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Andrea Douglas Ciardelli

Il lavoro imprigionato
aspetti sociologici del lavoro penitenziario

Universit degli Studi di Firenze


Facolt di Scienze della Formazione
@ 2007, Andrea Douglas Ciardelli. Tutti i diritti sono riservati.

Info: adciardelli@gmail.com
Indice

1. Il sistema carcere ed i suoi sottosistemi...............................................5

2. Professione educatore carcerario.......................................................13

3. Il lavoro rende liberi?..........................................................................20

4. Il lavoro nella sociologia relazionale..................................................29

5. Il lavoro imprigionato..........................................................................31

Bibliografia................................................................................................35
Il lavoro imprigionato

1. Il sistema carcere ed i suoi sottosistemi


Entrare in un carcere d limpressione di varcare una sorta di
stargate, una porta tra universi paralleli. Meglio ancora, si ha
limpressione di riversarsi allinterno di un complesso nel quale alcuni
dei sistemi sociali, pur conservando la struttura degli omologhi sistemi
esterni al carcere, se ne distinguono per alcuni tratti nella sostanza e nei
contenuti umani.
Il sistema sanitario: una persona normalmente pu scegliere la
struttura, il medico, la cura che ritiene maggiormente adatta alla sua
condizione fisica. In carcere no. Se uno ha un mal di testa se lo tiene e se
ha la febbre pu fare una domandina per ottenere laspirina o qualche
esame medico che, ovviamente, dopo il vaglio della domanda da parte
della struttura interna, avr risposta soltanto dopo alcuni giorni.
Il sistema scolastico: tranne casi particolari, una persona
normalmente sceglie la scuola che preferisce in vista di obbiettivi
esistenziali preferiti. In carcere la scuola , prima di tutto, un modo per
uscire di cella e soprattutto dallalienante routine dellora daria vuota,
priva di senso. Linsegnante non lo si sceglie, in carcere, ci prendiamo
quello che c. Va un po meglio per chi frequenta luniversit, almeno
pu scegliere la facolt entro certi limiti, per, determinati dalla
disponibilit di insegnanti che purtroppo rimangono a tuttoggi perlopi
volontari.

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Il sistema della sicurezza: se fuori dal carcere percepiamo la


sicurezza come una presenza (a dire il vero sempre meno) discreta, in
carcere questa significa il non poter svolgere alcuna attivit, comprese le
pi personali e intime, senza che vi sia la possibilit di essere osservati
e controllati. Se in carcere, dopo aver mangiato un panino, si lascia
inavvertitamente cadere a terra la carta, non accade, come fuori, che
un solerte cittadino ci riprenda, magari facendoci fare una brutta ma
educativa figura alla non lo faccio pi, in carcere si rischia quasi
certamente il consiglio di disciplina ed una sanzione che, il pi delle
volte, porta a prolungare il periodo di permanenza in carcere oppure alla
negazione di un permesso tanto agognato.
Il sistema educativo: nella vita libera un sistema trasversale,
investe, cio, tutto larco di interesse di una persona, che si esprime,
attraverso modalit formali, non-formali o informali, in uninfinit di
combinazioni nelle quali la possibilit di scegliere conserva ancora un
certo grado di libert. Nel carcere, istituto coercitivo per antonomasia,
leducazione demandata quasi per intero ad un area ben specifica, nata
e cresciuta allombra dellart.27 comma 3 della Costituzione, larea
trattamentale, cui spetta il compito di costruire talvolta inventare di
sana pianta lapparato di attivit che vanno dalla scuola ordinaria ai
corsi di bricolage, dallorganizzazione della biblioteca interna laddove
esista alle attivit sportive e ricreative, e cos via.
Potremmo includere nellanalisi anche altri sottosistemi che
agiscono allinterno del mondo carcerario, come, per esempio. larea
contabile, ma limitiamo la lettura del sistema carcerario a quei campi che
vengono a contatto diretto con i detenuti.

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Il sistema dei detenuti: anchesso un ambiente con le sue norme e


le sue strutture, alla pari degli altri sistemi sopracitati. La differenza
sostanziale tra coloro che popolano tali sistemi e il mondo dei detenuti
sta nel fatto che, mentre educatori, dirigenti, medici, agenti penitenziari
ecc. hanno ancora un vasto potere di scelta e selezione delle attivit della
propria vita, per i detenuti non esattamente cos. quindi un sistema
numeroso come popolazione ma che non ha corrispondenti od omologie
con altri sistemi esterni al mondo carcerario. Si potr obbiettare che,
essendo titolato come istituzione totale, anche lospedale, al pari del
carcere e dei monasteri, impone limitazioni della libert personale.
Tuttavia, mentre per le altre istituzioni totali si assistito, nel corso del
tempo, ad un sviluppo in senso libertario, per il carcere le cose si
presentano un po diverse. Per esempio, abbiamo parlato finora di
possibilit di scelta come cifra del grado di libert di cui un individuo
pu godere allinterno di un contesto, ed in effetti la possibilit di
scegliere, negli ospedali come in altre istituzioni totali, si accresciuta
notevolmente soprattutto nellaccezione negativa del termine: si pu
scegliere di rinunciare a determinate cure ed opporsi a terapie
indesiderate.
Ci che rende il carcere un ambiente particolare il fatto che questi
sottosistemi sono costretti ad interagire in un contesto ristretto e, per
certi versi, chiuso. Si possono osservare, quindi, una serie di conflitti tra
sistemi che, occasionali nel mondo esterno, nel carcere rappresentano
una quotidianit talvolta inevitabile e di straordinaria intensit.
Lesperienza di tirocinio svolta nellarco di un anno allinterno della
Casa Circondariale Don Bosco di Pisa ci offre lo spunto per alcuni

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approfondimenti sui singoli sistemi professionali e sulle relazioni che


intercorrono tra di essi, in particolar modo, come vedremo, tra le aree
trattamentale e della sicurezza, essendo questi particolarmente
significativi per i frequenti momenti di conflitto e per le strategie e
modalit di soluzione dei medesimi.
La dinamica che si crea tra sicurezza e area trattamentale, o
educativa, una dinamica fortissima che contrappone tra loro tipi di
lavoro diversi.
Larea trattamentale, a Pisa collocata fisicamente allinterno
dellarea detentiva, sottoposta a continue tensioni dovute sia alla
promiscuit con i detenuti, sia ai conflitti interpersonali che, normali in
ambienti di lavoro dequipe, nel caso degli educatori carcerari si
amplificano in proporzione al livello di carico emotivo accumulato dagli
operatori.
Larea della sicurezza, la polizia penitenziaria, apparentemente
pi stabile, ci soprattutto in ragione della struttura piramidale che la
caratterizza, tuttavia dietro ai ben diciassette gradi gerarchici che ne
caratterizzano la struttura organizzativa vi sono persone talvolta pi
fragili degli stessi detenuti.
Ci che rende interessante questargomento non tanto laspetto
del risultato, quindi, banalizzando, dello stile di ascolto ed eventuale
soddisfazione dei bisogni, quanto, piuttosto, i processi che si attivano ai
vari livelli della relazione istituzione-detenuto. Molto significative sono
le strategie di disimpegno dallinvestimento emotivo prima, durante e
dopo lincontro con il detenuto, messe in atto dagli operatori. Esiste, per
lo scopo, unarma infallibile: la carta. incredibile il volume di carta che

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si usa in carcere. Domandine, istanze, relazioni, sintesi, certificazioni


varie, un muro di carta che separa il detenuto dal mondo interno, talvolta
pi di quanto il muro di pietra faccia verso lesterno.
La componente burocratica, allinterno del sistema organizzativo
del carcere, si presenta comunque in modo ed intensit diversi secondo
larea che si osserva.
Nella Polizia Penitenziaria, come, del resto, appare ovvio, vista la
struttura piramidale basata su gradi di tipo militare, il modello si
avvicina notevolmente allidealtipo weberiano della burocrazia razionale
centralizzata, standardizzata e rigida.
Nellufficio educatori si respira unaria diversa. Innanzitutto, pur
essendovi un capoarea pedagogica, egli ha principalmente funzioni di
coordinamento delle attivit e dei processi di lavoro interni allarea di
competenza. La struttura non pi piramidale ma planare, reticolare.
Ognuno ha, s, preparazione e competenze disciplinate ma la
formalizzazione e la standardizzazione delle sfere di attivit sono
discusse e condivise dal gruppo intero che vive essenzialmente
dellosmosi tra i livelli formale ed informale dei rapporti umani che in
esso si instaurano.
Molto interessante , a nostro giudizio, osservare ci che accade
quando due entit organizzative cos diverse per struttura, motivazioni ed
obbiettivi, si incontrano. Tali intersezioni non sono infrequenti dato che,
contrariamente ad unopinione comune che vede genericamente il
carcere come un luogo di sospensione spazio-temporale soprattutto in
un istituto complesso e vivace come quello pisano sono allordine del
giorno momenti di crisi rappresentati principalmente da atti di

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aggressivit di detenuti verso altri compagni o rivolti a se stessi.1


I conflitti tra le aree emergono, in questo caso, in tutta la loro
franchezza.
Le strutture maggiormente rigide e gerarchizzate tendono ad
incapsulare allinterno della propria filiera la comunicazione e
lintervento sullevento critico attraverso successivi passaggi da
sottoposto a superiore escludendo, in questo modo, gli altri gruppi di
lavoro.
Se, ad esempio, il caso intercettato da un agente di polizia, questo
dovr comunicarlo al suo superiore che, a sua volta far lo stesso con il
proprio ecc.; nel caso di un medico o di un infermiere il processo seguir
lo stesso percorso analogico. Nel caso in cui a venire in contatto con il
caso a rischio sia leducatore o il volontario le possibilit di scelta
sono maggiori e, in ogni modo, essendo questa struttura meno rigida
delle precedenti, si tende a favorire la circolarit della comunicazione
anche attraverso i sottosistemi complementari come, appunto, la polizia
e i medici.
Ancora, se nel carcere muore un detenuto, verosimilmente il primo
ad accorgersene un agente od un operatore sanitario. La comunicazione
segue la sequenza gerarchica fino ai vertici della struttura e soltanto dopo
con un ritardo anche di molte ore raggiunge le altre aree
professionali; nel caso in cui il primo ad intervenire sia un medico o un
infermiere, il processo di comunicazione allarea educativa in qualche
misura facilitato dalla maggiore vicinanza operativa generale che

1 Questo argomento stato discusso allinterno del progetto Help to Help, a cura del PRAP toscano,
nel quale si cercato di analizzare, attraverso lo studio di diagrammi di flusso, il percorso
comunicativo che va dallintercettazione del caso a rischio auto-eteroaggressivo o suicidario
allattivazione degli interventi specifici.

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intercorre tra le due strutture professionali oltre che da una pi prossima


visione complessiva delle modalit di intervento sulle persone in stato di
detenzione: entrambi, leducatore e il sanitario, appartengono alla sfera
dei professionisti daiuto.
Tre appaiono, quindi, i livelli di coinvolgimento emotivo che pu
valer la pena di tentare di classificare, almeno qualitativamente,
ricercando allinterno delle manifestazioni che lo accompagnano qualche
segmento che possa richiamare il concetto di indicatore. In sostanza,
consentito piangere?
Abbiamo visto educatrici piangere per la morte di un detenuto;
abbiamo capito che un medico aveva pianto in privato per lo stesso
motivo; nella polizia penitenziaria nessuno ci ha dato motivo di ritenere
che avesse pianto n in privato, n, tantomeno, di fronte ad altri. La
struttura gerarchizzata ha fornito in questo caso gli strumenti istituzionali
per distaccarsi emotivamente dallevento critico.
Tre sono, altres, i livelli di elaborazione del fatto per ciascuno dei
tre sistemi presi in esame.
In polizia, non essendovi praticamente coinvolgimento o,
quantomeno, essendo prevalente lutilizzo dello strumento distacco
emotivo, il problema non si pone, anche in considerazione delleffetto
di distribuzione progressiva della responsabilit che, in definitiva, limita
la costituzione di effetti psicologici individuali come, ad esempio,
lassunzione di sensi di colpa e di inadeguatezza.
In modo analogo si pu dire lo stesso per il sanitario con la
differenza che, dato lintervento maggiormente individualizzato, pi
facile che insorgano carichi emotivi difficili da scaricare sui superiori e

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che restano, quindi, a comporre un complesso emozionale che pu


anche se in privato sfogarsi in pianto.
Diverso il caso delloperatore pedagogico che verosimilmente ha
avuto maggiori scambi empatici per il ruolo professionale in s come
per le caratteristiche che, almeno si spera, deve possedere chi tale ruolo
va a ricoprire con la persona deceduta.
Il rapporto pi stretto, la maggior conoscenza personale anche,
perch no, reciproca con il detenuto non consente che vi siano
scappatoie: leducatore soffre. Qui, per, entra in gioco il gruppo, che, se
ben affiatato ed altrettanto intelligentemente coordinato, pu avere
funzioni di supervisione, sebbene non strutturato per tale scopo.
Come si vede, in definitiva, lorganizzazione complessiva di un
carcere come quello di Pisa si pu rappresentare in maniera schematica
e, a dire il vero, un po rigida, come un sistema composto di pi
sottosistemi pi o meno interagenti tra loro. Ci che da unanalisi pi
approfondita emerge pi chiaramente il modo in cui tali sottosistemi
comunicano tra loro. Questo pu avvenire per un input dallalto tramite
una circolare, una provveditoriale, un ordine di servizio che disciplini,
per certi casi, il lavoro comune oppure, come in realt avviene nella
maggior parte delle situazioni, sfruttando i legami personali che si sono
creati tra soggetti appartenenti alle differenti strutture.
Laddove esista un legame informale, unamicizia che vada di l dal
semplice rapporto professionale, allora pi probabile che la
comunicazione raggiunga livelli di circolarit pi ottimali con buone
ricadute anche sullefficienza e lefficacia dellintero sistema.
La prevalenza dei fini organizzativi sui moventi personali, della

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personalit organizzativa su quella individuale, qualifica il carcere come


organismo troppo spesso autoreferenziale che, quindi, perde sovente di
vista il reale obbiettivo sancito dalla Costituzione della Repubblica
Italiana allart. 272 che pone al centro dellintervento la persona
detenuta.
Se a questo aggiungiamo il sovraccarico di lavoro dovuto alla
carcerizzazione della miseria, in atto da anni sullonda del principio della
tolleranza zero, importato in Italia dalla New York di Rudolph Giuliani
ed esteso dal 2001 ai poveri tra i poveri, i migranti dai paesi a forte
pressione migratoria reale origine del sovraffollamento delle strutture
carcerarie, rappresentando da soli circa il 75% degli ingressi in una Casa
Circondariale come quella di Pisa credo venga da porsi seri
interrogativi sulla reale consistenza delle professioni penitenziarie e
soprattutto sulla percezione che ogni singolo operatore possa avere che il
proprio lavoro sia effettivamente dotato di senso.
Restringiamo il campo alla professione delleducatore carcerario
che, almeno in teoria, assume un ruolo di importanza determinante in un
sistema complesso e turbolento come una casa circondariale.

2. Professione educatore carcerario


Leducatore penitenziario non lunico operatore cui sono affidati
compiti di mediazione, informazione, sostegno e facilitazione ai detenuti
presenti nellistituto, ma chiamato ad intervenire in un sistema
multiprofessionale. Ciononostante la competenza sociopedagogica,
peculiare alleducatore, in rapporto agli obbiettivi sopra descritti ed al

2 Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 27 co. 3: Le pene non possono consistere in
trattamenti contrari al senso di umanit e devono tendere alla rieducazione del condannato.

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dettato costituzionale, risulta in primissimo piano. Ad esso vengono


richiesti una serie di atteggiamenti, una disponibilit prioritaria
allascolto, una manifestazione di fiducia nelle potenzialit personali del
soggetto dellintervento non condizionata al tipo di condotta che il
soggetto stesso mantiene o altri modi di porsi che pi frequentemente si
rinvengono nellarea degli interventi cosiddetti riabilitativi. Inoltre, ci
che qualifica lazione delleducatore, in senso propriamente
professionale e ne rende tipico il significato, il richiamo ai valori
dellimpegno per una formazione personale e sociale di ciascun detenuto
Tale impegno la normativa vuole che si debba manifestare sia
attraverso una testimonianza diretta, come ad esempio nella presenza
quotidiana in carcere, sia attraverso un'azione volta esplicitamente a
sollecitare, favorire e sostenere la realizzazione in istituto di attivit a
contenuto formativo capaci di costituire per i detenuti valida fonte di
orientamento e di motivazione per un rinnovato progetto di vita.
Nella circolare n. 2625/5078, del 01/01/79, della DGIPP si
affermava che:
la peculiare posizione attribuita dalla legge a questa nuova figura
all'interno dell'organizzazione penitenziaria corrisponde alla concezione
dell'educatore come di un operatore interamente dedicato alla cura dei
problemi individuali o di gruppo, che i soggetti in difficolt presentano
e, quindi, a stabilire con quei soggetti rapporti pedagogicamente validi,
capaci di umanizzare l'intervento rieducativo e di facilitare il processo
di reinserimento sociale.
Tra le competenze operative attribuite agli educatori, sono
molteplici quelle che riguardano il trattamento rieducativo dei

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condannati e degli internati accanto a quelle previste a favore degli


imputati sottoposti a custodia cautelare. Tra le prime emergono quelle
che riguardano il colloquio di primo ingresso, espressamente previsto
dall'art. 23 del reg. esec., che riguarda i soggetti che vengono a contatto
per la prima volta col carcere, per valutarne problematiche specifiche,
interventi necessari e disponibilit del soggetto al sostegno.
Pur non trattandosi di una vera e propria fase di osservazione della
personalit, in quanto questa ha inizio solo con l'acquisizione da parte
del detenuto della posizione giuridica di definitivo, questo primo
approccio ha lo scopo di individuare quelle personalit che necessitano
di un ulteriore approfondimento per le quali si fa rapporto all'quipe e
quando occorra anche ai centri di assistenza dei tossicodipendenti ed ai
centri di igiene mentale, relazionando all'Autorit giudiziaria competente
nonch al Magistrato di sorveglianza sulle condizioni del soggetto.
La professione delleducatore penitenziario, sembrerebbe, quindi,
altamente significativa e dotata di senso, ricca di valori e determinante
nella qualificazione personale degli operatori. In effetti sarebbe cos se
non fosse che nella vita concreta di un carcere ben poco spazio e ben
poco tempo sono resi disponibili allo svolgimento delle attivit che il
ruolo di educatore richiederebbe cosa che riduce notevolmente il grado
di soddisfazione dei singoli operatori e acuisce le contraddizioni e i
conflitti sia allinterno della stessa area trattamentale che nei riguardi
degli altri sottosistemi carcerari, in primis la sicurezza.
Il Provveditorato Regionale dellAmministrazione Penitenziaria
toscano ha pubblicato, il 4 ottobre 2005, un interessante quanto
illuminante rapporto sulla situazione delle aree trattamentali degli istituti

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toscani, contenuto nellesposizione dei piani trattamentali3, in cui si e


evidenziano le carenze di organico delle professioni educative in
rapporto al flusso dei detenuti nellarco di un anno.

Operatori area pedagogica


Flusso detenuti anno 2005
detenuti entrati anno 2005

Capo area pedagogica


detenuti al 14/2/06

educatori
Totale 3993 9424 13417 18 26 44
Tabella 1 - Situazione detenuti-educatori negli istituti toscani. Anno 2005-2006.
Fonte: PRAP toscano

3 PRAP toscano, Lobbiettivo strategico del PRAP tra 2005 e 2006 e le pianificazioni trattamentali
distituto, Sollicciano, Firenze, 4 ottobre 2005.

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9424
10000

8000 detenuti entrati anno 2005


6000 educatori

4000
26
2000

Figura 1- Rapporto numerico detenuti ed educatori anno 2005


Fonte PRAP toscano

9424
10000

8000 detenuti entrati anno 2005


6000 Operatori area pedagogica

4000
44
2000

Figura 2 - Rapporto numerico detenuti-area educativa anno 2005


Fonte: PRAP toscano

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13417

14000
12000
10000 Flusso detenuti anno 2005
8000 Operatori area pedagogica
6000
4000
44
2000
0

Figura 3 - Rapporto numerico flusso detenuti ed area educativa anno 2005


Fonte: PRAP toscano

Dai dati, ma soprattutto dalle figure, emerge un elemento altamente


significativo: in Toscana, nel 2005, il carico di lavoro per ogni operatore
di area pedagogica ammontava a circa 305 detenuti. importante notare
che stato preso in esame il flusso di detenuti e non le sole presenze in
quanto, per le funzioni proprie delleducatore carcerario, il lavoro che gli
compete relativo non soltanto al trattamento delle persone ristrette ma,
soprattutto, come abbiamo visto, al rapporto diretto con coloro che vi
entrano, fosse pure per qualche ora soltanto.
Se escludiamo i capiarea, dediti a mansioni pi burocratiche, e
limitiamo il campo ai soli educatori che effettivamente svolgono
lattivit a contatto con i detenuti, il dato si fa maggiormente allarmante.
Abbiamo, infatti, un educatore teoricamente a disposizione mediamente
di 516 detenuti. Non che con lindulto le cose siano migliorate, anzi, con
il provvedimento di legge si toccato il dato delle presenze ma rimasto
pressoch invariato quello delle entrate, quindi il flusso.

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Crolla cos la possibilit di realizzare gli obbiettivi professionali e


normativi che stanno alla base dellistituzione dellarea educativa. Non
infatti possibile svolgere n un ascolto sistematico dellutenza pi
debole e fragile, n la possibilit di aiutare a sviluppare programmi di
inserimento sociale a tutti coloro che ne avrebbero diritto e neppure
rendono possibile selezionare adeguatamente le persone da proporre per
lammissione ai benefici dei permessi premio e delle misure alternative
al carcere, cos come non tutelano i soggetti meno adattabili al regime
carcerario e perci pi reattivi spesse volte verso e contro se stessi e
spesse volte in maniera letale4
Che ne , dunque, del senso della professione delleducatore
penitenziario? Di quel conferimento di senso che il lavoro, parte
fondamentale e costitutiva della fase adulta di un essere umano,
contribuisce in larga misura ad ampliare le sue possibilit di libert e
scelta responsabile? Lipotesi evidente: esiste dunque un nesso tra il
senso del lavoro di un operatore carcerario ed il senso del lavoro inteso
come formazione del detenuto in previsione della sua riabilitazione e
reinserimento in societ?
Allargando il campo potremmo osservare le particolari
caratteristiche che emergono nel lavoro in una istituzione totale come il
carcere. Il rischio di generalizzare altissimo, ce ne rendiamo conto, ma
dopo un anno di osservazione partecipante in un carcere molto forte la
sensazione di esserci trovati di fronte ad un sistema dove il lavoro sia
incarcerato nello stesso modo in cui lo sono i lavoratori.
Tengo a precisare che, per quanto riguarda la Polizia Penitenziaria,

4 Provveditorato Regionale Toscano dellAmministrazione Penitenziaria Settore trattamentale,


Educatori: gravi carenze, un appello alla Regione e allANCI, Firenze, 7 marzo 2006.

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essa trattata soltanto marginalmente, nel presente lavoro, in quanto, pur


con tutta una serie di problematiche, alcune delle quali derivate proprio
dal suo compiersi allinterno di unistituzione totale, tuttavia dotata di
una forza contrattuale molto forte, talvolta pi forte della stessa
istituzione, cosa che certamente meriterebbe una trattazione a s e
riteniamo di non dover approfondire in questo luogo in quanto ci
porterebbe lontano dalle ipotesi iniziali.
Il lavoro debole nellistituzione penitenziaria rappresentato,
abbiamo visto, dagli operatori dellarea educativa ma lo certamente in
misura maggiore dagli stessi detenuti, almeno quelli che lavorano.

3. Il lavoro rende liberi?


Arbeit macht frei, recitava la scritta posta sul cancello del lager di
Auschwitz. Certamente era una frase carica di spirito sardonico e, visto il
modo in cui venivano liberati i prigionieri, macabro. Da quel Il lavoro
rende liberi allodierno Art.20 comma 2 dellOrdinamento Penitenziario
nostrano, "Il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed
remunerato, il salto abissale, soprattutto per la cultura che soggiace ai
principi base del dettato di legge che sono gli stessi che hanno generato
il gi citato Art.27 comma 3 della Costituzione, nonch, nello stesso
ordinamento penitenziario, linserimento anche del lavoro tra gli
elementi del trattamento penitenziario.
Ulteriori passi in avanti si sono compiuti con i successivi Artt. 21 e
22 OP tramite i quali si tenta di proiettare allesterno, pur con le dovute
prescrizioni e cautele, quei detenuti che ne posseggano i requisiti.
LArt.22, in particolar modo, si rese necessario per evitare il rischio che,

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vista la posizione decisamente debole contrattualmente, la manodopera


proveniente dal carcere corresse il rischio di tramutarsi in mero
sfruttamento. Tuttavia, laumento delle garanzie a favore del lavoratore
detenuto, lo rendono sempre meno appetibile sul mercato del lavoro e
questo ha portato paradossalmente alla condizione in cui gli unici lavori
concretamente affidabili a detenuti sono quelli allinterno degli istituti
con la conseguente perdita degli obbiettivi formativi che la stessa legge
riservava allo strumento del lavoro. superfluo sottolineare quanto
basso possa essere il livello di soddisfazione personale portato da lavori
di bassa qualificazione, limitata complessit e produttivit tipici dei
lavori interni al carcere. Per non parlare della scarsa utilit che essi
rappresentano in ottica futura, nella vita libera del dopo-pena.
Soprattutto lelemento che fa di una professione unattivit
redditizia, stimolante e, quindi, formativa, totalmente assente: la libera
scelta.
Il Dipartimento dellAmministrazione Penitenziaria ci dice che al
30 giugno 2007 erano considerati lavoranti 12.609 detenuti ristretti nelle
patrie galere, cio il 28.7% del totale dei presenti a quella data. Di questi
ben 11.005, pari all87.3%, risultano alle dipendenze della stessa
Amministrazione. Il rimanente 12.7% lavora alle dipendenze di altri. Nei
numeri forniti dal DAP sono nascosti alcuni elementi interessanti, come,
per esempio, il fatto che di quei 1.604 detenuti che lavorano non alle
dipendenze dellAmministrazione, soltanto il 58% lavori di fatto
allesterno dellistituto di pena, il restante 42% continua a lavorare
allinterno del carcere. Viceversa esistono, sparsi nei vari istituti dItalia,
ben 267 persone che, pur stipendiate dallAmministrazione Penitenziaria,

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lavorano fuori dal carcere, dato questo che potrebbe far pensare ad un
DAP ad alto tasso filantropico, disposto, quindi a sborsare parte delle gi
esigue risorse per mantenere lavoratori che svolgono attivit per altri
enti. Non esattamente cos. Per attivit extramuraria si intende anche il
lavoro presso le locali sedi dellUEPE e nelle caserme della Polizia
Penitenziaria cosa che, specialmente visti gli ultimi sviluppi in materia di
inserimento della Polizia Penitenziaria allinterno dellesecuzione penale
esterna, non porta certamente la persona allesterno dellistituzione. Del
resto, una delle principali difficolt che si incontrano nel reperire
imprese private che assumano detenuti in Art.21 consiste nel fatto che,
mentre per la Pubblica Amministrazione previsto che il detenuto possa
svolgere la sua attivit senza ulteriori controlli, quando si tratta di
imprese private, il lavoro deve svolgersi sotto il diretto controllo della
direzione dellistituto a cui il detenuto o linternato assegnato, la quale
pu avvalersi a tal fine del personale dipendente e del servizio sociale5.
Non facile trovare datori di lavoro privati che siano disposti a
sottostare agli sguardi indiscreti della giustizia o di chi ne fa le veci.
Si tentato, successivamente, di ammorbidire limprenditoria
privata nei confronti del bacino dei lavoratori ristretti, provando a
stimolarne il lato economico. La legge Smuraglia 6 si intitola appunto
Norme per favorire lattivit lavorativa dei detenuti, ed ha lo scopo di
introdurre sgravi fiscali per le imprese che assumano detenuti. Tali sgravi
si sono concretizzati con il Decreto Interministeriale del 9 novembre

5 Art. 21 comma 3 Ordinamento Penitenziario


6 Legge 22 giugno 2000 n193. Lart. 3 recita, al primo comma: Sgravi fiscali devono essere
concessi alle imprese che assumono lavoratori detenuti per un periodo di temo non inferiore ai
trenta giorni o che svolgono effettivamente attivit formative nei confronti dei detenuti, e in
particolare dei giovani detenuti. Le agevolazioni di cui al presente comma si applicano anche nei
sei mesi successivi alla cessazione dello stato di detenzione.

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2001 che riduce dell80% le aliquote complessive INPS dovute dalle


cooperative sociali che assumono detenuti in Art.21 e, allinizio del
2002, con lintroduzione di un apposito regolamento7 che fissa nella
misura di 516,46 euro il credito mensile di imposta a favore delle
imprese per ogni lavoratore assunto.

7 Decreto Interministeriale 25 febbraio 2002, n87, Regolamento recante sgravi fiscali alle imprese
che assumono lavoratori detenuti.

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DETENUTI PRESENTI
DETENUTI LAVORANTI ALLE DETENUTI LAVORANTI NON ALLE
DIPENDENZE DIPENDENZE TOTALE DETENUTI
DELL'AMMINISTRAZIONE DELL'AMMINISTRAZIONE LAVORANTI
DATA PENITENZIARIA PENITENZIARIA
RILEVAZ.
% SUI % SUI % SUI % SUI % SUI
LAVOR. PRESENTI LAVOR. PRESENTI PRESENTI

30/06/1990 31.680 10.790 84,48 34,06 1.982 15,52 6,26 12.772 40,32
31/12/1990 25.804 9.543 86,55 36,98 1.483 13,45 5,75 11.026 42,73
30/06/1991 31.053 9.594 89,66 30,90 1.106 10,34 3,56 10.700 34,46
31/12/1991 35.469 9.615 88,19 27,11 1.287 11,81 3,63 10.902 30,74
30/06/1992 44.424 10.698 91,21 24,08 1.031 8,79 2,32 11.729 26,40
31/12/1992 47.316 9.766 88,68 20,64 1.247 11,32 2,64 11.013 23,28
30/06/1993 51.937 9.861 88,34 18,99 1.301 11,66 2,50 11.162 21,49
31/12/1993 50.348 9.398 87,35 18,67 1.361 12,65 2,70 10.759 21,37
30/06/1994 54.616 9.995 86,98 18,30 1.496 13,02 2,74 11.491 21,04
31/12/1994 51.165 10.061 87,59 19,66 1.426 12,41 2,79 11.487 22,45
30/06/1995 51.973 9.979 83,83 19,20 1.925 16,17 3,70 11.904 22,90
31/12/1995 46.908 10.351 86,59 22,07 1.603 13,41 3,42 11.954 25,48
30/06/1996 48.694 9.989 85,11 20,51 1.747 14,89 3,59 11.736 24,10
31/12/1996 47.709 10.222 85,41 21,43 1.746 14,59 3,66 11.968 25,09
30/06/1997 49.554 10.156 84,45 20,49 1.870 15,55 3,77 12.026 24,27
31/12/1997 48.495 10.033 85,68 20,69 1.677 14,32 3,46 11.710 24,15
30/06/1998 50.578 10.691 86,55 21,14 1.661 13,45 3,28 12.352 24,42
31/12/1998 47.811 10.356 87,47 21,66 1.483 12,53 3,10 11.839 24,76
30/06/1999 50.856 10.253 85,66 20,16 1.717 14,34 3,38 11.970 23,54
31/12/1999 51.814 10.421 87,55 20,11 1.482 12,45 2,86 11.903 22,97
30/06/2000 53.537 10.978 87,19 20,51 1.613 12,81 3,01 12.591 23,52
31/12/2000 53.165 11.121 86,85 20,92 1.684 13,15 3,17 12.805 24,09
30/06/2001 55.393 11.784 85,30 21,27 2.031 14,70 3,67 13.815 24,94
31/12/2001 55.275 11.784 85,25 21,32 2.039 14,75 3,69 13.823 25,01
30/06/2002 56.277 12.110 84,36 21,52 2.245 15,64 3,99 14.355 25,51
31/12/2002 55.670 11.213 83,22 20,14 2.261 16,78 4,06 13.474 24,20
30/06/2003 56.403 11.198 82,16 19,85 2.432 17,84 4,31 13.630 24,17
31/12/2003 54.237 11.463 83,23 21,14 2.310 16,77 4,26 13.773 25,39
30/06/2004 56.532 11.951 84,08 21,14 2.263 15,92 4,00 14.214 25,14
31/12/2004 56.068 12.152 82,75 21,67 2.534 17,25 4,52 14.686 26,19
30/06/2005 59.125 11.824 81,01 20,00 2.771 18,99 4,69 14.595 24,68
31/12/2005 59.523 12.723 81,68 21,37 2.853 18,32 4,79 15.576 26,17
30/06/2006 61.264 12.591 81,23 20,55 2.910 18,77 4,75 15.501 25,30

Tabella 2 - Detenuti lavoranti Serie storica giugno 1990 giugno 2006


Fonte: DAP

24
Andrea Douglas Ciardelli Il lavoro imprigionato

45,00
40,00
35,00
30,00
25,00
20,00
15,00
10,00
5,00
0,00
giu-91

giu-92

giu-94
giu-95

giu-97
giu-98
giu-99

giu-00
giu-01
giu-02

giu-03
giu-04

giu-05
giu-06
giu-90

giu-93

giu-96
Figura 4 - Andamento della percentuale lavoranti/presenti
Serie storica giugno 1990 - giugno 2006
Fonte: DAP

Come la tabella e la figura evidenziano non si assistito


allaumento del lavoro per i detenuti cos come auspicato
dallintroduzione della legge Smuraglia, anzi, negli anni
immediatamente successivi alla sua emanazione, il lavoro sembrerebbe
essersi addirittura dimezzato.

Anno di Lavoro esterno Lavoranti non Percentuale Art.21


Totale detenuti Percentuale Art.21
riferiment (Art.21 alle dipendenze su lavoranti non
lavoranti su totale lavoranti
o L.354/75) DAP DAP
2001 336 2.039 16,48% 13.823 2,43%
2002 329 2.261 14,55% 13.474 2,44%
2003 424 2.310 18,35% 13.773 3,08%
2004 447 2.534 17,64% 14.686 3,04%
2005 543 2.854 19,03% 15.577 3,49%
2006 332 1.538 21,59% 12.021 2,76%
Tabella 3 - Detenuti ammessi al lavoro esterno ai sensi dell'Art 21 OP e rapporto
con detenuti lavoranti DAP e totali. Serie storica 2001-2006.
Fonte: ns. elab. su dati DAP

25
Il lavoro imprigionato Andrea Douglas Ciardelli

25,00%

20,00%

15,00% Percentuale Art.21 su


lavoranti non DAP
Percentuale Art.21 su totale
10,00%
lavoranti

5,00%

0,00%
2001 2002 2003 2004 2005 2006

Figura 5 - Andamento delle percentuali di detenuti ammessi all'Art.21 in rapporto ai


lavoranti non DAP e totali. Serie storica 2001-2006
Fonte: ns. elaborazione su dati DAP

Significativo e positivo appare, invece, ci che landamento delle


ammissioni al lavoro esterno di detenuti secondo lArt.21 dellO.P. negli
anni che vanno dal 2001 al 2006. Si assistito, diremmo anzi che si sta
assistendo, ad un notevole flusso verso lesterno di detenuti cui viene
concessa fiducia per poter lavorare esternamente alla struttura detentiva.
Abbiamo usato il termine fiducia non senza cognizione di causa. Infatti
lArt.21, contrariamente a ci che comunemente si pensa, non una
misura alternativa alla detenzione che viene concessa dal Magistrato di
Sorveglianza a seguito di pi o meno approfondite inchieste sulla
personalit ed idoneit del soggetto da parte dei vari enti preposti,
educatori e sorveglianza in primis, ma un provvedimento la cui
responsabilit cade quasi per intero sul direttore della struttura presso cui
il detenuto ospite, il Magistrato interviene soltanto per ratificare il
provvedimento. chiaro, quindi, che la fiducia sia la chiave principale in
grado di dare il via al provvedimento. La fiducia, ovviamente, di per s

26
Andrea Douglas Ciardelli Il lavoro imprigionato

pu, per, non essere sufficiente in assenza di un adeguato coraggio e


spirito innovatore del direttore dellistituto che, sia detto per inciso, nel
caso malaugurato in cui un detenuto in art.21 commetta qualche azione
clamorosa, rischia letteralmente il posto di lavoro, oltre che la faccia.
Ad osservare il positivo andamento delle concessioni della misura
negli ultimi anni sembrerebbe che i fattori fiducia, coraggio e spirito
innovatore, siano tutti di segno positivo, almeno in un numero sempre
maggiore di direttori. C da dire, in proposito, che da qualche anno si
sta assistendo ad un certo ricambio generazionale dei capi distituto dove
pare sempre pi frequente la probabilit di incontrare persone di giovane
et ricche dentusiasmo e capacit di affrontare con il giusto spirito un
ambiente di per s complesso e scivoloso come il sistema carcere.
La fiducia che sempre pi presente nei dirigenti degli istituti fa
fatica ad entrare nellordine didee degli imprenditori che potrebbero
assumere detenuti sia in Art.21 che a fine pena, visto che la legge
prevede che gli sgravi abbiano valore fino a sei mesi dopo il fine pena.
Un detenuto resta sempre un detenuto, un carcerato, un galeotto, per il
mondo esterno, soprattutto per coloro cui viene proposto di assumerlo
nella propria impresa. Gli effetti della stigmatizzazione si fanno cos
sentire in tutta la loro franchezza ed cos potente da sovrastare i
vantaggi fiscali offerti dalla legge Smuraglia: pi forte del portafoglio,
insomma.
Una delle possibilit duscita la stanno offrendo gli stessi direttori
penitenziari che, tramite le relazioni personali sul territorio, riescono a
trasmettere la fiducia concessa da parte loro ai detenuti anche ad alcuni
imprenditori, spesso e volentieri impegnandosi personalmente nel

27
Il lavoro imprigionato Andrea Douglas Ciardelli

garantire per le persone che hanno intenzione di far uscire dal carcere per
lavorare.
Si pu sostenere che il lavoro sia in continua tensione tra due scopi:
la necessit e la libert.
Necessit di lavorare per la sopravvivenza proprie e della propria
progenie. Abbagnano definisce il lavoro come l'attivit diretta a
utilizzare le cose naturali o modificare l'ambiente per l'appagamento dei
bisogni umani. Il concetto del lavoro implica perci: 1) la dipendenza
dell'uomo, quanto alla sua vita e ai suoi interessi, dalla natura: il che
costituisce il bisogno; 2) la reazione attiva a questa dipendenza,
costituita da operazioni pi o meno complesse dirette all'elaborazione o
all'utilizzazione degli elementi naturali; 3) il grado pi o meno elevato
di sforzo, di pena o fatica, che costituisce il costo umano del lavoro8
Pi orientato sul lavoro come progetto di vita il sociologo Gallino
che d del lavoro la seguente definizione: un'attivit intenzionalmente
diretta, mediante un certo dispendio di tempo e di energia, a modificare
in un determinato modo le propriet di una qualsiasi risorsa materiale
(un blocco di metallo, un appezzamento di terra) o simbolica (una serie
di cifre o di parole) [] - modo che rappresenta lo scopo del lavoro -
onde accrescerne l'utilit per s o per altri, col fine ultimo di trarre da
ci, in via mediata o immediata, dei mezzi di sussistenza9.
Sul fronte della funzione liberante del lavoro riteniamo importante
segnalare il rifiuto, da parte soprattutto di Hannah Arendt, della
concezione del lavoro come attivit umanizzante e liberatoria dato che
solo al di l della necessit inizierebbe la sfera della libera attivit.
8 Nicola Abbagnano, voce Lavoro, in Dizionario di filosofia, terza edizione aggiornata e ampliata
da Giovanni Fornero, Torino, UTET, 1998, p. 626
9 Luciano Gallino, voce Lavoro, in Dizionario di sociologia, Torino, ed UTET, 1983, p. 407

28
Andrea Douglas Ciardelli Il lavoro imprigionato

Primum edere deinde philosophare dicevano gli antichi, e la Arendt


sembra in un certo qual modo seguirne il precetto quando si chiede come
sia possibile che lattivit lavorativa, che si attua nella sfera della
necessit e della coercizione naturale, nella circolarit di bisogno-
soddisfazione, dia luogo allumanizzazione e alla libert e ritiene essere
quindi impossibile lemancipazione delluomo dal lavoro.10 Il lavoro
produttivo carattere peculiare dellet moderna, a differenza delle
comunit classiche, dove non occupava una posizione cos alta e la
contemplazione stessa era divenuta priva di senso11
Perch il lavoro sia effettivamente liberante deve consentire di
sperimentare la libert come possibilit data alluomo, fin dalla nascita,
di vivere la propria identit in un sistema di relazioni significative
spalmate in un certo arco temporale: la vita come storia e la libert come
possibilit di scegliere per la propria storia.

4. Il lavoro nella sociologia relazionale


Il lavoro non prerogativa esclusiva n della sfera politica, n di
quella economica, n, tantomeno di quella giuridica. Esso di per s un
fatto sociale multidimensionale che vive della societ e che contribuisce
a costruirla, quindi risulta essere un fatto della vita morale 12 in cui i
fattori politico, economico, di libert e controllo non possono agire
autonomamente ed indipendentemente gli uni dagli altri ma vanno ad
integrare la realt relazionale del lavoro. Nel caso prevalgano i fattori
economici o politici il lavoro perde la qualit di genere proprio (sui

10 Cfr. Guido Neri, prefazione a Hannah Arendt, Lavoro, opera, azione, Verona, Ombre Corte, 1997,
p. 17
11 Hannah Arendt, Lavoro, opera, azione, cit. pp.43-44
12 Pierpaolo Donati, Il lavoro che emerge, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, p.27.

29
Il lavoro imprigionato Andrea Douglas Ciardelli

generis) che ne fa una forma di agire sociale dotata di senso e di


capacit innovativa, oltrech performativa13.
Continuando nelluso dellapproccio socio-relazionale si pu
osservare come, utilizzando lo schema AGIL14, il lavoro sia una
relazione con mezzi (gli strumenti del lavoro), obbiettivi (lintenzionalit
del lavoro), regole (le norme del lavoro) e valori (i criteri che
attribuiscono il valore al prodotto del lavoro) 15 e quindi non possa essere
ridotto a nessuna delle dimensioni presa singolarmente.
La particolarit consiste che mentre A, G ed I si situano su un piano
orizzontale, la latenza dei valori (non gi il mantenimento del modello
culturale, ma la sua continua reinterpretazione!) rimanda ad una
dimensione verticale []. L listanza valutativa (o valoriale o anche
etica) che percorre tutte le relazioni sociali (dunque AGIL), e quindi
interroga tutte le funzioni. unesigenza riflessa in tutti gli altri poli
funzionali. Sul piano del funzionamento generale della societ, L
fornisce il medium della reciprocit. [L] rappresenta il punto-momento
in cui la societ eccede se stessa come societ umana. [] Se non ci
fosse il valore non ci sarebbe mondo sociale umano, n azione umana,
n dunque il bisogno di una bussola per orientarsi in esso. E non si
intenda parlando di valore di rappresentare un elemento idealistico, un
puro simbolo, uneredit della tradizione, ma bens una relazione.16
Come dice lo stesso Donati, questo approccio pu essere un valido
strumento per orientarsi nella societ complessa in cui allidea di lavoro
13 Donati, Il lavoro che emerge, cit.., pp. 51-52
14 Adaptation, Goal, Integration, Latency. Cfr. Pierpaolo Donati, Teoria relazionale della societ,
Milano Franco Angeli, 1991, capitolo 4, Una bussola per la sociologia: lo schema AGIL, in cui
lautore ridefinisce le quattro dimensioni dello schema AGIL come economica (A), politica (G),
sociale (I) e culturale (L).
15 Donati, Il lavoro che emerge, cit.., pp.48-52..
16 Donati, Teoria relazionale della societ, cit., pp.257-261

30
Andrea Douglas Ciardelli Il lavoro imprigionato

strumentale o codificata nei termini servo/padrone si sostituisce il saper


generare e rigenerare umanizzazione nelle relazioni di scambio17, la
stessa umanizzazione di cui parla la costituzione riguardo al come
dovrebbe essere la pena per i detenuti ed in definitiva vera chiave per
poter riappropriarsi delle capacit di scegliere responsabilmente, nel
contesto sociale e nel tempo storico in cui si vive, le vie della propria o
dellaltrui libert.

5. Il lavoro imprigionato
Alla luce di queste ultime considerazioni si capisce ci che pu aver
spinto ad introdurre la dimensione del lavoro allinterno delle funzioni
del trattamento penitenziario. Tuttavia, lincontro tra la teoria, enunciata
e legiferata, e la prassi, denunciata talvolta dagli stessi operatori ed
evidenziata dallenorme mole di ordini di servizio che, di fatto,
costituiscono il reale corpus normativo allinterno di un istituto, pare
essersi realizzato soltanto in parte.
Sovraffollamento, numero eccessivo di detenuti in attesa di giudizio
- privi di trattamento, riservato ai definitivi-, carenza di risorse e di
personale dellarea pedagogica sono le condizioni standard di
carcerazione nel nostro paese che, di fatto, vanificano le buone
intenzioni di cui sono lastricate la Costituzione e le leggi successive in
materia penale.
A dire il vero, in carcere si lavora ma, per la cronica incapacit
dellistituzione penitenziaria di offrire opportunit serie per migliorare le
possibilit di inserimento lavorativo dei detenuti cui si unisce la
situazione esterna in cui il carcere provoca diffidenza, paura, chiusura, si
17 Donati, Il lavoro che emerge, cit., p.47

31
Il lavoro imprigionato Andrea Douglas Ciardelli

tratta nella quasi totalit dei casi di attivit lavorative autoreferenziali,


rivolte, cio, al mantenimento della stessa struttura carceraria, quindi
priva della dimensione socio-relazionale di cui parlavamo poco sopra.
Chi lavora lo fa dentro il carcere e lunico senso che si pu dare a ci
lallontanamento del detenuto dallozio forzoso, una delle molte pene
accessorie taciute in sentenza, e lutilizzo del lavoro come ulteriore
strumento di controllo, fidelizzazione con listituzione ed infine
neutralizzazione del soggetto.
Il detenuto che lavora nel carcere viene chiamato simbolicamente
lavorante, allo stesso modo la paga che gli viene riconosciuta per legge
non si chiama stipendio ma, bens, mercede, quasi a marcare la scarsa
produttivit del lavoro carcerario e la giustificazione, sotto questo
angolo visuale, della sua riduzione sul piano retributivo. Al lavoratore
viene assicurato un compenso, non coordinato sinallagmaticamente alla
prestazione, cio no correlato ad essa in termini di corrispettivit, e di
ammontare inferiore a quello previsto per il lavoro libero18.
Riguardo linserimento esterno, sia esso a fine pena oppure
nellambito di misure alternative o Art.21, esso risente pesantemente
della scarsa qualificazione acquisita col lavoro in carcere, scollegato
totalmente con il lavoro reale. Basti, per questo, ricordare i termini con
cui vengono distinte le varie mansioni del lavoro domestico: scopino,
scrivano, portavitto, spesino ecc., sono tutti termini che simboleggiano
chiaramente lassenza di legami e corrispondenze con quello che il
lavoro esterno al carcere.
Prima o poi, per, dal carcere si esce tranne rarissimi casi , e ci si
imbatte nel mondo del lavoro, quello vero. Tuttavia entrare, o rientrare,
18 Monica Vitali, Il lavoro penitenziario, Milano, Giuffr, 2001, p.33

32
Andrea Douglas Ciardelli Il lavoro imprigionato

nel mondo del lavoro rappresenta, per chi proviene dal circuito penale,
un vero e proprio handicap sia nella forma sociale basti pensare ai
pregiudizi di fronte ad una persona con precedenti penali , sia
sostanziale: in carcere ci si ammala, ci si disabitua allazione, ai tempi ed
ai ritmi della vita esterna. Ecco che, per correre ai ripari, si equiparato
il detenuto al soggetto svantaggiato per cui forgiato un corpus
normativo che ha la particolare caratteristica di tentare di fornire
strumenti di uguaglianza sociale a partire da un diritto diseguale19.
In particolare, la Legge 381 dell8 novembre 1991, Disciplina
delle cooperative sociali specifica come facenti parte delle categorie
svantaggiate e, quindi, in difficolt con laccesso al mondo del lavoro,
anche i condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione
previste dagli articoli 47, 47-bis, 47-ter e 48 20 della Legge 26 luglio
1975, n354, come modificati dalla legge 10 ottobre 1986, n663. Nove
anni dopo, la gi citata Legge Smuraglia, estende la definizione di
persona svantaggiata a tutte le persone detenute o internate negli
istituti penitenziari, i condannati e gli internati ammessi alle misure
alternative alla detenzione e al lavoro esterno21.
Una volta in possesso del titolo di svantaggiato il detenuto, sia
esso sottoposto a misure penali detentive o extradetentive, pu usufruire
dellinserimento, laddove possibile, nelle cosiddette cooperative sociali
di tipo B, che la legge stabilisce debbano essere quelle cooperative
sociali che hanno lo scopo di perseguire linteresse generale della
comunit alla promozione umana e allintegrazione sociale dei cittadini
19 Cfr.Maria Vittoria Ballestrero, Gian Guido Balandi (a cura di), I lavoratori svantaggiati tra
eguaglianza e diritto diseguale, Bologna, Il Mulino, 2005
20 Si tratta degli articoli dellordinamento penitenziario che riguardano laffidamento in prova al
servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibert.
21 Art.1,comma 1 L. 22 giugno 2000, n193, Norme per favorire lattivit lavorativa dei detenuti

33
Il lavoro imprigionato Andrea Douglas Ciardelli

attraverso lo svolgimento di attivit diverse agricole, industriali,


commerciali o di servizi finalizzate allinserimento lavorativo di
persone svantaggiate.22
Qui ci troviamo di fronte ad uno straordinario corto-circuito. La
legge 381, equiparando i detenuti e gli ex-detenuti agli invalidi fisici,
psichici e sensoriali, nonch agli ex-degenti di ospedali psichiatrici,
compresi quelli giudiziari, ed ai soggetti in trattamento psichiatrico, i
tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in et lavorativa in situazioni di
difficolt familiare, non fa altro che ratificare la funzione invalidante del
penitenziario che, vista la triste condizione in cui si trova la funzione
rieducativa della pena, ha buon gioco nel prevalere su questultima.
In caso di successo nel reperimento di un lavoro esterno da parte di
un detenuto crediamo si possa parlare pi che di reinserimento lavorativo
tramite il sistema carcerario, di reinserimento nonostante il sistema
carcerario.

22 Art. 1 L 8 novembre 1991, n381, Disciplina delle cooperative sociali

34
Andrea Douglas Ciardelli Il lavoro imprigionato

Bibliografia

Abbagnano, Nicola, Dizionario di filosofia, terza edizione aggiornata e


ampliata da Giovanni Fornero, Torino, UTET, 1998,

Arendt, Hannah, Lavoro, opera, azione, Verona, Ombre Corte, 1997

Ballestrero, Maria Vittoria Balandi, Gian Guido (a cura di), I


lavoratori svantaggiati tra eguaglianza e diritto diseguale, Bologna, Il
Mulino, 2005

Donati, Pierpaolo, Il lavoro che emerge, Torino, Bollati Boringhieri,


2001

Donati, Pierpaolo, Teoria relazionale della societ, Milano, Franco


Angeli, 1991

Gallino, Luciano, Dizionario di sociologia, Torino, ed UTET, 1983

Provveditorato Regionale Toscano dellAmministrazione Penitenziaria,


Lobbiettivo strategico del PRAP tra 2005 e 2006 e le pianificazioni
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Provveditorato Regionale Toscano dellAmministrazione Penitenziaria


Settore trattamentale, Educatori: gravi carenze, un appello alla Regione
e allANCI, Firenze, 7 marzo 2006.

Vitali Monica, Il lavoro penitenziario, Milano, Giuffr, 2001

35