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EDICTUM DE ADTEMPTATA PUDICITIA

1. Il delitto di iniuria e gli editti speciali de iniuriis.


I vari aspetti del delitto di iniuria1, come noto, hanno formato oggetto di
numerose ricerche e discussioni da parte della storiografia moderna. E dibattuta
linterpretazione del testo delle XII Tavole2, cos come vi sono divergenze di opinioni
intorno ai successivi sviluppi, che videro labbandono della pena del taglione3,
dapprima sostituita dalla composizione stragiudiziale - la pactio4 - e poi da una pena

Il significato pi risalente di iniuria indicava ogni atto contra ius, cio non conforme al diritto, ed
una delle prime testimonianze del termine contenuta nel formulario, antichissimo, della legis actio
sacramento in rem: Gai. 4.16. Per lidentificazione delliniuria con ci che contrario al diritto
vedi TH. MOMMSEN, Rmisches Strafrecht, Leipzig, 1899, trad. fr. in Le droit pnal romain, Paris
1907, seguito da D.V. SIMON, Begriff und tatbestand der iniuria im altromischen recht, in
Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr Rechtsgeschichte, LII (1965) 132-187 e M. KASER, Die
Beziehung von lex und ius die XII Tafeln, in Studi in memoria di Guido Donatuti, Milano 1973, 523546. Vedi anche: E. POLAY, Iniuria dicitur quod non iure fit, in Bullettino dell'Istituto di Diritto
romano, LVIII (1985) 73-81.
2
Tab. 8.2-4. Per liniuria nelle XII Tavole vedi: V.L. DA NOBREGA, Liniuria dans la loi des XII
Tables, in Romanitas 8 (1967) 250-279; A.WATSON, Personal injuries in the XII Tables, in Revue
d'histoire du droit, XLIII (1975) 213-221; R.H. HALPIN, The Usage of iniuria in the Twelve
Tables, in Irish Jurist 11 (1976) ; J. PLESCIA, The development of iniuria, in LABEO, XXIII
(1977) 279; A. ALBANESE, Una congettura sul significato di iniuria in XII tab. 8.4, in IURA,
XXXI (1980) 21-36; C. GIOFFREDI, In tema di iniuria, in Nuovi studi di diritto greco e romano,
Roma 1980, 147-172; A. DI FRANCESCO, Autodifesa privata e iniuria nelle XII Tavole, in Le XII
Tavole. Dai decemviri agli umanisti, Pavia 2005. In particolare, per il senso di iniuria in Tab 8.4 si
vedano: G. CORNIL, Ancien Droit Romani, Paris 1930, 80-81; B. SCHMIDLIN, Das
rekuperatorenverfahren. Eine studie zum rmischen Prozess, Freiburg 1963, 29; U. VON LBTOW,
Zum Rmischen injurienrecht, in LABEO, V (1969) 131-167; E. POLAY, Iniuria types in Roman
Law, Budapest 1986, 16-77; secondo questi studiosi liniuria comprenderebbe tutte le lesioni
fisiche lievi, non rientranti nelle fattispecie di os fractum e mebrum ruptum. Da ci essi deducono
un concetto unitario di iniuria derivante dalle XII Tavole, comprensivo delle tre figure. Tuttavia a
tale opinione si contrappone G. PUGLIESE, Studi sulliniuria, Milano 1941, 5, il quale sostiene che
che, dal momento che luso del termine iniuria compare solo in Tab. 8.4, le tre figure non davano
luogo a tre diverse forme di iniuria, ma a tre figure indipendenti tra loro.
3
L. FRANCHINI, La desuetudine nelle XII Tavole, Milano 2005, 45-53.
4
La letteratura sul tema molto ampia: vedi da ultimo B. BISCOTTI, Dal pacere ai pacta
conventa. Aspetti sostanziali e tutela del fenomeno pattizio dallepoca arcaica alleditto giulianeo,
Milano 2002, 17 ss. (lett. ivi), le cui tesi generalmente non hanno trovato pieno consenso: si veda la
recensione di A. BURDESE, in Studia et documenta historiae et iuris, LXX (2004) 515 ss.

pecuniaria, determinata caso per caso dal giudice5, ed in connessione con ci


lunificazione concettuale dei delitti contro la persona fisica diversi dallomicidio e il
definirsi di un concetto comprensivo di iniuria, con lestensione della pena variabile,
propria inizialmente del caso del membrum rutpum, a tutte le altre fattispecie.
Il superamento definitivo delle pene decemvirali si ebbe con la concessione, da
parte del pretore, di unactio iniuriarum formulare per ogni ipotesi di iniuria, volta ad
ottenere dai recuperatores o dal iudex la fissazione di una condanna in quantum
bonum et aequum videbitur6, una condanna commisurata alla lesione prodotta e alle
eventuali conseguenze patrimoniali.
Infine, ed forse questo laspetto pi controverso, con il tempo lambito di
applicazione della figura si modific in una duplice direzione: da un lato il pretore
fece rientrare nel concetto di iniuria le offese morali, arrecate allonore e al decoro
della persona, che divennero progressivamente il principale contenuto di questo
delitto7, accogliendo quella che doveva essere, molto probabilmente, una

Levoluzione descritta da Gellio, Noc. Att. 20.1.37-38: Quod edictum autem praetorum de
aestimandis iniuriis probabilius esse existimas, nolo hoc ignores, hanc quoque ipsam talionem ad
aestimationem iudicis redigi necessario solitam. Nam si reus qui depecisci noluerat iudici talionem
imperanti non parebat, aestimata lite iudex hominem pecuniae damnabat, atque ita, si reo et pactio
gravis at acerba talio visa fuerat, severitas legis ad pecuniae multam redibat.
6
Vedi sul punto D. MANTOVANI, Le formule del processo privato romano, Padova 19992, 76: il
giudizio davanti ad un iudex era quello a cui si arrivava con lesperimento dellactio iniuriarum
noxalis, in tutti gli altri casi si aveva, invece, il giudizio davanti ad un collegio di recuperatores. Cfr.
anche P.F. GIRARD, Les jurs de laction dinjures, in Melanges Grardin, Paris 1907, 493;
SCHMIDLIN, Das rekuperatorenverfahren. Eine studie zum rmischen Prozess cit., 29-44; J. PARICIO,
Estudio sobre las actiones in aequum conceptae, Milano 1986.
7
Secondo PUGLIESE, Studi sulliniuria cit., 63-65, lunificazione dei delitti privati contro la
persona si produsse nel corso dei secoli che precedettero la legalizzazione della procedura
formulare, e fu ununificazione concettuale, a cui segu ununificazione di disciplina. A.D.
MANFREDINI, Contributi allo studio delliniuria in et Repubblicana, Milano 1977, 65-66, 73-75,
sostiene, invece, che lunificazione di disciplina, concretizzata con lestensione della pena variabile
a tutte le ipotesi di lesioni fisiche, sarebbe stata gi opera dei pontefici: dal momento che sia los
fractum, sia liniuria, ponevano una difficolt di accertamento diagnostico, probabile che i

elaborazione giurisprudenziale8; dallaltro questa tendenza risult accentuata dalla


emanazione della lex Cornelia de iniuriis9 dell81 a.C., che sottopose a pena pubblica
le ipotesi pi gravi di lesioni fisiche (pulsare, verberare, domum vi introire).
La valutazione e la considerazione dei danni, nellambito del iudicium
recuperatorium10, divent per la giurisprudenza occasione di studio delle ipotesi nelle
quali si individuava ingiuria: si cre, cos, ununica categoria nella quale furono
pontefici suggerissero la procedura estimatoria, nata nellambito del membrum ruptum.
8
In particolare, secondo A. SCHIAVONE, Studi sulle logiche dei giuristi romani: nova negotia e
transactio da Labeone a Ulpiano, Napoli 1971, 93-102 e M. BRETONE, Tecniche e ideologie dei
giuristi romani, Napoli 19822, 184, fu la nozione di contumelia, cio di sprezzo o di non adeguato
rispetto verso altri soggetti, introdotta da Labeone, a consentire lampliamento del delitto alle offese
morali.
9
Le fonti da cui ricaviamo lesistenza di questa legge sono: D. 47.10.5. pr-11 (Ulp. 56 ad ed.), I.
4.4.8 e Paul. Sent. 5.4.8. Questa lex, probabilmente dell81 a.C., emanata da Silla stabil un
procedimento particolare per i casi di pulsare e verberare, ossia fattispecie punite dalleditto
generale de iniuriis, e di domum vi introire, la violazione di domicilio. Relativamente alla lex
Cornelia de iniuriis si vedano: G. ROTONDI, Leges Publicae Populi Romani, Milano 1912, 359;
LAVAGGI, Iniuria e obligatio ex delicto cit., 159; SCHMIDLIN, Das rekuperatorenverfahren.
Eine studie zum rmischen Prozess cit., 36; CENDERELLI, Il carattere non patrimoniale dellactio
iniuriarum e D. 47.10.1.6-7 cit., 162; G. CRIF, s.v. Diffamazione e ingiuria, a) Diritto romano, in
Eniclopedia del Diritto, XII (1964) 472-473; O. BEHERENDS, Des Assesor zur Zeit klassischen
Rechts wissenschaft, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr Rechtsgeschichte, LXXXVI (1969)
210-211; C. GIOFFREDI, I principi del Diritto Penale Romano, Torino 1970, 20; PLESCIA, The
development of iniuria cit., 280; MANFREDINI, Contributi allo studio delliniuria in et
Repubblicana, cit., 230-252; Id., Liniuria nelle XII Tavole. Intestabilis ex lege (Cornelia de
iniuriis?) (recenti letture in materia di iniuria), in Derecho romano de Obligaciones. Homenaje al
Profesor J. L. Murga Gener cit., 801-817; B. SANTALUCIA, Studi di diritto penale romano, Roma
1994; L. MINIERI, Per la storia delliniuria (recensione a Manfredini), in LABEO, XXVI (1980)
257-260; M. BALZARINI, De iniuria extra ordinem statui. Contributo allo studio del diritto penale
romano dellet classica, Padova 1983, 61, 209-217; Id., Ancora sulla Lex Cornelia de iniuriis e
sulla repressione di talune modalit di diffamazione, in Estudios Iglesias II (Madrid 1988) 586-590;
G. MUCIACCIA, In tema di repressione di opere infamanti, in Studi Biscardi V (Milano 1984) 7178; A. VLK, Zum Verfahren der actio legis Corneliae de iniuriis, in Sodalitas. Scritti in onore di
Antonio Guarino II, Napoli 1984, 584-608.
10
In Gellio, Noct. Att. 20.1.13 leggiamo il famoso caso di L. Verazio. Sul tema, con punti di vista
divergenti, vedi: G. GALENO, Verazio il cavaliere, in Sodalitas Scritti in onore di Antonio Guarino
IV, Napoli 1984, 1883-1887; A. GUARINO, Labeone e gli schiaffi, in Pagine di diritto romano, V,
Napoli 1994, 125-130. Si veda sul punto anche M. BRETONE, Tecniche e ideologie dei giuristi
romani cit., 185-186, per il quale, invece, il racconto di L. Verazio sarebbe poco pi di una
parabola: il nome Veratius avrebbe, per Labeone, un valore simbolico, prossimo a vecordia, il
nome proprio delluomo senza ragione. V. SCARANO USSANI, Gli scherzi di Lucio Verazio, in
Zeitschrift fr Papyrologie und Epigraphik, XC (1992) 127-135: lo SCARANO USSANI, sulla base
di accorta ricerca prosopografica, ha mostrato la verosimiglianza del racconto gelliano.

ricomprese tanto le lesioni corporali, quanto le offese morali. In tutti questi casi il
pretore offr tutela agli offesi, riconoscendo loperativit dellactio iniuriarum, cio
quella originariamente prevista per le offese fisiche.
Lestensione avvenne attraverso lemanazione di specifici editti, differenti in
ragione di questo dalleditto generale11, che contemplavano singolarmente diverse
offese morali ed erano accomunati dal medesimo rimedio processuale.
Secondo la ricostruzione di Otto Lenel, si trattava delleditto de convicio, che
puniva gli insulti o il vociferare proferito da varie persone unite in gruppo o
assemblea davanti al domicilio della persona insultata o in un luogo da lei
frequentato; leditto de adtemptata pudicitia, che sanzionava gli attentati alla
pudicizia delle donne perbene e dei giovani che indossavano la toga praetexta;
leditto ne quid infamandi causa fiat, che reprimeva qualunque attivit, parole o atti,
posta in essere con lo scopo di infamare unaltra persona; leditto de iniuriis quae
servis fiunt, che reprimeva loffesa subita da un dominus attraverso liniuria inferta al
servus; leditto de noxali iniuriarum actione, operante nellipotesi in cui fosse stato
un servus o un filius familias a commettere iniuria; leditto si ei, qui in alterius

11

Ulp. D. 47.10.15.26 (57 ad ed.). La maggior parte degli studiosi daccordo con O. LENEL,
Edictum Perpetuum, Leipzig, 1927, 190, riguardo allesistenza del generale edictum: P. DE
FRANCISCI, Iudicia bonae fidei, Editti e formulae in factum, in Studi senesi XXIV, Siena
1907, 366; D. DAUBE, Ne quid infamandi causa fiat, in Atti Congr. Internaz. Dir. Rom. e Stor. Dir.
III, Verona 1948, 411-450; A. WATSON, The law of obligations in the later roman Republic, Oxford,
1962, 248; M. BRETONE, Ricerche labeoniane.Iniuria e hybris, in Rivista di filologia e di
istruzione classica, CIII (1975) 414; M. MIGLIETTA, Elaborazione di Ulpiano e di Paolo intorno al
certum dicere nelledictum generale de iniuriis, Lecce 2002; non lo sono, invece, altri autori
quali: V. ARANGIO-RUIZ, Le formule con demonstratio e la loro origine, Cagliari 1912, 30-37;
PUGLIESE, Studi sulliniuria cit.; MANFREDINI, Contributi allo studio delliniuria in et
Repubblicana cit, Id. Quod edictum autem praetorum de aestimandis iniuriia, in Illecito e pena
privata in et repubblicana, Napoli, 1992, 192.

potestate erit, iniuria facta esse dicetur, per i casi di offesa subita dal pater familas
attraverso liniuria patita dal filius; leditto de contrario iniuriarum iudicio12, che
offriva unazione contraria per difendersi da unactio iniuriarum temeraria.
Come si detto, il tema delliniuria stato ampiamente trattato in
dottrina, ma ai singoli editti sopra elencati si dedicata attenzione quasi
esclusivamente nel quadro di trattazioni concernenti il tema generale13. Restano cos
aperti numerosi problemi, e primo fra tutti quello della loro datazione e, quindi, del
loro rapporto con leditto generale.
Per questultimo la dottrina orientata ad indicare la fine del III sec. a.C.14,
mentre per la datazione degli altri editti la dottrina concorda sul fatto che leditto de
convicio sarebbe stato emanato dal pretore attorno alla fine del II sec. a.C., poich in

12

Vedi LENEL, EP. cit., 191-197


Diversi autori hanno affrontato lo studio dello sviluppo storico-dogmatico delliniuria, trattando
con particolare attenzione gli editti speciali de iniuriis: M. MARRONE, Considerazioni in tema di
iniuria, in Synteleia Arangio-Ruiz, Napoli 1964, 475-485; T. SPAGNUOLO VIGORITA, Actio
iniuriarum noxalis, in LABEO, XV (1969) 33-76; P.B.H. BIRKS, The early History of iniuria, in
Revue d'histoire du droit , XXXVII (1969) 163-208; S. DI PAOLA, La genesi storica del delitto di
iniuria, in Annali Catania, Seminario giuridico I, Catania 1947, 268; P. HUVELIN, La notion de
liniuria dans le tres ancien droit romain, Roma 1971, 93-107; PLESCIA, The development of
iniuria cit. 271-289; A.D. MANFREDINI, La diffamazione verbale nel diritto romano, Milano
1979; J. SANTA CRUZ TEIJEIRO - A. DORS, A proposito de los edictos especiales de iniuriis, in
Anuario de Historia del Derecho Espaol, XLIX (1979) 653-659; BALZARINI, De iniuria extra
ordinem statui cit., 61, 209-217; POLAY, Iniuria types in Roman Law cit., 94-115; M. S. DEL
CASTILLO SANTANA, Estudio sobre la casuistica de las lesiones en la jurisprudencia romana,
Madrid 1994, 52-100; E. RUIZ FERNANDEZ, Sancion de las iniuriae en el derecho romano
clasico, in Derecho romano de obligacione. Homenaje al Profesor J.L. Murga Gener, Madrid, 1994
, 819-823; J. SANTA CRUZ TEIJEIRO, La iniuria en derecho romano, in Studi Sanfilippo II, Milano
1982, 523-538; M. GUERRERO LEBRON, La injuria indirecta en derecho romano, Madrid 2005, 101116.
14
Collocano leditto generale alla fine del III sec. a.C.: BIRKS, The early History of iniuria, cit.,
195; R. WITTMANN, Die kperverletzung an frein im klassischen rmischen Recht, Mnchen 1972,
26; A. WATSON, The development of the Praetors edict, in Journal of Roman Studies, LX (1970),
133. Sostengono, invece, una datazione intorno alla prima met del II sec. a.C.: F. SCHULZ,
Classical roman law, Oxford, 1951, 567; RUIZ FERNANDEZ, Sancion de las iniuriae en el derecho
romano clasico, cit., 819-823.
13

alcuni frammenti della Rhetorica ad Herennium, la cui composizione - secondo una


dottrina quasi unanime - risale all88 a.C.15, il convicium espressamente indicato
quale fattispecie di iniuria16, accanto alle pulsationes, e che tutti gli altri sarebbero a
questo successivi17.
In particolare per leditto de adtemptata pudicitia, secondo Dora de la
Puerta Montoya18, vi un unico dato certo in proposito: tale editto doveva essere
posteriore alla lex Scatinia, databile approssimativamente attorno al 220 a.C., giacch
il comportamento punito dal pretore era meno grave di quello contemplato dalla lex.
Eva Cantarella19, invece, lo colloca prima del 193 a.C. sulla base di Plaut.
Curc., 35-38, in cui si parla di nuptae, viduae e virgines, in un modo che pare
rimandare alla tripartizione dei soggetti protetti dalleditto de adtemptata pudicitia20.

2. La pudicitia.
Nellambito del delitto di iniuria, cos come esso fu ampliato dagli interventi
del pretore cui abbiamo accennato, leditto de adtemptata pudicitia tutela lintegrit
morale della persona dal punto di vista della sua onorabilit sessuale; protegge, cio,
15

Rhet. ad Her. 1.15.25. Il problema della datazione della Rhet. Her. stato riproposto da A.E.
DOUGLAS, Clausulae in the Rhetorica ad Herennium as Evidence of Its Date, in Classical
Quarterly, LIV (1960) 65 ss., il quale formula una soluzione diversa da quella tradizionale,
indicando gli anni 50 come la data pi probabile di composizione dellopera.
16
Rhet. ad Her. 2.26.41. Cfr. anche Rhet. ad Her. 1.14.24, 2.13.19.
17
HUVELIN, La notion de liniuria dans le tres ancien droit romain, cit., 32-35, MANFREDINI, La
diffamazione verbale nel diritto romano cit., 76, R. WITTMANN, Die Entwicklungslinien der
klassischen Injurienklage, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr Rechtsgeschichte, XCI (1974)
312; WATSON, The development of the Praetors edict cit., 38.
18
D. DE LA PUERTA MONTOYA, Estudio sobre el Edictum de adtemptata pudicitia, Madrid 1992,
52.
19
E. CANTARELLA, Secondo natura. La bisessualit nel mondo antico, Milano, 1995, 141-154.
20
Plaut, Curc., 35-38: Nemo ire quemquam publica prohibet via; dum ne per fundum saeptum
facias semitam, dum ted abstineas nupta, vidua, virgine, iuventute et pueris liberis, ama quid
lubet.

un valore fondamentale per la societ romana, la pudicitia.


La pudicitia, sin dalla fase pi antica della storia di Roma, rappresenta uno dei
valori su cui si fonda il modello perfetto ed ideale di donna, ed emerge per la prima
volta in mbito religioso21. Le fonti ricordano il culto dedicato alla dea Pudicitia, ed
un celebre racconto liviano descrive l'istituzione, nel 296 a.C., del culto della
Pudicitia plebea, distinto da quello della Pudicitia patrizia22 . Dal racconto risulta che
il culto era pienamente integrato nei riti ufficiali della vita civica romana 23: la
narrazione, infatti, parte da un contesto di celebrazioni di rituali pubblici, in un
momento in cui, essendo Roma in guerra con le citt vicine, richiesto dal popolo il
soccorso degli dei.
Il fatto che la dea Pudicitia appartenesse alle divinit da invocare in momenti
di particolare pericolo per la civitas, lascia intendere che tale virt era cos importante
da coinvolgere aspetti della vita dei Romani non direttamente ed esclusivamente
connessi con la sessualit. Ed in effetti la pudicitia non rimase mai relegata alla sfera
etica individuale, ma la sua presenza o assenza presupponeva sempre un
collegamento molto stretto tra morale sessuale soggettiva e vita pubblica.
E interessante riflettere sulle caratteristiche che le devote alla dea Pudicitia
dovevano avere: si parla di matronae di spectata pudicitia. Laggettivo spectata
21

O. KIEFER, La vita sessuale nellantica Roma, Milano 1988, 109-149; N. BOLS- JANSEN, La vie
religieuse des matrones dans la Rome archaque, Roma 1993, 229-251; J. SCHEID, Indispensabili
straniere, in Storia delle donne in occidente. Lantichit, Bari 1994, 438-440; R. LANGLANDS,
Sexual morality in Ancient Rome, Cambridge 2006, 37-77.
22
Liv., 10.23.3-10
23
Cfr. Plin. Nat. Hist. 2.14.1: Quapropter effigiem dei formamque quaerer inbecillitatis humanae
reor. Quisquis est deus, si modo est alius, et quacumque in parte, totus est sensus, totus visus, totus
auditus, totus animae, totus animi, totus sui. Innumeros quidem credere atque etiam ex vitiis
hominum, ut Pudicitiam, Concordiam, Mentem, Spem, Honorem, Clementiam, Fidem, aut, ut
Democrito placuit, duos omnino, Poenam et Beneficium, maiorem ad socordiam accedit.

rinvia immediatamente al singolare aspetto di questa virt che doveva essere visibile,
ossia percepibile pubblicamente: specchiata pudicitia, non solo nel senso di
notevole pudicitia, ma, andando al significato originario del verbo specto24, da cui
deriva laggettivo, vista, comprovata, attestata.
Unaltra fonte importante Valerio Massimo, il quale antepone alla serie degli
aneddoti illustrativi della virt, a cui dedica il VI libro della sua opera 25,
uninvocazione alla dea, sentita come una presenza forte e reale, attraverso il
linguaggio formale della preghiera26. I vocaboli chiave del passo sono praesidium e
custos27: la dea, dirigendo e condizionando le attivit morali degli individui, pone
sotto il suo presidio let puerile e custodisce la pudicitia delle matrone, e non solo,
dato che qui la pudicitia appare un elemento non pi limitato al mondo femminile:
non si parla di sole matronae, come nel racconto liviano, ma anche di giovani e di
bambini, e si inizia a parlare delle categorie protette dalla dea usando termini
indicanti gli elementi dellabbigliamento che le contraddistingue.
Alla luce di questo il discorso si definisce ancor meglio un ulteriore aspetto di

24

A. ERNOUT A. MEILLET, s.v. Specto, -as, -avi, -atum, -are, da Specio, -is, -spexi, - spectum, -re,
in Dictionnaire tymologique de la langue latine, Parigi 1979, 639-641.
25
Dicta e facta memorabilia, Lib. VI, de pudicitia.
26
Val. Max., Dicta e fact. 6.1.1: Unde te virorum pariter ac feminarum praecipuum firmamentum,
Pudicitia, invocem? Tu enim prisca religione consecratos Vestae focos incolis, tu Capitolinae
Iunonis pulvinaribus incubas, tu Palatii columen augustos penates sanctissimumque Iuliae
genialem torum adsidua statione celebras, tuo praesidio puerilis aetatis insignia munita sunt, tui
numinis respectu sincerus iuventae flos permanet, te custode matronalis stola censetur: ades igitur
et <re>cognosce quae fieri ipsa voluisti.
27
Anche in Plauto, Amph. 925-934, la dea Pudicitia vista in termini di custode della pudicitia
matronale: ALC. Ego istaec feci verba virtute irrita; nunc, quando factis me impudicis abstini, ab
impudicis dictis avorti volo. Valeas, tibi habeas res tuas, reddas meas. Iuben mi ire comites? IVPP.
Sanan es? ALC. Si non iubes, ibo egomet; comitem mihi Pudicitiam duxero. IVPP. Mane. Arbitratu
tuo ius iurandum dabo, me meam pudicam esse uxorem arbitrarier. Id ego si fallo, tum te, summe
Iuppiter, quaeso, Amphitruoni ut semper iratus sies.

Pudicitia: essa non funge solo da impulso allinseguimento delleccellenza morale,


ma inizia ad esprimere la necessit della protezione della pudicitia di determinate
categorie di persone28.
Altre fonti invece, ed in particolare Properzio e Giovenale, utilizzano il
riferimento al culto per porre in evidenza il decadimento morale delle donne e la
corruzione dei costumi sessuali del loro tempo, riagganciandosi in qualche modo
alloriginario collegamento tra il culto religioso e il comportamento personale.
Properzio rammenta questo culto nellelegia 2.6.25, chiedendosi: templa
Pudicitiae quid opus statuisse puellis, si cuivis nuptae quidlibet esse licet?
Nella domanda implicitamente si depreca lo stato morale delle donne del
tempo: il che serve al poeta quale sfondo della descrizione di Cynthia, la donna
amata, ritratta come una cortigiana dalla vita depravata, immersa nella promiscuit
dellepoca.
Giovenale, infine, apre la famosa VI Satira dicendo che la dea Pudicitia ha
abbandonato da tempo il mondo reale, lasciandolo nella totale immoralit sessuale 29.
La denuncia di Giovenale forte: non solo il tempio di Pudicitia stato abbandonato,
ma viene addirittura profanato. Si ripropone qui il consueto legame tra culto religioso
e comportamento morale, spinto al limite nella descrizione di donne che pongono in
essere sacrilegi nel tempio e contro la statua della dea, rappresentando, con il loro
28

N. LORAUX, Che cos una dea?, in Storia delle donne in Occidente cit., 15-55.
(vv. 1-8): I nunc et dubita qua sorbeat aera sanna / Tullia, quid dicat: notae collactea Maurae /
Maura, / Pudicitiae veterem cum praeterit aram / noctibus hic ponunt lecticas, micturiunt hic /
effigiemque deae longis siphonibus implent / inque vices equitant ac Luna teste moventur, / inde
domos abeunt: tu calcas luce reversa / coniugis urinam magnos visurus amicos.
29

10

comportamento, il massimo della perversione.


Per quanto non numerose, le notizie sul culto della dea Pudicitia consentono di
percepirne il rilievo nel corso dei secoli: lo statuto etico delle donne ne stato
profondamente influenzato. Una virt come la pudicitia, da manifestare
inderogabilmente anche in pubblico30, meritava di essere, proprio per questo, tutelata,
con specifici rimedi, sul piano giurisdizionale.

3. I soggetti offesi e limportanza dellabito.


Il testo delleditto de adtemptata pudicitia non ci pervenuto, ma - rifacendoci
allopera di Otto Lenel31 - possiamo ricostruirne il contenuto grazie a Gai. 3.220 e I.
4.4.1 , a Paul. D. 47.10.10 (55 ad ed.) e soprattutto al Commento allEditto di
Ulpiano, D. 47.10.15.15-24 (57 ad ed.), con altri significativi e importanti riferimenti
in D. 47.10.1.2 (Ulp. 57 ad ed.); D. 47.10.9 pr (Ulp. 57 ad ed.); D. 47.10.9.4 (Ulp. 57
ad ed.); D. 47.11.1.2 (Ulp. 4 opin.)32 e infine in Coll. 2.5.4.

30

E necessario tenere distinto il concetto di pudicizia da quello di pudore. In italiano i due termini
hanno significati vicini, tanto che sovente, nel linguaggio comune, vengono sentiti come
intercambiabili. E tuttavia una sfumatura di differenza esiste: nel Lessico Universale Italiano (vol.
XVIII, Roma 1977, 101) la pudicizia viene definita come La virt di chi preserva coscientemente i
suoi pensieri e le sue azioni da ogni impurit sessuale, ispirando la sua condotta a modestia e
verecondia, mentre il pudore consiste nel Senso di riserbo o davversione per quanto riguarda il
sesso, che provoca istintive reazioni di disagio o di difesa. Questo indicato come significato
primo del termine, che per estensione assume anche il senso di Ritegno, vergogna, anche in
relazione a cose che non riguardano il sesso. Infine viene considerato sinonimo di pudicizia, in
particolare Con rifermento alle norme di pudicizia esteriore che devono essere osservate in
pubblico: pubblico p.; offesa al p. La differenza fra i due termini pi accentuata nella lingua
latina, avendo la pudicitia riguardo allatteggiamento esteriore, il pudor al sentimento interiore, e
tale la differenza che, come esiste una dea Pudicitia, cos esiste un dio Pudor: su tutto ci vedi G.
RADKE, in Realencyclopdie der Classischen Altertumswissenschaft, XII (1980), col. 1942-1947,
s.v. Pudicitia, e dello stesso A., ibid., col. 1947-1948, s.v. Pudor.
31
LENEL, EP, cit., 192.
32
Uguale a Paul. Sent. 5.4.14.

11

Secondo la ricostruzione di Lenel, il testo sarebbe stato il seguente:


Si quis matrifamilias33 aut praetextato34 praetextataeve comitem35 abduxisse36
sive quis eum eamve adversus bonos mores37 appellasse adsectatusve38 esse dicetur.
E opinione di Lenel che le parole adtemptata pudicitia non figurassero in
questo specifico editto, ma solamente nella sua rubrica39, la cui citazione, nella
trascrizione letterale delleditto, cos come lha trasmessa il passo di Ulpiano
(tramandato in D. 47.10.15.15-24, 57 ad ed.) e fondamentale per il nostro lavoro,
sarebbe stata omessa dai compilatori.
Passando ora ad esaminare il contenuto delleditto, in primo luogo va posto in
evidenza che la fattispecie del delitto di adtemptata pudicitia contemplava loltraggio
alla pudicizia di determinate categorie di soggetti, attraverso il compimento di tre
diverse azioni, che configuravano tre distinte fattispecie: la prima, secondo lordine
proposto dal Lenel, qualificata dallespressione comitem abducere, la seconda dal
termine appellare, la terza, infine, dal verbo adsectari.
Nella ricostruzione del Lenel, quindi, il pretore avrebbe sanzionato in primo
33

D. 47.10.15.15 (Ulp. 57 ad ed.).


Gai. 3.220; D. 47.10.9.4 (Ulp. 57 ad ed.).
35
D. 47.10.15.16 (Ulp. 57 ad ed.).
36
D. 47.10.15.17- 18 (Ulp. 57 ad ed); Coll. 2.5.4.
37
D. 47.10.15.23 (Ulp. 57 ad ed.).
38
D. 47.10.15.19- 22 (Ulp. 57 ad ed.).
39
LENEL, EP cit., 400, sostiene questo sulla base di D. 47.10.15.23 (Ulp. 57 ad ed.) e D. 47.10.10
(Paul. 55 ad ed.). In senso contrario si veda A. GUARINO, Le matrone e pappagalli, in Inezie di
giureconsulti, Napoli, 1978, 171-172, secondo il quale il fatto che i commentatori usassero, al fine
di abbreviare, la dizione adtemptata puditicia come unificante le varie fattispecie previste
dalleditto, non significa che questa fosse la rubrica edittale. Sul punto si veda, infine, POLAY,
Iniuria types in Roman Law, cit., 113-114, che, pur essendo in accordo con LENEL relativamente
alla rubrica edittale, ritiene che il testo delleditto fosse generico, e che furono i giuristi ad
individuare le fattispecie illustrate da Ulpiano, fissando modi tipici di offesa alla buona reputazione
delle persone protette dallo stesso editto.
34

12

luogo lipotesi pi grave, quella del comitem abducere, che configurava di per s il
delitto, e poi quelle in cui vi era delitto se il comportamento dellagente risultava
contrario ai boni mores. Il commento di Ulpiano segue tuttavia un ordine diverso,
dato che il giurista tratta in primo luogo dellappellare, poi del comitem abducere e
infine dell'adsectari40. Si preferisce qui seguire lordine di Ulpiano poich il giurista,
trattando dellappellare, affronta il tema dellabito dei soggetti offesi, tema che, come
si vedr, risulta rilevante per ciascuna delle ipotesi di adtemptata pudicitia:
D. 47.10.15.15 (Ulp. 57 ad ed.) Si quis virgines appellasset, si tamen ancillari
veste vestitas, minus peccare videtur, multo minus si meretricia veste feminae, non
matrumfamiliarum vestitae fuissent; si igitur non matronali habitu femina fuerit, et
quis eam appellavit, vel ei comitem abduxit, iniuriarum tenetur.
Nella prima parte del passo ulpianeo, prezioso per la ricostruzione delleditto,
si considera lappellare rivolto alle virgines41 vestite da schiave, sostenendo che chi
avesse indirizzato loro parole di richiamo, avrebbe peccato di meno. Sembrerebbe
che, con luso del comparativo minus, Ulpiano non inauguri un nuovo discorso, ma
ne continui uno gi iniziato in precedenza, il cui punto di partenza sarebbe stato,
probabilmente, il caso di appellatio rivolta a virgines vestite in modo adeguato alla
loro condizione.

40

LENEL, Palingenesia iuris civilis II, Liepzig 1889, 766-778. Va osservato che Gaio tratta solo
delladsectari (Gai 3.220: vedi infra p. 28, nt. 82; p. 41, nt. 105), e altrettanto avviene nelle
Istituzioni di Giustiniano (I 4.4.1: vedi infra p. 28, nt. 83; p. 41, nt. 106).
41
Si intendono con questo termine le donne giovani. Virgo era una nozione molto ampia, come
confermato dal fatto che nelle frasi successive Ulpiano usa il termine feminae come sinonimo di
virgines. Cio confermato anche dalla lettura di ERNOUT - MEILLET, s.v. virgo- inis, in Dictionnaire
tymologique de la langue latine, cit., 739-740.

13

Nella seconda parte si prende in esame il medesimo comportamento, ma nei


confronti di una donna vestita da prostituta: in tal caso loffensore avrebbe posto in
essere un illecito ancor meno grave.
Nella terza parte, infine, il giurista sostiene che lactio iniuriarum viene
concessa anche contro chi ha fatto oggetto di appellatio una donna non vestita da
matrona, oppure la ha allontanata dal suo accompagnatore.
Le problematiche che questo passo solleva hanno portato vari romanisti a
confrontarsi tra loro: fondamentale comprendere perch Ulpiano consideri la
legittimazione passiva allactio iniuriarum come conseguenza (tale il significato di
igitur) delle ipotesi in cui loffensore delinque meno. Da una parte, egli pare offrirci
una graduazione discendente del peccare, dallaltra propone lo stesso rimedio
processuale per tutte le ipotesi.
In generale, la maggior parte degli studiosi propende per la non genuinit del
frammento, cercando di ricomporlo in vario modo. Non mancano, tuttavia, anche
quanti ne affermano la genuinit sulla base di una peculiare visione delleditto
speciale de adtemptata pudicitia e delle sue connessioni con il generale edictum.
Il Raber42 ha compiuto unaccurata analisi del nostro passo, e delle tesi in
proposito43, considerandolo genuino nella sostanza, e semplicemente raccorciato.

42

F. RABER, Frauentracht und iniuria durch appellare, in Studi in onore di Edoardo Volterra,
III, Milano 1971, 633-646.
43
C. VAN BYNKERSHOEK, Observationum iuris romani libri quattor, lib. VI, cap. 25, Lugduni
Batavorum, 1710, 444; J. VOET, Commentarius ad Pandectas, sub. tit. de iniuriis et fam. libellis,
13, Coloniae Allobrogorum 1778, 827; R. J. POTHIER, Pandectae, III4, Parisiis 1821, 345. In
particolare, il primo studioso propone alternativamente linserimento del non tra la parola
iniuriarum e la parola tenetur, come sostenevano gli umanisiti HALOANDER e H. BRENKMANN, o

14

Lo studioso traduce appellare con il termine unzuchtig ansprechen, che


significa rivolgere la parola, abbordare in modo non costumato, cercando di capire,
inoltre, su che cosa si fondi, in generale, la legittimazione passiva, per lappellare, del
presunto offensore.
La risposta a questa domanda, sostiene l'A., potrebbe desumersi dalla
contestuale lettura di D. 47.10.15.2044, secondo il quale appellare equivale ad
attentare alla castit di unaltra persona con discorsi lusinghieri, e di D. 47.10.15.23 45
(ma in parallelo con D. 47.10.15.6 che affronta il tema del convicium46), nel quale si
legge che sarebbe stata necessaria una violazione dei buoni costumi.
Lo studioso, partendo da questi due dati, delinea due presupposti per la
punibilit dellappellare: lobiettivo ferimento della pudicitia e lobiettiva infrazione
al buon costume. Sulla base di questo presupposto egli si chiede, di conseguenza, se
leliminazione del non precedente alle parole matronali habitu. Sostiene, infine, che Ulpiano avesse
semplicemente posto il discorso in forma interrogativa e che il punto di domanda fosse, poi,
scomparso. Secondo VOET, invece, la ratio della legge suggerisce di leggere iniuriarum vix tenetur,
poich una donna in abiti da schiava o meretrice non avrebbe potuto vedere attentato il suo onore
con lappellare. Infine POTHIER, rifacendosi alla ratio contextus, sostiene che la cosa pi logica
fosse negare lactio iniuriarum, e quindi aggiunge un non che appunto la escludesse. Segue tale
linea J.G. FUCHS, Stellung und Aufgabe des Richters im modernen Strafrecht, in Schweizerische
Zeitschrift fr Strafrecht, LXXV (Mlanges A. German) 1959, 33, secondo cui senza linclusione
del non largomentazione ulpianea sarebbe senza conclusione. A sostegno della ricostruzione di
iniuriarum non tenetur si veda anche G. BESELER, Beitrge zur Kritik der rmischen Rechtsquellen,
in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr Rechtsgeschichte, LXVI (1948) 346-347, secondo il quale
va eliminata dal testo la parte iniziale, da si quis a fuissent, sulla base della irrilevanza giuridica del
verbo peccare, usato esclusivamente in riferimento a comportamenti riprovevoli dal punto di vista
morale. Secondo lo studioso il discorso di Ulpiano sarebbe stato: Si non matronali habitu femina
fuerit, qui eam appellavit vel ei comitem abduxit iniuriarum non tenetur. Linserimento del non
trova, infine, daccordo G. L. FALCHI, Diritto penale romano (I singoli reati), Padova 1932, 62-96.
44
Appellare est blanda oratione alterius pudicitiam adtemptare: hoc enim non est convicium, sed
adversus bonos mores adtemptare.
45
Meminisse autem oportebit, non omnem, qui assectatus est, nec omnem, qui appellavit, hoc edicto
conveniri posse; neque enim si quis colludendi, si quis officii honeste faciendi gratia id facit, statim
in edictum incidit, sed qui contra bonos mores hoc facit.
46
Idem ait: adversus bonos mores sic accipiendum, non eius, qui fecit, sed generaliter
accipiendum adversus bonos mores huius civitatis.

15

apostrofare in questo modo una donna onorabile, ma in abito da prostituta o da


schiava, rientri o non nellappellare, ritenendo fondamentale capire se labito che trae
in inganno escluda lillecito o lo diminuisca.
Dal momento che i giuristi attribuivano grande importanza allabito.
sembrerebbe che esso fosse un presupposto di fatto obiettivo per la punibilit
dellappellare, quale segno visibile di discriminazione tra appartenenti a differenti
classi sociali.
Tuttavia, nota il Raber, procedendo dallesame di un passo di Tertulliano 47, da
un certo periodo in poi le differenze si sarebbero molto attenuate, s che, per tal
motivo, poteva accadere che una matrona indossasse abiti da meretrice. In
conseguenza rivolgere le proprie attenzioni a chi fosse abbigliata da prostituta non
garantiva pi limpunit. In ogni caso, tuttavia, la minor gravit di questo
comportamento sarebbe stata presa in considerazione nellaestimatio del giudice: si
spiegherebbero cos le espressioni minus e multo minus. Il Raber, inoltre, ritiene
punibile loffesa nei confronti della schiava, sebbene il suo onore fosse tutelato in
misura minore rispetto a quello di una materfamilias o di una virgo.
LA., in conseguenza, solleva lipotesi che tra il secondo e terzo paragrafo si
47

Tert., Apolog. 6.3: Video et inter matronas atque prostibulas nullum de habitu discrimen relictum;
De pallio 4.9: Converte et ad feminas. Habes spectare, quod Caecina Severus graviter senatui
impressit, matronas sine stola in publico. Denique, Lentuli auguris consultis, quae ita sese
exauctorasset, pro stupro erat poena; quoniam quidem indices custodesque dignitatis habitus, ut
lenocinii factitandi impedimenta, sedulo quaedam desuefecerant. At nunc in semetipsas
lenocinando, quo planius adeantur, et stolam et supparum et crepidulum et caliendrum, ipsas
quoque iam lecticas et sellas, quis in publico quoque domestice ac secrete habebantur, eieravere.
Sed alius extinguit sua lumina, alius non sua accendit. Aspice lupas, popularium libidinum
nundinas, ipsas quoque frictrices, et si praestat oculos abducere ab eiusmodi propudiis occisae in
publico castitatis, aspice tamen vel sublimis, iam matronas videbis.

16

siano perse alcune linee nelle quali Ulpiano parlava della non conformit al loro
rango e alla loro dignit dellabbigliamento di alcune donne48.
Antonio Guarino49 suppone che Ulpiano proseguisse un discorso gi iniziato
con un ait praetor a cui, probabilmente, seguiva il testo letterale delleditto con il
quale si prometteva lactio iniuriarum contro chi avesse compiuto le azioni di
appellare e adsectari contro i buoni costumi, e di comitem abducere. Tali azioni
erano punite non in quanto lesive della moralit soggettiva dei soggetti offesi, ma in
quanto eccedenti i limiti del comune senso del pudore.
Quel che rilevava, infatti, era la dignit sociale dei soggetti tutelati dalleditto,
dignit immancabilmente manifestata del loro modo di vestirsi: secondo lo studioso
colui che avesse appellato la passante ancillari veste vestita, facilmente
distinguibile dalla matrona, avrebbe peccato di meno non perch fosse concessa
maggior licenza con le schiave, ma perch, in tal caso, liniuria recata ad una familia,
nella persona di una schiava, aveva un peso minore rispetto alliniuria fatta a danno
di un capofamiglia o di un altro componente libero.
Il Guarino ritiene che in tal caso avrebbe operato un altro editto speciale de
iniuriis: il dominus offeso avrebbe chiamato in causa il pappagallo di strada con
lactio iniuriarum derivante dalleditto de iniuriis quae servis fiunt50. Tale actio era
concessa, nei casi di iniuria servi non grave, solo previa causae cognitio del pretore:
48

Sottolineano queste conclusioni di RABER: L. DE SARLO, Recensione a F. Raber, Grundlagen


klassischer Injurienanspruche, in Studia et documenta historiae et iuris, XXXVI (1970) 486-491,
486; M. MARRONE, Recensione a F. Raber, Grundlagen klassischer Injurienanspruche, in IURA,
XXII (1971) 154-161, 156.
49
GUARINO, Le matrone e pappagalli, in Inezie di giureconsulti cit., 165- 188.
50
LENEL, EP cit., 194.

17

il minus peccat, di cui si parla nel passo, sarebbe, dunque, un elemento che il
magistrato avrebbe preso in considerazione in quella sede.
Alla luce di tutto questo anche in difesa di una donna non matronali habitu
vestita - presumibilmente, secondo il Guarino, la donna popolana, non vestita da
matrona, n da schiava o da meretrice - si sarebbe potuta esercitare, seppure per una
condanna pi limitata, lactio iniuriarum derivante dalleditto de adtemptata
pudicitia, risolvendo cos la tanto discussa questione sul termine igitur del
frammento.
Secondo lopinione dellA. linterpolazione concernerebbe lipotesi della
meretrice; dato che meretrice colei che eccita impudicamente i passanti e si veste in
modo da attirare clienti per il suo lavoro, chi le rivolge attenzioni e richiami non la
offende, ma sta semplicemente al suo gioco. E impensabile, a suo avviso, che le
matrone, per quanto audaci e provocanti volessero apparire, andassero vestite come
prostitute: perci egli sostiene che Ulpiano non potrebbe aver scritto: multo minus si
meretricia veste feminae non matrum familiarum vestitae fuissent.
In realt, come apprendiamo dalla ricostruzione del senatoconsulto de
matronarum lenocinio coercendo, non solo poteva accadere che le matrone
indossassero abiti di una meretrice, ma le pi impudiche potevano spingersi ben
oltre51.

51

S(enatus) c(onsultum) [...|...] in Palatio, in porticu quae est ad Apollinis. Scr(ibundo) adf(uerunt)
C(aius) Ateius L(ucii) f(ilius) Ani(ensi tribu) Capito, Sex(tus) Pom[eius Sex(ti) f(ilius)? ...|...]
Octavius C(aii) f(ilius) Ste(llatina tribu) Fronto, M(arcus) Asinius Curti f(ilius) Arn(ensi tribu)
Mamilianus, C(aius) Gaius C(aii) f(ilius) Pob(lilia tribu) Macer q(uaestor), Aulus)
Did[ius...q(uaestor)? | Quod M(arcus) Silan]us, L(ucius) Norbanus Balbo con()s(ules) v(erba)
f(ecerunt) commentarium ipsos composuisse sic uti negotium iis [datum de rebus ad libidinem |

18

Il contenuto normativo di questo senatoconsulto, emanato al tempo di


Tiberio, ci stato restituito da una tavola di bronzo rinvenuta a Larino 52, ma esso
ricordato anche nelle testimonianze di Tacito53, Svetonio54 e Papiniano55: il decreto
senatorio, emanato nel 19 d.C., si proponeva lobiettivo di reprimere alcune frodi alla
normativa moralizzatrice di et augustea.
femina]rum pertinentibus aut ad eos qui contra dignitatem ordinis sui in scaenam ludumu[e
prodirent operasve suas loca|rent u(ti) s(ancitur) s(enatus) c(onsultis) quae d(e) e(a) r(e) facta
essent superioribus annis adhibita fraude qua maiestatem senat[us minuerent q(uid) d(e) e(a) r(e)
f(ieri) p(laceret), d(e) e(a) r(e) i(ta) c(ensuere) | pla]cere ne quis senatoris filium filiam nepotem
neptem pronepotem proneptem neve que[m cuius parti aut avo |v]el paterno vel materno aut fratri
neve quam cuius viro aut patri aut avo paterno v[el materno aut fratri ius] | fuisset unquam
spectandi in equestribus locis in scaenam produceret auctoramentove ro[garet ut cum bestiis
depugna] | ret aut ut pinnas gladiatorum raperet aut ut rudem tolleret aliove quod eius rei simile
min[istraret; neve, si quis se] | praeberet, conduceret; neve quis eorum se locaret, idque ea de
causa diligentius caveri dum[ne d(olo) m(alo) perseverent qui] | eludendae auctoritatis eius ordinis
gratia quibus sedendi in equestribus locis ius erat aut p[ublicam ignominiam] | ut acciperent aut ut
famoso iudicio condemnaretur dederant operam et postea quam ei des[civerant sua sponte ex |
equ]estribus, auctoraverant se aut in scaenam prodierant; neve quis eorum de quibus [s(upra)
s(criptum) e(st) si id contra dignitatem ordi|nis su]i faceret libitinam haberet, praeterquam si quis
iam prodesset (sic) in scaenam operave [suas ad harenam locasset si|ve na]tus natave esset ex
histrione aut gladiatore aut lanista aut lenone. | [Utique s(enatus)] c(onsulto) quod M(anio)
Lepido, T(ito) Statilio Tauro co(n)s(ulibus) referentibus factum esset scriptum compen[.....: ne cui
ingenuae quae | minor qua] m an(norum) XX neve cui ingenuo qui minor quam an(norum) XXV
esse auctorare se operaesve suas ad harenam scaenamve spurcos|ve quaestu]s locare permitteretur,
nisi qui eorum a divo Augusto aut ab Ti(berio) Caesare Aug(usto) in ludum scaenam spurcosve |
quaestus co]niectus esset; <qui eorum> is qui ita coniecisset auctorare se operasve suas [locare, si
eum divus Augustus aut Ti(berius) | Caesar Aug(ustus) ad l[arem redducendum esse statuissent, id
servari placere praeterquam [.....]. M. MALAVOLTA, A proposito del nuovo S.C. da Larino, in Sesta
Miscellanea Greca e Romana, Studi pubblicati dallIstituto Italiano per la Storia Antica 27 (1978),
347-382; V. GIUFFR, Un Senato senatoconsulto ritrovato: il S.C. de matronarum lenocinio
coercendo, in Atti dellaccademia di scienze Morali e politiche della Societ nazionale di Scienze,
Lettere ed Arti di Napoli 91 (1980) 7-40; B. BIONDO, Tagliacarte, in LABEO, XXVI (1980)
277-278; B. LEVICK, Il senatus consultum di Larinum, in Journal of Roman Studies, LXXIII
(1983) 97-115; V. GIUFFR, Altre notazioni esegetiche sul senatoconsulto c.d. di Larino, in Studia
et documenta historiae et iuris, LXI (1995) 795-801. Contro lipotesi della rubrica de lenocinio
matronarum coercendo si veda: M.A. LEVI, Un senatoconsulto del 19 d.C., in Studi in onore di
Arnaldo Biscardi I (1982) 69-74. Per una diversa ricostruzione del senatoconsulto della tavola di
Larino vedi: T.A.J. MC GINN, Il senatus consultum di Larinum e la repressione delladulterio a
Roma, in Zeitschrift fr Papyrologie und Epigraphik, XCIII (1992) 273-295. Vd. anche C. RICCI,
Gladiatori e attori nella Roma giulio-claudia, Milano 2006.
52
N. STELLUTI, Il Senatus Consultum di Larino La storia infinita, in V Settimana Beni culturali,
Tutela, Matrice 1989, 14.
53
Tac., Ann. 2.85.1-3.
54
Svet., Tib. 35.2.
55
D. 48.5.11 (10) 2 (Pap. 2 de adult.).

19

La lex Iulia de adulteriis coercendis elencava una serie di persone di cattiva


reputazione nei cui confronti non si commetteva stupro, in quas stuprum non
committitur, ed in primo luogo le donne che praticavano il meretricio 56. Tale
esenzione fu utilizzata come espediente da quelle donne che volessero intrattenere
relazioni extramatrimoniali senza subire le pene previste dalla legge: bastava, infatti,
che esse manifestassero pubblicamente lintenzione di darsi al meretricio. Mediante
questespressa dichiarazione compiuta innanzi agli edili curuli57, esse si liberavano
dai vincoli imposti loro dal matrimonio e dallappartenenza al loro ceto.
Il senatoconsulto di Larino si collocava nel quadro di disposizioni
normative volte a limitare questa fraus legis e a frenare la rilassatezza dei costumi
femminili. Si ricorda, a tal riguardo, il proposito di Tiberio di correggere, restaurando
lausterit di un tempo, gli aspetti che in publicis moribus desidia aut mala
consuetudine labarent58 .
Ritornando a D. 47.10.15.15, vi sono alcuni Autori, viceversa, che ne
sostengono la genuinit: tra i pi recenti59, il Wittmann, il Santa Cruz, il DOrs e la De
la Puerta Montoya. Essi ricostruiscono il nostro testo guardando alla differente
operativit delleditto de adtemptata pudicitia rispetto a quello generale de iniuriis, e

56

Per una discussione sulla categoria di persone in quas stuprum non committitur si veda: C. FAYER,
La familia romana. Aspetti giuridici ed antiquari, Roma 1994, 130-135; G. RIZZELLI, Lex Iulia de
adulteriis, Studi sulla disciplina di adulterium, lenocinium, stuprum, in Bullettino dell'Istituto di
Diritto romano, XXIX (1987), 196-197; 235-237; R. ASTOLFI, Lex Iulia et Papia, Padova 1996,
49-57.
57
E il testo di Tacito che riporta questa notizia, la quale concorda con il fatto che gli edili curuli
esercitavano il controllo sui lupanaria.
58
Svet., Tib. 35.2.
59
La genuinit del passo sostenuta, tra gli studiosi pi risalenti, da: A. D. WEBER, ber Injurien
und Schmhschriften I, Schwerin-Wisma 1797, 86 1797) 86 ss.; A. PERNICE, Labeo II, Halle 1895,
31.

20

sostengono che il disturbatore di una passante vestita da schiava o da meretrice non


sarebbe stato responsabile in forza del primo editto: tuttavia se la passante si fosse
rivelata una matrona, costui sarebbe stato tenuto in base al generale edictum. In
particolare, il Wittmann60 distingue tra responsabilit in forza delleditto de
adtemptata pudicitia e responsabilit in forza delleditto generale de iniuriis,
sostenendo che il disturbatore di una passante vestita da schiava o da meretrice non
era tenuto in base al primo editto, ma se poi la passante si fosse rivelata realmente
una matrona, sarebbe stato considerato responsabile sulla base del generale edictum.
Lo studioso interpreta minus e multo minus peccare videtur come negazioni
di un peccatum ai sensi delleditto de adtemptata pudicitia, espresse da Ulpiano in
comparativer Sprachweise, neganti, cio, lesistenza delle circostanze comprese nel
nostro editto.
Secondo il Wittmann il vestito era un elemento importante, un presupposto
oggettivo per lapplicazione delleditto de adtemptata pudicitia: in conseguenza egli
ritiene che, sebbene leditto non stabilisse che la matrona dovesse vestire un certo
abito, per Ulpiano il concetto di habitus matronalis fosse inerente alla materfamilias.
In questo modo non solo ligitur troverebbe una sua ragione logica, ma apparirebbe
necessario, perch leditto de adtemptata pudicitia non avrebbe avuto luogo in quel
caso.
Anche Jose Santa Cruz e Alvaro DOrs61 ritengono che, per commettere il
delitto di attentato alla pudicizia tramite appellatio, labito fosse elemento obiettivo
60

Die Entwicklungslinien der klassischen Injurienklage, cit., 258-302.


SANTA CRUZ TEIJEIRO - DORS, A proposito de los edictos especiales de iniuriis, cit., 653-659;
SANTA CRUZ TEIJEIRO, La iniuria en derecho romano, cit., 525-538.
61

21

della onorabilit della persona che lo indossava. Nel caso in cui, invece, la matrona
non indossasse labito da donna onesta, veniva garantita una forma minore di tutela in
forza dellazione concessa per il delitto di iniuria generale, e non di iniuria speciale,
quale era lattentato alla pudicitia (ritenuto pi grave).
Secondo questi studiosi le proposte indecenti rivolte a una meretrice non
avrebbero costituito appellatio, ma venivano accettate pi o meno volentieri al pari
degli altri inconvenienti di questo triste lavoro. Non ponevano in essere, pertanto,
alcun attentato alla alterius pudicitia.
Questi studiosi si rifanno, in particolare, ad un passo del Codex di
Giustiniano in cui si parla, appunto, delle meretrici e della foedissima earum nequitia
di coloro che pudorem suum alienis libidinibus prosternunt62. La meretrice fa
guadagno del suo corpo, palam quaestum facere, non solo nei lupanari o nelle
taverne, ma anche in ogni altro posto in cui pudori suo non parcit.
Non si pu quindi parlare di appellare in riferimento a una meretrice poich
essa , in principio, priva di pudicizia. Tuttavia colei che indossi labito proprio di
una meretrice non concede, per ci stesso, piena libert, a chiunque la veda, di
rivolgerle una appellatio. Infatti, se non realmente una prostituta, ella tutelata
dallactio iniuriarum, sebbene, in casi come questi, il giudice, nellaestimatio,
dovesse attenuare la pena.
Secondo questi studiosi per il discorso sulla schiava, rileva il

62

C. 9.9.20 (Impp. Diocletianus et Maximianus AA. Didymo): Foedissimam earum nequitiam, quae
pudorem suum alienis libidinibus prosternunt, non etiam earum, quae per vim stupro comprehensae
sunt, inreprehensam voluntatem leges ulciscuntur, quando etiam inviolatae existimationis esse nec
nuptiis earum aliis interdici merito placuit.

22

riconoscimento di una certa sua dignit, che consente lesercizio dellactio iniuriarum
nel caso di attentato alla sua pudicitia, in riferimento a D. 47.10.9.4 (Ulp. 57 ad ed.)63.
Il Santa Cruz e il DOrs credono che solamente ipotizzando unactio
iniuriarum speciale, derivante dalleditto de adtemptata pudicitia e distinta da
unactio iniuriarum generale derivante dalleditto generale (de iniuriis aestumandis),
si risolva la contraddizione che emerge dal passo ulpianeo, nel quale si contemplano
le ipotesi di una donna non vestita da donna onesta. Costei, non potendo essere
tutelata in forza dellazione di ingiuria per attentato alla pudicizia, che presuppone
necessariamente una dignit di matrona esteriorizzata attraverso un abito adeguato al
proprio rango, pu tuttavia giovarsi dellazione generale, che comportava, per
loffensore, una condanna inferiore a quella che sarebbe stata comminata per lipotesi
pi grave.
Dora De la Puerta Montoya, infine, che ha dedicato al nostro editto
uninteressante monografia64, riprende sostanzialmente la tesi di Santa Cruz e di
DOrs e sostiene che lintenzione di Ulpiano in D. 47.10.15.15 era quella di supplire
ad una lacuna delleditto de adtemptata pudicitia, ricorrendo in via sussidiaria
allazione generale di ingiurie per una serie di casi nei quali non era possibile
lapplicazione del nostro editto, rivolto a soggetti determinati, caratterizzati
oggettivamente dal modo di vestire.
Questa conclusione sarebbe confermata dal fatto che, come si precisa in D.

63

D. 47.10.9.4 (Ulp. 57 ad ed.): Si quis tam feminam quam masculum, sive ingenuos sive libertinos,
impudicos facere adtemptavit, iniuriarum tenebitur. sed et si servi pudicitia adtemptata sit,
iniuriarum locum habet.
64
DE LA PUERTA MONTOYA, Estudio sobre el Edictum de adtemptata pudicitia, cit., 77-111.

23

47.10.15.2165, chi usa un linguaggio turpe non offende la pudicitia, ma tenuto con
lactio iniuriarum: secondo la studiosa evidente la relazione tra lazione speciale de
adtemptata pudicitia e lactio iniuriarum generale; ella sostiene che Ulpiano opta per
una interpretazione restrittiva delleditto, sulla base della quale se i soggetti protetti,
matronae e praetextati, non avessero indossato lhabitus matronali e la toga
praetexta, non avrebbe avuto luogo lazione speciale, ma quella generale.
Cercando di cogliere i dati pi rilevanti della discussione sul passo,
emergono due punti chiave: il primo riguarda lincidenza dellabito matronale nella
configurazione del delitto di attentata pudicizia; il secondo, invece, il rapporto tra
editto generale ed editti speciali.
In forza di unenorme quantit di fonti66, appare indubitabile che labito fosse
considerato nella societ e nella cultura romana un segno distintivo di una certa
identit sociale, un simbolo evidente di appartenenza a un ceto piuttosto che ad un
altro67.
Per le donne tutto ci era ancora pi vero: molto forte appariva la
corrispondenza tra identit formale, data dallabito, e identit sostanziale: esistevano,
infatti, una serie di usi e costumi che imponevano o vietavano, a seconda del tipo di
donna, luso di certi indumenti fortemente caratterizzanti.
65

Qui turpibus verbis utitur, non tentat pudicitia, sed iniuriarum tenetur.
Hor., Sat. 1.2.29; 1.2.93-94; 1.2.99; 1.2.101-103; Mart. Epig., 1.35.8; 6.66; 3.93; Ter., Eun.,
2.3.22; Apul., Met., 8.9; Tib., El., 1.6.68, solo per citarne alcune. Di Ovidio, i cui passi dellArs
amatoria si vedranno pi avanti, si veda anche: Am., 3.1.51; Ep. ex Pont., 3.3.52.
67
Riferiscono dellidentit sociale rappresentata dallhabitus: R. ASTOLFI, Abiti maschili e
femminili, in LABEO, XVII (1971), 33-39; J. MARQUARDT, Das privatleben der Romer,
Darmstad 1980, 572-606; J. ANDERSON BLACK, M. GARLAND, Storia della moda, Novara 1988, 6069; KIEFER, La vita sessuale nellantica Roma, cit., 150-158; A. ROUSSELLE, La politica dei corpi,
in Storia delle donne in occidente, cit., 341; R. PISTOLESE, La moda nella storia del costume,
Bologna 1991, 61-69.
66

24

Le fonti descrivono i differenti abbigliamenti di matrone, schiave o prostitute 68,


secondo la tripartizione che emerge dal nostro editto: la tunica era il vestito base di
uomini e donne. Quella femminile, tuttavia, era pi ampia e pi larga: in tempi pi
antichi essa non aveva maniche, ma successivamente si afferm luso delle maniche
fino al gomito e, in seguito, fino alle mani. In alcune occasioni si indossavano due
tuniche, sovrapposte.
La stola era lindumento tipico delle matrone: di maggiore ampiezza e
lunghezza rispetto alla tunica, essa arrivava fino a terra formando pieghe, e si
bloccava sul fianco con una cintura. Quando uscivano, sulla stola le matrone
ponevano il pallium, una mantellina quadrata che copriva il capo e le spalle69.
In linea di massima possiamo dire che quando le matrone si mostravano in
pubblico, cosa abbastanza rara, esse erano totalmente coperte: anche il loro viso,
infatti, era nascosto dalla stessa stola o dal velo che scendeva dal capo.
Labito della donna rispettabile tendeva, quindi, come anche gli scrittori satirici
mettono in evidenza, ad avere una funzione protettiva e ad evitare di attirare

68

D. 34.2.23.2. (Ulp. 44 ad Sab.): Vestimenta omnia aut virilia sunt, aut puerilia, aut muliebria, aut
communia, aut familiarica. Virilia sunt, quae ipsius patrisfamiliae causa parata sunt, veluti togae,
tunicae, palliola, vestimenta, stragula, amphitapa, et saga, reliquaque similia. Puerilia sunt, quae
ad nullum alium usum pertinent, nisi puerilem, veluti togae praetextae, aliculae, chlamydes, pallia,
quae filiis nostris comparamus. Muliebria sunt, quae matrisfamiliae causa sunt comparata, quibus
vir non facile uti potest sine vituperatione, veluti stolae, pallia, tunicae, capitia, zonae, mitrae, quae
magis capitis tegendi, quam ornandi causa sunt comparata, plagulae, penulae. Communia sunt,
quibus promiscue utitur mulier cum viro, veluti si eiusmodi penula palliumve est, et reliqua
huiusmodi, quibus sine reprehensione vel vir, vel uxor utatur. Familiarica sunt, quae ad familiam
vestiendam parata sunt, sicuti saga, tunicae, penulae, lintea, vestimenta stragula, et consimilia.
Inoltre si veda Festo, p. 122 L., s.v. materfamiliae, appelabant eas fere, quibus stolas habendi ius
erat.
69
Ov., Am. 3.13.26: et tegit auratos palla superba pedes; Tib. 3.4.35-36, Iam videbatur talis
inludere palla: namque haec in nitido corpore vestis erat.

25

lattenzione altrui: era, evidentemente, un segno di onore e di riserbo sessuale70.


Orazio ironizza sullansia di colui che avesse ricercato le donne per bene, il
quale non solo sarebbe incorso nelle leggi di Augusto contro ladulterio, ma anche nel
possibile inganno sulla mercanzia che si nascondeva sotto il manto e le lunghe vesti
di una donna coperta da capo a piedi; al contrario, le cortigiane non lasciavano spazio
al dubbio, poich mettevano in bella mostra le loro fattezze71.
Le schiave indossavano vestiti quali sai, tuniche, soprabiti e pezze: sebbene
andassero in pubblico coperte al pari delle matrone, il loro abbigliamento, di solito,
era molto pi dimesso.
Alcune testimonianze letterarie, inoltre, definiscono diverse categorie di donne
adoperando un termine che indicava un tipico indumento del loro abbigliamento: le
matrone erano chiamate stolatae72; per le prostitute, viceversa, almeno in certi casi si
impiegava il termine togatae73. Esse, infatti, indossavano - sopra una corta tunica, di

70

ROUSSELLE, La politica dei corpi, in Storia delle donne in occidente, cit., 340-341. La studiosa
mette in evidenza (ricordando che in et repubblicana gli uomini potessero divorziare dalla moglie
che fosse uscita a capo scoperto, in base a Plaut., Merc., 817 ss. e Val. Max., Dicta e fact., 6.3.1012) la funzione di avvertimento adempiuta dal velo o dal mantello che copriva le matrone. Questo,
infatti, le identificava come donne rispettabili alle quali non bisognava avvicinarsi: per tale ragione,
secondo la studiosa, gli uomini avrebbero potuto, prestando attenzione allabito che proteggeva le
matrone, evitare di esporsi alle pene previste per ladulterio e alle sanzioni previste dal nostro
editto. Confermano la sostanziale funzione protettiva dellabbigliamento matronale: E. FANTHAM, F.
P. HOLEY, Women in the Classical World, New York- Oxford, 1994, 122. Vedi ancora sul punto Ov.,
Epist. ex Pont. 3.3.51: Scripsimus heac illis quarum nec vitta pudicos contingit crines nec stola
longa pedes; Mart., Epigr. 1.35.6-9: Quid si me iubeas thalassionem verbis dicere non thalassionis?
Quis Floralia vestiti et stolatum permittit meretricibus pudorem.
71
Hor., Sat. 1.2.80-81, 93, 131; 2.7.46-71. Si veda, inoltre: KIEFER, La vita sessuale nellantica
Roma, cit., 154; A. LA PENNA, Saggi e studi su Orazio, Firenze 1993, 65; 243.
72
CIL, X, N.5918; Petr., Satyr., 44.23. Sul punto anche: L. CICU, Donne petroniane: personaggi
femminili e tecniche di racconto nel Satyricon di Petronio, Sassari 1992, 163-175; Id., Cynthia
Properti, Sassari 2003, 21-35.
73
In proposito si veda: T.A.J. MCGINN, Prostitution, Sexuality, and the Law in Ancient Rome, New
York- Oxford 1998, 165-171. In generale: Iuv. Sat. 4.121-125: Belua sic pugnas Cilicis laudabat et

26

un colore caratteristico, il galbinus, di seta o tessuto trasparente - un indumento


tipicamente maschile, la toga, solitamente di colore scuro. Portavano, inoltre, un
manto di lino, detto amiculum74, imposto, in sguito, anche alle donne colpevoli di
adulterio.
In poesia, in modo metonimico, un indumento diviene talvolta il simbolo di
una determinata categoria di donne: in alcuni passi la matrona definita instita75,
dallornamento della stola, un volante o una frangia color porpora applicati sul suo
orlo inferiore76.

ictus et pegma et pueros inde ad velaria raptos. Non cedit Veiiento, sed ut fanaticus oestro
percussus, Bellona, tuo divinat et ingens omen habes inquit magni clarique triumphi; Hor., Sat.
1.2.62-63: Quid inter est in matrona, ancilla, peccesne togata?; Tib. 4.10.3-4: Sed tibi cuta togae
potior pressumque quasillo, Scortum quam Servi filia Suplicia; Iuv., Sat. 2.69-76: damnetur, si vis,
etiam Carfinia: talem non sumet damnata togam. Sed Iulius ardet, aestuo. Nudus agas: minus et
insania turpis. En habitum quo te leges ac iura ferentem vulneribus crudis populus modo victor et
illud quid non proclames, in corpore iudicis ista si videas? Quaero an deceant multicia testem; Ov.,
Fast. 4.134-135: Rite deam colitis, Latiae matresque nurusque et vos, quis vittae longaque vestis
abest; Sen. Phil., Nat. Quaest. 7.31: Quando ergo ista in notitiam nostram perducentur? Tarde
magna proveniunt, utique si labor cessat. Id quod unum toto agimus animo, nondum perfecimus, ut
pessimi essemus: adhuc in processu vitia sunt; invenit luxuria aliquid novi, in quod insaniat,
invertit impudicitia novam contumeliam sibi, invertit deliciarum dissolutio et tabes aliquid adhuc
tenerius molliusque, quo pereat. Nondum satis robur omne proiecimus: adhuc quicquid est boni
moris extinguimus. Levitate et politura corporum muliebres munditias antecessimus, colores
meretricios matronis quidem non induendos viri sumimus, tenero et molli ingressu suspendimus
gradum (non ambulamus sed incedimus, exornamus anulis digitos, in omni articulo gemma
disponitur, cotidie comminiscimur per quae virilitati fiat iniuria, ut traducatur, quia non potest exui:
alius genitalia excidit, alius in obscenam ludi partem fugit et locatus ad mortem infame armaturae
genus, in quo morbum suum exerceat, legit; Mart., Epigr. 1.96.4-9: Amator ille tristium lacernarum
et baeticatus atque leucophaeatus, qui coccinatos non putata viros esse amethystinasque mulierum
vocat vestes, nativa laudet, habeat et licet semper fuscos colores, galbinos habet mores; Hor., Sat.
1.2.101-103: Cois tibi paene videre est, ut nudam, ne crure malo, ne sit pede turpi; metiri posses
oculos latus; Mart., Epigr. 1.35.8-9: quis Floralia vestit et stolatum permittit meretricibus
pudorem?; Tib. 1.6.67-68: Quicquid agit, sanguis est tamen illa tuos. Sit modo casta, doce, quamvis
non vitta ligatos impediat crines nec stola longa pedes.
74
Isid., Etymol. 19.25.5: Amiculum est meretricum pallium lineum. Hunc apud veteres matronae in
adulterio deprehensae induebantur, ut in tali amiculo potius quam in stola polluerunt pudicitiam.
75
Vedi anche Ov. Trist., 2.248: quaeque tegis medios instita longa pedes!; Hor., Sat., 1.2.28-29: Nil
medium est. Sunt qui nolint tetigisse nisi illas, quarum subsuta talos tegat instita veste.
76
Ov. Ars Am. I, 31-34: Este procul, vittae tenues, insigne pudoris, / quaeque tegis medios instita
longa pedes: / non Venerem tutam concessaque furta canemus / inque meo nullum carmine crimen

27

Ci che si pu dire, allo stato attuale delle fonti, che lidea che la prima
manifestazione esterna della pudicitia fosse labbigliamento era radicata nel contesto
sociale in cui leditto operava, tuttavia non si pu affermare che leditto facesse
espressa menzione dellabito matronale: probabilmente nellapprestare tutela alla
pudicizia delle donne onorate, appartenenti alle classi sociali elevate, il concetto di
un abbigliamento consono al proprio rango era ritenuto implicito.
Il fatto che leditto assuma dal contesto sociale lidentificazione tra abito e
appartenenza ad una classe sociale confermato dal riferimento agli altri soggetti da
esso tutelati: oltre alle matrone, i praetextati e le praetextatae.
Il praetextatus era colui che indossava la toga praetexta: praetexta appunto
perch orlata di rosso77. Pare che questo capo di vestiario fosse stato adottato dai
Romani a imitazione di usanze etrusche78. La toga praetexta era usata dai magistrati
curuli, dai senatori, dai sacerdoti e dai giovani e dalle giovani appartenenti alle
famiglie aristocratiche. I giovani dei ceti inferiori indossavano la semplice toga non
orlata di rosso. Nel contesto del nostro editto i praetextati sono, appunto, i giovani
appartenenti ad un determinato rango sociale, i quali indossavano la toga praetexta
fino al momento dellet adulta79. Le giovani la abbandonavano nel momento in cui
contraevano matrimonio: i giovani quando indossavano la toga virile, ossia al

erit. In questi versi si parla espressamente di precisi elementi dellabbigliamento, definiti dal poeta
simboli della pudicizia: le bende che circondavano la fronte (vittae) e la balza (instita) che scendeva
fino ai piedi, rifinendo la stola.
77
R. HUNZIKER, s.v. Toga, in Dictionnaire des Antiquits Grecques et Romaines 5 (1875-1912),
352, A. BERGER, s.v. toga, in Encyclopedic Dictionary of Roman Law, Philadelphia 1953, 738;
MARQUARDT, Das Privatleben der Rmer, cit., 124.
78
Liv., 1.8.3; Plin., Nat. hist. 9.39.63; Macr., Saturn. 1.6.
79
Liv., 34.7.2.

28

compimento dei 17 anni durante la Repubblica e dei 14 anni in et imperiale80.


Il riferimento ai praetextati non si legge in Ulpiano: tuttavia quando egli
riassume la formula dicendo si quis eorum quem appellavisset adsectatusve est,
lascia intendere che si possa riferirlo anche a persone di sesso maschile, cosa
estremamente probabile considerando la diffusione, a Roma, della bisessualit81. Il
riferimento esplicito a persone di sesso maschile per riscontrabile in altre fonti,

80

Macr., Saturn. 1.6: Libertinis vero nullo iure uti praetextis licebat ac multo minus peregrinis,
quibus nulla esset cum Romanis necessitudo. Sed postea libertinorum quoque filiis praetexta
concessa est ex causa tali, quam M. Laelius augur refert; qui bello punico secundo duumviros dicit
ex senatus consulto propter multa prodigia libros Sibyllinos adisse et inspectis his nuntiasse in
Capitolio supplicandum lectisterniumque ex collata stipe faciendum, ita ut libertinae quoque, quae
longa veste uterentur, in eam rem pecuniam subministrarent. Acta igitur obsecratio est pueris
ingenuis itemque libertinis, sed et virginibus patrimis matrimisque pronuntiantibus carmen: ex quo
concessum ut libertinorum quoque filii, qui ex iusta dumtaxat matre familias nati fuissent, togam
praetextam et lorum in collo pro bullae decore gestarent; Liv., 22.57.9: Dilectu edicto iuniores ab
annis septedecim et quosdam praetextatos scribunt; Tac., Ann. 12.41: Ti. Claudio quintum Servio
Cornelio Orfito consulibus virilis toga Neroni maturata quo capessendae rei publicae habilis
videretur; Britannicus in praetexta, Nero triumphali veste travecti sunt: spectare populus hunc
decore imperatorio, illum puerili habitu; 13.15: Turbatus his Nero et propinquo die quo quartum
decimum aetatis annum Britannicus explebat. Vedi anche: J. GUILLEN CABANERO, Vida y
costumbres de los romanos I. Vida provada, Salamanca 1988, 275.
81
In tal senso Iuv., 10.306-309: tanta in muneribus fiducia. Nullus ephebum deformem saeva
castravit in arce tyrannus, nec praetextatum rapuit Nero loripedem nec strumosum atque utero
pariter gibboque tumentem; Sen. Phil., Contr. 4.10: hoc exempto nemo erat scholasticis nec aptior
nec similior, sed, dum nihil vult nisi culte, nisi splendide dicere, saepe incidebat in ea, quae derisum
effugere non possent. Memini illum, cum libertinum reum defenderet, cui obiciebatur, quod patroni
concubinus fuisset, dixisse: 'impudicitia in ingenuo crimen est, in servo necessitas, in liberto
officium.' Res in iocos abiit: 'non facis mihi officium' et 'multum ille huic in officiis versatur'. Ex eo
impudici et obsceni aliquamdiu officiosi vocitati sunt. E, tuttavia, necessario precisare che la
concezione e la visione dei rapporti omosessuali cambia a seconda del periodo storico a cui ci si
riferisce, in particolare, nel periodo repubblicano antecedente alla conquista della Grecia i rapporti
omosessuali erano visti con ostilit ed osteggiati, mentre, solo dopo la conquista della Grecia, anche
i Romani iniziarono a praticare lomosessualit solamente con gli schiavi e i liberti. In ogni caso,
era deprecabile che un cittadino romano assumesse un ruolo passivo in un rapporto omosessuale,
poich sarebbe stato in conflitto con lideologia del dominio e della virilit caratterizzante la societ
romana. Si vedano: M. FOUCAULT, L'uso dei piaceri. Storia della sessualit, vol. 2), Milano 1984;
D. DALLA, Ubi venus mutatur. Omosessualit e diritto nel mondo romano, Milano 1987; C.
WILLIAMS: Roman Homosexuality, Ideologies of Masculinity in Classical Antiquity, Oxford 1999;
T.K. HUBBARD: Homosexuality in Greece and Rome, a Sourcebook of Basic Documents. Los
Angeles, London 2003; CANTARELLA, Secondo natura. La bisessualit nel mondo antico, Milano
1995.

29

utili per la ricostruzione dell'editto: Gaio 3.22082 parla espressamente di mater


familias aut praetextatus; in I. 4.4.183 pi dettagliatamente si adopera lespressione
mater familias aut praetextatus aut praetextata; Coll. 2.5.484 si riferisce, invece, a
matronae vel praetextatae.
Dal momento che leditto accoglieva solo implicitamente lidentificazione tra
habitus e soggetto protetto, lipotesi pi probabile, in relazione al nostro passo85, che
il problema dellabito sia stato sollevato da Ulpiano86 sulla base di una casistica che
prendeva forma in una realt in cui le differenziazioni nel modo di vestire non erano
sempre cos nette, in cui la categoria delle matresfamilias risultava piuttosto ampia87 e
82

Gai. 3.220: Iniuria autem committitur non solum, cum quis pugno puta aut fuste percussus vel
etiam verberatus erit, sed etiam si cui convicium factum fuerit, sive quis bona alicuius quasi
debitoris sciens eum nihil sibi debere proscripserit sive quis ad infamiam alicuius libellum aut
carmen scripserit sive quis matrem familias aut praetextatum adsectatus fuerit et denique aliis
pluribus modis.
83
I. 4.4.1: Iniuria autem committitur non solum cum quis pugno puta aut fustibus caesus vel etiam
verberatus erit, sed etiam si cui convicium factum fuerit, sive cuius bona, quasi debitoris, possessa
fuerint ab eo qui intellegebat nihil eum sibi debere, vel si quis ad infamiam alicuius libellum aut
carmen scripserit, composuerit, ediderit, dolove malo fecerit quo quid eorum fieret; sive quis
matremfamilias aut praetextatum praetextatamve adsectatus fuerit, sive cuius pudicitia attentata
esse dicetur: et denique aliis pluribus modis admitti iniuriam manifestum est.
84
Coll. 2.5.4: Fit autem iniuria vel in corpore, dum caedimur, vel verbis, dum convicium patimur,
vel cum dignitas laeditur, ut cum matronae vel praetextatae comites abducuntur. Iniuriarum actio
aut legitima est aut honoraria.
85
D. 47.10.15.15 (Ulp. 57 ad ed.), supra, p. 12: Si quis virgines appellasset, si tamen ancillari veste
vestitas, minus peccare videtur, multo minus si meretricia veste feminae, non matrumfamiliarum
vestitae fuissent; si igitur non matronali habitu femina fuerit, et quis eam appellavit, vel ei comitem
abduxit, iniuriarum tenetur.
86
Dato che non si ha un riferimento esplicito alla formula derivante dal nostro editto e considerando
che allactio iniuriarum mancava lintentio, VON LBTOW, Zum rmischen Injurienrecht, cit., 154155, ha ricostruito la prima parte della formula nellipotesi del comitem abducere, applicabile anche
alle altre due fattispecie, in questo modo: Titius iudex esto, quod Ns. Ns. Aae. Aae. comitem abduxit,
qua de re agitur, quantum pecunia iudici bonum aequum videbitur ob eam rem Nm. Nm. Ao. Ao.
condemnari, dumtaxat sestertium tot. Questa ricostruzione, pur lasciando qualche perplessit a
causa del richiamo al iudex invece che ai recuperatores, giustificato peraltro dallo studioso sulla
base dellesitenza di un significato generico di iudex comprensivo anche della figura del collegio
dei recuperatores, pone in evidenza - sia pure in via ipotetica - il fatto che la demonstratio era qui
limitata alla descrizione dei verba edicti, rafforzando lidea che nel testo edittale non vi fossero i
riferimenti allabbigliamento, ma che queste riflessioni appertenessero ad Ulpiano.
87
Come si vede in D. 50.16.46.1 (Ulp. 59 ad ed.: Matremfamilias accipere debemus eam, quae non

30

non necessariamente collegata allelemento formale dellabito, e che poneva una


questione eminentemente giuridica, quella dellanimus iniuriandi, quale elemento
soggettivo necessario per la punizione di ogni tipo di iniuria.
Nellipotesi, diciamo pura, di una materfamilias in abito matronale, o di una

inhoneste vixit; matrem enim familias a ceteris feminis mores discernunt, atque separant; proinde
nihil intererit, nupta sit, an vidua, ingenua sit, an libertina; nam neque nuptiae, neque natales
faciunt matremfamilias, sed boni mores) e in altri testi non giuridici (Naev. Danae Fragm. 6; Sen.
Rhet., Contr. 2.7.3), la categoria comprendeva non solo le donne non sottomesse alla patria
potestas, ma anche le figlie di famiglia unite in matrimonio. Quello che rileva , in effetti, il
significato consuetudinario del vivere onestamente come caratteristica della donna modello. A
proposito dellampiezza della nozione di materfamilias si veda. R. FIORI, Materfamilias, in
Bullettino dell'Istituto di Diritto romano, XCVI-XCVII (1993-1994), 455-498, il quale individua
diverse accezioni del termine: donna in manu, donna sui iuris, donna che vive non inhoneste, ossia
secondo i boni mores, uxor. Questi diversi significati secondo la dottrina pi risalente sono
spiegabili nel senso di una evoluzione storica del concetto. W. KUNKEL, s.v. Mater familias, in
Realencyclopdie der Classischen Altertumswissenschaft, XIV/2 (1930), col. 2183-2184, vede il
passaggio dal primo al secondo significato in et classica, mentre il terzo e il quarto avrebbero
attraversato lintera storia di Roma, trovandosi tanto nelle commedie di Terenzio quanto negli editti
di Adriano. A. CARCATERRA, Mater familias, in Archivio giuridico Filippo Serafini CXXIII
(1940), 3-54, ritiene il concetto di donna sui iuris post classico, mentre fino al IV sec. avrebbe
conservato il senso di uxor in manu. W. WOLODKIEWICZ, Attorno al significato della nozione di
materfamilias, in Studi in onore di C. Sanfilippo III, Milano 1983, 734-756, parla di donna sui iuris
per il periodo classico, quando scompare la conventio in manu e e si afferma lidea della mater
familias come donna honesta, estesa a tutte le donne. Il significato che il termine ha nel nostro
editto coincide molto probabilmente con il significato pi ampio di vivere honeste, esteso a tutte le
donne, indicando pi un modo di essere che uno preciso status giuridico. Questo perch, come
sostiene FIORI, donna onesta ha nellaccezione latina un significato ben pi pregnante di quello che
diamo nella lingua italiana allaggettivo onesta: la donna onesta colei che ha honos e che deve
comportarsi in maniera conforme a questhonos. Lhonos di un soggetto definisce, in senso
assoluto, ci che la sua maiestas definisce in senso relativo, cio la sua posizione nella societ. Alla
materfamilias spettava una particolare maiestas rispetto alle altre donne, e ad essa corrisponde un
honos che la qualifica e la distingue nella societ, ma che richiede da parte della donna un
comportamento conforme alla sua condizione. Ella dovr essere honesta e, poich virt somma
della donna romana la pudicitia, la sua honestas sar commisurata al rispetto dei boni mores:
lhonestas per la donna quello che per luomo la gravitas, ossia il vivere in conformit della
propria maiestas. E tuttavia - anche se la donna incarna lideale della mulier romana, cos come il
pater del vir - poich la necessit del vivere secondo pudicitia non esclusiva della materfamilias,
ma di tutte le matronae, questa caratterizzazione, da un lato, rende meno netti i confini che la
separano dalle altre uxores, dallaltra ne disegna di diversi che separano la donna honesta dalla
inhonesta. In accordo con questa concezione di materfamilias in conformit con il ruolo sociale vi
sono S. DIXON, The Roman Mother, London, New York 1990, 71 e A. CASTRESANA HERRERO,
Catlogo de virtudes femeninas, Madrid 1993, 44. Al contrario, Y. THOMAS, La divisione dei sessi
nel diritto romano, in Storia delle donne in occidente, cit., 142-174, offre una nozione pi ristretta
del termine: questo indicherebbe la donna sposata, sottolineando che lo status di materfamilias di
una donna si realizzava solo per il fatto di essere unita ad un pater familias.

31

virgo adeguatamente vestita, loffensore che avesse attentato alla sua pudicitia
sarebbe incorso nel nostro editto senza alcun dubbio, dato che, in tal caso, la volont
di offendere, lanimus iniuriandi diretto al ferimento della pudicitia di una matrona,
con un comportamento contrario ai bon mores nei casi in cui ci era rilevante, era
evidentemente presente, poich loffensore gi a colpo docchio sapeva con chi
avesse a che fare.
Se la nostra matrona non fosse stata vestita in modo adeguato al suo status, ma
si fosse mostrata in pubblico meno coperta rispetto alle solite usanze, con un
abbigliamento pi vicino a quello di un schiava o di una meretrice, chiaramente
sarebbe stato pi difficile dimostrare lesistenza della volont di offendere una
matrona, poich labito poteva far pensare ad una donna di altro genere o rango.
In tal caso loffensore, in ragione di un abito non conforme alla dignit e al
decoro di una matrona, avrebbe potuto ignorare di aver rivolto le proprie attenzioni a
una donna per bene, e il fatto di non sapere di offendere una matrona, ma una donna
qualsiasi, limitava, comunque, lanimus iniuriandi necessario per lapplicazione del
nostro editto destinato alla protezione delle matrone.
Laddove, in ragione di un modo di abbigliarsi meno consono al rango di
matrona, loffensore non sapesse chi avesse innanzi, lintenzione offensiva era
limitata anche se punita, poich di fatto si traduceva, in ogni caso, in un obiettivo
ferimento della pudicitia di una donna. Tutto questo confermato da D. 47.10.9.4
(Ulp. 57 ad ed.):
Si quis tam feminam, quam masculum, sive ingenuos, sive libertinos, impudicos

32

facere adtemptavit, iniuriarum tenebitur. Sed et si servi pudicitia adtemptata sit,


iniuriarum locum habet.
In questo caso, cio si igitur non matronali habitu femina fuerit, Ulpiano
ritiene che avrebbe avuto luogo lactio iniuriarum, ossia lazione generale, che
avrebbe portato ad una pena inferiore, dal momento che si parla di minus e multo
minus peccare.
Questa soluzione apparirebbe coerente con la logica dello sviluppo del delitto
di iniuria e la dialettica tra editto generale ed editti speciali: considerando, infatti, che
il rimedio processuale del generale edictum e degli editti speciali era in ogni caso
lactio iniuriarum88, ligitur su cui si tanto discusso ha ragione di esistere. Ligitur
appare del tutto pertinente, qualora esclusivamente lappellatio (e le altre due
condotte che verranno analizzate pi avanti) di un soggetto vestito in modo consono
al suo rango, integrasse ladtemptata pudicitia in modo pieno. Al contrario, il
medesimo comportamento, rivolto ad una donna per bene non vestita da matrona, ma
da schiava o da prostituta, comportava una semplice ingiuria, in conseguenza
dellerrore indotto nelloffensore da un abbigliamento non consono al rango.
Lerrore, in questo caso, escludeva lanimus di offendere la pudicitia di una
matrona, ma non quello di attentare allonorabilit di una donna, integrando, in
conseguenza, come rileva Ulpiano, uniniuria meno grave (minus peccare videtur e
multo minus).
Di questo errore, e dunque del fatto di aver posto in essere uningiuria
88

Confermato questo da D. 47.10.9.4 (Ulp. 57 ad ed.).

33

semplice, si sarebbe tenuto conto in sede di aestimatio, alla quale davano luogo sia
lactio iniuriarum predisposta dal generale edictum, sia quella derivante dalleditto
analizzato.
Si deve, inoltre, tenere presente unaltra fonte, D. 47.10.3.2-4 (Ulp. 56 ad
ed.)89. Essa, per quanto relativa alliniuria in generale, svela i meccanismi di
funzionamento di quello che potremmo definire lerror in personam nel contesto in
esame, confermando la necessaria presenza dellanimus iniuriandi nel soggetto
attivo90.
Nel testo si esclude la responsabilit da iniuria per chi non sappia di compierla
e ignori a chi la stia arrecando: infatti si propone lesempio di chi per errore percuote
un uomo libero credendolo un proprio servo91. In questo caso, dice Ulpiano,
loffensore non tenuto in forza dellactio iniuriarum. Il dato che a noi interessa
che lerror in personam esclude la responsabilit da iniuria nella misura in cui

89

Itaque pati quis iniuriam, etiam si non sentiat, potest, facere nemo, nisi qui scit, se iniuriam
facere, etiamsi nesciat, cui faciat. Quare si quis per iocum, aut dum certam, iniuriarum non
tenetrur. Si quis homnine liberum caeci derit, dum putat servum suum, in ea causa est, ne
iniuriarum tenetur.
90
A. WACKE, Accidentes en deporte y juego segun el derecho romano y el vigente derecho aleman,
in Anuario de Historia del Derecho Espaol, LIX (1989) 569-570; F. RABER Grundlagen
Klassischer Injurienansprchen, Wien-Kln-Graz, 1969, 10-22; WITTMANN, Die Koerperverletzung
an freien im Klassischen Roemischen Recht, cit., 231; A. WACKE, Incidenti nello sport e nel gioco in
diritto romano e moderno, in INDEX, XIX (1991) 378; A. RODGER, Introducing iniuria, in The
Legal History Review, LIX (1991) 5-8; E. HOEBENREICH, Ueberlegungen verfolgung
unbeabsichtigter toetungen von Sulla bis Hadrian, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr
Rechtsgeschichte, CXX (1990) 274-278.
91
M .TALAMANCA, Estudios en homenaje al Profesor Juan Iglesias con motivo de sus bodas de oro
con la ensenanza, in Bullettino dell'Istituto di Diritto romano, XCI (1988) 807; MARRONE,
Recensione a F. Raber, Grundlagen klassischer Injurienanspruche, cit., 231; M. MORABITO, Les
esclaves privilegies atravers le Digeste temoins et acteurs dune societe en crise, in Index 13
(1985) 489-490; PLESCIA, The development of iniuria, cit., 272; RODGER, Introducing iniuria, cit.,
5-8; A. WACKE, Notwehr und Notstand bei der Aquilischen Haftung, in Zeitschrift der SavignyStiftung fr Rechtsgeschichte, CXIX (1989) 483-484.

34

elimina completamente lanimus iniuriandi. Lerror in personam, nel nostro caso,


pu certamente escludere lanimus di offendere una matrona, ma non quello di
attentare alla pudicitia di altri individui, come emerge da D. 47.10.9.4 (Ulp. 57 ad
ed.).
Per avere un quadro pi generale potremmo immaginare altri casi, procedendo
dalla lettura dei passi ulpianei e della testimonianza tertullianea. Questultima, per,
mentre descrive i modi di vestire delle donne, enfatizza, cos come in altri contesti
dellApologeticum, le depravazioni del mondo pagano92, amplificandole, in alcuni
casi, oltre il verosimile.
Sarebbe potuto accadere, forse, che una meretrice, magari facoltosa, si
abbigliasse come una matrona: ci si pu chiedere come si sarebbe comportato, in tal
caso, il pretore. E probabile che, in questa circostanza, per assenza di una pudicitia
meritevole di essere difesa, la prostituta non avrebbe ottenuto tutela n attraverso
leditto de adtemptata pudicitia, n attraverso il generale edictum.
Unipotesi ulteriore quella dellattentato alla pudicitia di una schiava, di cui
parla Ulpiano (57 ad ed.):
D. 47.10.9.4: Si quis tam feminam quam masculum, sive ingenuos sive
libertinos, impudicos facere adtemptavit, iniuriarum tenebitur. Sed et si servi
pudicitia adtemptata sit, iniuriarum locum habet93.

92

A proposito delletica sessuale del primo periodo cristiano si veda: P. BROWN, Il corpo e la
societ. Uomini, donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo, Torino 1988, 371- 388.
93
Vi sono riferimenti alla pudicitia della schiava, oltre che in Sen. Rhet., Controv. 4.10, anche in
Hor., Sat. 1.2.114-119: Num, tibi cum fauces urit sitis, aurea quadri, pocula? Num esuriens fastidis

35

Questo caso appare pi complesso, dal momento che solo in presenza di


determinate condizioni, valutate dal pretore, era concessa tutela per offese arrecate
agli schiavi. Leditto de iniuriis quae servis fiunt si applicava senzaltro per ipotesi di
lesioni fisiche particolarmente gravi, mentre tutti gli altri casi di iniuria erano tutelati
solo a seguito di causae cognitio pretoria: il pretore doveva tener conto sia delle
caratteristiche dello schiavo offeso, sia delleventuale circostanza che loffesa si fosse
riverberata direttamente sul dominus, in base allanimus iniuriandi del soggetto
attivo, oppure se essa lo coinvolgesse solo in via mediata94. Riteniamo che nel caso di
attentata pudicizia di una schiava il dominus sarebbe stato tutelato attraverso leditto
de iniuriis quae servis fiunt, previa causae cognitio del pretore, in considerazione
della possibile diminuzione del valore della schiava in questione, ed in
considerazione anche della collocazione del passo di Ulpiano nel contesto di
osservazioni di carattere generale sul delitto di iniuria95.

omnia praeter, pavonem rhombumque? Tumen tibi cum inguina, num, si, ancilla aut verna est
praesto puer, impetus in quem, continuo fiat, malis tentigine rumpi? Non ego, namque parabilem
amo venerem facilemque; Mart., Epig. 14.205: Sit nobis aetate puer, non pumice levis, propter quem
placeat nulla puella mihi.
94
Vedi. LENEL, EP. cit., 194; DALLA, Ubi Venus mutatur, omosessualit e diritto nel mondo
romano cit., 44-46; F. REDUZZI MEROLA, Servi ordinarii e schiavi vicari nei responsa di
Servio, in INDEX, XVII (1989) 185-189, Servus parere. Studi sulla condizione giuridica degli
schiavi vicari e dei sottoposti a schiavi nelle esperienze greca e romana, Napoli 1990; F. BOTTA,
ECL. 17.21: alle origini dellobbligo giuridico di fedelt reciproca tra coniugi, in Studi per
Giovanni Nicosia, Vol. II, 2007, 78-85; M. MIGLIETTA, Actio de iniuriis quae servis fiunt, in
Handworterbuch der antiken Sklaverei, a cura di H. Heinen, Stuttgart, 2007, vol. 5.
95
Cos GUARINO, Le matrone e i pappagalli, cit., 175. Sulla stessa linea anche SANTA CRUZ
TEIJEIRO, La iniuria en Derecho Romano, cit., 535. Diversamente RABER, il quale ritiene che
lapplicabilit delleditto de adtemptata pudicitia agli schiavi si desumerebbe dal passo di Ulpiano
sopra citato. Lo stesso passo viene ritenuto non genuino da MARRONE, Considerazioni in tema di
iniuria, cit., 480, il quale sostiene che i servi non potessero essere tutelati dalleditto de adtemptata
pudicitia, dato luso dei proprietari di prostituire i propri schiavi.

36

4. I comportamenti puniti dalleditto


La modalit di attentato alla pudicitia consistente nellappellare delineata dal
frammento che abbiamo avuto gi modo di analizzare in riferimento ai soggetti offesi
dal delitto:
D. 47.10.15.15 (Ulp. 57 ad ed.) Si quis virgines appellasset, si tamen ancillari
veste vestitas, minus peccare videtur, multo minus si meretricia veste feminae, non
matrum familiarum vestitae fuissent; si igitur non matronali habitu femina fuerit, et
quis eam appellavit, vel ei comitem abduxit, iniuriarum [non] tenetur.
Il comportamento punito, lappellare appunto, consiste nellindirizzare a
qualcuno parole che lo incitino a compiere qualcosa di immorale, attentando in tal
modo alla sua pudicitia. Il verbo appellare96, in generale, significa rivolgersi a
qualcuno, richiamare lattenzione di una persona: in questo specifico contesto,
tuttavia, esso indica una forma di corteggiamento, di richiamo insinuante e
carezzevole. Infatti nel prosieguo del passo, D. 47.10.15.20-22 (57 ad ed.), lo stesso
Ulpiano precisa che non si tratta di tentare di sedurre usando parole oscene o un
linguaggio turpe, ma utilizzando discorsi lusinghieri:
Appellare est blanda oratione alterius pudicitiam adtemptare: hoc enim non est
convicium facere, se adversus bonos mores adtemptare. Qui turpibus verbis utitur,
non temptat pudicitiam, sed iniuriarum tenetur. (...) appellat enim, qui sermone
pudicitiam adtemptat (...)
Ci che punito non , dunque, labbordare in modo volgare, comportamento
96

ERNOUT - MEILLET, s.v. Appello, -as, -avi, -atum, -are, in Dictionnaire tymologique de la langue
latine, cit., 40; H. HEUMANN-E. SECKEL, Handlexicon zu den Quellen des rmischen Rechts, Jena
1958, s.v. Appellare.

37

che configura, invece, lipotesi di convicium facere97 o, se non ve ne sono gli


elementi, di iniuria, ma luso di un linguaggio volto a lusingare ed allettare, e quindi
ad attrarre e invitare98, con lo scopo di corrompere99 laltrui pudicizia.
La seconda ipotesi di adtemptata pudicitia consiste nel comitem abducere, i cui
elementi caratterizzanti sono ancora una volta indicati da Ulpiano:
D. 47.10.15.16-18 (Ulp. 57 ad ed.) Comitem accipere debemus eum, qui
comitetur et sequatur, et, ut ait Labeo, sive liberum, sive servum, sive masculum, sive
feminam. Et ita comitem Labeo definit, qui frequentandi cuiusque causa, ut
sequeretur destinatus, in publico privatove abductus fuerit; inter comites utique et
paedagogi erunt. Abduxisse videtur, ut Labeo ait, non qui abducere comitem coepit,
sed qui perfecit, ut comes cum eo non esset. Abduxisse autem non tantum is videtur,
qui per vim abduxit, verum is quoque, qui persuasit comiti, ut eam desereret.
Si delinea qui un altro modo con cui si offende la pudicitia: il comitem
abducere. Queste parole, letteralmente, significano allontanare laccompagnatore
dalla donna o dal praetextatus/a.
E importante, per capire la natura delloffesa di questo comportamento,
ricordare come fosse costume degli esponenti dei ceti elevati che donne e giovani non
uscissero per strada se non accompagnati da un servo o da un familiare: il comes per

97

LENEL, EP, cit., 191.


ERNOUT, MEILLET, s.v. Blandus, -a, -um, in Dictionnaire tymologique de la langue latine, cit.,
71.
99
ERNOUT, MEILLET, s.v. Adtempto, -as, -avi, -atum, -are, composto di Tempto, -as, -avi, -atum, are, in Dictionnaire tymologique de la langue latine, cit., 681. Evidenziando il fine del corrompere
laltrui pudicitia, E. POLAY, Der Schutz der Ehre und Des Guten Rufes im Roemischen Recht, in
Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr Rechtsgeschichte, CXIX (1989), 502-534.
98

38

lappunto, vero e proprio scudo protettivo del loro onore100. Pertanto colui il quale
facesse s che laccompagnatore lasciasse la donna (o il giovane) da sola (o da solo),
la esponeva (o lo esponeva), inevitabilmente, alla vergogna e al ridicolo, e,
soprattutto, ad una cattiva reputazione, poich in tal modo sussisteva il pericolo che la
persona in questione venisse confusa con una prostituta o con un individuo di
condizione servile. E, cosa ancora pi probabile, come sostiene ad esempio il

100

S. F. BONNER, Educations in Ancien Rome, London 1977, 46-74; E. CANTARELLA, La vita delle
donne, in Storia di Roma, 4. Caratteri e morfologie, Roma 1989, 557- 608; DIXON, The Roman
Mother, cit., 142; K. R. BRADLEY, Child care at Rome: the role of men, in Historical reflections/
Reflexions historiques 12 (1985), 485-523. Testimonianze importanti sono: Quint., Instit. 1.1.12: A
sermone Graeco puerum incipere malo, quia Latinum, qui pluribus in usu est, vel nobis nolentibus
perbibet, simul quia disciplinis quoque Graecis prius instituendus est, unde et nostrae fluxerunt;
Cic., de amic. 74: Omnino amicitiae corroboratis iam confirmatisque et ingeniis et aetatibus
iudicandae sunt, nec si qui ineunte aetate venandi aut pilae studiosi fuerunt, eos habere necessarios
quos tum eodem studio praeditos dilexerunt. Isto enim modo nutrices et paedagogi iure vetustatis
plurimum benevolentiae postulabunt; qui neglegendi quidem non sunt sed alio quodam modo
aestimandi. Aliter amicitiae stabiles permanere non possunt. Dispares enim mores disparia studia
sequuntur, quorum dissimilitudo dissociat amicitias; nec ob aliam causam ullam boni improbis,
improbi bonis amici esse non possunt, nisi quod tanta est inter eos, quanta maxima potest esse,
morum studiorumque distantia; Svet., Aug. 44.: Spectandi confusissimum ac solutissimum morem
correxit ordinavitque, motus iniuria senatoris, quem Puteolis per celeberrimos ludos consessu
frequenti nemo receperat. Facto igitur decreto patrum ut, quotiens quid spectaculi usquam publice
ederetur, primus subselliorum ordo vacaret senatoribus, Romae legatos liberarum sociarumque
gentium vetuit in orchestra sedere, cum quosdam etiam libertini generis mitti deprendisset. Militem
secrevit a polpulo. Maritis e plebe proprios ordines assignavit, praetextatis cuneum suum, et
proximum paedagogis, sanxitque ne quis pullatorum media cavea sederet. Feminis ne gladiatores
quidem, quos promiscue spectari sollemne olim erat, nisi ex superiore loco spectare concessit. Solis
virginibus Vestalibus locum in theatro separatim et contra praetoris tribunal dedit. Athletarum vero
spectaculo muliebre secus omne adeo summovit, ut pontificalibus ludis pugilum par postulatum
distulerit in insequentis diei matutinum tempus edixeritque mulieres ante horam quintam venire in
theatrum non placere.; Svet., Claud. 2: Claudius natus est Iulo Antonio Fabio Africano conss. Kal.
Aug. Luguduni eo ipso die quo primum ara ibi Augusto dedicata est, appellatusque Tiberius
Claudius Drusus. Mox fratre maiore in Iuliam familiam adoptato Germanici cognomen assumpsit.
Infans autem relictus a patre ac per omne fere pueritiae atque adulescentiae tempus variis et
tenacibus morbis conflictatus est, adeo ut animo simul et corpore hebetato ne progressa quidem
aetate ulli publico privatoque muneri habilis existimaretur. Diu atque etiam post tutelam receptam
alieni arbitrii et sub paedagogo fuit; quem barbarum et olim superiumentarium ex industria sibi
appositum, ut se quibuscumque de causis quam saevissime coerceret, ipse quodam libello
conqueritur. Ob hanc eandem valitudinem et gladiatorio munere, quod simul cum fratre memoriae
patris edebat, palliolatus novo more praesedit; et togae virilis die circa mediam noctem sine
sollemni officio lectica in Capitolium latus est.

39

Raber101, in tal modo, di fatto, si sarebbe consentito ai malintenzionati di corteggiare


con maggiore libert la matrona o il praetextatus/a.
La punibilit di questa condotta, in quanto oltraggiosa della pudicizia, altres
confermata da Ulp. D. 47.10.9 pr. ( 57 ad ed.):
Sed est quaestionis, quod dicimus re iniuriam atrocem fieri, utrum, si
corpori inferatur, atrox sit, an et si non corpori, ut puta vestimentis scissis, comite
abducto vel convicio dicto.
e da Ulp D. 47.10.1.2 (56 ad ed.):
Omnemque iniuriam aut corpus inferri aut dignitatem aut ad infamiam
pertinere: in corpus fit, cum quis pulsatur: ad dignitatem, cum comes matronae
abducitur ad infamiam, cum pudicitia adtemptatur.
E un brano, questultimo, di difficile comprensione, ma non necessariamente
contraddittorio con quanto emerge da altre testimonianze immediatamente riferibili al
commento al nostro editto: questultimo, come noto, prendeva in esame pi ipotesi,
ma il giurista, nel passo in questione, che appartiene ad unaltra parte del suo
commentario, si pone in unottica diversa. Egli non analizza qui le diverse ipotesi di
adtemptata pudicitia, ma tratta delliniuria in generale, sottolineando che, mentre
lallontanare il comes lede la dignitas della matrona (e della sua familia), altre e
ulteriori azioni, colpendo la sua pudicitia, potrebbero intaccarne noi diremmo la
buona reputazione (cui conseguirebbe linfamia).
Lunico modo per superare lincongruenza quello di ritenere che in esso non
venga qualificato il comportamento in relazione alleditto, ma si abbia in vista il bene
101

RABER, Frauentracht und iniuria durch appellare, cit., 365- 366.

40

tutelato: il corpus, la dignitas, il buon nome.


Il primo frammento, poi, significativo anche sotto un altro profilo, perch
lascia intendere la particolare gravit del comitem abducere, tanto da far discutere se
fosse iniuria atrox. Essendo poi lallontanamento unito in un unico editto speciale
con le altre ipotesi di attentato alla pudicitia, consente di supporre che anche le altre
due, pur non essendo probabilmente considerate atroci, erano tuttavia ipotesi di
iniuria grave.
A proposito dellallontanamento dellaccompagnatore, dobbiamo notare
lassenza nelleditto del limite dei boni mores, evidentemente perch di per s tale
comportamento integrava una violazione del buon costume. Il raffronto con testi
letterari102, ed in particolare con alcuni passi dellArs amatoria di Ovidio103, consente
per di ipotizzare che non solo le matrone andassero accompagnate dal comes, ma
anche donne di altro genere.
Questo apre problematiche che si riagganciano alla questione legata allabito:
ipotizzabile, infatti, che anche una prostituta facoltosa potesse uscire con un
accompagnatore, atteggiandosi a donna per bene, e che una schiava, particolarmente
apprezzata dal suo dominus, fosse protetta con un accompagnatore.
La prostituta non avrebbe naturalmente avuto tutela giacch si parla
espressamente di matronae, praetextati e praetextatae, mentre la schiava lavrebbe
ricevuta, nellambito delleditto de iniuriis quae servis fiunt, se, a seguito della
valutazione dellaccaduto e delle varie condizioni, in sede di causae cognitio il
102
103

Petr., Satyr. 9; 12.


Ars Amatoria I. 385.

41

pretore lo avesse ritenuto opportuno104.


Alla luce di questa eventualit possiamo inoltre ipotizzare che una matrona,
vestita con un abito non consono al suo rango, procedesse comunque per la via
pubblica accompagnata dal suo comes: ai fini della valutazione dellelemento
soggettivo da considerare quanto avrebbe inciso la presenza del comes nel creare
nelloffensore la consapevolezza di avere a che fare con una donna per bene, sebbene
non vestita adeguatamente.
Probabilmente vale, anche in questo caso, il medesimo discorso che gi stato
svolto a proposito dellabito: infatti, non essendovi una chiara e completa
manifestazione del rango proprio di una matrona, il dolo non poteva essere pieno, ma
limitato, e quindi lazione consentita sarebbe stata quella per liniuria semplice, e, di
conseguenza, inferiore la pena eventualmente comminata. Non si sarebbe potuto in
tal caso imputare alloffensore il dolo specifico necessario per lesistenza del delitto
di adtemptata pudicitia, cio la volont di corrompere la pudicitia di donne

fanciulli per bene.


Ritornando al nostro editto, il passo di Ulpiano (D. 47.10.15.22, 57 ad ed.)
prosegue delineando la terza modalit di attentato alla pudicitia, ladsectari, ipotesi
attestata anche da Gaio105 e dalle Istituzioni di Giustiniano106.

104

LENEL, EP, cit., 194; D. 47.10.15.38-44 (Ulp. 57 ad ed.).


Gai. 3.220: Iniuriam autem committitur non solum, cum quis pugno aut puta aut fuste percussus
vel etiam verberatus erit, sed etiam si cui convicium factum fuerit, sive quis bona alicuis quasi
debitoris sciens eum nihil sibi debere proscripserit, sive quis ad infamiam alicuius libellum aut
carmen scripserit, sive quis matrem familias aut praetextatum adsectatus fuerit, et denique aliis
pluribus modis.
106
I. 4.4.1: Iniuria autem committitur non solum, cum quis pugno puta aut fustibus caesus vel etiam
verberatus erit, sed etiam si cui convicium factum fuerit, sive cuius bona quasi debitoris possessa
105

42

D. 47.10.15.19 (Ulp. 57 ad ed.): Tenetur hoc edicto non tantum qui comitem
abduxit, verum etiam si quis eorum quem appellavisset, adsectatusve est.
Il verbo adsectari in generale significa seguire qualcuno, essergli sempre
accanto ad ogni passo107: in questo caso, quindi, linseguimento deve essere non solo
silenzioso, ma anche frequente e insistente. Un unico inseguimento non apparirebbe
sufficiente per integrare il comportamento punito dalleditto, poich lonore della
persona pu essere compromesso solamente se costei seguita frequentemente e in
modo indiscreto, come precisa la stesso Ulpiano:
D. 47.10.15.22 (Ulp. 57 ad ed.): Aliud est appellare, aliud adsectari; (...)
adsectatur, qui tacitus frequenter sequitur: adsiduo108 enim frequentia quasi praebet
nonnullam infamiam.
Il passo appare di grande importanza poich spiega il motivo per cui
ladsectari configura un illecito: il seguire assiduamente genera di per s una qualche
infamia poich tale condotta, il seguire nella pubblica via una donna, in silenzio e
insistentemente, si soleva tenere con donne di malaffare.
E da notare che, come nel caso dellappellare, anche ladsectari punito solo
se compiuto contra bonos mores, come risulta da D. 47.10.15.23 (Ulp. 57 ad ed.):
fuerint ab eo, qui intellegebat nihil eum sibi debere, vel si quis ad infamiam alicuius libellum aut
carmen scripseri , composuerit, ediderit, dolove malo fecerit, quo quid eorum fieret, sive quis
matremfamilias aut praetextatum praetextatamve assectatus fuerit, sive cuius pudicitia attentata
esse dicetur; et denique aliis pluribus modis admitti iniuriam, manifestum est.
107
ERNOUT - MEILLET, s.v. Adsequor, - eris, - adsecutus sum, adsequi, composto di Sequor, -eris, secutus sum, -sequi, in Dictionnaire tymologique de la langue latine, cit.,616.
108
Nelledizione del MOMMSEN-KRUEGER, Digesta Justiniani, II Berlin 1870, 778, riportato
lavverbio adsiduo, mentre in nota si propone adsidua. Nel contesto la differenza non sarebbe
rilevante, tuttavia possibile notare come, a differenza dellavverbio adsiduo, laggettivo adsidua
consentirebbe di cogliere anche una sfumatura spaziale, oltre che temporale.

43

Meminisse autem oportebit, non omnem, qui adsectatus est, nec omnem, qui
appellavit, hoc edicto conveniri posse; neque enim si quis colludendi, si quis officii
honeste faciendi gratia id facit, statim in edictum incidit, sed qui contra bonos mores
hoc facit.

5. I boni mores.
Emerge quindi dalla parte finale di D.47.10.15.23 che non basta, per quanto
riguarda lappellare, rivolgere parole dolci e insinuanti, ad una donna o a un fanciullo
e, per quanto riguarda ladsectari, seguirli con insistenza, ma necessario che ci
avvenga contro i buoni costumi: sed qui contra bonos mores hoc facit.
Sulla base del testo in esame non si comprende se lespressione si riferisca alla
peculiare sensibilit e moralit dei soggetti offesi. In tema di convicium facere,
tuttavia, Ulpiano afferma:
D. 47.10.15.6 (Ulp. 57 ad ed.): Idem ait: adversus bonos mores sic
accipiendum, non eius, qui fecit, sed generaliter accipiendum adversus bonos mores
huius civitatis109.
La natura dei boni mores rilevanti per leditto de convicio assume quindi
109

Secondo H.R. MEZGER, Stipulation und letztwillige Vergung contra bonos mores, in
Klassischen-rmischen und nachklassischen Recht, Gttingen 1930, 18-25, la parte da non eius a
generaliter accipiendum sarebbe da espungere dal testo, poich, rappresentando una ripetizione, la
sua eliminazione renderebbe il testo maggiormente comprensibile. In realt, come la maggior parte
degli studiosi sostiene al riguardo, il testo risulta perfettamente comprensibile senza ricorrere ad
alcuna ipotesi di interpolazione. Si vedano sul punto: DAUBE, Ne quid infamandi causa fiat. The law
of defamation, cit., 415; MARRONE, Considerazioni in tema di iniuria, cit., 479; HUVELIN, La notion
de liniuria dans les tres ancien droit romain, cit., 99; RABER, Grundlagen Klassischer
Injurienansprchen, cit., 26; MANFREDINI, La diffamazione verbale nel diritto romano, cit., 80.

44

contorni pi netti: quel che conta non se lautore del delitto contravvenga alla
propria concezione di buoni costumi. Non si tratta di un concetto soggettivo, ma di
una nozione che assume un valore oggettivo e concreto, rappresentato dai buoni
costumi della civitas, nel loro significato obiettivo di norme sociali comunemente
accettate.
Per le ipotesi delladsectare e dellappellare il giurista non specifica in che
modo vada inteso il riferimento ai boni mores, ma proprio il suo silenzio consente di
ritenere, almeno sulla base delle fonti a noi pervenute, che anche nelle due ipotesi
elencate di adtemptata pudicitia si debbano assumere tali parole nel loro significato
obiettivo di norme sociali comunemente accettate.
Si pone tuttavia il problema di dare una sostanza ai boni mores ai quali fa
riferimento leditto, in modo che sia possibile verificare quando, contravvenendo ad
essi, si realizza la condotta repressa dal pretore.
Mos un termine antico, ma non sembra esprimere la realt giuridica, bens la
conformit di un comportamento a una tradizione, e perci ha riferimento a fatti pi
ampiamente sociali, quali i riti religiosi, e il costume morale del singolo. Notevole
una definizione che si ritrova in Festo (p. 46 L., s.v. mos):
mos est institutum patrium, id est memoria veterum pertinens maxime ad
religiones caerimoniasque antiquorum.
Il riferimento al costume invece evidente nella locuzione, e nel relativo
istituto, della cura morum affidata ai censori. E infatti nellistituto del regimen

45

morum, annoverabile tra le competenze dei censori110, che si precisa il concetto di


mores, inteso come complesso di comportamenti cui il civis tenuto sul piano morale
e sociale, cio il concetto di boni mores.
La grande importanza del costume sociale, nel suo conformarsi a valori
permanenti di moralit e di giustizia, bene avvertita dai Romani dellet
repubblicana che vedevano in esso uno dei pilastri della solidit della civitas. E
significativo che, al chiudersi del regime repubblicano, Augusto, il restauratore dei
valori tradizionali, ricordi nelle sue Res Gestae111 la cura legum et morum offertagli
come strumento essenziale per il rinnovamento della compagine sociale.
Un diretto riferimento ai boni mores fatto da quelle norme che considerano
invalido un negozio giuridico che persegua finalit antigiuridiche o immorali o non
conformi alla convenienza sociale. Qui il valore dellespressione assai generico,
talvolta sono contemplati atti delittuosi o giuridicamente illeciti: sicch al concetto si
adegua di pi lespressione turpis con cui talvolta vengono qualificati il negozio o la
sua causa112.
Nella maggior parte dei passi del Digesto in cui si parla di boni mores, il

110

E. DE RUGGIERO, s.v. censor, in Dizionario epigrafico di antichit romane, Roma 1961, 164; E.
BALTRUSCH, Regimen morum: Die Reglementierung des Privatlebens der Senatoren und Ritter in
der rmischenRepublik und frhen Kaiserzeit, in Vestigia 41 (1989) Mnchen; M. HUMM, Appius
Claudius Caecus: la Rpublique accomplie, Rome 2005.
111
Res Gest. I.6: Ma Augusto volle precisare che, rifiutata la cura morum et legum, in questambito
port a compimento il compito affidatogli sulla base della sua tribunicia potestas.
112
E in testi giustinianei che si trova la enunciazione di carattere generale della invalidit di quei
negozi. Da testi classici o anche rimaneggiati risultano numerosi casi particolari: o il negozio
persegue direttamente un fine giuridicamente illecito o immorale. La sanzione linvalidit, che
nelle enunciazioni giustinianee sembra apparire decisamente come nullit. Sul piano pratico il
pretore negava lazione o concedeva contro la pretesa lexceptio doli. Vedi sul tema PLESCIA, The
development of the Doctrine of Boni Mores in Roman Law, cit., 300-310; R. ZIMMERMAN, The Law
of obligations: Roman foundation of the civilian tradition, Oxford, 1996, 707-712.

46

termine rappresenta un limite allautonomia privata113, mentre il ricorso a questo


termine nellambito delliniuria114 ha una portata differente: in determinati casi una
condotta comunemente accettata,

come dice esplicitamente Ulpiano, realizza il

delitto in quanto contraria ad essi115.


Secondo Theo Mayer-Maly116 il concetto di boni mores aveva un contenuto
etico, e, in particolare, fu grazie alla disciplina del delitto di iniuria che esso entr nel
linguaggio edittale.
Lo studioso, dopo aver analizzato il contenuto etico dei boni mores nellambito
della reverentia dovuta ai parentes e ai patroni117, passando in rassegna le fonti
giuridiche deduce che i boni mores erano in stretto rapporto con la pacifica
convivenza del popolo.
113

Si vedano in questo senso i passi in tema di deposito, mandato e stipulatio: D. 16.3.1.7 (Ulp. 30
ad ed.), Illud non probabis, dolum non esse praestandum si convenerit: nam haec conventio contra
bonam fidem contraque bonos mores est et ideo nec sequenda est; D. 17.1.7 (Pap. 3 resp.), Salarium
procuratori constitutum si extra ordinem peti coeperit, considerandum erit, laborem dominus
remunerare voluerit atque ideo fidem adhiberi placitis oporteat an eventum litium maioris pecuniae
praemio contra bonos mores procurator redemerit; D. 45.1.61 (Iul. 2 ad Urs. Ferocem.), Stipulatio
hoc modo concepta: " si heredem me non feceris, tantum dare spondes?" inutilis est, quia contra
bonos mores est haec stipulatio; D. 45.1.134 pr. (Paul. 15 resp.), Titia, quae ex alio filium habebat,
in matrimonium coit Gaio Seio habente familiam: et tempore matrimonii consenserunt, ut filia Gaii
Seii filio Titiae desponderetur, et interpositum est instrumentum et adiecta poena, si quis eorum
nuptiis impedimento fuisset: postea Gaius Seius constante matrimonio diem suum obiit et filia eius
noluit nubere: quaero, an Gaii Seii heredes teneantur ex stipulatione. Respondit ex stipulatione,
quae proponeretur, cum non secundum bonos mores interposita sit, agenti exceptionem doli mali
obstaturam, quia inhonestum visum est vinculo poenae matrimonia obstringi sive futura sive iam
contracta. Riguardano, invece, lusufrutto, lo scioglimento del matrimonio e la cura furiosi, i boni
mores contemplati in: D. 22.1.5 (Pap. 28 quaest.), D. 24.3.14 (Ulp. 34 ad Sab.), D. 27.10.1 pr. (Ulp.
1 ad Sab.). Notevole la rilevanza in materia di testamento e donazioni: D. 28.7.9 (Paul. 45 ad ed.),
D. 28.7.14 (Marc. 4 inst.), D. 28.7.15 (Pap. 16 quaest.), D. 30.112.3 (Marc. 6 inst.), D. 39.5.29.2
(Pap. 10 resp.). Infine in D. 43.16.1.28 (Ulp. 69 ad ed.) i boni mores vengono in considerazione in
tema di interdetti a tutela del possesso.
114
D. 47.10.15.20 (Ulp. 57 ad ed.), D. 47.10.15.23 (Ulp. 57 ad ed.), D. 47.10.15.34 (Ulp. 57 ad
ed.), D. 47.10.15.38-39 (Ulp. 57 ad ed.), D.47.10.33 (Paul. 10 ad Sab.).
115
D. 47.10.15.23 (Ulp. 57 ad ed.).
116
T. MAYER-MALY, Contra bonos mores, in Iuris professio, Festgabe fr Max Kaser zum 80.
Geburtsag, Wien, Kln, Graz, 1986, 151-167.
117
D. 44.4.4.16 (Ulp. 76 ad ed.); D. 28.7.9 (Paul. ad ed).; Paul. Sent. 3.4b.2; C. 2.2.1 (Sev. Alex).

47

LA. ritiene che la loro considerazione, quale limite alla libert di


determinazione negoziale, sia pi recente rispetto alloriginario contenuto etico, dato
che le prime testimonianze relative a contratti frequentemente utilizzati (mandatum e
stipulatio) risalgono a Gaio118 .
Il Mayer-Maly osserva poi che fra i giuristi tardo-classici particolarmente
frequente risulta il richiamo ai boni mores da parte di Papiniano119, mentre una
intensificazione dellinteresse verso i boni mores, quale criterio, di contenuto etico,
cui commisurare non contratti, ma pacta e condiciones in termini generali e astratti, si
riscontra nelle Pauli Sententiae120 e in rescritti di Caracalla121, Gordiano122 e
Diocleziano123, dove i boni mores vengono citati accanto a fonti giuridiche come le
leggi, i senatoconsulti e le costituzioni imperiali, e intesi quali regole sociali di
comportamento.
In particolare, nellambito delliniuria, lo studioso sostiene che i boni mores
rappresentavano, senza dubbio, un concetto ben definito, non vago: diversamente non
avrebbero potuto essere assunti nel testo edittale124; in particolare secondo lA. essi
118

Gai. 3.157.
D. 28.7.15.
120
Paul. Sent 1.1.4: Neque contra leges neque contra bonos mores pacisci possumus; Cons. 4.7:
Item eodem liber et titulus: Neque contra leges neque contra bonos mores pacisci possumus. De
criminibus propter infamiam nemo cum adversario pacisci potest; Cons. 4.8: Idem liber III titulus
De institu. hered.: Pacta vel condiciones contra leges vel decreta principum vel bonos mores nullius
sunt momenti; Paul. Sent. 3.4b.2: Condiciones contra leges et decreta principum vel bonos mores
adscriptae nullius sunt momenti: veluti si uxorem non duxeris, si filios non susceperis, si
homicidium feceris, si larvali habituprocesseris et his similia.
121
C. 2.3.6 (Imp. Antoninus A. Iuliae Basiliae): Pacta, quae contra leges constitutionesque vel
contra bonos mores fiunt, nullam vim habere indubitati iuris est.
122
Cons. 9.10: Pacta, quae contra bonos mores interponuntur, iuris ratio non tuetur.
123
Cons. 4.9: Neque ex nudo nascitur pacto actio, neque si contra bonos mores verborum
intercessit obligatio, ex his actionem dari convenit et reliqua; Cons. 4.10: Inter cetera et ad locum:
pactum neque contra bonos mores neque contra leges emissum valet ei reliqua.
124
Coll. 2.5.2: Commune omnibus iniuriis est, quod semper adversus bonos mores fit idque non fieri
119

48

appaiono menzionati nei tre editti de convicio, de adtemptata pudicitia, de iniuriis


quae servis fiunt con la funzione di delimitare lambito di applicazione dellactio
iniuriarum.
Secondo Elmer Polay125, i boni mores sarebbero estremamente rilevanti per il
delitto di iniuria perch essi rappresenterebbero, nellideologia dei ceti dominanti, un
valore essenziale che rafforza la loro coesione interna, e, in conseguenza, la loro
capacit di egemonizzare, anche dal punto di vista culturale e dei valori condivisi, le
classi subalterne.
Legemonia dei ceti dominanti sarebbe stata collegata anche alla circostanza
che le classi subordinate partecipassero, condividendoli, dei valori che si
identificavano con i boni mores, e quindi con lideologia della classe dominante
stessa.
Secondo questo studioso, in particolare, il ricorso allelemento dei boni mores
farebbe del delitto di iniuria, con le varie fattispecie ad esso collegate, un mezzo di
mantenimento dellordine pubblico, attraverso la funzione economico-sociale della
sua repressione126.
Un aspetto dei mores che pare essere importante per il nostro studio, anche se il
collegamento non immediato, rappresentato dal processo di formazione e sviluppo
alicuius interest; Paul. Sent. 5.4.13: Fit iniuria contra bonos mores, veluti si quis fimo corrupto
aliquem, coeno, luto oblinierit, aquas spurcaverit, fustulas, lacus, quidue aliud in iniuriam
publicam contaminaverit, in quos graviter animadverti solet.
125
POLAY, Iniuria types in Roman Law, cit., 94-115.
126
A tal proposito, tuttavia, Talamanca invita a non dimenticare che lessenza del delitto di iniuria e
delle sue varie fattispecie, sta nelloffesa personale, anche quando la sua tutela appare mediata da
altri aspetti, come nel caso delliniuria servi in cui viene in rilevanza la dignit del proprietario: M.
TALAMANCA, Recensione a E. Polay, Iniuria Types in Roman Law, in Bullettino dell'Istituto di
Diritto romano, LXXXIX (1986), 562-568.

49

di questo modello sociale e culturale127, dal modo in cui i boni mores della civitas, a
cui Ulpiano fa riferimento, si formavano e si affermavano.
Riprendendo la famosa definizione di Festo a cui si gi accennato 128, e
affiancandola a quella, senza dubbio molto tarda, di Isidoro129, si vede che gli elementi
dei mores erano essenzialmente due: lantichit e la consuetudine. Anche la
spiegazione di mos di Varrone130 segue tale direzione, tuttavia egli aggiunge un altro
elemento: affinch il mos si potesse definire tale era necessario non solo che si fosse
consolidato nel tempo, ma anche che fosse condiviso da una comunit di persone, le
quali su questo mos consentivano. Al consensus si fa frequente ricorso per affermare
il fondamento o la legittimit di un giudizio, di un atteggiamento, di un
comportamento, e a questo elemento fondamentale del mos si collega una fonte
riferita allo stesso Ulpiano quando in Tit. ex corp. Ulp. 1.4 si afferma: Mores sunt
tacitus consensus populi longa consuetudine inveteratus.
I mores sono costituiti dal tacito consenso del popolo, che si affermato nel
tempo per lunga consuetudine.

127

M. BETTINI, Le orecchie di Hermes, Torino 2000, 242-292. Lo studio una raccolta di saggi di
antropologia del mondo antico che si articola in tre sezioni: lobiettivo ricostruire i luoghi e i
simboli della comunicazione nel mondo antico. In questo percorso lo studioso analizza il
meccanismo antropologico secondo cui la cultura romana utilizza termini come mos e mores e
grazie al quale si avrebbe la trasformazione dei mores maiorum da modello di comportamento a
funzione pragmatica della comunicazione.
128
Supra, p. 44.
129
Isid., Etymol. 5.3.2: Mos est vetustate probata consuetudo, sive lex non scripta. Nam lex a
legendo vocata, quia scripta est. Mos autem longa consuetudo est de moribus tracta tantundem.
130
Varr., De ling. lat. 9.2: Alia enim consuetudo populi universi, alia singulorum, et de ieis non
eadem oratoris et poetae, quod eorum non idem ius. Itaque populus universus debet in omnibus
verbis uti analogia et, si perperam est consuetus, corrigere se ipsum, cum orator non debeat in
omnibus uti, quod sine offensione non potest facere, cum poeta transilire lineas impune possit.
Populus enim in sua potestate, singuli in illius: itaque ut suam quisque consuetudinem, si mala est,
corrigere debet, sic populus suam. Ego populi consuetudinis non sum ut dominus, at ille meae est.

50

Varrone continua dicendo che il mos un iudicium animi131, una disposizione


interiore che si afferma come mos vero e proprio solo al momento in cui essa viene
recepita come consuetudo e come tale si afferma. Il mos da solo una disposizione
che dipende da un iudicium animi: possiamo cogliere allora la necessit di Ulpiano,
in D 47.10.15.6132, di precisare che i boni mores non sono i buoni costumi riferibili
allagente: perch il mos possa realizzarsi come prassi collettiva, occorre infatti
laccettazione sociale che lo renda consuetudo.
La distinzione, quindi, fra il mos inteso come disposizione interiore e la sua
accettazione in forma di consuetudo, attraverso il consensus collettivo, un passaggio
importante: il mos presenta due dimensioni culturali molto diverse fra loro, quella
personale e quella collettiva.
Da questa precisazione si configura il mos collettivo come una decisione presa
da un gruppo, il quale raggiunge un consensus su un certo comportamento; dopo di
ch il medesimo gruppo ha la capacit nel tempo di affermare questo comportamento,
ma anche di mutarlo, e ci spiega perch i mores non sono concepiti come qualcosa
di assoluto.
Pur rappresentando un dato oggettivo della realt, essi sono per natura fluidi e
molteplici, fluidi perch non rappresentano un modello definito, bens un nucleo
generativo di comportamenti, molteplici perch la loro definizione avviene in realt
attraverso un gioco di contrapposizioni fra gruppi interni ad una stessa comunit.
In questa ottica allora plausibile un collegamento che quasi nessuno degli
131

Varr., Logist., fr. 74, Ed. Bolisani,: Morem esse in iudicio animi, quem sequi debeat consuetudo.
D. 47.10.15.6 (Ulp. 57 ad ed.): Idem ait: adversus bonos mores sic accipiendum, non eius, qui
fecit, sed generaliter accipiendum adversus bonos mores huius civitatis.
132

51

studiosi che ha affrontato largomento ha tenuto in considerazione: nella Palingenesia


di Otto Lenel133 si considera riferito ai boni mores in tema di convicium il frammento
di Ulpiano contenuto in D. 50.16.42 , in cui leggiamo: Probrum et obprobrium idem
est. Probra quaedam natura turpia sunt, quaedam civiliter et quasi more civitatis. Ut
puta furtum, adulterium natura turpe est.
Il legame tra i boni mores e il concetto di probrum134, termine tecnico che
designa lillecito morale punito dai censori, ci fa pensare che comportamenti
normalmente tollerati dal diritto, ma disapprovati dallopinione pubblica e passibili di
nota censoria, potessero, in presenza dei requisiti previsti, essere puniti anche dal
pretore.
Daltra parte non dobbiamo trascurare un ulteriore legame attestato dalle fonti,
che pu risultare interessante per il nostro discorso: quello tra i boni mores e il ius
publicum135, e che nellambito delliniuria pare rafforzarsi136. In tal senso, dalla lettura
di D. 47.10.13.1 (Ulp. 57 ad ed.)137 e D. 47.10.33 (Paul. 10 ad Sab.)138, appare un

133

O. LENEL, Palingenesia iuris civilis II, cit., col. 777 n.2.


R. ASTOLFI, Femina probosa, concubina, mater solitaria, in Studia et documenta historiae et
iuris, XXXI (1965), 24; A.D. MANFREDINI, Qui commutant cum feminis vestem, in Revue
internationale des droits de l'Antiquit, XXXII (1985) 266.
135
Come evidenzia P. LEUREGANS, in Testamenti factio non privati sed publici iuris est, in Revue
d'histoire du droit , LIII (1975) 249, a proposito di D. 30.112.3 (Marc. 6 inst.), in cui si legge:
Quod contra ius est vel bonos mores, a cui lA. collega D. 2.14.27.4 (Paul. 3 ad ed.); D. 44.4.4.16
(Ulp. 76 ad ed).
136
Un pi intenso legame tra mores e diritto appare confermato da Quint., Instit. 12.3.6-7 Namque
omne ius, quod est certum, aut scripto aut moribus constat, dubium aequitatis regula examinandum
est; quae scripta sunt aut posita in more civitatis, nullam habent difficultatem, cognitionis sunt
enim, non inventionis: at quae consultorum responsis explicantur, aut in verborum interpretatione
sunt posita aut in recti pravi que discrimine. Vim cuiusque vocis intellegere aut commune
prudentium est aut proprium oratoris, aequitas optimo cuique notissima.
137
D. 47.10.13.1 (Ulp. 57 ad ed.): Is, qui, iure publico utitur non videtur iniuriae faciendae causa
hoc facere: iuris enim executio non habet iniuriam.
138
D. 47.10.33 (Paul. 10 ad sab.): Quod rei publicae venerandae causa secundum bonos mores fit,
etiamsi ad contumeliam alicuius pertinet, quia tamen non ea mente magistratus facit, ut iniuriam
134

52

elemento, a contrario, per cui si considerano compiuti adversus bonos mores gli atti
contrari al ius publicum.
Appare chiaro che anche di questi ulteriori aspetti dei boni mores si debba tener
conto, allora, nel nostro tentativo di superare la difficolt insita nella valutazione di
un atto non illegale prima facie.
Raccogliendo quanto sino ad ora emerso dalle fonti e dallinterpretazione che
di esse hanno dato i diversi Autori che si sono occupati del tema, possiamo dire che
per boni mores dobbiamo intendere non un sistema speculativo e astratto, ma
linsieme di quei valori, derivanti dallesperienza e dalla tradizione etico-sociale della
civitas, il cui rispetto garantiva la dignit, la buona reputazione e il decoro dei singoli
cittadini.
Il requisito della contrariet ai boni mores previsto nelledictum de adtemptata
pudicitia attesta quindi da un lato la rilevanza politica dei costumi privati,
confermando, dallaltro, limportanza fondamentale dellanimus: proprio come nel
caso del delitto di iniuria punito dalledictum generale, infatti, non colpito dalle
sanzioni previste dalledictum de ademptata pudicitia chi metta in atto tali
comportamenti con lintento di scherzare o di adempiere un proprio dovere, ma solo
chi agisce con il preciso intento di offendere il soggetto passivo, lederne il buon nome
e lonorabilit.
Era quindi necessario che loffesa alla pudicitia, perpetrata attraverso
lappellare o ladsectari, fosse, oltre che voluta, oggettivamente contraria al comune

faciat, sed ad vindictam maiestatis publicae respiciat, actione iniuriarum non tenetur.

53

senso del pudore139.


Tutto ci confermato dal fatto che per lipotesi di allontanamento del comes
non vi il limite dei boni mores, giacch lallontanamento dello chaperon dalla
matrona, dalla fanciulla o dal ragazzo, integrava, di per s, un atto illecito, contrario
ai buoni costumi140, per la regola sociale alla quale si gi accennato in sede di analisi
dei comportamenti puniti.
In ogni caso, come gi si osservato, poich si tratta dei boni mores della
civitas141, ci troviamo davanti allimpossibilit di rifarci ad un parametro assoluto, e
quindi alla necessit di tenere conto della mutevolezza, nel tempo, della sensibilit
sociale.
Va sottolineato, per, che pure nel variare delle convinzioni sociali e dei
comportamenti comunemente tenuti, alcuni valori continuarono ad essere avvertiti,
almeno dal punto di vista formale, come irrinunciabili. Come ricorda Francesco
Grelle in un contributo sulla correctio morum nella legislazione flavia142, la rilevanza
politica dei costumi privati, lo stretto nesso intercorrente fra atteggiamenti individuali

139

La contrariet ai boni mores, intesa quale contraddizione al comune senso del pudore diffuso
nella civitas, ribadita da M. KASER, Rechtswidrigkeit und Sittenwidrigkeit in klassischen
rmischen Recht, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung fr Rechtsgeschichte, LX (1940) 131; Id.,
Das Rmische Privatrecht, I. Das altrmische, das vorklassische Recht, II, Die nachklassische
Entwicklungen, Mnchen 1971 -1975, 195-196.
140
Ulp. D. 47.10.9 pr ( 57 ad ed.): Sed est quaestionis, quod dicimus re iniuriam atrocem fieri,
utrum, si corpori inferatur, atrox sit, an et si non corpori, ut puta vestimentis scissis, comite abduco
vel convicio dicto; Ulp D. 47.10.1.2 (56 ad ed.), Omnemque iniuriam aut corpus inferri aut
dignitatem aut ad infamiam pertinere: in corpus fit, cum quis pulsatur: ad dignitatem, cum comes
matronae abducitur. Ad infamiam, cum pudicitia adtemptatur.
141
Come sottolinea MARRONE, Considerazioni in tema di iniuria, cit., 480; Id., Recensione a F.
Raber, Grundlagen klassischer Injurienanspruche, cit., 155.
142
F. GRELLE, La correctio morum nella legislazione flavia, in Aufstieg und Niedergang der
rmischen Welt, Principat II, 340-365.

54

e prosperit comune erano stati daltra parte motivi ricorrenti gi nella fase
repubblicana, sin dallet delle guerre puniche. Pi tardi il moralismo augusteo aveva
sottolineato gli elementi di stabilit e continuit che ad un assetto politico fondato sul
predominio dei ceti abbienti romano-italici avrebbero dovuto offrire la famiglia, il
matrimonio, la procreazione.
In modo altrettanto perspicuo Giunio Rizzelli143 descrive il noto collegamento
tra il mantenimento dellassetto costituzionale della comunit romana e il controllo
dei comportamenti sessuali (per esempio attraverso il ricorso ai tradizionali modelli
di Lucrezia e Virginia) ed esplicita, inoltre, come spesso linteresse dei giuristi
romani a tale legame pi che essere motivato soltanto da preoccupazioni di natura
morale o dallevoluzione dei costumi nel senso di una eccessiva rilassatezza, era
giustificato da problemi di natura squisitamente patrimoniale (ad esempio la legge
augustea contro gli adulteri prevedendo ingenti sanzioni patrimoniali a carico dei
colpevoli implicava lo spostamento, attraverso un processo, di notevoli masse
patrimoniali). Dobbiamo ritenere pertanto che, seppure da una parte risulta certo che
le tre attivit represse dalleditto - e a maggior ragione i due comportamenti la cui
repressione era subordinata alla violazione dei boni mores - avevano in s, e nelle
loro modalit di attuazione qualcosa di equivoco, di incerto, di approssimativo, per
cui non potevano essere identificate a colpo docchio e come sicuramente ingiuriose
per il soggetto passivo, la pudicitia protetta dalleditto aveva sempre e comunque un
senso oggettivo e va intesa come onorabilit.
143

G. RIZZELLI, Le donne nellesperienza giuridica romana, Il controllo dei comportamenti


sessuali, Lecce 1997, 22-39, 52-55, 60-62.

55

6. Ledictum de adtemptata pudicitia e lArs amatoria di Ovidio.

A conclusione dellesame delledictum de adtemptata pudicitia sarebbe


certamente interessante confrontare i comportamenti puniti dal pretore con quelli che
dovevano essere i modi usuali del corteggiamento: punito lappellare, che, come
abbiamo detto, non consisteva nel rivolgere complimenti pesanti e volgari, poich in
questo caso si sarebbe usciti dallambito delleditto speciale, per ricadere nelliniuria
generale; punito latteggiamento di chi con insistenza silenziosa segue loggetto dei
propri desideri, ma in ambedue i casi il delitto si perfeziona solo se il comportamento
del corteggiatore posto in essere in modo contrario ai boni mores, e, non va
dimenticato, con la volont e la consapevolezza di offendere la pudicitia di un
soggetto tutelato. Lallontanamento dellaccompagnatore, poi, qualora sia compiuto
con la volont di offendere, sempre considerato contra bonos mores. Evidentemente
invaghirsi di qualcuno e tentare di comunicare i propri sentimenti e di suscitarne di
equivalenti richiedeva degli autentici equilibrismi.
Si tenter, pertanto, di contestualizzare i precetti normativi delleditto facendo
ricorso alla poesia amorosa latina, ed in particolare allArs amatoria di Ovidio che,
per la sua specifica attinenza ai temi delle relazioni sessuali, consente di cogliere, per
certi aspetti, la reale portata delleditto.
Come noto, da Catullo144 in poi la poesia latina celebr lamore in tutti i suoi
144

Con questo poeta, esponente della posia neoterica, alleros non pi riservato lo spazio
marginale che gli accordava la morale tradizionale, ma diventa centro dellesistenza e valore

56

aspetti. Dopo lelegia erotica145 del I sec. a.C., Ovidio propose unautentica
precettistica della seduzione: la poesia elegiaca era una poesia di corteggiamento,
che, per certi aspetti, celebra proprio alcuni comportamenti puniti dal nostro editto.
Ovidio vive in unepoca in cui lesaurirsi della lotta politica aveva creato un
solco fra letteratura e realt: alla cultura ufficiale, della cui organizzazione era ormai
limperatore ad occuparsi, faceva riscontro lesercizio letterario coltivato sovente
allombra delle scuole di retorica146.. Le opere ovidiane di argomento erotico, nelle
quali si rispecchia la vita mondana della capitale, non apparivano conformi ai principi
fondamentali del programma augusteo, spiritualmente lontane, comerano, al di l di
qualche

riferimento

doccasione,

dai

progetti

di

restaurazione

perseguiti

dallimperatore147. Stridevano fortemente con la linea politica augustea, volta a

primario, il solo in grado di risarcire la fugacit della vita umana. Sulla figura di Catullo vedi da
ultimo P. FEDELI, Donne e amore nella poesia di Catullo, in Atti del convegno su La donna
romana nel mondo antico, Torino 1986; V. CIAFFI, Il mondo di Gaio Valerio Catullo e la sua
poesia, Bologna 1987; P. FEDELI, Introduzione a Catullo, Bari 1998; W. MENICHELLI, Catullo: eros
e amore, Milano 1995; A. GHISELLI, Catullo, il Passer di Lesbia e altri scritti catulliani, Bologna
2005.
145
Nella poesia elegiaca, in particolare in Properzio, lamore lesperienza unica e assoluta, ed
esso stesso un mezzo di corteggiamento, che deve cooperare a sedurre lamata. Questo modo di
concepire lesistenza costituisce un consapevole sovvertimento dei valori morali del civis romano:
ai valori positivi su cui si fondava la vita civilmente impegnata, il poeta damore sostituisce,
facendone la propria aspirazione, una serie di disvalori: dalla desidia allignavia, dallinerzia
allinfamia, alla nequitia. Su questi temi vedi P. VEYNE, La poesia, lamore, loccidente. Lelegia
erotica romana, Bologna 1985, 113-145; S. ALFONSO, Il poeta elegiaco e il viaggio damore:
dallinnamoramento alla crisi, Bari 1990; G. CAVALLO, P. FEDELI, A. GIARDINA, Lo spazio letterario
di Roma antica, Roma.-Bari 1991; P. PINOTTI, Lelegia latina storia di una forma poetica, Roma
2002; D. CORVINO, Nuove proposte letterarie latine, Napoli 2004.
146
Si veda a tal proposito: E. MIGLIARIO, Contesti cronologici e riflessioni storiche nelle suasoriae
senecane, in La cultura storica nei primi due secoli dellImpero romano, a cura di L. Troiani, G.
Zecchini, Roma 2005, 99-110; Id., Cultura politica e scuole di retorica a Roma in et augustea, in
Retorica ed educazione delle lites nell'antica Roma, a cura di F. Gasti F., E. Romano, Como-Pavia
2008.
147
Sul punto vd.: M. TROZZI, Ovidio e i suoi tempi amori fasti e scandali di Roma imperiale,
Catania 1930; R. ABBOT, Ovid- Poet of Immorality and Non-Conformity, in Pegasus 5 (1966), 3-9;
M. LABATE, Poetica ovidiana dellelegia: la retorica della citt, in Materiali e discussioni per
l'analisi dei testi classici, III (1979), 9-67; A. BARCHIESI, Il poeta e il principe. Ovidio e il discorso

57

ripristinare gli antichi costumi, quelle parti dellopera ovidiana che illustravano le
tecniche della seduzione amorosa. E addirittura probabile che proprio lArs amatoria
e la sua pubblicazione abbiano indotto Augusto a non recedere dalla decisione di
infliggere a Ovidio lesilio perpetuo148.
LArs amatoria un vero e proprio trattato in tre libri, nel quale vengono
appunto esposte le tecniche della conquista amorosa alla maniera delle opere
didascaliche149.
Nel proemio Ovidio definisce subito la materia dellopera, secondo le norme
compositive proprie del poema didascalico: si rivolge al popolo romano che ancora
ignora larte di amare, e per legittimare lassunzione dellamore come argomento di
un manuale che ne sveli la tecnica, essa paragonata ad attivit materiali come la
navigazione e la guida dei carri, mestieri dominati dalla ragione e dalla volont
delluomo, e regolati da un insieme di norme codificate che, pertanto, si possono
augusteo, Bari 1994; E.M. ARIEMMA, Gli dei garanti dellimpunit. Ovidio e il giuramento damore
in Ars I, 361-646, in Ovidio: da Roma allEuropa, a cura di I. GALLO e P. ESPOSITO, Napoli 1998,
131-158; P. J. DAVIS, Ovid and Augustus: a political reading of Ovids erotic poems, London 2008.
148
Nell 8 d.C. il poeta venne colpito inaspettatamente da Augusto con la relegatio a Tomi
(lodierna Costanza), sulle coste del Mar Nero. I motivi restano ignoti: il poeta stesso accenna in
modo volutamente vago ad un carmen e ad un error. Poich lArs amatoria venne ritirata dalle
biblioteche pubbliche, non si sar lontani dal vero nel ritenere questo il carmen a cui allude Ovidio.
A tal proposito vedi: L. DESIATO, Sulle rive del mar nero, Milano 1992; A. LUISI, N. F. BERRINO,
Culpa silenda: le elegie dellerror ovidiano, Bari 2002; G. M. MASSELLI, Il rancore dellesule:
Ovidio, libis e i modi di uninvettiva, Bari 2002; I. CICCARELLI, Commento al II libro dei Tristia di
Ovidio, Bari 2003. Daltra parte, va ricordato che la data della legislazione augustea ancora un
tema molto dibattuto, ed anche per tale ragione non possiamo affermare con certezza che sia stata
lopera in questione il motivo di scontro tra il poeta e il princeps. In particolare sul tema vd.: V.
ARANGIO-RUIZ, La legislazione, in Augustus. Studi in occasione del Bimillenario, Roma 1938
(=Studi di diritto romano III, 1977) 264; F. DELLA CORTE, Le leges Iuliae e lelegia romana, in
Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, II, 30.1, (1982), 539-558.
149
Ars Amatoria, I. 1-4: Si quis in hoc artem populo non novit amandi/ hoc legat et lecto carmine
doctus amet/ Arte citae veloque rates remoque moventur/ arte leves currus: arte regendus Amor; I.
265-270: Nunc tibi/ quae placuit/ quas sit capienda per artes/ Dicere praecipuae molior artis opus/
Quisquis ubique, viri, dociles advertite mentes/ Pollicitisque favens, vulgus, adeste meis.

58

apprendere150.
Segue poi una chiara delimitazione dei suoi destinatari: lArs non si rivolge alle
matronae dellUrbe, ma alle etere151, cui era concessa maggiore libert e, in
conseguenza, spregiudicatezza. A questa affermazione, in seguito, far riferimento il
poeta per respingere le accuse di immoralit, pur non riuscendo a riconquistare
lindulgenza di Augusto. In realt, come il principe ben cap, lArs era un affresco
minuzioso della vita galante di Roma e dei costumi dei ceti abbienti, che, proprio in
quegli anni, Augusto aveva tentato di moralizzare, riconducendoli alla supposta
antica semplicit e all'austerit delle origini della repubblica.
LArs descrizione dei luoghi di incontro e degli ambienti del bel mondo
dellUrbe, in cui si possono utilizzare in modo proficuo le tecniche della seduzione.
Le occasioni pi favorevoli sono costituite dai momenti di aggregazione ufficiale
della comunit, come le feste e le cerimonie sacre. Ovidio non basa la sua opera su
una vicenda amorosa, ma su una serie di situazioni esemplari grazie alle quali pu
sviluppare unefficace azione precettistica. Inoltre, la scelta di un punto di
osservazione esterno da parte del poeta produce non pi i complici ammiccamenti di

150

B. OTIS, Ovid as an epic poet, Cambridge 1970; A.S. HOLLIS, The Ars Amatoria and Remedia
Amoris, in Ovid, ed. by J.W. BINNS, London 1973, 86-115; G. ROSATI, Lesistenza letteraria. Ovidio
e lautocoscienza della poesia, in Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici, II (1979),
101-136; E. ROMANO, Amores 1,8: lelegia didattica e il genere dellArs Amatoria, in Orpheus n.s.
1 (1980), 269-292; R. DIMUNDO, Larte della seduzione e il doctus amator ovidiano (Ov. Ars 1, 134), in Bollettino di studi latini 30 (2000), 19-36; G. SISSA, Eros tiranno. Sessualit e sensualit nel
mondo antico, Roma- Bari 2003, 173-212.
151
Sebbene la figura delletera sia tipica del mondo greco, anche a Roma si fa ad essa riferimento,
sin dalle commedie di Plauto. Si veda sul punto: M. JOHNSON, T. RYAN, Sexuality in Greek and
Roman literature and society, New York- London 2004; J. M. NIETO IBANEZ, Estudios sobre la
mujer en la cultura grieca y latina, XIII Jornadas de filologia clasica, Leon 2005; E. DAMBRA,
Roman Women, Cambridge 2007.

59

chi si collocava allinterno del genere per scomporlo e definirlo in modo diverso,
come i poeti elegiaci precedenti, ma la chiara enunciazione di modi di
comportamento della vita mondana e del mondo galante.
Il primo libro si intrattiene sui modi per conquistare la donna: dove incontrarla,
come sceglierla, quale tattica seguire per attirare la sua attenzione e carpirne la
benevolenza, quali stratagemmi usare, infine, per far breccia nel suo cuore. Nel
secondo si forniscono ammaestramenti sulla maniera migliore di mantenere viva la
fiamma damore, mentre nel terzo ci si rivolge alle donne, indirizzando loro idonei
precetti, proprio come il poeta aveva fatto, in precedenza, rivolgendosi ai giovani
dellaltro sesso.
Dal momento che si tratta di unopera letteraria, non si pu certamente sperare
che essa permetta davvero di cogliere la reale portata delledictum de ademptata
pudicitia: e tuttavia, consentendoci di comprendere quali concrete strategie si
utilizzassero nel corteggiamento amoroso, lArs amatoria fornisce qualche indizio
utile per mettere a fuoco i comportamenti contemplati dal pretore152.
Daltra parte Ovidio sembra ben consapevole di addentrarsi in un campo
minato, tanto che propone una serie di avvertenze, in primo luogo nella dichiarazione
di intenti nellesordio dellopera, in cui si afferma che le donne a cui era riservato
lornamento della stola, le matronae, e le ragazze per bene, non dovevano (este

152

Per unanalisi dello sfondo sociale su cui si staglia lArs Amatoria di Ovidio vedi.: I. GALLO, L.
NICASTRI, Cultura, poesia e ideologia nellopera di Ovidio, Napoli 1991, 41-99; 287-293; G. LETO,
Publio Ovidio Nasone, versi e precetti damore, Torino 1998.

60

procul) accostarsi allopera di Ovidio153, e lo stesso avvertimento il poeta ripete


nellapertura dei libri II154 e III155.
Queste affermazioni che pur intendendo fugare ogni sospetto di immoralit,
non lo salvarono dallesilio contrastano non poco con le minuziose descrizioni
sparse nellopera che descrivono con precisione la vita galante dei ceti abbienti di
Roma.
In ogni caso, al di l di quello che poteva essere il pi sincero e recondito
intento di Ovidio, quello che a noi interessa il fatto di rinvenire, in unopera
programmaticamente indirizzata al corteggiamento, lidea che, come si visto, fa da
sfondo del nostro editto: la pudicitia si manifesta esteriormente, in primo luogo
attraverso labbigliamento.
Ulteriore corrispondenza si rinviene tra i comportamenti contemplati dalleditto
e le tecniche insegnate da Ovidio per avvicinarsi con successo a feminae e puellae. In
queste tattiche la dolce eloquenza simpone in ogni corteggiamento vittorioso.
Per una scelta oculata delloggetto del corteggiamento il poeta consiglia la
frequentazione di luoghi di incontro pubblici e di spettacoli, nei quali si potevano
porre in essere le condotte punite dal nostro editto: infatti in esso si contemplano le
ipotesi di donne e giovani che passeggiano al di fuori delle mura domestiche, in uno

153

NellArs Amatoria (I, 31-34), vedi retro, p. 26, nt. 76.


Ars amatoria, vv. 599-600: En iterum testor: nihil hic nisi lege remissum / luditur; in nostris
instita nulla iocis.
155
Ars amatoria, vv. 485-488: Sed quoniam, quamvis vittae careatis honore, / est vobis vestros
fallere cura viros, / ancillae puerique manu perarate tabellas,/ pignora nec iuveni credite vestra
novo.
154

61

di quei luoghi che il poeta giudica pericolosi per la pudicitia156.


Una volta individuata la donna da conquistare il poeta insegna che importante
impadronirsi dellarte della parola convincente, la stessa che permette alloratore di
dominare assemblee e tribunali, e delle blanditiae, i complimenti che irretiscono la
donna, in un modo molto delicato e mai volgare:
Ars Amatoria, I, 459-468: Disce bonas artes, moneo, Romana iuventus, / non
tantum trepidos ut tueare reos; / quam populus iudexque gravis lectusque senatus, /
tam dabit eloquio victa puella manus. / Sed lateant vires, nec sis in fronte disertus; /
effugiant voces verba molesta tuae. / Quis, nisi mentis inops, tenerae declamat
amicae? / Saepe valens odii littera causa fuit./ Sit tibi credibilis sermo consuetaque
verba,/ blanda tamen, praesens ut videare loqui157.
Con un movimento di impronta didascalica, esaltato dalla parola tematica
iniziale e dal tono elevato, il maestro158 fa un elogio, in ambito generale, degli studi
che portano i giovani al possesso della parola e delleloquenza. Parla in generale di
156

Ars Amatoria, I, 41-44: Dum licet et loris passim potes ire solutis, elige cui dicas tu mihi sola
places / Haec tibi non tenues veniet delapsa per auras / querenda est oculis apta puella tuis. I, 97100: Sic ruit ad celebres cultissima femina ludos / copia iudicium saepe morata meum est. /
Spectatum veniunt spectentur ut ipsa / ille locus casti damna pudoris habet.
157
Tr. G. LETO, Publio Ovidio Nasone. Versi e precetti damore, cit., 234-237: Nobili arti impara,
romana giovent, e non soltanto affinch tu difenda trepidanti imputati: come il popolo, il gidice,
bench severo, e il senato eletto, si arrender la donna, vinta alla tua parola. Ma nascondi i tuoi
mezzi, non esibire leloquenza, ogni tuo accento da parole eccessive rifugga. Chi, se non uno
sciocco, fa unarringa alla sua tenera amica? Forte avversione nacque da una lettera spesso. Usa
invece una lingua vera e parole usuali, seducenti, tuttavia, quasi stando presso di lei parlassi.
158
S. MARIOTTI, La carriera poetica di Ovidio, in Belfagor, XII (1957), 609-635; G. SOMMARIVA,
La parodia di Lucrezio nellArs e nei Remedia amoris, in Atene e Roma: rassegna trimestrale
dell'Associazione Italiana di Cultura classica, XXV (1980), 123-148; M. LABATE; Larte di farsi
amare. Modelli culturali e progetto didascalico nellelegia ovidiana, Pisa 1984, 135; P. J. DAVIS,
Praeceptor amoris: Ovids Ars Amatoria and the Augustan idea of Rome, in Ramus 24 (1995), 181195; E. PIANEZZOLA, Ovidio modelli retorici e forma narrativa, Bologna 1999; V. RIMEL, Ovid's
lovers desire, difference and the poetic imagination, Cambridge 2006.

62

bonae artes, cio del complesso delle discipline che concorrono a formare loratore,
ma tra queste spicca, come massima e compiuta realizzazione, leloquenza. Il potere
della parola quindi immenso ed , indiscutibilmente, il supremo strumento di
seduzione, per tale ragione devono essere ben chiare le caratteristiche delle parole
del corteggiamento: queste non devono tradursi in verba molesta, cio parole
sgradevoli, ma devono essere blanda, dolci e seducenti159.
In questa ottica, infatti, ogni volta in cui il poeta ricorre, soprattutto a proposito
dei primi approcci con la donna, al mezzo della parola, si riferisce sempre alle blande
parole o al blando discorso:
Ars Amatoria, I, 569-578: Hic tibi multa licet sermone latentia tecto / dicere,
quae dici sentiat illa sibi: / blanditiasque leves tenui perscribere vino, / ut dominam
in mensa se legat illa tuam: / atque oculos oculis spectare fatentibus ignem: / saepe
tacens vocem verbaque vultus habet. / Fac primus rapias illius tacta labelli / pocula,
quaque bibet parte puella, bibas: / et quemcumque cibum digitis libaverit illa, / tu
pete, dumque petis, sit tibi tacta manus160.
Questo passo riunisce tutti gli elementi della tradizione elegiaca: il linguaggio
criptico delle parole, dei segni, dei gesti e degli sguardi sono tutti strumenti necessari

159

R. DIMUNDO, Ovidio lezioni di amore. Saggio di commento al I Libro dell'Ars amatoria, Bari
2003, 15-23- 27-29.
160
Tr. cit., 242-243: Allora potrai dire cose nascoste in criptico linguaggio che lei avverta come a se
stessa rivolte lievi dolcezze scrivere in poco vino di modo che quella sulla tavola legga di possederti
ormai e guardala negli occhi, con occhi rivelanti passione: un volto silenzioso spesso ha voce e
parole. Cerca poi di afferrare per primo quel bicchiere dove ha bevuto e qualunque pietanza abbia
sfiorato lei con le sue mani tu prendila, e nel prenderla tocca anche la sua mano.

63

ad istituire una forma di contatto con la donna161.


Il necessario ricorso alla blanditia, in modo particolare nella prima fase del
corteggiamento, confermato da I, 605-624, in cui posto in evidenza come questa
debba anche necessariamente essere nutrita di lodi e complimenti per la donna a cui
ci si rivolge:
Ars Amatoria, I, 605-624: Insere te turbae, leviterque admotus eunti / velle
latus digitis, et pede tange pedem. / Conloquii iam tempus adest; fuge rustice longe /
hinc pudor; audentem Forsque Venusque iuvat. / Non tua sub nostras veniat facundia
leges: / fac tantum cupias, sponte disertus eris. / Est tibi agendus amans, imitandaque
vulnera verbis; / haec tibi quaeratur qualibet arte fides. / Nec credi labor est: sibi
quaeque videtur amanda, / pessima sit, nulli non sua forma placet. / Saepe tamen
vere coepit simulator amare, / saepe, quod incipiens finxerat esse, fuit. / Quo magis,
o, faciles imitantibus este, puellae: / fiet amor verus, qui modo falsus erat. / Blanditiis
animum furtim deprendere nunc sit, / ut pendens liquida ripa subestur aqua. / Nec
faciem, nec te pigeat laudare capillos. / Et teretes digitos exiguumque pedem: /
delectant etiam castas praeconia formae; / virginibus curae grataque forma sua est162.

161

DIMUNDO, Ovidio lezioni di amore. Saggio di commento al I Libro dell'Ars amatoria, cit., 55; G.
GIANGRANDE, Topoi ellenistici nellArs Amatoria, in Cultura poesia ideologia nellopera di Ovidio
cit., 61-98.
162
Tr. cit., 244-245: Inserisciti, e leggermente accostato a lei, toccale il piede col piede di parlarle
ora. Fuggi via, rozzo Pudore, Venere e la fortuna aiutano chi osa. Ma non sar soggetta alle mie
leggi leloquenza tua: bramandola soltanto diventerai facondo. Fingiti innamorato, le ferite a parole
simulando: convincila di questo, con qualsiasi arte. Per essere creduti non serve sforzo: di ispirare
amore ognuna crede, e pur se brutta a se stessa piace. Ma accade che il simulatore poi sinnamori
per davvero e ci che aveva finto di essere, egli sia. Voi, pertanto, ragazze disponibili siate con chi
finge: ci che or ora falso diverr vero amore. Tempo di impadronirsi delle lusinghe di lei,
furtivamente, come una riva incline limpida acqua erode, e non essere pigro nellammirare il suo
volto, i capelli le sue dita bel fatte e il suo piccolo piede. Piace altres alle oneste che la bellezza

64

Gli approcci, preparati durante il banchetto e poi alluscita, tra la folla dei
convitati, si manifestano in forma pi diretta con i primi scambi di battute disinibite e
accattivanti: parole apparentemente spontanee e appassionate, piene di lusinghe e
complimenti. In questo ritmo di approcci, il pudor, cio laspetto soggettivo della
pudicitia, la riservatezza e limbarazzo, personificato e definito rusticus,
campagnolo e rozzo, inadatto alle regole della mondanit cittadina163.
Sempre in tale direzione ci ritroviamo leggendo I, 663-664 e I, 709-720:
Ars Amatoria, I, 662-663 Quis sapiens blandis non misceat oscula verbis? /
Illa licet non det, non data sume tamen164;
Ars Amatoria, I, 709-720 Vir prior accedat, vir verba precantia dicat: / excipiet
blandas comiter illa preces. / Ut potiare, roga: tantum cupit illa rogari; / da causam
voti principiumque tui. / Iuppiter ad veteres supplex heroidas ibat: / corrupit magnum
nulla puella Iovem. / Si tamen a precibus tumidos accedere fastus / senseris, incepto
parce referque pedem. / Quod refugit, multae cupiunt: odere quod instat; / lenius
instando taedia tolle tui. / Nec semper veneris spes est profitenda roganti: / intret
amicitiae nomine tectus amor165.

riceva elogi le vergini hanno a cuore quella loro bellezza.


163
DIMUNDO, Ovidio lezioni di amore. Saggio di commento al I Libro dell'Ars amatoria, cit. 66-83;
C.M.C. GREEN, Terms of Venery: Ars Amatoria I, in TaPha, CXXVI (1996), 221-263.
164
Tr. cit., 248-249: Baci e dolci parole insieme metterebbe un uomo esperto. Se lei darli non vuole,
prenditeli ugualmente.
165
Tr. cit., 250-253: Luomo si faccia avanti, e pronunci parole di preghiera, imploranti richieste che
lei con grazia accetti. Per conquistarla, chiede, che tu la preghi quello che lei vuole: dai al tuo
desiderio un inizio e uno scopo. Giove si rivolgeva alle antiche eroine supplicando; ma donna
alcuna, mai corruppe il grande Giove. Se avvertirai che lalto tuo prestigio rifiuta le preghiere
abbandona limpresa e inverti il tuo cammino. Sono in molte a bramare ci che fugge e ci che le
incalza a odiare, sii cauto nellinsistere e non sarai tedioso. Non sempre il seduttore dichiari
lintenzione del possesso, lamore entri coperto dal nome di amicizia.

65

E qui illustrato il gioco delle parti nel corteggiamento: liniziativa presa


normalmente dalluomo, che non pu pretendere avances dalle ragazze, ma in certi
casi quando le reazioni della donna sono di orgoglio e di disdegno, meglio tirarsi
indietro e farsi desiderare. In altri casi, per vincere forti resistenze psicologiche,
liniziativa deve assumere forme di diplomatica cautela, per arrivare allamore
attraverso lamicizia: da ci noi apprendiamo che il pudore femminile la norma 166.
Altri versi, tratti dal II libro dellArs, confermano la blanda natura della parola
che caratterizza il sermo amoroso, non solo nella fase iniziale del corteggiamento, ma
anche in quella successiva, allo scopo, per, di conservare lamore della donna
conquistata167.
Le parole utilizzate per lappellare represso dal nostro editto168 hanno la stessa
blanda natura del sermo ovidiano: in entrambi i casi si tratta, nella sostanza, di parole
seducenti, di una serie di complimenti e dolcezze. Tuttavia, mentre nella blanda
oratio punita dal nostro editto lobiettivo quello di corrompere la pudicizia, cio
una consapevole volont di nuocere a un valore fondamentale169, nelle blanditiae
ovidiane questintenzione non mai esplicitamente rilevabile.
Al contrario il poeta, sin dallinizio dellopera, afferma di non voler trattare
della corte fatta a matrone o illibate fanciulle, ma a donne di stampo e fama diversa:

166

DIMUNDO, Ovidio lezioni di amore. Saggio di commento al I Libro dell'Ars amatoria, cit., 123128; J.F. MILLER, Apostrophe, aside and the didactic adressee. Poetic strategies in Ars Amatoria, in
Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici, XXXI (1994), 231-242.
167
Ars Amatoria, II, 152: Dulcibus est verbis mollis alendus amor; II, 159-160: Blanditias molles
auremque iuvantia verba / adfer ut adventu laeta sit illa tuo; II, 333-334: Nec tamen officiis odium
quaeratur ab aegra / sit suus in blanda sedulitate modus.
168
D. 47.10.15.15 (Ulp. 57 ad ed.); D. 47.10.15.20-22 (57 ad ed.).
169
Supra, p. 36, nt. 99.

66

se poi il lettore far un uso diverso dei suoi consigli la responsabilit non sar del
poeta, per quanto, indubbiamente, Ovidio non appaia esente da ogni malizia.
Questo raffronto fa capire come il limite dei boni mores, oltrepassato il quale
opera leditto, fosse tenuto ben presente da Ovidio: egli incoraggia comportamenti
che nella sostanza non si discostano da quelli puniti dalleditto, ma essendo privi
della volont di offendere la pudicitia, devono rimanere entro il confine segnato dai
boni mores.
Altrettanto possiamo dire per il comitem abducere170:: anche lallontanamento
dellaccompagnatore della donna figura come tappa fondamentale della tattica
amorosa predisposta da Ovidio nellArs, per superare gli ostacoli che luomo avrebbe
incontrato nel procedere alla sua conquista.
Il corteggiatore deve cercare, in qualche modo, di convincere il custos della
donna a lasciargli campo libero, conquistando, eventualmente, la complicit
dellancella171.
Lancella il personaggio chiave nei rapporti fra il corteggiatore e la donna
prescelta: la funzione dellancella quella dellaiutante, nel favorire lapproccio,
nella scelta del momento adatto, nel suggerire alla padrona il nome del pretendente 172.
Si propone questo suggerimento anche in unaltra opera di Ovidio: gli Amores,
una raccolta di poesie il cui nucleo centrale rappresentato dal racconto dellamore
170

Supra, pp. 36-41.


Ars Amatoria, I, 351-366 Sed prius ancillam captandae nosse puellae / cura sit: accessus molliet
illa tuos. / Proxima consiliis dominae sit ut illa, videto / neve parum tacitis conscia fida iocis. /
Hanc tu pollicitis, hanc tu corrumpe rogando: / quod petis, ex facili, si volet illa, feres. / Illa leget
tempus (medici quoque tempora servant) / quo facilis dominae mens sit et apta capi; II, 251-252
Nec pudor ancillas, ut quaeque erit ordine prima / nec tibi sit servos demeruisse pudor.
172
DIMUNDO, Ovidio lezioni di amore. Saggio di commento al I Libro dell'Ars amatoria, cit., 46-50.
171

67

fra il poeta e una donna (Corinna) in cui, in nuce, si rinvengono spesso consigli che il
poeta, in seguito, definir pi esaurientemente nellArs:
Amores, II, 2.1-10: Quem penes est dominam servandi cura, Bagoa, / dum
perago tecum pauca, sed apta, vaca. / Hesterna vidi spatiantem luce puellam / illa,
quae Danai porticus agmen habet. / Protinus, ut placuit, misi scriptoque rogavi. /
Rescripsit trepida 'non licet!' illa manu; / et, cur non liceat, quaerenti reddita causa
est, / quod nimium dominae cura molesta tua est. / Si sapis, o custos, odium, mihi
crede, mereri / desine; quem metuit quisque, perisse cupi173.
Come per gli altri comportamenti con cui si realizza il delitto di adtemptata
pudicitia, non vi uneccezione per ladsectari174, che rientra anche esso nel novero
delle strategie di seduzione illustrate da Ovidio, il quale consiglia di seguire lamata,
si sposti essa a piedi o in lettiga, di sedersi non lontano da lei a teatro, di guardarla
con insistenza ed ammiccando, di imitare i suoi gesti:
Ars Amatoria, I, 485-504: Quod rogat illa, timet / quod non rogat, optat, ut
instes; / insequere, et voti postmodo compos eris. / Interea, sive illa toro resupina
feretur / lecticam dominae dissimulanter adi, / neve aliquis verbis odiosas offerat
auris, / qua potes ambiguis callidus abde notis. / Seu pedibus vacuis illi spatiosa
teretur / porticus, hic socias tu quoque iunge moras: / et modo praecedas facito,
173

Tr. L. CANALI, Ovidio. Amori, Milano, 2000, 132-135: Tu che devi fare la guardia alla tua
padrona, Bagoo, ascoltami mentre ti dico poche parole, ma opportune. Ieri vidi la fanciulla a
passeggio nel portico che contiene le statue di tutta la prole di Danao. Subito, poich mi piacque, le
inviai un messo, e la invitai con un biglietto. Con trepida mano mi rispose: Non possibile. E a
me che ne chiedevo il perch, fu addotta questa ragione: la tua custodia della padrona troppo
serrata. Se sei saggio, custode, credimi, smetti di meritare odio; chi ti teme, finisce col desiderare la
tua morte.
174
Supra, pp. 41-42.

68

modo terga sequaris, / et modo festines, et modo lentus eas: / nec tibi de mediis
aliquot transire columnas / sit pudor, aut lateri continuasse latus; / nec sine te curvo
sedeat speciosa theatro: / quod spectes, umeris adferet illa suis. / Illam respicias,
illam mirere licebit: / multa supercilio, multa loquare notis. / Et plaudas, aliquam
mimo saltante puellam: / et faveas illi, quisquis agatur amans. / Cum surgit, surges;
donec sedet illa, sedebis; / arbitrio dominae tempora perde tuae175.
In questo passo il poeta illustra tre circostanze: il passaggio della donna in
lettiga, lora del passeggio, lincontro a teatro. Sono tutte opportunit di approccio
diretto con la donna: avvicinarsi alla lettiga e intrattenere conversazione con la donna
stesa sui cuscini, sfruttare labitudine del passeggio tra i colonnati del grande Portico
di Pompeo e approfittare dello spettacolo teatrale, che consentiva un muto dialogo a
distanza, poich le donne occupavano a teatro le file pi alte, trovandosi perci dietro
alle file riservate agli uomini176.
La condotta repressa dalleditto, ladsectari, sembra essere sostanzialmente
incoraggiata da Ovidio, ma poich anche in tal caso, come per lappellare,
loperativit delleditto legata al superamento del limite dei boni mores, il poeta non
175

Tr. cit., 236-239: Ma ci che chiede, teme, ci che vuole, non chiede: che tu insista. Inseguila,
ben presto avrai quello che brami. Frattanto se sdraiata sui cuscini verr condotta in giro,
noncurante avvicinati alla sua lettiga e cos che nessuno porga alle tue parole odiose orecchie queste
se puoi confondi accorto a cenni ambigui. E se poi va a piedi per lampio portico, indolentemente,
unisciti a lei nel suo passo svagato e ora di precederla cerca, oppure seguila da presso, ora affrettati
e ora cammina a passo lento. E non ti vergognare di spostarti dalla corsia centrale di non poche
colonne per metterti al suo fianco. Senza di te non sieda splendida nella curva del teatro: regger lo
spettacolo per te sulle sue spalle. Tu voltati a guardarla, avrai modo di contemplarla a lungo, di dirle
molte cose coi sopraccigli, o a cenni. Applaudi quando il mimo saltella nella parte di una donna e
sostieni chiunque sia nel ruolo di amante. Se si alza, ti alzerai, finch seduta resterai seduto: perdi
tempo, al capriccio di colei che ti piace.
176
U. PAOLI, Vita romana, Firenze 1968; W. BEARE, I Romani a teatro, trad. a cura di M. DE
NONNO, Bari 1986; DIMUNDO, Ovidio lezioni di amore. Saggio di commento al I Libro dell'Ars
amatoria, cit., 232-235.

69

giungeva sino al punto di consigliare un comportamento contrario ai boni mores: esso


poteva al pi risultare fastidioso se alla corteggiata il corteggiatore non fosse stato
gradito.
LArs Amatoria conferma a gran voce quello che implicitamente leditto
presupponeva: nella societ romana esistevano categorie umane e sociali
incompatibili e inassociabili, la donne per bene da un lato, le libertine e le meretrici
dallaltro; per questo motivo il poeta che si rivolgeva alluna non poteva rivolgersi
anche allaltra, anzi, sentiva il bisogno di escludere espressamente laltra dal raggio
dazione della sua voce poetica177.
Questo rende chiaro un dato per noi decisivo: i comportamenti presi in
considerazione dalleditto erano puniti nella misura in cui determinavano una
possibile associazione tra queste categorie, tra queste sfere distinte178.
LArs conferma che la pudicitia179 protetta dal nostro editto va intesa in senso
oggettivo come onorabilit di matrone e giovani appartenenti a famiglie
aristocratiche, testimoniando come la tutela relativa ad un valore individuale sia
anche strettamente funzionale al mantenimento dellordine sociale180.

177

E.J. KENNEY, Chassez la femme, in Classical Quarterly, XLII (1992) 551-552; R. MAYER, La
femme retrouve?, in Classical Quarterly, XLIII (1993) 503; M. LABATE, Passato remoto. Et
mitiche e identit augustea in Ovidio, Pisa 2010, 214-231.
178
A. LA PENNA, Fra teatro, poesia e politica romana, Torino 1979, 181-205; A. R. SHARROCK,
Ovid and the politics of reading, in Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici, XXXII
(1994), 97-122.
179
T. HABINEK, The invention of sexuality in the world-city of Rome, in The Roman Cultural
Revolution, Cambridge 1997, 23-43; R. GIBSON, S. GREEN, A. SHARROCK, The Art of Love:
Bimillenial essays on Ovids Ars amatoria and Remedia amoris, Oxford 2006.
180
Per limportanza del controllo dei comportamenti sessuali nellottica della protezione della
familia e dellordine sociale vd. G. FRANCIOSI, Clan gentilizio e strutture monogamiche, Napoli
1983, 23-53; RIZZELLI, Lex Iulia de adulteriis, Studi sulla disciplina di adulterium, lenocinium,

70

Alla luce di tutto questo, quindi, non possiamo ritenere che loffesa alla
persona derivante dalladtemptata pudicitia fosse lunico aspetto preso in
considerazione dalla tutela edittale: il bene giuridico protetto dalleditto era il buon
nome, la buona reputazione della donna o dei fanciulli: ma la violazione di questo
bene giuridico avrebbe offeso non solo la persona colpita, ma anche la fama della sua
familia181.
Le condotte punite dalleditto, di per s, non concretavano una violazione della
castit o della pudicizia della persona colpita, e, come nel caso dellappellare, erano
molto spesso accompagnati da complimenti e parole di lode nei confronti della
donna, tuttavia risultavano sconvenienti per limmagine di donne e fanciulli onorati e
rispettati, quali esponenti di famiglie di alto rango sociale182, nellottica di quella netta
divisione sociale che emerge dallopera ovidiana183.

7. Lanimus iniuriandi nelladtemptata pudicitia.

Una riflessione in pi merita lanimus iniuriandi nel contesto di questo editto:


ogni forma di iniuria implicava da parte dellattore del delitto lesistenza del dolo
specifico, lanimus iniuriandi, detto talvolta anche affectus184, consistente nella

stuprum, cit., 9.
181
A proposito del riflesso delle vicende relative alle donne sulla familia di appartenenza si veda
FAYER, La familia romana, Aspetti giuridici ed antiquari, cit., 154-155; 159; 164-165; 278-279.
182
POLAY, Iniuria types in Roman Law, cit., 158-159.
183
E. PIANEZZOLA, Conformismo e anticonformismo politico nellArs amatoria di Ovidio, in
Quaderni dellIstituto di Filologia Latina 2 (1972), 37-58.
184
Per luso di affectus come sinonimo di animus iniuriandi vedi anche: D. 44.7.34 pr. (Paul. l. s. de
concurr. action.), D.47.10.18.4 (Paul. 55 ad ed.). Sulla tematica pi generale del dolo nei delitti
privati: S. PEROZZI, Istituzioni di diritto romano, II vol. Roma 1928, rist. 1963, 338; SCHULZ,

71

volont di offendere185 una determinata persona (anche se non precisamente


identificata186), e ladtemptata pudicita, quale forma di iniuria, rispondeva a questa
regola generale, senza fare eccezione.
Rimane ora da chiarire se per lapplicazione di questo editto speciale bastasse
nelloffensore la semplice volont di offesa, il semplice animus iniuriandi, comune a
tutte le forme di iniuria, oppure era necessaria una precisa volont di adtemptare alla
pudicitia.
Come abbiamo potuto rilevare dalle fonti, limportanza dellabito nella societ
romana ci ha portato a credere che anche labito delle persone tutelate dalleditto
fosse un elemento rilevante. In particolare, si avuto modo di verificare che un abito
consono al proprio rango era necessario affinch lautore del delitto potesse avere
coscienza di offendere una persona la cui pudicizia andava protetta.
Daltra parte, il confronto con lopera ovidiana, che lo stesso autore afferma
non essere diretta alle matronae, la cui pudicizia andava salvaguardata, mette in luce
come determinate attenzioni, molto vicine ai comportamenti puniti dalleditto, erano
di per s potenzialmente lesive della pudicizia della persona a cui venivano riservate.
Classical roman law, cit., 571; C. SANFILIPPO, Gli atti illeciti, Catania 1959, 19 ss; M. KASER,
Typisierter dolus im altrmische Recht, in Bullettino dell'Istituto di Diritto romano, LXV
(1962), 79-104; J. GARCIA-CAMIAS, La problemtica del dolo en el Derecho Romano Clsico, in
Derecho de Obligaciones. Homenaje al Profesor J.L. Murga Gener, cit., 971-973.
185
D. 47.10.3 pr.-3 (Ulp. 56 ad ed.): Illud relatum peraquae est, eos, qui iniuriam pati possunt, et
facere posse. Sane sunt quidam, qui facere non possunt, ut puta furiosus et impubes, qui doli capax
non est: namque hi pati iniuriam solent, non facere. Cum enim iniuria ex affectu facientis consistat,
consequens erit dicere hos, sive pulsent sive convicium dicant, iniuriam fecisse non videri. Itaque
pati quis iniuriam, etiamsi non sentiat, potest, facere nemo, nisi qui scit se iniuriam facere, etiamsi
nesciat cui faciat. Quare si quis per iocum percutiat aut dum certat, iniuriarum non tenetur. Per il
dolo nel delitto di iniuria vedi supra, p. 36, nt. 99.
186
D. 47.10.18.3 (Paul. 55 ad ed.): Si iniuria mihi fiat ab eo, cui sim ignotus, aut si qui putet, me
Lucium Titium esse, cum sim Caius Seius, praevalet quod principale est, iniuriam eum mihi facere
velle, nam certus ego sum, licet ille putat me alium esse quam sum, ed ideo iniuriarum habeo.

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Tutto ci ci porta a pensare che il dolo richiesto in questo editto avesse un


profilo meno generico del puro animus iniuriandi, della semplice volont di offesa,
ma che fosse invece necessaria la volont di mettere in pericolo la pudicizia di una
persona onorata. Ci per altro confermato da due affermazioni, luna di Ulpiano e
laltra di Paolo, i quali anticipano, nellambito di frammenti che trattano delliniuria
in generale, la concessione dellactio iniuriarum nei casi di attentato alla pudicitia di
una persona, precisando che nel concetto di attentato alla pudicitia rientrano tutti quei
comportamenti, senza peraltro indicarne alcuno, volti a far diventare una persona
impudica:
In D. 47.10.9.4 (Ulp. 57 ad ed.) si legge:
Si quis tam feminam quam masculum, sive ingenuos sive libertinos, impudicos
facere adtemptavit, iniuriarum tenebitur. Sed et si servi pudicitia adtemptata sit,
iniuriarum locum habet.
In D.47.10.10 Paolo (55 ad ed.) afferma:
Adtemptari pudicitia dicitur, cum id agitur, ut ex pudico impudicus fiat.