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Divina Commedia

Dante Alighieri

1321

Inferno
Canto I
Nel mezzo del cammin di nostra vita

E come quei che con lena affannata

mi ritrovai per una selva oscura,

uscito fuor del pelago a la riva

ch la diritta via era smarrita.

si volge a l'acqua perigliosa e guata,

Ahi quanto a dir qual era cosa dura

cos l'animo mio, ch'ancor fuggiva,

esta selva selvaggia e aspra e forte

si volse a retro a rimirar lo passo

che nel pensier rinova la paura!

che non lasci gi mai persona viva.

Tant' amara che poco pi morte;

Poi ch'i posato un poco il corpo lasso,

ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,

ripresi via per la piaggia diserta,

dir de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

s che 'l pi fermo sempre era 'l pi basso.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,

tant'era pien di sonno a quel punto

una lonza leggera e presta molto,

che la verace via abbandonai.

che di pel macolato era coverta;

Ma poi ch'i' fui al pi d'un colle giunto,

e non mi si partia dinanzi al volto,

l dove terminava quella valle

anzi 'mpediva tanto il mio cammino,

che m'avea di paura il cor compunto,

ch'i' fui per ritornar pi volte vlto.

guardai in alto, e vidi le sue spalle

Temp'era dal principio del mattino,

vestite gi de' raggi del pianeta

e 'l sol montava 'n s con quelle stelle

che mena dritto altrui per ogne calle.

ch'eran con lui quando l'amor divino

Allor fu la paura un poco queta

mosse di prima quelle cose belle;

che nel lago del cor m'era durata

s ch'a bene sperar m'era cagione

la notte ch'i' passai con tanta pieta.

di quella fiera a la gaetta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;


ma non s che paura non mi desse

Miserere di me, gridai a lui,


qual che tu sii, od ombra od omo certo!.

la vista che m'apparve d'un leone.


Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,

e li parenti miei furon lombardi,


mantoani per patria ambedui.

s che parea che l'aere ne tremesse.


Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,

e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto


nel tempo de li di falsi e bugiardi.

e molte genti f gi viver grame,


Poeta fui, e cantai di quel giusto
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,

figliuol d'Anchise che venne di Troia,


poi che 'l superbo Ilin fu combusto.

ch'io perdei la speranza de l'altezza.


Ma tu perch ritorni a tanta noia?
E qual quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,

perch non sali il dilettoso monte


ch' principio e cagion di tutta gioia?.

che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;


Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco

che spandi di parlar s largo fiume?,


rispuos'io lui con vergognosa fronte.

mi ripigneva l dove 'l sol tace.


O de li altri poeti onore e lume
Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto

vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore


che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

chi per lungo silenzio parea fioco.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;


Quando vidi costui nel gran diserto,

tu se' solo colui da cu' io tolsi

lo bello stilo che m'ha fatto onore.


Questi la caccer per ogne villa,
Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,

fin che l'avr rimessa ne lo 'nferno,


l onde 'nvidia prima dipartilla.

ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi.


Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
A te convien tenere altro viaggio,
rispuose poi che lagrimar mi vide,

che tu mi segui, e io sar tua guida,


e trarrotti di qui per loco etterno,

se vuo' campar d'esto loco selvaggio:


ove udirai le disperate strida,
ch questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,

vedrai li antichi spiriti dolenti,


ch'a la seconda morte ciascun grida;

ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;


e vederai color che son contenti
e ha natura s malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,

nel foco, perch speran di venire


quando che sia a le beate genti.

e dopo 'l pasto ha pi fame che pria.


A le quai poi se tu vorrai salire,
Molti son li animali a cui s'ammoglia,

anima fia a ci pi di me degna:

e pi saranno ancora, infin che 'l veltro

con lei ti lascer nel mio partire;

verr, che la far morir con doglia.


ch quello imperador che l s regna,
Questi non ciber terra n peltro,
ma sapienza, amore e virtute,

perch'i' fu' ribellante a la sua legge,


non vuol che 'n sua citt per me si vegna.

e sua nazion sar tra feltro e feltro.


In tutte parti impera e quivi regge;
quivi la sua citt e l'alto seggio:
Di quella umile Italia fia salute

oh felice colui cu' ivi elegge!.

per cui mor la vergine Cammilla,


Eurialo e Turno e Niso di ferute.

E io a lui: Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

e color cui tu fai cotanto mesti.

acci ch'io fugga questo male e peggio,


Allor si mosse, e io li tenni dietro.
che tu mi meni l dov'or dicesti,
s ch'io veggia la porta di san Pietro

Canto II
Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno

fu stabilita per lo loco santo

toglieva li animai che sono in terra

u' siede il successor del maggior Piero.

da le fatiche loro; e io sol uno


Per quest'andata onde li dai tu vanto,
m'apparecchiava a sostener la guerra
s del cammino e s de la pietate,

intese cose che furon cagione


di sua vittoria e del papale ammanto.

che ritrarr la mente che non erra.


Andovvi poi lo Vas d'elezione,
O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ci ch'io vidi,

per recarne conforto a quella fede


ch' principio a la via di salvazione.

qui si parr la tua nobilitate.


Ma io perch venirvi? o chi 'l concede?
Io cominciai: Poeta che mi guidi,
guarda la mia virt s'ell' possente,

Io non Enea, io non Paulo sono:


me degno a ci n io n altri 'l crede.

prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.


Per che, se del venire io m'abbandono,
Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale

temo che la venuta non sia folle.


Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono.

secolo and, e fu sensibilmente.


E qual quei che disvuol ci che volle
Per, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto

e per novi pensier cangia proposta,


s che dal cominciar tutto si tolle,

ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,


tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero

perch, pensando, consumai la 'mpresa


che fu nel cominciar cotanto tosta.

ne l'empireo ciel per padre eletto:


S'i' ho ben la parola tua intesa,
la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,

rispuose del magnanimo quell'ombra;

l'anima tua da viltade offesa;


Or movi, e con la tua parola ornata
la qual molte fiate l'omo ingombra
s che d'onrata impresa lo rivolve,

e con ci c'ha mestieri al suo campare


l'aiuta, s ch'i' ne sia consolata.

come falso veder bestia quand'ombra.


I' son Beatrice che ti faccio andare;
Da questa tema acci che tu ti solve,
dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi

vegno del loco ove tornar disio;


amor mi mosse, che mi fa parlare.

nel primo punto che di te mi dolve.


Quando sar dinanzi al segnor mio,
Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiam beata e bella,

di te mi loder sovente a lui".


Tacette allora, e poi comincia' io:

tal che di comandare io la richiesi.


"O donna di virt, sola per cui
Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,

l'umana spezie eccede ogne contento


di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,

con angelica voce, in sua favella:


tanto m'aggrada il tuo comandamento,
"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,

che l'ubidir, se gi fosse, m' tardi;


pi non t' uo' ch'aprirmi il tuo talento.

e durer quanto 'l mondo lontana,


Ma dimmi la cagion che non ti guardi
l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia impedito

de lo scender qua giuso in questo centro


de l'ampio loco ove tornar tu ardi".

s nel cammin, che volt' per paura;

"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,


e temo che non sia gi s smarrito,

dirotti brievemente", mi rispuose,

ch'io mi sia tardi al soccorso levata,

"perch'io non temo di venir qua entro.

per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Temer si dee di sole quelle cose


c'hanno potenza di fare altrui male;

a far lor pro o a fuggir lor danno,


com'io, dopo cotai parole fatte,

de l'altre no, ch non son paurose.


venni qua gi del mio beato scanno,
I' son fatta da Dio, sua merc, tale,
che la vostra miseria non mi tange,

fidandomi del tuo parlare onesto,


ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".

n fiamma d'esto incendio non m'assale.


Poscia che m'ebbe ragionato questo,
Donna gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov'io ti mando,

li occhi lucenti lagrimando volse;


per che mi fece del venir pi presto;

s che duro giudicio l s frange.


e venni a te cos com'ella volse;
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele

d'inanzi a quella fiera ti levai


che del bel monte il corto andar ti tolse.

di te, e io a te lo raccomando -.
Dunque: che ? perch, perch restai?
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov'i' era,

perch tanta vilt nel core allette?


perch ardire e franchezza non hai?

che mi sedea con l'antica Rachele.


poscia che tai tre donne benedette
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ch non soccorri quei che t'am tanto,

curan di te ne la corte del cielo,


e 'l mio parlar tanto ben ti promette?.

ch'usc per te de la volgare schiera?

Quali fioretti dal notturno gelo


non odi tu la pieta del suo pianto?

chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca

non vedi tu la morte che 'l combatte

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? tal mi fec'io di mia virtude stanca,
Al mondo non fur mai persone ratte

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch'i' cominciai come persona franca:


Or va, ch'un sol volere d'ambedue:
Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto

tu duca, tu segnore, e tu maestro.


Cos li dissi; e poi che mosso fue,

a le vere parole che ti porse!


Tu m'hai con disiderio il cor disposto
s al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Canto III
Per me si va ne la citt dolente,

risonavan per l'aere sanza stelle,

per me si va ne l'etterno dolore,

per ch'io al cominciar ne lagrimai.

per me si va tra la perduta gente.


Diverse lingue, orribili favelle,
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,

parole di dolore, accenti d'ira,


voci alte e fioche, e suon di man con elle

la somma sapienza e 'l primo amore.


facevano un tumulto, il qual s'aggira
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.

sempre in quell'aura sanza tempo tinta,


come la rena quando turbo spira.

Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".


E io ch'avea d'error la testa cinta,
Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;

dissi: Maestro, che quel ch'i' odo?


e che gent' che par nel duol s vinta?.

per ch'io: Maestro, il senso lor m' duro.


Ed elli a me: Questo misero modo
Ed elli a me, come persona accorta:
Qui si convien lasciare ogne sospetto;

tegnon l'anime triste di coloro


che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.

ogne vilt convien che qui sia morta.


Mischiate sono a quel cattivo coro
Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose

de li angeli che non furon ribelli


n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.

c'hanno perduto il ben de l'intelletto.


Caccianli i ciel per non esser men belli,
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,

n lo profondo inferno li riceve,


ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli.

mi mise dentro a le segrete cose.


E io: Maestro, che tanto greve
Quivi sospiri, pianti e alti guai

a lor, che lamentar li fa s forte?.

Rispuose: Dicerolti molto breve.


Elle rigavan lor di sangue il volto,
Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita tanto bassa,

che, mischiato di lagrime, a' lor piedi


da fastidiosi vermi era ricolto.

che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.


E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:

vidi genti a la riva d'un gran fiume;


per ch'io dissi: Maestro, or mi concedi

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.


ch'i' sappia quali sono, e qual costume
E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,

le fa di trapassar parer s pronte,


com'io discerno per lo fioco lume.

che d'ogne posa mi parea indegna;


Ed elli a me: Le cose ti fier conte
e dietro le vena s lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto

quando noi fermerem li nostri passi


su la trista riviera d'Acheronte.

che morte tanta n'avesse disfatta.


Allor con li occhi vergognosi e bassi,
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui

temendo no 'l mio dir li fosse grave,


infino al fiume del parlar mi trassi.

che fece per viltade il gran rifiuto.


Ed ecco verso noi venir per nave
Incontanente intesi e certo fui

un vecchio, bianco per antico pelo,

che questa era la setta d'i cattivi,

gridando: Guai a voi, anime prave!

a Dio spiacenti e a' nemici sui.

Non isperate mai veder lo cielo:


Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

i' vegno per menarvi a l'altra riva

erano ignudi e stimolati molto

ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

E tu che se' cost, anima viva,

loro accennando, tutte le raccoglie;

prtiti da cotesti che son morti.

batte col remo qualunque s'adagia.

Ma poi che vide ch'io non mi partiva,


Come d'autunno si levan le foglie
disse: Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:

l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo


vede a la terra tutte le sue spoglie,

pi lieve legno convien che ti porti.


similemente il mal seme d'Adamo
E 'l duca lui: Caron, non ti crucciare:
vuolsi cos col dove si puote

gittansi di quel lito ad una ad una,


per cenni come augel per suo richiamo.

ci che si vuole, e pi non dimandare.


Cos sen vanno su per l'onda bruna,
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,

e avanti che sien di l discese,


anche di qua nuova schiera s'auna.

che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.


Figliuol mio, disse 'l maestro cortese,
Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,

quelli che muoion ne l'ira di Dio


tutti convegnon qui d'ogne paese:

ratto che 'nteser le parole crude.


e pronti sono a trapassar lo rio,
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme

ch la divina giustizia li sprona,


s che la tema si volve in disio.

di lor semenza e di lor nascimenti.

Quinci non passa mai anima buona;


Poi si ritrasser tutte quante insieme,

e per, se Caron di te si lagna,

forte piangendo, a la riva malvagia

ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona.

ch'attende ciascun uom che Dio non teme.


Finito questo, la buia campagna
Caron dimonio, con occhi di bragia,

trem s forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.


La terra lagrimosa diede vento,
che balen una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l'uom cui sonno piglia.

Canto IV
Ruppemi l'alto sonno ne la testa

Cos si mise e cos mi f intrare

un greve truono, s ch'io mi riscossi

nel primo cerchio che l'abisso cigne.

come persona ch' per forza desta;


Quivi, secondo che per ascoltare,
e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai

non avea pianto mai che di sospiri,


che l'aura etterna facevan tremare;

per conoscer lo loco dov'io fossi.


ci avvenia di duol sanza martri
Vero che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa

ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,


d'infanti e di femmine e di viri.

che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.


Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

che spiriti son questi che tu vedi?


Or vo' che sappi, innanzi che pi andi,

io non vi discernea alcuna cosa.


ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
cominci il poeta tutto smorto.

non basta, perch non ebber battesmo,


ch' porta de la fede che tu credi;

Io sar primo, e tu sarai secondo.


e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
E io, che del color mi fui accorto,
dissi: Come verr, se tu paventi

non adorar debitamente a Dio:


e di questi cotai son io medesmo.

che suoli al mio dubbiare esser conforto?.


Per tai difetti, non per altro rio,
Ed elli a me: L'angoscia de le genti
che son qua gi, nel viso mi dipigne

semo perduti, e sol di tanto offesi,


che sanza speme vivemo in disio.

quella piet che tu per tema senti.


Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
Andiam, ch la via lunga ne sospigne.

per che gente di molto valore

conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.


Non era lunga ancor la nostra via
Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
comincia' io per voler esser certo

di qua dal sonno, quand'io vidi un foco


ch'emisperio di tenebre vincia.

di quella fede che vince ogne errore:


Di lungi n'eravamo ancora un poco,
uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?.

ma non s ch'io non discernessi in parte


ch'orrevol gente possedea quel loco.

E quei che 'ntese il mio parlar coverto,


O tu ch'onori scienzia e arte,
rispuose: Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,

questi chi son c'hanno cotanta onranza,


che dal modo de li altri li diparte?.

con segno di vittoria coronato.


E quelli a me: L'onrata nominanza
Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abl suo figlio e quella di No,

che di lor suona s ne la tua vita,


grazia acquista in ciel che s li avanza.

di Mois legista e ubidente;


Intanto voce fu per me udita:
Abram patriarca e Davd re,
Isral con lo padre e co' suoi nati

Onorate l'altissimo poeta:


l'ombra sua torna, ch'era dipartita.

e con Rachele, per cui tanto f;


Poi che la voce fu restata e queta,
e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,

vidi quattro grand'ombre a noi venire:


sembianz'avevan n trista n lieta.

spiriti umani non eran salvati.

Lo buon maestro cominci a dire:


Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,

Mira colui con quella spada in mano,

ma passavam la selva tuttavia,

che vien dinanzi ai tre s come sire:

la selva, dico, di spiriti spessi.

quelli Omero poeta sovrano;


l'altro Orazio satiro che vene;

per sette porte intrai con questi savi:


giugnemmo in prato di fresca verdura.

Ovidio 'l terzo, e l'ultimo Lucano.


Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
Per che ciascun meco si convene
nel nome che son la voce sola,

di grande autorit ne' lor sembianti:


parlavan rado, con voci soavi.

fannomi onore, e di ci fanno bene.


Traemmoci cos da l'un de' canti,
Cos vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto

in loco aperto, luminoso e alto,


s che veder si potien tutti quanti.

che sovra li altri com'aquila vola.


Col diritto, sovra 'l verde smalto,
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,

mi fuor mostrati li spiriti magni,


che del vedere in me stesso m'essalto.

e 'l mio maestro sorrise di tanto;


I' vidi Eletra con molti compagni,
e pi d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' s mi fecer de la loro schiera,

tra ' quai conobbi Ettr ed Enea,


Cesare armato con li occhi grifagni.

s ch'io fui sesto tra cotanto senno.


Vidi Cammilla e la Pantasilea;
Cos andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere bello,

da l'altra parte, vidi 'l re Latino


che con Lavina sua figlia sedea.

s com'era 'l parlar col dov'era.


Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
Venimmo al pi d'un nobile castello,

e solo, in parte, vidi 'l Saladino.

sette volte cerchiato d'alte mura,


difeso intorno d'un bel fiumicello.

Poi ch'innalzai un poco pi le ciglia,


vidi 'l maestro di color che sanno

Questo passammo come terra dura;

seder tra filosofica famiglia.

Ipocrte, Avicenna e Galieno,


Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

Averos, che 'l gran comento feo.

quivi vid'io Socrate e Platone,


che 'nnanzi a li altri pi presso li stanno;

Io non posso ritrar di tutti a pieno,


per che s mi caccia il lungo tema,

Democrito, che 'l mondo a caso pone,

che molte volte al fatto il dir vien meno.

Diogens, Anassagora e Tale,


Empedocls, Eraclito e Zenone;

La sesta compagnia in due si scema:


per altra via mi mena il savio duca,

e vidi il buono accoglitor del quale,

fuor de la queta, ne l'aura che trema.

Diascoride dico; e vidi Orfeo,


Tulio e Lino e Seneca morale;

Euclide geomtra e Tolomeo,

E vegno in parte ove non che luca.

Canto V
Cos discesi del cerchio primaio

vuolsi cos col dove si puote

gi nel secondo, che men loco cinghia,

ci che si vuole, e pi non dimandare.

e tanto pi dolor, che punge a guaio.


Or incomincian le dolenti note
Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;

a farmisi sentire; or son venuto


l dove molto pianto mi percuote.

giudica e manda secondo ch'avvinghia.


Io venni in loco d'ogne luce muto,
Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;

che mugghia come fa mar per tempesta,


se da contrari venti combattuto.

e quel conoscitor de le peccata


La bufera infernal, che mai non resta,
vede qual loco d'inferno da essa;
cignesi con la coda tante volte

mena li spirti con la sua rapina;


voltando e percotendo li molesta.

quantunque gradi vuol che gi sia messa.


Quando giungon davanti a la ruina,
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;

quivi le strida, il compianto, il lamento;


bestemmian quivi la virt divina.

dicono e odono, e poi son gi volte.


Intesi ch'a cos fatto tormento
O tu che vieni al doloroso ospizio,
disse Mins a me quando mi vide,

enno dannati i peccator carnali,


che la ragion sommettono al talento.

lasciando l'atto di cotanto offizio,


E come li stornei ne portan l'ali
guarda com'entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!.

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,


cos quel fiato li spiriti mali

E 'l duca mio a lui: Perch pur gride?


di qua, di l, di gi, di s li mena;
Non impedir lo suo fatale andare:

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.


Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di s lunga riga,

ombre mostrommi e nominommi a dito,


ch'amor di nostra vita dipartille.

cos vid'io venir, traendo guai,


Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: Maestro, chi son quelle

nomar le donne antiche e ' cavalieri,


piet mi giunse, e fui quasi smarrito.

genti che l'aura nera s gastiga?.


I' cominciai: Poeta, volontieri
La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper, mi disse quelli allotta,

parlerei a quei due che 'nsieme vanno,


e paion s al vento esser leggeri.

fu imperadrice di molte favelle.


Ed elli a me: Vedrai quando saranno
A vizio di lussuria fu s rotta,
che libito f licito in sua legge,

pi presso a noi; e tu allor li priega


per quello amor che i mena, ed ei verranno.

per trre il biasmo in che era condotta.


S tosto come il vento a noi li piega,
Ell' Semirams, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:

mossi la voce: O anime affannate,


venite a noi parlar, s'altri nol niega!.

tenne la terra che 'l Soldan corregge.


Quali colombe dal disio chiamate
L'altra colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;

con l'ali alzate e ferme al dolce nido


vegnon per l'aere dal voler portate;

poi Cleopatrs lussuriosa.


cotali uscir de la schiera ov' Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
Elena vedi, per cui tanto reo

s forte fu l'affettuoso grido.

tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,


che con amore al fine combatteo.

O animal grazioso e benigno

che visitando vai per l'aere perso

fin che 'l poeta mi disse: Che pense?.

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,


Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
se fosse amico il re de l'universo,

quanti dolci pensier, quanto disio

noi pregheremmo lui de la tua pace,

men costoro al doloroso passo!.

poi c'hai piet del nostro mal perverso.


Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,

e cominciai: Francesca, i tuoi martri


a lagrimar mi fanno tristo e pio.

mentre che 'l vento, come fa, ci tace.


Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende

a che e come concedette Amore


che conosceste i dubbiosi disiri?.

per aver pace co' seguaci sui.


E quella a me: Nessun maggior dolore
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona

che ricordarsi del tempo felice


ne la miseria; e ci sa 'l tuo dottore.

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.


Ma s'a conoscer la prima radice
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer s forte,

del nostro amor tu hai cotanto affetto,


dir come colui che piange e dice.

che, come vedi, ancor non m'abbandona.


Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
Amor condusse noi ad una morte:

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Caina attende chi a vita ci spense.


Queste parole da lor ci fuor porte.

Per pi fiate li occhi ci sospinse


quella lettura, e scolorocci il viso;

Quand'io intesi quell'anime offense,


china' il viso e tanto il tenni basso,

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso


esser basciato da cotanto amante,

Mentre che l'uno spirto questo disse,

questi, che mai da me non fia diviso,

l'altro piangea; s che di pietade


io venni men cos com'io morisse.

la bocca mi basci tutto tremante.


Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno pi non vi leggemmo avante.

E caddi come corpo morto cade.

Canto VI
Al tornar de la mente, che si chiuse

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

dinanzi a la piet d'i due cognati,

non avea membro che tenesse fermo.

che di trestizia tutto mi confuse,


E 'l duca mio distese le sue spanne,
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova

prese la terra, e con piene le pugna


la gitt dentro a le bramose canne.

e ch'io mi volga, e come che io guati.


Qual quel cane ch'abbaiando agogna,
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;

e si racqueta poi che 'l pasto morde,


ch solo a divorarlo intende e pugna,

regola e qualit mai non l' nova.


cotai si fecer quelle facce lorde
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;

de lo demonio Cerbero, che 'ntrona


l'anime s, ch'esser vorrebber sorde.

pute la terra che questo riceve.


Noi passavam su per l'ombre che adona
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra

la greve pioggia, e ponavam le piante


sovra lor vanit che par persona.

sovra la gente che quivi sommersa.


Elle giacean per terra tutte quante,
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;

fuor d'una ch'a seder si lev, ratto


ch'ella ci vide passarsi davante.

graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.


O tu che se' per questo 'nferno tratto,
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;

mi disse, riconoscimi, se sai:


tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto.

volgonsi spesso i miseri profani.


E io a lui: L'angoscia che tu hai
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

forse ti tira fuor de la mia mente,

s che non par ch'i' ti vedessi mai.

Poi appresso convien che questa caggia


infra tre soli, e che l'altra sormonti

Ma dimmi chi tu se' che 'n s dolente

con la forza di tal che test piaggia.

loco se' messo e hai s fatta pena,


che, s'altra maggio, nulla s spiacente.

Alte terr lungo tempo le fronti,


tenendo l'altra sotto gravi pesi,

Ed elli a me: La tua citt, ch' piena

come che di ci pianga o che n'aonti.

d'invidia s che gi trabocca il sacco,


seco mi tenne in la vita serena.

Giusti son due, e non vi sono intesi;


superbia, invidia e avarizia sono

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

le tre faville c'hanno i cuori accesi.

per la dannosa colpa de la gola,


come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

Qui puose fine al lagrimabil suono.


E io a lui: Ancor vo' che mi 'nsegni,

E io anima trista non son sola,

e che di pi parlar mi facci dono.

ch tutte queste a simil pena stanno


per simil colpa. E pi non f parola.

Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor s degni,


Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca

Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno

e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,

mi pesa s, ch'a lagrimar mi 'nvita;


ma dimmi, se tu sai, a che verranno

dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;


ch gran disio mi stringe di savere

li cittadin de la citt partita;

se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca.

s'alcun v' giusto; e dimmi la cagione


per che l'ha tanta discordia assalita.

E quelli: Ei son tra l'anime pi nere:


diverse colpe gi li grava al fondo:

E quelli a me: Dopo lunga tencione

se tanto scendi, l i potrai vedere.

verranno al sangue, e la parte selvaggia


caccer l'altra con molta offensione.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,


priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:

pi non ti dico e pi non ti rispondo.

toccando un poco la vita futura;


per ch'io dissi: Maestro, esti tormenti

Li diritti occhi torse allora in biechi;


guardommi un poco, e poi chin la testa:

crescerann'ei dopo la gran sentenza,


o fier minori, o saran s cocenti?.

cadde con essa a par de li altri ciechi.


Ed elli a me: Ritorna a tua scienza,
E 'l duca disse a me: Pi non si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,

che vuol, quanto la cosa pi perfetta,


pi senta il bene, e cos la doglienza.

quando verr la nimica podesta:


Tutto che questa gente maladetta
ciascun riveder la trista tomba,
ripiglier sua carne e sua figura,

in vera perfezion gi mai non vada,


di l pi che di qua essere aspetta.

udir quel ch'in etterno rimbomba.


Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando pi assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

S trapassammo per sozza mistura


de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Canto VII
Pape Satn, pape Satn aleppe!,

che si frange con quella in cui s'intoppa,

cominci Pluto con la voce chioccia;

cos convien che qui la gente riddi.

e quel savio gentil, che tutto seppe,


Qui vid'i' gente pi ch'altrove troppa,
disse per confortarmi: Non ti noccia
la tua paura; ch, poder ch'elli abbia,

e d'una parte e d'altra, con grand'urli,


voltando pesi per forza di poppa.

non ci torr lo scender questa roccia.


Percoteansi 'ncontro; e poscia pur l
Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
e disse: Taci, maladetto lupo!

si rivolgea ciascun, voltando a retro,


gridando: Perch tieni? e Perch burli?.

consuma dentro te con la tua rabbia.


Cos tornavan per lo cerchio tetro
Non sanza cagion l'andare al cupo:
vuolsi ne l'alto, l dove Michele

da ogne mano a l'opposito punto,


gridandosi anche loro ontoso metro;

f la vendetta del superbo strupo.


poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,

per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.


E io, ch'avea lo cor quasi compunto,

tal cadde a terra la fiera crudele.


dissi: Maestro mio, or mi dimostra
Cos scendemmo ne la quarta lacca
pigliando pi de la dolente ripa

che gente questa, e se tutti fuor cherci


questi chercuti a la sinistra nostra.

che 'l mal de l'universo tutto insacca.


Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant'io viddi?

s de la mente in la vita primaia,


che con misura nullo spendio ferci.

e perch nostra colpa s ne scipa?


Assai la voce lor chiaro l'abbaia
Come fa l'onda l sovra Cariddi,

quando vegnono a' due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.

Maestro mio, diss'io, or mi d anche:


questa fortuna di che tu mi tocche,

Questi fuor cherci, che non han coperchio

che , che i ben del mondo ha s tra branche?.

piloso al capo, e papi e cardinali,


in cui usa avarizia il suo soperchio.

E quelli a me: Oh creature sciocche,


quanta ignoranza quella che v'offende!

E io: Maestro, tra questi cotali

Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.

dovre' io ben riconoscere alcuni


che furo immondi di cotesti mali.

Colui lo cui saver tutto trascende,


fece li cieli e di lor chi conduce

Ed elli a me: Vano pensiero aduni:

s ch'ogne parte ad ogne parte splende,

la sconoscente vita che i f sozzi


ad ogne conoscenza or li fa bruni.

distribuendo igualmente la luce.


Similemente a li splendor mondani

In etterno verranno a li due cozzi:

ordin general ministra e duce

questi resurgeranno del sepulcro


col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

che permutasse a tempo li ben vani


di gente in gente e d'uno in altro sangue,

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

oltre la difension d'i senni umani;

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:


qual ella sia, parole non ci appulcro.

per ch'una gente impera e l'altra langue,


seguendo lo giudicio di costei,

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

che occulto come in erba l'angue.

d'i ben che son commessi a la fortuna,


per che l'umana gente si rabbuffa;

Vostro saver non ha contasto a lei:


questa provede, giudica, e persegue

ch tutto l'oro ch' sotto la luna

suo regno come il loro li altri di.

e che gi fu, di quest'anime stanche


non poterebbe farne posare una.

Le sue permutazion non hanno triegue;


necessit la fa esser veloce;

s spesso vien chi vicenda consegue.

Quest' colei ch' tanto posta in croce

ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,

pur da color che le dovrien dar lode,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

dandole biasmo a torto e mala voce;

troncandosi co' denti a brano a brano.

ma ella s' beata e ci non ode:

Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi

con l'altre prime creature lieta

l'anime di color cui vinse l'ira;

volve sua spera e beata si gode.

e anche vo' che tu per certo credi

Or discendiamo omai a maggior pieta;

che sotto l'acqua gente che sospira,

gi ogne stella cade che saliva

e fanno pullular quest'acqua al summo,

quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta.

come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.

Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva

Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo

sovr'una fonte che bolle e riversa

ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,

per un fossato che da lei deriva.

portando dentro accidioso fummo:

L'acqua era buia assai pi che persa;

or ci attristiam ne la belletta negra".

e noi, in compagnia de l'onde bige,

Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,

intrammo gi per una via diversa.

ch dir nol posson con parola integra.

In la palude va c'ha nome Stige

Cos girammo de la lorda pozza

questo tristo ruscel, quand' disceso

grand'arco tra la ripa secca e 'l mzzo,

al pi de le maligne piagge grige.

con li occhi vlti a chi del fango ingozza.

E io, che di mirare stava inteso,

Venimmo al pi d'una torre al da sezzo.

vidi genti fangose in quel pantano,

Canto V I I I
Io dico, seguitando, ch'assai prima

che gridava: Or se' giunta, anima fella!.

che noi fossimo al pi de l'alta torre,


li occhi nostri n'andar suso a la cima

Flegis, Flegis, tu gridi a vto,


disse lo mio segnore a questa volta:

per due fiammette che i vedemmo porre

pi non ci avrai che sol passando il loto.

e un'altra da lungi render cenno


tanto ch'a pena il potea l'occhio trre.

Qual colui che grande inganno ascolta


che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;

fecesi Flegis ne l'ira accolta.

dissi: Questo che dice? e che risponde


quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?.

Lo duca mio discese ne la barca,


e poi mi fece intrare appresso lui;

Ed elli a me: Su per le sucide onde

e sol quand'io fui dentro parve carca.

gi scorgere puoi quello che s'aspetta,


se 'l fummo del pantan nol ti nasconde.

Tosto che 'l duca e io nel legno fui,


segando se ne va l'antica prora

Corda non pinse mai da s saetta

de l'acqua pi che non suol con altrui.

che s corresse via per l'aere snella,


com'io vidi una nave piccioletta

Mentre noi corravam la morta gora,


dinanzi mi si fece un pien di fango,

venir per l'acqua verso noi in quella,


sotto 'l governo d'un sol galeoto,

e disse: Chi se' tu che vieni anzi ora?.

E io a lui: S'i' vegno, non rimango;


ma tu chi se', che s se' fatto brutto?.
Rispuose: Vedi che son un che piango.

E io: Maestro, molto sarei vago


di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago.

E io a lui: Con piangere e con lutto,


spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto.

Ed elli a me: Avante che la proda


ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disio convien che tu goda.

Allor distese al legno ambo le mani;


per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: Via cost con li altri cani!.

Dopo ci poco vid'io quello strazio


far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Lo collo poi con le braccia mi cinse;


basciommi 'l volto, e disse: Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!

Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;


e 'l fiorentino spirito bizzarro
in s medesmo si volvea co' denti.

Quei fu al mondo persona orgogliosa;


bont non che sua memoria fregi:
cos s' l'ombra sua qui furiosa.

Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;


ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
per ch'io avante l'occhio intento sbarro.

Quanti si tegnon or l s gran regi


che qui staranno come porci in brago,
di s lasciando orribili dispregi!.

Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,


s'appressa la citt c'ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo.

E 'l savio mio maestro fece segno


di voler lor parlar segretamente.

E io: Maestro, gi le sue meschite


l entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite

Allor chiusero un poco il gran disdegno,


e disser: Vien tu solo, e quei sen vada,
che s ardito intr per questo regno.

fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno


ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno.

Sol si ritorni per la folle strada:


pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai
che li ha' iscorta s buia contrada.

Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse


che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.

Pensa, lettor, se io mi sconfortai


nel suon de le parole maladette,
ch non credetti ritornarci mai.

Non sanza prima far grande aggirata,


venimmo in parte dove il nocchier forte
Usciteci, grid: qui l'intrata.

O caro duca mio, che pi di sette


volte m'hai sicurt renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi stette,

Io vidi pi di mille in su le porte


da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: Chi costui che sanza morte

non mi lasciar, diss'io, cos disfatto;


e se 'l passar pi oltre ci negato,
ritroviam l'orme nostre insieme ratto.

va per lo regno de la morta gente?.

E quel segnor che l m'avea menato,


mi disse: Non temer; ch 'l nostro passo
non ci pu trre alcun: da tal n' dato.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase


d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
Chi m'ha negate le dolenti case!.

Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso


conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascer nel mondo basso.

E a me disse: Tu, perch'io m'adiri,


non sbigottir, ch'io vincer la prova,
qual ch'a la difension dentro s'aggiri.

Cos sen va, e quivi m'abbandona


lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che s e no nel capo mi tenciona.

Questa lor tracotanza non nova;


ch gi l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.

Udir non potti quello ch'a lor porse;


ma ei non stette l con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Sovr'essa vedest la scritta morta:


e gi di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi sanza scorta,

Chiuser le porte que' nostri avversari


nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
e rivolsesi a me con passi rari.

tal che per lui ne fia la terra aperta.

Canto IX
Quel color che vilt di fuor mi pinse

che sol per pena ha la speranza cionca?.

veggendo il duca mio tornare in volta,


pi tosto dentro il suo novo ristrinse.

Questa question fec'io; e quei Di rado


incontra, mi rispuose, che di noi

Attento si ferm com'uom ch'ascolta;

faccia il cammino alcun per qual io vado.

ch l'occhio nol potea menare a lunga


per l'aere nero e per la nebbia folta.

Ver ch'altra fiata qua gi fui,


congiurato da quella Eritn cruda

Pur a noi converr vincer la punga,

che richiamava l'ombre a' corpi sui.

cominci el, se non... Tal ne s'offerse.


Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!.

Di poco era di me la carne nuda,


ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,

I' vidi ben s com'ei ricoperse

per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

lo cominciar con l'altro che poi venne,


che fur parole a le prime diverse;

Quell' 'l pi basso loco e 'l pi oscuro,


e 'l pi lontan dal ciel che tutto gira:

ma nondimen paura il suo dir dienne,

ben so 'l cammin; per ti fa sicuro.

perch'io traeva la parola tronca


forse a peggior sentenzia che non tenne.

Questa palude che 'l gran puzzo spira


cigne dintorno la citt dolente,

In questo fondo de la trista conca


discende mai alcun del primo grado,

u' non potemo intrare omai sanz'ira.

E altro disse, ma non l'ho a mente;


per che l'occhio m'avea tutto tratto
ver' l'alta torre a la cima rovente,

Vegna Medusa: s 'l farem di smalto,


dicevan tutte riguardando in giuso;
mal non vengiammo in Teseo l'assalto.

dove in un punto furon dritte ratto


tre furie infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,

Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;


ch se 'l Gorgn si mostra e tu 'l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso.

e con idre verdissime eran cinte;


serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.

Cos disse 'l maestro; ed elli stessi


mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.

E quei, che ben conobbe le meschine


de la regina de l'etterno pianto,
Guarda, mi disse, le feroci Erine.

O voi ch'avete li 'ntelletti sani,


mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.

Quest' Megera dal sinistro canto;


quella che piange dal destro Aletto;
Tesifn nel mezzo; e tacque a tanto.

E gi venia su per le torbide onde


un fracasso d'un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;


battiensi a palme, e gridavan s alto,
ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.

non altrimenti fatto che d'un vento


impetuoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz'alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;

ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

dinanzi polveroso va superbo,

Venne a la porta, e con una verghetta

e fa fuggir le fiere e li pastori.

l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.

i occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo


del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo pi acerbo.

O cacciati del ciel, gente dispetta,


cominci elli in su l'orribil soglia,
ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?

Come le rane innanzi a la nimica


biscia per l'acqua si dileguan tutte,
fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,

Perch recalcitrate a quella voglia


a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che pi volte v'ha cresciuta doglia?

vid'io pi di mille anime distrutte


fuggir cos dinanzi ad un ch'al passo
passava Stige con le piante asciutte.

Che giova ne le fata dar di cozzo?


Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo.

Dal volto rimovea quell'aere grasso,


menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell'angoscia parea lasso.

Poi si rivolse per la strada lorda,


e non f motto a noi, ma f sembiante
d'omo cui altra cura stringa e morda

Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,


e volsimi al maestro; e quei f segno

che quella di colui che li davante;

e noi movemmo i piedi inver' la terra,


sicuri appresso le parole sante.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,


e fuor n'uscivan s duri lamenti,
che ben parean di miseri e d'offesi.

Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;


e io, ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,

E io: Maestro, quai son quelle genti


che, seppellite dentro da quell'arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?.

com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;


e veggio ad ogne man grande campagna
piena di duolo e di tormento rio.

Ed elli a me: Qui son li eresiarche


con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
pi che non credi son le tombe carche

S come ad Arli, ove Rodano stagna,


s com'a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt'il loco varo,


cos facevan quivi d'ogne parte,

Simile qui con simile sepolto,

salvo che 'l modo v'era pi amaro;

e i monimenti son pi e men caldi.


E poi ch'a la man destra si fu vlto,

ch tra gli avelli fiamme erano sparte,


per le quali eran s del tutto accesi,
che ferro pi non chiede verun'arte.

passammo tra i martiri e li alti spaldi.

Canto X
Ora sen va per un secreto calle,

vivo ten vai cos parlando onesto,

tra 'l muro de la terra e li martri,

piacciati di restare in questo loco.

lo mio maestro, e io dopo le spalle.


La tua loquela ti fa manifesto
O virt somma, che per li empi giri
mi volvi, cominciai, com'a te piace,

di quella nobil patria natio


a la qual forse fui troppo molesto.

parlami, e sodisfammi a' miei disiri.


Subitamente questo suono usco
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? gi son levati

d'una de l'arche; per m'accostai,


temendo, un poco pi al duca mio.

tutt'i coperchi, e nessun guardia face.


Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
E quelli a me: Tutti saran serrati
quando di Iosaft qui torneranno

Vedi l Farinata che s' dritto:


da la cintola in s tutto 'l vedrai.

coi corpi che l s hanno lasciati.


Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,

ed el s'ergea col petto e con la fronte


com'avesse l'inferno a gran dispitto.

che l'anima col corpo morta fanno.


E l'animose man del duca e pronte
Per a la dimanda che mi faci
quinc'entro satisfatto sar tosto,

mi pinser tra le sepulture a lui,


dicendo: Le parole tue sien conte.

e al disio ancor che tu mi taci.


Com'io al pi de la sua tomba fui,
E io: Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,


mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.

e tu m'hai non pur mo a ci disposto.


Io ch'era d'ubidir disideroso,
O Tosco che per la citt del foco

non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;

ond'ei lev le ciglia un poco in suso;

Di subito drizzato grid: Come?


dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?

poi disse: Fieramente furo avversi

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.

a me e a miei primi e a mia parte,


s che per due fiate li dispersi.

Quando s'accorse d'alcuna dimora


ch'io facea dinanzi a la risposta,

S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte,

supin ricadde e pi non parve fora.

rispuos'io lui, l'una e l'altra fiata;


ma i vostri non appreser ben quell'arte.

Ma quell'altro magnanimo, a cui posta


restato m'era, non mut aspetto,

Allor surse a la vista scoperchiata

n mosse collo, n pieg sua costa:

un'ombra, lungo questa, infino al mento:


credo che s'era in ginocchie levata.

e s continuando al primo detto,


S'elli han quell'arte, disse, male appresa,

Dintorno mi guard, come talento

ci mi tormenta pi che questo letto.

avesse di veder s'altri era meco;


e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,

Ma non cinquanta volte fia raccesa


la faccia de la donna che qui regge,

piangendo disse: Se per questo cieco

che tu saprai quanto quell'arte pesa.

carcere vai per altezza d'ingegno,


mio figlio ov'? e perch non teco?.

E se tu mai nel dolce mondo regge,


dimmi: perch quel popolo s empio

E io a lui: Da me stesso non vegno:

incontr'a' miei in ciascuna sua legge?.

colui ch'attende l, per qui mi mena


forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

Ond'io a lui: Lo strazio e 'l grande scempio


che fece l'Arbia colorata in rosso,

Le sue parole e 'l modo de la pena

tal orazion fa far nel nostro tempio.

m'avean di costui gi letto il nome;


per fu la risposta cos piena.

Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,


A ci non fu' io sol, disse, n certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.

e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,


fate i saper che 'l fei perch pensava

Ma fu' io solo, l dove sofferto

gi ne l'error che m'avete soluto.

fu per ciascun di trre via Fiorenza,


colui che la difesi a viso aperto.

E gi 'l maestro mio mi richiamava;


per ch'i' pregai lo spirto pi avaccio

Deh, se riposi mai vostra semenza,

che mi dicesse chi con lu' istava.

prega' io lui, solvetemi quel nodo


che qui ha 'nviluppata mia sentenza.

Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:


qua dentro 'l secondo Federico,

El par che voi veggiate, se ben odo,

e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio.

dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,


e nel presente tenete altro modo.

Indi s'ascose; e io inver' l'antico


poeta volsi i passi, ripensando

Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,

a quel parlar che mi parea nemico.

le cose, disse, che ne son lontano;


cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Elli si mosse; e poi, cos andando,


mi disse: Perch se' tu s smarrito?.

Quando s'appressano o son, tutto vano

E io li sodisfeci al suo dimando.

nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,


nulla sapem di vostro stato umano.

La mente tua conservi quel ch'udito


hai contra te, mi comand quel saggio.

Per comprender puoi che tutta morta

E ora attendi qui, e drizz 'l dito:

fia nostra conoscenza da quel punto


che del futuro fia chiusa la porta.

quando sarai dinanzi al dolce raggio


di quella il cui bell'occhio tutto vede,

Allor, come di mia colpa compunto,


dissi: Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato co'vivi ancor congiunto;

da lei saprai di tua vita il viaggio.

per un sentier ch'a una valle fiede,

Appresso mosse a man sinistra il piede:


lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo

che 'nfin l s facea spiacer suo lezzo.

Canto XI
In su l'estremit d'un'alta ripa

ingiuria 'l fine, ed ogne fin cotale

che facevan gran pietre rotte in cerchio

o con forza o con frode altrui contrista.

venimmo sopra pi crudele stipa;


Ma perch frode de l'uom proprio male,
e quivi, per l'orribile soperchio
del puzzo che 'l profondo abisso gitta,

pi spiace a Dio; e per stan di sotto


li frodolenti, e pi dolor li assale.

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio


Di violenti il primo cerchio tutto;
d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
che dicea: "Anastasio papa guardo,

ma perch si fa forza a tre persone,


in tre gironi distinto e costrutto.

lo qual trasse Fotin de la via dritta".


A Dio, a s, al prossimo si pne
Lo nostro scender conviene esser tardo,
s che s'ausi un poco in prima il senso

far forza, dico in loro e in lor cose,


come udirai con aperta ragione.

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.


Morte per forza e ferute dogliose
Cos 'l maestro; e io Alcun compenso,
dissi lui, trova che 'l tempo non passi

nel prossimo si danno, e nel suo avere


ruine, incendi e tollette dannose;

perduto. Ed elli: Vedi ch'a ci penso.


onde omicide e ciascun che mal fiere,
Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
cominci poi a dir, son tre cerchietti

guastatori e predon, tutti tormenta


lo giron primo per diverse schiere.

di grado in grado, come que' che lassi.


Puote omo avere in s man violenta
Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perch poi ti basti pur la vista,

e ne' suoi beni; e per nel secondo


giron convien che sanza pro si penta

intendi come e perch son costretti.


qualunque priva s del vostro mondo,
D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange l dov'esser de' giocondo.

E io: Maestro, assai chiara procede


la tua ragione, e assai ben distingue

Puossi far forza nella deitade,

questo bartro e 'l popol ch'e' possiede.

col cor negando e bestemmiando quella,


e spregiando natura e sua bontade;

Ma dimmi: quei de la palude pingue,


che mena il vento, e che batte la pioggia,

e per lo minor giron suggella

e che s'incontran con s aspre lingue,

del segno suo e Soddoma e Caorsa


e chi, spregiando Dio col cor, favella.

perch non dentro da la citt roggia


sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

La frode, ond'ogne coscienza morsa,

e se non li ha, perch sono a tal foggia?.

pu l'omo usare in colui che 'n lui fida


e in quel che fidanza non imborsa.

Ed elli a me Perch tanto delira,


disse lo 'ngegno tuo da quel che sle?

Questo modo di retro par ch'incida

o ver la mente dove altrove mira?

pur lo vinco d'amor che fa natura;


onde nel cerchio secondo s'annida

Non ti rimembra di quelle parole


con le quai la tua Etica pertratta

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

le tre disposizion che 'l ciel non vole,

falsit, ladroneccio e simonia,


ruffian, baratti e simile lordura.

incontenenza, malizia e la matta


bestialitade? e come incontenenza

Per l'altro modo quell'amor s'oblia

men Dio offende e men biasimo accatta?

che fa natura, e quel ch' poi aggiunto,


di che la fede spezial si cria;

Se tu riguardi ben questa sentenza,


e rechiti a la mente chi son quelli

onde nel cerchio minore, ov' 'l punto


de l'universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno consunto.

che s di fuor sostegnon penitenza,


tu vedrai ben perch da questi felli
sien dipartiti, e perch men crucciata
la divina vendetta li martelli.

che l'arte vostra quella, quanto pote,


O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti s quando tu solvi,

segue, come 'l maestro fa 'l discente;


s che vostr'arte a Dio quasi nepote.

che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.


Da queste due, se tu ti rechi a mente
Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
diss'io, l dove di' ch'usura offende

lo Genes dal principio, convene


prender sua vita e avanzar la gente;

la divina bontade, e 'l groppo solvi.


e perch l'usuriere altra via tene,
Filosofia, mi disse, a chi la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,

per s natura e per la sua seguace


dispregia, poi ch'in altro pon la spene.

come natura lo suo corso prende


Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
dal divino 'ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,

ch i Pesci guizzan su per l'orizzonta,


e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,

tu troverai, non dopo molte carte,


e 'l balzo via l oltra si dismonta.

Canto XII
Era lo loco ov'a scender la riva

c'ha ricevuto gi 'l colpo mortale,

venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,

che gir non sa, ma qua e l saltella,

tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.


vid'io lo Minotauro far cotale;
Qual quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,

e quello accorto grid: Corri al varco:


mentre ch'e' 'nfuria, buon che tu ti cale.

o per tremoto o per sostegno manco,


Cos prendemmo via gi per lo scarco
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano s la roccia discoscesa,

di quelle pietre, che spesso moviensi


sotto i miei piedi per lo novo carco.

ch'alcuna via darebbe a chi s fosse:


Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
cotal di quel burrato era la scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca

forse a questa ruina ch' guardata


da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.

l'infamia di Creti era distesa


Or vo' che sappi che l'altra fiata
che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, s stesso morse,

ch'i' discesi qua gi nel basso inferno,


questa roccia non era ancor cascata.

s come quei cui l'ira dentro fiacca.


Ma certo poco pria, se ben discerno,
Lo savio mio inver' lui grid: Forse
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,

che venisse colui che la gran preda


lev a Dite del cerchio superno,

che s nel mondo la morte ti porse?


da tutte parti l'alta valle feda
Prtiti, bestia: ch questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,

trem s, ch'i' pensai che l'universo


sentisse amor, per lo qual chi creda

ma vassi per veder le vostre pene.


pi volte il mondo in casso converso;
Qual quel toro che si slaccia in quella

e in quel punto questa vecchia roccia

qui e altrove, tal fece riverso.

Poi mi tent, e disse: Quelli Nesso,


che mor per la bella Deianira

Ma ficca li occhi a valle, ch s'approccia

e f di s la vendetta elli stesso.

la riviera del sangue in la qual bolle


qual che per violenza in altrui noccia.

E quel di mezzo, ch'al petto si mira,


il gran Chirn, il qual nodr Achille;

Oh cieca cupidigia e ira folle,

quell'altro Folo, che fu s pien d'ira.

che s ci sproni ne la vita corta,


e ne l'etterna poi s mal c'immolle!

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,


saettando qual anima si svelle

Io vidi un'ampia fossa in arco torta,

del sangue pi che sua colpa sortille.

come quella che tutto 'l piano abbraccia,


secondo ch'avea detto la mia scorta;

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:


Chirn prese uno strale, e con la cocca

e tra 'l pi de la ripa ed essa, in traccia

fece la barba in dietro a le mascelle.

corrien centauri, armati di saette,


come solien nel mondo andare a caccia.

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,


disse a' compagni: Siete voi accorti

Veggendoci calar, ciascun ristette,

che quel di retro move ci ch'el tocca?

e de la schiera tre si dipartiro


con archi e asticciuole prima elette;

Cos non soglion far li pi d'i morti.


E 'l mio buon duca, che gi li er'al petto,

e l'un grid da lungi: A qual martiro

dove le due nature son consorti,

venite voi che scendete la costa?


Ditel costinci; se non, l'arco tiro.

rispuose: Ben vivo, e s soletto


mostrar li mi convien la valle buia;

Lo mio maestro disse: La risposta

necessit 'l ci 'nduce, e non diletto.

farem noi a Chirn cost di presso:


mal fu la voglia tua sempre s tosta.

Tal si part da cantare alleluia


che mi commise quest'officio novo:

non ladron, n io anima fuia.

fu spento dal figliastro s nel mondo.


Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

Ma per quella virt per cu' io movo

Questi ti sia or primo, e io secondo.

li passi miei per s selvaggia strada,


danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,

Poco pi oltre il centauro s'affisse


sovr'una gente che 'nfino a la gola

e che ne mostri l dove si guada

parea che di quel bulicame uscisse.

e che porti costui in su la groppa,


ch non spirto che per l'aere vada.

Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,


dicendo: Colui fesse in grembo a Dio

Chirn si volse in su la destra poppa,

lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola.

e disse a Nesso: Torna, e s li guida,


e fa cansar s'altra schiera v'intoppa.

Poi vidi gente che di fuor del rio


tenean la testa e ancor tutto 'l casso;

Or ci movemmo con la scorta fida

e di costoro assai riconobb'io.

lungo la proda del bollor vermiglio,


dove i bolliti facieno alte strida.

Cos a pi a pi si facea basso


quel sangue, s che cocea pur li piedi;

Io vidi gente sotto infino al ciglio;

e quindi fu del fosso il nostro passo.

e 'l gran centauro disse: E' son tiranni


che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.

S come tu da questa parte vedi


lo bulicame che sempre si scema,

Quivi si piangon li spietati danni;

disse 'l centauro, voglio che tu credi

quivi Alessandro, e Dionisio fero,


che f Cicilia aver dolorosi anni.

che da quest'altra a pi a pi gi prema


lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge

E quella fronte c'ha 'l pel cos nero,

ove la tirannia convien che gema.

Azzolino; e quell'altro ch' biondo,


Opizzo da Esti, il qual per vero

La divina giustizia di qua punge


quell'Attila che fu flagello in terra

e Pirro e Sesto; e in etterno munge


le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra.

Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.

Canto XIII
Non era ancor di l Nesso arrivato,

e non vedea persona che 'l facesse;

quando noi ci mettemmo per un bosco

per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

che da neun sentiero era segnato.


Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;

che tante voci uscisser, tra quei bronchi


da gente che per noi si nascondesse.

non pomi v'eran, ma stecchi con tsco:


Per disse 'l maestro: Se tu tronchi
non han s aspri sterpi n s folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno

qualche fraschetta d'una d'este piante,


li pensier c'hai si faran tutti monchi.

tra Cecina e Corneto i luoghi clti.


Allor porsi la mano un poco avante,
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani

e colsi un ramicel da un gran pruno;


e 'l tronco suo grid: Perch mi schiante?.

con tristo annunzio di futuro danno.


Da che fatto fu poi di sangue bruno,
Ali hanno late, e colli e visi umani,
pi con artigli, e pennuto 'l gran ventre;

ricominci a dir: Perch mi scerpi?


non hai tu spirto di pietade alcuno?

fanno lamenti in su li alberi strani.


Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
E 'l buon maestro Prima che pi entre,
sappi che se' nel secondo girone,

ben dovrebb'esser la tua man pi pia,


se state fossimo anime di serpi.

mi cominci a dire, e sarai mentre


Come d'un stizzo verde ch'arso sia
che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Per riguarda ben; s vederai

da l'un de'capi, che da l'altro geme


e cigola per vento che va via,

cose che torrien fede al mio sermone.


s de la scheggia rotta usciva insieme
Io sentia d'ogne parte trarre guai,

parole e sangue; ond'io lasciai la cima

cadere, e stetti come l'uom che teme.

infiamm contra me li animi tutti;


e li 'nfiammati infiammar s Augusto,

S'elli avesse potuto creder prima,

che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.

rispuose 'l savio mio, anima lesa,


ci c'ha veduto pur con la mia rima,

L'animo mio, per disdegnoso gusto,


credendo col morir fuggir disdegno,

non averebbe in te la man distesa;

ingiusto fece me contra me giusto.

ma la cosa incredibile mi fece


indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Per le nove radici d'esto legno


vi giuro che gi mai non ruppi fede

Ma dilli chi tu fosti, s che 'n vece

al mio segnor, che fu d'onor s degno.

d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi


nel mondo s, dove tornar li lece.

E se di voi alcun nel mondo riede,


conforti la memoria mia, che giace

E 'l tronco: S col dolce dir m'adeschi,

ancor del colpo che 'nvidia le diede.

ch'i' non posso tacere; e voi non gravi


perch'io un poco a ragionar m'inveschi.

Un poco attese, e poi Da ch'el si tace,


disse 'l poeta a me, non perder l'ora;

Io son colui che tenni ambo le chiavi

ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.

del cor di Federigo, e che le volsi,


serrando e diserrando, s soavi,

Ond'io a lui: Domandal tu ancora


di quel che credi ch'a me satisfaccia;

che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:

ch'i' non potrei, tanta piet m'accora.

fede portai al glorioso offizio,


tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.

Perci ricominci: Se l'om ti faccia


liberamente ci che 'l tuo dir priega,

La meretrice che mai da l'ospizio

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di Cesare non torse li occhi putti,


morte comune e de le corti vizio,

di dirne come l'anima si lega


in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s'alcuna mai di tai membra si spiega.

similemente a colui che venire


sente 'l porco e la caccia a la sua posta,

Allor soffi il tronco forte, e poi

ch'ode le bestie, e le frasche stormire.

si convert quel vento in cotal voce:


Brievemente sar risposto a voi.

Ed ecco due da la sinistra costa,


nudi e graffiati, fuggendo s forte,

Quando si parte l'anima feroce

che de la selva rompieno ogni rosta.

dal corpo ond'ella stessa s' disvelta,


Mins la manda a la settima foce.

Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.


E l'altro, cui pareva tardar troppo,

Cade in la selva, e non l' parte scelta;

gridava: Lano, s non furo accorte

ma l dove fortuna la balestra,


quivi germoglia come gran di spelta.

le gambe tue a le giostre dal Toppo!.


E poi che forse li fallia la lena,

Surge in vermena e in pianta silvestra:

di s e d'un cespuglio fece un groppo.

l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,


fanno dolore, e al dolor fenestra.

Di rietro a loro era la selva piena


di nere cagne, bramose e correnti

Come l'altre verrem per nostre spoglie,

come veltri ch'uscisser di catena.

ma non per ch'alcuna sen rivesta,


ch non giusto aver ci ch'om si toglie.

In quel che s'appiatt miser li denti,


e quel dilaceraro a brano a brano;

Qui le trascineremo, e per la mesta

poi sen portar quelle membra dolenti.

selva saranno i nostri corpi appesi,


ciascuno al prun de l'ombra sua molesta.

Presemi allor la mia scorta per mano,


e menommi al cespuglio che piangea,

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

per le rotture sanguinenti in vano.

credendo ch'altro ne volesse dire,


quando noi fummo d'un romor sorpresi,

O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,


che t' giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?.

Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,

mut il primo padrone; ond'ei per questo

sempre con l'arte sua la far trista;

disse Chi fosti, che per tante punte

e se non fosse che 'n sul passo d'Arno

soffi con sangue doloroso sermo?.

rimane ancor di lui alcuna vista,

Ed elli a noi: O anime che giunte

que' cittadin che poi la rifondarno

siete a veder lo strazio disonesto

sovra 'l cener che d'Attila rimase,

c'ha le mie fronde s da me disgiunte,

avrebber fatto lavorare indarno.

raccoglietele al pi del tristo cesto.


I' fui de la citt che nel Batista

Io fei gibbetto a me de le mie case.

Canto XIV
Poi che la carit del natio loco

alcuna si sedea tutta raccolta,

mi strinse, raunai le fronde sparte,

e altra andava continuamente.

e rende'le a colui, ch'era gi fioco.


Quella che giva intorno era pi molta,
Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove

e quella men che giacea al tormento,


ma pi al duolo avea la lingua sciolta.

si vede di giustizia orribil arte.


Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa

piovean di foco dilatate falde,


come di neve in alpe sanza vento.

che dal suo letto ogne pianta rimove.


Quali Alessandro in quelle parti calde
La dolorosa selva l' ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa:

d'India vide sopra 'l suo stuolo


fiamme cadere infino a terra salde,

quivi fermammo i passi a randa a randa.


per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei

con le sue schiere, acci che lo vapore


mei si stingueva mentre ch'era solo:

che fu da' pi di Caton gi soppressa.


tale scendeva l'etternale ardore;
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge

onde la rena s'accendea, com'esca


sotto focile, a doppiar lo dolore.

ci che fu manifesto a li occhi miei!


Sanza riposo mai era la tresca
D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,

de le misere mani, or quindi or quinci


escotendo da s l'arsura fresca.

e parea posta lor diversa legge.


I' cominciai: Maestro, tu che vinci
Supin giacea in terra alcuna gente,

tutte le cose, fuor che ' demon duri

ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,

Poi si rivolse a me con miglior labbia


dicendo: Quei fu l'un d'i sette regi

chi quel grande che non par che curi

ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia

lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,


s che la pioggia non par che 'l marturi?.

Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;


ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti

E quel medesmo, che si fu accorto

sono al suo petto assai debiti fregi.

ch'io domandava il mio duca di lui,


grid: Qual io fui vivo, tal son morto.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,


ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui

ma sempre al bosco tien li piedi stretti.

crucciato prese la folgore aguta


onde l'ultimo d percosso fui;

Tacendo divenimmo l 've spiccia


fuor de la selva un picciol fiumicello,

o s'elli stanchi li altri a muta a muta

lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

in Mongibello a la focina negra,


chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",

Quale del Bulicame esce ruscello


che parton poi tra lor le peccatrici,

s com'el fece a la pugna di Flegra,

tal per la rena gi sen giva quello.

e me saetti con tutta sua forza,


non ne potrebbe aver vendetta allegra.

Lo fondo suo e ambo le pendici


fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;

Allora il duca mio parl di forza

per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.

tanto, ch'i' non l'avea s forte udito:


O Capaneo, in ci che non s'ammorza

Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,


poscia che noi intrammo per la porta

la tua superbia, se' tu pi punito:

lo cui sogliare a nessuno negato,

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,


sarebbe al tuo furor dolor compito.

cosa non fu da li tuoi occhi scorta


notabile com' 'l presente rio,

che sovra s tutte fiammelle ammorta.

Ciascuna parte, fuor che l'oro, rotta


d'una fessura che lagrime goccia,

Queste parole fuor del duca mio;

le quali, accolte, foran quella grotta.

per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto


di cui largito m'avea il disio.

Lor corso in questa valle si diroccia:


fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

In mezzo mar siede un paese guasto,

poi sen van gi per questa stretta doccia

diss'elli allora, che s'appella Creta,


sotto 'l cui rege fu gi 'l mondo casto.

infin, l ove pi non si dismonta


fanno Cocito; e qual sia quello stagno

Una montagna v' che gi fu lieta

tu lo vedrai, per qui non si conta.

d'acqua e di fronde, che si chiam Ida:


or diserta come cosa vieta.

E io a lui: Se 'l presente rigagno


si diriva cos dal nostro mondo,

Rea la scelse gi per cuna fida

perch ci appar pur a questo vivagno?.

del suo figliuolo, e per celarlo meglio,


quando piangea, vi facea far le grida.

Ed elli a me: Tu sai che 'l loco tondo;


e tutto che tu sie venuto molto,

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

pur a sinistra, gi calando al fondo,

che tien volte le spalle inver' Dammiata


e Roma guarda come suo speglio.

non se' ancor per tutto il cerchio vlto:


per che, se cosa n'apparisce nova,

La sua testa di fin oro formata,

non de' addur maraviglia al tuo volto.

e puro argento son le braccia e 'l petto,


poi di rame infino a la forcata;

E io ancor: Maestro, ove si trova


Flegetonta e Let? ch de l'un taci,

da indi in giuso tutto ferro eletto,

e l'altro di' che si fa d'esta piova.

salvo che 'l destro piede terra cotta;


e sta 'n su quel pi che 'n su l'altro, eretto.

In tutte tue question certo mi piaci,


rispuose; ma 'l bollor de l'acqua rossa

dovea ben solver l'una che tu faci.

Canto XV
Ora cen porta l'un de' duri margini;

Let vedrai, ma fuor di questa fossa,


l dove vanno l'anime a lavarsi

e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,


s che dal foco salva l'acqua e li argini.

quando la colpa pentuta rimossa.


Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
fanno lo schermo perch 'l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,


per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,


tutto che n s alti n s grossi,
qual che si fosse, lo maestro felli.

Gi eravam da la selva rimossi


tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
perch'io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d'anime una schiera


che venan lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
Poi disse: Omai tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,

guardare uno altro sotto nuova luna;


e s ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.

e sopra loro ogne vapor si spegne.


Cos adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese


per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.

El cominci: Qual fortuna o destino


anzi l'ultimo d qua gi ti mena?

E io, quando 'l suo braccio a me distese,

e chi questi che mostra 'l cammino?.

ficcai li occhi per lo cotto aspetto,


s che 'l viso abbrusciato non difese

L s di sopra, in la vita serena,


rispuos'io lui, mi smarri' in una valle,

la conoscenza sua al mio 'ntelletto;

avanti che l'et mia fosse piena.

e chinando la mano a la sua faccia,


rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.

Pur ier mattina le volsi le spalle:


questi m'apparve, tornand'io in quella,

E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia

e reducemi a ca per questo calle.

se Brunetto Latino un poco teco


ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia.

Ed elli a me: Se tu segui tua stella,


non puoi fallire a glorioso porto,

I' dissi lui: Quanto posso, ven preco;

se ben m'accorsi ne la vita bella;

e se volete che con voi m'asseggia,


farl, se piace a costui che vo seco.

e s'io non fossi s per tempo morto,


veggendo il cielo a te cos benigno,

O figliuol, disse, qual di questa greggia

dato t'avrei a l'opera conforto.

s'arresta punto, giace poi cent'anni


sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.

Ma quello ingrato popolo maligno


che discese di Fiesole ab antico,

Per va oltre: i' ti verr a' panni;

e tiene ancor del monte e del macigno,

e poi rigiugner la mia masnada,


che va piangendo i suoi etterni danni.

ti si far, per tuo ben far, nimico:


ed ragion, ch tra li lazzi sorbi

I' non osava scender de la strada

si disconvien fruttare al dolce fico.

per andar par di lui; ma 'l capo chino


tenea com'uom che reverente vada.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent' avara, invidiosa e superba:


dai lor costumi fa che tu ti forbi.

Tanto vogl'io che vi sia manifesto,


pur che mia coscienza non mi garra,

La tua fortuna tanto onor ti serba,

che a la Fortuna, come vuol, son presto.

che l'una parte e l'altra avranno fame


di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

Non nuova a li orecchi miei tal arra:


per giri Fortuna la sua rota

Faccian le bestie fiesolane strame

come le piace, e 'l villan la sua marra.

di lor medesme, e non tocchin la pianta,


s'alcuna surge ancora in lor letame,

Lo mio maestro allora in su la gota


destra si volse in dietro, e riguardommi;

in cui riviva la sementa santa

poi disse: Bene ascolta chi la nota.

di que' Roman che vi rimaser quando


fu fatto il nido di malizia tanta.

N per tanto di men parlando vommi


con ser Brunetto, e dimando chi sono

Se fosse tutto pieno il mio dimando,

li suoi compagni pi noti e pi sommi.

rispuos'io lui, voi non sareste ancora


de l'umana natura posto in bando;

Ed elli a me: Saper d'alcuno buono;


de li altri fia laudabile tacerci,

ch 'n la mente m' fitta, e or m'accora,

ch 'l tempo sara corto a tanto suono.

la cara e buona imagine paterna


di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna:

In somma sappi che tutti fur cherci

e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo

e litterati grandi e di gran fama,

convien che ne la mia lingua si scerna.

d'un peccato medesmo al mondo lerci.

Ci che narrate di mio corso scrivo,

Priscian sen va con quella turba grama,

e serbolo a chiosar con altro testo

e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,

a donna che sapr, s'a lei arrivo.

s'avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de' servi


fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lasci li mal protesi nervi.

Di pi direi; ma 'l venire e 'l sermone


pi lungo esser non pu, per ch'i' veggio
l surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.


Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.

Poi si rivolse, e parve di coloro


che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Canto XVI

avvisando lor presa e lor vantaggio,

Gi era in loco onde s'uda 'l rimbombo

prima che sien tra lor battuti e punti,

de l'acqua che cadea ne l'altro giro,


simile a quel che l'arnie fanno rombo,

cos rotando, ciascuno il visaggio


drizzava a me, s che 'n contraro il collo

quando tre ombre insieme si partiro,

faceva ai pi continuo viaggio.

correndo, d'una torma che passava


sotto la pioggia de l'aspro martiro.

E Se miseria d'esto loco sollo


rende in dispetto noi e nostri prieghi,

Venian ver noi, e ciascuna gridava:

cominci l'uno e 'l tinto aspetto e brollo,

Sstati tu ch'a l'abito ne sembri


esser alcun di nostra terra prava.

la fama nostra il tuo animo pieghi


a dirne chi tu se', che i vivi piedi

Ahim, che piaghe vidi ne' lor membri

cos sicuro per lo 'nferno freghi.

ricenti e vecchie, da le fiamme incese!


Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.

Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,


tutto che nudo e dipelato vada,

A le lor grida il mio dottor s'attese;

fu di grado maggior che tu non credi:

volse 'l viso ver me, e: Or aspetta,


disse a costor si vuole esser cortese.

nepote fu de la buona Gualdrada;


Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

E se non fosse il foco che saetta

fece col senno assai e con la spada.

la natura del loco, i' dicerei


che meglio stesse a te che a lor la fretta.

L'altro, ch'appresso me la rena trita,


Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

Ricominciar, come noi restammo, ei

nel mondo s dovra esser gradita.

l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,


fenno una rota di s tutti e trei.

E io, che posto son con loro in croce,


Iacopo Rusticucci fui; e certo

Qual sogliono i campion far nudi e unti,

la fiera moglie pi ch'altro mi nuoce.

ne la nostra citt s come suole,


S'i' fossi stato dal foco coperto,

o se del tutto se n' gita fora;

gittato mi sarei tra lor di sotto,


e credo che 'l dottor l'avra sofferto;

ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole


con noi per poco e va l coi compagni,

ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,

assai ne cruccia con le sue parole.

vinse paura la mia buona voglia


che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

La gente nuova e i sbiti guadagni


orgoglio e dismisura han generata,

Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia

Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.

la vostra condizion dentro mi fisse,


tanta che tardi tutta si dispoglia,

Cos gridai con la faccia levata;


e i tre, che ci inteser per risposta,

tosto che questo mio segnor mi disse

guardar l'un l'altro com'al ver si guata.

parole per le quali i' mi pensai


che qual voi siete, tal gente venisse.

Se l'altre volte s poco ti costa,


rispuoser tutti il satisfare altrui,

Di vostra terra sono, e sempre mai

felice te se s parli a tua posta!

l'ovra di voi e li onorati nomi


con affezion ritrassi e ascoltai.

Per, se campi d'esti luoghi bui


e torni a riveder le belle stelle,

Lascio lo fele e vo per dolci pomi

quando ti giover dicere "I' fui",

promessi a me per lo verace duca;


ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi.

fa che di noi a la gente favelle.


Indi rupper la rota, e a fuggirsi

Se lungamente l'anima conduca

ali sembiar le gambe loro isnelle.

le membra tue, rispuose quelli ancora,


e se la fama tua dopo te luca,

Un amen non saria potuto dirsi


tosto cos com'e' fuoro spariti;

cortesia e valor d se dimora

per ch'al maestro parve di partirsi.

e alquanto di lunge da la sponda


Io lo seguiva, e poco eravam iti,

la gitt giuso in quell'alto burrato.

che 'l suon de l'acqua n'era s vicino,


che per parlar saremmo a pena uditi.

'E' pur convien che novit risponda'


dicea fra me medesmo 'al novo cenno

Come quel fiume c'ha proprio cammino

che 'l maestro con l'occhio s seconda'.

prima dal Monte Viso 'nver' levante,


da la sinistra costa d'Apennino,

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno


presso a color che non veggion pur l'ovra,

che si chiama Acquacheta suso, avante

ma per entro i pensier miran col senno!

che si divalli gi nel basso letto,


e a Forl di quel nome vacante,

El disse a me: Tosto verr di sovra


ci ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:

rimbomba l sovra San Benedetto

tosto convien ch'al tuo viso si scovra.

de l'Alpe per cadere ad una scesa


ove dovea per mille esser recetto;

Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna


de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,

cos, gi d'una ripa discoscesa,

per che sanza colpa fa vergogna;

trovammo risonar quell'acqua tinta,


s che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.

ma qui tacer nol posso; e per le note


di questa comeda, lettor, ti giuro,

Io avea una corda intorno cinta,

s'elle non sien di lunga grazia vte,

e con essa pensai alcuna volta


prender la lonza a la pelle dipinta.
ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
s come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond'ei si volse inver' lo destro lato,

venir notando una figura in suso,


maravigliosa ad ogne cor sicuro,

s come torna colui che va giuso


talora a solver l'ncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare chiuso,

che 'n s si stende, e da pi si rattrappa.

Canto XVII

cos la fiera pessima si stava

Ecco la fiera con la coda aguzza,

su l'orlo ch' di pietra e 'l sabbion serra.

che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!


Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!.

Nel vano tutta sua coda guizzava,


torcendo in s la venenosa forca

S cominci lo mio duca a parlarmi;

ch'a guisa di scorpion la punta armava.

e accennolle che venisse a proda


vicino al fin d'i passeggiati marmi.

Lo duca disse: Or convien che si torca


la nostra via un poco insino a quella

E quella sozza imagine di froda

bestia malvagia che col si corca.

sen venne, e arriv la testa e 'l busto,


ma 'n su la riva non trasse la coda.

Per scendemmo a la destra mammella,


e diece passi femmo in su lo stremo,

La faccia sua era faccia d'uom giusto,

per ben cessar la rena e la fiammella.

tanto benigna avea di fuor la pelle,


e d'un serpente tutto l'altro fusto;

E quando noi a lei venuti semo,


poco pi oltre veggio in su la rena

due branche avea pilose insin l'ascelle;

gente seder propinqua al loco scemo.

lo dosso e 'l petto e ambedue le coste


dipinti avea di nodi e di rotelle.

Quivi 'l maestro Acci che tutta piena


esperienza d'esto giron porti,

Con pi color, sommesse e sovraposte

mi disse, va, e vedi la lor mena.

non fer mai drappi Tartari n Turchi,


n fuor tai tele per Aragne imposte.

Li tuoi ragionamenti sian l corti:


mentre che torni, parler con questa,

Come tal volta stanno a riva i burchi,

che ne conceda i suoi omeri forti.

che parte sono in acqua e parte in terra,


e come l tra li Tedeschi lurchi

Cos ancor su per la strema testa


di quel settimo cerchio tutto solo

lo bivero s'assetta a far sua guerra,

andai, dove sedea la gente mesta.

sappi che 'l mio vicin Vitaliano


Per li occhi fora scoppiava lor duolo;

seder qui dal mio sinistro fianco.

di qua, di l soccorrien con le mani


quando a' vapori, e quando al caldo suolo:

Con questi Fiorentin son padoano:


spesse fiate mi 'ntronan li orecchi

non altrimenti fan di state i cani

gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,

or col ceffo, or col pi, quando son morsi


o da pulci o da mosche o da tafani.

che recher la tasca con tre becchi!".


Qui distorse la bocca e di fuor trasse

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,

la lingua, come bue che 'l naso lecchi.

ne' quali 'l doloroso foco casca,


non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi

E io, temendo no 'l pi star crucciasse


lui che di poco star m'avea 'mmonito,

che dal collo a ciascun pendea una tasca

torna'mi in dietro da l'anime lasse.

ch'avea certo colore e certo segno,


e quindi par che 'l loro occhio si pasca.

Trova' il duca mio ch'era salito


gi su la groppa del fiero animale,

E com'io riguardando tra lor vegno,

e disse a me: Or sie forte e ardito.

in una borsa gialla vidi azzurro


che d'un leone avea faccia e contegno.

Omai si scende per s fatte scale:


monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,

s che la coda non possa far male.

vidine un'altra come sangue rossa,


mostrando un'oca bianca pi che burro.

Qual colui che s presso ha 'l riprezzo


de la quartana, c'ha gi l'unghie smorte,

E un che d'una scrofa azzurra e grossa

e triema tutto pur guardando 'l rezzo,

segnato avea lo suo sacchetto bianco,


mi disse: Che fai tu in questa fossa?

tal divenn'io a le parole porte;


ma vergogna mi f le sue minacce,

Or te ne va; e perch se' vivo anco,

che innanzi a buon segnor fa servo forte.

ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta


I' m'assettai in su quelle spallacce;

ogne veduta fuor che de la fera.

s volli dir, ma la voce non venne


com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.

Ella sen va notando lenta lenta:


rota e discende, ma non me n'accorgo

Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne

se non che al viso e di sotto mi venta.

ad altro forse, tosto ch'i' montai


con le braccia m'avvinse e mi sostenne;

Io sentia gi da la man destra il gorgo


far sotto noi un orribile scroscio,

e disse: Gerion, moviti omai:

per che con li occhi 'n gi la testa sporgo.

le rote larghe e lo scender sia poco:


pensa la nova soma che tu hai.

Allor fu' io pi timido a lo stoscio,


per ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;

Come la navicella esce di loco

ond'io tremando tutto mi raccoscio.

in dietro in dietro, s quindi si tolse;


e poi ch'al tutto si sent a gioco,

E vidi poi, ch nol vedea davanti,


lo scendere e 'l girar per li gran mali

l 'v'era 'l petto, la coda rivolse,

che s'appressavan da diversi canti.

e quella tesa, come anguilla, mosse,


e con le branche l'aere a s raccolse.

Come 'l falcon ch' stato assai su l'ali,


che sanza veder logoro o uccello

Maggior paura non credo che fosse

fa dire al falconiere Om, tu cali!,

quando Fetonte abbandon li freni,


per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
discende lasso onde si move isnello,
n quando Icaro misero le reni
sent spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui Mala via tieni!,

che fu la mia, quando vidi ch'i' era

per cento rote, e da lunge si pone


dal suo maestro, disdegnoso e fello;

cos ne puose al fondo Gerione


al pi al pi de la stagliata rocca
e, discarcate le nostre persone,

si dilegu come da corda cocca.

Canto XVIII

novo tormento e novi frustatori,

Luogo in inferno detto Malebolge,

di che la prima bolgia era repleta.

tutto di pietra di color ferrigno,


come la cerchia che dintorno il volge.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;


dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,

Nel dritto mezzo del campo maligno

di l con noi, ma con passi maggiori,

vaneggia un pozzo assai largo e profondo,


di cui suo loco dicer l'ordigno.

come i Roman per l'essercito molto,


l'anno del giubileo, su per lo ponte

Quel cinghio che rimane adunque tondo

hanno a passar la gente modo colto,

tra 'l pozzo e 'l pi de l'alta ripa dura,


e ha distinto in dieci valli il fondo.

che da l'un lato tutti hanno la fronte


verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;

Quale, dove per guardia de le mura

da l'altra sponda vanno verso 'l monte.

pi e pi fossi cingon li castelli,


la parte dove son rende figura,

Di qua, di l, su per lo sasso tetro


vidi demon cornuti con gran ferze,

tale imagine quivi facean quelli;

che li battien crudelmente di retro.

e come a tai fortezze da' lor sogli


a la ripa di fuor son ponticelli,

Ahi come facean lor levar le berze


a le prime percosse! gi nessuno

cos da imo de la roccia scogli

le seconde aspettava n le terze.

movien che ricidien li argini e ' fossi


infino al pozzo che i tronca e raccogli.

Mentr'io andava, li occhi miei in uno


furo scontrati; e io s tosto dissi:

In questo luogo, de la schiena scossi

Gi di veder costui non son digiuno.

di Gerion, trovammoci; e 'l poeta


tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;


e 'l dolce duca meco si ristette,

A la man destra vidi nova pieta,

e assentio ch'alquanto in dietro gissi.

poscia con pochi passi divenimmo


E quel frustato celar si credette

l 'v'uno scoglio de la ripa uscia.

bassando 'l viso; ma poco li valse,


ch'io dissi: O tu che l'occhio a terra gette,

Assai leggeramente quel salimmo;


e vlti a destra su per la sua scheggia,

se le fazion che porti non son false,

da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Venedico se' tu Caccianemico.


Ma che ti mena a s pungenti salse?.

Quando noi fummo l dov'el vaneggia


di sotto per dar passo a li sferzati,

Ed elli a me: Mal volentier lo dico;

lo duca disse: Attienti, e fa che feggia

ma sforzami la tua chiara favella,


che mi fa sovvenir del mondo antico.

lo viso in te di quest'altri mal nati,


ai quali ancor non vedesti la faccia

I' fui colui che la Ghisolabella

per che son con noi insieme andati.

condussi a far la voglia del marchese,


come che suoni la sconcia novella.

Del vecchio ponte guardavam la traccia


che vena verso noi da l'altra banda,

E non pur io qui piango bolognese;

e che la ferza similmente scaccia.

anzi n' questo luogo tanto pieno,


che tante lingue non son ora apprese

E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,


mi disse: Guarda quel grande che vene,

a dicer 'sipa' tra Svena e Reno;

e per dolor non par lagrime spanda:

e se di ci vuoi fede o testimonio,


rcati a mente il nostro avaro seno.

quanto aspetto reale ancor ritene!


Quelli Iasn, che per cuore e per senno

Cos parlando il percosse un demonio

li Colchi del monton privati fne.

de la sua scuriada, e disse: Via,


ruffian! qui non son femmine da conio.

Ello pass per l'isola di Lenno,


poi che l'ardite femmine spietate

I' mi raggiunsi con la scorta mia;

tutti li maschi loro a morte dienno.

vidi gente attuffata in uno sterco


Ivi con segni e con parole ornate

che da li uman privadi parea mosso.

Isifile ingann, la giovinetta


che prima avea tutte l'altre ingannate.

E mentre ch'io l gi con l'occhio cerco,


vidi un col capo s di merda lordo,

Lasciolla quivi, gravida, soletta;

che non parea s'era laico o cherco.

tal colpa a tal martiro lui condanna;


e anche di Medea si fa vendetta.

Quei mi sgrid: Perch se' tu s gordo


di riguardar pi me che li altri brutti?.

Con lui sen va chi da tal parte inganna:

E io a lui: Perch, se ben ricordo,

e questo basti de la prima valle


sapere e di color che 'n s assanna.

gi t'ho veduto coi capelli asciutti,


e se' Alessio Interminei da Lucca:

Gi eravam l 've lo stretto calle

per t'adocchio pi che li altri tutti.

con l'argine secondo s'incrocicchia,


e fa di quello ad un altr'arco spalle.

Ed elli allor, battendosi la zucca:


Qua gi m'hanno sommerso le lusinghe

Quindi sentimmo gente che si nicchia

ond'io non ebbi mai la lingua stucca.

ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,


e s medesma con le palme picchia.

Appresso ci lo duca Fa che pinghe,


mi disse il viso un poco pi avante,

Le ripe eran grommate d'una muffa,

s che la faccia ben con l'occhio attinghe

per l'alito di gi che vi s'appasta,


che con li occhi e col naso facea zuffa.
di quella sozza e scapigliata fante
Lo fondo cupo s, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio pi sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso

che l si graffia con l'unghie merdose,


e or s'accoscia e ora in piedi stante.

Taide , la puttana che rispuose


al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".

E quinci sien le nostre viste sazie.

Canto XIX

d'un peccator li piedi e de le gambe

O Simon mago, o miseri seguaci

infino al grosso, e l'altro dentro stava.

che le cose di Dio, che di bontate


deon essere spose, e voi rapaci

Le piante erano a tutti accese intrambe;


per che s forte guizzavan le giunte,

per oro e per argento avolterate,

che spezzate averien ritorte e strambe.

or convien che per voi suoni la tromba,


per che ne la terza bolgia state.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte


muoversi pur su per la strema buccia,

Gi eravamo, a la seguente tomba,

tal era l dai calcagni a le punte.

montati de lo scoglio in quella parte


ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.

Chi colui, maestro, che si cruccia


guizzando pi che li altri suoi consorti,

O somma sapienza, quanta l'arte

diss'io, e cui pi roggia fiamma succia?.

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,


e quanto giusto tua virt comparte!

Ed elli a me: Se tu vuo' ch'i' ti porti


l gi per quella ripa che pi giace,

Io vidi per le coste e per lo fondo

da lui saprai di s e de' suoi torti.

piena la pietra livida di fri,


d'un largo tutti e ciascun era tondo.

E io: Tanto m' bel, quanto a te piace:


tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto

Non mi parean men ampi n maggiori

dal tuo volere, e sai quel che si tace.

che que' che son nel mio bel San Giovanni,


fatti per loco d'i battezzatori;

Allor venimmo in su l'argine quarto:


volgemmo e discendemmo a mano stanca

l'un de li quali, ancor non molt'anni,

l gi nel fondo foracchiato e arto.

rupp'io per un che dentro v'annegava:


e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.

Lo buon maestro ancor de la sua anca


non mi dipuose, s mi giunse al rotto

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

di quel che si piangeva con la zanca.

che tu abbi per la ripa corsa,


O qual che se' che 'l di s tien di sotto,

sappi ch'i' fui vestito del gran manto;

anima trista come pal commessa,


comincia' io a dir, se puoi, fa motto.

e veramente fui figliuol de l'orsa,


cupido s per avanzar li orsatti,

Io stava come 'l frate che confessa

che s l'avere e qui me misi in borsa.

lo perfido assessin, che, poi ch' fitto,


richiama lui, per che la morte cessa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti


che precedetter me simoneggiando,

Ed el grid: Se' tu gi cost ritto,

per le fessure de la pietra piatti.

se' tu gi cost ritto, Bonifazio?


Di parecchi anni mi ment lo scritto.

L gi cascher io altres quando


verr colui ch'i' credea che tu fossi

Se' tu s tosto di quell'aver sazio

allor ch'i' feci 'l sbito dimando.

per lo qual non temesti trre a 'nganno


la bella donna, e poi di farne strazio?.

Ma pi 'l tempo gi che i pi mi cossi


e ch'i' son stato cos sottosopra,

Tal mi fec'io, quai son color che stanno,

ch'el non star piantato coi pi rossi:

per non intender ci ch' lor risposto,


quasi scornati, e risponder non sanno.

ch dopo lui verr di pi laida opra


di ver' ponente, un pastor sanza legge,

Allor Virgilio disse: Dilli tosto:

tal che convien che lui e me ricuopra.

"Non son colui, non son colui che credi";


e io rispuosi come a me fu imposto.

Novo Iasn sar, di cui si legge


ne' Maccabei; e come a quel fu molle

Per che lo spirto tutti storse i piedi;

suo re, cos fia lui chi Francia regge.

poi, sospirando e con voce di pianto,


mi disse: Dunque che a me richiedi?

Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,


ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:

Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,

Deh, or mi d : quanto tesoro volle

e che altro da voi a l'idolatre,


Nostro Segnore in prima da san Pietro

se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?

ch'ei ponesse le chiavi in sua bala?


Certo non chiese se non "Viemmi retro".

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,


non la tua conversion, ma quella dote

N Pier n li altri tolsero a Matia

che da te prese il primo ricco patre!.

oro od argento, quando fu sortito


al loco che perd l'anima ria.

E mentr'io li cantava cotai note,


o ira o coscienza che 'l mordesse,

Per ti sta, ch tu se' ben punito;

forte spingava con ambo le piote.

e guarda ben la mal tolta moneta


ch'esser ti fece contra Carlo ardito.

I' credo ben ch'al mio duca piacesse,


con s contenta labbia sempre attese

E se non fosse ch'ancor lo mi vieta

lo suon de le parole vere espresse.

la reverenza delle somme chiavi


che tu tenesti ne la vita lieta,

Per con ambo le braccia mi prese;


e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,

io userei parole ancor pi gravi;

rimont per la via onde discese.

ch la vostra avarizia il mondo attrista,


calcando i buoni e sollevando i pravi.

N si stanc d'avermi a s distretto,


s men port sovra 'l colmo de l'arco

Di voi pastor s'accorse il Vangelista,

che dal quarto al quinto argine tragetto.

quando colei che siede sopra l'acque


puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

Quivi soavemente spuose il carco,


soave per lo scoglio sconcio ed erto

quella che con le sette teste nacque,


e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;

che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Canto XX

vidi s torta, che 'l pianto de li occhi

Di nova pena mi conven far versi

le natiche bagnava per lo fesso.

e dar matera al ventesimo canto


de la prima canzon ch' d'i sommersi.

Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi


del duro scoglio, s che la mia scorta

Io era gi disposto tutto quanto

mi disse: Ancor se' tu de li altri sciocchi?

a riguardar ne lo scoperto fondo,


che si bagnava d'angoscioso pianto;

Qui vive la piet quand' ben morta;


chi pi scellerato che colui

e vidi gente per lo vallon tondo

che al giudicio divin passion comporta?

venir, tacendo e lagrimando, al passo


che fanno le letane in questo mondo.

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui


s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;

Come 'l viso mi scese in lor pi basso,

per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,

mirabilmente apparve esser travolto


ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;

Anfiarao? perch lasci la guerra?".


E non rest di ruinare a valle

ch da le reni era tornato 'l volto,

fino a Mins che ciascheduno afferra.

e in dietro venir li convenia,


perch 'l veder dinanzi era lor tolto.

Mira c'ha fatto petto de le spalle:


perch volle veder troppo davante,

Forse per forza gi di parlasia

di retro guarda e fa retroso calle.

si travolse cos alcun del tutto;


ma io nol vidi, n credo che sia.

Vedi Tiresia, che mut sembiante


quando di maschio femmina divenne

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

cangiandosi le membra tutte quante;

di tua lezione, or pensa per te stesso


com'io potea tener lo viso asciutto,

e prima, poi, ribatter li convenne


li duo serpenti avvolti, con la verga,

quando la nostra imagine di presso

che riavesse le maschili penne.

pastore e quel di Brescia e 'l veronese


Aronta quel ch'al ventre li s'atterga,

segnar poria, s'e' fesse quel cammino.

che ne' monti di Luni, dove ronca


lo Carrarese che di sotto alberga,

Siede Peschiera, bello e forte arnese


da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca

ove la riva 'ntorno pi discese.

per sua dimora; onde a guardar le stelle


e 'l mar no li era la veduta tronca.

Ivi convien che tutto quanto caschi


ci che 'n grembo a Benaco star non pu,

E quella che ricuopre le mammelle,

e fassi fiume gi per verdi paschi.

che tu non vedi, con le trecce sciolte,


e ha di l ogne pilosa pelle,

Tosto che l'acqua a correr mette co,


non pi Benaco, ma Mencio si chiama

Manto fu, che cerc per terre molte;

fino a Governol, dove cade in Po.

poscia si puose l dove nacqu'io;


onde un poco mi piace che m'ascolte.

Non molto ha corso, ch'el trova una lama,


ne la qual si distende e la 'mpaluda;

Poscia che 'l padre suo di vita usco,

e suol di state talor essere grama.

e venne serva la citt di Baco,


questa gran tempo per lo mondo gio.

Quindi passando la vergine cruda


vide terra, nel mezzo del pantano,

Suso in Italia bella giace un laco,

sanza coltura e d'abitanti nuda.

a pi de l'Alpe che serra Lamagna


sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.

L, per fuggire ogne consorzio umano,


ristette con suoi servi a far sue arti,

Per mille fonti, credo, e pi si bagna

e visse, e vi lasci suo corpo vano.

tra Garda e Val Camonica e Pennino


de l'acqua che nel detto laco stagna.

Li uomini poi che 'ntorno erano sparti


s'accolsero a quel loco, ch'era forte

Loco nel mezzo l dove 'l trentino

per lo pantan ch'avea da tutte parti.

Fer la citt sovra quell'ossa morte;

Euripilo ebbe nome, e cos 'l canta

e per colei che 'l loco prima elesse,

l'alta mia trageda in alcun loco:

Mantua l'appellar sanz'altra sorte.

ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,

Quell'altro che ne' fianchi cos poco,

prima che la mattia da Casalodi

Michele Scotto fu, che veramente

da Pinamonte inganno ricevesse.

de le magiche frode seppe 'l gioco.

Per t'assenno che, se tu mai odi

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

originar la mia terra altrimenti,

ch'avere inteso al cuoio e a lo spago

la verit nulla menzogna frodi.

ora vorrebbe, ma tardi si pente.

E io: Maestro, i tuoi ragionamenti

Vedi le triste che lasciaron l'ago,

mi son s certi e prendon s mia fede,

la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;

che li altri mi sarien carboni spenti.

fecer malie con erbe e con imago.

Ma dimmi, de la gente che procede,

Ma vienne omai, ch gi tiene 'l confine

se tu ne vedi alcun degno di nota;

d'amendue li emisperi e tocca l'onda

ch solo a ci la mia mente rifiede.

sotto Sobilia Caino e le spine;

Allor mi disse: Quel che da la gota


porge la barba in su le spalle brune,

e gi iernotte fu la luna tonda:

fu - quando Grecia fu di maschi vta,

ben ten de' ricordar, ch non ti nocque


alcuna volta per la selva fonda.

s ch'a pena rimaser per le cune augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.

S mi parlava, e andavamo introcque.

Canto XXI
Cos di ponte in ponte, altro parlando

lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,

che la mia comeda cantar non cura,

mi trasse a s del loco dov'io stava.

venimmo; e tenavamo il colmo, quando


Allor mi volsi come l'uom cui tarda
restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;

di veder quel che li convien fuggire


e cui paura sbita sgagliarda,

e vidila mirabilmente oscura.


che, per veder, non indugia 'l partire:
Quale ne l'arzan de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece

e vidi dietro a noi un diavol nero


correndo su per lo scoglio venire.

a rimpalmare i legni lor non sani,


Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
ch navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa

e quanto mi parea ne l'atto acerbo,


con l'ali aperte e sovra i pi leggero!

le coste a quel che pi viaggi fece;


L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;

carcava un peccator con ambo l'anche,


e quei tenea de' pi ghermito 'l nerbo.

chi terzeruolo e artimon rintoppa -;


Del nostro ponte disse: O Malebranche,
tal, non per foco, ma per divin'arte,
bollia l giuso una pegola spessa,

ecco un de li anzian di Santa Zita!


Mettetel sotto, ch'i' torno per anche

che 'nviscava la ripa d'ogne parte.


a quella terra che n' ben fornita:
I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,

ogn'uom v' barattier, fuor che Bonturo;


del no, per li denar vi si fa ita.

e gonfiar tutta, e riseder compressa.


L gi 'l butt, e per lo scoglio duro
Mentr'io l gi fisamente mirava,

si volse; e mai non fu mastino sciolto

con tanta fretta a seguitar lo furo.

Con quel furore e con quella tempesta


ch'escono i cani a dosso al poverello

Quel s'attuff, e torn s convolto;

che di sbito chiede ove s'arresta,

ma i demon che del ponte avean coperchio,


gridar: Qui non ha loco il Santo Volto:

usciron quei di sotto al ponticello,


e volser contra lui tutt'i runcigli;

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

ma el grid: Nessun di voi sia fello!

Per, se tu non vuo' di nostri graffi,


non far sopra la pegola soverchio.

Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,


traggasi avante l'un di voi che m'oda,

Poi l'addentar con pi di cento raffi,

e poi d'arruncigliarmi si consigli.

disser: Coverto convien che qui balli,


s che, se puoi, nascosamente accaffi.

Tutti gridaron: Vada Malacoda!;


per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,

Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli

e venne a lui dicendo: Che li approda?.

fanno attuffare in mezzo la caldaia


la carne con li uncin, perch non galli.

Credi tu, Malacoda, qui vedermi


esser venuto, disse 'l mio maestro,

Lo buon maestro Acci che non si paia

sicuro gi da tutti vostri schermi,

che tu ci sia, mi disse, gi t'acquatta


dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;

sanza voler divino e fato destro?


Lascian'andar, ch nel cielo voluto

e per nulla offension che mi sia fatta,

ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro.

non temer tu, ch'i' ho le cose conte,


perch'altra volta fui a tal baratta.

Allor li fu l'orgoglio s caduto,


ch'e' si lasci cascar l'uncino a' piedi,

Poscia pass di l dal co del ponte;

e disse a li altri: Omai non sia feruto.

e com'el giunse in su la ripa sesta,


mestier li fu d'aver sicura fronte.

E 'l duca mio a me: O tu che siedi


tra li scheggion del ponte quatto quatto,

sicuramente omai a me ti riedi.

mille dugento con sessanta sei


anni compi che qui la via fu rotta.

Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;


e i diavoli si fecer tutti avanti,
s ch'io temetti ch'ei tenesser patto;

Io mando verso l di questi miei


a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei.

cos vid'io gi temer li fanti


ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo s tra nemici cotanti.

Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina,


cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.

I' m'accostai con tutta la persona


lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch'era non buona.

Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,


Ciriatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.

Ei chinavan li raffi e Vuo' che 'l tocchi,


diceva l'un con l'altro, in sul groppone?.
E rispondien: S, fa che gliel'accocchi!.

Cercate 'ntorno le boglienti pane;


costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane.

Ma quel demonio che tenea sermone


col duca mio, si volse tutto presto,
e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.

Om, maestro, che quel ch'i' veggio?,


diss'io, deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.

Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo


iscoglio non si pu, per che giace
tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
E se l'andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;

Se tu se' s accorto come suoli,


non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
e con le ciglia ne minaccian duoli?.

presso un altro scoglio che via face.


Ed elli a me: Non vo' che tu paventi;
Ier, pi oltre cinqu'ore che quest'otta,

lasciali digrignar pur a lor senno,

ch'e' fanno ci per li lessi dolenti.

Per l'argine sinistro volta dienno;


ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.

Canto XXII

mostrav'alcun de' peccatori il dosso

Io vidi gi cavalier muover campo,

e nascondea in men che non balena.

e cominciare stormo e far lor mostra,


e talvolta partir per loro scampo;

E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso


stanno i ranocchi pur col muso fuori,

corridor vidi per la terra vostra,

s che celano i piedi e l'altro grosso,

o Aretini, e vidi gir gualdane,


fedir torneamenti e correr giostra;

s stavan d'ogne parte i peccatori;


ma come s'appressava Barbariccia,

quando con trombe, e quando con campane,

cos si ritran sotto i bollori.

con tamburi e con cenni di castella,


e con cose nostrali e con istrane;

I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,


uno aspettar cos, com'elli 'ncontra

n gi con s diversa cennamella

ch'una rana rimane e l'altra spiccia;

cavalier vidi muover n pedoni,


n nave a segno di terra o di stella.

e Graffiacan, che li era pi di contra,


li arruncigli le 'mpegolate chiome

Noi andavam con li diece demoni.

e trassel s, che mi parve una lontra.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa


coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

I' sapea gi di tutti quanti 'l nome,


s li notai quando fuorono eletti,

Pur a la pegola era la mia 'ntesa,

e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.

per veder de la bolgia ogne contegno


e de la gente ch'entro v'era incesa.

O Rubicante, fa che tu li metti


li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,

Come i dalfini, quando fanno segno

gridavan tutti insieme i maladetti.

a' marinar con l'arco de la schiena,


che s'argomentin di campar lor legno,

E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,


che tu sappi chi lo sciagurato

talor cos, ad alleggiar la pena,

venuto a man de li avversari suoi.

poco , da un che fu di l vicino.


Lo duca mio li s'accost allato;
domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:

Cos foss'io ancor con lui coperto,


ch'i' non temerei unghia n uncino!.

I' fui del regno di Navarra nato.


E Libicocco Troppo avem sofferto,
Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,

disse; e preseli 'l braccio col runciglio,


s che, stracciando, ne port un lacerto.

distruggitor di s e di sue cose.


Draghignazzo anco i volle dar di piglio
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
quivi mi misi a far baratteria;

giuso a le gambe; onde 'l decurio loro


si volse intorno intorno con mal piglio.

di ch'io rendo ragione in questo caldo.


Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
E Ciriatto, a cui di bocca uscia
d'ogne parte una sanna come a porco,

a lui, ch'ancor mirava sua ferita,


domand 'l duca mio sanza dimoro:

li f sentir come l'una sdruscia.


Chi fu colui da cui mala partita
Tra male gatte era venuto 'l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia,

di' che facesti per venire a proda?.


Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,

e disse: State in l, mentr'io lo 'nforco.


quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
E al maestro mio volse la faccia:
Domanda, disse, ancor, se pi disii

ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,


e f s lor, che ciascun se ne loda.

saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia.

Danar si tolse, e lasciolli di piano,


Lo duca dunque: Or d : de li altri rii

s com'e' dice; e ne li altri offici anche

conosci tu alcun che sia latino

barattier fu non picciol, ma sovrano.

sotto la pece?. E quelli: I' mi partii,


Usa con esso donno Michel Zanche

di Logodoro; e a dir di Sardigna


le lingue lor non si sentono stanche.

Alichin non si tenne e, di rintoppo


a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
io non ti verr dietro di gualoppo,

Om, vedete l'altro che digrigna:


i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi la tigna.

ma batter sovra la pece l'ali.


Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol pi di noi vali.

E 'l gran proposto, vlto a Farfarello


che stralunava li occhi per fedire,
disse: Fatti 'n cost, malvagio uccello!.

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:


ciascun da l'altra costa li occhi volse;
quel prima, ch'a ci fare era pi crudo.

Se voi volete vedere o udire,


ricominci lo spaurato appresso
Toschi o Lombardi, io ne far venire;

Lo Navarrese ben suo tempo colse;


ferm le piante a terra, e in un punto
salt e dal proposto lor si sciolse.

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,


s ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,

Di che ciascun di colpa fu compunto,


ma quei pi che cagion fu del difetto;
per si mosse e grid: Tu se' giunto!.

per un ch'io son, ne far venir sette


quand'io suffoler, com' nostro uso

Ma poco i valse: ch l'ali al sospetto

di fare allor che fori alcun si mette.

non potero avanzar: quelli and sotto,

Cagnazzo a cotal motto lev 'l muso,


crollando 'l capo, e disse: Odi malizia
ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!.

e quei drizz volando suso il petto:


non altrimenti l'anitra di botto,
quando 'l falcon s'appressa, gi s'attuffa,
ed ei ritorna s crucciato e rotto.

Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,


rispuose: Malizioso son io troppo,
quand'io procuro a' mia maggior trestizia.

Irato Calcabrina de la buffa,


volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;

s avieno inviscate l'ali sue.


e come 'l barattier fu disparito,
cos volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,


quattro ne f volar da l'altra costa
con tutt'i raffi, e assai prestamente

Ma l'altro fu bene sparvier grifagno


ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.

di qua, di l discesero a la posta;


porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran gi cotti dentro da la crosta;

Lo caldo sghermitor sbito fue;


ma per di levarsi era neente,

e noi lasciammo lor cos 'mpacciati.

Canto XXIII
Taciti, soli, sanza compagnia

d'i Malebranche. Noi li avem gi dietro;

n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,

io li 'magino s, che gi li sento.

come frati minor vanno per via.


E quei: S'i' fossi di piombato vetro,
Vlt'era in su la favola d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,

l'imagine di fuor tua non trarrei


pi tosto a me, che quella dentro 'mpetro.

dov'el parl de la rana e del topo;


Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
ch pi non si pareggia 'mo' e 'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia

con simile atto e con simile faccia,


s che d'intrambi un sol consiglio fei.

principio e fine con la mente fissa.


S'elli che s la destra costa giaccia,
E come l'un pensier de l'altro scoppia,
cos nacque di quello un altro poi,

che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,


noi fuggirem l'imaginata caccia.

che la prima paura mi f doppia.


Gi non compi di tal consiglio rendere,
Io pensava cos: 'Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa

ch'io li vidi venir con l'ali tese


non molto lungi, per volerne prendere.

s fatta, ch'assai credo che lor ni.


Lo duca mio di sbito mi prese,
Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro pi crudeli

come la madre ch'al romore desta


e vede presso a s le fiamme accese,

che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.


che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
Gi mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,

avendo pi di lui che di s cura,


tanto che solo una camiscia vesta;

quand'io dissi: Maestro, se non celi


e gi dal collo de la ripa dura
te e me tostamente, i' ho pavento

supin si diede a la pendente roccia,

che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.


Oh in etterno faticoso manto!
Non corse mai s tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca


con loro insieme, intenti al tristo pianto;

quand'ella pi verso le pale approccia,


ma per lo peso quella gente stanca
come 'l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,

vena s pian, che noi eravam nuovi


di compagnia ad ogne mover d'anca.

come suo figlio, non come compagno.


Per ch'io al duca mio: Fa che tu trovi
A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
del fondo gi, ch'e' furon in sul colle

alcun ch'al fatto o al nome si conosca,


e li occhi, s andando, intorno movi.

sovresso noi; ma non l era sospetto;


E un che 'ntese la parola tosca,
ch l'alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,

di retro a noi grid: Tenete i piedi,


voi che correte s per l'aura fosca!

poder di partirs'indi a tutti tolle.


Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi.
L gi trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,

Onde 'l duca si volse e disse: Aspetta


e poi secondo il suo passo procedi.

piangendo e nel sembiante stanca e vinta.


Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

de l'animo, col viso, d'esser meco;


ma tardavali 'l carco e la via stretta.

che in Clugn per li monaci fassi.


Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
Di fuor dorate son, s ch'elli abbaglia;

poi si volsero in s, e dicean seco:

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,


che Federigo le mettea di paglia.

Costui par vivo a l'atto de la gola;

e s'e' son morti, per qual privilegio


vanno scoperti de la grave stola?.

Quando mi vide, tutto si distorse,


soffiando ne la barba con sospiri;

Poi disser me: O Tosco, ch'al collegio

e 'l frate Catalan, ch'a ci s'accorse,

de l'ipocriti tristi se' venuto,


dir chi tu se' non avere in dispregio.

mi disse: Quel confitto che tu miri,


consigli i Farisei che convenia

E io a loro: I' fui nato e cresciuto

porre un uom per lo popolo a' martri.

sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,


e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.

Attraversato , nudo, ne la via,


come tu vedi, ed mestier ch'el senta

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

qualunque passa, come pesa, pria.

quant'i' veggio dolor gi per le guance?


e che pena in voi che s sfavilla?.

E a tal modo il socero si stenta


in questa fossa, e li altri dal concilio

E l'un rispuose a me: Le cappe rance

che fu per li Giudei mala sementa.

son di piombo s grosse, che li pesi


fan cos cigolar le lor bilance.

Allor vid'io maravigliar Virgilio


sovra colui ch'era disteso in croce

Frati godenti fummo, e bolognesi;

tanto vilmente ne l'etterno essilio.

io Catalano e questi Loderingo


nomati, e da tua terra insieme presi,

Poscia drizz al frate cotal voce:


Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

come suole esser tolto un uom solingo,

s'a la man destra giace alcuna foce

per conservar sua pace; e fummo tali,


ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.

onde noi amendue possiamo uscirci,


sanza costrigner de li angeli neri

Io cominciai: O frati, i vostri mali...;

che vegnan d'esto fondo a dipartirci.

ma pi non dissi, ch'a l'occhio mi corse


un, crucifisso in terra con tre pali.

Rispuose adunque: Pi che tu non speri

s'appressa un sasso che de la gran cerchia


si move e varca tutt'i vallon feri,
salvo che 'n questo rotto e nol coperchia:

E 'l frate: Io udi' gi dire a Bologna


del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
ch'elli bugiardo, e padre di menzogna.

montar potrete su per la ruina,


che giace in costa e nel fondo soperchia.

Appresso il duca a gran passi sen g,


turbato un poco d'ira nel sembiante;
ond'io da li 'ncarcati mi parti'

Lo duca stette un poco a testa china;


poi disse: Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina.

dietro a le poste de le care piante.

Canto XXIV
Al fine de le sue parole il ladro

con l'ali aperte li giacea un draco;

le mani alz con amendue le fiche,

e quello affuoca qualunque s'intoppa.

gridando: Togli, Dio, ch'a te le squadro!.


Lo mio maestro disse: Questi Caco,
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch'una li s'avvolse allora al collo,

che sotto 'l sasso di monte Aventino


di sangue fece spesse volte laco.

come dicesse 'Non vo' che pi diche';


Non va co' suoi fratei per un cammino,
e un'altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo s stessa s dinanzi,

per lo furto che frodolente fece


del grande armento ch'elli ebbe a vicino;

che non potea con esse dare un crollo.


onde cessar le sue opere biece
Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
d'incenerarti s che pi non duri,

sotto la mazza d'Ercule, che forse


gliene di cento, e non sent le diece.

poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?


Mentre che s parlava, ed el trascorse
Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,

e tre spiriti venner sotto noi,


de' quali n io n 'l duca mio s'accorse,

non quel che cadde a Tebe gi da' muri.


se non quando gridar: Chi siete voi?;
El si fugg che non parl pi verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia

per che nostra novella si ristette,


e intendemmo pur ad essi poi.

venir chiamando: Ov', ov' l'acerbo?.


Io non li conoscea; ma ei seguette,
Maremma non cred'io che tante n'abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa

come suol seguitar per alcun caso,


che l'un nomar un altro convenette,

infin ove comincia nostra labbia.


dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
Sovra le spalle, dietro da la coppa,

per ch'io, acci che 'l duca stesse attento,

mi puosi 'l dito su dal mento al naso.


Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
Se tu se' or, lettore, a creder lento

gridava: Om, Agnel, come ti muti!

ci ch'io dir, non sar maraviglia,

Vedi che gi non se' n due n uno.

ch io che 'l vidi, a pena il mi consento.


Gi eran li due capi un divenuti,
Com'io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei pi si lancia

quando n'apparver due figure miste


in una faccia, ov'eran due perduti.

dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.


Fersi le braccia due di quattro liste;
Co' pi di mezzo li avvinse la pancia,
e con li anterior le braccia prese;

le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso


divenner membra che non fuor mai viste.

poi li addent e l'una e l'altra guancia;


Ogne primaio aspetto ivi era casso:
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra 'mbedue,

due e nessun l'imagine perversa


parea; e tal sen gio con lento passo.

e dietro per le ren s la ritese.


Come 'l ramarro sotto la gran fersa
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber s, come l'orribil fiera

dei d canicular, cangiando sepe,


folgore par se la via attraversa,

per l'altrui membra avviticchi le sue.


s pareva, venendo verso l'epe
Poi s'appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,

de li altri due, un serpentello acceso,


livido e nero come gran di pepe;

n l'un n l'altro gi parea quel ch'era:

e quella parte onde prima preso


come procede innanzi da l'ardore,

nostro alimento, a l'un di lor trafisse;

per lo papiro suso, un color bruno

poi cadde giuso innanzi lui disteso.

che non nero ancora e 'l bianco more.

Lo trafitto 'l mir, ma nulla disse;


anzi, co' pi fermati, sbadigliava

che si perdeva l, e la sua pelle


si facea molle, e quella di l dura.

pur come sonno o febbre l'assalisse.


Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
l'un per la piaga, e l'altro per la bocca

e i due pi de la fiera, ch'eran corti,


tanto allungar quanto accorciavan quelle.

fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.


Poscia li pi di retro, insieme attorti,
Taccia Lucano ormai l dove tocca
del misero Sabello e di Nasidio,

diventaron lo membro che l'uom cela,


e 'l misero del suo n'avea due porti.

e attenda a udir quel ch'or si scocca.


Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
ch se quello in serpente e quella in fonte

di color novo, e genera 'l pel suso


per l'una parte e da l'altra il dipela,

converte poetando, io non lo 'nvidio;


l'un si lev e l'altro cadde giuso,
ch due nature mai a fronte a fronte

non torcendo per le lucerne empie,

non trasmut s ch'amendue le forme

sotto le quai ciascun cambiava muso.

a cambiar lor matera fosser pronte.


Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,

e di troppa matera ch'in l venne


uscir li orecchi de le gote scempie;

e il feruto ristrinse insieme l'orme.

ci che non corse in dietro e si ritenne


Le gambe con le cosce seco stesse

di quel soverchio, f naso a la faccia

s'appiccar s, che 'n poco la giuntura

e le labbra ingross quanto convenne.

non facea segno alcun che si paresse.


Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
Togliea la coda fessa la figura

e li orecchi ritira per la testa

come face le corna la lumaccia;


ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
e la lingua, ch'avea unita e presta

ed era quel che sol, di tre compagni

prima a parlar, si fende, e la forcuta

che venner prima, non era mutato;

ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.


l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.
L'anima ch'era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui parlando sputa.

Poscia li volse le novelle spalle,


e disse a l'altro: I' vo' che Buoso corra,
com'ho fatt'io, carpon per questo calle.

Cos vid'io la settima zavorra


mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novit se fior la penna abborra.

E avvegna che li occhi miei confusi


fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

Canto XXVI

s che, se stella bona o miglior cosa

Godi, Fiorenza, poi che se' s grande,

m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

che per mare e per terra batti l'ali,


e per lo 'nferno tuo nome si spande!

Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,


nel tempo che colui che 'l mondo schiara

Tra li ladron trovai cinque cotali

la faccia sua a noi tien meno ascosa,

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,


e tu in grande orranza non ne sali.

come la mosca cede alla zanzara,


vede lucciole gi per la vallea,

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

forse col dov'e' vendemmia e ara:

tu sentirai di qua da picciol tempo


di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

di tante fiamme tutta risplendea


l'ottava bolgia, s com'io m'accorsi

E se gi fosse, non saria per tempo.

tosto che fui l 've 'l fondo parea.

Cos foss'ei, da che pur esser dee!


ch pi mi graver, com'pi m'attempo.

E qual colui che si vengi con li orsi


vide 'l carro d'Elia al dipartire,

Noi ci partimmo, e su per le scalee

quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che n'avea fatto iborni a scender pria,


rimont 'l duca mio e trasse mee;

che nol potea s con li occhi seguire,


ch'el vedesse altro che la fiamma sola,

e proseguendo la solinga via,

s come nuvoletta, in s salire:

tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio


lo pi sanza la man non si spedia.

tal si move ciascuna per la gola


del fosso, ch nessuna mostra 'l furto,

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

e ogne fiamma un peccatore invola.

quando drizzo la mente a ci ch'io vidi,


e pi lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

Io stava sovra 'l ponte a veder surto,


s che s'io non avessi un ronchion preso,

perch non corra che virt nol guidi;

caduto sarei gi sanz'esser urto.

fin che la fiamma cornuta qua vegna;


E 'l duca che mi vide tanto atteso,

vedi che del disio ver' lei mi piego!.

disse: Dentro dai fuochi son li spirti;


catun si fascia di quel ch'elli inceso.

Ed elli a me: La tua preghiera degna


di molta loda, e io per l'accetto;

Maestro mio, rispuos'io, per udirti

ma fa che la tua lingua si sostegna.

son io pi certo; ma gi m'era avviso


che cos fosse, e gi voleva dirti:

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto


ci che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,

chi 'n quel foco che vien s diviso

perch'e' fuor greci, forse del tuo detto.

di sopra, che par surger de la pira


dov'Etecle col fratel fu miso?.

Poi che la fiamma fu venuta quivi


dove parve al mio duca tempo e loco,

Rispuose a me: L dentro si martira

in questa forma lui parlare audivi:

Ulisse e Diomede, e cos insieme


a la vendetta vanno come a l'ira;

O voi che siete due dentro ad un foco,


s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

e dentro da la lor fiamma si geme

s'io meritai di voi assai o poco

l'agguato del caval che f la porta


onde usc de' Romani il gentil seme.

quando nel mondo li alti versi scrissi,


non vi movete; ma l'un di voi dica

Piangevisi entro l'arte per che, morta,

dove, per lui, perduto a morir gissi.

Deidama ancor si duol d'Achille,


e del Palladio pena vi si porta.

Lo maggior corno de la fiamma antica


cominci a crollarsi mormorando

S'ei posson dentro da quelle faville

pur come quella cui vento affatica;

parlar, diss'io, maestro, assai ten priego


e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

indi la cima qua e l menando,


come fosse la lingua che parlasse,

che non mi facci de l'attender niego

gitt voce di fuori, e disse: Quando

perigli siete giunti a l'occidente,


mi diparti' da Circe, che sottrasse

a questa tanto picciola vigilia

me pi d'un anno l presso a Gaeta,


prima che s Enea la nomasse,

d'i nostri sensi ch' del rimanente,


non vogliate negar l'esperienza,

n dolcezza di figlio, n la pieta

di retro al sol, del mondo sanza gente.

del vecchio padre, n 'l debito amore


lo qual dovea Penelop far lieta,

Considerate la vostra semenza:


fatti non foste a viver come bruti,

vincer potero dentro a me l'ardore

ma per seguir virtute e canoscenza".

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,


e de li vizi umani e del valore;

Li miei compagni fec'io s aguti,


con questa orazion picciola, al cammino,

ma misi me per l'alto mare aperto

che a pena poscia li avrei ritenuti;

sol con un legno e con quella compagna


picciola da la qual non fui diserto.

e volta nostra poppa nel mattino,


de' remi facemmo ali al folle volo,

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

sempre acquistando dal lato mancino.

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,


e l'altre che quel mare intorno bagna.

Tutte le stelle gi de l'altro polo


vedea la notte e 'l nostro tanto basso,

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

che non surgea fuor del marin suolo.

quando venimmo a quella foce stretta


dov'Ercule segn li suoi riguardi,

Cinque volte racceso e tante casso


lo lume era di sotto da la luna,

acci che l'uom pi oltre non si metta:

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

da la man destra mi lasciai Sibilia,


da l'altra gi m'avea lasciata Setta.

quando n'apparve una montagna, bruna


per la distanza, e parvemi alta tanto

"O frati", dissi "che per cento milia

quanto veduta non avea alcuna.

Tre volte il f girar con tutte l'acque;


a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in gi, com'altrui piacque,
Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto,
ch de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.

Canto XXVII
Gi era dritta in s la fiamma e queta

non t'incresca restare a parlar meco;

per non dir pi, e gi da noi sen gia

vedi che non incresce a me, e ardo!

con la licenza del dolce poeta,


Se tu pur mo in questo mondo cieco
quand'un'altra, che dietro a lei venia,
ne fece volger li occhi a la sua cima

caduto se' di quella dolce terra


latina ond'io mia colpa tutta reco,

per un confuso suon che fuor n'uscia.


dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
Come 'l bue cicilian che mugghi prima
col pianto di colui, e ci fu dritto,

ch'io fui d'i monti l intra Orbino


e 'l giogo di che Tever si diserra.

che l'avea temperato con sua lima,


Io era in giuso ancora attento e chino,
mugghiava con la voce de l'afflitto,
s che, con tutto che fosse di rame,

quando il mio duca mi tent di costa,


dicendo: Parla tu; questi latino.

pur el pareva dal dolor trafitto;


E io, ch'avea gi pronta la risposta,
cos, per non aver via n forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio

sanza indugio a parlare incominciai:


O anima che se' l gi nascosta,

si convertian le parole grame.


Romagna tua non , e non fu mai,
Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
su per la punta, dandole quel guizzo

sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;


ma 'n palese nessuna or vi lasciai.

che dato avea la lingua in lor passaggio,


Ravenna sta come stata molt'anni:
udimmo dire: O tu a cu' io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,

l'aguglia da Polenta la si cova,


s che Cervia ricuopre co' suoi vanni.

dicendo "Istra ten va, pi non t'adizzo",


La terra che f gi la lunga prova
perch'io sia giunto forse alquanto tardo,

e di Franceschi sanguinoso mucchio,

sotto le branche verdi si ritrova.

Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,


credendomi, s cinto, fare ammenda;

E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,

e certo il creder mio vena intero,

che fecer di Montagna il mal governo,


l dove soglion fan d'i denti succhio.

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,


che mi rimise ne le prime colpe;

Le citt di Lamone e di Santerno

e come e quare, voglio che m'intenda.

conduce il lioncel dal nido bianco,


che muta parte da la state al verno.

Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe


che la madre mi di, l'opere mie

E quella cu' il Savio bagna il fianco,

non furon leonine, ma di volpe.

cos com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte


tra tirannia si vive e stato franco.

Li accorgimenti e le coperte vie


io seppi tutte, e s menai lor arte,

Ora chi se', ti priego che ne conte;

ch'al fine de la terra il suono uscie.

non esser duro pi ch'altri sia stato,


se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte.

Quando mi vidi giunto in quella parte


di mia etade ove ciascun dovrebbe

Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato

calar le vele e raccoglier le sarte,

al modo suo, l'aguta punta mosse


di qua, di l, e poi di cotal fiato:

ci che pria mi piacea, allor m'increbbe,


e pentuto e confesso mi rendei;

S'i' credesse che mia risposta fosse

ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

a persona che mai tornasse al mondo,


questa fiamma staria sanza pi scosse;

Lo principe d'i novi Farisei,


avendo guerra presso a Laterano,

ma per che gi mai di questo fondo

e non con Saracin n con Giudei,

non torn vivo alcun, s'i' odo il vero,


sanza tema d'infamia ti rispondo.

ch ciascun suo nimico era cristiano,


e nessun era stato a vincer Acri

n mercatante in terra di Soldano;

Francesco venne poi com'io fu' morto,


per me; ma un d'i neri cherubini

n sommo officio n ordini sacri

li disse: "Non portar: non mi far torto.

guard in s, n in me quel capestro


che solea fare i suoi cinti pi macri.

Venir se ne dee gi tra ' miei meschini


perch diede 'l consiglio frodolente,

Ma come Costantin chiese Silvestro

dal quale in qua stato li sono a' crini;

d'entro Siratti a guerir de la lebbre;


cos mi chiese questi per maestro

ch'assolver non si pu chi non si pente,


n pentere e volere insieme puossi

a guerir de la sua superba febbre:

per la contradizion che nol consente".

domandommi consiglio, e io tacetti


perch le sue parole parver ebbre.

Oh me dolente! come mi riscossi


quando mi prese dicendomi: "Forse

E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;

tu non pensavi ch'io loico fossi!".

finor t'assolvo, e tu m'insegna fare


s come Penestrino in terra getti.

A Mins mi port; e quelli attorse


otto volte la coda al dosso duro;

Lo ciel poss'io serrare e diserrare,

e poi che per gran rabbia la si morse,

come tu sai; per son due le chiavi


che 'l mio antecessor non ebbe care".

disse: "Questi d'i rei del foco furo";


per ch'io l dove vedi son perduto,

Allor mi pinser li argomenti gravi


l 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi

e s vestito, andando, mi rancuro.


Quand'elli ebbe 'l suo dir cos compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo 'l corno aguto.

di quel peccato ov'io mo cader deggio,


lunga promessa con l'attender corto
ti far triunfar ne l'alto seggio".

Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,


su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
che cuopre 'l fosso in che si paga il fio

a quei che scommettendo acquistan carco.

Canto XXVIII

com'io vidi un, cos non si pertugia,

Chi poria mai pur con parole sciolte

rotto dal mento infin dove si trulla.

dicer del sangue e de le piaghe a pieno


ch'i' ora vidi, per narrar pi volte?

Tra le gambe pendevan le minugia;


la corata pareva e 'l tristo sacco

Ogne lingua per certo verria meno

che merda fa di quel che si trangugia.

per lo nostro sermone e per la mente


c'hanno a tanto comprender poco seno.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco,


guardommi, e con le man s'aperse il petto,

S'el s'aunasse ancor tutta la gente

dicendo: Or vedi com'io mi dilacco!

che gi in su la fortunata terra


di Puglia, fu del suo sangue dolente

vedi come storpiato Maometto!


Dinanzi a me sen va piangendo Al,

per li Troiani e per la lunga guerra

fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

che de l'anella f s alte spoglie,


come Livio scrive, che non erra,

E tutti li altri che tu vedi qui,


seminator di scandalo e di scisma

con quella che sentio di colpi doglie

fuor vivi, e per son fessi cos.

per contastare a Ruberto Guiscardo;


e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie

Un diavolo qua dietro che n'accisma


s crudelmente, al taglio de la spada

a Ceperan, l dove fu bugiardo

rimettendo ciascun di questa risma,

ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,


dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;

quand'avem volta la dolente strada;


per che le ferite son richiuse

e qual forato suo membro e qual mozzo

prima ch'altri dinanzi li rivada.

mostrasse, d'aequar sarebbe nulla


il modo de la nona bolgia sozzo.

Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,


forse per indugiar d'ire a la pena

Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,

ch' giudicata in su le tue accuse?.

con li altri, innanzi a li altri apr la canna,


N morte 'l giunse ancor, n colpa 'l mena,

ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,

rispuose 'l mio maestro a tormentarlo;


ma per dar lui esperienza piena,

e disse: O tu cui colpa non condanna


e cu' io vidi su in terra latina,

a me, che morto son, convien menarlo

se troppa simiglianza non m'inganna,

per lo 'nferno qua gi di giro in giro;


e quest' ver cos com'io ti parlo.

rimembriti di Pier da Medicina,


se mai torni a veder lo dolce piano

Pi fuor di cento che, quando l'udiro,

che da Vercelli a Marcab dichina.

s'arrestaron nel fosso a riguardarmi


per maraviglia obliando il martiro.

E fa saper a' due miglior da Fano,


a messer Guido e anco ad Angiolello,

Or d a fra Dolcin dunque che s'armi,

che, se l'antiveder qui non vano,

tu che forse vedra' il sole in breve,


s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,

gittati saran fuor di lor vasello


e mazzerati presso a la Cattolica

s di vivanda, che stretta di neve

per tradimento d'un tiranno fello.

non rechi la vittoria al Noarese,


ch'altrimenti acquistar non sara leve.

Tra l'isola di Cipri e di Maiolica


non vide mai s gran fallo Nettuno,

Poi che l'un pi per girsene sospese,

non da pirate, non da gente argolica.

Maometto mi disse esta parola;


indi a partirsi in terra lo distese.

Quel traditor che vede pur con l'uno,


e tien la terra che tale qui meco

Un altro, che forata avea la gola

vorrebbe di vedere esser digiuno,

e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,


e non avea mai ch'una orecchia sola,

far venirli a parlamento seco;


poi far s, ch'al vento di Focara

ristato a riguardar per maraviglia

non sar lor mestier voto n preco.

e vidi cosa, ch'io avrei paura,


E io a lui: Dimostrami e dichiara,

sanza pi prova, di contarla solo;

se vuo' ch'i' porti s di te novella,


chi colui da la veduta amara.

se non che coscienza m'assicura,


la buona compagnia che l'uom francheggia

Allor puose la mano a la mascella

sotto l'asbergo del sentirsi pura.

d'un suo compagno e la bocca li aperse,


gridando: Questi desso, e non favella.

Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,


un busto sanza capo andar s come

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

andavan li altri de la trista greggia;

in Cesare, affermando che 'l fornito


sempre con danno l'attender sofferse.

e 'l capo tronco tenea per le chiome,


pesol con mano a guisa di lanterna;

Oh quanto mi pareva sbigottito

e quel mirava noi e dicea: Oh me!.

con la lingua tagliata ne la strozza


Curio, ch'a dir fu cos ardito!

Di s facea a s stesso lucerna,


ed eran due in uno e uno in due:

E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,

com'esser pu, quei sa che s governa.

levando i moncherin per l'aura fosca,


s che 'l sangue facea la faccia sozza,

Quando diritto al pi del ponte fue,


lev 'l braccio alto con tutta la testa,

grid: Ricordera'ti anche del Mosca,

per appressarne le parole sue,

che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",


che fu mal seme per la gente tosca.

che fuoro: Or vedi la pena molesta


tu che, spirando, vai veggendo i morti:

E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;

vedi s'alcuna grande come questa.

per ch'elli, accumulando duol con duolo,


sen gio come persona trista e matta.

E perch tu di me novella porti,


sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

che diedi al re giovane i ma' conforti.

Io feci il padre e 'l figlio in s ribelli:


Achitofl non f pi d'Absalone
e di Davd coi malvagi punzelli.

Perch'io parti' cos giunte persone,


partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch' in questo troncone.

Cos s'osserva in me lo contrapasso.

XXIX

lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.

La molta gente e le diverse piaghe

Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;

avean le luci mie s inebriate,


che de lo stare a piangere eran vaghe.

ch'io vidi lui a pi del ponticello


mostrarti, e minacciar forte, col dito,

Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?

e udi' 'l nominar Geri del Bello.

perch la vista tua pur si soffolge


l gi tra l'ombre triste smozzicate?

Tu eri allor s del tutto impedito


sovra colui che gi tenne Altaforte,

Tu non hai fatto s a l'altre bolge;

che non guardasti in l, s fu partito.

pensa, se tu annoverar le credi,


che miglia ventidue la valle volge.

O duca mio, la violenta morte


che non li vendicata ancor, diss'io,

E gi la luna sotto i nostri piedi:

per alcun che de l'onta sia consorte,

lo tempo poco omai che n' concesso,


e altro da veder che tu non vedi.

fece lui disdegnoso; ond'el sen gio


sanza parlarmi, s com'io estimo:

Se tu avessi, rispuos'io appresso,

e in ci m'ha el fatto a s pi pio.

atteso a la cagion perch'io guardava,


forse m'avresti ancor lo star dimesso.

Cos parlammo infino al loco primo


che de lo scoglio l'altra valle mostra,

Parte sen giva, e io retro li andava,

se pi lume vi fosse, tutto ad imo.

lo duca, gi faccendo la risposta,


e soggiugnendo: Dentro a quella cava

Quando noi fummo sor l'ultima chiostra


di Malebolge, s che i suoi conversi

dov'io tenea or li occhi s a posta,

potean parere a la veduta nostra,

credo ch'un spirto del mio sangue pianga


la colpa che l gi cotanto costa.

lamenti saettaron me diversi,


che di piet ferrati avean li strali;

Allor disse 'l maestro: Non si franga

ond'io li orecchi con le man copersi.

l'un de l'altro giacea, e qual carpone


Qual dolor fora, se de li spedali,

si trasmutava per lo tristo calle.

di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre


e di Maremma e di Sardigna i mali

Passo passo andavam sanza sermone,


guardando e ascoltando li ammalati,

fossero in una fossa tutti 'nsembre,

che non potean levar le lor persone.

tal era quivi, e tal puzzo n'usciva


qual suol venir de le marcite membre.

Io vidi due sedere a s poggiati,


com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

Noi discendemmo in su l'ultima riva

dal capo al pi di schianze macolati;

del lungo scoglio, pur da man sinistra;


e allor fu la mia vista pi viva

e non vidi gi mai menare stregghia


a ragazzo aspettato dal segnorso,

gi ver lo fondo, la 've la ministra

n a colui che mal volontier vegghia,

de l'alto Sire infallibil giustizia


punisce i falsador che qui registra.

come ciascun menava spesso il morso


de l'unghie sopra s per la gran rabbia

Non credo ch'a veder maggior tristizia

del pizzicor, che non ha pi soccorso;

fosse in Egina il popol tutto infermo,


quando fu l'aere s pien di malizia,

e s traevan gi l'unghie la scabbia,


come coltel di scardova le scaglie

che li animali, infino al picciol vermo,

o d'altro pesce che pi larghe l'abbia.

cascaron tutti, e poi le genti antiche,


secondo che i poeti hanno per fermo,

O tu che con le dita ti dismaglie,


cominci 'l duca mio a l'un di loro,

si ristorar di seme di formiche;

e che fai d'esse talvolta tanaglie,

ch'era a veder per quella oscura valle


languir li spirti per diverse biche.

dinne s'alcun Latino tra costoro


che son quinc'entro, se l'unghia ti basti

Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle

etternalmente a cotesto lavoro.

"I' mi saprei levar per l'aere a volo";


Latin siam noi, che tu vedi s guasti

e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,

qui ambedue, rispuose l'un piangendo;


ma tu chi se' che di noi dimandasti?.

volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo


perch'io nol feci Dedalo, mi fece

E 'l duca disse: I' son un che discendo

ardere a tal che l'avea per figliuolo.

con questo vivo gi di balzo in balzo,


e di mostrar lo 'nferno a lui intendo.

Ma nell 'ultima bolgia de le diece


me per l'alchmia che nel mondo usai

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

dann Mins, a cui fallar non lece.

e tremando ciascuno a me si volse


con altri che l'udiron di rimbalzo.

E io dissi al poeta: Or fu gi mai


gente s vana come la sanese?

Lo buon maestro a me tutto s'accolse,

Certo non la francesca s d'assai!.

dicendo: D a lor ci che tu vuoli;


e io incominciai, poscia ch'ei volse:

Onde l'altro lebbroso, che m'intese,


rispuose al detto mio: Tra'mene Stricca

Se la vostra memoria non s'imboli

che seppe far le temperate spese,

nel primo mondo da l'umane menti,


ma s'ella viva sotto molti soli,

e Niccol che la costuma ricca


del garofano prima discoverse

ditemi chi voi siete e di che genti;

ne l'orto dove tal seme s'appicca;

la vostra sconcia e fastidiosa pena


di palesarvi a me non vi spaventi.

e tra'ne la brigata in che disperse


Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,

Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena,

e l'Abbagliato suo senno proferse.

rispuose l'un, mi f mettere al foco;


ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.

Ma perch sappi chi s ti seconda


contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,

Vero ch'i' dissi lui, parlando a gioco:

s che la faccia mia ben ti risponda:

s vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,


che falsai li metalli con l'alchmia;
e te dee ricordar, se ben t'adocchio,

com'io fui di natura buona scimia.

Canto XXX

si vider mai in alcun tanto crude,

Nel tempo che Iunone era crucciata

non punger bestie, nonch membra umane,

per Semel contra 'l sangue tebano,


come mostr una e altra fiata,

quant'io vidi in due ombre smorte e nude,


che mordendo correvan di quel modo

Atamante divenne tanto insano,

che 'l porco quando del porcil si schiude.

che veggendo la moglie con due figli


andar carcata da ciascuna mano,

L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo


del collo l'assann, s che, tirando,

grid: Tendiam le reti, s ch'io pigli

grattar li fece il ventre al fondo sodo.

la leonessa e ' leoncini al varco;


e poi distese i dispietati artigli,

E l'Aretin che rimase, tremando


mi disse: Quel folletto Gianni Schicchi,

prendendo l'un ch'avea nome Learco,

e va rabbioso altrui cos conciando.

e rotollo e percosselo ad un sasso;


e quella s'anneg con l'altro carco.

Oh!, diss'io lui, se l'altro non ti ficchi


li denti a dosso, non ti sia fatica

E quando la fortuna volse in basso

a dir chi , pria che di qui si spicchi.

l'altezza de' Troian che tutto ardiva,


s che 'nsieme col regno il re fu casso,

Ed elli a me: Quell' l'anima antica


di Mirra scellerata, che divenne

Ecuba trista, misera e cattiva,

al padre fuor del dritto amore amica.

poscia che vide Polissena morta,


e del suo Polidoro in su la riva

Questa a peccar con esso cos venne,


falsificando s in altrui forma,

del mar si fu la dolorosa accorta,

come l'altro che l sen va, sostenne,

forsennata latr s come cane;


tanto il dolor le f la mente torta.

per guadagnar la donna de la torma,


falsificare in s Buoso Donati,

Ma n di Tebe furie n troiane

testando e dando al testamento norma.

ch l'imagine lor vie pi m'asciuga


E poi che i due rabbiosi fuor passati

che 'l male ond'io nel volto mi discarno.

sovra cu' io avea l'occhio tenuto,


rivolsilo a guardar li altri mal nati.

La rigida giustizia che mi fruga


tragge cagion del loco ov'io peccai

Io vidi un, fatto a guisa di leuto,

a metter pi li miei sospiri in fuga.

pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia


tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.

Ivi Romena, l dov'io falsai


la lega suggellata del Batista;

La grave idropes, che s dispaia

per ch'io il corpo s arso lasciai.

le membra con l'omor che mal converte,


che 'l viso non risponde a la ventraia,

Ma s'io vedessi qui l'anima trista


di Guido o d'Alessandro o di lor frate,

facea lui tener le labbra aperte

per Fonte Branda non darei la vista.

come l'etico fa, che per la sete


l'un verso 'l mento e l'altro in s rinverte.

Dentro c' l'una gi, se l'arrabbiate


ombre che vanno intorno dicon vero;

O voi che sanz'alcuna pena siete,

ma che mi val, c'ho le membra legate?

e non so io perch, nel mondo gramo,


diss'elli a noi, guardate e attendete

S'io fossi pur di tanto ancor leggero


ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,

a la miseria del maestro Adamo:

io sarei messo gi per lo sentiero,

io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,


e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.

cercando lui tra questa gente sconcia,


con tutto ch'ella volge undici miglia,

Li ruscelletti che d'i verdi colli

e men d'un mezzo di traverso non ci ha.

del Casentin discendon giuso in Arno,


faccendo i lor canali freddi e molli,

Io son per lor tra s fatta famiglia:


e' m'indussero a batter li fiorini

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ch'avevan tre carati di mondiglia.

ma tu non fosti s ver testimonio


E io a lui: Chi son li due tapini

l 've del ver fosti a Troia richesto.

che fumman come man bagnate 'l verno,


giacendo stretti a' tuoi destri confini?.

S'io dissi falso, e tu falsasti il conio,


disse Sinon; e son qui per un fallo,

Qui li trovai - e poi volta non dierno - ,

e tu per pi ch'alcun altro demonio!.

rispuose, quando piovvi in questo greppo,


e non credo che dieno in sempiterno.

Ricorditi, spergiuro, del cavallo,


rispuose quel ch'avea infiata l'epa;

L'una la falsa ch'accus Gioseppo;

e sieti reo che tutto il mondo sallo!.

l'altr' 'l falso Sinon greco di Troia:


per febbre aguta gittan tanto leppo.

E te sia rea la sete onde ti crepa,


disse 'l Greco, la lingua, e l'acqua marcia

E l'un di lor, che si rec a noia

che 'l ventre innanzi a li occhi s t'assiepa!.

forse d'esser nomato s oscuro,


col pugno li percosse l'epa croia.

Allora il monetier: Cos si squarcia


la bocca tua per tuo mal come suole;

Quella son come fosse un tamburo;

ch s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,

e mastro Adamo li percosse il volto


col braccio suo, che non parve men duro,

tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,


e per leccar lo specchio di Narcisso,

dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto

non vorresti a 'nvitar molte parole.

lo muover per le membra che son gravi,


ho io il braccio a tal mestiere sciolto.

Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,


quando 'l maestro mi disse: Or pur mira,

Ond'ei rispuose: Quando tu andavi

che per poco che teco non mi risso!.

al fuoco, non l'avei tu cos presto;


ma s e pi l'avei quando coniavi.

Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,


volsimi verso lui con tal vergogna,

E l'idropico: Tu di' ver di questo:

ch'ancor per la memoria mi si gira.

Qual colui che suo dannaggio sogna,


che sognando desidera sognare,
s che quel ch', come non fosse, agogna,

tal mi fec'io, non possendo parlare,


che disiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.

Maggior difetto men vergogna lava,


disse 'l maestro, che 'l tuo non stato;
per d'ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,


se pi avvien che fortuna t'accoglia
dove sien genti in simigliante piato:

ch voler ci udire bassa voglia.

Canto XXXI

per le tenebre troppo da la lungi,

Una medesma lingua pria mi morse,

avvien che poi nel maginare abborri.

s che mi tinse l'una e l'altra guancia,


e poi la medicina mi riporse;

Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,


quanto 'l senso s'inganna di lontano;

cos od'io che solea far la lancia

per alquanto pi te stesso pungi.

d'Achille e del suo padre esser cagione


prima di trista e poi di buona mancia.

Poi caramente mi prese per mano,


e disse: Pria che noi siamo pi avanti,

Noi demmo il dosso al misero vallone

acci che 'l fatto men ti paia strano,

su per la ripa che 'l cinge dintorno,


attraversando sanza alcun sermone.

sappi che non son torri, ma giganti,


e son nel pozzo intorno da la ripa

Quiv'era men che notte e men che giorno,

da l'umbilico in giuso tutti quanti.

s che 'l viso m'andava innanzi poco;


ma io senti' sonare un alto corno,

Come quando la nebbia si dissipa,


lo sguardo a poco a poco raffigura

tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,

ci che cela 'l vapor che l'aere stipa,

che, contra s la sua via seguitando,


dirizz li occhi miei tutti ad un loco.

cos forando l'aura grossa e scura,


pi e pi appressando ver' la sponda,

Dopo la dolorosa rotta, quando

fuggiemi errore e cresciemi paura;

Carlo Magno perd la santa gesta,


non son s terribilmente Orlando.

per che come su la cerchia tonda


Montereggion di torri si corona,

Poco portai in l volta la testa,

cos la proda che 'l pozzo circonda

che me parve veder molte alte torri;


ond'io: Maestro, di', che terra questa?.

torreggiavan di mezza la persona


li orribili giganti, cui minaccia

Ed elli a me: Per che tu trascorri

Giove del cielo ancora quando tuona.

Raphl ma amche zab almi,


E io scorgeva gi d'alcun la faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,

cominci a gridar la fiera bocca,


cui non si convenia pi dolci salmi.

e per le coste gi ambo le braccia.


E 'l duca mio ver lui: Anima sciocca,
Natura certo, quando lasci l'arte
di s fatti animali, assai f bene

tienti col corno, e con quel ti disfoga


quand'ira o altra passion ti tocca!

per trre tali essecutori a Marte.


Crcati al collo, e troverai la soga
E s'ella d'elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,

che 'l tien legato, o anima confusa,


e vedi lui che 'l gran petto ti doga.

pi giusta e pi discreta la ne tene;


Poi disse a me: Elli stessi s'accusa;
ch dove l'argomento de la mente

questi Nembrotto per lo cui mal coto

s'aggiugne al mal volere e a la possa,

pur un linguaggio nel mondo non s'usa.

nessun riparo vi pu far la gente.


Lascinlo stare e non parliamo a vto;
La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,

ch cos a lui ciascun linguaggio


come 'l suo ad altrui, ch'a nullo noto.

e a sua proporzione eran l'altre ossa;


Facemmo adunque pi lungo viaggio,
s che la ripa, ch'era perizoma
dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto

vlti a sinistra; e al trar d'un balestro,


trovammo l'altro assai pi fero e maggio.

di sovra, che di giugnere a la chioma


A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
tre Frison s'averien dato mal vanto;
per ch'i' ne vedea trenta gran palmi

non so io dir, ma el tenea soccinto


dinanzi l'altro e dietro il braccio destro

dal loco in gi dov'omo affibbia 'l manto.


d'una catena che 'l tenea avvinto
dal collo in gi, s che 'n su lo scoperto

si ravvolgea infino al giro quinto.

Noi procedemmo pi avante allotta,


e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

Questo superbo volle esser esperto

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

di sua potenza contra 'l sommo Giove,


disse 'l mio duca, ond'elli ha cotal merto.

O tu che ne la fortunata valle


che fece Scipion di gloria reda,

Fialte ha nome, e fece le gran prove

quand'Anibl co' suoi diede le spalle,

quando i giganti fer paura a' di;


le braccia ch'el men, gi mai non move.

recasti gi mille leon per preda,


e che, se fossi stato a l'alta guerra

E io a lui: S'esser puote, io vorrei

de'tuoi fratelli, ancor par che si creda

che de lo smisurato Briareo


esperienza avesser li occhi miei.

ch'avrebber vinto i figli de la terra;


mettine gi, e non ten vegna schifo,

Ond'ei rispuose: Tu vedrai Anteo

dove Cocito la freddura serra.

presso di qui che parla ed disciolto,


che ne porr nel fondo d'ogne reo.

Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:


questi pu dar di quel che qui si brama;

Quel che tu vuo' veder, pi l molto,

per ti china, e non torcer lo grifo.

ed legato e fatto come questo,


salvo che pi feroce par nel volto.

Ancor ti pu nel mondo render fama,


ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta

Non fu tremoto gi tanto rubesto,

se 'nnanzi tempo grazia a s nol chiama.

che scotesse una torre cos forte,


come Fialte a scuotersi fu presto.

Cos disse 'l maestro; e quelli in fretta


le man distese, e prese 'l duca mio,

Allor temett'io pi che mai la morte,

ond'Ercule sent gi grande stretta.

e non v'era mestier pi che la dotta,


s'io non avessi viste le ritorte.

Virgilio, quando prender si sentio,


disse a me: Fatti qua, s ch'io ti prenda;

poi fece s ch'un fascio era elli e io.


e come albero in nave si lev.
Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr'essa s, ched ella incontro penda;

tal parve Anteo a me che stava a bada


di vederlo chinare, e fu tal ora
ch'i' avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora


Lucifero con Giuda, ci spos;
n s chinato, l fece dimora,

Canto XXXII

e sotto i piedi un lago che per gelo

S'io avessi le rime aspre e chiocce,

avea di vetro e non d'acqua sembiante.

come si converrebbe al tristo buco


sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,

Non fece al corso suo s grosso velo


di verno la Danoia in Osterlicchi,

io premerei di mio concetto il suco

n Tanai l sotto 'l freddo cielo,

pi pienamente; ma perch'io non l'abbo,


non sanza tema a dicer mi conduco;

com'era quivi; che se Tambernicchi


vi fosse s caduto, o Pietrapana,

ch non impresa da pigliare a gabbo

non avria pur da l'orlo fatto cricchi.

discriver fondo a tutto l'universo,


n da lingua che chiami mamma o babbo.

E come a gracidar si sta la rana


col muso fuor de l'acqua, quando sogna

Ma quelle donne aiutino il mio verso

di spigolar sovente la villana;

ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,


s che dal fatto il dir non sia diverso.

livide, insin l dove appar vergogna


eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,

Oh sovra tutte mal creata plebe

mettendo i denti in nota di cicogna.

che stai nel loco onde parlare duro,


mei foste state qui pecore o zebe!

Ognuna in gi tenea volta la faccia;


da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

Come noi fummo gi nel pozzo scuro

tra lor testimonianza si procaccia.

sotto i pi del gigante assai pi bassi,


e io mirava ancora a l'alto muro,

Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,


volsimi a' piedi, e vidi due s stretti,

dicere udi'mi: Guarda come passi:

che 'l pel del capo avieno insieme misto.

va s, che tu non calchi con le piante


le teste de' fratei miseri lassi.

Ditemi, voi che s strignete i petti,


diss'io, chi siete?. E quei piegaro i colli;

Per ch'io mi volsi, e vidimi davante

e poi ch'ebber li visi a me eretti,

sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;


li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,

e aspetto Carlin che mi scagioni.

gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse


le lagrime tra essi e riserrolli.

Poscia vid'io mille visi cagnazzi


fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

Con legno legno spranga mai non cinse

e verr sempre, de' gelati guazzi.

forte cos; ond'ei come due becchi


cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo


al quale ogne gravezza si rauna,

E un ch'avea perduti ambo li orecchi

e io tremava ne l'etterno rezzo;

per la freddura, pur col viso in gie,


disse: Perch cotanto in noi ti specchi?

se voler fu o destino o fortuna,


non so; ma, passeggiando tra le teste,

Se vuoi saper chi son cotesti due,

forte percossi 'l pi nel viso ad una.

la valle onde Bisenzo si dichina


del padre loro Alberto e di lor fue.

Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?


se tu non vieni a crescer la vendetta

D'un corpo usciro; e tutta la Caina

di Montaperti, perch mi moleste?.

potrai cercare, e non troverai ombra


degna pi d'esser fitta in gelatina;

E io: Maestro mio, or qui m'aspetta,


si ch'io esca d'un dubbio per costui;

non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.

con esso un colpo per la man d'Art;


non Focaccia; non questi che m'ingombra

Lo duca stette, e io dissi a colui


che bestemmiava duramente ancora:

col capo s, ch'i' non veggio oltre pi,

Qual se' tu che cos rampogni altrui?.

e fu nomato Sassol Mascheroni;


se tosco se', ben sai omai chi fu.

Or tu chi se' che vai per l'Antenora,


percotendo, rispuose, altrui le gote,

E perch non mi metti in pi sermoni,

s che, se fossi vivo, troppo fora?.

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,


Vivo son io, e caro esser ti puote,

di quel ch'ebbe or cos la lingua pronta.

fu mia risposta, se dimandi fama,


ch'io metta il nome tuo tra l'altre note.

El piange qui l'argento de' Franceschi:


"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera

Ed elli a me: Del contrario ho io brama.

l dove i peccatori stanno freschi".

Lvati quinci e non mi dar pi lagna,


ch mal sai lusingar per questa lama!.

Se fossi domandato "Altri chi v'era?",


tu hai dallato quel di Beccheria

Allor lo presi per la cuticagna,

di cui seg Fiorenza la gorgiera.

e dissi: El converr che tu ti nomi,


o che capel qui s non ti rimagna.

Gianni de' Soldanier credo che sia


pi l con Ganellone e Tebaldello,

Ond'elli a me: Perch tu mi dischiomi,

ch'apr Faenza quando si dormia.

n ti dir ch'io sia, n mosterrolti,


se mille fiate in sul capo mi tomi.

Noi eravam partiti gi da ello,


ch'io vidi due ghiacciati in una buca,

Io avea gi i capelli in mano avvolti,

s che l'un capo a l'altro era cappello;

e tratto glien'avea pi d'una ciocca,


latrando lui con li occhi in gi raccolti,

e come 'l pan per fame si manduca,


cos 'l sovran li denti a l'altro pose

quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?


non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?.

l 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:


non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.

Omai, diss'io, non vo' che pi favelle,


malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porter di te vere novelle.

O tu che mostri per s bestial segno


odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perch, diss'io, per tal convegno,

Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;

che se tu a ragion di lui ti piangi,


sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch'io parlo non si secca.

Canto XXXIII

la qual per me ha 'l titol de la fame,

La bocca sollev dal fiero pasto

e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,

quel peccator, forbendola a'capelli


del capo ch'elli avea di retro guasto.

m'avea mostrato per lo suo forame


pi lune gi, quand'io feci 'l mal sonno

Poi cominci: Tu vuo' ch'io rinovelli

che del futuro mi squarci 'l velame.

disperato dolor che 'l cor mi preme


gi pur pensando, pria ch'io ne favelli.

Questi pareva a me maestro e donno,


cacciando il lupo e ' lupicini al monte

Ma se le mie parole esser dien seme

per che i Pisan veder Lucca non ponno.

che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,


parlar e lagrimar vedrai insieme.

Con cagne magre, studiose e conte


Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

Io non so chi tu se' n per che modo

s'avea messi dinanzi da la fronte.

venuto se' qua gi; ma fiorentino


mi sembri veramente quand'io t'odo.

In picciol corso mi parieno stanchi


lo padre e ' figli, e con l'agute scane

Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,

mi parea lor veder fender li fianchi.

e questi l'arcivescovo Ruggieri:


or ti dir perch i son tal vicino.

Quando fui desto innanzi la dimane,


pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli

Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,

ch'eran con meco, e dimandar del pane.

fidandomi di lui, io fossi preso


e poscia morto, dir non mestieri;

Ben se' crudel, se tu gi non ti duoli


pensando ci che 'l mio cor s'annunziava;

per quel che non puoi avere inteso,

e se non piangi, di che pianger suoli?

cio come la morte mia fu cruda,


udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.

Gi eran desti, e l'ora s'appressava


che 'l cibo ne solea essere addotto,

Breve pertugio dentro da la Muda

e per suo sogno ciascun dubitava;

Gaddo mi si gitt disteso a' piedi,


e io senti' chiavar l'uscio di sotto

dicendo: "Padre mio, ch non mi aiuti?".

a l'orribile torre; ond'io guardai


nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.

Quivi mor; e come tu mi vedi,


vid'io cascar li tre ad uno ad uno

Io non piangea, s dentro impetrai:

tra 'l quinto d e 'l sesto; ond'io mi diedi,

piangevan elli; e Anselmuccio mio


disse: "Tu guardi s, padre! che hai?".

gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,


e due d li chiamai, poi che fur morti.

Perci non lacrimai n rispuos'io

Poscia, pi che 'l dolor, pot 'l digiuno.

tutto quel giorno n la notte appresso,


infin che l'altro sol nel mondo usco.

Quand'ebbe detto ci, con li occhi torti


riprese 'l teschio misero co'denti,

Come un poco di raggio si fu messo

che furo a l'osso, come d'un can, forti.

nel doloroso carcere, e io scorsi


per quattro visi il mio aspetto stesso,

Ahi Pisa, vituperio de le genti


del bel paese l dove 'l s suona,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

poi che i vicini a te punir son lenti,

ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia


di manicar, di subito levorsi

muovasi la Capraia e la Gorgona,


e faccian siepe ad Arno in su la foce,

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia

s ch'elli annieghi in te ogne persona!

se tu mangi di noi: tu ne vestisti


queste misere carni, e tu le spoglia".

Ch se 'l conte Ugolino aveva voce


d'aver tradita te de le castella,

Queta'mi allor per non farli pi tristi;

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

lo d e l'altro stemmo tutti muti;


ahi dura terra, perch non t'apristi?

Innocenti facea l'et novella,


novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata

Poscia che fummo al quarto d venuti,

e li altri due che 'l canto suso appella.

s ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,


Noi passammo oltre, l 've la gelata

un poco, pria che 'l pianto si raggeli.

ruvidamente un'altra gente fascia,


non volta in gi, ma tutta riversata.

Per ch'io a lui: Se vuo' ch'i' ti sovvegna,


dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,

Lo pianto stesso l pianger non lascia,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.

e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,


si volge in entro a far crescer l'ambascia;

Rispuose adunque: I' son frate Alberigo;


i' son quel da le frutta del mal orto,

ch le lagrime prime fanno groppo,

che qui riprendo dattero per figo.

e s come visiere di cristallo,


riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.

Oh!, diss'io lui, or se' tu ancor morto?.


Ed elli a me: Come 'l mio corpo stea

E avvegna che, s come d'un callo,

nel mondo s, nulla scienza porto.

per la freddura ciascun sentimento


cessato avesse del mio viso stallo,

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,


che spesse volte l'anima ci cade

gi mi parea sentire alquanto vento:

innanzi ch'Atrops mossa le dea.

per ch'io: Maestro mio, questo chi move?


non qua gi ogne vapore spento?.

E perch tu pi volentier mi rade


le 'nvetriate lagrime dal volto,

Ond'elli a me: Avaccio sarai dove

sappie che, tosto che l'anima trade

di ci ti far l'occhio la risposta,


veggendo la cagion che 'l fiato piove.

come fec'io, il corpo suo l' tolto


da un demonio, che poscia il governa

E un de' tristi de la fredda crosta

mentre che 'l tempo suo tutto sia vlto.

grid a noi: O anime crudeli,


tanto che data v' l'ultima posta,

Ella ruina in s fatta cisterna;


e forse pare ancor lo corpo suso

levatemi dal viso i duri veli,

de l'ombra che di qua dietro mi verna.

Ahi Genovesi, uomini diversi


Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli ser Branca Doria, e son pi anni

d'ogne costume e pien d'ogne magagna,


perch non siete voi del mondo spersi?

poscia passati ch'el fu s racchiuso.


Ch col peggiore spirto di Romagna
Io credo, diss'io lui, che tu m'inganni;
ch Branca Doria non mor unquanche,

trovai di voi un tal, che per sua opra


in anima in Cocito gi si bagna,

e mangia e bee e dorme e veste panni.


e in corpo par vivo ancor di sopra.
Nel fosso s, diss'el, de' Malebranche,
l dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche,

che questi lasci il diavolo in sua vece


nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;


aprimi li occhi. E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

Canto XXXIV

nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,

Vexilla regis prodeunt inferni

per ch'ogne parlar sarebbe poco.

verso di noi; per dinanzi mira,


disse 'l maestro mio se tu 'l discerni.

Io non mori' e non rimasi vivo:


pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,

Come quando una grossa nebbia spira,

qual io divenni, d'uno e d'altro privo.

o quando l'emisperio nostro annotta,


par di lungi un molin che 'l vento gira,

Lo 'mperador del doloroso regno


da mezzo 'l petto usca fuor de la ghiaccia;

veder mi parve un tal dificio allotta;

e pi con un gigante io mi convegno,

poi per lo vento mi ristrinsi retro


al duca mio; ch non l era altra grotta.

che i giganti non fan con le sue braccia:


vedi oggimai quant'esser dee quel tutto

Gi era, e con paura il metto in metro,

ch'a cos fatta parte si confaccia.

l dove l'ombre tutte eran coperte,


e trasparien come festuca in vetro.

S'el fu s bel com'elli ora brutto,


e contra 'l suo fattore alz le ciglia,

Altre sono a giacere; altre stanno erte,

ben dee da lui proceder ogne lutto.

quella col capo e quella con le piante;


altra, com'arco, il volto a' pi rinverte.

Oh quanto parve a me gran maraviglia


quand'io vidi tre facce a la sua testa!

Quando noi fummo fatti tanto avante,

L'una dinanzi, e quella era vermiglia;

ch'al mio maestro piacque di mostrarmi


la creatura ch'ebbe il bel sembiante,

l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa


sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,

d'innanzi mi si tolse e f restarmi,

e s giugnieno al loco de la cresta:

Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco


ove convien che di fortezza t'armi.

e la destra parea tra bianca e gialla;


la sinistra a vedere era tal, quali

Com'io divenni allor gelato e fioco,

vegnon di l onde 'l Nilo s'avvalla.

Ma la notte risurge, e oramai


Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,

da partir, ch tutto avem veduto.

quanto si convenia a tanto uccello:


vele di mar non vid'io mai cotali.

Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;


ed el prese di tempo e loco poste,

Non avean penne, ma di vispistrello

e quando l'ali fuoro aperte assai,

era lor modo; e quelle svolazzava,


s che tre venti si movean da ello:

appigli s a le vellute coste;


di vello in vello gi discese poscia

quindi Cocito tutto s'aggelava.

tra 'l folto pelo e le gelate croste.

Con sei occhi piangea, e per tre menti


gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.

Quando noi fummo l dove la coscia


si volge, a punto in sul grosso de l'anche,

Da ogne bocca dirompea co' denti

lo duca, con fatica e con angoscia,

un peccatore, a guisa di maciulla,


s che tre ne facea cos dolenti.

volse la testa ov'elli avea le zanche,


e aggrappossi al pel com'om che sale,

A quel dinanzi il mordere era nulla

s che 'n inferno i' credea tornar anche.

verso 'l graffiar, che talvolta la schiena


rimanea de la pelle tutta brulla.

Attienti ben, ch per cotali scale,


disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,

Quell'anima l s c'ha maggior pena,

conviensi dipartir da tanto male.

disse 'l maestro, Giuda Scariotto,


che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

Poi usc fuor per lo fro d'un sasso,


e puose me in su l'orlo a sedere;

De li altri due c'hanno il capo di sotto,

appresso porse a me l'accorto passo.

quel che pende dal nero ceffo Bruto:


vedi come si storce, e non fa motto!;

Io levai li occhi e credetti vedere


Lucifero com'io l'avea lasciato,

e l'altro Cassio che par s membruto.

e vidili le gambe in s tenere;

ch' contraposto a quel che la gran secca


e s'io divenni allora travagliato,

coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto

la gente grossa il pensi, che non vede


qual quel punto ch'io avea passato.

fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:


tu hai i piedi in su picciola spera

Lvati s, disse 'l maestro, in piede:

che l'altra faccia fa de la Giudecca.

la via lunga e 'l cammino malvagio,


e gi il sole a mezza terza riede.

Qui da man, quando di l sera;


e questi, che ne f scala col pelo,

Non era camminata di palagio

fitto ancora s come prim'era.

l 'v'eravam, ma natural burella


ch'avea mal suolo e di lume disagio.

Da questa parte cadde gi dal cielo;


e la terra, che pria di qua si sporse,

Prima ch'io de l'abisso mi divella,

per paura di lui f del mar velo,

maestro mio, diss'io quando fui dritto,


a trarmi d'erro un poco mi favella:

e venne a l'emisperio nostro; e forse


per fuggir lui lasci qui loco vto

ov' la ghiaccia? e questi com' fitto

quella ch'appar di qua, e s ricorse.

s sottosopra? e come, in s poc'ora,


da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.

Luogo l gi da Belzeb remoto


tanto quanto la tomba si distende,

Ed elli a me: Tu imagini ancora

che non per vista, ma per suono noto

d'esser di l dal centro, ov'io mi presi


al pel del vermo reo che 'l mondo fra.
d'un ruscelletto che quivi discende
Di l fosti cotanto quant'io scesi;
quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto

per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,


col corso ch'elli avvolge, e poco pende.

al qual si traggon d'ogne parte i pesi.


Lo duca e io per quel cammino ascoso
E se' or sotto l'emisperio giunto

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d'alcun riposo,

salimmo s, el primo e io secondo,


tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.