Sei sulla pagina 1di 39

CAPITOLOCAPITOLO

10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

Materiali elastici e produzione di forze ortodontiche

Proprietà di base dei materiali elastici

Materiali degli archi ortodontici

Confronto tra gli archi attuali

Influenza della dimensione e della forma sulle proprietà elastiche

Forze elastiche originate da gomma e materie plastiche

Magneti come fonte di forza ortodontica

Elementi progettuali degli apparecchi ortodontici

Due punti di contatto e controllo della posizione radicolare

Confronto tra bracket stretti e larghi dell’apparecchiatura fissa

Influenza della dimensione dello slot del bracket nel siste- ma edgewise

Aspetti biomeccanici del controllo dell’ancoraggio

Effetti della frizione sull’ancoraggio

Metodi per controllare l’ancoraggio

Confronto tra un sistema di forze determinato ed uno indeter- minato

Sistemi ad una coppia

Sistemi a due coppie

Applicazione dei sistemi di forze complessi (a due coppie)

Pieghe simmetriche e asimmetriche

Archi di utilità e sistemi 2 × 4 per modificare la posizione degli incisivi

Movimento trasversale dei denti posteriori

Archi linguali come sistemi a due coppie

Meccaniche ad arco segmentato

Meccaniche ad arco continuo

Il movimento ortodontico ottimale è prodotto da forze leggere e continue. La difficoltà nel progettare e utilizzare un apparecchio ortodontico consiste nel produrre un siste- ma di forze che non sia né troppo grande né troppo variabi- le nel tempo. È particolarmente importante che le forze leggere non diminuiscano troppo rapidamente, o per una

perdita di elasticità del materiale utilizzato o per un ecces- sivo cambiamento nella quantità di forza espressa in segui- to a un movimento dentale molto piccolo. Nel progettare la biomeccanica di un sistema ortodon- tico bisogna considerare sia il comportamento dei mate- riali elastici che i fattori meccanici coinvolti nella risposta dentale.

MATERIALI ELASTICI E PRODUZIONE DI FORZE ORTODONTICHE
MATERIALI ELASTICI E PRODUZIONE
DI FORZE ORTODONTICHE

Proprietà di base dei materiali elastici

Il comportamento elastico di ogni materiale è descritto in base alla risposta sollecitazione-tensione (stress-strain) in- dotta da un carico esterno. Sia la sollecitazione (stress) che

la tensione (strain) si riferiscono a caratteristiche intrinse- che del materiale in esame: lo stress corrisponde alla di- stribuzione interna del carico ed è definito come forza per unità di superficie, mentre la tensione corrisponde alla di- storsione interna prodotta dal carico ed è definita come la deflessione per unità di superficie.

A scopo analitico, è possibile considerare i fili orto-

dontici e le molle come delle travi sostenute a un’estre- mità (una molla inserita in un apparecchio rimovibile) o a entrambe le estremità (il segmento di arco teso tra due at- tacchi di denti adiacenti) (Fig. 10.1). La risposta di questa trave a una forza applicata può essere misurata come la de-

flessione (incurvante o torcente) indotta dalla forza stessa (Fig. 10.2). Forza e deflessione sono misure esterne. Lo stress e la tensione interna possono essere calcolati in base alla forza e alla deflessione, conoscendo la superficie e la lunghezza della trave.

Ai fini ortodontici, le proprietà dei materiali utili da un

punto di vista clinico sono tre: la resistenza, la rigidità (o il

suo opposto, la flessibilità) e il raggio d’azione. Ognuna di queste proprietà può essere desunta dal diagramma corri- spondente di forza-deflessione o di stress-train (Figg. 10.2 e 10.3).

Materiali elastici e produzione di forze ortodontiche

Proprietà di base dei materiali elastici

Materiali degli archi ortodontici

Confronto tra gli archi attuali

Influenza della dimensione e della forma sulle proprietà elastiche

Forze elastiche originate da gomma e materie plastiche

Magneti come fonte di forza ortodontica

Elementi progettuali degli apparecchi ortodontici

Due punti di contatto e controllo della posizione radicolare

Confronto tra bracket stretti e larghi dell’apparecchiatura fissa

Influenza della dimensione dello slot del bracket nel siste- ma edgewise

Aspetti biomeccanici del controllo dell’ancoraggio

Effetti della frizione sull’ancoraggio

Metodi per controllare l’ancoraggio

Confronto tra un sistema di forze determinato ed uno indeter- minato

Sistemi ad una coppia

Sistemi a due coppie

Applicazione dei sistemi di forze complessi (a due coppie)

Pieghe simmetriche e asimmetriche

Archi di utilità e sistemi 2 × 4 per modificare la posizione degli incisivi

Movimento trasversale dei denti posteriori

Archi linguali come sistemi a due coppie

Meccaniche ad arco segmentato

Meccaniche ad arco continuo

Il movimento ortodontico ottimale è prodotto da forze leggere e continue. La difficoltà nel progettare e utilizzare un apparecchio ortodontico consiste nel produrre un siste- ma di forze che non sia né troppo grande né troppo variabi- le nel tempo. È particolarmente importante che le forze leggere non diminuiscano troppo rapidamente, o per una

perdita di elasticità del materiale utilizzato o per un ecces- sivo cambiamento nella quantità di forza espressa in segui- to a un movimento dentale molto piccolo. Nel progettare la biomeccanica di un sistema ortodon- tico bisogna considerare sia il comportamento dei mate- riali elastici che i fattori meccanici coinvolti nella risposta dentale.

MATERIALI ELASTICI E PRODUZIONE DI FORZE ORTODONTICHE
MATERIALI ELASTICI E PRODUZIONE
DI FORZE ORTODONTICHE

Proprietà di base dei materiali elastici

Il comportamento elastico di ogni materiale è descritto in base alla risposta sollecitazione-tensione (stress-strain) in- dotta da un carico esterno. Sia la sollecitazione (stress) che

la tensione (strain) si riferiscono a caratteristiche intrinse- che del materiale in esame: lo stress corrisponde alla di- stribuzione interna del carico ed è definito come forza per unità di superficie, mentre la tensione corrisponde alla di- storsione interna prodotta dal carico ed è definita come la deflessione per unità di superficie.

A scopo analitico, è possibile considerare i fili orto-

dontici e le molle come delle travi sostenute a un’estre- mità (una molla inserita in un apparecchio rimovibile) o a entrambe le estremità (il segmento di arco teso tra due at- tacchi di denti adiacenti) (Fig. 10.1). La risposta di questa

trave a una forza applicata può essere misurata come la de- flessione (incurvante o torcente) indotta dalla forza stessa (Fig. 10.2). Forza e deflessione sono misure esterne. Lo

stress e la tensione interna possono essere calcolati in base alla forza e alla deflessione, conoscendo la superficie e la lunghezza della trave.

Ai fini ortodontici, le proprietà dei materiali utili da un

punto di vista clinico sono tre: la resistenza, la rigidità (o il suo opposto, la flessibilità) e il raggio d’azione. Ognuna di queste proprietà può essere desunta dal diagramma corri- spondente di forza-deflessione o di stress-train (Figg. 10.2 e 10.3).

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

347

A
A
meccanici nel controllo delle forze ortodontiche 347 A FIGURA 10.1 Trave a sbalzo (cantilever) ( A

FIGURA 10.1

Trave a sbalzo (cantilever) (A) e trave sorretta a entrambe le estremità (B).

B

Punto di carico clinico utilizzabile Punto di Punto di snervamento rottura Limite proporzionale 0,1% Ritorno
Punto di carico clinico utilizzabile
Punto di
Punto di snervamento
rottura
Limite proporzionale
0,1%
Ritorno elastico
Raggio d’azione
Deflessione
Rigidità
Forza

FIGURA 10.2 Tipica curva carico-deflessione di un materiale elasti- co quale può essere un filo ortodontico. La rigidità del materiale defi- nisce la ripidità della porzione lineare della curva. Il raggio d’azione è la distanza, misurata sull’asse delle ascisse, a cui può essere piegato un filo prima che si verifichi una deformazione permanente (è solita- mente misurato a livello del punto di snervamento, dove si verifica una deformazione permanente dello 0,1%). Si ottiene una capacità di ri- torno (springback) clinicamente utile quando il filo viene piegato oltre il punto di snervamento (al punto qui indicato come “carico clinico uti- lizzabile”) e non può più tornare alla sua forma originaria. Al punto di frattura, il filo si spezza.

Tre punti differenti possono essere considerati sul dia- gramma stress-strain per descrivere la resistenza di un materiale (Fig. 10.3). Ognuno esprime, in modo diverso, il carico massimo che un materiale può sopportare. La misurazione più immediata è il limite proporzionale, cioè il punto in cui si osserva la prima deformazione perma- nente. (Sebbene vi sia una piccola differenza nella defini- zione tecnica di limite elastico, è essenzialmente lo stesso punto, cosicché limite elastico e limite proporzionale pos- sono essere usati in modo intercambiabile.) Un indicatore più pratico è il punto in cui si osserva una deformazione pari allo 0,1%, definito carico di sner- vamento. Il carico massimo che un filo può tollerare (la sua resistenza elastica terminale) è raggiunto dopo la de- formazione permanente ed è superiore al carico di sner-

Resistenza elastica terminale Carico di snervamento Punto di rottura Punto di snervamento Limite proporzionale E
Resistenza elastica terminale
Carico di snervamento
Punto di rottura
Punto di snervamento
Limite proporzionale
E
Rigidità
E
Flessibilità 1/E
0,1%
Strain
Stress

FIGURA 10.3 La sollecitazione (stress) e la deformazione (strain) sono caratteristiche interne del materiale che possono essere calcola- te attraverso misurazioni della forza e della deflessione, dal momento che la forma complessiva delle curve forza-deflessione e sollecitazio- ne-deformazione è simile. Tre diversi punti possono essere conside- rati sul diagramma per rappresentare la resistenza. La ripidità della curva sollecitazione-deformazione (stress-strain), E, corrisponde al modulo di elasticità ed è proporzionale alla rigidità e alla flessibilità.

vamento. Dal momento che questa resistenza finale con- diziona la forza massima che un filo può esprimere se uti- lizzato come una molla, essa riveste un ruolo clinico mol- to importante, perché nelle nuove leghe al titanio il cari- co di snervamento e il carico totale massimo differiscono tra loro molto più che nell’acciaio. La resistenza è misu- rata in unità di stress (g/cm 2 ).

Rigidità e flessibilità sono inversamente proporzionali:

Flessibilità = 1/Rigidità

Entrambe sono proporzionali all’inclinazione della porzione elastica della curva forza-deflessione (Fig. 10.2). Più orizzontale è l’andamento della curva, più elastico è il filo; più verticale è l’andamento, più rigido è il filo.

348

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

Il raggio d’azione è definito come la distanza a cui può essere piegato un filo prima che si verifichi una sua defor- mazione permanente. Questa distanza è misurata in millimetri (o in altre mi-

sure di lunghezza) (v. Fig. 10.2). Se il filo è piegato oltre il suo carico di snervamento, non ritorna alla sua forma ori- ginale; tuttavia, se il suo punto di rottura non è stato anco-

ra raggiunto, residua una capacità di ritorno elastico clini-

camente utile. La capacità di ritorno è misurata lungo l’as-

se delle ascisse, come mostrato nella Figura 10.2. In molte

situazioni cliniche, i fili ortodontici sono deformati oltre il loro limite elastico. Le loro caratteristiche di ritorno elastico, individuate nella porzione della curva compresa tra il limite elastico e il carico totale massimo, sono im- portanti per definire il comportamento clinico dei fili. Queste tre principali proprietà sono tra loro correlate:

Resistenza = Rigidità × Raggio d’azione

Altre due caratteristiche di rilievo clinico possono es-

sere descritte sul diagramma stress-strain: la resilienza e la modellabilità (Fig. 10.4). La resilienza corrisponde all’a- rea compresa al di sotto della curva stress-strain fino al li- mite proporzionale. Essa corrisponde alla capacità del filo

di immagazzinare energia ed è data dalla combinazione

della resistenza e della flessibilità del filo. La modellabilità corrisponde alla quantità di deformazione permanente che il filo può sostenere prima di perdere le proprie carat- teristiche. Essa è un indice della possibilità di piegare per- manentemente il filo (per esempio modellando una molla utile clinicamente) prima che questo si spezzi. Le pro- prietà di un filo ideale per scopi ortodontici possono esse-

re definite in questo modo: deve possedere (1) alta resi-

stenza, (2) bassa rigidità (in molte situazioni), (3) ampio raggio d’azione e (4) buona modellabilità. Inoltre il mate- riale dovrebbe essere saldabile e puntabile, in modo da poter attaccare uncini o stop al filo e dovrebbe avere an- che un costo ragionevole. Nella pratica quotidiana, nes- sun materiale assolve contemporaneamente a tutte queste

Carico di snervamento Limite proporzionale Resistenza Modellabilità Strain Stress
Carico di snervamento
Limite proporzionale
Resistenza
Modellabilità
Strain
Stress

FIGURA 10.4 Come qui illustrato, resilienza e modellabilità sono de- finite, alternativamente, come un’area sotto la curva stress-strain e una distanza lungo l’asse delle ascisse. Poiché la deformazione pla- stica che rende un materiale modellabile può essere pensata come energia a freddo, la modellabilità, in alternativa, può essere interpre- tata come l’area individuata sotto questa parte di curva stress-strain.

richieste e il risultato migliore può essere ottenuto usando archi progettati per scopi specifici. Negli Stati Uniti, le dimensioni degli apparecchi or- todontici, incluso il diametro dei fili, sono specificate in millesimi di pollice. Per semplicità, in questo testo sono date in mil (0,016 inch = 16 mil). In Europa e in molte al- tre parti del mondo sono specificate in millimetri. Nel- l’ambito delle misure ortodontiche, con buona approssi- mazione, si possono ottenere le dimensioni in millimetri dividendo per 4 le misure in mil e ponendo davanti un punto decimale (per esempio, 16 mil = 0,4 mm).

Materiali degli archi ortodontici

Leghe in metallo prezioso. Prima degli anni ’50, le le- ghe in metallo prezioso venivano usate di routine in orto- donzia, soprattutto perché nient’altro riusciva a tollerare le condizioni intraorali. L’oro da solo è troppo morbido per qualsiasi applicazione in campo odontoiatrico, ma le leghe (che includono spesso platino e palladio insieme a oro e rame) possono essere utili in ortodonzia. L’introdu- zione dell’acciaio inossidabile ha reso le leghe preziose ob- solete per le loro applicazioni ortodontiche, ancora prima che l’incremento del prezzo dell’oro avvenuto negli anni ’70 lo rendesse proibitivo. Solo l’apparecchio di Crozat è ancora, in qualche occasione, costruito in oro, seguendo l’originale disegno degli inizi del ’900 (v. Cap. 11).

Leghe in acciaio inox e cromo-cobalto. L’acciaio inox

e le leghe al cromo-cobalto (Elgiloy; Rocky Mountain

Co.), che possiedono caratteristiche simili tra loro, hanno iniziato a sostituire i metalli preziosi in ortodonzia per la loro migliore resistenza, flessibilità e capacità di resistere

alla ruggine. La resistenza alla ruggine dell’acciaio inox deriva dal suo contenuto relativamente alto in cromo. Una tipica formulazione per scopi ortodontici contiene il 18% di cromo e l’8% di nichel (pertanto il materiale è spesso descritto come un acciaio 18-8). Le proprietà di questi acciai possono essere controlla- te entro uno spettro abbastanza ampio variando la quan- tità di lavorazione a freddo e di rinvenimento. L’acciaio è ammorbidito dal rinvenimento e indurito dalla lavorazio- ne a freddo. Fili in acciaio sottoposti a un completo pro- cesso di rinvenimento sono molto teneri e modellabili. Le legature ortodontiche usate per legare gli archi negli at- tacchi sono ricavate proprio da tale filo estremamente morbido. Gli acciai utilizzati per archi ortodontici sono prodotti in una vasta gamma di stati di rinvenimento par- ziale, in cui il carico di snervamento è progressivamente

aumentato a spese della modellabilità. I fili in acciaio con

il maggior carico di snervamento (di grado “super”) sono

piuttosto fragili e si rompono se piegati in modo netto. Il filo in acciaio “regular” per ortodonzia può essere model- lato nelle diverse forme desiderate, senza che si spezzi. Se non sono necessarie pieghe nette, si possono utilizzare fili “super”, anche se è difficile osservare miglioramenti delle

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

349

prestazioni cliniche che giustifichino sia il loro costo ele- vato che la riduzione della loro modellabilità. 1 L’Elgiloy, una lega in cromo-cobalto, ha il vantaggio di poter essere fornito in uno stato fisico più tenero e quindi più modellabile, e di poter essere indurito, dopo la model- lazione, con un trattamento a caldo. Il trattamento a caldo aumenta la sua resistenza in modo significativo. In tal mo- do l’Elgiloy più tenero diventa equivalente all’acciaio inox “regular”, mentre il tipo più duro diventa equivalente al- l’acciaio “super”.

Leghe in nichel-titanio (NiTi). La prima lega in titanio introdotta recentemente in ortodonzia e commercializza- ta come Nitinol (Unitek Corp.) fu sviluppata per il pro- gramma spaziale (Ni, nichel; Ti, titanio; NOL, Naval Ordnance Laboratory), ma, grazie alla sua eccezionale flessibilità, venne considerata molto utile per applicazioni cliniche ortodontiche. Nel testo il termine NiTi verrà usato, in seguito, per indicare il gruppo di fili in nichel-ti- tanio (il termine nitinol, con l’iniziale minuscola, viene usato in altre pubblicazioni con lo stesso significato).

TABELLA 10.1

Confronto fra le proprietà degli archi orto-

dontici.

   

Rigidità

del

Angolazione

(gradi)*

Modulo di elasticità (10 6 psi)

materiale

rispetto all’acciaio

Oro (trattato termicamente) Acciaio inossidabile Truchrome - Rochy Mtn Acciaio australiano Wallaby - Ormco Cromo-cobalto Elgiloy - Rocky Mtn Cromo-cobalto (trattato termicamente) Elgiloy - Rocky Mtn Beta-titanio TMA - Ormco A-NiTi Nitinol SE-Unitek M-NiTi Nitinol - Unitek Triple strand 9 mil Triple-flex - Ormco Coaxial 6 strand Respond - Ormco Braided rect. 9 strand Force 9 - Ormco Braided rect. 8 strand D-Rect - Ormco Braided rect. A-NiTi Turbo - Ormco Optical glass Optiflex - Ormco

12

0,41

NA

29

1,00

12

28

0,97

NA

28

0,97

12

29

1,00

16

10,5

0,36

35

12 a

0,41

87

4,8

0,17

NA

3,9 b

0,13

42

1,25 b

0,04

62

1,50 b

0,05

49

1,25 b

0,04

56

0,50 b

0,02

88

0,25

0,01

88

* Gradi di piegatura attorno a un raggio di 1/4 di pollice prima che si verifichi una deformazione permanente.

a Dalla parte elastica iniziale della curva forza-deflessione.

b Modulo apparente, calcolato.

Ogni riferimento a un materiale specifico verrà indicato con il suo nome commerciale (con l’iniziale maiuscola). Le leghe in NiTi hanno due proprietà notevoli e uni- che in odontoiatria, la memoria di forma e la superela- sticità. Come l’acciaio inox e altre leghe metalliche, il Ni- Ti può esistere in più di una forma o struttura cristallina. La forma martensitica esiste a temperature più basse, quella austenitica a temperature più elevate. Per l’acciaio

e per quasi tutti gli altri metalli, il cambiamento di fase av- viene a una temperatura di transizione di centinaia di gra-

di. Sia la memoria di forma che la superelasticità sono cor-

relate con il cambiamento di fase, da martensite ad auste- nite, che avviene nelle leghe al NiTi a una temperatura di transizione abbastanza bassa. La “memoria di forma” si riferisce alla capacità che il materiale possiede di ricordare la sua forma originale dopo che è stato deformato in modo plastico, mentre si trovava nella forma martensitica. Una tipica applicazione si ha

quando viene conferita una certa forma mentre la lega è a una temperatura elevata, al di sopra della temperatura di

transizione martensite-austenite. Quando la lega viene raffreddata al di sotto di tale temperatura, può essere de- formata plasticamente, ma quando viene riscaldata nuova- mente si ripristina la sua forma originale. Questa caratteri- stica, definita termoelasticità, è importante soprattutto per l’impiego originale del Nitinol nel programma spaziale, ma è difficile trovare delle applicazioni pratiche in orto- donzia. Dopo molti esperimenti, alla fine degli anni ’70 il Niti- nol è stato commercializzato, a scopo ortodontico, nella forma martensitica stabilizzata, senza sfruttare gli effetti legati alla transizione di fase (sebbene continuino gli sfor- zi per trarre vantaggio dalla memoria di forma). Così co- me è fornito per scopi ortodontici, il Nitinol è estrema- mente elastico e abbastanza forte, ma possiede una bassa modellabilità (Tab. 10.1). Altre leghe martensitiche messe in commercio più tardi (Titanal, Lancer Pacific; Ortho- nol, Rocky Mountain) hanno resistenza ed elasticità simili al Nitinol, ma una migliore modellabilità. Nella discus- sione che segue la famiglia delle leghe martensitiche sta- bilizzate, ora disponibili in commercio, verrà definita M-NiTi. Alla fine degli anni ’80 hanno fatto la loro comparsa i nuovi fili al nichel-titanio con una struttura contenente una grana di austenite attiva. Questi fili presentano l’al- tra importante caratteristica delle leghe al NiTi, la supe- relasticità, che si manifesta con un’ampia possibilità di deformazione elastica e con una curva non elastica stress- strain o forza-deflessione. Burstone et al. 2 hanno riporta- to per questo tipo di lega in NiTi, sviluppata in Cina, una curva stress-strain mostrata nella Figura 10.5. Miura et

al. hanno descritto simili caratteristiche nel NiTi auste-

nitico (Sentinol), prodotto in Giappone, 3 e proprietà analoghe sono state trovate in altri fili austenitici ora commercializzati (NiTi, Ormco/Sybron; Nitinol SE, Unitek e presumibilmente molti altri). Questo gruppo

350

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

4000 Acciaio inox 2000 Nitinol 1000 NiTi cinese 500 0 20 40 60 80 Deflessione
4000
Acciaio inox
2000
Nitinol
1000
NiTi cinese
500
0
20
40
60
80
Deflessione gradi
Momento flettente (g-mm)

FIGURA 10.5 Rapporto tra il momento flettente e la deflessione, cal- colato per fili di 16 mil: nero, acciaio inossidabile; rosso tratteggiato, forma stabilizzata di NiTi martensitico (Nitinol); rosso, NiTi austenitico

(NiTi cinese). Si noti che, dopo aver raggiunto un livello di forza iniziale, l’A-NiTi ha una curva carico-deflessione considerevolmente più piatta

e un ritorno elastico maggiore dell’M-NiTi, che, a sua volta, possiede

un ritorno elastico superiore all’acciaio. (Ridisegnata da Burstone CJ,

et al: Am J Orthod 87:445-452, 1985.)

verrà successivamente definito A-NiTi. Si noti nella Figura 10.5 che, a fronte di un’ampia possibilità di de- flessione, la forza prodotta dall’A-NiTi varia pochissimo. È questa una proprietà unica ed estremamente ricercata, poiché significa che un filo iniziale può esercitare la stes- sa forza indipendentemente dal fatto che venga più o me- no deflesso. Il motivo di questa singolare curva carico-deflessione dei fili in A-NiTi risiede nel fatto che la transizione di fase da austenite a martensite, nella struttura granulare, si ve- rifica non in risposta a variazioni di temperatura, ma in se- guito a variazioni della forza applicata. La trasformazione ottenuta meccanicamente è analoga all’effetto memoria di forma indotto termicamente. In altre parole, la lega auste- nitica modifica la sua struttura interna in risposta allo stress, senza richiedere significativi cambiamenti di tem- peratura (il che è possibile perché in questi materiali la temperatura di transizione è molto vicina a quella am- bientale). Alcuni fili introdotti recentemente in commercio sono estremamente morbidi a temperatura ambiente e diventa- no elastici alla temperatura del cavo orale, in modo da es- sere inizialmente più facili da inserire, ma l’ampio raggio d’azione che si accompagna alla superelasticità è ottenibi- le solo se si verifica anche la trasformazione indotta dallo stress. Questa trasformazione martensitica indotta dallo stress si manifesta nella porzione quasi piatta della curva carico-deflessione. Per una volta, in questo caso il termi- ne superelasticità non è usato solo a scopi pubblicitari (Fig. 10.6). Una delle caratteristiche insolite di un materiale su- perelastico quale l’A-NiTi è che la sua curva di scarico dif- ferisce da quella di carico (la reversibilità è associata con una perdita di energia, l’isteresi) (Fig. 10.7). Ciò significa che la forza che cede non è la stessa usata per attivare. Uno

E D D C 1 B C B F F G T = 0 H
E
D
D
C
1
B
C
B
F
F
G
T = 0
H
A
C 1
Strain
Stress

FIGURA 10.6 Curva stress-strain che illustra la superelasticità, do- vuta alla trasformazione dalla fase austenitica a quella martensitica per azione di una sollecitazione, come nell’A-NiTi. Il tratto A-B rappre- senta semplicemente la deformazione elastica della fase austenitica (si noti nella Fig. 10.5 che, in questa fase, l’A-NiTi è più rigido dell’M- NiTi). Il valore di B corrisponde alla minima sollecitazione necessaria per indurre la trasformazione nella fase martensitica. Al punto C la tra- sformazione è completa. La differenza tra l’inclinazione di A-B e di B- C è un indice della facilità con cui avviene questa trasformazione. Quando la conversione è completata, la struttura martensitica conti- nua a deformarsi in modo elastico se sollecitata, come viene rappre- sentato dal tratto C-D (ma gli archi ortodontici non sono quasi mai sol- lecitati in questo modo e solitamente questa parte non viene rappre- sentata nei grafici relativi alla risposta degli archi ortodontici). Nel pun- to D si raggiunge il carico di snervamento della forma martensitica e il materiale comincia a deformarsi plasticamente fino a quando non so- praggiunge la rottura nel punto E. Se si sospende la sollecitazione pri- ma di raggiungere il punto D (come nel punto C 1 del diagramma), la curva elastica di scarico avviene lungo la linea C 1 -F. Il punto F indica la massima sollecitazione a cui può esistere la forma martensitica meccanicamente indotta lungo la curva di scarico. A questo punto co- mincia la trasformazione inversa ad austenite, che si protrae al punto G, dove la struttura austenitica è completamente ripristinata. G-H rap- presenta la curva di scarico della fase austenitica. Una piccola porzio- ne della sollecitazione globale non viene recuperata a causa dei cam- biamenti irreversibili che avvengono durante il carico e lo scarico.

degli effetti legati al fatto che le curve di carico e di scarico sono differenti è che la forza prodotta da un filo in A-NiTi può essere cambiata, durante l’impiego clinico, semplice- mente slegando e rilegando l’arco stesso (Fig. 10.8). Per l’ortodontista è del tutto impossibile piegare nel modo classico un filo in A-NiTi, perché non subisce una deformazione plastica fino a quando non vengono appli- cate forze molto pesanti (v. Fig. 10.6). A temperature ele- vate, comunque, i fili possono essere modellati e le loro proprietà modificate. Clinicamente, ciò può essere otte- nuto facendo passare la corrente elettrica tra due elet- trodi, applicati al filo o ad un segmento di filo 4 . Miura et al. hanno dimostrato che, sui modelli in gesso, è possibile riposizionare i denti nell’occlusione desiderata alla fine del trattamento, posizionare gli attacchi su questo setup, inserirvi un filo A-NiTi e quindi trattare tale filo termica- mente, in modo che la sua forma sia memorizzata con i denti nella loro posizione ideale. 5 Il filo, pertanto, viene

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

351

1500 Attivazione 1000 500 Deattivazione 0 20 40 60 80 Deflessione (gradi) Momento flettente (g-mm)
1500
Attivazione
1000
500
Deattivazione
0
20
40
60
80
Deflessione (gradi)
Momento flettente (g-mm)

FIGURA 10.7 Curve di attivazione (linea continua) e deattivazione (linea tratteggiata) per il filo A-NiTi. Si noti che le curve di scarico cam- biano in base alle diverse attivazioni (cioè la rigidità di scarico è in- fluenzata dal grado di attivazione). La rigidità di scarico dei fili in ac- ciaio, beta-Ti e M-NiTi è la stessa per ogni tipo di attivazione. (Ridise- gnata da Burstone CJ, et al: Am J Orthod 87:445-452, 1985.)

1500 1000 Attivazione 500 Riattivazione 0 20 40 60 80 Deflessione (gradi) Momento flettente (g-mm)
1500
1000
Attivazione
500
Riattivazione
0
20
40
60
80
Deflessione (gradi)
Momento flettente (g-mm)

FIGURA 10.8 Curva di attivazione (a 80°) e riattivazione (a 40°) per un filo A-NiTi. In ciascun caso la linea di carico è una linea continua, mentre quella di scarico è una linea tratteggiata. La curva di scarico in- dica la forza che viene fornita a un elemento dentale. Si noti che la quantità di forza che viene fornita da un tratto di filo in A-NiTi prece- dentemente attivato di 80° può essere incrementata in modo conside- revole slegandolo dall’attacco e rilegandolo nuovamente, proprietà unica di questa lega. (Ridisegnata da Burstone CJ, et al: Am J Orthod 87:445-452, 1985.)

così a comprendere tutte le informazioni che altrimenti deriverebbero dalle “pieghe di rifinitura”, solitamente ri- chieste nelle fasi finali del trattamento. Almeno in teoria, questa lega potrebbe permettere di trattare alcuni casi con un unico filo, portando i denti progressivamente verso la loro posizione prestabilita. Il concetto è simile a quello applicato originariamente da Edward Angle nella sua pro- posta di espansione dell’arcata, ed è soggetto alle medesi- me limitazioni. Le proprietà dell’A-NiTi lo hanno immediatamente reso il materiale di elezione quando è richiesto un ampio raggio di attivazione con una forza abbastanza costante (per esempio per archi iniziali o molle). L’M-NiTi è utile soprattutto nelle fasi successive del trattamento, quando sono richiesti fili flessibili ma di dimensioni maggiori e in

qualche modo più rigidi. Quindi solitamente gli archi sot- tili rotondi in nichel titanio dovrebbero essere in forma austenitica A-NiTi, mentre quelli più spessi rettangolari di solito danno risultati migliori se sono in forma marten- sitica M-NiTi. I clinici non dovrebbero pensare che tutti gli archi pubblicizzati come superelastici agiscano nello stesso modo. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che esistono notevoli differenze nelle curve forza-defles- sione e nella forza prodotta da fili apparentemente simili ma costruiti dalle diverse industrie (Fig. 10.9) 6 . Nella scelta dei fili ci si deve basare sulle proprietà di questi ri- scontrate in prove condotte in condizioni controllate e non sui giudizi espressi anche da clinici famosi.

Beta-titanio. All’inizio degli anni ’80, dopo il Nitinol, ma prima dell’A-NiTi, è stata introdotta in ortodonzia una lega in titanio con proprietà diverse, il beta-titanio. Questa lega beta-Ti (TMA, Ormco/Sybron [il nome è un acronimo per lega in titanio-molibdeno]) è stata svilup- pata soprattutto per scopi ortodontici. Essa offre una combinazione assai favorevole di forza e flessibilità (per esempio resilienza eccellente) e anche una ragionevole

1000 800 Sentalloy HVY, GAC Sentalloy MED, GAC NiTi, Flex Medic 600 Ni-Ti, Ormco Nitinol
1000
800
Sentalloy HVY, GAC
Sentalloy MED, GAC
NiTi, Flex Medic
600
Ni-Ti, Ormco
Nitinol SE, Unitek
400
Nitinol, Unitek
Orthonol, RMO
Titanal, Lancer
200
0
0
5
10

FIGURA 10.9 Curve forza-deflessione per i fili NiTi disponibili in com- mercio. Orthonol della RMO e Titanal della Lancer sono martensitici, quindi le curve osservate sono elastiche piuttosto che superelastiche. Si noti che gli archi Sentalloy della GAC mostrano delle curve classiche superelastiche e dei valori bassi di forza, mentre gli altri archi A-NiTi presentano una scarsa superelasticità e valori di forza più alti dell’idea- le. In assenza di dati dimostrati scientificamente, le considerazioni pubblicitarie riguardo ai fili ortodontici vanno valutate con notevole so- spetto. Infatti, a differenza di altri presidi medici, non viene richiesta al- cuna prova clinica effettiva prima che un arco ortodontico venga com- mercializzato. (Ridisegnata da Thayer et al: Am J Orthod Dentofac Orthop 107: 604-612,1995.)

352

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

modellabilità; questa caratteristica la rende il materiale ottimale per molle ausiliarie e archi intermedi e di finitu- ra, soprattutto per gli archi rettangolari usati nelle ultime fasi del trattamento. Come si vede nella Tabella 10.1, da molti punti di vista le sue proprietà sono intermedie tra l’acciaio inox e l’M-NiTi.

Materiali compositi plastici. Un ulteriore progresso nel campo dei materiali ortodontici elastici può essere pre- visto per i prossimi anni. Recentemente nuovi materiali sono stati sviluppati partendo da quelli usati nella tecno- logia aerospaziale. Le grandi prestazioni degli aerei ot- tenute negli anni ’70 e ’80 erano basate sul titanio, ma la generazione attuale di aerei è costruita con compositi pla- stici ed è ragionevole supporre che archi ortodontici di questo tipo entreranno presto nella pratica clinica. È già in corso la produzione di fibre che hanno una migliore resi- stenza e flessibilità rispetto ai fili non superelastici, e re- centi procedure brevettate permettono la fabbricazione sia di fibre rotonde che rettangolari. 7 Le proprietà dei ma- teriali plastici possono essere manipolate in modo tale da creare legature che possono essere applicate al bracket senza generare forza. Ciò potrebbe essere molto vantag- gioso per ridurre l’attrito (v. oltre). Un ulteriore vantaggio consiste nel fatto che le fibre plastiche hanno lo stesso co- lore dei denti e quindi sono estetiche oltre che clinicamen- te utili. Come succede per gli archi metallici di ultima ge- nerazione, è difficile cambiare la forma anche di questi materiali una volta che sono stati costruiti dall’industria, e ciò comporta una serie di problemi pratici nella loro appli- cazione clinica. Sono trascorsi più di dieci anni da quando il primo filo in NiTi introdotto è entrato nell’uso comune, è prevedibile che dovrà passare un periodo di tempo equi- valente prima che questi composti plastici siano introdotti nella pratica ortodontica quotidiana.

Confronto tra gli archi attuali

Come è stato osservato precedentemente, gli archi in ac- ciaio inox, in beta-Ti e in NiTi rivestono tutti un ruolo importante nell’ortodonzia attuale. Se confrontiamo le loro proprietà specifiche, è possibile spiegare il motivo della scelta di alcuni archi in situazioni cliniche precise (v. Capp. 16 e 18). Per i materiali che seguono la legge di Hooke, che definisce il comportamento elastico dei mate- riali (tutti i materiali ortodontici a eccezione dell’A-NiTi, quando si trovano nella porzione lineare della curva cari- co-deflessione), un metodo utile per confrontare due ar- chi diversi per composizione, lunghezza e dimensione è quello di utilizzare i rapporti tra le loro principali caratte- ristiche (resistenza, rigidità, raggio d’azione):

Resistenza A/Resistenza B = Rapporto di resistenza

Rigidità A/Rigidità B = Rapporto di rigidità

Raggio d’azione A/Raggio d’azione B = = Rapporto tra i raggi d’azione

Questi rapporti sono stati calcolati per molti fili da Kusy 8 e i dati qui presentati sono stati tratti da un suo la- voro. Tre punti devono essere tenuti presenti quando si con- frontano questi rapporti.

1.

I

rapporti sono in funzione sia delle proprietà fisiche

che di fattori geometrici, di qui la necessità di preci- sare entrambi durante il confronto. I fattori geome- trici sono relativi sia alle dimensioni che alla forma del filo, cioè se questo è rotondo, quadrato o rettan- golare. Ciò sarà discusso in dettaglio più avanti nel capitolo.

2.

L’incurvamento definisce abbastanza bene il compor- tamento dei fili rotondi nelle loro applicazioni orto- dontiche, ma quando si utilizzano archi rettangolari in slot rettangolari devono essere considerati sia l’incur- vamento che la torsione. Le relazioni fondamentali per la torsione sono analoghe, anche se non uguali, a quelle per l’incurvamento. L’impiego di equazioni spe-

cifiche per la torsione permette tuttavia di calcolare i rapporti torsionali allo stesso modo di quelli dell’in- curvamento.

3.

I

rapporti si riferiscono alla porzione lineare della cur-

va carico-deflessione e pertanto non descrivono in mo- do accurato il comportamento dei fili oltre il loro li- mite elastico, quando presentano ancora un ritorno elastico utile. È questa una limitazione progressiva- mente più rilevante se dall’acciaio e dal cromo-cobalto si passa a considerare il beta-Ti e l’M-NiTi. Il com- portamento non lineare dell’A-NiTi rende del tutto impossibile il calcolo di questi rapporti. D’altra parte, tali rapporti permettono un iniziale confronto tra le proprietà dell’acciaio tradizionale e quelle delle nuove leghe al titanio e sono utili per quantificare gli effetti delle modificazioni della forma geometrica dell’arco.

I dati raccolti in tabelle comparative sono di più facile

comprensione. Si osservino le Tabelle 10.2 e 10.3, dove vengono paragonate le proprietà dei fili 16, 18 e 19 × 25 mil in acciaio inox (o cromo-cobalto), in M-NiTi e in be- ta-Ti. In ogni caso, all’acciaio è stato assegnato un valore arbitrario di 1. Si noti che i fili in titanio presentano sem- pre un incremento del loro raggio d’azione e della loro elasticità superiore alla perdita della loro resistenza. Dalla Tabella 10.2 si può osservare quanto segue.

1.

La resistenza di fili 16 e 18 mil in M-NiTi e beta-Ti è la stessa e corrisponde a circa il 60% della resistenza dell’acciaio.

2.

La rigidità dei fili rotondi piccoli in titanio è molto si- mile ed è circa un terzo di quella dell’acciaio.

3.

Il

TMA ha un raggio d’azione quasi doppio rispetto al-

l’acciaio, l’M-NiTi ha a sua volta un raggio d’azione doppio rispetto a quello del TMA e quindi quasi quat- tro volte quello dell’acciaio. Le leghe in A-NiTi si spo- stano rapidamente nella porzione non lineare della

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

353

TABELLA 10.2 mil in tensione.

Rapporti tra le proprietà elastiche: fili 16 e 18

 

Resistenza

Rigidità

Raggio d’azione

 

0,016

0,018

0,016

0,018

0,016

0,018

Acciaio inox

1,0

1,0

1,0

TMA

0,6

0,6

0,3

0,3

1,8

1,8

M-NiTi

0,6

0,6

0,2

0,2

3,9

3,9

TABELLA 10.3 Rapporti tra le proprietà elastiche: filo 19 × 25 in tensione (B) e in torsione (T).

 

Resistenza

Rigidità

Raggio d’azione

 

B

T

B

T

B

T

Acciaio inox

1,0

1,0

1,0

TMA

0,6

0,6

0,3

0,3

1,8

2,0

M-NiTi

0,6

0,8

0,2

0,1

4,0

5,4

curva carico-deflessione e, se restiamo fedeli alla defi- nizione, non hanno un raggio d’azione ampio, ma (co- me si osserva nella Fig. 10.5) hanno una tale capacità di ritorno che clinicamente si comportano come se aves- sero un raggio d’azione esteso.

La Tabella 10.3 mostra che le proprietà del filo ret- tangolare durante la torsione e l’incurvamento sono ab- bastanza differenti. Considerando una dimensione molto comune di filo, sia il beta-Ti che l’M-NiTi presentano un raggio d’azione e una flessibilità superiori a quelli dell’ac- ciaio. L’M-NiTi deve subire un movimento torsionale doppio rispetto al TMA per cedere la stessa forza (a causa della sua flessibilità) e ciò è uno svantaggio quando sono richiesti piccoli movimenti di precisione. In questo caso l’A-NiTi presenterebbe ulteriori svantaggi. È preferibile scegliere il beta-Ti o l’acciaio (in rapporto alle dimensioni del filo) per indurre le modifiche finali dell’inclinazione dentale (torque). La Tabella 10.4 mette a confronto fili con rigidità equivalente, assumendo il filo 16 mil in acciaio inox come valore di riferimento. La Tabella 10.5 elenca una se- quenza di fili rettangolari con una rigidità torsionale pro- gressiva. Nei Capitoli dal 16 al 18 viene descritto in detta- glio come utilizzare queste informazioni nella scelta dei fili più adatti alle diverse fasi del trattamento con apparec- chiature fisse. Una rappresentazione grafica più efficace per para- gonare tra loro fili differenti per materiali e dimensioni (en- tro le limitazioni descritte sopra) è costituita dal no- mogramma, un grafico che permette di visualizzare corre- lazioni matematiche attraverso l’impiego di scale ade- guatamente calcolate. Nella preparazione di un nomo- gramma viene dato il valore di 1 al filo di riferimento e gli altri fili vengono collocati in relazione ad esso. I nomo- grammi sviluppati da Kusy per confrontare l’acciaio inox, l’M-NiTi e il beta-Ti nell’incurvamento e nella torsione sono illustrati nelle Figure 10.10 e 10.11. 9 Si noti che dal

TABELLA 10.4

Fili di equivalente rigidità-tensione.

 

Tipo di filo

M-NiTi

Beta-Ti

Acciaio inox

Elasticità relativa

16

17,5 (3 × 8)

6,6

19

16

12

3,3

18

14

1,9

17

× 25

16

0,0

21

× 25

18

0,70

 

19 × 25

0,37

 

19 × 26

0,12

TABELLA 10.5 Sequenza di fili con aumento di rigidità du- rante la torsione.

 

Fili

Indice di rigidità

18

× 18 M-NiTi

1,0

17

× 25 M-NiTi

1,7

21

× 25 M-NiTi

2,8

17

× 25 beta-Ti

3,5

19

× 25 beta-Ti

4,6

21

× 25 beta-Ti

5,7

16

× 22 acciaio

8,0

17

× 25 acciaio

12

19

× 25 acciaio

16

21

× 25 acciaio

21

momento che tutti i tre nomogrammi di ciascun gruppo so-

no disegnati con la medesima scala, ogni filo di ciascun no- mogramma può essere paragonato con quello di un altro. I nomogrammi sono particolarmente utili perché per- mettono di valutare in modo immediato correlazioni che altrimenti richiederebbero intere pagine di tabelle. Per esempio, usando la Figura 10.10 per paragonare il 21 × 25 M-NiTi con il 21 × 25 beta-Ti durante la torsione (para- gone utile per comprendere la loro efficacia nel produrre un movimento di torque radicolare), avremo che: il 21 ×

25

beta-Ti ha un valore di rigidità pari a 6, mentre il 21 ×

25

M-NiTi ha un valore pari a 3; pertanto, se la deflessio-

ne è la stessa, il beta-Ti fornisce una forza doppia; il valore della resistenza per il 21 × 25 beta-Ti è 4, mentre per la stessa dimensione di filo in M-NiTi è 6, quindi il filo NiTi è meno suscettibile ad essere deformato in modo perma- nente, qualora si debba applicare una torsione per inserir- lo nel bracket; il valore del raggio d’azione del 21 × 25 in beta-Ti è 0,7, mentre per il filo 21 × 25 in M-NiTi è 1,9, quindi il NiTi ha un raggio d’azione quasi tre volte supe- riore. Il nomogramma contiene le informazioni per effet- tuare un simile confronto tra ogni filo elencato e qualsiasi altro presentato nel diagramma, sia quando viene piegato (v. Fig. 10.10) che quando subisce una torsione (v. Fig.

10.11).

Influenza della dimensione e della forma sulle proprietà elastiche

Ognuna delle proprietà elastiche principali (rigidità, resi- stenza e raggio d’azione) è profondamente influenzata

354

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

Piegatura Bending Raggio Stiffness Rigidità Resistenza Strength Range d’azione Acciaio inossidabile 40 19 x
Piegatura
Bending
Raggio
Stiffness
Rigidità
Resistenza
Strength
Range
d’azione
Acciaio inossidabile
40
19
x 26
10
21
x 25
9
18
x 25
8
17
x 25
20
7
100
18
x 22
80
6
16
x 22
60
18
x 22
5
10
40
8
22
4
16
x 22
20
17
x 17
6
3
16
x 16
18
4
10
8
16
6
2
4
2
14
2
1
1
1
12
.8
.9
.8
.8
.6
.7
.6
.4
3 x 8
(17.5)
.6
.4
.2
.5
.4
.1
.2
.3
Bending Piegatura Raggio Stiffness Rigidità Resistenza Strength Range d’azione M-NiTi M-NiTi 40 10 9 20
Bending
Piegatura
Raggio
Stiffness
Rigidità
Resistenza
Strength
Range
d’azione
M-NiTi
M-NiTi
40
10
9
20
8
7
100
80
6
60
5
10
40
8
4
6
20
3
21
x 25
19
x 25
4
10
8
17
x 25
6
2
16
x 22
4
2
2
18
x 18
20
1
1
1
.8
.9
18
.8
.8
.6
.7
.6
.4
.6
16
.4
.2
.5
.4
.1
.2
.3
Piegatura Bending Raggio Stiffness Rigidità Resistenza Strength Range d’azione §-Ti (TMA) -Ti (TMA) 40 10
Piegatura
Bending
Raggio
Stiffness
Rigidità
Resistenza
Strength
Range
d’azione
§-Ti (TMA)
-Ti (TMA)
40
10
9
20
8
7
100
80
6
60
5
10
21
x 25
40
19
x 25
8
4
17
x 25
6
20
3
16
x 22
4
10
8
6
17.5 x 75
2
16
x 22
4
2
18
2
16
1
1
1
.8
.9
.8
.8
.6
.7
.6
.4
.6
.4
.2
.5
.4
.1
.2
.3

Nomogrammi di tensione per i fili in acciaio, M-NiTi (Nitinol) e beta-titanium (TMA). Il filo di riferi-

mento per tutti e tre i nomogrammi, a cui viene assegnato il valore di 1, è il 12 mil in acciaio, cosicché tutti i valo- ri dei tre nomogrammi possono essere comparati. (Ridisegnata da Kusy RP: Am J Orthod 83:374-381, 1983.)

FIGURA 10.10

dalle modificazioni della conformazione geometrica della trave. In particolare tali proprietà vengono determinate dalla sezione trasversa (sia essa circolare, quadrata o ret- tangolare) e dalla lunghezza della trave stessa. Le modifi- cazioni correlate alla dimensione e alla forma sono indi- pendenti dal tipo di materiale. In altre parole, diminuen- do il diametro di una trave in acciaio del 50%, la sua resi- stenza si riduce di una percentuale ben precisa rispetto a quella iniziale (l’esatta quantità dipende dalle modalità con cui la trave viene sorretta, come successivamente sarà discusso). Diminuendo del 50% il diametro di una trave in TMA, la sua resistenza si riduce esattamente della stes- sa percentuale. Ma occorre ricordare che il comporta-

mento di una trave, indipendentemente dal fatto che sia tesa al di sotto di un ponte autostradale o tra due denti in un’apparecchiatura fissa, è dato dalla combinazione delle proprietà dei materiali con i fattori geometrici.

Effetto del diametro o della sezione trasversa. Ini- ziamo a considerare una trave sorretta solo a un’estremità (cantilever). In ortodonzia questa situazione può essere rappresentata da una molla che emerge dal corpo in resi- na di un’apparecchiatura rimovibile. Quando un filo ro- tondo viene utilizzato per costruire questo tipo di molla, raddoppiando il suo diametro si ottiene un incremento della sua forza di 8 volte (in altre parole un filo più largo

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

355

Torsione Torsion Raggio Stiffness Rigidità Resistenza Strength Range d’azione Acciaio inossidabile 40 10 9
Torsione
Torsion
Raggio
Stiffness
Rigidità
Resistenza
Strength
Range
d’azione
Acciaio inossidabile
40
10
9
21
x 25
20
8
19
x 26
7
100
18
x 25
80
6
17
x 25
60
18
x 22
5
10
16
x 22
40
8
20
4
6
20
17
x 17
3
18
16
x 16
4
10
8
16
6
2
4
2
14
2
12
1
1
1
.8
.9
.8
.8
.6
.7
.6
.4
.6
.4
.2
.5
.4
.1
.2
.3
Torsion Torsione Raggio Stiffness Rigidità Resistenza Strength Range d’azione M-NiTi M-NiTi 40 10 9 20
Torsion
Torsione
Raggio
Stiffness
Rigidità
Resistenza
Strength
Range
d’azione
M-NiTi
M-NiTi
40
10
9
20
8
7
100
80
6
60
5
10
40
8
4
6
20
3
4
10
8
21
x 25
6
2
19
x 26
4
2
17
x 25
2
16
x 22
20
16
x 16
1
1
1
.8
.9
.8
18
.8
.6
.7
.6
.4
.6
16
.4
.2
.5
.4
.1
.2
.3
Torsione Torsion Raggio Stiffness Rigidità Resistenza Strength Range d’azione §-Ti (TMA) -Ti (TMA) 40 10
Torsione
Torsion
Raggio
Stiffness
Rigidità
Resistenza
Strength
Range
d’azione
§-Ti (TMA)
-Ti (TMA)
40
10
9
20
8
7
100
80
6
60
5
10
40
8
4
21
x 25
6
20
3
19
x 25
4
10
17
x 25
8
16
x 22
6
2
175
x 75
4
2
18
2
1
16
1
1
.8
.9
.8
.8
.6
.7
.6
.4
.6
.4
.2
.5
.4
.1
.2
.3

FIGURA 10.11

e tre i nomogrammi il filo di riferimento è lo stesso, pertanto i valori sono paragonabili. (Ridisegnata da Kusy RP:

Nomogrammi di torsione per i fili in acciaio inox, M-NiTi (Nitinol) e beta-titanium (TMA). Per tutti

Am J Orthod 83:374-381, 1983.)

può resistere a un carico 8 volte superiore prima di defor- marsi permanentemente, oppure può sviluppare una for- za 8 volte superiore). Tuttavia, raddoppiando il diametro la flessibilità diminuisce di un fattore 16 e il raggio d’a- zione diminuisce di un fattore 2. Più in generale, in una trave a sezione rotonda la re- sistenza cambia secondo la terza potenza della variazione del suo diametro, la flessibilità secondo la quarta potenza e il raggio d’azione proporzionalmente a tale variazione (Fig. 10.12). La situazione è alquanto più complessa se la trave è sor- retta a entrambe le estremità, come in un tratto di arco compreso tra due bracket. La trave sostenuta da tutte e due

le parti risulta più resistente e meno flessibile, soprattutto se le estremità sono strettamente ancorate e immobilizza- te. Se si devono valutare le caratteristiche di un filo rettan- golare, per prima cosa bisogna considerare la sua dimen- sione nella direzione della piegatura. Il principio che rego- la il comportamento di una trave sorretta da entrambe le parti è tuttavia lo stesso che regola quello di una trave sor- retta a una sola estremità: con l’aumento del diametro, la resistenza aumenta secondo la terza potenza, mentre la flessibilità diminuisce secondo la quarta potenza e il rag- gio d’azione diminuisce proporzionalmente, non espo- nenzialmente. Sebbene meccanicamente i fili rotondi pos- sano subire una torsione, ciò che interessa in campo orto-

356

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

Trave Per A: 2 d Resistenza d 2 d 8 d d Flessibilità d 2
Trave
Per A:
2
d
Resistenza
d
2
d
8
d
d
Flessibilità
d
2
d
1
/ 16
2
d
d
Raggio
1
d
2
d
/ 2
2 d
d’azione

FIGURA 10.12 Le proprietà di una trave, indipendentemente dal mo- do in cui è sorretta, cambiano in misura notevole al variare del suo dia- metro. Come viene indicato nella parte inferiore della figura, raddop- piando il diametro di una trave sospesa (cantilever) si aumenta di 8 volte la sua resistenza, ma si riduce di 1/16 la sua flessibilità e si di- mezza il suo raggio d’azione. Più in generale, quando si confrontano travi qualsiasi di due dimensioni diverse, la resistenza cambia secon- do il cubo del rapporto delle due sezioni; l’elasticità cambia secondo la quarta potenza di tale rapporto; il raggio d’azione si modifica in modo direttamente proporzionale (ma il valore dei rapporti è differente per le travi sospese).

dontico è la torsione conferita al filo rettangolare quando viene inserito nello slot rettangolare. Nella torsione, l’ap- proccio analitico di base è simile a quello della piegatura, anche se lo stress torcente è descritto da equazioni com- pletamente differenti. L’effetto globale è tuttavia lo stesso:

proprio come nella piegatura, anche durante la torsione, diminuendo il diametro del filo, diminuisce la resistenza e aumentano la flessibilità e il raggio d’azione. Riducendo il diametro di un filo, la sua resistenza di- minuisce così rapidamente che a un certo punto non è più utile ai fini ortodontici. Aumentando il diametro di un fi- lo, la sua rigidità aumenta così rapidamente che, a un cer- to punto, il filo è troppo rigido per essere usato. Queste limitazioni estreme stabiliscono la gamma di fili utili in ortodonzia; il fenomeno è lo stesso per molti materiali e le dimensioni utili variano molto passando da un materia- le a un altro. Come si ricava dalla Tabella 10.6, i fili in ac- ciaio utilizzabili sono molto più piccoli di quelli in oro, che essi hanno sostituito. I fili in titanio sono molto più

elastici dei fili in acciaio della stessa dimensione, anche se non sono altrettanto resistenti. Le loro dimensioni utili sono più grandi di quelle dell’acciaio e abbastanza vicine

a quelle dell’oro.

Effetti della lunghezza e dell’attacco. Modificando la

lunghezza di una trave, a prescindere dalle sue dimensioni

o dal materiale costituente, si condizionano in modo rile-

vante le sue proprietà (Fig. 10.13). Se la lunghezza di una

trave sospesa (cantilever) è doppia, la sua resistenza alla

piegatura viene dimezzata, ma la sua flessibilità aumenta 8 volte e il suo raggio d’azione 4. Più generalmente, quando

la lunghezza di un cantilever aumenta, la sua resistenza di-

minuisce in modo proporzionale, mentre la sua flessibilità aumenta secondo il cubo del rapporto tra le due lunghez- ze e il raggio d’azione aumenta secondo il quadrato di tale rapporto. Le modificazioni della lunghezza influenzano la torsione in modo abbastanza diverso rispetto alla piegatu- ra lineare: nei movimenti di torsione, la flessibilità e il raggio d’azione aumentano in modo proporzionale con la lunghezza, mentre la resistenza non viene influenzata. Passando quindi da un cantilever a una trave sorretta a entrambe le estremità, si complicano i calcoli matematici, ma non si modifica il quadro generale: con l’incremento della lunghezza della trave, si ha una diminuzione propor- zionale della sua resistenza e un incremento esponenziale della sua flessibilità e del suo raggio d’azione. Anche il modo in cui la trave viene attaccata influenza le sue caratteristiche. Un arco può essere legato in modo più o meno stretto e il punto di applicazione del carico può essere in ogni punto lungo la travata. Come si osserva

nella Figura 10.12, la flessibilità di una trave sorretta si quadruplica se può scivolare sui pilastri (clinicamente, se

il filo può scorrere nell’attacco dove è legato in modo las-

so) invece che essere rigidamente fissata (legato stretta- mente). Con numerosi punti di attacco, come nel caso di un arco legato a molti denti, il guadagno in elasticità deri- vante da un arco iniziale legato in modo lasso è meno im- portante, anche se ancora significativo. 10

Controllo delle forze ortodontiche mediante la varia- zione dei materiali, delle dimensioni e della forma. Ottenere una forza ortodontica abbastanza intensa non è mai un problema. È piuttosto difficile, invece, ottenere una forza leggera ma continua. Una molla o un arco ab-

TABELLA 10.6

Dimensioni utili di fili in materiali diversi (dimensioni in mil).

 

Oro

Acciaio

Cromo-cobalto

Beta-Ti

M-NiTi

A-NiTi

Fili intrecciati Archi Rotondi Rettangolari Apparecchiature rimovibili Archi linguali Trazioni extraorali Archi ausiliari di espansione

 

6-9

20-22

12-20

12-20

16-20

16-20

16-20

22 × 28

16 × 16 - 19 × 25

16 × 16 - 19 × 25

18 × 18 - 21 × 25

17 × 25 - 21 × 25

17 × 25 - 21 × 25

30-40

22-30

22-30

40

30, 36, 32 × 32 45, 51 36, 40

30, 36

32 × 32

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

357

Trave 2L 2L 1 1 Resistenza 1 2 / 2 / 4 Flessibilità 1 8
Trave
2L
2L
1
1
Resistenza
1
2
/ 2
/ 4
Flessibilità
1
8
1
1 / 4
Raggio d’azione
1
4
1
1 / 2

FIGURA 10.13 Cambiando sia la lunghezza della trave che il modo in cui è fissata, si influisce notevolmente sul- le sue proprietà. Raddoppiando la lunghezza di una trave sospesa (cantilever), si dimezza la sua resistenza, ma la si rende 8 volte più flessibile e il suo raggio d’azione aumenta di 4 volte. Più generalmente, la resistenza varia in modo inversamente proporzionale alla lunghezza. La flessibilità si modifica secondo il cubo del rapporto tra le lunghezze e il raggio d’azione secondo il quadrato di tale rapporto. Una trave sostenuta a entrambe le estremità risulta molto più resistente ma anche meno elastica di una sostenuta da una parte sola. Si noti che, a parità di ma- teriale e lunghezza, una trave rigidamente fissata a entrambe le estremità è 2 volte più resistente di una trave li- bera di scivolare sui suoi supporti, ma la sua elasticità si riduce di 1/4. Per questo motivo le proprietà elastiche de- gli archi ortodontici variano a seconda se sono legati strettamente o in modo lasso all’attacco.

A

se sono legati strettamente o in modo lasso all’attacco. A B FIGURA 10.14 Apparecchio rimovibile che
se sono legati strettamente o in modo lasso all’attacco. A B FIGURA 10.14 Apparecchio rimovibile che

B

FIGURA 10.14 Apparecchio rimovibile che incorpora molle libere (cantilever) per riposizionare il molare e il pri- mo premolare superiori. Si osservi che è stata inserita un’elice alla base delle molle per incrementarne la lun- ghezza e ottenere proprietà meccaniche più vantaggiose.

bastanza forti per resistere a una deformazione perma- nente possono essere troppo rigidi, creando due tipi di problema: la forza che essi esprimono è probabilmente troppo pesante all’inizio e decade rapidamente quando il dente comincia a muoversi. Un filo con flessibilità e rag- gio d’azione ottimali può, tuttavia, cessare di fornire una forza continua non appena viene distorto da una forza inadeguata, per esempio la prima volta che il paziente mangia. Il miglior equilibrio tra resistenza, flessibilità e raggio d’azione deve essere cercato tra le innumerevoli combinazioni di materiali, diametri e lunghezze dei fili. Quando si progetta una molla, la prima considera- zione da fare è quella di fornire una resistenza adeguata: il filo di dimensioni selezionate non deve deformarsi per- manentemente con l’uso. Come regola generale, è prefe- ribile usare un filo in acciaio per costruire le molle dire- zionali degli apparecchi rimovibili. Un grosso vantaggio può derivare dal fatto che tali molle si comportano come

cantilever: la loro flessibilità aumenta secondo il cubo del- l’incremento della loro lunghezza, mentre la loro resi- stenza diminuisce solo in modo direttamente proporzio- nale. Così, a un filo relativamente grosso, selezionato per la sua resistenza, si può conferire la voluta flessibilità, au- mentandone la lunghezza. In pratica, questo allungamento implica o l’avvolgi- mento del filo su se stesso o l’inserimento di un’elice, in modo da guadagnare lunghezza rimanendo nell’ambito delle dimensioni intraorali accettabili (Fig. 10.14). Natu- ralmente, la stessa tecnica può essere usata con gli archi; la lunghezza effettiva di un segmento viene misurata lungo il filo incorporato tra un supporto e l’altro e il filo non deve essere necessariamente rettilineo (Fig. 10.15). Inserire anse in un arco può richiedere molto tempo alla poltrona e questo rappresenta il maggiore svantaggio. Un altro modo per ottenere una migliore combina- zione di flessibilità e resistenza è quello di unire insieme

358

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

A

358 SEZIONE IV Biomeccanica e meccanica A B FIGURA 10.15 due espedienti: o inserendo anse nell’arco,
358 SEZIONE IV Biomeccanica e meccanica A B FIGURA 10.15 due espedienti: o inserendo anse nell’arco,

B

FIGURA 10.15

due espedienti: o inserendo anse nell’arco, come mostrato qui nell’arcata inferiore, per incrementare la lunghez- za del segmento di filo compreso tra due denti adiacenti; o usando fili di diametro piccolo intrecciati, come qui il- lustrato nell’arcata superiore. (B) Il raggio d’azione eccezionale e la curva forza-deflessione appiattita dei moder- ni archi superelastici A-NiTi permettono l’utilizzo di un filo intrecciato 0,014 o 0,016 per l’allineamento iniziale.

(A) Nell’ortodonzia fissa si possono migliorare l’elasticità e il raggio d’azione dei fili d’acciaio con

due o più capi di un filo sottile e quindi elastico. Per esem- pio, due fili in acciaio di 10 mil potrebbero sopportare in- sieme un carico doppio di quello tollerato da un unico filo, prima che sopraggiunga una deformazione permanente, ma se ogni filo venisse piegato senza essere limitato dal- l’altro, la flessibilità non cambierebbe. L’origine dell’ap- parecchiatura twin wire (v. Cap. 12) deriva proprio dall’os- servazione che una coppia di fili in acciaio di 10 mil offre un’elasticità e un raggio d’azione eccellenti per allineare i denti e una resistenza adeguata che un solo filo non possie- de. In tempi recenti, due o più capi di fili sottili in acciaio, intrecciati in un’unica unità, sono entrati nell’uso comune (Fig. 10.15). Le proprietà del filo intrecciato (multistrand) dipendono sia dalle caratteristiche di ogni singolo capo, che dall’entità del legame con cui i capi sono intrecciati tra loro. Gli attuali fili intrecciati possiedono una straordina- ria combinazione di resistenza ed elasticità.

L’eccezionale flessibilità dell’A-NiTi lo rende parti- colarmente efficace, rispetto ai fili in acciaio, nelle fasi ini- ziali del trattamento, quando i denti sono disallineati. Un arco continuo in NiTi presenta infatti proprietà migliori dei fili intrecciati in acciaio e proprietà simili agli archi in acciaio con anse. Il TMA, con caratteristiche intermedie tra il NiTi e l’acciaio, è meno utile di altri nella prima fase

di trattamento con apparecchiature fisse. Le sue eccezio-

nali proprietà lo rendono, tuttavia, molto utile nelle fasi finali del trattamento. È possibile, e spesso desiderabile, condurre la terapia ortodontica con una serie di fili ap- prossimativamente delle stesse dimensioni, usando una sequenza di NiTi, TMA e acciaio. La scelta degli archi nelle diverse situazioni sarà discussa in dettaglio più avan- ti in questo capitolo e nei Capitoli dal 16 al 18.

Forze elastiche originate da gomma e materie plastiche

Fin dall’inizio gli elastici in gomma sono stati impiegati

in ortodonzia per trasmettere forze dall’arcata superiore

a quella inferiore. La gomma ha la peculiarità di possede- re un raggio d’azione elastico molto ampio, cosicché il grande stiramento di questi elastici, quando il paziente apre la bocca, può essere facilmente tollerato senza che venga alterato l’apparecchio. Gli elastici possono anche essere rimossi e posizionati dal paziente più facilmente di quanto non sia possibile fare con una molla pesante. Più recentemente, gli elastomeri in gomma o in materie pla- stiche sono stati usati anche per chiudere gli spazi intra- arcata. Analizzando il materiale, il problema principale è che qualsiasi tipo di gomma assorbe l’acqua e si deteriora nel- l’ambiente orale. 11 La gomma che viene impiegata per

produrre gli elastici abitualmente usati in casa e in ufficio inizia a deteriorarsi nella bocca già dopo le prime due ore e

la maggior parte della sua elasticità viene persa entro le

prime 12-24 ore. Sebbene in passato gli elastici ortodonti-

ci fossero costituiti da questo materiale, sono stati ampia-

mente sostituiti da quelli in lattice, che hanno una vita me- dia di azione 4-6 volte superiore. Attualmente in ortodon- zia vengono usati solo elastici in lattice.

in ortodon- zia vengono usati solo elastici in lattice. FIGURA 10.16 Moduli elastici usati per trattenere

FIGURA 10.16

Moduli elastici usati per trattenere il filo nel bracket.

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

359

Gli elastomeri plastici sviluppati negli anni ’60 sono divenuti disponibili per scopi ortodontici negli anni ’70 e vengono attualmente commercializzati sotto diversi mar- chi. In molti casi, piccoli moduli elastici sostituiscono le legature metalliche usate per mantenere il filo nei bracket (Fig. 10.16) e vengono adoperati per applicare forze per chiudere gli spazi. Come la gomma, tuttavia, gli elastome-

ri tendono a perdere le loro proprietà elastiche dopo un periodo relativamente breve di permanenza nella bocca. 12 Questo aspetto non impedisce loro di adempiere in modo adeguato alle funzioni sopra indicate. Si deve semplice- mente ricordare che le forze espresse quando si usano di- minuiscono rapidamente e devono essere pertanto consi- derate di tipo discontinuo più che continuo. Sebbene sia

A

derate di tipo discontinuo più che continuo. Sebbene sia A B C D E F G
derate di tipo discontinuo più che continuo. Sebbene sia A B C D E F G

B

C

di tipo discontinuo più che continuo. Sebbene sia A B C D E F G FIGURA
di tipo discontinuo più che continuo. Sebbene sia A B C D E F G FIGURA

D

E
E
F
F
G
G

FIGURA 10.17 I magneti possono essere utilizzati con successo per determinare sia il movimento den- tale che qualsiasi tipo di cambiamento della posizione delle basi ossee che comporta degli effetti sulla cre- scita. (A, B) Magneti incollati a singoli denti utilizzati per la chiusura degli spazi; (C, D) utilizzo di magneti in attrazione che servono per estrudere un premolare danneggiato; (E-G) utilizzo di magneti in un’appa- recchiatura funzionale che determinano una forza intrusiva nel settore posteriore ed una estrusiva ante- riormente, in modo tale da chiudere il morso aperto e produrre una rotazione in alto e avanti della mandi- bola. (Per gentile concessione del Dr. MA Darendeliler.)

360

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

possibile chiudere ampi spazi all’interno di un’arcata at- traverso meccaniche di scorrimento dentale impiegando

elastici o catenelle elastiche, tuttavia lo stesso spostamen-

to

può essere ottenuto più efficacemente utilizzando mol-

le

in A-NiTi, che esprimono una forza pressoché costante

nell’ambito di un ampio raggio d’azione.

Magneti come fonte di forza ortodontica

I magneti, messi in uno stato di repulsione o attrazione, possono generare delle forze di grandezza sufficiente per

lo spostamento dentale ed avrebbero il vantaggio di forni-

re dei livelli di forza predicibili senza necessitare di un contatto diretto e senza il limite posto dall’attrito. Fino agli anni ’80, periodo in cui si sono sviluppati i magneti a terre rare, i magneti che garantissero una forza sufficiente ad una distanza di separazione ragionevole risultavano sempre troppo ingombranti per gli scopi ortodontici. Ne- gli ultimi anni, con la disponibilità di magneti sempre più piccoli ed efficienti, è aumentato l’interesse nei confronti delle possibilità di impiego delle forze magnetiche in campo ortodontico. Due sono le questioni ancora aperte riguardo l’utilizzo dei magneti come fonte di forza ortodontica: le loro im-

plicazioni biologiche e la loro efficacia clinica. 13 Sebbene i materiali delle terre rare siano potenzialmente tossici, i magneti possono essere utilizzati nel cavo orale; essi devo- no però essere protetti per prevenirne la corrosione, an- che se non è stato dimostrato alcun loro effetto citotossico diretto. In ogni caso, a fronte dei possibili effetti dannosi

ci possono essere alcuni effetti vantaggiosi, che derivano

dall’influenza dei campi magnetici sull’attività cellulare. Alcuni dati rilevati tramite esperimenti su animali riporta- no che i campi magnetici statici, come quelli pulsanti, au- mentano la percentuale di formazione ossea e possono ac- celerare l’entità del movimento dentale. 14 Altri esperi- menti hanno evidenziato un decremento del numero di

cellule epiteliali e un riassorbimento della superficie ossea corticale in presenza di magneti posti a stretto contatto con la pelle e con le superfici ossee. 15 Con l’introduzione

di magneti piccoli per creare forze ortodontiche, si è ri-

solto il problema della sicurezza, ma i deboli campi ma- gnetici che questi magneti di ridotte dimensioni produco-

no sono piuttosto diversi da quelli che influenzano la for- mazione ossea; ne consegue con certezza la formazione di effetti indiretti e indesiderati sul rimodellamento osseo e sullo spostamento dentale. Non c’è più alcun dubbio che i magneti siano effettiva- mente efficienti da un punto di vista clinico. Infatti pro- ducono delle forze appropriate per lo spostamento denta-

le ortodontico e possono essere impiegati per aprire o

chiudere gli spazi all’interno delle arcate dentali, simulan- do l’effetto degli elastici di II o III Classe o i cambiamenti

posturali delle basi ossee (Fig. 10.17). Potenzialmente un’applicazione molto interessante consiste nel portare in arcata i denti inclusi perché, se un magnete venisse attac-

cato ad un dente incluso quando viene esposto chirurgica- mente, non sarebbe necessario mantenere una connessio- ne fisica ingombrante. Rimangono comunque due problemi principali per l’utilizzo dei magneti nell’impiego ortodontico quotidia- no. Il primo consiste nel fatto che perfino i magneti più piccoli sono piuttosto ingombranti se paragonati, per esempio, ad una molla NiTi. Il secondo problema è che la forza segue la legge dell’inverso del quadrato della distan- za (per esempio, la forza cambia al quadrato della distanza tra i magneti). La riduzione o l’aumento della forza quan- do i denti si spostano può diventare un problema se i ma- gneti sono inizialmente troppo vicini. Nel prossimo futuro l’ambito di utilizzo dei magneti in campo ortodontico sarà più o meno ampio a seconda che ad essi possano essere riconosciuti effetti biologici. Come semplici fonti di forza, i magneti non potranno che essere utilizzati nei soli casi particolari, dove la loro dimensione relativa e le caratteristiche della forza prodotta non rap- presenterebbero un problema. Ma se apparisse evidente che i campi magnetici piccoli modificano la risposta bio- logica in modo favorevole, i magneti potrebbero diventa- re uno strumento importante nella terapia ortodontica.

ELEMENTI PROGETTUALI DEGLI APPARECCHI ORTODONTICI
ELEMENTI PROGETTUALI
DEGLI APPARECCHI ORTODONTICI

Due punti di contatto e controllo della posizione radicolare

Definizione. Prima di iniziare la discussione sul control- lo della posizione radicolare, è necessario comprendere alcuni termini fisici di base che devono essere usati nella trattazione.

Forza: un carico che, applicato a un oggetto, tenderà a spostarlo in una posizione diversa dello spazio. La for- za, sebbene sia definita propriamente in newton (mas- sa × accelerazione di gravità), è solitamente misurata in unità di peso come grammi od once.

Centro di resistenza: un punto nel quale la resistenza al movimento di un oggetto può essere immaginata tutta concentrata in termini di analisi matematica. Per un oggetto libero nello spazio, il centro di resistenza coin- cide con il centro della sua massa. Se l’oggetto è par- zialmente vincolato, come nel caso di una palizzata in- fissa nel terreno o di un dente le cui radici sono inseri- te nell’osso, il centro di resistenza sarà determinato dal tipo di costrizione esterna. Il centro di resistenza per un dente si trova circa nel punto di mezzo della porzione radicolare inserita nell’osso (a metà circa tra l’apice radicolare e la cresta dell’osso alveolare) (Fig. 10.18).

Momento: una forza che agisce a distanza. Un momento è definito come il prodotto della forza per la distanza

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

361

= Centro di rotazione = Braccio del momento 50 g
= Centro di rotazione
= Braccio del momento
50 g

FIGURA 10.18 Il centro di resistenza di ogni dente è localizzato ap- prossimativamente nel punto di mezzo della porzione radicolare inclu- sa nell’osso alveolare. Se si applica una forza alla corona, il dente non trasla solamente ma ruota attorno al suo centro di resistenza, perché con una forza che agisce a distanza si viene a creare un momento. La distanza perpendicolare tra il punto di applicazione della forza e il cen- tro di resistenza rappresenta il braccio del momento. La pressione nel legamento parodontale risulta più elevata a livello della cresta alveo- lare e della regione apicale opposta (v. Fig. 9.9).

perpendicolare tra il punto di applicazione della forza e il centro di resistenza, e quindi è misurato in g/mm (o misure equivalenti). Se la linea di applicazione della for- za non passa attraverso il centro di resistenza si viene a creare necessariamente un momento. La forza in questo caso non solo tende a far traslare l’oggetto muovendolo in una posizione differente, ma induce anche una rota- zione attorno al suo centro di resistenza. Questa situa- zione si riscontra naturalmente quando una forza è ap- plicata alla corona del dente (v. Fig. 10.18). Il dente non è solo spostato nella direzione della forza, ma ruota an- che attorno al suo centro di resistenza (il dente infatti si inclina mentre si sposta).

Coppia: due forze di uguale intensità e con direzione opposta. La risultante dell’applicazione di queste due forze è un momento puro, poiché gli effetti traslatori delle forze si annullano reciprocamente. Una coppia produce quindi una rotazione pura, facendo girare l’og- getto attorno al suo centro di resistenza, mentre la combinazione di una coppia e di una forza può modifi- care il modo in cui l’oggetto ruota mentre è in movi- mento (Fig. 10.19).

Centro di rotazione: il punto attorno al quale avviene la rotazione mentre l’oggetto si sta muovendo. Se vengo- no applicate contemporaneamente una forza singola e una coppia a un oggetto, il centro di rotazione può es- sere controllato e posizionato nel punto desiderato. Con l’applicazione di una forza e di una coppia alla co- rona di un dente, infatti, si può ottenere un movimento corporeo del dente stesso o produrre un movimento ra- dicolare più ampio di quello coronale (v. Fig. 10.19).

Forza, momento e coppia nel movimento dentale. Consideriamo il problema clinico posto dall’arretramen- to di un incisivo centrale superiore protruso. Quando vie- ne applicata una forza singola di 50 g alla corona di que- sto dente, per esempio con una molla incorporata in un apparecchio rimovibile, si viene a creare un sistema di

Centro di rotazione 50 15 mm (200) (150) 50 g 5 mm 50 37,5 g
Centro di rotazione
50
15 mm
(200)
(150)
50 g
5 mm
50 37,5
g
Coppie
Coppie + forze nette
8

FIGURA 10.19 Una coppia, come illustrato a sinistra, è definita come l’insieme di due forze di uguale intensità ma con direzione opposta. L’applicazione di una coppia produce una rotazione pura. Clinicamen-

te, due forze disuguali applicate alla corona di un dente per controlla-

re la posizione della radice possono essere considerate equivalenti al-

l’insieme di una coppia e di una forza singola necessarie per muovere

il dente. Se una forza di 50 g fosse applicata sulla superficie vestibo-

lare di un incisivo a 15 mm dal suo centro di resistenza, verrebbe pro- dotto un momento di 750 g/mm (momento della forza, o M f ), con con- seguente tipping del dente. Per ottenere un movimento corporeo, è necessario creare un momento (il momento della coppia, o M c ) di

uguale intensità ma con direzione opposta al movimento originale. Un modo per ottenere ciò potrebbe essere quello di applicare, a 22 mm

dal centro di resistenza, una forza di 37,5 g che spinga il margine inci- sale in direzione vestibolare, creando quindi un momento di 750 g/mm

in direzione opposta, cosicché il sistema sia equivalente a una coppia

con una forza globale di 12,5 g che muove il dente lingualmente. Con

questo sistema di forze il dente non si inclina, ma con una forza glo- bale così leggera il movimento è minimo. Per ottenere una forza di 50

g in grado di indurre uno spostamento effettivo, sarebbe necessario

usare 200 g contro la superficie vestibolare e 150 g nella direzione op- posta contro il margine incisale. È difficile controllare forze di tale in- tensità senza un’apparecchiatura fissa.

forze che induce un momento di 750 g/mm (v. Fig. 10.19). In questo modo la corona viene arretrata più del- l’apice radicolare, il quale si muove leggermente nella di- rezione opposta. (Si tenga presente che una forza tende a spostare l’intero oggetto, anche se il suo orientamento si modifica a causa della rotazione che avviene simultanea- mente attorno al suo centro di resistenza.) Se si desidera mantenere l’inclinazione del dente mentre lo si arretra, sarà necessario superare il momento inavvertitamente creato quando la forza è applicata alla corona. Un modo per diminuire la grandezza del momento è quello di applicare la forza il più possibile vicino al centro di resistenza. In ortodonzia non è possibile applicare la forza direttamente alla radice, ma un effetto simile può es- sere ottenuto costruendo un attacco che presenti un brac- cio rigido al di sopra della corona. In questo modo la linea d’azione della forza può passare vicino o attraverso il cen- tro di resistenza. Se il sistema è perfettamente rigido, l’ef- fetto è quello di ridurre o eliminare il momento e quindi il tipping (Fig. 10.20). Dal momento che è difficile rendere il braccio di leva sufficientemente lungo tale da eliminare completamente il tipping, questa procedura rappresenta solo una soluzione parziale che crea qualche problema dal punto di vista dell’igiene.

362

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

362 SEZIONE IV Biomeccanica e meccanica FIGURA 10.20 Bracci di leva che si estendono verso il

FIGURA 10.20 Bracci di leva che si estendono verso il centro di resi- stenza; questi uncini sono parte del bracket e possono essere usati per accorciare il braccio del momento e ridurre la quantità di inclinazione (tipping) indotta quando si usano elastici o molle per far scorrere il den- te in senso mesiodistale lungo l’arco. Questa idea degli anni ’20 fu rein- trodotta come parte dell’iniziale tecnica straight wire. Sfortunatamente, quanto più lungo è l’uncino, tanto più efficace è meccanicamente, ma tanto maggiore è la possibilità che sorgano problemi di igiene con con- seguente irritazione gengivale e/o decalcificazione. Vi sono altri metodi più efficaci per il controllo del tipping.

A

C

altri metodi più efficaci per il controllo del tipping. A C Un altro modo per controllare
altri metodi più efficaci per il controllo del tipping. A C Un altro modo per controllare
altri metodi più efficaci per il controllo del tipping. A C Un altro modo per controllare

Un altro modo per controllare o eliminare il tipping consiste nel creare un secondo momento con direzione opposta al primo. Se viene applicato un secondo momento controbilanciante di uguale intensità rispetto al momento prodotto dalla prima forza, il dente rimane diritto e si spo- sta in modo corporeo. Dato che un momento può essere prodotto solo dall’applicazione di una forza a una certa di- stanza dal centro di resistenza, questo significa che la se- conda forza deve essere applicata alla corona del dente. Nel nostro esempio di un incisivo centrale protruso, la tendenza dell’incisivo a inclinarsi durante la retrazione può essere controllata dall’applicazione di una seconda forza sulla superficie linguale del dente, usando per esem- pio una molla inserita in un apparecchio mobile che spin- ga all’esterno sul versante linguale in prossimità del mar- gine incisale (v. Fig. 10.19). Da un punto di vista pratico, può essere difficile mantenere l’apparecchio mobile in se- de a causa dell’effetto dislocante di un paio di molle con un’attivazione pesante. La soluzione ortodontica abituale prevede l’uso di un apparecchio fisso, strutturato in modo che le forze possano essere applicate a due punti. Con i fi- li rotondi si utilizza una molla ausiliaria (Fig. 10.21). È più comune l’uso di un arco rettangolare che si adatta nello

comune l’uso di un arco rettangolare che si adatta nello B D FIGURA 10.21 Molle ausiliarie
comune l’uso di un arco rettangolare che si adatta nello B D FIGURA 10.21 Molle ausiliarie

B

D

FIGURA 10.21 Molle ausiliarie di raddrizzamento sono usate per posizionare le radici con la tecnica di Begg e le apparec- chiature da essa derivate. (A, B) Molle di raddrizzamento secondo la tecnica di Begg (che si adattano in uno slot verticale al di sotto dell’attacco), usate per la parallelizzazione radicolare nei siti di estrazione con l’apparecchiatura Combination-An- chorage. (C) Molle di raddrizzamento modificate (Sidewinder springs) che si avvolgono attorno all’attacco, da usare con l’ap- parecchiatura Tip-Edge. (D) Molle ausiliarie di raddrizzamento e arco ausiliario per il controllo del torque nell’arcata superio- re, durante il trattamento con l’apparecchiatura Tip-Edge. (A e B, per gentile concessione del Dr. WJ Thompson; D, per gen- tile concessione del Dr. PC Kesling.)

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

363

X
X

FIGURA 10.22 Un filo rettangolare inserito in uno slot rettangolare può generare il momento necessario per controllare la posizione radi- colare. Il filo è sottoposto a torsione quando viene inserito nello slot. I due punti di contatto sono localizzati sugli spigoli del filo, dove entra in contatto con l’attacco. Il braccio del momento è pertanto piuttosto pic- colo e le forze necessarie a creare un momento adeguato devono es- sere rilevanti. Considerando le stesse dimensioni dentali della Figura 10.18, una forza di 50 g diretta in senso linguale produrrebbe un mo- mento di 750 g/mm. Per bilanciare tale momento con uno di uguale entità ma opposto e con uno slot di 0,5 mm, è richiesta una forza di torsione di 1500 g.

slot rettangolare del bracket, dato che in tal modo è possi- bile ottenere il sistema di forze necessario con un singolo filo (Fig. 10.22). Si noti che in questa situazione i due punti di contatto corrispondono ai margini opposti del filo rettangolare. I bracci della coppia sono abbastanza piccoli, pertanto le forze applicate a livello del bracket necessarie per pro- durre il momento compensatorio sono abbastanza gran- di. Se viene utilizzato un filo rettangolare per arretrare gli incisivi centrali in modo corporeo, la forza di arretra- mento dovrebbe essere piccola, ma le forze torcenti sul- l’attacco devono essere grandi abbastanza per creare un momento.

Rapporto tra forza-momento e controllo della posi- zione radicolare. L’analisi precedente dimostra che il

controllo della posizione radicolare durante il movimen-

to richiede sia una forza per muovere il dente nella dire-

zione voluta sia una coppia necessaria per produrre il mo-

mento controbilanciante che serve a controllare la posi-

zione radicolare. Tanto più intensa è la forza, tanto più grande deve essere il momento controbilanciante per prevenire il tipping e viceversa. 16 Probabilmente il modo più semplice per predire il tipo

di

movimento dentale consiste nel valutare il rapporto tra

il

momento prodotto da una forza applicata alla corona

dentale (il momento della forza, o M f ), e il momento con- trobilanciante generato da una coppia all’interno dell’at- tacco (il momento della coppia, o M c ). Come si vede nella Fig. 10.23, esistono le seguenti possibilità:

tipping puro (il dente ruota attorno al suo centro di resistenza)

0 < M c /M f < 1 tipping controllato (l’inclinazione del den- te cambia ma il centro di rotazione si allon- tana sempre più dal centro di resistenza e la radice e la corona si muovono nella medesi- ma direzione)

M c /M f = 0

∞ X X X X M M c /M /M f F 0 < M
X
X
X
X
M M
c /M
/M f F
0 < M c /M
0 M
/M F
M M
c /M C
/M f F
M
M
c /M
/M F
C
C f
C
f
= 0
< 1
= 1
> 1
= 0
1
= 1
1

FIGURA 10.23 Il rapporto tra le forze applicate per muovere un den- te (M f ) e il momento controbilanciante usato per controllare la posizio- ne radicolare (M c ) determina il tipo di movimento dentale. Se non si applica nessun momento M c controbilanciante, (M c /M f = 0) il dente si inclina attorno al suo centro di resistenza (tipping puro). Con l’incre- mento del rapporto momento-forza (0 < M c /M f < 1), il centro di rotazio- ne si allontana sempre più dal centro di resistenza (producendo quel- lo che è chiamato tipping controllato), mentre con un rapporto M c /M f = 1, il centro di rotazione si sposta all’infinito, determinando un movi- mento corporeo (traslazione). Se tale rapporto è M c /M f > 1, l’apice ra- dicolare arretra più della corona, producendo un torque radicololin- guale.

M c /M f = 1

movimento corporeo (movimento uguale della corona e della radice)

M c /M f > 1

torque (l’apice radicolare si muove di più della corona)

Il momento della forza viene determinato dalla gran- dezza della forza e dalla distanza del punto di applicazione della forza dal centro di resistenza. Per la maggior parte dei denti, questo è compreso tra gli 8 e i 10 mm, così M f

sarà 8-10 volte la forza. In altre parole, se viene applicata una forza di 100 g per muovere un dente, è richiesto un momento da 800 a 1000 g/mm (in base alla lunghezza del-

la radice e al supporto dell’osso alveolare) per ottenere un

movimento corporeo. Nella letteratura ortodontica, il rapporto tra la forza e la coppia compensatoria spesso è stato definito come: rapporto “momento/forza”. In que- sto senso il rapporto momento/forza compreso tra 1 e 7 produce un tipping controllato, il rapporto tra 8 e 10 ( che dipende dalla lunghezza radicolare) provoca un movi- mento corporeo e il rapporto superiore a 10 determina un’inclinazione radicolare, cioè il torque. Dato che la di- stanza dal punto di applicazione della forza al centro di re- sistenza può variare, il rapporto momento/forza deve es-

sere modulato qualora la lunghezza radicolare, l’entità del supporto osseo alveolare o il punto di applicazione della forza differiscano dal solito. In particolare il rapporto

M

c /M f descrive in modo preciso come il dente reagirà. Bisogna ricordare che quando una forza viene applica-

ta

ad un attacco in modo da farlo scorrere lungo il filo, co-

me spesso si verifica nella pratica ortodontica, la forza su- bita dal dente sarà minore di quella applicata all’attacco a causa della resistenza frizionale (v. descrizione successiva

364

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

a pag. 365). Le componenti importanti sono rappresenta-

te dalla forza netta ottenuta, dopo aver sottratto la resi- stenza frizionale, e dal momento associato ad essa. Vice- versa, quando si crea una coppia all’interno dell’attacco, raramente si prende in considerazione l’attrito.

facile sottostimare l’entità delle forze necessarie per

creare delle coppie bilanciate. Nell’esempio presentato precedentemente, se applichiamo una forza di 50 g per ar- retrare l’incisivo centrale, è necessario produrre un mo- mento di 500 g/mm per prevenire il tipping coronale. Per produrre un momento di tale intensità nell’ambito di un attacco con slot 18 mil (0,45 mm), l’arco deve produrre una forza torcente di 1100 g. Questa forza produce a livel- lo dell’attacco solo un momento puro, così il legamento non subisce forze pesanti, ma la sua intensità può essere sorprendentemente elevata, tanto che il filo deve essere letteralmente forzato all’interno dello slot.

È

Confronto tra bracket stretti e larghi dell’apparecchiatura fissa

Il controllo della posizione radicolare con un’appa-

recchiatura fissa è richiesto soprattutto in due situazioni:

quando la radice del dente richiede un torque vestibolo- linguale (come nell’esempio precedente) e quando è ne- cessario parallelizzare, con un movimento mesiodistale, le radici dei denti prossimi allo spazio di estrazione. Nella prima situazione, il momento necessario viene generato all’interno dello slot e l’elemento chiave è rappresentato dalle dimensioni dell’arco, mentre nella seconda si- tuazione il momento è generato tra un lato e l’altro del- l’attacco ed è quindi l’ampiezza di quest’ultimo a deter- minare la lunghezza del braccio del momento.

A parità di condizioni, quanto più ampio è l’attacco,

tanto più facile è produrre i momenti necessari per paral- lelizzare le radici in prossimità degli spazi di estrazione o per controllarne la loro posizione mesiodistale in genera- le. Immaginiamo di dover arretrare la radice di un canino nello spazio di estrazione di un primo premolare (Fig. 10.24). Con una forza di 100 g e una distanza di 10 mm dall’attacco al centro di resistenza è necessario un mo- mento controbilanciante di 1000 g/mm. Se il bracket su questo dente è largo 1 mm, sono necessari 1000 g di forza

Braccio del momento Angolo di contatto
Braccio
del momento
Angolo di
contatto

FIGURA 10.24 L’ampiezza del bracket posizionato su un dente de- termina la lunghezza del braccio del momento necessario per control- lare la posizione radicolare in senso mesiodistale. L’ampiezza del bracket influenza l’angolo di contatto tra il margine dell’attacco e l’ar- co. Tanto più ampio è il bracket, quanto più piccolo è l’angolo di con- tatto.

a ogni angolo dell’attacco; al contrario, se l’attacco è am- pio 4 mm saranno sufficienti 250 g di forza. Ciò assume una grande importanza pratica qualora si decida di chiudere gli spazi attraverso una meccanica di

scorrimento e ci si debba confrontare con l’attrito tra il fi-

lo

e l’attacco. Questa resistenza allo scorrimento (discussa

in

seguito in modo più dettagliato) è influenzata dall’in-

tensità della forza con cui l’attacco entra in contatto con il

filo e dall’angolo di contatto tra il filo e l’attacco (v. Fig. 10.24). L’attacco più ampio riduce sia la forza necessaria per creare il momento, che l’angolo di contatto, agevolan-

do così la chiusura degli spazi per scorrimento. Nonostante i vantaggi che i bracket più ampi offrono

nella chiusura degli spazi per scorrimento, esistono alcuni svantaggi. Tanto più ampio è il bracket, quanto minore è

la distanza interbracket tra denti adiacenti e quindi risulta

diminuita la lunghezza del segmento di arco compreso tra due attacchi. In questo modo, riducendo il segmento di arco (riducendo la lunghezza della trave, nella terminolo- gia usata precedentemente), si diminuisce sia la flessibilità che il raggio d’azione dell’arco. Per questa ragione l’uti- lizzo di bracket molto ampi è controindicato. In pratica, l’ampiezza massima di un bracket dovrebbe essere circa la metà dell’ampiezza del dente, ma anche bracket più stretti risultano vantaggiosi in presenza di disallineamenti, per- ché una distanza interbracket più ampia conferisce mag- giore flessibilità all’arco.

Influenza della dimensione dello slot del bracket nel sistema edgewise

L’uso di archi rettangolari in slot rettangolari fu in- trodotto da Edward Angle, col suo sistema edgewise, alla

fine degli anni ’20 (v. Cap. 12). L’apparecchio originale fu disegnato per essere utilizzato con archi in oro e lo slot 22 × 28 mil fu ideato per inserirvi archi rettangolari ap- prossimativamente delle stesse dimensioni. Nella filosofia

di trattamento di Angle, non era necessario chiudere gli

spazi con movimenti di scorrimento dentale, semplice-

mente perché egli non eseguiva estrazioni per scopi orto- dontici. D’altra parte, la capacità di produrre movimenti

di torque rappresentava uno dei principali obiettivi della

sua apparecchiatura, che fu progettata per ottenere con bracket stretti una forza adeguata e un sufficiente raggio d’azione nei movimenti torsionali, utilizzando archi in

oro 22 × 28. Quando gli archi in acciaio sostituirono quelli in oro, i calcoli tecnici di Angle non risultarono più validi, perché i fili in acciaio delle stesse dimensioni erano molto più rigi- di. Una soluzione fu quella di ridisegnare l’apparec- chiatura edgewise, ottimizzando la dimensione dello slot

in funzione delle proprietà dell’acciaio; quindi fu propo-

sta una riduzione dello slot da 22 a 18 mil. Anche con slot

di dimensioni più piccole, i fili in acciaio a pieno spessore

esercitano una forza leggermente superiore a quella del sistema edgewise originale, pur mantenendo proprietà di

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

365

base molto simili. Si può ottenere un buon torque con fili

in acciaio e attacchi edgewise con slot 18 mil.

D’altra parte, in una meccanica di scorrimento l’im- piego di fili in acciaio non a pieno spessore in un’appa-

recchiatura edgewise riduce l’attrito. In pratica, lo scor- rimento dei denti richiede una differenza di almeno 2 mil tra dimensione dell’arco e dello slot. La maggior resisten-

za di un arco 18 mil, rispetto a un arco 16 mil, può rappre-

sentare un vantaggio nelle meccaniche di scorrimento. Il filo 18 mil, usato per chiudere gli spazi con meccanica di scorrimento, presenta una dimensione ottimale nello slot 22 mil, ma si adatta in modo troppo preciso a quello 18 mil. Lo slot originale 22 mil risulta quindi estremamente vantaggioso quando si chiudono gli spazi, ma svantaggio- so nelle fasi successive, quando è necessario introdurre il

torque. Gli archi in acciaio da 21 mil (abbastanza vicini al-

la dimensione originale dello slot 22 mil) presentano una

flessibilità e un raggio d’azione per i movimenti di torsio-

ne così limitati che è quasi impossibile esercitare un tor- que effettivo con questo tipo di archi. L’impiego di attac- chi ampi per meglio controllare la chiusura degli spazi peggiora in realtà il problema del torque. L’inserimento di un’inclinazione accentuata in archi rettangolari più picco-

li, per esempio un 19 × 25, rappresenta una possibile alter-

nativa, anche se è spesso necessario ricorrere ad ausiliari per il torque (v. Fig. 10.21) quando si usano fili rettango- lari così piccoli rispetto ai bracket 22 mil. In questa situazione risulta chiaro il ruolo dei nuovi ar- chi in titanio. Se si dovessero utilizzare solo archi in ac-

ciaio, il sistema con slot 18 mil sarebbe più vantaggioso ri- spetto a quello con slot maggiore. Le leghe al NiTi supe- rano alcune delle limitazioni che nella fase di allineamen-

to si incontrano con bracket 22 mil, grazie alle loro eccel-

lenti capacità di ritorno elastico e resistenza alla deforma-

zione permanente, mentre gli archi rettangolari in NiTi e

beta-Ti sono più efficaci rispetto all’acciaio nelle fasi fina-

li del trattamento e nel controllo del torque. In breve, i

nuovi archi in titanio aiutano a superare i problemi legati all’uso di bracket con slot originale 22 mil.

ASPETTI BIOMECCANICI DEL CONTROLLO DELL’ANCORAGGIO
ASPETTI BIOMECCANICI
DEL CONTROLLO DELL’ANCORAGGIO

Quando si verifica uno scorrimento dentale lungo il filo,

si deve generare una forza che assolva due obiettivi: la for-

za deve superare la resistenza frizionale e deve creare il ri-

modellamento osseo che è alla base del movimento denta- le. Come è stato descritto nel Capitolo 9, il controllo della posizione dei denti di ancoraggio si ottiene meglio ridu- cendo al minimo la forza di reazione che si esplica su que- sti elementi. Purtroppo i denti di ancoraggio risentono spesso di tale reazione alla resistenza frizionale e al movi- mento dentale, perciò è molto importante controllare e ridurre al minimo l’attrito.

Effetti della frizione sull’ancoraggio

Quando due oggetti in movimento entrano in contatto, a

livello della loro interfaccia si produce una resistenza al movimento. La forza frizionale è proporzionale alla forza con cui le superfici aderiscono ed è proporzionale al tipo

superficie dell’interfaccia (ruvida o liscia, chimicamen-

reattiva o passiva, modificata da lubrificanti, ecc.). È in-

teressante notare che l’attrito è indipendente dall’area di contatto visibile. Questo perché tutte le superfici, a pre- scindere dalla loro levigatezza, presentano delle irregola- rità che sono ampie su scala molecolare e in corrisponden- za delle quali avviene l’effettivo contatto (Fig. 10.25). Questi punti, chiamati asperità, sopportano tutto il carico tra le superfici. Anche in presenza di carichi leggeri, la pressione locale sulle asperità può determinare una defor- mazione plastica di queste piccole aree. Di conseguenza, l’area di contatto è determinata dal carico applicato ed è direttamente proporzionale ad esso. Quando i due materiali scivolano l’uno sull’altro per l’applicazione di una forza tangenziale, i punti di giunzio-

di

te

ne tra i due materiali iniziano a separarsi. Il coefficiente di

attrito è proporzionale alla resistenza alla separazione del-

le giunzioni ed è inversamente proporzionale al carico di

snervamento del materiale (perché questo determina il grado di deformazione plastica delle asperità). Se lo scivo- lamento è lento, si verifica un fenomeno di stick-slip (ade- sione e scivolamento): prima viene raggiunta una forza

sufficientemente intensa da dividere le giunzioni e si veri-

Carico Asperità Deformazione Area di plastica giunzione
Carico
Asperità
Deformazione
Area di
plastica
giunzione

FIGURA 10.25 Quando due superfici rigide sono compresse tra loro

o scorrono l’una sull’altra, il contatto effettivo avviene solo a livello di un numero limitato di piccoli punti, chiamati “asperità”, che rappresen- tano la sommità delle irregolarità di superficie. Anche in presenza di carichi leggeri, come avviene in ortodonzia quando un arco è legato

nello slot, la pressione locale a livello delle asperità è tale da indurre la formazione di giunzioni tra le due superfici. Queste giunzioni si sepa- rano quando lo scorrimento comincia. Se due materiali di differente durezza scivolano l’uno sull’altro (per esempio un arco metallico in un attacco in ceramica), il coefficiente d’attrito è determinato soprattutto dalla forza di separazione e dal carico di snervamento del materiale più tenero. Quando il materiale più tenero scivola su quello di durezza maggiore (ancora l’arco in metallo nell’attacco in ceramica), piccoli frammenti del materiale più tenero aderiscono a quello più duro (v. Fig. 12.42), ma non si osserva l’“effetto solco” delle asperità (plowing effect), che può contribuire all’attrito totale. Sebbene le interconnes- sioni dovute alla rugosità di superficie contribuiscano all’attrito, in mol- te applicazioni ortodontiche sono del tutto trascurabili perché le su- perfici sono state rese abbastanza lisce. (Ridisegnata da Jastrzebski

Z: The nature and properties of engineering materials, ed 2, New York,

1976, John Wiley & Sons.)

366

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

fica un piccolo balzo, quindi le superfici si attaccano nuo- vamente fino a quando non sopraggiunge una forza ade-

Superfici dei fili e degli attacchi. L’esperienza degli

vità di superficie e che le caratteristiche chimiche di superficie influenzano in modo prevalente il comporta-

guata a separarle.

mento frizionale. Così il beta-Ti, con l’80% di titanio, ha

Due altri fattori possono influenzare la resistenza allo

un

coefficiente di attrito maggiore del NiTi al 50% di ti-

scorrimento: il grado di interconnessione tra le irre- golarità delle superfici, che ovviamente diventa più im- portante quando le asperità sono ampie o appuntite, e il modo con cui le asperità del materiale più duro si inse- riscono nella superficie di quello più tenero. Quindi la re- sistenza frizionale complessiva è data dalla somma di tre componenti: (1) la forza necessaria per separare le giun- zioni, (2) la resistenza causata dalle connessioni (inter- locking) dovute alla ruvidità delle superfici, (3) l’effetto solco (plowing) sulla forza frizionale totale. 17 In pratica, se i due materiali sono abbastanza lisci e di durezza simile, la frizione è determinata principalmente dalla prima com- ponente. L’attrito influisce in modo sorprendente sul controllo dell’ancoraggio in ortodonzia, soprattutto nella chiusura degli spazi con apparecchiature fisse. L’attrito tra il filo e i

tanio e la resistenza allo scorrimento rispetto all’acciaio è maggiore per entrambi. In alcune circostanze, la reazione del titanio presente nel beta-Ti è tale da “saldare a fred- do” il filo al bracket in acciaio, rendendo lo scorrimento impossibile. 19 Una soluzione a questo problema può essere quella di inserire degli ioni sulla superficie dei fili in titanio. L’inse- rimento di ioni (azoto, carbonio e altri materiali) è stato realizzato con successo per il beta-Ti e ha mostrato di mi- gliorare le caratteristiche delle protesi dell’anca. Nella pratica ortodontica, tuttavia, i fili NiTi e beta-Ti con ioni inseriti hanno fallito nel dimostrare la loro maggiore effi- cienza sia nell’allineamento iniziale che nella chiusura per scorrimento degli spazi, forse perché si crea un certo at- trito quando i denti si spostano per la flessione dell’osso sottoposto alla masticazione. 20, 21

bracket può essere ridotto modificando uno o più dei fat- tori sopra discussi, ma non può essere completamente eli-

Qualità delle superfici degli attacchi. La maggior parte

minato. È possibile misurare in laboratorio l’attrito esi-

dei

moderni attacchi ortodontici è costruita in acciaio per

stente tra diversi fili e attacchi e confrontare l’intensità della forza di attrito con quella richiesta per produrre lo spostamento dentale. I fattori che influenzano in modo significativo l’attrito nelle apparecchiature ortodontiche comprendono i se- guenti?

ultimi anni ’80 con i fili in titanio e gli attacchi in cerami- ca o plastica ha sottolineato quanto siano importanti le caratteristiche di superficie nel determinare l’entità del- l’attrito. I bracket in acciaio scorrono abbastanza bene sui fili in acciaio, ma la situazione non è altrettanto ottimale con alcune delle altre possibili combinazioni.

fusione o fresatura: quando vengono adeguatamente luci- dati, essi presentano delle superfici relativamente lisce ri- spetto ai fili in acciaio. Gli attacchi in titanio stanno en- trando sempre più nella pratica attuale, soprattutto per la loro migliore biocompatibilità; alcuni pazienti hanno del- le reazioni allergiche al nichel presente nell’acciaio e non riescono a tollerare tali apparecchiature. Fortunatamente molti soggetti allergici, che presentano una sensibilità cu- tanea al nichel, non hanno anche delle reazioni mucose, ma l’aumento del numero dei pazienti allergici sta co- munque diventando un problema. Nelle migliori condi- zioni, le caratteristiche di superficie degli attacchi in tita-

nio sono come quelle dei fili in titanio e la lucidatura de-

gli

slot interni agli attacchi risulta difficile, tanto che que-

Qualità delle superfici dei fili. Quando i fili NiTi furo-

scia se paragonata a quella dell’acciaio; pertanto, a parità

ste

aree ritenute critiche possono restare più rugose dei

no introdotti nel mercato per la prima volta, l’industria sostenne che avevano una superficie intrinsecamente li-

fili. La meccanica di scorrimento con gli attacchi in tita- nio può perciò risultare problematica, soprattutto se si utilizzano anche degli archi in titanio.

di

condizioni, essendo le interconnessioni tra le asperità

Gli attacchi in ceramica divennero molto popolari ne-

ridotte, il dente poteva scivolare con minor attrito lungo

gli

anni ’80 grazie alla loro migliore estetica, ma i proble-

un filo NiTi rispetto a un filo in acciaio inossidabile.

mi

connessi all’attrito ne hanno limitato l’utilizzo. Quelli

Questa affermazione è sbagliata, in quanto la superficie del NiTi è più rugosa (a causa di difetti della superficie e non della qualità della lucidatura) di quella del beta-Ti,

fatti in ceramica policristallina presentano delle superfici molto più rugose rispetto agli attacchi in acciaio. Il mate- riale ceramico ruvido e duro tende, durante lo scorrimen-

che a sua volta lo è maggiormente rispetto a quella del-

to,

a penetrare perfino nella superficie del filo in acciaio,

l’acciaio. Tuttavia è ancora più importante sottolineare

creando una notevole resistenza, e naturalmente la situa-

che per i fili ortodontici vi è poca o nessuna correlazione

zione è ancora peggiore usando i fili in titanio. 22 Sebbene

tra il coefficiente di attrito e la rugosità di superficie 18

gli

attacchi in ceramica monocristallina siano abbastanza

(l’interlocking e il plowing non sono componenti signifi-

lisci, possono addirittura danneggiare i fili durante la

cative della loro resistenza frizionale totale). Sebbene il NiTi abbia una rugosità (di superficie) maggiore, il beta-

meccanica di scorrimento e perciò hanno una resistenza frizionale maggiore. 23 Recentemente sono stati introdotti

Ti

presenta una forza di attrito più grande. Ne risulta che

attacchi in ceramica dotati di slot metallici: è un modo

il contenuto in titanio di una lega aumenta la sua reatti-

esplicito di riconoscere i problemi creati dall’attrito sulle

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

367

Resistenza allo scorrimento, RS (g)

superfici ceramiche (v. discussione sulle apparecchiature estetiche nel Cap. 12). È abbastanza probabile che gli attacchi in plastica com- posita entreranno nella pratica abituale nei prossimi anni. Infatti hanno il vantaggio di avere il medesimo colore dei denti e di non essere allergenici; inoltre, almeno teorica- mente, non dovrebbero avere caratteristiche di superficie così problematiche come quelli in ceramica. Sulla base dei

dati di laboratorio, si può affermare che il miglior coeffi- ciente di attrito va riconosciuto alla combinazione legatu- ra-attacco-filo, tutti in materiale composito estetico, che

ha mostrato prestazioni superiori rispetto alla stessa com-

binazione acciaio-acciaio. Quanto agli attacchi plastici in policarbonato, che sono stati introdotti in commercio da tempo, si deve rilevare che essi presentano delle superfici troppo molli e necessitano di slot metallici per avere delle caratteristiche anche solo parzialmente soddisfacenti.

Forza di contatto. La quantità di forza che si sviluppa tra filo e bracket influenza molto la quantità di attrito in due modi. Prima di tutto, se viene applicata una forza or- todontica a un dente, questo si piega lungo l’arco fino a quando gli spigoli del suo bracket non contattano il filo producendo un momento che impedisce ogni ulteriore

tipping (v. Fig. 10.24). Se si deve prevenire il tipping ini- ziale e si deve produrre un movimento corporeo, ogni fi-

lo con dimensioni inferiori a quelle dell’attacco inizial-

mente deve formare un angolo rispetto allo slot. Tanto

più grande è l’angolo, tanto maggiori saranno il momen-

to iniziale e la forza generata tra il filo e lo slot del brac-

ket. Come si può osservare nella Figura 10.26, l’attrito aumenta rapidamente con l’aumentare dell’angolo tra il bracket e il filo. Di conseguenza, le proprietà elastiche del filo influenzano l’attrito, soprattutto se l’angolazione

del bracket rispetto al filo aumenta. 24 Un filo più flessibi-

le si piega e quindi si riduce l’angolo tra il filo e l’attacco. Come è stato notato precedentemente, quando si ri-

corre a una meccanica di scorrimento è più facile ottenere

i momenti richiesti per controllare la posizione delle radi-

ci con dei bracket larghi; quanto più largo è il bracket,

tanto minore è la forza necessaria alle sue estremità per produrre il momento richiesto. Una forza più piccola ten-

de inoltre a ridurre in modo proporzionale l’attrito.

Una seconda forza, che tuttavia condiziona maggior- mente l’attrito, è la forza che trattiene il filo nell’attacco, cioè la forza prodotta dalla legatura che tiene il filo in po-

sizione. 25 Probabilmente questo spiega perché i dati di la- boratorio indicano che l’ampiezza dell’attacco non ha molto effetto sulla frizione. Ancora più importante è il fatto che in questo modo si evidenzia che lo scorrimento lungo il filo avviene più facilmente quando il sistema che

tiene il filo nell’attacco non stringe troppo forte l’attacco

al filo.

L’apparecchiatura edgewise moderna, che possiede un sistema autolegante nella parte superiore dell’attacco (v. Cap. 12 per una discussione più dettagliata), può presen-

300 300

0

0

300 300

0

0

0,018"/0,018: 0.018"/0.018: = = 1.8° 1,8° c c
0,018"/0,018:
0.018"/0.018:
= =
1.8°
1,8°
c c
0.016"X0.022"/0.022" 0,016"X/0,022"/0,022" = = 2.8° 2,8° c c 0 0 2 2 4 4 6
0.016"X0.022"/0.022"
0,016"X/0,022"/0,022"
= =
2.8°
2,8°
c c
0 0
2
2
4
4
6
6
8 8
10
12
12
14 14

Angolo di contatto, (°)

FIGURA 10.26 L’entità dell’attrito prodotto da un filo che scorre nel- l’attacco aumenta con l’aumentare dell’angolazione del filo attraverso lo slot di un attacco. Con un filo d’acciaio poco inserito nell’attacco d’acciaio si misurano circa 35 g di resistenza frizionale in condizioni di laboratorio, al di sotto dell’angolo critico in cui l’attrito inizia ad aumen- tare (in questa figura e anche nella Figura 10.27 si può osservare la si- militudine dei dati iniziali per le due combinazioni di filo/slot). La resi- stenza allo scorrimento può essere ridotta anche al minimo nel caso di contatti arco/slot tra acciaio e acciaio, ma non viene eliminata com- pletamente; come mostra la curva superiore per un arco nominale di 18 mil in uno slot 18, l’angolo critico è 1,8°. La resistenza allo scorri- mento aumenta in maniera lineare con l’aumentare dell’angolazione e per questo tipo di combinazione arco/attacco supera i 200 grammi a 12°. Per un arco 16 × 22 in uno slot 22 l’angolo critico è 2,8° e la resi- stenza a 12° è di circa 150 g (Ridisegnata da Kusy e Whitley: Angle Orthod. 69:71-80,1999.)

tare numerosi vantaggi, ma ovviamente il più importante consiste nella riduzione dell’attrito, che permette uno scorrimento più efficiente e perciò un miglior controllo dell’ancoraggio.

Grandezza dell’attrito. Il dato più importante che emerge da questa discussione è che l’attrito è presente in quantità significativa anche nelle migliori circostanze ed è quindi importante conoscerne l’entità. Si osservi nella Figura 10.27 che, se un filo in acciaio 19 × 25 è posto in un bracket con slot 22 e viene legato con un tipico filo da legatura, la resistenza minima allo scorrimento di un at- tacco singolo è di 100 g. 26 In altre parole, se si fa scorrere un canino lungo un arco per chiudere uno spazio di estra- zione e sono necessari 100 g di forza per questo movi- mento, servono altri 100 g circa per superare l’attrito (Fig. 10.28). La forza totale richiesta per indurre lo scor- rimento del dente è quindi doppia di quella prevista. La resistenza frizionale può essere ridotta ma non eliminata completamente, sostituendo la legatura tradizionale con

368

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

500 500 400 400 300 300 200 200 100 100 14/22 slot – 6 -6
500
500
400
400
300
300
200
200
100
100
14/22 slot
– 6
-6
– 4
-4
– 2
-2
0 0
2
2
4
4
6
6
8
8
10
10
12
12
14
14
Angolo di contatto relativo, ( - c ) (°)
=
c
16/18 slot
Passive
Active
Configurazione
Configurazione
Configuration,
Coan,
16
22/22 slot
passiva
attiva
<
<
>
>
c c
c c
18/18 slot
19 25/18 slot
Resistenza allo scorrimento, RS (g)

FIGURA 10.27 Dati ottenuti in laboratorio per valutare lo scorrimen- to di cinque diverse combinazioni arco/attacco, a livello dell’angolo di contatto critico in cui la resistenza all’attrito inizia ad aumentare (v. Fig. 10.26). Si noti che l’attrito è simile per tutte le combinazioni arco/at- tacco nella configurazione passiva al di sotto dell’angolo critico. È pos- sibile adattare un ipotetico arco 19 × 25 nello slot 18 dell’attacco, an- che se risulta stretto, perché il filo in genere è leggermente sottodi- mensionato, mentre lo slot dell’attacco è lievemente sovradimensio- nato. Con l’aumentare degli angoli di contatto si genera un attrito mag- giore per i fili legati stretti e minore per quelli legati in maniera più las- sa. In assenza del fenomeno del grippaggio, le combinazioni filo-at- tacco con minore clearance nel secondo ordine in definitiva si legano in modo peggiore rispetto a quelle con una clearance maggiore. (Ridisegnata da Kusy e Whitley: Angle Orthod 69:71-80, 1999.)

un attacco autolegante in modo tale che il filo sia tratte- nuto in modo più lasso. In termini di controllo dell’ancoraggio ortodontico, il problema creato dall’attrito non è tanto la sua presenza, quanto la difficoltà di conoscerne l’entità. Per far scorrere uno o più denti lungo un filo, il clinico deve applicare una forza sufficiente per superare l’attrito e produrre una ri- sposta biologica. È difficile superare la tentazione di sovra- stimare l’attrito e applicare quindi una forza maggiore per assicurarsi di ottenere un certo movimento dentale. Qual-

siasi forza superiore a quella necessaria per superare l’attri-

to sposta i denti di ancoraggio verso il plateau della curva

del movimento dentale (v. Fig. 9.17), per cui si verifica o uno spostamento indesiderato dei denti di ancoraggio o la

necessità di rinforzare l’ancoraggio con altri mezzi (per esempio trazioni extraorali). In un’apparecchiatura la fri- zione può essere evitata incorporando un’ansa nell’arco, in modo che i segmenti dell’arco si muovano assieme ai denti, e quindi questi non debbano scorrere lungo l’arco. Molle

di questo tipo vengono chiamate molle di arretramento se si

attaccano a un solo dente o anse di chiusura se collegano 2

segmenti di arco (Fig. 10.29). L’inserimento di anse nel-

l’arco rende l’apparecchio più difficile da realizzare e da usare clinicamente, ma elimina il problema del controllo

di ancoraggio determinato dall’attrito.

Forza reciproca 100 g – Movimento dentale 200 g 100 g – Attrito
Forza reciproca
100
g – Movimento dentale
200 g
100
g – Attrito

FIGURA 10.28 Per arretrare un canino lungo un arco, attraverso una meccanica di scorrimento, bisogna superare una quantità sconosciu- ta di attrito (da dati di laboratorio, approssimativamente è uguale alla forza necessaria per muovere il dente). Clinicamente, a causa dell’at- trito, aumentano i problemi per il controllo dell’ancoraggio, proprio per- ché l’entità dell’attrito non è nota. Spesso, in considerazione dell’attri- to, viene applicata una quantità di forza superiore a quella necessaria per produrre lo spostamento dentale, ma se questa risulta eccessiva sposta i denti di ancoraggio.

ma se questa risulta eccessiva sposta i denti di ancoraggio. FIGURA 10.29 Superiormente viene usata un’ansa

FIGURA 10.29 Superiormente viene usata un’ansa di chiusura per arretrare gli incisivi, mentre nell’arcata inferiore, per chiudere gli spa- zi, viene utilizzata una molla che permette all’arco di scorrere attra- verso il tubo molare. Le anse di chiusura sono modellate su un arco in acciaio, mentre i denti vengono fatti scorrere lungo il filo da molle in A-NiTi. Gli elastici di II Classe, tesi tra la zona posteroinferiore e quel- la anterosuperiore, contribuiscono a chiudere gli spazi sia superiori che inferiori.

Metodi per controllare l’ancoraggio

Dalla discussione precedente sui due aspetti biologici del- l’ancoraggio descritta nel Capitolo 9 e la presente revisio- ne sugli effetti frizionali, è evidente che esistono molte strategie per controllare l’ancoraggio. Quasi tutti i metodi usati in ortodonzia si confrontano con il problema rap- presentato dall’attrito. Consideriamoli in maggior detta- glio.

Rinforzo. Il grado di rinforzo dell’ancoraggio dipende dal tipo di movimento che si vuole ottenere. In pratica, ciò significa che le richieste di ancoraggio devono essere stabilite individualmente in ogni situazione clinica. Una volta che è stata stabilita la necessità del rinforzo, si in- cludono quanti più denti possibili nell’unità di ancorag-

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

369

meccanici nel controllo delle forze ortodontiche 369 FIGURA 10.30 Il rinforzo dell’ancoraggio può essere

FIGURA 10.30 Il rinforzo dell’ancoraggio può essere prodotto inse- rendo più denti della stessa arcata nell’unità di ancoraggio o utilizzando elastici tra le due arcate opposte per aiutare la realizzazione del movi- mento desiderato, come con gli elastici interarcata qui illustrati. Un rinforzo addizionale può essere ottenuto con forze extraorali, come la trazione applicata ai molari superiori per resistere alla spinta anteriore degli elastici.

gio. Per ottenere un movimento dentale differenziale si- gnificativo, il rapporto tra la superficie di PDL dell’unità di ancoraggio e la superficie di PDL dell’unità di movi- mento deve essere almeno di 2:1 in assenza di attrito e di 4:1 in presenza di questo. Ogni situazione in cui il rap- porto risulti inferiore produce una condizione che si avvi- cina al movimento reciproco. Ovviamente, un più elevato rapporto è desiderabile, qualora possa essere ottenuto. Un rinforzo di ancoraggio soddisfacente può essere ottenuto coinvolgendo denti dell’arcata antagonista nel- l’unità di ancoraggio. Il rinforzo può includere forze deri- vate da strutture poste al di fuori della bocca. Usiamo il consueto esempio della sede di estrazione di un premolare inferiore: è possibile stabilizzare tutti i denti dell’arcata superiore in modo che si possano muovere tutti corporal- mente come un unico gruppo e quindi tendere un elastico dalla zona superoposteriore a quella anteroinferiore, con- trapponendo il movimento dell’intera arcata superiore al movimento distale del segmento anteroinferiore (Fig. 10.30). In questo modo, aggiungendo l’intera arcata supe- riore si modifica il bilancio tra l’arretramento dei denti anteroinferiori e la mesializzazione dei denti posteroinfe- riori. Questo ancoraggio potrebbe essere ulteriormente rinforzato facendo portare al paziente una trazione ex- traorale (TEO) che eserciti una forza diretta posterior- mente sull’arcata superiore. La forza di reazione della TEO è dissipata sulle ossa della volta cranica, aggiun- gendo così la resistenza di queste strutture all’unità di an- coraggio. L’unico problema legato al rinforzo dell’anco- raggio esterno all’arcata è che, mentre le molle all’interno dell’arcata forniscono una forza costante, gli elastici tesi

forniscono una forza costante, gli elastici tesi FIGURA 10.31 L’arretramento del solo canino, come prima

FIGURA 10.31 L’arretramento del solo canino, come prima tappa nella chiusura dello spazio di estrazione in due fasi, è spesso usato per conservare l’ancoraggio, soprattutto quando viene adottata una meccanica di scorrimento.

tra un’arcata e l’altra producono una forza intermittente e le forze extraorali risultano ancora più intermittenti. Seb- bene questo fattore tempo possa diminuire il valore del rinforzo extraorale e interarcata, l’impiego di entrambi può risultare clinicamente utile.

Suddivisione del movimento desiderato. Un modo comune per migliorare il controllo dell’ancoraggio è quello di contrapporre la resistenza di un gruppo di den- ti a quella di un singolo dente, piuttosto che dividere l’ar- cata in segmenti più o meno uguali. Nel nostro solito esempio estrattivo, sarebbe perfettamente possibile ri- durre lo stress sull’ancoraggio posteriore arretrando il ca- nino singolarmente e contrapponendo il suo movimento distale al movimento di tutti gli altri denti all’interno del- l’arcata (Fig. 10.31). Dopo che il canino è stato arretrato, lo si può aggiungere all’unità di ancoraggio posteriore per arretrare gli incisivi. Il vantaggio di questo procedi- mento è che la forza di reazione viene dissipata sempre su un’ampia superficie di PDL dell’unità di ancoraggio; lo svantaggio è che la chiusura degli spazi in due tempi av- viene più lentamente. La suddivisione del movimento dentale migliora le condizioni di ancoraggio, indipendentemente dalla pre- senza di attrito e dalla localizzazione dello spazio nell’ar- cata. Se si desidera far scivolare in avanti i denti posterio- ri (nel qual caso i denti anteriori vengono a costituire l’u- nità di ancoraggio), il modo migliore di procedere è quel- lo di portare in avanti un dente alla volta. Muovendoli uno alla volta con una meccanica afrizionale anziché con una meccanica di scorrimento, si scarica meno stress sul- l’ancoraggio.

Tipping/uprighting (versione/raddrizzamento). Un’al- tra possibile soluzione per il controllo dell’ancoraggio è quella di inclinare i denti e quindi di raddrizzarli, piuttosto che muoverli corporalmente. Nel nostro esempio estratti- vo ormai familiare, ciò richiede nuovamente due tempi di trattamento. In primo luogo i denti anteriori subiscono un tipping distale, venendo contrapposti al movimento cor- poreo mesiale del segmento posteriore (v. Fig. 9.18). In un secondo tempo i denti inclinati vengono poi raddrizzati, muovendo le radici dei canini distalmente e conferendo un

370

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

torque linguale alle radici degli incisivi, con un ancoraggio stazionario nel segmento posteriore. Durante entrambe le fasi, è di estrema importanza mantenere le forze il più pos- sibile leggere, in modo che nel segmento posteriore le for- ze siano sempre al di sotto del livello ottimale, mentre i denti anteriori ricevono una forza ideale.

Strategie per il controllo dell’ancoraggio e dell’attri- to. Il controllo dell’ancoraggio è particolarmente im- portante quando devono essere arretrati degli incisivi protrusi. Lo scopo è quello di portare questi denti in po- sizione corretta, non necessariamente quello di arretrarli il più possibile. La quantità desiderata di arretramento incisivo deve essere attentamente pianificata per ogni pa- ziente in modo da selezionare la biomeccanica adeguata per il risultato desiderato. Questo argomento è discusso in modo più dettagliato nel Capitolo 17. A questo punto, tuttavia, è interessante considerare una situazione estrattiva abbastanza tipica, nella quale si desidera chiudere lo spazio di estrazione per il 60% con l’arretramento degli incisivi e per il 40% con la mesializza- zione dei posteriori (Fig. 10.32). Questo risultato può es- sere conseguito in tre modi: (1) chiusura dello spazio in un’unica fase con una meccanica afrizionale; (2) chiusura dello spazio in due fasi facendo scorrere il canino lungo l’arco e poi arretrando gli incisivi (come nella tecnica di Tweed originale); (3) chiusura dello spazio in due tempi:

iniziale tipping dei denti anteriori con un po’ di attrito e raddrizzamento successivo (come nella tecnica di Begg) (v. Capp. 12 e 16-18 per una discussione dettagliata di questa tecnica). L’esempio chiarisce l’importanza dell’attrito in una situazione clinica: il maggiore stress sull’ancoraggio che si osserva quando si ricorre a una meccanica di scorri-

40% 60%
40%
60%

FIGURA 10.32 Si desidera spesso che la chiusura dello spazio di estrazione di un premolare si verifichi per il 60% con la distalizzazione incisiva e per il 40% con il movimento mesializzante del molare e del secondo premolare. Questo risultato può essere ottenuto in tre modi:

(1) chiusura in una fase con meccanica afrizionale (anse di chiusura); (2) chiusura in due fasi con meccanica di scorrimento, arretrando il ca- nino singolarmente e, in un secondo tempo, i quattro incisivi (l’approc- cio classico di Tweed); (3) chiusura in due tempi con scorrimento, de- terminando prima il tipping del canino e degli incisivi e successiva- mente il loro raddrizzamento. Si possono ottenere buoni risultati clini- ci con tutti i tre metodi. Il costo dell’attrito nella chiusura degli spazi, con un’apparecchiatura ortodontica gestita adeguatamente, è pagato più in termini di aumento del tempo di trattamento che di diminuzione della qualità dei risultati.

mento deve essere compensato da un atteggiamento più

conservativo nel controllo dell’ancoraggio. Il prezzo viene

di solito pagato con un incremento del tempo di tratta-

mento. Una meccanica afrizionale, sebbene comporti una maggiore difficoltà nel preparare l’apparecchiatura, ri- chiede in genere un minor tempo di trattamento per la chiusura dello stesso spazio di estrazione. Si noti che le strategie per il controllo dell’ancoraggio si associano molto spesso a un particolare disegno dell’ap- parecchiatura ortodontica, che in molte situazioni viene letteralmente progettata a tale scopo. Le caratteristiche progettuali dell’apparecchiatura discusse in questo Capi- tolo hanno permesso lo sviluppo dell’apparecchiatura fissa contemporanea. L’approccio al controllo dell’ancoraggio, che è implicito nel disegno dell’apparecchiatura, individua per così dire la filosofia dell’apparecchio e questo termine non appare così insolito se visto in quest’ottica.

CONFRONTOTRA UN SISTEMA DI FORZE DETERMINATO ED UNO INDETERMINATO La legge dell’equilibrio afferma non solo
CONFRONTOTRA UN SISTEMA DI FORZE
DETERMINATO ED UNO INDETERMINATO
La
legge dell’equilibrio afferma non solo che per ogni for-
za
applicata esiste una reazione uguale e contraria, ma an-

che che la somma dei momenti in ogni piano dello spazio è uguale a zero. In altri termini, tutti i momenti, così come le forze ge- nerate dall’apparecchiatura ortodontica, devono essere bi- lanciati in tutti i tre piani dello spazio. Può essere molto difficile visualizzare il sistema di forze complessivo in am-

bito ortodontico; infatti, quando viene trascurata una componente importante del sistema si possono provocare facilmente movimenti dentali indesiderati e inattesi. Per sistema di forze statisticamente determinato si in- tende un sistema in cui i momenti e le forze possono es- sere distinti, misurati e valutati immediatamente, mentre un sistema statisticamente indeterminato risulta essere troppo complesso perché siano misurati in modo preciso tutti i momenti e le forze coinvolti nel sistema in equili- brio. In genere è possibile determinare solo la direzione dei momenti netti e approssimativamente i livelli di forza assoluti. Ciò rappresenta un problema maggiore in cam- po ortodontico piuttosto che nell’ambito ingegneristico, dato che l’eventuale azione del sistema è determinata an- che dalla risposta biologica. Per esempio, l’entità dello spostamento dentale dipenderà in gran parte dalla gran-

dezza delle forze applicate ai denti in ancoraggio e ai den-

ti che si vuole spostare, e non solo dalla differenza tra

queste forze. Se la forza applicata ai denti in ancoraggio è sufficientemente alta da posizionarli all’interno del pla- teau della curva pressione-risposta, si verificherà un mo- vimento dentale reciproco, indipendentemente dalla dif- ferenza pressoria applicata al legamento (v. Fig. 9.17). Similmente, se si verifica l’intrusione degli incisivi o l’e- strusione dei denti posteriori, questa è quasi interamente

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

371

200gm-mm

200 g-mm

5 mm 5mm 40gm 40 g 30mm 30 mm 40gm/2 sides 40 g/2 lati 20gm
5 mm
5mm
40gm
40 g
30mm
30 mm
40gm/2 sides
40 g/2 lati
20gm 30mm
20 g
30 mm

600gm-mm

600 g-mm

FIGURA 10.33 L’arco di intrusione costruito da un filo rettangolare che si adatta nei tubi rettangolari dei molari e si lega a livello del pun- to di contatto del segmento incisale rappresenta un esempio di un si- stema determinato a una coppia. Se l’arco viene attivato spingendolo verso il basso e legandolo sul settore incisivo in modo da rilasciare una forza intrusiva di 40 g (10 g per dente, 20 g per lato), e se la di- stanza dai tubi dei molari al punto di attacco anteriore è di 30 mm, ogni molare risentirà di una forza estrusiva di reazione di 20 g e di un mo- mento di 600 g-mm che angola distalmente le corone. Nel settore in- cisivo la forza creerà un momento di 200 g-mm che ruota le corone degli incisivi in senso vestibolare; inoltre a livello di ogni molare la for- za estrusiva crea anche un momento che lingualizza le corone. Se i tubi vestibolari dei molari sono posti a 4 mm in senso vestibolare dal centro di resistenza, si avrà un momento di 80 g-mm.

funzione dell’entità delle forze intrusive rispetto a quelle estrusive, non della loro direzione o della loro differenza. I sistemi di forze determinati sono perciò molto utili in ortodonzia, perché permettono di controllare meglio l’entità delle forze e delle coppie. Per praticità, i sistemi determinati in ortodonzia sono quelli che ad un’estremità creano una coppia, mentre dal- l’altra hanno solo una forza (non una coppia). Ciò signifi- ca che un filo che servirà come molla può essere inserito in un tubo o in un bracket da un lato, ma deve essere lega- to dall’altro lato, così che ci sia solo un punto di contatto (Fig. 10.33). Quando un filo viene legato nel bracket da entrambi i lati, si crea un sistema a due coppie statistica- mente indeterminato.

Sistemi ad una coppia

Nella pratica ortodontica, si possono ottenere dei sistemi ad una coppia qualora si verifichino due condizioni: (1) un’estremità del cantilever viene inserita nel bracket o nel tubo generalmente di un dente o di un segmento di stabi-

lizzazione dentale (per esempio nell’ancoraggio rinforza- to); (2) l’altra estremità della molla cantilever o dell’arco ausiliare viene legata al dente o al gruppo di denti che si vuole spostare, attraverso un singolo punto di applicazio- ne della forza. 27 In questa analisi i denti coinvolti nell’unità di ancorag- gio sono considerati come un unico segmento di stabiliz- zazione formato da un singolo dente multiradicolato, che possiede un unico centro di resistenza. È quindi impor- tante legare insieme i denti in un’unità di ancoraggio con un arco di stabilizzazione il più rigido possibile. Spesso i denti posteriori in entrambi i lati vengono connessi da un arco linguale rigido, in modo da creare un unico segmen- to di stabilizzazione posteriore. Se l’obiettivo è quello di spostare più di un dente, bisogna legare il segmento den- tale che si vuole spostare in modo tale da trasformare i sin- goli elementi dentali in un’unica unità.

Applicazioni della molla cantilever. Le molle cantile- ver vengono spesso utilizzate per portare in arcata dei denti che sono molto dislocati (impattati) (Fig. 10.34). Queste molle hanno il vantaggio di possedere un ampio raggio d’azione, con un decremento di forza minimo; man mano che lo spostamento dentale procede, offrono un controllo eccellente dell’entità della forza. Esistono però due svantaggi principali: (1) come tutti i presidi che hanno un ampio raggio d’azione, anche queste molle non possiedono un meccanismo di sicurezza. Se accidental- mente vengono deformate dal paziente, si può verificare uno spostamento dentale significativo nella direzione sbagliata; (2) il momento della forza di un dente impatta- to determina una rotazione della corona in senso lingua- le man mano che il dente viene portato verso il piano oc- clusale e ciò con ogni probabilità è un effetto indesidera- to. Sebbene si possa aggiungere un’ulteriore forza per ri- solvere questo problema, il sistema può complicarsi. Se il cantilever viene legato nell’attacco di un dente incluso in modo da creare una coppia che lo controlli meglio, il si- stema di forze diviene statisticamente indeterminato e l’entità della forza non viene così predicibilmente con- trollata.

Archi ausiliari di intrusione/estrusione. Un sistema ad una coppia viene in genere impiegato principalmente per creare un’intrusione degli incisivi erotti in maniera eccessiva. A tale scopo risulta di importanza critica forni- re una forza leggera ai denti che devono essere intrusi. Un arco intrusivo in genere comprende l’ancoraggio dei denti posteriori (i molari) oltre ai due o quattro denti in- cisivi che verranno intrusi (Fig. 10.35). Dato che la forza intrusiva deve essere leggera, anche la forza di reazione a livello molare sarà leggera, molto al di sotto dei valori di forza necessari per estrudere o tippare i denti di ancorag- gio. Negli adulti, in genere, vengono aggiunti anche i premolari all’unità di ancoraggio. Anche se è piuttosto facile attivare un arco ausiliare in senso estrusivo a livello incisale piuttosto che uno intrusi-

SEZIONE IV Biomeccanica e meccanica 1000gm-mm 1000 g-mm 50gm 50 g 250gm 50 g 50gm
SEZIONE IV
Biomeccanica e meccanica
1000gm-mm
1000 g-mm
50gm
50 g
250gm
50 g
50gm
250 g
250 g
250gm
A
20mm
20 mm

372

5mm

5 mm 250gm-mm 250 g-mm 250 g-mm 250gm-mm 50gm 50 g 5mm 5 mm 50
5 mm
250gm-mm
250 g-mm
250 g-mm
250gm-mm
50gm
50 g
5mm
5 mm
50 g
50gm
500 g-mm
500gm-mm

B

FIGURA 10.34 Un cantilever, costituito da un arco rettangolare che da un lato entra nel tubo rettangolare (o nell’attacco) mentre dall’altro viene legato ad un solo punto di contatto, costituisce un sistema determinato ad una coppia in cui si possono conoscere le forze e i momenti con precisione. (A) Visione laterale del sistema di forze creato da un cantilever per estrudere un canino su- periore impattato. Se la distanza tra il tubo molare e il bottoncino sul canino a cui viene legata la molla è di 20 mm, una forza estru- siva di 50 g a livello del canino crea sul molare una forza intrusiva di 50 g e anche un momento di 1000 g-mm, che determina una rotazione delle corone dei molari in avanti attorno al loro centro di resistenza. Se il tubo molare è lungo 4 mm, si può avere un mo- mento originato da una coppia formata da 250 g di forza diretti verso l’alto a livello dell’estremità mesiale del tubo e da 250 g di forza diretti verso il basso all’estremità distale del medesimo tubo. (B) Visione frontale dello stesso sistema di forze. Si consideri- no i momenti (torque) vestibololinguali creati dalla forza esercitata sul molare e sul canino. Se il centro di resistenza del canino è più linguale di 5 mm rispetto al bottoncino coronale, una forza estrusiva di 50 g crea un momento di 250 g-mm che ruota le coro- ne in senso linguale (effetto di solito non desiderato). A livello molare, se il centro di resistenza è posto 4 mm lingualmente rispet- to al tubo vestibolare, una forza intrusiva di 50 g crea un momento di 200 g-mm che determina una rotazione della corona in sen- so vestibolare. Ma se il canino incluso è più linguale di 10 mm rispetto alla superficie vestibolare del molare, attivando la molla es- sa subisce anche una torsione, e si generano 500 g-mm di inclinazione linguale delle corone molari. Il risultato a livello molare è un momento assoluto di 300 g-mm di torque negativo, le corone dei molari si inclinano in senso linguale e le radici in senso ve- stibolare. Se la molla rettangolare fosse legata nell’attacco del canino, si potrebbe ottenere un momento che inclina la sua radice in senso vestibolare, ma il sistema a due coppie che ne risulterebbe sarebbe di tipo indeterminato, e quindi non sarebbe più pos- sibile conoscere con esattezza le forze e i momenti coinvolti nel sistema.

A

20gm 20 g 20gm 20 g
20gm
20 g
20gm
20 g

600gm

600 g

200gm-mm 200 g-mm 5mm 5 mm 200gm-mm 200 g-mm 40gm 40 g 20 g 20gm
200gm-mm
200 g-mm
5mm
5 mm
200gm-mm
200 g-mm
40gm
40 g
20 g
20gm
20 g
20gm
10mm
10 mm

40gm

40 g

B

FIGURA 10.35 I due fattori implicati nell’azione di un arco intrusivo sono: il rapporto dei punti di applicazione della forza rispetto al centro di resistenza a livello del settore incisivo e la considerazione se gli incisivi sono liberi di inclinarsi in senso vestibolare mentre vengono intrusi, o se l’arco viene piegato dietro per produrre una inclinazione linguale delle radici. (A) Un arco intrusivo può essere legato in qualsiasi punto del settore incisivo. Se esso viene legato dietro agli attacchi degli incisivi laterali, la forza vie- ne applicata in linea col centro di resistenza, e non ci sarà alcun momento che ruoti gli incisivi in senso vestibololinguale. Gli ef- fetti sui denti di ancoraggio dovrebbero essere gli stessi di quelli ottenuti se un arco di intrusione fosse legato a livello della linea mediana (v. Fig. 10.33). (B) Se l’arco di intrusione fosse legato sulla linea mediana e fosse piegato dietro in modo tale da poter scorrere avanti nel tubo molare, produrrebbe come effetto un’inclinazione radicolare in senso linguale degli incisivi durante la lo- ro intrusione. L’equilibrio richiede che entrambi i momenti e le forze siano bilanciati in modo tale che i momenti sugli incisivi siano bilanciati da momenti simili sui molari di ancoraggio. Ognuno dovrebbe ricevere un momento di 100 g-mm che porti le corone in senso mesiale, e richiederebbe una forza di 10 g nella parte distale del tubo molare, se la distanza dal tubo al centro di resisten- za del molare fosse di 10 mm.

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

373

vo, questa azione viene raramente perseguita a livello cli- nico. Tuttavia la forza necessaria a garantire l’estrusione è quattro o cinque volte maggiore rispetto all’intrusione, cosicché anche la forza di reazione a livello dei denti di ancoraggio sarà maggiore, e quindi questi denti saranno meno stabili. Perciò il controllo preciso dell’entità della forza, che è il principale vantaggio di un sistema ad una coppia, diventa meno importante quando si desidera ef- fettuare un’estrusione. Quindi, se l’obiettivo è l’estrusio- ne, probabilmente non è vantaggioso ricorrere ad un si- stema complesso come quello costituito da un arco ausi- liario e segmenti di stabilizzazione.

Sistemi a due coppie

Un modo semplice per vedere gli effetti del cambiamento prodotto da un sistema determinato ad una coppia rispet- to a un sistema indeterminato a due coppie consiste nel-

A

M c

a un sistema indeterminato a due coppie consiste nel- A M c M f l’osservare gli

M f

l’osservare gli effetti di un arco intrusivo inserito negli at- tacchi degli incisivi piuttosto che legato con un singolo punto di contatto anteriore. 28 L’arco di utilità, diffuso da Ricketts e usato spesso per intrudere gli incisivi, ne è un buon esempio. Allo stesso modo di un arco intrusivo ad una coppia, l’arco intrusivo di Ricketts è costituito da un arco di forma rettangolare in modo da non ruotare nei tu- bi molari e non comprende i canini e i premolari; per esempio, consiste in un arco 2 × 4 (2 molari e 4 incisivi). Il lungo braccio d’azione fornisce proprietà eccellenti per il rapporto carico-deflessione, così che si può ottenere la forza leggera necessaria per l’intrusione. La differenza si verifica quando l’arco di utilità viene legato all’interno de- gli attacchi degli incisivi, creando un sistema a due coppie. Quando l’arco di utilità viene attivato per favorire l’in- trusione, il momento generato dalla forza intrusiva crea una vestibolarizzazione delle corone (Fig. 10.36). Un mo- do per evitare l’inclinazione vestibolare dei denti consiste

M c

evitare l’inclinazione vestibolare dei denti consiste M c M f + M c B C FIGURA

M f + M c

B

C
C

FIGURA 10.36 Un arco di utilità spesso è un arco di intrusione con una configurazione a due coppie, create legando l’arco di in- trusione rettangolare all’interno degli attacchi degli incisivi. Quando si utilizza questo presidio, non si riesce a conoscere in modo preciso l’entità delle forze e delle coppie, anche se l’attivazione iniziale dell’arco dovrebbe fornire circa 40 g di intrusione nel set- tore incisivo. (A) L’attivazione dell’arco di utilità posizionandolo negli attacchi crea una forza intrusiva, ed una forza di reazione del- la medesima entità sui molari di ancoraggio ed una coppia che inclina le corone distalmente. A livello incisivo il momento per in- clinare in senso vestibolare le corone (M f ) viene creato dalla distanza degli attacchi davanti al centro di resistenza; un ulteriore mo- mento nella stessa direzione viene creato dalla coppia all’interno dell’attacco (M c ) quando l’inclinazione dell’arco cambia nel mo- mento in cui viene inserito negli attacchi. Non si può conoscere il momento di questa coppia, ma è importante dal punto di vista clinico perché esso influenza l’entità della forza di intrusione. (B) Posizionando una piega da torque nell’arco di utilità si crea un momento che porta le corone in senso linguale e si controlla la tendenza dei denti ad inclinarsi in senso vestibolare mentre ven- gono intrusi; tale strategia può anche aumentare l’entità della forza intrusiva sul settore incisivo, la forza estrusiva e la coppia sui molari. (C) Legando dietro l’arco di utilità si crea una forza che lingualizza gli incisivi ed il momento di questa forza si oppone al momento della forza di intrusione. A livello molare si crea una forza che mesializza i molari insieme ad un momento che angola mesialmente le corone. Specialmente se è ancora presente una piega da torque, è difficile sapere con certezza quale momento prevarrà, o se la forza di intrusione sia adeguata. Con questo sistema a due coppie, le forze verticali possono diventare più pe- santi del desiderato e cambiare il rapporto tra l’intrusione degli incisivi e l’estrusione dei molari. (Ridisegnata da Davidovitch M, Rebellato J: Utility arches: a two couple intrusion system, Sem Orthod 1: 25-30,1995.)

374

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

nell’applicare una forza di distalizzazione sugli incisivi, che potrebbe creare un momento nella direzione opposta. Questa situazione si può verificare piegando o legando in- dietro l’arco di utilità intrusivo. Anche se si potesse otte- nere una forza di arretramento leggera, sarebbe meglio evitare qualsiasi forza che mesializzi i denti di ancoraggio. Un’altra strategia per controllare l’inclinazione vesti- bolare appare subito evidente: porre una torsione nel seg-

mento anteriore dell’arco di utilità, per portare gli incisivi

in senso linguale. 29 Esaminiamo ora gli effetti prodotti da

questo metodo (v. Fig. 10.36B): l’effetto di una coppia al- l’interno dell’attacco consiste nell’aumentare la forza in-

trusiva a livello incisale e anche la forza di reazione estru- siva sui molari. Sebbene si sappia con certezza che l’entità della forza intrusiva potrebbe aumentare, non si può sape-

re di quanto; però qualsiasi incremento altererebbe l’e-

quilibrio del movimento dentale e si potrebbe passare da un’intrusione desiderata degli incisivi, per la quale è fon- damentale il controllo attraverso l’uso di forze leggere, ad una estrusione dei denti di ancoraggio. Si noti che “la piega da torque” nell’arco di utilità pro-

duce due tipi di problemi: il primo si riscontra nella forza

di reazione generata dalla coppia all’interno degli attac-

chi; un aumento dell’entità della forza intrusiva spesso non è intuibile dalla modifica apportata al filo. Il secondo problema sta nel fatto che non si conosce mai con certezza l’entità delle forze di reazione, il che rende impossibile

l’adattamento preciso del filo d’arcata persino qualora se ne anticipi l’aumento. Entrambi gli effetti sono utili per spiegare come mai gli archi di utilità spesso producano un’intrusione del settore anteriore di entità insoddisfa- cente rispetto all’estrusione molare.

APPLICAZIONI DEI SISTEMI DI FORZE COMPLESSI (A DUE COPPIE)
APPLICAZIONI DEI SISTEMI DI FORZE
COMPLESSI (A DUE COPPIE)

Pieghe simmetriche e asimmetriche

Quando un arco viene inserito in due attacchi, le forze di equilibrio agiscono sempre su entrambi i bracket. Ci sono tre tipi di pieghe per attivare l’arco: 30

La piega a V simmetrica V-bend crea coppie uguali e op- poste a livello degli attacchi (Fig. 10.37). Anche le forze di equilibrio associate ad ogni attacco sono uguali e op- poste, perciò si annullano tra di loro. Una piega a V sim- metrica non è necessariamente posta in mezzo a due elementi dentali o a due gruppi di denti. Quando sono coinvolti due denti ma uno è più grande dell’altro (per esempio un canino rispetto ad un incisivo laterale), i momenti uguali e opposti richiederebbero di porre la piega più vicino al dente di dimensione maggiore, per compensare la distanza maggiore dell’attacco al suo centro di resistenza. La stessa regola sarebbe valida se i due gruppi dentali fossero stati creati legandoli tra loro

in modo tale da renderli equivalenti ad un unico dente

multiradicolato, come succede quando i denti posteriori sono raggruppati in un segmento di stabilizzazione e vengono utilizzati come ancoraggio per spostare il

gruppo dentale formato dai quattro incisivi. Una piega a

V dovrebbe essere ridotta nell’attivazione per compen-

sare la resistenza maggiore di un segmento.

La piega a V asimmetrica crea coppie diverse e opposte, e forze di equilibrio nette che intrudono un segmento ed estrudono l’altro (Fig. 10.38). Sebbene non si conosca con precisione l’entità delle forze coinvolte (dopo tutto questo è un sistema indeterminato), si può però stabilire l’entità relativa dei momenti e la direzione delle forze as- sociate in equilibrio. Gli attacchi in cui si verifica il mo- mento più elevato avranno una maggior tendenza a ruo- tare rispetto agli attacchi dove si creano dei momenti minori, e questo indicherà la direzione di equilibrio del- le forze. Quando una piega si pone più vicino ad una del-

le due unità equivalenti, il momento aumenta nell’unità più vicina e diminuisce in quella più distante, mentre le forze di equilibrio aumentano. Quando la piega viene posta in un arco ad un terzo della distanza tra due unità uguali, l’attacco più distante non sente alcun momento, ma solo una forza singola. Quando la piega è ancora più vicina ad uno dei due attacchi, su entrambi gli attacchi si producono dei momenti nella medesima direzione e le forze associate aumentano ulteriormente.

La step bend crea due coppie nella medesima direzione indipendentemente dalla sua posizione rispetto ai due attacchi (Fig. 10.39). La posizione di una piega a V è un fattore critico nel determinarne l’effetto, mentre la posi- zione di una step bend ha poco se non addirittura nessun effetto sull’entità dei momenti e delle forze in equilibrio.

Il reciproco rapporto in senso generale tra la posizione della piega e le forze con i momenti che sono prodotti vie- ne illustrato nella Tabella 10.7. Si noti che per le pieghe a V, la forza aumenta continuamente mano a mano che la piega viene decentrata. Per le step bend, dal momento che entrambe le coppie operano nella medesima direzione, la forza aumenta molto di più di quanto avverrebbe con una piega a V simmetrica. In condizioni di laboratorio, le forze e le coppie create da un sistema a due coppie possono essere valutate speri- mentalmente. 31 Con un arco in acciaio 0,016 e una distan- za tra gli attacchi di 7 mm (circa quella che si potrebbe trovare tra gli incisivi centrali con attacchi gemellari o tra gli attacchi vicini di un canino e un premolare), una step bend di soli 0,35 mm produrrebbe forze intrusive/estrusi- ve di 347 g e coppie di 1210 g-mm nella medesima dire- zione (v. Tab. 10.7). La deformazione permanente del filo potrebbe essere ottenuta con una step bend di 0,8 mm. Dal momento che l’entità di tale forza è eccessiva per l’in- trusione, è chiaro che prevarrà l’estrusione. Le forze verticali pesanti prodotte da quelle che gli or- todontisti considerano pieghe modeste in un arco leggero

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

375

A
A
meccanici nel controllo delle forze ortodontiche 375 A B FIGURA 10.37 ( A ) Una piega

B

FIGURA 10.37 (A) Una piega a V simmetrica viene posizionata a metà tra due unità che hanno la medesima resistenza al mo- vimento. Si creano dei momenti uguali e opposti e le forze intrusive/estrusive associate si eliminano a vicenda. (B) Per creare del- le coppie uguali e opposte, una piega a V deve essere posizionata verso l’unità che ha una resistenza maggiore al movimento; così una piega a V simmetrica tra un incisivo e un molare dovrebbe essere dislocata dalla parte del molare. Bisogna conoscere almeno approssimativamente i valori di ancoraggio dei denti o delle unità dell’arcata dentale per calcolare la posizione ideale del- le pieghe simmetriche o asimmetriche.

A

ideale del- le pieghe simmetriche o asimmetriche. A B FIGURA 10.38 ( A ) Una piega
ideale del- le pieghe simmetriche o asimmetriche. A B FIGURA 10.38 ( A ) Una piega

B

FIGURA 10.38 (A) Una piega a V asimmetrica crea un momento maggiore su un dente o su una unità dentale rispetto all’altra. Quando la piega viene spostata verso un dente, si verifica un momento maggiore sul dente più vicino ed uno minore sul dente più lontano. Quando la piega è posta ad un terzo della distanza tra i due attacchi, il dente più lontano risentirà solo di una forza, non di un momento. (B) Se la piega a V viene spostata più vicino ad un dente rispetto al punto distante un terzo, si creano dei momenti nel- la medesima direzione su entrambi i denti, invece che in direzione opposta. Una piega a V posta per parallelizzare le radici dei den- ti adiacenti non è in grado di agire se viene posizionata troppo vicino ad un dente.

TABELLA 10.7

Sistemi di forze step e V-bend.

 

Percentuale dello spazio totale tra gli attacchi più vicini

Momento sul dente lontano/ Momento sul dente vicino

Forza

Dati rilevati sperimentando acciaio 16, 7 mm di distanza, piega 0,35 mm

condizione generale

 

Forza

Momento

(g)

(g-mm)

Step bend

Tutti

1,0

XX

347

1210/1210

V-Bend

0,5

– 1,0

Nessuna

0

803/803

0,4

– 0,3

X

0,33

0

XX

0,29

353

2210/262

0,2

0,3

XXX

0,14

937

4840/1720

0,1

0,4

XXXX

(Da Burstone CJ, Koening HA: Am J Orthod Dentofac Orthop 93: 59-67, 1988.)

376

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

7mm

7 mm

376 SEZIONE IV Biomeccanica e meccanica 7mm 7 mm FIGURA 10.39 Una step bend posta tra

FIGURA 10.39 Una step bend posta tra due denti produce una forza intrusiva su un dente ed estrusiva sull’altro e crea delle coppie nella stessa direzione. A differenza delle pieghe a V, il fatto che la step bend non sia posizionata nel centro influenza sia le forze che le coppie.

spiegano perché l’estrusione rappresenta la risposta alle step bend negli archi continui. Una piega asimmetrica che ha il suo apice 0,35 mm sopra il piano degli attacchi pro- duce coppie di 803 g-mm senza forze intrusive e/o estru- sive ad un terzo della distanza, mentre ad un sesto della di- stanza si verificano forze intrusive/estrusive di oltre 900 g, con dei momenti molto grandi (v. Tab. 10.7); il risultato che ne consegue sarà, oltre al movimento radicolare, an- che l’estrusione. I momenti e le forze si riducono notevolmente quando aumenta la distanza interbracket. Per esempio, la stessa step bend a 0,35 mm che produce 347 g con 7 mm di spa- zio interbracket, produce solo 43 g di forza quando lo spa- zio interbracket è di 14 mm (forza che è ancora troppo grande per determinare una intrusione). Perfino con archi flessibili è necessaria una distanza interbracket che sia equivalente alla distanza dal primo molare all’incisivo la-

A

alla distanza dal primo molare all’incisivo la- A terale, per ottenere forze leggere efficaci per determinare

terale, per ottenere forze leggere efficaci per determinare l’intrusione. Distanze maggiori rendono la posizione del-

la piega a V di importanza minore. Con un’apertura inter-

bracket di 7 mm, spostando una piega a V di solo 1,2 mm dalla posizione centrale ad un terzo della distanza, viene eliminato completamente il momento prodotto sul bracket distante. Con uno spazio di 21 mm lo stesso erro-

re sarà pressoché trascurabile. È più facile perciò control-

lare un sistema a due coppie quando la distanza tra gli at- tacchi è relativamente ampia, come accade per esempio con un sistema 2 × 4 in cui sono coinvolti solo i molari e gli incisivi o i segmenti anteriori e i posteriori. Esiste inoltre un altro livello di complessità per un ar-

co a due coppie 2 × 4, a causa degli effetti tridimensionali che si producono quando l’arco comprende tutta l’arcata dai molari agli incisivi. La situazione rende particolar-

mente difficile l’analisi delle pieghe da torque. Servendosi

di un modello di analisi finito, Isaacson et al. hanno mo-

strato che il principio generale dell’analisi bidimensionale resta valido quando viene condotta un’analisi tridimen- sionale. 32 In un arco con un lungo braccio d’azione, come

un arco di utilità, una piega a V a livello dei molari produ-

ce un momento e delle forze associate di equilibrio signi-

ficativamente minori rispetto a quelle prodotte dalla piega

a V posizionata alla medesima distanza dal segmento inci-

sale. Inoltre, nell’analisi tridimensionale, quando la piega

a

V è posta più vicina di un terzo della distanza dai molari

o

dagli incisivi, non si creano momenti in direzione oppo-

sta, bensì i momenti sui molari e sugli incisivi avvengono nella medesima direzione. Ne risulta che gli effetti degli archi di utilità, in cui sono state poste delle pieghe com- plesse, sono addirittura ancor meno predicibili.

Archi di utilità e sistemi 2 × 4 per modificare la posizione degli incisivi

L’utilizzo di un arco di utilità a due coppie per cambiare la posizione verticale degli incisivi e i problemi che insorgo-

B
B

FIGURA 10.40 Una piega a V asimmetrica in un arco rettangolare, posta tra il primo molare e il settore incisivo, produce un mo- mento che ruota gli incisivi in senso vestibololinguale, con una forza intrusiva ma senza alcun momento sui molari e una forza estrusiva sugli incisivi. (A) Se il filo è libero di scorrere avanti nel tubo molare, il risultato sarà un tipping anteriore e una estrusio- ne degli incisivi. Talvolta ciò è auspicabile per la correzione di un crossbite anteriore in fase di dentizione mista. (B) Se l’arco vie- ne piegato dietro il molare in modo che non possa scorrere, l’effetto prodotto sarà un’inclinazione linguale delle radici, un’estru- sione degli incisivi e una forza mesializzante sui molari.

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

377

no nel controllo dell’intrusione sono stati presentati in sintesi precedentemente. I sistemi a due coppie lavorano meglio per altri tipi di movimento dentale, in cui l’entità della forza non deve essere controllata in modo così preci- so. Un sistema a due coppie per cambiare l’inclinazione degli incisivi può essere pianificato per produrre sia un movimento di tipping che di torque. Se un settore di arco dai molari agli incisivi viene attivato per ruotare gli incisivi attorno al loro centro di resistenza, le corone si sposteran- no vestibolarmente, mentre l’arco sarà libero di scorrere nei tubi dei molari (Fig. 10.40). 33 A volte questo rappre- senta un metodo utile per inclinare gli incisivi superiori in senso vestibolare al fine di correggere un morso incrociato anteriore nel periodo della dentizione mista (v. Cap. 14). Se l’arco viene piegato più posteriormente, l’effetto sarà quello di inclinare le radici degli incisivi in senso lin- guale e verrà creata una forza di reazione che tende a me- sializzare i molari; inoltre gli incisivi estruderanno, mentre i molari intruderanno e ruoteranno in senso linguale. Per quanto riguarda l’inclinazione radicolare degli incisivi, l’ampio raggio d’azione fornito da un sistema a due coppie 2 × 4 non crea necessariamente un vantaggio, specie quan- do non c’è niente che controlli gli effetti in senso verticale degli incisivi. Nei pazienti che presentano incisivi centrali superiori inclinati in senso linguale (come nella malocclu- sione di II Classe, divisione 2), si può utilizzare in maniera vantaggiosa un arco da torque ad una coppia (Fig. 10.41).

Movimento trasversale dei denti posteriori

Il morso incrociato posteriore dentale, che richiede una espansione o una contrazione dei molari, può essere cor-

retto con l’ausilio di un sistema di archi a due coppie. 34 In questo modo il segmento anteriore diventa l’unità di an- coraggio ed il movimento di uno o di entrambi i primi molari risulta auspicabile (Fig. 10.42). Ne consegue che è utile includere i canini nel settore di ancoraggio (per esempio, in tal caso serve un’apparecchiatura 2 × 6 piut- tosto che 2 × 4). Per raggiungere dei livelli di forza ade- guati e per controllare i momenti, è necessario utilizzare un ampio settore di arco che escluda i premolari. Sembra indicata, e spesso è l’unico metodo per correggere i cross unilaterali, la contrazione o espansione asimmetrica del- l’arcata. Come accade per altre applicazioni dei sistemi a due coppie, l’ampio raggio d’azione dell’apparecchiatura permette ai denti di muoversi ad una distanza considere- vole con una singola attivazione della stessa. Naturalmente lo svantaggio che ne consegue consiste nel fatto che il sistema non ha un meccanismo di sicurezza che lo interrompa.

Archi linguali come sistemi a due coppie

Un altro esempio di un’apparecchiatura a due coppie con- siste nell’arco linguale transpalatale (o nell’arco linguale mandibolare che non contatti i denti anteriori). 35 Gli archi linguali sono in genere utilizzati per impedi- re il movimento dentale piuttosto che per determinarlo; infatti è stato già descritto l’utilizzo di un arco linguale per stabilizzare i segmenti posteriori. Quando un arco lin- guale viene impiegato attivamente per spostare gli ele- menti dentali, servono delle particolari proprietà elasti- che (il che significa che si devono utilizzare un materiale e una dimensione dell’arco diversi rispetto a quelli utilizzati

A

dell’arco diversi rispetto a quelli utilizzati A B FIGURA 10.41 Un arco da torque ad una

B

FIGURA 10.41 Un arco da torque ad una coppia ideato da Burstone può essere molto efficiente per inclinare gli incisivi centrali superiori molto dritti (come nelle malocclusioni delle II Classi, divisione 2). (A) Un arco pesante di stabilizzazione viene inserito in tutti i denti eccetto che negli incisivi centrali; è conformato in modo tale che passi sotto gli attacchi degli incisivi centrali a contatto con la superficie vestibolare di questi denti, e viene legato dietro ai molari. Un arco legato negli attacchi degli incisivi centrali e at- tivato piegandolo verso il basso e fissandolo alle terminazioni ad uncino tra il primo molare e il secondo premolare è in grado di produrre il momento desiderato. (B) Dato che l’arco di stabilizzazione previene il tipping vestibolare e l’estrusione degli incisivi centrali, ne risulta che l’inclinazione radicolare in senso linguale avrà una forza ottimale e un’azione duratura. La forza di reazio- ne che intrude gli altri denti e li porta più avanti viene distribuita su tutti i denti rimanenti riducendone gli effetti.

378

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

A

378 SEZIONE IV Biomeccanica e meccanica A B FIGURA 10.42 Un’apparecchiatura può essere utilizzata per produrre
B
B

FIGURA 10.42 Un’apparecchiatura può essere utilizzata per produrre un movimento in senso trasversale dei primi molari per- manenti. In questo caso, il settore anteriore diventa il segmento stabile ed è importante includere i canini nell’unità di ancoraggio; i premolari, però, non possono essere legati all’arco senza comprometterne l’efficacia. L’ampio spazio posto tra il canino e il mo- lare è necessario per produrre le forze e i momenti desiderati in questo sistema a due coppie. (A) Una piega di pochi millimetri ri- volta verso l’esterno e dietro l’attacco del canino determina principalmente un’espansione dei molari, con scarso o addirittura nes- sun effetto sulla rotazione (con i segmenti diseguali, questo si verifica a circa un terzo della posizione tra le unità del sistema a due coppie). (B) Una piega effettuata dietro il canino, rivolta verso l’esterno ed associata ad un toe-in a livello del molare deter- mina un’espansione e una rotazione mesiovestibolare verso l’esterno del molare. (Ridisegnata da Isaacson RJ, Rebellato J: Sem Orthod 1:31-36,1995.)

per gli archi linguali di stabilizzazione). Spesso viene uti-

Un’attivazione asimmetrica tende a ruotare il molare ver-

lizzato un arco linguale flessibile, da 30 mil, per riposizio-

so

il lato più vicino alla piega e a spostarlo in senso mesia-

nare i molari; poi è necessario utilizzarne uno rigido da 36

le,

mentre il molare controlaterale viene distalizzato. Con

mil per stabilizzare i denti posteriori, mentre si verificano

questo tipo di attivazione unilaterale si potrebbe pensare

gli altri movimenti dentali. La sostituzione dell’arco lin-

di

ottenere un movimento netto distale dei molari; è stato

guale implicherebbe il cambiamento del tubo sulla banda dei molari; per evitare ciò, il modo più semplice consiste nell’utilizzare un arco 32 × 32 in TMA per il movimento attivo e un 32 × 32 in acciaio per garantire la stabilizzazio- ne: così entrambi si adatteranno bene nello stesso tubo

infatti suggerito che il clinico possa distalizzare un molare mentre ruota l’altro e, invertendo la procedura, spostare entrambi indietro. Tuttavia i dati clinici evidenziano che è improbabile il verificarsi di un movimento distale signifi- cativo che superi la distorotazione delle cuspidi vestibola-

linguale rettangolare. 36, 37 Gli archi linguali in generale e

ri;

per contro, è facile ottenere un movimento mesiale dei

questo metodo in particolare vengono descritti in detta- glio nel Capitolo 12. In qualunque modo venga costruito l’arco linguale e qualunque sia il tipo di inserimento, esso consiste in un si- stema a due coppie che presenta gli effetti di una piega a V simmetrica, asimmetrica o di una step bend. Spesso è me-

molari in ancoraggio. 38 Un arco linguale può anche essere attivato per dare torque radicolare in senso vestibolare o linguale (Fig. 10.44). Il torque simmetrico, qualora i molari siano espansi, garantisce un movimento corporeo piuttosto che un tipping. Un modo interessante per risolvere un morso

glio ruotare i primi molari superiori in modo tale che le cuspidi mesiobuccali si spostino vestibolarmente; ciò può essere ottenuto bilateralmente con una piega simmetrica

incrociato unilaterale consiste nell’utilizzare un arco lin- guale che abbia da un lato un torque radicolare vestibolare (torque coronolinguale), opposto ad un tipping vestibola-

o unilateralmente con una piega asimmetrica (Fig. 10.43).

re

dall’altro lato.

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

379

A

meccanici nel controllo delle forze ortodontiche 379 A B FIGURA 10.43 ( A ) Le pieghe
B
B

FIGURA 10.43 (A) Le pieghe di toe-in bilaterali a livello dei primi molari creano delle coppie uguali e opposte, così le forze me- siodistali si annullano e i denti ruotano con le loro cuspidi mesiovestibolari in senso vestibolare. Spesso quando viene perso spa- zio nell’arcata superiore o quando esiste un rapporto di II Classe molare si ricerca proprio questo tipo di rotazione. Per ottenere questa rotazione è preferibile utilizzare un arco flessibile piuttosto che un arco linguale rigido. (B) Una piega di toe-in unilaterale ruota distalmente il molare dallo stesso lato dove viene effettuata la piega e crea una forza distalizzante sul molare controlatera- le. Sebbene il movimento mesiale del molare sul medesimo lato dove viene posta la piega sia limitato dal contatto con gli altri den- ti, si può verificare una certa mesializzazione. Nonostante si sia ipotizzata una distalizzazione assoluta di entrambi i molari, pro- dotta da questo tipo di pieghe di toe-in effettuate prima da un lato, e poi dall’altro, risulta tuttavia improbabile una significativa di- stalizzazione di entrambi i denti.

A
A

M f

M f

c B
c
B

M c

M

M f

M f

Lato dello scorrimento, nessuna coppia

M c C M f M f
M
c
C
M
f
M
f

Lato di ancoraggio, coppia presente

FIGURA 10.44 (A) L’espansione bilaterale dei molari può essere creata ampliando un arco transpalatale, ed in genere si ottiene aprendo l’ansa al centro del palato. Il momento della forza di espansione angola le corone in senso vestibolare. (B) Facendo una torsione nel filo si crea un momento che determina un torque vestibolare alle radici. Il momento della coppia deve essere più gran- de del momento della forza affinché questo accada. A meno che non si utilizzi un filo flessibile per l’arco linguale, può essere diffici- le inserire un arco linguale attivato con una torsione sufficiente per produrre il torque desiderato. (C) Una torsione del filo da un lato può essere utilizzata per creare un ancoraggio stazionario che inclini il molare controlaterale in senso vestibolare. Questo è parti- colarmente efficace se il filo è rotondo dal lato del movimento, così che si crea un sistema ad una coppia piuttosto che a due coppie sul piano vestibololinguale. (A, B: ridisegnata da Rebellato J: Two-couple orthodontic appliance systems: activations in the tran- sverse dimension, Sem Orthop 107: 418-425, 1995; v. Ingervall B. et al.: Am J Orthod Dentofac Orthop 107: 418-425, 1995.)

380

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

Come Ingervall et al. hanno dimostrato in maniera

piuttosto convincente, un’espansione significativa sul lato

di tipping può essere prodotta, probabilmente in maniera

più efficace, se l’apparecchiatura viene trasformata in un sistema ad una coppia, mettendo un arco rotondo piutto- sto che rettangolare negli attacchi sul lato del tipping. 39 Un’altra applicazione più insolita di un arco linguale potrebbe essere quella di raddrizzare un molare mesioin- clinato. Naturalmente si otterrebbe un movimento reci- proco di tipping mesiale del molare sul lato opposto. Questa attivazione richiede una torsione nell’arco lingua- le. La posizione della twist bend non è di cruciale impor- tanza. I momenti relativi sui molari saranno equivalenti e opposti, dovunque sia posizionata la twist bend.

Meccaniche ad arco segmentato

Quella che in genere viene chiamata meccanica ad arco segmentato è meglio definita come un modo pianificato di impiego dei sistemi ad una coppia e a due coppie nella maggior parte dei movimenti dentali per ottenere dei li- velli di forza più favorevoli e un miglior controllo denta-

le. 40 Il punto chiave del sistema ad arco segmentato consi- ste nello stabilire delle unità dentali precise, in modo da definire chiaramente l’ancoraggio e i segmenti dentali che

si devono muovere. Il movimento dentale desiderato vie-

ne perseguito dove possibile con delle molle cantilever, così da garantire la precisione di un sistema ad una coppia, o utilizzando dei sistemi a due coppie attraverso i quali si può conoscere almeno il valore assoluto dei momenti e la direzione delle forze di equilibrio. Un esempio ideale di un approccio ad arco segmentato consiste in una apparecchiatura che arretra e intrude con- temporaneamente gli incisivi centrali superiori protrusi. Questa situazione è difficile da ottenere poiché l’inclina- zione linguale degli incisivi tende a portare in basso le co-

rone mentre i denti ruotano attorno al loro centro di resi-

rone mentre i denti ruotano attorno al loro centro di resi- Una metodica ad arco segmentato

Una metodica ad arco segmentato permette contem-

poraneamente un arretramento ed un’intrusione del settore anteriore. Il segmentale rigido nel settore anteriore si può estendere posterior- mente in modo tale che il punto di applicazione della forza intrusiva sia nel centro di resistenza del settore incisivo o appena distale ad esso. Se si utilizza un cantilever che applichi una forza intrusiva in quel pun- to, si può superare il rischio di estrudere il settore anteriore durante la forza di arretramento. (Ridisegnata da Shroff B, Yoon WM, Lindauer SJ, Burstone CJ: Simultaneous intrusion and retraction using a three- piece base arch, Angle Orthod 67:455-462,1997.)

FIGURA 10.45

stenza. L’intrusione degli apici radicolari è necessaria per mantenere le corone al medesimo livello in senso vertica- le rispetto alle labbra e agli altri denti. Questo problema può essere risolto costituendo dei segmenti anteriori e po- steriori, usando un sistema rigido per spostare il punto di applicazione della forza distale al centro di resistenza del settore incisale e applicando forze distinte di intrusione e arretramento (Fig. 10.45). 41 Nel trattamento ad arco segmentato, gli archi linguali sono utilizzati con funzione di stabilizzazione nella mag- gior parte dei pazienti e inoltre vengono utilizzati routina- riamente dei segmenti di archi di stabilizzazione negli at- tacchi dei denti delle unità di ancoraggio. I requisiti di una stabilizzazione sono esattamente opposti a quelli necessari per ottenere un movimento dentale: servono gli archi più pesanti e più rigidi disponibili in commercio. Per questa ragione, si preferisce utilizzare un’apparecchiatura ed- gewise con slot 22 per un trattamento ad arco segmentato. I fili utilizzati nei settori di stabilizzazione in genere sono i 21 × 25 in acciaio, che risultano troppo rigidi per produrre un movimento dentale. Finché non sono stati introdotti gli archi in acciaio 32 × 32, gli archi linguali di stabilizzazione in genere erano 0,36 in acciaio, con terminazioni doppie rispetto a quelle che si adottavano nei tubi rettangolari. Un tipico trattamento ad arco segmentato general- mente prevede: un allineamento iniziale dei settori ante- riori e posteriori, la determinazione dei denti in ancorag- gio e dei settori deputati al movimento dentale, il livella- mento verticale, servendosi a seconda delle necessità di una intrusione o estrusione, la chiusura degli spazi con movimenti differenziali dei settori anteriori e posteriori e talvolta l’utilizzo di archi ausiliari da torque. L’attrito pro- dotto dallo scorrimento del filo nell’attacco è quasi sem- pre evitato, perché limita il controllo dell’ancoraggio e comporta degli errori nel calcolo dei livelli di forza ade- guati. Gli archi continui, in particolare quelli rettangolari, sono indicati per le fasi finali del trattamento, quando ser- vono movimenti limitati ma precisi. I vantaggi del metodo ad arco segmentato sono la di- sponibilità di un maggior controllo e la possibilità di ot- tenere dei movimenti dentali che sarebbero impossibili con gli archi continui. Lo svantaggio consiste nella mag- gior complessità dell’apparecchiatura ortodontica e nella necessità di un tempo decisamente più lungo per costrui- re, adattare e mantenere tale sistema. Si assiste ad un pa- radosso interessante: infatti, nonostante la semplificazio- ne della meccanica dell’apparecchiatura, che consiste in un sistema identificabile ad una o due coppie, il tipo di apparecchiatura risulta più complicato. Questa meccani- ca segmentata più complessa comporta altri due limiti potenziali che devono essere tenuti presenti. Il primo consiste nel fatto che perfino in presenza dell’analisi in- gegneristica più sofisticata si può arrivare a trascurare qualche passaggio nella determinazione dei risultati più probabili. Ovviamente ciò è tanto più probabile quanto più sono coinvolti sistemi a due coppie piuttosto che a

CAPITOLO 10

Principi meccanici nel controllo delle forze ortodontiche

381

una coppia, ma talvolta le semplificazioni che fanno parte

te

preferibile utilizzare un arco di intrusione ad una cop-

della normale pratica ingegneristica (per esempio trascu- rare il torque che si può creare all’interno di un attacco dell’arco linguale quando inizia un movimento dentale) possono portare a risultati inaspettati. È comunque ac- certato che quanto più si prova qualcosa, tanto più predi-

pia. Per la chiusura degli spazi, perfino quando si utilizza- no degli archi continui con delle anse di chiusura, bisogna individuare i settori posteriori di stabilizzazione e i denti anteriori da spostare. I denti possono anche non scorrere lungo l’arco durante la chiusura degli spazi di estrazione,

cibile sarà il risultato. In ortodonzia l’applicazione di teo-

ma, specialmente quando vengono utilizzati archi conti-

rie

ingegneristiche è tanto imperfetta che un dato sistema

nui con un’apparecchiatura slot 22, lo scorrimento rap-

di

forze, in un singolo paziente, non necessariamente

presenta spesso la componente principale della biomecca-

produce i risultati attesi. Il secondo problema consiste nel fatto che la maggior parte delle meccaniche ad arco segmentato non riescono

nica di trattamento. Le indicazioni e le limitazioni dei sistemi ad arco con- tinuo sono esattamente opposte a quelle ad arco segmen-

a

controllare la distanza a cui i denti possono essere di-

tato. Il trattamento ad arco continuo non è altrettanto

slocati se una parte del sistema non funziona corretta- mente. Se delle molle calibrate in modo preciso che pre-

un’apparecchiatura segmentata può presentare dei van-

ben definito in termini di forze e di momenti prodotti ad ogni istante ed è certamente meno “elegante” dal punto

sentano un ampio raggio d’azione incontrano qualcosa

di

vista biomeccanico rispetto a quello segmentato. Ma

che le deforma (per esempio una merendina appiccicosa), possono creare molti problemi. L’efficienza meccanica di

taggi ma anche degli svantaggi.

gli archi continui di solito richiedono meno tempo alla poltrona perché sono facili da costruire e da posizionare e perché possiedono caratteristiche ideali di sicurezza nella

maggior parte delle loro applicazioni. Nell’ambito del-

Meccaniche ad arco continuo

L’analisi degli effetti dell’arco continuo è pressoché im-

possibile, una volta che l’arco è stato legato negli attacchi

di

tutti denti. Si può solo affermare che quando l’arco vie-

ne

legato in posizione si crea un sistema complesso di mol-

teplici coppie di forze. Il risultato iniziale è rappresentato

da un lieve movimento dentale. Appena questo si verifica,

il sistema delle forze cambia e un nuovo sistema provoca

un lieve movimento di un altro dente (o un movimento di-

verso del primo dente). Comunque il risultato è sempre la formazione di un altro sistema di forze complesse, che causa un altro movimento che comporta un ulteriore cam- biamento del sistema e così via. 42 Talvolta il movimento dentale ortodontico viene concepito come una transizione

lenta e regolare dei denti da una situazione ad un’altra. Al- cune considerazioni riguardo ai sistemi di forze coinvolti, particolarmente quelli che si servono di meccaniche ad ar-

co continuo, evidenziano che non avviene proprio così. Se

fosse possibile scattare delle fotografie consecutive che mostrino il movimento dentale, si potrebbe vedere senza alcun dubbio “la danza dei denti,” mano a mano che si in- staurano e si modificano dei sistemi di forze complessi. Il fatto che gli archi continui generalmente permettano uno spostamento dentale non troppo lontano dalla posizione desiderata rappresenta una fortuna. Di solito i sistemi ad arco continuo hanno una efficienza biomeccanica minore rispetto ai sistemi ad arco segmentato, ma possiedono le migliori caratteristiche di sicurezza. Perfino nella biomeccanica ad arco continuo la mag- gior parte dei movimenti dentali spesso viene indotta do- po aver individuato i diversi segmenti di arcata. Negli adulti che richiedono l’intrusione degli incisivi non ci so- no alternative all’utilizzo di un arco ausiliario ad ampio raggio che stabilizzi i segmenti posteriori ed è chiaramen-

l’ortodonzia moderna, spesso il clinico deve scegliere tra un approccio ad arco segmentato e uno ad arco continuo per la risoluzione dei problemi specifici. Per coloro che usano principalmente l’approccio segmentato, l’impiego

di alcuni archi continui può semplificare le procedure di

lavoro. Per coloro che usano prevalentemente archi con- tinui, l’utilizzo di una meccanica segmentata in alcune circostanze può essere necessario per raggiungere alcuni obiettivi specifici. Bisogna analizzare scrupolosamente i vantaggi rispetto ai costi in termini di tempo e di rischio e conviene basarsi su questi per decidere. Lo sviluppo delle moderne apparecchiature fisse e le loro caratteristiche vengono presentati nel Capitolo 12. Le applicazioni cliniche dei principi biomeccanici sono state descritte in questo Capitolo e ulteriori informazioni riguardo all’utilizzo di metodi specifici di trattamento vengono fornite in dettaglio nei Capitoli 16, 17 e 18.

Bibliografia

1. Kusy RP, Dilley GJ, Whitley JQ: Mechanical properties of stainless steel orthodontic archwires, Clin Materials 3:41- 59, 1988.

2. Burstone CJ, Qin B, Morton JY: Chinese NiTi wire: a new orthodontic alloy, Am J Orthod 87:445-452, 1985.

3. Miura F, Mogi M, Yoshiaki O et al: The super-elastic prop- erty of the Japanese NiTi alloy wire for use in orthodontics, Am J Orthod 90:1-10, 1986.

4. Miura F, Mogi M, Ohura Y: Japanese NiTi alloy wire: use of the direct electric resistance heat treatment method, Eur J Orthod 10:187-191, 1988.

5. Miura F, Mogi M, Okamoto Y: New application of super- elastic NiTi rectangular wire, J Clin Orthod 24:544-548,

1990.

6. Thayer TA, Bagby MD, Moore RN, DeAngelis RJ: X-ray diffraction of nitinol orthodontic archwires, Am J Orthod Dentofac Orthop 107:604-612, 1995.

382

SEZIONE IV

Biomeccanica e meccanica

7.

Kusy RP: The future of orthodontic materials: the long view, Am J Orthod Dentofac Orthop 113:91-95, 1998.

between bracket and arch wire, Am J Orthod Dentofac Orthop 96:397-404, 1989.

8.

Kusy RP: Comparison of nickel-titanium and beta-titanium wire sizes to conventional orthodontic arch wire materials, Am J Orthod 79:625-629, 1981.

25. Yamaguchi K, Nanda RS, Morimoto N, Oda Y: A study of force application, amount of retarding force and bracket width in sliding mechanics, Am J Orthod Dentofac Orthop

9.

Kusy RP: On the use of nomograms to determine the elastic

Adams DM, Powers JM, Asgar K: Effects of brackets and

109:50-57, 1996.

10.

property ratios of orthodontic archwires, Am J Orthod 83:374-381, 1983.

26. Kusy RP, Whitley JQ: Friction between different wire- bracket configurations and materials, Sem Orthod 3:166- 177, 1997.

ties on stiffness of an arch wire, Am J Orthod Dentofac Orthop 91:131-136, 1987.

27. Lindauer SJ, Isaacson RJ: One-couple systems, Sem Orthod 1:12-24, 1995.

11.

Bertl W, Droschl H: Forces produced by orthodontic elas- tics as a function of time and distance extended, Eur J Orthod 8:198-201, 1986.

28. Davidovitch M, Rebellato J: Utility arches: a two-couple intrusion system, Sem Orthod 1:25-30, 1995.

29. Ricketts RM: Bioprogressive therapy as an answer to ortho-

12.

Josell SD, Leiss JB, Rekow ED: Force degradation in elas-

dontic treatment needs, part 2, Am J Orthod 70:241-268,

tomeric chains, Sem Orthod 3:189-197, 1997.

1976.

13.

Darendeliler MA, Darendeliler A, Mandurino M: Clinical application of magnets in orthodontics and biological impli-

Darendeliler MA, Sinclair PM, Kusy RP: Effects of static and

Linder-Aronson A, Lindskog S, Rygh P: Orthodontic

30. Isaacson RJ, Lindauer SJ, Davidovitch M: The ground rules for arch wire design, Sem Orthod 1:3-11, 1995.

14.

cations: a review, Eur J Orthod 19:431-442, 1997.

31. Burstone CJ, Koenig HA: Creative wire bending—the force system from step and V bends, Am J Orthod Dentofac

32. Isaacson RJ, Lindauer SJ, Conley P: Responses of 3-dimen-

15.

pulsed electromagnetic fields on orthodontic tooth move- ment, Am J Orthod Dentofac Orthop 107:578-588, 1995.

Orthop 93:59-67, 1988.

sional archwires to vertical V-bends: comnparisons with

magnets: effects on gingival epithelium and alveolar bone in monkeys, Eur J Orthod 14:255-263, 1992.

existing 2-dimensional data in the lateral view, Sem Orthod 1:57-63, 1995.

16.

Smith RJ, Burstone CJ: Mechanics of tooth movement, Am

33. Isaacson RJ, Rebellato J: Two-couple orthodontic appliance

J