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MILITARIZZAZIONE IN ITALIA

Il testo seguente si riferisce alla situazione che vive l’Italia dei nostri giorni, quella
degli operai arrampicati in cima alle fabbriche, delle aggressioni razziste, delle rivolte
agricole, delle escort, delle ronde di quartiere, dei neofascisti, dei precari senza un
euro e dei viaggi disperati degli immigrati clandestini.

Già nel secolo scorso, Foucault descriveva i tratti costitutivi di una società in
riferimento al modo in cui la stessa società si esprime con le fasce più deboli e
marginali. In questa ottica emerge chiaramente la configurazione di una società
orientata al massimo profitto economico. In particolare, il volto delle autorità si
manifesta sempre forte con i deboli e debole con i forti.
IL BUIO
C’è un paese dove tutti hanno paura del buio, perchè il buio è la casa dell’uomo nero.
Nel regno dell’uomo nero il buio è illegale. La notte e le giornate grigie sono state
condannate da tutti i tribunali, e sono al primo posto nella lista dei ricercati di tutte
le polizie. Ma notte e giornate grigie sono scaltre, maledettamente furbe, e tutti i
giorni l’una o l’altra o tutte e due, saltano sempre fuori e con loro l’uomo nero.
Quando cala il buio gli abitanti tremano e non escono di casa. L’ansia e l’angoscia non li
fanno dormire. Di notte nessuno dorme nel paese dell’uomo nero, perchè la notte è
fatta per tremare.
Alle prime luci dell’alba, vinti e stanchi, rendono l’anima al sonno e il giorno li trova
addormentati. Al risveglio si riaccendono lampade potenti, perchè le luci basse
generano ombre e anche nelle ombre si nasconde l’uomo nero. Ognuno è circondato
dalle ombre, compresa la propria. Bisogna vigilare di continuo, controllare il proprio
vicino: l’uomo nero potrebbe apparire all’improvviso, bisogna diffidare di tutti,
sopratutto di sè stessi. Tutti vivono da soli nel regno dell’uomo nero.

L’uomo nero
L’uomo nero é l’ultima frontiera nella politica dell’ansia. Semplice e primordiale paura.
Qualcosa di ancora diverso dal terrore, qualcosa di più simile alla goccia che ti cade in
testa e piano piano ti porta incosapevolmente alla pazzia.
Il nostro buffo mondo sta prendendo coscienza dell’esistenza dell’uomo nero. L’ansia
di sicurezza, la paura del proprio simile, il rancore confuso e convulso che trasudano
da ogni dove in questi anni difficili, trovano la propria naturale conclusione nell’avvento
dell’uomo nero. Non ci sarà più bisogno di invocare/creare/inventare emergenze e
pericoli, tutti avranno paura del buio e basterà invocare l’uomo nero perchè ogni
complessa manovra di ingegneria sociale trovi una giustificazione.
L’uomo nero é meglio del terrore, perchè l’uomo nero non ti uccide subito ma ti logora
e ti porta a modificare il tuo sguardo sulla realtà in un’ottica schizoide che alimenta se
stessa.
Nel paese dell’uomo nero può essere vero tutto e il contrario di tutto, l’uomo nero non
ti vuole sempre triste e spento. L’uomo nero porta anche allegria, folli risate che si
alzano fino al cielo. Se non hai un soldo in tasca e la crisi ti divora, devi ridere, perchè
ci vuole ottimismo, altrimenti l’uomo nero arriva e ti mangia. Ma non devi sollazzarti
troppo, perchè l’uomo nero é in agguato e non ci vuole nulla perchè ti rubi il bambino
dalla culla, usurpi il tuo posto di lavoro, rubi il tuo uomo o la tua donna.
Prendendo in prestito brandelli di saggezza in pillole da Kurt Vonnegut, potremmo dire
che in questo mondo delle mille e una oppurtunità di essere divorati dall’ansia, dalla
paura e dall’angoscia, tutto quello che può accadere probabilmente accadrà.
Scansatevi in tempo.
Il senato approva il pacchetto razzista
Il martedì del 3 febbraio 2009 da vita alla più importante svolta securitaria in Italia,
con l’approvazione del “pacchetto sicurezza”. Per Maroni (ministro dell’interno) con gli
immigrati «bisogna essere cattivi». In un momento importante per il futuro dei
migranti in Italia, nella notte tra sabato e domenica primo febbraio, pochi giorni prima
del voto finale in Senato sul ddl sulla sicurezza, tre ragazzi di buona famiglia davano
fuoco ad un clochard di origine indiana che dormiva nella stazione di Nettuno.
Cercavano un barbone a cui fare uno scherzo, hanno detto poi, per «provare una forte
emozione e finire una serata».

A Roma il 19 gennaio 2009, contro il 'pacchetto sicurezza' del governo le associazioni,


i movimenti e i centri sociali romani e le comunità straniere che vivono nella Capitale si
organizzano in rete e lanciano il loro "NO" al disegno di legge che introduce il reato di
immigrazione clandestina e la tassa sul permesso di soggiorno. Con un presidio davanti
al Senato, alcune centinaia di persone tra italiani e cittadini del nord Africa e del
Sudamerica, hanno protestato, al grido di "vergogna, ora siamo tutti clandestini",
contro le nuove norme che introducono una 'stretta' per quanto riguarda le politiche
sull'immigrazione. Le associazioni presenti al sit-in si attivano anche
nell’organizzazione per il 31 gennaio, assieme ad altri movimenti cittadini, di un corteo
nazionale a Roma contro le politiche "discriminatorie" del governo. Il 31 gennaio si
scenderà in piazza per dire "No" al Pacchetto sicurezza, in discussione in Parlamento,
ed esprimere il dissenso al modello autoritario, repressivo e razzista che, anche
attraverso questo strumento normativo, ci stanno imponendo. Le norme contenute nel
Pacchetto prevedono una politica fondata su misure segregazioniste e razziste per le
persone migranti, le prime ad essere additate come figure pericolose, e nuove e
ancora più drastiche misure repressive contro chiunque produca conflitto o non rientri
dentro le strette maglie del controllo e della disciplina.

La rabbia e la festa: questo il clima che si respirava a Roma nel primo


corteo autorganizzato contro il lancio del "pacchetto sicurezza". La rabbia
che si accumula offesa dopo offesa alla dignità delle cittadine e dei
cittadini migranti, tanto sfruttati quanto clandestinizzati dalle politiche di
potere e stigmatizzati dal razzismo che quelle politiche moltiplicano nella
società italiana. La rabbia delle lavoratrici e dei lavoratori senegalesi che
nel corteo portano la notizia della rivolta delle sorelle e dei fratelli di
Civitavecchia, dove nella mattinata del giorno precedente un poliziotto
italiano fuori servizio ma con precedenti ha, pare «per una lite di
condominio», sparato con un fucile a pompa ad un loro connazionale,
uccidendolo.
Ma anche la rabbia di quante e quanti, precarie e precari "indigeni", hanno
appreso e coltivato condivisione con la popolazione migrante a Roma, in anni
di lotte autorganizzate sui bisogni, a cominciare da quelle per il diritto
all'abitare, così come in comuni percorsi di liberazione di desideri, in decine
di spazi sociali autogestiti, altrettanto assediati. E così pure la rabbia delle
donne, delle associazioni e delle reti femministe che denunciano ancora una
volta la strumentalizzazione patriarcale e di Stato del corpo femminile con
cui si cerca di giustificare la nuova emergenza securitaria e si svincola
l'odio razziale.

Ma cosa prevede il “pacchetto sicurezza”?

Matrimoni e cittadinanza italiana


L’acquisto della cittadinanza italiana per matrimonio potrà avvenire dopo due anni di
residenza nel territorio dello Stato o dopo tre anni nel caso in cui il coniuge si trovi
all’estero. Tempi dimezzati in presenza di figli. Le precedenti disposizioni prevedevano
un termine di sei mesi; sarà poi necessario il pagamento di una tassa di 200 euro.
Ulteriore stretta sui matrimoni con una modifica al Codice Civile che prevede
l’introduzione dell’obbligo di esibire il permesso di soggiorno. Niente più matrimoni
quindi neppure tra "irregolare" ed "irregolare", che non comporterebbe nessun tipo di
"regolarizzazione".

Ingresso e soggiorno irregolare


Si introduce il reato di ingresso e soggiorno irregolare ma senza che questo comporti
l’immediata incarcerazione. E’ prevista un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro. Inoltre è
prevista la possibilità di rimpatrio senza il rilascio del lasciapassare da parte
dell’autorità competente.

Iscrizione anagrafica
Sarà richiesta per l’iscrizione o la variazione della residenza anagrafica, la
certificazione dell’idoneità alloggiativa.
Moltissime abitazioni, anche tra quelle reperibili dietro ricco compenso nel mercato
privato, non potranno rispondere a questo criterio. Ecco uno dei provvedimenti che
andranno ad intaccare i diritti dei cittadini migranti, dei comunitari e degli stessi
cittadini italiani.

Esibizione del permesso di soggiorno


Si introduce la necessità di esibire il permesso di soggiorno per tutti gli atti di stato
civile. Ciò significa che anche il semplice ma sacrosanto diritto di riconoscere un figlio
verrà sottoposto al filtro della richiesta del permesso di soggiorno.
Visto d’ingresso per ricongiungimento familiare
Non sarà più possibile richiedere il visto di’ingresso se il lasciapassare non verrà
rilasciato dopo 180 giorni dal perfezionamento della pratica.
Svanisce così anche l’unica possibilità di garanzia del diritto all’unità familiare prevista
per far fronte alle lentezze burocratiche.

Rimesse di denaro
I cosiddetti servizi di money transfert avranno l’obbligo di richiedere il permesso di
soggiorno e di conservarne copia per dieci anni. Inoltre dovranno comunicare
l’avvenuta erogazione del servizio all’autorità competente nel caso riguardi un
soggetto sprovvisto di permesso.

Trattenimento nei CIE


Prorogata fino a 6 mesi la detenzione nei centri di identificazione ed espulsione.

Permesso Ce di lungo periodo


L’estensione del diritto ad ottenere la carta di soggiorno ai familiari dei titolari della
stessa potrà avvenire solo se questi sono soggiornanti già da 5 anni e solo dopo il
superamento di un test di lingua italiana.

Una tassa di 200 euro


Per tutte le pratiche relative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno.

Registro per senza fissa dimora


Se da un lato viene cancellata per i senza fissa dimora (ma non solo) la possibilità di
iscrizione anagrafica, viene istituito presso il Ministero dell’Interno un registro per la
schedatura dei cosiddetti clochard.

Cancellazione anagrafica
E’ prevista dopo sei mesi dalla data di scadenza del permesso di soggiorno.

Permesso di soggiorno a punti


E’ disposta l’istituzione di un accordo di integrazione articolato in crediti da
sottoscrivere al momento della richiesta di rilascio del permesso di soggiorno. I
criteri e le modalità verranno stabiliti da un apposito regolamento.

Favoreggiamento ingresso irregolare


Vengono inasprite tutte le norme legate al favoreggiamento dell’ingresso irregolare,
non vengono invece minimamente toccate le sanzioni per quanto concerne gli
sfruttatori. Chi, nello sfruttamento di situazioni di soggiorno irregolare, trarrà un
ingiusto profitto (chi impiega lavoratori irregolari sottopagati) non vedrà quindi
aggravata la sua situazione.
Con il “pacchetto sicurezza” il prezzo della crisi cade sulle spalle dei migranti. Il
Governo protegge i suoi cittadini. Dopo il passaggio in Parlamento delle nuove
norme (Disegno di legge 733) che vanno a modificare il Testo Unico
sull’immigrazione e altre leggi che interessano i cittadini stranieri presenti sul
territorio italiano, gli italiani possono sentirsi molto più sicuri.

O forse no. Forse, con questo altro passaggio, dopo i provvedimenti già approvati
nell’estate e gli ultimi decreti su asilo e ricongiungimenti entrati in vigore a novembre,
ci saranno semplicemente milioni di cittadini (circa 4 milioni) con meno diritti, meno
garanzie e una rabbia, neppure molto nascosta, pronta a farsi spazio.

Cosa abbiano a che vedere con la sicurezza gli ostacoli introdotti nelle procedure per i
ricongiungimenti familiari, il divieto di contrarre matrimonio se privi di permesso, il
prolungamento dei tempi per l’acquisizione della cittadinanza, o i nuovi vincoli per
l’iscrizione all’anagrafe, rimane veramente oscuro.
Fa invece sorridere, se non fosse inserita in un contesto di così pesante restrizione
dei diritti, la proposta per cui, per scoraggiare gli ingressi non autorizzati di persone
che sono disposte a pagare il prezzo della vita per una speranza e per un futuro
migliore, viene introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punito con
l’ammenda da cinquemila a diecimila euro, vista l’impossibilità di incarcerare migliaia di
persone (come era previsto nella proposta iniziale).
Oscuro rimane anche il legame tra i test di italiano e di conoscenza delle leggi del
nostro paese, che i nuovi arrivati dovrebbero sostenere al momento dell’ingresso, ed il
loro "grado di disponibilità all’integrazione". Ma c’è poco da stupirsi visto che lo stesso
esecutivo è stato capace di introdurre una discriminazione positiva transitoria per
"aiutare" i bimbi non cittadini italiani nel percorso scolastico.

I migranti in questo paese sono già pienamente inseriti nel tessuto sociale, produttivo,
scolastico, economico e spesso anche politico.
E sembra proprio siano rivolte a questi, a chi già contribuisce alla crescita della
società che ci circonda, le nuove norme introdotte. Nuovi e insuperabili ostacoli
burocratici, nuovi ed inutili adempimenti amministrativi, per le quali la vita di molti
diventerà impossibile.

Cosa vuol dire essere nuovi cittadini di questo paese nell’era della crisi globale?
In primo luogo significa pagare 200 euro di tassa per ogni pratica di rinnovo o rilascio
del permesso, per le richieste di cittadinanza o per i ricongiungimenti.
Ma vuol dire soprattutto il tentativo di scaricare sui migranti, mentre il mondo
incorona un figlio di immigrati alla presidenza degli Stati Uniti, il prezzo di
un’economia globale ingestibile, di mercati finanziari che hanno saputo continuamente
e strutturalmente forzare le regole scritte proprio dagli stessi giocatori, di un
welfare state incapace di dare risposte a milioni di lavoratori precari perennemente in
cerca di reddito senza diritti e garanzie.
Così la competizione si scarica in basso: i migranti diventano contendenti nella ricerca
di un lavoro e più in generale pericolosi per l’ordine pubblico, il problema abitativo che
investe milioni di persone, da chi ha contratto un mutuo a chi si è affidato al mercato
privato, a quanti sono in disperata attesa di un alloggio a canone sociale, non può non
prevedere l’esclusione dei migranti dall’accesso al contributo per l’affitto, come
l’assistenza e gli ammortizzatori sociali, non possono che essere riservati ai cittadini
italiani.

Perché? Non è certo una cosa nuova quella dell’individuazione del nemico, del pericolo,
del contendente che compete nella spartizione delle briciole.
Sicuramente la politica e l’informazione in questo hanno sempre giocato un ruolo non
poco rilevante. Ma il vero nodo è però il fatto che, dentro alla crisi, alimentare e
riproporre continuamente la guerra tra contendenti trova un terreno sicuramente
disponibile su cui posarsi.
Se da un lato si ripropongono quindi norme pesanti, in nome della sicurezza, nel
tentativo di disegnare i migranti come soggetti pericolosi, dall’altro, si comprimono i
loro diritti fino a ridurli ai minimi termini. Senza però fare i conti con il nuovo aspetto
che hanno assunto oggi le nostre città ed il nostro paese. Milioni di persone che qui
hanno scelto di vivere, crescere e costruire il loro futuro, fino a quando saranno
disposte a caricarsi sulle spalle tutto questo?
Già da tempo momenti di inedita visibilità degli invisibili hanno preso forma. In molte
occasioni, a Castelvolturno, a Milano, a Parma e a Rosarno gli esempi più eclatanti,
abbiamo assistito a segnali di indisponibilità.
Migliaia di fabbriche sono in chiusura, migliaia di persone verranno licenziate, in larga
parte migranti e così non potranno rinnovare il permesso di soggiorno per quel ricatto,
che neppure il precedente esecutivo ha mai messo in discussione, che lega il titolo di
soggiorno al contratto di lavoro. Che ne sarà di migliaia di lavoratori, ormai
professionalmente formati e specializzati, che verranno sottoposti a decreto di
espulsione?
Le stesse associazioni degli industriali pongono questo problema: la necessità di
sospendere la legge Bossi-Fini, di eliminare quel vincolo che la crisi rischia di rendere
un boomerang anche per chi ne ha sempre tratto vantaggio. Anche le organizzazioni
sindacali hanno colto la drammaticità di questo orizzonte.
Fermare il nesso tra diritto di soggiorno e contratto di lavoro non sarà però una
questione facile da affrontare. Certamente non saranno sufficienti qualche sciopero e
qualche tavolo di trattativa.
Come sempre sarà la forza dei soggetti coinvolti, le mobilitazioni intorno al tema della
scuola sono in questo senso una indicazione, a determinare la possibilità di "non pagare
la crisi", di affermare nuovi diritti, di arginare il razzismo che va diffondendosi.
E se qualcuno ha sempre proposto di fermare l’immigrazione, mentre altri ne hanno
sempre riscontrato la preziosa utilità per il mercato del lavoro, oggi rischiamo di
scoprire come dietro a tante braccia, ci siano progetti di vita, con tanto di famiglie al
seguito, di relazioni sociali strette ed affermate, di figli inseriti a scuola, di voglia di
sentirsi partecipi nella costruzione, ma anche delle decisioni, del paese in cui viviamo.
Dei veri e propri nuovi cittadini.

I Respingimenti
Il 7 maggio 2009 dieci anni di politiche di cooperazione tra Italia e Libia sul contrasto
dell’immigrazione irregolare, incondizionate sul piano dei diritti umani, hanno iniziato a
produrre i prevedibili frutti: da quel giorno in poi a decine, a centinaia, donne, uomini e
bambini sono stati trasferiti in Libia dalle autorità italiane, tramite consegne dirette
alle autorità libiche o un trasporto forzato sino a Tripoli. Si tratta di persone
intercettate nel Mar Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere l’Europa in fuga
da conflitti armati, povertà estrema, persecuzione, torture e altre violazioni dei
diritti umani.

Un giorno senza di noi


Da più parti prendeva vigore l’idea che, un giorno, il 1 marzo 2010, tutti dovremmo
accorgerci di quanto il peso dei migranti oggi sia fondamentale. Un giorno di sciopero
sociale e di iniziative, un giorno senza migranti per capire quanto siano importanti.
Perché la crisi amplifica e lo farà ulteriormente, questo scenario.

Fortress europe
Le deportazioni sono diventate una parte integrale del sistema delle Regime europeo
sull’immigrazione. Centinaia di rifugiat* e di migranti sono forzatamente deportat*
ogni giorno per fare ciò che le persone hanno fatto per milioni di anni: emigrare alla
ricerca di una vita migliore, scappare dalla povertà, dalle persecuzioni, dagli abusi,
dalle discriminazioni, dalla guerra. Il diritto di viaggiare e vivere dove si vuole è
negato a tutti e tutte coloro che hanno un diverso colore della pelle, passaporto e
conto in banca. Queste persone sono trattate come ‘criminali’ e incarcerati in prigioni
speciali che chiamano con altri nomi(centri di identificazione ed espulsione). Gli abusi
razzisti e sessisti e la violenza fisica, agiti dalla polizia che si occupa di immigrazione
e dalle guardie private, sono istituzionalizzati e legittimati dall'uso della forza nelle
operazioni di deportazione.
Dietro le deportazioni si nasconde un misto di razzismo, nazionalismo e imperialismo in
un contesto di capitalismo globale: mentre il capitale e i cittadini dell'Unione Europea
e degli altri paesi del “primo mondo” sono liberi di viaggiare dove vogliono, gli altri dal
lato sbagliato dei confini costruiti artificialmente, i cui paesi sono fatti a pezzi dai
privilegi europei e dal capitalismo e dalle conquiste imperialiste, sono illegali,
criminalizzati e impediti nell'esercizio dei diritti fondamentali. Loro semplicemente
cessano di essere persone; diventano “immigrati illegali”, che si “trattengono troppo a
lungo”, e di cui si può fare a meno quando non si ha più bisogno di sfruttare il loro
lavoro o quando cercano di rivendicare i propri diritti. Come conseguenza, le lotte
comuni e le comunità sono divise e prevale una cultura di sospetto e della sorveglianza.

Quando gli ordini di deportazione sono emanati, fa comodo dimenticare le cause


dell’immigrazione. Le armi prodotte in Occidente e i conflitti armati, le guerre di
aggressione alla ricerca di petrolio e di altre risorse naturali, i regimi repressivi
appoggiati dai nostri democratici governi, i cambiamenti climatici e la sottrazione
delle terre... tutto ciò può essere rintracciato all’interno delle nostre economie
capitaliste, dello stile di vita consumistico e degli interessi imperialisti. La lotta
contro le deportazioni non è solo una singola campagna: le persone scelgono o sono
forzate a migrare per varie ragioni.

Centri di identificazione ed espulsione


Istituiti nel 1998 dal governo di centro sinistra, perfezionati in seguito dal governo di
centro destra, sempre assecondati da entrambi gli schieramenti, i CIE (ex CPT) sono
forse lo strumento più evidente di annullamento delle libertà individuali di cui il potere
sia dotato.
Questi centri che i mezzi di informazione di massa chiamano di “accoglienza” o di
“identificazione” sono in realtà delle misure di internamento preventivo e di
detenzione amministrativa senza processo e difesa per migranti senza documenti.
L’attuale pacchetto sicurezza inasprisce ancora di più le misure contro i migranti
introducendo il reato di clandestinità, portando il termine di detenzione dentro i CIE
da 2 a 6 mesi, complicando le procedure per ottenere il permesso di soggiorno ed
impedendo qualsiasi operazione amministrativa se privi di documenti.

In questo contesto, i movimenti autonomi antagonisti intendono schierarsi


apertamente, in maniera netta e senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri
di identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano concretamente il
simbolo più evidente della negazione dei diritti – primo fra tutti quello della libertà
personale – nonché momento estremo del controllo sociale.

Voluti dall’Unione Europea per affermare la propria definizione di fortezza che


garantisce i diritti solo ad alcuni e in certi casi, messi in atto in Italia da un governo di
centro sinistra, rafforzati e peggiorati dai governi di destra, i C.I.E. sono la
dimostrazione della politica espressa dal nostro Paese nei confronti degli “stranieri”,
in un percorso che dal rifiuto porta alla rimozione, alla negazione dell’altro. Buchi neri
del diritto nazionale e internazionale, spesso nascosti agli occhi dei cittadini nelle
periferie delle città, inaccessibili e non monitorabili, i C.I.E. sono nei fatti
un’istituzione illegale, risultato di abusi giuridici e di leggi razziali come quella che,
introducendo il “reato di clandestinità”, nega il principio di eguaglianza.

Chi ci è entrato ha avuto modo di toccare con mano rabbia, dolore e violenza.
L’estensione a sei mesi del tempo massimo di detenzione ha acuito ancora di più la
disperazione, che spesso si traduce in tentativi di suicidio, in vite che si frantumano
nel silenzio e nell’indifferenza.
Chi ha ascoltato la voce di quelle e quelli che, in maniera ipocrita, vengono chiamati
“ospiti”, riuscendo a sfondare il muro impenetrabile di invisibilità che nasconde i
destini di persone costrette in gabbia, può affermare con nettezza che i C.I.E. sono
irriformabili.

Perché è inaccettabile restare rinchiusi per il solo fatto di aver varcato una frontiera
per necessità, per il solo fatto di esistere e aspirare a un futuro migliore. L’esistenza
dei C.I.E. si colloca nel disegno di chi vuole uomini e donne migranti in perenne
condizione di ricattabilità, impossibilitati ad accedere a percorsi di regolarizzazione,
scorie finali di chi è espulso dal circuito produttivo dopo essere stato sfruttato e
costretto alla clandestinizzazione.
Gabbie e cemento, nascondono destini spezzati, tentativi di rivolta, furore legittimo e
repressione sistematica. Gli enti gestori, che da queste strutture guadagnano milioni
di euro macchiati di sangue, provvedono a far trovare ambienti puliti alle delegazioni
che riescono a entrare. Ma basta guardare negli occhi gli uomini e le donne che stanno
dietro quelle sbarre, per ritrovarsi in faccia una realtà nascosta e rimossa.

Se si sceglie oggi di disobbedire al consenso di cui gode il razzismo istituzionale, un


giorno, speriamo non lontano, luoghi infami come i C.I.E. diventeranno simboli di una
vergogna passata, da visitare per non dimenticare, per non ripetere.

L’attuale strategia politica di conservazione del potere da parte della classe


dominante è basata sull’immagine della paura collettiva combattuta attraverso quella
“sicurezza” che prende corpo istituzionalmente con il razzismo e la xenofobia, con il
pacchetto sicurezza, con i CIE, ecc. In realtà, non è il numero sempre maggiore di
forze dell’ordine che vagano per le vie delle nostre città a garantirci la sicurezza e
non è neanche questo il loro fine quanto quello di affermare un’ipocrita visione sociale
basata sull’apparenza tranquillizzante di un soldato armato a guardia di una deserta
piazza del centro, di un’estesa rete di telecamere puntate in ogni angolo della città o
di un carcere in periferia in cui rinchiudere cattivi e pericolosi immigrati.

Gli effetti concreti di questo delirio securitario colpiscono naturalmente le fasce più
deboli della società come studenti e precari.

I fatti di Perugia come esempio


Sabato 10 aprile, nel centro di Perugia, tre ragazz* vengono arretsati e solo lunedì 12
aprile vengono scarcerati: 2 agli arresti domiciliari. Tale episodio, rispecchia
chiaramente il contesto di securitarismo sociale di cui sono ostaggio le città italiane.
Una breve narrazione dei fatti: Frustazione, rancore, dolore... tre parole per
raccontare questa storia... Sabato sera, intorno alle 21 tre ragazz* si ritrovano
insieme ad altre persone nella centralissima piazza IV novembre a Perugia, per bere
tranquillamente una birra insieme. Il perché tre loschi individui si siano avvicinati
minacciosamente chiedendo loro i documenti senza però a loro volta esibire alcun
distintivo ci lascia assolutamente sconcertati prima e arrabbiati poi.

Perché non possiamo essere liberi di vivere la nostra città? Qual’é il motivo per cui
dobbiamo essere fermati e identificati in un momento qualsiasi di ordinaria socialità?

Uno dei ragazzi ha ovviamente chiesto quale potesse mai essere il motivo della
richiesta di riconoscimento, ricevendo in risposta esclusivamente spintoni e scossoni…
chi rimarrebbe fermo, immobile davanti ad una aggressione di questo tipo? Non noi e
giustamente non questi ragazz*, oltretutto stanchi di questi comportamenti da parte
della polizia e dell'apparato repressivo tutto, di questo Stato che continua ancora e
sempre a volere tutt* noi zitt* e rinchius* nelle proprie case, piegat* alle volontà del
sistema.

Michela, Lorenzo e Riccardo sono stati malmenati, ammanettati e portati via verso la
questura, dove soltanto verso le 15 del giorno dopo l'avvocatessa (ma non i genitori) ha
potuto incontrarli e accertarsi delle loro condizioni. Il 12 aprile, nel corso della
sentenza che decide la convalida o meno dell'arresto, si è deciso per una
scarcerazione e due arresti ai domiciliari...

Tutto ciò significa sopratutto rabbia, che scaturisce dal nostro primario bisogno di
muoverci nella nostra città, più in generale di riprenderci i nostri spazi, di esprimere
dissenso... di vivere e di farlo in libertà!

Il contesto: da tempo il centro di Perugia, che da sempre viene vissuto da student* e


da precar* come luogo principale di socialità, è stato militarizzato con forze di polizia
e ultimamente con guardie private. Il centro storico ha rappresentato sempre una
zona franca in cui si può passare la serata, anche se ha avuto diversi momenti di
tensione data da risse gigantesche con coltelli e bottiglie di vetro e il decennale
spaccio di eroina.

All'interno di questo sfondo, il sabato di pasqua due pattuglie di polizia vengono fatte
oggetto di lanci di bicchieri di plastica e cori di insulti, non è la prima volta ma il
sindacato della polizia alza un polverone e richiama tavoli sulla sicurezza, zone rosse e
polizia ovunque.
Naturalmente la politica locale, progressista e illuminata, appoggia questo delirio
securitario. Questione generazionale: L'insistenza con cui negli ultimi anni si è gridato
al degrado del centro storico di Perugia è parallela all'attacco dello stile di vita di chi
lo frequenta dove alcool e droga come questioni da risolvere con la repressione e i
fuori sede come fattore di disturbo. Con i fatti dell'ultima settimana poi la questione
generazionale è esplosa, non siamo più solamente dei bamboccioni perditempo, ma
addirittura veniamo dipinti come balordi alcolizzati che tengono in ostaggio la città
contro i cittadini (commercianti e anziani) che si lamentano.

Come se noi non fossimo cittadini: paghiamo in nero l'affitto delle loro case, lavoriamo
con contratti capestro nei loro esercizi commerciali e sosteniamo con lavoro sotto
pagato o gratuito le iniziative culturali e gli eventi della città. Il fatto è che nel
dibattito pubblico locale student* e precar* non sono considerati come una delle parti,
ma come ospiti e stranieri. Non viene in alcun modo considerata la nostra capacità
produttiva e la stessa struttura del Welfare regionale non fa altro che andare a
sostegno delle famiglie numerose, ignorando ogni ipotesi di sostegno all'individuo.

La polizia sfida la politica rappresentativa attraverso i nostri corpi: è interessante


anche vedere come con forza abbia agito il complesso mediatico-repressivo, poiché
nonostante la palese gratuità della violenza della polizia, sul quale anche il sindaco e
diversi esponenti del centro sinistra hanno espresso perplessità, i quotidiani locali
hanno martellato duramente, uniti, e la polizia utilizzava le idee politiche delle persone
come aggravanti dei loro presunti reati.

Non ci stupisce questo ruolo della polizia e dei media, piuttosto ci stupisce l'estrema
debolezza di una classe dirigente che ha governato in maniera continuata le istituzioni
locali dal secondo dopoguerra. Schiacciata dal continuo allarme sulla sicurezza si
ritrova, nel momento dell'abuso di potere, senza forze per controllare il territorio,
per fare quella svolta necessaria a contrastare la questura.

Un luogo come il centro storico vissuto da figure sociali irrappresentabili nella politica
tradizionale, come student* e precar*, diviene ingestibile per i partiti ed i sindacati e
diviene un campo di scontro, senza mediazioni, tra il potere sovrano, repressivo e
violento, e chi vive il territorio. Allora dentro questo quadro si può vedere come il
luogo pubblico del centro storico sia interno ai conflitti sociali di questa città e come
si possa scatenare una battaglia per una birra in compagnia con le proprie sorelle, con i
propri fratelli. La sfida della polizia è chiara: “siamo noi a gestire il centro storico,
senza nessuna mediazione istituzionale”.
Tocca agli student* e precar* tirarsi fuori dal controllo inventando nuove forme di
conflitto e soprattutto di costruendo nuove relazioni con la forza per re-inventare il
territorio.

Sabato 17 Aprile, nella stessa piazza in cui una settimana prima si abbatteva la
repressione delle forze dell’ordine, viene gridato che la città è di chi la vive! Con una
presenza costante nel centro storico della città si riesce a riprendere ciò che è
nostro, ciò che è nostro desiderio e ciò che è nostro diritto: vivere una socialità
serena negli spazi pubblici, comuni, che ci appartengono perché sono di tutti e tutte,
perché li viviamo tutti i giorni e li facciamo vivere.

In quella stessa piazza IV novembre, la piazza degli arresti, una piazza cittadina
normale, con giochi discorsi risate chiacchiere bevute, seppur circondat* da
telecamere e agenti in borghese, noi come pesci in un acquario, ci riprendiamo la
piazza e la trasformiamo dall'acquario che è diventata, dalla zona rossa che l'hanno
fatta diventare con divieti paure controlli restrizioni, nella piazza della nostra città,
la nostra piazza.

Non vogliamo avere paura, vogliamo divertirci, la città è nostra!

Vogliamo denunciare questo grave episodio che riteniamo di sopraffazione e di


violenza nel clima sempre più irrespirabile di questa città, in cui sembra vigere una
sorta di coprifuoco dove i vigilanti hanno un potere di discrezionalità pressoché
assoluta.

Quel sabato è successo a tre persone le cui reti di amicizia e di relazioni hanno
provocato una risposta immediata, ma sappiamo anche che questo tipo di
comportamento da parte delle forze di polizia è all'ordine del giorno, tollerato, quando
non deliberatamente richiesto, dal governo della città in nome della sicurezza.

Domenica mattina a Perugia ci siamo svegliat* con tre ragazz* arrestati ed una città
molto diversa da come l'abbiamo sempre pensata e desiderata. L'ideologia della
sicurezza sembra avere conquistato una completa egemonia culturale e una completa
agibilità politica, tanto da giustificare forme di pervasivo e ossessivo controllo e di
repressione della vita sociale. Il securitarismo è un'ideologia che si basa sulla
costruzione sociale della paura. Mentre le statistiche rilevano nella nostra regione i
più bassi tassi di criminalità registrati a livello nazionale, la stampa locale e molte
forze politiche si affannano a costruire un'idea di Perugia come luogo di invivibilità e
di degrado, che va curato con i loro progetti di sicurezza.
Quale sicurezza?

Decine di posti di blocco ogni sera sulle strade del centro storico, poliziotti in
borghese, vigilanti e pattuglie a presidiare le piazze e le vie principali, ordinanze
comunali che, limitando l'orario di apertura dei locali del centro, credono di rendere la
città sicura mandando tutti a letto presto.

Non è la città deserta dopo l'una di notte, a renderci sicuri. Non è la città svuotata di
spazi di socialità e di cultura a renderci sicuri. Non è la città vetrina per turisti a
renderci sicuri.

L'unico effetto di questa politica per la “sicurezza” è criminalizzare i comportamenti


e i differenti stili di vita!

A Perugia sembrano avere legittimità solamente massoni, costruttori, faccendieri e


narcotrafficanti. Loro si che si sentono sicuri!

Perugia puzza di deserto. Un deserto che mira ad entrare nelle nostre esistenze per
saccheggiarle e svuotarle.

La sicurezza, invece viene dalla tranquillità di poter vivere la propria città a seconda
dei bisogni e desideri di ciascuno. Tutto questo non può prescindere da un'agibilità
sociale che naturalmente avviene in uno spazio cittadino che è e deve rimanere
comune!

Al contrario in questi ultimi anni gli spazi cittadini, dai parchi alle piazze del centro e
non solo, sono stati sottratti alle persone, svenduti agli interessi privati e di
conseguenza posti sotto controllo.

In quanto persone che vivono la città rivendichiamo il diritto a riprenderci gli spazi
comuni per poter vivere liberamente le nostre vite!

A questo punto pensiamo sia doveroso interrogarsi su che tipo di città vogliamo essere
e costruire. La nostra città è un luogo ricco di soggettività, di idee, di intelligenze, di
esperienze, di capacità creative che possono dettare la strada verso una nuova
trasformazione urbana. Vogliamo che questa realtà abbia voce, vogliamo costruire un
modo comune e condiviso di vivere e fare città.

LA CITTà è UN BENE COMUNE