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Dante, diminutivo di Durante, nacque tra il 15 maggio e il 15 giugno del 1265

a Firenze, in una data imprecisata anche se sappiamo da lui stesso che era
del segno zodiacale dei Gemelli (Par., XXII). Il padre, Alaghiero II di
Bellincione, apparteneva alla piccola nobilt cittadina e discendeva da un
certo Cacciaguida che il poeta indica come suo antenato e combattente nella
II Crociata (Par., XV), mentre la madre era Bella degli Abati. Poco sappiamo
della prima infanzia di Dante, se non che nel 1277 il padre lo promise in
sposo a Gemma Donati, con cui sarebbe convolato a nozze nel 1285 a
vent'anni e che era imparentata con Corso, Forese e Piccarda (i Donati erano
tradizionalmente vicini al partito dei Guelfi Neri). Dal matrimonio nacquero
diversi figli, tra cui Pietro e Jacopo (che furono tra i primi commentatori della
Commedia), una Antonia (poi monaca, pare, col nome di suor Beatrice) e
forse un Giovanni. Siamo poco informati anche della formazione culturale del
futuro poeta, che probabilmente studi retorica con Brunetto Latini (da lui
indicato quale suo maestro in Inf., XV) e fece un viaggio negli anni giovanili a
Bologna, dove forse assist ad alcune lezioni di medicina nello Studio della
citt (sul fatto non ci sono conferme, salvo la discreta competenza mostrata
dallo scrittore in campo medico, specie nella Commedia). Ugualmente ferrato
doveva essere anche nell'arte figurativa (in Purg., VII usa con propriet i
termini tecnici dei colori della pittura) e nella musica, come dimostra
l'amicizia col cantore Casella (Purg., II) e col liutaio Belacqua (Purg., IV),
anche se di tali attivit non sappiamo nulla di preciso. Certo il giovane Dante
doveva frequentare gli ambienti colti e raffinati di Firenze, allora centro
politico e culturale di prima grandezza nell'Italia del Centro-Nord, e presto
conobbe Guido Cavalcanti con cui strinse una profonda amicizia, fino a
formare con lui il sodalizio poetico noto come la scuola del Dolce Stil Novo:
Guido, pi vecchio di lui di qualche anno, doveva avere gi una discreta fama
come poeta e come pensatore (era forse seguace dell'epicureismo, come il
padre Cavalcante) ed esercit senz'altro una certa influenza poetica sul
giovane Dante, che almeno all'inizio lo prese a modello. Sempre negli anni
giovanili si colloca l'incontro e l'amore per Beatrice, identificata storicamente
con Bice figlia di Folco Portinari, per la quale scrisse le prime poesie, anche se
tale vicenda amorosa dovette mescolarsi ad altre relazioni con altre donne
fiorentine, di cui si ha traccia nelle Rime e nella Vita nuova. Beatrice sarebbe
morta assai giovane nel 1290 e negli anni immediatamente seguenti Dante
compose appunto il "libello" giovanile della Vita nuova, che narra in forme
stilizzate e allegoriche la storia di quell'amore. Pi o meno negli stessi anni
prese parte come cavaliere alla battaglia di Campaldino (1289), combattuta
contro i ghibellini di Arezzo e conclusasi con la vittoria dei Guelfi di Firenze. La
morte di Beatrice gett Dante in un profondo sconforto, che da un lato lo
spinse a cercare consolazione nella relazione con altre donne (ad esempio la
"donna gentile" di cui si parla nella Vita nuova, o la Petra cantata nelle

cosiddette "Rime petrose"), dall'altro a sperimentare nuove forme letterarie


molto lontane dallo Stilnovo, tra cui rientra anche la "tenzone" con Forese
Donati, uno scambio polemico di sonetti di stile decisamente comico. Negli
stessi anni matur anche un nuovo interesse per gli studi filosofici e in
particolare per la filosofia antica, come dichiarato dallo stesso Dante nel
Convivio, dove anzi la "donna gentile" verr reinterpretata come allegoria
proprio della filosofia: il frutto di questi studi furono alcune canzoni di
argomento dottrinale (scritte nel "bello stilo" che fece onore a Dante, come
da lui dichiarato a Virgilio in Inf., I) che in seguito il poeta raccolse nel
Convivio e che scrisse probabilmente negli anni Novanta del XIII sec., anche
con l'intento di dimostrare una raggiunta maturit poetica rispetto al periodo
giovanile. Le rime filosofiche riflettono anche un probabile accostamento di
Dante a posizioni vicine all'averroismo e un certo allontanamento dalle
posizioni pi ortodosse della teologia cristiana, fatto da lui in seguito indicato
come il "traviamento" che lo porter forse allo smarrimento nella "selva
oscura" della Commedia e che gli sar rimproverato da Beatrice nel poema.
Nel 1295 i "temperamenti" agli Ordinamenti di Giano della Bella del 1293
consentirono l'ingresso nella vita politica del Comune di Firenze anche ai
nobili, a condizione che si iscrivessero ad una delle Corporazioni cittadine,
cos Dante ne approfitt entrando nell'Arte dei Medici e degli Speziali e
intraprendendo cos l'attivit politica: milit nei Guelfi Bianchi come l'amico
Cavalcanti e occup varie magistrature del governo cittadino, sino a ricoprire
la carica di priore nel bimestre 15 giugno - 15 agosto 1300 (fu allora che
dovette, a malincuore, decretare l'esilio di Cavalcanti in seguito alla "zuffa" di
Calendimaggio coi Neri). Dante era cresciuto in una Firenze traumatizzata
dalla sconfitta dei Guelfi a Montaperti (1260) e in cui i Ghibellini erano stati
cacciati per sempre dopo la vittoria a Benevento (1266), mentre il partito
guelfo si era diviso nelle due fazioni dei Bianchi, che si battevano per
l'indipendenza politica della citt e si raccoglievano intorno alla famiglia dei
Cerchi, e dei Neri, favorevoli all'ingerenza di papa Bonifacio VIII nelle vicende
fiorentine e vicini alla famiglia dei Donati. Pare anzi che la magistratura dei
priori fosse stata creata proprio allo scopo di sedare le discordie cittadine tra i
due partiti e fu in quest'ottica che essa decise l'allontanamento da Firenze dei
capi pi accesi delle due fazioni, tra cui appunto rientravano Cavalcanti e
Corso Donati (l'amico di Dante fu per qualche tempo a Sarzana e poi rientr a
Firenze, poco prima della morte avvenuta nel 1300). Nel 1301 Dante fu
inviato insieme ad altri due come ambasciatore a Roma (o forse ad Anagni)
per sondare le intenzioni di papa Bonifacio VIII, all'avvicinarsi a Firenze del
finto "paciaro" Carlo di Valois: il poeta era ancora nel Lazio quando il Valois,
entrato nella citt toscana, favor con un colpo di mano la presa di potere dei
Neri che spadroneggiarono con uccisioni e soprusi a danno dei Bianchi, molti
dei quali vennero esiliati con accuse pretestuose. Identico destino tocc
anche a Dante, colpito dal provvedimento di esilio mentre era sulla strada del

ritorno (17 gennaio 1302) e accusato tra l'altro di baratteria, ovvero di essersi
fatto corrompere quand'era al governo per assumere provvedimenti non
dovuti, accusa senz'altro falsa. Dante non si present a Firenze e una
successiva sentenza il 10 marzo lo condann all'esilio perpetuo, con minaccia
di morte sul rogo se fosse caduto in potere del Comune; il poeta non sarebbe
mai pi rientrato nella sua citt e inizi da allora la sua vita raminga di esule,
che lo port in varie corti del Nord Italia e lo spinse a porsi al servizio di
diversi signori, condizione da lui sofferta come umiliante e in contrasto con la
precedente vita indipendente di uomo delle istituzioni comunali. Prima del
1304 sper di poter rientrare a Firenze unendosi ad altri fuorusciti che
progettavano un'iniziativa militare, ma poi se ne stacc non condividendo la
loro linea e non partecipando alla rovinosa battaglia della Lastra (1304),
risoltasi con la sconfitta degli esuli Bianchi. Siamo poco informati dei suoi
spostamenti negli anni sino al 1310 (fu ospite degli Scaligeri a Verona e dei
Malaspina), ma certo che in questo periodo si dedic alla stesura di alcune
delle sue opere in prosa pi importanti (Convivio, De vulgari eloquentia e pi
tardi la Monarchia, con cui intendeva dimostrare il suo valore filosofico e
letterario); gi dal 1307 avrebbe iniziato la composizione della Commedia, il
poema che ne avrebbe consacrato la fama immortale e che prosegu sino a
pochi mesi dalla morte. L'esilio segn uno spartiacque fondamentale nella
sua vicenda umana e letteraria, poich tale esperienza ampli di molto i suoi
orizzonti politici (sino a quel momento confinati in una dimensione
municipale) e lo port a contatto con ambienti e luoghi molto diversi da quelli
in cui era vissuto prima, sino ad elaborare una ideologia politica che
individuava nella monarchia universale dell'Impero il potere centrale che, a
suo dire, doveva assicurare la giustizia e sanare i mali dell'Italia, bench tale
sua posizione fosse alquanto anacronistica e lo facesse apparire addirittura
un ghibellino. La discesa in Italia nel 1310 dell'imperatore Arrigo VII di
Lussemburgo, deciso a ristabilire la sua autorit sui Comuni dell'Italia
settentrionale, accese in Dante nuove speranze di poter rientrare a Firenze e
in quest'occasione scrisse alcune delle sue Epistole pi famose, come quella
contro gli "scelleratissimi" fiorentini (VI) e soprattutto quella indirizzata allo
stesso Arrigo (VII), esortandolo a rompere gli indugi e stroncare la resistenza
di Firenze, postasi alla testa dei Comuni guelfi che si opponevano all'avanzata
dell'imperatore. La morte improvvisa di questi nel 1313 a Buonconvento,
vicino a Siena, cancell le ultime speranze di tornare e fu forse in questo
frangente o poco dopo che Dante scrisse il trattato sulla Monarchia, per
ribadire il ruolo centrale che l'Impero doveva assumere come potere politico
indipendente dalla Chiesa. Nel 1315 un'amnistia concessa dal Comune ai
fuorusciti gli offriva la possibilit di porre fine all'esilio, ma a condizioni
umilianti (ammettere le sue colpe, pagare una multa e trascorrere una notte
in carcere) che egli sdegnosamente rifiut, come spieg nell'Epistola
all'amico fiorentino (XII); fu l'ultima occasione di rientrare a Firenze, dal
momento che il governo dei Neri ribad la sua condanna a morte, estesa

ormai anche ai figli, e la confisca di tutti i beni della famiglia. Negli ultimi anni
della vita Dante fu a Verona, dove ormai era al servizio di Cangrande della
Scala (a lui indirizzata l'Epistola XIII, con cui gli dedicava il Paradiso) e dove
forse nel 1320 pronunci la Questio de aqua et terra, e a Ravenna, alle
dipendenze di Guido Novello da Polenta, nipote di Francesca; qui avrebbe
ricevuto l'invito da parte dello studioso Giovanni del Virgilio a recarsi a
Bologna per ricevere l'incoronazione poetica, invito declinato in quanto
sperava di ricevere l'onore a Firenze (nell'occasione scrisse le due Egloghe in
latino). Mor nel 1321 per i postumi di febbri malariche contratte mentre era
di ritorno da un viaggio diplomatico a Venezia e fu sepolto in un'arca presso il
tempio di S. Pier Maggiore, che poi si disse di S. Francesco: le sue spoglie
rimasero tumulate a Ravenna, nonostante alcuni tentativi promossi dai
fiorentini per riportarle nella citt natale e a cui i ravennati si opposero
sempre fermamente (iniziativa analoga fu presa anche da papa Leone X nel
Cinquecento, anche questa rimasta senza esito). Il poeta avrebbe ultimato la
Commedia pochi mesi prima della morte e secondo una nota leggenda
(ripresa anche da Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante) gli ultimi
tredici canti del Paradiso sarebbero stati ritrovati dal figlio Jacopo, dopo un
sogno rivelatore in cui l'anima del padre gli indicava la loro esatta posizione,
fatto che naturalmente non si sa quanto sia attendibile. Del grande poeta non
ci comunque rimasto alcun autografo.
Dante uomo del Duecento e la sua cultura appare ancora fortemente legata
a schemi mentali propri del Medioevo, fatto che appare particolarmente
evidente soprattutto nel suo rapporto con la letteratura classica che, pure,
parte integrante della sua formazione: anzitutto egli ignorava il greco (come
tutti gli intellettuali dell'Europa occidentale di quegli anni) e della letteratura
greca aveva solo una conoscenza indiretta, mediata probabilmente da
volgarizzamenti e traduzioni tarde, mentre pure lacunosa e imperfetta era la
sua padronanza della letteratura latina, sia per la conoscenza imprecisa della
lingua (il latino di Dante quello medievale, molto diverso dalla lingua di
Virgilio che addirittura talvolta fraintende) sia per l'incompletezza della
tradizione manoscritta, dal momento che molti testi sarebbero venuti alla
luce pi tardi ad opera di Petrarca e degli Umanisti. Dante inoltre sottoponeva
le opere della letteratura antica a un processo di rilettura in chiave cristiana
che ne forzava il senso e ne fraintendeva spesso il messaggio storico,
allineandosi in questo a una lunga tradizione risalente alla tarda antichit alla
quale non si sottrae: in quest'ottica Virgilio era interpretato come una sorta di
"profeta" del Cristianesimo a partire dall'errata lettura dell'Egloga IV e in
generale si rintracciavano "anticipazioni" delle verit cristiane nelle opere di
molti altri scrittori latini, tra cui primeggiava soprattutto Ovidio con le sue
Metamorfosi (repertorio ricchissimo di miti e leggende, assai usato anche da
Dante nella Commedia). Tale lettura "deformante" delle opere classiche
dominava incontrastata nella letteratura del Due-Trecento e spiega molte

delle scelte tematiche e stilistiche del poema dantesco, a partire dalla


presenza di Virgilio quale guida nei primi due regni dell'Oltretomba, ma anche
la trasformazione del poeta Stazio in un cristiano, la collocazione di Rifeo e
Traiano, pur pagani, nel Paradiso, nonch l'avventura a sfondo moraleggiante
di Ulisse oltre le Colonne d'Ercole (episodio del tutto estraneo alla tradizione
omerica). Dante non fu affatto un pre-umanista e solo con Petrarca la
letteratura classica verr finalmente letta in modo rigoroso e scientifico, con
una maggior consapevolezza linguistica e appoggiandosi alla scienza
filologica che, in quanto tale, era del tutto sconosciuta al mondo di Dante
(non sono rari i casi, anzi, in cui egli cade in clamorosi fraintendimenti anche
del testo virgiliano, per fattori linguistici o per problemi legati alla tradizione
manoscritta e non ancora risolti con criteri filologici).
Quanto alla tradizione volgare, invece, Dante era profondo conoscitore
soprattutto della letteratura in lingua d'oc e, anzi, padroneggiava assai bene
la lingua dei trovatori, come dimostra in Purg., XXVI in cui attribuisce ad
Arnaut Daniel alcuni versi in perfetto occitanico; conoscenza pi indiretta
doveva avere invece della lingua d'ol, mentre aveva forse letto attraverso
tardi volgarizzamenti in prosa i romanzi cortesi del ciclo arturiano, le Arturi
regis ambages pulcerrime ("appassionanti avventure del re Art) citate con
ammirazione nel De vulgari eloquentia (I, 10) e riprese anche in Inf., V con la
citazione del romanzo di Lancillotto e Ginevra. Certo le sue prime esperienze
poetiche riflettono questa sua formazione nella tradizione dell'amor cortese e
anche pi avanti si ispirer al trobar clus di Arnaut nelle "petrose", mentre il
"bello stilo" delle canzoni di argomento filosofico sar piuttosto ripreso da
quello elevato e tragico dell'Eneide, una delle fonti di ispirazione pi
importanti per Dante. Sotto il profilo linguistico Dante preferiva certamente il
volgare al latino, giudicando quest'ultimo una lingua artificiale e priva di
quella vitalit di cui il volgare era invece dotato, ed per questo che tutte le
sue opere principali sono scritte in fiorentino, da lui portato a una ricchezza
espressiva da cui non potranno prescindere gli altri autori del Trecento (Dante
sar, insieme a Petrarca e Boccaccio, una delle "tre corone" del XIV secolo e il
fiorentino diverr anche grazie al successo della Commedia la lingua base per
l'attivit letteraria in Italia). Il volgare del poema comunque una lingua
arricchita di tanti prestiti dai pi diversi idiomi, pieno di latinismi,
provenzalismi e, specie nel Paradiso, di neologismi inventati dal poeta, per
cui si parlato giustamente di un "plurilinguismo" dantesco che si affianca al
suo "pluristilismo" e rende anche in questo Dante tanto diverso dal Petrarca
del Canzoniere e dei Trionfi, bench anche lui non si sottrarr all'uso del
fiorentino come base delle sue opere (lo stesso varr, ovviamente, anche per
Boccaccio).
La formazione di Dante avviene naturalmente nell'ambito della
teologia cristiana, tuttavia egli conosce il pensiero dei filosofi antichi a
cominciare da quello importantissimo di Aristotele, giunto a lui attraverso la
mediazione dei traduttori e commentatori arabi (Avicenna, Averro) nonch

della rilettura in chiave cristiana che ne aveva fatto san Tommaso d'Aquino
nella Summa Theologica, diventata poi l'impalcatura dottrinale di tutto il
pensiero medievale e della stessa Commedia. Dante aveva ovviamente una
conoscenza pi diretta dei filosofi latini, tra cui spiccano Cicerone e Severino
Boezio (l'autore del De consolatione philosophiae, pensatore considerato
cristiano nel Medioevo) da lui letti e studiati negli anni successivi alla morte
di Beatrice, quando per sua stessa ammissione la filosofia gli offr appunto
consolazione per la perdita della donna amata (nel Convivio la "donna
gentile" della Vita nuova appunto reinterpretata come allegoria della
filosofia). Lo studio della filosofia pagana potrebbe inoltre essere all'origine
del cosiddetto "traviamento" allegorizzato nella "selva oscura" dell'Inferno e
rimproverato al poeta dalla stessa Beatrice in Purg., XXX, inteso come una
eccessiva importanza data alla ragione umana a scapito della fede e della
dottrina, espressa soprattutto nel Convivio (non da escludere che in questa
fase Dante abbia subto un certo influsso dell'averroismo, questione ancora
aperta e fonte di dibattito tra gli studiosi); l'inizio della composizione della
Commedia vede comunque il ritorno di Dante a posizioni pi ortodosse e il
riconoscimento del primato della teologia sulla ragione, bench Avicenna e
Averro siano posti nel Limbo tra gli "spiriti magni" accanto agli altri filosofi
antichi ("Averros che 'l gran comento feo", Inf., IV). Tra i teologi cristiani, oltre
al gi citato Tommaso d'Aquino, grande influsso ebbe su Dante anche
sant'Agostino (posto nella "candida rosa" del Paradiso accanto a san
Benedetto e a san Francesco), mentre fra gli altri Padri della Chiesa si
possono citare Pietro Lombardo, Riccardo di S. Vittore, Sigieri di Brabante
(che sostenne l'interpretazione di Averro e fu avversato dalla Chiesa), il
mistico francescano san Bonaventura da Bagnoregio, Rabano Mauro e il
monaco calabrese Gioacchino da Fiore, autore di famose profezie
millenaristiche (tutti questi teologi sono inclusi nelle due corone di spiriti
sapienti che Dante incontra nel Cielo del Sole, Par., X-XIII). Il primato
indiscusso spetta comunque all'Aquinate e si pu dire che il tomismo
caratterizzi tutto il pensiero di Dante, inclusa la cosmologia della Commedia
che si rif al modello aristotelico-tolemaico, con la Terra immobile al centro
dell'universo e nove cieli concentrici che si muovono intorno ad essa, fino
all'Empireo sede di Dio, dei cori angelici e dei beati (in Par., IV Dante respinge
l'opinione platonica del Timeo secondo cui le anime risiedono nei vari cieli,
mentre per le gerarchie angeliche la sua fonte il De coelesti Ierarchia di
Dionigi Areopagita). Punto fermo rimane l'insufficienza della ragione umana,
pur necessaria a raggiungere la felicit terrena, a penetrare fino in fondo i
misteri divini, per cui necessaria la fede sorretta dagli insegnamenti della
teologia, che quindi superiore in tutto alla filosofia secondo il principio
philosophia ancilla theologiae; tale affermazione pi volte ripetuta
soprattutto nel Paradiso, dove peraltro il poeta non abbandona mai un
atteggiamento razionalista e dove persino la visione finale di Dio assume
l'aspetto di una sublime astrazione intellettuale, piuttosto che un abbandono

mistico all'estasi (per quanto ad essa Dante venga introdotto dal mistico san
Bernardo di Chiaravalle, che rivolge alla Vergine la famosa preghiera all'inizio
del Canto XXXIII). Da ricordare infine che sempre nella terza Cantica del
poema Dante corregge pi volte opinioni filosofiche espresse in precedenza
nel Convivio, come nel caso delle macchie lunari (II) o delle citate gerarchie
angeliche (XXVIII-XXIX), il che fa pensare che la Commedia rappresenti un
superamento della filosofia umana seguita negli anni precedenti l'esilio e,
soprattutto, un affermare la netta superiorit su di essa della teologia, cos
come l'impossibilit per l'intelletto umano di comprendere pienamente tutte
le questioni inerenti il divino (ci vale specialmente per la giustizia e la
salvezza, come evidente in Purg., III e Par., XIX). Dante nasce e si forma in
una Firenze traumatizzata dagli scontri di met Duecento tra Guelfi e
Ghibellini, che avevano visto dapprima la disfatta di Montaperti (1260) e la
cacciata dei Guelfi, poi il loro prevalere dopo Benevento (1266) e l'ulteriore
divisione tra Bianchi e Neri, negli anni in cui papa Bonifacio VIII si
intrometteva nelle vicende interne del Comune in funzione anti-imperiale;
dunque la prima esperienza politica di Dante matura in un clima di feroce
scontro politico tra fazioni avverse, dominato inoltre dalla forte rivalit tra le
consorterie e dagli odi personali ( in questa atmosfera che nel maggio 1300
avvengono gli scontri tra Bianchi e Neri, in cui resta coinvolto il suo amico
Cavalcanti). La visione di Dante in questi anni ancora municipale e chiusa in
un ambito per cos dire provinciale, mentre in seguito all'esilio del 1301 le
cose cambiano: l'ingiustizia subta a causa del colpo di mano dei Neri da un
lato costringe Dante a viaggiare di citt in citt e a misurarsi con una realt
politica diversa da quella del Comune (frequenta le corti signorili e
sperimenta il governo "assoluto" di personaggi come i Malaspina e gli
Scaligeri, ai quali offre i suoi servigi), dall'altro lo induce a riflettere sulla
necessit di una monarchia universale che ristabilisca autorit e giustizia in
un'Italia fortemente divisa, dunque ampliando molto la visione "cittadina" che
fino a quel momento lo aveva contraddistinto. Egli non esita a riconoscere
tale autorit nell'Impero, discendente da quello dell'antica Roma e al centro
della visione provvidenziale di Dio, dunque si comprende come la discesa del
sovrano Arrigo VII nel 1310-1313 abbia acceso i suoi entusiasmi e lo abbia
spinto a sostenere, con atti e con parole, l'impresa tentata dall'imperatore;
nonostante il fallimento di Arrigo l'idea di fondo rimane per lui valida e la
necessit della monarchia "mondiale" viene riaffermata nella Monarchia, dove
tra l'altro Dante distingue nettamente il potere temporale da quello spirituale,
idea ribadita negli stessi anni anche nella Commedia (non a caso l'opera
verr bruciata pubblicamente, pochi anni dopo la sua morte). In quest'ottica
ben si comprende anche il favore accordato al signore di Verona Cangrande
della Scala, vicario imperiale e capo di un piccolo stato regionale in grado,
secondo Dante, di assicurare la legge e la giustizia a scapito dei piccoli tiranni
locali tra cui i Guelfi Neri di Firenze, protagonista probabilmente di pi di una
oscura profezia nella Commedia (in lui sono stati riconosciuti il Veltro di Inf., I

e il "DXV" di Purg., XXXIII, mentre di Arrigo VII pronosticata la beatitudine


col dire che il suo seggio gi stato assegnato nella "candida rosa"
dell'Empireo, Par., XXX). La visione di Dante in questo senso profondamente
anacronistica e non coglie pienamente l'evoluzione politica in corso in Italia e
in Europa in quegli anni, tuttavia l'idea di monarchia universale nasce dal
profondo sdegno per il disordine politico e la corruzione dominanti soprattutto
nei Comuni toscani e da un'ansia di giustizia che lo porta a denunciare con
forza i mali del suo tempo, specie nella Commedia dove le sue accuse
colpiscono tanto i sovrani deboli quanto i papi corrotti, colpevoli a suo dire di
opporsi al potere "laico" degli imperatori (la polemica contro la corruzione
ecclesiastica attraversa largamente l'opera dantesca, specie la terza Cantica
del poema). Non del tutto esatto, del resto, indicare il Dante degli anni
dell'esilio come un novello ghibellino ("Ghibellin fuggiasco" lo definir Ugo
Foscolo nei Sepolcri), dal momento che il suo piuttosto il superamento della
tradizionale divisione tra Guelfi e Ghibellini in nome di un pi alto ideale
concernente la stabilit politica, come del resto dimostra l'attacco all'una e
all'altra fazione di Par., VI (in cui, non a caso, a parlare l'imperatore
bizantino Giustiniano, creatore di quel Corpus iuris civilis che, se applicato dal
potere centrale, assicurerebbe a tutti la giustizia). Dante si dedica
prestissimo alla produzione poetica e le sue prime esperienze avvengono
nell'ambito della lirica siculo-toscana, dunque una poesia amorosa che
riconosce il primato di Guittone d'Arezzo di cui anche il giovane Dante
ammiratore (in seguito com' noto il suo giudizio cambier, anche se alcuni
"guittonismi" sono ancora presenti nella Commedia); risalgono a questo
periodo anche alcune rime di corrispondenza con poeti guittoniani (ad es.
Dante da Maiano) su questioni legate all'amor cortese, mentre varie poesie
sono dedicate a donne diverse da Beatrice e alcune sembrano attestare il
viaggio a Bologna avvenuto forse intorno al 1287. Ben presto tuttavia Dante
stringe amicizia con Guido Cavalcanti e insieme a lui e ad altri poeti fiorentini
d vita all'esperienza del Dolce Stil Novo, allontanandosi dal modello
guittoniano e seguendo l'esempio del bolognese Guido Guinizelli, dunque
nella direzione di un amore fortemente spiritualizzato e carico di significati
religiosi: centrale in questa fase l'amore per Beatrice, la donna incontrata
secondo il suo racconto a nove anni e destinata a diventare la figura
emblematica della "donna angelo", celebrata in numerose rime (
PERCORSO: La lirica amorosa). Lo Stilnovo dunque la prima significativa
esperienza poetica di Dante e indubbio l'influsso esercitato su di lui dal pi
anziano e gi affermato Cavalcanti, dal quale l'amico trae la poetica
dell'inesprimibile e degli effetti della donna sull'uomo (poi al centro anche
della poesia pi matura del Paradiso), mentre Guinizelli sar poi celebrato in
Purg., XXVI come il "padre" poetico dei rimatori volgari, dunque come il
maestro insuperabile della nuova lirica espressa dagli Stilnovisti ( VAI AL
TESTO). L'esperienza dello Stilnovo sar poi affrontata ovviamente anche
nella Vita nuova, la prima opera compiuta di Dante e scritta negli anni

successivi alla morte di Beatrice, raccogliendo il "meglio" della produzione


poetica giovanile in un "prosimetro": l'opera ricca di riferimenti religiosi e
dottrinali e si presenta perci come qualcosa di pi di un "libello" giovanile,
quasi un prefigurare la riflessione filosofica degli anni seguenti e il
preannuncio della poesia della Commedia, mentre dal punto di vista poetico
vi un superamento dei rituali dell'amor cortese e la rappresentazione
dell'amore come esperienza mistica, specie nelle "nove rime" in cui l'autore
ripone la sua felicit nelle parole di lode a Beatrice e non nel saluto o altri
gesti di riconoscimento da parte sua ( OPERA: Vita nuova). Va detto che
negli anni seguenti all'esilio Dante rinnegher in gran parte la sua poesia
amorosa in nome di una visione religiosa tesa alla celebrazione di Dio e tale
superamento dello Stilnovo verr espresso soprattutto nell'incontro con Paolo
e Francesca di Inf., V Le poesie non inserite da Dante in altre opere organiche
come Vita nuova e Convivio (per il quale si veda oltre) e rimaste perci
"sparse" e prive di una sistemazione da parte dell'autore, sono state raccolte
dai filologi del XX sec. in un corpus intitolato Rime, da intendere quindi come
un'ipotesi scientifica e non come un canzoniere organizzato secondo la
volont del poeta fiorentino, con numerosi problemi di datazione e
attribuzione dei testi. L'edizione fondamentale quella curata da Gianfranco
Contini del 1939, che rielabor secondo nuovi criteri quella di Michele Barbi
del 1921 e ne stabil il testo critico ancor oggi generalmente accettato:
l'edizione comprende 54 componimenti sicuramente attribuibili a Dante, 26
rime "dubbie" e 26 rime di "corrispondenza" poetica con altri autori
contemporanei (tra cui rientrano il guittoniano Dante da Maiano, Forese
Donati, Cino da Pistoia); i testi danteschi comprendono sonetti, canzoni,
ballate (i metri pi usati nella tradizione lirica italiana) ed anche due sestine,
per le quali il modello piuttosto la poesia provenzale dei trovatori. In base al
periodo presunto di composizione e al tema affrontato le Rime vengono
suddivise in alcuni grandi gruppi, sulla scorta soprattutto della sistemazione
di Contini e di considerazioni pi generali riguardo all'opera di Dante, per
quanto tale ripartizione sia da considerare tutt'altro che definitiva; di seguito
si riportano le caratteristiche salienti di ciascun gruppo.

Rime giovanili e stilnovistiche - Comprendono le poesie degli esordi, ispirate


ancora ai Siculo-toscani e a Guittone, nonch alcuni sonetti di corrispondenza
con Dante da Maiano, mentre i testi successivi rientrano nell'esperienza dello
Stilnovo e sono in gran parte dedicati a Beatrice, ma anche ad altre donne
non meglio identificate; il tema centrale l'amore, ma non mancano testi
celebrativi del valore dell'amicizia ( TESTO: Guido, i' vorrei) e altri
d'occasione, tutti poi per varie ragioni non inclusi nella Vita nuova. Nelle rime
stilnovistiche i modelli sono naturalmente Guinizelli e la sua celebrazione
della "donna angelo", ma anche Cavalcanti e il tema dell'amore "straziante",

presente soprattutto nel sonetto Ne le man vostre (19) e nelle canzoni


m'incresce di me (20), Lo doloroso amor (21), testi forse dedicati a Beatrice.
molto discusso se in questo gruppo debbano rientrare anche le liriche 34-36
dedicate a una "pargoletta", ovvero a una giovane donna di dubbia
identificazione che sembrerebbe rimandare al periodo del "traviamento"
seguente alla morte di Beatrice, la quale infatti in Purg., XXXI rimprovera il
poeta di averla tradita con una "pargoletta" che stata accostata alla donna
Petra e alla "donna gentile" allegoria della filosofia (si veda oltre). In questi
testi (due ballate e un sonetto) la donna descritta secondo il modello della
"donna angelo", bellissima e venuta dal cielo a mostrare le sue bellezze,
anche se con la sua fierezza provoca paura nel poeta e non sembra
ricambiare il suo amore.

La "Tenzone" con Forese Donati - uno scambio polemico di sonetti tra Dante
e l'amico-rivale Forese (uomo politico e poeta fratello di Corso e Piccarda)
risalente probabilmente al periodo 1293-1296, sicuramente dopo la morte di
Beatrice e durante il cosiddetto "traviamento" di Dante che coincise, a
quanto lui stesso dir poi in Purg. XXIII, con una fase di disordine morale e
amori sensuali che ebbero forse lo stesso Forese come compagno di bagordi.
Dante attacca l'amico con tre sonetti (26, 27, 28) in cui lo accusa di
trascurare la moglie, di essere povero, di essere un ghiottone e un ladro, di
essere oberato di debiti, di non essere figlio naturale di suo padre, mentre
Forese ribatte rovesciando sul rivale l'accusa di povert e rinfacciandogli di
non aver vendicato un'offesa subita dal padre Alighiero, dal che si argomenta
che Dante davvero suo figlio (anche in Inf., XXIX Dante accenna a una
mancata faida verso gli uccisori dell'avo Geri del Bello, episodio forse
collegato alle parole di Forese). La "tenzone" si riallaccia alla tradizione della
tenso provenzale ( SCHEDA: La tenzone) e rientra nella poesia comica
diffusa in toscana nell'ultimo Duecento, per cui le ingiurie non vanno prese
troppo sul serio e lo scambio si pu considerare come un divertissement
letterario ( PERCORSO: La poesia comica); va aggiunto che Forese in
seguito collocato tra i golosi nel Purgatorio, tuttavia l'incontro tra lui e Dante
nei Canti XXIII-XXIV avviene in un clima di grande cordialit e a Forese sono
attribuite parole di affetto verso la moglie Nella, che suonano quasi come una
parziale ritrattazione delle offese contenute nel primo sonetto ( TESTO: Chi
udisse tossir la malfatata). Aggiungiamo che quando in Inf., XXX Dante si
attarda ad assistere compiaciuto alla volgare rissa tra Sinone e Mastro Adamo
viene aspramente rimproverato da Virgilio, nel che molti studiosi ravvisano
una condanna da parte dello stesso Dante della fase "comica" della sua
poesia, rappresentata proprio dalla "tenzone".
Le "Rime petrose" - Sono quattro componimenti (due canzoni e due sestine,
di cui una doppia) dedicati a una donna detta Petra, il cui senhal allude alla

sua durezza e al fatto che crudele con il poeta e non ricambia il suo amore:
i testi risalgono probabilmente agli anni intorno al 1296, come si deduce dalla
complessa perifrasi astronomica della canzone 43 (Io son venuto al punto de
la rota, che cita una congiunzione astrale che avvenne nel dic. di quell'anno)
e il modello dantesco il trobar clus di Arnaut Daniel ( PERCORSO: Le
Origini), per cui lo stile elevato e tragico si arricchisce di un lessico ricercato e
di immagini oscure e allusive, collocando tale esperienza quasi agli antipodi
dello Stilnovo (siamo del resto negli anni del "traviamento", in seguito alla
morte di Beatrice). Impossibile identificare la donna Petra con una figura
reale, mentre alcuni l'hanno accostata alla "donna gentile" della Vita nuova e
all'allegoria della filosofia, cui forse allude la sua durezza che la rende
inavvicinabile da parte del poeta. Accanto alla difficolt stilistica e lessicale vi
anche un certo sperimentalismo metrico, poich la rima 44 una sestina
(metro tratto dai provenzali, in cui le parole-rima sono sempre le stesse e si
alternano secondo uno schema prefissato), mentre la 45 una sestina doppia
(composta cio da stanze di 12 versi in cui ricorrono le stesse cinque parolerima, anche qui con schema fisso), cosa che permette al poeta di fare sfoggio
di abilit e di ricollegarsi, sia pure alla lontana, con le prime esperienze
guittoniane. Notevole la canzone Cos nel mio parlar voglio esser aspro (46)
che chiude il ciclo, sia per il lessico ricercato che riprende quello di Arnaut, sia
per le rime difficili (le rimas caras della tradizione trobadorica) con cui Dante
mostra tutta la maestria, tra l'altro in un testo che contiene una sorta di
dichiarazione di poetica ( VAI AL TESTO) Le rime filosofiche e dell'esilio Sono tra i testi pi impegnati della raccolta e includono sia le canzoni di
argomento filosofico e dottrinale composte negli ultimi anni del Duecento
(destinate, probabilmente, ad essere inserite nel Convivio) e scritte nel "bello
stilo" che secondo Dante gli aveva fatto onore e che aveva tratto dall'Eneide
di Virgilio (Inf., I), sia alcune rime di argomento politico scritte nel periodo
dell'esilio, in cui il poeta lamenta la sua condizione di esule e al contempo
denuncia con forza i mali che affliggono il suo tempo, preannunciando la
poesia elevata della Commedia. Del primo gruppo fanno parte canzoni quali
Poscia ch'amor (30, sulla virt della leggiadria) e Doglia mi reca (49, sulla
liberalit), mentre uno dei testi dell'esilio pi noti la canzone Tre donne
intorno al cor (47), in cui Dante considera un onore l'esilio subto e lamenta la
mancanza nel mondo della giustizia, mentre non escluso che anche questo
testo fosse destinato ad essere commentato nel Convivio
Il Convivio

la prima opera di carattere filosofico e dottrinale di Dante e il poeta la


compose negli anni 1304-1307, durante l'esilio e con lo scopo dichiarato di
mostrare al mondo tutta la sua sapienza: doveva essere un trattato di
carattere enciclopedico su vari rami del sapere e il progetto iniziale

comprendeva un trattato introduttivo pi altri quattordici di commento ad


altrettante canzoni di argomento filosofico e morale, scelte tra quelle
composte negli ultimi anni del Duecento e agli inizi del Trecento (si veda
sopra). Il Convivio doveva dunque essere un "prosimetro" come la Vita nuova,
bench l'argomento e la struttura fossero molto diversi, e il titolo (dal latino
convivium, "banchetto") indica metaforicamente che l'autore intende offrire
un banchetto di sapienza a tutti i lettori, in cui le vivande saranno le canzoni
filosofiche e il commento sar il pane (non escluso un riferimento al dialogo
platonico del Simposio, anche se certamente Dante non aveva conoscenza
diretta di quest'opera). Il progetto rimase incompiuto e l'autore compose solo
quattro trattati, ovvero il primo introduttivo e altri tre di commento
rispettivamente alle canzoni Voi che 'ntendendo 'l terzo ciel movete, Amor
che ne la mente mi ragiona, Le dolci rime d'amor ch'i' solia, interrompendo
l'opera probabilmente per dedicarsi alla composizione della Commedia. Il
Convivio scritto in volgare e la scelta di tale lingua per un testo di
argomento dottrinale invece del latino spiegata da Dante con la maggior
vivacit e freschezza della lingua viva, preferibile a quella ormai "morta" della
letteratura classica (Dante considerava erroneamente il latino come un
linguaggio artificiale), inoltre c' la volont di rivolgersi a un pubblico non di
specialisti ma di lettori di ceto borghese e nobile desiderosi di imparare,
quindi non in grado di comprendere il latino (una scelta opposta sar invece
fatta nel De vulgari eloquentia e nella Monarchia, destinati proprio a un
pubblico selezionato; TESTO: La celebrazione del volgare). L'opera si
presenta come testo di divulgazione e non c' dubbio che Dante si aspettasse
da esso la fama negli anni amari dell'esilio ingiustamente patito, mentre
evidente che il trattato costituisce il punto finale di quella riflessione filosofica
iniziata dall'autore negli anni del "traviamento" seguito alla morte di Beatrice,
che gi aveva prodotto le canzoni dottrinali scritte nel "bello stilo" tratto
dall'Eneide di Virgilio. Ecco, in sintesi, gli argomenti dei quattro trattati:

I trattato - Spiegazione del fine e della struttura dell'opera, con chiarimento


del senso del titolo (il banchetto della sapienza) e della metafora
vivande/canzoni, commento/pane. Giustificazione della scelta del volgare
come lingua del trattato, in quanto idioma vivo e dotato di maggiore
espressivit rispetto al latino. Lamento dell'esilio ingiustamente patito e
augurio che l'opera garantisca all'autore la fama meritata.

II trattato - Commento della canzone Voi che 'ntendendo 'l terzo ciel movete,
dedicata alla "donna gentile" di cui nella Vita nuova Dante si innamorava
dopo la morte di Beatrice. La "donna gentile" non era altri in realt che
un'allegoria della filosofia, cui l'autore si dedicato per trovare conforto della

scomparsa della donna amata. Esaltazione della filosofia, come strumento in


grado di condurre l'uomo a una perfetta conoscenza. Spiegazione dei quattro
sensi dell'allegoria (letterale, allegorico, morale, anagogico).

III trattato - Commento della canzone Amor che ne la mente mi ragiona (


VAI AL TESTO), ancora dedicata alla filosofia che signoreggia la mente del
poeta. Elogio della sapienza e considerazioni circa la consolazione che lo
studio della filosofia offre all'autore, a partire dal De consolatione
philosophiae di Severino Boezio (citato assieme a Cicerone nel II trattato).

IV trattato - Commento della canzone Le dolci rime d'amor ch'i' solia, in cui si
dibatte la questione relativa alla natura della nobilt (l'autore propende per la
tesi secondo cui la vera nobilt quella d'animo, non quella di sangue).
Affermazione della necessit della monarchia universale, identificata
nell'Impero che discende da quello dell'antica Roma (tesi poi ripresa nella
Monarchia). Disquisizioni circa le virt possedute dall'uomo nobile.

Il Convivio il frutto degli intensi studi filosofici cui Dante si dedic negli anni
seguiti alla morte di Beatrice e del periodo da lui stesso indicato come
"traviamento", quando cio egli avrebbe tradito la memoria della donna
amata (allegoria della teologia) per seguire la filosofia, dunque nel tentativo
di arrivare alla vera conoscenza solo con l'ausilio della ragione: tale
atteggiamento di superbia intellettuale, se non proprio sfiorante l'eresia,
sarebbe stato in seguito condannato da Dante e spiega forse perch la
composizione del trattato sia stata da lui abbandonata per dedicarsi alla
Commedia, che infatti si apre con il poeta che si smarrisce nella "selva
oscura" del peccato. Tra i rimproveri di Beatrice di Purg., XXXIII vi sar anche
quello di aver seguito una falsa "dottrina" filosofica che allontana da lei e dai
suoi insegnamenti, nel che molti studiosi leggono un indiretto riferimento
proprio al Convivio e un suo superamento nel nome di Beatrice-teologia,
anche perch Dante a pi riprese nel poema condanna la folle pretesa della
ragione umana di penetrare il mistero delle verit divine (cfr. specialmente
Purg., III e il richiamo di Virgilio alla necessit di attenersi al quia, alle verit
rivelate). Sta di fatto che in pi di un passo della Commedia Dante corregge
opinioni precedentemente espresse nel Convivio, come nel caso famoso delle
macchie lunari (Par., II) o delle gerarchie angeliche (Par., XXVIII), per cui
sembra che l'autore intenda rinnegare quell'esperienza filosofica come
sbilanciata a favore della ragione umana che non viene certo svalutata, ma
subordinata alla fede nelle verit rivelate e alla grazia divina come il solo
aiuto che consente all'uomo di giungere a una conoscenza perfetta, proprio

come avverr nel momento della visione finale di Dio in Par., XXXIII (descritta
come esperienza intellettuale, ma resa possibile dal fulgore divino che
colpisce la mente di Dante e rende possibile la visione per un breve istante).
Il De vulgari eloquentia
Pi o meno negli stessi anni in cui componeva il Convivio (la datazione
presunta 1303-1305) Dante si dedicava anche alla stesura del De vulgari
eloquentia ("Sull'eloquenza volgare"), un trattato in latino di argomento
linguistico-retorico rimasto anch'esso incompiuto che affronta la complessa
questione di quale sia il "volgare illustre" da utilizzare nelle opere letterarie,
contenente anche interessanti riflessioni sulla natura del linguaggio e con
riferimenti a poeti e scuole del XIII sec. che tracciano quasi una rudimentale
storia della letteratura italiana delle Origini. Dante sceglie il latino come
lingua del trattato e non il volgare, come fatto invece nel Convivio,
probabilmente per il diverso pubblico cui l'opera rivolta, poich qui l'autore
intende parlare a lettori specialisti ed esperti nelle questioni linguistiche e
letterarie, mentre solo il latino offriva quella ricchezza lessicale necessaria ad
affrontare questioni filosofiche di una certa complessit. Il trattato comprende
solo due libri (sappiamo che Dante ne aveva progettato almeno quattro) e si
interrompe bruscamente nel corso del cap. XIV del II libro lasciando
addirittura una frase a met, il che avvalora l'ipotesi che l'abbandono sia
dovuto alla necessit impellente di dedicarsi alla Commedia, ragione valida
sicuramente anche per l'interruzione del Convivio che pressoch
contemporanea. L'opera ci stata tramandata solo da tre manoscritti e fu
praticamente ignorata per tutto il XIV e XV sec., venendo riportata alla luce
nel Cinquecento in circostanze assai singolari ( SCHEDA: Il De vulgari
eloquentia e la questione della lingua): il fatto suscit molti dubbi sulla
paternit dantesca del trattato, anche perch il testo condanna l'uso del
fiorentino come volgare letterario e sembra perci contraddire le scelte
operate di fatto da Dante nella Commedia, dove peraltro l'autore corregge
anche l'opinione circa la lingua parlata da Adamo dopo la creazione (Par.,
XXVI). Oggi la maggioranza degli studiosi concorde nel riconoscere il De
vulgari come opera di Dante, anche se molte questioni relative alla sua
tradizione manoscritta restano insolute e non del tutto spiegato il
rovesciamento della posizione espressa relativamente al volgare fiorentino,
duramente criticato e quasi irriso nel trattato mentre sar poi scelto quale
base per la composizione del capolavoro. Ecco, in sintesi, gli argomenti dei
due libri:

I libro - L'autore definisce anzitutto il volgare come lingua naturale appresa


dai parlanti fin dai primi anni, mentre il latino era un linguaggio artificiale
usato dai Romani nello scritto (anch'essi secondo Dante usavano un loro

proprio volgare). Fino alla confusione babelica l'uomo ha usato la lingua di


Adamo, poi il volgare ha iniziato a mutare nello spazio e nel tempo. Le lingue
dell'Europa si dividono nei tre gruppi costituiti dal greco, dalle lingue
germanico-slave e dalle lingue dell'Europa meridionale, queste ultime divise
nella lingua d'oc, lingua d'ol e italiano. Dante passa in rassegna le variet dei
volgari italiani alla ricerca del "volgare illustre" e ne riconosce quattordici,
sette a destra (ovest) dell'Appennino e sette a sinistra (est). Nessuna di
queste variet corrisponde al "volgare illustre", neppure il fiorentino che
viene anzi duramente criticato. Definizione del "volgare illustre" come
cardinale, aulico e curiale.

II libro - Viene stabilito che solo gli scrittori pi esperti possono usare il
volgare in letteratura e la poesia proclamata superiore alla prosa; gli
argomenti della poesia volgare saranno le armi, l'amore, la virt. Dante
individua nella canzone la forma metrica pi perfetta per la poesia volgare,
espressa nello stile pi elevato (quello tragico, distinto dal comico e
dall'elegiaco). L'endecasillabo viene indicato come il verso preferibile per la
canzone, anche frammisto al settenario, mentre la costruzione linguistica
dev'essere complessa e non semplicistica, con particolare attenzione al
lessico. Seguono considerazioni pi specifiche sulla stanza di canzone, la
disposizione dei versi, la loro costruzione metrica (il trattato si interrompe
bruscamente a met del XIV capitolo).

Il contenuto del primo libro prevalentemente linguistico e Dante propone


considerazioni interessanti circa la natura del linguaggio, poich descrive il
volgare come lingua viva e soggetta a mutamenti nello spazio e nel tempo,
mentre assai verosimile la suddivisione degli idiomi europei che anticipa di
secoli le osservazioni dei linguisti ottocenteschi (il latino invece considerato
lingua artificiale, poich Dante ignorava l'esistenza di un "latino volgare"
accanto a quello usato nella letteratura). Anche la rassegna dei volgari
italiani ha spunti di interesse, bench l'autore conosca direttamente solo
alcuni di essi (frutto dei viaggi nel nord Italia dei primi anni dell'esilio), mentre
di altri ha una conoscenza indiretta dovuta alla lettura di testi poetici, come
nel caso del volgare siciliano da lui elogiato in quanto privo di un'eccessiva
patina locale (l'autore leggeva i testi dei poeti Siciliani "emendati" dai copisti
toscani; PERCORSO: La lirica amorosa). Il fiorentino duramente criticato in
quanto lontanissimo dal "volgare illustre" e in queste pagine Dante condanna
poeti come Guittone d'Arezzo, Bonagiunta da Lucca e lo stesso Brunetto
Latini, mentre parole di elogio sono riservate ai poeti bolognesi, tra cui spicca
Guido Guinizelli. Il volgare ideale viene poi definito "illustre", cio tale da
illuminare gli altri volgari, "cardinale", perch dovr essere il cardine attorno

a cui ruotano tutti gli altri, "aulico" e "curiale", degno di essere usato in una
reggia (aula) e in una corte (curia), bench esse siano assenti in Italia (
TESTO: Definizione del volgare illustre). Tale volgare non corrisponde a
nessuno di quelli esistenti e deve nascere dalle migliori caratteristiche delle
varie parlate d'Italia, non come miscuglio di idiomi ma in quanto frutto di una
"selezione" linguistica operata nell'ambito di una ricerca retorica (la
definizione pi filosofica che linguistica e di fatto non ha avuto seguito
nell'opera dantesca).
Nel secondo libro, di argomento pi retorico, Dante traccia una storia ideale
della poesia volgare delle Origini e mostra di conoscere assai bene le opere di
Siciliani, Siculo-Toscani e Stilnovisti, tutti collegati alla tradizione della poesia
provenzale ampiamente citata nel testo; viene confermata la preminenza
della canzone come metro tipico dello stile "tragico" e del verso endecasillabo
come verso pi usato nella poesia italiana assieme al settenario, mentre
canzonetta e sonetto sono giudicati metri minori (della canzonetta Dante
avrebbe parlato nel libro IV, mai composto). L'opera, anche se incompiuta,
il primo interessante esempio di una riflessione teorica sulla lingua e la
letteratura nel Trecento e offre spunti notevoli di linguistica moderna, pur
mescolati a errate convinzioni e preconcetti, mentre i giudizi sugli scrittori del
primo Trecento (se anche risentono dello spirito di parte di uno stilnovista che
critica gli esponenti della scuola avversaria) riflettono bene il gusto e la
percezione che i contemporanei dovevano avere della poesia allora diffusa
nel nord Italia, mentre la classificazione dantesca ha poi influenzato la
storiografia letteraria successiva che non ha potuto prescindere dal "canone"
da lui stabilito in questo testo.
La Monarchia
l'unica opera teorica in prosa portata a compimento da Dante e si presenta
come un trattato di argomento storico-politico, scritto in latino e diviso in tre
libri: la data di composizione incerta, ma il testo risale certamente agli anni
dell'esilio e pi di un elemento ne riconduce la genesi alla discesa di Arrigo VII
di Lussemburgo in Italia del 1310-1313, per cui tale periodo potrebbe essere
quello pi probabile (altri studiosi propongono di abbassare la data al 1317,
sia pure con argomenti meno persuasivi). La scelta del latino si spiega alla
luce delle stesse considerazioni gi fatte per il De vulgari eloquentia, dunque
la necessit di rivolgersi a un pubblico colto e selezionato oltre alla maggiore
dignit letteraria del latino riguardo al tema trattato, e il testo riprende la
riflessione sulla "monarchia universale" gi esposta in parte nel IV trattato del
Convivio e riaffermata poi a pi riprese nel Purgatorio e nel Paradiso, specie
nel Canto VI della terza Cantica in cui Giustiniano presenta la visione
provvidenziale dell'Impero come voluto da Dio e ordinato al fine di portare la
giustizia nel mondo. Ecco, in sintesi, i temi affrontati nei tre libri dell'opera:

I libro - Viene discussa la necessit della monarchia universale, ovvero di un


potere politico centralizzato (che Dante identifica con l'Impero) che estenda
la sua autorit al di sopra dei vari regni esistenti: la conclusione che tale
monarchia necessaria in quanto solo un monarca "sovranazionale" pu
garantire il pieno rispetto delle leggi e quindi assicurare pace e giustizia,
condizione indispensabile per il raggiungimento delle finalit naturali
dell'uomo e della felicit terrena.

II libro - L'autore afferma il carattere provvidenziale dell'Impero romano,


preordinato da Dio al fine di unificare tutto il mondo sotto un'unica legge e
favorire cos la venuta di Cristo, evento centrale nella storia umana: in tal
senso viene giustificata anche storicamente la necessit dell'Impero
universale, poich quello fondato da Carlo Magno trae le proprie origini da
quello dell'antica Roma e legittimamente estende la propria sovranit su
tutto il mondo cristiano, mentre l'imperatore dovrebbe governare a Roma
come nel passato.

III libro - Dante affronta il punto pi delicato relativo ai rapporti tra Papato e
Impero, ovvero quale delle due autorit sia superiore: la conclusione che
papa e imperatore traggono entrambi la loro autorit da Dio, in quanto
preordinati a differenti obiettivi (l'imperatore deve assicurare la giustizia e
consentire il raggiungimento della felicit terrena, il papa deve diffondere gli
insegnamenti del Vangelo e garantire la felicit eterna), dunque potere
temporale e spirituale sono sullo stesso piano; l'unica concessione sta nel
fatto che l'imperatore deve una sorta di deferenza al papa, proprio come un
figlio al proprio padre, per il resto respinta ogni visione teocratica che
proclami la superiorit del pontefice sui governi terreni.

L'opera trae ispirazione dall'ansia di giustizia che domina la visione dantesca


del periodo dell'esilio, per cui la monarchia universale necessaria proprio a
garantire il rispetto delle leggi e quella pace politica quanto mai assente
nell'Italia del Trecento devastata dai conflitti interni: il tema ampiamente
affrontato nella Commedia (specie in Purg., VI, XVI; Par., VI) e in quest'ottica
Dante afferma il diretto collegamento tra l'Impero romano antico e quello
moderno, bench tale visione "provvidenziale" sia in netto contrasto con le
vicende storiche del suo tempo e l'evoluzione verso le monarchie nazionali e
gli stati regionali. L'autore condanna anche in modo netto le pretese del
Papato di interferire nella politica imperiale in nome di una nuova teocrazia,

specie con papi quali Bonifacio VIII e poi Clemente V, per cui alla "teoria del
sole e della luna" che subordinava l'autorit dell'imperatore a quella del
pontefice Dante sostituisce quella "dei due soli", in base alla quale le due
autorit sono indipendenti l'una dall'altra e sullo stesso piano, in quanto
preordinate a fini diversi ( TESTO: Papato e Impero). Nonostante l'apparente
attenuazione della posizione dell'autore, che riconosceva se non altro un
ossequio formale del sovrano al papa, l'opera suscit aspre polemiche e
venne pubblicamente bruciata nel 1329 per ordine del cardinale Bertrando
del Poggetto.

Le Epistole
Dante scrisse nella sua vita molte lettere, anche se non concep un epistolario
simile a quello petrarchesco ma piuttosto dei testi pubblici indirizzati a
personaggi potenti e ideali, sia nell'ambito del suo servizio ad alcuni signori
del nord Italia sia per iniziativa sua personale: la critica ha riconosciuto come
autentiche solo tredici Epistole in latino, di incerta datazione ma tutte
sicuramente risalenti al periodo dell'esilio e indirizzate a vari interlocutori, in
cui lo stile quello elevato della retorica ufficiale e con la presenza del
cursus. Questi i destinatari delle Epistole nell'ordine presunto della loro
composizione:

I - A Niccol vescovo di Ostia e Velletri, paciaro in Toscana, Romagna e


Marca Trevigiana
II- A Oberto e Guido, conti di Romena, dopo la morte dello zio Alessandro
III - A Cino da Pistoia, esule come Dante
IV - A Moroello Malaspina, signore di Lunigiana
V - Ai signori d'Italia
VI - Agli scelleratissimi Fiorentini
VII - All'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, durante la sua discesa in Italia
VIII, IX, X - Dalla contessa di Battifolle a Margherita di Brabante, moglie di
Arrigo VII
XI - Ai cardinali italiani
XII - A un amico fiorentino
XIII - A Cangrande della Scala, signore di Verona

Tra le lettere particolarmente interessanti sono quelle di argomento politico,


fra cui la V, la VI e soprattutto la VII, indirizzata all'imperatore Arrigo VII
durante la sua discesa in Italia (databile quindi intorno al 1310-1313) in cui
Dante esorta il sovrano a mettere da parte gli indugi e stroncare le resistenze
dei Comuni italiani guelfi che si oppongono alla sua restaurazione, in
particolare Firenze che a capo del movimento di opposizione antimperiale e
contro cui lo scrittore si scaglia con furore biblico ( TESTO: Dante ad Arrigo
VII di Lussemburgo). L'Epistola XI risale al periodo successivo al 20 aprile
1314 (morte di papa Clemente V), quando bisognava eleggere un nuovo
pontefice: Dante si rivolge ai cardinali esortandoli a scegliere un papa
italiano, che riporti a Roma la sede pontificia spostata da Clemente ad
Avignone. L'Epistola XII fu scritta dopo il 19 maggio 1315 ed indirizzata a un
amico fiorentino (non sappiamo se reale o immaginario), per respingere in
modo sdegnato la possibilit di rientrare a Firenze usufruendo dell'amnistia
concessa a tutti gli esuli di parte Bianca: Dante rifiuta di ammettere colpe
non sue attraverso il pagamento di una multa, affermando orgogliosamente
la propria innocenza e ribadendo che rientrer a Firenze solo alle sue
condizioni, ovvero da uomo libero ( TESTO: Dante all'amico fiorentino).
L'Epistola XIII la pi discussa, essendo la lettera con cui Dante invia a
Cangrande della Scala un gruppo di canti del Paradiso e con la quale gli
dedica la III Cantica: nella lettera Dante fornisce al suo illustre protettore
alcune spiegazioni circa il contenuto del poema, in particolare sulla struttura
allegorica dell'opera in cui sono da individuare quattro sensi (letterale,
allegorico, morale, anagogico, secondo il modello dell'interpretazione biblica).
L'autenticit dell'Epistola stata pi volte messa in dubbio dagli studiosi
moderni per via di alcune affermazioni circa l'interpretazione del poema,
anche se l'orientamento prevalente oggi incline a riconoscere la paternit
dantesca.
Le altre opere minori
Oltre alle citate Epistole Dante si dedic alla stesura di alcune opere minori
(per lo pi in latino) di vario genere e da collocare negli ultimi anni dell'esilio,
quando ormai la composizione del poema aveva assorbito quasi tutte le sue
energie; non tutte sono di sicura attribuzione e alcune di esse testimoniano la
vastit di interessi che ancora animava lo scrittore alla fine della sua vita,
nonch la grande notoriet di cui ormai godeva soprattutto nel nord Italia,
dove le prime due Cantiche della Commedia circolavano ampiamente almeno
dal 1310. Ecco in sintesi i titoli e gli argomenti:
Egloghe - Sono due componimenti di argomento pastorale in esametri latini,
scritti nel 1319 mentre si trovava a Ravenna dove aveva ricevuto un carme
latino da Giovanni del Virgilio: costui, un grammatico che insegnava allo

Studio di Bologna, lo esortava a lasciare la poesia volgare per dedicarsi alla


poesia epica in latino, nel qual caso gli avrebbe fatto avere l'incoronazione
poetica in quella citt, ma Dante rispose con un primo carme in cui,
attraverso la finzione pastorale, declinava l'invito e dichiarava di voler
ricevere l'alloro a Firenze; segu un altro invito in versi del Del Virgilio cui
Dante rispose con un secondo carme, di contenuto analogo. Lo scambio
documenta la fama che Dante e il suo poema ormai godevano agli inizi del
XIV sec., ma anche un certo scetticismo verso la poesia volgare da parte dei
dotti come il grammatico bolognese, facente parte di un ambiente culturale
che si pu definire pre-umanista e in cui di l a pochi anni si former lo stesso
Petrarca.
Questio de aqua et terra - una dotta dissertazione in latino sul rapporto tra
l'elemento dell'acqua e della terra nel mondo, pronunciata da Dante nella
chiesa di S. Elena a Verona nel gennaio 1320: l'autore, che aveva assistito a
una disputa analoga a Mantova in cui si discuteva se la sfera dell'acqua
potesse essere in qualche punto pi alta di quella terrestre (il che
contraddiceva l'impianto cosmologico del tomismo cui la Commedia si
appoggiava), sostiene la tesi opposta grazie ai tipici argomenti della logica
scolastica e dimostra la perfetta padronanza dei meccanismi filosofici gi
mostrati in pi di un passo del Paradiso, ormai quasi completato. L'opera non
ha ovviamente alcun valore scientifico, tuttavia un bell'esempio di
disputatio secondo i principi della filosofia medievale e presenta l'autore
come efficace argomentatore delle tesi da lui sostenute, oltre a testimoniare
la notoriet che ormai doveva avere il suo poema.
Il Fiore - una riduzione e traduzione in volgare fiorentino del Roman de la
rose in 232 sonetti, risalente pare agli ultimi anni del XIII sec. e attribuita da
alcuni al giovane Dante; tale attribuzione molto dubbia, anche se l'operetta
interessante in quanto contiene alcune allusioni a fatti estranei all'originale
(specie l'assassinio di Sigieri di Brabante, di cui si parla con ammirazione in
Par., X) e sono presenti accostamenti ad altre parti dell'opera dantesca,
soprattutto della Commedia. A sostegno dell'attribuzione starebbe il nome
Durante che l'autore si attribuisce nel sonetto 82, che alcuni vedono come
una firma dell'autore.
Il Detto d'Amore - un poemetto di 480 settenari a rima baciata (lo stesso
metro del Tesoretto e del Favolello di B. Latini) in volgare fiorentino, risalente
probabilmente agli anni Ottanta del Duecento e attribuito, non senza riserve,
al giovane Dante; l'argomento amoroso e riprende in parte il contenuto del
Fiore, esso pure attribuito con molti dubbi a Dante. La lingua comunque
ricercata e molte rime sono difficili, per cui lo stile sembra accostare
quest'operetta allo stesso autore del Fiore (Dante o un altro).