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Lo Stato ha esaurito la sua funzione sto

rica? Uno Stato che, come sta accadendo a


quelli occidentali, ha rinunciato alla leva
obbligatoria e ha privatizzato progressiva
mente settori come la scuola, la sanit, la
previdenza, su quali elementi pu ancora
reggersi? E non proprio la crisi dello Stato,
un tempo detentore del monopolio della vio
lenza, a scatenare l'esplosione del terrorismo?
Sono le domande cruciali che si pone Hobs
bawm in questo t e s to breve e incisivo. In
un'epoca in cui le democrazie sono in crisi di
rappresentativit in Occidente e stentano ad
affermarsi altrove, sembra esserci spazio solo
per quel "nazionalismo accelerato", fondato
su

vere o presunte basi etniche o religiose,

che costituisce con il suo braccio armato, il


terrorismo, una delle pi gravi minacce che
incombono sul nostro futuro.
Con la profondit di pensiero e l'appassiona
ta verve polemica che ne fanno

uno

dei pi

autorevoli storici del nostro tempo, Hobs


bawm ci fornisce alcune chiavi di lettura
indispensabili per comprendere il mondo
in cui viviamo.

Eric Hobsbawm

La fine dello Stato


Traduzione di Daniele Didero

l\Lzzoli

Propriet letteraria riservata


2000, 2004, 2006 by Ericf Hobsbawm
2007RCS Libri S.p.A., Milano
ISBN 978-88-17-01952-1

Prima edizione: ottobre 2007

Nations and Nationalism in the New Century una rielaborazione di una

prefazione scritta per una nuova edizione (2004) della uaduzione tede

sca di Nazioni e nazionalismi; The prospects ofDemo"cracy il testo di una

conferenza tenuta al Club Athenaeum nel 2000; Terror ha origine da al

cuni appunti per un seminario sul terrorismo tenuto alla Columbia


Universicy nei primi anni Novanta; Public Order in theAge of Violence

stato presentato nel 2006 al Birkbeck College nel quadro di una serie di
incontri sulla Violenza.

Fotocomposizione: Studio Editoriale Littera, Rescaldina (MI)

ABirkbeck

La fine dello Stato

Prefazione

Il XX secolo stato l'epoca pi straordinaria nella


storia dell'umanit, nella quale abbiamo assistito a
catastrofi umane senza pari, a un sostanziale mi
glioramento delle condizioni materiali di vita e a
una crescita senza precedenti della nostra capacit
di trasformare - e forse di distruggere - la faccia del
nostro pianeta (e addirittura di spingerci al di l di
esso) . Come dovremmo considerare questa <<et
degli estremi o, gua!dando avanti, quella nuova
epoca che emersa dalla vecchia? Questa raccolta
di saggi costituisce il tentativo di uno storico di
prendre in esame, analizzare e comprendere la si
tuazione del mondo all'inizio del terzo millnnio, e
alcuni dei principali problemi politici con cui ci
dobbiamo confrontare oggi. Essi vengono a inte
grare e ad aggiornare ci che ho scritto in prece
denti pubblicazioni, soprattutto la mia storia del
XX secolo Il secolo breve (Bur, Milano 2000) -,
-

una Intervista s u l n u ovo secolo, a cura di Anton io


Polito (Laterza, Roma-Bari 1999), e Nazioni e na
zionalismi (Einaudi, Torino 2002). I tentativi come
questo sono qualcosa di necessario. Quale pu es
sere il contributo degli storici a questo compito? La
loro funzione principale, oltre a ricordare ci che
altri hanno dimenticato (o che vorrebbero dimenti
care) , quella di sapersi distanziare il pi possibile
dai fatti della cronaca contemporanea, in modo da
poterli analizzare in un contesto e in una prospet
tiva pili ampi.
In questa raccolta di studi, che vertono principal
mente su temi politici, ho cercato di concentrarmi
su tre aree su cui oggi necessario riflettere in modo
chiaro e in fo rmato: la natura e il mutevole contesto
del nazionalismo, le prospettive della democrazia li
berale e la questione della violenza politica e del ter
rorismo. Tutte queste cose hanno luogo in uno sce
nario mondiale dominato da due svimuppi tra loro le
gati: l'enorme e continua accelerazione della capa
cit, da parte della specie umana, di trasformare il
pianeta per mezzo della tecnologia e dell'attivit
economica, e la gmobalizzazione. Im primo di questi
sviltppi, sfortunatamente, non ha fino a oggi avuto
un impatto significativo su coloro che prendono le
decisioni politiche. La massimizzazione della cre
scita economica rimane tuttora l'obiettivo dei go
verni, e non ci sono concrete speranze che vengano
IO

adottate delle misure efficaci per affrontare la crisi


del riscaldamento globale. Dall'altro lato, a partire
dagli anni Sessanta il procedere sempre pi veloce
della globalizzazione - il fenomeno per cui il mondo
viene a presentarsi come una singola unit di attivit
interconnesse, non ostacolate dai confini locali - ha
avuto un impatto politico e culturale profondo, spe
cialmente se consideriamo la globalizzazione nella
sua forma attualmente dominante, quella di un li
bero mercato globale incontrollato. Ci non viene
specificamente discusso in questi saggi, soprattutto
perch la sfera politica vera e propria quel campo
dell'attivit umana che non ne rimane praticamente
coinvolto. Nel loro tentativo di portare a termine la
dubbia impresa di quanti care questo fenomeno
con il loro Indice di globalizzazione (2007), i ricer
catori dell'istituto svizzero Kof (il Centro di ricerca
congiunturale del Politecnico di Zurigo) non hanno
avuto difficolt a trovare degli indici dei flussi eco
nomici e di informazioni, dei contatti personali o
della diffusione delle culture - per esempio, il nu
mero di ristoranti McDonald's e di negozi Ikea pro
capite-, ma per misurare la globalizzazione poli
tica non sono riusciti a pensare nessun criterio mi
gliore del numero di ambasciate presenti in un
Paese, della sua appartenenza alle organizzazioni in
ternazionali e della sua partecipazione alle missioni
del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
l I

Una discussione complessiva sulla globalizza


zione si collocherebbe probabilmente fuori dalla
portata di questo libro, ma possiamo comunque
fare tre osservazioni di carattere gen rale su questo
fenomeno che risultano di particolare rilievo per i
temi qui trattati.
In primo luogo, la forma attualmente di moda
della globalizzazione, quella del libero mercato, ha
provocato una drammatica crescita delle inegua
glianze economiche e sociali, sia all'interno dei sin
goli Stati sia sul piano internazionale. Nulla lascia
intendere che questa polarizzazione non stia conti
nuando ad accentuarsi all'interno dei diversi Paesi,
nonostante una generale diminuzione della povert
estrema. Questa ondata di ineguaglianza, special
mente nelle condizioni di estrema instabilit eco
nomica, come quelle create dal libero mercato glo
bale negli anni Novanta, sta alla radice delle pi
grandi tensioni sociali e politiche del nuovo secolo.
Per quanto la crescita delle nuove economie asiati
che tenga sotto pressione le ineguaglianze sul piano
internazionale, sia la minaccia agli standard di vita,
relativamente astronomici, dei popoli del vecchio
Nord, sia l'impossibilit pratica di raggiungere
qualcosa di simile da parte delle grandi popolazioni
di Paesi come l'India e la Cina, non mancheranno
di generare le loro tensioni interne e internazionali.
In secondo luogo, l'impatto di questa globalizzaI 2

zione avvertito soprattutto da coloro che ne bene


ficiano di meno. Da qui nasce la crescente polariz
zazione nei giudizi su questo fenomeno, che vede
opposti da una parte coloro che sono potenzial
mente al riparo dai suoi effetti negativi - gli im
prenditori che possono esternalizzare i loro costi
rivolgendosi a Paesi dove la manodopera a buon
mercato, i professionisti ultraspecializzati e i lau
reati con i gradi di istruzione pi elevati che pos
sono trovare lavoro in qualunque economia di mer
cato ad alto reddito-e dall'altro quelli che non go
dono di queste forme di protezione. per questo
motivo che per la maggior parte di coloro che vi
vono della paga o del salario del loro lavoro nei vec
chi Paesi sviluppati l'alba del XXI secolo apre una
prospettiva inquietante, per non dire sinistra. Il li
bero mercato globale ha minato la capacit dei loro
Stati e dei loro sistemi previdenziali di proteggere il
loro standard di vita.,In un'economia globale, essi si
ritrovano a competre con uomini e donne che vi
vono all'estero, hanno le loro stesse qualifice ma
rievono solo una frazione della busta paga o cci
dentale; e, in patria, sono tenuti sotto pressione
dalla globalizzazione di quello che Marx chiamava
l'esercito salariale di riserva, costituito dagli im
migr;iti giunti dai villaggi delle grandi zone globali
di povert. Situazioni come questa non promet
tono un'era di stabilit politica e sociale.
13

In terzo luogo, anche se la scala attuale della globa


lizzazione rimane modesta, eccetto forse in un nu
mero di Stati generalmente piccoli, soprattutto in
Europa, il suo impatto politico e culturale spropor
zionatamente grande. I..:immigrazione costituisce
pertanto uno dei principali problemi politici nella
maggior parte delle economie sviluppate dell'Occi
dente, anche se a livello mondiale la percentuale di
esseri umani che vivono in un Paese diverso da quello
in cui sono nati non supera il tre per cento. Nell'in
dice di globalizzazione economica del Kof del 2007,
gli Stati Uniti si trovano al 3 9 posto, la Germania al
4 0, la Cina al 5 5, il Brasile al60, la Corea del Sud al
62, il Giappone al67 e l'Indiaal 1 05, anche se tutti
eccetto il Brasile occupano un posto un po' pi alto
nella scala della globalizzazione sociale (il Regno
Unito l'unica grande economia che rientra fra i
primi dieci classificati sia per la globalizzazione eco
nomica, sia per quella sociale) . Ce si tratti di un fe
nomeno storicamente temporaneo oppure no, a
breve termine questo impatto sproporzionatamente
grande potrebbe avere serie conseguenze politice
nazionali e internazionali. Sono propenso a ipotiz
zare che, in un modo o nell'altro, qualche tipo di resi
stenza politica- sia pur probabilmente senza arrivare
a una ripresa formale delle politiche protezionistiche
- verr a rallentare il progresso della globalizzazione
del libero mercato nei prossimi dieci o venr' anni.
14

Spero che i capitoli sullo stato attuale del nazio


nalismo e le trasformazioni della violenza pubblica
e del terrorismo risultino comprensibili al lettore
senza bisogno di ulteriori commenti da parte no
stra. Mi auguro che lo stesso valga anche per il capi
tolo sulla democrazia, pur essendo ben consapevole
che molto discutibile cercare di mostrare come
uno dei dogmi pi sacri del discorso politico comu
nemente in voga in Occidente abbia meno pregi di
quelli che solitamente gli vengono attribuiti. Oggi
nella retorica pubblica occidentale si sentono pi
assurdit e sproloqui sulla democrazia - e special
mente sulle miracolose qualit che apparterrebbero
ai governi eletti da maggioranze aritmetiche di vo
tanti che scelgono tra partiti rivali - che su qualsiasi
altro concetto o termine politico. Nella recente re
torica statunitense, questa parola ha perso ogni
contatto con la realt. Il mio intervento un piccolo
contributo alla necessit di riportare questi discorsi
sulla terra attraverso l'uso della ragione e del senso
comune, pur restando al contempo saldamente le
gati all'ideale del governo per il popolo - per tutto il
popolo : i ricchi e i poveri, gli stupidi e gli intelli
genti, gli informati e gli ignoranti- e con la consul
tazione e il consenso del popolo.
I saggi qui raccolti (e aggiornati dove necessario) ,
per la maggior parte presentati originariamente
sotto forma di conferenze tenute in diversi luoghi,
I 5

cercano di esporre e spiegare la situazione in cui il


mondo, o larga parte di esso, si ritrova oggi. Essi
possono contribuire a definire i problemi con cui ci
confrontiamo all'inizio del nuovo secolo, ma non
propongono programmi o soluzioni pratiche. Sono
stati scritti o rielaborati tra il 2000 e il 2006, e riflet
tono quindi le specifiche preoccupazioni interna
zionali di questo periodo, che stato dominato dalla
decisione presa dal governo statunitense nel 2001 di
rivendicare un'egemonia mondiale unilaterale, de
nunciando convenzioni internazionali fino ad al
lora accettate, riservandosi il diritto di lanciare
guerre di aggressione o altre operazioni militari
ogniqualvolta lo volesse fare, e mettendo di fatto in
opera questo suo proposito. Davanti alla dbacle
della guerra in Iraq, non pi necessario dimostrare
che questo progetto non era realistico, e la questione
se ci augurassimo o meno il suo successo quindi
ormai puramente accademica. Ciononostante, do
vrebbe essere chiaro - e i lettori dovrebbero tenerlo a
mente - che questi saggi sono stati scritti da un au
tore che profondamente critico verso tale pro
getto. Atteggiamento parzialmente dovuto alla
forza e all'indistruttibilit delle convinzioni politi
che dell'autore, tra le quali vi l'ostilit verso l' impe
rialismo, sia esso portato avanti da grandi potenze
che, mentre assoggettano le loro vittime, affermano
di star facendo loro un favore, oppure da uomini
16

bianchi che danno per scontati la loro superiorit e


il loro diritto di decidere per le persone di un altro
colore. Atteggiamento anche dovuto a un razional
mente giustificabile sospetto verso quella megalo
mania che costituisce la malattia professionale degli
Stati e dei governi convinti che non ci siano limiti al
loro potere o al loro successo.
Sulla maggior parte degli argomenti e delle men
zogne con cui le azioni intraprese dagli Stati Uniti a
partire dal 211 1 sono state giustificate da politici
americani e inglesi, sostenitori prezzolati o meno,
retori, agenzie di stampa, lobbisti e ideologi dilet
tanti, non ormai pi necessario che ci soffer
miamo. Tuttavia, alcune argomentazioni meno di
sdicevoli sono state avanzate non a favore della
guerra in Iraq, ma in sostegno del principio gene
rale secondo cui l'intervento armato internazionale
volto a preservare o introdurre il rispetto dei diritti
umani qualcosa di legittimo e a volte necessario in
un'epoca di crescente barbarie globale, di violenza e
di disordine. Per alcuni, ci implica l'auspicabilit
di un'egemonia imperiale mondiale, esercitata nello specifico - dall'unica potenza in grado di
farlo, ossia gli Stati Uniti. Questo principio, che po
tremmo chiamare l'imperialismo dei diritti umani,
entrato nel dibattito pubblico nel corso dei con
flitti balcanici scoppiati in seguito alla disintegra
zione della Iugoslavia comunista - e specialmente

in Bosnia -, conflitti che sembravano suggerire che


solo una forza armata esterna poteva porre fine a un
interminabile massacro vicendevole, e che soltanto
gli Stati Uniti erano in grado di- ed erano disposti a
- dispiegare una forza di questo tipo. Il fatto che gli
Stati Uniti non avessero particolari interessi storici,
politici o economici in quella regione ha reso il loro
intervento pi solenne e in apparenza altruistico.
Ne ho preso nota nei miei saggi. Anche se essi non
presentano ragioni per rifiutare questa posizione,
qualche osservazione aggiuntiva in proposito non
sar forse fuori luogo.
Questa posizione fondamentalmente invali
data dal fatto che le grandi potenze, nel persegui
mento delle loro politiche internazionali, possono
fare cose che vanno incontro ai desideri dei cam
pioni dei diritti umani, e possono anche essere con
sapevoli del valore propagandistico di tali scelte, ma
ci risulta del tutto incidentale rispetto ai loro
obiettivi, che, se pensano sia necessario, sono oggi
pronte a realizzare con quella spietata barbarie che
costituisce l'eredit del XX secolo. Il loro rapporto
con coloro per i quali una grande causa umana
qualcosa di centrale per ogni Stato pu essere quello
di un'opposizione o di un'alleanza ad hoc, mai per
di un' identificazione permanente. Anche il raro
caso di giovani Stati rivoluzionari che cercano sin
ceramente di diffondere il loro messaggio univer18

sale - la Francia dopo il 1792, la Russia dopo il


1917, ma non, di fatto, gli Stati Uniti isolazi<misti
di George Washington - ha sempre vita breve. La
posizione ordinaria di ogni Stato quella di perse
guire i propri interessi.
Al di l di questo, l'argomentazione umanitaria a
sostegno dell'intervento armato negli affari interni
degli Stati si basa su tre assunzioni: che nel mondo
contemporaneo possono emergere situazioni intol
lerabili - solitamente massacri, o anche genocidi
che lo richiedono; che non ci sono altri modi possi
bili per far fronte a tali situazioni; e che i benefici del2' intervento sono palesemente maggiori dei suoi
costi. Tutte queste assunzioni sono talvolta giustifi
cate, sebbene, come dimostra il dibattito su Iraq e
Iran, raro che si raggiunga un accordo universale su
che cosa sia, precisamente, una situazione intolle
rabile. Probabilmente c'era un consenso generale
nei due casi pi evidenti di intervento giustificato:
l'invasione della Cambogia da parte del Vietnam,
che mise fine allo spaventoso regime dei campi di
sterminio di Pol Pot (1978), e la distruzione del re
gime di terrore di IdiA.min Dada in Uganda da parte
della Tanzania (1979). (Naturalmente, non tutti gli
interventi militari stranieri, rapidi e di successo, in
situazioni locali di crisi hanno prodotto risultati cosl
soddisfacenti; come esempi pi dubbi, si possono
considerare la Liberia e T imor Est.) Entrambi questi
19

interventi furono portati a termine con brevi incur


sioni e produssero benefici immediati e, verosimil
mente, qualche miglioramento duraturo, pur senza
implicare nessuna abrogazione sistematica del prin
cipio riconosciuto della non-interferenza negli af
fari interni di Stati sovrani. E, tra parentesi, essi non
ebbero implicazioni imperiali e non comportarono
decisioni politiche a livello mondiale. Di fatto, sia
gli Stati Uniti sia la Cina continuarono a sostenere il
deposto Pol Pot. Simili interventi adhocrisultano ir
rilevanti rispetto alla questione della desiderabilit
di un'egemonia mondiale degli Stati Uniti.
Le cose stanno diversamente per quanto riguarda
gli interventi armati degli anni recenti, che, in ogni
caso, sono stati selettivi, non toccando quelli che,
secondo gli standard umanitari, sono stati alcuni
dei peggiori casi di atrocit, in primo luogo il geno
cidio in Africa centrale. Nei Balcani degli anni No
vanta il problema umanitario fu certo un fattore si
gnificativo, ma non l'unico. Probabilmente - anche
se qualcuno ha sostenuto il contrario - in Bosnia
l'intervento esterno contribui a far cessare lo spargi
mento di sangue prima di quando sarebbe accaduto
se la guerra tra serbi, croati e musulmano-bosniaci
avesse potuto continuare fino alla sua conclusione,
ma la regione rimane tuttora instabile. Non af
fatto chiaro se, nel 1 999, l'intervento armato fosse
l'unico modo per risolvere i problemi sollevati dalla
20

rivolta contro la Serbia di un gruppo estremista di


minoranza tra i nazionalisti albanesi in Kosovo, o se
fu veramente la minaccia di un'invasione pi che
non la diplomazia russa a mettere fine all'intransi
genza serba. Le ragioni umanitarie alla base di que
sto intervento erano assai pi dubbie di quanto non
lo fossero state nel caso della Bosnia; e, provocando
l'espulsione di massa, da parte della Serbia, degli al
banesi del Kosovo, oltre alle vittime civili della
guerra stessa e ad alcuni mesi di bombardamenti di
struttivi sul Paese ex iugoslavo, esso potrebbe aver
di fatto portato a un peggioramento della situa
zione umanitaria. Inoltre, le relazioni tra serbi e al
banesi non si sono ancora stabilizzate. Tuttavia, gli
interventi nei Balcani furono perlomeno rapidi e si
dimostrarono a breve termine decisivi, anche se fi
nora nessuno, a parte forse la Croazia, ha motivo di
sentirsi soddisfatto dei risultati raggiunti.
Dall'altro lato, le guerre in Afghanistan e in Iraq a
partire dal 2001 sono state operazioni militari ame
ricane non intraprese per ragioni umanitarie, per
quanto giustificate davanti all'opinione pubblica
umanitaria affermando che servivano a rimuovere
alcuni regimi particolarmente odiosi. Ma prima
dell' 1 1 settembre, nemmeno gli Stati Uniti avreb
bero considerato la situazione di questi due Paesi
tale da richiedere un'invasione immediata. [Afga
nistan era accettato dagli altri Stati sulla base di un
2 I

realismo vecchio stile, l'Iraq era quasi-universal.,


mente condannato. Sebbene i regimi dei talebani e
di Saddam Hussein siano stati rapidamente rove
sciati, nessuna delle due guerre ha portato alla vitto
ria, e di certo non al conseguimento degli obiettivi
annunciati al loro scoppio: la creazione di regimi de
mocratici in linea con i valori occidentali, che costi
tuissero un faro per le altre societ ancora non demo
cratizzate della regione. Entrambe, ma specialmente
la catastrofica guerra in Iraq, si sono dimostrate lun
ghe, enormemente distruttive e sanguinose; e men
tre scriviamo queste pagine sono ancora in corso,
senza che si intraveda una prospettiva d'uscita.
In tutti questi casi, l'intervento armato stato
messo in atto da Stati esteri dotati di risorse e forza
militare di gran lunga superiori, ma in nessuno di
essi ha finora prodotto conclusioni stabili. In tutti i
Paesi coinvolti, la supervisione politica e l'occupa
zione militare straniera perdurano tuttora. Nei casi
migliori, ma di certo non in Afghanistan e in Iraq,
l'intervento ha messo fine a guerre sanguinose e ha
determinato una qualche sorta di pace, ma i risul
tati positivi, come nei Balcani, sono scoraggianti.
Nel peggiore dei casi, quello dell'Iraq, nessuno ose
rebbe seriamente negare che la situazione di quel
popolo, la cui liberazione costituiva il pretesto uf
ciale per la guerra, oggi peggiore di prima. La sto
ria recente degli interventi armati - anche da parte
22

di superpotenze - negli affari in terni di altri Paesi


non una storia di successi.
Questo fallimento in una certa misura dovuto a
un'altra assunzione che sta dietro a gran parte del
l'imperialismo dei diritti umani: la convinzione che
i regimi barbari e tirannici siano immuni ai cambia
menti interni, cos che solo una forza esterna pu
mettervi fine e portare, di conseguenza, alla digfu
sione dei nostri valori e delle nostre istittzioni politi
che e giuridiche. Queste assunzioni sono un'eredit
dei giorni in cui i combattenti della Gterra fredda
denunciavano il totalitarismo. Esse non avreb
bero dovuto sopravvivere alla fine dell'Urss, o all' e
vidente processo di democratizzazione interna avve
ntto dopo il 1980 in diversi Paesi asiatici e sudame
ricani che erano stati governati da esecrabili regimi
non-comunisti dittatoriali, militaristi e autoritari.
Esse si basano inoltre sulla convinzione che le azioni
di forza siano in grado di generare immediatamente
grandi trasformazioni culturali. Ma le cose non
stanno cos. La diffusione di valori e istituzioni non
pu quasi mai essere il frutto di un'improvvisa im
posizione da parte di una forza esterna, a meno che
sul posto non siano gi presenti delle condizioni tali
da rendere questi valori adattabili e la loro introdu
zione accettabile. La democrazia, i valori occidentali
e i diritti tmani non sono come alcuni prodotti tec
nologici d'importazione i cui benefici risultano im23

mediatamente evidenti e che verranno adottati nella


stessa maniera da tutti coloro che potranno usarli e
che se li potranno permettere, come la pacifica bici
cletta e il micidiale AK47, o come infrastrutture
quali gli aeroporti. Se lo fossero, ci sarebbero pi so
miglianze politiche tra i numerosi Stati dell'Europa,
dell'Asia e dell'Africa che vivono tutti (almeno in
teoria) sotto costituzioni democratiche simili. Per
dirla in breve, nella storia ci sono ben poche scorcia
toie; una lezione che l'autore di questo libro ha avuto
modo di imparare, non ultimo vivendo in- e riflet
tendo su- gran parte del secolo scorso.

Infine, vorrei dire una parola di ringraziamento a


coloro che, negli anni passati, mi hanno offerto
l'occasione di presentare per la prima volta questi
studi. Il capitolo 1 una consistente rielaborazione
di una prefazione scritta per una nuova edizione
della traduzione tedesca di Nazioni e nazionalismi
(Campus Verlag, Francoforte 2004). Il capitolo 2
stato originariamente pubblicato come una confe
renza tenuta al club Athenaeum nel 2000. Il capi
tolo 3 ha la sua lontana origine in alcuni appunti
per un seminario sul terrorismo tenuto alla Colum
bia University (New York) nei primi anni Novanta.
Il capitolo 4 stato presentato al Birkbeck College
come una conferenza pubblica, nel quadro di una
24

serie di incontri sulla Violenza, nel 2 006 . Vorrei


anche ringraziare i miei colleghi e le altre persone
che si sono prese la briga di ascoltarmi e di discutere
con me le mie presentazioni. Come scrittore, sono
poi in debito con i miei editori italiani che m i
hanno per primi suggerito l'idea che una raccolta di
articoli come questa aveva sufficiente coerenza in
terna per formare un piccolo libro degno di essere
pubblicato; e con Bruce Hunter e Ania Corless, che
hanno convinto sia me sia altri editori.
D'altro canto, dovrei scusarmi per le inevitabili
ripetizioni presenti in un libro che si basa su pi le
zioni e conferenze tenute in circostanze disparate.
Ne ho eliminate alcune, ma se le avessi tolte tutte ne
avrebbe fatto le spese il filo logico del discorso all'in
terno dei singoli capitoli e, forse, anche la stessa im
pressione che il libro venga a formare un tutto coe
rente. Forse queste ripetizioni possono anche aiu
tare a rendere pi esplicito il discorso un po' strin
gato di alcuni capitoli. Inoltre, una piccola dose di
ripetizioni fa parte dell'armamentario di un autore
che non riesce a liberarsi da un'abitudine che lo ac
compagna da tutta la vita: quella di voler insegnare,
ossia non solo esporre, ma anche persuadere. Spero
di non aver superato questa piccola dose.
E.J. Hobsbawm, Londra, 2007

1
Nazioni e nazionalismo
nel nuovo secolo

Oggi c' un'ampia letteratura accademica sulla na


tura e sulla storia delle nazioni e del nazionalismo,
prodotta soprattutto a partire dalla pubblicazione,
negli anni Ottanta, di un certo numero di testi par
ticolarmente influenti.1 Da allora il dibattito su
questi temi stato continuo; e, mentre ci adden
triamo nel XXI secolo, potrebbe valere la pena di
fermarsi a riflettere sui notevoli cambiamenti sto
rici degli ultimissimi decenni che hanno influen
zato tale dibattito. Il primo tra questi cambiamenti
l'avvento, a partire dal 1989, di un'era di instabi
lit internazionale di cui non ancora possibile pre
vedere la fine.
ora pi facile valutare le conseguenze a lungo
termine della fine della Guerra fredda e dell'Urss (e
della sua sfera di influenza) , che possono essere en
trambe viste, in retrospettiva, come fattori politici
di stabilit. A partire dal 1989 un sistema interna27

zionale di potere ha cessato di esistere, per la prima


volta nella storia europea dal XVIII secolo. I tenta
tivi unilaterali di stabilire un nuovo ordine globale
non hanno finora avuto successo. el frattempo,
gli anni Novanta sono stati testimoni di una consi
derevole balcanizzazione di ampie regioni del vec
chio mondo, soprattutto in seguito alla disgrega
zione dell'Urss e dei regimi comunisti nei Balcani;
vale a dire, il pi consistente aumento nel numero
di Stati sovrani internazionalmente riconosciuti dai
tempi della decolonizzazione degli imperi europei,
tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni
Settanta. Dal 1 988 a oggi, il n umero dei membri
delle Nazioni Unite cresciuto di trentatr Stati (in
pratica, pi del venti per cento) . Nello stesso tempo
si verificata una crescita del fenomeno dei cosid
detti Stati falliti, cio soggetti a un collasso di
fatto della capacit d'azione del governo centrale, o
a una situazione interna di conflitto armato ende
mico, in alcune regioni di diversi Stati formalmente
indipendenti, principalmente in Africa e nei Paesi
ex comunisti, ma anche in almeno una regione del1'America latina. In realt, per aicuni anni dopo il
tracollo dell'Urss, anche il suo erede principale, la
Federazione Russa, sembrava vicina a entrare nel
novero degli Stati falliti, ma gli sforzi del governo
del presidente Putin per ripristinare l'effettivo po
tere governativo sull' intero territorio dello Stato

sembrano aver avuto successo, tranne che in Cece


nia. Ciononostante, vaste regioni del globo riman
gono instabili sia internamente, sia nel quadro in
ternazionale.
Questa instabilit risulta tremendamente accre
sciuta dal declino del monopolio delle forze armate,
che non sono pi nelle mani degli Stati. La Guerra
fredda si lasciata dietro in tutto il mondo un' e
norme quantit di armi leggere ma micidiali e di
altri strumenti di distruzione accessibili anche a en
tit non-governative, che le possono facil ente ac
quistare con le risorse finanziarie derivate dall'im
menso e incontrollabile settore paralegale dell'eco
nomia capitalistica globale, che ha visto una dram
matica espansione. La cosiddetta guerra asimme
trica, su cui vertono gli attuali dibattiti strategici
americani, riguarda proprio questo tipo di gruppi
armati non-statali in grado di sostenere indefinita
mente uno scontro con una potenza statale, che si
tratti del loro Paese opp ure di uno straniero.
Uno dei risultati preoccupanti di questi sviluppi
una ricaduta globale nella prima, grande, epide
mia di massacri, genocidi e pulizie etniche, come
non si assisteva dagli anni immediatamente succes
sivi alla Seconda guerra mondiale. Le 800.000 per
sone sterminate in Rwanda nel 1 994 costituiscono
solo il pi grande di tutta una serie di massacri (e di
ancora pi frequenti espulsioni di massa) che
29

hanno segnato gli anni Novanta: nell'Africa cen


trale e occidentale, nel Sudan, nelle rovine della ex
Iugoslavia comunista, nel Transcaucaso, in Medio
Oriente. Forse ancora impossibile fare una stima
precisa del numero complessivo dei morti e dei mu
tilati, ingrossato a dismisura dalla serie quasi inin
terrotta di guerre e conflitti civili degli anni No
vanta, ma la marea di profugi e di sfollati che ha se
guito i massacri di quel triste decennio senz'altro
dello stesso ordine di grandezza, proporzional
mente alle popolazioni coinvolte, di quella degli
anni della Seconda guerra mondiale e del periodo
immediatamente successivo. Nel 2005, l'Alto com
missariato dell'Onu per i rifugiati a stimato di aver
a che fare con un totale mondiale di 20,8 milioni di
profughi, per la stragrande maggioranza in (o da)
certe regioni dell'Asia occidentale e centro-meri
dionale, dell'Africa e dell'Europa sud-orientale; le
Statistics ofUprooted Peoples (Statistiche sulle po
polazioni sfollate) del Church World Service, del
dicembre 2005, hanno per registrato 3 3 milioni di
profughi, una cifra a cui - secondo una terza stima
andrebbero aggiunti altri 2 milioni di persone.
Durante la Guerra fredda, il duopolio delle su
perpotenze ha complessivamente garantito l'inte
grit dei confini statali del mondo di fronte alle mi
nacce interne ed esterne. A partire dal 1 989, questa
difesa a priori contro la disintegrazione del potere

centrale statale venuta a mancare in molti dei Paesi


formalmente indipendenti e sovrani nati tra il 194 5
e il 2000 (e anche in alcuni Stati con una lunga sto
ria alle spalle, come la Colombia). Vaste parti del
mondo si sono quindi viste ritornare in una situa
zione in cui alcuni Stati effettivamente forti e sta
bili, per diverse ragioni e con svariati pretesti, inter
vengono con la forza delle armi in regioni che non
sono pi di fatto controllate dai oro rispettivi go
verni o protette dalla stabilit internazionale. In al
cune regioni importanti, come il mondo islamico,
il risentimento verso gli occidentali - che le hanno
invas e occupate dopo un periodo relativamente
breve di-emancipazione dal controllo imperiale -
diventato, ancora una volta, un fattore politica
mente potente.
Il secondo n uovo elemento che investe il pro
blema delle nazioni e del nazionalismo la straordi
naria accelerazione del processo di globalizzazione
negli ultimi decenni e il suo effetto sugli sposta
menti e la mobilit degli esseri umani . Esso ri
guarda i movimenti che avvengono attraverso le
frontiere statali, sia quelli temporanei sia quelli di
lunga durata, e la scala di entrambi senza prece
denti. Alla fine del secolo, il numero annuale di
viaggiatori trasportati dalle compagnie aeree del
mondo si aggirava intorno ai 2()00 milioni, ossia
quasi un viaggio aereo ogni due abitanti del pia3 1

neta. Per quanto riguarda la globalizzazione dell' e


migrazione internazionale di massa- che, come di
consueto, va principalmente dalle economie povere
a quelle ricche -, la sua scala emerge :on particolare
chiarezza nel caso di Paesi come gli Stati Uniti, il
Canada e l'Australia, che non hanno imposto pe
santi limitazioni all'immigrazione. Tra i 1 974 e il
1 998, questi tre Paesi hanno accolto quasi 22 mi
lioni di immigrati provenienti da tutte le parti del
globo, una cifra complessiva che supera quella regi
strata nella grande epoca dell'immigrazione, prima
del 1 914, con un tasso annuo d'afflusso quasi dop
pio rispetto a quello antecedente il 1 914. 2 Nei soli
anni dal 1 998 al 200 l, questi tre Paesi hanno rice
vuto un afflusso di 3,6 milioni di persone. Ma
anche l'Europa occidentale, ch stata per lungo
tempo una regione di emigrazione di massa, ha ac
colto in quel periodo quasi 11 milioni di stranieri.
Con l'arrivo del nuovo secolo, l'afflusso ha cono
sciuto un'accelerazione. Dal 1 99 9 al 200 l, nei
quindici Stati dell'Unione Europea sono giunti
complessivamente circa 4,5 milioni di persone. Per
fare solo un esempio, il numero di stranieri che vi
vono legalmente in Spagna pi che triplicato tra il
1 996 e il 2003, passando da mezzo milione a 1 ,6
milioni, due terzi dei quali provenienti da Paesi al di
fuori dell'Unione Europea (soprattutto dall'Africa
e dall'America del Sud). 3 La stupefacente cosmo po32

litizzazione delle grandi citt nei Paesi ricchi una


visibile conseguenza di questo fenomeno. Per dirla
in breve, in Europa - la culla del nazionalismo - le
trasformazioni dell'economia mondiale stanno ra
pidamente seppellendo ci che le guerre del XX se
colo, con i loro genocidi e i loro trasferimenti di
massa delle popolazioni, sembravano aver pro
dotto, ossia un mosaico di Stati-nazione etnica
mente omogenei.
Grazie alla rivoluzione tecnologica nel costo e
nella velocit dei trasporti e delle comunicazioni,
gli emigrati di lungo termine del XX secolo, a diffe
renza di quelli del XIX, non sono pi di fatto isolati
dalla loro patria d'origine, e i loro contatti non sono
pi limitati alle lettere, a qualche sporadica visita o
al nazionalismo a lunga distanza di organizza
zioni di emigrati che finanziano soggetti politici nel
loro Paese nativo. Oggi gli emigrati ricchi passano
da una casa all'altra, o anche da un'attivit o un la
voro all'altro, tra il lo ro vecchio Paese e quello
nuovo. In occasione delle festivit pubbliche, gli ae
roporti nordamericani sono inondati di cittadini
centroamericani che partono alla volta di un qual
che villaggio salvadoregno o guatemalteco, por
tando con s doni elettronici. Alle ricorrenze fami
gliari in un Paese, vecchio o nuovo, partecipano
amici e parenti giunti, con breve preavviso, da tre
continenti. Anche i pi poveri possono telefonare
33

con poca spesa in Bangladesh o in Senegal, e inviare


regolarmente quelle rimesse che sono raddoppiate
tra il 2001 e il 2006 e che oggi mantengono le eco
nomie nazionali delle loro rispettive patrie, costi
tuendo qualcosa come il 1 O per cento del Pil in
Nord Afria e nelle Filippine, tra il 1 0 e il 1 6 per
cento nell'America centrale e nei Caraibi, e percen
tuali ancor pi alte in diverse economie malridotte
come quelle della Giordania, del Libano e di Haiti.4
Il numero dei Paesi che permettono di avere una
doppia cittadinanza raddoppiato nel decennio
precedente il 2 004, anno in cui questa pratica era
ormai consentita in novantatr Stati.5 Di fatto, l' e
migrazione non comporta pi una scelta definitiva
tra due Paesi.
Non ancora possibile giudicare gli effetti di que
sta straordinaria mobilit attraverso le frontiere sulla
base dei vecchi concetti di nazione e nazionalismo,
ma non c' dubbio che essi si riveleranno sostanziali.
Come BeneditAnderson ha acutamente osservato,
il documento d'identit fondamentale del XXI se
colo non il certificato di nascita di uno Stato-na
zione, bensl il documento d'identit internazionale:
il passaporto. In he misura l'effettiva o potenziale
nazionalit plurima - per esempio, il bagaglio cultu
rale americano di alcuni politici di Stati ex comuni
sti, o l'identificazione degli ebrei americani con i go
verni israeliani - ha influito, o probabile che in34

fluir, sulla lealt dei cittadini verso uno Stato-na


zione?6 Che senso hanno i diritti e i doveri di citta
dinanza in Stati dove una notevole percentuale
degli abitanti perennemente assente dal territorio
nazionale, e una parte considerevole dei residenti
stabili gode di meno diritti dei nativi? Data la scala
dell'immigrazione legale e clandestina, quali sono
gli effetti del declino della capacit degli Stati di con
trollare ci che avviene sul loro territorio o anche,
semplicemente - come suggerisce la crescente inaf
fidabilit dei censimenti negli Stati Uniti e in Gran
Bretagna -, di sapere chi presente nel loro territo
rio? Sono domande che dobbiamo porci, ma alle
quali non ancora possibile dare una risposta.
Il terzo elemento, la xenofobia, non qualcosa di
nuovo, ma la sua scala e le sue implicazioni sono
state sottostimate anche nella mia stessa opera sul
nazionalismo moderno. In Europa - nelle patrie
storiche delle nazioni e del nazionalismo - e, in mi
sura minore, in Paesi come gli Stati Uniti, formati
in gran parte attraverso l'immigrazione di massa, la
nuova globalizzazione degli spostamenti ha raffor
zato la lunga tradizione di ostilit economica popo
lare verso l'immigrazione di massa e la resistenza di
fronte a quelle che vengono percepite come mi
nacce all'identit culturale dei gruppi. La grande
forza della xenofobia traspare dal fatto che l'ideolo
gia del capitalismo del libero mercato globale, che
35

ha conquistato le istituzioni internazionali e i go


verni nazionali dominanti, stata del tutto inca
pace di garantire il libero movimento internazio
nale della forza-lavoro, a differenza di quello del ca
pitale e del commercio. Nessun governo democra
tico pu permettersi di appoggiarlo. Tuttavia, que
sta palese crescita della xenofobia anche una con
seguenza dei cataclismi sociali e della disintegra
zione dei valori morali tra la fine del XX secolo e l'i
nizio del XXI , oltre che dei movimenti internazio
nali di massa delle popolazioni. La combinazione di
questi fattori naturalmente esplosiva, in partico
lare nelle regioni e nei Paesi etnicamente, confessio
nalmente e culturalmente omogenei, non abituati a
ricevere grandi afflussi di stranieri. questo il mo
tivo per cui una proposta di trasformare delle cap
pelle protestanti ormai inutilizzate in moschee per i
nuovi immigrati ha recentemente causato un po' di
scompiglio in un Paese tranquillo e tollerante come
la Norvegia, una reazione che verr quasi certa
mente compresa da ogni lettore di questo libro che
viva nelle vecchie patrie europee del nazionalismo.
La dialettica delle relazioni tra globalizzazione,
identit nazionale e xenofobia emerge in modo
drammaticamente chiaro in quell'attivit pubblica
che vede coinvolti tutti e tre questi elementi: il cal
cio. Grazie alla mondovisione, infatti, questo sport
popolare universale si trasfo rmato in un com-

plesso capitalistico industriale mondiale (anche se,


in confronto ad altre attivit economiche globali, di
dimensioni relativamente modeste) . Come stato
giustamente detto: Divisi tra il sentimento nazio
nale, l'ultimo rifugio delle emozioni del vecchio
mondo, e l'elemento transnazionale, trampolino di
lancio del nuovo mondo, i tifosi del calcio e tutti co
loro che gravitano attorno a questo sport soffrono
di una vera e propria schizofrenia, estremamente
complessa [ . ] che illustra alla perfezione l'ambiva
lenza del mondo in cui tutti noi viviamo. 7
Quasi fin dal giorno in cui ha conquistato un
pubblico di massa, questo sport stato il catalizza
tore di due forme di identificazione di gruppo:
quella locale (con le diverse societ calcistiche) e
quella nazionale (con la squadra nazionale, formata
da giocatori delle varie societ) . In passato, queste
due forme di identificazione erano complementari,
ma la trasformazione del calcio in un affare globale
e, soprattutto, l'emergere estremamente rapido di
un mercato globale dei calciatori negli anni Ottanta
e Novanta (specialmente dopo la sentenza Bosman
della Corte europea di giustizia, nel 1 995)8 ha reso
sempre pi incompatibili gli interessi nazionali e gli
affari globalizzati, la politica, l'economia e il senti
mento popolare. Sostanzialmente, l'affare globale
del calcio dominato dall' imperialismo di poche
imprese capitaliste di fama mondiale: un piccolo
. .

37

numero di supersociet basate in un gruppetto di


Paesi europei9 che competono le une contro le altre
sia nei campionati nazionali, sia (e preferibilmente)
in quelli internazionali. Le loro squadre sono reclu
tate a livello transnazionale. Spesso solo una mino
ranza - talvolta una piccola minoranza - dei loro
calciatori sono nati nel Paese dove ha sede la societ.
A partire dagli anni Ottanta, esse hanno ingaggiato

un numero sempre pi alto di giocatori non-euro


pei, specialmente africani (3000 dei quali, stando a
quel che si dice, giocavano nei campionati europei
nel2002).
Questo sviluppo ha avuto un triplice effetto. Per
quanto riguarda le societ, esso ha pesantemente
indebolito la posizione di tutte quelle che non
fanno parte del gruppo delle superleghe e non par
tecipano alle supersfide internazionali, ma soprat
tutto di quelle che hanno sede in Paesi che espor
tano un gran numero di calciatori, principalmente
nelle Americhe e in Africa (un fatto reso evidente
dalla crisi delle societ calcistiche del Brasile e del
l'Argentina, un tempo molto forti).10 In Europa, i
club pi piccoli resistono alla sfida dei giganti in
gran parte acquistando giocatori a buon mercato principianti stranieri di talento, per esempio- nella
speranza di rivendere in seguito le stelle cos sco
perte ai superclub. I giovani della Namibia giocano
in Bulgaria, quelli della Nigeria in Lussemburgo e

in Polonia, quelli del Sudan in Ungheria, quelli


dello Zimbabwe in Polonia.
Il secondo effetto di questa logica transnazionale
dell'impresa economica entrato in conflitto con il
calcio visto come un'espressione dell'identit nazio
nale, sia perch essa tende a favorire le sfide interna
zionali tra supersociet rispetto alle coppe e ai cam
pionati nazionali tradizionali, sia perch gli interessi
delle supersociet sono in competizione con quelli
delle nazionali, che portano sulle loro spalle tutto il
peso politico ed emotivo dell'identit nazionale, ma
che devono essere reclutate scegliendo tra calciatori
che abbiano il passaporto di Stato richiesto. A diffe
renza dei superclub, che di fatto possono talvolta es
sere pi forti delle loro rispettive nazionali, queste
ultime cambiano in continuazione, radunando
temporaneamente i calciatori, molti - o in casi
estremi, come quello del Brasile, la maggioranza dei quali giocano in qualche squadra estera che
perde soldi per ogni loro giorno di assenza durante i
periodi minimi necessari per allenarsi e giocare as
sieme ai loro compagni nella nazionale. Dal punto
di vista delle supersociet e dei loro supercalciatori,
le societ stesse tendono a essere pi importanti dei
Paesi. Tuttavia, gli imperativi non-economici dell'i
dentit nazionale sono stati sufficientemente forti
da imporsi nel gioco; anzi, di fatto sono stati abba
stanza forti da fare della sfida tra le nazionali di cal39

cio, i Mondiali, il singolo evento pi importante


nella sfera economica globale del calcio. In effetti,
per diversi dei Paesi africani e alcuni di quelli asiatici,
i cui giocatori sono ora diventati famosi (e ricchi) nei
club maggiori, l'esistenza di una rappresentativa na
zionale ha stabilito, in certi casi per la prima volta,
un'identit nazionale separata dalle identit locali,
tribali o confessionali. E questo perch la comunit
immaginaria di milioni di persone sembra pi reale
quando assume la forma di una squadra di undici
uomini con nome e cognome.11 Di fatto, il recente
rigurgito di nazionalismo degli inglesi ha trovato la
sua prima espressione p ubblica nell'esibizione, da
parte delle masse, della bandiera della nazionale di
calcio inglese (distinta da quelle della Scozia, del
Galles e dell'Irlanda del Nord) .
Il terzo effetto pu essere visto nel crescente ri
lievo dei comportamenti razzisti e xenofobi tra i
tifosi (che sono prevalentemente di sesso maschile),
soprattutto dei Paesi con un passato imperiale.
Questi tifosi sono lacerati tra l'orgoglio per i loro
superclub o le loro nazionali (che includono calcia
tori stranieri o di colore) e la crescente importanza,
sul loro palcoscenico nazionale, di giocatori che
provengono da popoli che finora consideravano
come inferiori. I periodici scoppi di razzismo negli
stadi di Paesi in precedenza non ritenuti razzisti come la Spagna e i Paesi Bassi - e il legame tra il fe40

nomeno degli hooligans e le forze politiche di


estrema destra sono espr ssioni di queste tensioni.
Tuttavia, come abbiamo gi sottolineato, la xe
nofobia anche un riflesso della crisi delle identit
nazionali, definite sul piano culturale, c e si con
sumata negli Stati-nazione nel momento in cui si
realizzato l' universale accesso all'istruzione e ai
media, e in un tempo in cui le politiche dell'identit
collettiva basate sull'esclusione - che siano etniche,
religiose o di sesso e stile di vita - sono in cerca di una
settaria rigenerazione della Gemeinschaft in una
sempre pi remota Gesellschaft. Il processo che ha
trasformato i contadini in cittadini francesi e gli im
migrati in cittadini americani si sta invertendo, e
viene a sbriciolare le identit pi grandi, quelle degli
Stati-nazione, in gruppi di identit autoreferenziali
pi circoscritte, o anche nelle identit private a-na
zionali dell' ubi bene ibipatria. E ci, a sua volta, ri
flette, non da ultimo? la sempre pi debole legitti
mit dello Stato-nazione agli occhi di coloro che abi
tano nel suo territorio, e le sempre minori ric ieste
che esso pu permettersi di fare ai suoi cittadini. Se
gli Stati del XXI secolo preferiscono oggi combat
tere le loro guerre con eserciti di professionisti, o per
sino con appaltatori privati di servizi bellici, ci non
avviene solo per ragioni tecniche, ma perch non ci
si pu pi aspettare che i cittadini siano disposti a
farsi coscrivere a milioni per andare a morire in bat41

taglia per la loro madrepatria. Uomini e donne sono


fo se pronti a morire (o, pi probabilmente, a ucci
dere) per soldi o per qualcosa di pi piccolo, o ma
gari per qualcosa di pi grande; ma, nelle culle origi
narie del concetto di nazione, non sono pi disposti
a dare la vita per lo Stato nazionale.
Nel XXI secolo, che cosa sostituir lo Stato-na
zione (ammesso che venga sostituito da qualcosa)
come modello di governo popolare? Non lo sap
piamo.

2
Le prospettive della democrazia

Ci sono parole a cui nessuno ama essere associato in


pubblico, come razzismo e imperialismo. D'al
tro canto, ce ne sono altre per cui tutti sono ansiosi di
mostrare entusiasmo, come madri e ambiente.
Democrazia una di queste ultime. Come vi ricor
derete, nei giorni del cosiddetto socialismo reale
persino i regimi pi improbab ili la rivendicavano nei
loro titoli ufficiali, come la Corea del Nord, la Cam
bogia di Poi Pot e lo Y'emen. Oggi, naturalmente,
impossibile - al di fuori di qualche teocrazia islamica
e di alcuni regni e sceiccati ereditari asiatici - trovare
un qualunque regime che non renda ufficialmente
omaggio, nella sua costituzione e nei suoi editoriali,
alle assemblee o ai presidenti eletti passando per una
competizione Ogni Stato che possieda questi attri
buti ufficialmente considerato superiore a qualun
que Stato che non li abbia: per sempio, la Georgia
postsovietica alla Georgia sovietica, o un Pakistan
.

43

con un governo civile, per quanto corrotto, a un


Pakistan sotto il regime militare. Senza riguardo per
la storia e la cultura, i tratti costituzionali che acco
munano la Svezia, Papua Nuova Guinea e la Sierra
Leone (quando vi si possono trovare presidenti
eletti) vengono ufficialmente a porre questi tre Paesi
in una stessa classe, e il Pakistan e Cuba in un'altra.
proprio per questo motivo che un dibattito pub
blico razionale sulla democrazia tanto necessario
quanto insolitamente difficile.
Inoltre, a parte tutta la retorica, come afferma il
professor John Dunn; oggi, sebbene da breve
tempo, per la prima volta nella storia umana c'
una singola forma statale chiaramente dominante,
la moderna repubblica costituzionale rappresenta
tiva democratica, 1 anche se va pure sottolineato
che la pi alta percentuale di sistemi politici stabili,
che potrebbero essere considerati come democra
tici da osservatori imparziali, si trova oggi nelle mo
narchie, dato che tali sistemi sembrano essere so
pravvissuti meglio in questo ambiente politico, vale
a dire nell'Unione Europea e in Giappone.
In effetti, nell'odierno dibattito politico (che per
la quasi totalit potrebbe essere descritto, ripren
dendo le parole del Leviatano del grande Thomas
Hobbes, come un discorso privo di senso) il ter
mine democrazia indica questo modello statale
standard: ossia, uno Stato costituzionale che si offre
44

di garantire la sovranit della legge e vari diritti e li


bert civili e politici, e che governato da autorit
che devono includere assemblee rappresentative,
elette attraverso il suffragio universale dalla mag
gioranza di tutti i cittadini, in elezioni tenute a in
tervalli regolari nelle quali si confrontano pi can
didati e/o organizzazioni. Gli storici e i politologi
potrebbero a buon diritto ricordarci che questo non
il significato originario di democrazia, e di certo
non l'unico. Ci va per oltre gli scopi che mi sono
proposto in questa sede. Quella con cui ci confron
tiamo oggi la democrazia liberale, e le sue pro
spettive sono il tema della mia discussione.
Potrebbe essere un po' pi pertinente ricordare
che non c' nessuna connessione logica o necessaria
tra le varie componenti di quel conglomerato che
costituisce la democrazia liberale. Anche gli Stati
non-democratici possono essere costruiti s ul prin
cipio della sovranit della legge, o Rechtstaat; la
Prussia e la Germania imperiale , per esempio, lo
erano senz'altro. Le costituzioni, anche quelle effi
cienti e funzionali, non devono necessariamente es
sere democratiche. Abbiamo imparato fin dai
tempi di de Tocqueville e di John Stuart Mill che la
libert e la tolleranza delle minoranze sono spesso
pi minacciate che non protette dalla democrazia.
Ed da Napoleone III che sappiamo che i regimi
che giungono al potere con un colpo di Stato pos45

sono poi continuare a conquistare genuinamente la


maggioranza dei consensi con successivi appelli al
suffragio universale (maschile) . E - per fare solo al
cuni esempi recenti - n la Corea del Sud n il Cile,
negli anni Settanta e Ottanta, ci suggeriscono l' esi
stenza di un nesso organico tra il capitalismo e la de
mocrazia, anche se questi due elementi sono trattat
quasi come gemelli siamesi nella retorca politica
degli Stati Uniti. Tuttavia, dato che non ci stiamo
occupando della teoria ma della p ratica politica e
sociale odierna, queste cose potrebbero essere con
siderate come meri cavilli accademici, se non nella
misura in cui ci lasciano intendere che gran parte
degli argomenti a sostegno della democrazia libe
rale si basa pi sulla sua componente costituzionale
liberale che non su quella democratica, o pi preci
samente elettorale. Il motivo per essere favorevoli
alle libere elezioni non che in questo modo ven
gono garantiti dei diritti, ma che il popolo messo
in grado (almeno in teoria) di sbarazzarsi dei go
verni impopolari.
Tre osservazioni critiche hanno comunque una
rilevanza pi immediata.
La prima di per s ovva, bench la sua impor
tanza non venga sempre riconosciuta. La democra
zia liberale, come ogni altra forma di regime pol
tico, richiede un' unit politica all'interno della
quale possa essere esercitata, normalmente quel

tipo di Stato noto come uno Stato-nazione. Essa


non applicabile a campi dove tali unit non si
stono, o sembrano solo iniziare a emergere; in parti
colare agli affari globali, per quanto possiamo av
vertire con urgenza la preoccupazione per qusti
problemi . In qualunque modo possano esser d
scritte, non possibile ricondurre le politiche dll
Nazioni Unite nella cornice di una democrazia lib
rale, se non a livello di mera figura retorica. Resta da
vedere se ci sia invece possibile per quanto ri
guarda quell dll'Unione Europea nel suo com
plesso. Questo argomento spinge ad avanzare so
stanziali riserve in proposito.
La seconda ossrvazione critica gtta un'ombra di
dubbio sulla convinzione ampiamente accettata - o
u niversalmente accettata, nel dibattito pubblico
americano - secondo cui un governo liberaldemo
cratico sempre e ipsofacto superiore, o perlomno
preferibile, a un governo non-democratico. Snza
dubbio a parit di altri fattori ci risulta vero, ma il
problema che talvolta questa parit di altri fattori
non c'. Non vi chieder di considerare il caso dl1' impoverita Ucraina, che ha acquistato un rgime
politico (pi o meno) democratico al prezzo di per
dere i due terzi di quel gi modesto prodotto nazio
nale che aveva ai tempi dell'Unione Sovietica. Guar
date piuttosto la Colombia, una repubblica ch, se
condo gli standard dell'America latina - o, di fatto,
47

secondo i criteri oggi generalmente accettati - vanta


un record quasi unico di una serie praticamente
ini nterrotta di governi costituzionali rappresenta
tivi democratici. Due partiti elettorali antagonisti, i
Liberali e i Conserv;itori, hanno generalmente par
tecipato alla competizione politica come richiede la
teoria. La Colombia non mai stata sotto il governo
dell'esercito o di caudilli populisti per pi di qualche
breve momento. E tuttavia, anche se il Paese non
stato convolto in guerre internazionali, il numero
di persone uccise, menomate e costrette ad abban
donare le loro case negli ultimi cinquant'anni del1' ordine di milioni. Quasi certamente, esso supera di
gran lunga quello registrato in qualsiasi altra na
zione dell'emisfero occidentale. senza dubbio su
periore a quello di qualsiasi Paese dell'America del
Sud, un continente notoriamente flagellato dalle
dittature militari. Con questo, non sto cercando di
dire che i regimi non-democratici sono migliori di
quelli democratici. Mi limito semplicemente a ri
cordarvi il fatto, troppo spesso trascurato, che il be
nessere dei Paesi non dipende dalla presenza o dal
!' assenza di un qualunque singolo tipo di ordina
mento istituzionale, per quanto esso possa risultare
moralmente encomiabile.
La terza osservazione espressa nella famosa frase
di Winston Churchill, La democrazia la peggior
forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre.

Anche se questa affermazione viene generalmente


considerata come un argomento afavore della de
mocrazia liberale rappresentativa, essa in realt
un'espressione di profondo cetticismo. Per quanto
ne dica la campagna retorica, i professionisti e gli
analisti della politica rimangono estremamente
scettici riguardo alla capacit della democrazia rap
presentativa di massa di porsi come un modo effi
ciente di gestire i governi, o qualunque altra cosa.
Le ragioni a favore della democrazia sono essenzial
mente di carattere negativo. Anche considerata
come un'alternativa ad altri sistemi, essa pu essere
difesa solo turandosi il naso. Ci non ha di fatto
avuto troppa importanza nella maggior parte del
XX secolo, dato che i sistemi politici che la sfida
vano - fino alla fine della Seconda guerra mondiale i
regimi autoritari di destra e di sinistra, e fino alla
fine della Guerra fredda principalmente i regimi
autoritari di sinistra -.erano palesemente terribili, o
perlomeno cosl sembravano alla maggior parte dei
liberali. Ma pur trovandosi di fronte a questa sda, i
difetti intrinseci della democrazia rappresentativa
liberale come sistema di governo erano comunque
evidenti ai pensatori pi seri, oltre che agli autori sa
tirici. Anzi, di fatto essi venivamo ampiamente e
francamente discussi tra gli stessi politici, almeno
finch non diventava sconsigliabile dire in pubblico
ci che realmente pensavano della massa di votanti
49

dai quali dipendeva la loro ele z ione. Nei Paesi con


una lunga tradizione di governi rappresentativi, la
democrazia liberale veniva accettata non solo per
ch i sistemi alternativi sembravano di gran lunga
peggiori, ma anche perch, a differenza che nella
terribile epoca delle guerre mondiali e della cata
strofe economica globale, pochissime persone sen
tivano veramente il bisogno di un sistma alterna
tivo, in particolare in un'era di prosperit generale,
di migliori condizioni di vita anche per i poveri e di
un'ampia copertura assistenziale e previdenziale
pubblica. Oggi per non affatto certo che molte
parti del globo, che p ur si trovano nominalmente
sotto governi rappresentativi, vivano in tempi al
trettanto felici.
.
Anche ai nostri giorni, come sempre, un gioco
da ragazzi criticare la campagna retorica della demo
crazia liberale come forma di governo. C' per un
suo aspetto che resta comunque innegabile: oggi il
popolo (qualunque gruppo di esseri umani venga
definito come tale) il fondamento e il punto di rife
rimento comune di tutte le forme di governo statali
eccetto quella teocratica. E ci non soltanto qual
cosa di i nevitab ile , ma qualcosa di giusto, perch
per avere un qualunque scopo il governo deve par
lare in nome e nell'interesse di tutti i cittadini. Nel1' epoca dell'uomo comune, ogni governo un go
verno del popolo e per il popolo, anche se chiara50

mente non pu essere, in nessun senso funzionale,


un governo esercitato direttamente dal popolo.
Questo prinipio rappresentava il terreno d'intesa
comune dei democratici liberali, dei comunisti, dei
fascisti e dei nazionalisti d'ogni tipo, anche se le loro
idee differivano poi su come formulare, esprimere e
influenzare la volont del popolo. Esso costituisce
l'eredit comune he il XX secolo, un secolo di
guerre totali e di economie oordinate, ha lasciato al
XXI. Tale principio non si basa solo sull' egualitari
smo dei popoli, che non sono pi disposti ad accet
tare una posizione di inferiorit in una societ gerar
hica governata da uomini superiori per diritto na
turale, ma anche sul fatto che finora i sistemi so
ciali, le economie e gli Stati nazionali moderni non
hanno potuto funzionare senza lappoggio passivo,
ma anche la partecipazione attiva e la mobilitazione,
di moltissimi dei loro cittadini. La propaganda di
massa era un elemento essenziale anche per quei re
gimi che erano pronti a esercitare una coercizione
senza limiti sui loro popoli. Persino le dittature non
possono sopravvivere a lungo quando viene meno il
onsenso dei cittadini nei loro confronti. questo il
motivo per cui, una volta venuti al dunque, i regimi
osiddetti totalitari dell'Europa orientale - nono
stante la lealt del loro apparato statale e il buon fi.m
zionamento dei loro sistemi di repressione - sono
caduti rapidamente e senza lamore.

Questo p rincipio rappresenta l'eredit del XX


secolo. Ma sar ancora la base dei governi popolari,
incluso quello liberaldemocratico, nel XXI? La tesi
di questa conferenza che la fase attuale dello svi
luppo capitalistico globalizzato lo sta minando alle
radici, e che ci avr - anzi , sta gi avendo - serie
implicazioni per quanto riguarda la democrazia li
berale come viene intesa oggi . I.: odierna politica
democratica, infatti, si fonda su due assunzioni,
una morale - o, se preferite, teorica - e l'altra pra
tica. Moralmente parlando, essa richiede il sup
porto esplicito del regime da parte della maggio
ranza dei cittadini, che si presume costituiscano il
grosso degli abitanti dello Stato. Ma per quanto
fossero democratici gli ordinamenti in vigore per la
popolazione bianca nel Sudafrica dell'apartheid,
un regime che privava permanentemente del di
ritto di voto la maggior parte della sua popolazione
non pu e ere considerato come democratico. Gli
atti con cui si esprime il proprio assenso alla legitti
mit di un sistema politico, come votare periodica
mente alle elezioni, possono essere poco pi che
simbolici. Di fatto, da molto tempo un luogo co
mune tra i politologi dire che solo una modesta mi
noranza di cittadini partecipa costantemente e atti
vamente alla vita del proprio Stato o di un' organiz
zazione di massa. Ci torna a vantaggio di coloro
che comandano; e, in effetti, da tempo che i pen-

satori e i politici moderati si augurano la diffusione


di un certo grado di apatia politica.2 Ma questi atti
sono importanti. Oggi ci troviamo di fronte a un' e
viden tissima secessione dei cittadini dalla sfera
della politica. La partecipazione alle elezioni ap
pare in caduta libera nella maggior parte dei Paesi
liberaldemocratici . Se le elezioni popolari sono il
primo criterio di rappresentativit democratica, in
che misura possibile parlare di legittimit demo
cratica per un'autorit eletta da un terzo dell'eletto
rato potenziale (la Camera dei Rappresentati degli
Stati Uniti) o, come nel caso di recenti amministra
zioni locali britanniche e del Parlamento europeo,
da qualcosa come il 1 O o il 20 per cento dell'eletto
rato? O per un presidente americano eletto da poco
pi di met del 50 per cento degli americani che
hanno diritto di voto?
Sul lato pratico, i governi dei moderni Stati na
zionali o territoriali - qualunque governo - si b a
sano su tre presupposti : primo, che abbiano p i
potere d i altre unit operanti sul loro territorio; se
condo, che gli abitanti dei loro territori accettino,
pi o meno volentieri, la loro autorit; e terzo, che
cali governi siano in grado di fornire ai cittadini
quei servizi ai quali non sarebbe altrimenti possi
bile provvedere, perlomeno non con la stessa effi
cacia (come legge e ordine, per riprendere un' e
spressione proverbiale) . Negli ultimi trenta o qua53

rant' anni, questi presupposti hanno p rogressiva


mente perso la loro validit.
In primo luogo, pur essendo ancora di gran lunga
pi potenti di qualunque rivale interno (come
hanno mostrato gli ultimi trent'anni di storia nel
l'Irlanda del Nord), anche gli Stati pi forti, pi sta
bili e pi efficienti hanno perso il monopolio asso
luto della forza coercitiva, non ultimo grazie alla
marea di nuovi, piccoli strumenti di distruzione
portatili, oggi facilmente accessibili ai piccoli
gruppi dissidenti, e all'estrema vulnerabilit della
vita moderna di fronte agli sconvolgimenti improv
visi, per quanto leggeri possano essere. In secondo
luogo, hanno iniziato a vacillare anche i due pilastri
pi solidi di un governo stabile, ossia (nei Paesi che
godono di una legittimit popolare) la lealt dei cit
tadini e la loro disponibilit a servire gli Stati, e (nei
Paesi dove questa legittimit popolare manca) la
pronta obbedienza a un potere statale schiacciante e
indiscusso. Senza il primo pilastro, le guerre totali
basate sulla coscrizione obbligatoria e sulla mobili
tazione nazionale sarebbero state impossibili, cosi
come sarebbe stata impossibile la crescita degli in
troiti erariali degli Stati fino all'odierna percentuale
dei Pil (introiti che, vi rammento, possono oggi su
perare il 40 per cento del Pil in alcuni Paesi e il 20
per cento anche negli Stati Uniti e in Svizzera) .
Senza il secondo pilastro, come ci mostra la storia
54

dell'Africa e di ampie regioni dell'Asia, piccoli


gruppi di europei non avrebbero potuto mantenere
per generazioni il controllo sulle colonie a un costo
relativamente modesto.
Il terzo presupposto stato minato non solo dal
l'indebolimento del potere statale ma anche, a par
tire dagli anni Settanta, da un ritorno, tra i politici e
gli ideologi, a una critica dello Stato basata su un
laissez-foire ultraradicale, secondo la quale il ruolo
dello Stato stesso dev'essere ridimensionato a tutti i
costi. Questa critica afferma, pi per una sorta di
fede teologica che non sulla base di evidenze stori
che, che ogni servizio che le autorit pubbliche pos
sono fornire o qualcosa di indesiderabile, oppure
potrebbe essere fornito in modo migliore, pi effi
ciente e pi economico dal mercato. A partire da
quel periodo, la sostituzione dei servizi pubblici (e,
per inciso, anche dei servizi delle cooperative) con
servizi privati o privatizzati stata massiccia. Attivit
caratteristiche di un governo nazionale o locale
come gli uffici postali, le prigioni, le scuole, l' ap
provvigionamento idrico e anche i servizi assisten
ziali e previdenziali sono stati ceduti a {o trasformati
in) imprese commerciali; i dipendenti pubblici sono
stati trasferiti ad agenzie indipendenti o rimpiazzati
con subappaltatori privati. Anche alcune parti del1' apparato bellico sono state subappaltate. E, natu
ralmente, il modus operandi delle aziende private 5 5

che mirano alla massimizzazione dei profitti - di


ventato il modello al quale ogni governo aspira a
uniformarsi. E nella misura in cui ci avviene, lo
Stato tende a fare affidamento su meccanismi eco
nomici privati per sostituire la mobilitazione attiva e
passiva dei propri cittadini. Allo stesso tempo, im
possibile negare che nei Paesi ricchi del mondo gli
straordinari trionfi dell'economia mettono a dispo
sizione della maggior parte dei conswnatori pi di
quanto i governi o l'azione collettiva abbiano mai
promesso o fornito in tempi pi poveri.
Ma il problema sta proprio qui. I.: ideale della so
vranit del mercato non un complemento, bensi
un'alternativa alla democrazia liberale. Di fatto,
esso un'alternativa a ogni sorta di politica, poich
nega la necessit di decisioni politiche, che sono
esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di
gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, ra
zionali o meno che siano, dei singoli individui che
perseguono i propri interessi personali. Si aggiunga
che il continuo processo di discernimento per sco
prire che cosa vuole la gente, processo messo in atto
dal mercato (e dalle ricerche di mercato) , deve per
forza essere pi efficiente dell'occasionale ricorso
alla grezza conta elettorale. La partecipazione al
mercato viene a sostituire la partecipazione alla po
litica; il consumatore prende il posto del cittadino.
Fukuyama ha di fatto sostenuto che la scelta di non

votare, cos come la scelta di fare la spesa in un su


permercato anzich in un piccolo negozio locale,
riflette una scelta democratica fatta dalle popola
zioni. Esse vogliono la sovranit del consumatore . 3
Senza dubbio la vogliono, ma questa scelta com
patibile con ci che abbiamo imparato a conside
rare come un sistema politico liberaldemocratico ?
E cos, lo Stato territoriale sovrano (o la federa
zione statale) , che forma la cornice essenziale della
politica democratica e di ogni altra politica, oggi
pi debole di ieri. La portata e lefficacia delle sue at
tivit sono ridotte rispetto al passato. Il suo co
mando sull'obbedienza passiva o il servizio attivo
dei suoi sudditi o cittadini in declino. Due secoli e
mezzo di crescita ininterrotta del potere, del raggio
d'azione, delle ambizioni e della capacit di mobili
tare gli abitanti degli Stati territoriali moderni,
quali che fossero la natura o lideologia dei loro re
gimi, sembrano essere giunti al termine. Lintegrit
territoriale degli Stat (moderni - ci che i francesi
chiamano la repubblica una e indivisibile - non
pi data per scontata. Fra trent'anni ci sar ancora
una singola Spagna - o un'Italia, o una Gran Breta
gna - come centro primario della lealt dei suoi cit
tadini? Per la prima volta in un secolo e mezzo pos
siamo porci realisticamente questa domanda. E
tutto ci non pu non influire sulle prospettive
della democrazia.
57

Innanzitutto, la relazione tra i cittadini e le auto


rit pubblic e si fa pi remota e i loro collegamenti
pi deboli. C' stato un forte declino in quell'alone
divino c e circonda non solo i re shakespeariani,
ma anche i simboli pubblici della coesione nazionale
e la lealt dei cittadini verso ogni istituzione gover
nativa legittima, specialmente quelle democratiche:
la presidenza, la monarchia e, forse pi radicalmente
in Gran Bretagna, il Parlamento. Che cosa potrebbe
rappresentare questo declino meglio del semplice
fatto che l' immagine ufficiale del Parlamento in
glese sui nostri schermi tenta a malapena di nascon
dere la realt di un gruppetto di figure sparse tra
molti banchi verdi vuoti? I suoi dibattiti non ven
gono pi riportati, nemmeno nei giornali di grande
formato, se non come scontri aperti o diversivi co
mici . C' stato un forte declino nei grandi movi
menti politici, macchine per mobilitare collettiva
mente i poveri c e di fatto davano un certo signifi
cato concreto al termine democrazia .
A ci seguito un declino nella volont dei citta
dini di partecipare alla politica, ma anche nell' effi
cacia del classico modo - l'unico legittimo, stando
alla teoria convenzionale - di esercitare la cittadi
nanza, ossia I' elezione a suffragio universale di co
loro che rappresentano il popolo e sono pertanto
autorizzati a governare in suo nome. Tra un' ele
zione e I' altra - ossia, di solito per diversi anni - la

democrazia esiste solo come una potenziale minac


cia alla rielezione di questi rappresentanti o del loro
partito. Ma ci chiaramente irrealistico, sia dal
punto di vista dei cittadini, sia da quello dei gover
nanti. Da qui la crescente mediocrit intellettuale
della retorica pubblica dei politici democratici, spe
cialmente di fronte a due elementi dell'attuale pro
cesso della politica democratica che hanno acqui
stato un'importanza sempre pi centrale : il ruolo
dei media moderni e lespressione dell'opinione
pubblica attraverso l'azione (o l'inazione) diretta.
Sono infatti questi i motori attraverso i quali
viene esercitato un certo controllo sulle azioni del
governo tra un'elezione e l' altra. Il loro sviluppo
viene anche a compensare il declino nella parteci
pazione dei cittadini e nell'efficacia del tradizionale
processo del governo rappresentativo. I titoli dei
giornali, o meglio ancora le irresistibili immagini
televisive, sono lobiettivo immediato di tutte le
campagne politiche, p ich risultano di gran lunga
pi efficaci della mobilitazione di decine di migliaia
di persone. E, naturalmente, molto pi facili. Sono
ormai lontani i giorni in cui nell'ufficio di un mini
stro si metteva da parte tutto il lavoro per rispon
dere a un'incombente interpellanza parlamentare.
invece la prospettiva della pubblicazione di un ar
ticolo da parte di un giornalista investigativo che
riesce a mettere in subbuglio anche la sede stessa del
59

governo. E non sono n i dibattiti parlamentari n


le scelte politiche editoriali che provocano espres
sioni del malcontento pubblico talmente forti ed
evidenti che anche i governi con la pi solida mag
gioranza devono prenderne nota tra le elezioni,
come nei casi dell'imposta pro capite, della tassa
sulla benzina o dell'avversione per i cibi genetica
mente modificati . E quando queste cose succe
dono, del tutto inutile cercare di liquidarle come
l'opera di piccole minoranze atipiche e non elette,
bench spesso di fatto lo siano.
Il ruolo centrale dei mass media nella politica
moderna qualcosa di palese. Grazie a essi, l' opi
nione pubblica pi potente che mai, il che spiega
la costante ascesa delle professioni specializzate nel1' influenzarla. Ci che per viene compreso di
meno il nesso cruciale tra la politica dei media e
l'azione diretta, vale a dire l'azione dal basso che in
fluenza direttamente coloro che prendono le deci
sioni ai vertici, bypassando i meccanismi intermedi
del governo rappresentativo ufficiale . Questo ri
sulta evidnte soprattutto dove non esiste nessuno
di questi meccanismi intermedi: nelle questioni
transnazionali. Conosciamo tutti bne il cosid
detto effetto Cnn: quella sensazione politicamente
forte, ma del tutto disorganizzata, che bisogna fare
qualcosa riguardo a quelle terribili immagini di
atrocit - avvenute in Kurdistan, a Timor Est o in
60

qualunque altro posto - trasmesse dalla televisione,


e che stata cosl intensa da spingere i governi a ri
spondere con un'azione pi o meno improvvisata.
Pi di recente, le dimostrazioni a Seatde e a Praga
hanno mostrato l'efficacia di un'azione diretta ben
mirata da parte di piccoli gruppi consapevoli del
l'importanza delle telecamere, anche quando tale
azione ha come obiettivo delle organizzazioni co
struite per essere immuni ai processi politici demo
cratici, come il Fondo monetario internazionale e la
Banca mondiale. Se oggi possiamo leggere dei titoli
come I leader della finanza mondiale tengono
conto degli avvertimenti ,4 ci dovuto almeno in
parte a quelle zuffe fotogeniche - avvenute sotto gli
occhi attenti dei giornalisti - tra gruppi di contesta
tori in passamontagna neri e poliziotti antisom
mossa bardati con caschi e scudi come nelle batta
glie medievali.
Tutto questo mette la democrazia liberale di
fronte al suo problema forse pi serio e immediato.
In un mondo transnazionale sempre pi globaliz
zato, i governi nazionali si trovano a coesistere con
forze che hanno perlomeno il loro stesso impatto
sulla vita quotidiana dei cittadini, ma che in diversa
misura sfuggono al loro controllo. Tuttavia, essi
non hanno la possibilit politica di abdicare di
fronte alle forze che sono al di fuori del loro con
trollo, anche qualora volessero farlo. Limitarsi a di61

chiarare la propria impotenza riguardo all'anda


mento del prezzo del petrolio significa sottrarsi alla
sfera specifica della politica, perch quando qual
cosa va male i cittadini, compresi i dirigenti delle
imprese, hanno la convinzione (non priva di fonda
mento) che il governo potrebbe e dovrebbe fare
qualcosa in proposito; e questo anche in Paesi come
l'Italia, dove ci si aspetta poco o niente dallo Stato, o
come gli Stati Uniti, dove gran parte dell'elettorato
non crede nello Stato. In fin dei conti, per queste
cose che c' il governo.
Ma che cosa potrebbero e dovrebbero fare i go
verni? Pi che in passato, essi si trovano sotto un' in
cessante pressione da parte di un'opinione pubblica
continuamente monitorata, alla quale sono molto
sensibili. E questo pone dei vincoli alle loro scelte.
Ciononostante, i governi non possono smettere di
governare . Anzi, di fatto i loro esperti di relazioni
pubbliche li spingono a farsi sempre vedere intenti a
governare, e ci, come sappiamo dalla storia britan
nica di fine XX secolo, viene a moltiplicare i gesti
teatrali, gli annunci e, talvolta, l'introduzione di
leggi non necessarie. Tuttavia, anche senza la spinta
degli addetti alle relazioni pubbliche, e in contrasto
con quanto credono coloro che sognano un mondo
governato interamente (e in modo benefico) dalla
mano invisibile di Adam Smith, oggi le autorit
pubbliche si trovano costantemente a dover pren-

dere delle decisioni sull'interesse comune che sono


tecniche oltre che politiche. E qui i voti democratici
(o la scelta dei consumatori nei mercati) non of
frono loro alcuna guida. Al massimo, sono solo un
acceleratore o un freno. Le conseguenze ambientali
della crescita illimitata del traffico motorizzato e i
modi migliori per affrontarle non possono essere
scoperti mediante dei semplici referendum. Inol
tre, questi modi si possono rivelare impopolari, e in
una democrazia non saggio dire agli elettori ci
che non vogliono sentirsi dire. Come possibile or
ganizzare razionalmente le finanze di uno Stato se i
governi si sono convinti che qualsiasi proposta di
aumentare le tasse equivalga a un suicidio eletto
rale, quando - di conseguenza - le campagne elet
torali sono delle gare di vane promesse fiscali e i bi
lanci governativi sono esercizi per occultare i bal
zelli? In breve, la volont del popolo, in qualun
que modo venga espressa, non pu di fatto determi
nare gli specifici compi ti del governo. Come hanno
osservato Sidney e Beatrice Webb - due teorici della
democrazia poco studiati - a proposito dei sinda
cati, essa non pu giudicare i progetti, ma solo i ri
sultati. Riesce incommensurabilmente meglio a vo
tare contro qualcosa che non a favore. E quando ha
di fatto raggiunto uno dei suoi maggiori trionfi ne
gativi, come porre fine ai cinquant'anni di regimi
postbellici corrotti in Italia e in Giappone, essa non

poi in grado di trovare da sola un'alternativa. Ve


dremo se riuscir a farlo in Serbia.
E tuttavia, il governo per il popolo. I suoi effetti
devono essere giudicati in base a ci che fa in rela
zione al popolo. Per quanto la volont del popolo
possa essere disinformata, ignorante e persino stu
pida, e per quanto possano risultare inadeguati i
metodi adottati per scoprirla, essa tuttavia impre
scindibile . Come potremmo altrimenti valutare
l'impatto che le soluzioni tecno-politiche ai pro
blemi che concernono l' umanit, sebbene sotto
altri aspetti possano risultare esperte e tecnica
mente soddisfacenti, hanno concretamente sulle
vite delle persone reali? I sistemi sovietici hanno fal
lito perch non e ' era nessuno scambio bilaterale tra
coloro che prendevano le decisioni nell'interesse
del popolo e coloro ai quali queste decisioni veni
vano imposte dall'alto. La globalizzazione all'inse
gna del laissez-faire degli ultimi vent'anni ha fatto
questo stesso errore. stato il lavoro dei governi a
rimuoverle sistematicamente tutti gli ostacoli, in
base ai consigli dei pi autorevoli tra gli economisti
tecnicamente esperti. Dopo vent'anni in cui si
mancato di prestare attenzione alle conseguenze
umane e sociali di un capitalismo globale privo di
vincoli, il presidente della Banca mondiale giunto
alla conclusione che alla maggior parte della popo
lazione del mondo il termine globalizzazione ri-

chiama alla mente paura e insicurezza pi che


non opportunit e inclusione . 5 Anche Alan
Greenspan e il ministro del Tesoro americano Larry
Summers concordano nel ritenere che lavversione
nei confronti della globalizzazione talmente
profonda che Un abbandono delle politiche
orientate al mercato e un ritorno al protezionismo
sono possibilit concrete.
Tuttavia, non si pu negare che sotto la democra
zia liberale il fatto di ascoltare la volont del popolo
rende il governo pi difficile. Oggi la soluzion
ideale non quasi mai accessibile ai governi. Si
tratta di quella soluzione sulla quale i medici e i pi
loti aerei facevano affidamento in passato, e su cui
cercano di fare affidamento ancora oggi, in un
mondo sempre pi sospettoso: la convinzione, da
parte del popolo, che noi e loro condividiamo i me
desimi interessi. Noi non diciamo loro come de
vono servirci, dato che, non essendo esperti, non sa
remmo in grado di farlo; ma, finch qualcosa non
va storto, diamo loro la nostra fiducia. Oggi ben
pochi governi, intesi come distinti dai regimi poli
tici, godono di questa fondamentale fiducia a
priori. Nelle democrazie liberali, ossia multipartiti
che, raro che essi rappresentino anche solo una
maggioranza di fatto dei voti, per non dire dell'in
tero elettorato (nel Regno Unito, dopo il 1 93 1 ns
sun singolo partito ha mai conquistato pi del 5 0

per cento dei voti, e nessun governo venuto dopo la


coalizione del periodo bellico ha mai rappresentato
una chiara maggioranza) . Le scuole vecchio stile e i
motori della democrazia, i partiti e le organizza
zioni di massa, che una volta offrivano ai loro go
verni una fiducia a priori di questo tipo e un co
stante supporto, si sono sgretolati. Negli onnipre
senti e onnipotenti media, i comuni cittadini, van
tando una competenza in grado di rivaleggiare con
quella del governo, commentano di continuo le
azioni governative.
In queste circostanze, la soluzione pi conve
niente - e talvolta anche I' unica - per i governi de
mocratici quella di tenere il pi possibile il pro
cesso decisionale al di fuori della sfera dell' atten
zione pubblica e della politica, o perlomeno eludere
il processo del governo rappresentativo, il che signi
ca aggirare l'elettorato e le attivit delle assemblee
e degli organi da esso eletti . (Gli Stati Uniti - che
rappresentano per chiaramente un caso estremo funzionano come uno Stato con una politica di go
verno coerente solo perch i presiden ti hanno a
volte trovato dei modi per bypassare le singolari pa
gliacciate del Congresso democraticamente eletto.)
Anche in Gran Bretagna, la sorprendente centraliz
zazione di un gi forte potere decisionale proce
duta di pari passo con una messa in secondo piano
della Camera dei Comuni e con un massiccio tra66

sferimento di funzioni a istituzioni non elette, pub


bliche o private, sia sotto i governi conservatori, sia
sotto quelli laburisti. Buona parte delle scelte politi
che verranno negoziate e decise dietro le quinte.
Ci verr ad accrescere la sfiducia dei cittadini nei
confronti del governo e far diminuire la loro stima
dei politici . I governi si troveranno a combattere
una continua guerriglia contro la coalizione tra una
minoranza ben organizzata che porta avanti una
precisa campagna di interessi e i media. Questi ul
timi vedranno sempre di pi come loro precisa fun
zione politica la pubblicazione di ci che i governi
preferirebbero tenere nascosto, mentre al con
tempo - tale l' ironia di una societ basata su un
flusso illimitato di informazione e intrattenimento
- faranno affidamento, per riempire le loro pagine e
i loro schermi, sui propagandisti di quelle istitu
zioni che dovrebbero criticare.
Qual quindi, in questa situazione, il futuro
della democrazia liberale? Sulla carta, esso non sem
bra poi troppo tetro. Fatta eccezione per le teocrazie
islamice, non esistono pi dei movimenti politici
potenti che pongano una sfida a questa forma di go
verno in linea di principio, e non probabile che ne
emerga qualcuno nell'immediato futuro. La se
conda met del XX secolo stata l'et dell'oro delle
dittature militari, che per l'Occidente e i regimi
elettorali ex coloniali indipendenti rappresenta-

vano un pericolo di gran lunga maggiore del comu


nismo. Per queste dittature militari, il XXI secolo
non pare affatto altrettanto promettente. Nessuno
dei numerosi Stati ex comunisti ha scelto di seguire
questa strada e, in ogni caso, quasi tutti i regimi di
questo tipo non hanno il coraggio di dichiararsi
apertamente antidemocratici, e affermano soltanto
di essere i salvatori della costituzione fino al giorno
(non meglio specificato) del ritorno a un governo
civile. Ci non significa per che abbiamo davanti
gli ultimi governi messi in piedi da uomini che
mandano i carri armati agli angoli delle strade, spe
cialmente nelle molte regioni segnate dalla povert
e dal malcontento sociale.
D'altra parte, quali che fossero le impressioni
prima dei terremoti economici del 1 997-98, ora
chiaro che l'utopia di un mercato globale apolide e
privo di ogni vincolo non si realizzer. La maggior
parte della popolazione del mondo, e di certo co
loro che si trovano sotto regimi liberaldemocratici
degni di questo nome, continueranno quindi a vi
vere in Stati funzionalmente efficienti, anche se in
alcune sfortunate regioni il potere statale e quello
amministrativo si sono praticamente disintegrati.
La maggioranza dei membri delle Nazioni Unite si
arrangeranno a fare del proprio meglio con un si
stema politico poco noto, o (come in ampie regioni
dell'America latina) con un sistema conosciuto da
68

tempo, ma p raticato in modo intermittente. Non ci


riusciranno troppo spesso, ma a volte potranno far
cela. La politica, quindi, continuer a esistere. Dato
che noi dovremo continuare a vivere in un mondo
populista dove i governi devono cenere conto del
popolo e il popolo non pu vivere senza un go
verno, le elezioni democratiche continueranno a te
nersi. Oggi esse sono quasi universalmente ricono
sciute come la fonte di legittimit dei governi; e, per
inciso, offrono ai governi stessi un utile strumento
per consultare il popolo senza necessariamente
assumere degli impegni troppo concreti.
In breve, ci ritroveremo davanti ai problemi del
XXI secolo con un insieme di meccanismi politici
terribilmente inadatti ad affrontarli. Questi mecca
nismi, il cui funzionamento di fatto confinato
entro le frontiere degli Stati-nazione (il cui numero
in crescita) , sono chiamaci a confrontarsi con un
mondo globale che va oltre il loro raggio d'azione.
Non neppure chiaro in che misura sia possibile
applicarli all'interno di un territorio vasto ed etero
geneo dotato di una comune cornice politica di ri
ferimento, come l'Unione Europea. Essi si trovano
di fronte a - e in competizione con - un'economia
mondiale che opera attraverso unit del tutto diffe
renti {le imprese transnazionali) , che bypassano la
politica e sfuggono alle considerazioni sulla legitti
mit politica e l'interesse comune. Soprattutto, ssi

si trovano a dover affrontare i problemi fondamen


tali del futuro del mondo in un'epoca in cui l'im
patto dell'azione umana sulla natura e sul globo
diventato una forza di pro p orzioni geologiche. La
soluzione, o perlomeno Ia mitigazione, di questi
problemi richieder - dovr necessariamente ri
chiedere - misure per le quali non sar quasi certa
mente possibile trovare nessun supporto nella
conta dei voti o nella valutazione delle preferenze
dei consumatori. Questo scenario non affatto in
coraggiante n per le prospettive a lungo termine
della democrazia, n per quelle del globo stesso.
Ci troviamo di fronte al terzo millennio come
quell'irlandese che, stando a una storiella apocrifa,
quando gli venne chiesta la strada per Bally
nahinch, ci pens u e poi disse: Se fossi in voi, non
partirei da qui.
Eppure proprio da qui che dovremo partire.

3
Terrorismo

La natura del terro rismo politico cambiata nel


tardo XX secolo? Lasciatemi partire dall'inaspettata
escalation di violenza nello Sri Lanka, un'isola in
precedenza pacifica dove convivono una maggio
ranza di buddhisti cingalesi (la cui religione e la cui
ideologia sono praticamente quanto di pi avverso
alla violenza ci possa essere) e una minoranza di in
duisti tamil migrati Il secoli fa dall' India meridio
nale o giunti per lavorare nelle piantagioni verso la
ne del XIX secolo (an che la loro religione non in
cline alla violenza) . Il movimento antimperialista
nello Sri Lanka non era mai stato n molto combat
tivo n straordinariamente efficace, e il Paese aveva
ottenuto la sua libert in modo incruento, in pra
tica come un sottoprodotto dell'indipendenza in
diana. Lo Sri Lanka coloniale aveva di fatto visto la
nascita di un piccolo Partito comunista e, cosa assai
curiosa, di un assai pi grande Partito trotzkista, en7 I

trambi guidati da membri olti e di fascino dell'lite


ocidentalizzata, ed entrambi, da buoni partiti
marxisti, ontrari al terrorismo. Non c'erano mai
stati tentativi di insurrezione . Dopo l'indipen
denza, il Paese aveva imboato la strada di un so
cialismo sobrio e moderato, dimostratosi ecellente
per il benessere e l'aspettativa di vita della popola
zione. Per dirla in breve, prima degli anni Settanta
per gli standard asiatici lo Sri Lanka era una rara
isola di civilt, come la Costa Ria e (prima degli
anni Settanta) l'Uruguay in America latina. Oggi
un Paese insanguinato.
I tamil, una minoranza del 25 per cento sovra
rappresentata nelle pro ssioni colte, hanno svilup
pato un comprensibile risentimento contro un re
gime ingalese he, negli anni Cinquanta, aveva de
iso di sostituire l' inglese on il cingalese ome lin
gua dell'amministrazione nazionale. Negli anni
Settanta, un movimento separatista tamil diede vita
- non senza il supporto di uno Stato dell'India me
ridionale - ad alune organizzazioni armate, ante
nate delle odierne Tigri per la liberazione del Tamil
Eelam che, a partire dalla met degli anni Ottanta,
hanno iniziato a condurre un'effiace guerra civile.
Questi guerriglieri sono noti soprattutto ome uno
dei grandi pionieri degli attentati suiidi e, proba
bilmente, come il gruppo he vi fa maggiormente
ricorso; osa he, tra parentesi, fanno senza le abi72

tuali motivazioni religiose, dato che la loro ideolo


gia laica. I tamil non sono abbastanza forti per riu
scire nella secessione e, dall'altro lato , l esercito
dello Sri Lanka troppo debole per sconfiggerli sul
piano militare. L:intransigenza da ambo le parti ha
fatto continuare la guerra nonostante diversi tenta
tivi, condotti da terzi (India, Norvegia) , di mediare
un accordo.
Nel frattempo, sono successe due cose all'interno
della maggioranza cingalese della societ. Le ten
sioni etnico-linguistiche hanno provocato una vio
lenta reazione cingalese che ha assunto la forma di
un'ideologia nazionalista basata sul buddhismo e
sulla superiorit razziale, dato che la lingua cinga
lese indoeuropea (ariana) . Cosa assai curiosa,
questo razzismo appartiene alla tradizione dell'In
dia induista e, di fatto , nello Sri Lanka e nel Paki
stan il vecchio sistema induista delle caste pu an
cora essere rintracciato sotto la superficie ufficial
mente egualitaria della societ. Allo stesso tempo,
nei primi anni Settanta, il ]vp (Janatha Vimukthi
Peramuna, Fronte di liberazione del popolo) , una
formazione di sinistra radicata principalmente tra i
giovani cingalesi istruiti che non riuscivano a tro
vare lavori adeguati alla loro preparazione e basata
su idee castriste con un pizzico di maoismo e molto
risentimento contro la veccia lite socio-politica,
organizz un'importante insurrezione ce venne
73

spenta con una certa durezza, e molti dei giovani


vennero imprigionati per un po' di tempo. Dalle ce
neri di questa rivolta giovanile di stampo sessantot
tino emerse un'organizzazione terroristica mili
tante, basata principalmente nelle campagne cinga
lesi, che trasform il suo originario maoismo in un
ardente sciovinismo razzista buddhista-cingalese.
Negli anni Ottanta, questa organizzazione lanci
una campagna di uccisioni sistematiche contro gli
oppositori politici che fece dell'alta politica un' atti
vit ad alto rischio. (La presidente da poco ritiratasi
dello Sri Lanka ha visto assassinare suo padre - un
ex primo ministro - e suo marito di fronte ai propri
occhi, e ha perso un occhio durante un analogo ten
tativo di uccidere anche lei. ) Il terrorismo venne
anche sistematicamente usato per assumere il con...
trollo delle citt e dei villaggi nelle campagne.
Come nel caso del movimento maoista di Sen
dero Luminoso nel Per degli anni Ottanta, im
possibile sapere in che misura la forza del Jvp fosse
basata su un iniziale sostegno di massa, in che mi
sura tale supporto sia venuto meno a causa del ter
rorismo, e in che misura il terrorismo sia stato a sua
volta controbilanciato dal risentimento contro la
repressione governativa e abbia generato sc ttici
smo riguardo ai rivoluzionari. Due cose sono per
chiare. Il Jvp godeva di un sostegno di massa in di
versi settori della popolazione lavoratrice rurale
74

cingalese, i cui membri istruiti andavano a formare


le sue squadre; ed esso perpetr innumerevoli ucci
sioni, la maggior parte delle quali vennero eseguite
da una squadra di quelli che in America latina sa
rebbero stati chiamati sicarios, assassini di massa. Il
tentativo del Jvp di conquistare il potere venne
bloccato nello stesso modo, ossia con l'equivalente
delle guerre sporche latinoamericane, mirate al2' eliminazione dei leader ribelli e dei loro gruppi .
Verso l a met degli anni Novanta, s i stimava che le
vittime di questi conflitti fossero circa 60.000.
Dalle sue origini, verso la fine degli anni Sessanta, il
Jvp entrato e uscito pi volte dalla scena politica
ufficiale dello Sri Lanka.
Sembra evidente che lo Sri Lanka solo un sin
golo esempio dell'impressionante crescita e del mu
tamento della violenza politica nel mondo del tardo
XX secolo. Un altro esempio, pi evidente, dato
dall'aumento, e dalla giusti cazione teorica, delle
uccisioni indiscriminate come una forma di terrori
smo attuato da piccole cellule. Con rare eccezioni,
questa pratica era stata condannata dai precedenti
movimenti terroristici, ed stata evitata da movi
menti recenti come l'Eta in Spagna e la Provisional
Ira. Nel mondo musulmano, le giustificazioni teo
logiche - per esempio, quella secondo cui chiunque
viva al di fuori di una ristrettissima fo rma di orto
dossia potrebbe essere ucciso come apostata 75

sembrano esser state rilanciate nei primi anni Set


tanta da un gruppo estremista pre-Al Qaeda separa
tosi dalla vecchia Fratellanza musulmana in Egitto.
La fatwa che autorizzava formalmente l'uccisione
di innocenti non venne per emanata (dal consi
gliere religioso di Osama bin Laden) fino alla fine
del 1 992. 1
La domanda Perch? richiede una risposta
troppo ampia per questo saggio, non ultimo poich
difficile districare questo fenomeno da un generale
aumento, registrato nelle societ occidentali, del li
vello di violenza socialmente accettata o diretta
mente perpetrata nell'immagine e nella realt. Ci
ha fatto seguito a un lungo periodo in cui, nella mag
gior parte di queste societ, ci si aspettava che la ci
vilt avrebbe condotto al suo permanente declino.
Verrebbe la tentazione di dire che la violenza so
ciale in generale e la violenza politica non hanno
nulla a che fare luna con laltra, dato che alcuni dei
peggiori episodi di violenza politica possono verifi
carsi in Paesi con una tradizione sociale e politica
particolarmente non-violenta, come lo Sri Lanka o
l' Uruguay. Ciononostante, questi due fenomeni
non possono essere tenuti separati in Paesi con una
tradizione liberale, se non altro perch proprio in
essi che la violenza politica da parte di gruppi di cit
tadini diventata rilevante negli ultimi trent'anni
del XX secolo, richiamando , di conseguenza, una

contro-violenza spesso ancora pi grande da parte


dello Stato. I regimi dittatoriali o autoritari, finch
funzionano, le lasciano ben poco spazio, cosi come
non lasciano praticamente nessuno spazio neppure
alle iniziative politiche non-violente dei cittadini.
L aumento della violenza in generale fa parte del
processo di barbarizzazione che ha preso forza nel
mondo a partire dalla Prima guerra mondiale, un
processo che ho discusso altrove. Il suo progresso ri
sulta particolarmente impressionante nei Paesi
dove lo Stato forte e stabile, e dove (in teoria) ci
sono istituzioni politiche liberali, in cui il discorso
pubblico e le istituzioni politiche distinguono solo
tra due assoluti che si escludono a vicenda, vio
lenza e non-violenza. Questo era un altro modo
di stabilire la legittimit del monopolio della forza
coercitiva da parte dello Stato nazionale, un princi
pio la cui affermazione proceduta di pari passo
con il disarmo globale della popolazione civile negli
Stati svil uppati del XIX secolo (tranne che negli
Stati Uniti, dove di conseguenza stato sempre tol
lerato - in pratica, anche se non in teoria - un livello
pi alto di violenza) . A partire dalla fine degli anni
Sessanta, gli Stati hanno perso un po' di quel mono
polio di potere e risorse, e una quantit maggiore di
quel senso di legittimit che spingeva i cittadini a ri
spettare la legge. Questo fenomeno basta da solo a
spiegare in gran parte l'aumento della violenza.
77

La retorica liberale non ha mai riconosciuto espli


citamente che nessuna societ funziona senza che vi
sia un certo grado di violenza in politica, anche nella
forma quasi simbolica dei picchetti di scioperanti o
delle manifestazioni di massa, e che la violenza ha
gradazioni e regole, come ben sa chiunque viva nelle
societ dove essa fa parte del tessuto delle relazioni
sociali, e come la Croce rossa internazionale cerca
costantemente di ricordare ai belligeranti imbarba
riti del XXI secolo. I sofismi teologici o legali di Al
Qaeda o dei difensori dell' interpretazione sono
necessari proprio perch quelle regole comune
mente accettate che essi vengono a infrangere- le re
strizioni poste dal Corano riguardo all'uccisione e
I' orrore davanti alla tortura - sono profondamente
radicate. Ma quando le societ o i gruppi sociali non
abituati a un alto grado di violenza sociale si ritro
vano a praticarla, o quando le normali regole si sgre
tolano in societ tradizionalmente violente, i limiti
stabiliti riguardo all' uso o al grado della violenza
possono venir meno. Per esempio, mia impres
sione che le tradizionali rivolte contadine, tenendo
conto della generale brutalit della vita e del com
portamento degli uomini nell'ambiente rurale del1' epoca, non fossero di solito molto sanguinose; in
genere, lo erano meno della loro repressione.
Quando sfociavano in atrocit o massacri, I' azione
era solitamente diretta contro specifiche persone - o

categorie di persone - e propriet (per esempio, le


case della piccola nobilt) , mentre altre venivano de
liberatamente risparmiate in quanto godevano di
una buona reputazione. Gli atti di violenza non
erano arbitrari ma, si potrebbe quasi dire, ritual
mente prescritti dall'occasione. Fu la guerra civile
russa, e non la Rivoluzione del 1 9 1 7, che port i
massacri indiscriminati nelle campagne russe. Ma
quando i freni che agiscono sul comportamento abi
tuale vengono meno, i risultati possono essere terri
ficanti. Una delle ragioni per cui i gangster del nar
cotraffico colombiano ebbero un cos grande suc
cesso negli Stati Uniti fu, penso, che nello scontro
con i loro rivali essi abbandonarono la tradi i o n a l e
convenzione da machi secondo cui non s i uccidono
le donne e i bambini dell'avversario.
Questa degenerazione patologica della violenza
politica si applica sia alle forze insurrezionali, sia a
quelle statali. Essa favorita dalla crescente anomia
della vita nei quartieri degradati delle citt, soprat
tutto fra i giovani, ed ra orzata dalla diffusione
delle armi in mano ai privati cittadini e della cultura
della droga. Allo stesso tempo, il declino dei vecchi
eserciti nazionali di leva e l'ascesa di corpi militari
formati da professionisti - e, in particolare, di forze
speciali d'lit come lo Special Air Service (Sas) vengono a rimuovere le inibizioni proprie di uo
mini che rimangono sostanzialmente dei civili
79

dall'esprit de corps di agenti statali che sono invece


esclusivamente dediti all'uso della forza. Nel frat
tempo, c' stata un'abolizione praticamente totale
dei limiti convenzionali circa cosa pu essere mo
strato e descritto nei sempre pi onnipresenti e on
niavvolgenti media. La vista, il suono e la descri
zione della violenza nelle sue forme pi estreme
fanno ormai parte della vita quotidiana, e i controlli
sociali sulla sua messa in pratica sono di conse
guenza diminuiti. Nella Russia sovietica - o perlo
meno nelle citt dove sono stati raccolti sufficienti
dati criminologici -, qualcosa come 2' 80-85 per
cento degli omicidi veniva commesso sotto l'effetto
dell'alcool. Oggi non abbiamo pi bisogno di que
sto tipo di sostanze per rimuovere le inibizioni.
Tuttavia, c' qualcosa di pi pericoloso che pro
duce illimitata violenza. la convinzione ideolo
gica che ha dominato i conflitti sia interni sia inter
nazionali a partire dal 1 9 1 4, secondo la quale la
causa per cui si combatte talmente giusta e l' avver
sario cos terribile che tutti i mezzi per raggiungere
la vittoria o evitare la sconfitta diventano non solo
legittimi, ma necessari. Ci significa che sia gli Stati
sia le forze insurrezionali si sentono moralmente
giustificati a compiere atti di barbarie. Negli anni
Ottanta venne osservato che i giovani militanti di
Sendero Luminoso, in Per, erano perfettamente
pronti a uccidere decine di contadini senza sentire
Bo

alcun peso sulla coscienza: in fin dei conti, essi non


stavano agendo come individui che potevano pro
vare qualche sentimento in proposito, ma come
soldati che militavano per la causa. 2 E gli ufficiali
dell'esercito e della marina che addestravano le re
clute nelle tecniche di tortura sui corpi dei prigio
nieri politici non erano necessariamente, nella loro
vita privata, dei bruti e dei sadici. Come nel caso
delle SS, che venivano punite per gli omicidi prete
rintenzionali privatamente commessi proprio men
tre venivano addestrate a compiere con freddezza
spietati massacri, 3 ci non giustificava le loro atti
vit ma, piuttosto, le rendeva ancora pi biasime
voli. La crescita del megaterrorismo nell'ultimo se
colo non stata un riflesso della banalit del male,
bensl la sostituzione di concetti morali con impera
tivi superiori. Ciononostante, perlomeno inizial
mente, ci si pu rendere conto dell'immoralit di si
mili comportamenti, ome nei regimi militari del1'America latina, dove tu tti gli ufficiali argentini di
un'unit potevano essere obbligati a prender parte
alla tortura al fine di legarli assieme in quella che ve
niva riconosciuta come un'infamia condivisa. C
da temere che l'accettazione della tortura sia ormai
diventata troppo comune perch nel XXI secolo si
avverta ancora il bisogno di gesti simili.
La crescita della barbarie stata continua ma irre
golare. Raggiunse un picco di disumanit tra il
81

1 9 1 4 e la fine degli anni Quaranta, nell'epoca delle

due guerre mondiali e delle loro conseguenze rivo


luzionarie, e di Hitler e Stalin. Lepoca della Guerra
fredda port un marcato miglioramento nel Primo
e nel Secondo Mondo, i Paesi capitalisti sviluppati e
la regione sovietica, ma non nel Terzo Mondo. Ci
non significa che la barbarie fosse di fatto regredita.
In Occidente fu proprio questo periodo, tra il 1 960
circa e il 1 9 8 5 , che vide l'emergere dei torturatori
addestrati, nonch un'ondata senza precedenti di
regimi militari che, in .America latina e nel Mediter
raneo, combattevano guerre sporche contro i loro
stessi cittadini. Ciononostante, in molti speravano
che, dopo il grande cambiamento del 1 989, la neb
bia delle guerre di religione che aveva avvolto il XX
secolo si sarebbe infine dispersa, e con essa una delle
cause principali della barbarie. Sfortunatamente,
non fu cosl. Negli anni Novanta, mentre la scala as
soluta delle sofferenze umane cresceva drammati
camente, le guerre di religione alimentate da ideo
logie laiche vennero rinforzate con - o sostituite da
- un ritorno a vari tipi di fondamentalismi religiosi
intenti a lanciare crociate e contro-crociate.
Lasciando da parte i massacri e le distruzioni
delle guerre combattute tra Stati o comunque da
ssi sponsorizzate - per esempio il Vietnam, gli
scontri indiretti tra le superpotenze negli anni Set
tanta in Africa e in Afghanistan, la guerra indo-

pakistana e quella tra Iran e Iraq -, a partire dagli


anni Sessanta ci sono state tre principali esplosioni
di violenza e contro-violenza politiche. La prima fu
la ripresa, negli anni Sessanta e Settanta, di ci che
avrebbe dovuto essere chiamato neoblanquismo,
vale a dire il tentativo, da parte di alcuni gruppi eli
tari autoselezionatisi e generalmente piccoli, di ro
vesciare i regimi o di raggiungere gli obiettivi del
nazionalismo separatista attraverso la lotta armata.
Tale fenomeno rest in gran parte confinato nel
l'Europa occidentale, dove questi gruppi, prove
nienti principalmente dal ceto medio e in genere
privi di appoggio popolare al di fuori delle univer
sit (tranne che nell'Irlanda del Nord) , facevano in
larga misura affidamento sulle azioni terroristiche
in grado di attirare l'attenzione dei media (la Rote
Armee Fraktion - Frazione dell'Armata Rossa nella Germania Federale) , ma anche su colpi ben
mirati capaci di destabilizzare l'alta politica dei loro
Paesi, come l'assassinio del presunto successore del
generalissimo Franco nel 1 973 (a opera dell'Era) e il
rapimento e l'uccisione del primo ministro italiano
Aldo Moro nel 1978 (da parte delle Brigate rosse) .
In America latina, i gruppi come questi cercarono
soprattutto di lanciare azioni di guerriglia e opera
zioni armate condotte da unit pi grandi, di solito
in regioni periferiche, ma in alcuni casi (Venezuela,
Uruguay) anche nelle citt. Alcune di queste opera-

zioni ebbero un discreto peso: nei tre anni dell'in


surrezione di Montonero, in Argentina, le forze re
golari e irregolari subirono complessivamente 1 642
vittime (tra morti e feriti) .4 I limiti di questi gruppi
venivano particolarmente in luce nella guerriglia
rurale, dove un sostanziale appoggio da parte della
popolazione essenziale non solo per il successo,
ma anche per la stessa sopravvivenza. I tentativi
esterni di creare nell'America del Sud dei movi
menti guerriglieri sul modello cubano andarono
ovunque incontro a spettacolari insuccessi, tranne
che in Colombia, dove ampie regioni del Paese
sfuggivano al controllo delle forze e dell' ammini
strazione del governo centrale.
La seconda, che divent pienamente riconosci
bile solo verso la fine degli anni Ottanta e si estese
enormemente con i disordini civili e il collasso di di
versi Stati negli anni Novanta, fu un fenomeno pri
mariamente etnco e confessionale. Le principali re
gioni coinvolte furono l'Africa, le zone occidentali
dell'Islam, il Sud e il Sudest dell'Asia, e l'Europa su
dorientale. [America latina rimase immune ai con
flitti etnici e religiosi, l'Asia orientale e la Federa
zione Russa (fatta eccezione per la Cecenia) non ne
furono quasi toccate, e nell'Unione Europea si regi
str solo un aumento della xenofobia, ma senza
spargimenti di sangue. Altrove, l'ondata di violenza
politica produsse massacri su una scala che non si ve-

deva dalla Seconda guerra mondiale, e si and vici


nissimi a una ripresa dei genocidi sistematici. A dif
ferenza dei neoblanquisti europei, che general
mente non godevano del sostegno popolare di
massa, i gruppi attivisti di questo periodo - Al Fatah,
Hamas, il Jihad islamico palestinese, Hezbollah, le
Tigri Tamil, il Partito dei lavoratori del Kurdistan
ecc. - potevano contare sul massiccio appoggio dei
cittadini delle zone in cui operavano, dai quali arri
vavano anche sempre nuove reclute. Tali movimenti
non erano quindi incentrati sulle azioni terroristi
che individuali, se non quando queste ultime rap
presentavano l'unica risposta concretamente possi
bile di fronte alla schiacciante potenza militare dello
Stato occupante (come in Palestina) , o al meglio,
nelle guerre civili, un modo per compensare l'ampia
superiorit in armamenti dell'avversario (come
nello Sri Lanka) .
Una delle maggiori innovazioni di questo pe
riodo si sarebbe dimostrata eccezionalmente temi
bile: l'attentatore suicida. Questa nuova arma (ori
ginariamente un sottoprodotto dalla rivoluzione
iraniana del 1 979, da cui ha ripreso la potente ideo
logia dell'Islam sciita) , che porta con s l'idealizza
zione del martirio, venne usata per la prima volta,
con effetti decisivi, dagli Hezbollah contro gli ame
ricani in Libano, nel 1 983. La sua efficacia risult
talmente evidente che essa venne adottata anche
85

dalle Tigri Tamil nel 1 987, da Hamas in Palestina


nel 1 993, e da Al Qaeda e altri gruppi estremisti
islamici in Kashmir e in Cecenia tra il 1 998 e il
2000.5 I..:altro pi impressionante sviluppo del ter
rorismo individuale e di piccole cellule in questo
periodo fu la notevole ripresa del ricorso all' assassi
nio politico. Se gli anni dal 1 88 1 al 1 9 1 4 furono la
prima et dell'oro degli omicidi di esponenti poli
tici del massimo livello, il periodo dalla met degli
anni Settanta alla met degli anni Novanta fu la se
conda: Sadat in Egitto, Rabin in Israele, Rajiv
Gandhi e Indira Gandhi in India, una serie di leader
nello Sri Lanka, il presunto successore di Franco in
Spagna, i primi ministri in Italia e in Svezia (anche
se nel caso svedese l'elemento politico dubbio) .
Nel 1 9 8 1 ci furono anche gli attentati alla vita di
papa Giovanni Paolo II e del presidente americano
Reagan. Le conseguenze di queste azioni non fu
rono rivoluzionarie, anche se in alcuni casi ebbero
evidenti effetti politici, come in Israele, in Italia e
forse in Spagna.
Tuttavia, la portata universale della televisione ha
da allora reso politicamente pi efficaci le azioni
mirate non a colpire i responsabili delle decisioni,
ma a realizzare il massimo impatto medatico. Do
potutto, sono state delle azioni di questo tipo a met
tere fine alla presenza militare formale degli Stati
Uniti in Libano negli anni Ottanta, in Somalia
86

negli anni Novanta e, di fatto, anche in Arabia Sau


dita dopo il 200 1 . Uno dei tristi segni della barba
rizzazione in atto la scoperta, da parte dei terrori
sti, che, purch venga compi uta davanti ai tele
schermi del mondo, una strage di donne e uomini
altrimenti insignificanti ha pi risalto sui media di
quanto ne possano ottenere gli atten tati contro i
bersagli pi famosi o simbolici.
Nella terza fase, che sembra essere quella domi
nante all'inizio del nuovo secolo , la violenza poli
tica diventata sistematicamente globale, sia attra
verso le politiche adottate dagli Stati Uniti sotto la
presidenza di George W Bush, sia attraverso I' affer
mazione - forse per la prima volta dai tempi dell' a
narchismo tardo-ottocentesco - di un movimento
terroristico che opera consapevolmente sul piano
transnazionale. In questo caso, lappoggio popolare
di massa torna a essere irrilevante . Sembra che la
prima Al Qaeda foss<'; un'organizzazione elitaria
strutturata, che per operava come un movimento
decentralizzato in cui piccole cellule isolate erano
progettate in modo da agire senza l appoggio o il
supporto diretto di qualunque genere da parte delle
masse popolari. E non nemmeno richiesta la pre
senza di una base territoriale. Al Qaeda, o una rete
(a maglia larga) di cellule islamiche da essa ispirate,
ha cosi potuto sopravvivere alla perdita di una base
in Afghanistan e alla marginalizzazione della lea-

dership di Osama bin Laden. un tratto caratteri


stico di questo periodo il fatto che le guerre civili o
altri conflitti che non potrebbero essere fatti rien
trare nel quadro globale, come i continui scontri
nello Sri Lanka, in Nepal e in Colombia, o i disor
dini negli Stati africani falliti o sull'orlo del falli
mento, abbiano sollevato solo a intermittenza l'in
teresse dell'Occidente.
Due cose hanno caratterizzato questi nuovi movi
menti. Essi erano formati da piccole minoranze,
anche quando queste minoranze godevano di una
certa solidariet passiva da parte delle masse nel
nome delle quali affermavano di agire, e il loro tipico
modus operandi era quello dell'azione di piccoli
gruppi. Si dice che le cosiddette unit in servizio at
tivo della Provisional Ira non siano mai ammontate
a pi di due o trecento individui per volta, e dubito
che le Brigate rosse in Italia o l'Eta basca fossero pi
grandi. Il pi temibile di tutti i movimenti terrori
stici internazionali, Al Qaeda, ammontava proba
bilmente, nei suoi giorni afghani, a non pi di 4000
individui. 6 La seconda caratteristica di questi terro
risti che (con rare eccezioni, come nell'Irlanda del
Nord) sono in media pi istruiti e vengono da am
bienti sociali pi elevati degli altri membri delle co
munit a cui appartengono.7 Le potenziali reclute
di Al Qaeda andate ad addestrarsi in Afghanistan
negli anni Novanta sono descritte come prove88

nienti dalle classi medie e alte, quasi tutti da famiglie


integre [ . ] in gran parte usciti dal college, con una
forte inclinazione verso le scienze naturali e l'inge
gneria [ . ] in pochi usciti da scuole religiose . 8
Anche in Palestina, dove rappresentano una sezione
trasversale della popolazione dei territori occupati
che include un'alta percentuale di individui prove
nienti dai campi profughi, il 57 per cento degli at
tentatori suicidi ha fatto qualche studio dopo la
scuola superiore {complessivamente, tra la popola
zione palestinese di et corrispondente questa per
centuale solo del 1 5 per cento) . 9
Per quanto possano essere piccoli, questi gruppi
sono stati abbastanza agguerriti da spingere i go
verni a mobilitare contro di loro un enorme (in ter
mini relativi o anche assoluti) spiegamento di forze.
C' per qui un'interessante divergenza tra il Primo
e il Terzo Mondo (il Secondo Mondo, quello dei re
gimi comunisti, bench fosse sull'orlo del collasso
.
rimasto totalmente im mune a questi movimenti,
fino a quando non di fatto caduto in pezzi) . Nel
complesso, perlomeno in Europa, durante i primi
due dei periodi qui considerati, la nuova violenza
politica venne affrontata con un limitato impiego
di forze e senza grandi crisi nei governi costituzio
nali, anche se ci furono momenti di isteria e alcuni
pesanti abusi di potere, specialmente da parte delle
polizie statali e delle forze armate formali o infor.

mali . Ci fu dovuto al fatto che i movimenti euro


pei non costituivano una pesante minaccia per i re
gimi nazionali? vero che non la costituivano, n la
costituiscono oggi, anche se i movimenti nazionali
separatisti nell'Irlanda del Nord e nei Paesi baschi si
sono di fatto avvicinati a raggiungere i loro obiettivi
sul piano politico , con l'aiuto della pressione ar
mata dell'Ira e dell'Eta. anche p robabilmente
vero che la polizia e i servizi segreti europei erano e
sono abbastanza efficienti da riuscire a infiltrarsi in
molti di questi movimenti , in particolare l'Ira e,
probabilmente, le Brigate rosse in Italia. Cionono
stante, s ignificativo che, a parte alcune spietate
azioni contro-terroristiche da parte di entit uffi
ciali sconosciute sia in Irlanda sia in Spagna, non ci
furono guerre sporche della stessa scala e con lo
stesso grado di ricorso sistematico alla tortura e al
terrore che ritroviamo in America latina, dove il li
vello di violenza politica del contro-terrorismo su
per di gran lunga quello dei gruppi insurrezionali,
anche quando questi ultimi era inclini a commet
tere atrocit (come i senderisti in Per) .
Queste famigerate guerre sporche erano essen
zialmente dirette contro grupp i di ques to tipo, e
spesso erano a loro volta condotte da piccole forze
di professionisti specializzati che corrispondevano
a quelle della minoranza terrorista. Pertanto, in
America latina l'obiettivo dei regimi torturatori,
90

nei limiti in cui non c'era una degenerazione pato


logica della politica, non era di solito quello di dis
suadere la gente dal prendere parte ad attivit sov
versive ma, pi concretamente, quello di ottener
informazioni dagli attivisti riguardo ai loro gruppi.
E la deterrenza non era il fine neppure delle squadr
della morte, che miravano piuttosto a sbarazzarsi
delle persone che ritenevano colpevoli senza dover
affrontare i ritardi legali o il rischio di un prosciogli
mento. Il terrore contro intere popolazioni consi
derate come dissidenti di solito abbastanza bru
tale, come nel Sudafrica dell'apartheid o in Pale
stina, ma pi sbrigativo. Il numero di persone uc
cise in Palestina prima della seconda Intifada era
quasi certamente in riore a quello dei desapareci
dos nel Cile di Pinochet. Bisogna ammettere che la
barbarizzazione progredita parecc io per far sl che
una repressione che produce solo un morto o due al
giorno venga considerata come al di sotto di quel li
vello di massacri c e conquista automaticamente i
titoli dei giornali. Ma anche in base a questi nuovi
parametri, le autorit di Paesi come la Colombia e il
Per hanno combattuto i loro movimenti di guerri
glia rurale con rara brutalit.
La globalizzazione della guerra contro il terrore,
lanciata nel settembre 200 l , e la ripresa degli inter
venti armati stranieri da parte di una grande potenza
che a denunciato regole e convenzioni dei conflitti
91

internazionali fino ad allora accettate, hanno fatto sl


che nel 2002 la situazione cambiasse in peggio. Il pe
ricolo costituito dalle nuove reti terroristiche inter
nazio nali per i regimi degli Stati stabili del mondo
sviluppato, ma anche dell'Asia, rimane di fatto tra
scurabile. Qualche colpo andato a segno o qualche
centinaio di vittime delle bombe sui sistemi di tra
sporto metropolitani di Londra o Madrid difficil
mente riescono a sconvolgere la capacit operativa
di una grande citt per pi di poche ore. Per quanto
terribile sia stata la strage dell' 1 1 settembre a New
York, essa ha comunque lasciato completamente in
tatti il potere internazionale degli Stati Uniti e le loro
strutture interne . Se le cose sono andate peggio
rando, non a causa delle azioni dei terroristi, ma di
quelle del governo americano. Llndia, la pi grande
democrazia del mondo, ci offre un buon esempio
della capacit di resistenza di uno Stato stabile. Seb
bene negli ultimi vent'anni abbia perso due leader
per mano di assassini, e pur convivendo con una si
tuazione di conflitto a basso livello in Kashmir,
un'ampia gamma di movimenti guerriglieri nelle
sue province nordorientali e un'insurrezione manci
sta-leninista (dei naxaliti) in alcune aree tribali, nes
suno si sognerebbe di dire che essa non continua a
essere uno Stato stabile perfettamente operativo.
Ci mette in evidenza la debolezza (in termini sia
relativi sia assoluti) dell'odierna fase dei movimenti
92

terroristici. Essi sono solo sintomi, non agenti sto


rici significativi. Questa situazione non alterata
dal fatto che, grazie ai cambiamenti nelle armi e
nelle tattiche, piccoli gruppi e persino singoli indi
vidui possono oggi cagionare molti pi danni (per
singolo terrorista) di quanto fosse possibile ieri, o
dagli obiettivi utopistici sostenuti da (o attribuiti
ad) alcuni gruppi terroristici. Quando operano in
Stati stabili con regimi stabili, e senza l'appoggio di
settori rilevanti della popolazione, essi rappresen
tano solo un problema di polizia, non un problema
militare. Anche quando i piccoli gruppi terroristici
fanno parte di un movimento generale di dissi
denza, come le propaggini di Al Qaeda nella resi
stenza irachena, essi non costituiscono la parte
principale o militarmente attiva di quel movi
mento, ma sono solo delle sue aggiunte marg nali .
Per quanto riguarda chi opera al di fuori dell' am
bito di una popolazione solidale, come gli attenta
tori suicidi palestinesi in Israele o un manipolo di
giovani musulmani fanatici a Londra, il valore delle
loro azioni poco pi che propagandistico. Tutto
ci non significa affatto che non siano necessarie se
vere misure di polizia internazionali per combattere
il terrorismo di piccoli gruppi, specialmente quello
transnazionale; se non altro perch c' il rischio che,
in futuro, questi gruppi possano prima o poi riu
scire a entrare in possesso di un ordigno nucleare e
93

della capacit di usarlo. Il loro potenziale politico,


principalmente distruttivo, negli Stati instabili o in
decomposizione, particolarmente nel mondo mu
sulmano a ovest dell'India, chiaramente molto
pi forte, ma non andrebbe comunque confuso con
il potenziale politico della mobilitazione religiosa
di massa.
comprensibile che tali movimenti creino
grande nervosismo tra le persone comuni, soprat
tutto nelle grandi citt occidentali, specialmente
quando i governi e i media, agendo in vista dei loro
particolari scopi, si uniscono per diffondere un
clima di paura dando a questi movimenti la mas
sima pubblicit ( difficile ricordare che prima del
200 1 1' approccio standard e perfettamente razio
nale dei governi messi di fronte a simili movimenti
- l'Eta, le Brigate rosse, l'Ira -, era quello di privarli
dell'ossigeno della pubblicit il p i possibile) . Si
tratta di un clima di paura irrazionale. I.: attuale po
litica degli Stati Uniti ha cercato di riportare in vita i
terrori apocalittici della Guerra fredda, che non
hanno ormai pi alcuna plausibilit, inventando
dei nemici che legittimassero r espansione e I' im
piego della potenza globale americana. I pericoli
della guerra contro il terrore, lo ripeto , non ven
gono dagli attentatori suicidi musulmani.
Tutto ci non riduce affatto la scala dell' auten
tica crisi globale di cui le trasformazioni della vio94

lenza politica sono espressio n i . Esse sembrano ri


flettere i profondi disturbi introdotti in tutti i livelli
della societ dalla pi rapida e pi drammatica tra
sformazione nell'esistenza umana e nella societ
che si sia mai verificata i n un periodo 1 ungo solo
come la vita di un uomo. Esse, inoltre, sembrano ri
flettere sia una crisi nei sistemi tradizionali di auto
rit, egemonia e legittimit in Occidente, sia il loro
crollo a est e a sud, oltre che una crisi nei movimenti
tradizionali che dicevano di offri re un'al ternativa a
questi sistemi. Tali trasformazion i sono state esacer
bate dai fallimenti della decolonizzazione in alcune
parti del mondo e dalla fine di un sistema interna
zione stabile (o, po tremmo anche semplicemente
dire, di un qual unque sistema i nternazionale) se
guita al collasso dell'Urss . Ed esse dimostreranno di
essere al di l del potere di con trollo degli utopisti
neoconservatori e neolibe risti che sognano un
mondo di valori liberali occiden tal i diffusi dalla
crescita del mercato e dagli interventi militari.

4
L' o rdine pubblico in
un'epoca di violenza

A volte, negli anni Settanta, l'Associazione dei capi


di polizia diceva al governo britannico che non era
pi possibile prevenire i disordini pubblici nelle
strade come in passato senza promulgare un nuova
legge sull'ordine pubblico. Pochi anni dopo, mi
sembra nei primi anni Ottanta, venni invitato a un
congresso da qualche parte in Norvegia, e notai che
il depliant dell'hotel presso il quale si sarebbe te
nuto - il tipico centro congressi in una qualche lo
calit turistica - reclamizzava che l'albergo dispo
neva di nestre garantite a prova di proiettile. In
Norvegia? Sl sl, proprio in Norvegia. Permettetemi
di iniziare.il mio intervento richi amando questi du
fatti. La nostra epoca diventata pi violenta,
anc e nelle sue immagini. Non ci sono dubbi in
proposito. Il mio intervento verte sul significato di
questo cambiamento, e su come i governi dovreb
bero organizzarsi per proteggere la vita quotidiana

dei loro cittadini. Esso riguarda primariamente la


Gran Bretagna, dove laumento della violenza pub
blica (come emerge dai dati sul crimine) partico
larmente evidente. Tuttavia, il problema non tocca
un unico Paese. E non concerne soltanto il terrori
smo. Si tratta di qualcosa di molto pi vasto, che in
clude anche, per esempio, il teppismo calcistico, un
altro fenomeno storicamente nuovo che entrato
in scena con forza negli anni Settanta.
Chiaramente, come suggerisce il mio aneddoto
norvegese, molta di questa violenza resa possibile
dalla straordinaria crescita nella fornitura globale e
nell'accessibilit a singole persone e gruppi privati
di armamenti dal grande potenziale distruttivo,
sufficientemente economici e tali da poter essere
maneggiati da chiunque. In origine questo feno
meno stato un risultato della Guerra fredda ma,
poich questi strumenti consentono di fare un
sacco di soldi, la loro produzione ha continuato a
crescere vertiginosamente. A partire dal 1 960, ogni
decennio ha visto aumentare il numero di aziende
che li producono, specialmente nell'Europa occi
dentale e nell'America del Nord. Nel 1 994, c'erano
trecento compagnie sparse in cinquantadue Paesi
che lavoravano nell' industria delle armi leggere, il
25 per cento in pi rispetto alla met degli anni Ot
tanta; nel 200 1 , il loro numero era stimato in cin
quecento. Per metterla in un altro modo : i kalash97

nikov - i fucili semiautomatici AK47 , originaria


mente sviluppati nell' Unione Sovietica durante la
Seconda guerra mondiale, sono uno dei tipi pi te
mibili di armi leggere e, stando al Bulletin ofAtomic
Scientists, oggi al mondo ne circolano un numero
che potrebbe raggiungere i 1 25 milioni. possibile
ordinarli via internet, perlomeno negli Stati Uniti,
dalla Kalashnikov USA. E per quanto riguarda pi
stole e coltelli, chi mai sarebbe in grado di contarli?
Ma, naturalmente, il disordine pubblico, anche
nella forma estrema del terrorismo , non dipende
dalla disponibilit di equipaggiamenti costosi o ad
alta tecnologia, come ha dimostrato lo stesso 1 1 set
tembre 200 1 . I dirottatori degli aerei che hanno ab
battuto le Torri gemelle erano armati soltanto di ta
glierini. I gruppi armati pi duraturi, come l'Ira e
l'Eta, fanno affidamento soprattutto sugli esplosivi,
alcuni dei quali possono essere prodotti a casa, come
hanno fatto, in Gran Bretagna, gli attentatori del 7
luglio. Se i recenti rapporti sono corretti, l'intero
massacro del 7 luglio costato agli attentatori solo
qualche centinaio di sterline. Pi, naturalmente, le
loro vite. Cosi, pur senza dimenticare che il mondo
d'oggi pieno di cose che uccidono e mutilano pi
di quanto non lo sia mai stato, dobbiamo tener pre
sente che questo solo un elemento del problema.
e ordine pubblico difficile da mantenere? Evi
dentemente, i governi e le imprese pensano di s.
-

Dal 1 97 1 a oggi, le dimensioni delle forze di polizia


in Gran Bretagna sono cresciute del 35 per cento; e,
alla fine del secolo, per ogni diecimila cittadini c' e
rano trentaquattro agenti di polizia, contro i 24,4 di
trent'anni prima (un aumento di pi del 40 per
cento) . E questi dati non tengono conto del mezzo
milione di persone che, stando alle stime, lavorano
nell'industria della sicurezza come guardie e simili,
un settore dell'economia cresciuto esponenzial
mente nel corso degli ultimi trent'anni, da quando
la Securicor, nel 1 97 1 , si giudic abbastanza grande
da farsi quotare in Borsa. anno scorso, in questa
industria c'erano circa 2 5 00 societ. Come sapete,
la deindustrializzazione della Gran Bretagna ha
prodotto un gran numero di uomini robusti per i
quali un lavoro da guardia giurata uno dei pochi
tipi di impiego disponibili. Si potrebbe dire che un
giorno l'economia, anzich essere basata sul pre
starsi servizi a vicenda, potrebbe ritrovarsi a essere
fondata sul lavoro di una massa di persone impe
gnate a concrollarsi a vicenda.
E la crescita non riguarda solo la manodopera,
ma anche la forza dispiegata. Oggi gli specialisti nel
controllo della folla possono contare su quattro
principali tipi di strumenti per affrontare le manife
stazioni sgradite: sostanze chimiche (per esempio,
gas lacrimogeni) , strumenti cinetici come pistole
antisommossa e proiettili di gomma, cannoni ad
99

acqua e tecnologie di stordimento. Ecco un elenco


di Paesi che illustra la variet di mezzi adottati per il
controllo delle folle riottose, da quelli tradizionali a
quelli pi moderni: la Norvegia non usa nessuno
dei quattro tipi di strumenti indicati; la Finlandia,
l'Olanda, l'India e l' Italia ne utilizzano solo uno,
ossia le sostanze chimiche; la Danimarca, l'Irlanda,
la Russia, la Spagna, il Canada e l'Australia ne usano
due; e il Belgio e i pezzi grossi - gli Stati Uniti, la
Germania, la Francia e il Regno Unito -, pi la pic
cola Austria, si tengono pronti a servirsi di tutti e
quattro. Evidentemente, la Gran Bretagna, che un
tempo andava era del fatto che i suoi poliziotti gi
rassero completamente disarmati, non vive pi nel
tranquillo mondo della Norvegia o della Finlandia.
Come sono avven uti questi sviluppi? Io penso
che abbiano iniziato a verificarsi due cose. La prima
l'inverso di ci che Norbert Elias ha analizzato in
un'opera intitolata Ilprocesso di civilizzazione (trad.
it. Il Mulino, Bologna 1 996) , ossia la trasforma
zione del comportamento pubblico in Occidente a
partire dal Medioevo; esso si fece progressivamente
meno violento, pi educato, pi riguardoso, dap
prima all' interno di un'lite ristretta, poi su scala
pi ampia. Ma oggi le cose non stanno pi cosl .
Ormai siamo talmente abituati ad atteggiamenti
come bestemmiare in pubblico, o usare un linguag
gio deliberatamente crudo e offensivo, che diff1 00

cile ricordarsi di come questo sia un fenomeno rela


tivamente recente. Bestemmiare, naturalmente, era
una cosa gi da tempo comune tra i gruppi di ma
schi, come i soldati, che si specializzavano in attivit
crude e brutali (anche se penso che nessun esercito
occidentale possa vantare tutta la gamma di osce
nit di quello russo) . Tuttavia, quando mi congedai
dall'esercito al termine dell'ultima guerra, dove mi
ero imbattuto per la prima volta in questa pratica,
ritornai in un mondo pi educato. Le donne non
usavano quasi mai questo genere di linguaggio, che
inizi a diventare una pratica sociale generale solo
negli anni Sessanta. Come forse vi ricorderete, fu in
quel decennio che il termine fottere (tofuck) fece
il suo ingresso nella cultura generale stampata in
Gran Bretagna; comparve per la prima volta in un
dizionario britannico nel 1965, e in uno americano
nel 1969. 1
Allo stesso tempo, le convenzioni e le regole so
ciali tradizionali si sorio indebolite. Per esempio,
sembra chiaro che lo sproporzionato aumento della
delinquenza giovanile (in riferimento a soggetti tra
i quattordici e i vent'anni di et) iniziato nella se
conda met degli anni Sessanta. Spinti dal testoste
rone e dall'impulso maschile di autoaffermazione, i
giovani sono sempre stati scalmanati, soprattutto se
organizzati in gruppi, una cosa che veniva ideal
mente tenuta entro i limiti tollerandola in particoI O I

lari occasioni. Ci valeva anche per i giovani membri


beneducati del Drones Club di P. G. Wodehouse. Se
ricordate, la loro propensione a far cadere gli el
metti ai poliziotti durante le gare di regata port
Bertie Wooster nella prigione di Vine Street. Ma
non solo l'erosione delle convenzioni e delle re
gole sociali, ma anche quella delle convenzioni e dei
rapporti all'interno della famiglia che ha trasfor
mato i giovani in ci che i vittoriani avrebbero chia
mato le classi pericolose. Non mi soffermer ulte
riormente su questo fenomeno , o sul processo di
barbarizzazione di pi lungo termine che ha preso
piede nel XX secolo e che ha condotto alla scanda
losa situazione in cui degli ideologi occidentali
danno di fatto una giustificazione intellettuale alla
tortura; ma, naturalmente, lo sfondo questo.
Il secondo fenomeno , pi diretto , a sua volta
iniziato verso la fine degli anni Sessanta. Si tratta
della crisi di quel tipo di Stato in cui tutti noi ci
siamo abituati a vivere nell'ultimo secolo: lo Stato
nazione territoriale. Prima di quel punto di svolta,
per duecentocinquanta anni lo Stato aveva conti
nuato a incrementare il p roprio potere, le proprie
risorse, il suo ambito di attivit e la sua conoscenza e
il suo controllo su quanto accadeva sul territorio.
Questo sviluppo era indipendente dalla politica e
dall'ideologia: avveniva tanto negli Stati liberali
quanto in quelli conservatori, tanto in quelli fascisti
1 02

quanto in quelli comunisti. Esso raggiunse l'apice


nei decenni aurei dello Stato assistenziale e dell'eco
nomia mista, dopo la Seconda guerra mondiale.
Ma tutto ci si basava sulla precedente asserzione
del primato della legge e dei tribunali dello Stato
sulle altre leggi (per esempio, le leggi religiose o
quelle consuetudinarie) . La stessa considerazione
vale anche riguardo al monopolio statale della forza
armata. Nel corso del XIX secolo, la maggior parte
degli Stati occidentali viet il porto delle armi e il
loro uso (fatta eccezione per lo sport) a tutti i citta
dini, consentendoli solo agli agenti pubblici, e
proibi anche, alla fine, i duelli della nobilt. (Sotto
questo aspetto, gli Stati Uniti costituiscono un' ec
cezione fra i Paesi industrializzati, cosi come
un'eccezione la crescita del tasso di omicidi in essi
registrata nel corso degli ultimi due secoli, a fronte
di una sua diminuzione in Europa.)2 In Gran Breta
gna, le convenzioni misero anche al bando l' uso di
pugnali e coltelli nei. combattimenti privati in
quanto non conforme al carattere inglese, e ven
nero introdotte delle regole per il fare a pugni (le re
gole di Queensberry) . In condizioni di stabilit so
ciale, persino gli agenti del potere ufficiale giravano
in pubblico disarmati. Nel Regno Unito, i poli
ziotti andavano in giro armati soltanto in Irlanda,
dato che si trattava di una regione potenzialmente
insurrezionale, ma non in Inghilterra. Marce di
103

protesta, sommosse e rivolte pubbliche vennero


sempre pi istituzionalizzate, ossia ridotte a sem
plici dimostrazioni, attraverso una precedente ne
goziazione con la polizia. Il sindaco di Londra Ken
Livingstone ha appena ricordato ai cinesi che ci
quanto avviene sia in Hyde Park sia a Trafalgar
Square fin dall'epoca vittoriana. Ci valeva anche
in quei Paesi che riteniamo abbiano una propen
sione per la violenza di strada, come la Francia, per
quanto fossero incendiari gli slogan delle dimostra
zioni di massa. 3 per questo motivo che la grande
rivolta studentesca parigina del 1 968 non fece pra
ticamente nessuna vittima, da entrambe le parti.
Questa stessa considerazione vale anche a proposito
delle recenti mobilitazioni che hanno fatto fallire la
nuova legge francese sull'occupazione giovanile.
C' per anche un altro elemento che concorre a
questo indebolimento dello Stato: la lealt dei ci tta
dini nei confronti dello Stato stesso e la loro dispo
nibilit a fare ci che esso vuole da loro si stanno
erodendo. Le due guerre mondiali vennero com
battute dai Paesi belligeranti con eserciti di leva,
ossia con cittadini sotto le armi che erano pronti a
uccidere e a morire a milioni per la patria, come si
suol dire. Oggi non pi cosi. Dubito che qualun
que governo che dia ai cittadini la facolt di sce
gliere in pro posito , e diversi di quelli che non la
danno, potrebbe ancora ottenere un risultato del
1 04

genere; di certo non gli Stati Uniti, che hanno abo


lito il servizio militare generale dopo la guerra del
Vietnam. Ma in un modo meno marcato queste
considerazioni si applicano anche alla disponibilit
dei cittadini a obbedire alla legge, vale a dire alla
loro percezione della giustificazione morale della
legge. Se noi riteniamo che una legge sia legittima,
siamo piuttosto inclini a rispettarla. Per esempio,
noi crediamo che gli incontri di calcio richiedano
giustamente la presenza di arbitri e guardalinee, e
confidiamo che essi eserciteranno le loro legittime
funzioni. Senza questa fiducia, quanta forza sa
rebbe necessaria per portare e mantenere l'ordine
sul campo? Molti automobilisti non accettano la
giustificazio ne mo rale degli autovelox e non si
fanno quindi nessuno scrupolo ad aggirarli. Se riu
scite a farla franca con il contrabbando, nessuno
penser troppo male di voi. Quando la legge manca
di legittimit e il suo rispetto dipende soprattutto
dalla paura di essere p resi e puniti, mantenerla
molto pi difficile, per non parlare di quanto sia pi
costoso. Penso che ci siano pochi dubbi sul fatto che
oggi, per una variet di ragioni, i cittadini sono
meno propensi a rispettare la legge o le convenzioni
informali del comportamento sociale di quanto
non lo fossero in passato.
Inoltre, la globalizzazione, la forte crescita della
mobilit e la rimozione su vasta scala di efficaci con105

trolli di frontiera in Europa e altrove hanno reso


sempre pi difficile per i governi il controllo su che
cosa entra o esce dal loro territorio, e su che cosa av
viene nel suo interno. tecnicamente impossibile
controllare pi di una minuscola frazione del con
tenuto dei container che entrano o escono dai no
stri porti senza condurre quasi alla paralisi il ritmo
della vita economica quotidiana. I traffici illeciti
stanno sfruttando al massimo questo vantaggio,
cosl come hanno saputo approfittare dell' incapa
cit degli Stati di controllare, o anche solo monito
rare, le transazioni finanziarie internazionali. Lo
studio pi recente su questo fenomeno, il libro di
Moiss Nafm Illecito (Mondadori, Milano 2006),
lo dice chiaramente: Nella lotta contro il commer
cio illecito globale, i governi stanno avendo la peg
gio [ . . ] Non c' semplicemente nulla che lasci pre
sagire un imminente rovescio di fortuna per le mi
riadi di reti [ . . ] di traffici illeciti.
Tutto ci ha pesantemente ridotto i poteri degli
Stati e dei governi nel corso degli ultimi trent'anni.
In casi estremi, essi possono anche perdere il con
trollo di parte dei loro territori. Nel 2004, la Cia ha
identificato cinquanta regioni sparse per il mondo
sulle quali il controllo governativo scarso o del
tutto inesistente. Ma, per citare ancora il libro di
Naim sull'economia illegale, di fatto oggi raro
trovare un Paese che non abbia qualche sacca di ille.

1 06

galit ben integrata nelle pi ampie reti globali.4 In


casi meno estremi, possibile che degli Stati altri
menti stabili e p rosperi come il Regno Unito e la
Spagna vivano per decenni con piccoli gruppi ar
mati sui loro territori senza che i loro governi siano
in grado di eliminarli totalmente. E ci nonostante
l'evidente fatto che le nostre informazioni sul Paese
e la popolazione sono oggi di gran lunga superiori
rispetto al passato. Anche se la capacit tecnologica
delle autorit pubbliche di tenere un occhio sui loro
abitanti, di ascoltare le loro conversazioni, di leg
gere le loro e-mail e, in Gran Bretagna, di osservarli
attraverso innumerevoli telecamere a circuito
chiuso oggi superiore a quella di qualunque go
verno del passato, del tutto possibile che gli organi
competenti sappiano meno cose dei loro predeces
sori sull'identit e il numero degli individui che si
trovano di fatto sul loro territorio in un qualsiasi
momento, su dove vivono e su che cosa stanno fa
cendo. Oggi le perso n e che organizzano i censi
menti sono molto meno sicure della validit delle
informazioni raccolte di quanto non lo fossero ai
tempi di Giorgio V e Giorgio VI; e questa loro sfi
ducia ben motivata.
Tutto ci spiega perch anche gli Stati ben fun
zionanti si sono in qualche misura adattati a un li
vello di violenza non ufficiale molto pi alto di
quello che si registrava in passato. Provate a pensare
1 07

all'Irlanda del Nord negli ultimi trent'anni. Grazie


a una combinazione tra il ricorso alla forza e i taciti
accordi, stato possibile mantenere il funziona
mento del governo e la normalit della vita - inclusa
la possibilit di entrare e Uscire dalla provincia - no
nostante una situazione di guerra civile strisciante.
In tutto il mondo, i ricchi si adattano alla minaccia
della violenza da parte dei poveri creando delle loro
comunit recintate, che in Gran Bretagna sono un
fenomeno piuttosto recente, visibile soprattutto
nelle aree portuali . Si dice che in Inghilterra esi
stano un centinaio di queste comunit, nella mag
gior parte dei casi piccole; ma questo nulla in con
fronto ai sette milioni di famiglie che vivono in que
sti complessi fortificati negli Stati Uniti, pi della
met delle quali in comunit dove l'accesso con
trollato da cancelli, codici d'ingresso, chiavi elettro
niche e guardie giurate. 5 Man mano che i tempi si
fanno pi violenti, questa tendenza destinata a cre
scere rapidamente, come pu confermare chiunque
sia stato a Rio de Janeiro o a Citt del Messico pi
volte nel corso degli anni. Ma si pu fare qualcosa
per controllare la situazione?
Sorgono a questo punto due domande. In primo
luogo , possibile controllare i nuovi problemi di
ordine pubblico in un'epoca di violenza? La rispo
sta dev'essere positiva, anche se non chiaro fino a
che punto. Il teppismo calcistico o re un esempio
1 08

di come sia possibile intervenire. Emerso come un


comune fenomeno di massa in Gran Bretagna negli
anni Sessanta, si diffuse quindi ampiamente in altri
Paesi. Raggiunse il picco negli anni Ottanta, con i
terribili incidenti di Bradford e le trentanove vit
time allo stadio Heysel di Bruxelles durante la finale
della Coppa dei Campioni tra il Liverpool e la Ju
ventus . Si discusse molto sulla necessit di provve
dimenti estremi, come - in Inghilterra - l'introdu
zione obbligatoria delle carte d'identit, ma di fatto
da allora il teppismo calcistico nel Regno Unito
stato ridotto di parecchio attraverso ladozio ne di
misure pi moderate . Tra queste ci sono alcuni
cambiamenti tecnici (come le telecamere a circuito
chiuso e gli stadi con un posto a sedere per ogni
spettatore) , un'azione pi intelligente e coordinata,
e ladozione di tattiche di polizia pi selettive (come
isolare gli hooligans noti anzich praticare un con
tenimento generale di tutti i tifosi in trasferta al
l'interno e all'esterno dello stadio) . Inoltre, la poli
zia riuscita a concentrarsi meglio sugli incidenti
pi seri, dato che il controllo dell'ordine ali' interno
dello stadio stato trasferito ai responsabili delle so
ciet calcistiche. Tutto ci stato pi costoso, molto
pi costoso, in termini sia di denaro sia di uomini
impiegati. Per mantenere l'ordine durante gli Euro
pei del 1 996 in Gran Bretagna stato necessario
schierare diecimila uomini; non ho avuto modo di
1 09

vedere dei dati sul costo in denaro e in forza-lavoro


dei Mondiali del 2006 in Germania. Ma il miglio
ramento stato raggiunto senza bisogno di adottare
quelle misure estreme che erano state suggerite in
passato. Per fare un altro esempio, oggi New York
un posto molto pi sicuro di quanto non lo fosse in
passato, come potrann o confermare coloro che si
ricordano la New York sporca e veramente perico
losa degli anni Settanta e Ottanta. Per quanto ci sia
dovuto al sindaco Rudy Giuliani, anche questo ri
sultato stato ottenuto in gran parte attraverso dei
cambiamenti nelle tattiche di polizia (tolleranza
zero) pi che q.on aumentando il gi imponente ar
senale di armi dei poliziotti newyorkesi.
Ci mi conduce alla seconda domanda: qual
l equilibrio tra la forza e la persuasione o la fiducia
pubblica nel controllo dell'ordine pubblico? Man
tenere l'ordine in un'epoca di violenza sia pi diffi
cile sia pi pericoloso, non ultimo per via delle forze
di polizia sempre pi armate e tecnologizzate, che
nella maggior parte de casi operano con equipag
giamenti progettati per respingere gli attacchi fisici
e sembrano cavalieri medievali con scudi e arma
ture. I poliziotti sono tentati di vedersi come un
corpo di guardiani con conoscenze professionali
specifiche, separati (e criticati senza cognizione di
causa) dai politici, dai tribunali e dai media liberali.
Il mondo odierno - e non solo fuori dall'Europa -
1 1 O

pieno di servizi di polizia e di sicurezza convinti che,


per quanto in pubblico i governi e i media possano
dire il contrario, sia la forza (e, se necessario, la vio
lenza) , e non la sovranit della legge, ci c e per
mette di mantenere l'ordine, e che credono che
questa loro convinzione abbia perlomeno il tacito
appoggio sia del governo sia dell'opinione pub
blica. In Gran Bretagna, dopo la tranquillit degli
anni Cinquanta e Sessanta, la reazione iniziale di
fronte alla nuova situazione - con l'Ira, gli scioperi
dei minatori e le sommosse razziali fu di dare il via
ai pestaggi , di diventare pi aggressivi, persino
quasi-militari, anche nello stesso territorio inglese.
Il fatto di trovarsi ad affrontare i terroristi ha poi ul
teriormente incoraggiato la militarizzazione della
polizia. La politica dello sparare per uccidere ha
gi fatto diverse vittime innocenti che si sarebbero
potute evitare, come il brasiliano Jean Charles de
Menezes . Fortunatamente, comunque, la Gran
Bretagna non si anora spinta tanto in l sulla
strada seguita nel continente fino al punto di creare
delle squadre armate speciali antisommossa, come
le Crs francesi (Compagnies Rpublicaines de S
curit, Compagnie repubblicane di sicurezza) .
D'altro lato, due cose fanno parte della saggezza
di fondo della polizia. La prima che i poliziotti
non sono utopisti. Essi non stanno cercando di eli
minare completamente il crimine; quest' ultimo
-

I I I

dev'essere semplicemente ridotto, controllato, te


nuto alla larga dalla popolazione civile. Ci fa s che
i poliziotti rimangano scettici di fronte alle crociate
politiche, anche se a volte pu anche indurre qual
cuno di loro a lasciarsi corrompere. La seconda, an
cora pi rilevante, che, nell'isolare e dare la caccia
ai piantagrane, i poliziotti non dovrebbero inimi
carsi quella popolazione il cui ordine p ubblico va
protetto. Un dispiegamento di forze eccessivo o
troppo scoperto, specialmente contro i gruppi, pu
portare a ini micarsi, se non l'intera popolazione,
perlomeno quei grandi gruppi che si ritiene con
tengano uno sproporzionato numero di criminali: i
neri, i giovani dei quartieri degradati, gli asiatici o
chiunque altro. Agendo in questo modo si moltipli
cherebbero i pericoli per l'ordine pubblico. Un
buon esempio di come ci possa accadere dato
dalla sommossa del Carnevale di Notting Hill negli
anni Settanta, che fu scatenata da un'operazione di
arresti e perquisizioni eccessivamente indiscrimi
nata da parte della polizia contro i borseggiatori,
vista dagli abitanti del luogo come un attacco raz
ziale contro i neri. Si tratta di un pericolo concreto.
Ci sono pochi dubbi che, durante la sommossa di
Brixton del 1 9 8 1 , la polizia consider tutti i neri
come potenziali rivoltosi e venne a esacerbare le re
lazioni con gli abitanti del luogo. Fortunatamente,
durante gli scontri in Irlanda del Nord le forze di
I I 2

polizia in Inghilterra seppero in gran parte resistere


alla tentazione di considerare tutti gli irlandesi
come potenziali membri dell'Ira. Il mantenimento
dell'ordine pubblico, che si viva in un'epoca di vio
lenza oppure no, dipende da un equilibrio tra la
forza, la fiducia e l'intelligenza.
In circostanze normali, a parte qualche occasio
nale crisi, in Gran Bretagna tutto sommato possi
bile avere fiducia nell'equilibro realizzato sia dal go
verno sia dalle forze dell'ordine. Dopo l' 1 1 settem
bre, per, le circostanze non sono pi state normali.
Siamo sommersi da un'ondata di retorica politica
sugli sconosciuti ma tremendi pericoli che vengono
dall'estero, sulle armi di distruzione di massa, sulla
cosiddetta guerra contro il terrore (un nome deci
samente inappropriato) e sulla difesa del nostro
stile di vita contro dei non ben definiti nemici
esterni e i loro agenti terroristici che si muovono in
mezzo a noi. Si tratta di una retorica studiata per far
accapponare la pelle dei cittadini pi che non per
contribuire a combattere il terrore (con quali obiet
tivi politici, lascio a voi il compito di dedurlo) . Far
accapponare la pelle o creare il panico infatti pre
cisamente quel fine che i terroristi si aforzano di rea
lizzare. Il loro obiettivo politico non raggiunto
dalle uccisioni in quanto tali , ma dalla pubblicit
data a queste uccisioni, che demoralizza i cittadini.
Nel periodo in cui la Gran Bretagna doveva realI I 3

mente affrontare un continuo problema terrori


stico , ossia le operazioni dell'Ira, la regola fonda
mentale adottata dalle autorit impegnate a com
battere il terrore era di non dare a tali operazioni
nessuna pubblicit, se possibile, o di dare risalto alle
contromisure.
Cerchiamo quindi di toglierci dalla mente questa
spazzatura retorica. La cosiddetta guerra contro il
terrore non una guerra se non in quel senso me
taforico che usiamo quando parliamo della guerra
contro la droga o della guerra tra i sessi . Il ne
mico non in una posizione tale da poterci scon
figgere, o nemmeno da poterci arrecare un grave
danno. Una recente indagine sul terrorismo globale
nel 2005 condotta dal dipartimento di Stato ameri
cano elenca - omettendo l'Iraq, dove c' una vera
guerra 7500 attacchi terroristici in tutto il
mondo con un totale di 6600 morti, cosa che lascia
intendere che la maggior parte di questi attacchi
sono stati dei fallimenti. Ci troviamo di fronte a ter
roristi organizzati in piccoli gruppi come quelli a
cui siamo gi da tempo abituati, con solo due inno
vazioni significative. A differenza dei terroristi pre
cedenti, essi sono pronti a compiere massacri indi
scriminati {e, anzi, forse il loro intento proprio
quello di compierli) . Di fatto, finora hanno com
piuto una strage con migliaia di vittime, qualche
altra in cui hanno ucciso centinaia di persone, e
-

I I4

molte altre in cui i morti sono stati nell'ordine delle


decine. I..:altra novit data dalla spaventosa inno
vazione storica costituita dalla figura dell'attenta
tore suicida. Queste innovazioni sono piuttosto
serie, specialmente nell'era di internet e dell' acces
sibilit generale di piccoli strumenti portatili dall' e
norme potenziale distruttivo. Non sto negando che
questa rappresenti una minaccia pi seria di quella
delle precedenti forme di terrorismo, e che giusti
fica gli sforzi eccezionali compiuti dalle persone il
cui lavoro combatterla. Ma, lasciate che mi ripeta,
essa non - e non si trasformer in - una guerra. ,
sostanzialmente, un problema molto serio di or
dine pubblico.
Ma la sicurezza pubblica, ci che le persone inten
dono con legge e ordine, essenzialmente salva
guardata dalle istituzioni e dalle autorit civili del
tempo di pace, inclusa la polizia. Le istituzioni di
guerra - ossia principalmente le forze armate - sono
mobilitate solo in situazioni di guerra e nelle raris
sime occasioni in cui i servizi civili vengono meno.
Anche in situazioni di guerra parziale, come nell'Ir
landa del Nord, la lunga esperienza ci ha insegnato i
pericoli politici del mantenere l'ordine pubblico
con i soldati, senza una forza di polizia regolare sepa
rata dall'esercito. Nonostante tutto il parlare di ter
rorismo, nessun Paese dell'Unione Europea si trova
(o probabile che si trover) in guerra, e nessun
I I5

Paese dell'Unione Europea ha un tessuto sociale e


politico talmente fragile da poter essere gravemente
destabilizzato da piccoli gruppi di attivist. o
dierna fase del terrorismo internazionale pi seria
di quanto non lo siano stati i movimenti simili in
passato, perch si tratta di un terrorismo capace di
compiere stragi e deliberatamente indiscriminato,
ma non un agente politico o strategico. Direi che
meno pericoloso dell'epidemia di assassini politici
scoppiata a partire dagli anni Settanta, che non ha
attirato molto l'attenzione dei media perch non ha
toccato la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Anche l' 1 1
settembre non ha paralizzato New York per pi di
poche ore, ed stato affrontato in modo rapido ed
efficiente dai normali servizi civili.
Il terrorismo richiede sforzi speciali, ma impor
tante non perderci sopra la testa. In teoria, un Paese
che non ha mai perso del tutto la calma durante
trent'anni di disordini irlandesi non dovrebbe per
derla ora. In pratica, l vero pericolo del terrorismo
non quello costituito da qualche pugno di fanatici
anonimi, ma quello che nasce dalla paura irrazio
nale che le loro attivit provocano, una paura che
oggi viene incoraggiata sia dai media sia da governi
insensati. Questo uno dei maggiori pericoli del
nostro tempo, un pericolo senz'altro pi grande di
quello d alcuni piccoli gruppi terroristici.

Note

1. Nazioni e nazionalismo nel nuovo secolo


1 . Soprattutto Ernest Gellner, Natiom and Nationalism,
Oxford 1 98 3 (trad. it. Nazioni e nazionalismo, Edi
tori Riuniti, Roma 1 997) ; Benedict Anderson, lma
gined Communities: Reflexions on the Origins and
Spread ofNationalism, Lo ndra 1 98 3 ( trad. it. Comu
nit immaginate. Origini efortuna del nazionalismo,
M an i fes toli bri , Roma 200 5 ) ; e A. D. Smith , Theories
of Nationalism, Lo n dra 1 98 3 . Si veda anche Eric
Hobsbawm, Nations and Nationalism Since 1 78/,b,
Cambridge 1 9 9 0 ( ttad. it. Nazioni e nazionalismi,
Einaudi, Torino 2002) .
2. Angus Maddison, The World Economy: A Millennial
Perspective, OECD D eve lo p me nt Centre, Pa r ig i
200 1 , p. 128 (trad. it. L'economia mondiale: una pro
spettiva millenaria, Giuffr, Milano 2005) .

3. ElPais, 1 3 gennaio 2004, p. 1 1 .


4. Stalker 's Guide to lnternationa!Migration, tab ell a 5 ,

Developing Coun try Remittance Receivers, 200 1 ;

http://pstalker.com/ m igrati o n / mg_stats_5 .h tm.


I I7

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mil_life/ twopassports/.
6. Benedice Anderson, The Spectre ofComparisons: Na

tionalism, SoutheastAsia and the Wor/,d, Londra-New


York 1 99 8 , pp. 69-7 1 .

7.

Pierre Brochand, Economie, diplomatie et foot


ball, in Pascal Boniface (a cura di) , Gopolitique du

Footbal4 Bruxelles 1 99 8 , p. 78 ( trad. it. La terra ro


tonda come un pallone. Geopolitica del calcio, Il Mino
tauro, Roma 2004) .
8. Universit di Leicester, Centro per la sociologia dello
sport, Bollettino d'informazione n. 1 6: The Bosman

Ruling: Football Transfers andForeign Footballers, Lei


cester 2002 .
9. Tra le diciotto societ che cercavano di creare una
Super Lega europea ce n' erano tre inglesi, tre ita
liane, tre spagnole, tre tedesche, tre francesi, due dei
Paesi Bassi e una portoghese. Andrebbe notato che
anche tra le societ delle leghe europee pi piccole
c'era un movimento simile in favore di una Lega
Atlantica .

1 O. Cfr. David Goldblatt, The Bali Is Round : A Global


History ofFootbal4 Londra 2006, pp. 777-9. Si veda
anche Futbol, Futebol, Soccer: Football in the Ame
ricas>>, Convegno dell'Istituto per gli studi sull' Ame
rica

latina,

Londra,

30-3 1

ottobre

2003;

http: // www.sas.ac. uk/ ilas/sem_football.htm.


1 1 . Eric Hobsbawm, Nations and Nationalism, edizione
Canto, p. 1 42.

I I

2.

Leprospettive della democrazia


1 . John Dunn, The Cunning ofUnreason: Making Sense

ofPolitics, Londra 2000 , p. 2 1 O .


2. Herbert Tingsten, Politica/ Behaviour: Studies in

Election Statistics, Londra 1 937, pp. 225 -6; Seymour


Martin Lipset, Politica/ Man: The Socia/ Bases ofPoli

tics, edizione economica, New York 1 963, pp. 227-9


( trad. it. L'uomo e la politica: le basi sociali della poli

tica, Edizioni di Comunit, Milano

1 963) .

3 . Prospect, agosto-settembre 1 999, p . 5 7 .


4. International Herald Tribune, 2 ottobre 2000, p .

13.

5 . lbid.

3. Terrorismo
1 . Mi attengo a quanto riportato in Lawrence Wright,

The Looming Tower, Londra 2006, pp. 1 2 3 5 1 74-5


-

(trad. it. All'ombra delle Torri, Adelphi , Milano 2007) .


2. Carlos Ivan Degregori et al . , Tiempos de Ira y Amor:

Nuevos actorespara viejos problemas, Lima 1 990, un

eccellente testo sul fenomeno di Sendero Luminoso .

3 . Martin Pollack, Der To te im Bunker. Bericht uber

meinen Vtzter, Zsolnay Verlag, Vienna 2004 (trad. it.


Il morto nel bunker: inchiesta su miopadre, Bollati Bo
ringhieri, Torino 2007) , sulla vita e la carriera di un
alto ufficiale delle SS.
4. Juan Carlos Marfn , Los Hechos Armados: Argentina

1973-76, Buenos Aires 1 996, p. _l 06, tabella 8 .

5 . Seguo i l discorso sviluppato d a Diego Gambetta, ba-

l I 9

sato sui materiali raccolti in Gambetta (a cura di) ,

Making Seme o/Sticide Missions, Oxford 200 5 .


6. Gambetta, op. cit. , p. 260.

7.

Gambetta, op. cit. , p. 270.

8 . Wright, op. cit. , p. 30 1 .


9 . Gambetta, op. cit. , pp. 327-8.

4. L'ordinepubblico in un'epoca di violenza


1 . Online Etymology D ictionary (http : //www.ety
monline. com/).

2 . Eric Monkkonen, Explaining American Exceptio


nalism, in American Historical Review Ili, n. l , feb
braio 2006.

3. Danielle Tarcakowsky, Lepotvoir est dans /,a rue: Cri

ses politiqtes et manifestations en France, Parigi 1 998,


Conclusion, in particolare p. 228.

4. Moiss Naim, Illicit, New York 2005 (trad. it. Ille

cito. Come trafficanti, falsari e mafie internazionali


stanno prendendo il controllo dell'economia globale,
Mondadori, Milano 2006) .
5 . Chris E. McGooey, Gated Communities: Access Con
trol Issues (http://www.crimedoctor.com/gated.htm)

Indice

Prefazione
1.

Nazioni e nazionalismo nel nuovo secolo

2. Le prospettive della democrazia

27
43

3.

Terrorismo

71

4.

ordine pubblico i n un'epoca di violenza

96

Note

1 17

Rr Grafica

Finito di stampare
nel mese di ottobre 2007presso
Veneta S.p.A. - Va Padova, 2 - Trebaseleghe

ly

Printed in lta

(PD)