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externorum negant, ii dirimunt communem humani

generis

liberalitas, bonitas, iustitia funditus tollitur; quae qui tollunt, etiam adversus deos immortales impii iudicandi sunt. Ab iis enim constitutam inter homines societatem evertunt, cuius societatis artissimum vinculum est magis arbitrari esse contra naturam hominem homini detrahere sui commodi causa quam omnia incommoda subire vel externa vel corporis vel etiam ipsius animi. Iustitia enim una virtus omnium est domina et regina virtutum.

beneficentia,

societatem;

qua

sublata

[29] Forsitan quispiam dixerit: Nonne igitur sapiens, si fame ipse conficiatur, abstulerit cibum alteri homini ad nullam rem utili? Minime vero: non enim mihi est vita mea utilior quam animi talis affectio, neminem ut violem commodi mei gratia. Quid? si Phalarim, crudelem tyrannum et immanem, vir bonus, ne ipse frigore conficiatur, vestitu spoliare possit, nonne faciat?

[30] Haec ad iudicandum sunt facillima. Nam si quid ab homine ad nullam partem utili utilitatis tuae causa detraxeris, inhumane feceris contraque naturae legem, sin autem is tu sis, qui multam utilitatem rei publicae atque hominum societati, si in vita remaneas, adferre possis si quid ob eam causam alteri detraxeris, non sit reprehendendum. Sin autem id non sit eiusmodi, suum cuique incommodum ferendum est potius quam de alterius commodis detrahendum. Non igitur magis est contra naturam morbus aut egestas aut quid eiusmodi quam detractio atque appetitio alieni, sed communis utilitatis derelictio contra naturam est; est enim iniusta.

[31] Itaque lex ipsa naturae, quae utilitatem hominum conservat et continet, decernet profecto, ut ab homine inerti atque inutili ad sapientem, bonum, fortem virum transferantur res ad vivendum necessariae, qui si occiderit, multum de communi utilitate detraxerit, modo hoc ita faciat, ut ne ipse de se bene existimans seseque diligens hanc causam habeat ad iniuriam. Ita semper officio fungetur utilitati consulens hominum et ei, quam saepe commemoro, humanae societati.

[32] Nam quod ad Phalarim attinet, perfacile iudicium est. Nulla est enim societas nobis cum tyrannis et potius summa distractio est, neque est contra naturam spoliare eum, si possis, quem est honestum necare, atque hoc omne genus pestiferum atque impium ex hominum communitate exterminandum est. Etenim, ut membra quaedam amputantur, si et ipsa sanguine et tamquam spiritu carere coeperunt et nocent reliquis partibus corporis, sic ista in figura hominis feritas et immanitas beluae a communi tamquam humanitate corporis segreganda est. Huius generis quaestiones sunt omnes eae, in quibus ex tempore officium exquiritur.

4

«Bisogna

aver

riguardo

dei

concittadini,

ma

non

dei

forestieri»,

costoro

dissolvono

l'universale

convivenza

umana; e, distrutta questa, anche la beneficenza, la liberalità, la bontà e la giustizia van distrutte sin dalle fondamenta; e chi distrugge queste virtù dev'essere giudicato empio anche verso gli dei immortali. Perché appunto gli dei hanno costituito fra gli uomini quella società che essi abbattono; società il cui più saldo vincolo è in questo principio: quando un uomo reca danno a un altro uomo per il proprio vantaggio, egli va contro natura assai più che quando patisce ogni sorta di malanni esteriori o corporei o anche morali, che siano intrinsecamente ingiusti, cioè immeritati. In verità, la giustizia è signora e regina di tutte le virtù.

29 Dirà forse qualcuno: «Non potrà dunque un vero sapiente,

che si senta morir di fame, togliere il cibo a un altro uomo perfettamente inutile? [No davvero: perché la mia vita non è

a me più utile di quel che sia una tale disposizione dell'animo che mi vieti di recar danno ad alcuno per mio vantaggio.] E se un uomo dabbene, per non morir di freddo, potesse spogliar delle vesti un crudele e mostruoso tiranno come Falaride,' non dovrebbe egli farlo?».

30 A queste domande è molto facile rispondere. Ecco: se tu,

per il tuo particolar vantaggio, togli qualche cosa a un uomo,

sia pure perfettamente inutile, tu commetti un'azione inumana

e contraria alla legge di natura; ma se, invece, tu sei uno che, rimanendo in vita, può recare gran giovamento alla sua patria

e alla società umana, non meriti alcun biasimo se, appunto

per quello scopo, togli un po' di cibo a un altro. Ma, se non c'è questa giustificazione ideale, oh, allora ciascuno sopporti in pace i suoi propri disagi piuttosto che toglier qualcosa all'agiatezza di un altro. Non pertanto le malattie, la povertà e gli altri malanni di tal genere non sono più contrari alla natura che l'usurpare o anche solo il desiderare la roba degli altri; ma il trascurare la pubblica utilità, questo, sì, è contrario alla natura, perché offende la giustizia.

31 Ecco perché anche la legge naturale, che conserva e assicura il benessere comune, ordina in modo categorico che le cose necessarie alla vita passino da un uomo dappoco e inutile a un uomo sapiente, buono e valoroso, la cui morte potrebbe recar grave danno all'utilità comune; ma con questa riserva, che egli non tragga motivo a commettere atti ingiusti dalla troppa stima e dal troppo amor di se stesso. Entro questi limiti, egli adempirà sempre il suo dovere, provvedendo alla felicità degli uomini e a quella società umana, che io vado così spesso ricordando.

32 Per ciò che riguarda Falaride, la risposta è molto facile.

Fra noi e i tiranni non c'è nessun rapporto sociale, ma

piuttosto

natura

un

incolmabile

abisso;

e

non

è

contro

spogliare, se è possibile, colui che sarebbe onesto uccidere; anzi, tutta questa scellerata ed empia genia dovrebbe esse re sterminata dal consorzio umano. In verità, come si amputano certe membra, quando esse cominciano a mancar di sangue e quasi di vita e nuocciono alle altre parti del corpo, così codesta mostruosa crudeltà di belva in sembianza d'uomo dev'essere estirpata dalla pura e schietta umanità del consorzio civile. Di tal genere sono tutte quelle questioni nelle quali si studia il comportamento del dovere nelle varie circostanze.