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Paolo Marcellini - Carlo Sbordone Elementi di Analisi Matematica uno Versione semplificata per i nuovi corsi di laurea Liguori Editore ‘Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione pud essere tradotta, riprodotta, copiata o trasmessa senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei fimiti del 15% di ciascun. volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla Sisz del compenso previsto dall’art, 68, comma 4, della legge 22 aprile 1941 n. 633 ovvero dall’accordo stipulate tra Stag, Aig, SNs ¢ Cn, CONFARTIGIANATO, Casa, CLAAI, ConrcomMERcio, CONFESERCENTI i] 18 dicembre 2000. Le riproduzioni ad uso differente da quello personale potranno avyenire, per'un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume, solo a seguito di specifica autorizzazione lasciata da. Atoro, via delle Erbe, n. 2, 20121 Milano, telefax 02 809506, e-mail aidro@iol.it Prima edizione italiana Luglio 2002 Liguori. Editore, Srl via Posillipo 394 1 80123 Napoli hittp:/Avww.liguor.it Copyright © Liguori Editore, S.r.J. 2002 Marcellini, Paolo : ‘Blementi di Analisi Matematica uno/Paolo Marcellini, Carlo Sbordone Napoli : Liguori, 2002 ISBN 88 - 207 - 3383 - 8 1. Funzioni di una variabile 2. Calcolo differenziale ed integrale [. Titolo. Risiampe: 98765432 2007 2006 2005 2004 2003 Questo volume & stampato in Italia dalle Officine Grafiche Liguori - Napoli su carta inalterabile, priva di acidi, a pa neutro, conforme alle norme Iso 9706 PREFAZIONE Capitolo I — a ae en doe e See 1 NUMERI E LE FUNZIONI REALI Premessa. Gli assiomi dei numeri real Alcune conseguenze degli assiomi dei numeri reali. Cenni di teoria degli insiemi.. Numeri naturali, interi, razionali.. Funzioni e rappresentazione cartesiana, Funzioni invertibili. Funzioni monoton« Funzioni lineari. Funzione valore assoluto.. Le funzioni potenza, esponenziale, logaritmo Le funzioni trigonometriche . Appendice al capitolo 1 iL. Capitola 2 — Il principio di induzione. COMPLEMENTI AI NUMERI REALI Massimo, minimo, estremo superiore, estremo inferiore.. Calcolo combinatorio ... Il binomio di Newton.. Appendice al capitolo 2 15. Capitolo 3 — 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. I numeri complessi LIMITI DI SUCCESSIONI Premiessa... Definizioni e prime proprieti Successioni limitat: Operazioni con i limit Forme indeterminate Teoremi di confronto.. Altre proprieta dei limiti di succession Alcuni limiti notevoli..... . pag. 43 49 Si 54 6 Indice 24. 25. Successioni monotone. Il numero e.. Appendice al capitolo 3 26. 27. 28, Capitolo 4 — Infiniti di ordine crescente.... Successioni estratte. Il teorema di Bolzano-Weierstrass, Successioni di Cauchy. LIMITi DI FUNZIONL FUNZIONI CONTINUE Premessa ... Definizioni Legame tra limiti di funzioni e limiti di successioni Esempi e propriet& dei limiti di funzioni Funzioni continue... = = Discontinuita .... Alcuni teoremi sulle funzioni continue... Appendice al capitolo 4 36. 37. 38. Capitolo 5 — 39. 40. 41. 42. 43. 44. Metodo di bisezione per il caleolo delle radici di una equazione... Dimostrazione del teorema di Weierstrass .. Continuita delle funzioni monotone e delle funzioni in- verse. DERIVATE Tasso di accrescimento. Significato meccanico della derivata .. Definizione di derivata .... Operazioni con le derivate Derivate delle funzioni composte e delle funzioni inverse Derivate delle funzioni elementari Significato geometrico della derivata. Retta.tangente. Appendice al capitolo 5 45. Capitolo 6 — 46. 47. Le funzioni trigonometriche inverse. APPLICAZIONI DELLE DERIVATE. STUDIO DI FUNZIONI Massimi e minimi relativi. Teorema di Fermat J teoremi di Rolle e di Lagrange...... o1 94 97 98 101, "103 106 112 114 115 119 120 123 125 128 131 137 141 144 48. 49. 50. 51. 52, Funzioni crescenti e decrescenti Funzioni -convesse e concav res Tl teorema di L’H6pital Studio del grafico di una funzion La formula di Taylor: prime proprieti Appendice al capitolo. 6 53. Capitolo 7 — 34, 55. 56. 57. 58. 59. Il teorema di Cauchy. 1 teorema di L'HOpital nel caso gene- rale... FUNZIONI DI PIU VARIABILI Funzioni di due variabili: dominio; rappresentazioné car- tesiana.... Limiti e continuita Derivate parziali. Gradiente ... Derivate successive. Teorema di Schwarz Massimi e minimi relativi. Appendice al capitolo 7. 60. Capitolo 8 — 61. 62. 63. 64, Differenziabilita INTEGRALI DEFINITI i metodo di esaustione Definizioni-e notazioni... Proprieté degli integrali definit eeeeemneere Tl teorema della media...... Appendice al capiiolo 8 65. 66. Capitolo 9 — 67. 68. 69. 70. 71, Uniforme continuita. Teorema di Cantor. Funzioni lipschitziane Integrabilita delle funzioni continue INTEGRAL INDEFINITI Il teorema fondamentale del calcolo integrale.... Primitive. Formula fondamentale del calcolo integral Liintegrale indefinito.. Integrazione per decomposizione in somma. Integrazione delle funzioni razionali — Indice pas. 7 146 148 152 155 158 163 217 218 221 223 225 8 Indice 72, Integrazione per patti. pag. 230 73. Integrazione per sostituzione » 232 74. Calcolo di aree di figure piane. ” 236 Appendice al capitolo 9 75. Tntegrali improp ” 238 76. Definizione di logaritmo, esponenziale, potenza “241 Capitolo 10 — FORMULA DI TAYLOR 77. Resto di Peano.. "245 78. Uso della formula di Taylor nel calcolo di limiti ” 250 79. Resto integrale.. "253 80. Resto di Lagrange » 254 Appendice al capitolo 10 81. Tabulazione di funzioi » 255 Capitolo 11 — SERIE 82. Serie numeriche ™ 259 83. Serie a termini non negativ "263 84, La serie geometrica "264 85. La serie armonica "266 86, Criteri di convergenza.. "269 87. Serie alternate... "272 88, Convergenza assolut: "274 Appendice al capitolo 11 89, Serie di Taylor... = ~ 275 PREFAZIONE Gli autori hanno realizzato questo testo di Elementi di Analisi Matema- tica uno tielaborando il materiale del volume di Analisi Matematica uno, gid ampiamente sperimentato in vari corsi universitari di laurea e di diploma. E stata tenuta nella massima considerazione Vesigenza, sentita da molti, di un libro di testo rigoroso nei contenuti e, allo stesso tempo, snello e di facile lettura; cid infatti dovrebbe facilitare lo studio della maggioranza di quegli studenti che si avvicinano al corso universitario di Analisi Matema- tica uno con il timore (0, forse, con il preconcetto) di non essere a priori in grado di comprendere a fondo largomento. Nel contempo, non @ stato sottovalutato il desidério di quegli studenti, e non sono pochi, che deside- rano approfondire argomenti appresi a lezione e risultati particolarmente (e talvolta inaspettatamente) interessanti. Allo scopo di fornire un quadro schematico d’insieme degli argomenti trattati in questo libro @ proposto di seguito uno schema di collegamento dei principali teoremi (in genere, di esistenza) trattati nel testo; tale schema dovrebbe contribuire a dare un‘idea al lettore del contenuto culturale di un corso di Analisi Matematica, basato non su di un elenco di formule o affermazioni fini a sé stesse, ma su di una serie di argomentazioni logiche tra loro coerenti e conseguenti. Lo schema dovrebbe rivelarsi utile allo studente, anche per la preparazione dell’esame. Oltre all’assioma di compietezza, l'intero sistema di assiomi dei numeri reali @ presup- posto di tutta la teoria. Alte implicazioni importanti, aon contenute nello schema, sono quelle del teorema di Bolzano-Weierstrass (§ 27), che implica il criterio di convergenza di Cauchy (§ 28) e quella del teorema dellesistenza dei valori intermedi (§ 35), che implica la continuita delle funzioni inverse (§ 38), che a sua volta ‘implica la derivabilita delle funzioni inverse (§ 42). Inoltre lesistenza del limite delle successioni monotone (§ 24) & utilizzata per lo studio del carattere delle serie a termini non negativi (§ 83). Infine, i} teorema.di Lagrange (§ 47) ha altre importanti applicazioni, ad esempio nei criteri di monotonia (§ 48) e di convessita (§ 49), 0 nel teorema di Schwarz sull’inversione dell’ordine di derivazione (§ 57). 10 Prefazione asvioma di compictezza (§ 2) esistenza dellestremo superiore (§ (2) U esistenzn del limite delle suceessioni monotone (§ 24) u u teorema di teorema delFesistenzn Bolzano-Weierstrass (3 27) degli zeri (6 35, 36) teoremn di Weierstruss ( 35, 37) teorema i Cantor (§ 65) teoremi dell esistenza dei valori intermedi (§ 35) 4 a 4 teorema di Rolle (§ 47) integrabiiith delle tearems delta media (§ 64) ftunzioni continue (§ 66) i J teoremn di Lagrange (3 47) => caratterizzazione delle tunzioni con teorema fondamentale derivata nulla in un intervatto (§ 48) det calcolo integrale (§ 67) teorema di Cuuchy {§ 53) . = formula fandamentale caratterizenzione delle primitive del calcolo integrale (§ 68) di una funzione in un intervatio (§ 68) teorema di L'H6pitat (§ 50, 53) formula di Taylor con il resto integrate (§ 79) J u formula di Taylor formula di Taylor con il resta di Penn ($ 52, 77) con if resto di Lagrange (§ 80) 1, Premessa Il metodo comunemente usato in Matematica consiste nel precisare senza ambiguita i presupposti, da non cambiare durante l’elaborazione dei dati o della teoria, e nel dedurre da tali presupposti, in modo logico e coerente, il maggior numero di informazioni possibili. In altre parole, i presupposti sono le regole del gioco, che potrebbero essere state anche diverse, ma che, una volta iniziato il gioco, non vengono pit cambiate. In Matematica tali presupposti vengono chiamati postulati o assiomi. Da essi, mediante dimostrazioni, si deducono i risultati 0 teoremi. Sinonimo di teo- rema é lernma, parola pitt spesso usata per indicare un risultato intermedio, utile soprattutto per dimostrare un altro teorema; altri sinonimi sono corol- lario e proposizione. I! nostro punto di partenza & quello di assumere, come postulato, che esista il sistema dei numeri reali. Cioé assumiamo che esista un insieme di nu- meri, che chiamiamo numeri reali e che indichiamo con R, su cui sia possibile, ad-esempio, eseguire le quattro operazioni elementari (+, -, -,/), oppure sia possibile stabilire quale é il maggiore tra due numeri. Il sistema dei numeri reali é sicuramente gia familiare alla maggioranza degli studenti che leggono queste pagine. Infatti stiamo assumendo come punto di partenza (come assioma) quell’insieme di regole per operare sui numeri che iJ lettore ha sempre usato in modo naturale fin da quando ha imparato a far di conto. Per esempio, & per tutti naturale che 2 + 3 sia uguale a 3 + 2, 0 che 2 - 3 =3 - 2. Esprimiamo cid in modo generale per due numeri reali a, b, dicendo che valgono le proprieta commutative della somma € del prodotto: (1.1) atb=b+a, a-b=b-a Il lettore conosce sicuramente (provi a scriverle) anche la Pproprieta associativa, sia rispetto alla somma che al prodotto, e la proprieta distribu- 12. Capitolo 1 tiva. Nel paragrafo successivo é riportato un elenco completo delle pro- prieta che assumiamo valere per assioma. Dividiamo tali proprieta in tre gruppi: quelle reiative alle operazioni, le proprieta relative all’ordinamento, e l’assioma di completezza. 2. Gli assiomi dei numeri reali Assiomi relatiyi alle operazioni. Sono definite le operazioni di addizione (+) e moltiplicazione (-) tra coppie di numeri reali, con le seguenti proprieta (a b, c indicano numeri reali generici): (21) Proprieté associativa: (a+b)+c=a+(b+c), (a-b)- a-(b-c). (2.2) Proprieta commutativa:a+b=b+a, a-b=b-a (2.3) Propriett distributiva:a-(b+c)=a-bt+a-c c (2.4) Esistenza degli elementi neutri: esistono in R due numeri distinti 0, 1, tali che a+O=a, a-l=a (2.5) Esistenza degli opposti: per ogni numero reale a esiste un numero reale, indicato con ~ a, tale che a+(-a)=0. (2.6) Esistenza degli inversi: per ogni numero reale a + O esiste un numero, indicato con a”, tale che a- (a!) = 1. Assiomi relativi all’ordinamento. E definita la relazione di minore o uguale (S) tra coppie di numeri reali con le seguenti proprieta: (27) Dicotomia: per ogni coppia di rumeri reali a,b si ha a ) & ricondotta a quella di minore od uguale me- diante la definizione: az>bebea (Il simbolo < sta per «equivale»). Pertanto la relazione di > gode di pro- prieta analoghe a quelle di <. Infine le relazioni di minore (<) e di maggiore (>), dette anche relazioni di minore stretté e, rispettivamente, di maggiore stretto, sono definite da: abeazb,axzb. (39) La relazione a 0. Infatti, se a s b, allora per la (2.9): a-bsb-b=0 Viceversa, seb — a > 0, sempre per la (2.9) e per ia proprieti associativa dell’addizione si ha: a=O+a<(b-a)ta=b4[Ca)sal=b. (3.10) Proprieta transitiva dellordinamento: se asbe b Oalloraa-csb-c. infetti se a < b allora per la (3.9) @ anche O aeB) Si conviene che l’insieme vuoto sia contenuto in ogni sottoinsieme di S. Se A @ contenuto in B ed @ diverso da B, si dice che A & una parte propria di B. Il simbolo ¢© si legge «se e solo se» 0, come gia detto, «equivale» ed il simbolo = si legge «implica». Figura 1.3 Se A e B sono due sottoinsiemi dell’insieme S. il complemento A-~B di B rispetto ad A @ V’insieme degli elementi di A che non appartengono a B (figura 1.4): i mumeri é fe finzioni reali 19 (4.4) A-Bz={xeS:xeAexe Bj. In particolare, per A = S, ’insieme $ — B, complemento di B rispetto a S, si chiama anche complementare di B e si indica con B* oppure con ~— B. Evidentemente si ha (4.5) AcB « BtcA‘. L’insieme di tutti i sottoinsiemi di S si suole indicare con P(S) e si chiama insieme delle parti di S. P71000207338391.4 Figura 14 Siano A e B due insiemi. Si chiama prodoito cartesiano di A e B e si indica con A x B Vinsieme di tutte le coppie ordinate (a, b) con la prima coordinata a appartenente ad A e la seconda coordinata b appartenente a B. Le coppie ordinate sono caratterizzate dalla seguente proprieta: (4.6) (a, b) = (a, b’) .seesolose a=a',b=b’ Nel caso particolare in cui sia A = B, un sottoinsieme di A x A si chiama relazione binaria in A. Una relazione binaria % in A si chiama relazione di equivalenza, se gode delle seguenti proprieta: 1) riflessiva: per ogni a.¢ A si ha (a, a) e¢ R 2) simmetrica: (a, b) € ‘R implica (b, a} e N 3) transitiva: se (a, b) € Re (b,c) e XK, allora (a, c)e R Se (a, b) € % si scrive a ~ b e si dice che a e b sono equivalent. 20 Capitoto 1 Indichiamo con [a] la classe di equivalenza di ae A, cioé Vinsieme degli elementi equivalenti ad a. Si prova facilmente che due classi di equivalenza 0 coincidono o sono prive di elementi comuni. L'insieme delle classi di equivalenza di elementi di A Tispetto alla rela- zione ® si chiama insieme quoziente e si indica con il simbolo AAR, cioé (47) AM = {[a}: ae A). Una relazione binaria ® su A si chiama relazione dordine, se gode delle seguenti proprieta: 1) riflessiva 2) transitiva 3) asimmetrica: se (a, b) © Re (b, a) & ®. allora a = b. La relazione di minore o uguale tra coppie di numeri reali considerata nei paragrafi 2 e 3 del presente capitolo @ una relazione d’ordine. 5. Numeri naturali, interi, razionali Abbiamo visto come tra gli assiomi dei numeri reali ci sia Pesistenza degli elementi neutri 0 e 1. Quindi apparterranno ad R (come gia detto, indichiamo con R Vinsieme dei numeri reali) anche i risultati delle opera- zioni eseguite a partire da 0 e 1. In particolare sono numeri reali: 1+1=2, (1+1) +1=3, ... Tale sottoinsieme di R, che si chiama insicme dei numeri naturali, si indica con (5.1) N = (1, 2, 3, . ny... Nel paragrafo 11 sono studiate alcune proprieta dell’insieme N dei nu- meri naturali. Analogamente indichiamo con Z il sottoinsieme di R costituito dagli elementi di N, dai loro opposti, e dallo 0. Cioé Pinsieme dei numeri interi (0 intert relativi) si indica con (5.2) Z= (0, +1, + 2.) = 0} f+ n:ne N). Trisultati della divisione m/n (che, con la terminologia introdotta dagli assiomi, significa m-n™) con m, n € Z, n ¥ 0, si chiamano numeri razionali e st indicano con T numeri e le finzioni reali 21 (5.3) Q={Pimne Z ox}. Risulta Nc Z¢ Q CR. Naturalmente, essendo N, Z, Q sottoinsiemi di R, su di essi sono definite le operazioni di addizione e di moltiplicazione e Vordinamento indotti da R. Perd essi non soddisfano tutti gli assiomi dei numeri reali. Ad esempio, N non soddisfa (2.5): nell’ambito di soli nurheri naturali non esiste l’opposto di alcun numero. Z non soddisfa (2.6): tutti i numeri interi, escluso 1, hanno per inverso un numero reale che non & intero; in altre parole, non esiste |’inverso nell’ambito dei numeri interi. Si pud verificare che invece Q soddisfa tutte le proprieti algebriche relative alle operazioni e all’ordine. L’unico assioma non soddisfatto da Q & Vassioma di completezza (2.11). Per dimostrare cid, premettiamo la seguente PROPOSIZIONE. —.Non esiste alcun numero razionalé c tale che 2 Dimostrazione: sia per assurdo ¢ un numero razionale positivo tale che c” = 2. In base alla (5.3) esigtono m, n aumeri interi, che possidmo supporre entrambi positivi, iali che ¢ = mia: Se necessario, possiamo «semplificarg» la frazioné m/n, ottenendo me n non entrambi pari. Risulta (m/n)* = c” = 2, cio& 2n’ = m*, Essendo il primo membro 2n* un numero intero pari, anche m° deve essere pari; ma allora anche m deve essere pari (se m fosse dispari, anche m’ sarebbe dispari); quindi m = 2k, con k inte:o. Ne segue che (54) 2W=m=4k, cios n=2k?. Ripetendo il ragionamento, risulta che anche n deve essere un numero pari, cid che contrasta con Vipotesi che m ed u siano numeri interi non entrambi pari. €onsideriamo ora gli insiemi (5) A=(a¢ Q@:as0)ulac Q:a>0,a% <2), B= (be Q:b>0,b'>2}. Turti i numeri di A sono minori di tutti i numeri di B. Inoltre, per la proposizione precedente, risulta AUB = Qe ANB = 6. Se esistesse un numero razionale c con la proprieté che a $c Sb, per ogniaé A, be B, tale numero dovrebbe appartenere ad A oppure a B. 2 Supponiamo ¢ ¢ A. Non potendo essere c < 0, ne segue che c < 2. Sia n un numero naturale maggior: di (2c++ 1)2 ~c”); certamente esistente per la proprieté di Archimede (si veda il paragrafo 12), Allora, essendo Wi’ < i/n, 1y 2 1 2 (56) ctf ate te sede <2 A ny Yr 2 Capitolo 1 per cuic++e A, il che & assurdo perché c @ pitt grande di tutti gli elementi di A. a Analogamente si perviene ad un assurdo supponendo c € B. Osserviamo ora che i due insiemi A e B, costituiti da numeri razionali, possono essere riguardati come insiemi di numeri reali e quindi, per I"assioma di completezza, esiste un numero reale c con fa proprieta che a Sc Sb per ogni a € A,b € B. Tale numero, che si pud dimostrare essere: unico, & tale che c = 2, 2 irrezionale ¢ si denota con il simbolo c = 2. Riassumendo con parole semplici, possiamo dire che neil’insieme dei numeri naturali N si possono eseguire le operazioni di addizione e di molti- plicazione, ma non @ possibile in genere eseguire le operazioni inverse di sottrazione e di divisione. Z @ un ampliamento di N che permette di calco- lare anche le differenze, ma non i quozienti. Q @ un ulteriore ampliamento; in Q @ possibile eseguire le quattro operazioni fondamentali (tranne natu- ralmente la divisione per zero), ma non & possibile in generale eseguire altri calcoli altrettanto utili, come ad esempio l’estrazione di radice. Come ve- dremo, R é invece sufficientemente ricco per la maggior parte delle applica- zioni. 6. Funzioni e rappresentazione cartesiana Siano A ¢ B due insiemi di numeri reali. Una funzione di A in B é una legge che ad ogni clemento di A fa corrispondere uno ed uno solo elemento di B. Se indichiamo con f tale funzione, scriveremo f: A 3 B, oppure y = f(x), intendendo che ad ogni elemento x « A corrisponde, tramite la funzione £, elemento y = f(x) € B. Si dice che A & il dominio 0 insieme di definizione di £. II simbolo f() indica un complesso di operazioni che devono effettuarsi su x ({argomento di f) per ottenere y (valore di £), come negli esempi seguenti: (61) f(x) =2x+1 occorre moltiplicare x per 2 e sommare 1; (62) f(x) = Ix occorre calcolare V’inverso di x; (63) f(x) = 4k si deve calcolare la radice di x; OsexeZ% Occorre riconoscere se x @ intero oppure (64) f= no, e di conseguenza assegnare ad f(x) il I altrimenti valore 0 oppure 1. La funzione (6.1) 2 definita per ogni x reale; in altre parole il suo dominio é tutto R. La funzione (6.2) @ detinita per x # 0, quindi il suo dominio & I numeri e le funzioni reali 23 A= (xe R: x # Qj. Ii dominio della (6.3)@ A = (x € R: x > 0), mentrela (6.4) @ definita su tutto R. H valore f(x) della funzione f in x si chiama anche immagine di x mediante f. z Figura 15 Ricordiamo brevemente come effettuare la rappresentazione cartesiana di una funzione. Riferendoci alla figura 1.5, consideriamo due tette perpendi- colari che si intersecano in un punto O, origine degli assi. Fissiamo sulle due rette una direzione positiva ed una unita di misura. Chiamiamo asse delle ascisse, O asse x, una delle due rette, asse delle ordinate, o asse y, l’altra retta. 971088207 338381. Osexez y ¥=(7 altrimenti > — J——C a= —a tt 2 7 x Figura 1.6 Ad ogni numero reale x corrisponde in modo biunivoco un punto P; del’asse delle x, scelto in modo che il segmento OP, abbia hinghezza 24 Capitolo 1 uguale ad x. Analogamente ad ogni numero realc y corrisponde un punto P, dellasse y, tale che il segaucnto OP, abbia lunghezza uguale a y. Tracciamo due rette parallele agli assi e passanti rispettivamente per P, e P,. I! punto P di incontro delle due rette corrisponde in modo biunivoco alla coppia di numeri reali (x, y). Se & assegnata una funzione f, in corrispondenza alle coppie di numeri reali (x, {(x)) abbiamo un insieme di punti del piano, otténuti con la Tappre- sentazione cartesiana sopraindicata, che costituisce il grafico della funzione. In figura 1.6 abbiamo riportato i grafici delle quattro funzioni conside- rate fin dall’inizio del pazagrafo; il lettore verifichi i disegni proposti per punti, cioé assegnando alla variabile indipendente x dei valori su cui calco- lare semplicemente la farizione; ad esernpio, nel caso (6.3), x = 0, 1, 4, 9,.. 7. Funzioni invertibili. Funzioni monotone Una funzione f da A verso B si dice iniestiva se elementi distinti hanno immagini distinte, cioé, equivalentemente, se sussiste Vimplicazione 4} fm) =f) = _=% La funzione f si dice poi suristtiva se per ogni y eB esiste almenoun xe A tale che y = £(x). Una fumzione f che sia contempotaneamente iniettiva e suriettiva da A verso B si dice biunivoca. Cid vucl dite che f non solo fa corrispondere ad ognixe A uno ed un solo valore y « B, ma anche che per ogni y & Besiste un solo x ¢ A: tale che y = f(x). yal Gd. 97/088207336581.7 ES Figura. 17 I numeri ¢ le fungioni reali 25 In tali condizioni diciamo che f & invertibile. La funzione da B ad A che ad ogni y € B fa corrispondere Punico x € A per cui f(x) = y, si chiama funzione inversa e si indica con £'. Si ha (il simbolo V si legge per ogni): (7.2) Pf) =x, Vxe A; f(y) = y, vy « B. Da notare che spesso si cambiano le notazioni ed invece di usare x =f" (y) si preferisce, con un puro scambio di simboli; y = f (x) , per mettere in luce che fa variabile indipendente quella dell’argomento di f". In figura 1.7 @ riportato il grafico di una funzione fA — B invertibile ¢ della sua inversa f': B >A. Ad esempio, la funzione (6.1) é invertibile; infatti, fissato y = {(2), risulta x = (y - 172. La funzione inversa della (6.1) & quiridi (73) a= = . Anche la funzione (6.2) & invertibile e risulta #' (x) = 1/x (& solo un caso che f ed f*! coincidano!). La funzione (6.3) @ anche invertibile e f (x) = x? , per x = 0. Mentre la (6.4) nou @ invertibile, perché non stabilisce una corrispondenza biunivoca tra linsieme A = Re Pinsieme B costituito dai soli due valori 0, 1. Diremo che una funzione f & monofdna in unt msieme A, se verifica una delle condizioni seguentt (V %, % € A): (7.4) f£ stretiamente crescente: Xj < xy => F(x) < f(x), (7.5) f crescente: X, < Xk => f(x,) s f(x), (7.6) f strettamente decrescente: % < X_ => E(x) > f(xy), (7) £ decrescente: X, < X_ => f(x,) 2 f(x). Una funzione che verifica la (7.4), oppure la (7.6), si dice strettamente monotona. Ad esempio, la funzione (6.1) é strettamenite crescente su R; la funzione (6.2) & strettamente decrescente, separatamente negli insiemi {x > 0] e {x < 0}. La funzione (6.3) & strettamente crescente. La funzione (6.4) non & morotona su R. Ci sara utile ucl seguito un criterio per riconoscere se una data funzione & invertibile. Rimandando ail criterio di invertibilita de} paragrafo 35 per una visione pit completa dell’argomento, supponiamo che la corrispondenza 26 Capitolo 1 tramite una funzione f tra due insiemi A e B sia tale che ad ogniye B corrisponde almeno un x € A. Se f 2 stretiamente monotona allora & anche invertibile. Infatti, ad ogni y eB corrisponde un solo x € A per cui f(x) = y; perché, se ne esistessero due distinti x, ¥ xp, i corrispondent valori f(x,), f(x.) dovrebbero essere diversi fra loro a causa della stretta monotonia. Concludiamo il paragrafo con alcune utili definizioni e notazioni. Sia £: A — B una funzione da A verso B. Se X @.un sottoinsieme di A, Pimmagine di X mediante f, indicata con £(X), 2 il sottoinsieme di B defi- nito da (7.8) {(X)={yeB:dxe Ky = f(x)} (il simbolo 3 si legge esiste). Linsieme f(A), cio Yimmagine di A mediante £, si chiama codominio di £ Evidentemente, la funzione f & suriettiva da A verso B se e solo se il suo codominio coincide con B. . Se Y @ un sottoinsieme di B, Vimmagine inversa di Y mediante £, indicata con f“(Y) & il sottoinsieme di A definito da (7.9) £"(Y) = ke A: f(x) © Y}. Diamo infine la definizione di funzione composta mediante due fun- zioni. Siano X, Y, Z tre insiemi e siano B:X—> Yef:Y—> Zdue funzioni, tali che Vinsieme Y contenente i valori della prima coincida con il dominio della seconda. Allora si pud considerare la funzione composta h : X -> Z, definita da h(x) = f(g(x)) per x ¢ X. In tal caso si usa la notazione h = fog; in altre parole, si pone fog(x) = £(g(x)) per ogni x = X. 8. Funzioni lineari. Funzione yalore assoluto Si chiama funzione lineare (0 funzione affine) una funzione del tipo (8.1) y=mx+q ove m, q sono numeri reali fissati. Si yerifica facilmente che il grafico di-una tale funzione & una retta, di cui il parametro m é detto coefficiente angolare. Ogni funzione lineare & monotina su R, anzi, strettamente monotdna se m = 0. Infatti, basta considerare % <% © f(x) = mx + q, da cui (82) fq) =mq rq, £) = my + q 1 numeri e le funzioni reali 27 se il coefficiente angolare m @ positivo, allora, essendo x, < x, risulta anche mx, < mx, quindi £(x,) < f(x). ; in questo caso f(x) risulta strettamente crescente su R. Se invece m é negativo, allora da x, < x, segue mx, > mx, € quindi {(x,) > {(x,) ; percid, se m < 0, la funzione lineare f(x) & strettamente decrescente. Infine, se m = 0, allora risulta f(x) = q = costante; essendo f£(x,) = £(x,) per ogni coppia.di valori x,, x, la funzione f(x) & contempora- neamente crescente e decrescente su R; si dice brevemente che Ia funzione & costante su R. I grafico di f(x) in questo caso é una retta parallela all’asse x, costitnita dai punti (x, y) con ascissa arbitraria e ordinata costante uguale a q. Ricordiamo il criterio esposto nel paragrafo precedente, criterio in base al quale una funzione strettamente monotdna su un insieme @ anche invertibile-su tale insieme. Nel caso in considerazione la funzione f(x) = mx + q é strettamente mionotdna su R ge m #0 e quindié anche invertibile se m # 0. Tale fatto 2 di semplice verifica diretta: infatti, se m + 0, vale Pequivalenza: (83) yem+q @ x=2-4 che, con i simboli introdotti nel paragrafo precedente, significa che Ia funzione inversa f"(y) della funzione lineare f(x) = mx + q & data da 8.4) yy aZi9, (84) MS 3 z = 5 Figura 1.8 Figura 1.9 Al contrario, se m = 0, la funzione costante f(x) = q non stabilisce una corrisppndenza biunivoca tra Tinsieme Re Vinsieme. B = (qj costituito dal solo valore y = q; percid la funzione costante f : R — {q} non @ invertibile. 28° Capitolo 1 Dato che per due punti distinti del piano passa una ed una sola retta, per disegnare il grafico di una funzione lineare é sufficiente calcolare ordi- nata y in (8.1) in corrispondenza a due valori distinti della variabile x. Ad esempio, nel caso della fanzine lineare ¥ =3x~1, ad x= 0 corrisponde y =~ 1 ead x= 1 corrisponde y = 2; pertanto il grafico & coms quello in figura 1.8, ottenuto disegnando la retta passante per i punti di coordinate (0, — 1) e (1, 2). Il lettore ritcovi da solo il grafico in Gigura 1.9 relativo.alla funzione lineate y = 3 — 2x. Ii valore assoluto (0 modulo) di x, indicato con il simbolo |x, @ definito da K se x20 65) m-{ se x<0. Il grafico della funzione valore assoluto f(x) = [xl & composto da due semirette per l’origine, di equazione tispettivamente y = x e y =-— x, come nella figura 1.10. 971088207338361.10 Fighra 1.10 Pit precisamente it grafico in figura 1.10 della funzione valore assoluto & unione della semiretta di equazione lineare Y=X, con x>0, e della semiretta Y>=~-x, conx<0. Le seguenti proprieta sono diretta conseguenza della definizione (8.5): (8.6) Ikl=C; VxeR; (8.7) k}=0 © x=0; (8.8) |- xl = |xl, VxeR; (89) Px, > Xf = bx - dx, Vx%Lx% ER: B10) be / mel = Wl, Vx, % € R, x, #0. I numeri ¢ le junzioni reali 29 Dimostriaino ad esempio la (8.6): se x >-0 allora [x| =x e quindi in questo caso [x] > 0; se invece x < , allora |x| = — x e quindi, essendo — x > 0, risulta |x| > 0; in definitiva Ix! 20 per ogni xe R. La (8.7) & immediata; le (8.9), (8.10) sono diretta conseguenza della «regola dei segni». Proviamo la (8.8):se x >Oallora [x] =x e |-x=-(-x) =x, dato che —x <0; percid |x| = [+x] sex > 0. Analogamente se x < 0 risulta |x| =— xe x, essendo— x > 0; anche in questo caso |x| = + xl. Infine, se x =0, si ha ~ 0 = 0 ¢ pertanto |- Ol = (0. Esaminiamo ora le seguenti proprieta (8.11) e (8.12), la cui interpreta- zione geometrica é schematizzata in figura 1.11. PROPOSIZIONE. — Per ogni numero reale r = 0 valgono le equivalenze: (8.11) kl xp< xy. Tafatti. son =2 © se 0 S x; < x, allora moltiplicando prima per x, poi per xp, si ottiene Sx mex % <9; cio’ xP x, Sen=3, partendo da x} < xsi ottiene x} = x, x2 < x xd 3 (si veda anche il paragrafo 11 sul principio di-induzione). 4 numeri e le funzioni reali 31 Per mezzo de] teorema dell’esistenza degli zeri, dimostreremo nel Ppara- grafo 35 che ad ogni y 20 corrisponde almeno un numero reale x > 0 per cui f(x) = x" = y. La condizione di stretta monotonia (9.2) implica, come osservato nel paragrafo 7, che la funzione é@ invertibile. Percid & definita la funzione inversa di f(x) = x" (x > 0), che si chiama funzione radice n-sima, e si indica con (9.3) tt@skex, (x = 0). I grafici delle funzioni (9.1), per x 2 0, e.(9.3) sono come in figura 1.12. Figura 1.12 Per mezzo delle funzioni (9.1), (9.3) si pud definire l’elevazione aa esponente razionale (m, n e N, x € R,x > 0): (9.4) xmas xm 1 Yel A questo punto é@ stato definito il significato di a°, con a numero reale Positivo ¢ b numero razionale. Utilizzando l’assioma di completezza & possi- bile estendere la definizione di a® anche'se ’esponente b & un numero reale non razicnale, come vedremo nel paragrafo 12. Un’altra definizione equivalente & proposta nel paragrafo 76. Elenchiamo alcune proprieta: (9.5) ae ata ab te; (aby a abe, (9.6) a’ > 0: Q72) acb, c>0 + aed. 32 Capitola 1 (9.8) a av > bo, (9.9) a>l, bee = av a> av. Dall’espressione a” derivano due diversi tipi di funzione, a seconda che si faccia variare la base a ol’esponente b. Nel primo caso consideriamo la funzione potenza f(x) = x" , con be R fissato. Nel secondo caso abbiamo la funzione esponenziale f(x) = a* , con a numero reale positivo fissato. Casi particolari della funzione potenza f(x) = x sono quelli con b =n é N, oppure b = 1/n, gia esaminati in precedenza, La funzione potenza, per x > 0, in base alla (9.6), & positiva. Inoltre x° 2 una funzione stretiamente crescente se b > 0 € strettamente decrescente se b <0, in base alle (9.7), (9.8). Esempi di grafici nei vari casi sono riportati in figura 1.13. 97}088207938581.13 1 = ~ - x 1 x ' x x con b= x° conO 1 € stretiamente decrescente se a <1, in base alle (9.6), (9.9), (9.10). Esempi di grafici sono riportati in figura 1.14. Un caso notevolmente importante, ¢ cid diventera chiaro nel paragrafo 43 nello studio delle derivate, si ha quando la base é uguale al nurnero di Nepero e = 2.7... (definito nel paragrafo 25). In tal caso ovviamente si indica la fun- zione esponenziale con {(x) = e* ; dato che e > 1, la funzione e” é crescente. Se a = 1, la funzione a’ & identicamente uguale a 1. Si dice in tal caso che la funzione & costante. Naturalmente una funzione costante non é inver- tibile. Se invece a # 1, allora la funzione esponenziale a* & invertibile. La funzione inversa @ definita sui numeri reali positivi (dato che Pimmagine E numeri ¢ le furtzioni reali 33 y y 3 abl O 0) Se la base 2 maggiore di 1, come nel caso (9.12), il logaritmo 2. una funzione strettamente crescente. 3 : logax 2 logax a yp conart 1 conO 05 (9.15) Jog, (x / x2) = log, x, - log, x, Vx, , x, >0; (9.16) log, x° = b log, x , Vx>0; (9.17) log, x = log, x / log, b, Vx>0. Dimostrazione: per provare la (9.14) poniamo (9.18) log, 1 =¥1 log, % = Ya + in base alla definizione (9.11) risulta (9.19) aa. Pertanto (9.20) hy Xp sat a a gl che, di nuovo in base alla definizione (9.11), equivale a (9.21) Yat Yo = log, (xy + x) - Ricordando i simboli introdotti all inizio in (9.18), la (9.21) equivale alla tesi (9.14). Le altre relazioni (9.15), (9.16) e (9.17) si dimostrano in modo analogo (ed il lettore & invitato ad eseguire i calcoli esplicitamente). 10. Le funzioni trigonometriche Riportiamo in questo paragrafo un breve riassunto di nozioni di trigo- nometria, in genere gia note al lettore. Il lettore sa misurare gli angoli in gradi; ad esempio un angolo retto I numeri e le funzioni reali 35 misura 90°, un angolo piatto 180°, un angolo giro 360°. Per studiare le funzioni trigonometriche & opportuno adottare una diversa unitd di misura per gli angoli. Definiamo la misura di un angolo piano espressa in radianti. Essa-é data dalla lunghezza dell’arco.di circonferenza di raggio 1 & centro nel vertice delangolo intercettato dalle due semirette individuanti l’angolo (si veda la figura 1.16). 9 7/080207338381.1 8: Figura 1.16 Si conviene di denotare con.a (pi greco) la lunghezza di una semicircon- ferenza di raggio 1. Cid significa che, espresso in radianti, un angolo piatto misura z, un angolo retto misura 2/2, mentre un angolo giro misura 27 (la lunghezza di una circonferenza di raggio 1 & 2m). Come tutti sanno, un valore numerico approssimato di # @ m = 3.14... Analogamente a quanto si fa per I’ascissa su. di una retta, si definisce un’origine ed un verso di rotazione positivo (si suole scegliere il verso antiorario a partire dall’asse delle x) e si considerano in modo naturale anche angoli maggiori di 2x radianti, o angoli minori di zero. Cosi l’angolo x geometricamente corrisponde all’angolo x + 2m ed anche all’angolo x + 4x, oppure all’angolo x — 27, o in generale all’angolo x + 2k, per ognik e Z. Le funzioni sen x, cos x si definiscono rispettivamente come /’ordinata e Vascissa del punto che si trova sulla circonferenza di centro l’origine e raggio 1 e che sottende un angolo orientato di lunghezza x, a partire dal- Passé delle ascisse (figura 1.16). Le funzioni sen x, cos x sono definite per ogni x ¢ R, mentre l’immagine delle due funzioni é compresa tra — 1 ed 1, cioé: 36 Capitolo 1 (10.1) ~1ssenx<1, -1 Se nelle identita sopra scritte scegliamo il segno + e poniamo % = X, =x, otteniamo le formule di duplicazione: (10.6) sen 2x = 2 sen x cos x. 971088207338381.19 Figura 1.19 38 Capitolo 1 (10.7) cos 2x = cos” x ~ sen? x. A partire dalle funzioni sen x e cos x si definisce la funzione langente (10.8) tgx= il cui grafico & rappresentato in figura 1.19. 971088207328381.20 tgx OQ" cosx A B Figura 1.20 La funzione tangente & definita se cos x * 0, cio® se x # 2/2 + kx, con k © Z. Usando le propriet& dei triangoli simili (BT = BI/OB AP/OA), si vede che la tangente di un angolo x si pud rappresentare come in figura 1.20. Dalla figura risulta chiaro che, se 0 < x < x/2 allora valgono le disuguaglianze (10.9) O xi —1, @ per ogni naturale n, risulta (Ls) G+x)214nx. Dimostrazione: per n =.1 la proposizione & vera (con ik segno =), Supponiamo vera fa LS) per un numero naturale; n, moltiplichiamo entrambi i membri per 1 + x, che & una quantita maggiore 9 uguale a zero: (C+x)™ 2 (1 + nx) (L4 xy = (11.6) slextoxt m2 1+ (it tx Abbiamo ottenuto la proposizione con n + I al posto di 1. Percid, in base al Ptincipio di induizione, la (12.5) 2 provata Utilizzando il principio di induzione, dimostriamo la formula che esprime la somma di una progressione geometrica di Tagione x # 1: (1.7) lex4¢?e ite? ; Ve#l Per u = 1, a secondo membro abbiamo ~ x2 (11.8) Pe LC) l-x i-x I muemeri ¢ le fiurizioni reali 41 quindi la (11.7) & vera per n = 1. Supponendo verificata la (11.7), som- miamo ad entrambi i membri il termine x"**: tax L+x¢ Pe txt xt = gmt x (41.9) Ax 4 gmt gm Lyn * 1-x 1-x Abbiamo ottenuto la proposizione con n + 1 al posto di n. Quindi, in base al principio di induzione, la formula (11.7) & dimostrata. Proviamo mediante il principio di induzione una formula, analoga alla (11.3), che verra utilizzata nel paragrafo 61 introducendo gli integrali defi- niti: n(n + 1) (2n + 1) (11.10) P+P?ePeit w= a Dimostrazione: la formula (11.10) @ vera per n=1; risulta infaiti 1-2-3 6 Svpponiamo che (11.10) sia verificata. per un indice n e deduciamo da essa Ja formula analoga con n+1 al posto din, Abbiamo (11.11) v Psat nts (n4 1? = [2 + 2a retires _a(n+)) @n+1) (11.12) ~ 6 n (2n + 1} r@+y-oenf 7 ++] Porntint6_ a 2 Tr 6 = (01) eB 2at + Tor (n+ 1) S Qsservando che la (11.10) con a + 1 al posto dj n, a secondo membro ha l'espressione 7 @+ 1) (a +2) 2 (241) +1] (+1) M+ 2) Gn +3) 11.13) So simane soltante da osservare che 2n? +7 +6 _ (n+ 1) (n+ 2) (2n + 3) 11.14) (+1) A 7 sheé una relazione soddisfatta, perché, da verifica diretta, risulta 2n?+ 7n + 6= (n +2) (2n +3). 2 Capitolo 1 Mostriamo infine che 1 n (11.15) “+ ey ae” z ae 1-2 2-3 Dimostrazione: da verifica diretta la formula {11.15) @ soddisfatta per n=1, Supponendo poi che la (11.15) sia verificata per un indice n generico, otteniamo tia ot, L _ Ta *aae) Gea (11.16) =! 1 = tn+2)e1 nel @+h@+) @eDarD* we2net _ (_41y ast (n+) (+2) (+i) ird ned che corrisponde appunto alla (11.15) con 1 + 1 al posto din. CAPITOLO 2 COMPLEMENTI AI NUMERI REALE Raccogliamo in questo capitolo alcuni complementi ai iumeri reali. Tntroduciamo [’estremo superiore e. l’estremo inferiore di un insieme di numeri reali, il calcolo combinatorio ed i numeri complessi. Il concetto di estremo superiore, introdotto nel seguente paragrafo 12, & fondamentale per la trattazione della maggior parte dei teoremi di esistenza dell’Analisi Matematica, come ad esempio per la dimostrazione del teo- rema sulle successioni monotone del paragrafo. 24, o per altri teoremi di esistenza (Bolzano-Weierstrass, Weierstrass, ecc.). 12. Massimo, minimo, estremo superiore, estremo inferiore Sia A un insieme di numeri reali. Il massimo di A, se esiste, & un numero M dell’insieme A che & maggiore od uguale ad ogni altro elemento dell’insieme. In simboli: M massimo di A (M = max. A) = M2a,Vae A; (12.1) Me A. Analogamente, il minimo di un insieme di numeri reali A, se esiste, un numero m dell’insieme A che @ minore oa uguale ad ogni altro elemento di A. In simboli: ™m minimo di A (12.2) (m = min A) = msa,Vae A; meA. Non tutti gli insiemi di numeri reali hanno il massimo‘ed il minimo. Ad esempio, se A é costituito da tutti i numeri reali positivi, A non ha né massimo, né minimo (non esiste il pi piccolo numero reale positivo; ad esempio, lo zero non é il minimo, perché non appartiene ad A). 44 Capitolo 2 Si verifica facilmente che quando esistono, il massima o il minimo sono unici. Infatti, se M; e Mz sono due massimi di un insieme A, allora per definizione M, 2a, M, 2a, VaeA; ma dato che M, ed M; sono elementi di A, posto a rispettivamente uguale a M, ed a M, nelle relazioni precedenti, si ottiene M, = M; ¢ M, 2 Mi, cio® M, = M,. Un numero reale L si dice un maggiorante per un insieme A se L >a per ogni ae A. Analogamente un numero reale ¢ @ un minorante di A, se frQjacAM-exa. 46 Capitoko 2 Quindi, se un insieme & limitato superiormente esiste l’estremo superiore ed @ un numero reale. Se un insieme 2 limitato inferiormente esiste l’estremo inferiore ed 2 un numero reale. E utile introdurre i simboli + °°, — e per descrivere gli insiemi non limitati. Precisamente, sia A un insieme non yuoto, L’estremo superiore di A +e0se A non é limitato superiormente; l’estremo inferiore di A & —c0 se A non é limitato inferiormente. In simboli: (12.10) sup A = + ce = VL,dae A:a>L. (12.11) inf A = — oo => VGAacArace Netle relazioni sopra scritte ci si pud limitare a considerare L > Oe ¢< 0. Facendo uso dei simboli +oo e — co gj pud quindi affermare che ogni insieme non vuoto di numeri reali ammatte sia estremo superiore che estremo inferiore. Se Pinsieme é limitato superiormente allora lestremo superiore & finito; se l’insieme é limitato inferiormente allora l’estremo inferiore & finito. Diamo ora alcuni esempi; se A = [x € R: x > 0) , allora (12.12) supA=+, infA=0 ed il massimo ¢ minimo di A non esistono. Se B = ((n.~ 1)/n: ne N} (Vinsieme'B & schema- tizzato in figura 2.1), risulta (12.13) supB=1, inf B=minB = min B i 0 uly plw yh ula + tL 2 Figura 2.1 Se infine C = ((n + 1/n: n © NJ) (si veda la figura 2.2), si trova (12.14) sup C= max C=2, infC=1. Siano A ¢ B due sottoinsiemi di Re f una funzione da A verso B. Per ogni sottoinsieme X di A, l’estremo infetiore (tisp. Pestremo superiore) dell'insieme £(X) si chiama estremo inferiore (risp. superiore) di £ sue X. Si pone inoltre . Complemerti ai numeri reali 47 (12.15) inf f(x) = inf £(X) , sup f(x) = sup £(X) . Se poi £(X) 2 limitato inferiormente (risp. superiormente) si dice che la funzione f & limitata inferiormente (risp. superiormente) su X. Se infine £(X) @ un insieme limitato, si dice che f & dimitata su X. 1 =inf C 2=max © L cea + + i t _ 5 4 3 2 ae] 54 3 2 97)0882073.38382.2 Figura 2.2 Alla luce delle nozioni introdotte nel presente paragrafo riportiamo di seguito alcune proprieta dell’insieme dei numéri naturali-e dell’insieme dei numeri razionali. Nell'insieme R dei numeri reali, a partire dall’elemento 1, si possono determinare gli elementi 2 = 1 + 1, 3 = 2 + 1 e cosi via. Tali elementi costituiscono l’insieme dei numeri naturali di R, cioé Pinsieme N = {1,2,3,...} i cui elementi sono ordinati secondo le relazioni 1 <2 <3 Sa. Linsieme N gode di due proprieta caratteristiche: 1) Ogni parte non yuota di N é dotata di minimo; 2) ogni parte non vuota di N, superiormente limitata, @ dotata di mas- Simo. Tenendo conto di tali proprieta si pud dimostrare la seguente PROPRIETA DI ARCHIMEDE. — Per ogni x < R, esiste rie N tale che n> x. Dimostrazione: se la proprieta di Archimede fosse falsa, Vinsieme dei numeri reali Sarebbe limitato superiormente ¢ quindi, per Vassioma di completezza, dotato di estremo superiore M € R. In particolare, per ogni numero naturale n di R sarebbe n < M. Poiché anche n + 1 & un numero naturale, risulterebbe n + 1 < M, cio@ n 0, sian N tale chen > 1/(b—a); per cui fisultera nb~= na > 1, Dettom il pit piccolo numero naturale tale che fia < in; si avra in — 1 na ae R* é strettamente crescente se a > 1, strettamente decrescente se 0 < a < 1. Allo scopo di definire la funzione esponenziale su R, proviamo il se- guente: { LEMMA DI DENSITA. ~ I! codominio &(Q) della funzione f & denso in R*. Dimostrazione: verifichiamo che, per ogni coppia a, B di numeri reali positivi, con a < B, esiste y © Q tale che a 1, 1 ae sia m il massimo intero tale che a" a- a" = a-a™ Dalla (12.17) segue l'asserto ton y Dal lemma precedente si ricavano facilmente le formule (12.18) a® = supye, a (a>1) (12.19) a* = supy,, a” (0tl (12.21) ak = sup (a: ye.Q,y >] , se 1 (risp. 0 < a < 1) la funzione esponenziale é strettamente crescente (risp. strettamente decrescente) da R su R*. 43. Calcolo combinatorio Sia A un insieme costituito da n elementi: (13.1) A= fay, ag any ap} - Sia k un numero naturale minore od uguale ad n. Una disposizione di k elementi tra gli n dati un sottoinsieme ordinato di A che ha k elementi; consideriamo distinte due disposizioni se differiscono o per gli elementi, oppure solo per l’ordine di tali elementi. NUMERO DI DISPOSIZIONT. — i! numero delle disposizioni di k elementi tra glin dati é (13.2) n(n - 1) (9-2)... (n-k +1); cio 2 il prodotto di k numeri interi decrescenti a partire da n. Cosi ad esempio il numero delle disposizioni di 2 elementi su 3 dati é 3 - 2 = 6. Infatti, se consideriamo linsieme {a, , a, , a3} , tutte le disposizioni possibili con 2 elementi sono: far, 2a): a2, aids far» asks 43.3) fas + 2)3 [a , 45)5 fay, ag). Per dimostrare la proposizione precedente, esaminiamo un possibile modo di formare una disposizione di k elementi dall’insieme (13.1). Pos- 50 Capitolo 2 siamo scegliere il primo elemento da n dati. Invece & possibile scegliere il secondo. elemento solo tra gli (n — 1) elementi rimasti dopo fatta la prima scelta, Quindi, se k = 2, il numero delle disposizioni & n(n — 1). Se k > 2, si procede allo stesso modo, cioé si sceglie il terzo-elemento tra eli (n — 2) rimasti. Quindi, se k = 3, il numero delle disposizioni & nf -1)(n-2).E cosi via, se k > 3. Una disposizione di n elementi tra gli n dati (k = n) si chiama permuta- dione degli n elementi. Ponendo k = n nella proposizione precedente, si ottiene che il numero delle permutazioni di n elementi 2: (13.4) al=n-(n-1)- (n—2)...2-1; il simbolo nl, che indica il prodotto dei primi n numeri natural, si legge «n fattoriale». Tenendo conto del simbolo di fattoriale sopra introdotto, si riconosce che il numero di disposizioni di k elementi tra n dati si pud anche scrivere: (13.5) n(n -11)..(a°— k + 1) = ao : Una combinazione dik ( 1) al numero delle disposizioni, e che ad ogni combinazione con k elementi corrispondono tutte le disposizioni che si ottengono permutando tra loro i k elementi. Quindi ad ogni combinazione corrispondono k! disposizioni. Il numero totale delle combinazioni é ottenuto dal numero (13.2), oppure da (13.5), che esprime il numero di disposizioni di k elementi tra n dati, diviso per k!. 14. Il binomio di Newton Una importante applicazione (che peraltro & anche conseguenza del principio di induzione, come mostrato nella seconda parte del paragrafo) dei risultati_ del paragrafo precedente @ costituita dalla FORMULA DEL BINOMIO (DI NEWTON). — Per ogni coppia di numeri reali a, b vale lidentita oop = (Gore (Hamtb + (B)ara vrs. + (Bart ots + GR )avet + (ae. Infatti, immaginiamo di eseguire il scguente prodotto di n fattori: (14.1) (14.2) {a + by" = (a +b)- (a +b) (a+b); il tisultato del prodotto si scrive come somma algebrica di molti addenci. Fissiaino ta: nostra attenzione sull’addendo del tipo a" “b*. Eseguendo la moltiplicazione indicata. si ottiene tale addendo tante volte quante & possibile scegliere k fattori uguali a b dagli n dati. Cioé n su k: 52 Capitolo 2 La formula del binomio (14.1) in particolare fornisce dei risultati di facile verifica per 1 = 2e n= 3: infatti, per tali valori din si ottengono le ben note relazioni: Ge» Gra Gs da cui (a + b)? = a? + 2ab-+ b7; (144) ()-G)-» ()-@)=. dacut (a 4.b)=a3+3a2b+3ab7+b?. Le considerazioni che seguono sono utili per sviluppare esplicitamente il secondo membro della formila del binomio (14.1) per valori di n pid grandi di 3: LEMMA. — Per ogni coppia di numeri naturali n, k vale la formula n-—1 n-1 Tn cs G02 )-0) Infatti, dalla definizione (13.6) otteniamo: n-1),(a-1 @-p! (=) (e=3)+( x) &-Di@-bl i a@—k-iy _ (n— 1)! toh “ae ete) _ (n-D! a “k-Ti@—-k-D! ka-k (14.6) “rear ih La propricta (14.5) del Jemima precedente permette di scrivere il se- guente triangolo di Tartaglia (noto anche come triangolo di Pascal), dove ogni coefficiente & uguale alla somma dei coefficienti piit vicini della riga precedente: Complementi ai mimeri reali 53 Quindi ad esempio risulta (14.7) (a+ by =a°+5 atb+ 10 a? b? + 10 a? b? + Sa bt +b. Di seguito esponiamo un’ulteriore dimostrazione della formula del bi- nomio con it metodo di induzione. Dimostrazione per induzione della (14.1): cominciamo con l’osservare che !a formula del Dinomio (14.1) & verificata per n = 1; infatti: (143) (@+oy=(fJas({Jo=arn Secondo l'ipotesi di induzione supponiamo vera {a (14.1) per un indice n ¢ N e dimo- striamo. fa validita della formula analoga con n + 1 al posto di n; a tal fine moltiplichiamo entrambi i membri della (14.1) pér (a + b), ottenendo (a+b yma (*) bine (ja bY +. + ab" + sath ref att ate a (ghee amhe -1 (14.9) sam 4 () + ] abt ((t) + (x n Jl atl De + [i + (, a Jl a bY 4 bm = aM IQ) + (]] b+. (0 -G2 Jom Le tew 54 Capitolo 2 tenendo conto che, per la (14.5), risulta (14.10) ()*(21)- (e'): si ottiene infine la conclusione G@ebyma(™s ama (ot "jatoe.. (14.11) AOE eau (Eon Appendice al capitolo 2 15. F numeri complessi Consideriamo una generica equazione di secondo grado nell’incognita z: (15.1) az’ + bz +c =0, che ha come soluzioni (reali, se b? — 4ac > 0): (15.2) % __ » ., vb? = 4ac 4 2a 2a I coefficienti a, b, ¢ sono legati alle soluzioni 2, % anche dalle semplici relazioni, che si verificano immediatamente: b (45.3) A+M=—Fi Zaye RIO Proviamo a scrivere tali relazioni nel caso dell’equazione: (15.4) P+1=0; in tal caso le (15.3) diventano (15.5) Z+% = 0; ay Complement ai numeri reali 55 Le relazioni (15.5), anche se formalmente ben definite, non hanno alcun senso nell’ambito dei numeri reali, perché non esistono 2), Z, Soluzioni reali della equazione (15.4). Questo esempio mostra come tavolta sia utile pen- sare che qualsiasi equazione di secondo grado ammetta soluzione. Dato che cid non vale nell’ambito dei numeri reali R, si estende R introducendo il campo C dei numeri complessi. Consideriamo ancora l’esempio (15.4). Formalmente !'equazione (15.4) ha soluzioni (15.6) z=+Fl. Definiamo il numero complesso i = F 1. Sidice che i8 riinita immagi- naria. Risulta per definizione: (15.7) rv =- 1. Liinsieme dei numeri complessi si rappresenta in forma algebrica (15.8) C= (z=x+iy: x ye R). Si dice che x & la parte reale ed y @ il coefficiente della parte immaginaria del numero complesso z. Le operazioni sui numeri complessi-si €seguono con le stesse regole dei numeri reali, tenendo anche conto della (15.7). Quindi: (15.9) + iy) + +iyD= K+ xD+iysy); (x + fy) - (+ iy’) = xx’ + iny + ix’ y + # yy’ = (15.10) = xx’ — yy’) + i(ay’ + xy). It numero complesso z = x — iy si chiama complesso coniugato del numero Z = x + iy. Dato che risulta (15.11) z-Z=(x+iy) (x-iyer+y, il coniugato & particolarmente utile nel calcolo del ‘quoziente di due numeri complessi; infatti: 56 Capitolo 2 xitiyy _ @& + iy) —- iy) & + iy’) - iy) _ x + iy («+ iy) - iy) ~ x 4 y? ~ (15.12) ~ et yy | K y- 4 e+ erty © Come si vede dal conto precedente, la divisione tra due numeri com- plessi @ possibile purché il denominatore z =z + iy sia diverso da zero, cio’ purché non risulti contemporaneamente x = 0, y = 0. E utile la rappresentazione cartesiana dei numeri complessi, che si ot- tiene facendo corrispondere ad ogni numero complesso z = x + iy il punto P di coordinate (x, y), come in figura 2.3. Un punto P del piano pus essere individuato anche dalla distanza @ dal centro 0 degli assi, e dall’angolo # che il segmento OP forma con I’asse delle x, come in figura 2.3. Dal teorema di Pitagora si deduce che (1513) e=very; Vangolo 4 & legato alla parte reale x ed al coefficiente dell’immaginario y, dalle formuie 97j089207330362.3 (15:14) nn sen $= D Si dice che @ & il modulo del numero complesso z = x + iy, mentre 0, misurato in radianti, @ l’argomento. Naturalmente $ & definito a meno di multipli di 2m. Tenendo conto delle relazioni tra e, de x, y, possiamo scrivere il numero complesso z = x + iy in forma trigonometrica (15.15) Z=0 (cos +i sen 8). Complementi ai numeri reali 57 E particolarmente semplice scrivere il prodotto ed il quoziente di due numeri complessi espressi in forma trigonometrica. A tale scopo, conside- riamo due numeri complessi z, z’ nella forma: (15.16) zZ=Q(cos$+isend); 2 =! (cos + isen #). Tenendo conto delle formule di addizione (10.4), (10.5) si ottiene: Z- 2’ = Q(cos $ + i sen B) - o’ (cos } +i sen 4’) = (15.17) = Q9" {(cos 0 cos ¥ — sen 9 sen #) + i(sen # cos 6 + sen ¥ cos d)}= = 00" (cos( + 9) +i sen(d + #9}. Cicé il prodotto tra due numeri complessi ha per modulo il prodotto dei moduli, e per argomento la somma degli argomenti. Per il quoziente si ottiene la formula analoga: zz’ = Q(cos & + i sen B)/{9’ (cos + i sen 99} = _ 2 (cost +i sen #)(cos 4 ~i sen #) _ © Q (cos 8 + i sen )(cos 9 —i sen 9) ~ (15.18) _ @ (cos # cos # + sen 6 sen 1) + i(sen $ cos 9’ — sen ¥ cos 9) 7 o cos? # — i? sen? & : 7 {cos (9 - 8) +i sen (8 - #9}. Dalla formula (15.17) per il prodotto, si deduce la forma trigonometrica della potenza z" con esponente n ¢ N (15.19) 2" = [o(cos # + i sen )}" = Q"(cos nO + i sen'n 8). Un numero complesso z’ @ la radice n-sima di z se risulta (Zy =z. Quindi se z, z’ sono rappresentati in forma trigonometrica dalla (15.16) 58 Capitéla 2 come in precedenza, deve risultare (z)° = (e')" [cos(a’) + 1 sen(n®’)} = (15.20) =2= (cos +isen #9) = = Q [cos(# + 2km) + i sen( + 2kn)}, qualunque sia k.¢ Z. Otteniamo quindi: (15.21) eae; = (+ 2k, ke Z In particolare il modulo di una radice n-sima é uguale alla radice n-sima del modulo. Si riconosce anche che Ja (15.21) fornisce n valori distinti dell’argo- mento @’. Quindi se z # 0, esistono n radici n-esime distinte del numero complesso z. Ad esempio, calcoliamo le radici quadrate de! numero complesso z = i. In forma trigono- metrica i ha modulo uguale ad 1, ed argomento uguale a 7/2, Quindi in base alla (15.21), le due radici quadrate di z =i hanno modulo uguale ad 1, cd argomento uguale a m2 +20 a, = RB HIE (15.22) a In corrispondenza si ottiene: (15:23) neal {eos $+ isen 3) : Quindi ie due radici quadrate di i sono: (45.24) viet (2 (+i. 2 Segnaliamo una notazione di tipo esponenziale per i numeri complessi. Posto (15.25) cos0+isenO=e, un numero complesso z = g (cos @ + i sen®) si potra rappresentare nella forma (15.26) z=oee, CAPITOLO 2 59 In tal modo la (15.17) si riscrive come (15.27) z+2 = Qe. g’ ail 9. of elit e la potenza n-sima di z’ = Q’ e , come (15.28) (2 = (gy ie Se z’ = o’ e! & una radice n-sima di z= 9 e", sara (o’)" eit® = 9 el! percid 9’ = Yo , cos nO’ = cos® e sen n@ = sen@. Ne seguono le (15.21). CAPITOLO 3 LIMITI DI SUCCESSIONI 16. Premessa Uno dei problemi che affronteremo nel capitolo sugli integrali sara il calcolo delle aree di figure piane. Tale calcolo fa uso in modo essenziale del concetto di limite. Per mostrare cid, consideriamo un metodo per il calcolo dell’area di un cerchio, simile al metodo che Archimede usd nel ITI secolo ac. Si tratta di 0, allora esiste un indice v tale che, per n > v, a, sta in questo intervallo, cioé a-e 0, in corrispondenza esiste un indice v con le proprieta suddette. ave a are. a 4 2 T T i 1 = g a3 a as ae ay ay ve 2 aye a ae Zi a ' ——.— i ar OS a3 a as a6 ay a a-f&a rate 1 T T tt 700” a3 ay as ag a, By Ve Figura 3.2 Lintervailo (a ~ €, a + £) considerato in precedenza e definito, in formula, da (16.4) (a-e,at+e)= [xe Ria-e 3. Esempi di successioni sono: Bin (17.2) a, = 64 Capitolo 3 a-1 (17.3) a = _ i (74) a = ve (17.5) a, = ~ 1)" (17.6) a, =n? 1, 4,9, 16 ,..., m? ,.. DEFINIZIONE — Un numero reale a @ il limite della successione a, (si dice anche che a, tende o converge ad a), ¢ si scrive (7.7) lima,~a (oppure a, -? a), rte Se, qualunque sta € > U, esiste un numero v iale chea~e< Q@y < a+ € per ognin> v. La relazione a—e WVe>0,4v:la,-alv. ato Osserviamo, perché ci sara utile nel seguito, che Ia (17.9) & equivalente a 7.10) lima, = a ==> Fe > 0: Ve > 0, 3v: la, - al v; ate infatti dalla (17.10)'si riottiene la (17.9) cambiando € con e/c. Usando la definizione, verifichiamo che (7.11) iim oe 0. ie D Limiti di successioni 65 Risulta la, - al = [Wn] = Un. Dato che tn < ¢ equivale an > 1/¢, Lastu scegliere v = Ie. Cioe abbiamo verificato che per ogni e > 0 esiste v = L/e per cui la, — a] = In < € per ogni n>v Verifichiamo ora che (17.12) (17.13) la, — a in questo csempio si vede l'importanza di considerare il valore assoluto di a, — a; si trova la, - al = U/ne poi si procede come nel caso precedente. Naturalmente ion abbiamo scelto a caso i valori, a = (0 e a = 1 nei due esempi prece- denti. Proviamo a vedere che succede se invece tentassimo di dimostrare che (17.14) lim ==1! Avremmo Questa relazione non crea problemi se ¢ @ grande, ad esempio se e = 1 @ verificata da ogni n & N. Ma se ¢@ pid piccolo, ad esempio se ¢ = 1/2, allora 1/n > 1/2 2 verificata solo se n <2, Cioé solo a, verifica la relazione data, e non a, con n> v. Cid prova che a= 1 non il limite della successione 1/n. Con un argomento simile verifichiamo la UNICITA DEL LIMITE. — Una successione convergente non pud avere due || limit distinti. | Dimostrazione: supponiamo per assurda che esistano due limiti distinti, cio suppo- niamo che a, -> a, a, > b, con a # b. Poniamo e = |a — bi/2 (> 0). Si ha (17.15) ay :la,-alv,; JAy:la,—blv,. Fonendo v = max {v, , V2} , le relazioni sopra scritte valgono contemporaneamente e si ha {utilizzando Ja disuguaglianza triangolare |x, + x2] < |x,| + [x,| del paragrafo 8) 66 Capitalo 3 la —b] = (a a,) + (a, - by] s (17.16) sla -a,l + fa, — bl = = la, - al +la,-bl0, esiste un numero v tale che 4, > M, per ogni n>v. Si da una definizione analoga nel caso di limite uguale a ~ co, Ad esempio, la successione a, = ~ n? tende a — co, In simboli scriveremo le due definizioni nel modo seguente: (17.20) lim aj=to «= VYM>0, Hh: a, >M, Va>ovy nie (17.21) lim ay=~0o es VM>0, Wv: a,<-™M, Vaov. notes Limiti di successioni 67 Come gia detto, una successione si dice convergente se ammette limite finito, meatre si dice divergente se ammette limite uguale a +02 oppure a — 7. Le successioni convergenti 0 divergenti si dicono regolari, mentre le successioni che non ammettono limite si dicono: non regolari. Infine, una successione che converge a zero si dice infinitesima, mentre una successione divergente si dice anche infinita.- 18. Successioni limitate Abbiamo detto nel paragrafo precedente che una successione si dice regolare se ammette limite (finito 0 infinito). Invece una successione a, Si dice limitata se esiste un numero reale M tale che (18.1) la, ¥ Quindi, utilizzando Ia disuguaglianza triangolare (8.14), (18.5) lal = I@, — a) + al Slag —al + fal <1 + Vn > ¥. Ma allora, per ogni n € N, si ha: (18.6) fa, 0, (194) Fy: -akee Wn oy; Jv, : lb, —bl» Ponendo v = max {-v;,¥) |. per ogni n > v si hia i(a, + b,} - (@ +b) = Mla, — a) + (b, — BES (a5) S la, — al + |b, — b]< 28, La proya & completa. Si noti che abbiamo tisato la disuguaglianza tnangolare (8.14) ela detinizione di limite nelia forma (17.10). 1! lettore dimostri Ja (19.1). con il. segna. Dimostriamo la formula (19.2) relativa al limite di un prodotto-con due metodi: i} primo: dei quali non fa uso del concetto di successione limitata Limiti di successioni 69 Dimostrazione della (19.2) (prin miedo): utilizziamo Videntitd a,b, ~ ab = (a, — a) (b, ~ b) + a, b + ab, — Zab = (19.6) = (a, — a) (by — b) + (a, — a) b + a (by — b). Nell'ipotesi (25.4) risulta quindi fa, b, — abl < |a, — a] - [b, — bl + Ja, — al - lol + 9.7) 2 + lal - lb, — bl v = max [v, , v2). Dimostrazione della (19.2) (secondo metodo): per il teorema del paragrafo precedente la successione a, & limitata, cioé esiste un numero reale M (> 0) tale che (19.8) lal v = max-{v, , v4} si ottiene la; b, — abl = la, b, — a, b + a, b — abl = (19.9) = la,(b, — 5) + b(a, — a) S la, Hb, ~ b1 + Pblla, — al < < Me + [bl e = (M + [b)) e. La prova che il limite di un quoziente & uguale al quoziente dei limiti é simile alla prova della relazione per il limite di wh prodotto. Esaminiamo dire esempi di applicazione delle operazioni con i limiti. Avendo gia verifi- cato che la successione I/n converge a zero per n 3+, dal limite del prodotto (19.2) con a, = b, = Un si deduce che (19.10) im 4-0 oe oF ¢, iterando il procedimento, (19.11) lim n*=0, VbeN. tbe Mediante le operazioni con i limiti si calcola, ad esernpio, il seguente limite, dividendo 70 Capitolo 3 numeratore e denominatore per n?: 2 _ 42-1 (19.12) lim DAN 4 yy Lt Smale? 1 nae Sn? + 1 note 3 + Un? 3 20. Forme indeterminate Si prova che valgono le operazioni con limiti infiniti nei casi seguenti (a € R): (20.1) aa, bebe = at+b,3o +0 (20.2) a, > too, b>te = a+b, 3 +o (20.3) a7 ae0, byte = fa, bl > +00 (20.4) a, > oo, bwte = la, b,| > + 0 (20.5) aa, b> to = a/b, 20 (20.6) aja, b> be = Ib, / a] > + 0 (20.7) a 3>at0, b> 0 = [a,/b,| > + 0 Risultano esclusi dalla tabella alcuni casi che schematizziamo nelle forme seguenti, dette forme indeterminate: (20.8) oo — 00, 0 + x, colo, OO. Altre forme indeterminate sono date nella (25.9). Dire che un limite & una forma indeterminata non significa dire che il limite non esiste, ma significa semplicemente che occorre preliminarmente eseguire trasforma- zioni, 0 semplificazioni, per togliere, se possibile, Vindeterminazione. Ad esempio, le succession seguenti esprimono forme indeterminate: Un? 1 Va” (20.9) (@+1P%-(@-n; (a+); La prima di tali.successioni 8 una forma +2 ~- oo. Perd svolgendo i quadrati si trova che la successione vale 4n e quindi tende a +0. La seconda successione @ una forma 0- 9, ma si pud anche sctivere /n + I/n’, che tende a zero. La terza successione & una forma cof, ma gik sappiamo che tende a1. La quarta successione 2 del tipo 0/0, ma semplificando si trova Un + 0. Limiti di successioni 71 21. Teoremi di confronto Studiamo in questo paragrafo alcune relazioni tra limiti e ordinamento. TEOREMA DELLA PERMANENZA DEL SEGNO. — Se lim a=a>d, re esiste.un numero v tale che a, > 0 per ogni n > v. Prima di proporre la dimostrazione del teorema della.permaneuza del segno sottoli- neiamo che, se una successione a, converge ad um nitmero reale positive a, non si pud affermare in generale che tutti i termini della successione a, sono positivi. Ad esempio, in analogia con la (17.3), la successione a, = (n ~ 7)/a converge al numero 1 per n— + =, perd i primi termini della successione (ay, 22, ..., fino-ad as) sono negativi; il numero ¥, nella tesi del teorema della permanenza del segno, in questo caso @ uguale a 7. Dimostrazione: dato che a > 0, possiamo scegliere ¢ = a/2. Bsiste quindi un numero v per cui fa, — al < a/2 por ogni n > v. Cid equivale a~ al2 a~ =F >0, vn >. a 2 COROLLARIO. — Se lim a, = a, ese a, >0 per ogni-n, allora anche a= 0. ne Dimostrazione: se per assurdo fosse a < 0, il teorema della permanenza del segno, applicato alla successione — a,, comporterebbe che aq < 0 per n grande, COROLLARIO. — Se lim a,=a, lim b,=b, @ se a, > b, per ogni n, 100 nt—0 allora a > b. Per ottenere Ja dimostrazione di quest’ultimo corollario, basta applicare il corollario precedente alla successione a, — bp. Possiamo schematizzare i risultati ottenuti nel modo seguente (si noti la differenza tra i segni > e 2): (21.2) aa a>0 = FAvia,>O0, Vn > v; (24.3) aoa, a20, VneN = azo: (21.4) 47a bb, a2b,, VneN => a2b, 72 Capitolo 3 TEOREMA DEI CARABINIERI. — Siano ay, by, Cy ire successioni tali‘ che (21.5) a, St, S bys vne N. Se lim a,= lim b, =a , allora anche la successione c, 2 convergente e 1408 nts lim ¢, =a ote Dimostrazione: per ipotesi, per ognt « > 0 (21.6) avila -al¥,; Fv: lb,-al v= max [v, , vy) , risulta (21.8) a-e v, come volevasi cimostrare. Valgono analoghi teoremi di confronto anche per i limiti infiniti: (21.9) a, b,>+00 (21.10) a, Sb, Vne N, b, 3-8 = a, —9, Dimostriamo la (21.9) (la prova della (21.10) é-analoga): per ipotesi_ a, > + che; per Ja definzione di limite (1720). significa: QLIE) VM >0,4v: a, > M; Wn >v. Dato che b,.2 a, per ogni n & N, si ottiene fa test (28.12) b, 2a, >M, Yn >v. 22. Altre proprieta dei limiti di successioni Riportiamo in questo paragrafo due ulteriori proprieta dei limiti di suc- cessioni; in particolare la seconda, enunciata sotto forma di teorema, & importante per le applicazioni. Limiti di successioni 73 PROPOSIZIONE. — a, converge a zero se ¢ soltanto se |a,| converge a zero. Dimostrazione: posto bq = faaf, in base alla definizione (17:9) by converge a zero se € solo. se (22:1) Ve>rOav: Iblv: Dato che (22.2) Ibjt = Ia, ll = fa, Vane N, Ix (22.1) & equivaiente alla convergenza a zero della successione a, Si noti che, nella proposizione precedente, & importante considerare non solo succes- sioni convergenti, ma pid in particolare successioni convergenti a zero. Ad esempio, se a, = (— 1)", allora a, non @ convergente, mentre b, = fa,| @ la successione costante b, = 1, Vil € N, che ovviamente converge ad 1. Ricordiamo che una successione a, é limitata se esiste un numero M > 0 tale che (22.3) fal 0. TA Capitolo 3 Dimostrazione (secondo metodo): per la definizione di limite si ha: (22.6) Ve>0, Sv: Iblv. Dall'ipotesi di limitatezza (22,3) si ottiene poi (22.7) la, byl = Jaq] - [b,] SM - Ib, < Me, Vn >v, che equivale (si veda Ja (17.10)) al fatto che la successione prodotto ay - by converge a zero. A titolo di esempio verifichiamo che (— 1)" 5) (2.8) im CU @+5 _ 9, N40 3n° +1 infatti si tratta de} limite del prodotto della successione limitata a, — (— 1)° per la succes- sione infinitesima n+5 _ n+ Sin? (22.9) = ae ben aaa doa Unt Come ulteriore esempio verifichiamo che (22.10) lim 25 aie (i lettore non confonda questo limite con quello proposte in (23.17), uguale a 1; nel limite in (23.17) la successione a, converge a zero, mentre la successione in considerazione in (22.10) & sen a,/ay, Con a, = n> + 2%), . 1 limite in (22.10) @ zero perché limite del prodotto della successione limitata a, = senn (la,] = Isen nl < 1, ¥ ne N) per fa successione infinitesimna b, = In. 23. Alcuni limiti notevoli In questo paragrafo esaminiamo alcuni esempi di limiti particolarmente importanti. Cominciamo con (a € R fissato): +te0 se a> P 1 se =1 (23.1) i. a 0 se -t 1 & possibile utilizzare la disuguaglianza di Bernoulli (11.5): Limiti di successioni. 75 (23.2) a" 21 +n(a~—1). Dato che a > 1, il secondo membro tende a + 0 se n -+ + 00; per il teorema di confronto (21.9) anche a” -» + =. I casi a = 1 ¢ a = 0 sono owvi. Se aé diverso da zero e compreso tra — 1,1 (.< Jal < 4), risulta 1/al > 1, e quindi dal caso gia trattato otieniamo: 3) a. = Ko Gay = Se a =—1 g riottiene il limite (17.18). Se infine a < = 1, si vede che la successione con esponenti pari a’ "> + », menitre la successione con esponenti dispari a““*!s — w per k 3 + ss. Percidy non esiste il limite per n— + ¢ dia”. Si noti che invece esiste, ed & uguale a + -, il limite di |a"|, se a <— 1; infatti si ottiene la successione |a"|, che ha per base [al > 1. Proviamo ora che, se a & un numero reale positivo, risulta a (23.4) lim Ya=lim a®=1. ne n4t00 Notiamo preliminarmente come sia facile ricordare i] limite (23.4) per mezzo dei passaggi: Ya = a! -5 a9 — 4, Dimostrazione della (23.4): nel caso a 2 1 si ha Ya 2 1. Poniamo b, = Ya — 1 ; risulta b, 2.0 € inoltre, sempre per la. disuguaglianza: di Bernoulli: (23.5) a=(1+b)"21enb,. Percid (23.6) O Le quindi, per quanto gia dimostrato, 1 1 {We Dimostriamo ora che, se b € R, risulta (23.7) a (23.8) lim i td 400 Esaminiamo preliminarrente il caso b = 1/2, Procedendo come fatto in precedenza, poniamo b, = Yn"? - 1 > 0. Utilizzando ancora la disuguaglianza di Bernoulli, otteniamo 76 Capitolo 3 (23.9) a= (Leb) 2 lend, Percid (23.10) o 17 = 1. Per trattare il caso generale b € R, introduciamo Ja funzione parte interd di x: (23-11) [x] = i pitt grande intero minore od uguale ad x. Se b e R. abbiamo [b] < b < [b] + 1, e quindi (23.12) Fall < Ya < Inlet Arcora, per il teorema dei catabinieri, si ottiene la tesi (23.8). Esaminiamo ora tre limiti relativi alle funzioni trigonometriche. I primi due sono: (23:13) a,>0 = sena, — 0; (23.14) a, 20 => cosa, 7k Ad esempio seri (1/n) — 0, cos (1/n) - 1, perché 1/ - 0. Dimostrazione della (23.13) dato che u, converge a zero, per ia definizione di limite esisté un indice v per cut [a,l< n/2 per ogni n > v. Per tali valori di n, utilizzatido fa disuguaglianza (10.9), ottemarno = sen |a,| < fa (23.15) 0 < [sen a, al Per la proposizione del patagrafo precedente [a,|—s0; peril teorema dei carabinieri, 2. a,|90. Infine, ancora per la proposizione del paragrafo precedente sen a, > 0. Dimostfazione dejla (23.14 perviene at risultato daila (23.13), utilizzando la relazione cos x= + {1 —sen? x. Allo scopo di stabilire il segno nella refazione precedente, indi- chiamo con v I'indice tale che risulti — n/2 v (vy esiste per. la Limiti di successioni 77 definizione di limite, dato che-a, + 0). Per tali valori din risulta cos a, 2 0 e quindi (23.16) Vn >v. Avendo gia provato che sen a, —» 0,.ne segue che b, = 1 — sen” a, —> 15 Ia tesi @ infine conseguenza del fatto che yb, > VI = 1. Il terzo limite di funzione trigonometrica che prendiamo in considera- zione é: sen a, (23.17) a, 7 0,a,#0, Va a, Notiamie'ch’, dato che a, -» 0, (sen-a,)/a, ® una forma indeterminata. Cominciamo col, dimostrare che sen x —< (23.18) O v Dalla (23.18) si ottiene NB, sel (23.22) cos a, < <1, ¥n>v. Pern — +, cos a, -2 1. La tesi (23.17) discende quindi dal teorema dei carabinieri. Appliciuamo 1 risultaco appena dimostrato per concludere l’argomento del paragrafo 10, cioé per provare che l’area del cerchio di raggio 1 & uguale a m. Ricordiamo che, dato un cerchio di raggio 1, per definizione x & la lunghezza della semicirconferenza, mentre l'area del cerchio @ il limite, per —> + 2, delle aree dei poligoni regolari di n lati inscritti. In base alla (16.2) si ottiene 78 = Captiolo 3 (23.23) area del cerchio di raggio 1 = jim ™ sen 2 ree 2 Dato che, per n > +o», la successione 2n/n tende a zero, siamo nella situazione del limite notevole (23.17) e quindi sen (2n/n) _ ain (23.24) area del cerchio li raggio 1 = lim x Pte 24. Successioni monotone Abbiamo gia dato nel paragrafo 7 la definizione di funzioni (stretta- mente) crescenti o decrescenti. Allo stesso modo per le successioni diciamo che (24.1) ay strettamente crescente: aya,,,, Wane N; (24.4) a, decrescente: a,2a4:, VaneNn. Una successione a, & monotona se verifica una delle quattro condizioni sopra scritte. Una successione @ stretiamente monotona se verifica la (24.1) oppure Ia (24.3). Se a, = a per ogni n € N, con a numero reale fissato, si dice che a, @una successione costante. Le successioni costanti sono allo stesso tempo cre- scenti e decrescenti. Ad esempio le successioni (17.2) e (17.3) sono strettamente monotine; la (17.2) ay = 1/a & strettamente decrescente, mentre la (17.3) a, = (n — 1)/n & strettamente crescente; infatti, se a, = U/n, allora (24.5) a> ay =—3 nti>a (24.6) allora (24.7) aay =] w-icr € anche questa volta l'ultima disuguaglianza @ verificata per ogni n e N. Limiti di successioni 79 Il risultato seguente @ di fondamentale importanza. TEOREMA SULLE SUCCESSIONI MONOTONE. — Ogni successione monotona ammetrte limite. In particolare, ogni successione monotona e limitata ¢ convergente, cio ammetie limite finito. La successione (17.4) a, = (~ 1)"/n non, é monotdna; infatti i termini di posto pari sono positivi, mentre quelli di posto dispari sono negativi: i termini della successione oscillano intomo allo zero. La successione a, = (— 1)"/n & quindi un esempio di successione conver- gente, pur non essendo monotona (osserviamo che cid non contraddice il teorema; infatti nel teorema non si afferma che ogni succession convergente & monoténal). La successione non regolare (17.5) a, = (~ 1)" non & monotona; cid é in accordo con il teorema sulle successioni monotine, perché se la successione (17.5) fosse monotdna do- vrebbe avere limite. Dimostrazione del tcorema sulle successioni monotone: consideriamo il caso di una successione aq crescente limitata. Posto f = sup, 2, , lissato © > 0, per le proprieia dell’e- stremo superiore (paragrafo 12) esiste v < N tale che (24.8) -e v risulta a, $a, e dunque (24.9) (-e 0 esiste v € N tale che a, > M. Dato che a, & crescente, per ogni n > v risulta (24.10) a,2a,>M dacui lim a, = +. rte In modo analogo si trattano i casi relativi a successioni decrescenti. Ricordando. che una successione si dice regolare se essa ammette limite (finito o infinito), il precedente teorema afferma che ogni successione mo- notona @ regolare. 25. Il numero e il teorema sulle successioni monotone & utile per definire il numero di Nepero ¢ come limite. di una particolare successione monotona e limitata. 80 Capitolo 3 Infatti, introduciamo tale numero mediante il limite: (25.1) e=lim a, con a, = 0 + 5 5 te n, La (25.1) ® la definizione del numero di Nepero e. Tale definizione & giustificata dal fatto che, come provato alla fine del paragrafo, Ja succes- sione a, = (1 + 1/n)"2 (strettamente) crescente e limitata, quindi esiste, ed & un numero reale, il limite per n ~ + oo di a,. Nel paragrafo 81 indicheremo il metodo per calcolare espressioni deci- mali approssimate del numero e, del tipo (25.2) e@ = 2.71828182845904523536... ; qui riportiamo alcuni valori numerici approssimati di a, che, essendo a, una successione strettamente crescente, sono approssimazioni per difetto del numero ¢: 2 1} 10 50 100 500 1000 10° | (1+ In)" | 2 | 2.5937 | 2.6915 | 2.7048 | 2.7155 | 2.7169 | 2.7182 Nelle applicazioni sono utili anche i limiti seguenti, generalizzazioni della definizione (25.1): 1)" (25.3) Meee 5 (+z) se: 1\*" (25.4) a, > -o = ( + ra je. Dimostrazione della (25.3): indichiamo con [ay}, come nella (23.11), la parte intera di ay, cio’ il pit grande intero minore od uguale ad sq. Risulta[ a, ] +, ultimo membro converge a e-1=e per n—> +o, a causa della (25.3); cid prova la (25.4). (25.8) = La successione in (25.1), utilizzata per definire il numero e, combina fra loro due tendenze opposte: la tendenza della base ad un limite ugnale ad 1, 2 la tendenza dell’esponente ad un limite infinito. Il risultato @ appunto e, un numero intermedio tra 1 e +e. La forma 1” é una nuova forma indeter- minata, come pure sono indeterminate le forme °, 0°, Quindi all’elenco del paragrafo 20 vanno aggiunte le forme indeterminate: (25.9) 1G) 16°) Ce e)®, 0°. Riprendiamo la definizione del numero e come limite, per n —> + », della successione (25.10) a, = (2 + iy . Come gi detto, la definizione é giustificata (in base al teorema sulle successioni monoténe) dalle seguenti proprieta: (25.11) la successione a, 2 monotona crescente; (25.12) la successione a, & limitata. 82 Capitolo 3 Dimostrazione della (25.11): la tesi é * wl (+i) eae (eo) . vn 22 o -1 Eseguenido Ja somma delle frazioni, si pud scrivere in modo equivalente: es.) CH) eG) CS): cio® ancora (25.15) & = + pact, n? n (25.13) E conveniente isolare come addendo 1, nel modo seguente: (25.16) 1-4)'21-1 . 3 at La (25.16) & equivalente alla tesi da provare. Cid premesso, ricordiamo la disuguaglianza di Bernoulli (11.5), che vale perne Ne per x2-1: (25.17) (4+x)">14nx La conclusione (25.16) si ottiene ponendo nella disuguaglianza di Bernoulli x =~ 1/n?. Osservando che la disuguaglianza di Bernoulli (25.17) vale con il segno stretto di maggiore se x # 0 en #1 (il lettore provi tale affermazione per induzione, con n = 2, 3,...), la dimostrazione sopra Proposta mostra pit precisamente che a, > a,4 per ogni n > 2; cio’ la successione a, risulta strettamente crescente/ Dimostrazione della (25.12): introduciamo Ia successione (25.18) b, = (: + J" . Per ogni ne N si ha @5.19) by = ( + =) . (1 +t n “ Proveremo che b, & una successione strettamente decrescente; dato che a, & (stretta- mente) crescente, ne segue che Limiti di successioni 83 (25.20) a, Sa, b= (i + ) , va 22, cio’, equivalentemente ny" (n+iy? (a+ "n+l cree (a) -C VA ): (eo) a Come nella dimostrazione precedente isoliamo 1 come addendo: (25.24) (25.25) . Va22 (nelFultimo passaggio si @ utilizzata la disuguaglianza n/( n? — 1) > 1/n , che @ vera perché equivale a n? > n? — 1). Un’osservazione a proposito della stima (25.21): desiderando una stima pitt precisa si pud utilizzare la relazione (25.26) a, v. Quindi Aga | a, <1, clob a,,, < a, per ogni n > v. Il teorema sulle successioni monotone assicura Vesistenza del limite a, che 2 un numero reale non negativo, dato che la successione & decrescente. Supponendo per assurdo a #0 ¢ passando al limite per n —>+00 nella relazione b, = ,,,/,, si ottiene b = a/a = 1, in contrasto con l'ipotesi b < 1. Pertanto risulta a = D. Applichiamo il criterio del rapporto al confronto delle successioni: (26.1) logn; n®; a®; nl; n! Abbiamo scelto b > 0, a > 1. Ii simbolo n! {n fattoriale) significa il prodotto dei primi n numeri naturali: (26.2) n=1-2-3-..-(@--n Pern -+ + le cinque succossioni (26.1) tendono tutte a +e. Possiamo perd dire che sono infiniti in ordine crescente, nel senso che i limiti dei rapporti valgono _, logn ., nb ae ! (26.3) fim 22 tim Zs tim “tim BM notin PT tee a pedi Ea pw BP Rimandiamo al paragrafo 33 (si veda la (33.9)) lo studio del primo dei tre limiti. Riguardo al secondo, poniamo b 8. (26.4) a, = | s eeys 1 =(——] sai<2 a aa p Limiti di successioni 85 Dal criterio del rapporto otteniamo che n°/a" — 0. Per il terzo limite poniamo a" Daet a . =; sate a. (26.5) a, == bee? Ancora dal criterio del rapporto segue che a"/n! —> 0. Infine, per il quarto limite in (26.3) poniamo (26.6) wt ates " € Say G4) € di nuovo, per il criterio del rapporto; la successione a, = n!/n" converge a zero per 1 —> +00. 27, Successioni estratte. Il teorema di Bolzano-Weierstrass Sia a, una successione di numeri reali e sia Dy, una successione stretta- miente crescente di numeri naturali. La successione a,, definita da (27.4) ke Noa, prende il nome di successione estratta da a,, di indici ny. Ad esempio, se ny = 2k, la succession estratta da a, di indici 2k, cio’ di indici pari, 2 (27.2) es By ey Bg Se invece n, = 2k — 1, si ottiene l’estratta da a, di indici dispari: (27.3) AL 5 By yey Bay yy oe LEMMA. — Per ogni successione ng strettamente crescente di numeri naturali, si ha (274) ny 2 ky Vie N, Dimostrazione: per k = 1 si ha ovviamente n, > 1. Inoltre, supponendo valida la (27.4), proviamo che risuita ng, 2k + 1, da cui, per il principio di induzione, la (27.4) risultera vera per ogni k. Per ipotesi & ny.) > my 2 k, ovvero ny, > k e percid nyy, 2k + 1. Dalla (27.4) si ricava facilmente la seguente 86 Cuapitolo 3 PROPOSIZIONE. — Se a, converge verso a, allora ogni estratta a,, converge verso a. Dimostrazione: fissato & > 0 esiste kp tale che {a, — al <¢ per ogni n > kg. Se k > ky. essendo ny 2 k per il lemma precedente, si ha anche ny > ky © percid la, — al 0 tale che fa,] < M, per ognin e N. Il viccyersa non sussiste, perché, ad esempio, la successione a, = (~ 1)" @ Jimitata, ma non convergente. Tuttavia sussiste il seguente notevole TEOREMA DI BOLZANO-WEIERSTRASS. — Sia a, una successione limitata, Allora esiste almeno una sua esiratta convergente. Dimostrazione: per ipotesi la successione ay @ limitata; pertanto esistono due costanti A, Be R tali che (27.5) A + o. Indichiamo con t'€ Ril valore di tale limite. Dato che (B— A)/2* + 0 per k ~> + =, sia it primo che ultimo membro della (27.12) convengono ad I per k —9 + o>, Dal teoreme dei carabinieri si ottiene: allora la conclusione cn (27.13) lim a,, te 28. Successioni di Cauchy Sia a, una successione di numeri reali. Si dice che a, & una successione di Cauchy se, per ogni ¢ > 0, esiste un indice v tale che per h, k > v risulti (28.1) la, — al < 2. Dimostriamo in primo luogo la seguente PROPOSIZIONE. — Ogni successione convergente 2 di Cauchy. i Dimostrazione: se a, converge verso a allora, per ogni ¢ > 0, esiste v tale che in pel (28.2) , la, — al < €/2, Va>v. 88 Capitolo 3 Dalia disuguaglianza triangolare segue allora, per h, k >: £ & (28.3) lay ~ asl S fa, — al + la al <5 +5 se Per dimostrare che, viceversa, ogni successione di Cauchy @ conver- gente, premettiamo alcuni lemmi. LEMMA 1. Una successione di Cauchy & limitar Dimostrazione: sia © = 1; per ipotesi esiste v € N tale che (28.4) fay — agl <1, Vik >. Fissiamo un indice hg > v. Allora, dalla (28.4), per le proprieta del valore assoluto, segue (28.5) a,— Lb v. Posto As min fay yon Oy) A, — 1), B= max fay, ny a say, + 1), evidentemente risulta (28.6) A 0 sia v < N tale che (28.7) la, — ayl < €/2, Vhkov Sia imoltre ky > v tale che (28.8) fa, — ¢| < e/2, Vk2ky. Poiché si ha: ny, 2 ky > y (si veda Ja (27.4)), per ogni n > v risulta (28.9) lat Saya, + bag <5 +e =e Limiti di successioni 89 Combinando i risultati precedenti si dimostra il seguente CRITERIO DI CONVERGENZA DI CAUCHY. — Una successione a, @ convergente se e solo se & di Cauchy. Dimostrazione: con la proposizione all'inizio del paragrafo abbiamo gia provato che le successioni convergenti sono di Cauchy. Viceversa, se a, & di Cauchy, per i] lemma | @ anche limitata. In base al teorema di Bolzano-Weierstrass (paragrafo 27) a, ammette una succes- sione cstratta a,, convergente. Per il Iemma 2, ay & convergente. CAPITOLO -4 LIMIT DI FUNZIONI. FUNZIONI CONTINUE 29. Premessa Consideriamo la funzione sen x (29.1) f(x) = r che & definita per ogni x © R — {0}. Allo scopo di disegnarne il grafico, osserviamo preliminarmente che — 1 0, riportando poi il disegno anche per x < 0, per simmetria rispetto all’asse y. Le funzioni y = — I/x e y = 1/x, che appaiono nella stima (29.2), hanno per grafico dei rami di iperbole, come in figura 4.1. Tenendo conto del segno di f(x), che per x > 0 2 lo stesso segno di sen x, si ottiene per f(x) un grafico come quello disegnato con tratto continuo in figura 4.1. Il disegno é significativo per x sufficientemente grande; & invece indeterminato per x @ “‘vicino”’ a zero. Ricordiamo che la funzione f(x) in (29.1) non @ definita per x = 0, cioé non 2,calcolabile £(0). Invece & possibile calcolare valori di i(x) per x “‘vicino” a zero; ad esempio vale la tabella x a2 a3 wa ab lx) = = 063... "le, ' 8 3 228 og, | 2 = 095.. i x e, con Fuso di una calcolatrice, si ottiene (ad esempio) Pulteriore tavola di valori x 01 0.01 0.001 0001 £(x) 0.9983341... 0.9999833... 0.9999998... 0,9999999... | Nella tabella precedente sono stati scelti valori di x sufficientemente vicini a x9 = 0? Uno, due, tre 0 otto valori di x non sono — in assoluto — né vicini né lontani da zero. Certamente, sulla base delle precedenti tabelle si pud intuire che f(x), per x vicino a zero, assuma yalori vicini al numero 1 (f(x) assume valori del tipo 1 — e, con = > 0 “piccato”). Noa @ perd possibile escludere che, per x ancora pid vicino a xq = 0 rispetto agli otto valori gia conside- rati, f(x) cambi comportamento. Una formulazione rigorosa del comportamento di f(x) per x “vicino” ad. X, Si Ottiene nel. modo seguente: si considera una tabella ideale, illimitata a destra, del tipo x x cy x3 = ee fx) Yi = Hx) Y2 = f(x) ¥3 = £06) “ Cioé, si considera una generica successione x, che converge ad Xp (x, & “yicino” ad Xp se n é “grande”) e la corrispondente successione y,, costituita Limiti di funzioni. Funzioni continue 93 dai valori assunti dalla funzione f(x) (y, = f(x,), Vn N). Sey, converge ad un numero f(e se il numero Cnon cambia qualunque sia fa successione x, che converge ad xo) allora si dice che fa funzione f(x) ammette limite, uguale ad ?, per x —> Xp. Torniamo all’esempio della funzione f(x) in (29.1); si é gi verificato (si veda il limite (23.17)) che sen x, (29.3) lim £(x,) = lim nim ee qualunquc sia la successione x, che converge a xq = 0 (con x, # 0, V ne N). In accordo con quanto dette sopra, in termini di limiti di funzioni la (293) equivale a dire che f(x) ha limite t= 1 per x —» 0; in simboli sen x (29.4) liny {(x) = tim 0 my xX Th figura 4.2 & riportato il grafico della funzione (sen x)/x; la funzione non é definita per Xq = 0 (nel grafico cid & stato evidenziato con un “tondino” vuoto); perd la funzione ha un comportamento regolare anche nelle vicinanze di x9 = 0 ed i valori y assunti da’ f(x) sono vicini ad ¢ = 1 quando x @ vicino a xq = 0. 977088207238384,2 Figura 4.2 Viceversa, anche se la struttura analitica pud sembrare a prima vista simile, il limite: 1 (29.5) lim sen — non esiste 0 x (si veda Ia (32.5) Th figura 4.3 @ riportato il grafico, eseguito al computer. della funzione sen(1/x). Si noti in particolare il comportamento caotico della funzione nelle vicinanze di xp = 0. 94 Capitolo 4 SrIngUINEBAI F Figura 4.3 - y = sen (l/x) Nel paragrafo che segue formalizziamo la definizione di limite di fun- zione secondo le idee sopra esposte. 30. Definizioni Si definisce il limite di una funzione £(x), per x che tende ad x9 ¢ R, ne! caso in cui Xp risulti un punto di accumutazione per il dominio di £(x). In generale un numero reale xp si dice punto di accumulazione per un insieme A c R se in ogni inzorno ci x9, cio® in ogni insieme |x € R : xg - 5 0, cade almeno un punto di A distinto da xp. Nel prosieguo de! capitolo vengono prese in considerazione soltanto funzioni il cui dominio A & costituito da un intervallo (o dall’unione finita di intervalli) e x, punto pre- scelto per il calcolo del limite, appartiene ad A od @ un punto di frontiera per il dominio A (ad esempio xp & un estremo dell’intervallo A nel caso in cui A 2, appunto, un intervallo di humeri reali); in entrambi i casi xp risulta punto di accumulazione per l'insieme A. Se d, b sono due numeri reali (con a al; (30.7) (- =, b] ={xe Rix 0, esiste un KOKy numero & > 0 tile che (—e< f(x) 0,55 >0: If(x)-@l Vx,->x), me A—(x)] V ne N= f(x,) +29; x % => VM > 0, 56 > 0: f(x) > M, Vase A: O#|k-x | <6. (30.14) lim f(x) =¢ = Vx, 3+, x,€ A, Vne N= f(x,) 0; ote J We>0, 5k: |f(x)-"k. (30.15) lim f(x) =+e => Vx,+0,x,€ A, Vne N= f(x,) ot; Kote — VM >, dk: f(x) > M, Vee A:x>k. Tl lettore, tenendo conto della definizione (17.21) relativa alle succes- sioni che tendono a — ©, formuli i casi corrispondenti con — al posto di + 2, E utile considerare anche i cosiddetti limite destro (x —> xo") e limite sinistro (x —> x9"), quando ci si avvicina al punto x» per valori dix e« A rispettivamente solo maggiori di x9, o solo minori. Consideriamo per brevita solo i casi di limite ¢ finito (il lettote formuli i casi con limite infinito): Limiti di funzioni. Funziori eoritinue 97 (30.16) lim f(x) =¢ o> V xq > Xp Xp AEX, >Xy) Vn N= f(x) 0; == Ve > 0, 538 > 0: If(x) - th 0, 46 > 0: f(x) - fl 0,58>0: xe A, O¥[x-y]<8 = li -i 0, sia 8 > 0 il numero Teale per cui vale l'ipotesi (31.2); consideriamo poi una generiea successionc xp, di punti di A, convergente ad Xp, con x» # Xo per ogni n © N. Per la definizione di limité di successione, esiste un indice v per cui [x, — xyl <5 per ogni n > v; inoltre, essendo x, # x9, in definitiva si*ha 98° Capitolo 4 (31.3) MEA, OFlx, — xl <8 Vn >v. Per l'ipotesi (31.2) segue allora (14) f(x) - , che, in base alla definizione di limite di successione, significa che {(x,) —» per u > + ©. Proviamo ora, per assurdo, che (31.1) implica (31.2): contraddire la (31.2) equivale ad affermare che: (31.5) Dey > O: V6 > 0, dx e AO # [x ~ x | < 8, I(x) — tl > & - Poniamo 5 = I/n, con n< Ne indichiamo con x = xy il valore di x che compare in (31.5) in dipendenza da 8 = Wn: 1 (31.6) Bey > 0: Vn © N, Ax, © A: 0% | xy 2p 1< =, HOG) - 12 &9- Risulta in particolare 1 1 (31.7) Xn F By Kam <% Sto voeN; percid x, ¢ A — [xq] Vn & N € Xq > Xp (per il teorema dei carabinieri); perd f(x,) non converge ad perché la disuguaglianza |f(x,) — (| 2 €g, Vn € N, contrasta con la definizione di limite di successione. I lettore, per esercizio, riformuli le relazioni (31.1), (31.2) con xp c/o ¢ infiniti (come nel paragrafo 30) € ne provi !’equivalenza. 32. Esempi e proprieta dei limiti di funzioni Esempi di.limiti molto importanti, e che quindi occorre sapere bene, sono i limiti della funzione esponenziale che derivano dal limite di succes- sione (23.1): + eo se a>l (32.1) lim at = need 0 se O 0, mente sen x’, = 1 1. sen x’, tendonoa li Analogamente (32.5) lim gen rom estste. x0 x La successione x, = 1/(n) converge a zero per n —> + %; in corrispondenza la funzione f(x) = sen(1/x) assume i valori (32.6) £(x,) = sen 2 = sen(nm) = 0. Percid f(xq) & la successione costante, uguale a zero, ¢ converge a zero. Analogamente, posto x’, = Iw/2 + 2nx), risulta (32.7) {(’,) = sen + = sen & + 2nz) =1; quindi x’, 0, ma f(x’,) -> L (in contrasto con il fatto che f(x,) —> 0). Ne segue che f(x) non ammette limite per x — 0 (si veda il grafico di f(x) in figura 4.3). Altri limiti notevoli, conseguenza della definizione di limite di funzione e dei limiti di successione (25.3), (25.4), sono x x (32.8) lm (1 + 2) Te. lim ( + 3) =e. x40 xe 100 Capitolo 4 Dato che i limiti di funzioni sono definiti.a partire dai limiti di succes- sioni, anche per essi valgono le proprieta gid dimostrate per i limiti di successioni. Dal paragrafo 19 deduciamo le: | oERAZIONI CON I LIMITI DI FUNZIONL — Il limite della somma, differenza, prodotto, qitoziente di due funzioni @ rispettivamente uguale alla || somma, differenza, prodotto, quoziente (se il denominatore & diverso da zero) dei due limiti, purché non sia una delle forme indeterminate ~ — =, 0 - ©, cxjeo, 0/0. Ad esempio dimostriamo che il limite di un prodotto € uguale al prodotto dei limiti. Supponiamo che per x -» xy risulli f(x) > ty, a(x) > . Cid significa che qualunque sia 1a suiccessione x, che tende ad xp, con x, € A € x, # Xj V oe QN, risulta f(x) 9 , B(%) > f- Per la (19.2), che esprime il modo di calcolare if limite del prodotto di due succession, risulta f(x,) - e(x,) - & © cid completa la prova. Come applicazione calcoliamo il limite, per x -> 0, del rapporto (1 — cos x)he. E una forma indeterminata 0/0. Moltiplicando numeratore e denomi- natore per (1 + cos x) otteniamo _ l-cosx_, 1-cos’x fim ——;— = lim 57 ——__ = mo xX x0 x2 (1 + cos x) sen? x 32.9. = lim, > G29) x90 2 (1 + cos x) = lim sen x)? lim 1 1 6 ONS “T+ cosx 2° Il lettore verifichi che, con lo stesso metodo, si ottiene (32.10) lim L728 ® 0 x Una ulteriore proprieta utile per le applicazioni é ia seguente. LIMITI DI FUNZIONI COMPOSTE — Siano g:X > Ye fY + R due funzioni tali che Limiti di funcioni. Funziéni continue 104 (32.11) lim g(x) = yo. lim f(y) | Ky yu i ed esista 8 > 0 tale che risulti g(x) # yo per ogni x # Xo dell’intervallo (xq — 5, xo + 6). Allora @.anche (32-12) lim t(g(x)) = ¢. xy Dimostrazione: consideriamo una generica successione x, convergente ad xp, con X, € X © Xq Xo per ogni n € N. Per la definizione di limite di successione esiste v tale che lx — Xn < &, per ogni n > v. Percid, per ogni n> v risuita anche g(x,) # yp- Dato che y_ = g(%n) @ una successione contenuta in Y che converge a yy ed & tale che yp, # yp per n> v, allora {(y,) > ¢ Cio? f(g(%q)) > & come si voleva dimostrare. 33. Funzioni continue Come nel paragrafo precedente, consideriamo funzioni f(x) definite in un dominio A costituito da un intervallo, o dall'unione finita di intervalli, con Xp punto di A o punto estremo ad uno degli intervalli costituenti A. Abbiamo introdotto i limiti di funzioni per descrivere i] comportamento di funzioni nelle vicinanze di loro punti singolari. Naturalmene possiamo calcolare il limite, per x —+ Xp, anche se la funzione non presenta alcuna singolarita in x. Ad esempio abbiamo gia calcolato in (30.11) i limiti (33.1) lim sen x = 0 = sen 0; lim cos x = 1 = cos 0; x0 x0 il valore limite, per x — 0, & uguale al valore che si ottiene calcolando la funzione per x = 9. Si dice che le funzioni sen x, cos x sono continue per x = 0 (ed in reaita sono continue per ogni x)€ R) in accordo con la: DEFINIZIONE. — Una funzione f(x) @ continua in un punio xp se (33.2) lim £(x) = £(%) - xy Una funzione @ continua in un intervalio {a, b] se continua in ogni punto x € [a, b] (se xp = a Si considera in (33.2) il solo limite destro x — a*, mentre se Xj = b si considera il limite sinistro x — b-). 102 Capitolo 4 Dato che il limite di somma, differenza, prodotto & uguale rispettiva- mente alla somma, differenza, prodotto dei limiti, risulta che Ja somma, la differenza, il prodotto di funzioni continue % una funzione continua. Anche il quoziente di funzioni continue & una funzione continua, ma come al solito cecorre fare attenzione ai punti dove i] denominatore si annulla. Utilizzando la propricta relativa ai limiti di funzioni composte (si veda il paragrafo precedente) si verifica che la funzione composta mediante fun- zioni continue & continua. L’importanza delle funzioni continue & anche nel fatto che molte fun- zioni elementari sono continue nel loro insieme di definizione: potenze y = x°, esponenziali y = a*, logaritmi y = log, x, funzioni trigonometriche y = sen x, y = cos x, y = tg x, valore assoluto y = |x]. La continuita cd altre proprieta delle Ppotenze, esponenziali e logaritmi verra esaminata nel paragrafo 76. La continuita della funzione f(x) = sen x uel punto ap € R si esprime con la relazione di limite (33) lim sen x = sea Xp, mn o, equivalentemente, con la relazione di limite (33-4) lim sen (xp + h) = sen X , nyo che @.conseguenza della formula di addizione per il seno e dei limiti in (33.1); infatti: lim sen(Xp + b) = lim [Sen x) cos h + cos x) sen h] = ; ho 30 (33.5, = Sen xy lim cos h + cos xq - lim sen h = sen x). 130 30 M lettore provi in modo analogo che, qualunque sia xp ¢ R, cos x converge a cos xp per x % La continuita delia funzione f(x) = tg x = sen x/cos x, per x # 1/2-+ km (k € Z), discende dalla continuita delle funzioni sen x, cos x e dalla formula per il limite del quoziente. La continuita della funzione f(x) = |x| su R segue dalla disuguaglianza: (33.6) Ibe = bxgll < Ix — x91, V x, x ¢ RB; basta infatti porre 8 = © nella relazione di limite (30.12): se Ix — xl < 6 allora anche eG) - (0)1 = Ilxl = [xgll < ©. Mostriamo con dye esempi l’importanza del concetto di continuita per eseguire calcoli di limiti, Usiamo la continuita della funzione potenza x° per calcolare, a partire datla (32.8), il seguente limite notevole (poniamo y = (bx)”' e consideriamo il caso b > 0; se invece b <0 Limiti di funzioni. Funzioni continue 103 occorre cambiare il segno + con il segno : infine se b = 0 il risultato & ovvio): ry" 1y7° (33.7) lim (1 + bx)" = tim (2 + +) =| tm (: +3] = 0" yee y. pa y, Utilizciamo ora la continuita della funzione log x per x = 1, per ottenere, a partire dalla (23.8), il limite notevole: k : (33.8) lim 28" < jim tog Yh = log 1 = me 0 AP t00 Per comprendere la prima uguaglianze, si riveda la proprieta (9.16) dei logaritmi, Analo- gamente al limite precedente, dato che log n = (1/b) log n°, si ottiene (33.9) tim PBR g Vb>0. reo! 34. Discontinuita La funzione (34.1) 1 >o Pe i _ se x ~1 sex xq di (x); precisauente il limite destro & diverso ‘al limite sinistro. Tutto cid accade qualunque sia il valore ¢ scelto in (34.2) per la definizione di f(x), che risulta una estensione non continua (0 prolungamento non continuo) della funzione f(x); inoltre la discontinuita di f(x) nel punto x9 = 0 si dice non eliminabile. Viceversa, la funzione studiata nel paragrafo 29: sen xX (34.3) £(%) = «x non é continua in x= 0 (perché non & definita), ma & possibile prolungare per continuitth f(x) mediante li funzione: (34.4) 2x) = i A causa del limite notevole (29.4), #(x) é continua anche nel punto xp = 0. Il grafico di I(x) si ottiene “completando” il disegno in figura 4.2 con l'ulteriore punto di coordinate (0, 1). Sia f(x) una funzione definita in A e x) un punto di A. Le discontinuita di £(x) si classificane nel modo seguente: (a) Ja funzione presenta in Xj una discontinuith eliminabile se esiste il limite di [(x) per x —> x) e risulta (34.5) lim f(x) # £(x,). -m In tal caso, posto f= lim f(x) , la funzione x9 oy f(x) se KE A= (Xp) (34.6) I(x) = fe se K=X% Tisulta continua nel punto x9. Limiti di funzioni. Funzioni continue 105 (b) la funzione f(x) presenta in x una discontinuitd ili prima specie se esistono finiti i limiti destro e sinistro di f(x) in xp e si ha (47) lim f(x) # lim f(x). x. xy x xf Ad esempio la funzione f(x) = [x] parte intera di x, definita in (23.11) e rappresentata in figura 4.5, presenta discontinuita di prima specie ia corvispondenza ad ogni valore x € Z, mentre @ continua per ogni x e R — Z. s7ong2073383045 Figura 4.5 (c) La funzione f(x) presenta in x9 una discontinuitt di seconda Specie se uno almeno dei due limiti (34.8) lim (x), lim f(x) xx mo xg non esiste oppure @ infinito. Sia A un intervallo (o unione finita di intervalli), x» ¢ A, e £(x) una funzione definita in A — {xo}; se esiste i] limite W = (34.9) lim f(x x Xy 106 Capitolo 4 allora la funzione f(x), definita in A da £(x) se xe A — {X9} (34.10) i@ = | e se X= Xp ® detta prolungamento per continuith di {(x) in Xo; I(x) risulta continua in x. Se poi f(x) @ continua in A — {xp}, allora f(x), continua su tutto l'insieme A, & detta prolungamento per continuith di f(x) su A. 35. Alcuni teoremi sulle funzioni continue Il teorema seguente @ analogo al teorema della permanenza del segno (paragrafo-21) per le successioni. TEOREMA DELLA PERMANENZA DEL SEGNO. — Sia f(x) una funzione definita in un intorno di Xq e sia continua in Xp. Se f(x) > 0, esiste un numero 8 > 0 con la proprietti che f(x) > 0 per ogni x € (X% ~ 8, Xo + 5). La dimostrazione si fa come nel paragrafo 21: dato che f(x) > 0, possiamo scegliere £ = f(Xq)/2; esiste quindi un numero > 0 per cui If(x) —f(%9)| < f(xo)!2 per ogni x nell'intervallo lx— xl < 6. Cid equivale a — £(x,)/2 < £(x) ~ £(%) < (x2 ; in particolare (35.1) £(x) > Fx) — fe = ne >0. Molto importanti sono i tre teoremi che seguono: il teorema. dell’esi- stenza degli zeri, il teorema dell’esistenza dei valori intermedi ed il teorema di Weierstrass sull’esistenza del massimo e del mimino. i - TEOREMA DELL’ESISTENZA DEGLI ZERI. — Sia f(x) une funzione continua in un intervailo (a, b]. Se f(a) < 0, £(b) > O,allora esiste Xp & (a, b) tale che £(%) = 0. Naturalmente la tesi vale anche se f(a) > 0 e f(b) < 0; cio’ il teorema dell’esistenza degli zeri vale supponendo che i valori f(a), f(b) siano di segno discorde. La dimostrazione del teorema é riportata nel paragrafo 36 che segue. Limiti di funzioni. Funzioni continue 107 Per mostrare la portata del teorema, consideriamo come esempio le seguenti due equa- zioni nelia incognita x (35.2) x +x-1=0, (35.3) e+x=0, che non sientrano tra le equazioni algebriche di primo e secondo grado di cui @ facile ricordare la formula risolutiva. La prima delic duc equazioni & una equazione algebrica di terzo grado, mentre Ja seconda & un'equazione trascendente, Procediamo pet tentativi, asse- gnando ad x alconi valori: x 0 1 2 2 -1 1 9 1 e+l 242 Nel caso f(x) = x° + x — 1, abbiamo £(0) < 0, f(1) > 0. In base al teorema dell’esistenza degli zeri, esiste un numero Xp nell’intervallo (0, 1) tale che £(xq) = 0; cio® xg ¢ una soluzione dell’equazione (35.2). Nel paragrafo 36 vedremo come.calcolare numericamente tale radice, © toveremo che Xp = 0.682327... Nel secondo caso f(x) = e* + x, risulta f(— 1) = 1/e - 1 < 0, (0) = 1> 0. Quindi esiste neilintervallo (1, 0) una radice xy dell’equazione (7.3). Nel paragrafo 36 troveremao che xq = — 0.567143.. Notiamo che esiste una formula risolutiva per le equazioni di terzo grado, che dA come soluzione reale dell’equazione (35.2) il numero Eqs 23 (35.4) X= [3 + @y + [3 - S | = 0.682327... Viceversa, non @ nota alcuna formula risolutiva per l’equazione (353). Applichiamo ancora una volta il teorema dell’esistenza degli zeri per dimostrare una proprieta utilizzata nel paragrafo 9: per ogni yo = 0 esiste ur numero reale xq > 0 soluzione dell’equazione (35.5) x" = yy. Ricordiamo che, essendo la funzione f(x) = x" strettamente crescente per x > 0, un tal numero X9 2 unico, € lo abbiamo chiamato radice n-esima di yo. Dimostriamo che Pequazione (35.5) ha soluzione: se yp = 0 naturalmente & xy = 0. Se yp > 0 poniamo f(x) = x" — yo; risulta f(0) = — yo < 0; rimane da trovare un punto dove la funzione f & positive. Se yp < 1, ailora £(1) = 1 = yo > 0 © quindi esiste una radice xq nell'intervallo (0, 1). Se invece yg > 1, allora £( Yo ) = ¥8 — Yo = Yo ( yo" — 1) > 0; quindi in questo caso esiste una radice nell’intervallo (0, yo). Infine se yg = 1 basta prendere xy = 1. 108 Capitolo 4 (PRIMO) TEOREMA DELL’ESISTENZA DEI VALORI INFERMEDL — Una funzione continua in un intervallo [a,b] assume tutti i valori compresi tra f(a) e f(b). Dimostrazione: per semplificare le notazioni consideriamo il caso in cui f(a) < f(b). La tesi consiste nel provare che, qualunque sia yp € [f(a), f(b)} esiste xo € [a,b] tale che f(xa) = Yo Se yo = f(a) si pud-porre xp = a; analagamente se yp = f(b), allora basta prendere xy = b. Per trattare il caso: yg € (F(a), f(b)) consideriamo Iq funzione (35.6) B(x) = FX) - yy. Vv x efa, b}: essendo f(a) < yo < f(b), risulta (35.7) 2(8) = f(a) — yy < 0, B(b) = £(b) — yy > 0. Per il teorema dell’esistenza degli zeri esiste un numero xq € (a, b) tale che g(xy) = 0, ciod f(x0) = Yo. TEOREMA DI WEIERSTRASS. — Sia f(x) una funzione continua in un intervalla chiuso e limitato {a, b}. Allora f(x) assume massimo e minimo in [a,b], ciok esistono in [a, b| x1, x, tali che (35.8) f()) $ (x) < f(x), V xe {a,b}. I numeri %, % sono detti rispettivamente punti di minimo e di massima per f(x) nell'intervalio [a,b]; i corrispondenti valori m = f(x,) e M= f(x) sono detti minima e massimo di f(x) in [a, b] (si veda la figura 4.6). 97)088207338384.6 Figura 4.6 Limiti di funzioni. Funzioni continue 109 Il teorema di Weierstrass & dimostrato ne} paragrafo 37; in questa sede ci limitiamo a mettere in luce con degli esempi l'importanza delle ipotesi (funzione continua definita in un intervallo chiuso ¢ limitato) che garanti- scono l’esistenza del massimo e del minimo. Consideriamo per x > 0 la funzione 1 (35.9) f() =<; £(«) non asstime massimo nellintervallo aperto a sinistra (0, 1); infatti non @ limitata supe- riormente in tale intervallo: V M > 0 risulta f(x) > Mse x € (0, 1/M) (si veda la figura 4.7). La funzione non assume minimo nelVintervallo illimitato (1, +e); la funzione & timitata in tale intervallo perché risulta (si veda anche Ia figura 4.8): (35.10) o<+<1, Veet perd 0 non @ il minimo di f(x) in [1, +>) perché non esiste alcun vaiore xj > 1 per cui f(x) = ‘Ux, = 0 (una frazione é nulla se ¢ soltanto se it numeratore & nullo!) e inoltre nessun numero reale positivo m & minimo per f(x) in [1, tes) perché risulta f(x) < m per ogni x > I/m. Z| z y Foay al| y FOay 5 5 & con x € (0,1) g con x € (1,00) s| Figura 4.7 Figara 4.8 La funzione f(x) = x* assume massimo e minimo in ogni intervallo chiuso ¢ limitato fa, bj, in particolare nellintervallo [- 1, 1]. Invece la funzione g(x), rappresentata in figura 4.9 e definita da 110 Capitoto 4 97Ra8207338304.9 Figura 4.9 (35.11) ese xe [-1,1}-(0} ao =f se x=0 non assume minimo nell'intervallo chiuso ¢ limitato [- 1, 1] perché assume valori positivi arbitrariamente vicini allo zero (g(x) —3 0 per x > 0) ma non @ uguale a zero per alcun valore dix € [+ 1, 1}. In questo caso la mancanza del minimo & causata dalla discontinuita di g(x) nel punto xp = 0. y a y=x-bd a L LZ. LL. 2 -1 1 2 3 x Figura 4.10 Per la sua discontinuita in corrispondenza ai numeri x < Z, la funzione parte frazionaria, rappresentata in figura 4.10 e definita da (35.12) £09 = x— fx], xeR, Limiti di funzioni. Funzioni continue 111 ({x] @ la parte intera di x, rappresentata in figura 4.5), non ha massimo in. un qualunque intervallo che contenga almeno un numero intero. Siamo ora in grado di provare una nuova formulazione del teorema di esistenza dei valori intermedi. (SECONDO) TEOREMA DELL’ESISTENZA DEI VALORI INTERMEDL ~~ Una funzione continua in un intervallo fa, 0] assume tutti i valori compresi tra il minimo ed il massimo. Dimostrazione: i valori di massimo M e di minimo m sono assunti in base al teorema di Weierstrass; rimane da provare che, qualunque sia yp ¢ (m, M), esiste xq € [a, b] tale che F(X0) = yo. ae . Indichiamo con x;, xz i punti di minimo e di massimo di f(x), cioé tali che f(x;) = m. f(x) = Me consideriamo la funzione (35.13) BO) = KX) — yy 5 Vxe [a, Essendo {(x}) = m < yo < M = f(x), risulta (35.14) 2051) = £(%)) ~ Ye <0, BOK) = FO) ~ yy > 0; per il teorema dell’esistenza degli zeri esiste un numero xp, appartenente all’intervallo aperto di estremi x), x2, tale che g(xy) = 0, cio® tale che f(xq) = yo. Chiudiamo il paragrafo precisando un criterio, introdotto nel paragrafo 7, per riconoscere se una data funzione é invertibile. La continuita della funzione inversa @ invece studiata nel paragrafo 38. CRITERIO Di INVERTIBILITA. — Una funzione continua e strettamente monotona in un intervallo [a, b] & invertibile in tale intervallo. Proponiamo la dimostrazione ne! caso in cui fa funzione f sia strettamente crescente in [a, b}: risulta (35.15) f(a) < F(x) < f(b), V xe (a,b); quindi f(a) & il minimo della f in [a, b], mentre f(b) @ il massimo. tnoltre si verifica come nel teorema precedente che f assume tutti i valori compresi tra f(a) ed {(b). Cio8, per ogni y € [f(), f(b)], esiste almeno un-x [a, b] per cui f(x) = y. Tale x & unico; infatti, se esistessero due valori x), x distinti tra loro, diciamo x, < x2, per cui y = f(x,) = f(x), allora dovrebbe risultare anche £(x1) < f(x2), dato che f @ strettamente crescente. Quindi fa, b} — [£(a), £(b)] é invertibile, Appendice al capitolo 4 36. Metodo di bisezione per il calcolo delle radici di una equazione In questo paragrafo dimostriamo il teorema dell’esistenza degli zeri, enunciato all’inizio del paragrafo precedente. Utilizziamo nella dimostra- zione il metodo di bisezione; si tratta di un procedimento costruttivo che, olute a dimostrare l'esistenza di una soluzione di una equazione data, for- nisce anche un metodo per calcolarla. Prendiamo in considerazione equazioni del tipo (36.1) f(x) = 0, con f(x) funzione definita in un intervallo [a, b]. Risolvere l’equazione significa determinare tutti i numeri-reali x) € [a, b] per cui f(x) = 0; tali numeri si dicono soluzioni dell’equazione (36.1), od anche zeri della fun- zione f(x). Se la funzione f(x) @ un polinomig, si dice che (36.1) & un’equazione algebrica. Se f(x) @ una funzione trascendente (ad esempio composta tra- mite le funzioni e*, log x, sen x, cos x) allora la (36.1) prende il nome di equazione trascendente. Una soluzione di un’equazione algebrica si dice anche radice deil’equa- zione, Per estensione, si usa il termine di radici anche per le soluzioni di equazioni trascendenti. Ricordiamo le ipotesi del teorema dell’esistenza degli zeri: f(x) & una funzione continua in fa, b] e (362) f(a) <0, f(b) > 0. Considerianio il numero c, punto di mezzo delintervallo [a, b], cio’ c = (a + b)/2. Se {(c) = 0 abbiamo trovato una radice. Altrimenti consideriamo i due casi f(c).> 0, f(c) < 0. Se f(c) > 0, 1a funzione f assume valori di segno discorde agli estremi dell'intervallo [a, cl, meatre se {(c) <0, [c, b] & Pintervallo dove f cambia segno. Indichiamo con (a; by] l'intervallo da considerare, cioé definiamo: se F(c)>O = ap =a,b,=c (363) se Ee) 0. Definiamo c, = (a, + b,)/2 e ripetiamo il ragionamento. Limiti di funzioni. Funzioni continue (13 Otteniamo tre succession: 4, by, ¢; che per n 2 | sono definite, analogamente alla (36.3), da se Ke) > 0 => ay say, Dag = n net = On » Dag = Sq na +O, sy 1 ag = se fc) <0 => ayy =C,, Oi =b, Se per qualche n risulta {(c,)= 0, ci si ferma perché si & trovata una radice; altrimenti, per costruzionc, risulta (36.5) f(a,) <0, — £(b,) > 0, Vn e N. E semplice scrivere la relazione che lega a, con b, (oppure con cq): infatti, ad ogni iterazione, la lunghezza dell’intervallo [a,, byl si dimezza. Quindi by - a1 = (b — a/2, by — a; = (b — a)/2", e dopo n passi a (36.6) Deane vneN. 2 Per costruzione, la successione a, & crescente (a, S a, S ay S...) ed & limitata, perché contenuta nellintervallo [a, b]. Per il teorema sulle successioni monotone a, ammette limite finito, e sia Xp tale limite; anche la successione by, espressa mediante la (36.6) da b-a (36.' b, = ay + a7 1 =a AS converge ad xq per 1 > + 00, Quindi, ricordando Ia (36.5), dalla continuité di £ si ottiene (36.8) 1%) = Him fa) $0; £%9) = Tim flb,) 2 0. Percid f(xo) = 0 ed il teorema dell'esistenza degli zeri & provato. Dalla dimostrazione proposta risulta chiaro come calcolare numericamente la soluzione Xp. Tnfatti fe tre successioni a,, by, Cy convergono ad xy. [ termini di una qualunque delle tre Successioni sono valori approssimati di xp; in particolare, i valori di a, sono approssimazioni per difetto, quelli di b, sono approssimazioni per eccesso, cio’ (36.9) a, S XS by, vane N. Dalle (36.6), (36.9) si deduce che |'errore di approssimazione che si commette sosti- tuendo x con ay (oppure con by) é inferiore a (b ~ a)/2". Dato che cy é il punto di mezzo delWintervallo [a,, ba}, Perrore che si commette nell'appossimare xy con cq & minore di (b ~ ay Riprendiamo in considerazione le equazioni (35.2), (35.3). Ci proponiamo il caicolo delle cispettive radici con un errore inferiore a 10°. In entrambi i casi abbiamo un intervallo di ampiezza b ~ a = 1; infatti nel primo caso [a, b] = [0, 1], nel secondo [a, b] = [ ~ 1, 0}. 114 Chpitola 4 Lerrore di approssimazione che si commette sostituendo la soluzione x9 con c, & minore di 12"*!: in particolare, per o = 9, risulta (36.10) legs %1< 2° = w10Z4 < 10°. Si ottiene Ja tabella di valori: [le of & o % &% Os 0.75 a 0.6796 0.6835 0.6816 0.6826, +x =0 -05 }-075| .... | - 0.5703 | - 05664 | - 0.5683 | — 0.5673 Quindi la radice dell'equazione x° + x ~ 1 = 0 & xp = 0.682 (+ 0.001); la radice delequazione e* + x = 0 & xq = — 0.567(+ 0.001). Il numero = 0.001 una stima dell’errore; cio& ad esempio nel primo caso risulta 0.681 < xp < 0.683. Chiudiamo il paragrafo con un’osservazione sull’assioma di completezza (2.11). Abbiamo utilizzato tale assioma nella dimostrazione del teorema dell’esistenza degli zeri, in particolare nell’affermazione che la successione a,, essendo monotona eé limitata, risulta convergente. . Cid @ essenziale; infatti, nell’ambito dei numeri razionali Q, dove non & verificato l’assioma di completezza, non vale nemmeno il teorema dell’esi- stenza degli zeri. Ad esempio, l’equazione f(x) = x” — 2 = 0 non ha soluzioni nell’intervallo di razionali {x ¢ Q: 0 0. Infatti si é gia verificato nel paragrafo 5 che /2 non é razionale. L’assioma di completezza @ essenziale anche in altri teoremi di esistenza; ad esempio nel teorema di Weierstrass, 0, come gia detto, nel teorema sull’esistenza del limite per le successioni monotone. 37. Dimostrazione del teorema di Weierstrass Dimostriamo il seguente teorema, enunciato nel paragrafo 35. TEOREMA DI WEIERSTRASS. — Sia f(x) una funzione continua in un intervallo chiuso e limitato [a, b). Allora {(x) assume minimo e massimo in [a,b], cio® esistono x, X2 in [a, b] tali che (37.1) f(x,) $ f(x) $ f(x), Vxe [a,b]. Dimostrazione: posto M = sup (f(x): x € {a, b]}, verifichiamo che esiste una successione Xp di punti di [a, bj tale che Limiti di funzioni. Funzioni continue 115 (7.2) lim £(,) = M. rte Infatti, se M = + »», per le proprieta dell’estremo superiore, per ogni n & N esiste x, € [a, b] tale che f(x,) > ne percid f(x,) 3 M = +o, Se invece risulta M < + 0, per ogni n & N esiste x, in {a, b} tale che 673) M -1 < f()-< M e percid (x,) + M. Per jl teorema di Boizano-Weierstrass (paragrafo 27) esiste un'estratta x,, da x, ed un punto xp € [a, b], tale che (37.4) Xn, > Xo + Poiché f(x) & continua, ne segue (7.5) £05.) > Fy) e allora, per la (37.2), 67.6) M = lim f(x) = lim f(x.) = £(%) « Pi kre Abbiamo cosi dimostrato che (37.2) f(x) = M = sup (f(x): x € [a, b]}; cid implica allo stesso tempo che M < + » ¢ che I'estremo superiore @, in effetti, un massimo. Analogamente si ragiona per determinare un punto di minimo, partendo dall’estremo inferiore di f(x) in [a. b]. 38. Continuitd delle funzioni monotone e delle funzioni inverse Con lo stesso metodo utilizzato per Ja dimostrazione del teorema sulle successioni monotdne si prova il seguente: TEOREMA SUL LIMITE DELLE FUNZIONI MONOTONE. — Sia f(x) monotona in [a, bj; allora esistono finiti i limiti (38.1) lim f(x), lim f(x); at xbT (38.2) lim f(x), lim £(), V x) € (a, b). xy xoxt 116 Capitolo 4 _ Dimostrazione: consideriamo i} caso di una funzione f(x) crescente in [a. b]; osserviamo. subito che f(x) @ limitata in {a, b]: (383) f(a) < f(x) < f(b), vx e fa, b}; cick f(a) @ i! minimo di f(x) nell'intervalio {a, b], mentre f(b) @ i massimo. Fissato xp € (a, b], poniamo (38.4) t= sup (f(x): x € [a, xo)}. Per la (38.3) lestremo superiore I'é finito. Per le propriet& dell’estremo superiore (paragrafo 12), per ogni € > 0 esiste xj & [a. xo) tale che. (38.5) t—e x; risulta f(x) 2 f(x1) e dunque (38.6) toe