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IL PENSIERO ARISTOTELE, IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE ‘Traduzione, introduzione ¢ commento acura di Emanuele Severino LA SCUOLA ARISTOTELE IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE LIBRO QUARTO DELLA METAFISICA ‘Traduzione, introduzione e commento di Emanuele Severino LA SCUOLA 1 diritti di traduzione, di memorizzazione eletironica, di riproduzione ¢ di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i micro- film ¢ Ie copie fotostatiche), sono riservati per tutti i Paesi L'Editore potra concedere a pagamento Mautorizzazione a riprodurre una porzione non superiore a un decimo del presente volume. Le richieste di Fiproduzione vanno inoltrate all’ Associazione Italiana peri Diritti di Ri produzione delle Opere dell'Ingegno (AIDRO), via delle Erbe, 2 - 20121 ‘Milano ~ Telefono e Fax 02/809506. ‘Osa riproduzione non autorizzata & punita dalla Legge 22 maggio 1993 ‘a, 159 con sanzioni da 1 a 3 milioni di lire. Ristampe 14 15 16 17 18 2001 2000 1999 1998 1997 © Copyright by Editrice La Seuola, 1959 Stampa Officine Grafiche «La Scuolan, Brescia ISBN 88 - 350 - 9335 - x AVVERTENZA In questa presentazione del quarto libro della Metafisica abbiame adottato gli stessi criteri seguiti nella stesura del pre- cedente volumetto aristotelico 1 principi del divenire (lib. 1 della Fisica), gid apparso in questa collana. II quale potrd es- sere pitt che utilmente tenuto presente per la essenziale com- plementarita delle questioni ivi trattate a quelle svolte nel quar- to dei libri metafisic Anche qui, dunque, si 2 inteso presentare al giovane Var- ticolazione centrale del testo aristotelico, eliminando dalla tra- duzione quanto avrebbe potuto disturbare il netto profitarsi di tale articolazione. (11 testo 2 stato poi diviso in paragrafi e in parti, e agli uni e alle altre sono stati apposti dei titoli con funzione riassuntiva oltre che esplicativa). E anche qui sie voluto che, mediante un'opportuna annotazione, il testo riuscisse interamente comprensibile allo studente: una volta eliminati i passi che richiederebbero un tipo di esegesi supe- riore, tutto cid che rimane deve poter essere elaborato e pos- seduto dal giovane, che deve abituarsi al lavoro preciso che aborre dalla lettura sommaria e approssimativa — ogni pa- rola, specie nel linguaggio dei grandi classici, avendo una sua peculiare funzione, che 2 appunto compito della buona let- tura rilevare. ES. INTRODUZIONE 1. IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, E I PRINCIPI DEL SAPERE armenide alla base delle sue indagini pose questa affer- mazione: che «l’essere é e il non essere non &», 0, detto in altro modo, che « impossibile che l'essere non sia ¢ che il non essere sia». Queste due proposizioni, esprime pure in modo diverso, lo stesso contenuto, vennero pi chiamate, rispettivamente, principio di identita ¢ principio di non contraddizione. Contro coloro che le negano Parme- nide inveisce con violenza: si mettono per una via del tutto inindagabile, «gente dalla doppia testa», «sordi», «ciechi», «, ossia un che, una de- terminatezza che @. Ma nella q’ «essere» significa qualcosa che in modo diverso dal modo in cui, nell’ «essere» che compare ing” eq”, il qualcosa &, Quando cioé si dice che questa pianta € un «essere», si dice che questa pianta é «qualcosa che ¢ in modo tale che per essere non ha bisogno di altro cui ineriren; quando invece si dice che questo bianco o che il soffrire é es- sere, si dice che questo bianco 0 il soffrire @ «qualcosa che in modo tale che per essere ha bisogno di altro cui inerire» (e la stessa inesione varia di modo a seconda della natura di cid che inerisce e di cid cui inerisce), dove questo altro ¢ da ultimo cid che per essere non ha bisogno di altro cui inerire, Si chiarisca quest’ultimo punto. Questa pianta ha la proprie- ta di essere verde, di essere alta, di soffrire, di essere un vege- tale, un corpo, eve.; ma non c’é nulla, di diverso da questa Pianta, che abbia la ‘proprieta di essere questa pianta cosi co- me essa gode delle proprieta qui sopra indicate. Pertanto men- INTRODUZIONE 21 tre questa pianta & un essere che non pud venire predicato di nulla di diverso da sé, lesser verde, alto, sofferente, ecc. so- no invece un «essere» che é necessariamente predicato di cio che, appunto, ha la proprivia di essere verde, alto, eve. Cid che & come soggetto di predicazione e non pud venire predi- cato di altro (ossia cid che non ha o non pud aver bisogno di altro cui inerire), come appunto questa pianta, ® chiamato da Aristotele sostanza (prima); cid che invece & come neces- sariamente predicato di altro (ossia cid che per essere ha biso- gno di altro cui inerire) & chiamato da Aristotele accidente. Poiché I’«altro» di cui accidente si predica é da ultimo la so- stanza, segue che nella definizione di «accidente» entra il ter- mine «sostanza». B poiché ogni «essere» che non sia sostan- za & accidente della sostanza, é chiaro che, in relazione alle proposizioni del tipo a’, a”, @””, nel termine «essere» il ter- mine «sostanza» possiede la stessa funzione che, in relezione alle proposizioni p’, p”, p’”, nel termine «sano» & posseduta dal termine «salute». Ossia wesseren é detto in molti modi, € quindi non é predicato univocamente, «ma in relazione sem pre a un che di unico, a una certa unica natura» (cfr. par. 2, pag. 28) che & appunto la sostanza. Seil concetto di «essere» venisse predicato univocamente, cosi come si predica il concetto di «uomo», si produrrebbe- ro le conclusioni dell’eleatismo: che cioé solo il puro, sem- plice essere &. (Cid significa che Parmenide adoperava, sen- za naturalmente rendersene conto, il concetto di essere come concetto univoco. Ma in questo modo si metteva contro I’e- videnza sensibile. Bastera allora abbandonare l’univocit’ del- essere e tenerne ferma l’analogicita, perché la negazione del- Vevidenza sensibile non sia pit: necessariamente esigita dal concetto di essere). In quanto infatti di Tizio, Caio, Sempro- nio si predica il termine «cuomo» — in quanto tutti e tre so- no uomini —, Tizio non differisce da Caio e da Sempronio. L’uno differisce dall’altro solo in quanto, oltre che «amo», @ anche qualcosa d’altro dall’esser uomo, in quanto cick & anche qualcosa di cui non si pud predicare «uomon, 0 la cui essenza non € espressa dal termine «uomo». Ad esempio Ti- io & qui, Sempronio é fa, € di «qui» e di ala» non si pud dire che sono «uomo». Tizio differisce da Caio, dunque, so- 0 in quanto in essi c’e qualcosa che non e «uomor. Se il cor cetto di essere fosse predicato univocamente, si dovrebbe di- reallora che a, b, ¢, ... di cui si predica essere, possono di ferite tra loro solo in quanto in essi c’@ qualcosa che non & essere. Se a questo punto si tien fermo il principio traddizione, per il quale il non essere non é, si dovra dire che nemmeno la distinzione tra a, 6, ¢ ... € (si dovra dire che Cid, il cui essere provocherebbe Pessere del non essere — la molteplicita — non é), e che dunque solo l’essere é. E questa era appunto la conclusione di Parmenide. Si esce da questa difficolta osservando che non vi é nulla in a, b, ¢, ... di cui non si possa predicare essere: l’essere si predica di tutto cid che in un modo e nell’altro non & nulla. Poiché la distinzio- ne tra, b, ¢, ... va tenuta ferma, in quanto é attestata dal- Vesperienza, si dovra dunque concludere che il concetto di essere non & univoco, ma analogo. 6, SIGNIFICATO DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE Che valore venga ad assumere il principio di non contrad- dizione aristotelico, operante secondo i concetto di essere qui sopra indicato, ¢ ormai chiaro. Innanzi tutto, in quanto si presenta come proprieta dell’essere in quanto essere (cfr. parr. 3-5, pagg. 28-32), esso non si riferisce pitt semplicemente al puro e semplice essere parmenideo, ma ad ogni essere, cio’ di ogni essere afferma che ¢ impossibile sia non essere (0 an- che: @ impossibile che la stessa cosa sia ¢ non sia). Non solo: riconosciuta l’esistenza della molteplicita, é riconosciuto an- che un tipo di giudizio diverso da quello costituito dal prin- cipio di non contraddizione parmenideo: per Parmenide ’u- nico tipo di giudizio vero é quello che dell’ essere afferma I’es- sere (afferma che é), € nega il non essere (nega che non sia) (0 del non essere afferma il non essere e nega l'essere); da Platone in avanti si é in grado di operare anche con giudizi veri che dell’essere affermano 0 negano una determinazione (es.: questo fiore é rosso, questo uomo ¢ saggio): 'esistenza delia molteplicita é esistenza di una «comunione» (xoweovia, dice Platone) tra le determinazioni molteplici. Pertanto il prin- cipio di non contraddizione viene ad affermare anche che & impossibile che ad um essere convenga ¢ insieme non convenga la stessa determinazione: dire che un fiore rosso non é rosso significa dire infatti che l’essere (il fiore rosso) & non essere (appunto in quanto il fiore non rosso ¢ non essere rispetio. INTRODUZIONE 23 a quell’essere che é il fiore rosso). Da quanto si é detto appa- re inolire che lessere non é non essere non soltanto nel sen- so che non é nulla, ma anche nel senso che, ponendosi l’es- sete come una certa determinazione, esso non é tina qualsta- sialtra determinazione. Si pud dunque dire, in generale, che il principio di non contraddizione, basato sul concetto ana- logico deli’essere, afferma che ognuno dei possibili modi 0 sensi dell’essere non & nessuno dei possibili modi o sensi del- la negazione di tale modo o senso. Il che & appunto quanto intende esprimere la formulazione aristotelica del principio, che si trova nel paragrafo 5 (pag. 32). Ma non solo il principio di non contraddizione & proprieta dell’essere in quanto essere — proprieta universale, neces- sariamente realizzantesi in ogni essere —: esso é la prima ¢ fondamentale proprieta dell’essere in quanto essere, 05- sia un’affermazione che non si basa su aleun’altra, & ve- ra per se stessa, non pud essere negata. A questo ultimo giro di concetti appunto si rivolge con particolare attenzione Pindagine del IV libro della Metafisica — una delle pit pe- netranti e formidabili che sia dato riscontrare nella storia del pensiero filosofico. Divisa sostanzialmente in due par- ti, nella prima viene svolta la confutazione dell’avversario del principio di non contraddizione, nella seconda sono eli- minate le difficolta logiche che hanno condotto alcuni fi- losofi a negare il principio di non contraddizione. Rinviando alle note il chiarimento di questo secondo punto, notevol- mente complesso, del primo qui si richiami solamente che la confutazione dell’avversario del primo principio ruota attorno a questa fondamentale riflessione: che chi nega il principio di non contraddizione deve, se vuole dire qual- cosa che abbia significato, conferire appunto un significa- to determinato alle parole che usa, e cio’ deve esciudere che tali parole abbiano un significato diverso da quello lo- roconferito. Ma poiché tale esclusione & appunto il prin pio di non contraddizione, accade che, nell’atto stesso in cui tale principio é negato, esso é anche implicitamente af- fermato. L’impossibilita di negarlo é dunque determinata proprio dal fatto che per poterlo negare é necessario tener- ne ferma implicitamente la validita, si che chi lo nega lo nega soltanto a parole. L*impegao che il pensiero filosofi- co aveva contratto, con lingiuria parmenidea contro la «gente dalla doppia testa», viene cosi mantenuto. 4 11 PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, NOTA BIBLIOGRAFICA a Metafisica di Artistotele & costituita da quattordici trat~ tati (0 libri) che, sebbene scritti in tempi e occasioni molto diversi — in modo quindi diseguale, e con diseguali intenti, @ con maggiore 0 minore accuratezza di scrittura —, ciono- nostante si organizzano secondo un comune orientamento di ricerca, come del resto accade, per altri gruppi di seritti ari- stotelici. {I libro imposta il concetto di metafisica come scienza delle cause prime (¢ offre il primo grande esempio di analisi stori- ca, dedicata appunto al concetto di causa), Escluso il rinvio all'infinito nel processo di causazione (1. 1), e analizzati i pro- bblemi che la metafisica & chiamata a risolvere (1. 1), nel li- bro rv si da concreto inizio a questa scienza, mediante l'ac- certamento del suo significato fondamentale come scienza del- Lessere in quanto essere, ¢ mediante Venucleazione del suo principio Gil principio di non contraddizione). Abbozzato un Gizionario ragionato dei termini tecnici usati (L. v), e ulterior- mente approfondito il concetto di metafisica, specie in rap- porto alle altre scienze (1. v1), ‘nei libri vi-x viene costruito il corpo vero e proprio della scienza metafisica — sono stu- diati i coneetti di sostanza, essenza, individuo, potenza, at- to, unita, molteplicita, ecc. —, mentre il libro xm, contenen- te la teoria dell’atto puro, costituisce il fastigio. Carattere di riepilogo hanno il libro x1 ¢ la prima parte del xit; mentre il xi e x1v sono una lunga analisi critica della dottrina pla- tonica delle idee e dei numeri. Nella traduzione @ stata segnita l’edizione teubneriana del Christ (Aristotelis Metaphjsica, Lipsia, 1906); rispetto alla ‘quale ¢i siamo peraltro presi la liberta (a parte le omissioni e sli «a capo») di trasportare il passo 1004 b 10-17 prima di 1003 a 33, liberté suggerita da evidenti motivi didattici ‘Traduzione integrale italiana della Metafisica @ quella di A. Carlini, ed. Laterza, Bari 1928. LIBRO QUARTO DELLA METAFISICA CONFUTAZIONE DELL’ AVVERSARIO DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE 1. LA SCIENZA DELL’ESSERE IN QUANTO ESSERE, © FILOSOFIA PRIMA. C’@ una scienza che assume come oggetto di indagine ’es- sere in quanto essere e le proprieta che ad esso convengono essenzialmente’. Essa é diversa da ognuna delle scienze par- ticolari. Nessuna delle altre scienze considera infatti essere in quanto esscre nella sua totalita, ma — come accade ad es. nelle matematiche — solo una certa parte di esso, e questa stessa la considera in un suo aspetto accidentale”... Giacché come vi sono proprieta del numero in quanto numero — co- me parita e disparita, commensurabilita, eguaglianza ecces- so ¢ difetto (proprieté queste che convengono ai numeri o per se stessi considerati o nella loro relazione ad altri nume- ri) —; € come vi sono, similmente, proprieta del solido in ‘quanto solido, ¢ del mobile e dell’immobile, e di cid che ha peso ¢ di cid che non ne ha, in quanto ognuno di questi & tale; cosi pure vi saranno proprieta dell’essere in quanto es- sere. Accertare quali siano queste ultime ¢ appunto il compi- to del filosofo” 1. Per il significato dellintero passo eft. Iniroduzione, § 3, pp. 13-15: fa da premesta a questa definizione la riflessione platoniea ehe ammor sce doversi affermare essere di ogni determinazione che non sia l’oppo- sto dell’essere, compreso ogni non-essere relativo, 2. Ossia non solo considerano una parte dell'essere, ma questa stessa atte nou la cousiderasto nemineno come essere (ossla non ne censider=- no il suo esser essere). Di questo essere paz eonsiderano iavece un aspet- to che conviene all’essere in quanto essere non per se, ma per accidens (cfr. Introd., § 3). La quantita, ad es., di cui si occupa la matematica, © un accidente deli'essere in quanto escere (nel senso appunto che non & ‘una proprictii che per se conviene allessere in quanto essere) 3. Si intende qui del filosofo simplicter, ossia del filosofo «primo», © meiafisico, 2, VALORE ANALOGICO. DEL CONCETTO DI «ESSERE» «Esseren & detto in molti modi‘, ma in relazione sempre a un che di unico, a una certa unica natura‘; e quindi non per semplice omonimia®, ma come avviene quando [ad ¢s.] si di- ce «sano» tutto cid che & in relazione alla salute o perché la conserva, o perché la produce, o perché ne @ indizio, o perché @ alto a riceverla... E cosi appunto si dice «esseren: in molti sensi, ma, in ognuno di questi, rispetto a un unico principio” Infatti son detti cesseri» ¢ le sostanze ¢ le modificazioni della sostanza, e in generale tutto cid che conduce alla sostanza: corruzioni, privazioni, qualita, cid che produce o genera la sostanza, ¢ cose che si riferiscono alla sostanza 0 che sono ne- gazioni di qualcuna di queste o della sostanza medesima (si che anche del non essere si dice che € non essere)*... 3. LA FILOSOFTA PRIMA. E ANCHE SCIENZA DEGLI ASSIOMI E evidente che anche l’indagine intorno agli «assiomin’ ap- 4, Peril significato ¢ la funzione del passo che segue cfr. Introd. § 5. 5. In relazione cice alla sostanza (prima), (Sostanza prima é la sostan- za concreta individuale, ed & essa che non si predica di altro, per quanto possa essere predicata di sé medesima, Sostanze seconde sono i generi € Te specie — ma, in generale, sono i significati nella loro universalita). 6. Omonimia: &, per Aristotele, quel fenomeno linguistico, per cui due © pit parole identiche hanno significate divers. Ad es.: «ara» in un caso Significa waltare», in un altro «alone della luna», in un altro ancora «uni ti di misura agraria equivalente a 100 metti quadratin, ecc. L’omonimia @ quindi equivocita della stessa purola che é in grado di assumere signifi- cati differenti 7. Questo unico principio & appunte la sostanza, che é detta «prin pio» perehé & primieramente © principalmente (ossia & cid che per sé, 0 ome tale, ha Pessere), mentre ali accidenti somo secondariamente 0 su- bordinatamente in quanto cio’, per essere, devono inerire @ un che di al- eo che é la sostanza. '8. Ma anche le privazione o il non essere di qualcosa pud essere consi- derato come un accidente della sostanza. Si pud die infatti che esiste la cecita, la poverta, Pignoranza, ccc. (che sono tipi di privazione o non es sere) solo in quanto existe la Sostaniza, ossia cid che & affetto da povert, ‘evita, ece.: la privazione esiste solo in quanto esiste cid che @ privo. ‘9, Dice Aristotele nel Secondi Analitfe?; «Chiamo assioma quel princi- [CONFUTAZIONE DELUAVERSARIO. 29 partiene alla scienza di cui si occupa il filosofo. Essi valgono infatti per tutti gli esseri, ossia non sono proprieta di un qual- che genere dell’essere ad esclusione degli altri'®. E sono per- tanto usati in ogni riceica scientifica (appunto perehé con ‘vengono all’essere in quanto essere, ¢ ogni genere di cose & essere), sebbene siano applicati soltanto nella misura richie~ sta, e cio’ fin dove si estende il genere di esseri intorno al quale ognuna di quelle ricerche svolge i suoi procedimenti dimostrativi'". Poiché, dunque, gli assiomi convengono a tutte le cose in quanto ognuna é essere (questo infatti é ci che a ognuna di esse @ comune), é chiaro che anche Io studio di essi sara di pertinenza del sapere che ha come oggettol’esse- re in quanto essere. pio, che dev’ essere necessariamente posseduto da chi vuol apprendere chec- Chessia» (72a, 17) — dove «principion significa principio della dimastra- Zione. I principi della dimostrazione sono le «premesse vere, prime, im- nediate fossia le premesse cui nessun’altra é anteriore], pit note della con- ‘lusione, anterior’ ad essa © cause di essa» (op. cit. 71b, 20). Gil assiomi Sono duinque le proposizioni prime, sulle quali si basa ogni possibile sapere, TO. Come Aristotele precisa pit innanzi (§§ 3-4), Passioma vero e pr0- prio, ossia cid che propriamente deve essere detto assioma, & il principio Ginn contraddizione (d’ora in poi: p.d.n.c.). Solo se si guarda al p.d.n.c. 2 facile comprendere come il «principio, che dev’essere necessariamente posseduto da chi vuol apprendere checchessia» (questa ¢ la definizione di assiomay indicata nella nota precedente), sia nello stesso tempo, come Sidice ora nel testo, cid che vale per tutti gli enti, ¢ pertanto non & «pro- Dricta di un qualche genere dell'essere ad esclusione degli altri. Infatt flp.d-n.e. — che pud essere formulato dicendo: «L"essere non & non esse- ren — da un lato indica una proprieta che non conviene a questo 9 a quel- essere, piuttosto che ad altri, bensi conviene ad ogni essere in quanto eS- so essere; e dall’altro lato realizza in sé, in modo completo e preminen- te, la definizione di «assioma» indicata nella nota 9. In questo TV libro della Metafisica Aristocele insistera soprattutto su. questo secondo lato. Ma sia qui appare chiaramente che non Solo la scienza dellessere in quanto essere deve includere il p.d.n.c., ma che il primo passo, ossia la prima pro- posizione, il eorema ihiziale di questa scienza consiste precisamente nel pedatie., in quanto appunto questo é «principio», ossia affermazione im- mmediata che non si lascia dedurre da alcun’altra precedente, TL. Il testo, qui, continua a parlare degli assiomi, al plurale, Ma ¢ss0 guadagua in cliarezea oe — come aid 25 detto — si guarda a quell’assio= ‘ma per eccellenza che & il p.d.n.c. (II quale, peraltro, presenta vari aspetti Monde si parla di «principio di identita» e di «principio del terzo escl so» oltre che di p.d.n.c. — ¢ pud essere variamente formmulato; si che, 10 questo senso, si pud, senza perder nulla in chiarezza, paclare al plurals eel assions). Ip.dan.c., dunque, é usaio in ogni dscipling scentiics (non solo, ma in ogni alto di conoscenza), gincché Vosetto al OFFS 7aedi ogni conoscere) essere, el p.d.n.c. riguarda, si & dette, PE ” 30 LL PRINCIPIO D1 NON CONTRADDIZIONE Percid nessun tipo di ricerca, che, come la geometria o ’a- ritmetica, considera un campo particolare dell’essere, si ado- pera per stabilire qualcosa intorno ad essi, acl esempio se siano veri ono"?, Ché se alcuni dei fisici fecero questo, lo fecero con qualche ragione, perché pensavano di essere i soli ad as- sumere come oggetto di investigazione la natura nella sua to- talita, ¢ l’essere"’. Ma poiché esiste una scienza che @ supe- riore alla scienza della natura — la natura é infatti soltanto un genere dell’essere —, la considerazione degli assiomi sara in quanto tale. Ed & chiaro che un tale uso verte intorno al genere di og- getii di cui si occupa Ia qualsiasi scienza particolare considerata, si che {I principio assume anche una formulazione particolare. Ad es. il mace- matico si prefigge di non far comparire mai, come formula finale di una dimostrazione, la diseguaglianzs 1 # 1, dove ilcontenuto dell'incontrad- diiorietdi non é essere, ma Il numero, ossia quel certo genere dellessere, di cui si occupa il matematico. 12. La considerazione degli assiomi ¢ considerazione delle proprieta del- essere in quanto essere, e quindi non pud essere operata dalle scienze pat ficolar, il cui oggetto di indagine & una zona limitata dell’essere, conside- rata non come essere, ma come quella certa determinatezza che essa ¢ (Per es. come numero). 13. Per la comprensione di questo passo si cengano presenti le conside- razioni syolte nel § 4 dell Introd. Dopodich¢ il senso del passo si determi- na nel modo seguente, Stabilito che le seienze particolari non possono pren- dere in esame gli assiomi, perché altrimenti dovrebbeto assumere come ‘oggetta lessere in quanto essere, ossia I'essere nella sua coral, e quindi dovrebbero diventare metafisica, il testo avverte che se qualcuno dei fisici discusse Intorno axli assiomi fece questo «con qualche ragiones. La «ra- gione» 2 appunto quella indicata al § 4 dell’Zirod.: se oggetto che sta dinanzi ai efsicin ¢la foralita delle cose, se cio€ cla natura nella sua tota- Tita» (come dice qui il testo) & intesa da costoro come la stessa tovatita del- le cose, questi «fisiei» sono propriamente dei metafisici (e sia pure dei me- tafisicl che non sanno sollevarsiall'aulentico piano metafisico, perché non. sanno che oltre il mondo diveniente é la realta immutabile): nella misura ‘appunto in cui la metafisica é scienza dell'intero. Si che resta legitimato ‘loro Farsi a considerare eli assiomi. Per quanto sia un po difficile stabi lire con sicurezza quali siano i isici che, stando a quanto dice Aristotele, svolsero indagini intorno agli assiomi, il passo che ora stiamo legpendo conferma. | fisici xpensavano di essere / soll ad assumere come oggetto di investigazione la natura nella sua totalitt ¢ Pessere»: questo significa ‘che esi non pensavano che ei fosse una seienza che assume la natura — ‘ossia I'essere naturale — come parte di un piti ampio orizzonte dellessere ‘ona scienza cio’ differenziata dalla loro appunto per questo: che mentre Ia loro considera la natura — Pessere naturale — come il contenuto asso- Iuto dell’intero, quellalira seienza considera la natura come parte dell’in- ‘ero. In altri termini: se ci fossero aliri a considerare «la natura nella sua totuliti e essere» (si che i fisici non sarebbero i soli a farlo), questi ari ‘CONFUTAZIONE DELL’AVVERSARIO. a di competenza appunto della scienza dell’essere universale e della prima sostanza'*, La fisica é certamente un tipo di seien- za, ma non é la prima. 4, QUALI PROPRIETA DEVE AVERE TL PRINCIPIO PIU SALDO DI TUTTI Ui principio pit saldo di tutti & quello intorno al quale ¢ impossibile trovarsi in errore. Infatti € necessario che esso sia massimamente noto; e, per tutti & cosi, ci si pud trovare in errore solo a proposito di cid che si ignora. Inoltre, tale principio non ha valore ipotetico, giacché non pud essere un’ ipotesi cid che é necessariamente richiesto per Ja conoscenza di un qualsiasi essere'*... potrebbero essere veramente «altri» — e coe realizzare un tipo di setenza iverso da quello dei fisici — solo se considerassero «la natura nella sua totalitdn come inclusa in un pid ampio orizzonte di realta,¢ cioe solo se ponessero «la natura nella sua toralita» come parte dell’intero; che, se non ‘operassero questa. jnclusione, il loro modo di considerare la natura sareb- bbe identico a quello dei fisici. Si che dire che questi «pensavano di essere i soli ec.» significa dite che essi non pensayano che la natura fosse parte dell'intero, ma, appunio, la ritenevano come il contemuto assoluto del- Vintero. (Lo stesso si dica per «l'esseren, che compare nella frase: ula na tra nella sua toralita e Fesseren: dire cioe che i fisici pensavano di essere i soli a considerare l'essere, significa che non pensavano che I'essere da oro considerato — e cioe I'essere naturale — potesse essere incluso in una pit ampia dimensione del!'essere). 14. E la scienza stessa dell'essere in quanto essere che perviene necessa- riamente alla alfermazione dellesistenza dell’atto puro (motore immobi- Je) 0 «prima sostanza», come dice qui Aristotel; ossia sono le ragicni stese dellessere in quanto tale che portano a scoprire che lessere diveniente im- plica necessariamente I’Essere immutabile (cfr. nota 128). E-appurto guar- dando a questo risultato del sapere metafisico — risultalo che consste nella stessa determinazione dellassoluto —, che Aristotele puo qui trattare la scienza dellessere in quanto tale come la stessa scienza della sostanza pri- ima, Se invece ci si pone dal punto di vista énizile del sapere matafisico = quello appunto che consiste nella posizione degli assiomi —, chela scien= za dell’essere in quanto essere sia la scienza stessa dell’Essere che, come imntabilité assoluta, trascende il mondo del divenire, questo é soltanto un problema. E si badi che, anche ponendosi da questo iniziale punto di vista, & proprio perché sussiste if problema che oltre la realta diveniente (eal fisica) ci sia un’altra realt, é proprio per questo che la fisica (inte- ‘Sa appunto come scienza che ha come oggetto la realta diveniente) non [PUd essere considerata come scienza prima, e quindi deve lasciare ad un'al- tea scienza lo studio degli assiomi 15. IL principio pit salde di tutti deve essere un assioma (vedi alla nota 32 IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE ‘Che dunque un siffatto principio sia il pitt saldo di tutti, & chiaro. Quale poi esso sia, passiamo ora a dirlo. 5, IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, «, die che neces ro, alee sae she une ¢ womo, che animale biped, Sen ire the ¢ impossible che non sis animale bipede. aS nia Pavversaro del pain. a stable che cosa intent I per suomen, oy generale che spicata da texmin che wy © P35 a2 1 PRINGIPIO DI NON CONTRADDIZIONE: ©) Continuazione: eliminazione di un altro modo di evitare la confutazione Ma se l’avversativ rispondesse a una semplice domanda”> aggiungendo anche delle negazioni**, non risponderebbe a cid che gli si chiede*’. Nulla impedisce che una stessa cosa sia, oltre che uomo, bianco ¢ innumerevoli altre cose**; ma al- lorché all’avversario si domanda se é vero affermare che quel certo qualcosa é um uomo 0 no, egli deve rispondere con qual- cosa che ha un unico significato, senza aggiungere che & an- dalinvito (§ 9), fatto all’avversario, di dare un significato alle parole che dnc a ee Se amen ate cee dsc dicendo che 1 anche biano, grande, Earouto, ewes Ler, eels (CONFUTAZIONE DELL’AVVERSARIO. 43 che bianco e grande’. Infatti é impossibile enumerare gli accidenti®*, che sono infiniti; si che o li dovra enumerare tutti** o nessuno. In altri termini, se lo stesso, che ¢ uomo, ¢ anche diecimila altre cose ¢ non uommo®, alla domanida se quel qual= cosa é uomo, non si deve rispondere, che, si, ¢ uomo, ma anche non uomo, sempreché non si intenda aggiungere tutti gli accidenti, enumerando tutto cid che I'uomo é e che non & Ma se ci si mette a far questo non c’é pit modo di iscutere"*. 59. La risposta é un che di unitariamente significante quanio si dice, semplicemente: «x € uomo», oppure: «x non & uomo»; ¢ non quando s anno risposte del tipo: «x & uomo, bianco, geande, ece.». Dare una rie sposta con significato unitario significa cioé determinare il significato della parola . Le ragioni che spingono Anassagora ‘4 sostenere questa posizione sono considerate pit avanti (efr. § 19). 80. Essi: tutti coloro che, in un modo o nellaltro, vengono a negare it p.d.n.c.s ma propriamente ¢i si riferisce ad Anassagora, il cui «tutto & in tutto» & pid volte assimilaio da Aristotele al proprio coneetto di poten: ‘2, o materia, che appunto Pindeterminato (e che Aristotele chiama «non essere appunio perché risperto alla realta attuale @ un certo non essere) Orbene, si did ora nel testo che serabra che essi parlino del! indetermina. 10, non gia perché nella realth potenziale s verifichi la negazione del p.d.n.c. (cheé tale principio ha portata universale), ma in quanto tale realta & in potenza entrambi i contrari: una superficie non pud essere, in aio, bian- cae insieme neta, ma, in potenza, pud essere sia bianca, sia nera (ossia ha la possibilita di divenire sia bianca, sia nera). Se coloro di cui parla Aristotee vogliono rilevare questo aspetto della potenzialit, essi non s0- xno nemmeno dei negatori del p.d.n.c. (ossia vengono ad esserlo solo in quanto non distinguono la potenza dall’attoy; ma, se essi sono veramente negatori di questo principio, non si potra dire nemmeno che essi si rife scono allindeterminato, 81. Il testo mostra ora, in conereto, la tesi enunciata all'inizio del pa- ragrato. 82. Cosi appunto sostiene avversario del p.d.n.c., quando assume che, ad cs., Fuomo (oltre che womo) ¢ non-uomo (auomor & allora eid cui con” viene «’esser non-uomo», ossia «la negazione di sé medesimon). Si badi che nel § 11 Aristotele ha riconosciuto che di uno stesso termine x si pud dire, insieme, che uomo e che t non-uome (alto, bianco, pesante). Ora la questione é diversa; ¢ cioé le proposizioni «x & uomo e Non-uomo», 0 «Cuomo é non-womo» sono negazioni del p.dln.c. in quanto, rispettiva (CONFUTAZIONE DELL'AVVERSARIO 49 venisse poi la negazione di cid che, essendo altro da essa, ap- punto non Ie conviene. Voslio dire che se fosse vero affer- mare che ’'uomo é non uomo, & chiaro che dovra essere an- che non trireme'?. Intanto: se Paffermazione'* fosse fatta convenire®’, di necessita dovrebbe essere fatta convenire an- che la negazione"’, Ma se l’affermazione non é fatta conve- nire, la negazione™” dovra convenire a maggior ragione di quanto non convenga la negazione di sé medesimo". Ma poi- ché quest’ultima conviene®, converra anche quella di trireme”; e, convenendogli questa, gli conver anche la cor- rispondente affermazione’*. ‘mente, equivalgono alle proposizioni: «x é uomo enone uomo», €«!'0- mo non é tomo. Se cio’ dicendo che Piomo & non-uomo non intendo affermare che «uomo» ¢identico a enon-uomo», e cio’ intendo aiferma- Feche I'uoma Salto, pesante, bianco, ecc. (tutto vid ¢ infarti non-uomo), non eado in contraddizione, appunto perché non intendo sostenere che «cuomo» & identico 2 calton, «pesante, ecc.; ma se dicendo che l'uomo Ehnon-omo intendo affermare Videnti’d tra cuomo» € «non-uomo» (€ sostenere questa identité signifies appunto sostenere che l'uomo non € uo- mo), allora la contraddizione sussiste. ‘83. «Essere non triceme» @ appunto la negazione di cid (trizeme) che, essendo altro da «uomo», non conviene a questo. 34, Laffermazione che « trireme 85. Fosse fatta convenire a «uomon se ciod si affermasse chel'uomo 2 trireme. 86. Se Pavversario del p.d.n.c. afferma che !'uomo @ trireme, deve in- sieme affermare che & non trireme (alirimenti non sarebbe pili aversario {el principio). i e 87, Affermazione e negazione valgono sempre qui come «esser trite me», «cesser non triremen; € cid cui esse convengono & auomon. 88, La megazione di sé medesimo & «esser non womo». 89. Conviene, @ chiara, per lavversario del p.d.n.c. 90. Converra anche, a «uomon, la negazione: «esser non triteme. 91, Leatfermazione corrispondente a «esser non triremen ¢ «esser tti- ‘Si consideri ora il significato dell’ intero paragrafo. La test che si vuole sostenere, formulataall'inizio del paragralo, @che la negarione del p.d.n.c. implica che tutte le case divengano una sola. (A questa conseguenca giun- -geranno pertanto anche coloro che seguono le dottrine di Protagora 0 di Anassagora). La dimostrazione & eondotta nel modo seguente. Posto che x indichi il termine «uomo» ¢ y il termine «tritemen, se Pavversurio del p.d.nc. afferma che x€ y, dovra insieme affermare che x € non-y (che, Se nion si operasse anche quest’ultima affermazione, si rivonoseetebbe if valore del p.d.n.c.); in questo modo sari tutte le cose (ossia sidentit- herd a tutte, ovvero tutte si ridurranno a una sola: a x): qualora quanto 51 € stabilito a proposito di y sia ripetuto per ogni altro oggetto. Se invece Tavversario del p.d.n.c. nn concede che x ¢ y, si dovra allora, secondo 50. I, PRINCIPIO I NON CONTRADDIZIONE. ¢) Non & necessario che o si affermi o si neghi Ma coloro che sostengono siffatta dottrina arrivano, oltre a guclle indicatc, anche a questa conscguenza: che non é ne Aristotele, argomentare in questo modo: l'avversario & tale, proprio in quanto, in'velazione a x, afferma che x € non x; ma sarebbe assurdo che, ‘mentre’a x conviene 'esser non-x, non gli convenisse lesser non-y, ché anzi quest ultimo ali deve convenire @ maggior ragione, perché ¢ la nega- zione di qualcosa () che si presenta gid esso come cio che non conviene 1.x. Ma, una volta concesso che xé non-y, 'avversario del p.d.n.c, dovrd anche affermare che x é y, Se si ripete per ogni altra cosa il discorso fatto per y, Seguird allora qui che x si identifica a ogni cosa, assia che tutte di- veniano una. L'argomentazione aristotelica &, come si vede, abbastanza faticosa. Pre- senta inoltre delle complicazioni evitabili, e probabilmente, con le compli- cazioni, alcune scorrettezze logiche. Osserviamo soltanto che sembra fuori luogo concedere all avversario del p.d.n.e. d non accetare Vattermazione che x 8 («Ma se 'affermazione non & fatta convenire...»), ¢ auindi dimo- strare che, anche se dale affermazione non @ accettara, si artiva egualmente alla conclusione che tutte le cose diventano una sola, E fuori luozo, dicia- ‘mo, perché se Pavversario del p.d.n.c. nom acccttasse, se cio’ negasse che xy, ¢ cio’ fenesse fermo che x non ® y, egli non negherebbe pid, bensi riconoseerebbe il valore del p.d.n.c. Bastera dunque dire, semplicemente: se Favversario del principio afferma che x é y, deve anche affermare che x € nony; ché se nega che x sia y, deve insieme affermare — sempreché voglia restare avversario del p.d.n.c. — che xy siche in ogni caso si pua- dagna la tesi che tutte le cose si riducono ad una, (In questo modo si evita Alpassageio espresso nel testo dalla proposizione: «la negazione dovra con- venire a maggior ragione di quanto non convenga la negazione di sé mede- simo» — ossia lesser non-y convene ax pili di quanto lesser non x, che per 'avversario del p.d.n.c. conviene a, convenga ax —. Tale passaggio avrebibe appunto il compito di mostrare che, anche se Pavversario non ac- catta che x ¢ y, si arriva egualmente alla conclusione che tutte le cose si r- ducono a una. Ma & chiaro che la proposizione riportata pud aver valore per chi im qualche modo accetta ancora il p.d.n.c. e non per Vavversario dd questo principio, peril quale la convenienza di non-y a x non ha amag- ior ragione» della convenienza, a x, di non-x. Nel libro XI della Metafisi- ea, 10622 25, dove l'argomento é riesposto, Aristotcle dice infait, pi pru- dentemenie: «Sembra che qualora uno digesse che uomo & non-cavallo, direbbe la verita o pi 0 non meno che se dicesse che & non-uomo, dove, appunio, & lasciato cadere che il dire che & non-vavallo debba essere pit vero che il dire che ¢ non-uomo). Concludendo, la tesi che Atistotele vuole fui sostenere pud essere con tutta semplicita sostenuta in quest’altro modo (ui accenna lo stesso Aristotele nel passo 10082 26-27, che resta fuori della nostra traduzione): poiché il p.d.n.c. vuole porre appunto e precisamente che un qualsias! oggetto x non é, ossiasidistingue da ogni altra cosa, nega- reilp.din, significa appunto stfermare Pindistinzione tra x etuttocid che ron é x, significa cioé ridurre tutte le cose a una sola: quella appunto in cul tute Ie differenze sono state tolte. CCONFLITAZIONE DELL'AVVERSARIO_ s1 cessario che o si affermi o si neghi. Se infatti & vero che qual- cosa ¢ uomo ¢ non uomo", & chiaro che si dovra anche dire che non @ né uomo, né non uomo”, Alle due affermezioni corrispondono infatti due negazioni. Ché se delle duc affer- mazioni se ne fa una sola, anche l'affermazione opposta sa- ri una sola’. [In generale, se il discorso dell’avversario"* & vero, nemmeno esso stesso potra pill essere vero, una volta appunto che la stessa cosa pud essere e non essere per lo stesso rispetto e nello stesso tempo. A quel modo, infaiti, che, an- che divise 'una dall’altra, ’'affermazione non é pit vera del- la negazione, per la stessa ragione, se l'una e Paltra sono riu- nite come se si trattasse di un’unica proposizione, questa sin- tesi non sarebbe pit vera se la si pone atfermativamente, che se la si pone negativamente]... d) Conelusione Eyidentemente, con un tale avversario non si pud discute- re di nulla, perché ¢ Iui a non dir nulla: non dice che le cose stanno cosi o non cosi, ma che stanno cosi e insieme non co- si, e poi, negando daccapo questi due asserti, che non stan- 92. II dire: «x é uomo ed &non-uomo» & appunto Paffermare operato dalPavversario del p.d.n.e 98. TIdire: «x none né womo né non-uomo» & il negare corrispouclente all'affermare indicato nella nota precedente, Orbene, il testo ora mostra che l'avversario del p.d.n.c. non pud nemmeno affermare che x ¢uomo ed € non-uomo, ed escludere (0 negare) che le cose stiano diversamente da come dice lui, che, se cosi facesse, riconoscerebbe che cid che dice & lun che di dererminazo, ¢ quindi riconoscerebbe il valore di quel principio che vorrebbe negare. Dovra dungue dire che x 2 uomo e non @ amo, & insieme che noa é né yomo né non-uomo. ‘94, Chi alferma la contraddizione (chi cio’ nega il p.d.n.c.) deve insi ‘me negare quesia sua affermazione, e questo pud avvenire in due modi, a seconda che I’affermazione «x & ome e non é uomo» sia considerata come una duplice affermazione 0 come un’unica affermazione. Nel pri- ‘mo caso la tegazione di «x é womo e non-uomo» sara: «enon & né vom Lié non-tiomo», nel secondo case saris «x non é Homa ® nan-tioMmo~. Questo conceito € chiarito dal passo che seaue nel testo, tra parentesi quads, che pur appartenendo al libro XI, cap. V 10622 36-1062b 7, pud essere eppor- funamente letto a questo punto. 95, Propriaments, il texo si riferisce ad Eraclito, ma gli si riferisce ap- Punto come a colui che ha sostenuto che affermazioni opposte possono essere vere rispetto allo stesso termine, ossia come a un avversario del pd.ne. 2 _L PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE no né cosi né non cosi. Che, se parlasse diversamente, ci sa- rebbe gid qualcosa di determinato... Ul, LA TEORIA DELL'AVVERSARIO DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE NON E NEMMENO IN GRADO DI COSTITUIRSI Ma poi, come potrebbe essere nel falso chi pensa che la stessa cosa 0 ¢ 0 non é in un certo modo, ed essere invece nel vero chi afferma tutte e due le case insieme’*? Perché se costui intende dire il vero, che senso ha sostenere che la na- tura delle cose € proprio cosi fatta’”? E se chi pensa in que- sto modo non intende dire senz’altro il vero, ma semplice- mente cid che & pitt vero”, le cose starebbero gia in un certo modo, e questa sarebbe la verita, e non gia vero e insieme non vero’. Se invece intende che tutti" dicono il vero ¢ in- sieme il falso, a costui non pud essere consentito di aprir bocca cdi parlare: nello stesso tempo, infatti, dice ¢ disdice la stes- sa cosa. E se non sostiene nulla, ma crede e non crede in egual modo, che differenza ci sara tra lui e le piante!""? 96. Afforma tute e due le cose insleme: ossia aflerma che la stessa co- sae non @ in un certo modo. 97. Che senso ha per awversario del p.d.n.c. sostenere che le cose stanio proprio cost come clive Tui, se cid che lui dice & che ogni cosa sta cosl ¢ insieme non sta cosi? Egli cio non pud nemmeno presentare cid che so- stiene come un che di vero. Questo concetto era gid stato considerato, ma qui viene ripreso per introdurre alla considerazione che nel testo & fatia seguire. 98, Pill vero di cid che & sostemuto dal difensore del p.d.n.c. 99, Se 'avversario averte che non pretende di dire, senz’altro, Ta veri- 18, ma soltanto qualcosa che & pid vero di quanto sostengono gli altri, ec- 60 che egli viene gid a riconoscere che qualcosa & determinato, ossia & cos) € non alirimenti, ¢ pertanto é il vero, € non vero ¢ insieme non vero, ‘Questo appunto’é determinato: che cid che lui dice & pit vero di quello che dicono gli altri, Anche in questo modo egli viene dunque ad accettare sid che vorrebbe negate. 100, Tuiti: civ’ sia coloro che affermano, come colore che negano il ped.ne. 101. Ricapitolando: chi nega il p.d.n.c. o 1) intende dichiarare la veri 18, 0 2) intende dite soltanto cid che & pitt vero di quello che dicono gli alisi, oppure 3) intende che sia quello che dice lui, come quello che dicono ali altri sia insieme vero ¢ falso. Nel primo ¢ nel secondo caso riesce si fd essere avversario del p.d.n.c., riesce si, ciot, a sostenere qualeosa di ‘CONFUTAZIONE DELIAVVERSARIO. 53 12. L'AVVERSARIO DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE NON E PERSUASO. NEMMENO LUI DI QUEL CHE DICE Ma poi appare nel modo pitt lampante che nessuno — non solo gli altri, ma neppure chi fa discorsi di tal genere ® — € perstiaso che cosi stiano le cose. O perché mai se ne va a Megara, © non se ne sta a casa a riposare, reputando di andarci***? E come mai un bel mattino non va a gettarsi nel pozz0, 0, se sli capita, git da un precipizio, ¢ anzi si vede bene che se ne guarda, proprio come se pensasse che caderci dentro non sia, indifferentemente, sconveniente e convenien- te? EF chiaro che anche lui & convinto che ’una cosa'®* & mi- sliore, e Paltra é peggiore. Ma se questo avviene a proposito del meglio ¢ del peggio, & necessario che accada anche per le altre cose; ossia & necessario che si reputi che una cosa «como» e un’altra «non uomo», ¢ una cosa é «dolce» e un’: tra @ «non doleen'"*.. 13. LA DOTTRINA DI PROTAGORA. E UN MODO DI NEGARE IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, La dottrina di Protagora deriva'®* anch’essa da siffatta opi- determinato, ma, proprio per questo, accetta implicitamente il principio che vorrebbe neware. Nel terzo caso tion dice null, ossia non si presenta rnemmeno come uno che voslia sostenere una sua opinione, giacche quel- Jo che dice Io disdice anche, quello in cui erede & quello stesso in cui non rede: in questo modo restano soltanto le parole, ma ridotte a semplici suoni: di pensiero non ce n’8 pi, ¢ Pavversario del p.d.n.c. aon & pit un avversario, @ ridotto a planta. 102. Cio’ neppure chi nega il p.d.n.e. 103. Reputando ciog che i suo starsene a casa sia lo stesso andare a ‘Megara? E chiaro che anche lui riconosce la differenca tra Vandace ¢ 10 stare, e quindi che andaze non é non andare, Ché altrimenti non ei sa- rebbe motivo che, decidendo dl andare a Megara, si alzasse e st mettesse in cammino verso Megara. 104. I non saltar nel pozzo. 105. L’avversario del p.d.n.c. 2 dunque tale solo @ parole, ché neppure tui pud essere convinto di cid che dice. I che deve avvenire, secondo cuanto svelstabilito nel § 6, 106. Deriva, ma anche, come-si incomincia a mostrare subito dapo, con- duce essa stessa all’opinione costituita dalla negazione del p.d.n.c 1. PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE nione, si che & necessario che entrambe stiano cadano. Se infatti tutto cid che si crede, o che appare, @ vero, segue ne- cessariamente che ogni cosa'*” é insieme vera ¢ falsa. Molti hanno infatti opinioni conirarie a quelle possedute da altri, ¢ inoltre ritengono che quelli che non la pensano come loro siano in errore. E pertanto necessario che la stessa cosa sia enon sia, E viceversa, concedendo questo™, si é costretti ad affermare che tutte le opinioni sono vere: infatti, coloro che sono in errore ¢ coloro che sono nel vero affermano cose tra loro opposte; ma se questa é la natura delle cose”, segue che tutti dicono il vero. E dunque chiaro che entrambi i preceiti** sviluppano lo stesso pensiero. 107. Se non proprio ogni cosa, comunque tutte quelle cose intorno alle ‘quali gli uomini hanno opinion’ contrarie. 108, A me sembra che Tizio sia buono, @ te che sia cattivo (e pertanto jo penso che tu sia in errore, e tu pensi che in errore sia io): se tutto ‘che pare a ognuno é vero, segue che Tizio é insieme buono e cattivo, 109. Concedendo che dello stesso termine si pud affermare e negare che sia, 110. Se civ’ & proprio delta natura della realta che ogni cosa sia identi- ccaal suo oppasto, e cio’ che alla stesso termine x convenga enon conven ‘za la proprieta y, dice il vero sia chi afferma, sia chi nega che a x conviene y ILL, Tdue «precelti» (Aéy00) sono, rispettivamente, quello di chi, sem= plicemente, negs il p.d.n.c., © quello di Protagora, Ognuno dei duc ha come eonseguenza laltro, 35 ELIMINAZIONE DELLE DIFFICOLTA LOGICHE CHE HANNO PORTATO ALLA NEGAZIONE DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE 14. PERCHE ANASSAGORA E DEMOCRITO HANNO NEGATO IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE, D’altra parte, la discussione non va condotta con tutti''? nello stesso modo: con alcuni ci vuol la persuasione, con al- tri la costrizione™'*. Per quanto riguarda coloro che si indus- sero a pensare in questo modo"* in seguito a certe difficolta {sorte nel corso delle loro indagini, il loro errore pud essere guarito facilmente, giacché essi hanno a che fare con concet- ti, non con parole''*, A guarir quelli che invece parlano sol- 112, Con tutti quell che, in un modo o nell'atro, negano il p.d.n.c. 113, La costrizione o forza del'argomentazione eonfutstiva, Chi sia no coloro che hanno bisogno della cpersuasione>, e eoloro che hanno bi- sogno della «costrizione & ehiarito subito avanti: cfr. nota 115. 114, Che cioé la slessa cost, insieme, pub essere e on essere 118, Goloro che negano il p-d.n.c. si dividono in due gruppi: 1) Quel che si imitano a neyario, ssia che fanno consistere la loro polemica con- {0 il principio non in alto che in questa semplice negazione: cos0r0, si visto, fniscono col neparlosoltanto a parole, ossia pur non essendo nem- ‘meno convinti dela loro negazione e comportandosiinfatt nelle loro aziont come se la loro negavione non esistesse Gnfalt evitano di gettarst nol poz 20.) decidono peraltz di negario, forse col solo scopo di metiere in int- bbarazzo il sostenitore del principio. 2) Queli che giungono alla nezazione dal principio im seguito a oertewdifficolt» corte nel coreo delle Lora ida fini. Accade cioe che a un certo punto si presenta loro — che, bisogna riconoseere, non fanno questioni «i parole, ma intendono lavorare con seritascientifica — una dfficott, un assurda, che, se si negasse pd. potrebbe essere climinato, Ecco allora che, non vedendo essi come quella Aitficolta potrebbe essere in aliro modo eliminata, finiscono col nevare ‘Up.d.n.c. Ma, ¢ importante osservare, devono essere ben gravi quest dif ficolt, se, per poterlersolvere, si sacrifica addirittura i princi della 56. {IL PRINCIPLO BI NON CONTRADDIZIONE tanto per discutere, non ¢’é altro modo che confutare il loro discorso in quanto si realizza nel linguaggio e nelle parole!“ La persuasione che gli asserti contraddittori e i contrari pos- sano esistere insieme scaturi, in coloro che si trovarono in quelle difficolta'”, dalla considerazione delle cose sensibili, dove é manifesto che i contrari si generano dalla medesima cosa". Ora, se cid che non & non pud generarsi''*, la cosa ragione! © almeno devono avere un gran peso per coloro ai quali si pre- senianol E infatti, come poi viene mostrato nel testo, la difficolta & data dal presentarsi di situazioni logiche che o portano alla negazione della real sensibile — alla negazione cioe del mondo quale ¢i circonda, ossia dell’e- sperienza —, oppure portano alla negazione di un principio logico, cui si accenna subito nel testo, unanimemente accettata (si capisce nel conte- sto culturale col quale Aristotele ha a che Lace) ¢ formalmente diverso dal pad.n.c.;¢ @’altronde tal, le situazioni logiche in parola, che non esigono ‘quelle neeazioni, purché si sia disposti a sacrificare il p.d.n.c. (eft. nota 12). Gili appartenenti al primo dei due gruppi indicati possono essere detti sofisti, in senso deferiore. (Ma si badi che tra costoro non figura un Pro- tagora o un Gorgia, che avevano i loro buoni motivi per nevare, in un modo 0 nellaltro, il p.d.n.c.). Con essi si discute ricorsendo alla «costri- Zione», ossia alla forza della confutazione, come si é visto nel paragrafi precedenti. Gli appartenenti al secondo gruppo vanno invece «persuasi mostrando loro in concreto che quelle difficolta, con le quali essi hanno ache fare, possono essere risolie senza che sia necessarlo negare il p..n.c. G1 quale —in linea di principio, appunto! — non pud essere negato). Ap- pare allora come la difesa del p.d.n.c. venga ad equivalere allo stesso ri- solvimento delle varie aporie in cui si avvolgono tutti coloro che, in oppo- Sigione alla flosofia eleatica, intendono tener fermi | diritti dellesperien- za: quel diritti appunzo che l'eleatismo aveva creduto nevessario negare per salvaguardare il p.d.n.c. 116. Questa confutazione — che & appunto il prender Pavversario con Ja forza —, cui sopra si accennava, ¢ stata operata nei precedenti paragra- fis se lavversario concede che il linguaggio e le parole con le quali egli esprime il suo pensiero hanno un significato, ecco che exli accetta quanto ‘uo! negate. 117. Si viene ora a considerare il secondo gruppo (eft. avversari del p.d.nc. I18. Per es.: un corpo o un liquide tepido pud diventare sia freddo, sia caldos ¢ cio# i ealdo ei freddo (i contrari si generano dalla stessa cosa. 119. «Cid che non S non pud gensrarsin: & questo uno dei modi di for” ‘mulare il prineipio, di primaria importanza nella storia della metatisica, che da nulla nulla si genera (ex nihilo nihit fig. (Dire che dal nulla non si genera nulla significa dire infatti che cio che si genera preesistente al suo generarsi. Se non fosse preesistente, sarebbe appunto un non essere che in un secondo momento si genera, ossia viene allessere. Dire allora che cid che non é non pud gencrarsi sienifica dire che dal nulla nulla si genera). Questo principio dell’ex nihilo nihit sta alla base, come avverte 15) degli \AZIONE DELLE DIFFICOLTA LOG! preesistente!2° deve essere gid ambedue i contrari insieme!*!: come appunto dice Anassagora, per il quale tutto é mescola- lo stesso Aristotele, delle dottrine di tuti i isiein, ossia ne determina la steutiura e andamento. Si osservi che, se tale prineipio é accettato dai fisici come un che di indiscutibile — di per s@ evidente, come un assioma, infine —, e550 pud invece essere tenuto fermo solo in quanto si mostri che la sua negazione implica di necessta la negazione del p.d.n.c. Tnfatti, a questo proposito (relativamente cio’ a una Fondazione di tale principio) ‘le cose sensibilin — Pesperienza — non suggeriscono nulla: esse mostra no soltanto che qualcosa prima non era e poi é, ma non mostrano se il ‘qualoosa preesista © meno al suo sopraggiungere (che ¢ appunto soprae- slungere nelle cose sensibill). Si deve allora dire che dal nulla nulla si ge rnera, perché, se da esso qualoosa si generasse, il nulla determinerebbe Ies- sere, dssia avrebbe una funzione positiva, per la quale il nulla sarzbbe es- sere. Ma questa conclusione @ appunto quanto resta negato dal p.d.n.c., ‘ossia & appuntio la negazione di tale principio; ma poiché quest ultimo non ‘puo essere negato, si dove negare anche cid che produce la negazione del principio, si dovrd negare cioé che il nulla generi qualcosa, ‘Orbeng, il passo in esame & in procinto di dirci che alcuni deati antichi flosofi vennero a negare il p.d.n.c. proprio sotto la spinta del principio dellex mio nihil II che ee lo possiamo spiegare rivordando com: ad essi rimanesse nascosto che principio dell’ex nihilo nifi? ha il suo fondamento nello stesso p.dutt.c. (si che le sorti dei due sono solidali). Quei filosofi Sentirono si, attraverso jl principio dellex nihilo nihil, il richiamo del p.d.n.c. (i richiamo dell’@Ax)8.0), ma pensando che scaturisse da. quel- Paltro principio, alle spalle del quale stava celato il p.d.n.c., andarono contro quest ultimo che pur Ii induceva a muoversi 120, Preesistente a cid che sopraggiunge: nell’esempio fatto alla nota 118i preesistente 2 il liquido tiepido. 121. Richiamiamo gli elementi preparati nelle note che precedono. 1) Lresperienza attesta che dallo stesso oggetio si generano determinazioni contrarie (cfr. nara 118). Altrove, Aristotele imposta la stessa questione ‘icendo che il divenire, attestato dall’esperienza, € passaggio da una de- termingzione alla determinazione contraria. Ad es,: qualeosa diventa cal- do da freddo che era, bello da brutto, alto da piccolo, ece. 2) Agi occhi i coloro che appariengono a questo secondo gruppo di negstori del p.d.n.c., il principio dell'ex nihilo nihil appare come wn assioma, che per= tanto non pud essere negalo. 3) L’applicazione di questo assioma al dato del divenite esige che i contrari convengano insieme alla stessa cosa; 05- sia, riprendendo lesempio gia proposto: il liquide tiepido deve essere in- sieme caldo ¢ Tredday © anche — se il divenire & inteso come passazgio {da un termine al sto contraria (eft. 1) —: IHiawidio, che da freddo diviene tealdo, deve essere insieme, prima di divenire, freddo caldos s @ vero che dal nulla nulla si genera, e che quindi cid che si genera (il caldo) deve esistete gid prima del suo generasi(e quind! il cldo deve esstere gid nel liquido freddo). Con cid & chiaro che se si tien fermo quell’attesiato de! Tesperienza (1) e Passioma (2), ¢ necessario negare il p.d.n.c.: affermar do appunto che allo stesso oggetto devono convenire, nelio stesso tempo, determinazioni contrari. 58 IL. PRINCIPIO D1 NON CONTRADDIZIONE to in tutto'*. Anche Democrito sostiene che tanto il vuoto quanto il pieno si trovano in ogni parte [del corpo], sebbene Puno dei due sia non ente, ¢ altro un ente'? 122, Nelle sue anaisisula sturtura del divenite, Aristotle dimestra hell reine quo. ferminusad quem del divenive devono esere te sn ta oro contan (otermint ntermedt tr contrat, 0 uno ui cone trarioe Palio un infermedio) Tale analisi anes nelafilesofa di Anas aor, il quale concenine Sven in moto tale che il terminus @ quo ei erm quem possano exere dat da i quasias termine. Accade Giod che Anassagora,lnterpretando sommatisnients l'espercnss, © rte rondo cheil divenire, da questa manifestato, poss essere venir damn uals! termine awn quasi altro terming, sia costreto a conctuder, th base a quanto sie visto nella nota precedente, che Tutt én on cova {Cain in oan cose i ealizzanoinsteme scones). Esl fact incence {Saerfermo sia civeite dato dallesperienea (quale peal, sé det to, sommariamente o ncscriminatamene ites), sal rincin del ex nha mits ee in opm cosa dovrd essere content on alta cosa {eppunto perehe da una qualsasl cosa pub generarsl ont cosa). TBS. Per Patomisme ogni cosa € un agglomterato di atomi. Proprio pet- ch si atta di un agglomerate, eso non & un che ot compatto, © 2m no; osia a atomi che lo costiculseono son separat li uni dagl alts {ib ¢ possible solo in quanto gi aioe sono ereondat dal oto. Ogn ose & guna conitita dal pion eda voto, dal enseree dal no esere sachs ai atom sone il postiv, Pest, il vaoto ei non esters Ossia ogni cost ¢inseme ewefe e non essere, Questo i moda in ct Patomamo nega ilp. dune. Se ora si vuole piegare analogamente a quan- to se detto per Anassagova lla nota preeedente come Fatomism per senga a questa negazione, se si vuole spegare id adoperindo appunto In tpegarions generale propos.a da Arsotsle, i dovr8 procedere ings sto modo. Anche Democrto tien fermo sia principio dlPexnihifo ni fi, sia il Chenice atesiat dal spetienaa, In fora Gavel principio 5 deve dir, come sapiamo, ch, se qualcose 5 genera, eso ora gla prima: tna non nel senso che eso a is prima cosl come ora — che alltime tion sareie stato generaton —, bens nel senso che Tete le part et Eouttuiteerano ait prima, nl senso cit che a atom (che sone appun- to le part indivisibi i ogn! cova) che lo costtulscono eran wf prima Stormavano o appartencvano an civerso agelomerat, Il qoale dune doveva necessariamente essere composto diatom (essere) ed oto (On essere: diatom, perchéaltimenttTagatomerato che st genera savebbe tenerato ex mit, di vuoto, perc altimenti cl sare compatterra ra El atomi, e quest non potrebbero Tormare nuove combinazion, qual ap uno siichledonoadfche qualcowas genes alflach coe in yeuesal, Erna divenire. Si pens alla compatterva dello sferoparmenideo, ch, ap. unto, impeaisce ogni dvenir) Anche Detnocrt viene cos sostnere, {nmodo nalogo 2 quelo ches verifies nella iloofia di Anasagora, che i'contrart (i pieno © il vuole) ineiscono alla stesa cosa : B interessante osservare che I’atomismo perviene alla negazione del pad.nce. non solo pet quanto si detto gui sopra, ma anche perce, sem Pltcriente, afters, por moti ch ora vedremo, che ache i nan ess ELIMINAZIONE DELLE DIFFICOLTA LOGICHE Orbene, a coloro che fondano la loro convinzione'™ su que- ste ragioni, diremo che in certo modo parlano bene, ma in altro modo ignorano [come stanno le cose]. Infatti, poiché «essere» si dice in due sensi'**, vi é un modo secondo il quale qualcosa pud generarsi dal non ente, ¢ un altro secondo il quale questa generazione non pud realizzarsi™™*. Ed @ possi- bile che la stessa cosa sia insieme ente ¢ non ente, ma non per lo stesso rispetto: la stessa cosa pud essere infatti, in po- tenza, entrambi j contrari, ma non in atto'*’. Ma, poi, li por- re (il uoto) . Parmenide aveva dimosirato che, se si afferma Is realta, Vessere del divenize, si deve necessariamente affermare la reali, Pessere et non essere — ¢ quindi si deve negare il valore del p.d.n.e. Pertanto, concludeva Parmenide, il divenire @ irreale e Ix manifestazione sensibile el divenire ¢ illusione. T’atomismo (unitamente ad altre lilosofie, tra eu ‘quella di Anassagora) incomincia ad avvedersi dell impossibilita 3i nega rela realta del divenire: ’evidenza sensibile del divenire, Vatestazione de esperienza ha valore di principio, ehe non pud essere negato pet salvare illp.d.n.e. Senonché 'atomismo ¢ ancora forzemente legato alla logica elea- tiea, soprattutto per quanto riguarda la tesi che la realta del divenire im- plica la realta del non essere. Accade allora che mencre Peleatisme negava Ja realta del divenire per non essere costretto ad affermarc che il on esse- re 8 (per salvare cio? il p.d.n.c.), Patomismo alferma viceversa cke il non ‘essere (il suoto) &, per non essere costretia a negare la realta del divenize. Ma in questo modo viene a negare il p.d.n.c. 124, La convinzione consistente appunio nella negazione del p.d.nc. 125. Cioe in alto ¢ in potenza, 126, L modo, secondo il quale cid che diviene (0 si genera) diviene dal non essere, ¢ quello in cui il non essere & lo stesso essere in potenza, & quello cio in cui il non essere & considerato non come pura negativita, ma come tuna privazione che inerisce a un sosiraio, si che Dex quo del divenire & il sostrato in quanto affetio da tale privazione — e il sostrato or inteso appunto {essere in potenza. I modo, invece, secondo il quale é impossi- bile che cid che si genera si generi dal non essere, & quello in cui il non ‘essere é inteso non nella sua relazione al sostrato, ma come pura negativi a, ossia come cid di cui non si pud dire che si identifica allo stesso essere in'potenza. Dire che il nua sia I'ex quo di cid che si genera & infati dire che il nulla costiduisce Pessere (ossia cid che si & generato), significa cit conferire positivita al nulla, ¢ quindi negare il p.d.n.e, In relazioxe dun- que al primo dei due modi indicati, eoloro con i quali Aristorele aul di scute hanno corte ad alfermase che dal nulla nulla diviene; In relazione invece al secondo modo hanno ragione. — Il passo qui commeniato ac: quista di molto in chiarezza (e probabilments acquista il suo significato utentico) se si bada a non identificare i due sensi, secondo i quali essere & (come atto e come potenza), con i due modi (uno carretto ¢ Paltto seor- Fetto), secondo i quali si pud dire che dal nulla nulla diviene. 127, Anche qui: coloro che, come Anassagora e Democrito, sostengo- ‘no che i contrari possono convenite allo stesso termine, per un verso dieo- o 1 PRINCIPIO 1 NON CONTRADDIZIONE teremo a convincersi che vi é, tra gli esseri, un’altra sostan- za, che @ assolutamente immutabile e non é in alcun modo soggetta a generazione e corruzione'**. 15. RAGIONI A SOSTEGNO DELLA DOTTRINA DI ANASSAGORA a) Non ci si pud fidare, per stabilire una verita, del criterio della maggioranza Analogamente, anche l’opinione di alcuni che il vero € cid che appare, é determinata dalla considerazione delle cose sen- no giusto, per un altro no. Dicono bene, in quanto la stessa cosa, tn po- zenza, pud essere entrambi i contrari («enim tepidum est in potentia cali dum et frigidum, neutrum tamen in actu», commenta S. Tommaso, fr duod., ece,, 667). Se poi il punto di pastenza del divenire € non un inter- ‘medio (il «lepiduun» & appunto intermedi tra gli estremi costituiti dai con- trari- cfr. il punto 1 della nota 121), ma un estremo (il caldo 0 il freddo, ossia il sostrato in quanto affetto da "una o Valtra determinazione), allo” ra alla stessa cos, cioe al sostrato, possono convenire entrambi i contra- 1, in quanto l'uno convenga attualmente e Valtro potenzialmente. Nell’e- sempio: da un lato il liquido tiepido @, in potenza, sia caldo sia freddo: dal? altro lato i liquid caldo @ insieme caldo e freddo: caldo in atto, freddo in potenza. Dove ¢ chiaro che il p.d.n.c. non resta, in questo modo, negato. 128. Vorremmo invitare il lettore a non intendere questo passo come se Aristotele dicesse che, poiché il p.d.n.c. viene negato da certunt in base alla considerazione delle cose sensibili divenienti,esiste peraltro una so- stanza assolulamente immutabile, in relazione alla quale non possono evi- denitemente essere applicate quelle considerazioni che, applicate alla real ‘a diveniente, portano alla negazione del p.d.n.c. Sarebbe questo un mo- do ingenuo e ineffieace di eliminare questa negazione, wiacché, come &trop- po facile vedere, si potrebbe sempre ribattere che se la considerazione del- la sostanza immutabile non da luogo a quelle difficolta la cui soluzione porta alla negazione del p.d.n.c., tali diflicolta scaturiscono precisamen- te allorché si viene a considerare la realta diveniente. TI passo che ora ci sta davanti ha invece un significato profondamente speculative, c cos {eso esprime uno dei concetti pit important della filosofia di Aristotele: i1p.d.n.c. € veramente tenuto fermo, di contro alla sua niegazione, sole se si afferma che, oltre alla realta diveniente, esiste una realti assoluta- mente immutabile, una sostanza cioé che & puro atto. Si chiarisca questo punto. Sié visto sopra come il principio dell'ex nihifo nihil costringa cet- {uni a eoncludere ehe i contrari convengono allo siesso oggetto. La con- lraddizione é tolta panendo che i contrari possono convenire in potenza ‘al medesima termine (oppure uno in atto e Paltro in potenza). Cid che diviene non diviene inoltre ex nihilo, ma exence; ma si badi, da quell’ente 6 BLIMINAZIONE DELLE | sibili. Giacché costoro ritengono che a stabilire la verita non ci si debba rimettere alla maggioranza o alla minoranza: la che @ appunto il sostrato in quanto ¢ in potenza rispetto a entrambi 0 ad uno dei due contrari — o, in generale, in quanto é in potenza quella certa ‘forma che costituisce il divenuto. Non &il nulla eid da cui, ad es.,si gene- ‘a Ia stalua, ma é il marmo, che & appunto il sostrato che ha in potenza Ja forma della statua. Se il hulla fosse l'ex quo del generate, i Aivenize sarebbe necessariamente, come tale, contraddizione (siacehé il nulla co- slituirebbe, sarebbe cio materia o elemento dell’essere), Non é dunauc pill, come fale, contraddizione, da un lato, appunto perehé Vex quo é Pente (sostrato) in potenza, e dal’altro lato perché i contrari — o, in generale, la forma e la corvispondente privazione — non ineriscono, simpheiter, al ‘medesimo termine, ma o inetiscono entrambi in potenza, 0 uno in atto eYaltro in potenza. Questa €la sostanza dei chiarimenti che nel testo stanio sopra le note 125,'126, 127. Ma se, come fale, il divenire non & pli cost inteso, contraddizione, ess0 resta d’altronde ancora una contraddizione qualora, come si diceva, non si affermi Pesistenza della real immutabi- Je. Se non si afferma questa realté si deve cio’ continuare a dire che la ‘considerazione delle cose divenienti implica la negazione del p.d.r.c. Nel- Je intenzioni dei fisici, infati il principio dell’ex niAilo niki! aveva'l eom- pito di affermare che tutto cid, che si genera o sopraggiunge nel mondo, & gia (wid che non é non pud generarsin). E questa alfermazione si fon” da, come si é visto, sul p.d.n.c. Si tratta allora, per Aristotele, di tener fermo l'esser gid di cid che sopraggiunge (di tener fermo cio’ quel princi- pio della permanenza delPessere, che, assolutizzato, aveva condotto Le- Teatismo alla aegazione della realta del divenire), e insieme di eviiare che cid chie ancora é privo di una certa determinazione sia inteso come avence ‘gtd questa determinazione (di evitare cio che per rispettare la permancn- 2a dellessere siaffermi che allo stesso termine eonvengono i contrat). Di ccendo semplicemente che lex guo del divenire @ il sostrato in potenza, si rispetta soltanto questo secondo punto, ma non il primo, gigoché affer- mare che cid che sopraggiuinge € gid in potenza nel sostrato significa pre- cisamente riconoscere che non & gia. Si dovra allora dire che tutto cid che sopraggiunge (0 pud soprageiungere) gid, ma in una realla diverse dalla realta diveniente (nella quale cid che soprageiunge & gia in potenza). Que- sta diversa realta deve da ultimo essere concepita come assolutamente utabile, atto puro (eh se fosse a sua volta diveniente bisognerchbe ripe- ‘ere il discorso gia fatto). I! principio dellex miilo nihil esize dunque, da un lato, che Pex quo del Givenire non sia il nulla, dall’altro lato che tatto cid che sopraggiunge sia gia. Queste due funzioni del principio non sono distinte dai «fisieiy — 0, forse anche, sono assolte dallo stesso alteggia- ‘mento dal principio: tutta le eoze, per esi, (ono ai nella materia primor diale (’ambito deilesser gia & cioe inteso come la materia originaria), 1a quale insieme intesa come Pex quo del divenire, In alti termini, per questi pensatori dire che Pex guo del divenire non é il nulla, significa dire che Pex quo & cid in cui tutto quanto sopraggiunge & gia. Ma se il concetto di porte [a materia come ex quo & siusio (eiacehé il sostraio potenziale & apponto da intendere come la materia di cid che si genera), la materia hhon pud contenere gid, simpliciver, cid che da essa materia si genera: s© a u 'RINCIPIO DI NON CONTRABDIZIONE stessa cosa appare dolce al gusto di alcuni, e amara ad altri, si che se tutti si ammalassero o impazzissero, e solo due 0 ire restassero sani c in grado di ragionare, sarebbero proprio questi ultimi a sembrare malati e pazzi, ¢ non gli altri. Inal- tre, a molti degli altri esseri animati le stesse cose appaiono il contrario che a noi. E anzi a ciascuno di noi le cose non appaiono, stando al senso, sempre le stesse. Non & quindi noto quali di esse siano vere o false: queste non sono in alcun mo- do pill vere di quelle, ma si equivalgono™. Per la qual cosa Jo contenesse git non lo genererebbe; ¢ se si volesse dire che lo contiene aid e insieme (per non cadere nelle difficoit’ dell’eleatismo, che proprio per questo motivo nega ogni divenire) che lo genera, allora bisognerebbe negate il p.d-n-c., come appunto qui avanti Aristotele ha richiamato con ravvertire che in questo modo si fanno convenire allo stesso termine (la materi) | contrari. Si deve allora concludere ponendo che Pambito del esser gla —T'orizzonte cio’ in cui consiste immutabile, ossia I'atto pu- 10 — si distingue, & altro dalla materia, che peraliro deve essere manten- ta come Pex quo del divenire. In questo modo il divenire non €, come ra- Je, una contraddizione, ma & contraddizione solo se oltre di esso non & affermato Pimmabile, La realta del divonire & cost salvaguardata (e non si cade nella negazione aporetica del divenire, effettuata dalPeleatismo, alla quale reagiscono giustamente i fisici posteleatici, e insieme & tenuto fetmo il p.d.n.e., in nome o a difesa del quale Veleatismo aveva negalo il divenire e il molteplice attestati dal'esperienza, 129. Tl testo viene ora a esaminare quella negazione del p.d.n.c., che deriva da un altro ordine di difficolta determinate dalla considerazione elle cose sensibili 0, per meglio dire, da una considerazine delle cose sen= Sibili secondo la quale (elt. nota 131) la sensazione @ in prado di infor- marci sulla natura delle cose. Portando un po’ di ordine nel passo che ab- biamo letto, esso dice: la sicssa cosa, a me sembra dolee, a te amara; non solo, ma a me stesso ieri sembrava amara, oggi dolee. Ea molti animali le cose appaiono diversamente dal come appaiono a noi. Accade allora che di due affermazioni contrarie (ad es.: «questo & dolce, «questo & ama- ro») non si possa dire che luna é vera ¢ Valtra é falsa, ma luna sara vera tanto quanto Valtra (e insieme ognuna sara falsa — poiché I’altra & vera — tanto quanto Maltra). Sembra, qui, che sia Ta real stessa a negare il pd.n.c, E se si volesse stabilire li vero ed eseludere il falso, dicendo che il vero ¢ cid che appare ai pit! (ner es. & vero che questo & dolee, perché cost appare ai pili), ¢ falso cid che appare ai meno — se cio? si volesse salvare in questo modo il p.d.n.c. —, si potrebbe ribattere ehe se domani ‘uti! impazzissero o si ammalassero, meno due o tre, quello che era il vero. diventerebbe il falso. Si che sembra non si possa proprio evitare di con- cludere che affermazioni tra loro opposte sono entrambe vere (€ quindi entrambe false). Concludendo: come, sopra, il principio dell'ex nihilo mi- hil, applicato alia considerazione delle cose sensibilidivenienti, sembrava Implicare la nezazione del p.d.n.c., cos), ora, il principio che tutto cid che appare € vero sembra, a sua volla, implicate Ia negazione del p.d.n-c. BLIMMINAZIONE DELLE DIFFICOLTA LOGICHE 63 Democrito dice che o non vi é aulla di vero, 0 comunque la veritA non ci é manifesta", b) La considerasione delle cose sensibili porta alla negazio- ne del principio di non contraddizione Orbene, coloro che affermano che cid che appare al senso @ necessariamente vero affermano questo perché ritenzono che Pintelligenza non sia altro che sensazione, ¢ questa sia un’alterazione™™. La causa di quella loro opinione'”? fu [anche] che essi an- davano si alla ricerca della verita intorno all’essere, ma rite- nevano che esseri fossero solo le cose sensibili''’. Ma in que- ste si realizza, in misura ingente, il carattere dell’indetermi- nato, ¢ anche dell essere, certamente, ma nel significato che dicemmo"™... 130, Poco convincente, questo accenno a Democrito. Perché & vero che per Tui Ie sensazioni non danno una vera conoscenza delle cose, ma egli afferma anche un tipo di conoseenza verace: quella che mosira Paspetto atomico della realtd, e che non consente che affermazioni contrariesiano entrambe vere — per quanto, poi, 'atomismo giunga per altri motivi (quelli indicati nella nota 123) alla negazione del p.d.n.c. IL. Se si crede che unica forma di conoscenza sia la sensaaione, ¢ cche quest’ ultima sia un’alterazione de! senso, provocata dalla casa sentita, = siche la sensazione ¢ in grado di informate sulla natura della cosa —, si hanno di cetto dei motivi per concludere che cid che appare (al senso) ¢ necessariamente vero, c che quindi alla stessa cosa convengono cetermi- nazioni contrarie (appunto perché la stessa cosa 2, ad es., per alcuni dol- ce, per altri amara, eve.). Ma pitt avanti — § 23 —, Aristotele mostra co. ‘me nemmeno la sensazione come tale costituisea un documento diaccusa contro il p-d.n.c., equindi come non ¢i sia bisogno di servirsi del concetto i conoscenza non sensibile — non ci sia bisogno di siruttare la distinzio- ne tra sensazione e intellezione — per eliminave la presunta contraddiaio- nie del sentire. Yolendo invece sfrutiare quella distinzione, si pomra dire cche, quando il senso sente, ad es., amaro cid che @ dolce, l'inteligenza interviene rettiticando il responso del seuso, ¢ ciot fornendo Ja consape- volezza che cid che, in seguito a qualche imperfezione del senso, si sente amaro @ invece (o produce) dolce: sul piano del conoscere intelletiivo non si produce la contraddizione imputata al sentie. 132. Che cioé sia necessariamente vero cid che appare al senso, € che sere nemmeno lasciato. Per quel tanto che dura il divenire, il diveniente ppossiede o mantiene allora in qualche modo cid che va lasciando. Vice- versa, si produce divenire solo nella misura in eui si esce dal ferminus a 10; ma questa uscita non & possibile se non si incomincia a pssedere in qualehe misura, sia pur minima, lo stato che costituisce il punto di arri- vo del divenie (lerminus ad quer). Questo ordine di cousiderazioni é svi- luppato da Aristotele nel libro VI della Fisica, 139. Come gid sié visto (cf. nota 65), ogni divenire (accidentale 0 s0- stanziale) esige un sostrato, ¢ quest’ ultimo & l'elemento permanente, sot- {eso al soprageiumgere e allo scomparire della forma (accidentale o sostan- ziale che sia). 140. Cid da cut (ex quo) qualcosa si genera appunto il sostrata; € cid dal quale qualeosa é generato 0 prodotto é l'agente (causa agente. 141. Cioe deve esistere un sostrato primo (la materia prima) che non sia asua volta generata, ¢ un motore (agente) immobile. (Aristotee dimo- stra, nel libro IT della Metafisica, che & impossibile, in qualsiasi ordine icause, il rinvio alPinfinito). Con queste considerazioni, nel resto si vuol mostrare come il divenite sia, per pi aspetti, una struttura determinata; Si che non é lecito affermare che della realtd diveniente non si possa dit nulla di determinato. 142. Anche per la fisica moderna un qualsiasi corpo — per es. questa matita — non é altro che una danza di piccolissime particelle di nateria, il oui numero 8 continuamente variabile, Ma nonostante Ia variasione del numero (ossta della quantita) la matita continua ad essere presente, ad es- sere conosciita come matita, ossia (entro certi limit) la forma é Velemen- to permanente e determinato che consente — nonostante la varlazione con- tinua della materia — la conoscenza dell’ente, di cui la forma é forma, ‘e quindi consente la formulazione di proposizioni determinate (escludenti pertanto le proposizioni opposte). Si pud ammettere che tutto, in questo mondo sensibile, sia una vertiginosa variazione di particelle: ma, per quanto 66 [LPRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE A coloro che la pensano in quel modo" si deve rimprove- rare che, limitandosi a un piccolo numero di osservazioni, faite per giunta nell’ambito stesso delle cose sensibili, pre- tendono di estendeie fe loro couclusioni allintero universe. Se la regione del sensibile, che ci circonda, é soggettaa gene- razione e corruzione, tale, tuttavia, ¢ essa soltanto, ¢ rispet- to al tutto é una piccola parte che conta, si pud dire, niente.. Ma poi é chiaro che anche a costoro potremo far notare quanto gia sopra’ si é rilevato. Bisogna cioe dimostrare an- che a costoro, ¢ farli persuasi, che esiste una natura immutabile'"’, E infine, coloro che affermano che ogni cosa insieme ¢ ¢ non é, dovrebbero dire che tutto & immobile, piuttosto che in movimento. Infatti, se tutto é gia in tutto, non c’é pitt niente in cui qualcosa possa mutarsi'*. 17. DISCUSSIONE E DETERMINAZIONE, DEL CONCETTO DI «APPARIRE» Quanto poi alla verita di cid che appare“”, noi osservia- che appare é vero. Anzitutio, se fa sen- imutevole, esso & pur sempre uno spettacolo, al quale ci ¢ dato assistere; uno spettacolo dungue che si lascia cogliere non in forza della sua valenza ‘quantitativa, ma in forza della sua struttura formale, ossia del suo signifi- 143. Che pensano cioé che tutte le cose siano in continuo movimento. 144, Cfr. nota 128. 145. In queste ullime vighe il testo dunque dice: il divenire non & mai assoluto, ma é sempre determinato; inoltre la zona in cui la realta ¢ sog- fetta a generazione e corruzione é soltanto una piceola parte dell"univer- 0: sia perché, secondo le opinioni astronomiche condivise da Aristotele, sli astri sono incorcuttibili, sia perché —c questa é la vera ragione — Pe sistenza di una realt® assolutamente immutabile (atto puro) & una verit incontrovertibilmente dimostrata. 146, Osservazione interessante: se di ogni cosa si afferma che & e non una qualsiasialtra cosa, segue che ogni cosa é gid tutte le cose, ed essen- {do gia rutto non ha pit da divontar nulla, Inegntori del p.din.c. sarebbe Fo quindi veramente coerenti se sostenessero che tutto immobile, invece di alfermare che tutto @ in divenire. C°e perd da osservare che il negatore del p.d.n.c. dice, insieme, che ogni cosa é tutte le altre cose e che non & tutte le altre cose (x, ad es., # si p, ma insieme non Io 8), si che Ia conse- _2uenza indicata dal testo (i tutto deve essere inteso come immobile) € so- Jo un aspetto delle conclusion’ cui si pud arrivare negando il p.d.nce. 147. Ce, § 20. eu or sazione non & mai falsa quando & dell’oggetto suo proprio, Ia fantasia non é perd la stessa cosa del senso". C’é quindi proprio da stupire a sentirli discutere se le grandezze ¢ i co- lori siano realmente quali appaiono da loulane 0 quali ap- paiono da vicino, e se le cose siano quali appaiono ai malati ‘© quali appaiono ai sani, ¢ se il loro peso sia quello che & valutato dagli individui robusti o da quelli fiacchi, e se la ve- rita sia di quelli che dormono o di quelli che son desti'“*. Che 148, Pe quanto riguardsa il concetto di oggetto proprio del senso, 0 «sen- sibile proprio», si tenga presente questo passo del De Anima aristotclico T, 6, 418a, 8): «Si dice sensible in tre sensi, in due dei quali si parla del sentire per sé, nell’altro per accidente fad es., questo colore 0 questo suo- no & sentito per sé, quest*albero & senito per accidens, essia non in quan- to albero, ma per i colori ¢ Ie altxe proprieta sensibili che compciono al- Falbero].'Dei due primi modi di sentire, uno é proprio di ciaseun senso, altro & comune a tutti i sensi, Dico proprio cid che non pud esses sentito per altro senso, e intorno al quale on € possibile cadere in errore: cosi il colore rispetto alla vista, il suono rispetto all‘udito, e il sapore rispetto all gusto. Ciascun senso discerne intorno a essi, e non pud ingannarsi quanto a colori ea suoni, ma solo intorno alla cosa eolorata 0 al luogo, ecc.».. L’errore sorge quando non ci siattiene al referto dei sensi, ma lo si vuole ineerpretare, agaiungendo elementi che la sensazione come tale non pre- ‘Accalle, per es., che si giudicht buona una mela dai suoi colori, © ‘che invece, al gusto, essa si riveli di sapore cattivo. In questo caso Perrore non ¢ del senso, ma dell’interpretazione del senso. L'interpretazione sor~ ge per Vintervento della fantasia (di cui il testo parla subito appresso), la quale, appunto, ¢ un andar oltre, ossia un non accontentarsi ¢ quindi un nnon sitenersi fedelmente al responso della manfestazione sensible, si che, per essenza, la fantasia & un espors alla possibilita dell'erzore: «Le sensa- ioni sono sempre vere, invece le fantasie nascono il pit delle vole false (De Anima, I, 3, 428a, 11). Non si pud dunque dire, indiscriminatamente, cche tutto cid che appare é vero, siacché anche la fantasia é 'aprarire di qualcosa. 149. TI passo pud essere variamente interpretato. Sembra perd che il le- sto guadagni molto in solidit se il passo in questione @ inteso come esem: plificazione della distinzione tra sensazione, che «non ¢ mai falsa quando 2 dell oggetto suo proprio», ¢ fantasia, che wl pid delle volte» & falsa. Con- sideriamo un oggetto sensibile qualsiasi: visto da lontano, appare fornito di una ceria grandezza e colore, da vicino appare inveee pi grande ¢ di- ‘versaments calorata, Davrema dire che il senso inganna quando 3ereepi see come pitt piccolo e diversamente colorato loggetto lontano, oppure cche inganna nel secondo caso, quando cioe lo percepisce pith grande? Né ‘questo, né quello: loggetto sensibile é quello che &, quale il senso Jo ma- nifesta, ¢ cioé formato di una verta grandezza ¢ colore, visto da lontano, edi alta grandezza e colare, visto da vicina. Ossia non si pud dire che sista una grandezza «vera» dell’oagetto, la quale, quando quesio &, ad fs., vieino, verrebbe colta dal senso, e non verrebbe invece colta quando 68 1 PRINCIPIO I NON CONTRADDIZIONE in realta non la pensino in questo modo é palese***: nessuno, invero, se immagina di essere in Atene di notte, mentre é in Libia, si incammina verso l’Odeone'*'. Si aggiunga che, co- me gid Platone osservava, intorno all’avvenire — se ad es. un malato guarira 0 no — non é davvero ugualmente auto- revole opinione di un medico e quella di un ignorante'™ Voggeito #lontano, siche, in questo secondo caso, il senso si ingannereb- be: non si pud dire questo, perché l’oggetio in questione & appunto cid che, in corte condizioné vicino) & in un modo, ¢ in altre condizioni (lonta- in-un altro; € si dice che & in questo e quest’altro modo, eppunto perché cosi attesta il senso, el seuso attesta appunto e precisamente | vari ‘modi in cui Poxgetto si trova ad essere, Fino a questo punto non vi é pos- sibilita di parlare di errore del senso. L’errore incomincia — 0 pud inco- ‘minciare — con V'intervento della fantasia, quando ciot, pereependo, ad es., Poggetto lontano, si intende o ci si sforza di valutare come sarebbe farande se fosse vicino, o viceversa, Questa valutazione & precisamente I’ terpretazione, di cui si parla nella nota 148, ¢ cio’, come si & detto, la far- asia, la quale non si accontenta del referio del senso, ma vuole aggiunge re al senso dei rapporti, 0 in generale degli elementi che il senso di per sé non autorizza a porte. E appunto in questa interpretazione del senso che sussiste la possibilitd dellerrore. Lo studente pud utilmente esercitarsi, applicando le considerazioni qui sopra svolte agli altri esempi offerti dal testo, con particolare aitenzione all'ultimo (ogno-vealia), in eerto senso pis complicato. (Si dir comun. ‘que che, anche nel sogno, il senso non @ in errore quando percepisce ali ‘oggetti Sognati, siacché & appunto il loro manifestarsi: errore ce se que- sli oggelti sono intesio interpretati come appartenenti alla classe degli og- ‘getti che appaiono nella veglia) 150, Si pud intendere in due modi, peraltro complementacis 1) & palese ‘che rion sono nemmeno essi convinti che tutto cid che appare & vero; IN) ® palese che dubbi come quelli qui sopra indicati @ corpi sono grandi cost ome appaiono da visinoo come dalontano?, ee.) noni hanno meme. no loro, 151. Odeone: luogo, in Atene, ove si svolgevano le gare dei citaredi. TI fatto che non ci si incammini verso POdeone (¢ non ci si incamminino nemmeno i sostenitori della dottrina che tutto cid che appare é vero), & prova che si 8 convinti che cid che si immagina — ossia cid che appare nellimmaginazione — @, appunto, soltanto un che di fantastico, che non uo essere assunio come un che di reale al di fuori dell’immaginazione. 152, Altro motivo, per cul si deve eseludere che tutte cid che appare sia vero: opinione di un indetio — cid che, nella circostanza indicata dal testo, appare all"indotto — non ha lo stesso valore di cid che appare, os- sia del parere dell’ uomo di scicnza in relazione agli slessi eventi. Anehe qui si potrebbe dire che la responsabile del disvalore dell’opinione dell’in- dotto & la Fantasia, perché Fuomo di seienza parla di cose future in base a cetti processi giustficativi o a certi metodi di previsione razionalmente Stability, mentee Pindotto, mancando ¢i tai processi e metodi, non fa pro- a BLIINAZIONE DELLE DIFFICOLTA LOGICHE i) Ma poi, anche per le sensazioni, non é ugualmente autore- vole la sensazione di un oggetto che é proprio ¢ quella di un oggetto estranco... giacché del colore giudica la vista, non il gusto, del sapore il gusto, non la vista'**. E ogni sensazione non dice mai, nello stesso tempo ¢ in- torno alla medesima cosa, che questa sta cosi e insieme non cos". Ma poi, nemmeno in tempi diversi il senso da responsi contradditiori relativamente alla qualita, ma relativamente al sostrato cui essa conviene. Intendo dire che, ad es., o stesso vino potri di certo sembrare, 0 perch¢ il vino stesso si é mu- tato, oppure perché s’¢ mutato organo senziente, una volta dolce e un’altra no; ma la qualita dell’esser dolce, quale essa &, quando @ non muta mai: il senso ne dice sempre il vero, e quel che dovra essere dolce sara dolce sempre in questo modo... Bisogna percid che facciano attenzione'* che non c’é sem- plicemente cid che appare, ma ¢’é cid che appare a chi appa- re, e quando appare, ¢ in quanto e come appare. Accade, priamente altro che immaginare ¢ fantasticare intorno al futuro, atyibuendo 2 queste sue immagini e Fantasie valore di verité. Di qui le smentite, cui sesso soggiace il parere degli indott 153, Per la distinzione di oggetto proprio e improprio del seaso cfr. nota 148. Quando il senso giudica di un oggetto, che non & il suo oggetto pro- prio, & soggetto ad errore (¢ quindi dit luogo a un apparire — a un parere che pud essere falso). Anche qui Verrore ¢ dovuto alla fantasia, che, dase al referto di un tipo di sensazione, vuole stabilire proprieta che appartengono ad oggetti di un tipo diverso di sensazione. 154. Dopo aver indicato le scorrettezze della tesi che tutto cid che ap- pare & vero, considerata in se stessa, il testo passa ora a mostrare come {da essa rion segua nemmeno, come invece pensano alcuni sostenitori questa tesi (cfr. § 20), In negazione del p.dn.c. E vero che lo stesso ogget= {oe sentiro da alcuni in un modo ¢ da aliri in un altro, ma qui non e'& contraddizione, appunto perché Io stesso oggetto non appare inmodi di Versi rispetto allo stesso atto di sentire, ma in relazione ad atti diversi. Una ualsiasi sensazione, per ¢s. questo suono che sto sentendo hie ef nunc, fon manifesta questo sono come insieme gradevole e sgradevole, ma sol- tanto come gradevole, ese ira un po” questo stesso suono diventera sgra- Aevole (per es, perché monotond), sara sgradevole come ozgeito di un diverso atto di tensazione (giacché Patto del sentire questo suono ora non, VYatto del sentirlo tra un po’), 15S, Il discorso @ sempre rivolto a coloro che negano il p.d.t.c. in se- guito a difficolta incontrate nell'analisi della realta sensibile; e che percid Accettano di discutere con chi sia eventualmente in grado di confutarli mo- Strando loro, come appunto sista facendo nel testo, Vinesistenzadi quelle difficola. 70 11 PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE e ben presto, di dire cose tra loro contrarie, solo qualora si voglia discutere senza tener conto di quelle determinazioni'* Una cosa pud infatti alla stessa persona parer miele alla vi- sia ¢ al gusto no’... Coloro, dunque, che pet i motivi sia indicati affermano che é vero cid che appare, e che percid ogni cosa é egualmente vera ¢ falsa — appunto perché le co- se non appaiono a tutti le stesse, e anzi nemmeno alla stessa persona, ¢ spesso appaiono contrarie perfino nello stesso tem- po (se si tengono accavallate le dita il tatto fa sentire due co- se, mentre la vista ne mostra una sola) —, coloro dunque che affermano tutto cid tengano presente che cid che appare 0 non appare alla stessa persona, o non riguarda lo stesso sen- 50, 0 per lo stesso rispetto, o nello stesso tempo; si che, in quanto cosi determinato, cid che appare é certamente vero'**. 156. Il p.d.n.c. non dice cio’ semplicemente — si é gi visto — che & impossibile che la stessa cosa insieme sia e non sia, ma che questo 8 im= possibile sotto il medesimo rispetto. Questa condizione non sussiste — ‘uind non c*é contraddizione — quando una stessa cosa. appare a me in tun modo ea fe in un aliro, ora in un modo e fra un po in un altro. Le espressiont sottolineate sono appunto le «determinazioni», di cui si parla nel testo. 157. Senon si tengono presenti le wdeterminazionin, di cui sié parlato, 1, che é il medesimo, la condizione, eui si accenna nella nota precedente (la condizione cio’ che, per essere negazione del p.d.n.c., la contraddizio- ne sia sotto il modesimo rispetto), si deve per forza coneludere che é la stessa realtd sensibile a presentarsi come negazione del p.d.n.c. 158, Aristotele non nega dunque, semplicemente, che cid che appare @ vero, ma anzi stabilisce il significato autentico di questa tesi. Se 'appax rire, la manifestazione della realtA sensibile viene adeguatamente intesa, ce riconosciuta nella sua determinaia struttura (cid che non facevano colo- To, contro i quali il (esto qui polemizza), certamente si dovra dire che tut toveid che appate ¢ vero — nella misura e ne! modo in cui appare —, ma ‘id non portera affatto alla negazione del p.d.n.c. (La distinzione tra sen- 50 e fantasia, toceata sopra, & essa stessa una determinazione di cid che appare, che serve inoltre a spiegure la possibilita dell’errore. Giacché an- che il contenuto della fantasia & vero, ma appunto come contenuto det Fantastico: esso diventa falso solo se viene inteso come contenuto reale). CONCLUSIONE E COROLLARI 18. RIFORMULAZIONE DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE _ Che dunque l’opinione piti salda di tutte é che le afferma- zioni opposte non possono essere insieme vere, a quali con- seguenze vanno incontro coloro che la negano, € per quali motivi la negano, si é detto a sufficienza. _ Poiché & impossibile che le due parti della contraddizione'** siano insieme vere rispetto allo stesso termine, é chiaro che neppure i contrari possono convenire insieme allo stesso ter~ mine, Uno dei contrari ¢ infatti la privazione: la privazione che conviene alla sostanza; ma la privazione é la negazione di un certo genere determinato"**. Se dunque é impossibile che l’affermazione e la negazione siano insieme vere, ¢ an- che impossibile che i contrari si trovino insieme'*', a meno che o entrambi si realizzino in una certa maniera soltanto‘, oppure I'uno in una certa maniera soltanto e l’altro sempli- cemente!”*. 19. PRINCIPIO DEL TERZO ESCLUSO Tra le due parti della contraddizione non pud esistere un medio'*', ma @ necessario che, di una qualsiasi cosa, la stes- sa determinazione sia o affermata o negata’. 159. Ossia le due proposizioni che costituiscono la contraddizione 160. Questo genere determinato, di eu la privazione @negazione, altro contrario, ossia la forma 161. Ossia ¢ impossibile che convengano allo stesso termine. 162. Cio’ in potenza (il liquido tiepido é, in potenza, calda ¢ freddo).. 163. Ossia Puno in potenza e Paliro in ato. 164. Un medio, 0 un terzo, oltre laffermazione ¢ la negazione, 165. Il principio del terzo escluso non é altro che un modo di formula Hione del p.d.n.c. n HL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE 20, COROLLARIO SULLE AFFERMAZIONI AVENTI COME OGGETTO LA TOTALITA Cid posto, & manifesto che le affermazioni aventi come og getto la totalitd delle cose non possono essere ridotte ad af- fermazioni di una sola specie, come vogliono alcuni. I quali © ritengono che niente é vero... oppure che tutto & vero Accade, a tutte le affermazioni di questo tipo, quel che tutti sanno: che si distruggono da sé. Infatti, chi dice che tutto € vero viene a riconoscere come vera anche la posizione con- aria alla sua; ¢ pone pertanto la sua come non vera. (La sua non é infatti riconosciuta come vera dalla posizione con- traria). E chi afferma che tutto é falso, egli stesso pone nel falso questa sua affermazione. INDICE Avwertenza INTRODUZIONE 1. Ii principio di non contraddizione e i prineipl det sa- pere 2. Dal conceito parmenideo al concetto platonico-ari- stotelico dell’essere 3. L’essere in quanto essere .. 4, Fisica, metafisica, principio unificatore del molteplice 5 6. Lianalogia dell'essere ‘ - Significato del principio di non contraddizione .. LIBRO QUARTO DELLA METAFISICA. ‘CONFUTAZIONE DELL’AVVERSARIO DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE Lascienza dell’essere in quanto essere 0 filosofia pri- MA vsseee . Valore analogico del concetto di «essere» La filosofia prima ¢ anche scienza degli assiomi .. Quali proprieta deve avere il principio pit: saldo di tut on I principio di non contraddizione I principio di non contraddizione @ il principio pitt saldo di tutti 7. Alprincipio di non contraddizione non pud essere di- mostrato In che senso il principio di non contraddizione pud essere imostrato ceseee : ag. 3 4 1. PRINCIPIO D1 NON CONTRADDIZION. 9, In che modo va confutato il discorso di chi nega il principio di non contraddizione: a) Impostazione generale della confutazione ....... pag. 38 by Svituppo particolarcegiato della confutasione e di- scussione su alcuni tentativi compiuti dall'ayversario del principio di non contraddizione per evitare la con- futazione » 40 ©) Continuazione; eliminazione di un aliro modo di evitare la confutazione ... » a 10 Conseeuenze della negazione del principio di non con- traddizione: 4) La sostanza e lessenza non possono esistere .. » 44 b) Tutte le cose diventano una S0ld sesseesssereene AT ©) Non @ necessario che 0 si affermi o si neghi.... » 50 a) Conctusione . > 31 11. La teoria dell’avversario del principio di non contrad- dizione non & nemmeno in grado di costituirsi » 52 12. L’awersario del principio di non contraddizione non & persuaso nemmeno lui di quel che dice .. > 33 13, La dottrina di Protagora & un modo di negare il prin- cipio di non contraddizione sees > 53 ELIMINAZIONE DELLE DIFFICOLTA LOGICHE CHE HANNO PORTATO "ALLA NEGAZIONE DEL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE 14, Perché Anassagora Democrito hanno negato il prin- cipio di non contraddizione .. » 35 15, Ragioni a sostegno della doctrina di Anassagora: a) Non ci si pud fidare, per stabilire una verita, del criterio della maggioranza .. > 6 ©) La considerazione delle cose sensibili porta alla ne- gazione del principio di non coniraddizione ....... >» 63 16. Critica di quelle ragioni .... > 64 17. Discussione ¢ determinazione del concetto di “apps rire» >» 6 CONCLUSIONE # COROLLARI 18. Riformulazione del principio di non contraddizione » 71 19. Principio del terzo eseluso .. » 1 20. Corollario sulle affermazioni aventi come osgetto la toralita cit z > TD Indice