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Globalizzazione e spaesamento

di Ludovica Pellizzetti
La consapevolezza comune che la globalizzazione imponga stress da cambiamento, sradicamento
e spaesamento. Ma proprio cos? Oppure, a fronte delle rinegoziazioni spazio-temporali e delle
sfide multiformi che la globalizzazione genera, possibile rintracciare nelle vite di ciascuno le
premesse per una riappropriazione del proprio mondo?
Lessere a casa sembra essere una delle
poche costanti della condizione umana1
Agnes Heller

Il mondo globalizzato, nella sua porzione occidentale e contemporanea, soggetto a trasformazioni


costanti. Il rischio, dove non gi diagnosi lampante, quello di uno smarrimento diffuso.
Sebbene lo stress da cambiamento sia una controindicazione insita da sempre nella condizione
umana, i mutamenti in atto risultano particolarmente pervasivi e disorientanti. Il motivo di tanto
straniamento rappresentato, in particolare, dal fatto che queste trasformazioni vanno a intaccare rivoluzionandole - le due dimensioni fondamentali entro cui si colloca lagire umano: lo spazio e il
tempo. Da contenitori immutabili di ogni esperienza possibile, le due forme imprescindibili per
lesistenza vengono messe in discussione nella loro capacit di donare senso.
Sullo sfondo di un mondo che cambia repentinamente le strategie adattive risultano varie e
variegate. Eppure c un denominatore che le accomuna: pur nelle differenze, nonostante la miriade
di declinazioni possibili, lessere a casa sembra essere una delle poche costanti della condizione
umana.
A partire da questa constatazione, e date queste premesse, loggetto di indagine del presente lavoro
costituito dal significato del sentirsi a casa; proposto quale antidoto allo smarrimento prodotto
da un mondo (sempre pi) globalizzato.
Crocevia di significati, la casa costituisce il punto di giunzione tra dimensioni eterogenee (non
ultime quella emotiva, sociale, politica ed economica). Solo integrando prospettive e chiavi di
lettura tra loro complementari possibile restituire la complessit che propria dellabitare;
fenomeno che costituisce lasse portante della vita di ciascuno.
Globalizzazione e (ipotesi di) smarrimento
Il termine globalizzazione senza dubbio evocativo e, allo stesso tempo, rimanda a un fenomeno
estremamente complesso che presenta non poche difficolt analitiche.
Fatta propria dal lessico specifico di molte discipline, abusata dal senso comune, cornice di
riferimento - e insieme categoria esplicativa - dellepoca in cui viviamo, la globalizzazione un
fatto che, bench ineludibile, risulta irriducibile alle singole variabili che pure lo caratterizzano.
Per comprendere fino a che punto si abbia a che fare con un tema che resiste a inquadramenti
comprensivi e banalizzanti, sarebbe sufficiente anche solo confrontarsi con la difficolt che si
incontra ogni qualvolta si voglia affermare, univocamente ed esaustivamente, di cosa si tratti.
Infatti, nonostante i tentativi convergano sullidea che possa essere considerato un fenomeno di
crescita delle reti di interdipendenza planetaria, le definizioni che ne vengono date riflettono la
sua natura intimamente multidisciplinare. David Harvey, per citare solo alcuni tra i pi autorevoli
autori sul tema, definisce la globalizzazione in termini di compressione spazio-temporale, Manuel
Castells come interconnessione in rete (networking), Anthony Giddens sostiene che si tratti
primariamente di azione a distanza.
1

A. Heller, Dove siamo a casa. Pisan lectures 1993-1998, Franco Angeli, Milano 1999, p. 24.

La globalizzazione, inoltre, intrattiene un rapporto biunivoco con la modernit, tema che, a sua
volta, da almeno mezzo secolo a questa parte oggetto di acceso dibattito. Da un lato, infatti, la
prima interpretabile come prodotto di tratti intrinseci della modernit, cos come questa si
realizzata nellemisfero Occidentale, quale radicalizzazione di processi in atto da tempo; dallaltro,
la globalizzazione - attraverso la facilitazione e la velocizzazione di spostamenti e contatti - ha
creato condizioni favorevoli alla modernizzazione dei paesi in via di sviluppo, a cominciare dalla
Cina e dallIndia, facendo della condizione moderna una condizione realmente globale.
Se poi la stretta correlazione tra modernit e globalizzazione unanimemente condivisa, la
discussione non invece altrettanto concorde sul carattere di novit storica di tale fenomeno
globale.
Una prima contrapposizione a tale proposito quella che vede confrontarsi iperglobalisti,
regionalisti e scettici: i primi considerano la globalizzazione un fenomeno assolutamente nuovo
e irreversibile, gli altri qualcosa di inedito - ma solo relativamente ad alcuni settori della vita
associata; gli ultimi, infine, non ritengono il fenomeno degno di nota, se non per unondata
particolarmente intensa di internazionalizzazione dei rapporti umani.
Una seconda divergenza di opinioni quella tra neoliberisti e neomarxisti; questi ultimi sono
convinti che la globalizzazione produca gravi disuguaglianze in termini di giustizia distributiva e
denunciano forti svantaggi subiti dai soggetti pi deboli coinvolti. Al contrario, i NeoLib
sostengono invece che la globalizzazione dia luogo solo a benefici o che, comunque, questi siano
superiori ai costi sostenuti. Infine c chi ha parlato della globalizzazione nei termini di
McDonaldizzazione del mondo, volendo in questo modo sottintendere e stigmatizzare una
crescente e dilagante omologazione di stili culturali e standard di vita.
Ci detto, sembra ragionevole concordare sul fatto che difficile, se non impossibile, giungere a
una definizione onnicomprensiva della globalizzazione, che ne racchiuda in maniera esaustiva la
fisionomia, tanto in termini di caratteristiche quanto di ricadute sugli aspetti della vita di noi tutti.
Con la consapevolezza dellunilateralit di questa precisa scelta metodologica, risulta dunque
inevitabile la preferenza accordata a una prospettiva che fornisca le coordinate interpretative pi
utili alle finalit di questo lavoro; per tale motivo si propeso per la teoria della globalizzazione
intesa come doppia sconnessione.
Giaccardi e Magatti, nel loro La globalizzazione non un destino, definiscono la globalizzazione
come una doppia sconnessione e leggono pertanto il fenomeno nei termini di una rottura
intendendo, in questo senso, tanto una fuoriuscita dalla tipicit del XX secolo, quanto unapertura
verso approdi ancora largamente indeterminati.
Secondo il parere dei due sociologi la globalizzazione ha prodotto due livelli di criticit: il primo
quello che si verifica da un punto di vista strutturale, su scala macroscopica; laltro, invece,
quanto viene avvertito sul piano della percezione soggettiva.
Sicch, in prima istanza, diventa inevitabile definire la globalizzazione come un processo su scala
planetaria, in cui a essere messa in crisi la societ, intesa come sistema.
I due autori si concentrano su quelli che individuano essere i problemi generati dalla
globalizzazione, cos come si evince dai principali studi sul tema, diagnosticando una perdita di
complanarit spaziale di sfere organizzate secondo una propria logica interna.
A esser messo in crisi sembrerebbe in primis quello stesso Stato-nazione che, tradizionalmente, nel
binomio con societ, finisce quasi per diventarne sinonimo: i suoi confini sembrano essere troppo
ristretti e si trovano ad essere erosi, insieme con la sua sovranit.
Al tempo stesso, i principali sistemi economici e finanziari muovono verso una progressiva
integrazione su scala mondiale, dal momento che il mercato sfonda i confini amministrativi; tanto in
termini di spazio (assistiamo a un decentramento produttivo che travalica le frontiere territoriali)
che di simultaneit (in tempo reale: questa la parola dordine). Soggetti trans-nazionali (FMI,
WTO, multinazionali e finanziatori istituzionali), quindi, si affacciano sulla scena mondiale,
prendendo parte in modo attivo e consapevole alla costruzione di quello che viene chiamato
mercato mondiale.

Economia e cultura vanno quindi sganciandosi dai singoli stati nazionali, tanto che non sono i
confini territoriali, ma i codici e i programmi a delineare i confini veri e propri e a rappresentare il
terreno di scontro.
Sembra quindi difficile che le varie sfere della vita associata si riconoscano negli spazi istituzionali
che prima le erano propri. La struttura, se cos vogliamo chiamarla, si trova a dover riconfigurare
drasticamente i propri riferimenti concettuali e le proprie coordinate spaziali.
La dimensione micro: una sconnessione soggettiva
Che si voglia considerare la globalizzazione in senso rivoluzionario (intendendola cosi come
qualcosa di assolutamente nuovo, a fronte del quale nulla potr pi essere come prima) o meno,
questa resta un fatto: nessuno pu chiamarsene fuori.
I cambiamenti che si verificano su un piano macroscopico producono una vera a propria
riorganizzazione dellesperienza soggettiva; che, come sappiamo, si struttura entro un orizzonte di
senso spazio-temporale, il quale costituisce condizione e simbolo dei rapporti tra gli uomini.
Quella perdita di complanarit spaziale di sfere organizzate secondo una propria logica interna, che
si verifica a livello strutturale, si traduce in una pluralizzazione dei mondi della vita, che non sono
pi legati a un unico spazio.
Emergono cos due fondamentali punti nodali della questione: da un lato il processo di
disembedding tematizzato da Giddens e definito come linsieme di quei meccanismi che enucleano
lattivit sociale dai contesti localizzati e riorganizzano i rapporti sociali su grandi distanze di
spazio-tempo, producendo cos veri e propri mondi disancorati.
In seconda istanza, poi, cruciale stato lavvento di Internet che, attraverso la possibilit di
uninterazione sganciata dallo spazio e dalla realt materiale, ha provocato un vero e proprio shock
esperienziale, se non addirittura una rivoluzione delle esistenze.
Lo spazio, rinegoziato sempre di pi nelle sue capacit di definire cosa lontano e cosa non lo ,
appare sempre meno capace di conferire senso alla vita individuale: si pu dire che quando
limmagine di Nelson Mandela ci diventa pi familiare della faccia del nostro vicino di casa, allora
qualcosa cambiato nella natura della nostra esperienza quotidiana.
In riferimento a questo processo di de/ri-territorializzazione, ovvero di ripensamento dello spazio
e delle sue funzioni, Giddens parla di fantasmagorizzazione del luogo, a indicare proprio questa
progressiva incorporazione e compenetrazione di vicino e lontano.
Lispessimento dello spazio, daltro canto, produce non solo una frammentazione, ma anche un
impatto sulla dimensione temporale: il passato rappresenta sempre meno un patrimonio comune, il
futuro appare rischioso se non ansiogeno, il presente tende a cannibalizzare le altre dimensioni.
I nuovi scenari che si vanno profilando mettono in questione due caratteristiche-chiave,
storicamente indiscusse, della spazio-temporalit. La prima la capacit che lo spazio fisico ha
avuto sino a oggi di contenere lesperienza degli individui entro una dimensione delimitata con
certezza [] tutelandola dal rischio di dispersione. [] La seconda caratteristica la capacit del
tempo di sostenere unidea di trascendenza, grazie alla quale le singole biografie possono acquisire
uno spessore temporale.
Questo contatto quotidiano con mondi plurimi - dovuto alle accresciute mobilit e velocit - ha
prodotto un vero e proprio contraccolpo sul piano della coscienza, con implicazioni identitarie e
relazionali: trovare un senso unitario risulta sempre pi difficile.
Lo spazio fisico sembra sempre meno capace di conferire significato alle vite individuali e di
costituire una cornice di riferimento stabile che sia adeguata alle sfide del presente.
David Harvey, per esempio, in quella che si pu definire una sorta di analisi genetica dellattuale
crisi nella nostra esperienza spaziale, fa risalire una spiegazione tra le altre alla struttura stessa
della nostra fisiologia: non possediamo ancora lapparato percettivo per affrontare un nuovo tipo
di spazio in parte perch le nostre abitudini percettive si sono formate in un vecchio tipo di spazio.

Infatti, lo spazio fisico stesso perde la compattezza epistemologica e orientante che lo


contraddistingueva, cos come evidenziato da Stephen Kern: la riflessione speculativa
sullesistenza di spazi bi-tridimensionali, diversi dallo spazio descritto da Euclide, e sul carattere
soggettivo della nostra esperienza dello spazio in quanto funzione della nostra fisiologia unica turba
il senso comune.
Le trasformazioni continue del mondo in cui viviamo fanno s, poi, che la nostra esperienza
soggettiva venga accumulata in mondi disancorati, dove le relazioni sociali si estendono su una
scala spaziale molto pi ampia. Le strutture astratte in cui operiamo permettono contatti tra persone
completamente estranee tra loro, producendo su queste un senso di prossimit a-spaziale.
Le nuove opportunit offerte dalla comunicazione telematica contribuiscono in maniera
straordinaria a potenziare questo tipo di esperienza, con la crescente capacit di interazione
mediante codici astratti in tempo reale su scala mondiale.
La globalizzazione, dunque, viene configurandosi come un processo di progressiva astrazione dello
spazio che si traduce, attraverso la creazione di reti, in nuove modalit di connessione fisica e
simbolica. I nostri mondi di vita, infatti, vengono di continuo invasi da eventi, relazioni ed
esperienze distanti: entriamo costantemente in contatto con mondi simbolici e culturali che esulano
completamente dal nostro raggio dazione, relazionandoci con gli altri, anche quando questi non
sono fisicamente presenti.
Questa astrazione va nella duplice direzione di una smaterializzazione dellesperienza, in quanto
la comunicazione mediata comporta la perdita di indizi ed elementi simbolici, e di una sua
delocalizzazione, nel senso che il contesto fisico del soggetto non costituisce pi un vincolo e
risulta - cos - facilmente scavalcabile.
La compressione spazio-temporale, in base alla quale lo spazio sembra rimpicciolire fino a
diventare un villaggio globale [] mentre gli orizzonti temporali si accorciano al punto in cui il
presente tutto ci che c', ha trasformato la nostra sensibilit e la rappresentazione che abbiamo
del mondo diventando uno degli elementi caratterizzanti della nostra contemporaneit.
Al punto che - come effetto di tale compressione - qualcuno ha parlato di fine della geografia,
almeno cos come la conoscevamo. Zygmunt Bauman, in particolare, d una lettura di questo
fenomeno in termini negativi, di depauperamento: lo spazio il sedimento del tempo necessario
per annullarlo, e quando la velocit del movimento del capitale e dellinformazione eguaglia quella
del segnale elettronico, lannullamento della distanza praticamente istantaneo e lo spazio perde la
sua materialit, la sua capacit di rallentare, arrestare, contrastare o comunque costringere il
movimento; tutte qualit che sono normalmente considerate i tratti distintivi della realt. In questo
caso la localit perde valore.
A fronte della pluralizzazione dei mondi della vita ci troviamo ad essere qui e allo stesso tempo
altrove. Il sempre pi evidente processo di delocalizzazione, cos come tratteggiato, oltre
allestensione delle possibilit sembrerebbe produrre - per anche spaesamento, sentimento in s
complesso e multiforme che pu corrispondere a diverse modalit del rapporto con lo spazio nella
misura in cui lascia al soggetto individuale la responsabilit di rielaborare consapevolmente lordine
dei significati in cui siamo immersi.
Il mondo sembra restringersi in un click: le distanze diminuiscono per effetto della drastica
riduzione del tempo che occorre per attraversarle, non solo fisicamente ma anche virtualmente.
Profondo quanto sfuggente, intimamente indefinibile, il tempo entra in maniera pregnante e
pervasiva in ogni ambito della vita e della ricerca umana, rappresentandone una coordinata
fondamentale; tanto per orientarsi nel mondo, quanto in virt del suo essere funzione della
possibilit di una continuit biografica.
Bussola complementare allo spazio, il tempo costituisce altres il metronomo delle esistenze
individuali; scandendo il susseguirsi delle ore e dei giorni, permette allIo di riconoscersi uguale a
se stesso nel prima e nel dopo. Attraverso la connessione di passato, presente e futuro svolge un
ruolo attivo nella costruzione delle identit.

La globalizzazione, come si visto, ha prodotto profondi mutamenti nel modo di vivere e


interpretare lo spazio; non diversamente accade per il tempo che ad esso indissolubilmente
complementare.
Tanti spazi e nessuno: S.O.S smarrimento
Lattuale e ineludibile ripensamento delle coordinate spazio-temporali produce una serie di ricadute
sul rapporto che gli individui intrattengono con quanto li circonda e, di conseguenza, anche con se
stessi.
In linea con quanto sostiene Hartmut Rosa nel suo recente Accelerazione e alienazione, possibile
individuare la principale di queste conseguenze negative in una sorta di alienazione iperbolica,
ovvero in un atteggiamento che in primis vissuto di estraneit (talvolta indifferenza, pi spesso
avvilimento e frustrazione), che non risparmia nessuno dei vari livelli dellesistenza. Siamo alienati
nei confronti dello spazio, poich perdiamo costantemente intimit nei confronti degli ambienti
circostanti; siamo alienati nei confronti del tempo stesso, inteso in senso assoluto, dal momento che
siamo disincentivati (se non impossibilitati) a fare investimenti emotivi a lungo termine; siamo
alienati, in definitiva, da noi stessi in quanto il mondo a fronte, forse, di meccanismi difensivi per
linattuabilit dellavere mordente sulla realt si fa sempre pi freddo, oggettivo, distante.
Lo sradicamento, che questa alienazione comporta e allo stesso tempo riproduce, quanto gi
Simone Weil individuava come vera e propria patologia dellOccidente: si vanno smarrendo punti
cardinali fermi e, con questi, fonti di appartenenza e identit. Il passato cos come il futuro
costituiscono i fondamenti di quello che rappresenta il pi importante e misconosciuto bisogno
dellanima umana: il radicamento.
In un commento al proprio progetto di studio per una Dichiarazione degli obblighi verso lessere
umano, lautrice scriveva: lanima umana ha bisogno pi di ogni altra cosa di essere radicata, in
molteplici ambienti naturali e di comunicare con luniverso per loro tramite [] criminale ci che
ha per effetto di sradicare un essere umano o di impedire che questo metta radici.
Il radicamento, oltre che una modalit di percezione della realt - che fa s che ci si avverta come
situati e autori delle proprie esistenze - rappresenta un presupposto ontologico imprescindibile
per lessere umano. A fronte della molteplicit degli stimoli a cui siamo sottoposti, riemerge quindi
prepotentemente una domanda identitaria forte.
Se non c un tempo assoluto e sacro esistono, per, tempi e luoghi singolari che si possono
consacrare; se non esiste un senso della storia, non per questo le esistenze individuali non possono
averne uno. Se non esistono identit ascritte, queste si possono costruire.
Se le grandi narrazioni non ci convincono pi, esiste unalternativa allo sradicamento, il quale
non costituisce un destino ineluttabile. Al bisogno di riconoscimento di s, con gli altri e nel mondo,
si pu rispondere attraverso un racconto pi intimo, personale, individuale. Autobiografico. Bench
le varie sequenze di vita siano incorporate allinterno di una contiguit dei tempi, tipica di una
societ altamente differenziata, riuscire a ordinarle significa stabilire relazioni dotate di senso; e, in
tal modo, ri-fondare la propria identit.
Narrare di s significa mettere dei confini e allo stesso tempo superarli; significa anche stabilire
una continuit, non come nesso univoco di causa-effetto, bens come possibilit di riconoscere un
filo che ci lega al passato e al futuro. La narrazione come spazio che contiene e apre nello stesso
tempo [] sembra rispondere al difficile compito di tenere insieme la molteplicit e
lincompiutezza dellio contemporaneo e il suo bisogno di riconoscersi ed essere riconosciuto.
Se a livello di spazio disancorato lo spaesamento condizione diffusa, esiste tuttavia un luogo del
radicamento in cui possibile rielaborare consapevolmente gli spunti individuali, sociali e culturali
e produrre, cos, significati che siano orientanti nel mondo. Attraverso la narrazione biografica
questa rielaborazione avviene in uno spazio simbolico comune allumanit intera: la casa.
Il luogo del radicamento presenta tre caratteristiche che ne definiscono la natura: identitario
(ogni essere occupa il suo luogo che diventa costitutivo della sua identit personale) relazionale
(ogni essere situato in una configurazione di insieme) e storico (perch coniuga lidentit e

relazione a partire da una stabilit e da un senso di continuit [] La casa costituisce per il soggetto
contemporaneo un luogo antropologico, un centro di stabilit e continuit, sicurezza e prevedibilit,
in un mondo sempre pi complesso, dinamico, incerto.
Da qui la necessit di indagare cos che fa casa e in che forma questo sentimento si realizzi nelle
sue varianti contemporanee.
Ci che indubbio, nonch trasversale a tutti i significati che casa assume, il fatto che qui le
cose che ci circondano raccontano qualcosa di noi e, attraverso queste, siamo in grado di
riconoscerci. Nella dimensione privata ritroviamo, infatti, una risposta alla ricerca di una
rappresentazione fedele dellessenza della nostra psiche e dei nostri sentimenti, di ci che siamo.
Esiste quindi gi, ovunque, la possibilit di riappropriarsi - certamente in una dimensione micro, ma
non per questo meno importante - di quel tempo e di quello spazio che su un piano macroscopico
sembrano sfuggire al nostro controllo e producono estraneit e avvilimento.
Poich, incontrovertibilmente, il contrario di sentirsi alienati sentirsi a casa.
Loikosofia di Martin Heidegger
Luomo non lunico a realizzare ripari, rifugi, case. Esiste, tuttavia, una specificit tutta umana, la
quale fa s che si possa dire che soltanto luomo abita il proprio mondo: questa la sua capacit di
conferire significati allo spazio e di connotarlo affettivamente. Labitare pu essere considerato
come la matrice dellessere umano delluomo; quanto ci rende ci che siamo e descrive il nostro
modo di stare al mondo.
A fronte del dibattito sulla globalizzazione, si registra una paradossale dicotomia tra il forte
straniamento emozionale dilagante e le crescenti rivendicazioni di riconoscimento di spazi
identitari. in questo quadro di riferimento che si assiste a un rinnovato interesse per il tema della
domesticit, in quanto la casa rappresenta lambito privilegiato dellabitare umano.
Il concetto di domesticit lesito di una lunga evoluzione storica, nel corso della quale una serie di
processi macro (economici, politici, tecnologici) contribuiscono a delineare una sfera specifica
dellesperienza quotidiana. Per tale motivo la casa pu essere considerata, a pieno titolo, come un
ponte che unisce una dimensione strutturale a un piano soggettivo, poich in questo luogo che si
condensano le trasformazioni centrali del nostro tempo; in particolare, qui che si rende visibile e si
cristallizza la distinzione tra pubblico e privato (processo tipico e specifico della Modernit) ed
sempre qui che le fratture dovute alle trasformazioni spazio-temporali si possono ricomporre.
La semantica di casa rimanda a un insieme eterogeneo di fenomeni che non hanno - in italiano un riferimento concettuale e linguistico specifico analogo alla distinzione anglofona tra house e
home. Con il primo termine, infatti, ci si riferisce alledificio, parte di un insediamento pi ampio,
che costituisce una testimonianza tangibile di uno stile di vita o di uno status. Con home, si
intende tanto uno spazio fisico, caratterizzato da valenze affettive (cos come da elementi
funzionali), quanto uno spazio simbolico, condizione di familiarit, riconoscimento e appartenenza.
Quindi, lo spazio del radicamento per eccellenza.
Sebbene i due piani non possano essere distinti, il concetto di casa a cui ci si riferir dora in poi - e
che si vuole indagare - da intendersi come quellemozione-quadro rappresentata dal sentirsi a
casa; che, come tale, non necessariamente legata alle quattro mura della propria abitazione. Non
assurdo, infatti, pensare che un camionista si possa sentire a casa allinterno dellabitacolo del suo
camion, lungo la strada che percorre ogni giorno; che per un nomade tuareg il senso di casa sia dato
dal deserto intero, ovunque pianti la sua tenda; che a un macchinista questo accada in quelle stesse
stazioni che per altri sono non-luoghi.
Infine, va tenuto presente che le trattazioni su questo tema sono spesso rizomatiche, scarsamente
unitarie e che ancora troppo pochi sono stati i tentativi di produrre una letteratura specifica sulla
domesticit occidentale (a fronte, invece, dellinfinit di lavori sullabitare tribale inteso come
riflesso di una specifica cosmologia e gerarchia sociale).

Ci si potrebbe chiedere come la filosofia, comunemente associata alla trattazione di oggetti sublimi,
possa fornire strumenti interpretativi della vita quotidiana. In effetti, prima della pubblicazione di
Essere e Tempo nel 1927, la quotidianit non trovava asilo nei cosiddetti trattati filosofici; n, men
che meno, in vista di una riproposizione della domanda sullessere in generale.
Martin Heidegger che pone sotto lo sguardo indagatore della sua analisi fenomenologica un
mondo che qualche tempo prima sarebbe stato considerato triviale da una filosofia dedita alla
coscienza, allIo, allo spirito.
Il filosofo tedesco ci mostra, invece, come pensare labitare significhi pensare concretamente
lesistenza umana: essere uomo significa essere sulla terra in quanto mortale, che significa
abitare. Queste sono alcune delle prime parole pronunciate da Heidegger in occasione di un
seminario dal titolo Costruire, abitare, pensare, durante il convegno di architettura tenutosi a
Darmstadt il 5 agosto del 1951.
sicuramente noto che gi in Sein und Zeit Heidegger ha tentato di legare etimologicamente
linfinito di io sono al significato di abitare presso. A questi si aggiungono altri rimandi nelle
sue opere in cui il filosofo, nel ripercorrere etimologicamente il significato del verbo essere, indica
labitare come suo principale significato; ma solo con lo scritto del 1951 che il filosofo si occupa
in maniera programmatica del rapporto tra spazi e luoghi unitamente al tema dellabitare.
Il testo in questione si apre con una dichiarazione di intenti, con la quale Heidegger si propone di
indagare specificamente: 1. Che cos labitare? 2. In che misura il costruire rientra nellabitare?.
Secondo il filosofo labitare non rappresenta una tra le pratiche umane, bens il tratto fondamentale
della natura delluomo della cui esistenza spiegherebbe altres il senso.
Tutto quanto c di umano nelluomo Cura, che colere nel senso di coltivare (cose e luoghi); che
bauen, che costuire e dunque abitare.
Abitare, luoghi, cura, cose, dunque, costituiscono un armamentario concettuale che pare suggerire,
allinterno delloikosophia heideggeriana, una disposizione antropologica ed emozionale a cui poco
bisogna aggiungere. Tali temi, infatti, unitamente a quelli di significato, familiarit e temporalit,
costituiscono lasse portante, nonch le linee guida, dellanalisi che si sta per proporre in relazione
al significato del dimorare.
Non sono queste forse le componenti essenziali del sentirsi a casa; di quel radicarsi che si fa
antidoto allo smarrimento?
La casa vissuta
Assunto che labitare il tratto specifico dellessere umano, si vorrebbe ora tematizzare la casa
quale attitudine interiore; come quellestraneit del quotidiano che sfugge alla totalizzazione e
allomologazione: langolo di mondo (in senso fisico ma non solo) che si fa scenario di pratiche
quotidiane; le quali, a fronte delle diverse e originali strategie adattive di ciascuno, permettono di
recuperare la dimensione della memoria e del progetto. Resistendo cos a una compressione spaziale
e una diaspora temporale che sembrerebbero soffocare il passato nonch cannibalizzare il futuro; e,
con questi, la possibilit stessa di un soggiorno dotato di senso.
Ma cos dunque che fa casa?
Secondo Agnes Heller la familiarit lelemento pi importante del sentimento di sentirsi a casa.
Questa, infatti, afferisce a due universi semantici e concettuali tra loro complementari, i quali ne
restituiscono la complessit e la tonalit; che s eminentemente emotiva, ma anche cognitiva e
volitiva.
Il primo riferimento va indubbiamente alla sfera della consuetudine, delle pratiche abituali: ci che
mi familiare qualcosa che conosco (in senso epistemico) e ri-conosco (in senso identitario);
familiare qualcosa che si ripete nel tempo e che ho interiorizzato. Che fa parte di me.
A essere familiari, secondo questo significato, sono le persone (o meglio, le pratiche che con queste
intratteniamo, i gesti), le cose e persino gli elementi sensoriali.

Il secondo orizzonte concettuale della familiarit rappresentato dalla dimensione della


confidenza, della forte intimit dei rapporti; che, a loro volta, richiamano un senso di vicinanza, di
complicit e comprensione. Qualcuno mi familiare, in questa seconda accezione, se e quando
condivide dei significati con me.
Sempre secondo Agnes Heller il sentimento di familiarit legato al sentirsi a casa sostenuto da una
serie di elementi, i primi dei quali sono esperienze sensoriali: suoni, odori, colori. Chiunque di noi
potrebbe dire che odore ha lingresso della propria casa, il bucato fatto come si deve e la torta che
solo la nonna sfornava in un certo modo. Ma anche di cosa sa Natale per le vie in cui si passa
abitualmente, o qual il fruscio della fotocopiatrice nellufficio in cui si lavora da tempo.
Nella dimensione della familiarit labitudine si lega quindi strettamente con lunicit; con la
riconoscibilit di certi elementi, che non possono essere confusi e che alimentano quel senso di
sicurezza ontologica necessario allindividuo per radicarsi nel mondo.
Questo quanto accade anche e soprattutto in relazione agli oggetti, ai contenuti che ci circondano,
su cui quotidianamente vengono depositate non solo aspettative funzionali, ma anche necessit di
rassicurazione: mettere a posto la casa un atto ontologico; la maniera in cui nella nostra qualit
di soggetti incontriamo quotidianamente il mondo.
Risulta imprescindibile il riferimento alla dimensione relazionale, alle persone; a quella comunit
che, insieme a casa e a famiglia, pu essere vista come parte di una sorta di trinit ideologica,
in cui la casa rappresenta il luogo entro il quale gli individui negoziano le proprie vite quotidiane.
Indipendentemente dal contenuto attribuito al concetto di famiglia, questa pu essere definita come
quel nucleo in cui lenfasi ricade sullimportanza di fare delle cose insieme e su interessi e
attivit condivise; il nucleo in cui operano rituali che sono patrimonio comune.
Cos un rito? Un rito un segnale di riconoscimento reciproco. Serve a dire: tu sei mio, io sono
tuo e il modo in cui lo siamo unico al mondo [] Serve a ricordarsi a vicenda [], per avere dei
complici. Nella vita ne servono molti di pi di quanti si creda. I rituali, dunque, sono quellinsieme
di atti o pratiche normativamente codificati, che formano i modelli culturali di una data societ e
svolgono una funzione di trasmissione dei valori e delle norme, di istituzionalizzazione dei ruoli, di
riconoscimento dell'identit e di coesione sociale.
Nellaccezione che qui interessa, lelemento di familiarit contenuto nei riti quotidiani pu essere
dato da elementi del linguaggio e del suo uso (le inflessioni locali, i luoghi comuni, le gestualit che
li accompagnano, quelle espressioni di dubbio conio che solo tra chi , appunto, familiare, si
comprendono), dalla comprensione immediata e reciproca in quanto: casa quellhabitat che
significa comunit. A casa si parla senza note a pi di pagina e questo possibile solo a condizione
che si parli a qualcuno che capisce. Si comprende laltro immediatamente da poche parole, da gesti,
da un retroterra cognitivo comune e gi presupposto.
In questo modo, anche laddove i rapporti interpersonali non sono stretti (nel senso della
consanguineit o della mera contiguit spaziale) o la componente affettiva debole, il significato di
familiare viene dunque a coincidere con quello di addomesticato. Addomesticare uno spazio
significa dunque creare le condizioni per sentirci a casa (Heller 1999); come dice la Volpe al
Piccolo Principe, nellomonimo classico per bambini e non, addomesticare significa creare dei
legami.
Concludendo
La casa pu dunque essere letta come la metafora di un testo scritto dai suoi abitanti, grazie a
materiali provenienti da fonti diverse: un vero e proprio curriculum vitae.
Si potrebbe dire che la casa rappresenti il pieno in cui si condensano esperienze e speranze; gli
ancoraggi rispetto ai rivolgimenti e allo smarrimento prodotti da un mondo in continua evoluzione.
Quel pieno in cui lo spazio e il tempo, da dimensioni astratte e assolute (e dunque sfuggenti), si
fanno proprie, tangibili.

Si pu ben comprendere come il radicamento (che connotazione affettiva degli spazi) costituisca
operazione strettamente personale.
Al riguardo si considerino le strategie adattive che alcune categorie di soggetti mettono in atto,
rispetto a un mondo globalizzato e potenzialmente spaesante. A riprova che il sentirsi a casa non
deve necessariamente costituire una dimensione complanare allavere una casa, alcuni esempi
molto diversi tra loro: le giovani coppie (che, pur a fronte di budget limitati, non rinunciano
allacquisto di una casa e alla gradevolezza dellarredamento) e il fenomeno Ikea; i nuovi nomadi,
che sono senza tetto ma non senza dimora (i cosiddetti homeless che spesso - pur non avendo niente
- arredano lo spazio che occupano affinch questo sia personalizzato e riconoscibile).
Infine una forma di radicamento trasversale, tanto in senso spaziale che generazionale, definibile
come radicamento 2.0, oggetto di ricerca di una certa avanguardia antropo-sociologica. Ciascuno
di noi, infatti, arreda le proprie pagine social in modo che esse raccontino qualcosa di ci che
amiamo, vogliamo, siamo. Queste, insieme agli indirizzi e-mail (spesso indicati come unico
recapito al posto di quello di casa), possono - a pieno titolo - rappresentare un posto da abitare, in
cui sentirsi a casa.
Ci detto risulta evidente come, pur a fronte delle rinegoziazioni spazio-temporali e delle sfide
multiformi che la globalizzazione impone, nelle vite di ciascuno esistano le premesse per una
riappropriazione del proprio mondo.
Il diritto al radicamento, cos come questo stato delineato, potrebbe infine configurarsi come
plausibile chiave di lettura - complementare ad altre prospettive per la comprensione di fenomeni
di grande attualit e che hanno ricadute in termini di governance quali linclusione, lintegrazione e
il riconoscimento sociale. Uno strumento ermeneutico utile a decifrare quel terreno di azione
politica, allinterno del quadro di riferimento della restaurazione post-democratica 2.0 in corso, di
cui il Movimento contro gli sfratti (nato in Spagna nel 2009 e guidato da Ada Colau, attuale sindaco
di Barcellona) rappresenta un grandioso esempio.
Il radicamento, diritto individuale quanto mai vitale in epoca di grandi trasformazioni, costituisce pur nelle varie declinazioni e sfumature che assume - il destino comune allumanit intera, di condividere la terra.
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