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1.1.

1 Definizioni di bacino idrografico


Il bacino idrografico (Fig. 1.1) definito come quella porzione di territorio il cui deflusso idrico
superficiale viene convogliato verso una fissata sezione di un corso d'acqua che definita sezione di
chiusura del bacino. Il bacino idrografico cos inteso pu essere definito anche idro-erosivo in
quanto i processi di modellazione della superficie terrestre che lo vengono a formare sono dovuti
principalmente proprio all'azione erosiva delle acque che scorrono in superficie. Riferendosi alla
sola raccolta delle acque di precipitazione si parla di bacino imbrifero.

Figura 1.1 - Il bacino idrografico


Nel primo articolo delle "Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo"
(Legge 18 maggio 1989, n. 183) si definisce cos il bacino idrografico: "il territorio dal quale le
acque pluviali o di fusione delle nevi e dei ghiacciai, defluendo in superficie, si raccolgono in un
determinato corso d'acqua direttamente o a mezzo di affluenti, nonch il territorio che pu essere
allagato dalle acque del medesimo corso d'acqua, ivi compresi i suoi rami terminali con le foci in
mare ed il litorale marittimo prospiciente; qualora un territorio possa essere allagato dalle acque
di pi corsi d'acqua, esso si intende ricadente nel bacino idrografico il cui bacino imbrifero
montano ha la superficie maggiore".
Il bacino idrografico rimane distinto dal bacino idrogeologico che raccoglie le acque nel sottosuolo
e pu essere anche molto diverso per forma e dimensioni (Fig. 1.2).

Il bacino idrografico delimitato dallo spartiacque che pu essere definito come la linea pi elevata
separante il bacino imbrifero dai bacini contermini, unendo le massime quote relative secondo la
minore pendenza.
Per tracciare lo spartiacque si considerano le curve di livello (o isoipse) di una carta topografica, se
ne individuano i picchi e si uniscono con una linea, sempre perpendicolare alle curve di livello,
secondo il versore di minima pendenza. Per chiudere lo spartiacque principale sulla sezione di
chiusura prescelta, da tale sezione ci si muove seguendo la massima pendenza, sempre
ortogonalmente alle curve di livello, finch non si raggiunge uno spartiacque secondario che infine
riporta su quello principale. Un tale modo di procedere risulta idoneo solo nel caso di bacini
naturali, mentre, nei casi in cui le opere di regimazione e di canalizzazione artificiale hanno
modificato il naturale deflusso delle acque, si devono seguire criteri diversi e spesso non basta
l'utilizzo della sola cartografia. In genere per bacini di medie dimensioni si pu lavorare su
cartografia in scala 1:25.000.

Figura 1.2 - Differenze fra spartiacque topografico (o superficiale) e freatico (o sotterraneo)


La delimitazione del bacino semplice quando ci si riferisce al solo scorrimento superficiale, in
quanto si tratta di individuare in base al rilievo del terreno lo spartiacque topografico o superficiale.
Risulta invece notevolmente pi difficoltoso delimitare la porzione del territorio che concorre alla
formazione dei deflussi totali comprendendo i contributi sotterranei o profondi. Infatti lo
spartiacque freatico o sotterraneo (la linea che delimita il sistema idrico sotterraneo scolante verso

la sezione di chiusura del bacino) generalmente non coincide con quello topografico e pu essere
determinato solo tramite indagini idrogeologiche.

1.1.2 Caratteristiche generali del bacino


idrografico
Il bacino idrografico l'unit fisiografica fondamentale alla quale far riferimento nello studio dei
fenomeni fluviali e dei processi idro-geomorfologici ad essi legati.
Tali dinamiche, come si vedr, vengono analizzate nell'ambito pi generale della conoscenza del
ciclo idrologico (ciclo di trasformazioni dell'acqua sulla superficie terrestre e in atmosfera) ed al
fine di ottenere la determinazione di elementi essenziali per il dimensionamento corretto delle opere
idrauliche e degli interventi di sistemazione dei bacini idrografici. Ad esempio, pu interessare la
stima del volume d'acqua che defluisce attraverso una sezione di un corso d'acqua in un dato
periodo di tempo, della portata di piena che si pu verificare con un determinato tempo di ritorno,
della quantit di materiale solido eroso dalla superficie del bacino, trasportato dall'acqua e
sedimentatosi lungo l'alveo, ecc.
La determinazione di tali grandezze oggetto di elaborazioni di tipo deterministico o statistico, di
cui si tratter nei capitoli successivi con particolare riferimento all'analisi dei fenomeni alluvionali.
Considerando sezioni di chiusura sempre pi a valle lungo il corso d'acqua principale, si modifica lo
spartiacque ed aumenta l'estensione del bacino idrografico per l'aggiunta di nuove zone che
influiscono sul comportamento idrologico in base alle loro caratteristiche.
La risposta idrologica di un bacino dipende naturalmente dalle precipitazioni che si verificano su di
esso (e quindi indirettamente dalla sua posizione, quota ed esposizione), dalla loro intercettazione e
dal successivo smaltimento (e quindi dalla permeabilit determinata dalla tessitura e dalla
profondit del suolo, dal tipo di copertura, ecc.), dall'irradiazione solare e dall'orientazione rispetto
ai venti, ecc.
In generale le precipitazioni crescono all'aumentare delle quote del bacino e possono assumere la
natura di precipitazioni nevose.
Inoltre, di solito, l'altitudine in relazione con l'acclivit. A parit di altre condizioni, in bacini con
pendenze maggiori l'acqua scorre pi rapidamente, si infiltra nel terreno con minore facilit e
provoca quindi nei corsi d'acqua piene pi notevoli ed improvvise. Se sono presenti nel bacino laghi
e/o aree di inondazione (casse di espansione), le piene risultano di intensit ridotta e prolungate nel
tempo.
Il tempo in cui si determina la risposta idrologica in un bacino rappresenta un parametro assai
importante per l'analisi dei fenomeni alluvionali (cfr. Cap. 5).
Si ha, ad esempio, il cosiddetto tempo di corrivazione (tempo teoricamente richiesto ad una goccia
d'acqua per giungere dal punto pi distante alla sezione di chiusura del bacino) che un parametro
caratteristico di ciascun bacino e sta alla base di alcuni tradizionali metodi per il calcolo della
massima piena. Esso pu risultare dipendente da lunghezza, area, quota media, pendenza media del
bacino e dall'intensit di precipitazione, ed minore in bacini di ridotte dimensioni e a carattere
montano.

Il tempo di risposta caratteristico del bacino dato dall'intervallo temporale trascorso fra l'inizio
dell'evento di precipitazione e l'arrivo del colmo di piena alla sezione di chiusura, dipendente dalle
dimensioni del bacino, dallo sviluppo del reticolo idrografico, dal regime fluviale, ecc. Il tempo di
ritardo idrologico in un bacino viene, invece, rappresentato dall'intervallo temporale che separa il
baricentro dell'idrogramma di piena (depurato della portata di base che sarebbe defluita nel corso
d'acqua anche in assenza dell'evento), da quello del pluviogramma netto, ovvero decurtato della
parte di pioggia persa per assorbimento e infiltrazione, mentre si parla di tempo di picco per
individuare il momento in cui si raggiunge il colmo della piena.
Esistono numerose espressioni che legano tali parametri temporali con i cosiddetti parametri
geomorfici del bacino, descritti nei paragrafi seguenti, il cui utilizzo per la modellizzazione dei
fenomeni di trasformazione afflussi-deflussi e formazione della piena trattato nel cap. 5.

1.1.3 Analisi geomorfologica del bacino


Il comportamento idrologico di un bacino , per quanto accennato, chiaramente influenzato dalla
sua morfologia.
Le caratteristiche geomorfiche possono essere distinte in planimetriche e orografiche: le prime
esprimono le dimensioni geometriche orizzontali (per es. l'estensione ed il perimetro), la forma,
l'organizzazione e lo sviluppo del reticolo fluviale, mentre le seconde esprimono il rilievo (per es.
l'altezza media) e le pendenze (sia dei versanti che delle aste fluviali).
Tutte queste caratteristiche sono solitamente descritte tramite parametri di tipo globale relativi cio
all'intero bacino, ma possono essere anche ottenuti o sostituiti da parametri di tipo distribuito
relativi a varie celle di dimensione variabile in cui si suddivide il bacino tramite una
schematizzazione "a griglia" (raster), facendo riferimento ad un modello digitale del terreno
(DTM).
Di seguito si riportano alcune definizioni e metodi di calcolo dei parametri di tipo globale ed alcuni
esemplificazioni dell'approccio di tipo distribuito (raster).
1.1.3.1 Dimensioni geometriche orizzontali
La superficie di drenaggio misurata tramite l'area A della proiezione orizzontale del bacino
delimitato dallo spartiacque topografico. Il perimetro P la lunghezza del contorno del bacino. La
lunghezza L del bacino si assume in genere uguale alla lunghezza dell'asta fluviale principale,
misurata lungo l'effettivo percorso dell'acqua, a partire dalla sezione di chiusura del bacino e fino
allo spartiacque (non essendo sempre individuabile oggettivamente tale lunghezza, utile introdurre
la cosiddetta lunghezza media cumulata, come somma delle lunghezze medie delle aste di ciascun
ordine gerarchico, che sar introdotto nel seguito).
1.1.3.2 Forma
Per caratterizzare la forma dei bacini idrografici sono stati proposti vari indici, normalmente legati
fra loro, di cui si riportano alcuni esempi.
il fattore di forma (Horton)

[1.1]
il fattore di circolarit (Miller)

[1.2]
il rapporto di allungamento

[1.3]
Un fattore di forma dato anche dal rapporto fra la lunghezza L della linea d'impluvio principale e
il diametro della circonferenza che racchiude una superficie equivalente all'area del sistema
idrografico considerato.
Il rapporto o fattore di circolarit il rapporto tra l'area A del bacino e l'area del cerchio di uguale
perimetro P.
Il coefficiente di uniformit il rapporto 1/
tra il perimetro P del bacino, la circonferenza del
cerchio di uguale area S e la lunghezza L dell'asta fluviale principale.
Il rapporto di allungamento il rapporto tra il diametro del cerchio di uguale area A e la lunghezza
L dell'asta fluviale principale.
Tali indici di forma sono legati fra di loro e mostrano quanto la forma del bacino differisca da
quella di un cerchio.
1.1.3.3 Rilievo
L'andamento altimetrico di un bacino pu essere descritto dalla curva ipsografica, che si ottiene
riportando in un diagramma cartesiano i punti le cui ordinate e ascisse rappresentano
rispettivamente la quota e la superficie totale delle porzioni di bacino che si trovano a quote
superiori a questa (Fig. 1.3).
La forma di tale curva d delle indicazioni circa il grado di evoluzione del bacino.
Da essa possibile ricavare la quota media del bacino, nonch determinare l'altezza media (altezza
corrispondente alla linea di compenso della curva) e l'altezza mediana (altezza alla quale
corrisponde nella curva la met della superficie del bacino).
Un altro parametro caratteristico, che prende il nome di rilievo, la differenza tra la quota del punto
pi elevato dello spartiacque e quella della sezione di chiusura.

Figura. 1.3 Curva ipsografica del fiume Arno


1.1.3.4 Pendenza
Anche la pendenza media dei versanti di un bacino idrografico pu essere analizzata tramite diversi
indici.
Un primo indice della pendenza media del bacino quello che si ricava adoperando il metodo di
Alvard-Horton: si tratta di misurare la lunghezza totale Lv delle linee di livello di assegnata
equidistanza Dh e di calcolare la pendenza media

[1.4]
Il metodo del reticolato consiste invece nel sovrapporre un reticolato a maglie quadrate alla
rappresentazione topografica del bacino, misurare in corrispondenza di ogni nodo del reticolato la
minima distanza intercorrente tra due curve di livello, calcolare il rapporto tra la differenza di quota
tra le due isoipse e tale distanza minima, ottenendo cos una pendenza locale. La media aritmetica
delle pendenze locali sar la pendenza media del bacino.
Tramite l'approccio a parametri distribuiti possibile analizzare l'acclivit di un bacino elaborando
il raster delle quote. infatti possibile calcolare per ciascuna cella del raster una pendenza data dal
seno dell'angolo che forma il vettore di massima pendenza di un piano interpolante le otto celle
circostanti quella in esame con la sua proiezione sul piano orizzontale, ottenendo cos un raster
delle pendenze (Fig. 1.6).
Dal raster cos ottenuto si pu determinare la pendenza media del bacino.

Oltre a questi indici, il cui calcolo risulta piuttosto oneroso se non addirittura proibitivo senza
l'ausilio di un elaboratore elettronico, se ne hanno altri.
Il pi semplice il rapporto tra il rilievo del bacino prima definito e la lunghezza dell'asta principale
(indicato con i1 in Fig. 1.5).
Un altro dato dalla pendenza della retta di compenso che individua, intersecando la curva del
profilo longitudinale del corso d'acqua, un'area sovrastante ed una sottostante uguali fra di loro
(indicata con i2 in Fig. 1.5).
Un altro indice ancora il rapporto di rilievo dato dal rapporto fra il valore medio della differenza
di quota tra i diversi punti dello spartiacque e la sezione di chiusura e, al solito, la lunghezza L
dell'asta principale.

Figura 1.4 - Raster delle quote dell'Arno

Figura 1.5 - Calcolo semplificato della pendenza media di un bacino sulla base del profilo
longitudinale

Figura 1.6-Raster delle pendenze del comprensorio del Servizio Idrografico Mareografico di Pisa
1.1.3.5 Altre caratteristiche del bacino
Oltre alle caratteristiche propriamente geomorfiche interessano altre propriet di un bacino.
Ad esempio l'esposizione che pu essere calcolata in modo distribuito per ciascuna cella quadrata in
cui viene suddiviso il bacino come l'angolo formato con la direzione Sud-Nord dalla proiezione sul
piano orizzontale del vettore di massima pendenza del piano interpolante le otto celle circostanti
quella in esame; al solito, la media aritmetica dei valori di esposizione di ciascuna cella d
l'esposizione media dell'intero bacino.
Risulta, inoltre, importante definire la geologia, la pedologia e l'uso del suolo del bacino idrografico
al fine di ricavarne le caratteristiche idrologiche che governano i processi di trasformazione afflussi
- deflussi.
Ci limitiamo qui ad elencare alcune delle caratteristiche, che, insieme alle suddette e a quelle
relative al reticolo idrografico descritte nei paragrafi successivi, consentono un'analisi completa del
bacino idrografico, come trattato nel cap. V:

Precipitazioni meteoriche ragguagliate e distribuite;

Pedologia: tessitura, profondit del suolo, velocit d'infiltrazione, volume superficiale


gravitazionale e capillare, ecc.;
Acquiferi sotterranei, sorgenti ed emergenze, scambi con altri bacini, ecc.;
Uso del suolo: pratiche colturali e conservative, rimboschimenti, grado di copertura, ecc.
Erodibilit.

1.1.4 Definizioni del reticolo idrografico


L'insieme delle linee di impluvio e dei corsi d'acqua presenti all'interno di un bacino costituiscono il
reticolo idrografico.
Le acque di precipitazione, dopo un percorso pi o meno lungo di ruscellamento diffuso,
confluiscono in linee di impluvio e si organizzano in sistemi idrografici di drenaggio delimitati da
linee di displuvio o di spartiacque. Ogni linea di impluvio confluisce in un'altra e questa in un'altra
ancora e cos via secondo la rete di canali che costituisce appunto il reticolo idrografico.
Il reticolo idrografico si suddivide in reticolo idrografico naturale ed in reticolo idrografico
artificiale.
Le caratteristiche del reticolo idrografico naturale possono essere sintetizzate facendo ricorso ad un
ordinamento gerarchico (gerarchizzazione). Il reticolo idrografico pu essere acquisito, per bacini
di medie dimensioni, dalla cartografia scala 1:25.000.

1.1.5 Caratteristiche del reticolo idrografico


Lo sviluppo del reticolo idrografico di un bacino fluviale determinato da vari fattori (climatici,
pedologici, geomorfologici, ecc.).
Da un punto di vista geomorfologico, significativi risultano essere la composizione litologica delle
rocce, l'assetto tettonico delle pieghe e delle fratture, la diversa erodibilit e permeabilit dei litotipi,
l'intreccio di forme e paleoforme del rilievo.
Ad esempio, i corsi d'acqua tendono a evitare gli ostacoli costituiti dalle rocce pi resistenti e a
seguire la direzione delle pieghe e delle fratture; la rete idrografica si sviluppa pi densa su terreni
impermeabili e meno fitta in quelli permeabili.
Esiste una nomenclatura di classificazione dell'idrografia superficiale in base al disegno, alla densit
e al tipo di confluenza delle linee di impluvio che determinano una configurazione detta pattern.
I principali tipi di patterns sono:

Dendritico: di forma arborescente sviluppantesi uniformemente in ogni direzione, con un


canale principale che si suddivide in rami via via meno importanti procedendo verso monte;
tipico di terreni omogenei, impermeabili e a limitata acclivit.

Subdendritico: si differenzia dal precedente per la direzione preferenziale ad andamento pi


o meno parallelo di alcuni rami; indica, oltre alle caratteristiche suddette, un certo controllo
tettonico di un sistema di fratture pi o meno parallele.
Pinnato: si differenzia da quello dendritico per l'esigua lunghezza dei collettori secondari;
tipico di terreni omogenei, impermeabili e a morfologia pianeggiante.
Divergente: da un ramo principale si dividono pi collettori e da questi altri rami secondari,
a formare un ventaglio; caratterizza i delta e le conoidi.
Convergente: al contrario del precedente, mostra una serie di rami che si dirigono verso uno
stretto tratto di confluenza; caratterizza terreni poco permeabili e a sensibile acclivit.
Parallelo: costituito da collettori subparalleli fra loro; caratterizza terreni impermeabili,
con un controllo strutturale di fratture subparallele e a sensibile acclivit.
Angolato: mostra una ramificazione con due direzioni prevalenti; indica un controllo
strutturale di due fasci di faglie, fratture o discontinuit litologiche.
Centrifugo: i collettori si irradiano da un'area, che pu costituire un cono vulcanico, un
duomo tettonico, una cupola diapirica, ecc.
Centripeto: al contrario del precedente i collettori si dirigono a raggiera verso una stessa
area; questa pu essere una depressione tettonica, carsica, vulcanica, ecc.
Anulare: i rami fluviali mostrano in prevalenza andamenti concentrici; si forma su rilievi
pseudoconici a gradinata, determinata da alternanze di litotipi a diversa erodibilit.
Meandriforme: ad associazioni di anse regolari pi o meno simili fra loro; caratteristici, ma
non esclusivi, di pianure alluvionali.
Anastomizzato: fitta rete di canali che si intrecciano fra loro secondo una direzione generale
prevalente; tipico di aree a notevole sedimentazione.

La classificazione sopra riportata viene utilmente impiegata nelle indagini di interpretazione di


fotografie aree o di immagini di satellite, per l'individuazione indiretta di un certo tipo di caratteri
fisici della superficie del rilievo (composizione litologica, assetto tettonico, tipo di degradazione
superficiale, ecc.).

1.1.6 Gerarchizzazione del reticolo idrografico


Di norma, nell'analisi geomorfologica di un reticolo idrografico, tutti i corsi d'acqua sono
considerati come linee, indipendentemente dalla loro larghezza. Pertanto un reticolo idrografico pu
essere caratterizzato dal numero, dalla lunghezza e dalla disposizione di tali linee ricavati dalla
proiezione del sistema idrografico su di un piano orizzontale.
La classificazione dei reticoli si basa sulla definizione di alcune entit geometriche, quali le aste e i
nodi.
Si indica come nodo o la sorgente del corso d'acqua (nodo di sorgente) o una confluenza (nodo di
biforcazione) e come asta il tratto di corso d'acqua compreso tra due nodi.

Fig. 1.7 - Schema della gerarchizzazione di un reticolo idrografico


I vari rami fluviali componenti un reticolo idrografico possono essere suddivisi secondo un ordine
gerarchico convenzionale.
I metodi di gerarchizzazione e conseguente classificazione geomorfologica di un reticolo fluviale
possono essere di due tipi: "da monte" e "da valle". I metodi pi utilizzati sono quelli da monte e fra
essi quelli di Horton e di Strahler. Esistono anche i metodi pi complessi di Shreve e di Scheidegger
che, oltre a esprimere con un parametro globale (il massimo ordine del reticolo) la dimensione e
una scala interna del bacino, forniscono anche un indice dell'ammontare di deflusso che pu essere
prodotto dal reticolo stesso (Fig. 1.7).
L'ordine delle varie aste che compongono il reticolo fluviale di un bacino si pu determinare in
pratica per mezzo di queste regole (metodo di A.N. Strahler, detto anche di Horton-Strahler):
un'asta che non nasce dalla confluenza di altre due di primo ordine (quindi le aste di primo
ordine sono quelle pi lontane dalla sezione di chiusura); un'asta di ordine n e un'asta di ordine (n1) congiungendosi danno origine a un'asta di ordine n; due aste di ordine n congiungendosi danno
origine a un'asta di ordine (n+1) (Fig. 1.7).

Per ogni bacino idrografico esiste una relazione fra il numero dei rami fluviali (Nu) aventi un certo
ordine e l'ordine (u) stesso: in genere il valore del primo diminuisce all'aumentare del secondo.
L'organizzazione della rete idrografica e quindi il suo grado di gerarchizzazione possono essere
espressi mediante parametri quantitativi (Horton, 1945; Strahler, 1958).
Il parametro di base il rapporto di biforcazione Rb che esprime il rapporto fra il numero di
segmenti fluviali di un certo ordine ed il numero dei segmenti dell'ordine immediatamente
successivo. Studi condotti su reticoli idrografici diversi indicano che in una regione a clima
uniforme, caratterizzata da uniforme struttura geologica e sviluppo in ogni sua parte, il rapporto di
biforcazione tende a rimanere costante passando da un ordine al successivo.
Vale pertanto quella che viene comunemente definita prima legge di Horton: "Il numero di aste
fluviali di ordini via via pi bassi, in un dato bacino, tende a formare una serie geometrica che
inizia con un singolo segmento dell'ordine pi elevato e che aumenta secondo un rapporto di
biforcazione costante".
Pertanto, una volta ordinato il reticolo, possibile definire il rapporto di biforcazione tra l'ordine u
e quello u+1 come:

. [1.1]
Horton ha osservato che Rb costante al variare dell'ordine e tipicamente varia tra 3 e 5.
Considerando invece la lunghezza media delle aste di un certo ordine

[1.2]
si ottiene il rapporto fra le lunghezze

. [1.3]
Sempre Horton ha osservato che RL costante al variare dell'ordine e compreso tra 1.5 e 3.35.
In analogia, si definisce anche il rapporto fra le aree RA come:

[1.4]
che risulta in genere compreso tra 3 e 6.
Esistono anche altre leggi analoghe alla prima: la seconda e la terza legge di Horton relative,
rispettivamente, alle lunghezze delle varie aste ed alle aree dei sottobacini, unaltra legge di Horton
relativa alla pendenza media delle aste e una legge di crescita allotropica.

I rapporti di biforcazione, lunghezza e area possono essere ricavati, dopo aver acquisto ed ordinato
il reticolo secondo Strahler, sulla base di regressioni esprimenti le seguenti relazioni:

[1.5 a,b,c]
dove:
U = ordine massimo del reticolo
Nu = numero delle aste di ordine u
= lunghezza media delle aste di ordine u
= area media sottesa da aste di ordine u
Dal rapporto di biforcazione sono stati successivamente definiti anche altri parametri per una
determinazione pi completa del grado di gerarchizzazione (Avena et al.,1967):

rapporto di biforcazione diretta,


indice di biforcazione,
numero di anomalia gerachica,
indice di anomalia gerachica,
densit di anomalia gerarchica.

La gerarchizzazione del reticolo idrografico importante principalmente per ottenere:

la caratterizzazione del grado di sviluppo della rete idrografica;


la localizzazione e distinzione dei singoli rami.

Infatti, maggiore il numero d'ordine assegnato ad un bacino e maggiore sar l'articolazione del suo
sviluppo e pi regolare, a parit di dimensioni, la sua forma. , infatti, improbabile che un bacino
stretto e allungato abbia un corso d'acqua principale contraddistinto da un numero d'ordine
superiore a quello dell'asta principale di un altro corso d'acqua della stessa lunghezza che si forma
in un bacino di forma pi regolare. Un numero d'ordine basso sar caratteristico di un ramo
tributario montano, mentre un numero d'ordine elevato sar caratteristico di un ramo di valle (Fig.
1.7).
La Fig. 1.8 mostra l'andamento di alcuni parametri geomorfici, su di un piano semi-logaritmico, al
variare del numero d'ordine u del reticolo idrografico: al crescere di u (ovvero del grado di sviluppo
del reticolo) maggiore sar l'estensione A del bacino idrografico e la lunghezza complessiva L del
reticolo stesso (nonch la larghezza dell'alveo principale e la portata da esso convogliata), mentre
minore sar il numero n di affluenti tributari e minore la pendenza s dell'alveo.

Fig. 1.8 - Relazioni tra numero d'ordine u del reticolo idrografico e (1) estensione A del bacino
idrografico, (2) lunghezza complessiva L del reticolo stesso, (3) numero n di affluenti tributari e (4)
pendenza s dell'alveo.
Si definisce inoltre la densit di drenaggio di una bacino idrografico come:

[1.6]
dove LT la lunghezza totale del reticolo ed A l'area del bacino. Il valore della densit di drenaggio
molto sensibile alla scala della cartografia di base utilizzata.

1.1.7 Parametri geomorfologici


Lo sviluppo della rete idrografica, come gi visto dipendente dalle caratteristiche geologiche e
climatiche del bacino, pu essere analizzato facendo ricorso a varie grandezze.
importante sottolineare che tutti i parametri esprimenti l'organizzazione del reticolo dipendono
dal dettaglio e dalla scala del riferimento topografico utilizzato per determinarli.
Innanzi tutto, si gi visto come un bacino pu essere caratterizzato dal suo ordine, che quello
dell'asta fluviale terminale avente l'ordine pi alto calcolato secondo il metodo suindicato.
Per esempio un bacino dell'Italia centrale con un'estensione dell'ordine di alcune centinaia di kmq
pu risultare, a un'analisi effettuata secondo il metodo di Horton-Strahler su rilievi
aerofotogrammetrici in scala 1:13.000, di settimo o ottavo ordine. Nel caso del reticolo del fiume
Sieve in Toscana, digitalizzato dalle carte IGM 1:25.000 ed elaborato in maniera automatica
secondo il metodo di Horton-Strahler, si calcolato che il bacino del settimo ordine (Fig. 1.9).

Fig. 1.9 - Reticolo idrografico della Sieve gerarchizzato e con gli ordini delle aste distinti per
spessore
Il numero totale delle aste di primo ordine n un altro parametro che caratterizza l'organizzazione
del reticolo fluviale. Un bacino analogo al precedente pu essere composto (facendo riferimento
alla stessa rappresentazione cartografica) da alcune decine di migliaia di aste di primo ordine.
La frequenza delle aste di primo ordine Fa il rapporto tra il numero delle aste di primo ordine e la
superficie del bacino.
La densit di drenaggio D (in km/kmq) data dal rapporto tra la somma delle lunghezze delle linee
di impluvio di un sistema di idrografico e la sua superficie di drenaggio; il rapporto inverso detto
coefficiente di drenaggio.
Un altro indice della densit di drenaggio si pu determinare sovrapponendo al bacino una griglia
ortogonale a maglie quadrate e contando il numero totale di incroci dei lati della griglia con le aste
fluviali in modo tale da poter calcolare il rapporto tra il numero di questi incroci e la lunghezza
totale dei lati della griglia compresi nel bacino.
La densit di drenaggio, esprimendo sostanzialmente la lunghezza media delle linee di impluvio per
unit di superficie, assume valori pi elevati nei territori 'impermeabili', dove, come gi detto, il
reticolo idrografico si presenta pi sviluppato. I fattori principali che controllano la densit di
drenaggio sono il tipo litologico, la permeabilit locale, la presenza e il tipo di copertura vegetale.
Anche la frequenza di drenaggio Fd, data dal rapporto fra il numero totale delle linee di impluvio e
la superficie del bacino, mostra valori pi alti in corrispondenza di rocce impermeabili.
Indicando con l la lunghezza media dei segmenti fluviali compresi tra due confluenze successive ed
n il numero di aste fluviali del primo ordine, comprese cio tra ciascun punto pi estremo di monte

e la prima relativa confluenza, si ha che il prodotto l n1/2 appare molto meno sensibile alla scala
cartografica di quanto non lo siano l ed n presi singolarmente. Melton ha ricavato nel 1958
operando una regressione con elevato coefficiente di correlazione sui dati di 156 bacini americani
molto diversi fra loro per clima, superficie, uso e copertura del suolo, la relazione:
F = 0.69 D2 [1.1]
dove D la densit di drenaggio del bacino ed F la frequenza delle aste Hortoniane, espressa per
le reti asintotiche da F=(4/3)(n/A).
Esistono legami tra l, A, D ed N, e, inoltre a volte si utilizzano le approssimazioni 0.69 2/3, Rb=2,
N 2n, con N numero totale di segmenti fluviali.
Si ha poi il gradiente di pendio, dato dal rapporto tra il dislivello dei nodi e la lunghezza di ciascuna
asta fluviale; il suo valore medio calcolato su tutto il reticolo idrografico, pu risultare di ausilio
nell'analisi dell'acclivit del bacino.
Uno degli scopi della morfometria fluviale quello di ricavare delle informazioni quantitative
relative alla geometria di un sistema fluviale che possano essere messe in correlazione con
informazioni idrografiche, come ad esempio nel caso della relazione di tipo esponenziale tra la
portata in una sezione di un corso d'acqua e l'area della porzione di bacino contribuente al deflusso
nella sezione medesima.

1.2 - Il ciclo ed il bilancio idrologico


1.2.1 I processi del ciclo idrologico
1.2.2 Le grandezze del ciclo idrologico
1.2.3 L'equazione del bilancio idrologico
1.2.1 I processi del ciclo idrologico
Per comprendere i processi di trasporto e trasformazione dellacqua alla scala di bacino idrografico
fondamentale l'analisi del cosiddetto ciclo globale idrologico. Lacqua segue un ciclo idrologico
ovvero subisce una serie di trasferimenti e di trasformazioni che interessano l'atmosfera, la
superficie del suolo e il sottosuolo.

Fig. 1.10 - Schema a blocchi del ciclo idrologico

Esso strettamente legato ai cicli dell'energia e del trasporto delle sostanze minerali ed interessa
l'acqua presente negli oceani, sulla superficie terrestre, all'interno del suolo e del sottosuolo e in
atmosfera. Il lavoro necessario per la messa in movimento delle particelle d'acqua nel ciclo
idrologico fornito, sostanzialmente, da due sorgenti di energia (la radiazione solare e la forza di
gravit) che assicurano, con la loro conservazione, la regolarit e l'equilibrio del ciclo globale.
L'acqua trasportata in un sistema chiuso costituito dalla terra e dall'atmosfera, all'interno del quale
cambia stato da liquido a gassoso o solido e viceversa. Ogni goccia d'acqua segue un percorso dagli
oceani all'atmosfera alla terra, attraverso movimenti di superficie e sotterranei. I principali processi
fisici in gioco sono l'evaporazione, la condensazione le precipitazioni, l'infiltrazione ed i deflussi.
La precipitazione che raggiunge la superficie del suolo all'inizio di un evento meteorico , in parte,
trattenuta dalla vegetazione per intercettazione vegetale ed, in parte, dalle depressioni o piccoli
invasi superficiali. Al proseguire dell'evento la superficie del suolo viene ricoperta da un sottile
strato d'acqua, secondo un fenomeno di tipo transitorio (detenzione superficiale), che scorre fino a
raggiungere il reticolo idrografico (scorrimento superficiale), determinando la formazione del
deflusso superficiale. In ognuna di queste fasi (soprattutto in quella di invaso superficiale), l'acqua

pu infiltrare nel suolo, facendone variare il contenuto idrico ovvero l'umidit. Una parte dell'acqua
di infiltrazione torna in atmosfera per effetto dellevapotraspirazione, un'altra parte torna in
superficie per effetto dell'assorbimento capillare ed il resto raggiunge le acque sotterranee. Le
acque infiltrate nel terreno possono riemergere in superficie tramite il deflusso ipodermico o quello
sotterraneo. Le precipitazioni variano enormemente da luogo a luogo ed il volume d'acqua che
raggiunge il suolo in funzione dell'intensit di precipitazione, della copertura vegetale, della
pendenza, della capacit di infiltrazione, della permeabilit e del contenuto iniziale di umidit.
Intensit di pioggia moderate possono essere pi efficaci nella penetrazione nel suolo, soprattutto
quando esso poroso. Piogge leggere vengono rapidamente perse per evaporazione, mentre elevate
intensit, pi alte della capacit di assorbimento del suolo, si accumulano sulla superficie e scorrono
su di essa portando a condizioni pericolose di erosione e di dissesto idrogeologico in genere.
1.2.2 Le grandezze del ciclo idrologico
Nella Fig. 1.11 si riporta una descrizione grafica del ciclo idrologico, da cui si osserva che la
precipitazione dell'acqua sul suolo pu avvenire sotto forma di pioggia, neve o grandine (un
apporto pu essere dato dalla rugiada e dalla brina che condensano direttamente sul suolo). Le
prime due forme di precipitazione sono le pi importanti mentre la terza incide solo per una piccola
percentuale. Durante la precipitazione una parte dell'acqua evapora nuovamente prima di
raggiungere il suolo. L'acqua che raggiunge il suolo pu essere trattenuta dalla vegetazione,
infiltrarsi nel suolo, evaporare o scorrere in superficie. Sempre in Fig. 1.11 sono riportati i principali
sistemi di misurazione delle quantit che prendono parte al ciclo idrologico (i cosiddetti dati
idrologici trattati nel Cap. IV). Si riconoscono la misura della precipitazione sia essa nevosa
(spessore e densit del manto di neve) che sotto forma di pioggia, del livello idrometrico nei corsi
d'acqua e quindi della portata, del livello piezometrico dell'acqua in falda. Alcune delle stazioni di
misura rilevano anche altri parametri climatico-idrologici come evaporazione, temperatura
(dell'aria e del suolo), umidit (relativa dell'aria e contenuto idrico del suolo), velocit e direzione
del vento, radiazione solare incidente, pressione barometrica.

Figura 1.11 - Il ciclo idrologico e le sue grandezze

1.2.3 L'equazione del bilancio idrologico


Il ciclo idrologico viene analizzato sulla base di un bilancio di conservazione della massa.
L'equazione del bilancio idrologico lega tra loro i volumi d'acqua entranti, uscenti ed accumulati in
un volume di controllo ed un intervallo di tempo prestabiliti.
Per l'impostazione dell'equazione di bilancio risultano fondamentali la definizione del volume di
controllo e dei flussi idrici in ingresso e uscita attraverso di esso, mentre non importa la conoscenza
degli scambi di fluido al suo interno.
Essa assume la forma

[1.12]
dove V=V(t) il volume d'acqua immagazzinato nel volume di controllo, Qu=Qu(t) quello entrante
e Qe=Qe(t) quello uscente.
Linsieme dei processi alla base del ciclo idrologico rappresentato nello schema a blocchi di Fig.
1.10 (da Moisello, 1985), in cui i blocchi schematizzano forme di accumulo dellacqua, mentre le

linee rappresentano i singoli processi che trasferiscono lacqua da una forma di immagazzinamento
allaltra. La parte del ciclo idrologico che rappresenta la trasformazione afflussi - deflussi (cfr. Cap.
V) che si verifica nel bacino idrografico compresa nel contorno tratteggiato. La precipitazione (P),
proveniente dallatmosfera, va alla superficie del bacino (inclusa la copertura vegetale) ed in parte
direttamente alla rete drenante. Entrambi questi blocchi alimentano il ritorno dacqua allatmosfera
tramite levaporazione (E). Il blocco del suolo alimenta anchesso levaporazione, oltre che la
traspirazione (T) da parte della copertura vegetale con cui si ha altro ritorno di acqua allatmosfera,
lo scorrimento ipodermico (Qi) e la percolazione profonda o ricarica degli acquiferi (R). Il blocco
che rappresenta gli acquiferi alimenta lo scorrimento profondo, che si suddivide nello scorrimento
Qa che raggiunge la rete drenante interna al bacino (rappresentata dal blocco alimentato dallo
scorrimento superficiale Qs e lo scorrimento ipodermico Qi) e nello scorrimento Qa che raggiunge
la rete drenante esterna al bacino (a valle della sezione di chiusura del bacino). Nel caso in cui non
si verifichi la coincidenza fra spartiacque topografico e spartiacque freatico si pu avere anche uno
scorrimento profondo Qs dallesterno verso il blocco che rappresenta gli acquiferi. La rete drenante
scarica alla fine nelloceano, la cui superficie rialimenta lumidit atmosferica chiudendo il bilancio
idrologico.
Il volume fisico di ciascuno dei blocchi citati deve essere delimitato in modo che si possano definire
con chiarezza le quantit dacqua entranti ed uscenti (volume di controllo). Per ciascuno di tali
volumi deve valere lequazione di continuit dellidraulica, che esprime il principio della
conservazione della massa: in un assegnato intervallo di tempo la differenza tra la quantit dacqua
che entra nel volume di controllo e quella che ne esce deve uguagliare lincremento della quantit
accumulata nello stesso volume.
Nellimpostare lequazione di bilancio non importante conoscere gli scambi allinterno del
volume di controllo, ma sufficiente conoscere i flussi sulla superficie del volume di controllo
entranti (Qe) ed uscenti (Qu), la cui differenza dovr essere uguale alla variazione del volume di
fluido immagazzinato (Vi) nel volume di controllo.

[1.13]
Lequazione di continuit applicata al bacino idrografico prende il nome di equazione del bilancio
idrologico, che pu assumere forme diverse a seconda del volume di controllo considerato (Fig.
1.12, da Moisello, 1995), oltre che naturalmente dalle semplificazioni introdotte nella descrizione
dei fenomeni idrologici che hanno luogo nel bacino.
Ad esempio le equazioni di continuit scritte per il volume maggiore (con base coincidente con la
superficie di separazione tra il sottosuolo permeabile ed il sottostante strato impermeabile) e minore
(base coincidente con la superficie del suolo e con il fondo degli specchi dacqua) riportati in Fig.
1.12 , valgono:
P+Qs=Ea+Et+Ev+T+Q+Qa+ Vu+ Vr+ Vv+ Vd+ [1.14]
P+Qi+Qa=Ea+Et+Ev+F+Q+ Vr+ Vv+ Vd+ Va [1.15]

Fig. 1.12 - Volumi di controllo per l'equazione del bilancio idrologico


dove:

P: precipitazione
Qe: afflusso sotterraneo dallesterno agli acquiferi che si trovano nel sottosuolo del bacino
Ea: evaporazione dagli specchi dacqua e, durante le precipitazioni, dal velo dacqua che
ricopre il terreno
Et: evaporazione dal terreno
Ev: evaporazione dalla copertura vegetale (distinta dalla traspirazione e limitata ai periodi in
cui la vegetazione bagnata dalla pioggia)
F: infiltrazione attraverso il suolo
T: traspirazione, per cui la vegetazione preleva acqua dal suolo e la restituisce allatmosfera
Q: infiltrazione attraverso il suolo
Qi: deflusso ipodermico dal suolo alla rete idrografica del bacino
Qa: deflusso sotterraneo dagli acquiferi alla rete idrografica interna al bacino
Q"a: deflusso sotterraneo dagli acquiferi alla rete idrografica esterna al bacino
Vu: incremento del volume contenuto nel suolo sotto forma di umidit
Vr: incremento del volume contenuto nella rete idrografica
Vv: incremento del volume contenuto nella copertura vegetale (come acqua di costituzione
o come risultato dell'intercezione durante la pioggia)
Vd: incremento del volume contenuto nelle depressioni superficiali, in invasi e ghiacciai
(destinato a ridursi per infiltrazione o evaporazione)
Va: incremento del volume contenuto negli acquiferi del bacino.

Con la "chiusura" del bilancio si verifica la congruenza delle misure e delle stime delle varie
grandezze, oppure si calcolano le variabili idrologiche non misurate. I vari termini dellequazione
vengono espressi come volumi, spesso riferiti allunit di superficie (e quindi generalmente misurati
in [mm]) e nellunit di tempo considerato.

Nell'impostazione dei bilanci idrologici solitamente ci si limita, per semplicit a individuare i bacini
idrologici in base allo spartiacque topografico, tranne in casi particolari (per es. bacini di natura
carsica).

1.3 Strumenti di analisi delle dinamiche a scala


di bacino
1.3.1 Aspetti generali sui processi di trasporto a scala di bacino
1.3.2 Cenni sulla modellistica a scala di bacino
1.3.1 Aspetti generali sui processi di trasporto a scala di bacino
Come si pu immaginare, sono molti i fattori che devono essere conosciuti per analizzare le
dinamiche che si verificano in un bacino, tra i quali si possono indicare quelli riguardanti:

Morfologia: rilievo, pendenze, sviluppo del reticolo idrografico, ecc.


Litologia: formazioni geologiche, presenza di faglie, strati fratturati, ecc.
Pedologia: tessitura, profondit del suolo, velocit d'infiltrazione, volume superficiale
gravitazionale e capillare, ecc.
Acquiferi sotterranei, sorgenti ed emergenze, scambi con altri bacini, ecc.
Uso del suolo: pratiche colturali e conservative, rimboschimenti, grado di copertura, ecc.
Erodibilit: natura e produzione dei sedimenti, capacit di trasporto, zone di
sedimentazione.
Clima: temperatura, evapotraspirazione, precipitazioni.

Come gi accennato e come sar approfondito nel seguito, il comportamento idrologico di un


bacino dipende naturalmente dalle precipitazioni che si verificano su di esso (e quindi
indirettamente dalle sue posizioni, quote ed esposizioni), dalla loro intercettazione e dal successivo
smaltimento (e quindi dalla permeabilit determinata dalla tessitura e dalla profondit del suolo, dal
tipo di copertura, dalla pendenza, ecc.), dall'irradiazione solare e dall'orientazione rispetto ai venti,
ecc. Generalmente a quote maggiori corrispondono maggiori precipitazioni, che possono assumere
carattere nevoso.
La determinazione dell'afflusso meteorico ad un bacino idrografico richiede il calcolo dell'altezza
media di pioggia caduta sul bacino medesimo, avendo a disposizione solitamente i valori puntuali
misurati con strumenti, detti pluviometri o pluviografi. Della disuniformit di distribuzione delle
stazioni di misura pu essere tenuto conto con metodi empirici come quello dei topoieti (di
Thiessen) con cui si determina la pioggia media pesando le singole misure con pesi proporzionali
alle aree di influenza di ciascun apparecchio misuratore. Con il tracciamento delle isoiete (linee ad
ugual altezza di precipitazione), possono essere considerati, nella stima della pioggia media, fattori
quali l'orografia, la direzione dei venti, ecc. Per ottenere stime distribuite sul bacino, si pu operare
con procedimenti di regressione statistica rispetto a posizione, quota ed esposizione dei valori di
pioggia. Oltre al valore della precipitazione ragguagliato sul bacino, importante la conoscenza
dell'intensit e della frequenza degli eventi di pioggia.

Il deflusso superficiale costituito da quella parte della precipitazione che scorre sulla superficie del
terreno, raccogliendosi poi nella rete idrografica. Esso contribuisce al deflusso in alveo, insieme al
deflusso sotterraneo, ed preminente durante la fase iniziale dei fenomeni di piena; nei periodi di
magra, invece, si ha un regime di 'esaurimento' e il deflusso dovuto quasi esclusivamente alle
risorgenze di falda (sorgenti ed emergenze di subalveo).
Durante una piena il deflusso superficiale dipende quasi esclusivamente dall'intensit di
precipitazione, dalla capacit di infiltrazione e dai caratteri morfologici del bacino imbrifero.
All'interno di un bacino idrografico si verificano fenomeni di erosione, trasporto e sedimentazione,
il cui principale veicolo l'acqua. Tali fenomeni sono determinati da meccanismi regolati da vari
fattori,, per esempio il fenomeno di erosione dipende da:

Azioni geodinamiche: azione chimica, azione meccanica (temperatura, ghiacciai, valanghe,


acqua, ecc.).
Erosione idrica: caratteristiche della pioggia (intensit, durata, tipo di gocce), caratteristiche
del suolo, copertura vegetale, pendenza e lunghezza dei versanti.
Azioni antropiche: disboscamento, pascolo, dissodamenti, realizzazione di opere, attivit
estrattive in alveo, applicazione o deposizione di sostanze inquinanti, ecc.

Esistono equazioni empiriche di carattere generale per la previsione dell'erosione a scala di bacino,
come ad esempio la USLE (Universal Soil Loss Equation) di Wischmeier e Smith e le sue versioni
modificate, che tengono conto dei principali fattori in gioco. Attualmente si ricorre a modelli
matematici pi complessi.

1.3.2 Cenni sulla modellistica a scala di bacino


Il bacino idrografico costituisce l'unit fondamentale alla quale far riferimento, non solo per
affrontare lo studio dei fenomeni fluviali secondo quanto gi espresso in precedenza, ma anche per
impostare correttamente la pianificazione e la gestione del territorio, come risulta evidente anche
dalla Legge n.183 relativa alla difesa del suolo, basata appunto sui Piani di Bacino.
Risultano pertanto necessari l'individuazione, lo sviluppo e l'applicazione di strumenti che
consentano ai tecnici e agli amministratori un'analisi "a scala di bacino".
Tali strumenti sono rappresentati attualmente dai cosiddetti modelli a scala di bacino di cui si tratta
brevemente qui, rimandando a capitoli successivi per le considerazioni relative agli strumenti
previsionali dell'evoluzione dei corsi d'acqua.
I modelli servono ad esprimere in forma quantitativa, mediante opportune relazioni matematiche, le
leggi che governano l'evoluzione spazio - temporale di un dato sistema fisico, in questo caso il
bacino idrografico. Naturalmente nessun modello matematico potr schematizzare completamente
la realt di tutti i fenomeni che si verificano in un bacino, spesso non completamente nota e
comunque troppo complessa per essere descritta con un numero ragionevole di equazioni.
Solitamente si ricorre alla taratura del modello: si tratta di determinare il particolare valore di
alcuni "parametri" in corrispondenza del quale il modello meglio interpreta serie di dati misurati.
Una volta "tarato", il modello consente la simulazione di diversi "scenari" fornendo per ciascuno di
essi delle stime quantitative.

Esistono molti tipi di modelli che possono essere classificati secondo diversi criteri: modelli fisici
(di scala, analogici, di simulazione) oppure astratti (deterministici, aggregati e distribuiti o non
deterministici, probabilistici e stocastici), ecc.
Fra questi sono molto significativi e costituiscono oggetto di attivit di ricerca scientifica recente i
modelli a parametri distribuiti.
Con modelli di questo tipo si riescono ad analizzare le principali dinamiche che si verificano in un
bacino idrografico effettuando, a livello distribuito, un bilancio idrologico, un bilancio
sedimentologico ed un bilancio dell'inquinamento diffuso.
Adottando la schematizzazione spaziale a griglia (raster), possibile infatti attribuire ad ogni cella
le informazioni relative a morfologia del bacino, sviluppo del reticolo idrografico, caratteristiche
idrogeologiche del suolo, carico inquinante immesso, afflusso meteorico, ecc. che vengono
utilizzate nelle varie equazioni di bilancio e di trasferimento.
Per quanto riguarda il bilancio idrologico, ciascuna cella pu essere schematizzata come un insieme
di serbatoi fra loro comunicanti, detti volumi gravitazionale, capillare e profondo, il che permette,
sulla base di una trasformazione afflussi - deflussi (cfr. Cap. V), di stimare la precipitazione,
levapotraspirazione, lo scorrimento superficiale, l'infiltrazione nel suolo, il deflusso ipodermico, la
percolazione verso la falda, ecc., ottenendo una corretta interpretazione della risposta idrologica del
bacino.
Nel bilancio sedimentologico, si pu invece far riferimento ad un approccio del tipo USLE, gi
ricordato in precedenza, per la stima dell'erosione in ciascuna cella, utilizzando informazioni
preventivamente archiviate (caratteristiche geopedologiche, uso del suolo, ecc.) oppure elaborate
con il modello idrologico. Un'analisi cos condotta consente di valutare gli effetti indotti da
interventi realizzati o previsti (rimboschimenti, pratiche colturali, ecc.) sulla superficie del bacino o
nei corpi idrici ricettori (erosione, trasporto solido, interrimento di invasi, ecc.).
Utilizzando un modello idro-sedimentologico distribuito a scala di bacino possibile anche
effettuare un bilancio dell'inquinamento diffuso. Infatti le sostanze chimiche distribuite sul territorio
interagiscono nel suolo e sono veicolate dall'acqua e dalle particelle di terreno erose e quindi,
schematizzando opportunamente le interazioni inquinanti acqua - sedimenti e le dinamiche di
trasporto, si comprende come si possano ottenere importanti informazioni sulla qualit delle acque
superficiali e sotterranee. Ad esempio, sono possibili le seguenti applicazioni:

previsione, alla scala di bacino, della concentrazione di sostanze inquinanti nelle acque di
deflusso in risposta ad impulsi di precipitazione;
analisi e previsione dei rilasci di sostanze residue dai trattamenti agricoli (fertilizzanti,
pesticidi, ecc.), dilavate nei canali di bonifica (solute o fissate nei sedimenti in ragione della
natura chimica dei composti;
stima dei carichi eutrofici di corpi idrici;
controllo delle immissioni di sostanze nocive (solventi organoclorurati, metalli pesanti, ecc.
in acquiferi naturali, causate da scarichi o immissioni accidentali in pozzi, da discariche,
ecc.;
valutazione dell'efficacia di misure di prevenzione e di disinquinamento;
valutazione della vulnerabilit e del rischio di inquinamento dei corpi idrici superficiali o
profondi, spesso oggetto di approcci per lo pi naturalistici e descrittivi;

analisi delle dinamiche sedimentologiche, tramite lo studio del comportamento come


'traccianti' di particolari sostanze radioattive accidentalmente immesse (per es. il Cesio 137
da fallout nucleare).

1.4 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


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