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Il saggio rifugga dal rifugiarsi alla folla

Seneca afferma che sia necessario evitare il contatto con la folla: daltra parte, egli
non vuole delineare la figura di un saggio eremita, in fuga da ogni responsabilit, ma
vuole preservare lautonomia spirituale delluomo, quindi aiutarlo nella conquista della
propria interiorit.
La folla pericolosa in quanto il carattere delluomo facilmente influenzabile: il
contatto con la folla, portatrice della mentalit corrente e delle opinioni comuni pu
sconvolgere lequilibrio spirituale che lentamente si stava raggiungendo.
Seneca, attraverso vari punti, afferma che nessuno si limita a sbagliare per se stesso,
ma ognuno diventa causa ed autore di sbaglia anche per gli altri, i quali preferiscono
credere e conformarsi alle opinioni altrui piuttosto che formarsi delle opinioni
personali.
La forza di persuasione insita nella folla avrebbe potuto perturbare persino Socrate e
Catone: evidente che per luomo normale, il cui carattere ancora in via di
formazione, che tende alla saggezza, impossibile resistere a questo assalto della
folla.
Chi vuole essere felice, dunque, deve appartarsi, fuggire la moltitudine ed anche le
poche persone, anche una sola persona se la sua compagnia pi pericolosa della
solitudine. Nellepistola dieci, Seneca arriver ad affermare che, talvolta, meglio
frequentare solo se stessi.
Dal momento che non c nessuna conciliazione possibile tra gli interessi comuni e
lattivit filosofica, per Seneca la solitudine diventa la via di liberazione maggiore: la
sua una liberazione auto-centrica, per cui necessario liberarsi a partire da se stessi
e giungendo a se stessi medesimi.
Seneca sempre equilibrato, quindi avverte anche che non bisogna assolutizzare
lutilit della solitudine: essa, se una persona stolta, pu portare alla rovina: alcune
persone sarebbero molto migliori se frequentassero qualunque altra persona al di fuori
di se stessi. Il ritirarsi dalla folla non un sistema comodo per evitare le
responsabilit, per ricadere nellozio, riducendo lesistenza a un vegetale: molti
temono il nulla della morte dopo che hanno reso la loro vita uguale ad esso. Isolarsi
dalla vita non vuol dire crogiolarsi in una inerzia, in quanto vi una grande differenza
tra la vita contemplativa e il giacere nel sepolcro.
Seneca stesso trascorreva le sue giornate nella meditazione, addirittura parte delle
notti, per poter giovare ad un numero elevato di persone: solo con questo
atteggiamento, evitando la folla e riflettendo, luomo pu procedere verso una vera
auto liberazione in quanto, comunque, il significato della vita consiste nei due
fondamentali obiettivi del trarre vantaggio da se stessi e giovare agli altri.

La condizione degli schiavi

Tutta lepistola ruota attorno al vero significato della parola Libert, una libert
intesa in senso interiore e non tanto come libert sociale. Per Seneca, come del resto
per gli Stoici, il concetto di libert si identifica con il concetto di liberazione da tutte le
forme di schiavit che opprimono linteriorit delluomo, con il concetto di liberazione
da tutto ci che impedisca alluomo lo svilupparsi libero della propria volont,
lautodeterminazione.
La libert della persona, a partire da Epiteto e Marco Aurelio, diviene un dogma:
occorre insegnare, dunque, come conservare tale libert, uno dei beni fondamentali
della vita. La libert preferibile alla stessa vita, perch senza libert luomo perde
quellelemento che caratterizza meglio la sua felicit e serenit: luomo, solo se
mantiene integra la sua libert pu essere al sicuro da tutti quei danni provocatigli da
ogni intervento esterno. Per raggiungere tale stato necessario crearsi un criterio di
giudizio e distinzione tra bene e male, senza lasciarsi influenzare dallambiente
circostante: fin quando nelluomo non esisteranno ben chiari tali valori, esso si far
trascinare dalle passioni, senza che la ratio riesca a indicargli la via per la liberazione
auto-centrica.
Luomo deve fare un cammino verso la libert: primo passo di questo cammino
prendere coscienza che siamo tutti sottoposti a forme di schiavit, che possono certo
apparire diverse ed opposte tra loro, ma che portano tutte allo stesso risultato di
privare luomo della propria autonomia individuale. La sostanza unica, oltre ogni
apparenza: tutti siamo soggetti ad una prigionia spirituale, che ci costringe a vivere la
vita in modo frenetico, tanto che essa non ci sembra mai sufficiente.
Luomo schiavo in quanto non comprende che ci che desidera non il Sommo
Bene, ma solo dei mezzi per raggiungere la felicit, mezzi che poi si rivelano
insufficienti perch hanno condotto non verso la vera felicit dellanimo, ma verso la
ricerca di gloria, potere e beni materiali.
La felicit e la libert non sono acquistabili a nessuno prezzo, ma possono essere
conquistate da ogni uomo nella sua propria interiorit. Leggendo lopera di Seneca
troviamo diversi esempi della schiavit interiore delluomo:
1) Schiavit di se stessi, la peggiore, per cui una persona non ha mai alcun
momento di tregua, sempre sottomessa: tale schiavit, volontaria, impedisce
alluomo di trovare la forza per lottare. Seneca ritiene che di fronte a questo
auto-asservimento bisogna reagire in modo energico, comprendendo che i
nostri interessi sono volti in una direzione sbagliata, per cui necessario
abbandonare ogni compromesso e tutto ci che limita la libert morale; tutto
questo pu accadere solo se confortati dalla convinzione di essere in sintonia
con la divinit, ovvero con quella razionalit universale che regge lintero
universo;
2) Schiavit del corpo: gi i pitagorici avevano affermato che il corpo fosse
prigione dellanima; Seneca e gli stoici sono meno intransigenti rispetto ai
platonici, che avevano costruito una serrata barriera tra realt corporea e
spirituale. Gli stoici, invece, considerano i due elementi inscindibili: essi non
disprezzano in partenza il corpo; il corpo, invece, va disprezzato solo nel
momento in cui esso diventa di ostacolo per lanima: esso negativo quando
costituisce un peso per luomo, quando impedisce e alluomo di contemplare il

Logos che regola il cosmo, quando il corpo non gli permette di giungere alla
Verit e alla libert. Nessuno che sia schiavo del proprio corpo pu essere
considerato libero, perch il corpo non va assolutizzato, ma esso solo il
mezzo attraverso cui la nostra esistenza si svolge: esso non deve essere fine
della nostra vita, a cui indirizzare tutte le nostre scelte e desideri. Seneca
afferma che giusto che luomo sia affezionato al proprio corpo, per questo
legame legittimo non deve essere spinto fino ad ostacolare lanima. Seneca dice
che in questi casi il disprezzo del corpo una forma sicura di libert e se
necessario bisogna essere pronti a scindere il legame tra anima e corpo, a
gettarsi nelle fiamme. Inoltre, il corpo il mezzo attraverso cui la sorta agisce
sulluomo: lanima al riparo da ogni evenienza esteriore, ma il corpo invece
veicolo abituale attraverso cui la sorte manda i suoi colpi, unico elemento
sottomesso al destino, senza potersi rendere invulnerabile. Solo il saggio,
liberatosi dalle debolezze ed in sintonia col Logos, pu esercitare un rapporto
corretto con il proprio corpo, non disprezzandolo in modo eccessivo, non
adorandolo, ma diventandone un tutore severo.
3) Schiavit delle passioni, intendo non tutte le tendenze non razionali
dellanima, ma piuttosto quegli atteggiamenti che si sottraggono al controllo
della ragione, eccedono e divengono vizi. Quando il godimento viene portato
alleccesso, quando esso diviene unico scopo della vita, luomo diventa
prigioniero ed obbedisce solo agli impulsi irrazionali. Quelli che si credono
cacciatori di piaceri, che ricercano solo piaceri e ritengono di essere padroni dei
propri istinti, in realt sono schiavi in quanto tutte le loro scelte sono ormai
sottomesse allistinto: questi non potranno godere dei piaceri in quanto hanno
perso ogni forma di autonomia. Seneca arriva a dire che nessuno si comporta
con i propri nemici in modo pi crudele di quanto le passioni facciano con noi:
linvito di Seneca quello di evitare tutto questo, le passioni, da cui pu nascere
solo il male. invece opportuno cercare la libert, che moderazione dei propri
desideri e potere su se stessi.
4) Schiavit delle ricchezze, per cui le ricchezze sono un ostacolo nel dedicarsi
alla filosofia, in quanto libert interiore e ricchezza sono tra loro inconciliabili.
Solo la mancanza di ricchezze rende le persona sicure ed indipendenti:
nellepistola 42 dice che se tanti beni non appartenessero alluomo,
sicuramente luomo apparterrebbe a se stesso . Seneca, contro le critiche
voltegli per le sue ricchezze, afferma che solo il saggio, padrone di se stesso,
non sar mai turbato dai propri beni e sar capace di amministrarli.
5) Schiavit della fama, per cui luomo non mai contento dei suoi risultati,
sempre in una situazione di insoddisfazione, sempre spinto verso una gare
estenuante che non finisce mai. Libert diviene accontentarsi anche della
propria situazione.
La lettera parte da quello che i greci chiamavano kairs, ovvero una situazione
concreta, unoccasione: da qui si sviluppa tutto il discorso sulla schiavit e sulla
libert. Loccasione il fatto che Lucilio si comporta in modo benevolo con i propri
servi poich preferisce essere rispettato che temuto: egli si limita a rimproverarli e non
a punirli.
La prima parte della lettera dedicata allanalisi dei rapporti abituali tra padrone e
schiavo; nella parte centrale si ribadisce luguaglianza di tutti gli uomini e il vero

valore della libert; nella parte finale, invece, Seneca passa ad esortare ad un
trattamento pi umano nei confronti degli schiavi. Lultimo paragrafo della lettera un
pensiero accessorio, riflessione sulla stabilit della virt e sulla volubilit del vizio.
Lepistola si fonda su alcuni motivi di fondo, che portano lo scrittore a trattare in modo
umano gli schiavi:
1) Convinzione che libert e schiavit sono dei fatti non sociali, ma sono fatti
interiori;
2) Volubilit della sorte, che pu capovolgere la situazione di un uomo: chi
padrone oggi non detto che lo sia domani;
3) Lunit del genere umano, per cui il genere umano composto da persone
uguali tra loro perch tutte dotate di quella scintilla di razionalit universale che
la ratio: ecco che, allora, tutti gli uomini hanno pari dignit ed ugual valore.
Tema fondamentale, dunque, fondamento dellepistola, il concetto di schiavit e
nobilt: Seneca in unaltra lettera raccomanda di non fermarsi a contemplare le
immagini degli antenati famosi per motivare la propria mobilit, in quanto un atrio
pieno di ritratti non garanzia di nobilt, ma al limite di notoriet.
Seneca afferma che mundus est parens omnium: tutti hanno come capostipite il
mondo, dunque dovrebbe essere eliminato il vanto, lorgoglio di una discendenza
illustre. La definizione di nobile, dunque, nobile colui che ben predisposto alla
virt dalla natura.
Se la definizione di nobile questa, allora evidente che lanimo a procurare il
privilegio della nobilt: questa predisposizione alla virt possibile per ogni uomo, di
qualsiasi ceto, dunque anche agli schiavi perch comunque la divisione in classi sociali
non una divisione naturale, ma artificiale, introdotta dallambizione o dalla
prepotenza, che ha fatto si che i pi forti prevalessero sui pi deboli.
Seneca pu ripetere laffermazione dellantico stoico Crisipo, che diceva servus
perpetuus mercenarius est, ovvero lo schiavo un lavoratore a pagamento,
ingaggiato per sempre : ecco che allora differenza tra padrone e servo solo una
differenza di ruolo, come dimostrato anche dal fatto che se lo schiavo lo voleva
poteva anche essere affrancato. Si abbandona lidea di Aristotele secondo cui lo
schiavo un essere inferiore da tutti i punti di vista.
Alla luce di tutto questo, dunque, possiamo ricavare che la schiavit solo una
situazione esteriore in cui esso privato di libert appartenenti ad altri uomini: questo,
tuttavia, non priva lo schiavo della libert interiore. Il fatto di essere schiavo non
impedisce di essere libero interiormente e di poter tendere alla virt.
Nella lettera, da parte dei padroni, troviamo due atteggiamenti differenti e
contrapposti: da una parte troviamo il padrone crudele, quello contemporaneo, che
costringe gli schiavi a stare in piedi attorno a lui mentre mangia. Padroni di questo
genere facevano condannare a morte, esiliare, torturare gli schiavi in caso di morte
improvvisa del padrone.
Seneca, nel Trattato di Clementia, giudica la crudelt verso i propri inferiori un furore
degno degli animali feroce, una ferina rabies che gode nello spargere sangue e nel

causare felice, che trasforma luomo in animale da foresta. Seneca vede la causa di
questa crudelt nellorgoglio e nella superbia del padrone, che punisce ogni possibile
offesa con violenza, ritenendo di essere anche pi potenti di imperatori come Augusto,
uomini clementi.
In opposizione ai precetti di Seneca, si pone il pensiero di Platone, il quale afferma che
occorre punire gli schiavi, che ogni parola rivolta a loro debba essere un ordine, che
bisogna abolire ogni familiarit, che rende difficile ai servi lobbedienza ed ai padroni
lautorevolezza. Anche Cicerone include la crudelt tra i sistemi possibili per tenere gli
schiavi sotto il proprio dominio se non si pu fare altrimenti.
Ci sono diversi passi paralleli a quelli dellepistola 47 dove sono descritti i trattamenti
degli schiavi: Velio Pollione, per esempio, famoso per la sua sevizia, allevava in casa
delle murene, che si nutrivano degli schiavi responsabili di qualche mancanza: essi
venivano gettati vivi nella vasca. Egli usava questo sistema disumano perch solo quel
genere di supplizio poteva procurarli la gioia di vedere il corpo di un uomo sbranato in
tutte le sue parti.
Anche Catone vendeva come animali da soma gli schiavi diventati vecchio, o
diminuiva la loro razione di cibo: egli era solito frustare gli schiavi che avevano
compiuto alcune negligenze durante la giornata. Anche Ovidio ricorda la crudelt di
alcune donne nei confronti della parrucchiera; Properzio ci descrive le violenze subite
da due schiave da parte della padrona attuale per il solo fatto chesse onorassero
ancora la padrona precedente. Marziale ci descrive le punizioni abituali che subiscono i
cuochi che cucinano male o utilizzano cibi avariati o la crudelt di una donna che
spezza lo specchio in testa alla parrucchiera. Giovenale ci racconta che una schiava
parrucchiera era stata punita con frustate perch la pettinatura della padrona non era
perfetta. Del resto, non c bisogno nemmeno di un motivo per punire uno schiavo:
secondo la mentalit corrente, visto che uno schiavo non un uomo, sufficiente la
volont della padrona per punire lo schiavo. Anche Petronio ci parla del trattamento
crudele degli schiavi: Trimalcione si asciuga le dita nei capelli di un servo dopo
essersele bagnate con lurina, oppure fa picchiare uno schiavo perch ha raccolto da
terra un piatto, oppure siccome Mitridate aveva bestemmiato il gene protettore del
padrone, egli viene crocifisso. Altra forma di crudelt quella dei giochi gladiatori:
questa ancora pi grave in quanto centra anche il popolo oltre che al padrone; anche
Cicerone aveva parlato di questi giochi: egli oscillava tra disprezzo, noia ed
approvazione, non schierandosi mai in modo preciso da una parte.
Seneca condanna questi giochi, ritenuti veri e propri omicidi: il popolo li apprezza
perch li usa come valvola di sfogo per le proprie frustrazioni; Seneca critica Pompeo,
che ha introdotto per primo gli elefanti nelle arene: essi, con le loro zampe,
schiacciavano gli schiavi, fatto che rendeva lo spettacolo ancora pi elettrizzante. Il
significato pi profondo dei giochi gladiatori questo: al mattino i gladiatori sono
gettati in pasto agli animali; a mezzogiorno sono gettati in pasto al popolo, feroce
tanto quanto le bestie selvagge.
Seneca parla di una idealizzazione nei rapporti schiavo-padroni in tempi antichi: egli
tende a descrivere con toni idillici questa stima reciproca appartenente al passato.
Anche Plutarco, che scrisse le vite parallele, ci conferma che i padroni trattavano gli
schiavi con mitezza, condividendo con loro lo stesso stile di vita. per cui, ecco che

grazie a questo comportamento, la casa diventava uno stato in miniatura, dove anche
gli schiavi avevano un loro spazio di libert.
Plinio il giovane afferma che per gli schiavi la sua casa costituisce una comunit
cittadina, un piccolo stato, ed anchegli ci conferma che il padrone era considerato
padre e gli schiavi membri della famiglia: in questo clima nasce la festa dei saturnali
che faceva rivivere per qualche giorno la mitica et delloro, in cui non cerano
differenze tra gli uomini. In questa settimana di dicembre i padroni erano obbligati a
pranzare con gli schiavi e obbedire ai loro desideri: stato ipotizzato che lo scopo di
questo fosse far dimenticare agli schiavi la loro condizione durante tutto lanno,
dunque risarcirli in minima parte dei comportamenti subiti. I saturnali sono uno
psicodramma da cui gli schiavi ottengono piacere e risarcimento psicologico. Emerge
allora il desiderio di tornare ai tempi antichi e restaurare i rapporti pi rurali tra
schiavo e padrone.