NUMERO

54

INTERVISTE

AUTUNNO 2016 | COPIA GRATUITA | WWW.BEAUTIFULFREAKS.ORG

LIVE

RECENSIONI

RUBRICHE

Sommario
INTERVISTE
5 Discopiù / Elastic Rock
CONCERTI

6
8

Blonde Redhead
XIX

RECENSIONI


9 Le Specialità Tipiche
10 Full Length
26 EP

RUBRICHE
29 Bu!Cce Candite
33 33 Giri Di Piacere

34 L’opinione Dell’incompetente
36 Chi L’ha Visti?

LE RECENSIONI
Fuzz Orchestra | Sorge | Frei | Le Sacerdotesse Dell’Isola Del Piacere | GueRRRa | Masai | Giorgio Canali e
Rossofuoco | Kleinkief | Babbutzi Orkestar | Hugomorales | Jenny Penny Full | Bruno Belissimo | L.U.C.A.
| Incomprensibile FC | Music For Eleven Instruments | Verdiana Raw | The Please | Majakovich | Manuel
Volpe & Rhabdomantic Orchestra | Andrea Fardella | Venus In Fur | The D | Buddah Superoverdrive | So
Does Your Mother | Night Knight | Uli | OndAnomala | MILF ||| Cagliostro | Electroadda | Pin Cushion
Queen | XIX | Il Distacco | Stray Socks And The Old Shoes //

BEAUTIFUL FREAKS
Sito web: www.beautifulfreaks.org E-mail Redazionale: redazione@beautifulfreaks.org
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WikiFreaks: www.beautifulfreaks.org/wikifreaks E-mail Wiki: wikifreaks@beautifulfreaks.org
Direttore editoriale: Andrea Piazza
Caporedattore: Agostino Melillo
Direttore responsabile: Mario De Gregorio
Redazione: Maruska Pesce, Marco Mazzinga, Marco Petrelli, Vincenzo Pugliano, Paolo Sfirri,
Bernando Mattioni, Antonia Genco, Lorenzo Briotti, Rubby.
Hanno collaborato: Alberto Sartore, Marica Lancellotti, Andrea Plasma, Piergiorgio Castaldi,
Elisa Angelini, Daniela Fabozzi, Daniele Bello, Andrea Schirru, Giacomo Salis, Alberto Giusti, Greta
Margherita, Francesco Angius, Tiziano Ciasco, Ocramilluna. Infine un ringraziamento particolare a
Marco M., Vincenzo P. e Pablo S.
Le illustrazioni sono di Greta Margherita, le illustrazioni di Bu!Cce Candite sono di Antonia
Genco, l’omaggio ai 20 anni di SWOS 95/96 a pagina 28 è di Andrea Piazza.
Beautiful Freaks è una testata edita da Associazione Culturale Hallercaul
Registrazione al Roc n° 22995

editoriale

Ogni tanto in redazione c’è da fare per ore quel lavoro ripetitivo da scimmietta di combinazioni,
tasti e click, che serve a renderti le cose più facili in seguito. Spesso e volentieri metto in
sottofondo qualche album drone o ambient ma solo per spaventare eventuali curiosi o per
ticchettare a tempo con il ctrl+c, ctrl+v, click-click che può andare avanti così per ore.
Capita quel giorno che vuoi esplorare quegli artisti, che hai sempre sfiorato per un motivo o
per un altro, ma che non hai mai potuto ascoltare per bene perchè preso da altro; la grande
libreria di internet è li, scelgo da quale ingresso entrare e decido d’interrogarla dal famoso sito
di streaming biancorosso.
La fannullona idea è scegliere una canzone di Max Gazzè, da me gradita in passato, e attivare
quella funzione “forse potrebbe piacerti” solitamente disattivata di default. Vediamo se da quel
-tanto- che mi ha tracciato riesce a farmi una playlist affine al mio gusto, senza giocarsi subito
le carte che conosciamo tutti! Questa funzione è presente in molti siti, da quelli di streaming,
ai social network, dai giornali ai motori di ricerca, ognuna lavora in un modo a sè; può integrare
consigli dalle tue cerchie di amici oppure solo dalle scelte che hai effettuato e che sono state
registrate; il più delle volte veicola contenuti pubblicizzati, ma l’algoritmo di scelta, oltre a
variare da piattaforma a piattaforma come detto, è sempre nascosto. In questo modo ogni anno
si posso vendere i corsi ed aggiornamenti, rigorosamente ufficiali, di Social Media Manager
Junior o Produttore di Contenuti Senior, dove svelare, volta per volta, le levette che agiscono nel
dietro le quinte o anche perché “Pensiamo a tutto noi e non vogliamo affaticare l’utente nella
sua esperienza sublime”.
Oggi scelgo l’esperienza utente e mentre parte il primo video comincio a fare la mia base di
click su tastiera e mouse. Sono immerso e potrei farmi una discografia intera, il buon Max nel
corso degli anni ha fatto una sostanziosa produzione e di materiale per farmi compagnia ce n’è.
Alla quinta canzone sento una variazione sul tema, è Niccolò Fabi! Ci può stare, del resto hanno
fatto una canzone insieme... ok, facciamo una piccola divagazione. La canzone seguente è sempre
di Gazzè e non avendo modo di sbruffare con la piattaforma biancorossa lascio perdere il mio
disappunto. Passate sedici canzoni parte una canzone reggaeton che parla di Milano e Bangkok.
“Possibile sia colpa delle mie visualizzazioni passate?” m’interrogo senza sosta mentre torno
indietro di due canzoni per far riprendere i binari perduti alla piattaforma streaming.
Ho l’orecchio destro che è in preallarme, sa che qualcosa potrebbe succedere da un momento
all’altro e infatti viene a darmene conferma J-Ax in persona con il suo gilè rosso-nero. Ormai il
mio dj digitale ha catalizzato la mia attenzione e la mia base di tastiera e mouse viaggia su un
BPM veramente basso. Lascio fare e mi addentro nel mondo di cosa forse potrebbe piacermi.
Sono scelte commerciali, non me ne stupisco, e sono riguardanti solo uscite recenti. Ogni traccia
parte dal milione di visualizzazioni ma evidentemente nel suggerimento viene prediletta l’ultima
uscita, coadiuvata dalla foga degli innumerevoli click per giorno, che si porta dietro. Eventuali
tracce dal potere altrettanto “virale” o tormentoni degli anni passati non trovano altrettanto
spazio; c’è un distacco quasi abissale di visualizzazioni sia nel pop che nel rock riguardanti canzoni
di dieci e passa anni fa, è come se la storia fosse cominciata adesso; meglio tutto quello che
è recente che un salto nel passato ogni tanto per andare vedere le influenze di quei gruppi
sconosciuti che hanno fornito solide basi a chi è venuto poi.
Il terreno di ricerca è immenso e la mole di variabili da analizzare infinita ma come nota a margine
della mia breve e curiosa ricerca sui consigli automatici ho notato che solo la musica elettronica 

BF
riusciva a rimanere sui binari della prima scelta effettuata, specie quelle produzioni totalmente
difficili da reperire nell’epoca pre-internettiana come la drum’n’bass, forse più facile da catalogare
digitalmente? Il potenziale dei consigli seppur spassionati delle piattaforme sarebbe enorme,
invece continua a ricalcare la logica dei singoli scelti per far conoscere l’album senza premiare
quelle canzoni sottostimate o rivalutate nel corso degli anni. E qui la colpa è forse anche data
della nostra pigrizia mentale. Stesso vale per gli artisti, se sei alla base della piramide, dalla
larghissima base, lì rimani. Una piramide di consigli che, anche dopo dieci ore o quaranta giorni,
tenderà in tutti i casi ad Adele.
Lei un anno fa riusciva per prima nella storia ad essere al numero uno delle classifiche di iTunes
in tutti i paesi del mondo tranne in quelli che Bush jr definiva come gli stati canaglia, quelli
non-allineati ai gusti occidentali. A questi paesi si aggiunge l’Uruguay; scoprirlo per me è stata
una pugnalata alle spalle. Tale risultato non è merito di Adele in sé o delle sue canzoni o della
produzione bensì del suo ufficio stampa, di ciò che ha consigliato che forse potrebbe piacerti e che
parlandoci a quattr’occhi forse dovrebbe piacerti. Si frequentano social network blu, piattaforme
di streaming verdoline, ognuno pensa che partecipandone può riuscire a farsi conoscere ma
giocando in quelle stesse piattaforme è una partita a perdere contro chi ha mezzi superiori di
molto o di gran lunga. Le canzoni di coreani trottorellanti da tre miliardi di visualizzazioni in una
singola piattaforma -meno di metà della popolazione mondiale o poco più della popolazione
realmente connessa ad internet- sono inconfrontabili con tutto il resto sia che abbiano milioni di
visualizzazioni che poche migliaia. Abbiamo quindi trovato ciò che non può non piacere a tutti gli
esseri umani, nessuno escluso?
La funzione -Forse potrebbe piacerti- decreta anche cosa non dovrebbe interessarti, se
consideriamo il campo dei suggerimenti nei motori di ricerca. Le leve dei suggerimenti sono
presenti in ogni dove e a volte arriva il paradosso che sei vittima di te stesso, delle tue ricerche
passate da cui non puoi astrarti nel caso ne avessi bisogno e con la presunzione di potersi
sostituire con un freddo algoritmo, non considerando i punti di rottura del gusto di una persona.
Le funzioni di consiglio sono tuttavia utili per chi può dedicare poco tempo della propria vita
a quel ramo artistico, musicale e non, o d’informazione e sono utili a chi si accontenta solo di
avere un risultato da visualizzare. Le funzioni di consiglio, nonostante abbiano la possibilità di
scandagliare questo sterminato archivio che stiamo creando, sono ancora troppo legate a logiche
estremamente commerciali, quasi subliminali. La ricerca personale richiede un po’ di fatica e
passione cosicché, usando gli strumenti giusti e in maniera ragionevole, sia possibile coltivare il
proprio giardino.
Andrea Piazza

Invia il tuo album alla casella email
redazione@beautifulfreaks.org
o all’indirizzo postale che trovi sul nostro sito web.
Potrebbe trovare spazio tra i dischi recensiti su
questa rivista.

BF 

Discopiù / Elastic Rock
Cosa ne pensano i negozianti di dischi e cd della playlist automatica che YouTube ci propina
quando lo lasciamo andare in automatico? Lo abbiamo chiesto a Sergio di Discopiù, negozio
che esiste da 26 anni e che si trova a Roma nel quartiere Centocelle, e a Simona di Elastic
Rock, storico negozio sempre di Roma che si trova a Monteverde.
Si tratta di rivenditori (a Roma ce ne saranno una diecina in tutto) che sopravvivono alle
grandi catene e che quindi hanno una clientela fedele ed esperta. Ascoltandoli però non
mancano le sorprese. Anche i negozi per “esperti” sono infatti costretti a esporre e vendere
cd di artisti ultra commerciali. Almeno questo è il caso di Discopiù. Ecco cosa ci hanno
raccontato.
BF: Che ne pensi dei consigli che piattaforme come YouTube offrono in automatico?
Discopiù: Una porcata che si aggiunge al modo completamente diverso in cui si fruisce della
musica oggi. Ma qui ci sarebbe da fare un discorso molto lungo. L’unica cosa che ti posso dire
è che oggi è cambiato tutto.
BF: I dischi che vendi sono i meglio recensiti dalla stampa?
Discopiù: Nel mio caso non molto. Quello che conta oggi è prevalentemente la tv. Molte
persone vengono qui e mi chiedono l’ultimo artista che ha fatto una marchetta proprio in tv.
E questo è molto triste.
BF: Ma tu quale musica vendi di più? Che tipo di clienti hai? Esperti, avventori o in cerca di
regalo?
Discopiù: Io ho un po’ di tutto. Quello che come dicevo viene qui perché non ha una grande
cultura musica e vede un’artista in tv e quello fidelizzato ed esperto che ci siamo costruiti
in questi 26 anni di attività. Da noi trovi quello che non trovi nelle grandi catene. Con
professionalità, noi cerchiamo di costruire una boutique. Vendiamo vinili ma anche qui ci
piace fare una selezione. Basta, ad esempio, con i dischi da un euro che puzzano di cantina!
Da Elastic Rock è stata più una chiacchierata che una breve intervista.
‘Io i consigli di YouTube non li seguo e non saprei che dirti. Non mi è capito di trovare
qualcuno che mi abbia chiesto qualcosa ascoltato nei “consigli automatici” di YouTube’ mi
dice Simona. Elastic Rock è un negozio pieno di cd e dischi a prezzi davvero convenienti. E
Simona spiega che da loro i clienti vengono prevalentemente dopo aver letto “Buscadero”. Si
tratta quindi di una clientela super fidelizzata ed esperta che ama prevalentemente il rockblues. Incredibilmente, è questa rivista storica di musica che privilegia sonorità americane
come il country rock a rappresentare le “ultime novità” che non possono mai mancare nel
negozio. Ma frequentando Elastic Rock (e chi scrive lo fa spesso), non sono mancate le volte
in cui anche qui sia entrato qualcuno per chiedere l’ultimo artista ultra sputtanato. Allo
stesso tempo però, un luogo come questo è sicuramente un argine che resiste al Gangnam
Style e ai video virali che il Tubo ci impone.
Lorenzo Briotti

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BF

Blonde Redhead

17/7/2016 @ Anfiteatro romano - fiesole
Il ritorno in Italia dei Blonde Redhead passa per sei date estive nella nostra penisola. Una di
queste ha toccato Fiesole, nella splendida cornice del Teatro Romano a pochi metri da Piazza
Mino, cuore pulsante della collinare cittadina etrusca che sovrasta la Culla del Rinascimento.
L’evento è inserito all’interno della 69a Estate Fiesolana, rassegna multidisciplinare di
altissimo livello, che si tiene nei mesi di giugno e luglio. Il concerto di stasera, oltre a segnare
il ritorno del trio di origini newyorkesi (composto da Kazu Makino e dai gemelli Simone
e Amedeo Pace), è un omaggio ad uno dei lavori più acclamati della band: l’album Misery
is a Butterfly. L’album, a dodici anni di distanza, ha segnato una svolta nella produzione
della band: fu il primo album della band ad uscire per la leggendaria etichetta 4AD, sotto
la produzione di Guy Picciotto dei Fugazi. La lavorazione dell’album avvenne durante un
periodo abbastanza sfortunato per band e produttore, quantomeno dal punto di vista
personale, scandito da malattia e lutti che colpirono la band e le persone ad essa vicine.
L’intento di questo tour, dunque, è stato proprio il rendere un giusto tributo all’album, con
un’esecuzione completa (seppur con una tracklist rivista) dello stesso, accompagnata da un
quintetto d’archi. La band nacque nel 1993. Bisogna considerare che l’album in questione (il
sesto) segna il blending tra le sonorità originarie della band ed una convincente, raffinata e
convoluta svolta pop. Se già nei precedenti due album (In an Expression of the Inexpressible
pubblicato nel 1998 e Melody of Certain Damaged Lemons del 2000) un cambio di direzione
era già chiaramente avvertibile, è proprio con Misery is a Butterfly che il passaggio dal lownoise di stampo seattleita al pop si concretizza. Se il termine pop può sembrare troppo
vago, possiamo certamente inserire l’album in quella particolare forma di art-rock che, pur
ponderando la comunicabilità del genere musicale “leggero” per eccellenza, non disperde
il proprio turbamento esistenziale (e la sua relativa traduzione in musica). Tutto questo
spiegone ha un senso, amici.
Proprio perché il live è l’esatta analogia di ciò che abbiamo voluto introdurre sopra. Il set
in cui si è svolto il live è quella affascinante commistione tra maestosità e quiete del Teatro
Romano. Sulle tavole di legno leggermente bagnate dalla rugiada, guardando il fronte palco
avevamo il quintetto d’archi a sinistra e la band sulla destra, in una sorta di dialogo fluido
tra classico e distorto. L’apertura del live spetta naturalmente ad Elephant Woman, in cui
si registra subito il mood, compatto e uniforme, che caratterizzerà l’intero live. Gli archi
sono il tappeto su cui rotolano gli arpeggi di chitarra, classicheggianti e delay-ati di Amedeo
Pace. Le voci, maschile e femminile, sono complementari, per timbro e ritmica. Con Doll
is mine, Anticipation e Pink Love la band e il quintetto raggiungono forse i momenti più
alti del live, tra l’intimità di Pink Love (la voce di Makino buca il cielo di Fiesole, quella di
Amedeo il terreno delle colline) e la rabbia soffusa di Anticipation. La vocalità è un aspetto,
paradossalmente, sempre predominante in questo live, apparentemente quieta, liricamente
dinamica (“at magic mountain nobody sings today, nobody speaks today”). I ritmi vagamente
ossessivi di Simone Pace vanno a corroborare quella simbiosi di urbano e onirico, sincopato
e robusto (Doll is mine). Il live si chiude con il bis costituito da Defeatist Anthem (estratto da

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BF 
Barragàn) e due nuovi brani che andranno a costituire il nuovo lavoro in studio della band. Il
live è di altissimo livello, con pochissimi punti di minimo, e consente di apprezzare al meglio
un lavoro romanticheggiante e magistralmente orchestrato come Misery is a Butterfly, una
piccola pietra miliare nella discografia degli ultimi decenni
Bernardo Mattioni

BEAUTIFUL FREAKS
@B-FOLK
per festeggiare i 15 anni della rivista con

EUNO
e

PAXARMATA

DOMENICA

13

NOVEMBRE
INTERVISTE

Aut min rich

B-FOLK
VIA DEI FAGGI, 129 - ROMA
LIVE

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BF

Xix

2/6/2016 @ 30 formiche - roma
Quei pochi giovani artisti che conosco di persona, mi stanno stupendo. Sebbene sparpagliati
per lo stivale, li vedo collegati da un’invisibile riscoperta dell’elettronica. Un’elettronica ‘da
camera’ frutto di manipolazione, rottura e disgregazione; altro che cassa dritta.
In fondo poi, la cosa che mi ha colpito, sono tutti alle prese coi rumori: quasi fosse un’evoluzione di quello che è il modo artigianale di fare e percepire musica. Quasi una somatizzazione di un bombardamento acustico come mai percepito. Per capire meglio il fenomeno, mi
sono recato al 30 Formiche, dove c’era XIX in concerto. (vedi recensione a pag.27)
La sala non era piena, ma era sicuramente piccola, ed i presenti erano parecchio bravi nel
riempirla; XIX, per gli amici Marco Anulli, preparava il proiettore per la visual mentre smezzava una birra con i 124C41+ che avevano suonato prima di lui.
Notte ternana 100%. Gli ho chiesto se si conoscessero, mi ha risposto che sarebbero tornati
insieme al centro dell’Umbria, una volta finito il concerto. Fantastico. 
Non ho fatto in tempo a prendere da bere,
che il live era iniziato, senza preavviso, alle
mie spalle. Tutti siamo stati colti un po’ alla
sprovvista da quello che pensavamo fosse il
soundcheck, quindi ci siamo ricomposti in un
pubblico e abbiamo mostrato la faccia agli
esperimenti post-industriali di XIX.
Nonostante un live di elettronica di questo
tipo suggerirebbe una performance piuttosto
statica, l’esibizione di Marco Anulli ha colpito proprio per la sua fisicità. Per il suo totale
abbandono al flusso, all’interno del quale si
piegava, subiva, godeva e si innalzava. Le mani le ha tenute sempre ancorate al supporto di
legno sul quale aveva posizionati tastiera, computer, mixer e altre diavolerie. Da quel punto
fermo la sua sagoma si espandeva e si stagliava sinuosa sui colori disturbati della visual, tesa
alle sue spalle. Abbiamo assistito in silenzio, ci siamo allucinati e riempiti gli occhi di dissonanze. Gli applausi sono stati secchi e convinti alla fine di ogni pezzo. 
All’inizio serpeggiava un pelo di diffidenza tra il pubblico, ma superata la prima cortina di
apprensione, tutti sono rimasti a galleggiare nella corrente. Anche i più reticenti hanno digerito il rumore e hanno preso di questa particolare espressione i passaggi più orecchiabili
per comprenderli. 
Di botto tutto è imploso, come è iniziato. Quasi facesse parte dell’esibizione, ci siamo trovati immersi in quel fischio sottile che chiude un bombardamento post-atomico. 
Applausi. XIX è madido e stravolto. Riceve molti complimenti, anche i miei. 
Un live così può essere pesante sia da ascoltare che da suonare, ma non si può negare che
sia un viaggio sensoriale. Un intimo dialogo stonato con l’artista, che si scarnifica (metaforicamente) alla ricerca dei suoni irriproducibili, del suo io più profondo.
Paolo Sfirri

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LE SPECIALITÀ TIPICHE
di Beautiful Freaks

Abbiamo diviso le recensioni che troverai nelle prossime pagine ordinandole per regione.
Specialità tipiche di stagione selezionate per te da Beautiful Freaks!

Andrea Fardella
Incomprensibile FC
Masai
Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra

Babbutzi Orkestar
Fuzz Orchestra
Il Distacco
The Please
Uli

Jenny Penny Full
Kleinkief

Frei
Giorgio Canali e Rossofuoco
Le Sacerdotesse Dell’Isola Del Piacere
OndAnomala
Pin Cushion Queen
Sorge
Venus In Furs
Verdiana Raw
GueRRRa
Majakovich
XIX

Cagliostro
Hugomorales
L.U.C.A.
So Does Your Mother
Stray Socks And The Old Shoes

MILF

Buddah Superoverdrive
The D

Music For Eleven Instruments

Le nostre importazioni
Canada - Bruno Belissimo
Grecia - Night Knight

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10 BF

RECENSIONI
GueRRRa
SOPRUSI
Kaspar House, 2015
GueRRRa, duo umbro composto da Marco Stentella, chitarra, e Giulio
Marconi, batteria presentano la loro nuova fatica Soprusi, opera corrosiva,
potente, ispida ad un orecchio non allenato al jazz-core più veemente ed
energico. Ipazia d’Alessandria ne rappresenta l’incipit ideale, un pezzo
asciutto, rabbioso, incalzante, ma venato di un’emotività profonda e
coinvolgente. Il livello di adrenalina si alza con Filoteo Alberini e con
il seguente Giordano Bruno brani veloci, quasi furiosi, gioiosamente
antimelodici, suonati tuttavia senza perdere il controllo e la padronanza sugli strumenti e su tutto
l’impianto sonoro generato dalla loro energia. Alan Turing spezza l’incantesimo, quasi sette minuti di
singhiozzi, palpiti rumoristici, battiti meccanici sulla tastiera di una infernale macchina da scrivere che
si schiudono in un poderoso e quasi urlato dialogo a due tra chitarra e batteria. La marcia continua tra
dissonanze e potenti riff di chitarra come in Pippa Bacca, ma le irruzione e le suggestioni math rock più
“sentimentali” ormai si fanno largo nella magmatica e ribollente superficie dei brani, fatta di raffiche e
contorsioni elettriche. La Scimmia dimostra tutta l’attenzione del duo al lato evocativo ed emozionale
della composizione, quasi un aggancio verso nuovi lidi espressivi, ugualmente rabbiosi, ma meno
convulsi. Il disco si conclude con il lungo Max Stirner/Maria Soledad Rosas, brano in cui alla veemenza
esecutiva fatta di inseguimenti e dissonanze fanno seguito inserti di archi e sassofoni, intensi quanto
stranianti, vibranti di distorsioni ed echi elettrici. Un lavoro interessante, apparentemente granitico e
ossessivo, fecondo invece di impulsi e di spunti decisamente inattesi.
[7/10] • Vincenzo Pugliano

LE PROVE SONO FINITE.
SÒNO LIVE

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RECENSIONI

RUBRICHE

BF 11
Sorge
LA GUERRA DI DOMANI
La Tempesta Dischi, 2016
Insolito, quasi bucolico e a tratti spietato il nuovo progetto che vede
protagonista Emidio Clementi (già Massimo Volume, El Muniria e
voce narrante di Notturno Americano insieme a Corrado Nuccini dei
Giardini di Mirò) e Marco Caldera. Due mondi che si scontrano, lui,
Mimì stavolta al pianoforte racconta con la solita distanza quasi aliena
che lo contraddistingue di viaggi in tour con il collega Corrado, di vite
che si schiantano di fronte alla nuda realtà, di sorti sventurate davanti
al bancone di un bar che chiunque frequenta, Bar destino. E’ proprio con la stessa freddezza che si
affronta un ascolto simile, come se la vita di altre persone ci passasse accanto e ci toccasse per qualche
strano motivo. Clementi narra appongiandosi sulle armoniche melodie dei tasti in bianco e nero,
Caldera colora con sfarzosi vizi elettronici, effetti e sintetizzazioni che a volte risultano più umani della
voce dello stesso narratore. Sorge è un progetto ambiguo, di sicuro insolito ma non così lontano dagli
stili dei protagonisti. Un groviglio di suoni, una continua sfida sonora tra il classicismo del pianoforte
e la modernità dei synth, una belva tenuta a bada dalla voce. Come un suono che cresce e si diffonde
nell’oscurità, una stanza buia e cupa in cui spiccano dei laser coloratissimi. Grande disco, forse uno dei
meglio riusciti di Clementi dopo i Massimo Volume.
[9/10] • Maruska Pesce
Frei
EVOLUTION
Società A Responsabilità Illimitata Productions, 2016
Terzo album solista per Frei Rossi, Evolution chiude la trilogia costituita
da Sulle tracce della volpe (2011) e 2013:Odissea nello spiazzo (2013).
Se le ambientazioni dei primi due album erano rispettivamente il
bosco e lo spiazzo di cemento sotto casa, Evolution ci porta su un
altro pianeta, ad interrogarci (o meglio ad assistere allo spettacolo
del pensiero in forma di canzone) sull’evoluzione. L’ampiezza di
questo viaggio è misurabile anche nella cifra stilistica che caratterizza
l’evoluzione (pardon) delle sonorità dei tre lavori. Pur rimanendo saldamente all’interno dei confini
del pop, passiamo dai toni quasi folk, a tratti swing, sostanzialmente acustici dei primi due lavori, ad
una dimensione più dilatata e sintetica. La chitarra perde il proprio ruolo principe in Evolution (con
eccezioni come I pellicani e il vento), in vece di pad, arpeggi di piano e glitch percussivi in sottofondo.
Il tema dell’evoluzione (o più propriamente del rapporto tra l’uomo, il tempo, il sé e l’altro) emerge sin
dalle prime tracce (La scimmia discende dall’albero e Macchine), in cui la fugace ironia si mescola ad
un melanconico, dolce disincanto. Come se la consapevolezza del proprio tempo fosse un nemico da
abbracciare. Tutto chiaro è una chiusura magistrale sia per l’album che per la trilogia, forse la scoperta
di una maturazione, di una speranza. Musicalmente parlando l’album potrebbe ricordare i più grandi
nomi del pop cantautorale italiano. A rischio di risultare scontati, possiamo azzardare un podio di
fonti di ispirazione fondamentali, con Dalla (ricordiamo la provenienza dell’artista), Battiato e Bersani.
L’ottima produzione della poliedrica Beatrice Antolini dona una freschezza sostanziale ad un prodotto
apparentemente classicista. Evolution è sicuramente un album che necessita della nostra completa
attenzione per poter essere apprezzato a fondo. Per un disco pop, probabilmente questo potrebbe
non essere un punto a favore, ma è proprio questo aspetto che ne sottolinea l’inaspettata profondità.
Io stesso al primo, distratto ascolto in macchina ne ho sottovalutato le potenzialità (sorvolando sul
fatto che mi giravano i coglioni per il traffico). In quest’ottica risultano praticamente assenti i punti
morti: se per una volta troveremo la forza di ascoltare per davvero, ci troveremo senza via di fuga,
rapiti dalla bellezza di un album semplicemente puro, puramente semplice.
[7,5/10] • Bernardo Mattioni

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12 BF
Le Sacerdotesse Dell’Isola Del Piacere
INTERPRETAZIONE DEI SOGNI
V4V Records / Cloudhead_Records / Believe Digital, 2016
Sono tornate le sacerdotesse. Avevo recensito il loro Tutto, e devo
dire che mi era piaciuto. Interpretazione dei sogni fa quello che Freud
ha fatto al “tutto” premoderno: l’ha frammentato irrimediabilmente
e al contempo l’ha reso fruibile. Li avevo paragonati agli Oceansize
e ai Verdena, e con questo lavoro si sono spostati decisamente sulla
forma-canzone nella forma distorta ma coerente che è tipica del filone
postpunk-shoegaze. Sono diventati dinamici ma puliti, costruendo i
loro pezzi con una precisione millimetrica e un ordine-nel-disordine che alla fine ben s’accorda con il
taglio onirico dato dal titolo. Una strana ossessione per i cavalli e una bella digressione su alcuni dei
nomi migliori della letteratura del secolo scorso: Kafka, cummings, Conrad. Cummings è tra l’altro il
pezzo migliore del disco, rabbiosa, un po’ funky e un po’ metallara, alla fine anarchica come il poeta
che l’ha ispirata. C’era forse in Tutto una divagazione negli oceani del post-harcore più ribelle che in
Interpretazione dei Sogni viene invece addomesticata e resa più funzionale ma al contempo meno
dirompente. “Quel che conta sono i dettagli”, cantano; e anche: “non siamo più bambini, non corriamo
più”. Non è vero, le sacerdotesse corrono eccome, e forse hanno più chiaro dov’è che vogliono arrivare
visto l’aspetto decisamente più definito ma anche più accessibile di questo disco. Resta un tappeto
chitarristico intrecciato alla perfezione con le dilatazioni della sezione ritmica, un saliscendi emotivo
di classe, che diverte.
[7/10] • Marco Petrelli

Fuzz Orchestra
UCCIDETELI TUTTI! DIO RICONOSCERÀ I SUOI
Woodworm, 2016
L’apertura è devastante. Un’orchestra fuzz – tutto sommato un modo
appropriato per definirla – erige a poco a poco un’atmosfera solenne. Nel
nome del padre. Parte una poderosa cavalcata metal con campionamenti
cinematografici, che procede dalla severità stile Quattro cavalieri
dell’apocalisse fino a diradarsi in trombe western. Mescolanze ispirate e
interessanti, e le varianti si moltiplicano man mano che l’album procede.
Con la seconda traccia,Todo Modo, altro rimando cinematografico, si erge
il tema politico. Meno esplicito che nei precedenti dischi, ma sempre forte nel lavoro dell’Orchestra. Elio
Petri, Francesco Rosi, Lina Wertmuller e altri grandi registi del cinema politico italiano sono i principali
riferimenti. Tirarli in ballo non è solo un esercizio di stile. Il senso esplode nel cortocircuito di rimandi,
campionamenti, arrangiamenti originali.
Il re Mida della musica indipendente, Enrico Gabrielli, si occupa di scrivere le partiture orchestrali. Ed è
ancora una volta un lavoro accurato, con un risultato egregio. L’accostamento ai Calibro 35 è inevitabile,
ma è un’osservazione superficiale. Siamo su un altro campo di gioco, altri temi, differente lavoro sui pezzi.
I frammenti cinematografici citati, rubati, non sono “cadaveri eccellenti” per collage frankensteiniani, ma
materiale per tessere significati nuovi, attuali. Politici.
Riconoscere i tanti riferimenti dell’album certo è essenziale per una comprensione completa e profonda,
ma il disco è apprezzabile e comprensibile anche entro i suoi confini.
Non è un lavoro complesso o enigmatico come potrebbe apparire. Il miglior album dei Fuzz Orchestra ad
oggi. Da ascoltare in cuffia, illuminati dal solo display dell’impianto audio.
[7,5/10] • Alberto Sartore

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BF 13
Masai
LE QUARTE VOLTE
Autoprodotto, 2016
Mi ha fatto ridere l’etichetta che i Masai si sono auto-affibbiati:
“humorless rock”. Il che mi fa pensare: si parla di musica serissima o di
un eccesso di ironia? Un rapido giro sul sito della band conferma la prima
ipotesi. «Va bene la letteratura, va bene la filosofia, va bene l’attenzione
nella composizione, ma poi c’è la quotidianità che è incredibile, ci sono le
persone, c’è quello che passa in tv e per radio, c’è il nonsense, l’assurdo,
il grottesco. Soprattutto il grottesco, perché ci tiene i piedi per terra»,
scrivono, e già mi stanno simpatici. Sarà che per motivi assolutamente indipendenti dai miei gusti musicali
ho finito per diventare un esperto di grottesco (una storia lunga e assolutamente non interessante), ma
chiunque dichiari la propria affinità per quella forma parodica e terrificante. Da quello che scrivono,
i Masai mi sembrano un gruppo coscientemente postmoderno. Gente che conosce i paradigmi della
musica alternativa degli ultimi trent’anni e li applica e li ritrae con la stessa facilità (Linda Hutcheon, A
Poetics of Postmodernism, Routledge, New York e Londra 1988, p. 57), mescolando registri diversi, da
quello “alto” dell’art-rock al nichilismo tagliente del punk hardcore. Un lavoro monolitico, aggressivo,
granitico. È interessante ascoltare l’oscillazione tra un missaggio perfettamente equilibrato e anzi
ovattato, da “radio edit”, a momenti più acidi e graffianti, quasi che i Masai non sapessero bene cosa
essere. La verità è che i Masai vogliono probabilmente essere entrambi, essendo come sono interessati
alla filosofia e alla televisione. Se dovessi scegliere qualcuno di simile nel panorama italiano punterei il
dito su Il Teatro Degli Orrori di Capovilla, altra band marcatamente “post”, profondamente coscienti.
Hanno qualcosa da dire, ed è bello sentirglielo fare.
[6,5/10] • Marco Petrelli

Giorgio Canali e Rossofuoco
PERLE PER PORCI
Woodworm Music, 2016
Canali non sta agli schemi e non perde occasione per ribadire il
concetto, non un disco per mettere insieme dei grandi pezzi di passato,
piuttosto un ensemble di cover e ad un certo punto, riascoltando quelle
canzoni, quelle perle appunto viene quasi il dubbio che i porci a cui a cui
si riferisce siano proprio tutti quelli che in questi anni hanno seguito
il cammino di Giorgio le sue battaglie artistico-politiche insieme ai
Rossofuoco. Ma non è solo questo, non è solo ribellione e resistenza
come più volte si è detto, c’è anche il romanticismo della vecchia canzone d’amore, quella tradizionale
e cantata senza troppa attenzione all’intonazione, c’è la poesia sporca e vera del cantautore solitario,
che seppur mente e chitarra di storiche band, spicca come lupo assai legato al branco ma solo. Perle
per porci è un crescendo di ricordi, di inni alla libertà, di chitarre sgozzate e di suoni ‘familiari’, ma suona
come qualcosa di diverso, di nuovo. E’ così che l’orecchio rimane incastrato nel gioco del confronto tra
i nuovi arrangiamenti e la memoria labile di ognuno di noi, non c’è migliore o peggiore dell’altro, c’è
una diversa consapevolezza, come un voler fare riaffiorare le canzoni rispetto al contesto in cui erano
collocate, quasi si volesse ribadire dei concetti che forse in passato erano passati in secondo luogo
perchè celati dietro la rabbia della musica.
[8/10] • Maruska Pesce

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14 BF
Kleinkief
FUKUSHIMA
Shyrec / Dischi Soviet Studio, 2016
Dal nome del disco si preannunciava un qualcosa di esplosivo, di
devastante, di duro. E invece si comincia subito con la leggerezza di una
chitarra in punta di dita, riverberata all’inverosimile per fargli assumere
la consistenza inane dell’aria, quasi a voler già dichiarare che la vera
esplosione sarà dentro di noi. Perché a giudicare dalla raffinatezza
compositiva dei testi, vere e proprie poesie in musica, è l’effetto delle
parole il vero fuoco portatore di verità. Parole che dipingono scenari
cenati apocalittici alla Blade Runner, ma che sono sussurrate con una delicatezza, quella di Thomas Zane,
che rasenta l’inconsistenza. Sei tracce eteree e dilatate, che giocano con le oscillazioni del Mellotron
per creare un tono drammatico, sì, ma mai eccessivo, che crea un contrasto, quello tra la durezza degli
scenari descritti e la dolcezza del suono, dal sapore intimo e profondo. Unica nota fuori scala è forse
“I Dannati”, in cui sia la voce che gli arrangiamenti alimentano il fuoco sacro della musica con ritmiche
incalzanti e distorte, per poi spegnersi nuovamente nel finale, dove la traccia che dà il nome all’album,
interamente strumentale, rende ancor più surreale ed inquietante questo viaggio attraverso mondi
deturpati e derubati della loro innocenza, con un tappeto di toy music minimale degno dei migliori film
horror.
[7/10] • Alberto Giusti
Babbutzi Orkestar
TZUPÈR
Parruski & Makkeroni Production, 2016
La Babbutzi Orkestar nasce nel 2007 con l’idea di offrire un repertorio
di musica balcanica seguendo i suoni tradizionali dell’Europa orientale. Il
gruppo, che ha suonato con tanti artisti importanti come i Modena City
Ramblers, Boban & Marko Marcovic e Goran Bregovic, ha fatto ballare
le più importanti piazze d’Italia (Toscana, Emilia, Lombardia e Umbria) e
d’Europa (Londra, Istanbul) con quella che definisce “Balkan Sexy Music”;
la band, infatti, spazia tra musica balcanica e punk, passando per la
musica popolare da osteria fino alla più estreme radici del folk. I suoi componenti amano raccontarsi
così: “Il nostro repertorio… spazia dalle cantine serbe alle strade di Israele, fino ai mari baltici e le terre
d’Oriente. I nostri spettacoli dalla natura alcolica e danzante trascinano con l’immaginazione in vecchie
balere di paese o in sterminati campi con carovane, luci e colori”.
Dopo “Babbutzi Orkestar” (2009), “Baro Shero” (2011) e “Vodka, Polka & Vina” (2014), la band torna nel
2016 con un nuovo lavoro discografico intitolato “Tzupèr”: secondo gli stessi artisti, esso rappresenta
l’anima più rock del gruppo e nasce dall’esigenza di trovare e dare un’identità unica ed originale alla
musica balkan.
Per questo motivo la band decide di sperimentare ed osare, mescolando e facendo convivere suoni e
generi musicali differenti con il linguaggio balcanico; questo grazie anche al supporto di ospiti importanti
come Eusebio Martinelli alla tromba, il rapper Francikario e la voce teatrale di Manuel Ferreira.
Questa energia esplosiva e questo spirito di allegria, leggerezza ed ironia (che caratterizzano tutto
l’album) possono essere ritrovati in tutte le dieci canzoni che ispirano “Tzupèr”; ma il brano che meglio
incarna l’idea del “far festa” è senz’altro “Bull beat”, parabola di un personaggio che sa divertire e
divertirsi, che abbandona gli stereotipi, non si abbandona agli status e vive ogni momento per quello
che è.
Abbandonarsi all’ascolto di questo quarto album della band è pertanto la scusa per girare l’interruttore
e far partire la giostra: per godere una gioiosa parentesi di “festa, circo, cagnara e follia!”
[7/10] • Daniele Bello

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BF 15
Hugomorales
HUGOMORALES
Tazzina Dischi, 2015
Hugomorales è Emiliano Angelelli, avverte il press kit. Ed Emiliano
Angelelli è uno strambo cantautore già apparso sulla scena come Elio
Petri, che nel secondo disco pubblicato, Il Bello e il Cattivo Tempo si
era fregiato di collaboratori di gran classe come Teho Teardo. Nuovo
progetto e nuovo disco, Hugomorales, porta nel nome un omaggio al
telecronista sudamericano che impazzì sul leggendario 2-0 di Diego
Armando Maradona con l’Inghilterra nel 1986. Basta col background,
entriamo nel vivo. Il disco si muove fra nove tracce che ruotano attorno a un synth pop psichedelico
piuttosto monocorde, con derive più sperimentali (Il Comandante-Sul più bello-Codeina, che supera i
dieci minuti di durata). Alcuni episodi più notevoli, soprattutto in chiusura – Acquario, il pezzo che ho
preferito, Non Morirò, ironica chiusura di un disco che comunque sceglie di non prendersi troppo sul
serio. Il problema principale di questo disco è il mastering: troppo confusionario, pieno di riverberi
che finiscono solo per trasformare i pezzi in nuvole di elettronica-misto-acustico-misto-caos. La voce
di Angelelli è solenne e sofferta, in ironico contrappunto al surrealismo spesso giocoso dei testi, che
vengono salmodiati sul tappeto incoerente degli arrangiamenti. Un disco strambo, etereo e incisivo,
che s’interrompe proprio quando sta per decollare (peccato). Interessante. Incompleto.
[5,5/10] • Marco Petrelli

Jenny Penny Full
EOS
Vaggimal Records, 2016
Disco d’esordio per i veronesi Jenny Penny Full che offrono canzoni dal
sound fresco ed accattivante grazie alla giovane voce di Giulia Vallisari:
delicata come una carezza ma allo stesso tempo carica ed incredibilmente
espressiva. L’equilibrio e l’armonia tra strumenti e cantato danno vita
ad un ascolto molto piacevole, dall’animo principalmente acustico
e con la giusta dose di elementi elettronici per conferire più ritmo e
completezza al suono. Infatti canzoni come Supernova e Liquefy,
che nei suoi oltre 7 minuti interpone spazi più vuoti ad altri più carichi anche di accenni elettronici,
aggiungono al disco una vena più ritmata e in un certo senso post-rock. Lo smooth acoustic di Of
Oceans And Mountains e di Her ti avvolge invece con dei toni più caldi e cullanti, immergendoti in una
sorta di viaggio a tratti scandito da percussioni che dettano il ritmo di marcia. Sempre su questa scia
c’è Aloud (realizzata in collaborazione con C+C = Maxigross) che è invece più introspettiva e densa di
espressività accompagnata da chitarre dai richiami folk e desertici. EOS - reprise chiude il disco con
una breve apertura lenta ed ovattata per poi sfociare in un ricco ensemble di suoni che ti lasciano
fluttuare in una sospensione sonora visibilmente identificabile proprio con l’immagine di copertina. In
generale EOS è un album che ti lascia addosso una sensazione di evasione, conducendoti in ambienti
sonori astratti e talvolta profondi senza comunque inabissarti troppo e rischiare di perderti per cui:
non male!
[7,5/10] • Daniela Fabozzi

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16 BF
Bruno Belissimo
BRUNO BELISSIMO
Locale Internazionale, 2016
Bruno Belissimo emana già la fragranza di fenomeno nazionale. DjProducer di origini canadesi, ex Low Frequency Club, il Nostro impacchetta
un album a metà tra un mixtape e una gemma pop-ambient. Il prodotto
è un chiaro tributo al culto da Frankie Knuckles in giù, gli si concede, ma
convoglia in sé una ricercatezza che difficilmente ci si aspetterebbe di
trovare in un album etichettato dal proprio creatore come “Infradisco”
(sic). Sin dall’apertura dell’album (El Origen de Todo), in cui si mischiano
cut-up e clap da 909, emergono subito quelle genuine, insparigliabili botte di cassa dritta e bass-line che
evidenziano subito i pochi ma ottimi fondamenti alla base dell’album: riff semplici, pad squisitamente
datati, non troppi BPM e molto, molto, molto funk. In alcuni frangenti la discromia di alcune atmosfere
sembra quasi voler carezzare un prurito acido, ma tutto viene immediatamente sommerso da un senso
di positività, ed ecco che ci ritroviamo stesi a bordopista ad impastare in bocca la caramella al toffee e
il gin tonic col Bombay. Ma qui non siamo a Casa del Diavolo. Siamo nel Futuro. L’operazione è geniale.
Basta guardarsi intorno e accorgersi di cosa sta combinando un certo Dev Hynes, per farsi un’idea del
percorso ideale di Bruno. Tra Italo disco e accenni di french touch assolutamente depurata dalle derive
indie del fenomeno, l’album presenta molti momenti pop, come ad esempio Pastafari, in cui si crea una
dicotomia tra i fraseggi smooth jazz la conclusione del brano: una voce officiante quasi liturgica (Bruno
cantava in un coro, da piccolo). Suavecito è un piccolo capolavoro, che vi troverete a shazammare in
qualche after da qui all’estate prossima. Molto importanti anche le tre tracce di novanta secondi circa,
dove troviamo cambi di atmosfera interlocutori ma sempre ben costruiti. Parlare di concept album per
un prodotto del genere potrebbe essere fuori luogo, ma il didascalismo, a volte positivo, a volte ironico,
rendono questo omonimo debutto una must-have. Belissimo.
[8/10] • Bernardo Mattioni

L.U.C.A.
I SEMI DEL FUTURO
Edizioni Mondo, 2016
I semi del futuro vanno ad alimentare le Edizioni Mondo, etichetta
fondata dallo stesso L.U.C.A. Dj e produttore romano con una lunga
carriera di produzioni dance alle spalle. L.U.C.A. era lo pseudonimo di
Francesco De Bellis quando riuniva su cd compilation di mp3 per gli amici,
quando era periodo fecondo di compilation per i viaggi automobilistici.
Prendendo spunto da quel periodo ecco I semi del futuro, album che
apre un nuovo capitolo nelle produzioni di De Bellis, che lascia per un
momento alle spalle la dance, per un album concepito come colonna sonora immaginaria con graffi di
contaminazioni elettroniche qui e li per andare a sopperire quelle mancanze orchestrali che si notano ma
non pesano tanto; album che si divide tra un ritrovare quei film anni 70 altrettanto cari a Tarantino fino
a quelle tracce dal sentore più ambient come Niagara o le sonorità marittime della conclusiva Plancton
che per certi versi mi ha ricordato gli altrettanto romani Agate Rollings. Album degli uni e degli altri da
portare necessariamente con se nel prossimo viaggio per sfumare ogni variazione di luce e dettaglio o
per gustarsi appieno ogni nuovo panorama
[7/10] • Plasma

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BF 17

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18 BF
Incomprensibile FC
SUPERFAST NONSTOP
Ikebana Records / Goodfellas, 2015
Le etichette sono morte: lunga vita alle etichette. Un disco d’esordio
come questo non può che travalicare ogni definizione possibile, a
cominciare dalle premesse noise della traccia d’esordio, un pezzo
puramente strumentale che prelude ad una vera e propria esplosione
di campionature elettroniche. L’album oscilla in tutta la sua durata tra
ritmi dub, atmosfere blues rock mescolate all’elettronica e pallottole
di hip hop, generi che collidono assieme in un caleidoscopio di suoni
sovrabbondanti. Proprio questa scelta di fondo forse penalizza eccessivamente, specie nella prima parte,
lo spazio dedicato alla voce, che specie quando segue il flow forsennato del rap, viene letteralmente
assorbita dalla pasta sonora. Una scelta frutto forse di un’esigenza comunicativa bruciante, che anche nel
momento in cui le martellanti basi elettroniche lasciano spazio ad una chitarra elettrica più tradizionale,
utilizza un graffio vocale che diviene vera e propria cifra stilistica, soprattutto in brani come “Perdersi”
e la splendida accoppiata elettro-blues “Ayahuasca”/ “Dr. Gonzo”, la quale strizza forse l’occhio ad un
sound di viterbiniana memoria.
[6/10] • Alberto Giusti

Music for Eleven Instruments
AT THE MOONSHINE PARK WITH AN IMAGINARY ORCHESTRA
Dead Pop Records, 2016
At the Moonshine Park With an Imaginary Orchestra è molto più di
un titolo: è la rappresentazione perfetta di ciò che è questo album.
Pop stravagante e surreale, squisitamente fake, suonato dalle stesse
due mani. Il progetto infatti è completamente composto, arrangiato
ed eseguito da Salvatore Sultano, che confeziona un album ricco di
suggestioni cinematografiche (non a caso sono molteplici i premi
ottenuti negli per i videoclip delle sue opere). Le tinte dell’album sono
multisfaccettate: si passa da Beck a St. Vincent, dal brit pop (Good Morning Imagination) all’alt-rock
anni ‘90 dei Motorpsycho più glam (Tunnel Vision). La vocalità e più in generale le melodie ricordano
molto il Sufjan Stevens di Come On Feel the Illinoise... ed ecco che ci siamo persi nel mare magnum
di quel pop “fatto bene” che sembra non conoscere né tempo né spazio. Si sfiorano gli stereotipi dei
paesaggi disegnati da Wes Anderson, un pop sfuggente e mai oscuro, ma ripiegato su se stesso, senza
che la voce principale possa mai disturbare ma nemmeno rapire. Come il paesaggio dal finestrino di
un treno che scorre, così ci scorre addosso un album che a tratti sa farci sentire abbandonati ai nostri
pensieri, che si rincorrono come i piccoli rintocchi di glockenspiel in Lost Boats. Paradossalmente l’album
non contiene ballads nel senso proprio del termine, ma piccole, curatissime suite pop, che come in
Fragile Butterfly Wings sanno coniugare il grande songwriting americano di gente come Elliot Smith, ma
senza incarnarne quella struggente assenza di speranza. L’utilizzo sommesso ma portante delle chitarre
acustiche (Little Spiteful Thoughts) è un particolare apparentemente insignificante, ma che denota la
cura e la sensibilità dietro al progetto di Salvatore Sultano. Fanno da contraltare i fiati ed i tappeti di
archi, artefatti, immaginari che accompagnano l’ascolto con una solennità quasi fuori contesto, come se
si stesse sognando consci del fatto di stare sognando.
[7/10] • Bernardo Mattioni

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BF 19
Verdiana Raw
WHALES KNOW THE ROUTE
Pippola Music, 2016
Non basterà un solo ascolto per cogliere appieno l’anima di questo
disco, che seppure pregna di quell’istinto primordiale che accompagna
e guida le balene nelle loro rotte oceaniche, risulta complessa ed
estremamente eclettica. WKTR è infatti un disco che racchiude svariate
ricercatezze sia dal punto di vista della forma che dei contenuti, e
a dimostrarlo ad esempio sono la raffinatezza degli arrangiamenti,
la profondità espressiva (a tratti drammatica), l’incredibile capacità
comunicativa di Verdiana rafforzata dal suo polistrumentismo e dall’importante collaborazione con
la violinista Erika Giansanti. Non a caso il violino è presente in quasi tutte le tracce e costituisce,
assieme alla fusione con il pianoforte, l’anima strumentale dell’album. Giusto per darvi un’idea: nel
cantato di Verdiana emerge un’evidente influenza di grandi cantautrici femminili (per citarne alcune:
Tori Amos in Time Is Circular e Patti Smith nella più rockeggiante This Disaster) che fanno parte
dell’ampio bagaglio di ascolti formativi della giovane Verdiana. Nello stesso bagaglio troviamo forti
richiami al celtic, al folk e a qualche elemento rock dalle venature gotiche ma anche a sonorità talvolta
oniriche ed evocative (N.B. Behind That Ballerina Dress con i suoi cori e le sue tastiere quasi spettrali).
Rispetto al primo disco (Metaxy - 2012) questo secondo album risente di una maggiore completezza e
conoscenza dell’utilizzo dei suoni, un’accuratezza dovuta in parte agli studi di musicoterapia intrapresi
da Verdiana, grazie ai quali riesce a portare la musica ad un livello comunicativo più diretto e potente,
quasi viscerale. Unico pezzo strumentale del disco è According To Satie, che, come lascia intuire il
titolo, vuole omaggiare il pianista francese Erik Satie attraverso l’intensa espressività data dai tasti
di un pianoforte. La title track Whales Know The Route conclude il disco accennando come in Durme
Durme ai versi delle balene in lontananza, quelle balene che, da elemento chiave, ritornano sempre
a rafforzare il concetto di istinto che la musica di Verdiana vuole esprimere, un istinto profondo e
materno, come quel fotogramma catturato in copertina.
[7,5/10] • Daniela Fabozzi

The Please
HERE
Maciste Dischi, 2016
Here è il quarto album in studio dei The Please. È un album di quegli anni
lì, quelli passati. Mette le cose in chiaro sin dall’inizio, ti accompagna
per mano in un percorso lungo qualche decennio, non ti lascia mai un
senso d’insoddisfazione, ogni canzone è ben curata. Poi finisce, scoppia
la bolla e ti guardi indietro. È un album che ti strugge con i suoi seppur
ottimi rimandi al pop beatlesiano al folk anni 70, l’uso della dissolvenza,
canto e controcanto, accenni gospel. Abbiamo imparato la lezione? Si,
molto bene. Con l’operazione di aggiornamento sonoro, più pulito, come una registrazione odierna si
merita di avere, l’attento cogliere di questo o quel riferimento; se li cogli tutti hai fatto cento punti,
se ne cogli un po’ hai un Bignami tra le mani. Sono quegli album che fanno un buco nell’acqua facendo
centro. Cosa penseranno di noi le generazioni future?
[6,5/10] • Plasma

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20 BF
Majakovich
ELEFANTE
V4V Records, 2016
I Majakovich sono una formazione ternana attiva dal 2006. Negli ultimi
anni hanno registrato due dischi, oltre a condividere con gli Afterhours
un’esperienza inviadiabile sulla route 66. Hanno aperto i concerti di Zen
Circus e BSBE.
Insomma, ogni tanto hanno suonato.
Attualmente sono in giro per l’Italia con il loro nuovo album ‘Elefante’.
Il disco afferma con maggiore convinzione l’identità del gruppo, sia da
un punto di vista musicale che di immagine; procedendo con passo lento da pachiderma, non hanno
tralasciato alcun dettaglio. Le dieci tracce dell’album raccontano di immobilismo e sofferenza. Di sconfitta,
delusione e qualche impulso di risalita. Un’ode alla liberazione da un presente avaro di soddisfazioni, nel
quale il peso dell’atmosfera viene sorretto da chitarre lunghe e trillanti: un delay di sottofondo come
un fischio nelle orecchie. Nell’album si avverte questa attenzione dei Majakovich nella costruzione del
concetto anche attraverso la melodia, di un rock orecchiabile ma non frivolo. Più ‘pop’ dei Fine Before
You Came, meno violenti del Teatro degli Orrori: il loro ascolto descrive quel cono d’ombra che passa
tra la depressione e la reazione. Credo si possa chiamare malinconia. All’interno del loro percorso, con
questo album, hanno sicuramente poggiato una pietra miliare. Se ora appare come un punto di arrivo,
ben presto sarà un blocco solido da cui salpare verso nuove sperimentazioni.
[7/10] • Paolo Sfirri

Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra
ALBORE
Agogo Records, 2016
L’album oggetto della nostra recensione è un esperimento musicale
complesso e ambizioso; lo si può comprendere già dalle parole dello
stesso autore, che definisce la sua opera come “un viaggio spirituale che
spinge l’ascoltatore in un mondo ipnotico e seducente fatto di poliritmi
Yoruba, impressioni del Medio Oriente, derivazioni jazz spirituali e
vibrazioni Groove di impronta etiope”.
Manuel Volpe è un personaggio sicuramente interessante: nato a Jesi
nel 1988, ha iniziato a studiare musica sin dall’età di 11 anni; è attualmente musicista, compositore
e produttore. Dopo il suo primo album nel 2013 (“Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards
The Light” (Goatman Records / A Buzz Supreme), ispirato alla musica folk, ha fondato nel 2014 la
Rhabdomantic Orchestra, una band con sede a Torino che si apre al rock, al jazz e alla world music.
“Albore”, realizzato con la supervisione di Andrea Benini (esperto di fusioni afro-jazz), rappresenta l’inizio
di una nuova fase artistica nel “musical path” dell’autore e della sua band; l’obiettivo dichiarato è quello
di affrontare un percorso che conduce sia i musicisti che l’ascoltatore nei sentieri più profondi e nascosti
della musica jazz, sino a lambire le sue radice, la sua essenza più propriamente etnica: il risultato è una
musica che forse non sempre riesce a toccare le corde del filone etnico in senso stretto, ma che con le
sue venature vicine alla “new age” invita a lasciarsi trascinare nell’ascolto.
L’album si compone di nove brani, disponibili anche nella versione solo strumentale: “Albore”, “Atlante”,
Basrah” e “Maatkara” sono a giudizio dell’autore i pezzi più riusciti.
Da ascoltare per… lasciarsi portar via.
[7,5/10] • Daniele Bello

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BF 21
Andrea Fardella
LE DERIVE DELLA RAI
Contro Records, 2016
Storie di ordinaria quotidianità nel disco del cantautore torinese, undici
tracce disinvolte che si susseguono. Andrea viene dal teatro e forse
questo lo condiziona non poco. Non si può dire che il disco sia stato
scritto male, ma sicuramente non convince la commistione di vari generi
che fanno fatica a miscelarsi. Sembra più una continua recita piuttosto
che un progetto musicale vero e proprio, un narrare fazioso che risulta
a volte noioso e troppo ripetitivo.
Sbalzi di pressione/tensione, ritornelli forzati e un susseguirsi di stili rendono il disco variegato,
multilaterale che è sicuramente arrangiato molto bene. L’ascolto scorre con molta facilità fino alla
penultima traccia, Madre Terra, esperimento troppo ambizioso per un teatrante e cantautore, troppo
prolisso quasi infinito, una dolcissima nenia che finisce per distrarre.
Forse più psichedelico ed eclettico che narratore classico, sicuramente contemporaneo nella scrittura
ma poco chiaro il confine il meltin pot di stili e il caos. Fa ben sperare però la sua schiettezza nei toni,
l’animo impegnato e combattente non passa sicuramente in secondo piano, La deriva della rai non è
un disco, è una favola contemporanea.
[5/10] • Maruska Pesce

Venus in Furs
CARNIVAL
Phonarchia Dischi / Audioglobe, 2016
I Venus in Furs sono un trio pisano, al loro secondo lavoro lungo dopo
un paio di EP, con la classica formazione da power trio, chitarra, basso e
batteria, che preannuncia sempre ritmo forsennato e grandi potenze: le
aspettative non sono rimaste deluse! La parte ritmica è infatti molto buona
con un’ottima fusione tra i vari strumenti e se vogliamo rinchiuderli in un
genere musicale li definirei quasi post/grunge più che rock o punk (non
so se i ragazzi sarebbero pienamente d’accordo con questa definizione).
L’inizio del disco è molto potente con due canzoni Dammi fuoco e Dammi tempo che mi hanno ricordato
attacchi, riff e melodie dei Foo Fighters ma in chiave italiana (cantano in italiano, nota di merito per
questo come sempre!). Quando poi ho ascoltato Vieri e Maledetta domenica ho finalmente capito a chi
associarli, ai Verdena: per l’attitudine ai pezzi, per alcuni suoni e soprattutto per la seconda canzone
che vocalmente e melodicamente mi ha ricordato Muori Delay del trio bergamasco. La parte centrale
del disco ci offre un gruppo meno “sfondante” e più pacato, con Nazisti (in cui non vorrei dire ma il riff
finale dei fiati sembra un richiamo a una delle canzoni più famose di Beyoncè, della quale conosco solo
le canzoni che martellano in radio, quindi una sua hit!), Semplifica e Anita così non vale, che ci portano
verso il finale, che secondo me è la parte meno convincente del lavoro; infatti si passa ad uno stile più
cantautorale con le tracce Giulio e San Valentino che mi hanno lasciato un po’ di perplessità sia per la
non omogeneità con il resto dei pezzi sia come brani presi singolarmente. Infine nota di colore con la
cover di uno dei brani più famosi di Celentano e cioè quella impronunciabile Prisencolinensinainciusol
resa in realtà in maniera abbastanza fedele all’originale, con qualche spunto di personalità. Insomma un
lavoro buono, che mi ha convinto molto nelle parti più “spinte” e meno in quelle “calme”, ma che penso
renderanno molto dal vivo.
[7/10] • Piergiorgio Castaldi

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22 BF
The D
UNITED STATES OF MIND
Autoprodotto, 2016
Per la prima volta mi capita di ascoltare un disco di una band che avevo
già recensito alcuni anni fa (parlo del loro EP d’esordio Alf), cosa che mi
ha reso molto curioso per vedere i progressi di un gruppo a distanza di
anni. Purtroppo non sono rimasto molto soddisfatto perché di progressi
ce ne sono pochini in questo loro disco, ancorato a quelle sonorità britrock e indie che avevo già riscontrato tre anni fa e che non mi avevano
convinto troppo perché troppo simili ad una miriade di gruppi molto
famosi e che hanno esplorato quasi tutto l’esplorabile. L’inizio di United States of Mind è un pezzo
solo strumentale Pluto, che mi ha fatto ben sperare, belle sonorità, ricerca di suoni e armonie che
effettivamente sembravano spaziali, però tutti i brani successivi ritornano a quel brit-rock alla Arctic
Monkeys, Kooks, Libertines e chi più ne ha più ne metta, che ha effettivamente un po’ dato quello che
doveva. Le canzoni sono tutte orecchiabili e ben suonate, ma purtroppo così come arrivano facilmente,
allo stesso modo lasciano la nostra testa: ci sono alcuni brani più riusciti come 6,16,26 o Black ants
invasion, e pezzi onestamente non troppo in tiro, penso soprattutto a Pete, ma che scorrono tutti troppo
piatti, senza un punto di forza. L’unico brano di rilievo è la canzone finale Glenn Matthews, con un bel riff
di basso, ben distorto e potente che porta ad un brano più forte rispetto al resto dell’album. Insomma
purtroppo non c’è stato il progresso che mi aspettavo a livello di originalità e di personalità (secondo
me sarebbe interessante se i ragazzi seguissero la strada accennata dal suddetto brano finale), e una
nota di demerito a parte va per i testi in inglese: cantare in inglese un genere che in Inghilterra e in USA
è andato già forte e che in Italia non è capito da molti non ha molto senso per quello che penso io anche
e soprattutto se la pronuncia non è perfetta come in questo caso. Trovate la vostra via ragazzi, aspetto
il terzo lavoro!
[5/10] • Piergiorgio Castaldi

Buddha Superoverdrive
NUOVI CANNIBALI
Autoprodotto, 2016
Pochi suoni ma orchestrati al punto giusto, per questo duo campano
alle prese con il loro primo album full-length, il quale risulta essere
nel suo complesso solido e fedele alla linea nuda e cruda del one-twothree-four e pedalare, con ritmiche serrate, rabbia da vendere e tanta,
tanta distorsione. Se il nome della band richiama la calma spirituale
del pacioso principe Siddharta, il loro sound vi spiazzerà a pieno, con
11 tracce di puro hard rock sparato a tutta potenza. Ma se ricercate
qualche cos’altro, oltre a questa perenne aggressività, farete molta fatica a trovarla: infatti solo la
parte centrale dell’album allenta il ritmo per qualche tempo, dandovi il tempo di rifiatare tra una
pogata e l’altra. Nella parte finale dell’album è presente qualche atmosfera più dilatata, come ad
esempio quella di “Pagliacci”, che inquieta per la ruvida linea di basso e il ritmo tribale di cassa; ma
per il resto del disco domina una fame di adrenalina tipica di due cannibali del rock come Valerio De
Martino e Jonathan Maurano, che mette voglia di ballare e di tornare ai tempi in cui l’hard rock rubava
la scena nei migliori club italiani.
[6/10] • Alberto Giusti

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BF 23
So Does Your Mother
NEIGHBOURS
Autoprodotto, 2015
Neighbours è l’esordio della band romana So Does Your Mother. Un
album autoprodotto che abbraccia un territorio sonoro piuttosto
esteso, tra funk, prog e dance music. Impostazione jazzistica,
sincopati, cambi di registro improvvisi, tempi dispari, cluster, liriche
surreali: probabilmente, allo stato attuale, l’animo preponderante
del progetto So Does Your Mother è rappresentato dalla vena prog,
certamente predominante sulle altre due colonne tematiche della
band. Cionondimeno, sono frequentissime le incursioni nel funk (Modern Seducer e Under the Roof ne
presentano diversi estratti) e nella dance (il singolo Your Mother è sicuramente il più palese in questo
senso: cassa dritta, chitarra funky, basso sviaggione, bpm sopra i 145 e accordi di piano sul primo beat).
La band è composta da ben 10 elementi, ed è del tutto conforme a ciò che vi aspettereste da una
formazione del genere: sezione ritmica groovy, chitarra, tastiere, fiati (interessante l’assortimento
flauto-sax-clarinetto), voci e coriste. Nonostante una dimensione live fortissima, tuttavia, l’album
non è del tutto convincente. Le idee sono valide, ben eseguite (non altrettanto ben registrate) ma
derivative e a tratti scolastiche. Sia ben chiaro: confrontarsi con la concezione di mostri sacri come
Zappa o Amon Düül II è tutt’altro che una passeggiata, ma manca ancora omogeneità al progetto, che
deve trovare la propria anima, poiché ha tutte le caratteristiche per eccellere. Il processo di scrittura
della band può e deve certamente trovare un linguaggio proprio, che sia più definito e diretto (con
soluzioni estetiche più fresche), pur mantenendo quella innegabile capacità tecnica e quei riferimenti
culturali che ne caratterizzano l’essenza. Un album che presenta comunque un packaging ricchissimo,
buone individualità e diversi momenti convincenti: oltre al singolo radio friendly, citiamo M.D. che
contiene il featuring di Ike Willis, storico cantante e chitarrista di Frank Zappa e la stessa Modern
Seducer. Un lavoro tutt’altro che negativo, dal quale è già possibile intravedere grandissimi margini di
miglioramento. Aspettiamo il prossimo album.
[6/10] • Bernardo Mattioni

Night Knight
GOD IS A MOTHERFUCKER
Inner Ear Records, 2016
Portato di un certo tipo di rock fatto di complessità di arrangiamenti,
suoni dalla forte identità e riff ipnotici, l’album di questa band greca
ha in sè un forte fascino retrò, dato dalla semplicità dei riff di chitarra,
che riescono a creare atmosfere affini alla psichedelia floydiana, ma
senza eccessi in termini di effettistica, e soprattutto venendo meno
all’aiuto di organi e tastiere. Cionostante, non mancano traccce dalle
dinamiche forti e abbastanza serrate, come ad esempio “Turn Back
Blues” e l’urlata traccia che dà il nome all’album, in cui il giro di basso
crea una sorta di ipnotica cantilena che fa da sottofondo al cantato. In questo tripudio di rock, blues
e psichedelia vecchia maniera, non mancano tuttavia vene di coloritura pop, ben rappresentate da
“Nadia”, le cui pulsazioni di cassa simili al batttito cardiaco altro non sono che un piccolo inganno
all’interno di un arrangiamento decisamente fresco e ballabile. Il ritmo della parte finale viene man
mano a crescere, quasi a sottolineare una catarsi dell’uomo, immerso tra disperazione e dolore, e alla
ricerca di un messaggio positivo. Una catarsi che, pensando alle condizioni attuali della Grecia, diventa
un barlume di speranza in mezzo a tanta devastazione.
[7,5/10] • Alberto Giusti

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24 BF
Uli
BLACK AND GREEN
Wasabi Produzioni / Cane Nero Dischi, 2016
Primo lp per la giovane cantautrice che fin da giovane si muove con
un piede nella musica e uno nel teatro. Timbro delicato ma deciso,
narrazione semplice e un mondo tutto suo fatto di colori in opposizioni,
di verde e di nero. Le luci sono sicuramente più delle ombre, perchè Uli
ha dalla sua parte la spontaneità della scrittura pop, intuito e un organico
di musicisti abbastanza variegato. Black and green è un pò un insieme di
tante, troppe cose a volte, strumenti che incrociano e cuciono pop, rock,
folk e elettronica alla voce armoniosa e sensuale dell’autrice. Basterebbe a volte pensare ad alleggerire
qua e la di qualche suono superfluo per dare al tutto quell’equilibrio essenziale e perfetto. Questo è
però senza dubbio un passo enorme dopo un primo ep che già faceva ben sperare. E’ un disco senza
troppe pretese e disillusioni, nel migliore dei significati, è così chiaro e semplice perchè rappresenta
esattamente la mente di chi lo ha immaginato. Da qui in poi deve essere sempre meglio perchè così
speriamo che sia. Voto d’incoraggiamento ad un gran bell’esordio.
[7/10] • Maruska Pesce

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BF 25
OndAnomala di Mimmo Crudo & Lady U
TU CI SEI
MK Records, 2015
Il progetto OndAnomala nasce a Bologna da un’idea di Mimmo Crudo
(bassista, musicista, autore e produttore, nonché colonna portante del
miglior periodo della band “Il Parto delle Nuvole Pesanti”), che chiama
la sua amica poetessa e cantante Francesca Salerno (in arte “Lady U”)
per riprendere un sodalizio artistico che affonda le sue radici negli
anni Ottanta del secolo scorso, quando i due artisti avevano fondato il
gruppo “Uvistra”.
Assieme ad un gruppo di giovani musicisti, Mimmo Crudo e Francesca Salerno sono riusciti a costruire
una band rock dal sapore mediterraneo, contaminata da ritmi Etno-Folk, New Wave e da sonorità
elettroacustiche; i brani che compongono questo album (in parte originali, in parte rivisitazioni di pezzi
“storici”) vedono violoncello, percussioni e chitarre elettriche incontrarsi con i sintetizzatori e con la
voce di Lady U, dotata di una intensa capacità espressiva e di grande impatto scenico. La band si avvale
anche della collaborazione di Checco Salerno, prematuramente comparso prima di vedere ultimato
questo disco.
Questo album si inserisce di diritto nel filone del folk rock mediterraneo, pur non rappresentando uno
dei vertici artistici di questo genere.
Nei brani è possibile cogliere atmosfere diverse, all’insegna di una “patchanka” musicale in cui molto
viene affidato al calore e alla sensualità della voce e alla capacità espressiva dei testi, dalle forti
connotazioni dark.
Il brano più significativo è senz’altro “Tu ci sei”, il cui videoclip interpretato da Lady U e Mimmo Crudo è
stato girato, montato e diretto da Oscar Serio a Bologna presso l’ Infrared Studio Lab di Andre Cencini.
Da segnalare anche “Salta Anita. Salta!”, brano scritto appositamente per “Musica contro le mafie”, la
malinconica “Fuori è buio” e le due versioni di “Acikof”.
[6,5/10] • Daniele Bello

MILF
GOD SAVE THE TEEN
Autoprodotto, 2016
God Save the Teen è un album squarciafavole. La miscela è facile e
totalmente esplosiva. Si grindano insieme in salsa jazzcore tutte le nenie
e i personaggi buonisti che svolazzano demonicamente intorno a qualsiasi
teen per piegarle al crudo volere dei MILF. Il filo conduttore è andare
a ripescare indiscriminatamente tutti gli spunti infantili, spezzettarli e
sminuzzarli per disseminarli come contorno di ogni traccia. Ecco quindi
quindi cameo di Pippo, Paperino e Topolino inseriti forse controvoglia
in un cinico contesto alla Three Fingers di Rich Koslowski. Musicalmente totalmente coinvolgenti con
sonorità alla Zeus! tribolari, tirate, con un limbo di fuoco che circonda le sonorità da rumoristi di cartoon
per trascinarli in un gratìn metalcore. Seccanti e triviali invece i titoli delle tracce che finiscono la loro
simpatia e novità al terzo giro, andando a richiamare quei giochi di parole ambigui da addio al celibato di
quelle persone che conosci fortunatamente solo di vista, anzi nemmeno quello. God Save the Teen dei
MILF... Ne ho appena comprato cinque cd e li ho messi per terra al centro della mia stanza. Yoga Fire!!
[7,5/10] • Plasma

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26 BF

EP
Cagliostro
IL SANDALO
BandBackers, 2016
Ironico, spensierato, trascinante e brioso questo secondo lavoro del
cantautore reggino Francesco Stilo - in arte Cagliostro - che realizza uno
pseudo concept album per incarnare lo spirito del viaggio attraverso il
sandalo come metafora primordiale del cammino. Quello di Cagliostro
è un cammino iniziato dalla sua Reggio Calabria per arrivare alle strade
di Roma, dove assorbe lo spirito e lo stile cantautorale che troviamo nel
disco. Restano comunque anche le radici, i colori, ed il calore del sud,
contaminati ed arricchiti da influenze spagnoleggianti e brasiliane che donano la giusta spensieratezza
a testi semplici e pieni di storie da raccontare. Ascoltando Il Sandalo vi scapperà sicuramente più di
un sorriso, fin dall’inizio con la spassionata Serenata In Via Dei Grilli, poi con la brilla Ascolto Un Po’
Signor Vino, la danzante Zánzara, la poesia di Rosa Bianca e l’allegria di Brasil. Ottima conclusione per la
trascinante La Provincia Sotto Zero che “col sole e l’amianto” vi farà pensare ai pregi e ai difetti del Sud a
colpi di ironia e kazoo. Bel lavoro che merita senz’altro di essere apprezzato dal vivo.
[8/10] • Daniela Fabozzi

Electroadda
ELECTROADDA
Autoprodotto, 2016
Gli Electroadda sono una formazione Brianzola di “vecchia data”
formatasi nel 2004 e composta da Carlo Frigerio alla batteria e Leonardo
Ronchi alla chitarra e voce. Ci propongono questa breve autoproduzione
di 5 inediti intitolata come il loro duo e introdotta molto energicamente
dal primo singolo,”A Better Life”, in cui mettono subito in mostra la loro
poliedricità musicale, apprezzabile specie nell’esuberante commistione
di sonorità elettroniche generate da “synth” estremamente cadenzati
che lievitano fino ad esplodere. Un crescendo polistrumentale accuratamente adagiato sul tappeto
ritmico intessuto da Frigerio e adornato con brio dalla voce di Ronchi e della sua chitarra elettrica. Il
secondo singolo “Star Girl” è invece a mio parere un rock’n’ roll rivisitato non degno di particolare nota,
e a sentirlo nel contesto di questo Ep, quasi malposto in mezzo a due brani (“A Better Life e “Rabbits’
Hill”) dai temperamenti naturalmente molto più collimanti. L’outro di questo Extended Play, “Tired” e
la rispettiva “Intro” che la precede, (per intenderci la n° 4 e 5) possiedono invece un’indole diversa, la
prima più spiccatamente “Psychedelic Rock” e la seconda tendente invece all’elettronica “Ambient”.
Nel complesso un disco leggero, complessivamente piacevole e che possiede 3 tracce (la 1°,3°,5°) a mio
giudizio interessanti e in cui si può encomiare una buona audacia sperimentale nell’estetica dei brani.
[7,5/10] • Francesco Angius

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BF 27

Pin Cushion Queen
SETTINGS_2
Autoprodotto, 2016
Nuovo e sorprendente capitolo della serie Settings per il trio, di base
a Bologna, composto da Igor Micciola (chitarra, synth e voce), Marco
Calandrino (basso, synth e voce) e Nicola Zanardi (batterie), autori di
un breve e intenso viaggio nella psichedelia e nell’elettronica. Se Merry
Go Round è un immersione in un fluttuante mare di impulsi elettronici
stordenti, ripetitivi, scossi dalla batteria industriale, metallica di
Zanardi, Under Electric Light è un rapido ricordo di un sogno cupo e
inquietante, con le voci intente a recitare una nenia spaventosa su un tappeto di suoni abrasivi e oscuri.
Con Graco il cammino si avvia su territori imprevisti e decisamente più aperti con decise influenze post
rock (leggi Motorpsycho, God Machine), pezzo trascinante, dal forte impatto emotivo, con un sapiente
uso di effetti elettronici che fanno da contrappunto all’impostazione acustica del brano, con la ritmica
a farla da padrona e a trascinare nell’ascolto. I Pin Cushion Queen definiscono dettagliatamente il loro
percorso musicale verso territori che variano psichedelia al post rock, passando tra generi e stili, in
modo personale e convincente.
[7,5/10] • Vincenzo Pugliano

XIX
XIX
Stay Home: Gigs & Records, 2016
XIX è un simbolo palindromo che non indica un secolo, ma rappresenta
l’anno diciannovesimo della vita di un uomo. Marco Anulli viene da Terni,
una città che sta vivendo una primavera musicale molto lunga, fatta
di solide conferme e nuove proposte. L’EP del progetto XIX prende
decisamente posto tra le seconde, in un solco già segnato a livello
mondiale da nuovi pionieri di musica elettronica, ex. Tim Hecker e i
Mogwai. Da qui in poi, non vi rimarrà impresso nessun motivetto, state
tranquilli. Abolite il ritmo. Qualsiasi cosa ricordi una batteria. L’unica cosa veramente importante è il
flusso, che nel momento in cui accade va avanti e per questo richiede concentrazione. Un po’ la metafora
del viaggio ciclico che compiamo all’inseguimento di stati d’animo passati: che poi il genere si chiami
drone o sperimentale o ambientale, la ricerca tende a una sonorizzazione delle emozioni (comprese
le peggiori). Perciò XIX manipola il suono della chitarra, lo piega per ottenere loop ipnotici, metallici, a
volte cacofonici. Quando il test di resistenza al post-industriale spinto sembra sul punto di terminare,
ecco che altri suoni ruotano la stanza in un nuovo ecosistema, ed è una continua trasmigrazione tra livelli
di synth, chitarre che furono, motoseghe e silenzi. Chiamatelo pure meccanico del suono. Nelle esibizioni
live, la musica viene accompagnata da una visual cromatica, sulla quale si staglia la silhouette dell’artista
in continua sublimazione, dalla sofferenza all’estasi. Il passato è criptico, il presente è passato, un futuro
imperfetto è alle porte.
[6,5/10] • Paolo Sfirri

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28 BF
Il Distacco
I 17 LATI
Zeta Factory, 2016
Piccolo EP compatto ma di buona durata con un eptadecagono in
copertina con le sue diciassette sfaccettature; geometrico con i suoi
punti di fuga e parallele di “Odio e amo”, parzialmente bipolare, ma è
un bicchiere d’acqua dopo l’iniziale “Karma” che ti battezza all’ascolto
ricordandoti che il karma prima o poi te la farà pagare... Luci e ombre che
arrivano piano piano alla catarsi finale de “La pace dei sensi” passando
per “Afrodite” che ricorda le prime esplorazione di matrice alternative
rock con qualche accenno stoner dei gruppi italiani metà anni novanta. L’intero EP da l’impressione di
viaggiare con il classico freno tirato nonostante qualche spunto, forse l’occasione non è stata colta
appieno; si ha la sensazione di comparti stagni nelle canzoni che non dialogano tra loro. Li attendiamo
ad una prova più matura.
[5,5/10] • Plasma

Stray Socks and The Old Shoes
QUALCOSA CHE VALGA NIENTE
Autoprodotto, 2016
In un lavoro di punk rock c’è rabbia, potenza, un epidermico impeto sugli
strumenti fatto di fermate brusche e altrettanto repentine ripartenze, di
velocità che se non arriva a quella esasperata dell’hardcore, ne mantiene
la carica dissacrante, quasi feroce. Ma se prevale la preoccupazione
emotiva e sentimentale, la spinta si affievolisce, l’aggressività necessaria
per reggere l’impatto sonoro scema eccessivamente, la tensione cala
lasciando spazio a una sensazione di indecisione ed esitazione. Se a questo si aggiunge l’immaturità di
un esordio, il risultato è deludente, come nel caso di Qualcosa che valga niente. Forte l’impressione del
già sentito, non è una combinazione che i momenti più convincenti e più personali siano quelli in cui la
band scioglie le briglie, suonando e cantando con maggior irruenza, senza eccessive ansie autoriali, come
in Premonitions o Tricked, interpretate entrambi in inglese, forse non a caso. Gli Stray Socks devono
decidere quale strada intraprendere, e nel loro disco si percepisce, per presentare un lavoro di maggior
interesse e prospettive.
[5/10] • Vincenzo Pugliano

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30 BF

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BF 31

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32 BF

Rubrica a cura di AntoNia Genco, architetto e designer .
Per info e progettazione Ciddì: info@beautifulfreaks.org con oggetto “Bu!Cce Candite”.

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BF 33

33 giri di piacere
”BACK FROM THE GRAVE” E “LAST OF THE GARAGE PUNK UNKNOWNS”
Tim Warren è uno tosto. Uno a cui non interessano le mode del momento. Da sempre segue la sua strada
che è quella della sua etichetta, la Crypt Records. Fondata nel 1980, Crypt da sempre è sinonimo di
sonorità super distorte e punk nel vero senso del termine. Da 35 anni Tim produce il meglio del garage
dei Sixties ed anche dei decenni successivi, il rockabilly più selvaggio, il meglio del punk e del punk-blues
(tra cui il primo Jon Spencer Blues Explosion per fare un nome).
Tra le serie che ha realizzato l’etichetta tra gli anni
Ottanta e i tardi anni Novanta ci sono i Back From
The Grave e i Garage Punk Unknowns. Si tratta del
meglio che la scena garage punk americana offriva
nei Sixties. Dalle cantine d’America, decine di band
poco interessate alla “british invasion” prendevano un
Farfisa, un microfono e una chitarra col fuzz per regalarci
delle schegge impazzite da due minuti e mezzo. Siamo
intorno al 1966 e gli Stooges erano ancora nel garage.
“Wild american mid-60’s garage punk madness” scrive lo
stesso Tim in copertina di uno dei Back From the Grave per
rendere l’idea. “This ain’t no hippie nostalgia trip!” scrive invece nel presentare l’altra serie che,
pur trattando di Sixties, è decisamente molto poco “flower power”.
La Crypt, intorno al 2013, ha deciso di
realizzare due nuovi volumi di Back From
The Grave (il 9 e il 10) a cui sono seguiti
ben otto volumi di “Last of the garage
punk unknowns “. La selezione è più o
meno la stessa dei volumi storici che si può
riassumere in una parola: grandiosa. Se
non li trovate ordinateli, sono consigliati
vivamente. Dimenticate i Nuggets e
dimenticate il 1976/77 come il biennio in
cui nacque il punk. Forse nomi come The
Pastels, The High Spirits, Lord Charles & The Prophets non vi dicono niente. Ma se li ascoltate capite
come nei Sessanta avessero già suonato tutto.
Lorenzo Briotti

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34 BF

l’opinione
dell’incompetente
« Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va
migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo. »
(Fabrizio De André intervista di Fernanda Pivano riportata sul retro di copertina di “Non al Denaro
non all’amore né al Cielo” del 1971)
Stamattina gran confusione al giornale. Cataste di
CD ovunque, andirivieni di persone e porte che si
chiudevano ed aprivano in continuazione.
Sul tavolo della reception, dentro la mia vaschetta
di posta, giaceva una busta giallo ocra con su scritto:
“per l’incompetente - da fare necessariamente
entro giovedì prossimo”.
È ormai notte fonda ora e, quando mi accingo ad
ascoltare il cd, passa rumoroso il bus notturno
caracollando nel tombino in dislivello. Torna il
silenzio.
Nella busta, oltre al cd, un foglio a quadretti con su
scritto: “il disco da recensire è un concept album
dove un uomo deluso dalla società americana
si unisce ad una corporazione che progetta di
assassinare i leader corrotti. L’album utilizza
dialoghi tra le canzoni per far proseguire la trama
ed è uno dei più importanti album progressive
metal che hanno aperto la strada a gruppi come
i Dream Theater.”
La novità di questi ultimi cd è proprio questa, ora
mi lasciano anche una breve traccia affinché io non
vada fuori tema. Prima cosa da fare ora: scoprire
cosa caspita sia un concept album. Dal web: un
concept album è un album in cui tutte le canzoni
sono collegate fra di loro da un filo narrativo o
costituiscono nel loro complesso una storia, è
usato soprattutto nell’art rock e, in particolare,
è diventato uno dei tratti distintivi del rock
progressivo.
Intanto nelle cuffie parte “I Remember Now”, il
brano introduttivo. Un’infermiera somministra
un non meglio definito “another shot” al povero
protagonista che giace inerme in un letto di
ospedale.
La sostanza iniettata ha un effetto potente ed
immediato che viene descritto magistralmente in
musica nel secondo brano “Anarchy-X”. Dum. Dum.
DUM... rattattattata... poi, dopo lo sconquasso,
torna, prepotente, la vita! Una folla che acclama,
una scarica, e poi, nel terzo brano “Revolution

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Queensrÿche - Operation: Mindcrime

Calling “il risveglio e da lì il ricordo di quanto è
accaduto. Nikki, il protagonista, ricorda che sotto
effetto dell’eroina fu manipolato per entrare in un
gruppo di ribelli che lavorano per un uomo di nome
Dr. X. Dopo aver aderito al culto, viene ipnotizzato
in modo tale che quando Dr. X pronuncia la
parola “mindcrime” (“crimine cerebrale”), Nikki
diventa un pupazzo in mano al Dr. X che lo usa
per commettere degli omicidi. Il quarto brano,
“Operation: Mindcrime” viene introdotto per
l’appunto dalla voce del Dr. X che, al telefono,
ripete a Nikki la parola “mindcrime”. Attraverso i
brani seguenti si dipana la storia (il quinto pezzo,
“Speak” è colonna portante dell’intero lavoro) ed
al nostro sfortunato eroe viene offerto un premio
(attraverso un amico del Dr. X, un prete di nome
Padre William) che consiste nelle attenzioni di una
prostituta diventata suora di nome Sorella Mary
(introdotta prima in “Spreading the Disease” e
protagonista poi nel bellissimo mistico ottavo
pezzo “Suite Sister Mary”). Grazie a Mary, Nikki
comincia a rinsavire (“The Mission” e “The Needle
Lies”) ma il Dr. X lo scopre e gli ordina di uccidere

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BF 35
Padre William e Sorella Mary.
Nikki uccide il prete ma non riesce a completare
l’ordine uccidendo Mary pur avendone avuto la
possibilità.
Il Dr. X ricorda a Nikki che è tossicodipendente e
solo lui può fornirgli la dose di droga giornaliera
per cui ordina di nuovo l’uccisione di Mary. Nikki
va da Mary ma, trovandola già morta (“Electric
Requiem”), non riesce a sopportare il dolore ed
impazzisce (“Breaking the silence”). La polizia,
arrivando sul luogo, lo trova con il corpo di Mary e
lo arresta (pregevole qui la strumentale “Waiting
for 22”).
Visto che Nikki è in uno stato catatonico, viene
portato in ospedale, (“In my empty room”) dove
comincia a ricordare (“Eyes of a Stranger”) . Il disco
finisce con la frase, ripetuta più volte: I remember
now.
Durante il tour del 1990, “Operation: Mindcrime”
fu suonato presentando filmati, animazioni e
una cantante ospite, Pamela Moore, nei panni di
Sorella Mary. La storia fu anche esposta in una
serie di videoclip per MTV.
Concludendo, il disco è molto bello ed è quasi
riduttivo definirlo semplicemente un disco. E’ un
opera artistica completa, con tanto di messaggio
sul concetto (ahimè attualissimo) di controllo. È
quel concetto subdolo che spesso ci ha indotto (e
la storia ce lo insegna), in nome di una presunta
ed indotta morale superiore, di una suprema
necessità, di un fine più elevato, a commettere
azioni riprovevoli contro altri e contro noi stessi,
per poi capire di aver servito un padrone mosso da
ben diversi e ben più prosaici interessi.
Felice vita!
Rubby

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Ascolta Nartraradio Roma.
La webradio vicina di casa di Beautiful
Freaks

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“CHI L’HA VISTI?”
Ovvero: Breve scheda di identità di gruppi inutili
scomparsi nel nulla e che (per ora) ci hanno risparmiato una reunion ancora più inutile.
a cura di Mazzinga M.

KIK TRACEE
Genere: Hair Metal.
Nazionalità: Statunitense.
Formazione: Stephen Shareaux (voce); Michael Marquis (chitarra); Gregory “Hex” Offers (chitarra); Rob
Grad (basso) e Scott Donnell (batteria) sostituito nel 1991 da Johnny Douglas.
Discografia: No Rules (Lp, 1991); Field Trip (Ep, 1992).
Segni particolari: Kik Tracee... ne vogliamo parlare?
Data e luogo della scomparsa: 1993, nel “Center of a Tension”.
Motivo per cui saranno (forse) ricordati: Aver avuto Sharon Osbourne come manager e un cantante
che era in lizza per sostituire Vince Neil nei Mötley Crüe e unirsi ai Velvet Revolver al posto di Scott
Weiland.
Motivo per cui dovrebbero essere dimenticati e mai più riesumati: Se anche degli scoppiati con i
neuroni bruciati dalle droghe e dall’alcol come Nikki Sixx, Mick Mars, Tommy Lee, Slash, Duff Mckagan
e Matt Sorum in un raro momento di lucidità si sono resi conto che, oltre ad avere un nome idiota,
avevano un frontman che non valeva una ceppa perché dovremmo cascarci noi e sperare in una loro
reunion? “Kick Tracy the hell out of here!”

BRUNETTE
Genere: Hair Metal.
Nazionalità: Statunitense.
Formazione: Johnny Law alias Johnny Gioeli alias Giovanni Giuseppe Battista Gioeli (voce); Jo Law alias
Joey Gioeli alias Giuseppe Giovanni Antonio Gioeli (chitarra); Jay Scott King (basso); Darek Thomas Cava
(batteria); Cristopher Paul (chitarra) e una qualche comparsata del ben più famoso chitarrista Doug
Aldrich.
Discografia: Demos 1989–1990 e Rough Demos (2013, raccolte rimasterizzate e sfortunatamente
messe sul mercato dalla FnA Records).
Segni particolari: Oltre 12 piedi di una bruna lunghezza “pilifera” collettiva.
Data e luogo della scomparsa: 1991, presumibilmente in un qualche Barber Shop di L.A..
Motivo per cui saranno (forse) ricordati: Aver recitato come protagonisti in “Smash Crash and Burn” un
film del 1989 girato da Roman Coppola e mai uscito nelle sale.
Motivo per cui dovrebbero essere dimenticati e mai più riesumati: “Voglio fare il parruchiere” (cit.).
Se come gruppo ti inventi le peggiori trovate pubblicitarie per promuoverti e poi ti sciogli prima ancora
di firmare un contratto discografico; se come band ti capita la fortuna di recitare in un film del figlio di
Francis Ford e neanche riesci a farti proiettare al cinema parrocchiale di Poggibonsi, beh…è evidente che
l’arte ti schifa. Mettila da parte e apri un Hair Salon. Dai retta a Elio.

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