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Il Leopardi non ha mai parlato esplicitamente dellApocalisse, come se non avesse dovuto descriverla

palesemente ma ce lha raccontata passo per passo, canto per canto, operetta morale dopo operetta
morale. In questultime, Le operette Morali, c nella struttura, come nella Bibbia, una sorta
di Genesi (la prima operetta LOrigine del genere umano) e una sorta di Apocalisse (lultima operetta
Il canto del Gallo Silvestre, dove si prevede la fine del cosmo). Non ho mai creduto ai professori
scolastici che da un paio di secoli continuano a ripetere, e quindi tramandare, che il Leopardi
pessimista; io credo non lo sia affatto ma sia piuttosto apocalittico; sono un paio di secoli che ci
spacciano il coraggio della Verit come pessimismo.
Due verit che gli uomini generalmente non crederanno mai: luna di non saper nulla, laltra di non
esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare
dopo la morte. (Zibaldone)
Bisogna notare che il Leopardi, come premesso nel Cantico del gallo silvestre (vedi post precedente),
arriva attraverso la sua ricerca a dichiarare la fine imminente del Cosmo e non tanto dellUomo; luomo
in quanto essere accidentale del Cosmo non fa parte di una prospettiva apocalittica (anche se una
ipotesi di fine del genere umano la troviamo nelloperetta Dialogo di un folletto e di uno gnomo).
Nel Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco il Leopardi immagina la fine del cosmo
descrivendocela:
[] Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal
centro le parti dintorno all'equatore, e per spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli,
cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all'equatore ogni d pi ricolma, e per
lo contrario intorno ai poli sempre pi deprimendosi. Or dunque da ci debbe avvenire che in capo di
certo tempo, la quantit del quale, avvengach sia misurabile in s, non pu essere conosciuta dagli
uomini, la terra si appiani di qua e di l dall'equatore per modo, che perduta al tutto la figura
globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda.
Per

Leopardi

la

Terra

si

appiattir

Questa ruota aggirandosi pur di continuo dattorno al suo centro, attenuata tuttavia pi e dilatata, a
lungo andare, fuggendo dal centro tutte le sue parti, riuscir traforata nel mezzo.
Al centro del suo asse si former un buco, la Terra diventer un anello come quello di Satrurno.
Il qual foro ampliandosi a cerchio di giorno in giorno, la terra ridotta per cotal modo a figura di uno
anello, ultimamente andr in pezzi; i quali usciti della presente orbita della terra, e perduto il
movimento circolare, precipiteranno nel sole o forse in qualche pianeta. Potrebbesi per avventura in
confermazione di questo discorso addurre un esempio, io voglio dire dell'anello di Saturno, della
natura del quale non si accordano tra loro i fisici. E quantunque nuova e inaudita, forse non sarebbe
perci inverisimile congettura il presumere che il detto anello fosse da principio uno dei pianeti
minori destinati alla sequela di Saturno; indi appianato e poscia traforato nel mezzo per cagioni
conformi a quelle che abbiamo dette della terra, ma pi presto assai, per essere di materia forse pi
rara e pi molle, cadesse dalla sua orbita nel pianeta di Saturno, dal quale colla virt attrattiva della
sua massa e del suo centro, sia ritenuto, siccome lo veggiamo essere veramente, dintorno a esso
centro. []
Lo stesso accadr agli altri pianeti, al sole e alle stelle.
Per tanto in quel modo che si divisato della terra tutti i pianeti in capo di certo tempo, ridotti per se
medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro. Nelle quali fiamme
manifesto che non pure alquanti o molti individui, ma universalmente quei generi e quelle specie che
ora si contengono nella terra e nei pianeti, saranno distrutte insino, per dir cos, dalla stirpe. E questo
per avventura, o alcuna cosa a ci somigliante, ebbero nell'animo quei filosofi, cos greci come
barbari, i quali affermarono dovere alla fine questo presente mondo perire di fuoco. Ma perciocch

noi veggiamo che anco il sole si ruota dintorno al proprio asse, e quindi il medesimo si dee credere
delle stelle, segue che l'uno e le altre in corso di tempo debbano non meno che i pianeti venire in
dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio. [] Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le
stelle, ma non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature, distinte in nuovi generi e
nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo
mondo. Ma le qualit di questo e di quelli, siccome eziandio degl'innumerabili che gi furono e degli
altri infiniti che poi saranno, non possiamo noi n pur solamente congetturare.
Il frammento attribuito a Stratone dimostra come luniverso sia s eterno, ma soltanto nel suo
movimento di continua distruzione: le genesi e le apocalissi si moltiplicano nellindifferenza della
natura verso il dolore delle sue creature.
Ma qualcosa, in tutto questo scenario apocalittico, qualcosa che sa di luce e di giallo come il sole resiste:
la ginestra a cui Leopardi dedica la poesia La Ginestra (scritta nel 1836 un anno prima della sua
morte).
Le aride pendici del Vesuvio non vedono tracce di esseri umani ma solamente, a rallegrare il paesaggio,
ci sono fiori di ginestra. Nei dintorni campi coperti di cenere e dellimpietrata lava dove un tempo
pascoli rigogliosi padroneggiavano; lo sterminator Vesevo ha cancellato tutto questo. Quella
della Ginestra in effetti la morte di chi ha preferito le tenebre alla luce della Verit come premesso
nellepigrafe "E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce" (Giovanni, III, 19).
Parafrasando il Leopardi: Nobile creatura quella che ha il coraggio di guardare (a sollevar s'ardisce gli
occhi mortali) in faccia il destino umano (comun fato) e apertamente, ammette il male che ci stato
dato in sorte e la nostra insignificante e fragile condizione. La natura non nutre pi attenzione, n
maggiore considerazione per la specie umana (seme dell'uom) che per la formica, e se avviene che le
stragi sono meno frequenti tra gli uomini che tra le formiche, ci dipende solo dal fatto che la stirpe
degli uomini meno numerosa.
Luomo, la stirpe umana non fa parte di una possibile fine del mondo, poich nello scegliere le tenebre
ha gi dimostrato di essere un morto.