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TEMPI DECISIVI .

NATURA E RETORICA DELLE CRISI


INTERNAZIONALI
Da diversi anni viviamo immersi in una retorica della crisi, noi parliamo continuamente
della crisi e anzi ci siamo abituati a pensare alla crisi come ad una condizione
permanente. E parlare in continuazione della crisi significa a poco a poco perdere il
significato, il significato non soltanto concettuale ma anche esistenziale di che cosa la
crisi sia.
Il libro parte dalla confutazione da 3 immagini che abbiamo della crisi:

La crisi viene comunemente considerata come un incidente di percorso, come


una perturbazione di un processo storico che per il resto rimane ben definito: il
nostro sistema sociale, politico ed economico avrebbe trovato la propria strada,
una strada punteggiata da crisi periodiche, crisi che sono elementi traumatici
ma non sono tali da farci deviare dalla strada. La tesi di questo libro al
contrario che la crisi, come tra laltro anche nel significato originario della
parola, sia molto di pi di questo, non sia un incidente di percorso ma che
invece sia una possibilit di cambiare percorso.
Allimmagine di crisi come incidente si associa una seconda immagine: essa
limmagine della crisi come opportunit. Si dice spesso, la crisi un problema
ma anche opportunit da dover cogliere, cioe soltanto attraverso la crisi noi
possiamo disfarci di certe inerzie. Se pensiamo alla crisi dellunione europea
stata rappresentata soprattutto allinizio come una grande opportunit per LUE
tanto che tutti gli intellettuali si sono affrettati a riscrivere la storia dellunione
europea punteggiata da crisi ed accelerazioni e allora ogni accellerazione del
processo di integrazione stata associata ad una crisi e quindi anche questa
crisi finir con una accellerazione.
Una terza immagine quella di crisi vista come innovazione. Si dice che, a
differenza dei tempi normali, a differenza della politica di routine, a differenza
anche del dibattito pubblico di routine la crisi sia un momento innovativo,
innovativo nei linguaggi, nella capacit di adeguare immediatamente le nostre
categorie ai tempi che cambiano. Si dice la crisi ci d lopportunit di riorientarci, di liberarci delle inerzie e di cambiare. Adattando il nostro modo di
parlare, adattando le categorie politico-giuridiche che siamo abituati ad
impiegare. In altre parole la crisi vista come un grande processo creativo.

Noi viviamo in un contesto storico che vive una successione di crisi diverse, diverse
da tutti i punti di vista, per esempio per la dimensione che investono, noi viviamo nel
pieno di una grande crisi economica che almeno in europa non finisce affatto ma che
non finisce neppure altrove, noi viviamo una crisi diplomatico strategiche
internazionali, abbiamo vissuto negli ultimi ventanni una serie di crisi che hanno
richiesto lintervento internazionale. Quindi crisi diverse per la dimensione che
investono: alcune investono la dimensione economica altre investono la dimensione
diplomatica e militare.

Crisi diverse per il loro orizzonte geografico e geopolitico: non siamo pi allepoca del
bipolarismo e neppure allepoca della prima met del novecento, per tutto il
novecento le grandi crisi internazionali sono state crisi potenzialmente globali (la crisi
di cuba per es era una crisi potenzialmente globale). Nellattuale contesto storico noi
viviamo crisi che avvengono in un luogo e che hanno ripercussioni molto diverse in
altri luoghi. Noi non rischiamo pi, non temiamo pi una guerra globale, ma per il resto
noi abbiamo una serie di crisi che rischiano di sfociare in guerre e che hanno una
dimensione per lo pi regionale quindi sono diverse anche per questa ragione.
Allora la tesi del libro che nonostante tutte queste diversit, tutte le crisi dellattuale
momento storico abbiano qualcosa in comune. Tutte queste crisi almeno in qualche
cosa collegate tra loro: e questo qualcosa una crisi generale dellordine
internazionale. Crisi generale dellordine internazionale non significa soltanto crisi
delle relazioni politico-diplomatiche esterne tra gli stati, crisi generale dellordine
internazionale significa anche crisi politica, giuridica e sociale degli stati al loro interno.
Perch la separazione tra politica internazionale e nazionale tanto pi solida quanto
pi solido lordine.

E allora da dove viene questa crisi dellordine?


perch viviamo una crisi generale dellordine? (che significa una crisi che investe
contemporaneamente tutte le dimensioni e che investe soprattutto la nostra capacit
di distinguere tra le diverse dimensioni).
Lo sfondo di tutto questo il fatto che il nostro ordine internazionale, la nostra nozione
di ordine internazionale, tutte le categorie che usiamo (come distinzione tra politica
interna e internazionale) hanno un carattere moderno, sono il prodotto di
unevoluzione storica che va dal 500 fino al 900 e sono il prodotto di 2 centralit a dir
poco problematiche: quando noi parliamo di politica internazionale moderna, di diritto
internazionale moderno, queste cose sono accomunate da due grandi centralit:
1. Un sistema politico-giuridico centrato sullo stato, esso la creatura
fondamentale della nostra nozione di ordine, che significa che tutte le nostre
categorie politico-giuridiche presuppongono lo stato e non hanno senso al di
fuori dello stato (politica interna/internazionale), lidea di confine, lidea di
cittadinanza etc. allora il moderno dominato da un artefatto politico-giuridico
che lo stato e che ha costituito il centro del nostro modo di praticare e
concepire la politica e il diritto internazionale.
2. Laltro elemento centrale del nostro modello di ordine stata la centralit
europea e occidentale. Il sistema internazionale moderno stato costruito fino
a pochi decenni fa su questa centralit, presupponendo questa centralit, e
non discutendo mai questa centralit. E allora qui la radice dello scossone
principale allordine interno e internazionale che stiamo vivendo in questi
decenni.
Tutte e due queste centralit: la centralit dello stato e la centralit delloccidente, per
ragioni diverse, con tempi diversi, con modalit diverse sono entrati in crisi.

A questo si aggiunge un aspetto piu superficiale dellaspetto dellordine: negli ultimi


25 anni, come sempre nei dopoguerra (dopoguerra fredda che un dopoguerra fallito
perch non riuscito a creare un modello di ordine alternativo). come in tutti i
dopoguerra il problema dellordine si pone come problema centrale: la prima cosa che
si fa dopo le guerre mettere mano allordine, poich il momento giusto per farlo
perch ci sono dei vincitori e quindi ha il potere di farlo. E poi il momento giusto
poich la guerra viene vissuta come fallimento dellordine precedente (lordine postbellico nn pu essere come lordine pre-bellico perch lordine pre-bellico ha dato un
esito che non vogliamo sia ripetuto). E allora il libro vive un confronto con la retorica
degli anni novanta ovvero la retorica del nuovo ordine internazionale. La retorica del
trionfalismo degli anni novanta perch noi siamo solo 20 anni pi tardi ma il clima, le
rappresentazioni e le aspettative sul futuro sul mondo si sono ribaltati. Di che cosa era
fatto quel modello di ordine internazionale e di che cosa fatta quindi la crisi colossale
che stiamo vivendo?

Per cominciare quel modello era confortevolmente gerarchico: confortevolmente


perch il carattere strettamente gerarchico dellordine internazionale post bellico degli
anni novanta avrebbe dovuto costituire il suo segreto di funzionamento. lordine
internazionale post bellico degli anni novanta era un ordine nel quale i ruoli erano
chiaramente definiti, non ci poteva essere competizione su avesse il diritto o il potere
di entrare nella cabina di comando, la cabina di comando era stata appena costituita,
ed era naturalmente costituita dal paese pi forte, quello che aveva appena vinto la
guerra, cio gli USA, dai suoi alleati tradizionali (EU, e la nato) e poi anche tutti gli
altri: gli anni novanta sono stati una corsa sul carro degli stati uniti, per lovvia ragione
che non cerano carri alternativi, e anche chi decise di non correre sul carro degli stati
uniti si guard bene dallostacolare quel carro (federazione russa, cina). Allora modello
gerarchico significava un modello improntato alle pratiche alle quali ci siamo abituati
almeno fino a pochi anni fa: la pratica dellinterventismo (umanitario e militare), la
pratica delle sanzioni. Il carattere gerarchico dellordine internazionale significava in
quel contesto storico unaltissimo grado di penetrazione dellordine internazionale
negli ordini interni: il tema della transizione al mercato e alla democrazia, le politiche
di condizionalit degli aiuti, la stessa politica di allarghamento dellUE e dellalleanza
atlantica viste come politiche di riconoscimento e di progressivo premio alla
transizione. Il riconoscimento esplicito nella national security strategy degli USA nel
2002, del regime change, cio del cambio armato del regime degli avversari come
capitolo della politica estera degli USA. La realizzazione di questa concezione nella
guerra contro liraq nel 2003, la ripetizione di questa concezione nella guerra contro la
libia nel 2011, un ordine internazionale gerarchico che sostanzialmente si faceva
carico non solo delle relazioni esterne tra gli attori ma della loro stessa configurazione
interna. Secondo elemento, lordine internazionale, il nuovo ordine internazionale si
presentato come un ordine internazionale democratico, e democratico significava,
dovrebbe significare che il segreto di funzionamento dellordine internazionale sta non
in una buona prassi delle relazioni esterne tra gli stati ma in una virtuosa transizione
interna alla democrazia. Le stesse scienze politiche e la politica comparata da alcuni
anni a questa parte si occupano prevalentemente di transizione alla democrazia.
Democratico significava che si degli inizi degli anni novanta e fino a che ha funzionato
il meccanismo anche pi tardi, lordine internazionale si presentava come un ordine

internazionale esplicitamente discriminante, cio un ordine internazionale nel quale le


democrazie avrebbero dovuto avere ruoli e diritti diversi da quelli di tutti gli altri stati,
un ordine internazionale nel quale la soglia di accesso alla piena appartenenza alla
comunit internazionale avrebbe dovuto essere elevata, non pi soltanto la statualit
ma la statualit democratica. Un ordine internazionale, pensiamo alla guerra in Kosovo
nel 99, nel quale le crisi internazionali sarebbero state gestite in esclusiva dai paesi
democratici anche contro il parere degli altri e persino contro il parere degli organismi
internazionali.
Gerarchia, democrazia, il terzo pezzo, il terzo elemento di funzionamento ma anche il
terzo pezzo delle nostre retoriche: lordine internazionale si presentava come un
ordine universale, cio un ordine che avrebbe dovuto stendersi su tutte le regioni del
globo: la transizione alla democrazia avrebbe dovuto essere globale, quando il modello
di ordine fu rovesciato e militarizzato dopo l11 settembre, allidea alla transizione
globale alla democrazie e al mercato, fu sostituito lidea della guerra globale al terrore.

Lordine internazionale proprio perch fortemente gerarchizzato era anche


istituzionalizzato: democrazia, universalit, istituzioni. Le istituzioni avrebbero dovuto
essere il grande ammortizzatore sociale e guridico della differenza di potere . negli
anni novanta ci si immaginava (ed avvenne nel 91 in occasione della guerra contro
liraq) una perfetta collaborazione che era anche una perfetta subordinazione delle
organizzazioni internazionali riispetto ai paesi vincitori della guerra fredda.
E allora tutto questo meccanismo si sfasciato: il modello confortevolmente
gerarchico si complicato per effetto di una redistribuzione del potere e del prestigio
internazionale (cina etc), gli alleati tradizionali degli USA (europa) sono in una crisi
disperante, gli stessi usa hanno perso gran parte del loro potere.

Per quanto riguarda la democrazia gli usa e leuropa hanno totalmente rinunciato alla
retorica della transizione alla democrazia anzi sono tornati ad avere una sorte di
passione per i regimi autoritari. Non solo, lidea che funzion ancora negli anni
novanta di potere gestire le crisi internazionali in modo virtuoso tra paesi virtuosi
stata totalmente spazzata via. Oggi siamo perfettamente consapevoli che non
possibile gestire la crisi economica internazionale senza sentire la cina, che non
possibile gestire la crisi in ucraina senza sentire la russia, che non possibile gestire la
crisi in iraq e in siria senza sentire liran. In altre parole il nostro modello di ordine
internazionale sta tornando ad essere molto meno ambizioso, molto meno coerente di
quello che aveva sognato di essere negli anni novanta. E lo stesso vale anche per gli
altri due pezzi, luniversalit, oggi noi viviamo una scomposizione sempre pi evidente
del sistema internazionale in aree regionali sempre pi lontane luna dallaltra. I
conflitti nel globo non hanno pi niente in comune, nel novecento avrebbero avuto
qualcosa in comune, quantomeno il fatto che ci sarebbe stata la presenza diplomatica
degli stessi attori. Noi oggi abbiamo una serie di aree regionali che vanno in direzioni
sempre pi+ diverse, e se le aree regionali vanno in direzioni sempre pi diverse
pensare di impiegare in tutte le aree regionali la stessa chiave di lettura o la stessa
chiave di intervento significa condannarsi al suicidio diplomatico e strategico.

E poi per ultimo lo stato miserevole delle istituzioni internazionali: oggi noi parliamo di
instituzioni internazionali come non ci saremmo mai immaginati di parlarne negli anni
novanta. Quello che hanno in comune oggi le istituzioni internazionali il fatto di
vivere una profonda crisi dalla quale non siamo sicuri che riusciranno ad uscire, questo
vale anche per lunione ueropea, e anche per la stessa nato.

Il tema del linguaggio