Ci che risulta significativo che egli non un personaggio della commedia, non ha nulla a che vedere con la trama, un elemento del tutto estraneo, che ha come scopo quello di elencare una serie di luoghi romani, in cui eventualmente cercare varie tipologie umane: spacconi, spergiuri, prostitute, bellimbusti, mariti ricchi e spendaccioni e cos via. La descrizione di questa rassegna di tipi umani non ha nessun intento morale (in Plauto non c mai questa intenzione), ma
una valenza esclusivamente comica. La cosa che appare interessante, per, che lepisodio e il suo protagonista
rappresentano un esempio di rottura della finzione scenica. La commedia dovrebbe essere ambientata in Grecia, eppure il choragus parla di reali luoghi di Roma. In questo modo due realt, quella fittizia della finzione scenica e quella vera ben nota al pubblico, parallele e di per s non comunicanti, entrano in collisione tra loro, frantumando
lillusione scenica.

Accidempoli, che bravo trappolone s saputo bravamente trovare Fedromo! Non saprei se sarebbe meglio
chiamarlo intruglione o imbroglione. Comincio ad aver paura di non poter ricuperare il travestimento che
gli ho affittato. Va bene che non ho da trattare con lui perch la roba lho consegnata proprio a Fedromo;
ma ad ogni modo far buona guardia. Ma mentre lui si trattiene fuori, vi mostrer in che posto potrete trovare ogni tipo duomo, cos che non abbia a faticare troppo chiunque di voi voglia incontrare o uno vizioso
o uno senza vizi, o un uomo onesto o uno disonesto. Chi vuole incontrare un impostore vada al comizio;
chi un fanfarone che infilzi una bugia dietro laltra, vada nei pressi del tempio di Cloacina. (I mariti ricchi e
prodighi li cerchi verso la Basilica. L ci saranno anche le vecchie baldracche e gli spicciafaccende); quelli
che corrono dietro ai banchetti, li trovi dalle parti della pescheria. Nella parte bassa del Foro vanno a passeggio le persone per bene e i ricchi; nella parte di mezzo, vicino al canale stanno i veri e propri bidonatori.
Sopra il lago ci sono le facce toste, i pettegoli, i maligni, che hanno limpudenza di crearti dal nulla una calunnia contro il prossimo, mentre son loro ad avercene davanzo materia per le critiche pi giuste. Dietro le
vecchie botteghe del Foro, ci stanno gli usurai e i loro clienti, e dietro il tempio di Castore quelli di cui faresti bene a non darti l per l. Nella via Tusca ci stanno le persone che fanno mercato del proprio corpo. E
l vicino, nel Velabro, puoi trovare i fornai, i macellai, gli aruspici, quelli che ti trasformano la mercanzia e
quelli che offrono ad altri la mercanzia da trasformare. E altri mariti ricchi e prodighi li trovi presso Leucadia Oppia. Ma intanto c gente che batte alla porta per uscire; bisogna che mi metta il bavaglio.
(trad. G. Paduano)

LE TIPOLOGIE DI SERVUS
Il servus currens
Curculio 280-295
Irrompe sulla scena allimprovviso e in modo affannato, facendosi largo rumorosamente, con lo scopo di portare un
messaggio fondamentale per il seguito dellazione drammatica. Spesso, nonostante tutta la sua fretta, il servo in questione si attarda a spiegare agli spettatori il contenuto della notizia che render nota agli altri personaggi e coglie
loccasione per mettere in atto una serie di scherzi. In ambito teatrale egli rappresentava la parodia del messaggero
che nella tragedia era latore di messaggi luttuosi, riferiti a catastrofi avvenute fuori scena. Nel brano riportato il servus Curculio (Pidocchio) a cui lautore affida un compito strano: esprimere lumore antiellenico, che prima di
essere di Plauto era proprio del pubblico romano di quei tempi. A ben vedere si tratta di una clamorosa rottura della
finzione scenica: la commedia ambientata a Efeso e come tutte le palliate ha costumi greci, tuttavia Pidocchio,
di punto in bianco, parla da Romano a dei Romani, dimostrando di condividere la loro antipatia per i Greci, accusati

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di essere ubriaconi, poco socievoli e perdigiorno, e addirittura messi in ridicolo perch indossano il pallium, che era
il costume normalmente usato dagli attori nelle palliate.

280 Date viam mihi, noti ignoti, dum ego hic officium meum
Facio. Fugite omnes, abite et de via secedite,
Ne quem in cursu capite aut cubito aut pectore offendam aut genu.
Ita nunc subito, propere et celere obiectumst mihi negotium,
Nec quisquam sit tam opulentus, qui mihi obsistat in via,
285 Nec strategus nec tyrannus quisquam, nec agoranomus,
Nec demarchus nec comarchus, nec cum tanta gloria,
Quin cadat quin capite sistat in via de semita.
Tum isti Graeci palliati capite operto qui ambulant,
Qui incedunt suffarcinati cum libris, cum sportulis,
290 Constant, conferunt sermones inter sese drapetae,
Opstant, obsistunt, incedunt cum suis sententiis,
Quos semper videas bibentes esse in thermipolio,
Ubi quid surrupuere operto capitulo calidum bibunt,
Tristes atque ebrioli incedunt eos ego si offendero,
295 Ex unoquoque eorum crepitum exciam polentarium.
PIDOCCHIO (= Curculio). Fatemi passare, conoscenti e sconosciuti, mentre compio il mio dovere: fuggite
tutti, andatevene, allontanatevi dalla strada, affinch nella mia corsa non urti qualcuno con la testa o con il
gomito o con il petto o con il ginocchio. Ora improvvisamente mi capitato un affare urgente e inaspettato,
e non c nessuno al mondo tanto potente da sbarrarmi la strada, n stratega n tiranno n magistrato n
demarco3 n capo di villaggio n dotato di tanta gloria da non cadere, da non fare un capitombolo sulla
strada dal marciapiede. Questi Greci avvolti dal pallio, che passeggiano col capo coperto, che avanzano sovraccaricati di libri e di panieri, si fermano, chiacchierano fra loro, schiavi fuggiaschi, si piazzano davanti,
fanno ostacolo, avanzano con le loro sentenze; li vedi sempre a bere nelle taverne, non appena hanno rubato qualcosa, bevono vino caldo con la testolina coperta, incedono accigliati e ubriachi: se me li trover fra i
piedi, far uscire da ciascuno di loro un peto di polenta.
(trad. S. Dossi)

Il servus-poeta
[a] Pseudolo 394-405; [b] 562-573
Il servo Pseudolo ha appena promesso al padroncino Calidoro, innamorato della bella Fenicio, di procurarsi il denaro richiesto dal lenone Ballione per il riscatto della fanciulla4. Seguono due monologhi, i testi [a] e [b], inframmezzati
da una lunga scena, nella quale Pseudolo dialoga con il padre di Calidoro.
[a] Anche Pseudolo un nome parlante, come la maggior parte dei nomi plautini: deriva dal greco psudomai, che
significa fingere, ingannare, attinente anche alla sfera della finzione poetica. Fedele al proprio nome, Pseudolo
non si accontenta di mettere in atto i suoi ingegnosi raggiri, ma monologa ripetutamente sulla propria funzione scenica fino a identificarsi con la figura stessa del poeta: come il poeta cerca ci che non esiste in nessuna parte del
mondo, e tuttavia lo trova, cos faro io.
Lanalogia tra la figura del servus e quella del poeta non affatto casuale, ma allude a una vera e propria poetica
della menzogna e a una concezione non realistica, ma illusionistica e fantastica, del teatro. Ci che accade sul pal-

Demarco termine di derivazione greca, che designava il capo di un demo. Il demo era, a sua volta, la pi piccola
unit territoriale greca, fondamento dellordinamento sociale.
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Sul vostro libro a pp. 92-97.
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coscenico pura invenzione, qualcosa che non esiste in nessuna parte del mondo, e che si deve alla pura creativit del poeta.
[b] Nel secondo monologo Pseudolo riprende le fila della riflessione, che era stata interrotta per il sopraggiungere
del padrone. Ma questa volta si rivolge direttamente al pubblico. La rottura dellillusione scenica rafforza
lidentificazione fra Pseudolo e Plauto: Pseudolo parler esplicitamente della fabula che sta recitando, assicurando il
pubblico che fra poco assister a qualche nuova trovata. Il carattere dei servi plautini appare come la proiezione
scenica delliperbolica genialit inventiva del loro poeta.
[da G. Pontiggia, M.C. Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Principato 2004]

[a]
Adesso che egli se n andato, sei qua solo, Pseudolo. Ebbene, cosintendi fare, dopo aver generosamente
elargito promesse al tuo padroncino? Su che cosa si fondano quelle promesse? Non hai niente di pronto:
neppure lombra dun piano sicuro, n un tantino di denaro N ho unidea di quel che devo fare! Non sai
da che punto cominciare a ordire la tua tela, n sai con certezza dove finirai di tesserla S, ma come il
poeta, prese le sue tavolette, cerca ci che non esiste in nessuna parte del mondo, e tuttavia lo trova, riuscendo a rendere verosimile quel ch menzogna, cos far io: diverr poeta, e le venti mine che attualmente non esistono in nessuna parte del mondo finir col trovarle. Del resto, glielavevo detto da un pezzo che
gliele avrei date, ed era mia intenzione dar la stoccata al nostro vecchio; ma quello, non so come, ne ha
avuto il presentimento Ora per bisogna che io trattenga la voce e che la smetta di parlare; ecco il mio
padrone Simeone che arriva qui col suo vicino Callifone. Oggi caver fuori da questo vecchio sepolcro
venti mine, per darle al mio padroncino. Mi tirer in disparte; da qui raccoglier la loro conversazione.

[b]
Suspicio est mihi nunc vos suspicarier,
Me idcirco haec tanta facinora promittere,
Quo vos oblectem, hanc fabulam dum transigam,
565 Neque sim facturus quod facturum dixeram.
Non demutabo. Atque etiam certum, quod sciam,
Quo id sim facturus pacto nil etiam scio,
Nisi quia futurumst. Nam qui in scaenam provenit,
Novo modo novom aliquid inventum adferre addecet;
570 Si id facere nequeat, det locum illi qui queat.
Concedere aliquantisper hinc mi intro lubet,
Dum concenturio in corde sycophantias.
573a * * * exibo, non ero vobis morae;
573b Tibicen vos interibi hic delectaverit.
(Agli spettatori) Ho il sospetto che ora voi sospettiate che io vi prometto simili imprese per divertirvi, fino
a portare a termine questa commedia, che non sia capace di fare quel che vavevo promesso. Non mi ritratter. Per altro, che io sappia, quanto al mondo in cui possa riuscirvi, non so ancor nulla di preciso; so soltanto che la cosa mi riuscir. Chi si presenta sulla scena deve portare, in modo nuovo, qualche nuova trovata. Se non ne capace, lasci il posto a chi ne capace. Ho voglia di ritirarmi qualche istante in casa, il tempo di chiamare a raccolta nella mia testa le schiere dei miei intrighi. Ma uscir subito, non vi far aspettare.
Nel frattempo il nostro flautista vi intratterr5 (Entra in casa).

Le antiche commedie avevano sempre degli intermezzi musicali.


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Il servus callidus e imperator


Pseudolo 574-591
Pseudolo, ritratto questa volta nelle vesti di un servus callidus, irrompe sulla scena vantando la propria astuzia e celebrando la propria intraprendenza. Rilevanti sono a proposito i termini che nel testo mirano a sottolineare questo
ruolo di servo astuto ricoperto da Pseudolo (meo in pectore conditumst consilium, v. 575; dolos, perfidias, v. 580;
mea industria et malitia fraudulenta, v. 582; meis perfidiis, v. 583). Nel passo il linguaggio della calliditas incrociato con quello della sfera militare, di cui pure ricorrono numerosi termini ed espressioni (oppidum admoenirelegionesexpugnopraeda). Non mancano deformazioni parodiche dello stile solenne dei dispacci ufficiali (lepideprospereque, v. 574), tipiche dello stile comico di Plauto, che grazie alla sua consumata capacit inventiva arriva a creare il neologismo exballistabo (v. 585) sbalestrer, prendendo spunto dal termine bellico ballista (macchina da guerra) e dal nome di Ballione, nemico di Pseudolo.

Pro Iuppiter, ut mihi quidquid ago lepide omnia prospereque eveniunt!


575 Neque quod dubitem neque quod timeam meo in pectore conditumst consilium.
Nam ea stultitiast, facinus magnum timido cordi credere;
Nam omnes res perinde sunt
Ut agas, ut eas magni facias; nam ego in meo pectore prius
Ita paravi copias,
580 Duplicis, triplicis dolos, perfidias, ut, ubiquomque hostibus congrediar
(Maiorum meum fretus virtute dicam,
Mea industria et malitia fraudulenta),
Facile ut vincam, facile ut spoliem meos perduellis meis perfidiis.
Nunc inimicum ego hunc communem meum atque vostrorum omnium
585 Ballionem exballistabo lepide: date operam modo;
585a Hoc ego oppidum admoenire ut hodie capiatur volo;
586 Atque hoc meas legiones adducam; si hoc expugno
586a (Facilem hanc rem meis civibus faciam)
Post ad oppidum hoc vetus continuo meum exercitum protinus obducam:
inde me et simul participes omnis meos praeda onerabo atque opplebo,
metum et fugam perduellibus meis me ut sciant natum.
590 Eo sum genere gnatus: magna me facinora decet efficere
quae post mihi clara et diu clueant.
Per Giove, come tutte le mie manovre riescono a meraviglia! Non ho alcun motivo di dubbio o di timore: il
mio piano sta, ben riposto, nella mia mente. da sciocchi affidare a un cuore pavido una grande impresa;
tutte le cose sono quali uno le fa, hanno il valore che ad esse si attribuisce. Nella mia mente ho gi disposto
in tal modo le milizie un doppio, un triplo schieramento dinganni e di perfidie che, dovunque io mi
scontri col nemico (posso pur dirlo, fidando nel valore degli avi, mimpadronir delle spoglie dei miei nemici. Adesso questo comune nemico mio e di voi tutti, Ballione, a colpi di balista lo concer per le feste:
statemi ben attenti! Ora! Questa piazzaforte [la casa di Ballione, ndr] io voglio cingerla dassedio per prenderla oggi stesso, e qui condurr le mie legioni: se lespugno, render facile ai miei concittadini il proseguimento dellimpresa; poi, senza perdere un istante, muover lesercito contro questo vecchio castello [la
casa del vecchio Simeone, ndr], e col bottino che ne caver voglio fare dei ricchi sfondati, assieme a me,
tutti i miei commilitoni: capiranno che sono nato per gettare il terrore e lo scompiglio fra i nemici. Dato il
mio lignaggio, a me conviene compiere grandi imprese che massicurino per lavvenire fama splendida e
durevole.
(trad. I. Lana)

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Il servus imperator
Persa 753-762
Se gi nel passo precedente il servus callidus Pseudolo si presentava con i caratteri di un generale che arringa i suoi
soldati prima di una battaglia, in questo testo tratto dal Persa gli elementi ripresi dal mondo militare risultano accentuati. Il protagonista, Tossilo, ritratto come un generale che celebra il trionfo dopo una grande vittoria, nelle vesti
di un vero e proprio servus imperator. chiaro lintento parodico di Plauto, che trae spunto dallo stile e dal linguaggio delle tavole trionfali per deformarli con intento comico e caricaturale. Per ottenere il fine che si propone, il
commediografo parte dalle espressioni linguistiche che intende parodiare e le amplifica usando la figura
delliperbole; cos nel testo si ritrovano ben sette ablativi assoluti collegati tra loro in una serie asindetica, cio priva
di congiunzioni (Vintisalvitranquillo), arricchita da numerose allitterazioni. Tutto in funzione della celebrazione del servo protagonista, che ha ottenuto in fondo un vero trionfo, essendo riuscito a conseguire gli scopi che si era
prefisso. Cos la commedia, si avvia alla conclusione, in un clima di comica euforia che riproduce nella finzione scenica la solenne festosit dei trionfi militari romani.

Hostibus victis, civibus salvis, re placida, pacibus perfectis,


Bello exstincto, re bene gesta, integro exercitu et praesidiis,
755 Cum bene nos, Iuppiter, iuvisti, dique alii omnes caelipotentes,
Eas vobis habeo grates atque ago, quia probe sum ultus meum inimicum.
Nunc ob rem inter participes didam praedam et participabo.
Ite foras: hic volo ante ostium et ianuam
758a Meos participes bene accipere.
Statuite hic lectulos, ponite hic quae adsolent.
759a Hic statui volo primum aquilam,
760 Unde ego omnis hilaros, ludentis, laetificantis faciam ut fiant,
Quorum oper mihi facilia factu facta haec sunt, quae volui effieri.
Nam improbus est homo qui beneficium scit accipere et reddere nescit.
TOSSILO. Vinti i nemici, salvi i cittadini, tranquillo lo Stato, conclusa la pace, finita la guerra, ottenuta la
vittoria, intatti lesercito e i presdi poich tu, o Giove, ci hai favoriti, e cos voi, quanti altri di tutti, signori del cielo, a voi manifesto e rivolgo la mia gratitudine, perch ho tratto giusta vendetta sul mio nemico. Per tutto ci, voglio ora dividere la preda facendone parte ai partecipi. Venite fuori! (Agli schiavi di casa) Voglio accogliere coi giusti onori i miei compagni qui, allingresso, davanti alla porta. Mettete qui i letti, e portate quel che ci vuole. Voglio che prima di tutto mi venga messa qui laquila (fa depositare lorcio
del vino in mezzo alla scena, o sulla mensa), in modo che io possa far diventare allegri, scherzosi e fonte di
allegria tutti coloro che, con il loro aiuto, mi hanno reso pi facile a farsi ci che volevo fosse fatto. Perch
chi sa ricevere bene ci ma non sa renderne, una canaglia.
(trad. M. Bettini)

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APPENDICE I

La commedia greca
[da A. Diotti, S. Dossi, F. Signoracci, Res et fabula, SEI 2012]

Significato del teatro comico


La commedia (almeno quella antica) lasciava spazio allattualit, non si preoccupava di mettere in scena
episodi del mito, ma proponeva eventi storici e politici strettamente connessi con la quotidianit. Tipica
tendenza della commedia era quella di deformare, ingigantire a ni comici le vicende con cui gli Ateniesi
convivevano al momento della rappresentazione. Carattere proprio della commedia era lassoluta libert di
parola, la dissacrazione della religione, della politica, della riflessione filosofica. Anche nel teatro comico
si esercitava la funzione liberatoria dalle passioni cos come nella tragedia ma essa passava attraverso il
riso (Aristotele, Poetica, 1449a-b). Lo sfogo delle tensioni avveniva mediante limmedesimazione non nel
con itto interiore o nel dolore, ma nel comportamento assolutamente disinibito dei protagonisti e
nellosservazione di una realt deformata e grottesca. Il legame con Dioniso poteva portare negli abissi
dellirrazionale cos come nellimprevedibile libert della trasgressione.
Tipologie, struttura e autori della commedia
Gli studiosi alessandrini, considerati i caratteri piuttosto diversi che la commedia assunse, di- stinsero nella
sua storia tre et e tre tipologie differenti:
la commedia antica (archia), il cui massimo esponente fu Aristofane, caratterizzata da stretti legami
con lattualit e da attacchi personali a personaggi della politica o della cultura;
la commedia di mezzo (mse), in cui si prefer evitare gli attacchi personali e lattualit venne sostituita dal mito;
la commedia nuova (na), il cui rappresentante pi importante fu Menandro, che possiamo definire
una commedia di intreccio, con equivoci, sostituzione di personaggi, agnizioni (riconoscimenti). In essa
muta la struttura stessa della commedia: le parti corali sono sostituite da intermezzi musicali tra gli atti;
cessano di esistere parabasi, agone e coro.
Le feste in cui venivano messe in scena le commedie erano quelle di Dioniso: Lenee e, soprattutto, Grandi
Dionisie.
Quanto alla struttura, se prendiamo in esame le commedie superstiti di Aristofane, soprattutto le pi antiche, noi vediamo che esse risultano composte di due parti fondamentali. La prima parte consta del prologo,
quasi sempre in trimetri giambici, in cui si espongono in forma dialogata gli antefatti, della prodos o canto
dingresso del coro, costituito da 24 coreuti, che cantano, danzano o mimano gure di danza, e dellagone o
contrasto, in cui il protagonista lotta con un antagonista per il trionfo dun suo progetto.
La seconda parte della commedia costituita in generale da una serie di scene staccate, che hanno lo scopo
di mettere in luce le conseguenze della vittoria riportata nellagone. Queste scene sono spesso separate da
canti del coro. Tra la prima e la seconda parte si ha la parabasi, ossia un canto in cui il coro, spogliandosi
della truccatura e rompendo la finzione scenica, parla direttamente al pubblico a nome del poeta, di fendendolo dalle critiche degli avversari e sostenendone le idee. Fra tutti gli autori della commedia antica
facciamo riferimento unicamente ad Aristofane. Vissuto tra il 445 circa e il 385 a.C. circa, scrisse una quarantina di commedie, undici delle quali sono pervenute intere. La prima fase della sua produzione caratterizzata da una violenta satira politica; citiamo, ad esempio, Gli Acarnesi (425), contro i sostenitori della
guerra; Le nuvole (423), in cui sono attaccati i sofisti e Socrate; I calabroni (422), in cui messa in ridicolo
lattivit giudiziaria degli Ateniesi. In seguito, quando la situazione di Atene divenne sempre pi critica
nella guerra del Peloponneso, la commedia di Aristofane si fece sempre meno aggressiva e lasci maggior
spazio alla vena fantastica. Risalgono a questa fase, ad esempio, Gli uccelli (414), impostata ancora sulla
satira politica e sociale, ma proiettata verso il sogno di una citt ideale; Le rane (405), satira letteraria sulla
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funzione della poe- sia. Dopo la caduta di Atene, Aristofane speriment nuove forme: con le Ecclesiazuse
(392) e con la seconda edizione del Pluto (388), per limpoverimento delle parti corali e per la mancanza
della parabasi, diede inizio alla commedia di mezzo. La commedia di Aristofane dunque strettamente
legata alla vita della plis, dalla quale sono tratti i personaggi demagoghi, generali guerrafondai, filosofi e
popolo che egli guarda con locchio del conservatore, sostenitore della pace. Largomento delle commedie sempre una vicenda che ha corrispondenza con il reale, per quanto trasfigurato. Le commedie di Aristofane non esercitarono una grande influenza sul teatro comico latino; piuttosto ne restano tracce nella satira arcaica.Successivamente la commedia attica decadde e si trasform, lasciando il posto alla mse, o
commedia di mezzo. Finita la guerra del Peloponneso (404 a.C.)
e caduta la democrazia dAtene, ai poeti comici fu vietato prima di attaccare gli uomini di stato e poi anche
i privati. Per poter vivere la commedia dovette trasformarsi e adattarsi ai nuovi tempi. Scomparve la parabasi e si ridusse il coro. Durata un cinquantennio, commedia di mezzo vide tra i suoi protagonisti poeti
quali Alessi, Embolo, Timocle.
Si approd quindi alla commedia nuova (na), che potremmo definire una commedia borghese, fondata
sullintreccio. Rispondente ai gusti duna societ raffinata e colta, questa commedia non era fatta per suscitare la grande risata. Essa appare il frutto della civilt letteraria alessandrina, in cui prevale la riflessione
critica. Tra i poeti comici di questo periodo ricordiamo Filemone, Difilo, Apollodoro e Posi- dippo, che
fornirono modelli e materiale ai co- mici latini. Fra tutti va menzionato Menandro, il maggior poeta greco
della commedia nuova, vissuto ad Atene tra il 342 e il 291 circa a.C. Fu avviato allarte drammatica dallo
zio materno, il poeta Alessi, e studi presso la scuola del filosofo aristotelico Teofrasto; conobbe anche
Epicuro e fece parte del circolo letterario e artistico di Demetrio Falereo. Conosciuto soltanto per tradizione
indiretta e attraverso i rifacimenti dei comici latini, solo recentemente (1957) sono stati rinvenuti papiri
egizi riportanti alcune sue opere. Sono pervenuti circa tremila versi, contenuti in frammenti di varia lunghezza, appartenenti a una quindicina delle cento e pi commedie composte dallautore. Oltre al Dskolos
rinvenuto pressoch intero, ricordiamo gli Epitrpontes, (quelli che rimettono una contesa a un arbitro),
la Tosata (Perikeiromne), in cui un geloso amante taglia la chioma alla sua donna, vedendola ba- ciare un
uomo, che risulter poi suo fratello; la Sama (La donna di Samo), che mette in rilievo la generosit di
una meretrice. Le altre opere sono conosciute attraverso i rifacimenti di Plauto e soprattutto Terenzio:
LAdulatore, la Donna di Perinto, lAndria, i Fratelli (Adelphi), il Punitore di se stesso (Heautontimormenos). In unepoca come quella alessandrina in cui lintellettuale si allontana dalla vita politica,
linteresse di Menandro si concentra sui buoni sentimenti e sulle vicende della vita borghese basate
sullamore e le avventure, dimostrando ottime capacit di introspezione psicologica. Oltre allacutezza di
osservazione e alla semplicit di linguaggio si rileva in lui la predilezione per le sententiae, che contengono
i valori umani da lui sostenuti.

APPENDICE II

Plauto e i suoi rapporti col mondo greco


[da A. Diotti, S. Dossi, F. Signoracci, Res et fabula, SEI 2012]

Plauto visse in unepoca di radicali trasformazioni sociali, in cui ebbero un peso determinante i rapporti
culturali e di costume con la Grecia. Da una parte la societ romana si poneva in modo positivo verso la
cultura greca con un atteggiamento esterofilo, dallaltra resistevano forme di conservatorismo, che portavano a disprezzare e deridere quella stessa cultura. Ci visibile anche nel teatro, che rifletteva gli atteggiamenti della societ. Se da un lato la maggior parte della produzione drammatica latina si rifaceva a quella
greca e ne riproponeva i modelli, rivelando il fascino che quel mondo lontano esercitava sullanimo dei
Romani, dallaltro i personaggi ridicolizzati sulla scena (come il vecchio gabbato e raggirato dal servo)
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avevano tutte le caratteristiche degli uomini greci. La medesima ambivalenza si ritrova nei rapporti che intercorrono tra Plauto e i modelli greci a cui egli attinse. Tali rapporti risultano per noi problematici anche
perch, non essendo pervenuto quasi nulla della produzione comica greca riferita alla mse e alla na,
pressoch impossibile stabilire precisamente quanto Plauto dipenda dai commediografi greci. In generale,
per quanto ne sappiamo, possiamo affermare che, per la stesura dei suoi intrecci drammatici, Plauto attingeva soprattutto alla na e in particolare a Difilo e Filemone.
Quando consideriamo Plauto intento a rifarsi agli originali greci, non dobbiamo per pensare che la sua
opera consistesse in una pura e semplice traduzione dei testi greci: era in realt unoperazione pi complessa, cui Plauto stesso si riferisce in due celebri prologhi, quello dellAsinaria (v. 11) e quello del Trinummus
(v. 19), definendola con lespressione vortit barbare. Se si considera che in altre circostanze (cfr. Amphitruo, v. 121 e Mostellaria, v. 218) Plauto utilizza il verbo vortere per indicare una trasformazione, un
cambiamento di aspetto, si pu comprendere che la sua opera traduttiva non mirava solo a una trasposizione del modello originario in lingua latina, bens a una riscrittura che interpretasse loriginale greco e lo
adattasse alla cultura latina, creando una traduzione letteraria e non solo linguistica. Vortere quindi
inteso come reinterpretare la tradizione comica greca sulla base della cultura latina, unoperazione che
attribuisce a Plauto il diritto di modificare loriginale a tutti i livelli, dando vita a un testo nuovo, mutato e
adattato alle esigenze del pubblico romano. Certo questo testo nuovo, questa versione reinterpretata
doveva apparire a un greco qualcosa di assolutamente strano. Perci Plauto, assumendo lottica dei Greci,
definisce il proprio lavoro del vortere con lavverbio barbare; barbarus infatti per i Greci tutto ci che
straniero, alieno alla loro cultura, alla loro civilt considerata il massimo della raffinatezza. C
nellavverbio usato da Plauto un velo di ironia, forse, ma anche la rivendicazione di unopera che, pur affondando le radici nella tradizione ellenica, trova tratti di autentica originalit. A proposito della rielaborazione degli originali greci, va ancora ricordata loperazione che Plauto fece a livello di intreccio: non si
mantenne fedele a un unico testo greco, ma mescol parti di pi commedie dello stesso autore o di autori
diversi. Questarte di cucire insieme scene di diversa provenienza prese il nome di contaminatio. Inoltre
nei copioni greci Plauto introdusse i cantica, di cui gi si detto, modificando sostanzialmente la struttura
metrico-stilistica dellopera e dando prova di notevoli doti di sperimentalismo. Anche lampliamento di
dialoghi e monologhi rispetto al prototipo greco uninnovazione importante, che tra laltro consente
allautore latino di inserire nel testo elementi tipici della sua arte, come i giochi di parole o gli ammiccamenti metaforici, secondo i moduli espressivi dellItalum acetum. Un ulteriore motivo di novit rispetto al
modello greco il cosiddetto metateatro, o teatro nel teatro. Si tratta del procedimento in base al quale allinterno dellillusione scenica un personaggio allestisce una sua personale finzione, assumendo cos il ruolo del drammaturgo. Nel caso di Plauto, a svolgere questa funzione quasi sempre il servo, che, rivolgendosi direttamente al pubblico, gli rivela i retroscena della vicenda. Poich questa messa in scena ha i tratti
della fabula Atellana o dei fescennini, questa invenzione consente di innovare la struttura teatrale greca,
inserendovi elementi tipici della tradizione scenica italica.

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