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Aristotele Fisica B 3-4

Il testo preso in considerazione e' un estratto del libro "Fisica" di Aristotele, all'interno del quale il
filosofo, oltre a sottintenderne l'esistenza, si pone come obbiettivo principale il capire se la fortuna e
il caso siano la medesima cosa e in generale che cosa siano, passando anche attraverso una critica
posta nei confronti dei"sapienti pi antichi" per aver concesso poca importanza a questi spunti di
riflessione.
Le tesi proposte si basano per lo pi sull' inesistenza o il disinteresse verso l'oggetto di indagine: in
effetti si pu dire che il filosofo in questo brano metta a confronto coloro che sono concordi sul
sostenere la non esistenza della fortuna e del caso, con altri che come lui credono nella loro
esistenza e indagano per definirli.
Il brano prende le mosse da una spiegazione introduttiva finalizzata a identificare ci che e'
definibile come "conoscenza scientifica" e il suo ottenimento, che avviene, spiega il filosofo, solo
nel momento in cui si riesce a comprendere il perch, inteso come generazione e corruzione, di ci
che si vuole conoscere.
Grazie a questa conoscenza di base, si riuscir poi a ricondurre alle "cause di questi fenomeni" tutti
gli oggetti di indagine.
In seguito lo stagirita, per arrivare a definire fortuna e caso come "cause" di qualcosa, e ammettendo
che tutto avviene o per caso o per fortuna, rafforza la sua tesi passando alla trattazione, di un elenco
composto da 4 definizioni del termine "causa" inteso come costituente interno, come forma e
struttura, come principio primo del mutamento/stasi e come fine.
Alla conclusione dell'elenco il suo pensiero si risolve nell'idea che fortuna e caso sono motivo di
avvenimenti che accadono per causa loro e, superate alcune righe che ribadiscono l'obiettivo dell'
elaborato, inizia una trattazione delle considerazioni che erano state fatte, fino a quel momento, in
merito ai concetti di fortuna e caso per cercare appunto di identificarli.
Conclusa questa parte del brano, l'autore inizia a vagliare le varie teorie pro e contro l'esistenza
degli oggetti presi in analisi, ed e' in questa sezione del testo che si dipaner la critica agli antichi
sapienti.
Per introdurre, affinch vi sia una maggiore chiarezza, prende come esempio un avvenimento
casuale, quale l'incontro al mercato di una persona che si sarebbe voluta incontrare.
Il punto focale della questione e' l'opposizione dei diversi punti di vista, poich, chi e' a favore
dell'esistenza, creder che e' stata fortuna, mentre gli altri concentreranno il loro pensiero sulla
causa , ovvero l'azione dell' essere andati al mercato.
Inoltre, quelli che possiamo chiamare i non credenti, per avvalorare la loro tesi, asseriscono che la
fortuna qualora esistesse risulterebbe come "qualcosa di molto strano"e aggiungono che anche gli
antichi sapienti non sono riusciti a fornire niente di concreto in merito e che proprio loro ritenevano
che nulla accadesse per fortuna.
Quella che si pu definire come la parte finale del testo inizia con una considerazione attuata dal
filosofo, ovvero l'ammissione del verificarsi di molte cose, anche se riportate a qualche causa di
base, comunque ritenute fortuite.
A partire da questo si svolge un' analisi sul pensiero degli antichi sapienti, i quali non hanno
aggiunto la fortuna alle possibili cause da loro teorizzate ed e' ritenuto assurdo dal filosofo il fatto
che sia stata considerata inesistente, e che ne abbiano trascurato la trattazione.
Uno dei pochi esempi riportati per rafforzare la tesi sull'esistenza di fortuna e caso e' quello di
Empedocle, il quale sostiene in primis la separazione casuale dell'aria nei luoghi pi elevati ed in
secundis la formazione "delle parti dei viventi" generata dalla fortuna.
Il brano si conclude con la presa in analisi di un pensiero comune tra altre persone che identificano
nel caso il creatore del cielo e dell' intero cosmo e infatti affermano che il vortice e il movimento,
costituenti e articolatori dell'ordine odierno, abbiano avuto una formazione casuale.
Ci che viene criticato principalmente da Aristotele riguardo a questo pensiero, e' il fatto che mentre
ad animali e piante non viene attribuita un'origine o un'esistenza casuale, per quanto riguarda il
cielo e le cose pi divine invece si sostiene il contrario.

Ed e' proprio questo il punto che viene giudicato dal filosofo come assurdo, poich il pensiero dello
stagirita verte verso l'identificazione di un cielo non casuale, e dell'idea riguardo a quelle cose
definite in precedenza non fortuite, come caratterizzate da avvenimenti casuali.
Infine, viene riportata nell' ultima parte dell'indagine la convinzione sostenuta da alcuni, che fortuna
e caso siano come aveva sostenuto in precedenza il pensatore, delle cause, ma poich identificati
come qualcosa di divino o sovrannaturale, inaccessibili alla conoscenza umana.
Quindi leggendo e analizzando il testo, si pu dire che l'autore sia arrivato a definire fortuna e caso
come delle cause e che sia riuscito a distinguerne varie, ma, ribadendo nelle ultime righe
l'obbiettivo che si era posto all'inizio, ci fa intendere che lo scopo dell'elaborato non e' stato
raggiunto e che quindi la ricerca e' ancora in corso d'opera.
In ogni modo, ci che si evince dal pensiero Aristotelico e' che il filosofo opera uno sdoppiamento
del caso come evento oggettivo che accade in natura e percezione soggettiva di favore e sfavore ad
opera degli dei. Egli quindi pensa che se i fatti non hanno scopo o fine non rispondono a necessit e
quindi sono fatti accidentali. In questo caso possono essere attribuibili o al vero caso che si verifica
in natura, ovvero il "tautomaton", oppure alla fortuna, ovvero la "tyche". E mentre sul primo l'uomo
non pu influire, sulla tyche pu, poich in parte dipendente dalle sue scelte.
BIBLIOGRAFIA
Aristotele, Fisica, a cura di F. Franco Repellini, Bruno Mondadori, Milano, 1996
W.Wieland, La Fisica di Aristotele, Bologna, 1993