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UN COMMENTO ALLA BIBBIA

SULLECCLESIASTE
Vanit delle vanit, dice lEcclesiaste. Vanit delle vanit. Tutto vanit (1, 2).
LEcclesiaste , nei confronti dei Proverbi, lanalogo del secondo racconto che lungo
i Libri Storici ripete la narrazione dei fatti guardandoli con occhi diversi. Come il
libro dei Giudici laltra faccia del libro di Giosu, contrapponendo unimmagine
prevalentemente oscura allimmagine prevalentemente luminosa che Giosu presenta
dellinsediamento dIsraele in Canaan, cos lEcclesiaste contrappone unimmagine
disperata alla consolante immagine che della sapienza tradizionale offrono i Proverbi.
Le umiliazioni e le sofferenze non appaiono pi, come apparivano nei Proverbi,
tragiche eccezioni che dallesterno minacciano la vita del giusto, normalmente
protetto dalla sua sapienza. La vita non appare pi un orrore soltanto agli occhi di
Giobbe che giace pieno di piaghe nella polvere, o al salmista che patisce lodio e il
disprezzo dei nemici: appare un orrore allo splendido Salomone che Dio ha riempito
di sapienza, di potenza, di piacere, al glorioso figlio di David, re a Gerusalemme
(1,1);
Il linguaggio dellEcclesiaste il linguaggio sapienziale (4, 17-5, 6; 7, 12; 8, 1; 8, 5;
9, 16-18; 10; 11; 12, 9-14). La pi tragica consapevolezza dellinsufficienza
dellordine sacro e la pi completa rottura del suo orizzonte non sono espresse nel
linguaggio violento dei profeti, ma nel suo linguaggio che la sapienza tradizionale
dichiara il suo nulla.
Tutto noioso e risaputo, niente nuovo. La creazione non la magnifica opera di
Dio (Gn 1, 31; Gb 38-40; Sai 104), ma tutto una squallida monotonia che scorre
verso la morte (1, 8-11). terribile che ci sia un tempo per ciascuna cosa - per
nascere e per morire, per piangere e per ridere, per abbracciare e per astenersi dagli
abbracci (3, 1-8) -, che tutto cio debba essere fatalmente perduto, che non ci sia un
possesso totale delle cose.
Che cosa accaduto perch gli occhi del fedele vedano adesso cos diversamente,
cos dolorosamente il mondo?
In realt il fedele ha sempre tentato di illudersi, la bont che vedeva nella vita e nelle
cose era una proiezione della misericordiosa perfezione adorata nellAltissimo.
Dietro ogni oggetto e ogni figura il fedele confidava, aspettava istante per istante di
veder apparire la tenerezza del Signore. Ma le vittime salivano continuamente laltare
per espiare il peccato, i sacerdoti alzavano a migliaia le mani per fermare la dilagante
impurit. Si sempre vissuti con pena convinti, per amore di Dio, di essere nella
gioia. Si cercava di vedere buona la morte del vecchio saziato di giorni, allontanando
gli occhi dalle tenebre dello shel che inghiottivano la carne amata. E dinanzi alla
morte del giovane, si cercava di allungare gli occhi per vedere la rigorosa giustizia di
Dio che punisce il male. Tutto deve essere gioioso bene perch tutto uscito dalle
mani di Dio (Gn 1, 31). Se qualcosa non ci appare tale, che i nostri occhi non
vedono bene, o forse per un attimo Dio sta provando la nostra fedelt, ma la
guarigione, ancora pi dolce della salute, sta venendo, certamente gi alla porta. Se
non c ancora gioia, perch non siamo ancora entrati in Canaan, se non c gioia,
perch il trono di David non ancora ben fermo.

S ULLECC LESI ASTE


Ma con Salomone il trono di David finalmente saldo nella pace per sempre (2 Sam
7, 12-16; 1 Re 5, 18), ed ecco che il grande re apre la bocca per dire le parole della
sapienza: vanit delle vanit, dice lEcclesiaste. Vanit delle vanit. Tutto vanit.
Il trono eterno di David, il tempio, Israele, le chiavi di Pietro, la chiesa, i secoli
cristiani: vanit delle vanit.
La sapienza non che la corona della vanit, una faticosa e inconcludente aggiunta
alla pena della vita: ho messo tutto il cuore per studiare e per esaminare con
sapienza tutto ci che accade sotto i cieli: uno sciagurato lavoro che Dio ha dato ai
figli delluomo per loro scempio. Ho visto tutte le opere che si compiono sotto il sole,
ed ecco: tutto vanit e una fame di vento. Ci che storto non si pu raddrizzare e
ci che manca non si pu contare. Parlo al mio cuore e gli dico: ecco la mia
grandezza, ho fatto crescere la sapienza pi di chiunque prima di me a Gerusalemme
e il mio cuore ha gustato in abbondanza sapienza e conoscenza. Ho messo il mio
cuore a coltivare la sapienza, e anche a conoscere le passioni e linsipienza, e ho visto
che anche questo volere vento.
Molta sapienza molto dolore, ci che fa crescere la conoscenza fa crescere il dolore
(1, 13-18). Il sapiente sa di non essere sapiente: dico che sono sapiente, ma la
sapienza lontana (7, 23; 8, 17; 7, 16; 3, 11).
Il giusto sa di non essere giusto: non c nessun giusto sulla terra (7, 20; 7, 17; 7,
22). La sapienza non risponde alla domanda delluomo che vede ogni cosa
sprofondare nel nulla, non risponde allunica domanda che veramente importi: quel
che stato si allontanato e nellimpenetrabile profondit chi lo ritrover? (7, 24). A
che cosa serve la sapienza, se sotto il sole il posto del giudice occupato
dallempiet e il posto della giustizia dalla menzogna (3, 16)?
A che cosa serve la sapienza se tutto il lavoro e tutto il successo di unopera nascono
dallinvidia delluno verso laltro (4, 4)?
A che cosa serve la sapienza se dobbiamo sempre vedere il povero oppresso e
lequit e la giustizia violate (5, 7)?
A che cosa serve la sapienza se la sentenza che condanna il male non viene eseguita
subito e per questa ragione il cuore delluomo si riempie di malvagi propositi,
vedendo che il peccatore fa il male cento volte e prolunga i suoi giorni (8, 11-12)?
A che cosa serve la sapienza se ci sono dei giusti trattati come se fossero malvagi e
dei mal-vagi trattati come se fossero giusti (8, 14)?
A che cosa serve la sapienza se luomo non pu essere consapevolmente padrone
neppure del suo odio e del suo amore (9, 1)?
A che cosa serve la sapienza se linsipienza posta nei luoghi pi alti (10,6)?
A che cosa serve la sapienza se bisogna abbandonarla alla porta dello scel (9, 10), se
non c nessuna vera differenza tra il sapiente e linsipiente (9, 2-3; 9, 11), se
entrambi cadono nella morte (3, 18-19) ciecamente come bestie nella trappola (9, 12),
se entrambi sono destinati a un identico oblio (2, 16)?
Eppure la sapienza buona: buona la sapienza come un patrimonio (7, 11).
Tra sapienza e insipienza io vedo che la sapienza vale di pi, come la luce meglio
delle tenebre (2, 13). La sapienza migliore dellinsipienza cos come la ricchezza e
i piaceri sono migliori della miseria e degli stenti (2, 8-10; 7, 12).

UN COMMENTO ALLA BIBBIA


Ma proprio questo terribile, che le cose buone non si riesce mai a goderle se non
miserabilmente, in modo non perfettamente appagante e per un tempo sempre troppo
breve. Sapienza, ricchezze, piaceri sono vani, in definitiva, perch sono destinati a
essere sconfitti dalla morte. Perci proprio la sapienza, che il bene pi grande
(7,12), diventa il male pi grande, la corruptio optimi, ci che fa soffrire di pi,
diventa coscienza della vanit, consapevolezza del trionfo della morte.
Se c un cieco abbandonarsi ai piaceri che impedisce di imboccare la strada della
sapienza, com tante volte ripetuto nei Proverbi, c anche un abbandonarsi ai
piaceri per delusione della sapienza (5, 19; 8, 15), e le due cose finiscono per essere
una, perch linsipiente non forse oscuramente sospinto allinsipienza dallo
spettacolo dellinfelicit del sapiente? Ma il sapiente che stato deluso dalla sapienza
si volge ai piaceri con pi accanimento, li fruga senza pace fino a svelarne
sapientemente la vanit (1, 18-2, 1; 2, 3-11).
E il Dio che nei tempi lontani ha compiuto meraviglie per il suo popolo, che ha
spalancato il mare per far entrare Israele nella terra di benedizione (Sai 105)?
Non dire: perch i giorni antichi erano migliori di questi? In realt non una
domanda intelligente (7, 10). La domanda non ha n risposta n legittimit.
E la vecchiaia, la saziet di giorni che la benedizione promessa da Dio (Dt 5, 16; 5,
33; 11,9; 11,21; 22, 7)? Ebbene, la vecchiaia soltanto miserabile debolezza,
spaventosa vigilia della morte, impotente rimpianto della giovinezza (12, 1-7).
Giobbe si attacca disperatamente alla speranza che non osa sperare e grida a Dio,
lEcclesiaste invece non grida, ma parla con soffocato affanno.
Giobbe la disperazione, lEcclesiaste la rassegnazione.
LEcclesiaste non chiede niente a Dio, ha il terrore dilludersi, si piega muto sotto lo
schiacciante mistero di Dio nel quale Giobbe voleva a qualunque costo penetrare.
E infinitamente lontano il Dio che cammina nel giardino dove abita con gli uomini
(Gn 3, 8). lontano anche il potente gol che combatte contro egiziani e contro
cananei per dare al suo popolo vittoria e gloria straordinarie. Dio non pi neppure il
giusto giudice che, allinterno del suo umile popolo, d a ciascuno, secondo una lenta
e non clamorosa giustizia, il frutto delle sue opere (Proverbi). E non neanche il Dio
che tragicamente non garantisce neppure questa modesta giustizia e tarda a sollevare
linnocente dalle sue tribolazioni (Giobbe, Salmi). Ormai, Dio si rivela
nellEcdesiaste come immobile e inscrutabile mistero di universale condanna.
LEcclesiaste si sforza di accettare la morte (Sir 41, 3-4), di accettare il suo Dio
assurdo che lo fa camminare per strade che non portano in nessun luogo, che annoda
per lui contraddizioni disperatamente indecidibili. La sapienza fa vivere chi la
possiede (7, 12), la sapienza di un uomo fa brillare il suo volto (8, 1); ma lunico
bene delluomo che mangi e che beva (2, 24). Lunico bene che ha luomo sotto il
sole mangiare, bere, godere (8, 15); ma meglio andare in una casa dove si
piange che in una casa dove si banchetta ... E meglio il dolore che il riso (7, 2-3).
La donna pi amara della morte (7, 26; 7, 28); ma passa la tua vita con la donna
che ami (9, 9). La morte il supremo male: meglio un cane vivo che un leone
morto (9, 4); ma lunico rimedio: meglio il giorno della morte che il giorno
della nascita (7, 1).

S ULLECC LESI ASTE


LEcclesiaste piega le ginocchia del suo nulla dinanzi allorribile mistero. Lunica
verit che non pu mai revocare in dubbio, la fonte stessa del suo dolore, Dio, e
lopera delle sue mani, per assurda e mostruosa che gli appaia, cerca perci di
accettarla chiudendo gli occhi e rinunciando a capire, tenta di accontentarsi di
masticare le briciole inappaganti del mangia, bevi, godi, lui che per tutta la vita ha
voluto soltanto capire.
LEcclesiaste una disperazione che cerca, adorando, di trasformarsi in
rassegnazione. lultima possibilit del giusto: una fedelt nellorrore senza speranza
di salvezza. Ma la possibilit di un istante: perch appena scomparisse davvero
dallorizzonte la speranza della salvezza, una perfetta gioia alla quale confrontare la
nostra miseria, anche il grande dolore scomparirebbe, e il mangia, bevi, godi
diventerebbe la tranquilla scelta dellinsipiente.
LEcclesiaste, come anche il nome dice, il popolo di Dio, Israele, la chiesa.
La vecchiaia che vede sopraggiungere inevitabilmente lEcclesiaste la decrepitezza
del popolo di Dio che va verso i giorni della disgrazia (12, 1) immediatamente
precedenti la morte (12, 1-8), quando il sole, il chiarore, la luna e le stelle saranno
buio (12, 2; Sof 1, 14-18; Me 13, 24-25).
Verso il buio cammina con il suo popolo Dio stesso (Me 14, 26; Sai 22, 2).
Qolet Dio, che si consuma scrivendo il Libro mai finito (12, 12), parole che non
sono la salvezza.

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