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Maddalena Monari

Io e il tuo corpo
Il Metodo Monari
Come ripristinare una continuit
interrotta dai blocchi muscolari
I

III

Maddalena Monari

Io e il tuo corpo
Il Metodo Monari
Come ripristinare una continuit
interrotta dai blocchi muscolari
tecniche nuove

Foto in copertina: Eugenio Bersani


Foto: Cantarelli Sergio
Walter Dal Pesco
Disegni: Lorenzo Pallotti
Stampa: Polver, Milano
Finito di stampare nel mese di settembre 1996
Printed in Italy

IV

a Margherita
V

Indice
Introduzione..............................................................................1
Ringraziamenti..........................................................................7
Capitolo 1................................................................................... 9
Sicurezza e barriera: la tecnica per un fisioterapista...........9
Capitolo 2.................................................................................17
Un incontro importante......................................................... 17
- Franoise Mzires............................................................... 17
- Il corpo e le emozioni...........................................................21
- Quando incominciamo a difenderci..................................23
- La rimozione..........................................................................25
- Educazione e rieducazione..................................................27
- Il mio giardino.......................................................................33
- Bambini in punizione...........................................................38
- I danni del nuoto...................................................................42
Capitolo 3.................................................................................52
Il metodo Monari.................................................................... 52
- Formazione dei gruppi........................................................55
- Lavoro a raggiera - prima fase...............................................61
- seconda fase............................................63
- terza fase.................................................64
- quarta fase..............................................66
- Esempio di una seduta - Lavoro sui glutei........................71
- Recupero della propria morbidezza...................................87
- La forma perfetta...................................................................89
Capitolo 4..................................................................................92
Il fisioterapista - primo anno....................................................92
- secondo anno..................................................93
- terzo anno......................................................94
- La vergogna...........................................................................100
Capitolo 5................................................................................ 116
- La formazione.......................................................................116

- Limportanza della voce......................................................118


- Limportanza del contatto...................................................119
Conclusioni.............................................................................121
Incontro con il metodo Monari..........................................123
(racconti di alcuni allievi)
Capitolo 6................................................................................124
- Rividi quella bambina al mare
(Lilia Collina)............................................................................124
- Un passato da "piccola ginnasta", poco convinta
(SandraBrusa)...............................................................................134
-Il ruggito ritrovato.................................................................134
- Riscoprire i bambini e incontrare il bambino che in me .......137
- Ho trovato dei compagni di viaggio
(Silvia Camin)..............................................................................................141
- La gioiosit della bambina di un tempo
(Roberta Gravano)......................................................................................151
- Il piacere dellesprimersi nella vita come nellarte
(Carlo Mazzoli).........................................................................163
Le cose buttate "dietro le spalle"
(Grazia Carboni).......................................................................176
- Lei era li, dalla mia parte
(Anna Maria Cerioni)...............................................................179
- Storia del mio incontro con il metodo Monari
(Marcella Ruocco).....................................................................190
- Ho iniziato a scegliere e a decidere per me
(Filomena DAmbra).................................................................197
Bibliografia.............................................................................208

Introduzione

Il bambino non amato, non rispettato e maltrattato destinato a diventare un adulto violento.
Dimenticare per sopravvivere lunica operazione che costretto a fare.
Questa rimozione sar la cecit che gli permetter di infliggere ai suoi figli e alle persone pi
deboli di lui le stesse torture.
In nome delleducazione verr restituito ai figli tutto il maltrattamento ricevuto.
Nel silenzio della famiglia, nel silenzio della societ questi crimini si ripetono ogni giorno.
Questo ci che da anni Alice Miller sostiene con forza e coraggio nei suoi libri mettendo in
discussione pilastri storici come leducazione, le punizioni inflitte ai bambini, il rispetto per i
genitori, anche se maltrattano, picchiano e minacciano perch lo fanno per il bene
dei figli.
Secondo lautrice solo i genitori che hanno conosciuto lamore possono amare ed ascoltare i
loro figli, chi stato maltrattato potr dare solo ci che ha conosciuto, a meno che non riesca
a ricordare e, con fatica, a ritrovare il dolore sepolto subto da bambino, facendo riaffiorare
i propri bisogni per comprendere i bisogni dei propri figli, bisogni che in nome delleducazione
e della pedagogia sono stati soffocati.
Ricordando e rompendo la complicit con i genitori e con i loro alibi educativi un figlio
maltrattato pu diventare un buon genitore.

Educazione, regole, ordine, limite, esagerazione.


Linfanzia di un bambino assillata da queste parole, la sua pelle, i confini del suo corpo sono
impregnati di tutto ci che non pu fare e di come deve comportarsi.
Il bambino appena nato, non solo viene battezzato per togliergli il peccato originale, ma lo si
continua a considerare una forza ribelle che deve essere instradata per la societ futura.
Leducazione madre sovrana fa da padrona su ogni sensazione, emozione, espressione che
il bambino tenta di manifestare.
Inoltre una serie di sciocche convenzioni vengono spacciate per regole. Le convenzioni sono
in realt estremamente limitanti per la personalit di un bambino.
Si parla di limite, di ordine precostituito, di compostezza a un bambino di pochi anni, gli si
insegna a non parlare e a stare composto a tavola, a masticare con la bocca chiusa, a non
appoggiare i gomiti sul tavolo, a non alzarsi fino a che tutti non hanno finito di mangiare, a
non litigare con i compagni, a essere gentili con il prossimo. Spesso tutto questo viene
smentito dallesempio che danno i genitori. Sono pochi gli adulti che a tavola non parlano e
sono composti,che non litigano, che sono sempre gentili, che non esagerano, soprattutto
quando picchiano i loro figli. Non urlare e non picchiare sono le prime cose che un genitore

smentisce davanti a un figlio, quando urla contro di lui o quando gli d una sberla per il suo
bene affinch impari leducazione.
Altra cosa che il bambino deve capire molto bene sono i limiti. Limiti che vengono dati
verbalmente e che contrastano con il comportamento assolutamente senza limiti che il
genitore ha sul bambino.
Come leducazione offre lopportunit di non entrare in contatto con i bisogni del bambino e di
sfogare i maltrattamenti subiti, cos la rieducazione d la stessa opportunit.
Dal 1973 sono una fisioterapista o meglio una terapista della riabilitazione; il mio lavoro
quindi quello di riabilitare e di ri-educare un corpo che ha interrotto le sue funzioni.
Al pari delleducazione le tecniche ri-educative evitano di ascoltare i bisogni e le sofferenze,
evitano soprattutto di ricordarci la nostra sofferenza.
Al pari delleducazione la ri-educazione autorizza a dare consigli, a sgridare, a imporre la
propria volont; al pari delleducazione la ri-educazione dichiara spesso tutto questo male
per il tuo bene.
Mi sono resa conto che un terapista che stato un bambino maltrattato, non ascoltato,
limitato nelle sue espressioni creative, nel suo movimento, ed ha accettato tutto questo
piegandosi alleducazione non pu essere che sordo di fronte ai bisogni dei suoi pazienti, non
avendo nessuna conoscenza dei propri bisogni e desideri, nessuna conoscenza delle leggi
del corpo, il suo e quello degli altri, ma solo di un insieme di tecniche.
Come spesso un genitore attento pu imparare dai suoi figli, cos un fisioterapista a
conoscenza delle leggi del corpo, dei bisogni, dei desideri, delle emozioni del corpo, pu
imparare dalle richieste dei suoi pazienti.
Nella persona ammalata si spezzato un falso equilibrio, c una richiesta di aiuto, un antico
bisogno non pu pi essere soffocato, unantica voce non pu pi tacere. Ha il diritto di
essere ascoltata. Non pu essere, con lalibi della tecnica, di nuovo chetata e ricondotta al
silenzio.
Per terapisti e medici questo silenzio prezioso, copre il segreto del loro dolore; la voce, il
suono della verit minaccioso e fa molta paura. Ma questa paura non giustifica lopera di
distruzione che medici e terapisti fanno sui malati. Molto spesso vergognoso come vengono
trattate persone che hanno bisogno di aiuto. Occorre rivedere la propria storia e le sofferenze
vissute per evitare, come succede in molte palestre di fisioterapia, di toccare con distacco e
indifferenza il corpo gi sofferente di un malato, parlando del pi e del meno con i colleghi.
Io e il tuo corpo.
Questa la domanda che per tanti anni non ha trovato risposta in nessun insegnamento
appreso. La risposta lho trovata nelle mie sofferenze, nelle carezze ricevute, nel dolore per
ci che mancato al mio corpo, nei momenti di passione che ha vissuto.
In un paesino di montagna ho vissuto unesperienza di cui ho ancora un ricordo preciso che si
fermato nella mia mente come il momento di passione pi profondo della mia vita.
Senzaltro ci sono stati altri momenti altrettanto forti e profondi ma questo stato il primo
incontro, la prima conoscenza con il sentimento della passione.
Nei primi anni di vita i bambini fanno moltissime scoperte, tante in pochi anni. Le
numerosissime esperienze che si fanno da piccoli non si faranno in venti-trentanni di vita
adulta.
Scoprire il bisogno, la rabbia, lamore, la libert, lodio, il movimento, il contatto con gli altri, la
lettura, la scrittura. Sono anni che se lasciati vivere sono i pi carichi di emozioni e sensazioni

di tutta la nostra vita e possono trasformarsi in una sofferenza senza pari se ostacolati nella
loro evoluzione. Crimini non puniti perch sono protetti dalleducazione.
Mi trovavo a Barigazzo in vacanza, avevo sei anni ed avevo fatto amicizia con un bambino di
un anno pi grande di me. Giocavamo tutto il giorno e ci rotolavamo nei prati, mi faceva
sempre ridere ed ero sempre eccitata.
Un pomeriggio mentre i miei erano a dormire litigammo violentemente, fu una lite che ci port
a fare a botte. Stavamo lottando uno addosso allaltra quando guardandolo incominci a
battermi il cuore fortissimo. Sdraiata sul prato e lui sopra di me mi teneva le mani, la lotta era
finita ci guardavamo fissi negli occhi, lui era rosso in viso, pi lo guardavo e pi mi batteva il
cuore. Ad un tratto ho sentito un grido e ho visto mia madre che correva verso di noi e per
paura che ci facessimo male si avvicinava per separarci.
Non ricordo nessun trauma, solo dispiacere. Per fortuna mia madre non arriv prima; ho
avuto cos il tempo di sentire quella emozione, forte, violenta, appassionante, che mi veniva
da dentro. Prima di allora ignoravo che a un corpo potesse succedere tutto questo, ignoravo
che la vicinanza con un altro corpo che avesse una pelle che emozionava la mia potesse
scatenare una forza cos grande.
Senza colpa e con un po di nostalgia per essere stata interrotta ho tenuto questo piacere
sulla pelle, negli occhi, nel cuore ed anche oggi vive con me e mi supporta in ogni esperienza
di passione senza che ne abbia paura.
Se mia madre invece di separarmi e mostrare la sua preoccupazione mi avesse sgridato,
fatto sentire colpevole, avrebbe interrotto e bloccato probabilmente ogni mia passione futura,
o probabilmente lavrebbe compromessa lasciandomi una relazione fra la passione e la colpa.
Questa mia prima bellissima esperienza avrebbe avuto come iter: passione, colpa, dolore.
Dal mio comportamento nella vita mi rendo conto che in altre occasioni, e molte le ricordo,
sentimenti affiorati per la prima volta sono stati colpevolizzati, soprattutto la rabbia, e questo
mi ha portato con grande sofferenza e un profondo lavoro sul mio corpo a rompere, e non
sempre mi facile, labbinamento: rabbia-cattiveria.
La strada per vivere bene e appassionatamente nel proprio corpo una strada lunga e fatta
di ricordi dolorosi e gioiosi. Per poter entrare in contatto con un altro corpo importante
iniziare questo percorso. Rompendo la complicit con leducazione e con la ri-educazione un
tecnico della riabilitazione pu diventare un terapista.

Ringrazio:
Laura Galli, Roberto Del Signore, Paolo Flaviani.
Antonia, Paola, Bruno, Fosco, Maurizio, Laura B.,
che sono stati quindici anni fa i miei primi
compagni di viaggio in questa avventura.
Ognuno di noi oggi ha preso la sua strada,
ma restano il ricordo e il piacere dei momenti
passati insieme.
Un ringraziamento a tutti i miei allievi e in particolare
a Luciana Giacometti, la mia prima allieva.

Capitolo 1

Sicurezza e barriera:
la tecnica per un fisioterapista
Quando ho iniziato la scuola di fisioterapia non sapevo cosa mi aspettava. Ricordo che la
prima sensazione avuta in ospedale, dove aveva sede la scuola, stata di grande tristezza e
paura.
Ero molto preoccupata dal contatto con i malati e tentavo di rassicurarmi pensando che le
cause erano la mia inesperienza e la mia poca familiarit con lambiente. I malati che si
aggiravano per lospedale mi davano lopportunit di sentirmi sana e questa differenza
calmava la mia paura. In effetti con gli anni di studio la tecnica appresa su come curare i
malati, come toccare i loro arti, il loro corpo, mi rassicurava, separava le mie emozioni dalle
loro, separava qualsiasi contatto. Pi che come strumento di cura serviva come barriera di
comunicazione.
Io ero quella che sapeva e loro i malati, cera la mia professionalit e il loro
bisogno.
Finita la scuola fui assunta dallamministrazione comunale per operare negli ambulatori di
quartiere. Iniziai il mio lavoro di riabilitazione con i bambini cerebrolesi. Le tecniche di
recupero per i bambini cerebrolesi erano molte e una diversa dallaltra, ma tutte avevano in
comune lo stesso modo di trattare il paziente e una visione settoriale del suo corpo. Il tendine
di Achille del bambino era retratto, occorreva operarlo; i piedi erano equini, bisognava mettere
un apparecchio; la schiena si curvava, lo si metteva sul tavolo da statica: per ogni problema
cera un rimedio. Qualche esperto consigliava scarpe ortopediche ben rafforzate,
qualcunaltro di lasciare il piede completamente libero, altri ancora studiavano vari tipi di
carrozzelle, altri erano sempre per intervenire chirurgicamente. Ricordo loperazione di un
bambino al tendine di Achille, ai muscoli flessori ed adduttori, unoperazione molto lunga che
richiedeva sei tagli e non poteva essere eseguita da un unico chirurgo.
Due medici infatti lavoravano contemporaneamente, uno sulla gamba destra e laltro sulla
sinistra. Questa operazione, che in teoria doveva essere fatta dal primario, il quale entr in
sala operatoria ma usc dal retro, venne compiuta da due suoi assistenti.

Dopo qualche ora di lavoro non si trovarono daccordo sul tipo di allungamento da fare ai
muscoli adduttori ed ognuno di loro, dopo aver discusso, rimase della propria opinione. Il
risultato fu che la gamba destra venne operata in modo diverso dalla sinistra.
Ero sconvolta, ma mi sentivo impotente, il bambino era sotto i loro ferri e non potevo rendere
la situazione pi tesa discutendo a mia volta. Inoltre non sapevo quale dei due avesse
ragione; sentivo anche la loro disperazione, ognuno dei due era veramente convinto che
laltro commettesse un grave errore.
Ero decisa a denunciare il primario, ma nessuno mi avrebbe ascoltato. I medici non
avrebbero tradito il loro professore, avevano tutta una carriera nelle sue mani, e nessuno
dallesito delloperazione poteva confermare le mie accuse, dato che ogni muscolo pu
rispondere in modo diverso allintervento. Quindi anche se le operazioni fossero state fatte
nello stesso modo, ugualmente si potevano verificare esiti diversi.
La differenza degli arti inferiori non sarebbe stata la prova di un errore, ma
una risposta non ottimale del paziente allintervento.
Anche se con sempre maggiori perplessit, cercavo di scegliere, fra le cose che imparavo, la
tecnica che mi pareva migliore, ma quando vedevo i bambini che avevo in cura, e per un
attimo li sentivo uguali a me con lunica differenza che io camminavo e loro non avevano
sperimentato questa possibilit, sentivo di nuovo la paura e limpotenza.
Tutto il mio impegno era nel cercare di essere sempre pi brava, imparare nuove tecniche per
migliorare la salute dei miei piccoli pazienti, volevo farli migliorare ad ogni costo ed esigevo
da me e da loro un grande sforzo. Fu allora che decisi di seguire un corso di psicomotricit
e per la prima volta lavorai sul mio corpo.
Il corso era di un week-end al mese per la durata di due anni.
Il gruppo era formato da dodici persone. Dopo aver detto il nostro nome ed aver fatto
conoscenza reciproca, tra le prime proposte che ci vennero fatte mi colp maggiormente
quella di muoverci ad occhi chiusi esplorando la stanza, gli oggetti, le persone. Lemozione
pi forte fu conoscere gli altri tramite il tatto. Persone che prima avevo trovato simpatiche o
antipatiche, con cui ero disposta a familiarizzare o meno, ora ad occhi chiusi mi
comunicavano sensazioni completamente diverse. Ne percepivo la rigidit e la morbidezza, e
nella stessa persona sentivo parti pi calde, pi ricettive e parti pi rigide e chiuse.
Non avevo mai ascoltato cos i miei piccoli pazienti, conoscevo molto bene la loro patologia
ma non loro.
Sentivo per la prima volta anche il mio corpo, capivo dove mi era pi facile essere accogliente
e dove mi era impossibile, sentivo il rischio e la paura quando tentavo di spezzare alcune mie
rigidit.
Ero di fronte alle mie capacit ed alle mie impotenze. Intuivo come alcune simpatie ed
antipatie nei confronti degli altri fossero legate alrifiuto o allaccettazione di me.
Incominciavo anche a pensare cosa volesse dire fare la fisioterapista senza una barriera
professionale, barriera che per non impediva la trasmissione di ogni rifiuto che provavo per il
corpo del paziente o per alcune parti di esso, ma semplicemente serviva a colpevolizzarlo
accusandolo di non essere ricettivo alla terapia.
Durante il corso ci fu unaltra proposta che mi mise di fronte a questo problema.
Era un lavoro a coppie, uno doveva tentare di sciogliere le rigidit dellaltro. Ogni giorno, nel
mio lavoro, mi trovavo di fronte a questo compito ma in quelloccasione non cerano tecniche
da usare e per ammorbidire il corpo del mio compagno avrei dovuto ammorbidire anche le
mie rigidit.

Tentai di seguire il suo ritmo respiratorio ma ben presto mi accorsi che mi irritava la velocit
del suo respiro.
Come avrebbe potuto rilassarsi se respirava cos? Come avrei potuto rilassarlo se respirava
cos? Mi sentivo impotente, non accettavo di fallire, di non riuscirci. Anche mia madre non
aveva mai accettato che io non fossi brava a scuola; mi venne una gran tenerezza per quella
bambina ed istintivamente presi la mano del mio compagno e pensai: respira come vuoi. Lui
non era l per darmi la possibilit di dimostrarmi che ero brava. Questo ci permise di
continuare e di riuscire quasi completamente a concederci la possibilit di scioglierci. Spesso
terapisti e medici pretendono dai propri pazienti immediate risposte di recupero e se questo
non avviene li accusano di non voler guarire. Forse tutto questo non dichiarato
espressamente ma si rende manifesto quando chi si occupa della cura esprime fin troppo
bene la delusione, il rimprovero o i complimenti a seconda delle reazioni del paziente. Dopo
queste esperienze incominciai a lavorare in modo diverso cercando con i bambini che avevo
in terapia le esperienze che io stessa avevo vissuto e di stabilire un altro tipo di rapporto.
Mi sentivo molto sola e senza la possibilit di confrontarmi con altri colleghi; gli unici
interessati a questo diverso modo di lavorare erano gli studenti di fisioterapia con cui avevo
contatti quando venivano a fare il tirocinio nei poliambulatori di quartiere.
Mi venne il desiderio di insegnare alla scuola terapisti, quanto meno per poter comunicare le
mie esperienze a coloro che si sarebbero trovati un giorno nelle mie stesse condizioni.
Lunica possibilit che avevo era quella di conoscere una tecnica di riabilitazione fra quelle
considerate materia di studio. Avevo poca esperienza di lavoro con gli adulti; decisi allora di
fare un corso di tre mesi per imparare la tecnica sugli adulti che avevano subito lesioni
neurologiche, unica tecnica in quel periodo rimasta scoperta come insegnamento.
Per apprendere questo metodo dovevo andare a vivere in ospedale, studiare e seguire per
tre mesi sia le lezioni che il lavoro nei reparti.
Appena arrivata cominciai a sentire tutte le mie resistenze verso il posto ed il lavoro che avrei
dovuto fare. Le regole erano molto rigide e pensai che non avrei resistito a lungo.
Quando entrai nel reparto dei degenti vidi tutti i malati con calzoncini verdi di tela rigida. Venni
poi a sapere che lamministrazione aveva disposto cos per recuperare tutta la tela delle
tende che lestate prima erano state cambiate. Ne erano uscite cos delle deliziose divisine
per i malati. Ai degenti veniva dato del tu e ci si rivolgeva a loro con autorit e scarso rispetto.
La mattina alle sette e mezzo cominciavano le lezioni; linsegnante era un belluomo molto
virile e possente, che insieme al ripasso dellanatomia e fisiologia ci mostrava con grande
interesse e vera passione la tecnica che dovevamo apprendere. La cosa che mi stupiva di lui
era il suo corpo, bello ma statico; non riusciva a flettersi in avanti perch la schiena gli doleva
ed i suoi muscoli non erano elastici. Un corpo in apparenza bello ma rigido.
Incominciavo ad imparare le regole del metodo e le modalit per eseguirlo. A volte mi
sembrava che questa tecnica fosse una vera lotta con il paziente, occorreva rafforzare le sue
potenzialit muscolari e tutto, compreso il comando che il terapista doveva dargli, era, pi che
un incontro un vero scontro.
Avevo di nuovo la vecchia sensazione che la differenza fra i due lottatori fosse la salute del
terapista e la malattia del paziente.
Nei reparti si sentivano spesso voci sonore che davano comandi perentori. La modalit del
comando una delle regole fondamentali del metodo. Anche la persona pi mite e pi dolce,
se voleva curare con questo metodo era portata ad esprimere le sue qualit virili con una
buona dose di aggressivit. Qui tutto il repertorio maschile-terapista aveva la possibilit di
dimostrare i suoi muscoli e la sua potenza. Un bravo terapista doveva avere unottima

posizione del corpo quando si apprestava a toccare i malati, un tocco sicuro, buono stile ed
una discreta forza da esibire.
A volte, confesso, che quando sentivo di avere una buona posizione e riuscivo a contrastare
le braccia del mio paziente, avevo un leggero senso di potenza che soffocava per qualche
istante la mia necessit di comunicare con le persone che pretendevo di curare.
In quellospedale tutto era allinsegna del potere e le visite fatte dal primario ai malati ne
erano la pi pesante conferma.
In un immenso salone venivano disposte ai lati seggiole per tutti i terapisti, nel centro veniva
lasciato libero uno spazio, tipo corridoio.
A capo della stanza cera una specie di seggiolone dove sedeva il
primario.
I malati uno per volta dovevano attraversare questo corridoio, chi zoppicando, chi in
carrozzella e dirigersi verso il seggiolone. Mentre avanzavano lentamente, il terapista che
aveva in cura il paziente leggeva al microfono tutti i dettagli della sua malattia senza alcun
rispetto per quelli pi intimi. Sotto lo sguardo di un centinaio di persone arrivava cos davanti
al primario; questultimo si riservava la sentenza finale.
Ricordo un paziente di circa sessantanni, alto e distinto, avanzava con dignit e fermezza,
stranamente non indossava i pantaloncini verdi. Aveva una emiplegia sinistra, era quindi
compromesso lemisfero cerebrale destro; questo lo portava ad avere una emotivit molto
labile, facile al pianto ed al riso ed una grossa difficolt a contenere qualsiasi emozione.
Ero stupita come riuscisse a controllarsi di fronte alla prova a cui era sottoposto. Arrivato
davanti al primario ero convinta crollasse, invece il suo viso si irrigid, guardava fisso con
occhi neri e profondi la persona che gli stava davanti.
Anche luomo del seggiolone se ne stup. Gli disse qualcosa in tono severo, riferendosi al
fatto che non si era presentato con la divisa verde; ma sembrava che niente, anche a dispetto
della sua malattia potesse far cedere quelluomo. Disarmato, il primario scese dal suo
seggiolone, and vicino al malato e toccandolo su una spalla gli disse: lei un bravuomo.
A quella frase il viso del paziente divenne una maschera contratta, poi cedette, si pieg e
pianse singhiozzando.
Il professore ci guard con aria soddisfatta e disse: questa la dimostrazione di come una
emiplegia sinistra dia una labilit emotiva. Come vedete questuomo sta singhiozzando, per
lui difficile trovarsi in presenza della gente, tutto lo emoziona e non riesce a controllarsi. E
rivolto a lui disse: Su!, si tiri su.
Questa fu lultima visita che quel signore fece con queste modalit; non fui la sola ad uscire
dalla stanza e non fui la sola a denunciare questo episodio. Fu un lavoro molto lungo che
dur oltre la fine del corso, ma riuscimmo ad impedire quelle visite. Non potevamo per
impedire che quel professore continuasse il suo lavoro in ospedale; quasi impossibile
spostare dalla sua carica un primario.
Il disgusto e la disperazione per tutto questo fecero diminuire in me le speranze per il mio
lavoro. Sentivo che la mia sola presenza in quellospedale mi aveva resa testimone impotente
e complice.
Stavo prendendo la decisione di lasciare la fisioterapia quando per caso nel Natale del 1978
lessi il libro di Therese Brthrat, Guarire con lantiginnastica: le ragioni del corpo, ragioni che
avevo intuito lavorando su di me e sugli altri, ragioni che ogni giorno il mio corpo chiedeva.
Attraverso la lettura di questo libro ho scoperto le teorie di L. Ehrenfried e soprattutto di
Franoise Mzires.
L. Ehrenfried, laureata in medicina, lavorava con gruppi di pazienti ed aveva una visione
intera del corpo ed un modo globale di osservare il malato.

Quando la incontrai per la prima volta mi apparve una signora gi molto anziana, alta, con un
viso caldo ed accogliente. Mi propose subito di restare per seguire le sue lezioni non come
spettatrice ma come allieva.
Sdraiata supina insieme ad altri sette allievi, incominciai a eseguire gli esercizi che
proponeva; mi sembrava di ubbidire perfettamente alle sue proposte, e pensavo che mi
bastasse capire quello che voleva per compierlo alla perfezione.
Ci faceva mettere una pallina sotto la schiena, sotto i glutei, sotto la nuca per ammorbidire i
muscoli. Mi impegnavo talmente da contrarre tutto il corpo anche senza accorgermene.
Quando fin la seduta ero stanchissima e le domandai come mai tutti si sentivano rilassati,
dopo aver tolto la pallina sentivano il corpo morbido, aderire di pi a terra ed io non avevo
avuto questa sensazione, eppure ero riuscita a fare tutto senza difficolt. La Ehrenfried mi
rispose che dovevo respirare durante gli esercizi e aggiunse: Lei non si d respiro.
Sapevo cosa volesse dire. Cosa sarebbe successo se invece di controllare il mondo attorno a
me mi fossi lasciata andare ? Per due mesi lavorando con lei sentii il piacere dellabbandono,
sentii la difficolt e la gioia di potermi fidare, di permettere a qualcun altro di aiutarmi ad
ammorbidire i miei muscoli.
Lasciai che toccasse il mio corpo, ma soprattutto mi lasciai respirare.

Capitolo 2

Un incontro importante
Franoise Mzires
A Saint Mont in un paesino sperduto con poche case, in unaula insieme a canadesi, francesi,
belgi, attendevo il primo incontro con Franoise Mzires.
Entr una donna non molto alta di circa settantanni con i capelli bianchi a caschetto, due
occhi vivaci e penetranti. Mi colp nei suoi occhi il contrasto dello sguardo a volte duro e
freddo, a volte dolce e materno. La capacit di questa donna di essere sia ferma e
impenetrabile che disponibile e comprensiva, con una grossa capacit di darsi e di vivere il
piacere della comunicazione, mi lasciava sempre pi stupita ed attratta.
Incominci a parlarci della differenza fra la fisioterapia classica ed il suo metodo; pi ci
parlava delle differenze e pi capivo come per quaranta anni avesse dovuto lottare contro tutti
per sostenere le sue scoperte. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla, mettendo da parte,
come lei ci chiedeva, ci che avevo imparato fino ad allora.
Raccont come, dopo aver insegnato per anni ai terapisti le tecniche tradizionali, rimase
stupita nellosservare come in pazienti che in piedi presentavano un grosso dorso curvo
(ipercifosi), da supini la curva si modificava, il dorso appoggiato a terra si appiattiva dando
origine a due grosse iperlordosi (cervicale e lombare). Questo dimostrava che i muscoli
posteriori erano estremamente corti, tanto da obbligarli ad inarcare sia il collo (iperlordosi
cervicale) che la regione lombare (iperlordosi lombare) per potersi sdraiare.
Tutto ci metteva in crisi una delle regole principali nel trattamento classico, quella di
rafforzare i muscoli che essendo troppo lassi e lunghi provocavano la cifosi.
Osservando bene la paziente si trattava di fare lopposto, occorreva allungarli.
Questo fu linizio della scoperta del metodo Mzires. Un metodo estremamente
rivoluzionario che sconvolgeva tutti i principi della ginnastica e della fisioterapia.
La cosa pi dura fu per me ammettere, non tanto che dovevo abbandonare tutto quello che
avevo imparato, quanto constatare come difficile capire lovvio.
Quante volte mi era capitato di curare una cifosi o una scoliosi e di rafforzare i muscoli dei
miei pazienti? Quante volte li avevo osservati senza mai vederli? Con quanta poca curiosit e
interesse apprendiamo le cose, troppo preoccupati ad impararle bene?
Sentivo con quanto amore e coraggio questa donna viveva non solo il suo lavoro ma la sua
vita. Sapevo come era difficile superare la barriera del conosciuto, lasciare libera la mente per
vedere i pazienti, non come una scoliosi, una cifosi, unartrosi allanca, ma come una donna o

un uomo con il suo corpo, le sue reazioni, il suo linguaggio; e lasciare che i nostri occhi
guardino e se quello che vedono diverso o opposto a ci che abbiamo imparato, non
rifiutarlo, ma con costanza e coraggio verificare per anni ogni scoperta, con cocciutaggine,
ed anche contro tutti per non negare le leggi del corpo.
Vorrei enunciare i principi del metodo Mzires non tanto per spiegare il metodo, quanto
perch ogni principio ha inciso non solo sul mio lavoro ma ha anche rivoluzionato la mia vita.
Continuando ad osservare i suoi pazienti Franoise Mzires not che i muscoli posteriori si
comportano come ununica catena muscolare; ed necessario allungare la muscolatura
posteriore il cui accorciamento causa di tutti i disturbi delluomo. Basta guardare una
persona "senza pelle", dice Franoise Mzires, che ci si rende subito conto che nella zona
posteriore non c nessuna interruzione nella muscolatura dalla testa fino ai piedi e questo
forma una catena muscolare.
In seguito Mzires scopr lesistenza di altre quattro catene muscolari; questa osservazione
era ancora pi rivoluzionaria che lo scoprire che i muscoli andavano allungati e non rafforzati.
Significava sconvolgere ogni studio fatto fino ad allora.
Lo studio muscolare nella fisioterapia classica segue un procedimento analitico, e la diagnosi
e la cura sono basati sullosservazione di ogni singolo muscolo.
La rivoluzione di questo metodo di prendere in considerazione cinque sistemi muscolari.
Non basta curare, allungare, rendere elastico un muscolo, bisogna lavorare su tutta la catena
alla quale appartiene e dal momento che ogni catena in comunicazione con laltra, occorre
allungare per quanto ci possibile tutta la muscolatura che organizzata in catene.
Un altro principio radicalmente opposto a quello che avevo appreso fino ad allora che i
muscoli secondo Mzires pi che motori delle articolazioni, ne sono i freni, quindi inutile
muovere unarticolazione se non si rendono i muscoli pi elastici. Far muovere
unarticolazione quando i muscoli sono rigidi sarebbe come pretendere di fare andare una
macchina frenata. Occorre quindi modificare la struttura per avere una funzione corretta e
non il contrario.
Finch si penser che le distorsioni del nostro corpo siano dovute a problemi ossei si
continur a mettere busti, reggispalle in caso di scoliosi, dorso curvo o qualsiasi altro
dismorfismo.
Secondo Mzires, contrariamente a quanto comunemente sostenuto, i muscoli quando si
contraggono, si ruotano o si lateralizzano spostando la posizione delle ossa.
Per comprendere basta immaginare il nostro scheletro con al posto dei muscoli degli elastici;
a seconda degli spostamenti degli elastici si avr uno spostamento delle ossa.
Questa donna mi stava dicendo di guardare, osservare, di tenere libere le mie emozioni ed i
miei sensi per capire quale era il problema del mio paziente; mi stava dicendo di non forzare il
movimento del corpo se non c la possibilit di farlo. Il mio pensiero andava ai miei piccoli
pazienti e riascoltavo leco della mia voce: stai dritto, non incurvarti, su la testa; bambini
con scoliosi, dorso curvo, ai quali sia io che i genitori avevamo sempre detto di stare dritti
colpevolizzandoli per ci che non potevano fare.
Unaltra scoperta essenziale di Franoise Mzires il riflesso antalgico a priori, riflesso che
copre un dolore occulto. Per evitare il dolore il corpo assume a priori una posizione; senza
che il dolore vada alla coscienza il corpo si muove in modo da evitarlo.
Franoise Mzires racconta di aver curato una bambina con una insufficienza respiratoria e
difficolt a camminare perch aveva le ginocchia ruotate allinterno.
La madre diceva che la figlia era continuamente agitata e saltellava sempre nervosamente.
Mzires cominci a lavorare sulla schiena della bambina trovando un punto particolarmente
doloroso. Dopo qualche mese lagitazione della bimba pass, il suo era un modo di sfuggire

al dolore prima di sentirlo. Mzires sosteneva che siamo pieni di riflessi antalgici a priori e
che ci che manifestiamo spesso il sintomo di ci che vogliamo dimenticare. Probabilmente
il dolore troppo forte per poterlo ricordare.
Ho potuto sperimentarlo lavorando su di me. Dopo qualche ora di lavoro per allungare i miei
muscoli in un gruppo tenuto da Therese Brthrat cominciai ad avvertire un forte dolore
allanca. Uscii dalla seduta quasi zoppicando.
La notte dormii profondamente e la mattina ebbi la sensazione di avere una testa nuova, il
collo non mi doleva come tutte le mattine, il mal di testa non era in agguato.
Per evitare il dolore lanca destra era venuta in avanti e si era ruotata a sinistra, il capo per
mantenere lequilibrio si era ruotato a destra. Il mio collo rigidamente sosteneva solidale il
segreto della mia anca ma faceva sentire le sue ragioni regalandomi favolose emicranie.
Unaltra scoperta importante di Franoise Mzires che fa parte dei principi del suo metodo
laver osservato come i muscoli abbiano tre vocazioni: accorciamento - lateralizzazione rotazione.
Questo significa che possono: 1. semplicemente accorciarsi; 2. spostarsi lateralmente
portando una parte del corpo (ad esempio il bacino o il capo o il busto) verso destra o verso
sinistra; 3. possono addirittura ruotarsi spostando in avanti una parte del corpo facendola
ruotare verso il lato opposto (ad esempio: spalla destra pi in avanti ruotata verso sinistra). In
alcuni casi, come nella scoliosi, queste tendenze sono associate.

Il corpo e le emozioni
Franoise Mzires non ha in realt mai parlato della difesa emotiva del corpo, ha solo
elaborato un metodo basato sulle osservazioni delle reazioni muscolari, ignorando
volutamente la correlazione psichica e facendo un discorso puramente meccanico.
Queste osservazioni sono per utilissime perch ci spiegano come un corpo si difende, quali
sono le leggi e le modalit che usa.
Come ho gi detto i muscoli reagiscono in tre modi e a seconda delle modalit che adottano
sono diversi i disturbi, i dolori e le deformazioni del nostro corpo; per esempio una rigidit
molto forte alla zona cervicale pu causare una rotazione delle spalle, o unanteropulsione
(spalle in avanti), o una retropulsione (spalle in dietro).
A seconda di quale posizione assume, la persona ci appare molto diversa, il suo sintomo
diverso, il suo dolore sar diverso ma la causa la stessa.
Fermandosi ad analizzare il sintomo alcuni hanno rischiato di costruire delle tipologie;
bioenergetici, vegetoterapisti, Lowen stesso, hanno tentato di affermare che tipo di carattere
pu avere una persona con le spalle strette o con le spalle larghe, o con le gambe grosse
ecc.
Seguendo le leggi del corpo, secondo Mzires, queste posizioni sono solo un diverso modo
per coprire la vera causa, nel nostro esempio la nuca. Una persona con una nuca rigida pu
mostrare la sua rigidit oppure nasconderla ruotando o stringendo o alzando le spalle, o
spostando il bacino o bloccando il diaframma.
Pi le rotazioni sono complesse e pi la causa nascosta.
La parte rigida la parte pi ferita e spesso, come chiaro dal riflesso antalgico a priori, la
persona tenta di non mostrarla.
Molti, fra coloro che si occupano di linguaggio del corpo, individuano in una persona con la
nuca rigida superbia ed autoritarismo ed offuscati da ci che appare non vedono la fragilit di

quella nuca che ha dovuto alzare muri altissimi per difendere la propria dignit, per coprire le
proprie umiliazioni.
Il corpo pi stato umiliato, picchiato, disprezzato quando eravamo piccoli e pi trova
modalit occulte per difendersi.
Individuare il sintomo non vuol dire comprendere e capire la storia di una persona ed
interpretarla; solo una traccia che con un lavoro capillare sul corpo ci porter alla vera ferita.
Ho potuto notare durante questi anni di lavoro che i muscoli scelgono una tendenza piuttosto
che unaltra a seconda della profondit della ferita emotiva.
Quando i muscoli si accorciano spesso la ferita da trauma accidentale (caduta, incidenti
ecc.). Quando la ferita tocca profondamente la sfera emotiva ed necessario per la persona
dimenticarla, la reazione muscolare di lateralizzazione o di rotazione.
La rotazione muscolare probabilmente la modalit che tiene pi nascosta la zona ferita per
non mostrarla e per rimuoverla.
Pi si ruotati e pi la rimozione profonda. Ci permette di dimenticare con maggior
sicurezza il dolore occulto. Questo implica, per esempio, nella cura delle scoliosi (la rotazione
muscolare porta ovviamente ad una rotazione ossea) molta cautela, molto rispetto, molta
partecipazione. assolutamente violento intervenire cercando di raddrizzare il corpo, bisogna
dare tempo e accogliere senza forzare tutto ci che lentamente una persona scopre di s; il
lavoro sulle rotazioni il pi delicato perch scopre una totale vulnerabilit.

Quando incominciamo a difenderci


Tutti i muscoli quando sono contratti denunciano la nostra sofferenza fisica e trattengono la
nostra sofferenza emotiva. Trattengono cio linformazione di ci che fin da piccoli abbiamo
dovuto subire.
I muscoli quindi non possono essere ammorbiditi troppo velocemente perch rischierebbero
di non dare la possibilit al paziente di contenere il suo dolore emotivo.
Il lavoro lento e capillare necessario proprio per poter, in modo non traumatico, passare dal
trattenimento della sofferenza emotiva, protetta dalla rigidit muscolare, al contenimento,
eliminando il dolore fisico spia di una emozione bloccata ed anestetizzata.
Lessere umano quando nasce ha come unico desiderio quello di essere amato e di amare.
molto debole e vulnerabile, assolutamente dipendente; passa da una situazione di protezione
ad uno spazio, per lui illimitato. Deve quindi sentirsi accolto, sicuro e desiderato.
Deve sapere che il suo pianto, unica possibilit di richiamo per esprimere il suo bisogno, non
viene ignorato.
Il bambino non pu provvedere a se stesso, in balia degli altri e per calmare la sua paura ha
bisogno che si risponda ai suoi sguardi, che la sua pelle venga accarezzata, che se ha sete o
fame qualcuno gli dia da bere o da mangiare, che lo si assista con amore e che non si
sottovaluti mai la sua difficolt, che si comprenda la sua paura.
Quando un bambino non ha tutto questo, quando non preso sul serio, quando scopre che i
suoi urli non hanno risposta, anzi vengono puniti o fermati con calmanti, il bambino ha
ununica possibilit per non morire: la rimozione (Cfr. A. Miller, LInfanzia Rimossa).
La rimozione turba le sue facolt di sentire, percepire e ricordare ed il bambino non essendo
accolto e contenuto trattiene lemozione attraverso lirrigidimento dei suoi muscoli che, se
immediatamente lo salvano dandogli la possibilit di non morire, lo isolano per
contemporaneamente provocandogli disturbi della comunicazione.

I disturbi della comunicazione incominciano nei reparti di maternit dei nostri ospedali.
Il neonato fa conoscenza con questo nuovo mondo in modo assolutamente drammatico; negli
ultimi anni dopo le nuove scoperte diLeboyer la situazione in qualche ospedale si
modificata. Appena esce dallutero il bambino si trova in una sala con una luce che lo acceca,
lavato a testa in gi, sculacciato per sentire se urla, poi messo insieme ad altri neonati, in
piccoli letti lontano dalla madre che deve riposare. Lunico suono che pu udire quello di
altre vittime che stanno soffrendo lo stesso dolore; lontano dalla pelle della mamma, dal suo
odore che poco tempo prima era tuttuno col suo corpicino.
Urla a pi non posso, ma per la sua gola lo sforzo troppo grande, il disagio insopportabile,
e prima di rincominciare ad urlare il suo corpo si irrigidisce e sente un briciolo di sollievo.
Impara presto che pi si chiude e minori sono la sofferenza e langoscia; gli torna un po di
forza per ricominciare a chiamare. Ma le cose non sono molto diverse una volta che i genitori
se lo portano a casa.
Dopo avergli dato da mangiare la mamma lo mette nella sua camerina e socchiude la porta. Il
bambino si sente solo nuovamente, le voci che sente non lo rassicurano, ricomincia ad urlare.
Un urlo disperato.
La mamma combattuta, vorrebbe entrare (il suo cuore la porterebbe dal piccolo) ma sa che
non pu permettergli delle brutte abitudini; il bambino gi stato cambiato, ha mangiato, non
gli manca niente e prima o poi smetter di piangere.
Lurlo del bambino si affievolisce, il suo corpo si raggomitola, si contrae, solo e disperato.
Sa che il suo urlo non ascoltato, il suo corpo irrigidendosi tenta di sopravvivere.
Il piccolo sperimenter la possibilit di isolarsi e la madre avr la conferma che prima o poi i
bambini si calmano se li si lascia piangere.
E da questo momento inizia il rapporto educativo dei genitori con i figli.
In seguito, quando sar pi grande, le cose non cambieranno ma lui avr gi imparato a non
sentire ed il suo corpo a ruotarsi ed irrigidirsi (iperlordosi, scoliosi, dorso curvo ecc.).
La cultura in cui viviamo apprezza come forma di buona educazione latteggiamento di chi
non prende sul serio le proprie sofferenze, tende a sminuirle o ne ride addirittura.
Il bambino mano a mano che cresce avr gi capito sulla sua pelle che meglio non sentire e
la cultura in cui vive costituir un rafforzamento della sua esperienza fisica.
Da adulto il suo modo di pensare non sar basato sulle sensazioni ed emozioni vere, non
ricorder le sue ferite ed il suo pensiero si baser sulla rimozione.
Ma il corpo nei suoi dolori, nei suoi crampi, nelle artrosi, nei disturbi che lamenta, ricorda; il
corpo parla della sofferenza di quel bambino dimenticato.
Da grandi vediamo il mondo dal punto di vista delladulto e continuiamo a soffocare il
bambino condannato al silenzio, ma il nostro corpo ha registrato la verit.

La Rimozione
Se da bambini siamo costretti a dimenticare per sopravvivere, a costringere e distruggere il
nostro corpo per non sentire, ci rimangono solo due possibilit: quella della violenza verso gli
altri o verso noi stessi la malattia, o entrambe.
Ogni persona a cui siano stati negati i bisogni primari perde la possibilit di una buona
autoconservazione, e nella vita si sentir sempre inadeguato, fragile e non desiderato e ne
verr compromessa enormemente la sua vita relazionale.

Il blocco relazionale aggrava la violenza e/o la malattia. Noi ci relazioniamo agli altri con il
nostro corpo, con il movimento, con la voce, con lo sguardo e tutto questo frutto delle
esperienze che abbiamo avuto.
Da neonati viviamo le esperienze solo tramite le sensazioni e le emozioni.
Se abbiamo fame e nessuno ci nutre uniremo a questa sensazione una emozione di
angoscia. Se veniamo nutriti la uniremo ad una sensazione di piacere. Se i nostri bisogni
sono esauditi il bisogno non ci spaventa e da adulti sapremo come soddisfarlo, se non viene
esaudito ci lascia prostrati, frustrati con una forte angoscia e da adulti faremo di tutto per
negare il nostro bisogno, abbinando il bisogno alla disperazione. Sulle nostre sensazioni ed
emozioni si former il pensiero. Sensazioni, emozioni e pensiero sono i tre ambiti relazionali
(K. Stettbacker, Perch la sofferenza).
Se abbiamo dimenticato le nostre sensazioni ed emozioni per sopravvivere, penseremo
secondo luoghi comuni e le comunicazioni con gli altri saranno compromesse dai nostri muri
del silenzio che ci rendono impermeabili e soli. Se da piccoli era impossibile non rimuovere
perch la realt era troppo dura, da adulti impossibile vivere imprigionati dai nostri muscoli
e disturbati nelle relazioni con gli altri. Tutto ci produce collera, il bambino non amato impara
ad odiare e per questo una volta adulto sosterr che i bambini hanno bisogno di essere
disciplinati e assoggettati alle norme per seppellire ancora di pi il bambino bisognoso che
stato e per vendicarsi del male ricevuto.
Ladulto che non ritrova la sua storia e non scopre la verit sulla sua vita, che non
ammorbidisce i suoi muscoli rivelatori delle autentiche sensazioni ed emozioni perdute, per
quanto dolorose esse possano essere, non in grado di dare amore ai suoi figli. Inoltre le
deformazioni fisiche dovute a irrigidimento muscolare, spalle curve, scoliosi, iperlordosi,
artrosi, artriti, dorso curvo, che i medici preferiscono definire ereditari, vengono
automaticamente, per la capacit imitativa del bambino, trasferite ai propri figli, trasferendone
anche la ferita inconscia. Tutto questo molto duro e difficile da credere, ma spiega
benissimo come mai nel mondo c tanta violenza e ci sono tante guerre, come mai luomo
riuscito a distruggere la natura ed a procurarsi una vita impossibile che mina la naturale
autoconservazione.
Per vivere in armonia con gli altri importante vivere in armonia con il proprio corpo.
Larmonia con il nostro corpo ci viene dal rapporto armonico col corpo della persona o delle
persone che ci hanno accolto appena nati e dalle posizioni che fin da piccoli il nostro corpo
assume.
I muscoli che ci avvolgono, se sono contratti e rigidi, se ci impediscono una buona
respirazione, se bloccano le nostre articolazioni, frenano ogni gesto, ogni movimento ci
procura un maggior dispendio di energia a livello meccanico, e a livello emotivo le contratture
muscolari trattengono le nostre emozioni. Fisicamente poco elastici, con sensazioni ed
emozioni bloccate insieme ai nostri ricordi, pensiamo di condurre una vita normale dando per
scontato che gli anni che passano ci induriscano portando dolori inevitabili in tutto il corpo.
Spesso quando un bambino piange si dice: stanco oppure: la fase; negli anni si dice:
let oppure: il tempo. Si pu dire tutto, limportante non rompere il muro del
silenzio.
Per vivere in armonia con il nostro corpo, il corpo deve averla conosciuta, deve essere stato
scaldato e amato, non punito, non picchiato, non oltraggiato. Rispetto e amore gli danno
armonia muscolare, mantengono libere sensazioni e emozioni insieme ad un movimento
semplice e naturale, tutto ci permette una buona comunicazione con gli altri, un corpo caldo
e armonioso che non soffre e non si ammala.

Codificare e impostare la crescita dei figli su principi educativi che negano lascolto dei
bisogni del bambino e del rispetto per il suo corpo ci toglie ogni speranza di allevare figli non
sofferenti.

Educazione e rieducazione
Leducazione e la rieducazione percorrono in effetti gli stessi binari e sempre gli stessi binari li
percorre leducazione allo sviluppo fisico.Le rigidit muscolari non vengono solo per dare la
possibilit ai neonati di proteggersi ma anche per posizioni e consigli sbagliati dati dagli
esperti.
Franoise Mzires sostiene che la muscolatura posteriore pi rigida e pi corta di quella
anteriore, e che esistono posizioni che aiutano questo accorciamento. Queste sono posizioni
da evitare accuratamente proprio nel bimbo appena nato che ha un corpo pi malleabile ed
pi sensibile sia emotivamente che fisicamente. Nonostante questo tutti i bambini sono tenuti
a pancia in gi dando unottima possibilit ai muscoli posteriori di inarcarsi e di accorciarsi,
soprattutto quelli del collo e della zona lombare. Basta osservare un bambino per vedere
quante difficolt gli pone questa posizione.
Quando il bambino inizia a camminare spesso lo si aiuta con un girello. Il girello sposta il
peso in avanti incurvando e contraendo le spalle, spostando lappoggio del piede rispetto
allasse, dando ancora una volta tutto il peso alla muscolatura posteriore. La parte anteriore
del corpo, che gi di tendenza meno forte, rimarr sempre pi inattiva. Di conseguenza
quando incomincia a camminare autonomamente il piedino spesso scivola leggermente
allinterno e quando il bambino avr due o tre anni lortopedico gli imporr il plantare che,
giustamente risolleva il piede, proprio perch lortopedico ha osservato molto bene il piede,
ma solo il piede. La caduta della volta plantare la conseguenza di una zona lombare
estremamente inarcata e il plantare alzando la volta aggraver ancora di pi la zona lombare.
Un bambino che rimasto per i primi mesi della sua vita a pancia in gi, inevitabilmente
quando inizier a camminare avr il piede che cade allinterno.
Mettendo il plantare aggraver la sua lordosi lombare e per equilibrarla dovr portare il collo
in avanti.
Se dessimo pi fiducia alle capacit dellessere umano potremmo lasciarlo libero di scegliere
le sue posizioni e di camminare solo quando pu farlo da solo, quando avr trovato il suo
equilibrio e la sua forza (figura n. 1).

Figura n. 1

Nel mio lavoro di fisioterapista ho visto spesso bambini, anche piccoli, con scarpe alte
affinch la caviglia possa stare ben ferma e dare pi stabilit al corpo.
Ho faticato molto per trovare scarpe basse quando mia figlia aveva due anni, solo alcune ditte
francesi le producevano; per i piccoli che iniziano a mettersi in piedi vengono fatte scarpe che
bloccano semprela caviglia, questo il consiglio medico e questo quello che c in
commercio.
Tutto meravigliosamente collegato. Il bambino va bloccato appena cresce, poco dopo viene
inserito il plantare. C solo una piccola contraddizione:lortopedico consiglia di bloccare la
caviglia per sostenere il piede e contemporaneamente di camminare il pi possibile scalzi per
muovere meglio il piede.
La catena muscolare posteriore passa sotto la pianta del piede, fascia il dorso del piede, la
parte anteriore della gamba fin sotto al ginocchio.
Mettere scarpe alte vuol dire irrigidire il piede, bloccare la caviglia, accorciare la muscolatura
e non permettere alle dita di estendersi come dovrebbero.
Imporre a un bambino sistemi educativi che vanno contro la sua volont o rieducativi che
bloccano il suo corpo vuol dire spezzare una naturale evoluzione, significa ignorare,
combattere, violare le sue grandi capacit innate e la sua naturale socialit; significa fargli
perdere la sua continuit.
Il bambino non violato con leducazione e la rieducazione, con attrezzi ortopedici, con
supporti, con plantari che rompono la sua continuit, mantiene le capacit innate di imitare,
esplorare, camminare, correre, non ferirsi, n ferire, ha un suo ordine, in buon rapporto col
tempo, armonizza il suo corpo e vive un rapporto armonico con lesterno; manda segnali ad
altri piccoli e risponde ai loro, pu godere della sua grande socialit innata. Il bambino
antisociale il bambino a cui stato violato tutto ci. Oltre a questo grave danno inflittogli lo
si fa sentire inadeguato e colpevole della sua rabbia e della sua antisocialit, colpevole di non
avere una schiena dritta come gli altri, colpevole delle gambe storte, colpevole di non essere
bello. Questa colpa aggrava il suo stato di confusione e spezza totalmente la capacit di
ritrovare la propria evoluzione. Fuori da s si forma come gli altri gli impongono.
Il bambino libero ha un corpo libero.

Un corpo libero un corpo passionale, un corpo a cui non stata spezzata la possibilit di
continuare armonicamente la crescita; un corpo libero un corpo che conosce sani confini
perch i suoi confini non sono stati invasi; un corpo libero ospita unanima selvaggia che
continua la sua crescita vivendo nella gioia. Un corpo armonico vive in armonia con gli altri, i
muscoli che lo avvolgono non sono n contratti n rigidi e non impediscono una buona
respirazione, non bloccano le articolazioni, non frenano gesti di passione, non frenano la
libert nel movimento, non creano dispendio di energia e non trattengono le emozioni. Un
corpo armonico un corpo che non stato violato e umiliato, che non ha dovuto, per
sopravvivere, alzare muri del silenzio. Un corpo libero non un corpo travestito di buone
maniere, un corpo libero non blocca la mandibola quando mangia per timore di essere
ineducato, un corpo libero ha la pelle lucente; un corpo libero ha un rapporto con la natura
selvaggia.
Il corpo ha bisogno dellanima selvaggia, lanima selvaggia ha bisogno del corpo che
laccolga se no anchessa viene stritolata, soffocata, impedita in ogni sua manifestazione.
Lanima selvaggia possiede una ricca integrit, una forza primitiva che nonostante le violenze
subite pu, se sente lantico suono, riaffiorare e combattere per il suo esistere.
Lanima selvaggia e il corpo che la contiene formano lio selvaggio.
Da piccola avevo le ginocchia valghe e il piede che cadeva allinterno, segno, secondo
Franoise Mzires, di contrattura alla zona lombare.
La rigidit e laccorciamento dei muscoli della zona lombare fa ruotare le anche e le ginocchia
allinterno (valgismo) e di conseguenza scivolare il piede allinterno.
Ho portato per anni scarpe alte con plantari e degli strani attrezzi alle gambe chiamate
ghette che venivano messe la notte per tenere le gambe diritte; erano di ferro ricoperte di
gommapiuma. Sono state un incubo per molte notti, mi procuravano dolori ovunque,
bloccavano le mie gambe e non potevo girarmi nel letto.
Questa tortura ha ovviamente peggiorato il mio valgismo. Sarebbe peggiorato ancora di pi
se mia madre non si fosse arresa e dopo qualche mese avesse smesso di mettermele; avrei
dovuto portarle per un anno.
Il reale miglioramento al mio valgismo avvenuto quando abbiamo cambiato casa e siamo
andati a vivere in una con un grande giardino, alberi dove potevo arrampicarmi, dove con altri
bambini potevo giocare, correre, lottare.
In quei momenti di gioia e di felicit il mio diaframma si ammorbidiva, le paure si liberavano
lasciando posto alla passione del mio corpo a contatto con la natura. Limmobilit a cui ero
costretta la mattina a scuola si trasformava in una corsa sfrenata di piacere e passione il
pomeriggio nel mio giardino. Il diaframma si inserisce nella zona lombare e forma ununica
catena muscolare con il muscolo ileo-psoas; se questi muscoli sono bloccati bloccano
automaticamente la zona lombare e anche e ginocchia sono costrette a ruotare allinterno;
sbloccando il diaframma, anche e ginocchia ritornano in asse e il valgismo diminuisce.
Il mio valgismo torn a peggiorare quando mi misero in collegio per un anno.
Ricordo perfettamente tutti i passaggi delle mie gambe e le fotografie mi sono testimoni:
lanno delle ghette, del giardino e del collegio.
Sarebbe interessante se le persone attraverso le fotografie potessero riscontrare come
episodi belli o brutti hanno cambiato, soprattutto da piccoli, il loro corpo.
Oltre allamore e al rispetto il bambino ha bisogno di esprimersi e di manifestare, senza
essere punito, le sue emozioni: rabbia, aggressivit, gioia e passione.

Ha bisogno di divertirsi, di esprimere la forza vitale attraverso il movimento, nella corsa, nella
lotta. La sua felicit dipende dalla possibilit di manifestare emozioni e dallesprimere, senza
colpa, ci che si agita dentro di lui.
Spesso gli adulti hanno il terrore della disarmonia e non la vogliono vedere nei loro figli;
vorrebbero che fossero felici senza liti, senza scontri quando giocano con i coetanei.
Tengono a freno le loro rabbie col mondo, tranne che con i figli, ma non possono permettersi
di vedere in loro il frutto del proprio dramma.
Le liti, le emozioni espresse disturbano la falsa armonia che si sono costruiti.
Si sente spesso dire: sono contenta, un bambino tranquillo, sereno, ubbidiente, oppure:
non ce la faccio pi, non so come tenerlo, tremendo, non sta fermo.
Sar sempre grata a mia madre di avere avuto oltre me altre due figlie e quindi di essere
stata molto impegnata nei lavori di casa e nella gestione familiare perch questo mi ha dato la
possibilit di sfuggire al suo controllo e di vivere per alcuni anni pi libera di correre, di
sporcarmi, di giocare.
La vera tranquillit c dopo la soddisfazione di un bisogno.
Il bambino oltre a soddisfare i bisogni primari ha bisogno di sperimentare per conoscere.
Passioni, rabbia, grida: come pu conoscere le sue emozioni se vengono frenate
dalleducazione e dalle punizioni ?
Tutto ci che si pu fare per un bambino con lesempio comunicargli un codice relazionale
di cui ha, durante la crescita, assoluta esigenza per aggiustare i suoi bisogni con i bisogni
sociali.
Questo processo di aggiustamento neurologico ed emotivo sar armonico e naturale solo se
il bambino non avr negato le sue necessit, solo se avr conosciuto, scoperto, sperimentato
le emozioni che si agitano dentro di lui per poi in seguito integrarle.
Non si possono n integrare n armonizzare emozioni che non si conoscono.
Le Boulche che si occupato di psicomotricit, ha ampiamente evidenziato le capacit del
sistema nervoso e specificatamente della sostanza reticolare di rimaneggiare attraverso
lesperienza e losservazione, automatismi anteriormente acquisiti per raggiungere uno
schema di controllo automatico.
Quando un bambino inizia a camminare mano mano inserisce elementi, attraverso
lesperienza, che lo portano a camminare, a correre, ad aumentare le sue capacit di
movimento in modo del tutto automatico; cadendo, rialzandosi, sperimentando, guardando gli
altri aggiunge questi nuovi elementi e aggiusta continuamente il suo equilibrio
armonizzandolo allambiente.
Per lasciargli la possibilit di aggiustamento occorre lasciarlo libero, senza indirizzarlo o
controllarlo; sufficiente stargli vicino.
Se verr disturbato nellesplorazione di s e di s con gli altri, rischia di interrompere questo
sviluppo naturale.
Non solo nel cammino ma anche quando ancora pi piccolo esplora con la bocca, i piedi, le
mani, i giochi, se sgridato o interrotto rompe un processo di conoscenza fondamentale per la
sua vita.
In ugual modo interrompere la conoscenza delle sue emozioni, delle grida, delle rabbie, dei
pianti, del movimento libero, del rotolarsi a terra, come spesso succede in nome
delleducazione, impedisce un aggiustamento neurologico ed emotivo destinato a collegare
sensazioni, emozioni e pensiero.
Imporre a un bambino un sistema educativo sociale e desiderarlo tranquillo come non
tollerare il lento aggiustamento di un bambino che inizia a camminare.

Il mio giardino
Da alcuni anni sono cosciente che se attraverso il lavoro sul mio corpo non ritrovo le emozioni
bloccate non potr capire e ascoltare n i miei allievi, n mia figlia.
Ma ci sono esperienze felici nella mia vita.
Porto con me da anni un patrimonio di scoperte appassionanti che i miei genitori un po per
troppo lavoro, un po per convinzione non hanno bloccato: gli anni passati nel mio giardino.
Chiamavo il mio giardino la giungla.
La scuola elementare era terribile ma durava solo quattro ore, i compiti non li facevo o ne
facevo pochissimi subendo le urla di mia madre.
Ricordo che la maestra si lamentava perch non stavo ferma in classe, a volte era tollerante,
a volte mi umiliava mettendomi dietro la lavagna.
Il pomeriggio cera la giungla. Mi arrampicavo sugli alberi, correvo, avevo molti amici;
litigavamo, ci abbracciavamo, ci rotolavamo in unaiuola gigantesca al centro del giardino. Le
mie ginocchia erano sempre sbucciate. Destate correvo, sudavo, il sole e il sudore sulla pelle
mi davano piacere.
Quando il caldo era forte toglievo la maglietta poi mi rotolavo nellaiuola.
Spesso, ricordo, correndo urlavo: sono felice.
La sera al tramonto mi piaceva spogliarmi e salire su un albero a riposare.
Tutto questo sulla mia pelle, non imprigionato nei miei muscoli, si salvato; non faccio
fatica a vedere la passione in mia figlia e non faccio fatica a riconoscerla nei miei allievi e
lasciare loro la possibilit che venga espressa.
La conosco e la riconosco, mia e mi accompagna spesso.
Educazione, regole, ordine, limiti, esagerazione.
Linfanzia di un bambino assillata da queste parole, la sua pelle, i confini del suo corpo sono
impregnati di tutto ci che non pu fare e di come deve comportarsi.
Il bambino appena nato, non solo viene battezzato per togliergli il peccato originale, ma lo si
continua a considerare una forza ribelle che deve essere instradata per la societ futura.
Leducazione madre sovrana fa da padrona su ogni sensazione, emozione, espressione che
il bambino tenta di manifestare.
Fin dallinizio, quando il neonato piange, la mamma combattuta se prenderlo in braccio o
lasciarlo nella culla. in nome delleducazione che non lo accoglie fra le sue braccia, per non
permettergli brutte abitudini e perch impari a stare da solo.
Sempre in nome delleducazione, appena un po pi grande, a soli pochi anni, il bambino
deve mangiare composto, non parlare mentre mangia, correre ma non sudare, non litigare
con altri bambini, essere sempre gentile, ubbidire ai genitori ed ai maestri, accettare le
punizioni, e sentirsi colpevole vergognandosi se disubbidisce alle norme educative. Gli viene
dato dellesagerato e del diverso se tenta di esprimere sentimenti non adeguati al momento e
non condivisi dai genitori, e se addolorato non trattiene il suo dolore e si mette a piangere
spesso gli viene detto: vergognati, piangere cos grande.
Il bambino o si adatta o non ha nessuna possibilit, neanche quella della sofferenza.
Se si ribella viene considerato un disadattato; se soffre, se timido viene deriso, se non
felice viene portato dal medico. Incastrato in ogni sua manifestazione fra regole, limiti,
educazione, convenzioni pu solo uccidere la sua vitalit e dimenticare, chiudere
nellinconscio il suo odio, la sua rabbia, il suo rancore per la sua vita spezzata; dimenticando

riuscir ad adeguarsi, ma ogni dolore scritto nel suo corpo, immagine del suo inconscio. La
sua vera natura rimane sepolta sotto la corazza muscolare che costretto a costruirsi.
Per educare un bambino ci si serve, come primo strumento, delle cosiddette regole.
La regola vista e mostrata al bambino come qualcosa che non appartiene al piacere o al
divertimento, sempre accompagnata dal ma, sempre dallaltra parte della barricata. Ad
esempio: giusto che i bambini si divertano, ma ci sono delle regole, oppure: nessuno vuole
negare la libert ad un bambino, ma ci sono delle regole.
Personalmente penso che la regola sia intrinseca nel piacere, nel gioco, nel divertimento.
un mezzo di comunicazione indispensabile per una buona relazione. Se un bambino vuole
fare un gioco il primo a chiedere come si gioca, quali sono le regole e spesso lui che ama
definirle. Affinch il gioco possa essere piacere e comunicazione necessario sapere come
si gioca e quali sono le sue regole.
Fino a che la parola regola verr dopo il ma non sar mai accolta con amore da un
bambino, verr sempre vista come la negazione della libert.
C da chiedersi come mai viene posta in questi termini.
Se nel nostro inconscio sono bloccate rabbie e rancori per il bambino che non abbiamo
potuto essere, la regola, il limite, diventano necessari per non essere distruttivi, e pi siamo
imprigionati e pi infliggiamo regole limitative ai nostri figli separando libert e piacere dalle
regole. Chiamiamo erroneamente regole tutte le torture che ci sono state inflitte, e in perfetta
armonia con le istituzioni siamo autorizzati nellinfliggerle a nostra volta.
Una serie di sciocche convenzioni vengono spacciate per regole. Le convenzioni sono in
realt estremamente limitanti per la personalit di un bambino. Si parla di limite, di ordine
precostituito, di compostezza, a un bambino di pochi anni, gli si insegna a non parlare a
tavola, a masticare con la bocca chiusa, a non appoggiare i gomiti sul tavolo, a non alzarsi da
tavola fino a che non abbiano finito tutti, a non litigare con i compagni, a essere gentili con il
prossimo. Spesso tutto questo viene smentito dallesempio che danno i genitori. Sono pochi
gli adulti che a tavola non parlano e sono composti, che non litigano, che sono sempre gentili,
che non esagerano, soprattutto quando picchiano i loro figli. Non urlare e non picchiare sono
le prime cose che un genitore smentisce davanti al figlio, quando urla contro di lui o quando
gli d una sberla per il suo bene affinch impari leducazione.
Altra cosa che il bambino deve capire molto bene sono i limiti.
Limiti che vengono imposti verbalmente e che contrastano con il comportamento
assolutamente senza limiti che il genitore ha sul bambino.
Fin da piccolo al bambino viene imposto di essere ordinato, esiste un ordine precostituito che
gli viene insegnato al quale deve attenersi, come riporre la sua roba, i suoi giochi, rimettere le
cose al suo posto ecc.
Se le difese naturali di un bambino non venissero distrutte da genitori e insegnanti, il bambino
avrebbe la possibilit intrinseca di trovare un suo ordine, una sua organizzazione che gli
permetterebbe larmonia fra il corpo, il movimento e le cose che lo circondano, lordine
armonico di cui ha bisogno, che desidera e come e dove vuol mettere le cose che ama.
La violenza creata dai genitori imponendo un ordine precostituito rompe questo processo
naturale creando un disordine interno con cui il bambino dovr fare i conti tutta la vita.
Assillato continuamente da un ordine precostituito non avr la possibilit di relazionarsi in
modo armonico con le cose e le persone e verr leso in questo suo naturale istinto.
La lesione ci sar comunque sia che si ribelli allordine precostituito sfogando la sua rabbia
sugli oggetti e creandosi attorno disordine e disorganizzazione, sia che accetti e si adegui
allordine imposto perdendo la creativit e provando, ad ogni squilibrio dellordine, violenta
rabbia contro chi disturba la sua ossessione.

Oltre alle convenzioni, i limiti, le imposizioni ad essere ordinato e allassoluta frustrazione per
ogni sua manifestazione emotiva, il bambino deve anche dare prova di moderazione. Ogni
volta che i suoi sentimenti sono espressi e non approvati, non solo non vengono accolti e
sottovalutati, ma colpevolizzati dalla parola "esagerato".
Da bambina sono stata spesso considerata esagerata ogni volta che manifestavo la mia
sofferenza o le mie sensazioni e le mie emozioni; ogni volta che confidavo i miei drammi tutto
era esagerato. Circondata da bambini silenziosi, ho cominciato a temere la mia diversit e a
colpevolizzarmi io stessa di ci che sentivo.
Il bambino viene definito esagerato perch supera i limiti consentiti, perch infrange la
barriera del silenzio. Paga tutto questo con laccettazione del silenzio o col vuoto che lascia la
diversit.
Nei nostri muscoli sono bloccate le emozioni che non abbiamo potuto esprimere perch non
cera concesso o perch la risposta emozionale agli eventi non era contenibile e abbiamo
solo potuto trattenerla rimuovendola.
Sento spesso dire: i bambini non devono essere troppo protetti, devono arrangiarsi perch
nella vita incontreranno molti ostacoli e devono essere pronti ad affrontarli, le esperienze
anche brutte forgiano, rafforzano e fanno crescere.
Bambini allo sbaraglio, bambini puniti, picchiati, non protetti, non avranno mai la forza di
proteggersi, non ne hanno esperienza, godranno invece di una esperienza di violenza e nelle
situazioni difficili della vita sar lunica cosa che potranno attuare: il dolore nascosto,
rinnovato risponder con la violenza.
Quando le difficolt in cui si trova un bambino sono alla sua portata, diventano patrimonio di
esperienza e lo rafforzano, ma quando sono superiori alle sue forze, limpossibilit di
sostenerle non crea solo frustrazione ma spesso rimozione e da grande ogni situazione che
possa assomigliare al momento in cui stata necessaria la rimozione far scattare ansia,
incapacit, paura, rabbia.
Non sar un rafforzamento ma si former una rigida corazza che conserver inesorabile
paure e tradimenti non coscienti.
Quando il bambino compie sei anni inizia ad andare a scuola. Gli insegnanti continuano e
rafforzano leducazione gi inflitta dai genitori.
Se il bambino non riesce a stare fermo e attento viene punito.
Per un bambino vengono considerate rafforzamento del carattere e rafforzamento della
personalit esperienze considerate negative e sminuenti per la personalit delladulto.

Bambini in punizione
Tutti sono daccordo che durante un seminario o una riunione fra adulti sarebbe
assolutamente umiliante se un partecipante venisse sbattuto fuori dalla porta, messo in un
cantuccio, o dietro alla lavagna, o subisse una nota di demerito scritta, da portare ai suoi
familiari.
Sarebbe talmente insolito da far scappar da ridere.
Pu succedere che, durante una lite, un adulto venga fatto accomodare fuori, ma ha la
possibilit di andarsene, non costretto ad aspettare fino a che non viene richiamato dentro;
non ricordo di aver mai sentito di un adulto messo in un cantuccio a guardare il muro fino a
che non chiede scusa.

assolutamente insolito, ma se accadesse sarebbe scandaloso e tutti si ribellerebbero ad un


simile trattamento e ad una cos grossa umiliazione.
Nessuno si ribella se questo succede ad un bambino.
Al bambino pu accadere quasi tutto, gli si pu dare uno sculaccione, lo si pu umiliare
mettendolo in punizione; maestri e genitori complici possono sgridarlo in nome
dellEDUCAZIONE e per il suo bene.
Tale sistema porterebbe, secondo ladulto, ad una migliore capacit di adeguamento alle
norme, ad un miglior rapporto con gli altri bambini e con gli educatori e, soprattutto, ad una
maggiore capacit di apprendimento dellinsegnamento scolastico.
difficile credere a tutto questo, ma luogo comune che i bambini devono imparare a stare
in classe, stare attenti e capire cosa viene loro spiegato. La parola "non scolarizzato" per
linsegnante lindice pi alto dellinadeguamento e dei problemi sociali e di inserimento che
pu manifestare un bambino.
sempre luogo comune, anzi buona norma, alla presenza dei figli non contraddire o
lamentarsi dei metodi educativi degli insegnanti, anche quando i genitori li trovano un po
esagerati, per non intaccare la figura dei maestri che deve rimanere integra soprattutto per il
bene del bambino.
In questa botte di ferro gli insegnanti svolgono il loro programma pedagogico e scolastico
dando anche consigli sul sistema educativo familiare affinch sia in linea con la scuola.
I pi recenti studi neurologici hanno verificato come il quoziente intellettivo aumenti con
lamore e come le connessioni neurologiche funzionino correttamente solo quando le
informazioni passano attraverso larea del campo limbico, area del cervello predisposta per la
stimolazione del piacere fisico ed emotivo.
Ogni informazione che non passa attraverso un vissuto di piacere, e quindi non accede al
campo limbico, non permette alla mente di realizzare libere connessioni neurologiche. Viene
cos bloccata la creativit e le informazioni non si trasformano in apprendimento ma in
addestramento.
Apprendimento e piacere fisico sono assolutamente collegati.
Lamore che riceviamo rafforza il nostro sistema emotivo rendendolo pi forte e pi sensibile
(ad esempio: se un bambino non amato e rispettato diminuisce la sua sensibilit nei
confronti dellamore e del rispetto e ha un sistema emotivo pi fragile).
Il sistema emotivo che si esprime attraverso il neurovegetativo in stretta correlazione con il
sistema neurologico e con il sistema osteomuscolare.
Quindi uno stato emotivo fragile non solo impedisce le connessioni neurologiche ma procura
una scoordinazione motoria e una rigidit muscolare.
Come tutti sanno in una situazione di disagio emotivo i nostri muscoli sono pi tesi e le nostre
capacit di apprendimento diminuiscono.
Negli adulti i muscoli quando sono molto contratti procurano dolori articolari, artriti, artrosi,
mal di testa, cervicalgia, mal di schiena; nei bambini rendono pi difficile lo sviluppo osseo e
di conseguenza la crescita. La rigidit muscolare anche la causa di deviazioni della colonna
vertebrale come la scoliosi, e di altri problemi come il dorso curvo e le scapole alate.
Anche quando il bambino si sente inadeguato e colpevole, perch punito, prova vergogna e
umiliazione e reagisce irrigidendosi e adeguandosi o irrigidendosi e ribellandosi, dicendo
non me ne frega niente. In entrambi i casi si distacca dal suo dolore, ma il corpo mantiene
la rigidit muscolare che gli stata utile per sopravvivere.
Per questo motivo se allinterno di una classe brutta la situazione di un bambino punito
altrettanto grave quella degli altri bimbi che assistono, che si schierano contro il bimbo

disubbidiente cercando di essere bravi e buoni per non perdere laccettazione da parte
delladulto e, non potendosi esprimere di fronte al potere irrigidiscono i loro muscoli.
Inoltre ai bambini non si pu chiedere di stare seduti per ore nei banchi perch come pi
che comprensibile, questo non permette un buon sviluppo dei loro muscoli n della loro
intelligenza.
Se i bambini non dovessero essere addestrati per accontentare il bisogno degli insegnanti di
mostrarsi bravi ed essere confermati nella loro professionalit, si potrebbe soddisfare il loro
bisogno di conoscenza stimolando la curiosit e si potrebbe permettere maggiore elasticit
nel processo di apprendimento e possibilit di movimento nella classe senza nulla togliere
alla conoscenza.
Ma se quando i bambini chiacchierano, quando il loro corpo si ribella, e si muove, questo
viene considerato un disturbo e non un segnale di stanchezza; se i bambini vengono puniti
con labolizione della ricreazione e con lumiliazione di essere allontanati dalla classe o
peggio ancora con limmobilit in un cantuccio, non si pu sperare che essi comprendano
quello che viene loro spiegato e che i loro muscoli abbiano un buon sviluppo e quindi una
crescita armoniosa.
Inoltre lEDUCAZIONE che viene data ai bambini attraverso le punizioni impone loro di
risolvere i problemi ricorrendo alla violenza.
Se un bambino non ha la possibilit di vedere come i genitori e gli insegnanti sanno affrontare
e risolvere i problemi in maniera creativa a sua volta non potr sviluppare tale capacit.
Lunico messaggio che riceve quello che autorizza il potere del pi forte sul pi debole;
messaggio di cui il bambino far tesoro non appena trover un bimbo pi piccolo e sapr
precisamente che da grande in nome dellEDUCAZIONE e delle regole potr, se far il
genitore o linsegnante, punire a sua volta.
La repressione, il dolore, le umiliazioni si sfogheranno, a sua insaputa, senza che possa
ricordare, sui pi deboli, figli e alunni.
Gran parte della vita di un bambino si svolge a scuola. I genitori non possono affidare a
chiunque la vita dei loro figli, devono proteggerli da situazioni come mancanza di rispetto,
punizioni, convenzioni; difenderli da insegnanti che bloccano ogni esperienza motoria ed
emotiva del bambino.
Spesso i genitori cercano di supplire a questa mancanza di movimento a cui il bambino
costretto per molte ore della giornata con sport, nuoto, danza, pattinaggio, e a volte per il
piacere di avere un figlio assolutamente invidiabile lo orientano al pianoforte, al violino o alle
lingue straniere.
Come leducazione comportamentale impone convenzioni che bloccano lo sviluppo del
bambino, cos leducazione motoria impone movimenti gi precostituiti che non permettono
unintegrazione con lo schema posturale preesistente.
Quando un bambino non ha la possibilit di integrare un movimento perch gli vengono
proposti degli schemi prefissati, pu solo subire un addestramento che impedisce al suo
sistema nervoso di maturare un controllo automatico del movimento. Solo dopo i dodici anni
quando lo schema posturale termina la sua maturazione (Cfr. Le Boulche, Verso una scienza
del movimento umano) sar possibile insegnare movimenti prefissati.
Inoltre questi sport che richiedono allenamento continuano a rafforzare i muscoli posteriori gi
rigidi che sono possibili cause di disturbialla colonna vertebrale.

I danni del nuoto


Per un bambino muoversi nellacqua una cosa senzaltro molto bella e piacevole: pu
imparare da solo a muoversi, a giocare e galleggiare; ma i vari stili del nuoto danneggiano
decisamente tutta la schiena, sia lo stile libero dove ovviamente si inarca tutta la colonna
vertebrale, come lo stile a dorso dove il movimento delle braccia trascina verso lalto il torace
costringendo la colonna vertebrale ed il collo ad inarcarsi.
Per aggravare la situazione, spesso prima di iniziare il nuoto molti istruttori fanno fare
allenamento ginnico per potenziare i muscoli.
Per nessun essere umano, ma soprattutto per i bambini, lallenamento ginnico, il nuoto e altri
sport di sviluppo muscolare possono essere fisiologici. La muscolatura posteriore gi troppo
forte e rigida perch venga anche potenziata.
Quando un bambino un po gracile non sar con il potenziamento che si allargheranno le
sue spalle. Le spalle sono strette e incollate al busto perch i muscoli, che si comportano
come degli elastici, sono cos corti e rigidi da non lasciare spazio al torace e da diminuirne le
capacit respiratorie. Un bambino che abbia un corpo gracile ha bisogno di allentare la
muscolatura, di respirare finalmente, di vivere e di trovare il suo spazio nel mondo.
Mi capitato spesso di vedere bambini con scoliosi e dorso curvo, costretti in un busto, in
quanto il busto considerato lunica terapia per rimettere in asse la schiena. Credo che sia
facilmente immaginabile cosa pu succedere al corpicino di un bambino e alla sua capacit
respiratoria quando, avendo una scoliosi, viene costretto in un busto.
Dopo Groddeck, anche Reich e poi Lowen hanno sostenuto che nel corpo scritta tutta la
nostra storia ed per questo che lavorare sul corpo vuol dire entrare profondamente nella
sfera emotiva. Ma quando il corpo non ce la fa pi e ci avvisa con il dolore, con rigidit
muscolari, con artrosi, artriti e, per i bambini, con dismorfismi (scapole alate, dorso curvo,
scoliosi) viene solo considerato una macchina da aggiustare; si va dallortopedico, poi dal
fisiatra che consiglia una buona terapia di rafforzamento della muscolatura posteriore.
Nel caso di un bambino con una scoliosi importante si spiega ai genitori che fondamentale
mettere il busto se non si vuole che il loro figlio rimanga curvo tutta la vita: non viene
assicurato il miglioramento ma si evita di peggiorare questo processo che sarebbe in
evoluzione, poich c una componente ereditaria su cui impossibile incidere. **
**N.B.: A volte vero che un bambino ha la scoliosi come uno dei genitori, ma pi che di ereditariet
parlerei di imitazione del bambino che cammina, si muove come il genitore prendendone le stesse
movenze e sentendo le stesse oppressioni e le stesse angosce legate allatteggiamento somatico.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai queste ereditariet si trovano anche nei bambini adottati.

Il bambino metter il busto tutto il giorno, lo toglier la notte, e per sottoporsi alla fisioterapia.
Il fisioterapista dovr rafforzare i muscoli, toccando quel corpicino gi ferito solo per imporgli
dei movimenti.
importante vedere la situazione dal punto di vista meccanico (Mezirs) e dal punto di vista
emotivo neurologico e emozionale relazionale.
Dal punto di vista meccanico i muscoli del bambino vengono imprigionati in un busto, spesso
di gesso, che impedisce i movimenti; il busto studiato per imporre una rotazione contraria a
quella che il corpo del bambino ha preso. Non vengono considerate o non sono ancora
conosciute, a cinquantanni dalle sue scoperte, le teorie di Franoise Mezirs, teorie
secondo le quali i muscoli sono fin troppo rigidi e vanno ammorbiditi e non bloccati; non si

prende in considerazione che il busto crea un blocco diaframmatico tanto da impedire al


bambino non solo una buona respirazione ma anche un buon movimento del diaframma.
Bloccando il diaframma si blocca tutta la catena muscolare ancora di pi perch il diaframma
ha alcune delle sue inserzioni sulle vertebre lombari dove sono inseriti anche i muscoli
posteriori; questo procura una retrazione di tutta la muscolatura posteriore aggravando una
iperlordosi lombare e cervicale e di conseguenza anche la rotazione della schiena.
Dal punto di vista emotivo-neurologico il bambino viene punito e torturato perch il suo corpo
ha dato cenno di malessere, e addestrato a movimenti non fisiologici. Dal punto di vista del
rapporto relazionale il bambino non ha certo avuto qualcuno che lo ha aiutato, toccato,
testimoniato il dolore delle sue ferite. Se il corpo conosce la nostra sofferenza, quale sar la
sofferenza di un bambino con la scoliosi?
Toccando questo corpo nessuno si posto questo problema; gli hanno solo messo un busto
e lo hanno obbligato a fare una serie di esercizi di rafforzamento.
Anche di fronte ad atteggiamenti scoliotici o dorsi curvi, scapole alate, la medicina interviene
con la cosiddetta ginnastica correttiva che niente ha di correttivo.
Vengono proposti esercizi alla spalliera o esercizi con un bastone tenuto con le mani e messo
dietro le spalle, per portarle indietro, spingendo il petto in fuori.
Questi movimenti spostano tutto il corpo lasciando invariata la posizione delle spalle rispetto
al busto, aggravando solo la muscolatura posteriore, inarcando la zona lombare e in
particolar modo la zona tra le scapole, incassano il collo e avvicinano fra loro sempre di pi le
vertebre.
Questi esercizi vengono sempre accompagnati dal consiglio di iscrivere il bambino a un corso
di nuoto che lo rafforzer, aiutandone la crescita e lo sviluppo globale.
Il nuoto fa sempre bene, uno sport completo, globale e in effetti produce un
rafforzamento globale: i gran dorsali si ipersviluppano in proporzione allo sviluppo precedente
aumentando in progressione geometrica il dislivello, dato che lavorer sempre maggiormente
il gran dorsale pi forte e latteggiamento scoliotico diventer una vera scoliosi. Al controllo
medico la risposta sar: per fortuna che gli abbiamo almeno fatto fare nuoto.
Quando vedo un bambino con una scoliosi o con altri disturbi alla colonna vertebrale prendo
in considerazione le cause che, secondo me, lo hanno portato a ruotare il corpo; sicuramente
qualcosa ha disturbato la sua sensibilit e si sentito ferito al punto da doversi difendere con
rigidit e rotazioni muscolari.
Sicuramente unaltra causa dovuta a sbagliate posizioni che ha avuto da piccolo: causa
emotiva, causa relazione e causa meccanica.
Non mi sentirei di aiutare questo bambino se correggessi, sia pure con un metodo meccanico
efficacissimo come il Metodo Mzires la sua schiena; scoprirei soltanto queste difese
lasciando per vivere il bambino nello stesso ambiente che lo ha tanto ferito.
Sarebbe opportuno che il primo intervento fosse sul corpo dei genitori: ammorbidendo prima
di tutto le loro contratture, frutto di emozioni bloccate che inevitabilmente si trasferiscono ai
figli. Il secondo, un trattamento individuale sul bambino con un approccio caldo e morbido per
sciogliere con molta lentezza alcune delle contratture pi violente; poi facendolo lavorare in
un gruppo insieme ad altri coetanei, stabilendo un clima di fiducia e facendogli fare esercizi
realmente correttivi, ma senza "correggerlo", dando a lui il tempo di fare un processo a
ritroso, lento, difficile, ma sicuro, solo quando vuole e quando pu (figure nn. 2, 3).

Figura 2: muscolo gran dorsale


Figura 3: muscolo gran dorsale - quando
il muscolo gran dorsale si contrae pi da
una parte che dallaltra, abbassa la spalla e
il busto si piega dal lato della contrattura.

La sofferenza, proiezione di difficolt e di dolore, leco in cui si


esprimono le nostre paure e le disperazioni, la manifestazione di tante angosce accumulate
durante linfanzia che unita ai sensi di colpa sovraccarica la coscienza facendone derivare
limiti di comunicazione (K. Stettbacker).
Sofferenza, disperazione, paura, sensi di colpa portano a un interruzione della
comunicazione. Il dolore del corpo un grido di aiuto.
Con la stessa violenza delleducazione comportamentale e di quella motoria la rieducazione
finge di rispondere a questo aiuto.
Sar impossibile cambiare la rieducazione, avere ascolto per il proprio dolore e quello degli
altri se non rifiutiamo norme educative, se non vediamo la violenza degli allenamenti sportivi,
se non apriamo gli occhi sullallucinante vita che un bambino costretto a vivere, lontano dal
rapporto espressivo ed emozionale con gli altri, distaccato dalla relazione con il tempo,
occupato tutto il giorno a scuola e nelle attivit dopo la scuola. Il sabato e la domenica, per
non dimenticare le informazioni avute durante la settimana, occupato nei compiti.

Il bambino lunico lavoratore non protetto da nessun sindacato, supera ampiamente le


quaranta ore settimanali. Il suo tempo non esiste. E lui esiste? Spesso il bambino si adegua
per essere amato, per compiacere genitori e insegnanti affinch abbiano una buona opinione
di lui, affinch possa lui stesso avere una buona opinione di s; affinch possa essere
valutato e confermato cerca di essere ci che gli adulti desiderano.
Ma il suo sistema neurologico ed emotivo viene sovraccaricato. Non ha tempo e possibilit di
conoscere le sue emozioni, di sperimentarle e di armonizzarle con le regole sociali, non ha
possibilit di conoscere i propri movimenti, di sperimentarli e integrarli per avvicinarsi
agli sport. Ostacolato nei tempi di aggiustamento si irrita, si sente inadeguato, irrequieto,
rischia di diventare suo malgrado o un bambino ubbidiente riunciando ai bisogni o un
bambino disubbidiente, confuso, colpevole che considera il suo bisogno come elemento
distruttivo per una buona relazione con ladulto.
Con leducazione sia comportamentale che motoria che gli adulti vantano come buon risultato
nella crescita il bambino subisce un danno neurologico ed emotivo, un danno muscolare e un
danno emozionale.
Nella giornata del bambino spesso non c niente che soddisfi il suo bisogno: scuola, sport,
regole, adattamento, addestramento. Il suo bisogno non esiste, non riconoscibile, non
esiste la sua vita di bambino, non esiste il suo tempo.
Il rapporto con il tempo subisce una dittatura cadenzata da impegni non scelti, il tempo solo
finire di esaurire gli impegni.
Alcuni esperti della psiche amano, a volte, spero con autoironia, definire la persona sempre
puntuale "ossessiva", quella sempre in ritardo "aggressiva" e quella sempre in anticipo
"ansiosa". Ogni sofferenza viene catalogata in patologia da curare. Oltre al danno anche la
beffa. Proprio gli esperti continuano per a dare consigli su come instradare i piccoli
delluomo senza rendersi conto che proprio questa educazione comportamentale e motoria
inibisce ogni relazione fra la persona, gli altri, le cose che lo circondano (ordine o disordine) e
il tempo.
Se il bambino non ha alcuna possibilit di gestire il suo tempo, da grande sar costretto a
prendere il testimone genitoriale e ad imporsi rigide modalit nellaffrontare la giornata o
rigide ribellioni in rapporto alle convenzioni che gli sono state imposte.
Ci sono persone che sono sempre in anticipo agli appuntamenti, in anticipo nelle cose che
devono fare non sapendo poi come gestire il tempo che rimane, in una corsa anticipata nei
confronti dei doveri che sono stati loro imposti da piccoli e che da grandi loro stessi si
impongono; il testimone che prendono dai genitori tutto ci che possono permettersi avendo
una situazione emotiva non pi in equilibrio, una rigidit muscolare che non permette loro
altra scelta avendo emozioni e sensazioni sepolte nei doveri e nella razionalit.
Ci sono persone che sono assolutamente puntuali in tutto; hanno arrangiato un equilibrio
separato dalle emozioni, ingerito verit assolute, conoscono esattamente domande e
risposte, sono in un armonico rapporto con la patologia del mondo.
Ci sono persone che sono sempre assolutamente in ritardo, che in apparenza combattono gli
schemi genitoriali perdendo tutta la vita a lottare con questa staffetta, ruotandosi fisicamente,
agitandosi ma non muovendosi, pronti a demolire tutto per ricostruire con regole ferree e
rigide, pronte a combattere per tutto; sanno che hanno bisogno di qualcosa, combattono con
il mondo e con il tempo; a denti e diaframma serrati si trovano immersi in cose da fare, si
agitano non comprendendo cosa realmentedevono demolire e cosa devono ricostruire.
In questi tre comportamenti c alla base ununica sofferenza:

limpossibilit fin da bambini di relazionarsi con il tempo; la difficolt di poter a volte cambiare
idea rispetto allimpegno preso, di poter con elasticit fermarsi a guardare, a sentire, per
armonizzare il desiderio di fare una cosa con la possibilit di farla senza ignorare momento
per momento gli eventi della giornata o farsi assorbire da essi.
Questa sofferenza denuncia linterruzione di una continuit innata che lessere umano ha
come patrimonio naturale, come possibilit di rapportarsi al mondo esterno relazionandosi col
tempo, con le cose e con gli altri.
Questa interruzione crea confusione e costringe ad appellarsi a canoni prestabiliti non solo
nei confronti del tempo e delle cose ma, e soprattutto, nei confronti della relazione con gli
altri, relazione chenon servir per entrare in contatto ma solo per avere un minimo
orientamento nel noioso quotidiano.
Jean Liedloff nel suo libro Il concetto del continuum dimostra come rompere la continuit di
un bambino imponendo la propria volont sia come rompere il suo organo motore; spezzare
la sua socialit innata attraverso leducazione la miglior garanzia per ottenere un adulto
antisociale che si trover sempre in difficolt ad adattarsi a leggi e regole di diversi ambienti.
Rompere questa nostra innata socialit vuol dire sentirsi persi, essere stranieri nella propria
vita, stranieri nel proprio corpo, nella propria casa.
Azzittire significa azzittire i nostri guardiani interni (K. Stettbacker),
rompere il continuum (J. Liedloff), perdere la strada per il ritorno a casa ed avere il proprio
fiume interno incapace di scorrere perch ingombro (Clarissa Pinkola Ests). Azzittire
significa deviare la crescita impedendoci di essere adulti e deviare anche la crescita fisica. La
scoliosi un chiaro segno di continuum spezzato, di torsione del corpo, di respiro bloccato, di
soffocamento e imprigionamento della nostra vera natura. Quando viene sgretolata la guida
interna per seguirne una straniera, alcuni, fra coloro che non riescono a subire questo
affronto, manifestano il proprio dolore con la distorsione del corpo.
Ho visto un bambino di quattordici anni che portava un busto dallet di sei anni.
Per otto anni giorno e notte era stato rinchiuso in questa gabbia che
gli stringeva la vita e tutto il torace; dalla parte superiore del busto usciva un ferro che
arrivava sotto al mento e gli spostava il viso verso il lato opposto alla deviazione. Le mani, le
braccia, le gambe e tutto il resto del corpo erano cresciuti ma il suo torace aveva ancora sei
anni.
Quando ho parlato alla madre dei principi del Metodo Mzires e del lavoro che facciamo sul
corpo in alternativa al totale blocco del torace che provoca il busto, lei mi ha risposto solo:
perch? Perch queste cose non si sanno? Perch mio figlio gi in difficolt ha dovuto
subire ancora?.
Ragioni come questa mi hanno spinto a scrivere questo libro.
Ci sono forme di distruzione, omicidi puniti e altri convalidati dalla societ. Mettere un busto,
far tacere lultimo grido, non ascoltare il pianto di un corpo, creare buio e silenzio
imbustandolo uno fra gli svariati crimini incoraggiati dalla societ.
Operazioni alle ginocchia valghe, operazioni agli alluci valghi, operazioni alla colonna
vertebrale traumatici e disorientativi distruggono inesorabilmente una continuit gi flebile e
danno come esito, dopo mesi di riabilitazione, il ritorno alla patologia iniziale.
I medici continuano ad ignorare che tutto dopo poco ritorna come prima, continuano ad
ignorare la potenza e la forza dei muscoli, capaci di deviare la colonna, le gambe, le dita dei
piedi.

Muscoli rigidi carichi di dolore. Coprire questo dolore, tagliare, rincollare d, come ho gi
scritto, la possibilit al medico di dimenticare sempre di pi la sua personale storia dolorosa
ed erroneamente lo spinge a sperare che ferri e sbarre, possano ridare una continuit e
seppellire una storia. Il continuum perso come pu essere riacquistato? Come trovare un
sano modo di sentire la vita, la gioia, la passione, la natura selvaggia senza la quale non
possiamo vivere?
Col mio Metodo non voglio guarire; ho solo lintenzione, forse la presunzione, proponendo un
lento e rispettoso lavoro sul corpo, di offrire la possibilit di ritrovare la propria continuit, la
propria natura, tutto il resto fiorir naturalmente.

Capitolo 3

Il metodo Monari
Nella nostra vita la prima interruzione della comunicazione corporea.
Come ho gi detto per non dare vizi al bambino che lo si abitua a non stare in braccio
troppo spesso. Si segue un sistema educativo che va contro quel naturale rapporto fisico fra
la mamma e il suo piccolo. Secondo Leidloff il bambino dovrebbe rimanere in braccio fino a
che lui stesso non decide di staccarsi perch altri bisogni, come il movimento e la scoperta di
ci che gli sta attorno prendono il posto della primaria necessit di essere ancora un tuttuno
con la madre.
Se viene mantenuta una buona comunicazione corporea il bambino si sentir buono, sentir
di non essere di peso. Questa continuit fra la dipendenza che ha quando nasce e i lenti
processi di indipendenza che costituiscono la sua crescita, gli dar basi solide e un
patrimonio indispensabile per armonizzare con se stesso e con gli altri.
Linterruzione della comunicazione corporea interrompe tutto questo. Il rischio la fragilit
delle comunicazioni future. Durante la vita linterruzione della comunicazione rinnova il
lamento e il dolore passato, e spesso sfocia nella malattia.
Il mio lavoro un lavoro sul corpo, un lavoro sulla struttura muscolare affinch le rigidit
che interrompono la comunicazione si ammorbidiscano; un lavoro sulla relazione corporea,
il tentativo di ripristinare una continuit interrotta dal freddo dellisolamento.
Negli ultimi ventanni alcuni psicoterapeuti che gi ho citato hanno individuato, separandosi
dalla psicanalisi classica, le cause della violenza nel mondo.
Jean Liedloff, Alice Miller, Konrad Stettbacker con lucidit hanno analizzato il dramma che i
bambini vivono e la violenza soffocata che li porter a distruggere se stessi e gli altri.
Clarissa Pinkola Ests nel suo libro Donne che corrono coi lupi parla della donna selvaggia,
ascolta, sente e vive la natura selvaggia che in ogni donna; io mi associo e estendo questo
concetto ad ogni essere umano; una natura di cui tutti siamo stati privati che selvaggia e
sana.
Jean Liedloff ne Il concetto del continuum parla di una continuit spezzata che rompe e
interrompe la nostra natura.
Sono daccordo con questi psicoterapeuti che insieme ad altri hanno influenzato e rafforzato
le basi teoriche del mio metodo.

il corpo del bambino che ha incominciato a irrigidirsi per non sentire il freddo e la paura di
quel distacco, principalmente in quei muscoli che si rotta una continuit, sotto quella
corazza che si nasconde una natura selvaggia.
Ho potuto verificare in tanti anni di lavoro come mano a mano che i muscoli sono pi liberi - e
viene loro data la possibilit di muoversi e di entrare in contatto con il corpo degli altri sentono per la prima volta lautorizzazione a vivere la propria natura, ad esprimersi e a
ricomporre uninnata socialit.
Penso che solo attraverso un lavoro sul corpo si possa sentire la libert del movimento, si
possa mostrare lespressione naturale che i muscoli bloccati rendevano ferma.
Penso che solo dopo un ammorbidimento muscolare si possa ritornare ad un caldo abbraccio
e si possa sentire quel calore che era stato interrotto. con la magia del calore che la nostra
natura prende vita e forza per disubbidire a rigide convenzioni che la soffocano.
Il mio lavoro viene svolto principalmente in gruppo. Da quindici anni ho aperto un centro a
Bologna dove lavoro e dove grazie ai miei allievi ho ampliato le mie conoscenze e la mia
esperienza.
Ho privilegiato fin dallinizio il lavoro di gruppo; forse quando ho iniziato non avevo una vera e
propria ragione per non praticare trattamenti individuali; ho semplicemente seguito il mio
istinto e il mio desiderio; gli anni di lavoro mi hanno poi fatto capire il perch della mia scelta.
Ho trovato illuminanti, come gi detto, le scoperte ed i principi di Franoise Mzires ma
onestamente ho sempre temuto lapplicazione di questo metodo. Il metodo Mzires una
tecnica che si propone di allungare le cinque catene muscolari lavorando molto sulla
respirazione. Se vero che i muscoli trattengono le emozioni, trovo che possa esserci il
rischio di non rispettare i tempi del paziente imponendo un allungamento muscolare totale.
Inoltre penso che se una persona non ha una patologia che le impedisce di camminare o
una cerebropatia grave, valga la pena che faccia un lavoro di gruppo, evitando di delegare il
suo corpo al terapista, per poterlo gestire autonomamente conoscendo i propri blocchi,
percependo le proprie rigidit. Sapr poi da solo cosa fare per ammorbidirsi avendo nei
gruppi sperimentato esercizi per lui importanti, essendo in contatto con i limiti del proprio
corpo.
Nessun terapista pu sostituirsi a questo; pi il lavoro autogestito pi la persona impara a
conoscere i propri blocchi e a rispettare i propri limiti. Inoltre in un lavoro individuale non pu
esserci lincontro con gli altri e questo senza dubbio il limite pi grosso del trattamento
individuale; come ho gi detto, il dolore fisico ed emotivo dato da uninterruzione della
comunicazione e non si pu fare, a mio parere, nessun tipo di terapia prescindendo da ci.
Nonostante questo, il mio Metodo prevede anche trattamenti individuali.
Si tratta di massaggi profondi o di trattamenti fisioterapici.
Pur rischiando di contraddire ci che ho appena scritto sono cosciente che esistono persone
che hanno problemi ad entrare immediatamente a far parte di un gruppo; in questi casi
vengono fatte alcune sedute preliminari di massaggio profondo per ammorbidire i muscoli e
far rinascere il bisogno di socialit. I trattamenti fisioterapici sono indicati per persone con
disturbi neurologici e cerebropatie, persone che non sono in grado di camminare e che non
possono partecipare al lavoro di gruppo; oppure per persone che in seguito ad incidenti
hanno bisogno di una terapia individuale di reintegrazione per ristabilire una continuit
meccanica ed emotiva nel proprio corpo.
Il metodo usato per i trattamenti fisioterapici non il metodo Mzires ma ne vengono
fedelmente mantenuti i principi. Ho elaborato un Metodo che a mio parere lascia pi libero il
paziente di usare i compensi che gli sono indispensabili in quel momento.

Il tentativo comunque, con i tempi personali di ciascun paziente,


di completare il suo lavoro allinterno di un gruppo.

Formazione dei gruppi


Il gruppo preceduto da un colloquio individuale con ogni partecipante al corso.
Il colloquio ha lo scopo di:
- stabilire una reciproca conoscenza;
- informarmi sui disturbi fisici o emotivi della persona;
- informarmi sulle motivazioni che lhanno spinta a voler iniziare questo lavoro;
- dare tutte le informazioni e rispondere alle eventuali domande.
La composizione del gruppo assolutamente casuale. Non infatti importante determinarla,
in quanto la sensazione trasmessa da ognuno singolarmente si trasforma allinterno del
gruppo. Quando si ha un colloquio, la persona che abbiamo di fronte ci propone unimmagine
di s e noi possiamo solo presumere quali siano i suoi bisogni. Solo il suo corpo durante il
lavoro parler delle reali mutilazioni e sofferenze subite. Inoltre il gruppo durante il lavoro
crescer su basi comuni esprimendo di volta in volta bisogni, sensazioni ed emozioni che lo
porteranno ad avere un linguaggio comune, ed con questo che bisogner rapportarsi.

Il lavoro di gruppo verte su tre punti fondamentali:


a) lavoro sulla struttura muscolare;
b) lavoro di relazione corporea fra i componenti del gruppo;
c) impostazione di un lavoro di gruppo che tende a rompere le dinamiche che avvengono
spontaneamente in gruppi di persone vissute in una societ occidentale basata sulla
competizione.
a) lavoro sulla struttura muscolare
Sia nel lavoro individuale che nel lavoro di gruppo vengono mantenuti i principi di Franoise
Mzires; lallungamento della muscolatura tiene conto che esistono cinque catene muscolari
ma soprattutto presa in considerazione la forma perfetta del corpo umano di cui ha parlato
Mzires.
Limportanza della conoscenza della forma perfetta , per un terapista, fondamentale: quando
un allievo ha una spalla pi alta e una pi bassa se non si conosce come dovrebbe essere
naturalmente il corpo umano non si pu sapere quale delle due spalle nella posizione
fisiologica. Fare dellallungamento o dello stretching senza rispettare la simmetria e senza
questa conoscenza, diventa un lavoro assolutamente azzardato.
b) lavoro di relazione corporea fra i componenti del gruppo
Ogni essere umano ha la necessit assoluta di comunicare sempre con gli altri e con il
mondo che lo circonda e sicuramente ha la necessit di comunicare con il corpo, di poter
entrare in contatto col corpo di altre persone, di sentirne il calore e le vibrazioni.
Il corpo pieno di rigidit e di contratture muscolari non assolutamente disponibile a un
incontro con un altro corpo, quindi assolutamente necessario ammorbidire prima la
muscolatura. Quando i nostri muscoli sono ammorbiditi abbiamo di nuovo la possibilit di

avere i nostri cinque sensi attivi che ci mettono in comunicazione con lesterno; ma questi
sensi bloccati per anni, una volta risvegliati possono spaventarci se non trovano accoglienza.
Ad esempio se una persona stata picchiata da piccola, la sua pelle e i suoi muscoli si sono
irrigiditi per proteggersi; tolta questa protezione, rischia di spaventarsi a meno che questa
pelle e questi muscoli non sperimentino per la prima volta, in una situazione di apertura, che
possono ricevere carezze anzich percosse.
In alcuni momenti del mio lavoro, quando, dopo aver proposto alcuni esercizi per ammorbidire
la struttura muscolare, propongo un massaggio a coppie, comprendo perfettamente che
quelle carezze sono accettate profondamente perch la prima volta che vengono ricevute e
date senza muri di difesa. Solo cos una persona pu mano a mano abbandonare le proprie
contratture scoprendo il piacere di vivere senza di esse e questo diminuisce la paura.
c) impostazione di un lavoro di gruppo che tende a rompere le dinamiche che
avvengono spontaneamente in gruppi di persone vissuti in una societ occidentale
basata sulla competizione
Questa impostazione avviene in quattro fasi che vanno dal lavoro a raggera al lavoro
circolare.
Se nel rapporto individuale fisioterapista-paziente necessario, per la buona riuscita del
lavoro, che ci sia un rapporto di fiducia reciproca ( importante infatti che il paziente abbia
fiducia nel terapista ma altrettanto importante che il terapista abbia fiducia nella possibilit
di recupero del paziente), nel lavoro di gruppo fondamentale anche creare un clima di
fiducia tra tutti i componenti del gruppo.
I primi lavori di allungamento muscolare e di relazione sono volti a questo obiettivo. Per
creare un clima di fiducia, la scelta dei lavori non pu essere gi precostituita ma va fatta
tenendo presenti i componenti del gruppo e le loro rigidit; evitando lavori troppo difficili che
possano produrre emozioni di frustrazione e inadeguatezza, cercando invece di dare la
possibilit alle persone di prendere confidenza con il proprio corpo e scoprirne le potenzialit.
Questo ultimo punto di solito crea un clima di tranquillit allinterno del gruppo. Naturalmente
senza andare a toccare le contratture pi profonde, si d per ad ogni persona la possibilit
di comprendere il lavoro, di potersi ammorbidire, di capire che il proprio corpo malleabile.
Allungando infatti una parte si pu verificare la differenza di appoggio tra la parte "lavorata" e
laltra, scoprire, ed ben evidente, come la parte allungata pu fare movimenti fino ad allora
sconosciuti. Mano a mano che le persone acquistano fiducia in s e nel gruppo, il lavoro di
allungamento pu diventare pi profondo.
A questo punto una persona pu ritrovare la vecchia solitudine nel sentire le emozioni e le
sensazioni vere riaffiorare; quando questo succede bisogna avere gi creato un clima di
accoglienza, perch se ci accadesse prima, una persona si troverebbe assolutamente
scoperta, di nuovo sola e di nuovo nelle stesse difficolt in cui si trovata quando queste
contratture sono avvenute.
Ammorbidendo le rigidit muscolari sar pi facile fare un lavoro di relazione affinch ci sia
un incontro anzich uno scontro, come potrebbe succedere se le rigidit di ognuno
prevalessero sul bisogno di relazione.
Il lavoro di relazione ha come scopo anche quello di accogliere i bisogni che sono riaffiorati
allungando i muscoli e sbloccando le sensazioni e le emozioni che vi erano trattenute.
Dopo il lavoro muscolare gli allievi si adagiano su un fianco, schiena a schiena o "uno dentro
laltro" per ritrovare laccoglienza e il calore, per risentire con i muscoli morbidi la continuit di
un contatto che a suo tempo si era spezzato. In questi momenti si ripristina una continuit
interrotta e si intravvede la possibilit di trovare un nuovo modo di relazionarsi con gli altri.

Nella seduta i lavori di allungamento della muscolatura posteriore sono alternati a quelli di
relazione.
I primi lavori di relazione sono basati sul gioco e sul movimento: intanto per sperimentare i
nuovi movimenti che il corpo ora in grado di compiere e contemporaneamente aumentare la
solidariet, la complicit e il contatto allinterno del gruppo.
Tutto il lavoro si basa sullalternanza e larmonia di questi due momenti che andranno sempre
pi in profondit, essendo di sostegno luno allaltro: pi la muscolatura si sblocca e pi ci
sar bisogno di contatto e quindi di lavoro di relazione, pi ci sar contatto e relazione e pi si
avr fiducia e coraggio nel cercare tramite lo sblocco muscolare le sensazioni e le emozioni
imprigionate.
Lo scopo del mio lavoro non quello di guarire le persone ma di creare un clima nel gruppo
che faciliti la conoscenza della verit scritta nel corpo di ognuno di noi.
Tutti i miei lavori hanno lo scopo di agevolare lallievo a scoprire i propri blocchi; le persone
conoscono la salute, solo non sanno come ritrovarla.
Gli esercizi vengono proposti ma non vengono n mostrati n corretti: non tanto importante
eseguirli quanto scoprire cosa impedisce il movimento; e solo in un clima di non giudizio e di
non correzione le persone hanno la possibilit di ascoltarsi.
Spesso, dopo il lavoro chiedo agli allievi come si sentono e che sensazione hanno avuto. Non
dico mai ci che ho visto ma ascolto solo quello che hanno provato.
Dare il mio parere a un allievo e parlare del significato dei suoi blocchi prima che lui stesso ne
sia cosciente significherebbe renderlo dipendente intellettualmente da una mia
interpretazione, che peraltro pu non essere esatta; ma qualora lo fosse, significherebbe
staccarlo dalle sue percezioni e farlo dipendere dalle mie conoscenze.
Personalmente ho notato come linterpretazione dei miei sintomi da parte di alcuni dei miei
maestri mi creasse dipendenza e insicurezza.
Fin da quando si piccoli, dalla scuola materna in avanti, gli insegnanti interpretano e
determinano latteggiamento degli alunni.
premiato chi pi degli altri, pi bravo, pi buono, pi bello, pi intelligente. In terapia e
nella cura premiato chi, con la guarigione, conferma il lavoro del terapista o del medico, a
scuola il bravo scolaro conferma linsegnante.
Nella scuola elementare il giudizio, che adesso ha preso il posto del voto, mette i bambini in
continua competizione fra di loro lasciando incontestata la posizione della maestra; ogni
bambino fa riferimento alla maestra, ne teme il giudizio, fa di tutto per essere pi bravo
perch sar pi amato e pi accettato.
Cercare di essere pi bravo non vuol dire riuscirci; il bambino molto sensibile sar pi
preoccupato di essere escluso che di ascoltare la maestra.
In ogni gruppo che si prefigga uno scopo, anche un qualsiasi corso di lingua straniera
composto da adulti, prima che i membri si avvicinino allo scopo, dovranno riattraversare tutte
le volte conflitti di inadeguatezza e di esclusione.
Sottoposto allo stress dellessere il migliore, chi riuscito ad ignorare i propri conflitti, la paura
dellesclusione e dellinadeguatezza, riuscendo ad essere il pi bravo, si trover sempre in
ogni nuovo gruppo, ad ignorare se stesso per piacere; chi immerso nei conflitti ha ignorato
linsegnante, si sentir in ogni gruppo inadeguato allapprendimento.
Il lavoro muscolare comporta la proposta di esercizi di allungamento che ammorbidiscono le
contratture muscolari e allentano la corazza muscolare, quindi ancora di pi e a maggior
ragione si vulnerabili; che il gruppo sia amico indispensabile.
Ma non sar mai un gruppo amico se il riferimento per ogni membro sempre costantemente
il conduttore.

Se il lavoro costantemente a raggiera non vi alcuna speranza di evitare la competizione.


Ancora pi dolorosamente, perch se una persona lavora sul corpo costretta a competere e
in pi a fingere di occuparsi di s. In questo caso il lavoro a raggiera e quindi la competizione,
portano alla contraddizione che il pi bravo quello che pi si occupa di s. Tutto ci
assolutamente incompatibile.
Ogni gruppo, ma in particolar modo un gruppo che lavora sul corpo, non pu in assoluto
permettersi che ogni membro faccia riferimento al conduttore.

Lavoro a raggiera
Prima fase
In una prima fase per inevitabile che il lavoro sia a raggiera.
Quando un allievo inizia un lavoro di gruppo oltre alla paura del giudizio e al timore del
gruppo, ha comunque molte aspettative sul conduttore; pensa che comprenda la verit sulla
sua vita, che sappia tutto di lui appena lo guarda, che attraverso le sue rotazioni possa
conoscere la profondit del suo dolore; la sua richiesta quella di massima attenzione,
ignorarla sarebbe come lasciarlo solo.
Come un bambino piccolo pensa che la mamma sappia tutto ed esige da lei la pi totale
attenzione, cos lallievo abituato da sempre a dover farsi notare ha la necessit di essere
guardato e accettato, ha bisogno che vengano accettate le modalit seduttive che propone.
Ci sono allievi che amano intervenire sempre, altri che devono contestare, altri ancora che
convalidano quello che viene proposto ecc.; hanno imparato a farsi amare cos.
Ogni allievo in un gruppo propone un rapporto individuale (da sempre abituato a fare cos).
Per questo motivo lalleanza terapeutica pu avvenire allinizio solo attraverso un lavoro a
raggiera. Persistere, mantenendo questa modalit nel corso del lavoro, porterebbe a
dinamiche di gruppo conosciute e subite non solo fin dalle scuole elementari ma anche in
famiglia nei confronti dei fratelli. Ho sempre pensato che i fratelli avrebbero minor gelosia e
competizione fra di loro nel contendersi loggetto damore mamma o babbo, se non fossero i
genitori a rapportarsi singolarmente con il figlio, se attraverso i paragoni non li dividessero
dando e togliendo continuamente la speranza ai figli di essere loggetto damore preferito.
Se non ci fosse questo comportamento i figli avrebbero maggior possibilit di solidarizzare fra
di loro e di godere di una reciproca complicit; questo rafforzerebbe la loro sicurezza nel
rapporto coi genitori e forse permetterebbe ai figli di avere pi coraggio nel ribellarsi alle
profonde ingiustizie che spesso subiscono.
Come i genitori, i conduttori che tengono gruppi di qualsiasi tipo, dalla scuola alle palestre, ai
gruppi di terapia fisica o psichica, hanno buon gioco mantenendo un riferimento costante su
di s. Il lavoro pi semplice e ogni loro sbaglio relazionale di intolleranza o comunque di
poca partecipazione emotiva, raramente viene rimarcato dal momento che, limpegno pi
grosso per figli, alunni, allievi, pazienti quello di apparire e di farsi vedere piuttosto che
guardarsi.

Leventuale esclusione allinterno di un gruppo non viene considerata responsabilit di


maestri, conduttori o terapisti, ma pi semplicemente viene riferita a problemi personali e di
relazione del bambino, del paziente o dellallievo. Nessuno mette in dubbio che
probabilmente da anni questa stata la modalit di difesa a cui una persona ha fatto pi
spesso riferimento, ma sicuramente, stata richiamata e rafforzata dallatteggiamento del
conduttore del gruppo (classe, terapia, palestra ecc.).

Figura 4

Seconda fase
Il passaggio dalla prima alla seconda fase avviene attraverso il lavoro muscolare e la scelta
dei lavori di relazione.
Il lavoro di relazione permette di spostare il punto di riferimento dal conduttore al gruppo e
questo vuol dire diminuire la dipendenza dellallievo nei confronti del conduttore, quindi
metaforicamente nei confronti dei genitori, e trovare accoglienza e conferma nel gruppo
aumentando la propria sicurezza (come per i bambini il gruppo dei coetanei la forza per
diminuire la dipendenza dai genitori).
Personalmente ho notato che i lavori di relazione, dopo aver fatto un lavoro sulla struttura
muscolare, sono cos autentici da fortificare in modo molto profondo il gruppo contenitore.
Non avviene la stessa cosa quando il lavoro relazionale non preceduto da un lavoro
muscolare, proprio perch spesso si tratta di uno scontro tra barriere muscolari pi che di un
incontro e il caldo rifugio rimane sempre il conduttore. In questa seconda fase il conduttore
ancora un riferimento abbastanza importante ma occorre impostare lavori di relazione che

mettano sempre pi in rilievo i compagni del gruppo, lavori che aumentino sempre pi la
fiducia nel gruppo e il desiderio di relazione con le persone appartenenti al gruppo.
Questa seconda fase, di passaggio per arrivare ad un vero lavoro circolare, trova terapista e
allievi uniti, e lallievo si sente protetto sia dal terapista che dal gruppo.
A questo punto possono essere proposti lavori che coinvolgono muscoli profondi come gli
scaleni, il diaframma e muscoli che anche se pi superficiali trattengono maggiormente le
emozioni come i muscoli di tutta la parte superiore del corpo, muscoli del viso, del torace e
del collo. Spesso questi muscoli si sono irrigiditi addirittura nei primi giorni di vita e spesso
trattengono dolori profondi; solo quando il gruppo accogliente e la relazione tra le persone
forte, possibile contenere e proporre questo tipo di lavoro. Il lavoro di relazione sar di
contatto per accogliere le emozioni e unire ancora di pi il gruppo.

Figura 5

Terza fase
Nella terza fase la figura del terapista tende ad essere sempre meno importante; presente
in caso di necessit ma fuori dal gruppo; il riferimento sono pi i compagni che il terapista e
lallievo lentamente incomincia a fidarsi delle proprie capacit. La terza fase da una parte
rafforza la seconda e dallaltra prepara allultima fase che quella del lavoro circolare. I lavori
muscolari tendono a dare sempre pi stabilit per cui il lavoro sul dorso, sul bacino, sulla
coscia (quadricipite), sulle gambe. Il limite per un bambino non un concetto, lunico limite
che conosce percettivo ed dato dai limiti del suo corpo, limiti nel senso del contorno del
corpo. Se i suoi contorni sono stati maltrattati, se il suo corpo stato strattonato e percosso,
se stato umiliato e i suoi limiti sono stati invasi, lui percepir che sia i suoi limiti che quelli
degli altri potranno essere non rispettati perch questa la sua esperienza.
Nella sua vita ci sar confusione sulle parole rispetto, contorno, limite, e non potr contenersi
ma solo trattenersi. Ogni sofferenza della vita senza un contenitore si trasforma in ansia e va
a rafforzare le contratture e le rigidit dellinfanzia.

Trattenere vuol dire sopportare con rabbia e ansia un dolore nascosto, contenere significa
convivere col dolore. Il dolore pu convivere con la gioia, con lamore, con il piacere; lansia e
la rabbia vivono soli.
Se il gruppo un buon contenitore una persona pu conoscere per la prima volta lesperienza
di essere contenuta e pu comprendere come contenere se stessa e gli altri.
Ogni volta che il gruppo contiene la sofferenza del singolo lo aiuta nel faticoso passaggio dal
trattenimento delle emozioni al suo contenimento.
Lesperienza per la prima volta di un gruppo contenitore buono e accogliente gli sar di
aiuto nella lenta ricostruzione del proprio contenitore, del proprio limite, del proprio confine e
di quello degli altri; percependo accoglienza e amore avr la possibilit di scoprire il rispetto.
I limiti e i contorni del corpo accarezzati ridanno dignit e forza a un corpo che si sente
apprezzato, muscoli pi snelli e pi forti hanno la possibilit e lenergia di accogliere ed
accettare queste carezze. In questa terza fase c la preparazione ad un proprio contenitore,
alla possibilit di comunicare proteggendosi e non difendendosi.
Questa terza fase, dove il gruppo molto unito, la pi naturale per gli allievi e la pi difficile
per il terapista perch si sente isolato e, se non ha un suo contenitore o in un momento
difficile della sua vita, rischia con azioni inconsce di riportare il lavoro a raggiera: aiutando
troppo qualche allievo in difficolt oppure gratificando alcuni membri del gruppo, o
proponendo lavori che richiedano il suo aiuto e la sua presenza.
Conosco questa solitudine e a volte ho sbagliato; riconoscerla permette al terapista di rifare
un passo indietro e di riproporre lavori che ridiano autonomia al gruppo.

Figura 6

Quarta fase

La quarta fase quella che permette agli allievi di sentirsi contenuti e protetti anche senza un
forte legame con il gruppo. Si lascia lentamente il contenitore-gruppo per il proprio
contenitore; si lascia la casa di tutti per la propria casa.
Riconoscerla significa dichiarare di aver sbagliato il lavoro togliendo la responsabilit agli
allievi di sentirsi inadeguati.
Come quando un bambino si diverte e non ha bisogno della mamma, pu succedere che la
mamma tenti di ricondurlo a s, o preoccupandosi per lui o gratificandolo o riempiendolo di
attenzioni negative, ad esempio: stai sudando, smetti di correre, fra un po ora di tornare a
casa, attento a non farti male.
Come quando un adolescente inizia la sua strada sembra difficile dargli fiducia, ci si
preoccupa della sua vita, ci si preoccupa degli errori che potrebbe fare ma in realt ci si sta
occupando solo della propria solitudine.
Quando i muscoli sono pi morbidi e il dolore che trattenevano stato accolto, lansia, la
rabbia, il senso di colpa per la vergogna della ferita diminuiscono e il corpo ritrova la sua
continuit. Il continuum ritrovato fa uscire la nostra natura selvaggia e il bisogno di libert. Ci
si sente protetti e contenuti dai difensori naturali: i nostri muscoli, che vivi, forti ed elastici
avvolgono i nostri organi. Organi non pi stritolati ma liberi di funzionare, organi ossigenati
che alimentano lenergia e la forza invece di trattenerla.
Il lavoro finalmente circolare, non c pi la necessit di identificarsi con il gruppo. Questo
offre la possibilit di una comunicazione autentica, di stare sulle proprie gambe perch sono
forti, di avere un buon appoggio del piede, di poter abbandonare spalle, diaframma,
mandibola perch sono le gambe a sostenere, perch i piedi hanno un buon appoggio; ci
lascia liberi di muoversi, di ballare, di correre,
lascia liberi di avere un buon contatto corporeo con gli altri senza appoggiarsi allaltro.
Appoggiandosi sui propri piedi nel contatto e nel movimento laltro finalmente laltro; dare e
ricevere diventa solo uno scambio che d piacere e ricchezza.

Figura 7

In questa ultima fase si lavorano molto le gambe e i piedi; i lavori di relazione sono soprattutto
di movimento e quando viene proposto un contatto corporeo questo contatto non accoglie pi
le ferite ma soddisfa il piacere.

Il conduttore torna a far parte del gruppo, il gruppo non pi ununica struttura contenente ma
linsieme di persone con una propria autonomia. Il conduttore rientra nel gruppo non come
riferimento tecnico ed emotivo ma come consigliere tecnico in un rapporto pi paritario e di
maggior scambio.

Queste fasi non sono mai rigide e ben definite come sono state descritte, non sempre infatti
le fasi si completano e a volte, per necessit o per errore si torna indietro e poi si riprende. La
cosa importante che nessun terapista del Metodo Monari intende guarire, rieducare o
educare, nessuno tenta di fare della pedagogia, nessuno vuole interpretare.
Le quattro fasi sono una linea ipotetica, ideale che la magia spesso rende vere ma che non
sono un fine, uno scopo, un dato di fatto.
Queste quattro fasi sarebbero naturali in un gruppo se le persone non fossero state orientate
da sempre verso la competizione, il giudizio, la minaccia dellabbandono.
Sono le stesse fasi che naturalmente attraverserebbe un bambino nella sua crescita se
questa non fosse spezzata dalleducazione, dalla mancanza di fiducia nellinnata bont e
socialit del bambino.
Se tra la mamma e il bambino ci fosse un naturale distacco deciso dal bambino, il contenitore
unico madre-bambino, senza traumi, si evolverebbe nellidentificazione del bambino prima
con la famiglia poi col gruppo dei coetanei. Questi passaggi naturali porterebbero lessere
umano a diventare un adulto maturo che se in futuro dovesse riformare una famiglia lo
farebbe per il piacere di dividere lintimit e la vita sociale con un partner e per offrire a sua
volta ai figli laccoglienza ricevuta dai genitori.
Questo non avviene nella vita e non avviene naturalmente in un gruppo, e non sempre
avviene con il mio Metodo.
Il mio Metodo solo un tentativo ma importante spezzare le dinamiche di gruppo frutto di
una societ competitiva, fredda e violenta.
Anche allinterno di ununica seduta il lavoro ha una crescita che attraversa le quattro fasi; nel
momento finale del lavoro di relazione, anche solo per un attimo gli allievi sperimentano la
possibilit di contenersi da soli e di sentire la gioia dellautonomia.
Perch questo patrimonio possa essere stabile e continuativo, perch la vita delle persone
possa cambiare e diventare pi naturale, perch la natura selvaggia possa essere sempre
presente e perch i veri bisogni possano essere individuati occorrono molti anni di lavoro e
non sempre questa possibilit diventa effettiva.
Konrad Stettbacker sostiene che nessuno pu far guarire una persona senza che questa lo
desideri profondamente. Questa tesi a volte pu essere un modo per scaricare la
responsabilit del terapista, ma decisamente vero che ci sono persone che proprio non
possono modificare il loro sistema di vita, non possono permettersi di ammorbidire i loro
muscoli e non possono consolare le proprie ferite n farsele consolare. Fra coloro che non
possono ci sono persone chenon proseguono il lavoro, altre che continuano nella libert di
prendere solo quello che possono: non cambieranno la loro vita ma vivono alcuni momenti di
tranquillit quando sono in gruppo.
Ognuno prende e d quello che pu. Non ho la pretesa, tramite i risultati che ottengono i miei
allievi, di confermare il mio lavoro e il mio Metodo.

Alcuni fra i miei allievi hanno modificato completamente la loro vita perch credo che questo
lavoro sia stato per loro una vera chiave di accesso al loro passato e una possibilit per
ritrovare la loro vera natura. Altri un po incerti stanno avviandosi verso questo cammino
doloroso e gioioso, altri non hanno potuto farlo.
Spesso mi sono chiesta cosa mi ha condotto a fare questo lavoro, cosa mi ha spinto a
costruire un Metodo diverso da quello dei miei maestri pur prendendo da ognuno qualcosa
che mi apparteneva. Mi sono sempre data come risposta: tento di ricostruire ci che mi
mancato.
Questanno non mi sono data una risposta ma spontaneamente ho scritto qualcosa per me e
per i miei allievi.

Comprendo larroganza della mia e della tua solitudine


il ritmo veloce della mia e della tua paura
conosco il tuono del mio e del tuo cuore
e contemporaneamente la sua timidezza e la sua tenerezza
Sento il racconto della mia e della tua vita
tutte le volte che ti tocco
tutte le volte che ti guardo con calma.
Conosco la voce flebile che narra la verit nascosta
conosco la forza dei miei e dei tuoi muscoli
il mio e il tuo passato faticosamente sepolti.
Mai rinuncerei a tutto questo
provo il piacere di una cascata
la forza di un fiume tumultuoso
la calma di un lago.
Guardo lacqua scorrere
infrangere gli argini
fare piroette
infuriarsi
calmarsi
sicura che non ne saremo travolti
non temo la vita.

Dedicato a me e ai miei allievi

Esempio di una seduta


Come ho gi detto, nelle prime sedute vengono ammorbiditi i muscoli pi superficiali come i
glutei, i trapezi, i gran dorsali. Man mano che questi sono pi liberi si lavora sui muscoli pi
profondi dove sono trattenute le emozioni pi forti. Il lavoro di relazione ovviamente in
armonia col lavoro strutturale.

Lavoro sui glutei


I glutei fanno parte della catena muscolare posteriore e la loro rigidit non solo irrigidisce tutta
la catena posteriore, ma spesso in relazione con la rigidit di unaltra catena muscolare
interna, formata da due grandi muscoli: lileo-psoas e il diaframma. Lo sblocco muscolare dei
glutei ammorbidisce le gambe, la zona lombare e quella cervicale (catena posteriore), ma d
anche la possibilit di una migliore respirazione perch, coinvolgendo la catena muscolare
interna, permette al diaframma un miglior funzionamento.
Questo lavoro sui glutei, che sperimentai per la prima volta nel 1979 con Madame Ehrenfried,
ha sicuramente un effetto benefico e rassicurante e permette inoltre un buon appoggio dei
piedi e quindi molta pi stabilit.
Per far comprendere il mio lavoro descriver la prima seduta, lunica programmata a priori;
tutte le altre mi sono suggerite di volta in volta dalle esigenze degli allievi.
La scelta di lavorare i glutei nella prima seduta non avviene solo perch importante
rilassare prima i muscoli superficiali ma anche perch il lavoro dei glutei porta subito un
allungamento facilmente percepibile; le persone che lavorano per la prima volta possono
quindi rendersi conto delle possibilit del loro corpo.
Sdraiati a terra con la schiena appoggiata al pavimento, le gambe piegate, i miei allievi sono
in cerchio, posso vederli tutti, e guardare i loro visi, le loro spalle, le difficolt che incontrano il
primo giorno: il primo incontro con il loro corpo.
Chiedo che sentano lappoggio a terra, come appoggiano la nuca, il bacino, la zona lombare,
dove lappoggio pi profondo e dove quello pi superficiale, come sono appoggiate le
braccia e il dorso della mano, senza modificare lappoggio ma solo percependolo.
E cos continuo: piegate le gambe mettendo i piedi sotto le ginocchia, contraete il gluteo
destro e poi rilassatelo, e ancora contraetelo e rilassatelo, continuate questo movimento
seguendo il vostro personale ritmo. Mettete una pallina da tennis al centro del gluteo e
continuate per un po a contrarre e a rilassare; abbandonatevi completamente sulla pallina
cercando di non inarcare la zona lombare; rimanete in questa posizione per qualche minuto.
Togliete ora la pallina e sentite il vostro appoggio; sentite la differenza tra la parte destra e la
parte sinistra.
Faccio quindi mettere di nuovo la pallina da tennis sotto il gluteo destro ma un po pi in alto,
cercando sempre di non far inarcare la zona lombare e chiedo di portare il ginocchio della
gamba destra verso il torace, mettendo la mano destra sul ginocchio destro e facendo fare
allanca ampi movimenti circolari. Non la gamba che dirige il movimento, ma la mano sul
ginocchio che fa muovere lanca, prima in un senso e poi nellaltro.
Poi dico di mettere le mani dietro al ginocchio provando ad alzare la gamba e con le mani di
sentire i muscoli che si trovano dietro al ginocchio, massaggiandoli lungamente per
ammorbidirli, poi dico di portare, alzando la gamba, il tallone verso il soffitto allungando tutti i
muscoli della gamba.

E continuo: provate adesso a muovere il piede portando le dita verso il soffitto, poi
lentamente continuate a fare la flessione dorsale e plantare della caviglia, portando una volta
il tallone verso il soffitto e una volta le dita, continuate cos per un po. Abbassate lentamente
la gamba, togliete la pallina e ascoltate.
Distendete entrambe le gambe e sentite la differenza di appoggio tra la parte destra e la parte
sinistra, sentite se la gamba destra vi sembra pi lunga, sentite come appoggia il bacino,
sentite se la spalla destra vi sembra pi appoggiata, se il dorso della mano appoggia di pi,
poi passando su un fianco mettetevi seduti; le gambe sono distese, guardatele, non
spaventatevi, la destra pi lunga, sentite anche se il ginocchio destro appoggia di pi a
terra. Ora alzatevi e sentite se anche stando in piedi il braccio destro pi lungo, se la mano
pi aperta, se lanca pi distesa. Prestate attenzione al vostro viso, sentite se locchio
destro pi grande e, aprendo e chiudendo la bocca, provate a sentire se lapertura diversa
a destra e a sinistra e se locclusione dei denti si modificata. Poi muovetevi nella stanza e
sentite come camminate.
Quindi faccio mettere gli allievi di nuovo sdraiati a terra, per risentire lappoggio, poi si pu
incominciare a lavorare la parte sinistra.
(figure nn. 8, 9, 10, 11,12,13).

Figura 8: massaggio ai muscoli flessori della gamba durante lesercizio per ammorbidire i glutei.

Figure 9, 10: una sequenza del lavoro sui glutei. Movimento circolare dellanca con la pallina
sotto i glutei.

Figure 11, 12: massaggio dei muscoli flessori


della gamba durante lesercizio per
ammorbidire i glutei.
Figura 13: dopoaver lavorato il gluteo destro anche
la spalla destra pi bassa, il braccio destro pi aderente
al fianco, la parte destra del viso pi rilassata.

Questo lavoro di modificazione della struttura ci permette, lavorando prima la parte destra, di
sentire la differenza tra le due parti e percepire come potremmo essere se fossimo morbidi e
quali maggiori possibilit avrebbe il nostro corpo nel muoversi. importante che le
modificazioni ottenute, una volta ritornati alla vita quotidiana, non lascino il posto alle vecchie
contratture (figura n. 13).
Perch ci non avvenga fondamentale che si modifichi lo schema corporeo cio la
percezione che abbiamo del nostro corpo; spesso proprio le parti pi rigide sono quelle meno
percepite e non basta ammorbidirle, necessario che tornino a vivere tramite il piacere del
movimento e del contatto, armonizzando con il resto del corpo.
Il nostro corpo avr maggiore possibilit di percepirsi e di trattenere questa percezione se
vivr il piacere che la sua schiena morbida pu ricevere tramite il contatto con unaltra
persona. Solo il piacere pu modificare la percezione, pu calmare, addolcire il dolore subto
che aveva indurito i nostri muscoli; ed per questo che in questa prima seduta il lavoro di
contatto sar su tutta la schiena.
A questo punto della seduta chiedo agli allievi di mettersi sdraiati su un fianco a coppie
schiena con schiena (figure nn. 14, 15).
I muscoli della schiena ora sono pi morbidi, la respirazione pi profonda; in posizione fetale
schiena con schiena pu iniziare una comunicazione fatta di piccoli movimenti del torace: di
un torace non pi silenzioso, di un torace che non blocca pi il respiro.
Sono momenti di grande calore e tranquillit; a questo punto una musica fa da sottofondo e
aiuta ad abbandonarsi.
Lascio passare una decina di minuti, chiedo poi agli allievi di alzarsi lentamente e sempre a
coppie di mettersi seduti schiena contro schiena (figura n. 16); poi in piedi, in cerchio, un
cerchio abbastanza stretto, chiedo di dire con una parola la sensazione che ognuno ha
provato. Nella prima seduta il contatto schiena a schiena, non solo perch stata la parte
lavorata ma anche perch la zona del nostro corpo pi coriacea, pi protetta e meno
coinvolgente.
Ora in piedi, con una musica pi vivace, propongo loro di mettersi
di nuovo schiena a schiena, di dondolarsi e di sfregare la propria

Figura 14: schiena contro schiena sdraiati.

Figura 15: schiena contro schiena sdraiati.

Figura 16: il lavoro di


relazione che viene sempre
dopo il lavoro sulla
struttura. Un altro modo
per scaldare la propria
schiena con quella del
compagno; da seduti
con le gambe allungate,
abbandonarsi comunicando
con la schiena e con
il respiro.

schiena con quella del compagno. La musica adesso pi vivace, il contatto pi simpatico
e sotto forma di gioco; la schiena prima ammorbidita, poi scaldata, ora pu saltellare e
giocare (figura n. 17).
Anche se nel nostro schema la schiena occupa un posto ridottissimo e la nostra percezione
ne limitata, dopo questa seduta facile andare a casa sentendo che abbiamo una schiena.
Come dicevo, tranne la prima, nessuna seduta programmata. Nel corso di uno stage o nelle
sedute settimanali, il lavoro via via pi profondo: come per esempio il lavoro sui muscoli
scaleni che si inseriscono nelle ultime sei vertebre cervicali e nella prima e nella seconda
costa. Gli scaleni appartengono alla catena muscolare posteriore; la loro contrattura provoca
un inarcamento della zona cervicale e di tutta la muscolatura posteriore e inoltre un blocco
respiratorio nella zona alta del torace. Allungando questi muscoli si libera il respiro e spesso
riaffiorano emozioni profonde; inoltre la zona cervicale si appiattisce, le braccia sono pi
libere e c una grossa modificazione della posizione della testa e della muscolatura del viso.
Il viso cambia espressione e si pu verificare la diversa posizione del corpo prima del lavoro e
dopo.
Respirare di nuovo profondamente, aprire la parte alta del torace, modificare la posizione
della nuca, pu rinnovare un bisogno di protezione e desiderio di calore, pu far nascere un
bisogno di protezione e desiderio di calore molto forti ed per questo che di solito - ma non
sempre cos, poich il lavoro di relazione dipende dal bisogno del gruppo - propongo prima di
mettersi su un fianco da sdraiati uno vicino allaltro (figure nn. 18, 19) poi, in piedi, un incontro
a coppie dove a turno le mani di uno scaldano le parti appena lavorate dellaltro (figure nn.
20, 21, 22, 23).
Ricordo il cambiamento di L. dopo una giornata di lavoro, ma soprattutto dopo aver lavorato i
muscoli scaleni e essersi massaggiati vicendevolmente a coppia. Quando ho conosciuto L.
ho subito notato la forte asimmetria del suo viso, locchio sinistro pi chiuso, ma soprattutto il
labbro superiore pi alto a sinistra e la bocca chiusa in una smorfia. Sembrava avesse avuto
una paralisi facciale, lei

Figura 17: il lavoro consiste nellentrare in contatto con pi componenti del gruppo per sentire
come ogni persona attraverso la sua schiena esprima il proprio modo di essere e come le schiene
siano assolutamente diverse una dallaltra.

Figura 18: respirare di nuovo profondamente, aprire la parte alta del torace, modificare la posizione
della nuca pu lasciare un bisogno di protezione e di calore molto forti ed per questo che di solito ma non sempre, perch il lavoro di relazione dipende dal bisogno del gruppo - propongo prima di
mettersi su un fianco uno vicino allaltro, poi, in piedi, un incontro a coppie dove a turno le mani di
uno scaldano le parti appena lavorate dellaltro.

Figura 19: sdraiati uno vicino allaltro.

Figura 20: massaggio a coppie.

Figura 21:
massaggio a coppie.
Figura 22:
massaggio a coppie.

Figura 23: massaggio alle mani.

Figure 24, 25: contatto delle mani con la musica.

Figure 26: contatto di gruppo.

Figure 27: contatto di gruppo.

Figura 28: contatto di gruppo.

non mi disse niente e io non indagai.


Dopo qualche mese di lavoro in un gruppo settimanale, le consigliai di fare uno stage.
Durante lo stage feci fare un esercizio che ammorbidiva i muscoli scaleni e poi proposi di
lavorare le braccia. Notai che il viso di L. si contraeva sempre di pi e mostrava terrore; mi
avvicinai per non lasciarla sola e dopo un po le dissi, piano, che se voleva poteva fermarsi,
ma mi rispose che preferiva continuare.
Rimasi vicino a lei.
Alla fine del lavoro, a dispetto della sua determinazione, il lato sinistro del suo viso era ancora
pi contratto.
Proposi di scegliere un compagno per un massaggio a coppie, al viso, alle mani e soprattutto
al torace; pi che massaggiare dissi di dare calore, con le proprie mani, al corpo del
compagno, soprattutto nelle parti appena lavorate.
Mentre la compagna di L. le toccava il viso, L. cominci a piangere, un pianto silenzioso e
profondo, e abbracci la sua compagna.
Subito dopo il suo viso era pi morbido; ma finito il lavoro di tutta la giornata, nel momento in
cui solitamente si parla delle sensazioni avute, lei non disse niente. Quando la rividi la mattina
dopo, il suo viso era assolutamente simmetrico. In tutta la mia vita lavorativa non avevo mai
assistito a una modificazione cos forte; quella che sembrava una paralisi facciale era
completamente sparita. Il viso era rilassato e morbido, la smorfia della sua bocca non
esisteva pi.
L. volle parlare allinizio della seduta, e raccont che, dopo il lavoro degli scaleni, le sue
braccia avevano incominciato a tremare e nel lavoro successivo mentre alzava le braccia
verso il soffitto si era rivista piccola, nella culla, mentre chiamava la mamma, e limmagine
seguente era stata di un viso che laveva spaventata, un viso arrabbiato e, nel suo ricordo,
deforme. Il lavoro di contatto laveva scaldata e aveva calmato il suo terrore; poi, la notte,
ripensando allaccaduto, aveva realizzato che sua madre aveva, ed ha tuttora, una paralisi
facciale contratta prima che lei nascesse.
Con molta tranquillit e consapevolezza raccont al gruppo che durante la notte aveva avuto
il coraggio di abbandonare le sofferenze che non le appartenevano: separandosi dal dolore
della madre aveva ritrovato il suo viso.
Non sempre le modificazioni sono cos veloci, il pi delle volte i tempi sono relativamente
lunghi. Come ho gi detto, il corpo ha bisogno di non essere aggredito, ha la necessit di non
dover dare prova di s, non pu lavorare per i risultati ma per se stesso cos come un
bambino non pu crescere per essere bravo ma per il piacere di crescere.

Recupero della propria morbidezza


Ci che pi mi ha colpito di F. una giovane donna di 34 anni, furono la staticit e la rigidit del
suo viso; era molto gentile, con una vocina flebile e sottile. Il suo passo sfiorava appena il
terreno.
Il primo giorno, dopo un breve colloquio, iniziammo con un trattamento individuale. Non aveva
grosse asimmetrie e nemmeno forti rotazioni, era per estremamente contratta e la catena
dei muscoli posteriori era molto rigida: quando le proposi di flettersi, raggiunse a fatica le
ginocchia con la punta delle dita. Le chiesi di fare lunghe espirazioni da supina, cercando di

abbassare le coste, ma per lei era completamente impossibile; anche il suo respiro era sottile
e flebile. Tutto ci contrastava enormemente con la forma e la durezza dei suoi muscoli
posteriori. La sua delicata figura era in effetti difesa da unincredibile corazza di cemento che
la voleva proteggere dal mondo esterno, dando alla sua pelle liscia e serrata
unimpermeabilit che non le permetteva di ricevere e far uscire emozioni. La sua gentilezza
e il suo sorriso erano lunica maschera che poteva presentare.
Dopo il primo trattamento individuale le proposi di lavorare in un gruppo. Qualsiasi esercizio
venisse suggerito, F. sembrava essere confusa e ogni movimento le provocava un forte
dolore. Quando, da supina, alzava una gamba, anche laltra tendeva a salire, il collo e la
regione lombo-sacrale si inarcavano e tutto il suo corpo in blocco seguiva il movimento delle
gambe.
Quando, sempre da supina, cercava di far aderire il collo a terra, tutto il corpo si inarcava.
Avvertivo la sua difficolt e la sua irritazione, anche se il suo viso non si alterava. Quando le
proposi di alzarsi e di muoversi insieme agli altri seguendo il ritmo della musica, F. si ferm in
un angolo della stanza e rest immobile. Per circa due mesi di lavoro rifiut di fare qualsiasi
movimento libero e di rapportare il suo corpo a quello degli altri. Quando per le proposi di
fare uno stage di due giorni accett con entusiasmo.
Furono due giorni molto pesanti per lei, con lievi risultati, ma mi accorsi nella seduta
settimanale successiva allo stage che quasi improvvisamente qualcosa era cambiato: i suoi
muscoli erano pi rilassati e i suoi movimenti pi liberi, anche se il diaframma era ancora
fortemente contratto. In quella seduta, mentre massaggiavo i suoi trapezi, sentendoli pi
morbidi, cercai di andare pi in profondit.
F. cominci a piangere; era un pianto di dolore, sentivo i suoi trapezi allentarsi, il diaframma
sciogliersi, il suo viso scomporsi.
Credo che con questa seduta sia iniziato il vero lavoro di F.
passato un anno. Non posso raccontare ogni momento del suo cammino ma c stato un
altro episodio estremamente significativo di cui vorrei parlare. Durante i primi sei mesi di
lavoro, F. aveva sempre rifiutato di fare qualsiasi esercizio di coppia o di gruppo; quando
proponevo un massaggio a coppie, le sue mani erano affrettate, sfioravano con la punta delle
dita il corpo del compagno evitando qualsiasi contatto. Non accaduto in una particolare
seduta, ma lentamente, mentre il corpo di F. cambiava, cambiava il suo modo di muoversi e
di rapportarsi agli altri.
Nellultimo stage, le proposi di immaginare di avere delle radici al suolo e ad occhi chiusi di
cercare, muovendo tutto il corpo, le altre persone del gruppo. Dopo i primi attimi iniziali di
imbarazzo, in cui ognuno era alle prese con le proprie radici come se fossero dei legami poco
agevoli col suolo, ho visto F. muovere con estrema lentezza e con grande attenzione e cura
le mani per toccarsi le gambe, quasi per assicurarsi che il proprio legame vitale con la terra
non si interrompesse. Mi ha sorpreso lassenza di quella fretta che vedevo quasi connaturata
in lei; e mi ha in fondo sorpreso il suo nuovo protendersi nello spazio alla ricerca di un
possibile contatto, che solo qualche tempo prima lei avrebbe rifiutato.
La spigolosit dei suoi movimenti cedeva ora il posto a una maggiore morbidezza di gesti e le
sue mani indurite dalla paura del contatto erano adesso curiose di ci che avrebbe potuto
incontrare. Il corpo delle altre persone era per lei diventato qualcosa da conoscere e da
amare e non era da temere e da allontanare. Forse per la prima volta anche le sue mani
erano cos calde da rendere piacevole e morbido ogni contatto. Lei stessa ha detto alla fine
della seduta: Ho sentito e amato il corpo degli altri, e per la prima volta ho sentito e amato il
mio.

La forma perfetta
Franoise Mzires ha parlato delle leggi del corpo, ha saputo riconoscerle e ha insegnato ai
suoi allievi come guardare il corpo umano.
Ha messo a punto un esame obiettivo facendo riferimento alla forma perfetta derivata dalle
statue greche.
Il rapporto fra i segmenti contigui del corpo deve essere armonico, rapporto ideale che cera
nelle sculture classiche definito dal numero aureo: segmento maggiore diviso per segmento
minore uguale a 1,6183 periodico (figure nn. 29, 30).

Figura 29: forma perfetta - parte anteriore.

Figura 30: forma perfetta - parte posteriore.

Lesame obiettivo comincia losservazione sempre dal basso.


In piedi con i piedi uniti - parte posteriore.
I calcagni: appoggiano al suolo in modo simmetrico.
Le gambe: si toccano al livello dei polpacci, delle ginocchia, delle cosce.
I profili laterali del torace: sono rettilinei e simmetrici.
Le scapole: sono allo stesso livello e aderiscono alla schiena. I profili delle scapole sono
simmetrici.
La testa: in asse.

In piedi con i piedi uniti - parte anteriore.


I piedi: si toccano dallalluce al calcagno, le dita sono distese e aperte.
Lasse anteriore delle gambe: passa a met delle rotule, a met della gamba, al secondo
dito.
Ali iliache: sono simmetriche.
I profili del torace: sono rettilinei.
I capezzoli: sono allo stesso livello.
La linea alba: rettilinea.
I profili delle spalle: sono simmetrici.
Le clavicole: sono simmetriche.
La testa: in asse.

In piedi con i piedi uniti - prima lato destro poi lato sinistro.
Tendine dei muscoli peronei: passa dietro al malleolo esterno.
Posizione delle braccia: due terzi anteriore e un terzo posteriore rispetto allasse del corpo.
Profilo anteriore rettilineo (leggermente obliquo dallinizio dello sterno ai capezzoli; verticale
dai capezzoli al pube).
La testa: in asse.
Occipite, scapole e sacro: sono sullo stesso piano.

Capitolo 4

Il fisioterapista
La preparazione nelle scuole di fisioterapia indirizzata allo studio del corpo, alle tecniche
usate per meglio riabilitare i pazienti, ma non prevede un lavoro sul proprio corpo.
Nel 1980 mi sono laureata in pedagogia, la mia tesi di laurea era sul ruolo del fisioterapista.
La tesi comprendeva un questionario che era stato distribuito a sessanta fisioterapisti
operanti sia nellospedale che sul territorio e a dieci allievi della scuola di fisioterapia
dellospedale S. Orsola di Bologna.
Fra le risposte una in particolare destava la mia curiosit.
La domanda era: importante aver fatto un lavoro sul proprio corpo prima di lavorare come
fisioterapista, quindi sul corpo degli altri? Tutte le risposte tranne una furono: no. Solo la
risposta di unallieva della scuola fu : credo di s.
Era il 1980 e le cose in quindici anni sono cambiate; i fisioterapisti hanno cominciato a porsi
delle domande anche se a tuttoggi negli ospedali il fisioterapista un tecnico che d
istruzioni al paziente sui movimenti funzionali che devono essere recuperati.
Il modo in cui lavora il fisioterapista non lascia spazio allidea che dietro ad una ferita fisica ci
sia una ferita emotiva e ancora oggi per pi del 70% dei fisioterapisti non chiara la relazione
fra il lavoro della rieducazione funzionale e le rigidit fisiche del rieducatore.
Personalmente non credo che il fisioterapista debba fare lo psicologo, ma credo che non si
possa toccare un corpo senza tener presente le emozioni contenute in esso, soprattutto in un
corpo ferito; i fisioterapisti devono mettere le mani proprio su quelle ferite, ferite fisiche ed
emotive. In nessuna Scuola di fisioterapia si parla di questo; vengono insegnate tecniche,
quelle s, lanatomia, la fisiologia e tutte quelle altre materie di cui i paramedici devono essere
a conoscenza.
Nessuno si chiede com il corpo del fisioterapista, quali sofferenze abbia subto e soprattutto
se ne cosciente; nessuno vuol sapere se le sue mani sono rigide e dure, se toccheranno il
corpo del paziente come stato toccato il suo. Il paziente, peraltro, addolorato, cerca aiuto
e non ha voce in capitolo, le sue esigenze, le sue sensazioni sono assolutamente subordinate
alla tecnica, subordinate alla rieducazione.

A volte i pazienti si lamentano ma poi comprendono, come comprendevano da piccoli quando


le loro sensazioni e emozioni erano subordinate alle regole educative.
Uno psicoterapeuta che lavora sul corpo deve prima aver fatto un lavoro sul proprio corpo.
Nelle scuole per fisioterapisti non contemplato nessun lavoro su di s, nessun lavoro che
sblocchi le rigidit muscolari; non si ritiene necessario quindi che egli abbia alcuna
conoscenza delle sofferenze e emozioni trattenute.
Si pensa che ci non abbia alcuna relazione con il lavoro che dovr fare e che quindi possa
benissimo lavorare sul corpo addolorato dei pazienti, al dil delle sue personali rigidit.
Ho raccontato tutta la storia della mia vita professionale anche per far comprendere come un
fisioterapista, se si accorge delle difficolt del suo mestiere, e si pone degli interrogativi,
costretto a errare per anni per cercare qualche risposta.
Ho avuto spesso nei miei gruppi dei fisioterapisti e ho potuto constatare la loro rigidit
muscolare e la loro difficolt e paura nel toccare gli altri. C da chiedersi, come mai proprio
loro che hanno scelto come mestiere quello di toccare? Se non fossi una fisioterapista questa
domanda me la farei anchio.
Quando i fisioterapisti incominciano a lavorare sul loro corpo, iniziano lentamente a
comprendere qual stata la motivazione che li ha spinti a scegliere questo mestiere. Diventa
sempre pi comprensibile il bisogno di curare, di ricostruire; come le bambine maltrattate si
consolano con le bambole, facendo loro da mamma, curandole come avrebbero voluto
essere curate.
Ma purtroppo oltre al danno anche la beffa, chi non stato curato, amato, non pu far altro
che rifare ci che ha ricevuto. Infatti le bambine iniziano amorevolmente con le loro bambole
ma spesso rifanno e ripetono quello che i genitori hanno detto e fatto con loro. Quando un
fisioterapista o un medico o chiunque si occupi della cura, ha fatto un lavoro sul suo corpo, e
ha compreso la realt delle sue ferite, finalmente avr la possibilit di entrare in
comunicazione in maniera corretta, rispettosa e amorosa con chi deve curare, potr aiutare
e aiutarsi mettendo al servizio del paziente la propria esperienza, per abbandonare la strada
della distruzione (malattia), per ritrovare quella dellautoconservazione (salute).
Ho personalmente sempre sentito la necessit di amare e di essere amata e ho scelto questo
lavoro perch mi metteva in contatto molto stretto con le persone. Ma il mio corpo era troppo
ruotato, i miei occhi troppo fermi, il mio respiro troppo bloccato perch lintenzione, il desiderio
non si perdessero per strada, anzi pi che per strada nel mio corpo; ogni mio intento damore
si trasformava in una regola, in una tecnica, pretendendo da me e dal paziente un lavoro
soddisfacente.
Finch non ho sciolto le durezze del mio corpo, conosciuto le mie sofferenze non stato
possibile avere un rapporto di rispetto e piacere reciproco con i miei allievi. Noi possiamo
essere testimoni consapevoli dei nostri pazienti.
Alice Miller, nel suo libro Linfanzia rimossa, sostiene che possibile sentire come un
bambino e pensare come un adulto. Pi siamo testimoni della nostra infanzia, pi sentiamo il
nostro corpo come da bambini, pi pensiamo come adulti e pi siamo dalla parte dei bambini,
dei pazienti, del loro corpo; e sar pi facile e meno distruttivo fare i genitori, i fisioterapisti, i
loro testimoni e non essere gli esecutori di regole educative o rieducative.
Prima di diventare io stessa testimone della mia vita ho avuto la fortuna di avere molti
testimoni consapevoli anche fra gli esseri umani pi deboli e pi piccoli, proprio mentre
lavoravo. Ricordo gli occhi di una bambina cerebrolesa: testimoni del suo, e del mio dolore,
della mia impotenza davanti alla sua malattia, cercavano la mia complicit e avevano solo
voglia di giocare.

Durante gli anni del mio lavoro come fisioterapista presso la USL ho vissuto molto la dualit
fra quello che sentivo e quello che dovevo fare. Spesso ho smesso di rieducare cercando di
ascoltare il dolore che mi provocava la confusione motoria dei miei piccoli pazienti; il dolore
veniva dal ricordo del mio corpo adolescente sgraziato e poco agile, dalla voce di mia madre
quando mi diceva che sembravo un sacco di patate; veniva dalla vergogna che provavo per
la mia poca elasticit e "scoordinatezza". Il dolore veniva da un corpo che aveva seppellito la
vivacit dellinfanzia, da una passione che dopo il collegio era solo un ricordo, dallimpaccio
motorio che questa reclusione mi aveva lasciato.
Non correvo pi e trascinavo le mie giornate.
Il mondo degli efficienti bravi e aggraziati era disgustato dal mio atteggiamento, ed io insieme
a loro; mi sono rieducata con la volont e con le regole, mi sono posta nei miei confronti
come gli altri volevano.
Facendo la fisioterapista sapevo bene quali erano le regole da imporre e le tecniche da usare
con i miei piccoli bambini affetti da cerebropatia, e non mancavano i momenti di rabbia
repressi quando loro non avevano voglia di fare la terapia, ma non mancavano i momenti di
tenerezza che mi avvicinavano a loro.
Come reintegrare i loro movimenti se non avevo mai reintegrato i miei ?
Ignoravo come riprendere una continuit spezzata e conoscevo solo la durezza con cui avevo
agganciato, da ragazzina, nel mio corpo, nuovi rigidi fili senza ripristinare i miei naturali.
La vergogna di me e delle mie ferite, il disgusto e la rabbia per la mia inadeguatezza erano un
macigno enorme da sollevare, seppellivano un danno di cui mi attribuivo la colpa e di cui mi
vergognavo.
Penso che ogni bambino cerebroleso si vergogni di esserlo, penso che ogni persona brutta e
sgraziata provi vergogna, penso che tutto ci che non appartiene ad unimmagine sociale non
porti dolore per il danno in s ma per la beffa, la vergogna del danno.
Solo la tenerezza per i miei piccoli pazienti, lantica passione che il mio corpo aveva provato
da piccola in giardino, il dolore per lidentificazione di qualcosa che si era spezzato hanno
messo in dubbio le istruzioni rieducative che ogni giorno impartivo.
Ma solo il lavoro sul mio corpo ha sciolto la vergogna del danno subto. Lentamente ho
cominciato a diventare una fisioterapista.

La vergogna
Spesso le umiliazioni vissute sono segretamente conservate nel corpo, molte, le pi dolorose,
le abbiamo dimenticate, quelle che ricordiamo le conserviamo tra le cose che non devono
essere dette.
Ci vergogniamo di ci che abbiamo subto.
La vergogna data dalla colpa di essere vittima. Questa colpa non ci permette di parlare,
questa colpa mantiene le ferite sempre sepolte vive. Se non si stati desiderati e amati dai
genitori ci si sente inadeguati e colpevoli di non essere stati abbastanza buoni, bravi e
intelligenti da farsi amare.
Difficilmente un bambino picchiato, battuto anche brutalmente, pensa che i genitori abbiano
sbagliato; al contrario lui a sentirsi colpevole e la colpa, la terribile beffa, aggrava il danno.
Anche quando riconosciamo di essere stati picchiati da piccoli difficilmente ricordiamo
lumiliazione. Nei nostri racconti non ce n traccia.

Spesso si dice: da piccolo ho preso tante botte perch ero tremendo, i miei genitori poveretti
erano disperati. Sono rimaste nel ricordo le botte ma nel racconto la vittima preferisce
definirsi complice, colpevole di aver reso difficile la vita del genitore.
Questa trappola blocca il dolore, non fa riconoscere la violenza e lumiliazione, lascia la ferita
coperta e non curata, ferita che si infetta, provocando reazioni inaspettate e atti di violenza
spropositati ogni volta che anche pur lontanamente percepiamo lumiliazione.
Oppure ci mettiamo sempre nelle condizioni di essere umiliati ripetendo e rivivendo il copione
gi subto, continuando ad essere vittime e cercando nella vita persone che, per il
meccanismo opposto, rinnovano le proprie umiliazioni umiliando. In entrambi i casi si cancella
sempre di pi il ricordo del passato e spesso tale rimozione ci porta a cercare partners e
compagni di viaggio non per amore ma per complicit nellinsabbiare il passato. Che il
bambino umiliato, da adulto, si comporti da vittima o da carnefice lo fa solo per mettere pi
sabbia sulla ferita, per nascondere sempre di pi il proprio dolore.
Vittime o carnefici saremo comunque spietati nei confronti dei pi deboli, con le modalit che
abbiamo scelto, ripetendo la violenza subita in modo attivo o passivo, azionando il bambino
rabbioso o docile che abbiamo dovuto essere. Il comportamento passivo anche se meno
evidente altrettando violento poich scatena nellaltro rabbia e sensi di colpa, come alcune
madri buone e docili, vittime della famiglia, che sacrificano la propria vita per i figli regalando
loro il peso e la colpa di essere nati.
Soprattutto ai figli, vere vittime, sar inflitta la stessa colpa che ci accompagna fin da piccoli,
la stessa beffa che copre la dolorosa ferita.
La nostra societ basata sulla violenza nei confronti della vittima.
La donna violentata sessualmente prova vergogna perch stata umiliata e fa fatica a
parlare di questa sua esperienza. Chi ha subito un incidente stradale, anche gravissimo, non
ha problemi a parlare di tutti i dolori che ha subto perch non c stata umiliazione.
La persona umiliata tace per vergogna e per colpa, la persona umiliata rifiuta la sua ferita
sentendo che il mondo non la comprende.
Queste sono le ferite pi difficili sempre pulsanti perch prive di testimoni consapevoli.
La nostra societ rimuove le umiliazioni, esalta il potere, limmagine e la forza. I bambini
imparano presto a non piangere se ricevono un pugno e a vantarsi se lo hanno dato.
La violenza sociale ci impone di essere belli, forti e vincitori. Lazione politica e sociale nella
difesa dei deboli non ha basi se non ricordiamo le umiliazioni subite, se continuiamo a
vergognarci di essere stati vittime.
Se quando subiamo proviamo vergogna, come facciamo a difendere chi subisce ? Se al
subire abbiniamo la vergogna, per noi chi subisce deve vergognarsi.
Con queste basi difenderemo i deboli solo a parole, nel profondo attribuiremo loro la colpa e
penseremo che se ne debbano vergognare.
in questa situazione che frasi come: ma lei era troppo provocante finiscono per diventare
attenuanti nei confronti dello stupratore allocchio della legge e della morale comune.
Un genitore, un insegnante se rifiuta le proprie debolezze, come potr comprendere le paure
e le difficolt dei bambini? Un terapista che si vergogna delle proprie ferite come pu curare
le ferite dei suoi pazienti? Un medico che ha seppellito le proprie debolezze e le proprie
umiliazioni con la sabbia della professionalit ha assoluta necessit, per continuare a
rimuovere, di avere del potere e di scaricare le umiliazioni sui pazienti. Il potere gli viene dato
dal riconoscimento del bravo paziente, quello che guarisce, e la possibilit di ridare
lumiliazione ricevuta gli viene data dal paziente ribelle. Come la posizione dellinsegnante, la
posizione del medico e del terapista ben congegnata, in una botte di ferro; sostenute dalla

societ queste ed altre professioni danno la possibilit di mantenere sempre solida la


rimozione e di rinforzare ogni giorno il muro del silenzio.
Ma la professione pi potente, quella che tutti possono fare e che d ancora maggiori
possibilit, quella del genitore. Il bambino bravo, buono, che gratifica, che riempie di
orgoglio d potere, quello ribelle d la possibilit di ridare lumiliazione ricevuta. Lo strumento
usato leducazione e per le professionalit che si occupano della cura la rieducazione
(educazione - interruzione del continuum / rieducazione quando il continuum fisico ed emotivo
si spezzato invece di ripristinarlo se ne consolida linterruzione).
Ogni conoscenza tecnica delle persone che si occupano della cura per nascondere il loro
dolore viene offuscata dal bisogno di dimenticare.
La conoscenza subordinata al bisogno di rimozione, pi il paziente dimostra il suo dolore e
pi sar necessario prendere le distanze o guarendolo immediatamente o allontanandolo.
Guarirlo immediatamente spesso significa occuparsi del sintomo, metterlo a tacere.
La malattia linterruzione della comunicazione con se stessi e con gli altri, qualcosa che
interrompe un falso equilibrio per dare la possibilit alla persona di ristabilirlo.
necessario ascoltarla senza che le nostre paure si interpongano, altrimenti utopistico
pensare di poter mettere le conoscenze tecniche al servizio del paziente. La paura riesce a
manipolare, a modificare a fare un cattivo uso delle conoscenze che sarebbero utili al
paziente.
Non credo alla validit della frase: un tipo scostante, molto brusco ma un bravissimo
medico. Questo strano rapporto di superiorit e di riverenza che il paziente deve avere nei
confronti del medico il pi alto indice di rimozione del dramma del medico, quindi indice
della sua impossibilit di fare buon uso delle conoscenze tecniche.
Per il terapista la conoscenza tecnica cresce negli anni con lesperienza, ma la possibilit di
usarla cresce solo lavorando su di s.
Solo lavorando su di s il terapista in grado di non avere paura della verit e delle emozioni
del paziente. Scoprendo le umiliazioni ricevute e togliendosi la colpa di essersele meritate
pu accogliere le ferite del paziente senza giudizio. Pu accogliere la verit senza colpa e
senza vergogna.
Negli anni di studio e di lavoro per la preparazione e lelaborazione del mio Metodo ho avuto
tanti maestri e penso di aver colto in ognuno di loro insegnamenti importanti, ma stato molto
interessante anche scoprire cosa non avrei mai dovuto fare.
Una delle mie maestre durante un incontro di terapisti ci raccont unesperienza vissuta con
una sua allieva.
Si era presentata da lei una donna molto elegante e raffinata, niente del suo abbigliamento
era fuori posto, ogni dettaglio era studiato dallarmonia dei colori alla scelta degli accessori.
Soffriva di un dolore al nervo sciatico che da molti giorni la tormentava ed era andata da lei
per farsi curare.
Dopo unora di trattamento la paziente si sentiva molto meglio, la schiena sembrava non darle
pi dolore e neppure la gamba destra.
Quando si alz la mia maestra rimase sconcertata. La paziente era tutta scarmigliata, la
bocca sembrava pi grande, gli occhi eccitati, il trucco macchiava il suo viso, non cera pi
traccia della donna elegante, il viso mostrava, come sosteneva la mia maestra,
unespressione simile a una donna di strada. Era cambiata anche la voce.
Con disgusto e incertezza la maestra ci metteva in guardia sugli inconvenienti del nostro
lavoro, su quali mostri, che se ne stavano tranquilli e sopiti, possiamo far riaffiorare.

Era meglio una sciatica dello spettacolo che le si presentava davanti.


La mia maestra non disse nulla alla paziente, ma presumo che sul suo viso e nella sua voce
non ci sia stata una grande accoglienza per ci che questa persona, fidandosi, aveva osato
mostrare.
Probabilmente per tutta la vita il suo aspetto pi passionale e la sua sessualit erano stati
inibiti e quel giorno la violenza subita per tutta una vita si era ripetuta di fronte allespressione
disgustata e imbarazzata della mia maestra.
Questa persona avrebbe avuto bisogno di essere accolta, tranquillizzata per poter integrare
lentamente anche questo suo aspetto sepolto da anni.
Posso immaginare con quanta vergogna questa terapista vivesse ancora le sue ferite.
Nonostante questo non posso giustificare il suo comportamento ma soprattutto non ho visto
in questa mia presunta insegnante neanche un attimo di dubbio nel giudicare la sua paziente.
Al pari delle regole educative le tecniche rieducative evitano di ascoltare i bisogni e le
sofferenze, evitano soprattutto di ricordarci la nostra sofferenza; al pari delleducazione la
rieducazione autorizza a dare consigli, a imporre la propria volont; al pari delleducazione la
rieducazione dichiara spesso tutto questo male per il tuo bene.
Mi rendo sempre pi conto del fatto che se un terapista stato un bambino maltrattato, non
ascoltato, limitato nelle sue espressioni creative, nel movimento, ed ha accettato tutto questo
piegandosi alleducazione, non pu essere che sordo di fronte ai bisogni dei suoi pazienti non
avendo nessuna conoscenza dei propri bisogni e desideri, nessuna conoscenza delle leggi
del corpo, il suo e quello degli altri, ma solo di un insieme di tecniche e di regole.
Come spesso un genitore attento pu imparare dai suoi figli, cos un fisioterapista a
conoscenza delle leggi del corpo pu imparare dalle richieste dei suoi pazienti, dai loro
bisogni.
Nella persona ammalata si spezzato un falso equilibrio, c una richiesta di aiuto, un antico
bisogno che non pu pi essere soffocato; unantica voce non pu pi tacere. Ha il diritto di
essere ascoltata.
Non pu essere, con lalibi della tecnica, di nuovo chetata e ricondotta al silenzio.
Per terapisti e medici questo silenzio prezioso; copre il silenzio del loro dolore; la voce, il
suono della verit minaccioso e fa molta paura. Ma questa paura non giustifica lopera di
distruzione che medici e terapisti fanno sul malato. Molto spesso vergognoso come
vengono trattate le persone che hanno bisogno di aiuto.
Occorre rivedere la propria storia e le sofferenze vissute per evitare, come succede in molte
palestre di fisioterapia, di toccare con distacco e indifferenza il corpo gi sofferente di un
malato, parlando del pi e del meno con i colleghi.
Io e il tuo corpo. Cosa vuol dire lavorare sul corpo degli altri?
Questa la domanda che i fisioterapisti dovrebbero farsi spesso.
Come si pu lavorare sul corpo di un altro senza aver mai lavorato sul proprio? Come si pu
temere il contatto con gli altri e fare un lavoro dove richiesto toccare? Come si pu toccare
un malato se si ha paura del corpo di una persona sana? Quale potere, quale sicurezza se
non la tecnica, se non la superiorit di un professionista di fronte a un malato d larroganza
di fare i fisioterapisti?
Finch i fisioterapisti non daranno risposta a queste domande e non scopriranno, lavorando
sulle loro rigidit muscolari, i segreti racchiusi nei loro muscoli, fino a che non ritroveranno il
loro dolore e la loro gioia, saranno solo distruttivi nei confronti del dolore degli altri; con la
rieducazione soffocheranno sempre di pi la natura selvaggia dei loro pazienti deviandola
come stata deviata la loro.

Io e il tuo corpo.
Questo ci che per tanti anni non ha trovato risposta in nessun insegnamento appreso. La
risposta lho trovata nelle mie sofferenze.
Come madre ho provato a non servirmi delleducazione, come terapista ho rifiutato le barriere
della tecnica e ho scoperto sofferenze e dolori che desideravo ignorare, gioie e passioni che
pensavo non mi appartenessero pi. Senza questi alibi ho potuto ascoltare la voce di mia
figlia e dei miei allievi che hanno risvegliato la bambina che in me e che per anni ha gridato
senza essere udita. Senzaltro non sempre e forse non completamente riesco ad ascoltarla
ancora, ma so che questa la mia strada.
Avrei potuto non ripercorrere il passato ma non avrei mai pi risentito la passione che pulsava
nel mio corpo quando ero bambina. Se non avessi sentito la passione umiliata nel corpo dei
miei pazienti di fronte alla rieducazione, se non avessi visto negli occhi di mia figlia uno
stupore che conoscevo, quando tentavo di educarla, non avrei mai messo in dubbio la mia
vita.
Credo che langoscia pi profonda per un genitore sia quella di non essere adeguato a questo
compito. Tutti dicono che il mestiere pi difficile.
Tanti hanno scritto libri su come allevare i bambini e lansia soprattutto delle neo mamme si
pu notare dalla quantit di libri che comprano e dalle informazioni e consigli che cercano di
raccogliere.
Spesso si sente dire: non so come fare, non me ne intendo, non ho mai avuto bambini.
Ricordo che quando mia figlia aveva solo qualche giorno una mia amica, anche lei con un
figlio di pochi mesi, mi disse: devi fare come ti viene, devi dare retta al tuo istinto.
Ci sono mamme con figli gi grandi che danno consigli alle neo mamme su come muoversi,
come impostare il rapporto con il bambino, se prenderlo in braccio e quando, se rispondere ai
suoi richiami o no; ci sono mamme che con sicurezza dicono: vai con il tuo istinto.
Quando nacque mia figlia tutti questi consigli mi mettevano ancora pi in ansia; il mio istinto
non sapevo dovera, ero terrorizzata di sbagliare.
Il secondo bambino d meno problemi, dicono, sai gi come fare.
Il grande buio. Non ci sono libri, non c istinto, spesso c il grande buio.
La grande separazione. Lunico bambino con cui abbiamo avuto a che fare, che in fondo
conosciamo benissimo, che pu consigliarci, parlarci dei bisogni di nostro figlio e suggerirci
come possiamo accoglierli, non lo consultiamo mai. Non possiamo. Questo bambino
azzittito, messo a tacere perch pericoloso; se lo ascoltassimo ci farebbe scontrare con il
mondo intero, saremmo criticati da tutti, ci farebbe scoprire quanto rancore e rabbia abbiamo
nei confronti dei nostri genitori, se lo ascoltassimo inizierebbe una lotta contro il mondo,
contro leducazione.
Una lotta per la vita.
Questo bambino tenero, impaurito, rinchiuso, per noi pericoloso e deve tacere.
Ma il bambino che abbiamo davanti, nostro figlio, spesso ce lo ricorda.
Possiamo soffocare questo ricordo con regole educative, con schemi prefissati, copiando
quello che i nostri genitori hanno fatto con noi, oppure possiamo avere il coraggio di non
cercare di essere brave madri, di non pensare se siamo allaltezza del nostro compito,
possiamo avere il coraggio di togliere i riflettori su di noi, pensare al bimbo che abbiamo
davanti, ascoltarlo. Facendo questo finiremo per ascoltare anche il bimbo chiuso dentro di
noi, con coraggio possiamo scoprire che non cos pericoloso, ma che stato pi pericoloso
e violento vivere per tanti anni separate da lui.

I principi di F. Mzires hanno modificato profondamente il modo di vedere e sentire il corpo.


Tutti i principi del suo metodo messi in pratica portano a una fisioterapia completamente
diversa da quella classica. Uno dei principi, forse il pi rivoluzionario, il sostenere che la
struttura modifica la funzione e non il contrario, volendo dire che inutile proporre un
movimento se la struttura muscolare rigida e che solo modificando la struttura viene
modificato il movimento.
Molti fisioterapisti si sono formati al Metodo Mzires considerandolo uno dei vari metodi
degli ultimi anni e uniscono al Metodo Mzires altre tecniche riabilitative. Molti medici
vogliono sapere quali sono le indicazioni e le applicazioni di questo metodo.
A costo di ripetermi continuo a dire che il Metodo Mzires rivoluzionario, diametralmente
opposto ad altri metodi attuati fino ad ora ed assolutamente impossibile applicarli
contemporaneamente sul paziente.
Prima di tutto i muscoli vanno allungati e non potenziati, e non solo allungati, ma in simmetria
e in rapporto alle varie rotazioni del corpo.
I muscoli, peraltro, come ho gi scritto, sono organizzati in catene muscolari e questo
comporta il fatto che ammorbidendo ad esempio i trapezi si ammorbidiscono anche i muscoli
delle gambe.
Se la struttura modifica la funzione e non viceversa, come pu essere possibile che per
recuperare il movimento di unarticolazione che stata ingessata si continui a chiedere al
paziente di sforzarla, di muoverla, per recuperare il movimento? Di fronte ad unarticolazione
bloccata sono pochi i terapisti che rinunciano a sottoporre il paziente allallenamento e al
movimento forzato.
Se una parte del corpo stata traumatizzata, ha subto una rottura, e dopo un gesso o
unoperazione non riesce a muoversi perch i muscoli sottoposti a ripetuti traumi si sono
contratti e irrigiditi. Non assolutamente possibile chiedere al paziente di muovere
larticolazione se prima, lentamente, tutti i muscoli che attraversano quellarticolazione non
sono stati ammorbiditi.
Il fisioterapista classico sostiene che il movimento (funzione) che modifica la struttura
muscolare e, coerente con se stesso e con la sua tecnica, dice al paziente di muovere larto
bloccato, perch lunico modo che conosce per sbloccarlo. Altri terapisti pi allavanguardia,
che conoscono i principi del Metodo Mzires, prima ammorbidiscono un po i muscoli e poi
richiedono al paziente di muovere larticolazione, non solo fin dove il muscolo pi libero pu
consentire, ma continuano a richiedere uno sforzo al paziente per aumentare il movimento.
difficile desistere dal richiedere uno sforzo, una fatica, dallimporre una rieducazione.
Educazione e rieducazione hanno le stesse radici, per molti fisioterapisti Mzires ha
rivoluzionato troppo, andata oltre.
Credere nei principi di F. Mzires significa essere convinti che ammorbidendo i muscoli della
schiena si pu ampliare il movimento di un ginocchio che prima era bloccato, significa
credere che scollando e allungando i muscoli di un ginocchio il movimento verr naturale,
senza forzarlo, significa credere che i bambini abbiano una socialit innata e che sar la loro
morbidezza a proteggerli e a farli vivere bene nel mondo.
Reintegrare una continuit muscolare significa non rieducare, cio non dare istruzioni sul
movimento. Fare un movimento con il mio Metodo non significa fare un esercizio ma sentire
dov il blocco, ammorbidirlo e ritrovare un movimento naturale.
Nella terapia di un bambino cerebroleso (dove la fisioterapia classica proibisce il massaggio,
anche quello profondo) non ha alcun senso proporre al bambino di mettersi nella posizione a
gatto e tentare di riproporre schemi che sono andati perduti.

Insieme alla perdita di questi schemi si persa la morbidezza muscolare. I muscoli rigidi
bloccano il movimento e impediscono la scioltezza delle articolazioni.
Non si pu chiedere ad un bambino con una cerebropatia di mettersi in posizioni come quella
a gatto o in ginocchio, non si pu chiedere alcuna funzione se prima i suoi muscoli non
vengono ammorbiditi.
Pretendere da lui sforzi inauditi non fa che rafforzare la perdita dello schema. impossibile
ritrovare uno schema di movimento nella fatica e nella sofferenza. Ammorbidendo le catene
muscolari molte posizioni verrebbero reintegrate naturalmente.
Con i trattamenti classici un fisioterapista non sar mai in grado di sapere se una funzione
manca per la perdita dello schema neurologico o per la rigidit delle contratture muscolari.
Da piccoli, per evitare il dolore emotivo, rimuoviamo, il ricordo sparisce dalla nostra mente e
questo il meccanismo di difesa che ci fa sopravvivere; ma anche un trauma fisico
muscolare o neurologico mette in atto lo stesso meccanismo di difesa. Una mia allieva in
seguito alla rottura del piatto della tibia ha subto unoperazione; il trauma dellincidente e in
seguito quello delloperazione le hanno fatto dimenticare, per alcuni giorni, come si muoveva
il ginocchio.
Pur non avendo nessuna lesione neurologica, il suo schema di movimento, anche se
momentaneamente, andato perduto. La reazione dei suoi muscoli dopo i vari traumi stata
quella di irrigidirsi al punto di non percepire pi il comando neurologico e questo ha portato a
dimenticare il movimento.
Quanta rimozione e quanto dolore c in un bambino cerebroleso?
Quanta sofferenza e quante ferite trattengono i suoi muscoli? Come possibile ripristinare
uno schema di movimento attraverso una serie di posizioni se non si scioglie il dolore
bloccato nel muscolo?
Come si fa a comprendere qual la vera lesione neurologica se si fa della rieducazione
invece di ascoltare il suo dolore col contatto delle nostre mani sul suo corpo?
Movimenti, movimenti, rieducazione, istruzioni, tutto questo avrebbe la pretesa di ripristinare
una continuit interrotta. Esiste un metodo di rieducazione motoria che viene effettuato sui
neonati e che pi di altri si occupa della funzione e non delle ferite.
Il neonato di cui si sospetta una cerebropatia (quindi che abbia subito lesioni neurologiche
che lo costringono a schemi di movimenti patologici e non fisiologici) completamente nudo
viene appoggiato su un tavolo, viene messo tutto rannicchiato e il terapista si appoggia sopra
di lui, spinge su alcune zone del suo corpo dette zone grilletto.
Il corpo del neonato viene bloccato, limpedimento al movimento e il dolore per la pressione
su queste zone lo mettono in condizione di fare alcuni movimenti per la disperazione, questi,
secondo linventore di questo metodo, sono movimenti che correggono gli schemi patologici
del bambino. Pi lurlo del bambino forte e pi evoca una buona risposta.
Ho conosciuto una persona paralizzata da trentanni le cui gambe non erano mai state
toccate, ammorbidite, perch non erano pi funzionali al movimento, perch le aveva
dimenticate, perch pur non avendo una diagnosi che accertasse una lesione neurologica lei
non camminava. Ha subto ogni tipo di trattamento fisioterapico, ma nessuno le ha mai
toccato le gambe, le gambe venivano mosse solo per tentare di metterla in piedi.
Nessuno in trentanni ha mai provato ad entrare in quel dolore, ha tentato con amore, affetto
e calore di accarezzarle, di ammorbidirle, di fargliele ricordare. Le gambe non hanno pi la
funzione prevista ma sono ancora attaccate al suo corpo, fanno parte di lei, i muscoli sono
presenti, il sangue scorre e sono calde.

Una parte del corpo che non risponde pi a una funzione viene penalizzata con la
trascuratezza come se non appartenesse pi a quel corpo. Ci che non utile non pu
essere amato.
In un piccolo ospedale un uomo anziano stava morendo, il figlio gli era accanto; not il naso
arrossato del padre e lo massaggi con una crema di bellezza. Senza la pretesa di farlo
vivere ad ogni costo si era occupato di lui con amore. Non cera un fine, il padre non doveva
presentarsi in nessun posto, doveva solo morire.
Visse altri cinque anni.

Nelle figure che seguono (da 31 a 37): una ragazzina con una displegia spastica ha
modificato la sua struttura dopo soli cinque mesi di trattamenti individuali una volta alla
settimana. Le foto a sinistra delle pagine che seguono, sono state scattate nel febbraio
1995, quelle a destra nellagosto 1995.
Figura 31
Figura 32

Figura 33 Figura 34

Figura 35 Figura 36

Figura 37 Figura 38

Capitolo 5

La formazione
Da qualche anno ho deciso di formare degli allievi al mio Metodo.
La formazione richiede un grosso impegno, non tanto per imparare la tecnica quanto per
mettere le proprie conoscenze al servizio degli allievi.
Mi sembra chiaro da ci che ho detto fino ad ora che tutto questo sar tanto pi semplice
quanto pi profondo il lavoro che ogni tirocinante far su di s.
Per questa ragione e per rendere meno lungo il tempo della formazione accetto solo persone
che abbiano gi iniziato un lavoro sul loro corpo con il mio Metodo.
La formazione dura tre anni. Il primo anno prevede un mese di parte teorica e il secondo ed il
terzo anno una settimana. Durante tutti e tre gli anni fondamentale il tirocinio, il lavoro su di
s e iniziare a lavorare come conduttori di un gruppo con la supervisione di un terapista che
abbia gi ultimato la formazione e che lavori da parecchi anni.
importante comprendere, per un allievo terapista, le quattro fasi del mio metodo e averle
sperimentate su di s, aver sperimentato il rapporto con il terapista, la relazione con il gruppo,
la propria autonomia.
La cosa pi difficile per coloro che seguono la formazione, comprendere le leggi del corpo,
le leggi del gruppo, la naturale evoluzione che avviene sia individualmente che allinterno di
un gruppo; comprendere che tutto avviene naturalmente solo se non ostacolato, come
avviene naturalmente la crescita di un bambino se vengono lasciate libere le sue potenzialit;
soprattutto difficile comprendere come leducazione li ha allontanati dal sentire se stessi e
gli altri.
Soprattutto per un fisioterapista ancora pi difficile comprendere che le tecniche rieducative
apprese fino a quel momento non solo non rispettano la fisiologia del corpo ma hanno distorto
un naturale rapporto con il paziente, hanno coperto paure e timori del fisioterapista
lasciandolo tranquillo nel dare istruzioni.

Il rapporto fra terapista-paziente, fra maestro-allievo, fra medicopaziente, spesso subisce


questa distorsione:

Interpretazione, affermazione e tecnica (opportunit di imporre ci che si subto) fanno


lonnipotenza del terapista, dellinsegnante, del medico. La persona che ha bisogno di aiuto
deve dipendere, essere riconoscente, subire questa impostazione.
Mi capitato spesso di dover scegliere le parole giuste, in poco tempo, per poter parlare con
un medico, scusandomi di fargli perdere tempo prezioso.
Il mio Metodo prevede unimpostazione pi naturale, prevede cio la possibilit di comunicare
con le persone che hanno bisogno di un aiuto per riattivare le proprie energie.

Il terapista con la comunicazione, la conoscenza dellallievo (testimone consapevole delle sue


sofferenze) e lesperienza messa al suo servizio rende possibile lautonomia e laffermazione
dellallievo dandogli la possibilit di reintegrare la propria continuit e di ritrovare la sua vera
natura.
Lavorare su se stessi porta lentamente alla comprensione delle proprie insicurezze e
inadeguatezze che, se vengono ignorate, fanno nascere il desiderio dellonnipotenza,
desiderio che per essere accontentato esige una costante affermazione di se e del proprio
lavoro.
Mano a mano che scopriamo e curiamo le nostre ferite diventa pi semplice avere una
relazione corretta con le persone con cui lavoriamo ed pi naturale: proporre un lavoro,
lasciare la libert agli allievi di scoprire il proprio corpo, essere testimoni consapevoli delle
loro verit e mettere a disposizione le nostre esperienze.

Limportanza della voce


Ognuno di noi quando nato stato spaventato o rassicurato dai rumori o dalle voci che lo
circondavano.

Quando un allievo sdraiato in cerchio assieme ad altri compagni si trova in una posizione
indifesa e mano a mano che i suoi muscoli si ammorbidiscono ancora pi ricettivo e
sensibile. fondamentale che la voce del terapista lo tranquillizzi, che sia una voce calda e
accogliente. Questa tranquillit lo aiuter nella sua ricerca.
Una voce dura pu riportarlo a sgradevolezze o addirittura a paure avute da piccolo,
mettendolo in una situazione di allerta e di difesa provocando in lui rabbia e impedendogli di
continuare a lavorare su di s.
Tutto deve contribuire a creare un buon clima.
La voce non deve essere neanche seducente, meno i riferimenti vengono condotti a s e
pi lallievo pu guardarsi senza essere impegnato a farsi guardare.

Limportanza del contatto


Anche il contatto delle mani del fisioterapista col corpo dellallievo fondamentale. Avvicinarsi
al corpo di unaltra persona non pu essere fatto velocemente.
Quando io lavoro con un gruppo propongo alcuni movimenti e passo da ogni allievo per
massaggiarlo e aiutarlo.
A seconda di come una persona stata toccata nella vita pu accettare o meno una mano
che laiuti e quindi importante toccare con rispetto e aspettare sempre il permesso prima di
fare qualsiasi movimento con le nostre mani sul corpo dellallievo.
Aspettare il permesso non vuol dire aspettarlo verbalmente: se la nostra pelle sensibile e se
il lavoro non guidato dalla tecnica per il risultato ma dallintenzione di far rivivere al paziente
unesperienza diversa, la nostra pelle e le nostre mani capteranno questo permesso dalla
pelle dellallievo che con i suoi tempi ci regaler tutti gli attimi di fiducia che pu consentirsi.
Di solito i fisioterapisti o i medici pretendono la fiducia del paziente; ho sentito spesso: per
forza, non si fida.
Per quale ragione si dovrebbe fidare? Con quale arbitrio e presunzione noi la dovremmo
pretendere? Se la sua fiducia non fosse stata tradita milioni di volte lui non sarebbe stato
nelle condizioni di chiederci aiuto.
Incominciando a conoscere il piacere, a riconoscere ci che gli fa male e ci che gli fa bene,
aumentando la fiducia in se stesso, lentamente ci regaler la sua fiducia.
Affinch un fisioterapista possa fare un buon lavoro deve tenere tutti i suoi sensi aperti e
metterli al servizio del paziente; importante fidarsi pi dellintuito che della tecnica, usare la
voce e le mani per entrare in contatto e per aiutare gli allievi. La voce del terapista morbida
se morbido il suo collo, le sue mani sono morbide e ricettive, se le spalle non sono bloccate,
sanno toccare se sanno ricevere carezze.
importante che un fisioterapista senta come un bambino e pensi come un adulto.
La mia formazione diretta a chi gi su questa strada o vuole intraprenderla.
Solo chi ha ritrovato i propri guardiani che hanno la competenza sulla propria vita, solo chi ha
ritrovato la propria natura selvaggia potr essere partecipe e in grado di aiutare chi si rivolge
a lui in cerca di aiuto.

Conclusioni
Vorrei salvare le parole medico, fisioterapista, mamma, genitori perch sono ruoli
indispensabili nella nostra vita; ma nella mia esperienza ho incontrato poche mamme, pochi
medici, pochi fisioterapisti, ma solo persone che si sono coperte dietro questi ruoli.
Mestieri semplici, naturali che richiedono conoscenza e attenzione ma che diventano molto
difficili perch la nostra crescita stata deviata, perch la nostra vera natura stata sotterrata
(lingegnere, larchitetto, il costruttore sono altrettanti mestieri che richiedono attenzione e
impegno ma hanno minore necessit, per esprimersi, di ritrovare la propria personale
continuit). Ogni persona, qualsiasi lavoro faccia, ha senzaltro la necessit di ritrovare la
propria continuit, ma coloro che fanno un lavoro che prevede di aiutare gli altri a curarsi o a
crescere sono pi sovraesposti e hanno pi di altri la necessit di curare prima le proprie
ferite o di barricarsi dietro lonnipotenza.
Io e il tuo corpo. Il primo giorno che ho toccato il corpo di un bambino cerebroleso per fargli
un trattamento riabilitativo senzaltro la mia paura veniva da lontano, riguardava pi la mia
fragilit che quella del bambino, riguardava pi la mia fatica di vivere appena nata che il
bambino che avevo davanti; mi identificavo con la sua difficolt a vivere.
Neonata avevo reagito con rabbia, avevo succhiato anche il latte che non cera, ero
sopravvissuta e vissuta, cresciuta forte grazie a una rabbia che copriva il dolore e la paura di
morire.
Con la reazione che mi ha salvato ho vissuto molto della mia vita; rabbia, energia, forza, sono
sentimenti che nascondono la mia paura.
Il primo bambino cerebroleso che ho toccato certamente ha risvegliato tutto questo, e a mia
insaputa.
con quel bambino che ho incominciato a sfoderare con forza ed energia tutte le mie
tecniche, le mie ore di terapia erano intense, il lavoro era duro.
con quel bambino che a ventitr anni ho incominciato senza saperlo a cercare la piccola
bambina dentro di me.
Io e il tuo corpo: ogni giorno unesperienza che riproponiamo con un figlio, con un partner,
con un paziente; la riproponiamo e incorriamo nelle stesse difficolt e riviviamo la stessa
sofferenza che ha caratterizzato il nostro primo incontro.
Dopo anni di questo lavoro, percorrendo una strada difficile, e facendomi domande che mi
hanno portato a risposte che desideravo ignorare, dopo un lavoro sul mio corpo e la
conoscenza delle mie sofferenze, dopo aver lavorato su di me in gruppi che sono stati
testimoni accoglienti e consapevoli della mia verit, ho potuto ricostruire il mio corpo e ridarmi
la possibilit che mi era mancata.
Ho rivisto la mia vita dalla mia parte, ho risentito attraverso il mio corpo le sofferenze e le
umiliazioni patite. Rompendo la complicit con i miei genitori ho potuto prendere per mano

quella bambina che anchio avevo disprezzato, ritenendola colpevole di aver disubbidito e di
aver fatto soffrire i genitori.

Incontro con il metodo Monari


(racconti di alcuni allievi)

Capitolo 6

1. Rividi quella bambina al mare...


Non credo che la mia vita sarebbe quella che oggi se non avessi potuto lenire le profonde
ferite provocate da una biografia familiare sfortunata. I miei genitori erano troppo distratti dai
loro problemi per darmi laffetto minimo necessario a costruire una personalit serena. Mia
madre soffre di depressioni da prima che io nascessi. Le sue crisi ricorrenti segnavano, e
segnano tuttora, lunghi periodi di assenza domestica: tali periodi spesso coincidevano coi
ricoveri psichiatrici, in passato ampiamente utilizzati dalla medicina, e talora invece
significavano tempi di rabbia, di liti e di pianti, insieme a lunghe degenze nel letto di mia
madre in casa.
Mio padre faceva il frigorista e in pi si occupava di politica; per questo era alquanto
rispettato, ma come genitore e marito era meno onorabile. Noi figlie, mia sorella ed io, ci
siamo fatte compagnia salvandoci dal disastro: abbiamo condiviso giochi e lavoro domestico,
ceffoni, guai e momenti di apparente normalit, riportando tuttavia tracce indelebili di quel
passato comune.
A me venne la scoliosi.
In una delle rare foto della mia infanzia, ripresa un po dallalto rispetto alla sua statura,
ritratta una bimbetta di cinque anni dallo sguardo imbronciato, col costume da bagno, in piedi
su un moscone.
Ha il capo grande rispetto al corpo magro, le ginocchia sono valghe, i piedi piatti.
Sua madre a volte la porta alla mutua a fare delle visite. La bambina ricorda il grigiore degli
ambulatori, con gli arredi di alluminio e il pavimento di linoleum verde, sempre uguali. In
mutandine e canottiera deve mostrare come cammina. Che male ci sar poi a camminare?
- si chiede la bambina - sentendo su di s gli occhi di sconosciuti giudici dal camice bianco,
che le prescrivono prima cicli di raggi ultravioletti per il rachitismo, poi la ginnastica correttiva
per la schiena storta.
AllAmbulatorio Salus gli arredi erano quantomeno diversi: se li ricorda chiaramente per le
interminabili attese nella sala daspetto, dove negli anni 60 si avvicendarono grandi masse di
bolognesi. La sola cosa piacevole era che laccompagnava ladorabile nonno, lunica persona
tranquilla della famiglia: quei gesti pacati, quel tono di voce dolce glielo facevano preferire a
chiunque altro.

Ma con lentrata in palestra si smetteva di essere bambini: bisognava diventare un po soldati,


e i soldati, si sa, devono marciare. Al posto del fucile i bastoni di legno, su, gi, dietro le
spalle, davanti. Numeri da raggiungere, dieci volte di questo, venti di quello. Era tutto molto
faticoso, comprese le esercitazioni alla spalliera e le flessioni.
Nonostante tanti sforzi, la bambina deve mettere il reggispalle, che fa male, e per di pi
sicuramente si vede sotto il grembiule di scuola.
Il senso di inadeguatezza si acuisce, e allora, come si pu piacere, cos conciata, a quel
bambino seduto nel banco dietro di lei? Come se non bastasse, le mettono gli scarponi
ortopedici grazie ai quali corregge rapidamente il difetto ai piedi: prima li ruotava verso
lesterno, nel giro di pochi mesi li porta immancabilmente allinterno.
Dopo lapparecchio ai denti e il nuoto che fa bene arriva, con lo sviluppo, una tregua. La
ragazzina si guarda allo specchio e nota di avere le costole di destra pi alte di quelle di
sinistra, ma pensa che con gli abiti alla moda nessuno se ne accorger. In casa continuano le
crisi, meglio uscire il pi possibile...
Passano alcuni anni, densi di eventi, con la contestazione, i viaggi, gli amori, luscita di casa.
Verso i venticinque anni la schiena comincia a dolere in modo fastidioso, persistente; il collo
spesso si inchioda, lumore gli va dietro. Ma dopo il nuoto, laerobica e lo yoga il dolore
continua. Dietro consiglio di un amico decide infine di iscriversi ad un corso settimanale di
Psicomotricit-Antiginnastica tenuto da Maddalena Monari. Interrrogandomi sul significato di
quelle parole, impresse sulla targa del vecchio centro, ne varcai la soglia , per la prima
volta, dieci anni fa.
Lincontro con il metodo delle possibilit, linvito emesso da una voce soave a fare degli
esercizi antimilitareschi mi provocarono, sulle prime, un certo disorientamento: si trattava di
un lavoro fisico totalmente diverso da quelli precedenti, al termine del quale, stranamente,
stavo molto bene. Togliendo le palline da tennis da sotto i glutei, dopo aver svolto
diligentemente lesercizio richiesto, provai una sensazione indimenticabile di liberazione e di
espansione, un piacere inaspettato che scaturiva dai muscoli stessi al liberarsi,
distendendosi, dalla tensione. Daltra parte per il mio approccio era quello di sempre: come
da bambina affrontavo un duro lavoro, svolto in solitudine e fondato sullo sforzo e
lobbedienza, il che significava associare il dolore al piacere, il controllo allabbandono, il
carcere alla libert.
Seguii per qualche anno un gruppo settimanale, allinterno del quale iniziai un lavoro graduale
sulla struttura corporea: dopo qualche tempo cominciai cos a percepire lievi modificazioni nei
miei gesti e nelle piccole cose della vita quotidiana. In effetti da qui cominci il mio lavoro.
Una signora nel gruppo aveva fatto notare come la massaia contribuisca, pur in modo
involontario, alloppressione storicamente esercitata su di lei quando, per esempio, porta
ununica grande pesante borsa della spesa anzich due, pi equilibrate nel peso, e come
questa fatica risulti in ogni caso ancor pi gravosa per lansia e la fretta che troppo spesso vi
si aggiungono.
Sperimentai allora che ansia e fretta si fanno sentire quando puoi ascoltare come si portano
quei pesi: contraendo i muscoli pi del necessario gi, da dentro le spalle, le braccia rigide
funzionano come una leva che aumenta il carico anzich essere semplici vettori di una forza
muscolare meglio distribuita a partire dalla schiena.
Quella fu lepoca in cui cominciai a risparmiarmi nel lavoro domestico.
Mi resi conto che i miei movimenti nella quotidianit somigliavano enormemente a quelli di
mia madre e questo, oltre a contraddire le mie idee femministe, non mi piaceva. I gesti rapidi
e scattanti che avevano contraddistinto mia madre nei momenti di ripresa dalle crisi,
cessarono cos di essere lunico schema di movimento (domestico) possibile, pur restando il

principale. Limmersione nel contatto con gli altri membri del gruppo mi portava lontano, verso
dimensioni diverse dal dover fare, che rimanevano impresse per qualche tempo nel mio
immaginario arrecandovi nuovo materiale.
Ricordo un autunno durante il quale, quando salivo in automobile alluscita dal gruppo
settimanale, sentivo la spalla sinistra dolorante e accartocciata e tale percezione, spesso
associata ad un senso di oppressione, mi accompagnava anche nei giorni successivi. Il mal
di schiena per era ormai un ricordo, mentre il mio corpo aveva iniziato a scrivere il suo libro
raccontandomi, nei primi capitoli, la sua storia pi recente. Io potevo leggerne qualche
pagina, ma poi chiudevo quel libro richiamata al presente dalla realt.
Il gruppo settimanale stato come tante piccole gocce che hanno pian piano diluito una
vernice molto densa, un lavoro lento ma continuo che ogni volta mi rammentava il bisogno,
altrimenti dimenticato, di rilassarmi e che mi dava inoltre la possibilit di uscire dallisolamento
antico della ginnastica correttiva. Con me cerano altre persone, non pi anonime, con le quali
mi potevo confrontare, possibili compagni di gioco o di lavoro che conoscevo nelle versioni
autentiche, quelle del tocco di una mano o di un abbraccio o di un ballo scatenato.
Con gli stages la lettura del mio libro entrata nel vivo: lentamente ma con coraggio, ho
cominciato a sfogliarne le pagine pi dolorose.
Spesso, durante il lavoro, affioravano nella mia mente dei ricordi, flash del passato, oppure
delle immagini nuove, a cui associavo la sensazione emotiva che stavo provando: rividi quella
bambina al mare, e per lei piansi pi volte. La sua deformit mi faceva male, mi sarebbe
piaciuto essere stata bella, allegra e pasciuta, mi vedevo proprio bruttina; daltronde mi
ricordai anche che qualcuno, un professorone di odontoiatria, me laveva detto che ero un
mostro. Ho sofferto molto per poter guardare quella bambina con altri occhi, ma quando ci
sono riuscita ho capito quanto avevo introiettato quel giudizio che mi aveva reso, tra laltro, un
soggetto difficilmente fotografabile per tutta la vita. Sentivo che non avrei potuto essere
diversa, avevo ancora lo stesso corpo tutto contratto che aveva quella bambina, come tanti
elastici che si attorcigliano e si sovrappongono tra loro creando nodi e parti dure, e che si
tendono ulteriormente negli arti superiori ed inferiori. A poco a poco trovai le ragioni di tanta
tensione perch, man mano che la mollavo, durante il lavoro, rivivevo dolori antichi, a volte
dimenticati, e tuttavia trascritti nel libro del mio corpo. Una volta mi rividi nella culla, in una
stanza di una casa che non esiste pi, mentre sgambettavo, poi unombra, qualcuno che si
stava avvicinando e allimprovviso, fortissima, una sensazione di soffocamento. Non so se
mia madre abbia tentato di soffocarmi davvero, oggi non importa, limportante stato aver
bisogno di respirare: linformazione trasmessa dal corpo durante il lavoro muscolare mi ha
permesso di comprendere, nel tempo e da dentro, perch la mia bambina era cos magra e
aveva le costole sollevate. Il mio diaframma era completamente bloccato, questo mi faceva
sentire sospesa, ansiosa e bisognosa dellapprovazione altrui, mentre prendere respiro
significava stare dentro di me, osservare ci che mi circondava partendo dalla certezza che io
cero, per porre fine allo stile acciuga che mi aveva sempre caratterizzato. A tutto questo si
associava lemergere di un grande bisogno di affetto e di tenerezza, mai ricevuti da piccola,
che potevo soddisfare con i miei pari, coi membri del gruppo dopo, nel lavoro di relazione. Ho
vissuto incontri bellissimi, degni di un film: vicinanze nel dramma che ci hanno reso solidali,
nutrimento affettivo che andato a colmare dei vuoti, fino allo scambio e al poter dare
spontaneo, quando il dover dimostrare di essere in un certo modo ha cominciato a non
interessarmi pi. Ho vissuto momenti di grande felicit, di immersione totale nelloblio, di
abbandono al fluire del tempo, dei colori e delle sensazioni.
Il libro del corpo, quando si svela, ricco di storie che ributtano inaspettatamente allindietro,
al momento in cui le emozioni si imprimono su un essere in via di sviluppo, che non potendo

ancora distinguere se stesso dagli altri, riporta a s tutta la realt. Mi ritenevo lunica
responsabile di quello che succedeva, non potevo delegare a nessun altro, di cui potessi
fidarmi, possibilit diverse, dovevo essere brava e tesa per far andare bene il mondo. Questi
meccanismi avevano coperto ci che di pi vero mi andava rivelando il corpo: la solitudine, la
rabbia e il disagio che provavo durante il lavoro di allungamento dei muscoli e che avevano
contrassegnato la mia infanzia.
Una volta, dopo un lavoro sulla bocca, sentii che il mio viso si contorceva come quando, da
giovane ragazza, vidi la paralisi isterica di mia madre: fu una delle sue tante crisi che in quel
caso le provoc il blocco dei muscoli della parte sinistra, evidente, a livello facciale,
soprattutto nella bocca. Il ghigno che avevo anchio, e che tanto deturpava il mio sorriso,
esprimeva allora, oltre al dolore per quella sofferenza, la beffa di un destino di cui, oltretutto,
mi sentivo inconsciamente colpevole, trasferendo sul mio viso e dentro di me il dramma di
mia madre. Non importa se sei gi adulto, quando ci che succede ti tocca nel profondo
come quando eri bambina.
Quel giorno rivissi anche, attraverso la memoria del corpo, i due interventi chirurgici che
avevo subto, entrambi nella parte sinistra della bocca: uno alla mandibola inferiore, laltro
nella mascella superiore; si trattava di episodi che facevano parte, in questo caso, della mia
anamnesi personale, senza essere per questo meno dolorosi.
Precipitai in un cupo silenzio e quella notte feci sogni strani che non rammento, ma il mattino
dopo, con la faccia caduta, la bocca finalmente chiusa in maniera naturale, mi ripresentai al
gruppo e pacatamente raccontai cosa mi era successo. I ricordi del corpo non si possono
mistificare, perch emergono, intensissimi, come quando gli eventi lasciano la loro impronta;
la mente pu giocare per adattarsi a soddisfare in maniera deviata i bisogni inappagati,
mentre il corpo grida tutto il suo disagio, senza mezzi termini. La mia bocca era la mia storia:
mostrandomi i suoi dolori, cominciava ad assumere una sua dignit. Avrebbe voluto un cibo
che non le era stato dato, avrebbe desiderato sorridere, ma non le era stato permesso, ma
ora poteva trovare una casa in un viso lavorato, godere di questa scoperta cos riposante, e
poi andare in giro per il mondo, guardare, ridere, cantare. Molte parti del mio corpo, e non
solo la bocca, mi hanno svelato via via i loro ricordi, attraverso le sensazioni e le emozioni
che ho rivissuto durante il lavoro. Per parecchio tempo ho avuto bisogno di piangere lacrime
disperate, per le quali pareva non esserci sollievo come quando ero bambina, ma dopo, negli
esercizi di contatto, mi placavo. Spesso trovavo braccia accoglienti che mi consolavano,
occhi comprensivi che legittimavano il mio dolore, dolci carezze che mi scaldavano.
La parte lavorata, dopo la catarsi affettiva, entrava, carica di energie, nella relazione con gli
altri, attraverso le verifiche di movimento. Muovere e percepire parti del corpo, prima
bloccate, nel momento dellincontro con le persone fonte di emozioni intense legate alla
scoperta di nuove possibilit di partecipazione. Un pezzetto in pi, un tassello ulteriore si
andava cos ad inserire nel mosaico del corpo, portandosi dietro il suo giovane bagaglio di
esperienze relazionali.
Dopo tale momento, le nuove parti lavorate possono inserirsi nello schema corporeo in
maniera pi significativa.
Mano a mano che il lavoro scendeva sempre pi nel profondo, mi accorgevo di poter disporre
di tutte le mie facolt nella loro massima potenza. Lattenzione che rivolgevo al gruppo, ad
esempio, si intensific enormemente: come sotto leffetto di una pozione miracolosa, tutto e
tutti cominciarono ad appassionarmi, ognuno di loro aveva qualcosa da insegnarmi e potevo
ascoltarli come mai prima dallora.
Lessere cos dentro me stessa non escludeva affatto il poter essere con gli altri. Se nei primi
stages ero andata alla ricerca del mio simile e del familiare, delle coetanee del tipo mentale e

nevrotico come me per costruire alleanze e rivalit, dopo, col tempo, ho avuto la fortuna di
incontrare anche il diverso. Da timida e insicura, tesa e controllata, come se mi sentissi
sempre osservata e giudicata, sono diventata, poco a poco, tranquilla e aperta. Questo ci
che succede quando non hai pi bisogno di sentirti guardata per esistere. Non ho pi avuto
paura di esprimermi a livello affettivo, non ho pi sussultato quando mi si avvicinava il
conduttore del gruppo e non ho pi calcolato quando e quanto lo faceva con me in confronto
agli altri. Mia madre, poveretta, si dannava a vestire me e mia sorella in modo uguale, a
picchiarci altrettanto per non fare differenze, ma quando ho sentito che non un reato avere
delle preferenze e che ognuno ha per questo i suoi perch, ed ho pensato inoltre che era lei,
mia madre, la terza di tre sorelle, ad avere proiettato le sue paure di esclusione su di me, ho
potuto smettere di spendere energie a controllare cosa mi veniva riservato. Soprattutto ho
iniziato a chiedere aiuto se ne avevo bisogno.
Il lavoro di gruppo, condotto con metodo non direttivo da Maddalena, stato il mezzo della
mia crescita: nella relazione con gli altri, uguali e diversi, nella comunanza dei momenti felici
cos come di quelli drammatici, nelle storie di vita che ognuno di noi ha regalato ai vari
componenti, nelle dinamiche che abbiamo potuto osservare mentre le vivevamo, si costruita
la complessit sociale.
Ho trovato spesso questi termini quando studiavo per lesame di Sociologia dei gruppi
allUniversit. Lindividuo nel gruppo qualcosa di pi di un semplice atomo, eppure
conserva la sua identit senza disperdersi come nella societ. un livello intermedio di
relazione, capace di fornire una grande ricchezza di stimoli, probabilmente maggiore di
quella della relazione terapeuta-paziente. La forza e lenergia che si sviluppano allinterno del
gruppo non sono la pura sommatoria di quelle individuali, ma qualcosa di diverso.
Ecco che se il gruppo gira bene, se esso stesso cresce come gruppo, questo potr andare a
costruire un pezzetto significativo di realt che sostiene i singoli anche fuori da quel
laboratorio.
Ho fatto parte di un gruppo chiamato il combinato per diversi anni: in alcuni momenti si
trattato di una combinazione veramente molto felice di elementi umani, insieme ai quali ho
elaborato e condiviso temi e tesi che nascevano dal lavoro sul corpo e non a tavolino.
A partire da questo, il livello di profondit e di potenza della trasformazione di cui io, ma non
solo, ho potuto usufruire, stato tale da poter dare una vera svolta ad un processo che,
lentissimo, era iniziato dieci anni prima. Dallo stages residenziale di Ischia del 93 in avanti,
ho iniziato a godere di uno stato di grazia, di allegria e di serenit davvero insperati.
Contemporaneamente si drizzato il busto, aumentato il seno, si rilassato il viso e la
bocca, si riempito lo scarno. Lo sguardo si addolcito, lapproccio si fatto pi spontaneo,
il movimento armonioso.
La mia apertura dal punto di vista fisico ha coinciso con quella mentale, la quale mi ha
permesso di lasciare indietro alcuni fantasmi, senza voltarmi pi. Ho visto la mia verit di
bambina che aveva un immenso bisogno di amore, e non ho scusato i grandi, pur vedendo le
loro verit. Da quando ho accordato il diritto di cittadinanza al mio dolore, posso riascoltare
quella bimbetta che rimasta dentro con tenera comprensione verso me stessa ma anche
verso gli altri e, nonostante le evidenti ferite, godere dellimmenso piacere di vivere la mia
vita.

Lilia Collina

2. Un passato da piccola ginnasta, poco convinta


Ho pochi e sfumati ricordi della mia infanzia e quando riguardo lalbum delle mie vecchie foto,
mi soffermo su di una in particolare, una bambina con due grandi occhi neri che mi rivolge
uno sguardo intenso, carico di domande e aspettative.
Frugando nella memoria, affiorano i ricordi del mio primo giorno di scuola e del volto della mia
compagna di banco. Ad uno ad uno rivivo alcuni momenti di allora. Tutti in fila, nellatrio della
scuola elementare, ci viene somministrato il vaccino orale antipoliomielite.
Radunati nel cortile della scuola, con grandi occhiali scuri, attendiamo leclissi di sole. E
ancora, vengo messa in punizione per aver copiato un tema, preparato a casa il giorno
precedente.
Ricordo molto bene mia nonna, con cui io e mio fratello siamo cresciuti e ricordo i suoi
racconti di quando, pollivendola, andava in bicicletta a vendere polli e conigli al mercato di
Lugo. sempre stata una presenza rassicurante, per noi bambini, la nonna, tacita complice
dei nostri piccoli misfatti e sempre pronta a difenderci con i nostri genitori.
I miei genitori erano tutto il giorno al lavoro e la sera tornavano a casa stanchi e spesso
nervosi. Erano molto severi e quando si arrabbiavano non cera da scherzare, per cui
preferisco ricordarli nei momenti pi dolci, quando mio padre ci incantava con favole
fantastiche per farci mangiare o mia madre ci assisteva nei compiti, insegnandoci tabelline e
preposizioni.
Sono la primogenita di due figli, ho un fratello pi giovane di quattro anni e ho sentito molto il
peso di essere stata la prima e per di pi femmina. Inoltre ladolescenza stata per me, come
per la maggior parte dei ragazzi, molto difficile: avevo un corpo che non accettavo e mi
mortificava lessere presa in giro dai compagni perch grassottella.
Ero pigra e molto golosa e mia nonna, reduce dagli anni della guerra, anni di sacrifici,
risparmi e digiuni, era orgogliosa di poter crescere i suoi nipoti a tagliatelle al rag, carne e
formaggio, latte e uova.
Non riuscivo a trattenermi davanti ai piatti di pasta ben condita che la nonna mi preparava.
Era una festa quando a merenda trovavo la crema gialla calda, ma poi la crisi
sopraggiungeva, di fronte ad un vestito da comprare o un costume da indossare, in unepoca
della vita in cui ci si vorrebbe sentire in perfetta forma, essendo il tempo delle prime feste e
delle "prime cotte".
Non amavo lo sport e non sono mai stata competitiva, a differenza di mio padre che ha
dedicato ad esso tutta la vita ed ha sempre gareggiato per vincere, non per partecipare. Un
po per compiacerlo, un po per migliorare il mio aspetto fisico, cominciai a praticare sport,
dalla pallavolo allatletica, dal tennis allequitazione, e poi ancora lo sci e la palestra, con tanta
fatica e poche soddisfazioni.
Mi consolava pensare che questi sacrifici sarebbero comunque valsi a preservarmi dagli
acciacchi dellet adulta, soprattutto dai dolori alle ossa.
E cos per anni ho allenato il mio corpo con esercizi faticosi che obbligavano i miei muscoli a
contrazioni violente, spesso dolorose.
Ricordo in particolare la ginnastica in palestra, gli esercizi alla spalliera, i pesi, laerobica.
Nessuna di queste attivit mi divertiva e nessuna riusciva a rilassarmi.
Di divertimento e di rilassamento avrei avuto invece davvero bisogno, in quanto avevo
intrapreso una carriera di studi e di lavoro molto pesante, cio quella di medico.

A ventiquattro anni mi ero laureata in medicina, poi mi ero specializzata in pediatria ed avevo
trovato lavoro come pediatra in ospedale, la mia massima aspirazione.

Il ruggito ritrovato
stata per me una spiacevole sorpresa, cinque anni fa, allet di trentasei anni, trovarmi alle
prese con un fastidiosissimo mal di schiena, un forte dolore sotto la scapola destra, che mi
impediva persino il riposo notturno. Ero reduce da una settimana di intenso allenamento
sportivo durante una vacanza con amici in Francia, dove finalmente mi ero sentita con "un
fisico bestiale" ed ero riuscita a fare di tutto, dallo sci estivo allequitazione, dalla mountain
bike al tennis, riuscendo anche a divertirmi. Quel dolore non ci voleva, ed ancor pi amara fu
la sorpresa quando le lastre rivelarono una colonna con curvature scoliotiche e segni di
artrosi incipiente (cos giovane!).
Iniziai cos la "via crucis" degli specialisti e delle terapie: il neurologo ipotizz una nevralgia, il
fisiatra una mialgia, lortopedico, infine, prospett la possibilit di un osteoma di una vertebra
dorsale, sulla base di una immagine sospetta delle lastre. Si trattava di un tumore benigno
delle ossa, pi frequente nellinfanzia e che in quella sede avrebbe potuto essere pericoloso
per il rischio di danneggiare il midollo osseo, qualora avesse dovuto essere asportato.
E lasportazione si sarebbe resa indispensabile, se il dolore si fosse rivelato, a lungo andare,
non pi sopportabile.
Cos, paralizzata dalla sentenza, decisi di fare qualsiasi cosa pur di eliminare il sintomo. Feci
un primo tentativo con i comuni farmaci antinfiammatori, che poco effetto ebbero sul dolore,
ma mi causarono un tremendo mal di stomaco. Poi mi affidai alle mani di un muscoloso
fisioterapista che si accan sulla mia schiena, massaggiandola con vigore, con nessun
risultato se non quello di farmi odiare le sue pesanti manone. Affrontai anche la prova del
manipolatore, ma quando questi prese a "manipolarmi" la colonna con tale energia che
pareva volesse spezzarmela, decisi di sospendere dopo la prima seduta.
Ero disperata. Su consiglio di una collega, mi rivolsi ad una fisioterapista di nome Maddalena,
che lavorava in un centro privato, vicino a casa mia a Bologna, dove svolgeva un lavoro a
gruppi di "antiginnastica e psicomotricit". Il termine antiginnastica mi ispir subito simpatia,
mentre il secondo, psicomotricit, mi lasci perplessa e forse anche un po spaventata, ma
ero fermamente decisa a tentare quella strada.
Ricordo il primo incontro con Maddalena: con le lastre sottobraccio le dissi che ero medico,
che avevo un terribile mal di schiena e che volevo lavorare con lei. Non sembr molto
interessata a me e al mio problema. I corsi erano iniziati e con lei non cera pi posto. Ero
decisa a non cedere e cos le dissi che mi era stato diagnosticato un tumore vertebrale. Se il
dolore non passava dovevo essere operata e lintervento aveva un rischio di complicazioni
elevatissimo.
Fui inserita in un gruppo che aveva gi iniziato a lavorare, rivelatosi per molto disponibile ad
accogliermi. Ricordo le prime sedute, in cui avvertivo un grande imbarazzo, soprattutto
quando mi veniva chiesto di riferire al gruppo come mi sentivo, abituata comero a chiedere io
agli altri come si sentono. Anche alla fine della seduta, durante i lavori di contatto, mi sentivo
goffa e inadeguata, abituata come ero ad un mondo in cui nessuno ti guarda, nessuno ti
tocca e quasi ci si impaurisce se qualcuno ti abbraccia con calore.
Non era necessario fare bene lesercizio ma era sufficiente cercare di eseguirlo. Nella
respirazione non era importante inspirare con vigore, come mi avevano insegnato nel mio

passato di "piccola ginnasta", ma bisognava soprattutto buttare fuori tutta laria e cio
espirare completamente per rilassare il diaframma. Alla fine di ogni seduta non ero stanca,
ma anzi mi sentivo rilassata e piena di energia. In pochi mesi mi pass completamente il
dolore. Decisi allora di fare una lastra di controllo, che dimostr che quella immagine sospetta
era in realt solo un artefatto, o falsa immagine radiologica.
Fui cos consapevole che il mio dolore era il risultato di contratture muscolari che avevano
radici antiche. La sofferenza che mi aveva procurato mi aveva impedito di rimuoverlo e anzi
mi aveva costretto a fermarmi ad ascoltarlo e a cercare di interpretarlo. Continuai cos con
entusiasmo a frequentare il Centro Monari, con indubbi benefici sul mio corpo che acquistava
sempre pi morbidezza ed armonia nei movimenti, grazie al lavoro di gruppo che svolgevo
settimanalmente.
E via via che i miei muscoli si ammorbidivano ed il mio corpo trovava un nuovo equilibrio, con
la colonna pi dritta, il collo meno contratto, le spalle pi basse, la mandibola meno serrata e
gli occhi pi aperti, piccoli ma progressivi cambiamenti investivano tutta la mia sfera emotiva
e relazionale.
Non avevo pi bisogno di quellesagerato autocontrollo che mi era stato imposto fin da
bambina e che mi impediva di esteriorizzare le emozioni, non trovavo pi imbarazzante
piangere se ne sentivo il bisogno, cos come non sentivo pi lobbligo di trattenermi, se volevo
sfogare la mia rabbia, magari urlando.
Col tempo ho imparato a non soffocare le emozioni, come in passato, ho capito quanto pu
giovare esprimerle, mentre il trattenerle fa ammalare il corpo e soffrire il cuore. Cos
finalmente anchio, che ho sempre ritenuto indecoroso ed inopportuno alzare la voce, in
occasione dellultimo stage a cui ho partecipato, ho tirato fuori un potente ruggito da leone
ferito e profondamente offeso, ho gridato a tutti la mia rabbia, e alla Maddalena, che a fine
seduta chiedeva di riferire al gruppo cosa ci "portavamo a casa" ho risposto: il ruggito del
leone, che avevo dimenticato nella culla.

Riscoprire i bambini e incontrare il bambino che in me


Col tempo, anche il mio lavoro di pediatra ha preso nuovi significati.
Fin dai banchi della scuola elementare scrivevo nei temi che avrei voluto fare la pediatra. Mi
affascinava lidea di prendermi cura dei bambini malati. Quando per il mio sogno si
avverato ed ho iniziato a lavorare in ospedale, il mio rapporto con i bambini diventato
sempre pi professionale, da medico a paziente, scegliendo sempre come interlocutore il
genitore e trascurando i bisogni e le paure del bambino, presa come ero dal desiderio di
curare bene ed in fretta la sua malattia.
Negli ultimi anni questo rapporto cambiato ed io sono molto pi attenta a ridurre al minimo i
traumi, che in ospedale per un bambino sono tanti, il distacco dallambiente domestico, la
visita medica, i prelievi, le punture. Spesso anche le procedure diagnostiche vengono
eseguite tenendo conto pi delle esigenze del medico che del rispetto del paziente, che nel
mio caso un bambino. Emblematico il caso della biopsia intestinale, che si esegue in
pediatria soprattutto quando si sospetta una malattia celiaca, una intolleranza ad alcuni
cereali, quali il grano. Si esegue con una capsula metallica che va introdotta dalla bocca e
durante lesame il bambino deve stare fermo, per cui i testi medici consigliano di avvolgerlo
stretto con un lenzuolo, a mo di mummia, in modo da impedirgli qualsiasi movimento.

Il bambino si trova cos legato e solo, perch i genitori vengono tenuti fuori, per non essere di
intralcio agli operatori. Questo sicuramente un modo di procedere pi sbrigativo e comodo
per il medico, ma estremamente coercitivo e violento per il bambino.
Lasciare il bambino nella sua cameretta accanto ai genitori, spiegare bene ed in modo
semplice la tecnica, chiedere la collaborazione del bambino stesso se grandicello, o dei
genitori se pi piccolino, comporta certamente un dispendio maggiore di tempo e di energia,
ma chi si occupa di persone malate, soprattutto se bambini, non deve avere fretta, e non
deve perdere di vista lobiettivo principale, che il rispetto del malato e della sua malattia.
E cos se il bambino si fida, se si sente abbastanza tranquillo, se anche i genitori collaborano
e lambiente rassicurante, sar ridotto al minimo il trauma dellesame ed il bambino non
serber di esso un ricordo tanto brutto.
Sono cambiate anche le mie convinzioni riguardo allo sport, soprattutto quello agonistico,
svolto il pi delle volte dai bambini pi per compiacere i genitori che per loro reale
divertimento. Ogni sport comporta contrazioni muscolari che tendono, col tempo, ad
accorciare i muscoli, soprattutto quelli posteriori ed a ruotare lasse del corpo, causando i vari
dismorfismi che sono alla base dei dolori ossei dellet adulta.
Il movimento importante, ma bisogna muoversi nel modo pi naturale possibile, senza
costringere i nostri poveri muscoli ai lavori forzati, per cui ai genitori che mi chiedono consiglio
su quale sport far fare ai loro figli, rispondo: fateli divertire.
Ho imparato a guardare il corpo del bambino nel suo insieme e ad interpretare meglio i suoi
sintomi, e cos ora so che i piedi piatti non devono essere chiusi in scarpe ortopediche per
essere sostenuti. Non sono infatti altro che la conseguenza di una schiena contratta e rigida.
Anche per altri dismorfismi, quali le ginocchia valghe, la scoliosi, le scapole alate, so che
sono il risultato delle dolorose rotazioni di un corpo che prima va attentamente osservato e
poi riportato in asse, senza bloccare il movimento con busti, tutori, gessi o altro.
Ho imparato ad interpretare il sintomo non pi solo come spia di malattia organica, ma
spesso anche come segnale di disagio che il bambino prova nellambiente famigliare,
scolastico e sociale. Il lavoro fatto su di me in questi anni mi ha insegnato ad ascoltare i
segnali del corpo e questo stato di grande aiuto a me ed al mio lavoro di medico. Sono
convinta che la salute di una persona, fisica e psichica, derivi dalla fiducia in se stessi, che si
apprende solo attraverso il processo della vera comunicazione. E cos anche nel mio lavoro
posso contribuire a mantenere la fiducia del bambino, cercando di comunicare con lui o
riallacciando comunicazioni interrotte. Il bambino impara pi attraverso il piacere che
attraverso la sofferenza e pi grazie ai suggerimenti e alle spiegazioni che agli ordini e tutti
coloro che si occupano di bambini, pediatri compresi, devono esserne consapevoli.
Durante questi anni, quando ho incontrato i miei blocchi muscolari ed emotivi, ho attraversato
momenti faticosi e dolorosi, ed ho avvertito una grande stanchezza, a volte mista a sfiducia,
ma sempre stata pi forte la spinta ad andare avanti, nella convinzione che solo il lavoro su
di s pu migliorare il rapporto con se stessi e con gli altri.
Negli ultimi anni Maddalena ha definito meglio il suo Metodo ed ha avviato una Scuola di
formazione, affinch altre persone, oltre a lei, lo possano applicare. Insegno anatomia agli
allievi della Formazione ed anche questa stata per me unesperienza importante.
Ho cancellato dalla mia testa la vecchia visione del corpo umano, spezzettato in un numero
infinito di ossa e muscoli ed ho riscoperto un corpo nuovo, una macchina meravigliosa in cui i
muscoli si muovono tutti insieme in catene ed esprimono in modo tangibile bisogni e disagi.
Lattenzione ai bisogni del corpo stata la molla per avvicinarmi in modo nuovo anche ai
problemi dellalimentazione. Da anni mi occupo di problemi nutrizionali nei bambini, ma solo
di recente ho allargato i miei interessi con lo studio e la pratica del metodo Kousmine, messo

a punto dalla pediatra russa Catherine Kousmine, secondo la quale tutte le malattie della
nostra epoca, soprattutto quelle degenerative quali i tumori, dipendono da una cattiva
alimentazione.
Prendersi cura di s comporta anche mangiare in un modo pi sano, per mantenersi pi a
lungo in salute e "dare vita agli anni, non solo anni alla vita", come dice la Kousmine. Ho
ritenuto importante estendere queste mie conoscenze agli allievi del Centro con alcuni
incontri, che sono stati unesperienza molto stimolante, per linteresse che gli argomenti
hanno suscitato.
Ho trovato tanti amici, facendo questo lavoro, persone su cui so che posso contare e che di
me accettano pregi e difetti, come io di loro, perch questo lavoro mi ha insegnato ad essere
pi vera e a mostrarmi per quella che sono, nel bene e nel male, nella felicit e nella tristezza.
Ed cos che ora, quando osservo la mia immagine riflessa allo specchio, riconosco il volto e
lo sguardo di quella bambina che mi guarda dalle pagine dellalbum di fotografie, una
bambina che ho imparato a proteggere ed amare ogni giorno di pi.

Sandra Brusa

3. Ho trovato dei compagni di viaggio


Ero a Bologna da due giorni. Avevo appena cominciato a seguire le lezioni del secondo anno
della Scuola per Terapisti della Riabilitazione dellOspedale S. Orsola.
Erano ormai sei mesi che quel numero della rivista Riza Psicosomatica giaceva vicino al mio
telefono; era aperto alla pagina dove avevo cerchiato in rosso la pubblicit del Centro Monari.
Cera scritto: Centro Monari - Psicomotricit Antiginnastica; poi alcune frasi spiegavano
come con un lavoro di gruppo si potesse non solo ammorbidire ed armonizzare la struttura
fisica, ma anche permettere al corpo, alla persona, di ritrovare energia e voglia di vivere,
migliorando cos anche le possibilit di comunicazione con gli altri.
Quelle poche righe mi avevano proprio colpita, quel Metodo mi interessava dal punto di vista
professionale ma soprattutto perch, come futura terapista, mi sembrava fondamentale fare
un lavoro del genere su di me per poter poi lavorare con gli altri. In quei sei mesi, per, non
avevo mai trovato il tempo per telefonare.
Quel giorno invece appena tornata da lezione chiamai! Fu Maddalena a rispondermi. Mi
presentai e le dissi che ero unallieva della Scuola per Terapisti della Riabilitazione e che mi
sarebbe piaciuto provare il suo Metodo.
Prima ancora di iniziare a studiare a Bologna avevo letto alcuni libri sulle cosiddette
ginnastiche dolci e tra questi cera anche Guarire con lantiginnastica: le ragioni del corpo di
Thrse Bertherat. Da allora mi era rimasta la curiosit di provare su di me questo metodo.
Per strada a Bologna, quel primo anno di Scuola Terapisti, ero spesso incappata in locandine
che pubblicizzavano Centri di Antiginnastica. Cerano sempre il numero di telefono e
lindirizzo ma non ne lessi mai nessuna con calma.
Il giorno in cui andai a quellincontro il cielo era grigio, era una di quelle giornate uggiose che
spesso riuscivano a scatenarmi i miei famosi attacchi di emicrania. Mentre camminavo mi
sorpresi dello strano senso di eccitazione che cresceva dentro di me, avevo voglia di
conoscere la persona a cui apparteneva quella voce calda e calma che mi aveva parlato al
telefono e di vedere il suo Centro.
Ero come sempre in anticipo.
Entrai e pensai di essermi per lennesima volta estraniata dalla realt; cera un salotto al
posto della pi comune sala dattesa, era un ambiente confortevole, personale e non freddo,
o asettico e anonimo.
Tante volte passando per la palestra delle terapie fisiche in ospedale avevo sognato ad occhi
aperti un posto pi tranquillo, accogliente, rispettoso; solo in un posto con queste
caratteristiche io avrei voluto essere curata e solo l io avrei voluto lavorare.
Per una volta dover aspettare non mi metteva a disagio anzi continuai a guardarmi intorno e a
fantasticare. Lincontro con Maddalena chiss quanto dur.
Eravamo sedute una di fronte allaltra. Dietro a lei cera una libreria di legno: cerano molti
libri, alcuni noti ed altri no; mi piacque vedere che insieme ai libri di anatomia e fisiologia ce
nerano alcuni di psicologia, altri sul massaggio, altri (gi visti tra quelli di mia madre) sui
rimedi naturali e sullalimentazione, altri ancora sembravano romanzi. Vicino alla libreria cera
un piccolo frigo e sopra regnava una grande cesta piena di frutta; su una delle due scrivanie
cera un coloratissimo mazzo di fiori; qua e l cerano fotografie di persone sorridenti (quasi
sempre bambini).

Insomma, la prima piacevole sensazione fu di non essere capitata in un posto rigido.


Non ho mai sopportato le persone che prendendo un qualcosa come fede, lasciano che
questo diventi la loro unica ragione di vita e che tutto il resto perda di significato. Mi hanno
sempre infastidita le persone rigide negli atteggiamenti e nelle idee e non avrei sopportato n
di incontrare una dottoressa classica convinta dellonnipotenza della medicina occidentale, n
una vestita da indiana, a piedi nudi con lo sguardo perso nel vuoto che mi dicesse di aver
trovato la via della gioia.
Quellufficio era armonico. Era una stanza che conteneva vari elementi fondamentali per
nutrire una persona. Questa pluralit di fonti mi rassicurava.
Anche Maddalena mi piacque subito. Aveva un vestito con una gonna lunga, i capelli sciolti
cadevano morbidi sulle spalle, il suo sguardo era lucido, attento e un po misterioso, aveva
qualcosa di familiare.
Mentre parlavamo avevo comunque le mani gelide (mi succede sempre quando affronto
qualcosa di nuovo). Ci davamo del lei e io ogni tanto non potevo fare a meno di pensare:
chiss cosa legger dalla mia postura, dal mio modo di muovermi e di parlare.
Non mi ricordo esattamente cosa ci dicemmo, so solo che, quando le dissi che ero convinta
che una terapista dovesse in primo luogo lavorare su di s, lei mi disse: forse i tempi stanno
finalmente cambiando .
Mi iscrissi subito ad uno stage.
Tornando verso casa mi sentivo pi leggera, allegra, quasi felice.
Tornai al Centro qualche settimana dopo per il colloquio con Anna Maria: lei avrebbe tenuto il
mio primo stage. Con lei mi sentii subito a mio agio, chiacchierammo di me e della mia
famiglia. Mi lasci solo un po interdetta quando mi chiese il mio segno zodiacale (per un
attimo pensai: ecco unaltra quarantenne un po strega !).
Mi piaceva comunque questo tipo di approccio.
Lidea di un incontro prima di iniziare il lavoro in palestra mi sembrava umana!
Eravamo due persone, due individui che iniziavano a fare conoscenza.
Lei non era LA Terapista. Io non ero UNA paziente.
Il primo giorno dello stage non conoscevo nessuno. Ero piena di quellentusiasmo che
caratterizza spesso le mie prime volte.
Era piacevole essere in un posto in cui non cera nessuno che si aspettasse qualcosa da me,
nessuno a cui rendere conto, nessuno con la penna in mano e un registro di fronte per
giudicarmi!
Mi sentivo anche un po tutelata dal fatto che non era proprio la prima volta che iniziavo un
lavoro su di me. Infatti quando frequentavo il liceo classico a Bolzano, i miei genitori mi
convinsero ad andare da una terapista della riabilitazione. Io arrivai da lei scettica e diffidente,
il mio problema era che soffrivo di terribili emicranie, di mestruazioni molto dolorose e di
influenze ricorrenti: non riuscivo proprio a capire che cosa centrasse una fisioterapista con i
miei mali. Mi sembrava che mia madre e i suoi amici medici alternativi sperimentassero su
di me strane pozioni, intrugli miracolosi e stregonerie varie. Ero stufa, avrei voluto una pillola
che mi facesse guarire, diventare come gli altri, sognavo un medico classico, onnipotente,
che mi curasse !
Questi erano i presupposti di due anni di lavoro con quella fisioterapista.
Lei faceva lavorare con il rilassamento, lascolto e il riequilibrio delle energie corporee. Dopo
gli esami di maturit partecipai anche ad uno stage di una settimana tenuto da lei: durante il
lavoro si alternavano momenti di rilassamento e visualizzazioni, momenti di lavoro a coppie,
momenti di lavoro corporeo pi vivace. Durante quella settimana vidi persone scoppiare in
pianti disperati; sentii emozioni diverse impadronirsi di me; sentii quale incredibile situazione

di gruppo si potesse creare e come le sensazioni, le azioni di uno potessero condizionare,


influenzare quelle degli altri.
Quel tipo di lavoro mosse sicuramente tante cose e soprattutto non mi tolse completamente i
miei sintomi, ma mi insegn ad ascoltarli e a viverli come campanelli di allarme. Quel lavoro
apr una fessura sufficiente per iniziare ad ascoltarmi di pi, a mettere il fuoco dellattenzione
pi su di me che su chi mi stava intorno. Non ero per per niente in grado di riconoscere quali
fossero realmente i miei bisogni: ero pi in crisi che mai, iniziavo a vedere un qualcosa che mi
era impossibile accettare ed affrontare. Alcune frasi che mi furono dette allora suonarono alle
mie orecchie o come sentenze, o come semplicemente incomprensibili: solo ora possono
avere un significato. In quel periodo passavo da momenti in cui sentivo la gioia di vivere che
mi esplodeva dentro, a momenti in cui scoppiavo a piangere senza apparente motivo.
Devo, comunque, sicuramente anche a quella crisi, a quella prima rivoluzione interna se
trovai la forza di mollare, dopo il primo anno, la facolt di giurisprudenza, sconvolgendo tutti e
tutto e di prendere la decisione di andare un anno in Germania come ragazza alla pari dove
imparare il tedesco e soprattutto trovare il tempo e il modo per capire cosa mi sarebbe
piaciuto fare come professione.
Al mio rientro in Italia iniziai una psicoterapia.
Durante i mesi trascorsi in Germania i miei mal di testa non erano passati e a questi si erano
associati disturbi ormonali e preoccupanti disturbi alimentari.
Trovarmi poi di nuovo a Bolzano ed essere per la prima volta in vita mia senza niente da fare
(non studiavo e non lavoravo) mi faceva sentire vuota, sola: non ero niente.
La mia razionalit mi imponeva di analizzare la situazione e di ripetermi spesso frasi del tipo:
una persona quel che e non ci che fa, oppure ciascuno ha i propri tempi e ritmi, tutti
hanno diritto a delle pause di riflessione.
Erano concetti che andavano contro a ci che comunemente accettato, a tutto ci che la
nostra societ, la scuola, i mass-media esigono dal singolo individuo. Nella nostra realt
lefficientismo, la velocit, la bravura, lessere attivi, instancabili, vincenti (meglio ancora se
sorridenti, belli e ricchi) sembrano caratteristiche fondamentali per essere accettati
socialmente. Fin da bambini veniamo bombardati di richieste e aspettative che ci fanno fare
sforzi disumani per adeguarci a modelli assoluti e standardizzati ignorando, rimuovendo, i
nostri specifici bisogni. Per paura di essere esclusi, ignorati, non amati ci conformiamo a
queste regole socio-culturali.
E se per caso il nostro corpo inizia a lanciare qualche segnale di protesta ci sentiamo in colpa
e deboli, perch la cultura in cui viviamo apprezza come forma di buona educazione
latteggiamento di chi non prende sul serio le proprie sofferenze, tende a sminuirne o ne ride
addirittura (Alice Miller).
Decidendo di mollare lUniversit mi ero violentemente spogliata del mio ruolo di brava,
ubbidiente, disponibile, responsabile e improvvisamente mi ero trovata nuda.
Mi sentivo inadeguata e brutta. In quel periodo di malessere generale decisi che avrei provato
ad entrare in una Scuola per Terapisti della Riabilitazione. Mi interessavano tutte quelle
tecniche volte a ristabilire larmonia psicofisica e a migliorare il rapporto delle persone col
proprio corpo: pi in generale volte al ben-essere (mio e degli altri!). Non sapevo esattamente
che cosa facesse un fisioterapista, non avevo mai desiderato lavorare in ospedale, ma quasi
sicuramente questa scelta era dettata dal fatto che il prendermi cura di era stampata nel mio
codice di comportamento e di relazione con gli altri.
Quando nel 1992 fui accettata alla Scuola per Terapisti del S. Orsola, mi sembr di riprendere
in mano la situazione: mi avevano scelta, insieme ad altri diciannove, tra duecento candidati.

Allora ero di nuovo brava? Questi eventi esterni, ebbero leffetto positivo di darmi quel minimo
di tranquillit per permettermi di ascoltare di pi quella parte di corpo sensibile che qualche
anno prima aveva iniziato a farsi sentire.
La psicoterapia, abitare a Bologna con unaltra studentessa, riuscire di nuovo a studiare, mi
faceva stare meglio, mi faceva sentire spesso quasi felice e iniziavo anche a sentire di non
essere io la causa dei miei mali.
Questo era un po del bagaglio con cui entrai quel giorno in palestra per unirmi al resto del
gruppo con cui avrei fatto il mio primo stage.
Pensavo di essere l per conoscere un metodo riabilitativo pi vicino al mio modo di essere; la
sorpresa stata che quel giorno ho iniziato a capire qual il mio modo di essere.
Il primo grande cambiamento ci fu dopo un lavoro per ammorbidire la muscolatura dei piedi. I
miei piedi piccoli e sottili, con lalluce che tendeva al valgismo, quel giorno si aprirono! La
pianta del piede divenne pi ampia, gli alluci si toccavano.
Li sentivo per la prima volta appoggiati per terra. Questa sensazione mi dava una sicurezza
del tutto nuova. Non riuscivo a smettere di guardarli, ammirarli, mi sembravano belli e stabili.
Quelli erano i miei piedi, cos sarebbero dovuti essere da sempre.
Non sono pi tornati come prima.
Quel giorno ripensai ad alcune frasi della fisioterapista di Bolzano, che fino a quel momento
non avevano avuto nessun senso. Lei un giorno mi disse di usare meno la testa e di stare pi
con i piedi per terra perch solo cos mi sarebbero passate le emicranie. Finch non era stata
data ai miei piedi la possibilit di appoggiarsi per terra, con il lavoro di struttura, usare la
testa era stata la mia unica salvezza.
Stage dopo stage ho scoperto quali sono i miei punti di maggiore rigidit, quali quelli pi liberi,
quali sono i miei atteggiamenti di difesa, quali quelli di attacco, ho accettato alcuni dei miei
limiti; ho insomma trovato una strada per comprendermi e stare meglio.
Mentre si sciolgono le rigidit muscolari, si liberano delle emozioni.
Emozioni diverse: emozioni fino a quel momento intrappolate sotto unarmatura di muscoli
induriti. A volte lemozione fa nascere un ricordo. Questemozione, questo ricordo, questo tipo
di memoria rende il passato presente, cio d la possibilit di rivivere un pezzo di passato,
quasi sempre dimenticato, fondamentale per riappropriarsi del presente. Su di me tutto
questo stato fondamentale per poter iniziare a capire chi, cosa, come, quando, ha fatto s
che io diventassi chi e come sono.
Penso che sia generalmente accettato che lo studio del passato sia fondamentale per poter
comprendere il presente; se ci valido per la societ dovrebbe esserlo altrettanto per la
singola persona sociale.
Di ci che stato sicuramente importante mantenere la memoria e vi sono figure
professionali delegate a farlo, ma certo, che solo quando la memoria diventa collettiva,
che ci che stato potr servire per ci che sar. ... Ma si pu davvero mostrare il passato?
Io credo sia solo possibile mostrarne il ricordo, quella memoria che lo rende presente. E i
ricordi sono fatti di immagini confuse, di parole, di momenti brevi e definiti che poi
scompaiono nel buio, di sferzate improvvise, di silenzi, di pensieri sulloggi. Perch c un
passato di cui impossibile avere nostalgia ed quello che ci ricorda chi siamo (Sergio
Camin, LOmbra del buio - LAGER A BOLZANO 1945-1995, Comune di Bolzano Assessorato alla Cultura Archivio Storico).
Va inoltre considerato il fatto che se un bambino nasce e cresce in un ambiente freddo e
poco rispettoso, non pu far altro che credere che questo sia lunico mondo possibile. Lo
accetta e si adegua: irrigidendosi.

Queste prime esperienze condizionano il suo modo di pensare, sentire, relazionarsi con gli
altri.
Tutto questo, come dice Alice Miller nel libro Linfanzia rimossa, oltre a segnare la vita del
singolo individuo costituisce un grave pericolo per la societ. Solo un bambino amato,
rispettato, ascoltato pu creare un mondo diverso.
Potrei elencare ora tanti episodi, momenti, ricordi ed emozioni che hanno segnato le varie
tappe in questi due anni di lavoro su di me con il Metodo Monari, ma penso che la maggior
ricchezza di ciascuno sia la propria individualit, cio essere un soggetto unico ed irripetibile,
con la propria storia, con le proprie potenzialit, e che stia ad ognuno, ricevuti i mezzi scoprire
questo patrimonio.
Credo che il Metodo Monari unendo il lavoro muscolare ad un lavoro relazionale di gruppo
fornisca alla persona i mezzi per affrontare questa scoperta e poterla utilizzare poi per
cambiare/migliorare anche la propria vita quotidiana. Trovare il rispetto, trovare un clima di
comprensione e accettazione permette di ammorbidire la corazza muscolare; trovare calore e
contenimento rende sopportabile la scoperta di emozioni quali la rabbia e il dolore, provate da
bambini quando per essere amati e apprezzati abbiamo dovuto nascondere irrigidendo la
nostra muscolatura i nostri bisogni anche a noi stessi.
Lavorando in Germania mi era capitato di portare un bambino di due anni in una palestra in
cui una fisioterapista teneva un gruppo di attivit motorie per mamme e bambini.
Lattivit proposta non era altro che offrire ai bambini e agli adulti che li accompagnavano lo
spazio di una palestra, in cui era stato creato una sorta di percorso (tappettoni, palle di
diverse dimensioni, peso e colori, panche, cuscini ecc.).
L ho osservato come i bambini inizialmente si guardassero intorno, esplorassero, come
ciascuno a modo suo prendesse confidenza con lambiente e poi iniziasse (se lasciato libero
di provare, sperimentare) a muoversi, a rapportarsi con gli oggetti e le persone presenti.
Era sorprendente ci che riuscivano a fare. L ho visto le madri guardare affascinate quello
che i bambini liberi e morbidi riuscivano a fare.
L mi sono sentita imprigionata in un corpo rigido, non armonico e libero. Per negli occhi di
quelle mamme e dentro di me si intravedeva comunque un ricordo del piacere di muoversi in
modo cos naturale, il ricordo di potenzialit avute e troppo presto inibite.
Negli occhi di quelle donne ho visto in quei momenti quello sguardo aperto, curioso, selvaggio
che solo i bambini hanno. Credo che ogni adulto abbia la possibilit di ritrovare quella parte
viva, sensibile, curiosa di sapere e provare, flessibile, fiera e coraggiosa ... quella parte
bambina.
Sciogliendo alcune delle rigidit del mio corpo ho liberato anche la mia voglia di giocare, di
ridere, di comunicare, ho ritrovato il piacere di muovermi; allinterno del gruppo, grazie al
lavoro relazionale, sono stata libera di essere come mi sentivo, libera di esprimere ci che
provavo: mi sono sentita libera. Libera anche di chiedere e di riconoscere di avere dei bisogni
e grande stata la mia gioia nello scoprire che questi bisogni possono essere soddisfatti.
Sono convinta che se gli adulti di oggi fossero cresciuti nel rispetto e nellamore il mondo di
oggi sarebbe diverso. Purtroppo per i bambini che ieri sono stati maltrattati, picchiati,
inascoltati, beffeggiati, puniti, oggi sono genitori, insegnanti, terapisti, medici, psicologi, politici
ecc. e si rapportano con gli altri nellunico modo appreso, freddo e violento.
Il nostro mondo esige dai bambini coerenza, sacrificio, comprensione.
I bambini devono accettare i ritmi e i modi scelti per loro da un mondo a tutta velocit;
devono capire che i grandi hanno cose pi importanti da fare; devono essere ragionevoli e
sbrigarsi se il genitore ha fretta o fare con calma se il genitore stanco; devono stare fermi
anche se avrebbero voglia di correre; devono stare zitti anche se avrebbero voglia di cantare

o raccontare; devono fare i compiti anche il sabato e la domenica quando invece i grandi
sono in vacanza.
La scuola potrebbe essere un momento socialmente arricchente, uno stimolo per la creativit
e le potenzialit personali. Nel mio caso stato un luogo di tortura; il posto dove di pi in
assoluto per essere accettata ho dovuto soffocare i miei bisogni, murare la mia voglia di
azione, di movimento e di vita. La scuola invece di alimentare il mio desiderio di sapere, di
apprendere era riuscita a farmi sentire strana e diversa, ha fatto crescere in me il malessere
e mi ha irrigidita.
Per sopravvivere ho dovuto trovare un senso, dare una giustificazione a ci che ho subito, ci
non stato pi possibile quando ho scoperto che ci sarebbe stata unaltra possibilit.
Ammorbidendomi cambiato il modo di relazionarmi agli altri, si sono liberate e sono
cresciute le capacit di provare il piacere e la gioia della comunicazione.
Ho cercato persone capaci di accogliere ed apprezzare questa parte emergente, capaci di
sostenermi ed accompagnarmi in questo percorso.
Con il lavoro al Centro Monari ho visto come si possono risvegliare in ciascuno le potenzialit
bloccate, imbrigliate dalle catene muscolari, dalleducazione, dagli usi e dai costumi sociali
(eccesso di addomesticamento) e soprattutto ho trovato dei compagni di viaggio.

Silvia Camin

4. La gioiosit della bambina di un tempo


La mia schiena ha cominciato a piegarsi da quando avevo otto anni.
Ma nellet dello sviluppo, quella in cui avviene la metamorfosi da bambina a donna, che la
mia figura ha assunto un aspetto informe, senza armonia, senza senso e senza la
sensualit delle forme femminili che avrebbe potuto sviluppare.
La colonna vertebrale era diventata una S che, ovviamente, aveva spostato lasse del corpo
deformandolo quasi tutto: il viso, il tronco, i piedi, le gambe. Inoltre, aveva cos compresso i
polmoni che di uno avevo perso quasi completamente luso. Come ovvie conseguenze di
tutto questo ho avuto per anni blocchi della mobilit, difficolt respiratorie e dolori fortissimi,
che mi hanno costretta a stare per lunghi periodi immobile nel letto.
A corollario di quello che era diventato un vivere nel dolore perenne, venne aggiunto
linterminabile pellegrinaggio dai tanti luminari della ortopedia nazionale. Le cure prescrittemi
erano quelle classiche di tutte le scoliosi ad esse italica, e cio la ginnastica correttiva, che
doveva potenziare e irrobustire la muscolatura posteriore, e busti di ogni sorta: impalcature
di ferro e plastica che mi bloccavano completamente il corpo e che, spesso, ho dovuto
portare anche durante la notte per evitare movimenti troppo liberi che avrebbero
danneggiato la schiena (parole testuali di uno dei tanti professori).
Alla prescrizione della fisioterapia si univa, sempre, il refrain sulla indispensabilit di eseguire
un intervento che, su stessa ammissione dei medici, avrebbe avuto come conseguenze certe
limmobilit totale della schiena, linsorgere di dolori nuovi e la necessit di seguire terapie
riabilitative per tutta la vita. La conseguenza probabile al 50- 60%, era la paralisi totale delle
gambe e delle braccia.
Questa situazione si protrasse per circa diciottanni e mi port ad uno sfinimento tale che, a
32 anni, avevo ormai deciso di giocarmi il tutto per tutto e stavo per farmi operare. Ma, proprio
pochi giorni
prima di andare a prenotare il ricovero in ospedale, unamica di mia sorella che era gi allieva
di Maddalena Monari, mi parl del suo Centro e di quanto fosse stato importante per lei
averlo incontrato.
Un po spinta dallidea che ne avevo provate tante e che avrei potuto fare anche quellultimo
tentativo, un po affascinata dal racconto di quel modo diverso di curare il corpo, mi iscrissi
al primo stage. E, come si dice, fu subito amore: percepii immediatamente che l mi
avrebbero aiutata a ritrovare quelle potenzialit che erano ancora intatte e che mi servivano
per uscire dal tunnel del vivere da malata.
La prima cosa che sentii fu il rispetto che c nel trattare il corpo seguendo il Metodo Monari:
non pi qualcosa di estraneo da correggere ma una parte fondamentale di me stessa da
aiutare.
Il corpo cominci da subito a lanciare segnali precisi che mi fecero capire come quella era (ed
) la via giusta e, da allora, cominciato quel risveglio fisico che ha cambiato tutta la mia vita.
stato proprio il prendere in considerazione il corpo come entit viva che mi ha fatto fare
tante scoperte. La prima, e pi grande, stata quella che non mi portavo dietro un ammasso
indistinto di ossa e muscoli, ma che il corpo un insieme che si sviluppa e vive secondo
leggi naturali e che parte di quel sistema pi grande, complesso e completo che tutta la
persona; sistema che, a sua volta, regolato da una legge generale, propria e unica di ogni

individuo, che indirizza e governa tutta la macchina umana, dalla fisicit, alle capacit
intellettuali, alle emozioni.
Lavorare il corpo in modo diverso da quello che avevo conosciuto da bambina, mi ha portato
a prendere coscienza del fatto che la mia scoliosi non era dovuta ad un qualche strano virus
o, come qualcuno asseriva, ad un vizio congenito, ma che la mia schiena si era piegata,
indebolita e schiacciata perch la bambina che ero stata, aveva dovuto subire e accettare,
oltretutto come prove damore, le altrui continue violazioni di quelle leggi naturali e generali
che ne regolavano lequilibrio.
Il lavoro su di me con il Metodo Monari stato il tramite attivo per cui ho (ri)conosciuto queste
idee e ho capito quanto mi appartengono e che laverle dovute negare e rimuovere, stata la
causa unica e vera del mio essere, sentirmi e dover vivere come se fossi stata spezzata in
due: mi ha fatto acquisire quella conoscenza dellunicit del mio essere che mi era del tutto
ignota, aiutandomi a (ri)trovare il senso che unisce il corpo allemotivit e alla razionalit.
Da subito, sono stata ammaliata dal fascino dei legami che esistono tra cuore (= emozioni) e
corpo, tra ricordo e creazione di possibilit future e tra tutti questi elementi assieme. Il
mistero dei robusti fili che legano emotivit-fisicit-razionalit si svelato proprio andando a
lavorare sul corpo: quando la pelle ha cominciato a sentire il piacere di essere amata,
quando i muscoli hanno cominciato ad ammorbidirsi e a tornare alla loro forma naturale. Da l
cominciata la mia gioiosa rinascita, dentro una trib che mi accoglieva per quello che ero,
che mi era vicina senza chiedermi niente in cambio, che mi aiutava a riconquistare quellaria
e quello spazio negati, che mi faceva assaporare il piacere del vivere in branco e del
(ri)costruire le tante storie dei propri componenti, ognuno per proprio conto ma,
contemporaneamente, essendo ciascuno importante per gli altri.
Faccio un esempio, anche se credo che le parole non riescano a rendere fino in fondo tutto
quello che avviene dentro. Con una seriedi esercizi che hanno ammorbidito e riallungato la
muscolatura posteriore, ho percepito e si sono sbloccate le anche e i fianchi, tanto contratti
per cui ne conoscevo lesistenza solo per il dolore che mi provocavano, ma di cui mi era
sconosciuta la vera utilit. Sbloccando quelle parti, dolorosamente ma, assieme, con un gran
senso di liberazione, ho percepito che qualcunaltro aveva provocato quel blocco in un
passato apparentemente lontano ma, emozionalmente, ancora vicinissimo. Ho sentito che
quei muscoli erano rimasti paralizzati sotto una massa di sottile violenza, riversatami addosso
sotto le mentite spoglie di amore.
Contemporaneamente il bacino si messo in moto, cio ho potuto finalmente fare tutti quei
movimenti che non conoscevo perch non avevo mai potuto neanche sperimentarli. Poi, nel
lavoro di contatto che seguito, nellabbraccio caldo e consolatorio di unamica, ho rivissuto
tutto il dolore provato dalla bambina di allora: qualcosa di profondamente mio mi era stata
tolto, anzi strappato con una brutalit tanto grande che avevo preferito non ricordare pi.
Oggi, con il bacino libero da legacci e con tutta lemozione che viene da un movimento
(ri)trovato, ho voglia e, soprattutto ne ho la possibilit di saltare, correre, ballare, ancheggiare
senza sentire dolore n fisico n emotivo.
stato proprio attraverso la ricerca del cosa aveva deformato il mio corpo, che ho potuto
scoprire la grande mistificazione che ha stravolto me e il mio senso della vita, ossia, la vera
natura di quei sentimenti che mi sono stati spacciati per amore.
stata questa ricerca che mi ha portato a scoprire come il corpo si contorto per la lotta che
la bambina di un tempo doveva combattere contro se stessa per doversi adattare, a tutti i
costi, ad essere plasmata, ammaestrata, educata secondo canoni, necessit e prospettive di
vita che altri si erano prefissi, avendo, al contempo, la costante certezza che sarebbe
comunque risultata poco conforme alle aspettative riposte su di lei. Alla bambina allegra,

vivace, curiosa, pronta a socializzare non erano riconosciute n le sue capacit, n le sue
esigenze, n lo spazio necessario ad esprimersi. Le si disconosceva il diritto ad esistere,
forzandola ad essere altro, ad immedesimarsi in un gioco delle parti che le era estraneo. Le
peculiarit venivano svilite. Le veniva lentamente inculcata la paura di essere comunque al di
sotto e, quindi, diversa dagli altri per patologia e non perch ognuno uguale solo a se
stesso. La semplice e naturale necessit di crescere accompagnata nel mistero della vita
finch non ne avesse trovato la sua chiave di volta, la voglia di muoversi per il mondo, di
trovare e prendersi lo spazio che pensava le spettasse, tutte queste ovvie necessit legate
alla fragilit ma, anche, alla magia dellinfanzia, si sono schiantate prima contro e, poi, dentro,
la gabbia di dolori, frustrazioni, paure, rabbie, insofferenze e indifferenze altrui, che le furono
caricate sulle spalle per umiliare e soffocare lessere che preludeva alla donna. E il suo corpo
non ha potuto far altro, appunto, che piegarsi sotto questo peso, cercando di adattarsi come
poteva a quella sovrastruttura che, violando in continuazione tutti i confini, fisici e non, si
insinuava fin nellintimo pi profondo, togliendole laria e lo spazio.
In sostanza, il messaggio che mi veniva lanciato e, soprattutto, quello che io percepivo era
che la mia (supposta ma mai apertamente dichiarata) scarsa capacit intellettuale,
lincapacit di essere autosufficiente, la cupezza del carattere, la timidezza, cos come la
scoliosi, erano vizi di fabbricazione, qualcosa di congenito. Cosicch, con landare degli anni,
avevo raggiunto ununica certezza: quella di essere storta nel corpo e nella mente, di essere
stata io ad inceppare qualche pezzo del meccanismo. E non potevo che giungere a quella
conclusione visto che, diversamente, avrei dovuto riconoscere che chi avrebbe dovuto
amarmi era stato, in realt, la causa prima dei danni che avevo subito e delle beffe che a
questi si erano aggiunti.
Ma, il prendere coscienza di questa mia non colpevolezza, era molto pi difficile e doloroso
che non fare ammissione di colpa. Se, con tutti i mezzi, hanno cercato di convincerci che
siamo inguaribilmente sbagliati, ingrati, ottusi, che viviamo male solo per colpa nostra,
perch non abbiamo saputo apprezzare ed utilizzare lamore che ci sarebbe stato dato, era
pi facile, pi ovvio pensare ad una mia naturale colpevolezza, piuttosto che ad una naturale
innocenza. Oggi, per ho la sensazione che le mie, onnipresenti, insofferenza e
insoddisfazione siano state il segno pi evidente del fatto che, seppure nellinconscio pi
profondo, ho sempre percepito la vitalit, la gioiosit, la forza della bambina di un tempo, che,
in definitiva, la bambina stessa, non era morta ma era rimasta in una sorta di doloroso limbo,
intorpidita e impedita a nascere veramente.
Klarissa Pinkola Ests sostiene che ... Da qualunque cultura sia influenzata, la donna
comprende intuitivamente le parole donna e selvaggia. Quando le donne odono queste
parole, unantica, antichissima memoria si rimescola e torna in vita. La memoria della nostra
assoluta, innegabile e irrevocabile affinit con il femminino selvaggio, sepolta
dalladdomesticamento eccessivo, messa fuori legge dalla cultura circostante, o non pi
compresa per niente.
Possiamo aver dimenticato i suoi nomi, possiamo non rispondere quando chiama i nostri, ma
nelle ossa la conosciamo, ci struggiamo tendendo a lei; sappiamo che lei ci appartiene e che
noi apparteniamo a lei.
Credo che, per quanto mi riguarda, mai richiamo sia stato tanto forte come quello della mia
selvaticit, cio del legame giocoso, gioioso e naturale, che mi unisce alla vita. Ma la
sofferenza, la frustrazione, la disperazione della bambina avevano bloccato, per forza di
cose, lavvicendarsi della Donna Selvaggia: non avevo potuto riconoscere questa perch ero
impegnata nel costante tentativo di far definitivamente venire al mondo la bambina. Mi
erano stati inibiti a priori, fin da quando ero una cucciola, ludito per ascoltare il richiamo

della Donna Selvaggia, la voce per risponderle e la forza fisica necessaria a seguirla.
Dunque, la mia natura primordiale, la capacit di intuire e percepire la vita e gli altri esseri,
la possibilit di capire quali erano i miei confini naturali sono state offuscate. Si annebbiata
la capacit di sentire e vivere le emozioni e, visto che lo specchio di quello che ha vissuto e
subto lo spirito (o come lo si voglia chiamare), si ammalato il corpo e la sua capacit di
percezione dei limiti fisici che gli dovevano essere propri, quei limiti che ne costituiscono la
forma e che permettono di poterlo sentire come proprio.
Il mio corpo era diventato la sola e unica valvola di sfogo rimastami per segnalare la rabbia, il
dolore, la frustrazione che non riuscivo ad esprimere: mi erano stati bendati gli occhi, otturate
le orecchie, messa la museruola e legate le zampe per cui non potevo vedere cosa fare della
mia vita, non potevo sentirne il richiamo, non potevo cantare la gioia di vivere e non potevo
camminare n, tantomeno, correre verso quello che, seppur inconsciamente, avrei desiderato
fosse un futuro positivo.
Speranze e sogni erano avvolti nella pi profonda nebbia dellinsicurezza, perch mi era stato
insinuato il dubbio di essere sempre inadeguata, poco adatta, naturalmente incapace a
capire, troppo debole per poter andare da sola. Ero certa che avrei avuto costantemente
bisogno di qualcuno che mi indirizzasse, che decidesse per me, tanto che lidea di dover
procedere nella vita senza lappoggio, o meglio, lindicazione della direzione da prendere e,
poi, lapprovazione di qualcuno pi capace ed esperto, mi dava il panico.
Non mi rimaneva che chiudermi sempre pi in me stessa, visto che, oltretutto, la mia socialit
era stata annientata; mi avevano sempre parlato degli altri come estranei invadenti,
pericolosi, rapaci, ambigui, di cui temere la naturale propensione alla violenza e, allo stesso
tempo, mi era stata inculcata nella mente lidea che lunica unit di misura valida per valutare
le persone era la capacit e la conoscenza intellettuale: il cervello lunica bussola valida per
orientarsi nella vita, il resto tutto un sovrappi. La prima cosa da fare, mi dicevano,
razionalizzare le emozioni, ragionarci sopra e non lasciarsi trascinare da esse. Ed io,
sempre considerata come un tipo troppo emotivo (e, leccesso di emotivit, veniva inteso
come debolezza e dabbenaggine), sono stata pian, piano presa dal terrore di confrontarmi
con le altre persone; ero totalmente impedita, incapace di costruire quel mondo di rapporti
umani che, sotto sotto, avrei desiderato: la timidezza era diventata il paravento dietro cui
nascondere la paura di essere sempre pi stupida e inetta. La paura del contatto, non solo
fisico, mi paralizzava e, anche se ero in un gruppo di amici, ero comunque e sempre sola,
isolata, incapace di difendere la mia unicit, incapace di accettarmi e, quindi, di propormi per
quello che ero (e sono).
Ecco, la paura mi stata per tanto tempo costante, scomodissima e paralizzante compagna
di viaggio. Spesso, anche per cose apparentemente banali, era la paura che sconfinava nel
panico o nel terrore.
Era una sensazione fisica molto forte: mi rendeva inerme, mi immobilizzava il corpo, e si
attaccava alla bocca dello stomaco (tanto che, gi verso i sette anni, parallelamente alle
prime avvisaglie della scoliosi, venne fuori la gastrite). Mi faceva sentire vigliacca e, perci,
ancor pi stupida di quanto non mi sentissi gi. Mi accompagnava nelle piccolezze della vita
quotidiana come nelle grandi cose. E non riuscivo a vincerla perch mi pensavo troppo
debole per affrontarla. Oggi so che quella paura, seppure tanto scomoda e intralciante,
stata in qualche modo un mezzo di salvezza, una inconscia manifestazione di forza: mi
segnalava che i miei confini erano stati violati e che, quindi, non avendo sviluppato un buon
sistema di difesa, dovevo essere vigile perch potevo essere facilmente attaccata e non
avevo le armi per rispondere.

La paura, o meglio, le tante paure, hanno cominciato a scemare quando ho capito che ad una
ferita del cuore ne corrisponde una del corpo, che tutte e due hanno lasciato una cicatrice,
che il dolore pu tornare quando rivivo situazioni simili a quelle che hanno provocato il danno
e che, tuttavia, il dolore pu convivere con la gioia di vivere, con la costruzione di aspettative
per il futuro.
Da questo punto in poi il mio corpo ha cominciato a riprendere la sua forma naturale; man
mano che esso tornato alla sua normalit, io ho cominciato a riprendere in mano anche
tutto il resto della mia vita.
Dare un nuovo senso alla mia vita anche un ulteriore modo per ricostruire tutta la mia storia,
un modo per arrivare meglio alle radici del mio stare male. Per esempio, curare il corpo in
modo amorevole, mi ha premesso di vedere con un occhio diverso il percorso terapeutico che
ha preceduto il mio incontro con il Metodo Monari, e mi ha fatto capire come i vari busti e
ginnastiche pi o meno correttive, per me, sono stati una ulteriore punizione, un aggravio di
pena dato ad una persona che segnalava il proprio disagio verso lammaestramento, il
soffocamento della propria indole selvaggia, un aggravio di pena per chi continuava a dire
la sua, seppure esprimendosi in modo cos doloroso.
Questo potuto accadere soprattutto perch viviamo in una societ complessivamente e
profondamente malata, instabile, insicura delle proprie basi, che, perci, a qualsiasi idea
(politica o religiosa) si faccia riferimento, non ammette la non conformit ai propri canoni
morali e materiali. Esiste comunque un conformismo a cui si deve sottostare, pena
lesclusione, lessere posti fuori dal gruppo e,quindi, considerati come elemento di disturbo
da risocializzare, rieducare per essere ricondotti entro lambito di quei canoni. una
societ che fa ammalare chi non risponde a quegli schemi rigidi che la regolano, facendo
diventare comunque un mostro chi non si sottomette, costringendolo a enfatizzare tanto la
sua diversit fino a farla diventare una abnorme anormalit e fino a farlo dibattere nel dolore
di non riuscire ad adeguarsi a quei canoni.
Ed stato proprio leggendo in questo modo la piccola societ in cui aveva vissuto la bambina
di un tempo, che ho scoperto la positivit e la funzione del dolore, quel dolore che un tempo
rifuggivo o, peggio ancora, negavo. Oggi lo vivo fino in fondo perch, risentire un dolore
antico, mi serve a riconoscere, capire e, quindi, alleviare un dolore di oggi, a trasformarlo in
una azione positiva verso me stessa. Ho lo strumento che mi permette di vedere e valutare
lostacolo.
So che la schiena pu farmi male quando mi sento piegata sotto il peso dellumiliazione,
delloffesa, del non veder riconosciuta la mia capacit o la mia intelligenza. Ma la conoscenza
del legame fra questo dolore fisico e questo dolore emotivo lho conquistata solo dopo che mi
sono calata in quello della Bambina che ha visto umiliata, offesa, negata la propria
intelligenza, le proprie capacit, le proprie emozioni.
Affrontare e vivere il dolore mi ha dato, soprattutto, la possibilit di riprendermi la mia
corporeit, il mio esistere tutta intera, fatta (come tutti) anche di materia palpabile, che pu
trasmettere sensazioni e dialogare con gli altri allo stesso modo, anzi, per me, alzando il
livello della comunicazione, pi di quanto non si possa fare con le pi belle parole. Molto
spesso, le emozioni pi grandi sono solo filtrate dalle parole, perch se non sono
accompagnate da uno sguardo, da un gesto, difficilmente si pu renderne il senso vero. Ho
cominciato a sentire con piacere che il corpo vivo e pu parlare, che non pi uno
sgraziato ed ingombrante scatolone, utile solo a portare in giro un cervello neanche tanto
sviluppato, ma che, finalmente, diventato fisicit; intelletto e sfera emotiva sono diventati un
tuttuno; si aperto quel dialogo fra loro che mi permette di non sentirmi pi spezzata.
Riprendermi il mio dolore mi ha fatto anche (ri)scoprire il piacere. Capire il dolore che cera

dietro al non trovare o di non riuscire a gustarmi fino in fondo un qualsiasi piacere, mi ha
portata a capire che non sta scritto in nessuna legge della natura che il provare piacere un
male, una perversione, che non deve affatto essere accompagnato dal dolore per aver
ricevuto qualcosa di immeritato.
Anzi, credo proprio che laspirazione al piacere un diritto sacro e inviolabile, una giusta e
sana aspirazione insita nellanimo umano.
Ho scoperto le tante facce del piacere, molte per me del tutto sconosciute:
il piacere fisico, fatto di tanti piccoli e grandi piaceri, come quello del contatto di pelle con
persone anche sconosciute, ma con cui si pu creare un feeling solo perch, magari, mi
prende lodore o lo sguardo; il trovare consolazione, affetto, solidariet nellabbraccio di
qualcuno che vedo per la prima volta ma che sa trasmettermi calore, passione, emozione e il
piacere di potermi abbandonare a questa sensazione; il piacere di scoprire che il corpo pu
seguire un desiderio del cuore senza dolore ma, anzi, essendo stimolato a guarire; il piacere
di azzardare, di rischiare, di mettermi in gioco; il piacere grande di sapere che posso stare
bene con me stessa e di avere la consapevolezza che posso reggermi da sola, sulle mie
gambe e con la mia testa, pur avendo la necessit di avere vicino il resto del mondo, che
di importanza vitale per la Donna Selvaggia, grande animale sociale che ama la sua
solitudine tanto quanto il vivere in branco. Lasciarmi andare al piacere di gustare il piacere.
Sembra un gioco di parole, ma la conquista della consapevolezza di essere nel pieno diritto
di seguire londa delle mie emozioni, dei miei desideri, dei miei bisogni, senza sentirmi in
colpa e senza avere la sensazione di tradire qualcuno. la certezza che niente e nessuno
pu pi arrogarsi il diritto di far seguire una punizione ad un piacere provato, ad un desiderio
realizzato, ad un bisogno appagato. la ritrovata forza del non dover sempre, come si dice,
razionalizzare ogni sensazione, ma il riuscire, finalmente, a vivere le emozioni come vengono
e per quello che sono. la certezza che il corpo, se amato come parte integrante di se stessi,
non ha bisogno di correzioni, ma vuole semplicemente essere assecondato nel suo evolversi.

La mia schiena

guardarmi allo specchio e vedere un corpo femminile, seppure ancora con dei problemi.
stato lo scoprire di avere peculiarit che neanche sospettavo e che mi danno grande
soddisfazione, come il saper parlare e il saper trasmettere questo piacere agli altri; il saper
ricevere quello che gli altri mi offrono di s; lessere divertente, allegra, scanzonata; lessere
considerata da persone che stimo, e il sentirmi io stessa, come una forza della natura, parte
integrante di quella natura che non si lascia sopraffare con tanta facilit ma che sa come
conservare almeno parte della sua integrit. avere la certezza che ho delle capacit e delle
possibilit, volutamente e sicuramente diverse e non pi confondibili con quelle aspettative
che qualcunaltro aveva riposto su di me, la necessit, ovvia per una Donna Selvaggia, di
non poter stare chiusa e ferma in piccoli spazi (siano essi fisici o mentali), ma di avere insito
in s il bisogno primario di muoversi, di poter viaggiare col corpo, con la mente e con il cuore.
Ma un piacere anche la coscienza dei miei limiti, perch so che questi mi danno la misura
dei miei confini ritrovati; non sar facile farli rispettare, ma gi molto averli individuati e
sapere che a me stessa debbo il dovere e il piacere di difenderli da sola, che non ho bisogno
di cavalieri senza macchia e senza paura che stabiliscano quali sono e come vanno difesi. Il
Metodo Monari mi servito, dunque, da guida per arrivare alla (ri)scoperta e allamore verso
la mia bambina e, contemporaneamente, alla acquisizione della coscienza che la Donna
Selvaggia ancora viva in me, che io sono una Donna Selvaggia. Per dirla meglio,
riprendendomi la mia corporeit, ho capito che tutto il mio squilibrio era la conseguenza del
non aver potuto percepire la connessione che pure esiste tra la mia bambina e la Donna
Selvaggia, cio del non aver potuto dar corso alla naturale evoluzione della prima verso la
seconda.
Il Metodo Monari stato il luogo fisico, mentale ed emotivo per cui ho potuto (ri)stabilire il
contatto fra la mia Bambina e la Donna Selvaggia, che si sono finalmente trovate, e vivono a
loro agio, nella loro casa rinnovata che il mio corpo. Molti fili li ho gi riannodati e il
passaggio di consegne gi avvenuto.

Roberta Gravano

5. Il piacere di esprimersi nella vita come nellarte


Il giorno in cui mi iscrissi al mio primo stage con Maddalena Monari, cinque anni fa,
difficilmente avrei potuto immaginare quanto questa esperienza avrebbe influito nella mia vita,
nel rapporto con gli altri e nella mia professione.
Soffrivo di frequenti blocchi alla zona lombare, e certamente la posizione che il lavoro mi
imponeva per diverse ore al giorno - sono pianista, insegno Pianoforte al Conservatorio di
Bologna e svolgo attivit come concertista - non poteva giovare alla mia schiena. Le cure a
cui mi ero sottoposto fino ad allora non sembravano aver portato alcun miglioramento
significativo, e mi fu proposto dai medici lintervento di nucleoaspirazione di uno dei dischi
intervertebrali:
fu una vera fortuna venire a conoscenza proprio allora del Metodo Monari, cos potei evitare
questa operazione che avrebbe ulteriormente ridotto lelasticit gi compromessa della mia
colonna vertebrale.
Non ricordo di aver mai sofferto di dolori alla schiena fino al giorno del primo improvviso
blocco, vero fulmine a ciel sereno, ma poi il succedersi degli episodi pareva diventato
incontrollabile, e non riuscivo a trovare spiegazioni a quellimprovvisa sofferenza.
Oggi invece mi sembra di poterla interpretare facilmente: i muscoli della mia schiena erano
cos irrigiditi e la loro sensibilit si era tanto affievolita che quasi non era possibile provare
dolore, e solo col cedimento del disco questi segnali erano diventati troppo forti per essere
ignorati.
Il problema della rigidezza mi aveva sempre assillato anche nel corso dei miei studi pianistici,
ed era levidente limite contro cui mi ero sempre scontrato negli sport che praticavo da
ragazzo; consapevole di ci, pur non immaginando cosa pu nascondere in realt ogni nostra
rigidezza muscolare, ero sempre stato attento a cogliere ogni cosa che pensavo potesse
essermi daiuto. Speravo quindi di poter avere dal Metodo Monari anche qualche beneficio
per la mia professione, ma ancor pi fui colpito da unaffermazione di Maddalena durante il
nostro primo colloquio: Abbiamo riscontrato che sciogliere le rigidezze muscolari facilita la
comunicazione tra le persone. Mi sembr che avesse colto nel segno: mi ero sempre
considerato introverso e tendenzialmente solitario, e non mi sarebbe affatto dispiaciuto
liberarmi, almeno in parte, di quelle sensazioni di insicurezza che accompagnavano quasi
ogni incontro con persone sconosciute, oppure del timore che spesso mi impediva di parlare
a qualcuno con libert e franchezza, quando ne sentivo lesigenza, o di altre mie croniche
difficolt. Ma poteva succedere davvero che lavorando i muscoli per curare un mal di schiena
si verificasse tutto ci?
Non avevo mai sentito dire nulla di simile, per se avesse funzionato...
Mi presentai quindi al mio primo stage, emozionato e un po timoroso, ma in fondo fiducioso.
E fu davvero sorprendente la rapidit con cui il mio corpo reag in maniera positiva: ricordo
ancora lemozione ed il grande senso di libert che ho provato al termine della prima giornata
di stage, scoprendo di poter flettere la schiena pi di quanto ricordavo di fare durante le
lezioni di ginnastica ai tempi del liceo. Era bastato poco, in fondo, per ridare elasticit alla mia
schiena, e sentii che doveva essere proprio quello il modo giusto di trattare i muscoli secondo
il loro bisogno.
Dopo alcuni anni di lavoro con il Metodo Monari lassetto del mio corpo si sensibilmente
modificato: la lordosi lombare si ridotta ed il bacino molto pi mobile, le spalle si sono

abbassate, liberate dalle tensioni che le sollevavano, ed il collo pi lungo e diritto; i piedi
hanno ritrovato elasticit ed aderenza al terreno ed ho eliminato i plantari che portavo, come
consigliato dellortopedico avendo il piede cavo, recuperando cos un contatto naturale col
suolo che mi ha portato stabilit e sicurezza. Il rapporto col mio corpo sostanzialmente
mutato ed notevolmente aumentata la mia capacit di sentirmi, di percepire linsorgere o il
diminuire delle tensioni; gli episodi di lombalgia sono diventati rari e di intensit assai minore,
e non ho pi fatto ricorso a farmaci perch ho a disposizione mezzi molto pi efficaci per
curarmi. Mi sono reso conto inoltre che questi miei problemi sono segnali, inviati dal corpo, di
qualche disagio pi profondo, e che quindi sarebbe tanto importante cercare di coglierne i
significati, di trarne delle indicazioni; non basta affrontarli cercando semplicemente di evitare il
dolore, che lapproccio, purtroppo, proposto spesso dalla odierna medicina: scegliere di
eliminare il sintomo a qualunque costo, magari ricorrendo a potenti antidolorifici o ad
operazioni chirurgiche, senza indagare per comprendere la causa che ha originato quel
dolore. un po come viaggiare in auto ignorando la spia della riserva della benzina: non
certo prudente, eppure noi tutti ignoriamo ogni giorno, forse senza volerlo, molte spie del
nostro corpo che la macchina pi preziosa.
Proseguendo il lavoro sul mio corpo, la scioltezza nei movimenti migliorava e
contemporaneamente vedevo effettivamente aumentare la mia capacit di esprimermi e la
facilit nel comunicare; le correlazioni tra rigidezze muscolari e possibilit di rapportarsi con
gli altri si rivelavano via via in tutta la loro logica ed evidenza, aprendomi prospettive che non
avrei mai potuto immaginare. Nel corso del lavoro non sono mancate scoperte dolorose
legate al mio passato:
sono riaffiorate antiche emozioni e paure, seppellite da molti anni nelle contratture del mio
corpo; ogni volta per prevaleva il piacere della scoperta, o riscoperta, di una parte di me e
della mia vita che pensavo inesistente o persa, ed invece poteva essere ancora vissuta con
gioia. Il rapporto con gli altri diventato pi immediato e ricco - quanta ricchezza perdiamo in
noi stessi e negli altri, quante energie sprechiamo perch non riusciamo a vedere fino in
fondo la nostra realt - grazie ad un lavoro che era sempre graduale e mai indirizzato
direttamente ad uno specifico problema. I mutamenti avvenivano in un certo modo da soli,
non cercati esplicitamente, ma come rispondendo ad un segreto richiamo di ordine ed
armonia della persona; e ben presto confluirono anche nel mio esprimermi nella musica.
Proprio la necessit di comunicare per mezzo del linguaggio dei suoni mi port diversi anni fa
a scegliere la professione musicale: mi stavo avviando ormai verso la conclusione dello
studio del pianoforte - lo consideravo il mio secondo studio, frequentando anche luniversit e mi resi conto che raggiunto il diploma non avrei pi avuto la possibilit di dedicarmi a
questa forma di espressione.
Capii che non potevo rinunciarvi e feci quindi la mia scelta, dando alla mia vita una direzione
molto diversa da quella che pareva programmata ormai da diversi anni. Naturalmente questa
scelta mi imponeva di raggiungere un livello pianistico e di approfondimento musicale
superiori, e decisi di concentrarmi su questo studio la volont di impegnarmi, che un tratto
essenziale di ogni pianista, non mi mai mancata - e di colmare le mie lacune, soprattutto
quelle tecniche legate spesso alla rigidezza di cui ero consapevole.
Sentivo quanto esse limitassero le mie possibilit di espressione, e non credo sia stato un
caso che fossi finito proprio al pianoforte, uno strumento al quale si sta seduti ed in un certo
senso immobili. In passato avevo giocato a pallacanestro e pallavolo; invece il movimento
senza regole in uno spazio ampio e libero mi faceva sentire spesso impacciato, bloccato,
come mi succedeva per esempio nel ballo. Conoscevo ben poco la possibilit di esprimermi

attraverso il corpo nella sua globalit, e in fondo ne ero imbarazzato, preferivo usare soltanto
una serie limitata di gesti e movimenti, come si pu fare suonando il pianoforte.
In questi anni di lavoro sul mio corpo, ho riflettuto su una certa immobilit caratteristica di
diversi pianisti - io ora conosco bene la mia - che comunque necessaria nelle lunghe ore di
studio quotidiano; nel tempo, essa certamente destinata ad accrescersi se il mancato
esercizio dei movimenti estranei al suonare porta ad un progressivo irrigidimento. Ogni
strumento si suona prevalentemente con alcune parti del corpo mentre altre assistono quasi
immobili, e credo che ogni musicista abbia scelto inconsciamente di suonare con le parti che
nella storia dei suoi primi anni di vita hanno subito minori traumi e limitazioni; cos queste
hanno potuto mantenere al massimo la sensibilit e lelasticit dei muscoli, e quindi la
possibilit di esprimere e comunicare. Certamente per, il divario tra parti vive e parti
immobili di ostacolo ad una completa libert di espressione, a quella naturalezza della
tecnica che consente di trasmettere emozioni mediante il linguaggio dei suoni.
Questo concetto di naturalezza ben chiaro nellinsegnamento di molti grandi pianisti, nei
cui scritti e trattati ho trovato preziosi spunti per portare avanti la mia personale ricerca nello
studio del pianoforte; deve esserci la massima armonia tra tutte le parti del corpo che
partecipano pi o meno direttamente al suonare, perch si suona con tutto il corpo: Il corpo
deve essere rilassato, e bisogna utilizzare il peso di tutta la parte superiore del busto (J.
Horowitz Conversazioni con Arrau, 1982). Alcuni intuirono addirittura linfluenza che potevano
avere parti apparentemente irrilevanti: Qualunque contrazione nei muscoli della testa, non
esclusi quelli della lingua, pu turbare lindipendenza nei movimenti del braccio e, quindi, in
quelli delle dita (A. Brugnoli Dinamica pianistica, cap. VI, 1915).
Tutti poi sottolineano la necessit di equilibrio tra tecnica, emozione ed intelletto: solo
dallarmonia tra la fisicit dellinterprete e la sua sfera psico-emotiva pu nascere la migliore
interpretazione. Claudio Arrau, come altri, estende addirittura al pianoforte questo senso di
unitariet dellinterprete: Il concetto di sentirsi una sola cosa con lo strumento.
Ho sempre riflettuto a lungo su questi argomenti, alla ricerca della mia armonia con il mio
corpo ed il pianoforte, e le testimonianze dei grandi che parevano aver raggiunto questa
armonia in modo perfetto erano per me un riferimento importante. Lesperienza fatta col
Metodo Monari ha dato un senso differente alla mia ricerca, dandomi la possibilit di sentire
maggiormente cose su cui mi limitavo prevalentemente a ragionare.
Credo che se questi grandi interpreti avessero conosciuto i principi nati dalle scoperte di
Franoise Mzires, e avessero potuto sperimentarne su se stessi la validit, vi avrebbero
trovato una perfetta concordanza con molte loro affermazioni sulla tecnica pianistica. Tra le
fonti dinformazione pi preziose che ho trovato nel corso dei miei studi, oltre
allinsegnamento ricevuto da alcuni maestri, c la Dinamica pianistica di Attilio Brugnoli, un
trattato compilato intorno al 1915 che analizza con sorprendente meticolosit la meccanica
dei gesti del pianista. Rimasi colpito dalla sua impostazione davvero scientifica (ben due
capitoli dedicati allanatomia e fisiologia, corredati da chiare tavole anatomiche!) e trovo che
la concezione pianistica esposta in seguito sia tra le pi complete e geniali, in pieno accordo
con i principi della fisica, e ancora oggi attualissima. Brugnoli dedica particolare attenzione ai
problemi del rilassamento e della dissociazione (cio indipendenza) muscolare, che
favoriscono la libert del movimento e lutilizzo del peso del braccio per ottenere una tecnica
ed un suono naturali; giunge a considerazioni veramente acute, come quella gi citata sui
muscoli del capo.
Ora per sappiamo che la rigidezza della catena muscolare posteriore ad agire come freno
su tutti i nostri movimenti, e che quindi necessario sbloccare ed allungare i muscoli della
schiena per dare al delicato e complesso sistema motorio delle dita la massima

dissociazione, sensibilit e libert nel movimento. Se Brugnoli avesse potuto sperimentare la


validit di questi principi, allora ancora sconosciuti, sarebbe andato ben oltre al consigliare
semplicemente ai pianisti un razionale ed intelligente allenamento... dove si rivelano le
qualit intellettuali e fisiologiche dellindividuo, come raccomanda nel capitolo VI.
Lavorando col Metodo Monari, ad esempio, ho potuto ridurre notevolmente le contratture
facciali che non ero in grado di controllare mentre affrontavo certe difficolt pianistiche,
migliorando cos la fluidit dei movimenti delle dita; proprio recentemente una mia allieva mi
ha detto di aver notato come fosse diversa la mia mandibola, durante un concerto, rispetto a
ci che ricordava alcuni anni fa.
Questo cambiamento avvenuto in modo naturale, senza forzature, e soprattutto lavorando
senza il pianoforte; ricordo invece la mia penosa sensazione di imbarazzo quando, durante
una lezione, un maestro tent di risolvere questo mio problema imponendomi un
autocontrollo che ebbe come unico effetto un ulteriore contrarsi di ogni muscolo.
Unaltra importante scoperta riguarda luso delle contrazioni isometriche, in cui il movimento
viene bloccato da un aiuto esterno, e si aumenta progressivamente il tono muscolare
cercando di vincere la resistenza, ma senza mutare posizione; questo tipo di contrazione
rinforza i muscoli allungandoli e aumentandone elasticit e contrattilit su tutta la lunghezza.
Poich i flessori delle dita fanno parte anchessi, come i muscoli posteriori, di una catena (che
si estende dalla spalla allestremit delle dita stesse) essi non devono mai essere rinforzati,
ma soltanto allungati per poter sviluppare naturalmente la loro forza. Viceversa quasi tutti i pi
noti esercizi di tecnica pianistica sono costituiti da contrazioni allo scopo di rinforzare i
muscoli, causando inevitabilmente un loro accorciamento ed irrigidimento (Brugnoli arriva
addirittura a consigliare luso di piccoli pesi per irrobustire i flessori delle dita). Si capisce
allora che da questi principi deriva un modo completamente diverso di esercitarsi al
pianoforte, e di affrontarne lo studio tecnico: poich soprattutto lallungamento muscolare a
garantire maggiore velocit e scioltezza nei movimenti, il miglioramento delle prestazioni non
sar pi rigidamente legato allallenamento, cio proporzionale al numero di volte che viene
ripetuto ogni passaggio musicale. La necessit di ripetere sar quindi ridotta al minimo per
apprendere i passaggi, e per verificarne la resa allo strumento: chiaro che muovendosi in
questa direzione lo studio diventa meno rigido e meccanico, ed inoltre assai pi economico;
lo stesso apprendimento facilitato dalla maggiore duttilit e sensibilit dei muscoli pi lunghi
e morbidi.
I risultati che si possono ottenere lavorando secondo questi criteri sono talvolta sorprendenti,
e inoltre stato osservato che gli effetti dellallungamento sono pi duraturi di quelli di un
esercizio convenzionale.
Mi rendo conto per che questi concetti sono talmente rivoluzionari da non poter essere
accettati facilmente; anche nellallenamento di ogni sport le fasi di potenziamento ed
allungamento
muscolare avvengono separatamente ed entrambi secondo criteri completamente diversi. Lo
stesso concetto di forza che ben radicato in tutta la nostra societ sempre associato ad
altre idee, come aggressivit, durezza, fatica, piuttosto che allelasticit, ed ben difficile per
noi credere che i muscoli possano diventare pi forti semplicemente allungandoli. Eppure il
pianoforte uno dei campi in cui lassociazione forza-elasticit ha sempre rappresentato
lideale: nellesecuzione, tendere verso il raggiungimento di quella perfezione suprema che
la forza leggera ed elastica, il muscolo dellatleta riunito alla grazia dellefebo (Alfredo
Casella Il pianoforte, cap. VI, 1936).
Ricordo ancora chiaramente limpressione di armonia che mi venne, durante il mio primo
stage, da un semplice gesto del braccio di Maddalena per esemplificare un lavoro di

movimento; in un solo attimo pensai alle migliaia di ore che avevo passato alla tastiera
curando i movimenti di braccia e mani, eppure quellarmonia mi era sembrata nuova: ogni
parte si muoveva in perfetta sintonia con le altre, esprimendo libert e naturalezza. Mi torn
alla mente anche unaltra frase di Arrau che mi aveva tanto colpito per la sua efficacia:
bisogna considerare il braccio nella sua unit, non diviso in mano, polso, avambraccio,
gomito: dovrebbe diventare come un serpente .
Molte affermazioni di questo grande artista, che ho sempre ammirato in modo particolare, si
erano impresse nella mia memoria, ed ho poi scoperto che erano in perfetta sintonia con il
Metodo Monari.
Parlando di una sua ideale scuola di musica, Arrau dice che avrebbe riservato un posto
importante, nel programma generale, alla psicoanalisi ed alla danza; mi sembrano ben
chiare le sue finalit, ed io credo che il Metodo Monari sia ancora pi adatto ad aiutare un
musicista in queste direzioni. Come ho gi detto, devo alla pratica di questo metodo molte
scoperte sulla mia vita interiore, sulle difficolt e sulle barriere che porto in me (come ognuno
di noi) e che costituiscono un ostacolo alla comunicazione con gli altri, compresa quella
attraverso la musica; inoltre queste scoperte sono state raggiunte senza una stretta
dipendenza da un terapeuta, ascoltando sempre i suggerimenti che giungevano dal mio
corpo, a volte con tanta chiarezza da non lasciare alcun dubbio. Anche i lavori proposti allo
scopo di ricercare larmonia nel movimento possono essere ancora pi adatti della danza agli
scopi di un musicista, perch sono completamente svincolati da schemi prefissati, e quindi
meno condizionanti; inoltre vengono sempre eseguiti dopo il lavoro di allungamento
muscolare, consentendo al corpo di liberare spontaneamente le sue innate possibilit
motorie, ed esprimere sensazioni attraverso il movimento. Proprio liberando queste possibilit
anche la tecnica pianistica pu diventare davvero naturale, non solo quindi come risultato di
severi studi ed allenamento costante, ma soprattutto come spontanea espressione del corpo
al fine di comunicare.
Ricordo infine la curiosit che aveva suscitato in me Ralph Kirkpatrick quando lessi: si pu
trovare un gesto interiore che controlli lassoluta unit dei movimenti. Il gesto pi facile da
eseguire forse il cerchio, perch completamente continuo ... io chiedo spesso ai miei
allievi di descrivere dei cerchi continui per acquisire il senso di una assoluta continuit.
Nelluomo, ogni senso di continuit del gesto o del movimento deriva dal plesso solare, dal
diaframma cio dal respiro (R. Kirkpatrick Linterpretazione del Clavicembalo ben temperato,
Par. 6.3). Ho poi scoperto che in diversi esercizi del Metodo Monari si descrivono cerchi, e
che molto spesso il diaframma direttamente coinvolto.
Lesperienza fatta personalmente mi ha portato dunque a rivedere molte cose riguardo i miei
metodi di studio e quindi dinsegnamento.
Pur avendo frequentato scuole pianistiche scientificamente impostate sul concetto del
suonare rilassati sfruttando il peso del braccio, mi sono accorto di qualche evidente
contraddizione tra questa finalit ed alcuni metodi di studio che praticavo, ed ho cominciato
ad eliminare tutto ci che poteva produrre accorciamento e rigidezza; ho continuato invece a
lavorare per allungare i muscoli di schiena, spalle e braccia (oltre che di tutto il corpo,
naturalmente) provando poi ad eseguire allo strumento con pi naturalezza, e con minore
ripetitivit, i movimenti corretti. I risultati ottenuti mi hanno incoraggiato su questa strada,
perch ho constatato un sensibile aumento della scioltezza e del coordinamento dei
movimenti, e la possibilit, grazie a schiena e spalle pi rilassate, di scaricare meglio il peso
delle braccia sui tasti producendo cos un suono pi potente con minor sforzo. Mi sono
convinto sempre di pi della enorme utilit, se non della necessit, che pu avere per ogni

pianista un lavoro di preparazione sul corpo eseguito senza pianoforte, in una semplice sala
dotata per questo scopo di pavimento in moquette. Quale allievo pianista non si sentito
raccomandare dallinsegnante di tenere le spalle rilassate? Eppure tutti ignorano che proprio
quelle spalle hanno memorizzato, fin dai primi giorni di vita, innumerevoli contrazioni ormai
non pi controllabili, ed hanno perso quella possibilit di stare completamente sciolte e
rilassate che solo un lavoro di questo genere pu restituire.
A quarantanni normalmente molto difficile poter migliorare sensibilmente la propria tecnica
strumentale, eppure posso affermare che il lavoro con il Metodo Monari ha portato un
significativo aumento della mia efficienza pianistica, ottenuto paradossalmente studiando
meno che in precedenza; ho sentito quindi con urgenza di voler mettere a disposizione dei
miei allievi un metodo cos efficace.
Dapprima inviai alcuni allievi presso il Centro Monari; una ragazza in particolare soffriva di
una forte tendinite ad entrambi i polsi che non aveva risposto a cure di tipo tradizionale,
costringendola ad una lunga interruzione degli studi. Il problema si risolse completamente con
alcuni stages, ed il lavoro sul corpo entr sempre di pi nel suo metodo di studio,
consentendole progressi notevolissimi fino a conseguire il diploma con il massimo dei voti e la
lode. Sentii allora che per dare organicit a questo lavoro era necessario che fossi proprio io
a guidarlo integrandolo nello studio allo strumento, e decisi di partecipare al corso triennale di
formazione tenuto da Maddalena Monari, che ora sto per concludere.
Due anni fa ho potuto avviare a Vicenza, dove ho insegnato per diversi anni presso il
Conservatorio, un primo gruppo di lavoro con giovani musicisti; questanno se ne aggiunto
un secondo a Bologna, dove insegno attualmente. Gi dopo pochi incontri non sono mancati
risultati significativi da un punto di vista strumentale: alcuni allievi che hanno avuto modo di
confrontare videoregistrazioni effettuate prima e dopo tre sole giornate di lavoro, hanno
notato quanto si fossero modificate le spalle, pi basse e sciolte, e come i movimenti delle
braccia fossero pi liberi. In certi casi, poi, lo sblocco delle tensioni delle spalle ha consentito
di ottenere, con solo tre giornate, quello che non si era raggiunto nellarco di mesi di normale
studio. Unallieva stata in grado di eseguire alcuni faticosi studi di Clementi basati su un
continuo movimento di rotazione del braccio, che non era riuscita a risolvere neppure con un
allenamento molto graduale e metodico; il perdurare del movimento causava inevitabilmente
dolore ed irrigidimento delle braccia.
Evidentemente le eccessive tensioni frenavano quel movimento rendendolo difficoltoso, ed
stato sufficiente allungare i muscoli della catena posteriore perch esso potesse invece
effettuarsi agevolmente.
Oggi quindi propongo questo lavoro ad ogni mio allievo (che non sia ancora troppo giovane):
ho gi potuto verificare su un campione significativo di pianisti che, oltre ad una maggiore
scioltezza nei movimenti ed una qualit del suono pi piena e bella, si ha spesso un
miglioramento ed una maggiore intensit nellespressione musicale, certamente legata alla
accresciuta capacit di sentire ed esprimersi. Anche se siamo soltanto allinizio di una pi
ampia sperimentazione, ho gi constatato che lapplicazione del Metodo Monari
allinsegnamento della musica d ottimi risultati, e sarebbe di grande interesse poterlo
provare anche su musicisti dotati di particolare talento, che credo ne ricaverebbero
ugualmente preziosi vantaggi.
Quasi sempre le attivit di studio sono regolate dalle ferree norme della disciplina, e i pianisti
sono in questo dei veri campioni; troppo spesso il loro lavoro affidato molto pi a razionalit
e a metodo che non al proprio sentire, anche se in fondo sappiamo tutti che i risultati migliori
si ottengono quando intuizione e naturalezza non trovano ostacoli. inevitabile che lo studio,
soprattutto affrontato in questo modo, comporti meccanicit e stress. Il lavoro con il Metodo

Monari viceversa si porta avanti in un clima e con modalit che riducono questo stress:
favorisce il rilassamento e la circolazione dellenergia, si svolge talvolta come un semplice
gioco e tuttavia ci consente di sviluppare le nostre potenzialit ed accrescere sensibilit ed
armonia, per poter anche migliorare le nostre prestazioni alla tastiera. Tutto questo offre
motivi per profonde riflessioni su come potremmo affrontare nel modo migliore lo studio e gli
impegni.
Gerhart Oppitz uno di quei pianisti (ben rari, a dire il vero...) che dichiarano poche ore di
studio per mantenere un vastissimo repertorio ad un livello esecutivo di primissimo ordine;
afferma di studiare, da sempre, una o due ore al giorno, di non aver mai fatto esercizi (che
nella didattica si raccomanda di eseguire quotidianamente!) e di poter stare anche tre
settimane senza suonare non risentendone affatto muscolarmente: ho avuto uninfanzia e
una giovent molto normali, studiavo unora al giorno il pianoforte e unora per la scuola e
avevo tempo per altre cose... (da unintervista per Piano Time).
Purtroppo invece molto pi diffusa, anche tra i grandi, la figura del pianista che studia otto
ore al giorno o pi, e che non pu interrompere il suo allenamento per non perdere in
precisione esecutiva.
Personalmente credo che la soluzione che Oppitz pu permettersi garantisca una vita
migliore: chi non sarebbe felice di possedere nel suo lavoro un simile rendimento? E credo
anche che questo si rifletta nelle sue interpretazioni al pianoforte.
Il talento artistico e musicale un fenomeno troppo complesso per poter essere analizzato e
ridotto in formulazioni qualsiasi, ma sono convinto che lavorare nella direzione del Metodo
Monari dia a ciascuno la possibilit di sviluppare appieno le sue potenzialit di
autopercezione, di movimento e di comunicazione, in una parola la propria armonia, per poter
cancellare il pi possibile quei confini tra tecnica ed espressione che sono indefiniti quanto
quelli tra corpo ed emozioni. Un armonioso sviluppo delle capacit di sentire e di muoversi
consentono di far convergere sempre di pi limpegno nel realizzare con il piacere
dellesprimersi, nella vita come nellarte.
Credo che in una normale aula di Conservatorio non si possa sviluppare tra insegnante ed
allievi un rapporto come quello che si crea lavorando con il Metodo Monari, e sono grato ai
ragazzi che hanno accettato questo mio insolito invito a riunirsi per lavorare sul corpo prima di
trovarci insieme davanti al pianoforte. Suonare meglio non certo lunico scopo: si raggiunge
una migliore conoscenza, e si riducono gli schermi tra insegnante e allievo, legati ai rispettivi
ruoli, che tante volte hanno solo leffetto di trasformare in noia, o peggio in sofferenza, la gioia
dellapprendere, del pieno sviluppo della propria creativit e personalit. Quanto pi
insegnante e allievo sono uno a fianco dellaltro nel lavoro, pi facilmente pu nascere ed
accrescersi quel piacere di comunicare che favorisce lespressione artistica; linsegnante
stesso ne trae molti stimoli positivi ed un notevole arricchimento. Questa esperienza da poco
iniziata ha certamente portato a me un rinnovato interesse ed entusiasmo per
linsegnamento, e credo abbia aperto ai miei allievi una nuova prospettiva per poter vivere pi
pienamente e felicemente lo studio della musica, come ricerca della propria armonia.

Carlo Mazzoli

6. Le cose buttate "dietro le spalle"

...lo puoi sentire mentre fai lamore,


o dinverno in un giorno di sole
quando non riesci a spiegarti con le parole
se nessuno capisce il tuo dolore
lo puoi sentire tutto in un momento
quando nessuno ti viene incontro
che non c vita senza calore
che non c solo con le parole
ma se nessuno ti abbraccia forte
sempre e solo dolore dolore...
Sono le parole di un noto cantautore, a me molto caro, che ha vissuto pur nellunicit e
irripetibilit di ogni vita la mia stessa storia famigliare.
Lincontro col Metodo Monari lincontro con Maddalena Monari, con la sua costante ricerca
di comunicazione attraverso il lavoro sul corpo, attraverso il movimento, attraverso il contatto.
iniziato 11 anni fa; ero terapista della riabilitazione da circa 7 anni, professione a mio parere
bella, utile agli altri e che esercitavo con quellentusiasmo che molto spesso era intriso di
onnipotenza e di desiderio di far stare tutti bene. Desiderio che ha radici lontane nel mio
bisogno di rendere gli altri sempre contenti di me, desiderio che nasconde ben altri bisogni.
Fisicamente sono sempre stata robusta, con allargamenti e restringimenti tipici di chi oltre a
fare diete e poi smettere, non ha forse trovato il proprio spazio fra numerosi, in cui vivere,
creare, sentirsi bene; con un aspetto di solidit a detta degli altri che mi ha fatto sentire tante
volte indispensabile per laltrui tranquillit.
Insieme ad una collega presi contatto con il Centro Monari e mi iscrissi ad un corso
settimanale, con la consapevolezza che mi avrebbe fatto bene, perch il lavoro quotidiano
era pesante e volevo fare qualcosa per me.
Fu subito chiaro che portata avesse questo tipo di lavoro in me, sentii i limiti dei miei muscoli,
la rigidit della mia schiena e la mia generale immobilit, anche se non sentivo nessun
dolore; solo molto dopo arrivando ad ammorbidirmi ho cominciato a sentire non solo la
possibilit di muovermi, ma anche il dolore che affiorava, ci che di antico era cementato in
questa grande, solida schiena; tutte le cose buttate dietro le spalle lavevano resa
insensibile.
Ricordo ancora con quale stupore, dopo poco linizio del mio primo corso, nel costruire ad
occhi chiusi una figura umana, vidi che avevo fatto un angelo senza forma con al posto del
corpo e delle gambe un unico, grande camicione! Sentii comunque che quello era il luogo,
non solo fisico, in cui avrei potuto scoprire cosa era rimasto della bambina chiusa in
unarmatura che non faceva trapelare nulla.
Intuii il dolore e la fatica di conoscersi meglio, le paure e le resistenze mi fecero rifiutare per
lungo tempo la partecipazione a stages, mi accontentai, riconosco oggi, delle consapevolezze

che stavano emergendo ugualmente negli incontri settimanali. Intuii anche la fedelt a questi
momenti solo miei, in cui con calma ascoltare il mio corpo, cominciare a sentire dove erano
le mie contratture e allungare lentamente i miei muscoli era cosa grossa per me, cos portata
a fare, anzi a strafare, per farmi accettare.
La maggior parte delle cose che ho scritto le posso dire grazie a questo incontro col Metodo
Monari; fino al momento in cui non ho potuto sbloccare e sentire il bacino, non ho avuto la
consapevolezza di quanto fosse imprigionato e di quale emozione fosse carico questo
incontro. Mettere una palla da tennis sotto i glutei, fare rotazioni del bacino sempre pi
velocemente, entrare nel blocco che c, nella difficolt che il corpo fa a lasciarsi andare al
movimento, senza voler controllare, senza volersi sforzare, ma solamente ascoltare, entrare
in contatto. Ecco come ho potuto lentamente ricucire alcune ferite che il mio corpo porta
difese dietro le contratture. Ci stato possibile grazie al lavoro di gruppo, al calore e
allenergia che circola fra le diverse persone che sono alla ricerca di questo contatto, ad una
conduzione di gruppo che non vuole creare dipendenze, n guarire per forza, ma che vuole
essere testimone consapevole di questa rinascita.
Cos, piano piano che lincontro col mio corpo avveniva, anche il rapporto con il corpo dei
bambini con cui quotidianamente lavoro, si modificato e sono ora meno tesa a volerlo
guarire per forza, a tutti i costi, quasi con accanimento. Cerco di rispettarlo con i suoi limiti e i
suoi tempi, consapevole dellimportanza di essere vicino a loro nella dolorosa strada di
accettazione di un corpo che non sempre risponde come desidererebbero, ma che vivo,
pronto per incontrare... per comunicare...

Grazia Carboni

7. Lei era l, dalla mia parte


Se ripenso a quel giorno di sette anni fa in cui varcai per la prima volta la soglia del Centro
Monari, mi vengono i brividi dallemozione, tanto nel profondo mutata la mia vita: un nuovo
corpo, nuove possibilit, un nuovo lavoro.
Avevo letto una pubblicit e interessata giunsi a Bologna per il colloquio preliminare sapendo
qualcosa di ginnastiche dolci e di antiginnastica ma ignorando completamente cosa
significasse nella pratica il termine psicomotricit, affiancato allora al nome del Centro. Ero
comunque piena di fiducia e speranzosa di poter risolvere il problema che in quel periodo mi
affliggeva, o almeno questo era quello che mi suggeriva il mio intuito.
Negli ultimi tempi provavo sempre pi spesso un dolore profondo in tutta la parte superiore
sinistra del corpo, un invisibile cordolo legava insieme il collo, la spalla, il seno fino al
capezzolo e il braccio sinistro perdeva spesso forza e sensibilit.
Dentro di me, in silenzio, avevo pensato anche al peggio ma non dicevo niente a nessuno,
come se qualcosa di ineluttabile dovesse accadere, ma era un segreto.
Fin dallet di dieci-undici anni soffrivo di una scoliosi dorsale a cui si era presto aggiunta una
cifosi e dieci anni dopo unartrosi localizzata in pi punti. Col passare degli anni credevo che il
mio andare avanti nonostante tutto, anche con qualche leggera crisi depressiva, la felice vita
di coppia - che tanto aveva contribuito al raggiungimento del mio equilibrio - il successo negli
studi, avessero sepolto il passato. E invece il mio corpo aveva accumulato una serie di
malesseri che non tardarono a farsi sentire: le spalle curve mi procuravano dolori, mi sentivo
goffa, sentivo fitte lacinanti tra le scapole ogni qual volta provavo a portare in avanti le
braccia, soffrivo di vertigini e nelle braccia e nelle gambe la muscolatura non aveva tono; il
professore di educazione fisica al liceo diceva che era come se io non li avessi proprio i
muscoli.
Durante il colloquio Maddalena mi propose di fare uno stage residenziale di una settimana e
io accettai di slancio con molto entusiasmo.
Avevo parlato delle mie cose, anche le pi intime, a una estranea come non avevo mai fatto,
ma mi ero sentita subito a mio agio, capita, accettata, rassicurata mentre raccontavo la mia
storia, i miei dolori, lei era l dalla mia parte. Il mio dolore non era stato giudicato una malattia
da dover curare. Non mi era stato promesso nulla, immediate e sicure guarigioni, ma avrei
potuto iniziare un lavoro su di me del quale io stessa avrei potuto decidere le tappe. Ed
stato proprio cos.
Quando ripenso a questi anni di lavoro, che non ancora finito, mi viene in mente la
sensazione provata durante le camminate in montagna.
Il sentiero, che a guardarlo dal punto di partenza si perde subito alla vista inerpicandosi
ripidamente, si apre piano piano sotto i nostri passi e ci appare tuttaffatto diverso mentre lo si
affronta con la giusta andatura e con le pause necessarie che ci fanno assaporare appieno il
piacere di farcela.
Mi buttai nella prima settimana di lavoro con lo spirito di sempre, anche un po
superficialmente, pensando di conoscere tutto del mio passato e fidando nella mia naturale
estroversione. In fondo si trattava di un piccolo gruppo di persone in confronto a quelli
abituata a sostenere in quel momento per il mio lavoro. Parlare davanti a persone estranene
non mi creava problemi n tantomeno toccare gli altri, almeno cos pensavo. Ho compreso

poi che il mio era sempre stato un modo di incoraggiarmi per non sentire la mia agitazione
nellaffrontare laltro.
Gi in quei primi giorni, mentre cercavo di seguire le indicazioni di quella voce cos calda e
profonda, sentii tutto il disagio di essere nel mio corpo, cos rigido, compatto, stretto in una
corazza che non lo lasciava respirare. Sentii quanto fosse sospesa in aria la mia cassa
toracica, che laria non era libera di circolare nel mio torace e nel mio ventre divisi da un
legaccio che stringendo teneva cos in alto, irraggiungibili le coste e il diaframma. Il respiro mi
si strozzava in gola.
Da piccola avevo in effetti rischiato di rimanere soffocata, mi avevano salvata, ma la gola era
sempre stato il mio punto debole.
Era un bel dire contraete il gluteo destro e poi rilassatelo il mio restava fermo, immobile,
sentivo la voglia di muoverlo ma era impossibile farlo. Allora la voce calda veniva in mio
soccorso Non importante quanto e come lo muovete, importante inviare il comando.
avvenuto nei tempi necessari ai miei muscoli: il gluteo si mosso e con esso il pube, il
bacino, regalandomi col tempo la gioia di ballare.
Io che non lo avevo mai fatto nelladolescenza, che alle poche feste cui partecipavo restavo
seduta e da socievole e ridanciana diventavo triste e silenziosa sentendomi goffa, inadatta e
brutta.
Tornai a casa trasformata; le costole si erano abbassate grazie allintenso lavoro, ma
soprattutto grazie al clima di serenit e fiducia instaurato nel gruppo, al piacere del riposo
comune stretti luno accanto allaltro dopo aver sentito il dolore benefico dei muscoli che si
sciolgono. Per la prima volta non mi ero sentita giudicata, e non avevo dovuto darmi da fare
per essere accettata da un gruppo e soprattutto dalla maestra.
In questi anni ho frequentato tanti stages sia con gruppi nuovi che con il mio gruppo, che
stato sostanzialmente lo stesso per alcune stagioni, provando sempre il piacere dellincontro.
Ho lavorato molto intensamente favorita anche dal fatto che ogni stage a Bologna era per me
un residenziale in quanto lasciavo a casa preoccupazioni e impegni e in quei giorni facevo
solo una cosa per me.
Attraverso il lavoro sul corpo e il lavoro di relazione ho preso confidenza con il mio corpo e
con quello degli altri. indescrivibile la gioia provata nel sentire che alcune parti del corpo di
cui non avevo alcuna percezione si potevano muovere e provare cos la loro esistenza, la loro
vitalit. Ho sentito cosa vuol dire provare piacere nel toccare un corpo senza invaderlo, senza
fretta, nel rispetto delle proprie emozioni e di quelle altrui.
Ho sentito con profondo dolore quanto mi era costato essere una persona estroversa, che
apparentemente non aveva difficolt a rapportarsi con gli altri, quando mi ero dovuta sbattere
nellintento, che per me era di vitale importartanza, che qualcuno si accorgesse di me e mi
dimostrasse un po di affetto, quellaffetto e quellamore che mi erano stati negati nei momenti
in cui ne avevo pi bisogno; mi ero svenduta fino ad allora senza salvaguardare e rispettare il
mio patrimonio di emozioni che finalmente stava riaffiorando.
Tutto ci insieme allaver sentito nel pi profondo dellessere che il mio storcermi era
avvenuto sotto il peso di responsabilit che erano di altri e di una fanciullezza non vissuta, e
che altro non era stato se non la difesa che il mio fragile corpo aveva dovuto e saputo
opporre per poter sopravvivere, mi hanno reso molto meno esigente con me stessa.
Ho finalmente accettato lidea di dare un po di tregua alla mia esistenza che aveva fino ad
allora sempre dovuto dimostrare di farcela da sola, di non avere bisogno di nessuno, perch
di nessuno si poteva fidare.

Ho finalmente sentito quali erano i miei tempi scoprendo che la cognizione del tempo
appartiene alla sfera emotiva e non a quella razionale, che servita solo a suddividerlo
poich sessanta secondi sono diversi per ognuno di noi.
Mia madre una volta, parlando degli inizi del suo matrimonio, mi ha confessato che non mi ha
mai visto piccola, che aveva solo me e a me si era aggrappata per sopravvivere in un mondo
che sentiva estraneo; subito dopo il matrimonio si era trasferita in unaltra citt ed era cos
diversa da mio padre. Poi nacqui io, la sua ncora, la primogenita, quella che poteva mettere
tutto a posto, buona, brava, intelligente, generosa. Poi vennero altri figli... Ma ormai ero io che
mi preoccupavo per i miei fratelli perch sentivo di dover loro risparmiare quello che di brutto
era capitato a me, che avevo mille occhi, mille orecchie, sempre pronta a intervenire rapida in
difesa, in appoggio. Nonostante tutto il mio darmi da fare, il vigilare, non sono stati risparmiati
neanche a loro e per me stato duro sopportare anche questo.
Insieme a ci linvasione e la privazione di essere la prima: i bisogni degli altri che DEVONO
venire prima dei tuoi tu puoi capire, dallo a lei che tu sei grande e lo sai che lei piange.
Daglielo, faglielo, mostraglielo, regalaglielo... A me che restava?
La fuga nel sonno e nelle letture, il piacere nella trasgressione del disordine e delle discolate
concesse a chi in fondo sempre cos buona e brava. Il peso di una grande solitudine, il
grande freddo, dei bisogni congelati per non sentirli e la rabbia si lenivano di notte, quando
nessuno vedeva, in un lungo pianto nel silenzio del mio letto e mi sentivo estranea in quella
famiglia dai cui membri ero cos diversa e pensavo di esserle stata affidata per necessit
dalla mia vera famiglia. Preferivo sentirmi abbandonata piuttosto che non
amata.
indescrivibile a parole, la cappa di oppressione nella paura di fare qualcosa di sbagliato che
cera nei nostri occhi di bambini, assente la gioia di vivere. Sempre imbronciati, magrissimi
pur mangiando molto. Mia madre port me e mia sorella - in quello che ricordo come un lungo
viaggio in treno - a fare delle radiografie per vedere se eravamo malate, se cera qualcosa
che non andava. Oggi so, perch lho sentito trattenuto nei miei muscoli, che mi mancava un
nutrimento pi importante del cibo, quel calore affettivo fatto di abbracci, baci, carezze e
soprattutto del piacere di stare insieme in allegria e leggerezza.
Finch quel corpo, tirato tra il dovere e il volere, costretto dalla vergogna e dalla paura, ha
ceduto e per sopravvivere si storto. Con lo sviluppo immancabilmente sopraggiunta la
scoliosi: magrissima, alta e storta.
Lo strazio emotivo della scoperta. Estate al mare, gli occhi di mio padre si appuntano sulla
mia schiena, la chiamata a raccolta di mia
madre con un tono che non lascia presagire nulla di buono, ma non so cosa, lo sconcerto di
trovare un difetto, una macchia, lagitazione, la sabbia mi si apre sotto i piedi, lo stomaco ha
un tuffo e immediato sopraggiunge il senso di colpa di non essere perfetta. Perch proprio a
me che sono tanto brava?
Qualsiasi evento che non scorreva nei binari di una normalit decisa dai grandi e molto
discontinua era vissuto con estrema, intensa agitazione emotiva; quella in cui sprofondava
mia madre sotto la pressione e lincalzare delle parole e degli sguardi di mio padre.
Mi sono fatta carico anche di questo nellintento di alleviare questa pena.
Con la scoperta della scoliosi iniziata la solita trafila: visite, ginnastiche, busto. Ricordo di
aver fatto impazzire il costruttore di cotanta aberrazione perch non mi andava mai bene,
sentivo dolori ovunque, ovunque mi premeva troppo. Non lo volevo.
Imposi di portarlo solo a casa, mi vergognavo troppo, mi faceva male. Ben presto non lo misi
pi: troppa insofferenza, rabbia e disagio.

La ginnastica correttiva invece bisognava farla, mi stato risparmiato il nuoto solo per
impedimenti pratici. Mi tornano ancora in mente i ricorrenti attacchi di mal di testa e la nausea
allingresso di palestre e centri fisioterapici. Smisi anche quella. Preferivo tenermi quella che
in casa veniva chiamata la gobba e avere un corpo che non mi piaceva.
Quando, dopo aver tenuto il bastone sotto la colonna vertebrale, per un tempo divenuto ben
presto insopportabile, nel momento di toglierlo sentii una fitta lancinante tra le scapole, la mia
ferita riaperta mi fece sprofondare nel dolore provato e accumulato in quegli anni. Un pianto
dirotto mi scosse tra le braccia amorevoli di Maddalena. Provai sollievo nel sentire la schiena
del compagno che respirava unita alla mia. Trovai accoglienza, per poter lenire il dolore, nella
mano che ha toccato con rispetto e amore la mia ferita nel lavoro di relazione che segu. E la
mia schiena cess di essere un ammasso informe; la parte sinistra incominci a uscire dalla
gobba di tanti anni, le scapole si mossero separatamente.
Mi ero sempre occupata di tutti quelli che mi stavano intorno (fratelli, genitori, compagni di
scuola, amici, insegnanti) finalmente potevo prendermi cura di me, chiedere aiuto senza
sentirmi in colpa.
Riscoprendo e unificando i pezzi del mio corpo iniziavo a trovare il mio posto nel mondo.
Non permetto pi a nessuno di vivere la mia vita, sto ritrovando il piacere di fare cose che il
senso del dovere mi aveva distrutto. Il piacere di aver ritrovato la chiave per lascolto delle
mie emozioni, delle mie sensazioni la cosa pi straordinaria che mi sia successa durante il
lavoro, dandomi la possibilit di riconoscere immediatamente e con certezza chi desidera il
mio bene senza altri scopi.
Accanto a tutto ci ci sono naturalmente dei grossi cambiamenti fisici.
Non soffro pi di vertigini, la cifosi scomparsa, non devo pi tenere dritta la schiena perch
ormai si sostiene da sola, la muscolatura delle gambe pi tonica - i quadricipidi finalmente si
vedono -il capo ben dritto con giovamento per tutto il viso che naturalmente ha assunto
lineamenti pi rilassati, sono aumentata di 2-3 centimetri, in quanto si ridotta la scoliosi. In
sostanza mi sento meglio fisicamente e per la prima volta a quarantanni mi piaccio e il pi
delle volte guardandomi allo specchio mi vedo bella come mi sento:
ho rimesso a posto qualcosa, lenito qualche ferita, reintegrato parti di me senza
compromessi.
Il mio corpo non pi per me uno sconosciuto e, liberandosi in parte dalla sua corazza, mi
lancia dei segnali che io riesco ora a riconoscere, rendendo finalmente possibile il dialogo
continuo tra le mie sensazioni e le mie emozioni.
Quando Maddalena mi ha proposto di frequentare il Corso di Formazione per diventare
terapista del suo Metodo, senza pensarci un attimo e seguendo solo il mio istinto ho detto s.
Sentivo che finalmente potevo occuparmi degli altri nel modo in cui avevo sempre desiderato:
con passione e piacere.
Non mi preoccup affatto di non essere una fisioterapista, n che avevo un altro lavoro in
unaltra citt e ho fatto bene, perch oggi, grazie al mio essere terapista ho reso migliore
anche il mio essere storica dellarte.
Il mese di corso stato fantastico. Finalmente libera da condizionamenti, nel clima adatto, ho
appreso spontaneamente senza lobbligo di dover imparare per gratificare linsegnante. Ho
appreso per me e solo per il piacere di farlo. Tutti i miei insegnanti hanno sempre investito su
di me. Volevano che io facessi e fossi quello che loro non erano stati capaci e non avevano
potuto fare o essere. Questo molte volte mi ha creato ulteriori sensi di colpa, perch non si
pu vivere la vita di un altro e quindi alcune volte non sono stata allaltezza delle aspettative.
Tutto quello che ho appreso entrato a far parte del mio corpo e della mia vita con
naturalezza. Certo senza il lavoro su di me, che continuo con la costanza di prima nella

certezza che un terapista per accogliere il dolore degli allievi deve aver scoperto e accolto il
proprio, non avrei mai potuto farcela.
Nellapprendere i principi del Metodo Monari i miei occhi hanno iniziato a vedere lucidamente
e le mie mani a sentire, ascoltare, vedere.
Al termine dei tre anni di corso il momento pi emozionante, condiviso con Maddalena e le
mie compagne di corso ormai amiche: la consegna del diploma. lunico tra quelli conseguiti
che ho deciso di appendere al muro non solo perch, pezzo unico diverso per ognuna di noi e
colorato con i nostri colori, ma perch lunico conquistato dalla mia passione.
Oggi guidata dal mio intuito, da tutti i miei sensi, dalle mie emozioni che ogni volta entro in
palestra ed entro in contato con i miei allievi. Ritrovo cos il mio ritmo, i miei tempi, la mia
voce, la mia serenit, la lucidit. Il piacere di essere l in quel momento ed essere testimone
delle loro scoperte. I miei occhi allora si illuminano insieme a loro.
Attualmente sto vivendo un periodo molto particolare e delicato della mia vita. In seguito a un
incidente automobilistico si rotto, sfondandosi, il piatto tibiale esterno della mia gamba
destra e si incrinato lastragalo del piede corrispondente. Al trauma di un incidente da brividi
sullautostrada seguito il trauma delloperazione al ginocchio per sistemare la frattura
articolare. Alla degenza ospedaliera sta seguendo il periodo di recupero del movimento in
previsione della seconda operazione per la rimozione dei tre chiodi inseriti nella tibia, a cui
far seguito un altro periodo di recupero.
Quattro-cinque mesi di fermo, forse sei, in cui tutta la mia attenzione stata e sar dedicata a
ritrovare il movimento perduto.
Non ho seguito e non sto seguendo una terapia rieducativa di tipo tradizionale, che avrebbe
previsto subito dopo loperazione, poich non sono stata ingessata, il piegamento passivo del
ginocchio con lausilio di macchine (Kinetec) e quindi lintervento di un fisioterapista che in un
modo o nellaltro flettesse il ginocchio.
Poco importa se la macchina procura un dolore insopportabile e fa venire la febbre:
naturale, con quel ginocchio ancora gonfio e infiammato!. Poco importa se i muscoli
rimangono senza ascolto e le contratture causate dai traumi subiti senza considerazione:
Bisogna muoverlo, che vuole che sia un po di dolore!.
Daltronde se loperazione riuscita e meccanicamente il ginocchio si pu articolare, allora si
DEVE articolare. La risposta DEVE essere immediata, se no come si vede il risultato? come
si possono sentire gratificati gli artefici?
Se pu forse iniziare a passare lidea che nelle contrazioni e nelle rotazioni di un corpo si
nascondono ferite profonde, quanto ancora rivoluzionario pensare che un incidente, in cui in
fondo c stata solo una frattura di un osso, lasci nei muscoli ferite altrettanto profonde!
Mi sono cos affidata alle cure di Maddalena per sciogliere le rigidit senza sfibrare i muscoli,
per dare ascolto al profondo dolore e alla sgomenta paura che si sono insediati nella mia
gamba, nel mio ginocchio, nella mia caviglia, nel mio piede terrorizzati.
Non potr mai dimenticare il tremore che ha sconvolto per ore le mie gambe, anche quella
non ferita, subito dopo lincidente. Un tremore interno, profondo che non si sarebbe placato
con tutte le coperte del mondo, ma con delle mani calde che le avvessero toccate, scaldate,
accolte, fatte sentire sicure di potersi fidare.
Non solo questo mancato! Giunta al Pronto Soccorso in sala radiologia ho dovuto io,
traumatizzata, piena di lividi e impaurita, fare uso di tutte le mie capacit perch qualcuno
finalmente capisse che il tremore si sarebbe placato, almeno in parte, e le lastre sarebbero
venute non mosse se almeno mi fosse stato collocato un appoggio sotto il ginocchio, rimasto
flesso dal momento dellincidente.

Non ero mai stata in ospedale, stavo imparando in fretta e a mie spese quanto raro essere
visti, ascoltati, considerati e rispettati da chi non dovrebbe fare che questo. Dovevo
considerarmi una paziente non tanto e non solo perch soffrivo, ma soprattutto perch
dovevo avere molta pazienza. Ma perch dovevo avere pazienza, perch spettava ancora a
me, che non avevo altro desiderio che di potermi fidare e riposare, il compito di mettere gli
altri a proprio agio e consentire loro cos di non trattarmi male? Dovevo per forza tornare ad
essere brava e buona, allegra e simpatica per non essere maltrattata?
Si molto disarmati quando si soffre, indifesi quando si dipende completamente dagli altri
perch non autosufficienti anche nelle cose pi semplici, come un bambino. E come un
bambino ho sentito spesso rabbia contro chi, con sguardi o parole, ha inibito un mio
movimento per paura che mi facessi male.
Ma non era ancora finita!
Ho dovuto subire langheria di un primario che invece di dirmi con calma che la mia frattura
era particolare e necessitava, per essere sicuri del recupero, dellintervento di un esperto, mi
ha vomitato contro tutta la sua paura e la sua incapacit, senza preocupparsi di me in alcun
modo, senza rispettarmi, facendomi sentire in colpa per essermi io procurata una frattura
cos brutta!, lasciandomi senza parole e nel pi profondo sconforto. Come da piccola,
quando i miei fratelli e io se ci facevamo male dovevamo nasconderlo a nostro padre, se no
erano guai. Al danno seguiva inesorabile la beffa.
Ho potuto reagire con laiuto delle persone a me care che hanno trovato lesperto e mi hanno
fatto cambiare velocemente ospedale.
Quando poi, dopo loperazione, si trattato di togliere il drenaggio inserito nellarticolazione e
per il dolore devastante ho pianto e urlato, mi sono sentita dire dalla dottoressa Esagerata!!!,
si vede che non ha mai avuto figli lei!. Al danno ancora la beffa. Linsorgere delle mie
compagne di stanza, a quella che era unevidente cattiveria, unoffesa del tutto gratuita, la
loro complicit, il loro affetto mi sono stati di grande aiuto.
Da quel momento non ho pi permesso a nessuno di avvicinarsi al mio ginocchio. Ero
sempre pronta a fermare mani che intuivo pericolose.
Ero in allerta, nuovamente sfiduciata. Ho provato la stessa dolorosa emozione di agitato
sconforto provata da bambina verso i grandi di cui purtroppo non mi potevo fidare.
In tanti mi hanno descritto limpotenza provata al risveglio dallanestesia, quel voler parlare e
non poterlo fare, la paura provata nel non poter comunicare. Un urlo strozzato. Ho sentito
limpotenza e provato paura quando dopo loperazione, ho impartito il comando al ginocchio e
non si piegato. Era l immobile, come separato dal resto del corpo, e non mi apparteneva. I
traumi subiti avevano interrotto lo schema motorio. Per giorni lho sentito come una parte
estranea, la riunificazione avvenuta lentamente tramite il contatto.
Ho sentito la gioia quando, nelle prime sedute di terapia, finalmente toccato con amore e
passione, il ginocchio ha iniziato a flettersi e larticolazione, senza dolore, si aperta come i
petali di un fiore.
Nel corso della terapia, mentre le mani penetrano i muscoli per scioglierli e ridargli la perduta
elasticit sto vivendo emozioni intense, che mi aiutano a reintegrare la mia gamba nel mio
corpo. Ho sentito quanta rabbia, impotenza, dolore si erano asserragliati in alcuni muscoli,
duri come sassi, nel momento in cui mi sono resa conto che stava per succedere qualcosa di
tragico, che io non potevo scappare, che era ineluttabile e io non potevo mettere tutto a
posto. Ricordo di essermi rassegnata; ma a che costo?
So, per il lavoro fatto in tutti questi anni, quanto coraggio ci voglia a entrare in contatto con le
proprie ferite dolorose, ma ho compreso solo ora fino in fondo e sulla mia pelle di quanto
coraggio abbia bisogno un terapista per permettere al paziente di sentire il suo dolore. Ci

vogliono mani calde, non timorose di entrare in contato con il dolore trattenuto nella rigidit e
accoglierlo. importante sentire che il terapista li accanto a te non tanto con la sua testa e
la sua tecnica, quanto con le sue mani e il suo cuore. Solo cos il muscolo, nella fiducia
ritrovata, si lasciato andare.

Anna Maria Cerioni

8. Storia del mio incontro con il Metodo Monari


Passato remoto

Sono gi passati molti anni dal giorno nel quale ho cominciato a frequentare questo Centro
che ora fa talmente parte della mia vita che mi sembra quasi impossibile che sia esistito un
prima tanto lungo.
Avevo infatti 48 anni quando, anche su sollecitazione di unamica, mi sono decisa a varcare
la porta di questa insolita palestra. Da anni leggevo i manifesti affissi per Bologna e devo dire
che la parola che pi mi incuriosiva in essi era antiginnastica, anzi per la precisione era
proprio il prefisso anti ad attrarmi. Non ero niente affatto interessata dallidea di fare
ginnastica come avevo fatto a scuola o come aveva invano cercato di farmi fare mio padre,
portandomi durante linfanzia assieme ai miei fratelli in un centro sportivo. In queste situazioni
mi ero sempre sentita del tutto inadeguata, grassottella e impacciata nei movimenti comero.
La competizione non mi interessava e probabilmente rifiutavo tutti gli aspetti di necessaria
disciplina e ripetitivit che la pratica ginnica comportava. Ma questo posso dirlo ora, e ne
sorrido, fino a qualche anno fa ero talmente preoccupata di mostrarmi adeguata che non
avrei mai ammesso la mia insofferenza verso la disciplina. Non che in questi anni io abbia
perso ogni controllo, ma allora ero terribilmente perbene. Signora di mezza et, madre
onnipresente di due figli, laureata in pedagogia, al mio primo colloquio con Maddalena ricordo
di essermi presentata con le mie scarpine col mezzo tacco (che allora mi era indispensabile
per potere camminare) e il tono sicuro di chi sa di avere gli strumenti culturali per affrontare
qualunque situazione nuova. Se avessi avuto il coraggio (o lumilt) di ammetterlo, avrei
dovuto presentarmi strisciando, piangendo, gridando il mio bisogno di essere aiutata.
Stavo attraversando in quei mesi unesperienza terribile e in realt ero a pezzi. Avevo da
mesi il mio secondogenito ricoverato in ospedale dopo un gravissimo incidente stradale nel
quale si era fratturato tutti gli arti fuorch il braccio sinistro. Le sofferenze fisiche erano tutte
sue, ma in me cera gravosissima la fatica di essergli vicina per giornate intere. Il peso delle
sue lunghe gambe ingessate che era necessario spostare dal letto alla carrozzella era ben
poca cosa se paragonato allincombere del dolore e della preoccupazione per la sua paura, la
sua depressione. Aveva dovuto affrontare pi volte la sala operatoria e avrebbe dovuto
ricominciare ad imparare a camminare.
E i sensi di colpa, i fantasmi di inadeguatezza e di rimorsi che assillano un genitore,
specialmente se solo a crescere e cercare di educare i figli. Insomma, ero in uno dei
momenti pi complicati di una vita che non era stata generalmente semplice. Eppure, abituata
comero ad essere la prima della classe, pensavo di dovere dimostrare a tutto il mondo che
comunque ero in grado di affrontare anche questa situazione, stavo addosso a mio figlio
come una gatta selvatica, probabilmente soffocandolo con un eccesso di cure e di presenza,
mi sembrava che nessuno potesse occuparsi di lui meglio di me. La fatica e lo stress erano a
tal punto che il mio corpo si era definitivamente irrigidito. Avevo paura di piegarmi, perch
spesso per il dolore non riuscivo pi a rialzarmi.
Era la fase finale di un processo di irrigidimento e ripiegamento cominciato fin
dalladolescenza. Dopo essere stata una bambina vivacissima, direi quasi scatenata, ero

diventata una ragazzina e poi una donna ingabbiata in forme di severo controllo, imposte
dalleducazione e dalle circostanze di vita. Il mio corpo magro e scattante nella prima infanzia
era diventato goffo e impacciato, limpegno ad essere brava in tutto quello che facevo si era
stampato in una decisa scoliosi. Non sapevo mai dove mettere le mani, non ero riuscita ad
imparare a pattinare o a sciare (quel movimento accelerato verso lo spazio libero mi
terrorizzava), soffrivo di vertigini al punto di non riuscire ad affrontare un sentiero di
montagna. Il matrimonio e la maternit avevano dato il colpo di grazia alla mia mobilit. Ero
sempre stata molto brava a scuola, il pensiero almeno si muoveva, e cercavo di fare con
seriet la mia professione. Ma moglie e madre volevano dire ancora di pi: e allora la corsa
frenetica per organizzarmi fra studio e ciambelle per la colazione, fra presenza culturale e
organizzazione efficace della casa. Attenta a tenere tutto sotto controllo, dimenticavo di avere
un corpo e a soli ventisette anni soffrivo di dolorosissime forme di artrosi discale,
naturalmente poco curate anzi quasi del tutto sottovalutate. Era per me vietato piangere,
lamentarsi, mostrarsi debole, perdere il controllo.
Lunico spiraglio di libert che mi concedevo era di tipo mentale e qui torno a parlare delle
mia irrefrenabile attrazione per lanti. Ogni movimento politico o culturale che fosse di rottura
mi incuriosiva e trovavo del tutto naturale rendermi disponibile ad esso. Ero un curioso
miscuglio di severa adeguatezza ad un modello tradizionale di moglie e madre e un disinvolto
partecipare ad esperienze insolite per una signora borghese di quei tempi. Come facessi a
conciliare dentro di me le due cose non so, probabilmente si trattava pi che altro di un
conflitto che si rispecchiava sempre di pi nel mio corpo, diventato una specie di corazza.
Quando ho cominciato a frequentare il Centro Monari mi vedevo, ed gi strano che mi
vedessi, come una gallina: un gran torace gonfio su due gambine rinsecchite. La scoliosi mi
aveva infastidita durante le gravidanze, lartrosi aveva inchiodato la colonna vertebrale, i miei
piedi soffrivano di una borsite cronica e i miei muscoli posteriori erano tanto accorciati che
camminare con i tacchi bassi mi era impossibile.
Eppure marciavo eroicamente, sola nei miei deliri di onnipotenza.
Se penso che al colloquio iniziale con Maddalena ho parlato del pi e del meno, del male di
schiena e di piedi e non ho nemmeno accennato al ricovero di mio figlio, alla sua necessaria
riabilitazione, vengo ancora sommersa dallo sgomento. Dovevo veramente essere
disperatamente convinta che al mondo non ci fosse nessuno disposto e capace di aiutarmi,
che dovevo comunque cavarmela da sola, visto che ad ogni modo era colpa mia... tutto
(quanto dovr sacrificarsi ancora questo brutto anatroccolo per diventare degno di essere
amato?).

Passato prossimo
Prima esperienza al centro Monari con la frequenza di un corso a incontri settimanali. Sempre
sorridente, accondiscendente e preoccupata di piacere, navigavo in realt in un profondo
disagio. Il momento iniziale di ogni incontro durante il quale in cerchio ognuno parlava di s,
dei propri dolori fisici e delle proprie emozioni, era quasi un tormento. Fin dallinfanzia mi era
stato insegnato che parlare in pubblico della propria sofferenza non dignitoso e oltretutto
inutile perch nessuno pu aiutarti come puoi fare da sola. Quindi non comunicavo niente di
reale, poche parole possibilmente spiritose. Oltretutto mi domandavo come ci si potesse
fidare di messaggi, allora veramente incomprensibili per me, come tu non respiri o quando
camminerai con le gambe pronunciati da Maddalena e dal suo allievo che laiutava, sempre
con molta dolcezza per, senza nessuno spirito critico. Nel compiere i "preliminari" che

venivano suggeriti scoprivo nel mio corpo contrazioni dolorose che mi spaventavano e
qualche volta mi irrigidivo ancora di pi nello sforzo di fare lesercizio bene. A dire la verit
lesigenza di fare tutto bene era solo mia, perch mai nessuno si accaniva nel correggere le
mie posizioni sbagliate o mi rivolgeva parole di disapprovazione.
Fortunatamente, il gruppo di quellanno era particolarmente affettuoso e nei momenti di
contatto, di riposo abbracciati, trovavo molto calore e la consolazione alle mie sofferenze che
non richiedevo ma della quale avevo tanto bisogno.
Forse se il metodo non prevedesse questi momenti di contatto non sarei mai riuscita a
concedermi al dolore fisico prima e allo sblocco emotivo poi, probabilmente avrei
abbandonato la palestra che mi sarebbe sembrata solo inutilmente faticosa. stato proprio
durante un lavoro sulle mani di una giovane donna, rigida e contenuta come me, che ho
riconosciuto la mia angosciosa solitudine. Ho cominciato a piangere senza potere pi
fermarmi, come non facevo da quando ero bambina piccola. Non sapevo pi cosa fare,
perch mi sentivo in dovere di finire il lavoro sulle mani della mia compagna, ma appena ho
potuto sono scappata nello spogliatoio. Evidentemente allora non mi sembrava dignitoso
allagare la palestra con le mie lacrime, mostrarmi a tutti debole e disperata. In quello
spogliatoio ho cominciato a parlare, quando il gruppo venuto a cambiarsi e solo la
settimana dopo ho raccontato a Maddalena di mio figlio. Il suo problema stato accolto
immediatamente con un calore ed una generosit pari solo alla delicatezza e al rispetto che
sempre si trovano qui.
Ancora in stampelle, ha cominciato a frequentare il centro per dei trattamenti individuali che
poco alla volta lo hanno riabituato a rendersi conto che dal suo corpo potevano emergere
anche piacere e fiducia e non solo dolore e paura. Poi anche lui entrato in un gruppo del
quale ancora fa parte, compiendo un suo cammino.
E cos anchio, per la prima volta nella mia vita, mi sono fidata ed affidata. Ci sono voluti per
due anni perch mi decidessi a partecipare ad uno stage, durante il quale possibile
compiere un lavoro pi approfondito sul corpo e sulle emozioni. Ora abitualmente frequento il
gruppo settimanale e uno o due stages allanno. Nello stare assieme al gruppo per giornate
intere, condividendo anche i pasti e i momenti di riposo, si sono approfondite amicizie e ho
del tutto dimenticato la preoccupazione per gli aspetti formali dei rapporti.
Ora se mi sento stanca so che posso appoggiare la testa sulle gambe di chi mi sta vicino, se
ho voglia di piangere lo faccio dovunque mi trovo. Ma non tutto qui: ho scoperto che mi
piace ballare, scherzare, giocare. Ogni tanto sorprendo tutti ammutinandomi con leggerezza.
Il cammino stato lungo, difficile raccontare tutte le tappe.
Laspetto che mi sempre piaciuto di pi riguarda la possibilit che questo metodo lascia ad
ognuno di fare il suo percorso, senza forzature con i relativi possibili traumi fisici (avevo visto
con i miei occhi lo scempio che la fisioterapia tradizionale era capace di compiere quando
curavano mio figlio in ospedale) e con i possibili traumi emotivi che portano a ricadere,
semmai in forme ancora pi accentuate, nelle rotazioni, nelle lordosi difensive che tutti
usiamo per proteggerci.
E cos venuto fuori, senza che debba vergognarmene, anche il mio desiderio di autonomia:
che mi senta fragile o che mi senta forte mi piace decidere da me cosa fare, aderire
autonomamente, per fiducia e non per dovere, a quanto mi viene proposto.
Ricordo con emozione la scoperta delle zone pi rigide del mio corpo. Ammorbidendo i
muscoli di esse ho spesso messo a nudo abissi di dolori pregressi, di negazione dei miei
bisogni. Sono stati momenti di grande paura che per si sempre stemperata nel clima di
accoglienza creato dal gruppo e dai fisioterapisti.

Il corpo pi morbido mi ha permesso di mettere a nudo i sentimenti, prima a me stessa poi,


un poco alla volta - e qui ho ancora strada da percorrere - agli altri. Alcune parti si sono del
tutto ammorbidite, altre presentano ancora lordosi ed irrigidimenti, ma ho imparato ad amare
e a rispettare anche i miei limiti, a non accanirmi per mostrarmi migliore di quello che sono.
Insomma, da questo lavoro scaturita unaccettazione serena della vita che mi ha permesso
in questi ultimi anni di affrontare anche lutti molto dolorosi senza fare pagare al mio corpo la
fatica di elaborarli.
Ho imparato ad aspettarmi aiuto dagli altri, in fondo viene anche senza essere troppo
richiesto.
Chi di noi frequenta il centro da pi anni ha vissuto, con lentusiasmo che deriva da una
condivisione autentica, le trasformazioni dellattivit e dellambiente fisico. Laprirsi della
scuola di formazione sul metodo Monari ha determinato lapprofondimento e la precisazione
delle metodologie da usare nei gruppi, che naturalmente risentono positivamente della ricerca
comune che viene compiuta da qualche anno.
E poi da un anno il nuovo Centro, le nuove palestre, gli ambienti per i trattamenti individuali e
in pi il giardino e il soggiorno, accoglienti ed allegri, sempre disponibili per chi ha voglia di
rilassarsi, incontrare i suoi amici, socializzare attraverso il piacere di mangiare insieme.
Forse una sorta di isola felice, che per non spinge ad isolarsi, ma anzi fornisce gli strumenti
per navigare con disinvoltura e sicurezza nel mare, tempestoso o paludoso, che sta fuori
della porta.

Presente - futuro
Mercoled 7 dicembre 1995. Allinizio della riunione settimanale ho trovato il coraggio di
proporre di lavorare la nuca e la mascella, luoghi del mio corpo dove ancora la rigidit
esprime le umiliazioni che ho dovuto coprire, il dolore per non essere stata nutrita dallamore.
Tieni la testa alta, stringi i denti, altrimenti rischi di cadere a pezzi!
Il lavoro sui piccoli muscoli dietro alle orecchie e attorno alla mascella si rivela molto doloroso,
una morsa dansia mi crea una leggera nausea e molta paura. Quando provo ad alzarmi in
piedi, scopro che il diaframma si contratto al punto di impedirmi quasi di respirare.
Mi fermo dove sono, ma sono tranquilla perch so che nel gruppo nessuno far caso al fatto
che resto a gattoni e che Maddalena sapr come aiutarmi. E infatti vengo immediatamente
soccorsa da un piccolo trattamento individuale sulla zona dorso-lombare e subito dopo tutto il
gruppo viene scaldato da un lavoro sulla schiena che ci aiuta a ritrovare la fiducia in noi
stessi, nonostante le prove che la vita ci ha inferto. I saluti fra noi, prima di andare a casa,
sono questa sera particolarmente pieni di tenerezza.

Morale della favola


Il buffo di tutta questa storia sta nel fatto che quando ero giovane (e le fotografie mi dicono
che ero bella) non mi piacevo, invidiavo le ragazze che sapevano muovere seduttivamente i
lunghi capelli e indossare con disinvoltura sottane sportive.
Ora che ho i capelli bianchi e qualche ruga di troppo comincio ad apprezzarmi. La mia
ammirazione va soprattutto alle mie gambe, che non sembrano pi quelle di una gallina, ma
sono dritte come sono sempre state e in pi morbide e piene ai punti giusti e senza un filo di

cellulite. Indosso con piacere mocassini senza tacco e forse quando compir sessantanni mi
comprer la minigonna che non ho mai portato.

Marcella Ruocco

9. Ho iniziato a scegliere e a decidere per me


difficile raccontare in poche pagine la storia di una vita, ma ci prover perch sono
fermamente convinta che ognuno pu ricostruire il proprio passato ascoltando e riconoscendo
ci che il corpo costantemente ci comunica, per permetterci progressivamente di usufruire e
godere di quelle potenzialit che nel corso degli anni ci sono state sottratte, ma che
naturalmente ci appartengono.
Mi chiamo Filomena e sono nata in un paese del Molise.
Fin da piccola la sensazione di inadeguatezza, di fragilit, di solitudine era accompagnata
dalla vitalit, dalla gioia, dalla bellezza che sentivo sprigionarsi ogni giorno di pi dal pi
profondo del mio essere, dalle mie viscere. Ricordo con amore e tenerezza i giochi dove era
bello sporcarsi: gli amici, le urla, le corse, le lotte nella strada; i concerti, i balli, gli spettacoli
dove io organizzavo ed ero leader, bella, splendente, ed ammirata, ma non dai miei genitori.
Per loro io ero incontenibile e sempre pi spesso venivo a volte rimproverata, a volte
picchiata e tacciata di cattiveria. Io non capivo. La mia vitalit mi spingeva avanti ed il piacere
dellindipendenza mi spinse a 5 anni ad organizzare una gita in campagna. Il gruppo era
capeggiato da me, nonostante fossi tra le pi piccole. Mio padre, dopo averci cercate, ci
raggiunse lungo la strada. Quando lo vidi, lo accolsi con urla di gioia e di vittoria per quello
che ero stata capace di fare. Lui spense tutti i miei entusiasmi con uno sguardo silenzioso;
non capivo cosa avessi fatto di male ma, dopo aver riaccompagnato tutti a casa, mi picchi e
mi chiuse in una stanza buia. Neanche mia madre riusc a proteggermi. Ascoltavo i rimproveri
di mio padre senza riuscire a decodificare i suoni delle parole, non capivo nulla, se non la
paura, il dolore dentro e fuori, limpotenza tali da sfiorare la pazzia; poi il silenzio e la
rimozione: resta il disagio e la colpa di esistere. In seguito, per andare avanti e per giustificare
il fatto che loro non mi ascoltavano, stato pi semplice darmi la colpa di non essere la brava
bambina che loro volevano, di non essere perfetta e di meritarmi le punizioni.
Almeno in quei momenti sentivo di esistere!
I miei lavoravano, non si occupavano ma si preoccupavano per me.
Quando stavamo insieme pochissime espressioni damore, perch i figli si baciano quando
dormono, ma soprattutto muri silenziosi che non ci permettevano di comunicare e quando
dal pi profondo trovavo la forza di chiedere la loro vicinanza, di urlare i miei bisogni e la mia
rabbia, pretendevano che capissi le loro motivazioni, mi rimproveravano e mi impartivano
ordini e comandi per domare la mia passione ormai ribelle, per insegnarmi ad essere pi
docile e a non dare fastidio. Ricordo che mio padre diceva sempre le canne si piegano
quando sono piccole. Io non mi sono mai piegata, ma per restare dritta ho immobilizzato la
mia schiena ed intraruotato le mie gambe. Siccome nessuno ascoltava le mie motivazioni e i
miei bisogni, la mia gola e la mia bocca si sono chiuse sempre pi.
La solitudine fisica-emotiva e limpotenza erano tali da non essere contenute ed allora, a
salvarmi, ancora una volta la rimozione: restava il ricordo di essere troppo esagerata, troppo
emotiva, troppo vitale, troppo tutto e perci piuttosto strana e difficile.
Amaramente appresi che per farmi amare e per avere lillusione di non restare sola dovevo
dare, senza pensare alle mie esigenze riducendo sempre pi il mio desiderio di movimento
e di libert.
Nella speranza di farmi amare, non mi esprimevo.

In seguito, quando avevo sei anni, nacque mio fratello e, se allinizio tutto and bene, dopo
circa quaranta giorni lui fu sul punto di morire per una febbre molto alta. La confusione che ne
segu di medici, di adulti che parlavano tra di loro, aumentava dentro di me (che venivo
sempre allontanata perch non potevo capire) un senso di angoscia e di incomprensione; ma
mi ricordo che, quando nessuno mi vedeva, andavo da lui e guardavo la bellezza-larmonia-la
dolcezza del suo viso e del suo corpo, gli prendevo la mano paffutella e gli dicevo insieme ce
la faremo, vedrai, io sono forte! Capii veramente come stavano le cose e cosa volesse dire
paraparesi spastica solo un po pi tardi, quando lui cominci ad avere difficolt a scendere
e salire le scale e a camminare e correre diversamente dagli altri bambini. Ma io amavo mio
fratello ed ero felice di stare insieme a lui, di giocare, di lottare, di ridere. Poi cominciarono le
visite dai baroni dai grandi della medicina nelle varie citt dItalia: il freddo degli ambulatori, i
suoi pianti, le nostre umili azioni ed il nostro dolore, la sconfitta. Al ritorno in casa regnava la
tristezza, la sofferenza ed il silenzio, ma anche la forza della ribellione e della lotta per la gioia
e la vita, nonostante tutto. In un paese in cui gli handicappati venivano tenuti chiusi in casa,
noi uscivamo e giocavamo per le strade. A volte mi vergognavo, quando gli occhi della gente
insistentemente guardavano e giudicavano condannando la diversit, allora irrigidivo la mia
schiena cercando di proteggere me e lui. Insieme ce lavremmo fatta! Riuscivamo a ritrovare
la nostra sensazione di armonia quando andavamo in campagna dai nonni dove potevamo
semplicemente e maestosamente esistere.
Nessuno ci giudicava o ci costringeva a rimanere immobili perch non ci facessimo male.
Ricordo mio nonno che faceva il contadino e ci guardava con amore rotolarci con i cuccioli
intorno, ridere, sporcarci, cos come guardava la sua terra e i suoi alberi. E la sera, sotto il
cielo aperto, nella fermezza e nella nobilt del suo corpo, ci raccontava delle storie e noi
gustavamo il ritmo, il suono della sua voce, delle parole che ci scaldavano, cullandoci.
Iniziarono le visite, le operazioni, le terapie a Roma. A casa, la sua lontananza e poi i suoi
gessi, la sua rabbia, la sua sofferenza. E ancora una volta nessuno si occupava di me e della
mie emozioni. Le attenzioni erano solo per lui e per la sua malattia. Anchio dovevo
occuparmi di lui, ma non pi quando lo desideravo: avevano rovinato anche il rapporto con
mio fratello!
Cercavo di non dare fastidio e speravo cos che qualcuno mi avrebbe prestato attenzione, si
sarebbe occupato di me pensando che non potevo farcela da sola. Invece aumentarono le
richieste di tutti ed i miei doveri nei loro confronti. Per non deludere mi sono impegnata al di
sopra delle mie possibilit creandomi una forte onnipotenza che mi allontanava
dolorosamente dalla mia realt, dalla mia tristezza e dalla colpa dellimpotenza. Cercavo di
fare la brava, ma cerano sempre altri problemi che allontanavano i miei genitori da me. Il
mio impegno non bastava mai. Continuavo a non sentirmi rispettata, amata, ma sempre
scaricata.
Contemporaneamente la scuola non mi aiutava, anzi aumentava il mio senso di disagio, di
difficolt ad esprimermi tanto che iniziai a studiare forsennatamente ritrovandomi ad essere
tra le prime della classe: finalmente mi vedevano! In pi la mia vitalit e la mia allegria mi
assicuravano la compagnia dei miei amici. Ma quanto bisogno, quanta rabbia, quanta colpa,
quanta voglia di libert dietro ad ogni canzone, ad ogni ballo, ad ogni ribellione. Quanta paura
per nuove sensazioni, per i desideri, per i cambiamenti che il mio corpo sperimentava.
Quanta voglia di avere approvazione e rassicurazione, di comunicare e di chiarire quel
maremoto di emozioni. Ed allora per arginare, per difendermi ingrassai. Non mi accettavo,
non mi stimavo, la mia immagine non mi piaceva e mi stupiva constatare come, nonostante
tutto, gli altri mi cercassero e mi volessero bene.

Ma non riuscivo a nutrirmene perch non oltrepassavano i cancelli del mio corpo, perch era
difficile per me credere a questo bene visto che questa esperienza non era dentro di me.
Era molto triste non avere mai la certezza di essere amata per quella che ero e non per
quello che riuscivo a imporre, a produrre, a conquistare, a determinare.
La mia ribellione, la mia passione mi portavano a riuscire in tutto e a cogliere il meglio per me
per quanto me lo consentissero. Ma non venivo mai valorizzata in casa e tutto ci che facevo
era scontato, era solo il mio dovere oppure aveva sempre qualcosa di sbagliato.
Il controllo era continuo, mi mancava laria, continuavo a non poter scegliere ci che era
meglio per la mia vita perch cera il potere dei miei genitori a decidere sempre e comunque
quale fosse il mio bene.
La mia libert, il rispetto della mia dignit e del mio valore (anche di donna) erano state
calpestate, invase, giudicate, umiliate ed annullate.
Ma io ne sentivo lenorme valore e nel silenzio le custodivo dentro di me per proteggerle.
Per la confusione, la solitudine, la ricchezza delle emozioni che albergavano in me, mi
facevano sentire un mare in tempesta che se non trattenuto poteva travolgere tutto e tutti
portandomi alla pazzia. Non conoscendo la strada per incanalare questa marea di emozioni e
di sensazioni cercavo di ignorarle ed intanto usavo la mia intelligenza e la mia forza per
muovermi nel mondo.
Mi ritrovai cos a 18 anni ad iscrivermi a Bari alla scuola per terapisti della riabilitazione.
Durante gli anni della mia formazione, le tecniche che apprendevo mi davano una sensazione
di sicurezza e di potenza che si scontr fin dallinizio con lidentificazione, che spesso
provavo, con limpotenza e con il bisogno dei miei pazienti. Era come se io e loro fossimo due
facce di una stessa medaglia senza possibilit di interazione, quando il mio e il loro bisogno
era quello di interagire.
Questa sensazione crebbe sempre pi nei primi anni del mio lavoro con i bambini cerebrolesi.
Toccando i loro corpi imprigionati da spasmi e da ipertonie sentivo la loro incapacit ad
esprimere ci che avevano dentro: la loro sofferenza e la loro tristezza, il loro bisogno di
accoglienza, di calore, di gioia, di vita. Sentivo che prima di tutto dovevo trovare la chiave di
accesso a questo loro mondo per poter permettere a loro di esprimersi.
Tutto questo mi spaventava, mi sembrava inverosimile, ma soprattutto non trovava riscontro
nelle tecniche apprese.
Tutti i miei maestri mi avevano insegnato cosa fare per il bene del paziente e come la
debolezza da parte del terapista potesse compromettere la possibilit di recupero del malato.
Quando parlavo con i miei colleghi e con alcuni medici di queste mie sensazioni la risposta
era che io ero strana e che bisognava attenersi ai fatti scientifici e tecnici. Nel corso degli
anni (nel frattempo mi ero trasferita a Roma) continuavo ad iscrivermi ai vari corsi di
aggiornamento un po nella speranza di trovare qualcuno che desse voce e credito alle mie
sensazioni, un po o almeno per rafforzare in me il credo nel potere delle tecniche. Ma questa
dicotomia perseverava. Avevo raggiunto il compromesso con me stessa di instaurare un
rapporto con i bambini in terapia e di creare un ambiente allegro e giocoso, ma arrivava
sempre il momento in cui io dovevo fare per il loro bene. Perci combattevo la mia
debolezza non sentendo e diventando determinata per poter offrire loro pi possibilit di
recupero. Il conflitto fra ci che dovevo e ci che sentivo continuava ed incominciavo
seriamente a pensare di non essere in grado di fare questo lavoro, di essere troppo emotiva.
Nel frattempo mi sposai e nel 1983 interruppi il mio lavoro per circa due anni per occuparmi
della nascita e della crescita della mia bambina. Lasciammo Roma e ci trasferimmo nel mio
paese di origine. Fu un periodo di grande tranquillit e nonostante riprovassi a volte le

difficolt ed il disagio che spesso mi facevano sentire straniera nella mia terra, riscoprivo il
piacere delle mie radici. Inoltre mi appagava il calore e la serenit della mia casa.
La presenza di mia figlia riempiva tutto il mio cuore e tutto il mio tempo. Il mio istinto era libero
di fluire: lesistere della mia bimba attraverso di me mi port a non dubitare, quasi mai, del
linguaggio dei nostri corpi iniziato quando lei era dentro di me. Mi emozionavo nel
contemplare la bellezza, la morbidezza, larmonia del suo corpo e lintensit dei suoi occhi; la
nutrivo con dolcezza ed amore, consolavo e rassicuravo con il mio calore le sue lacrime-le
sue paure-le sue insicurezze, godevo delle sue risa-della sua mimica-della sua curiosit e
della sua libert di espressione. Progressivamente laccompagnavo con il mio amore che
insieme al suo movimento e alla sua indipendenza le davano la tranquillit e la forza di
interagire con il mondo e con le persone, di compiere le sue scoperte, di stupirsi, di
esprimersi, di vivere.
Tutto questo, da l a un anno, venne sconquassato dalla morte di mio nonno: lunica persona
che, in armonia con i ritmi della campagna, lontano dagli squallori e dai valori della gente
comune, mi aveva ascoltata e rispettata, che non mi aveva mai fatto sentire diversa.
Ripiombai nel dolore, nella solitudine di chi si sente inutile-vuota come unanima a cui tolgono
lanima, nellincomprensione e nellimpossibilit di avere qualcuno con cui comunicare senza
sentirmi dire che ero esagerata e che dovevo darmi una mossa.
Riuscivo solo ad occuparmi di mia figlia che era lunico anello di congiunzione col residuo
della mia forza vitale. Ripresi anche a lavorare con la consapevolezza che dovevo fare
qualcosa, anche se non sapevo cosa, per aiutarmi.
Venni cos nel 1984 a conoscenza dellesistenza del Centro Monari di Bologna dove si faceva
un lavoro sia sulla struttura corporea che sulla relazione.
Mentre mi recavo allappuntamento, durante le ore di treno, mi auguravo di trovare una
persona con cui confrontare le mie incertezze, le mie esperienze, le mie modalit. Speravo
vivamente di conoscere un metodo che si avvicinasse al mio modo di essere.
Incontrai Maddalena e per la prima volta sentii parlare di rispetto della persona e della sua
sofferenza, di come il dolore fisico ed emotivo sono dati da una interruzione della
comunicazione.
La semplicit e la naturalezza delle sue parole, i suoi occhi luminosi e profondi mi fecero
capire che avevo trovato ci che cercavo. Lei mi stava proponendo un lavoro sul mio corpo
per conoscere le ferite, le emozioni, le possibilit che i miei muscoli trattenevano.
Mentre parlava mi vennero in mente la mia sublussazione alla mandibolache i medici
volevano operare, le spalle un po curve e dolenti, il valgismo alle gambe.
Sentii finalmente, dopo ventisette lunghi anni, che cera qualcuno con cui poter comunicare
senza sentirmi strana, esagerata. Mi iscrissi ad uno stage e fin dal primo giorno il movente
dellinteresse professionale fu sostituito dallinteresse per me stessa.
Finalmente avrei fatto qualcosa solo per me, io, con lei, mi sarei occupata di me.
Cominciai a percepire le sensazioni e le emozioni che il mio corpo mi regalava durante il
lavoro di allungamento dei muscoli. Scoprii come potenza ed impotenza fossero la storia della
mia vita; capii chiaramente come mai avevo scelto di fare la terapista: fu evidente e doloroso
il ricordo di tutte le manovre che, fin dallet di dodici anni, avevo dovuto far fare a mio
fratello: fargli male per il suo bene.
Iniziai un lungo lavoro di stage, un lungo cammino su una strada spesso accidentata. Non
senza difficolt ho iniziato a sentire e a riconoscere le paure, i bisogni e le potenzialit del mio
corpo. La presenza tranquilla di Maddalena nel gruppo mi rassicurava; la sua voce, le sue
mani, il suo corpo morbidi ed accoglienti mi diedero man mano la possibilit di fidarmi di lei-

del gruppo-di me; favorirono lincontro con i miei blocchi e con le mie rigidit; la sua forza e la
sua passione mi fecero sentire che non aveva paura di me, che non ero incontenibile.
Lei ed il gruppo naturalmente cerano.
Non hanno preteso dei risultati per volermi bene; non dovevo preoccuparmi dei loro
sentimenti e della loro soddisfazione per esistere.
Mi hanno rispettata e non giudicata, mi hanno ascoltata e non detto cosa dovevo fare per il
mio bene.
Il lavoro di relazione mi ha dato la possibilit, man mano che sbloccavo le mie tensioni e che
percepivo come ogni contrattura custodiva e proteggeva una ferita, di essere accoltascaldata-rassicuratavalorizzata.
Mi ha dato la possibilit di esprimermi: di accettarmi e di essere accettata, di amarmi e di
essere amata per quella sono.
Ma quante volte i miei muscoli sfuggivano a ci che potevano trovare convinti di non avere la
forza di sostenerlo!
Fiduciosamente per, con difficolt, sono emersi i miei ricordi: i miei pianti ed il mio dolore, la
mia solitudine, ma anche la mia gioia e la mia passione come quando, da bimba, correvo ed
urlavo felice in mezzo ai campi di grano, come quando mi sdraiavo sulla terra e costruivo
storie fantastiche con le nuvole che si muovevano nella vastit del cielo sentendomi parte
dellimmenso. Ma questa volta non mi sentivo n stupida, n pazza. Lentamente la mia
corazza si dischiusa e poi aperta ritrovando il piacere di muovere parti del corpo
immobilizzate da anni, di scoprirne altre e poi ancora altre che potevano interagire tra loro.
Ho pazientemente scoperto che il mio corpo non era una bomba ad orologeria, n un
maremoto che poteva distruggere tutto e tutti; ma un contenitore ricco di dolcezza-tenerezza,
calore, rabbia-tristezza, passione, curiosit, libert. Ho trovato e sperimentato non pi il
dovere, ma il piacere di toccare, di avvolgere, di occuparmi di me e degli altri; di dareprendere il calore, laiuto di una mano che semplicemente c senza chiedere perch?; il
piacere di stare con me stessa e di stare a guardare gli altri (sapendo di esserci), di
esprimere anche verbalmente ci che provo; di camminare, correre, saltare; il piacere di
discernere, quasi sempre, ci che voglio da ci che non voglio.
Ho iniziato a scegliere e a decidere per me.
Ovviamente c stata una lenta ricostruzione della mia vita e molti
sono stati i cambiamenti avvenuti: alcuni difficili-faticosi-dolorosi, altri felici.
Ho ripreso in mano la mia vita personale e professionale con le capacit che avevo sempre
avuto, bloccate dalla paura e dalla morale che leducazione mi aveva imposto.
Il contatto con gli altri, con le persone che amo sempre meno inquinato dal dovere per il
loro bene; le due parti di una stessa medaglia si sono avvicinate.
Ho ritrovato ed incontrato, forse per la prima volta, mio fratello.
Ho continuato ad avere la forza di comunicare nel corso degli anni con mia figlia: ad
abbracciarla e consolarla, ad essere dalla sua parte e proteggerla, a dimostrarle e dirle che
lamo, a gioire apertamente del suo essere, a sostenere le sue incertezze e la sua vitalit, a
trovare la capacit di lasciarla libera, ad apprendere lumilt di ascoltarla e di decidere
insieme ci che giusto.
Professionalmente, tra le molte esperienze di formazione, quelle che pi hanno inciso sulla
mia crescita sono stati i corsi con F. Mzires e T. Bertherat in Francia, con C. Morosini a
Milano. Questi metodi, che ho verificato su di me, hanno ampliato le mie conoscenze
anatomofisiologiche, chinesiologiche e psicomotorie.

La mia formazione si completata, dando senso alla mia ricerca, con il metodo Monari dove il
lavoro di struttura corporea va di pari passo con il lavoro di relazione ripristinando
naturalmente ci che era il nostro essere nella sua unit.
Durante le mie prime esperienze di conduzione di gruppi sentivo crescere in me e negli allievi
una magica energia che sprigionava il senso della vita e della libert.
Ci mi ha permesso di dar voce al desiderio di portare questo lavoro nel contesto in cui vivo.
Ho aperto cos a Termoli, nel Molise, nel 1989 il Centro DAmbra.
Durante il lavoro, insieme ai miei allievi, ripercorro il mio cammino: limmobilit generata dalla
paura del giudizio della gente che condanna la semplicit di un abbraccio, la sconvenienza
dellespressione della vitalit, il condizionamento della propria vita decisa dalle ciandelle
(pettegolezzi) di piazza. Sento e proteggo la solitudine, il dolore, il bisogno che emerge;
accetto, rassicuro, tocco con mano la paura, la rabbia, la resistenza che c nei loro muscoli
perch so quanto non sia semplice sentire il piacere di essere vivi; avverto il lento passaggio
dal trattenimento al contenimento; comunico la fiducia che ho nei loro corpi feriti.
La continua meraviglia ed il piacere di vedere e sentire i miei allievi scoprirsi, crescere,
riappropriarsi della loro armonia, della loro autonomia, della loro vita, conferma ogni giorno la
mia scelta.

Filomena DAmbra

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