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Il gigante nella bottiglia

Grandi cose in un piccolo foglio

Nell’ultimo giorno della creazione Dio diede un nome a tutte le cose. Ho imparato dai bambini l’importanza di questa operazione: senza nomi il mondo é nebuloso, lattiginoso, infinito: in esso si naufraga senza dolcezza. Nominare il mondo é una operazione creativa, nominare sé stessi significa creare la propria identità. Scrivere, fin dal tempo dei primi graffiti, é una operazione magica come far entrare il gigante nella bottiglia: in uno spazio limitato e tutto nostro facciamo entrare realtà sconfinate, le addomestichiamo e teniamo a nostra disposizione e servizio. Attraverso la scrittura é possibile dialogare con sé stessi come se si parlasse con un altro. La motivazione alla scrittura può nascere solo da questa immediata ed importante ricompensa, riuscire a rinchiudere nello spazio magico della pagina emozioni, passioni, sentimenti che sembrano essere padroni del nostro animo, e poterli maneggiare senza che facciano danno. La punizione più grave che ho dato ai bambini nei miei anni di scuola é costringerli a scrivere sotto dettatura una cronaca minuziosa delle loro malefatte nel momento stesso in cui si verificavano. Questo di per sé li calmava. Per alcuni, il valore magico della scrittura era di tale forza che si ribellavano e non sopportavano che si parlasse delle loro azioni: strappavano il foglio e volevano strappare tutti i quaderni. Un bambino particolarmente a disagio, iscritto in terza senza che mai avesse frequentato la scuola, ha prodotto il suo primo testo scrivendo una serie di parolacce irripetibili al mio indirizzo. Il biglietto non era destinato né a me né a nessun altro. Aniello fino a quel momento si era ribellato anche con violenza a qualsiasi regola di convivenza, ora in qualche modo stava capendo le ragioni del maestro e della scuola, e cercava di attenersi a quelle regole anche contro la rabbia che gli scoppiava dentro. Attraverso quel biglietto gualcito e stretto in pugno come un’arma, stava tentando di tenerla a freno. Mi sono complimentato con lui, perché aveva capito e mi aveva fatto capire uno degli usi della scrittura. Luca ha prodotto il primo testo degno di questo nome scrivendo:

Il millepiedi é brutto, maledetto e schifoso e scemo: ruba la panna e la cioccolata, la mela, la pera, le banane, i maccheroni e la sedia pulita.

I suoi compagni stavano facendo una marcia ritmata chiamata ‘il millepiedi’ e Luca, che non ha voluto partecipare a questo come ad altri giochi, ci spiega così il motivo del suo rifiuto: é devastato da una gelosia sconfinata, dal terrore che tutti gli altri possano rubargli il suo posto al sole. Del resto il primo uso spontaneo che questi bambini fanno della scrittura é proprio quello di scrivere improperi, epigrammi ed invettive sui compagni. O sui grandi:

Piertonto Un giorno il maestro costatando che non riusciva a svolgere una qualche attività troppo impegnativa ha cercato nel libro di testo una lettura 'facile' per diminuire lo sforzo. La scelta - non meditata - é caduta su una poesiola di Rodari, intitolata 'Piertonto'. Non era neppure terminata la

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lettura che molti bambini chiesero di poter scrivere quello che pensavano, cosicché si passò alla scrittura senza aver fatto la consueta discussione di analisi del testo. I risultati furono davvero sorprendenti per il maestro, perché i bambini erano riusciti a individuare una sottile vena di crudeltà in un autore generalmente attento ai bisogni dei bambini, e lo avevano fatto con un moto di ribellione così radicale da far venire immediatamente il sospetto che in realtà si era toccato involontariamente un problema che riguardava direttamente molti di loro: la svalutazione e la denigrazione da parte delle persone adulte.

Pier Tonto era un bambino molto buono che non capisce le parole. Io penso che la persona che ha scritto questo racconto é uno scemo. Però sto pensando che la gente lo chiama Pier Tonto, ma il suo vero nome é Piero e non Tonto. (Carmen)

Quel signore che ha scritto, ha fatto male a scrivere nei giornali di Pier Tonto, perché vuole far ridere la gente sulle disgrazie di un altro bambino. (Mario)

C'era una volta Pier Tonto che era furbo e faceva finta di non capire per fare 4 dispetti al padre. Ma il padre lo sapeva che il figlio capiva. Ma Pier Tonto non capiva che il padre lo sapeva e continuava a fare il Tonto. (Enzo)

Ancora più articolato il giudizio dato anni dopo da una bambina più grande

Quello che ha scritto il racconto é scemo perché quando lo chiama Piertonto gli fa un dispetto, ma lui non

se ne accorge perché lo dice e ci vuole far ridere perché lui é uno scrittore. Ma fa un dispetto anche agli altri

e non solo a lui quindi era scemo lui e non gli altri che lui chiama scemi e cretini. ( Maria ottobre 1990 IV elementare)

Indagine sulle mazzate Questi testi sono il commento ad un grafico prodotto dopo circa quindici giorni di lavoro riguardante la differenza di opinione tra adulti e bambini riguardo ai metodi di correzione:

Io con i miei genitori non sono neanche un po' d'accordo sul fatto che con le “mazziate” si risolve qualcosa.

Invece non si risolve nulla e penso che i miei compagni sono d'accordo con me.

Ora faccio un esempio: i nostri genitori pensano di risolvere qualcosa con le botte se noi bambini non sappiamo scrivere?

I genitori dicono che possiamo imparare, e allora ci devono anche capire e rispettare; altrimenti quando ci facciamo grandi trattiamo male anche i nostri figli (Carmen)

Io penso che gli adulti non capiscono i pensieri dei bambini: i bambini non vorrebbero fare a botte ma fare

I bambini pensano che la crudeltà non serve, perché i bambini soffrono tanto, invece i ragazzi vanno avanti sfruttando l'intelligenza. (Angela)

I grandi pensano che picchiare i bambini é buono , perché forse quando loro andavano a scuola il maestro o

la maestra li ha picchiati:

non é giusto che le cose che facevano i nonni o i genitori le dobbiamo

fare pure noi. Tutte le cose che facevano loro comunque le vogliono fare a noi

però

Penso che tutta questa faccenda non é giusta perché credono che noi siamo bambini di tre anni che non capiamo e che stiamo ai loro ordini. (Nadia).

La scrittura offre un canale attraverso cui il bambino riesce a mettere in forma le idee sincretiche, la visione simultanea che egli ha della realtà e della propria identità; ma dipanando la matassa vengono fuori delle sorprese:

Io

vi parlo di me, sono alto, chiatto e ho i capelli neri e occhi castani.

Io

fuori sono fatto bello e dentro sento le mazzate che non devo sentire.

Io

nella vita faccio delle cose belle, per esempio la scuola, i disegni, la classe.

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che io nascevo mio fratello che si chiamava Antimo é morto nel pozzo che stavano scavando gli

uomini. Questo era successo alla Germania e c'erano mia madre, mio padre mio fratello Mimmo, mia sorella Anna e mia nonna.

E io, mia madre e mio padre lo pensiamo sempre e anche mio fratello, mia sorella, mia madre mi dice : « Lo

sai che tuo fratello era un po' magrolino?»

A me piace il nome di (mio mi mio; cancellato) Antimo perché un altro nome non mi piace. (3 giugno 1989)

Prima

Antimo si comporta come se non avesse una identità, perché in qualche modo gli é stata negata confondendolo col fratello: é onnivoro sia nel corpo che nella mente, assume tutto senza selettività, come se si confondesse con la realtà. Con i numeri é completamente bloccato: si confonde nel passaggio tra il quattro e il cinque. Se pensiamo che i bambini spesso imparano a i numeri facendo la conta dei familiari possiamo capire perché: al numero 5 corrisponde un nome e due persone, e il bambino non sa come cavarsela. In questo compito, fatto una settimana prima del termine di cinque anni di scuola, la scrittura forse lo ha aiutato, rivelando agli altri, ma sopratutto a sé stesso, il proprio nome. Il nome “Antimo” e “il nome di mio fratello” giacevano della mente di Antimo l’uno sovrapposto all’altro, ma nel momento in cui deve scriverlo é costretto per la prima volta a separarli, e gli é costato molta fatica: per tre volte ha rinnegato il nome del fratello prima di riuscire a dire che era il proprio. Nelle tre cancellazioni di “mio” c’é scritto il dramma di una vita. La scrittura, mutila, ellittica é anch’essa significativa; i silenzi e gli errori sono segni di altrettante cicatrici interne. La scrittura diventa un mezzo diagnostico per cercare di capire il bambino, comprendere i percorsi della sua mente e aiutarlo ad uscire fuori dai gorghi dell’angoscia:

“Una volta dei bambini piangevano perché era morta la madre e il padre. Erano morti anche la nonna, lo zio é morto, anche la zia é morta. E nessuno mi pensava”.

“Io non so dove sono nato, non so quando sono nato, non so niente, non ho visto mie fotografie. Nessuno

mi

ha dato fotografie, nessuno mi diceva niente”

Io

sono nato a Roma. [é nato a Napoli e lo sa, ma insiste per scrivere Roma] Quando sono nato io piangevo.

Io

ho visto una mia fotografia dove ero piccolo e pesavo 3 chili e 500 e tenevo i capelli lunghi. Mamma mi

ha

detto che sono nato a luglio.

Questi tre bambini in quinta elementare non conoscono la propria data di nascita. Non la conoscono o non la vogliono conoscere? Nessuno mi pensa, é come se non fossi nato, io sono nato da un’altra parte, io non sono proprio nato, la mia data di nascita non esiste. Ecco il genere di pensieri che stanno dietro questa ignoranza e dietro questi testi-frammento di appena due righe. Altri bambini trovano un modo più esplicito ora quasi letterario ora quasi filosofico per trattare il tema dell’identità e della difficoltà a trovarsi:

Il tulipano finto

C’era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: «Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piacerà, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un

fiore»

Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano.

Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto per non farlo morire, poi scomparì per sempre. (Concetta)

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E’ importante chi sono io

Questo racconto [Schiffi il verme] é simile all'uomo scimmia e al brutto anatroccolo che anche loro dentro l'uomo scimmia si sentiva scimmia e fuori uomo, e invece il secondo dentro si sentiva papera e fuori cigno. Però il cigno subito capì quando vede i cigni che erano suoi simili.

Io penso che la cosa é importante chi sono io perché così ti senti sicuro, invece l'uomo scimmia diceva io sono scimmia perché era stato cresciuto dalle scimmie e questa frase non é scema.

Io vorrei dire che i bambini fuori sono umani, ma dentro sono diversi in un modo che ognuno pensa qualcosa che per esempio é come é stato educato. Esempio: se viene trattato con le botte il bambino pensa che é un animale e se viene trattato con le coccole il bambino pensa che non cresce mai e ha tre anni. (Tina )

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