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C ORRIERE DELLA S ERA U V ENERDÌ 20 A PRILE 2007

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OPINIONI

VISTI DA LONTANO

di MASSIMO GAGGI

Nessun alibi Telecom Le privatizzazioni hanno funzionato

Nessun alibi Telecom Le privatizzazioni hanno funzionato I n una coraggiosa intervista a Orazio Carabini (

I n una coraggiosa intervista a Orazio Carabini (Sole 24

re di questo giornale) Cesare Romiti, ha criticato i capita-

Ore di domenica scorsa) l’ex capo della Fiat (ed ex edito-

listi italiani «che non rischiano più niente» ed ha attribuito anche a se stesso errori importanti: negli anni 80 Romiti si battè affinché l’Iri cedesse l’Alfa Romeo alla Fiat, anziché agli americani, ma «oggi, col senno di poi, riconosco che

probabilmente sarebbe stato meglio per la Fiat se la Ford fosse venuta a farci concorrenza in casa nostra». Nella polemica sul futuro della Telecom, cresciuta di tono

col ritiro dell’offerta At&t, questo aspetto — la necessità di far crescere ovunque meccanismi concorrenziali all’interno

di

do. Non che i temi che catalizzano l’attenzione (l’ipotesi Ber- lusconi e le condizioni dell’uscita di scena di chi ha fin qui gestito il gruppo in modo non certo brillante) siano seconda- ri. Ma la necessità di soluzioni che (salvaguardando la rete) rispondano a meccanismi di mercato, non può finire nel di- menticatoio. Invece molti nella maggioranza e nello stesso governo parlano con disinvoltura di ipotesi di «ripubbliciz- zazione» più o meno parziale delle telecomunicazioni e il caso della Telecom viene usato anche per «bocciare» in bloc- co 15 anni di privatizzazioni. È senz’altro vero che il vecchio gioco delle «scatole cinesi» continua a prosperare e che la cessione delle aziende di Stato non ha fatto crescere, come si sperava, nuovi protagonisti dell’imprenditoria italiana, capaci di diventare giganti sul-

le ceneri di Iri ed Efim. Ma due cose

una cornice di regole certe— continua a restare sullo sfon-

cornice di regole certe— continua a restare sullo sfon- non vanno dimenticate: 1) All’inizio de- gli

non vanno dimenticate: 1) All’inizio de- gli anni 90 l’Italia era sull’orlo di una crisi finanziaria di tipo «argentino». La bancarotta fu evitata anche grazie

ai miliardi affluiti nelle casse dello Sta-

to con le privatizzazioni. 2) La Tele-

com, che nelle acque del mercato ha af- frontato varie tempeste, faceva parte

di

Stato ed enti abituati a perdere migliaia di miliardi di lire ogni anno. O a guadagnare imponendo agli utenti tariffe esorbitanti. Perfino l’Eni, il gruppo pubblico più redditizio e

Le barricate americane? Bush si è chiamato fuori

e non sono state cambiate le regole

un mondo delle Partecipazioni statali farcito di aziende di

meglio gestito, arrivò a bruciare 1.500 miliardi nell’anno del-

lo

Oggi l’Eni — come del resto Enel e (in misura minore) Finmeccanica — guadagna vari miliardi di euro l’anno ed è spinto dagli azionisti italiani ed esteri a fare sempre meglio. Due giorni fa ho scritto sul Corriere che le interferenze politiche che hanno spinto l’At&t a ritirare la sua offerta fanno perdere credibilità all’Italia. Alcuni lettori mi hanno obiettato che anche l’America ha alzato barricate davanti a cinesi e arabi che volevano comprare rispettivamente Uno- cal (petrolio) e sei scali marittimi Usa. Attenti a non fare confusione: in quei due casi il governo (cioè Bush) non si è opposto né ha cercato di cambiare le regole. C’è stata una reazione dell’opinione pubblica (e di una parte del Congres-

scontro più duro tra manager democristiani e socialisti.

so) dettata, nel caso dei porti, all’incubo-terrorismo nel qua-

le

cal, ha pesato la natura tuttora comunista della Cina e la mancanza di reciprocità. Nonostante ciò l’Ibm ha venduto il suo settore computer ai cinesi di Lenovo. E, ancora, Lucent e Laboratori Bell, un tempo cuore tecnologico di At&t, sono passati ai francesi di Alcatel, mentre T-mobile, grande opera- tore Usa di telefonia cellulare, è tedesca. Di nuovo: è lecito chiedersi se At&t sia il partner giusto per Telecom (non sono così certo che sia l’impresa straordinaria descritta ieri sul Corriere dall’ambasciatore Ronald Spogli, visti i dubbi sulla lungimiranza delle sue strategie avanzati da diversi analisti Usa); ma non si possono invocare interventi contro l’«inva-

l’America è ormai sprofondata dal 2001. Quanto a Uno-

sore». massimo.gaggi@rcsnewyork.com

F RANCIA, A MERICA, E UROPA

L a competizione tra i due principali candidati nel- le presidenziali francesi si arroventa. L’elettora- to è al tempo stesso diviso e indeciso, insicuro se

volgersi a destra o a sinistra, nella duplice sfida di immi- grazione e globalizzazione. Profonde spaccature politi-

che non sono certo una caratteristica francese; in Euro- pa (e negli Usa), le tensioni innescate dai flussi migratori

e dalla perdita dei posti di lavoro in seguito alla globaliz-

zazione danno vita a società polarizzate ed elettorati im- bufaliti. Ma la posta in gioco nelle elezioni francesi è particolarmente elevata. Persa la fiducia dei cittadini, il presidente Jacques Chirac è rimasto a tutti gli effetti pa- ralizzato negli ultimi due anni, mandando alla deriva tanto l’Unione Europea che i rapporti tra Francia e Usa. I francesi sembrano sempre più diffidenti verso la lo- ro classe politica e non sorprende perciò che i due prota- gonisti di questa competizione elettorale siano in qual- che modo due outsider. Nicolas Sarkozy si è fatto strada lentamente all’interno della blindatissima élite politica francese per diventare il candidato del centrodestra. Sé- golène Royal, candidato del centrosinistra, dà l’impres- sione anche lei di essere uscita dal nulla per strappare la candidatura del Partito socialista ai suoi rappresentanti maschili più affermati. È la prima donna che tenti seria- mente la carta della presidenza in Francia. Sarkozy, fino a poco tempo fa ministro degli Interni,

è l’uomo da battere. I suoi punti di forza sono il suo stile risoluto e un atteggiamento di grande fermezza sugli im- migrati, in particolare i musulmani. Benché da definire, la sua proposta di un ministero per l’Immigrazione e l’Identità nazionale affronta di petto le preoccupazioni della destra sul pericolo della radicalizzazione degli im- migrati. Sarkozy si è rivolto di continuo proprio a quegli elettori che rischiano di lasciarsi trascinare da Jean-Ma- rie Le Pen, l’inossidabile portavoce dell’estrema destra. Paradossalmente, il maggior punto di forza di Sarkozy coincide con la sua principale debolezza. Molti elettori temono infatti che l’intransigenza nel nome del- la legge e della nazionalità possa superare ogni limite e compromettere le libertà fondamentali del Paese. La Ro- yal si presenta invece come l’alternativa morbida, la pa-

SarkUsa

di CHARLES A. KUPCHAN

ladina materna del generoso Stato sociale francese, pro- mettendo di risparmiare alla Francia le ingiustizie e i sacrifici di un mercato libero e senza vincoli. Tuttavia,

neppure lei ha saputo sottrarsi alle sirene del populismo,

e intona «La Marsigliese». La campagna elettorale di

Ségolène si è rivelata carente di contenuti e ricca di gaf- fes. Un importante politico francese mi ha confidato:

«Abbiamo paura di quello che potrebbe fare Sarkozy, ma abbiamo ugualmente paura di quello che non fareb- be la Royal». Sia Sarkozy che Royal hanno iniziato la campagna elettorale facendo leva sul centro, ma da allora si sono ripiegati verso la loro base. L’immigrazione sta spingen- do la destra sempre più a destra, mentre la globalizzazio- ne sollecita la sinistra sempre più a sinistra. Non appena Sarkozy e Royal hanno abbandonato il centro, ecco che

è spuntato un nuovo candidato, François Bayrou, che si

è rivolto proprio a questo settore dell’elettorato. Nel

frattempo, le posizioni di Le Pen contro l’immigrazione continuano a erodere la base di Sarkozy.

FRANCESCONI

FRANCESCONI

La fiammata di sostegno per Bayrou e Le Pen è segno dell’insoddisfazione degli elettori per le campagne piut- tosto scialbe dei due principali contendenti. Senza il sup- porto di un grosso partito, Bayrou non ce la farà ad approdare al secondo turno. E se Le Pen sopravvive al primo turno — come fece nel 2002 — sarà certamente sconfitto il 6 maggio. L’impatto dell’immigrazione e del- la globalizzazione sul Paese hanno prodotto campagne elettorali ripiegate su se stesse. Nessuno dei candidati in lizza ha voluto affrontare le questioni chiave di politica estera oggi sul tavolo, come il progetto d’integrazione europea o i tormentati rapporti tra Europa e Usa. L’Unione Europea zoppica dal giorno della bocciatura francese della bozza di Costituzione europea, nel refe- rendum del 2005. Quel rifiuto ha rappresentato a tutti gli effetti un voto di sfiducia nei confronti di Chirac, che l’aveva caldeggiata. Il governo ne è uscito indebolito, e questo a sua volta ha lasciato l’Ue orfana della visione e della guida francese, di cui ha bisogno. I candidati presidenziali si sono dimostrati ugualmen- te poco loquaci riguardo i rapporti con gli Usa. L’onda- ta di antiamericanismo provocata dalla guerra in Iraq si è placata, come pure si è ridimensionata la tradizione gollista di inveire contro i pericoli dell’egemonia ameri- cana. Ma persino Sarkozy, ben saldo nei suoi istinti pro-americani, ultimamente si è tenuto alla larga dalle questioni transatlantiche, per non farsi vedere troppo vicino all’amministrazione Bush. Chiunque sarà il vincitore, resta l’incertezza sulle fu- ture relazioni franco-americane come pure sulle inten- zioni del prossimo governo riguardo l’Europa, se riusci- rà o meno a contribuire a un’Unione europea forte, sul- la quale l’America potrà fare affidamento per risolvere i conflitti in Medio Oriente e altrove. Mentre gli elettori ancora indecisi sceglieranno questa settimana da una ro- sa di candidati che ha suscitato ben pochi entusiasmi, la realtà per il resto dell’Europa e per gli Stati Uniti appare chiara: non conta chi vincerà le elezioni francesi, ma se il vincitore sarà capace di superare le divisioni del Paese per mettere in piedi un governo forte ed efficace. © C. A. Kupchan, 2007 Traduzione di Rita Baldassarre

IL F ONDO M ONETARIO

C aro direttore, un amico sovrappeso vi chie- de consiglio. Da anni cerca di

perdere 20 chili senza riuscirci; ora— an- che se non sa bene come — ha finalmen- te perso un chilo in un mese, mentre mi- rava a perderne solo mezzo. Che consi- glio gli date: festeggiare con un lauto pranzo o continuare a prender cura di se stesso? Lo stesso vale per il cosiddetto tesoret- to. Il forte gettito fiscale è senz’altro una buona notizia. Il dibattito si è concentra- to su come usare queste entrate imprevi- ste, con proposte che spaziano da sgravi fiscali a nuove spese. Ma perché scartare così alla leggera la possibilità di accanto- nare questi proventi inattesi? Quest’ab- bondanza di gettito potrebbe anche non durare. Simili boom d’entrate sono stati sinora rari, e spesso fragili. Un esempio semplice ma rappresentativo è dato da quanto successo fra il 1996 ed il 2005 nei Paesi della zona euro. In quel periodo, vi sono stati solo nove aumenti annuali del rapporto entrate/Pil paragonabili a quel- lo visto in Italia l’anno scorso. Fra que- sti nove, sei hanno poi subito un’inver- sione di tendenza, e altri due sono trop- po recenti per poterne trarre una conclu- sione definitiva. Ma anche se l’extra-gettito fosse per- manente, gli argomenti a favore di usar- lo per altro che ridurre il disavanzo resta- no deboli. Da anni l’Italia si pone l’obiet-

Fate tesoro del tesoretto

di ALESSANDRO LEIPOLD

tivo di equilibrare i conti pubblici nel «medio termine», senza mai arrivarci. Per esempio, nel 2000, le proiezioni uffi- ciali prevedevano un bilancio in pareg- gio entro il 2003. Nei fatti, quell’anno si è chiuso con un disavanzo del 3,5% del Pil. Ora, l’impegno del governo è di eli- minare il disavanzo entro il 2011. Per raggiungere quest’obiettivo, l’Italia do- vrebbe trovare risparmi pari al tesoretto ogni anno, da ora fino al 2011. Un’im- presa ardua: perché allora non avvantag- giarsi subito del terreno già percorso per arrivare prima alla meta? Nelle parole dell’ultimo Bollettino della Banca d’Ita- lia: «L’andamento dei conti pubblici consente di accelerare il processo di ridu- zione del disavanzo». L’esperienza internazionale, e l’intui- zione, indicano che il risanamento dei conti pubblici è più facile in fase di ripre- sa economica, in tempi di «vacche gras- se». Nell’ultimo decennio Belgio, Spa- gna e Olanda sono riusciti a raggiungere il pareggio di bilancio approfittando di periodi di forte gettito fiscale, risanando i conti a un passo più sostenuto di quello attualmente contemplato dall’Italia. In questi e in altri Paesi la disciplina è spes-

so coadiuvata da regole efficaci. La Francia, per esempio, dopo una brutta esperienza con l’equivalente del tesoret- to (la cosiddetta cagnotte, usata nel 2000 e seguita da un peggioramento dei conti

pubblici), ha introdotto una regola di bi- lancio che assegna ogni extra-gettito au- tomaticamente alla riduzione del disa- vanzo. Anche in Italia le leggi finanzia- rie contengono una regola simile, diluita però da varie eccezioni, come dimostra l’attuale dibattito sul tesoretto.

Il continuo mancato raggiungimento

degli obiettivi a medio termine può ave- re conseguenze nefaste. La storia abbon- da di esempi di espansioni fiscali inop- portune, seguite da anni di crescita delu-

dente e una politica di bilancio restritti- va. Il Portogallo della fine degli anni No- vanta ne è un esempio e ne sta pagando tuttora le conseguenze, con la crescita più bassa della zona euro.

I costi dei disavanzi non sono mera-

mente accademici. Sono costi reali, spe- cie per un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia. Infatti, se l’Italia avesse nell’ultimo decennio ridotto il peso del debito quanto il Belgio, i risparmi d’inte- resse ammonterebbero a più dell’1% del

Pil. Le risorse così durevolmente libera- te (che, in soli due anni, ammontano al costo di un grande progetto di infrastrut- tura quale il Tav) potrebbero essere sta- te utilizzate per spese pubbliche produtti- ve o per alleggerire la fiscalità. Vi sono poi rischi particolari alla fi- nanza pubblica italiana. Se l’attuale con- testo globale favorevole dovesse muta- re, il conto interessi dell’Italia ne risenti- rebbe più di altri. Su un orizzonte più lungo, vi sono inoltre i costi dell’invec- chiamento della popolazione. Né si può trascurare il fatto che i dati sulla spesa pubblica ed il debito sono, in Italia, spes- so soggetti a correzioni verso l’alto, in seguito all’emergere di debiti «nasco- sti». Utilizzare ora il tesoretto andrebbe

anche contro le importanti iniziative del governo dirette a valutare e riformare il sistema di bilancio e la spesa pubblica. Se vi sono delle necessità di spesa impel- lenti, esse andrebbero affrontate attin- gendo alle ampie risorse di spesa già di- sponibili, confrontandole con altre prio- rità nel normale percorso di bilancio, piuttosto che trattate affrettatamente in corso d’anno.

Dopo anni passati a cercare di dima- grire, e con la prospettiva di un ulteriore aumento di «peso» dovuto all’invecchia- mento, i conti pubblici italiani stanno ap- pena cominciando a snellirsi. Il tesoret- to va protetto, non consumato. Fondo monetario internazionale

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