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Filosofie delle Scienze

Filosofia della psicoanalisi


La filosofia si occupata di psicoanalisi mossa di volta in volta da interessi diversi: vagliarne le
pretese conoscitive, attraverso un'analisi dello status delle sue teorizzazioni e delle sue spiegazioni,
e della natura e del peso delle evidenze addotte a sostegno (mossa da un interesse epistemologico);
isolarne gli aspetti che concernono l'interpretazione di segni e simboli per farne uno strumento di
interpretazione e decodificazione testuale in senso lato, oppure uno strumento di riappropriazione
di significati preclusi al soggetto nell'ambito della comunicazione interpersonale (mossa da un
interesse ermeneutico); estrapolarne alcuni modelli del mentale, come le cosiddette topiche proposta
da Freud nelle diverse fasi dell'elaborazione metapsicologica, e confrontarli e integrarli con modelli
ricavati dalle scienze cognitive o dalla psicologia del senso comune nell'intento di spiegare la realt
affettiva e emotiva delle persone insieme ad alcuni fenomeni comportamentali tradizionalmente
definiti irrazionali (mossa da un interesse di filosofia della mente); assumerne alcuni concetti di
rilevanza filosofica, come il concetto freudiano di inconscio o di rimozione, e misurarne le
conseguenze teoriche e etiche soprattutto in connessione ai tradizionali problemi filosofici
dell'autocoscienza, dell'identit e della responsabilit (mossa da un interesse morale); valorizzarne
gli aspetti di critica della civilt e di spiegazione delle costruzioni simboliche, mitologiche e
religiose dell'umanit (mossa da un interesse antropologico e culturale); individuare in essa uno stile
di pensiero e un modello di scrittura in grado di surrogare quelli che alcuni filosofi, a partire dagli
anni 70, giudicano limiti rappresentativi e espressivi della cosiddetta ragione classica nella
direzione di un sapere dell'incertezza, di un sapere narrativo, o di pratiche significanti di tipo
decostruttivo (mossa da interessi prevalentemente estetici).
Il punto di vista della filosofia della scienza ha ricostruito la psicoanalisi come scienza naturale,
non in quanto necessariamente riducibile all'ontologia delle scienze fisico-chimiche e
neurobiologiche, ma perch metodologicamente vincolata ai criteri di controllo empirico e di
validazione del genere vigente in scienze come la fisica, la biologia o le scienze bio-mediche.
Inizialmente ci si chiesti se i concetti introdotti dalla psicologia freudiana fossero correttamente
riferibili a situazioni osservabili o sperimentali; se la struttura della teoria psicoanalitica fosse tale
da consentire la derivazione di osservazioni e previsioni secondo i canoni della visione assiomaticodeduttiva delle teorie scientifiche difese dai neopositivisti; se le spiegazioni offerte dalla
psicoanalisi potessero essere considerate spiegazioni genuinamente causali. In un secondo
momento, a partire dagli anni 50, in seguito alla ben nota accusa di pseudoscientificit rivolta alla
psicoanalisi da Karl Popper stata prevalente una vena pi demarcazionista, che ha posto quesiti
sulla controllabilit empirica di principio delle ipotesi e delle teorie freudiane. In una prima
stagione, contrassegnata dalla critica operazionista alla psicologia, si riconosceva alla psicoanalisi
un valore euristico, ma le si rimproverava la vaghezza e l'imprecisione dei concetti. Il compito che
la filosofia della scienza si poneva era efficacemente espresso dalle parole di un noto psicologo:
Molte generazioni di psicologi passeranno le loro vite cercando di tradurre la poesia di Freud nella
prosa della scienza. Anche nel caso di molti dei pi autorevoli rappresentanti del Circolo di Vienna
si trattava di riconoscere alla psicoanalisi lo status di scienza nascente, immatura, con ancora
varie componenti protoscientifiche e preteoriche da emandare, soprattutto per mezzo di un'indagine
empirica appropriata; ma non le si negava il riconoscimento di un apprezzabile valore antimetafisico, un posto garantito tra le scienze e addirittura un giudizio che non fosse unicamente
determinato dall'accertamento delle sue credenziali epistemologiche.
La posizione di Popper, che egli dichiara di elaborare nel 1919 e che gi ampiamente nota agli
inizi degli anni 50, stata negativa nei confronti delle teorie freudiane al punto da etichettarle,
insieme alle teorie Marxiste e alla psicologia alderiana, come veri e propri esemplari di teorie
pseudoscientifiche. Per Popper, la psicoanalisi stessa a suggerirci un criterio di demarcazione tra
scienza e non scienza, da lui battezzato criterio di falsificabilit, proprio in virt delle differenze che
essa esibisce rispetto alla fisica newtoniana o alle teorie di Einstein: per la psicoanalisi non vi sono

falsificatori potenziali, cio non possibile divisare un esperimento o prevedere un


comportamento che potrebbe confutarla. Gli stessi psicoanalisti sono restii ad affrontare le critiche e
escogitano stratagemmi immunizzanti per renderle il pi possibili inattaccabili. Ma una teoria
genuinamente scientifica non si deve contentare di conferme, bens deve saper ipotizzare evidenze
che costituirebbero per essa istanze di falsificazione. A distanza di anni dalla devastante accusa di
Popper alla psicoanalisi, sono apparsi importanti lavori del filosofo della fisica Adolf Gunbaum,
intesi ad argomentare le seguenti tesi: le teorie freudiane sono a buon diritto da considerare
scientifiche, sia perch di fatto falsificabili secondo gli standard proposti da Popper, sia perch
controllabili empiricamente anche secondo i canoni aurei dell'induttivismo classico; peraltro, il
criterio di demarcazione proposto da Popper tutt'altro che soddisfacente, ed soprattutto basato su
una critica all'induttivismo speciosa e caricaturale; la psicoanalisi controllabile empiricamente,
come gli stessi standard presupposti da Freud nel suo lavoro sembrano richiedere, ma molte delle
sue ipotesi sono ancora lungi dall'essere considerate accettabili per le loro qualit epistemiche. I
lavori di Grunbaum hanno come tema centrale il sostegno clinico alla teoria psicoanalitica della
rimozione. Grunbaum ritiene di poter ricostruire, all'interno dell'opera di Freud, un argomento che
chiama Argomento della concordanza, il quale implica l'indispensabilit causale di un insight
veridico, ottenuto attraverso il trattamento psicoanalitico, nella etiologia di una psiconevrosi se
questa deve essere curata in modo definitivo. Senza un insight psicoanalitico corretto nella realt
psichica del paziente, nessuna cura e nessuna remissione delle cause profonde dei sintomi
possibile.
Ci preme individuare alcuni punti che sono alla base di ogni atteggiamento che la filosofia della
scienza assume nei confronti delle teorie freudiane: al centro dell'attenzione critica del filosofo della
scienza ci sono le teorie e le spiegazioni psicoanalitiche, che vengono sostanzialmente ricostruite
nel modo in cui si ricostruiscono teorie e spiegazioni nell'ambito delle scienze biomediche; i fatti di
cui si occupa la psicoanalisi sono fatti storici relativi al vissuto del paziente o alla sua realt
psichica, che agiscono come cause del comportamento e costituiscono cio eventi mentqli
temporalmente e ontologicamente distinti dagli effetti; si assume, dunque, che le teorie e le
generalizzazioni in psicoanalisi vertano su processi causali e che le spiegazioni psicoanalitiche
siano spiegazioni genuinamente causali, mirate a individuare le etiologie dei disturbi psichici; si
assume inoltre che la causalit di cui tratta la psicoanalisi sia la causalit presupposta anche dalle
scienze mature: una causalit per oggi non pi definibile nei termini humeani di condizioni
necessarie e sufficienti e non pi da interpretare fisicalisticamente come connessione di eventi
materiali, ma una causalit che viene letta, in modo ontologicamente meno esigente e logicamente
pi debole, in chiave di rilevanza causale; nella valutazione delle teorie psicoanalitiche si ritiene
imprescindibile un assunto metodologico minimale della conferma: nel confermare una qualunque
ipotesi causale I, necessario screditare ogni ipotesi alternativa incompatibile con essa che, in base
alle evidenze disponibili, risulti plausibile almeno quanto I.
La nuova filosofia della scienza dopo aver abbandonato ogni pretesa di applicare un criterio
assoluto e astorico di scientificit, non ha abbandonato un atteggiamento di tipo normativo. Ci
significa che le sue ricostruzioni razionali della scienza in esame sono sensibili alla specificit
della disciplina; ma significa anche che comunque non rinuncia a uno sforzo di massima
oggettivazione, e nemmeno a porsi quesiti evidenziali sulla legittimit e la produttivit delle
credenze che quelle teorie comunque ingenerano.
La ricostruzione ermeneutica della psicoanalisi si ispira a quel vasto movimento filosoficometodologico che, tra fine 800 e inizio 900, con chiari influssi della filosofia esistenzialista fino a
Gadamere ricettivo delle recenti istanze della filosofia della scienza postkuhniana, vede
l'introduzione dell'opposizione tra scienze della natura e scienze dello spirito, tra aspetti nomotetici
e aspetti idiografici della ricerca, tra comprensione e spiegazione. Alla base della ricostruzione
ermeneutica della psicoanalisi, vi l'accusa a Freud di autofraintendimento scientistico; accusa
che non nega il fatto che la psicoanalisi tratti anche eventi causalmente correlati e fisicalisticamente
individuabili, ma che vuole altres affermare che i fatti di cui essa si occupanelle sue interpretazioni,

a dispetto del realismo di Freud, sono innanzitutto fatti linguistici e che l'esperienza di cui essa
tratta un'esperienza soggettiva, tessuta di connessioni semantiche pi che causali, e non
oggettivabile nel senso in cui i criteri di osservazione e di predizione scientifici raccomandano.
Habermas considera la psicoanalisi alla luce della sua teoria degli interessi-guida nella ricerca;
teoria con cui intende sottrarre alle scienze empirico-analitiche, guidate da un interesse
prevalentemente tecnico, mirato al controllo e al dominio, la prerogativa di tutto il sapere
intersoggettivamente valido. Le scienze storico-ermeneutiche, di cui la psicoanalisi diventa per lui
un prototipo, sono caratterizzate da un interesse pratico verso la comprensione intesa tra
interlocutori che si scambiano espressioni qualificative da decifrare. Nel caso della psicoanalisi,
pare a Habermas evidente che pi che una finalit puramente conoscitiva gioco un ruolo cardine
una finalit emancipativa. Infatti, lo scopo dell'autoriflessione incoraggiata dall'analisi uno scopo
pratico, orientato alla presa di coscienza di bisogni e alla riappropriazione di motivazioni fuori dal
condizionamento da forme di dominio sociali, di blocchi dogmatici e da coazioni involontarie nel
comportamento. Il disturbo neurotico visto come un'alterazione e distorsione nel normale flusso
delle espressioni simboliche tra i soggetti. Come ha mostrato Wittgenstein, introducendo il concetto
di giochi linguistici, la grammatica del linguaggio ordinario governa non soltanto la connessione dei
simboli linguistici, ma anche il fitto intreccio che si instaura tra i discorsi, azioni ed espressioni
corporee. In un gioco linguistico che funziona normalmente, queste classi differenti di espressione
sono complementari e coerenti, mentre, nei casi patologici, no: le azioni e le espressioni non verbali
palesano un chiaro contrasto con quello che viene esplicitamente detto, e il soggetto agente o non
osserva la discrepanza o non capace di comprenderla. Per questo le espressioni linguistiche
dell'analizzato vengono ad assumente il carattere di una lingua privata, solo apparentemente
comunicativa e in realt veicolo di significati latenti, celati alle intenzioni del parlante, perch
strettamente legati a esperienze traumatiche vissute rimosse dalla sfera della coscienza. All'analista
spetta il compito di portare l'analizzato a risimbolizzare. Il processo di interpretazione psicoanalitica
pu dirsi riuscito quando il paziente trova un frammento perduto della propria storia di vita e
compie in tal modo un processo di autoriflessione che lo emancipa da comportamenti coatti. La
verit di un'interpretazione si misura sulla capacit di generare un riuscito percorso di
autoriflessione. Una maggiore insistenza sugli aspetti metodologici della lettura ermeneutica della
psicoanalisi, si trova in alcuni autori, come Sherwood, Spence e lo stesso Ricoeur, fautori di una
svolta narrativistica nella considerazione dello statuto della psicoanalisi. Spence sottolinea il ruolo
della forma narrativa, a discapito dell'oggettivazione scientifica. Le letture narrativistiche della
psicoanalisi sono ermeneutiche nel senso che tengono nel debito conto la fenomenologia del
soggetto, il carattere carico di significati del comportamento sociale e la natura contestuale del
conoscere. Il modo narrativo, inoltre, ci parla di intenzioni e scopi umani, e descrive il significato
che la condotta riveste per gli agenti umani. Un resoconto narrativo racchiude il significato della
catena di eventi che tratta alla maniera di una storia soddisfacente e intelleggibile, conferendo loro
coerenza e struttura. Ricoeur ha proposto la metafora della persona come testo, e si posto il
problema della verit dei resoconti psicoanalitici in termini di dire vero piuttosto che di essere vero.
Spence ha anche argomentato che lo psicoanalista non tanto un archeologo che scava da sotto
terra momenti significativi della storia vera del paziente, bens pi simile a un artista o scrittore
che d forma o coerenza ai frammenti del ricordo, della fantasia e delle associazioni che il paziente
ha prodotto. Quello che scopriamo in psicoanalisi non sono brani di una storia personale, ma
significati, filtrati attraverso la memoria e il linguaggio, e attivati nel corso della conversazione
analitica. Caratteristiche della ricostruzione ermeneutica della psicoanalisi sono: 1 la centralit
conferita al linguaggio come unico tramite attraverso cui si stabiliscono i fatti rilevanti; 2 un
ridimensionamento della teoria e una considerazione privilegiata della pratica psicoanalitica, spesso
dichiarata come relativamente indipendente e autonoma dalla teoria; 3 una conseguente
focalizzazione dell'attenzione sulle interpretazioni psicoanalitiche, e una considerazione delle
spiegazioni motivazionali come non causali; 4 una considerazione della verit della teoria solo in
termini strumentali, in quanto la teoria conduce a risultati pratici e produce efficacemente
cambiamento; 5 un primato epistemico conferito all'assenso finale del paziente sulla validit di

interpretazioni psicoanalitiche.
Wittgenstein e la psicoanalisi.
Per Wittgenstein, Freud ha commesso un abominevole pasticcio: quello di aver scambiato le ragioni
di un'azione con le sue cause. La relazione di causalit , per lui, una relazione ipotetica,
congetturale, basata su una serie di esperienze che concordano nel mostrare che una certa azione
conseguenza regolare di certe condizioni; mentre la relazione che unisce una ragione all'azione che
essa spiega non ipotetica. Il carattere proprio della ragione quello di poter essere riconosciuta
come tale mediante ci di cui essa ragione e non sulla base di un'inferenza induttiva. La
confusione che Wittgenstein denuncia una confusione di giochi linguistici. Il linguaggio fallace,
ci induce all'errore e al fraintendimento per il ricorrere delle parole in giochi linguistici diversi. Ma
il perch che introduce la ricerca di una causa non lo stesso perch che prelude al riconoscimento
di una ragione o di un motivo. qui che subentra la stessa necessit che Wittgenstein reclama per la
filosofia: bisogna saper riconoscere che quello di cui abbiamo bisogno non sono spiegazioni, non
sono leggi pi o meno universali sotto cui sussumere il nostro comportamento, ma descrizioni,
chiarificazioni, disposizioni in un ordine perspicuo delle cose che gi sappiamo, che abbiamo sotto
gli occhi. La grandezza della psicoanalisi, per Wittgenstein, sta nell'aver intuito che c' qualcosa di
pi vicino al riconoscere che non al conoscere; il suo limite invece consiste nell'essere caduta nel
vizio scientista della spiegazione a ogni costo e della teoria.
Il tipo di spiegazione auspicabile in campo psicoanalitico non quella che stabilisce una causa su
basi empiriche, ma quella che porta a una rappresentazione perspicua delle cose, quella che irraggia
il senso in una serie di relazioni e di analogie, quella che ci fa vedere insieme quello che
apparentemente separato, che ci colpisce non con la forza della convinzione n con quella della
persuasione retorica, bens con una forma di persuasione istantanea che deriva dal riconoscimento e
porta a un'accettazione che non ammette controesempi. Per Wittgenstein, dunque, la psicoanalisi
non una scienza, n una forma di ermeneutica. La psicoanalisi non una forma di conoscenza in
senso proprio, ma una forma di vita, un mito, abita nel senso comune e nel nostro modo
quotidiano di sentire, di cambiare atteggiamenti e di disporsi ad agire. Non essendo conoscenza,
non richiede informazioni aggiuntive, ma solo che quello che ci crea problema assuma una forma
accettabile, visibile, riconoscibile, e che la soluzione dei nostri quesiti si trova vicina ai nostri affetti
e sentimenti, al nostro personale modo di sentire.
Psicologia del senso comune e psicoanalisi.
La psicologia del senso comune parte dal presupposto che noi, guidati da norme sociali e
linguistiche, attribuiamo pensieri, credenze, desideri, sentimenti, intenzioni agli altri, riuscendo a
caratterizzare in quei termini i loro stati cognitivi e conativi e a spiegare, prevedere e a valutare il
loro comportamento, le loro conoscenze e i loro sentimenti. Alcuni filosofi hanno ritenuto di poter
ricostruire la psicoanalisi come una sorta di estensione della psicologia del senso comune come lo
strumento che il senso comune ha elaborato per dare una spiegazione dell'esperienza
dell'irrazionalit. Quando riflettiamo sulla portata delle nostre spiegazioni quotidiane del
comportamento, ci rendiamo conto che alcune aree dell'esperienza ci sfuggono. I fenomeni
irrazionali non vengono percepiti come familiari, non ci sembrano esprimere credenze e desideri
riconoscibili, e ci appaiono diversi e addirittura sintomatici di qualcosa che devia dal corso normale
della vita mentale. Ciononostante, essi vengono collocati a livello personale; vengono riconosciuti
come qualcosa che sfugge ai nostri modi ordinari di comprendersi, che crea un deficit
dell'autocomprensione, ma non vengono recepiti come qualcosa che debba essere delegato a
spiegazioni a un diverso livello. C' dunque bisogno di un'estensione della psicologia del senso
comune; e tale estensione deve preservare quante pi possibili caratteristiche la psicologia del senso
comune ascrive alle persone e nello stesso tempo deve rendere conto dell'irrazionalit.
La psicoanalisi postula tipi di stati mentali che non interagiscono razionalmente, che cio non sono

soggetti ai requisiti di razionalit che governano credenze e desideri, e che possano essere indicati
come cause dei fenomeni irrazionali. Gli stati mentali centrali nelle spiegazioni psicoanalitiche sono
i desideri e le fantasie che sono governati da leggi particolari sono vissuti nell'ambito di una
concezione dell'attivit mentale che procede incurante del principio di realt. La psicoanalisi mostra
che il comportamento motivato e quindi in un certo senso propositivo, ma senza attribuire ragioni
per l'azione. Nelle spiegazioni della psicologia del senso comune le ragioni per l'azione sono
centrali, e vengono invocate nel senso giustificatorio e normativo: una ragione spiega un'azione
mostrando in virt di quali considerazioni stato sensato per l'agente compierla. La psicoanalisi, sl
contrario, si serve della nozione di soddisfacimento del desiderio danno luogo, in forma pi o meno
mascherata, a rappresentazioni di quello che costituisce il soddisfacimento. Ma tali desideri non
giustificano le rappresentazioni che causano. Le spiegazioni psicoanalitiche contemplano una
relazione causale tra elementi mentali che non razionale e che tuttavia verte su una connessione di
contenuto. Sebbene questa relazione causale non sia la stessa che sussiste tra una ragione per
un'azione e l'azione che essa causa, essa non neppure arbitraria, n del tipo che troviamo nel
mondo fisico, giacch implica una connessione motivata di contenuto. In questo senso la
psicoanalisi spiega i fenomeni che restano inesplicabili nella psicologia del senso comune. La
psicologia del senso comune ci insegna come si pu parlare di cause del comportamento senza con
questo implicare che i nostri asserti causali debbano essere giustificati ricorrendo ai canoni vigenti
nella scienza. Tale ricostruzione della psicoanalisi rappresenta il tentativo di portare a un massimo
possibile di dignit scientifica l'idea diffusa che la psicoanalisi sia un modo di osservazione, un
linguaggio diventato nel tempo radicato e assolutamente ineliminabile per individuare e trattare
certe forme di irrazionalit. In questa ottica si privilegia la spiegazione dell'irrazionalit rispetto alla
sua funzione nell'ambito della terapia psicoanalitica, e si pretende di argomentare a favore della
verit della psicoanalisi in base a una sorta di inferenza alla migliore spiegazione, proprio in quanto
la teoria psicoanalitica fornisce la spiegazione dell'irrazionalit pi soddisfacente disponibile. Il
problema della verit della psicoanalisi e della validit delle sue ipotesi diventa dunque un problema
culturale risolto dall'accertamento della sua pervasivit e della sua profonda penetrazione nei modi
di percepire e di spiegare del senso comune, la cui garanzia a sua volta fornita dalla dura prova
selettiva del tempo. Per quanto concerne invece la verit delle singole interpretazioni
psicoanalitiche, si afferma una prospettiva in terza persona che nega la conoscenza diretta privata e
l'arbitrato privilegiato del paziente nei suoi contenuti mentali.
Pensieri inconsci, spiegazioni dell'irrazionalit e altri paradossi.
Esiste oggi una psicoanalisi postwittgensteiniana, ma esiste anche una psicoanalisi
postdavidsoniana; e Davidson stato il filosofo che pi di altri ha rilanciato l'idea che la semantica
debba occuparsi della forma logica del linguaggio. Nel proseguire il suo progetto Davidson si
preoccupato anche di elucidare la grammatica logica degli eventi mentali, offrendo un'analisi
formale di alcuni concetti centrali nell'ambito della filosofia della mente. tramite tale analisi che
Davidson giunto alla formulazione del suo monismo anomalo, e cio della tesi secondo cui ogni
occorrenza di evento mentale fisica, ma i concetti e i predicati mentali intenzionali non sono
riducibili, tramite una legge o una definizione, a concetti e predicati fisici. Ci significa che non
possibile di principio formulare alcuna legge di tipo psicofisico, e che, nonostante il mondo sia fatto
di una sola sostanza materiale e nonostante gli eventi mentali siano eventi fisici, il vocabolario del
mentale non eliminabile. Davidson suggerisce che Freud era giusto quando trattava i motivi
inconsci insieme come ragioni e come cause. Non vi alcun conflitto tra le spiegazioni
razionalizzanti e le spiegazioni causali, perch le credenze e i desideri possono benissimo essere
trattati come come cause delle azioni delle quali sono ragioni. In certi casi, inclusi alcuni discussi da
Freud, una persona ha una ragione per agire in un certo modo senza che questa ragione, la quale,
sotto la sua descrizione causale, efficiente, sia connessa nel modo logico appropriato alle altre sue
idee, alle altre sue credenze e agli altri suoi desideri. La teoria psicoanalitica, per Davidson,
riguarda specialmente relazioni causali non-logiche tra le parti quasi-autonome di una mente divisa.

Davidson postula di fatto un'iterazione causale tra i sistemi conscio e inconscio della famosa topica
freudiana, e la sua accezione pare collidere con quello che Freud mostra di sostenere: per Freud,
sembrerebbe che le parti in cui divide la mente siano contraddistinte dai modi diversi di operare; per
Davidson, invece, esse operano nello stesso modo e con un alto grado di razionalit.
I processi inconsci differiscono per genere da quelli consci, e non semplicemente per il fatto
epistemico di non essere disponibili alla coscienza. Il materiale che rimosso nell'inconscio risiede
l per le sue caratteristiche distintive; l'inconscio non inconscio perch stato rimosso, ma il
rimosso a essere rimosso perch inconscio. L'inconscio non pu divenire inconscio perch manca
degli attributi o delle qualit dei processi consci. Possiamo indicare quali vie sono state perseguite
per conferire una coerenza filosofica a questa accezione dell'inconscio freudiano: 1 concepire
l'inconscio come un linguaggio, con le sue proprie regole sintattiche e semantiche, e il lavoro di
recupero alla coscienza come un lavoro di traduzione; 2 concepire l'inconscio in termini di concetti
logico-matematici, come consistente di insiemi infiniti e operante secondo una logica
incommensurabile con la logica del discorso cosciente e razionale; 3 concepire l'inconscio come
consistente di stati mentali preproposizionali, assimilabili al vedere come, in contrasto con gli stati
proposizionali della mente conscia la quale vede che. Un ulteriore possibile interpretazione delle
topiche freudiane, che nega l'idea della differenza qualitativa tra coscienza e l'inconscio freudiani
senza per sposare l'homuncularismo razionalista di Davidson, data da un'elaborazione relazionale
o epistemica della mente inconscia, che comporta una relativa accezione dinamica della rimozione.
Seconda questa elaborazione, gli stati mentali inconsci differiscono da quelli consci solo per il fatto
di essere inconsci, di non essere conosciuti dalla coscienza; di essere portatori di contenuti che non
sono intrinsecamente alieni all'Io, ma soltanto non riconosciuti dalla persona e non integrati
nell'ambito dell'io desidero, io voglio, ecc.; il che un fatto relazionale, non qualitativo. Tale
accezione nega quello che Freud chiamava antagonismo primario tra Io ed Es, e pare meglio
compatibile con classici approcci filosofici al mentale, quali quelli ispirati al funzionalismo di
William James, e in generale con tutte le accezioni dell'Es come id impersonale e dell'Io come me
personale.
Filosofia della psicologia
Mettere a fuoco lo statuto epistemologico della psicologia un compito reso arduo da numerosi
ostacoli, il principale dei quali il pluralismo. Dalla sua recente origine a tutt'oggi la psicologia non
si prospetta come una scienza compatta, dotata di un corpo di conoscenze e di metodi condivisi
dalla comunit scientifica. Un secondo ostacolo consiste nel fatto che non si formata intorno alla
psicologia una tradizione consolidata e coerente di indagini epistemologiche. Il concetto stesso di
filosofia della psicologia di difficile caratterizzazione. In realt, come esistono diverse psicologie,
esistono diverse filosofie della psicologia.
La filosofia della scienza classica, che possiamo convenzionalmente situare nei primi settant'anni
del secolo scorso, ha mostrato ben poco interesse verso le discipline psicologiche. Fa eccezione la
psicoanalisi, la quale a partire da Popper stata ed tuttora oggetto di importanti riflessioni
epistemologiche. Vi sono molte ragioni che spiegano questa noncuranza. La prima che vi era nei
diversi orientamenti epistemologici un denominatore comune: individuare una metodologia, o una
modalit storica, in grado di rendere conto del processo di formazione della conoscenza in ogni
disciplina scientifica, senza eccezioni. Se escludiamo il comportamentismo, che non a caso era
molto apprezzato dai neopositivisti, gli altri indirizzi psicologici non erano nelle condizioni di
soddisfare i severi requisiti di scientificit che i filosofi della scienza esigevano; la psicologia
rimasta pertanto per molti decenni al di fuori del campo d'indagine dell'epistemologia. Questa
situazione, che scaturiva, a nostro parere, da un disconoscimento della peculiare natura della
conoscenza psicologica, ha sicuramente costituito un limite dell'epistemologia classica. Un altro
aspetto da considerare che, a ben guardare, dense e sistematiche riflessioni filosofiche sulla
psicologia sono presenti nell'opera di grandi filosofi del secolo scorso: da Brentano ed Husserl fino
ad arrivare a Wittgenstein, le indagini di questi autori non hanno per dato origine a una tradizione

di pensiero definibile come filosofia della psicologia, intesa come un ramo speciale della filosofia
della scienza. Su questo fatto si possono proporre due osservazioni. La prima che il metodo e lo
stile argomentativo di questi pensatori risultavano estranei ai metodi e all'impostazione concettuale
della filosofia della scienza. Anche l'orizzonte dei problemi era diverso. Per contro, dal loro punto
di vista centrale l'esigenza di indagare somiglianze e soprattutto differenze tra i processi
conoscitivi cos come si realizzano nei diversi campi del sapere. La teoria pi classica a
distinzione elaborata da Dilthey tra spiegare e comprendere. Per la filosofia della scienza classica, il
processo conoscitivo uno e uno soltanto, e proprio da questa intransigente convinzione discende il
disinteresse verso discipline, come la psicologia o l'antropologia, che sono difficilmente
inquadrabili nei modelli epistemologici classici. Di conseguenza, sebbene Dilthey, Husserl e altri
autori si siano intensamente occupati di scienza, non stato loro attribuito il titolo di filosofi della
scienza. Ma il dato storico resta: per buona parte del secolo scorso fare filosofia della scienza
significava riflettere sui metodi logici o sulle modalit storiche che definiscono la scienza.
L'atteggiamento della filosofia della scienza classica ha avuto come conseguenza che le ricerche di
Dilthey e degli altri filosofi hanno lasciato ben poche tracce sia nell'ambito della psicologia sia, a
maggior ragione, in quello della filosofia della scienza. Un altro importante elemento in questo
quadro che, per molti anni, la filosofia della psicologia l'hanno fatta gli psicologi stessi, e in
particolare i padri fondatori della cosiddetta psicologia scientifica. Sorge qui un problema:
l'epistemologia proposta da questi autori presenta l'inevitabile difetto di essere funzionale al
modello psicologico proposto. Veniva cos a mancare il requisito della neutralit, che non pu non
caratterizzare ogni autentica indagine filosofica. Una significativa conseguenza che l'universo
della psicologia ed sempre stato caratterizzato non soltanto da una molteplicit di orientamenti
psicologici in competizione ma anche una molteplicit di differenti modelli epistemologici. La
situazione muta completamente a partire dalla seconda met del secolo scorso. Il punto
fondamentale la nascita della scienza cognitiva. Gli scienziati cognitivi ritengono che la scienza
cognitiva non sia una disciplina unitaria, bens un complesso di discipline diverse per l'oggetto e per
i metodi d'indagine. Queste discipline sono: neuroscienze, intelligenza artificiale, antropologia,
psicologia, linguistica filosofia. Tutte abbracciano lo stesso paradigma teorico e metodologico. I
punti essenziali di tale paradigma sono: il concetto di adattamento; la convinzione che l'attivit
mentale consiste nel raccogliere ed elaborare informazioni; l'esigenza di conferire alle informazioni
la forma di rappresentazioni computabili; l'impiego di algoritmi per descrivere in modo formale le
operazioni della mente. Tra le scienze cognitive esiste una specifica disciplina nella quale sono in
primo piano interessi e problemi che attengono strettamente alla filosofia della psicologia. la
filosofia della mente il cui campo d'indagine include problemi epistemologici cruciali per la
psicologia: la causalit psichica, il rapporto mente/corpo, la natura dell'attivit mentale nelle sue
diverse forme (percezione, memoria, pensiero), la conoscenza degli stati mentali propri e altrui.
Sulla filosofia della mente occorre per fare una precisazione, che apparir forse pedante, ma che
considero decisiva in relazione al concetto di filosofia della psicologa. Le indagini dei filosofi della
mente confinano e a volte sconfinano nel territorio della filosofia della psicologia, ma non hanno il
carattere di un'autentica riflessione epistemologica. Il motivo importante: i filosofi della mente
estrapolano i problemi epistemologici dal loro luogo naturale; dopo averli cos isolati, li elaborano
in qualit di puri problemi filosofici. Un esempio: la maggior parte dei filosofi della mente isola il
problema mente/corpo dal contesto della ricerca psicologica, trattandolo con i metodi logici o
speculativi propri della filosofia analitica. Ovviamente in questo non vi nulla di male, tant' vero
che spesso, come s' detto, i filosofi della mente propongono idee che gli psicologi raccolgono e
valorizzano. Ma la loro non propriamente epistemologia. Perch l'epistemologia richiede che il
problema venga indagato nel suo contesto originario. Possiamo codificare questo punto
introducendo, dopo la neutralit, il requisito della condivisione: il filosofo della scienza deve
indagare un problema epistemologico condividendo l'orizzonte teorico, sperimentale o pratico al cui
interno il problema stesso emerge, mostrando il suo reale significato. Al di l dalla filosofia della
mente, gli interessi epistemologici attraversano trasversalmente tutti i rami della scienza cognitiva e
in modo particolare la psicologia. Ma qui riaffiora un problema che abbiamo gi incontrato. Le

indagini epistemologiche degli scienziati cognitivi non soddisfano il criterio della neutralit. Sulla
base delle considerazioni fin qui svolte risulta alquanto difficile sia formulare un preciso concetto di
filosofia della psicologia, sia individuare una tradizione di ricerca affidabile come filosofia della
psicologia. Se muoviamo dal presupposto che l'indagine epistemologica deve rispettare i requisiti
della neutralit e della condivisione, la conclusione che a tutt'oggi una filosofia della psicologia
non esiste.
Il primo problema questo: quale modello epistemologico, tra i tanti esistenti, pu rendere conto
dell'evoluzione del pensiero psicologico? Secondo la storiografia classica la psicologia come
scienza indipendente nasce nel 1879 quando Wundt fonda a Lipsia il primo laboratorio di psicologia
sperimentale. Prima del 1879 le indagini psicologiche erano incorporate in altre discipline. In primo
luogo nella filosofia. La psicologia di Wundt pu essere considerata una trasposizione della teoria
humiana della mente e del suo funzionamento.la ricerca psicologica dunque sempre esistita; non
esisteva invece la psicologia intesa come una disciplina scientifica riconosciuta sul piano
accademico e sociale. La psicologia, come la concepisce Wundt, ha come oggetto d'indagine
l'esperienza diretta e come principale scopo la conoscenza degli elementi ultimi che la
compongono. Il metodo da impiegare per conseguire lo scopo l'introspezione. L'introspezione
psicologica non l'introspezione del filosofo che, nella solitudine del suo studio, osserva i propri
stati interiori, ricavandone teorie attraverso la riflessione. L'introspezione dello psicologo s'inquadra
in una situazione sperimentale, colui che compie l'introspezione e la verbalizza, e il ricercatore
sperimentale. L'introspezione non dunque un'attivit solitaria, ma un'operazione che si svolge
all'interno di un setting sperimentale non individuale. Il secondo elemento che l'introspezione non
un'attivit mentale che s'improvvisa. Il suo obbiettivo discernere gli elementi ultimi
dell'esperienza, e a tal fine occorre un sistematico e laborioso addestramento. In altri termini,
occorre imparare a fare introspezione, nello stesso senso in cui s'impara a guardare in un
microscopio o a fare analisi chimiche. Quanto alla differenza tra fisiologia e psicologia, il punto
essenziale ci porta alla pi importante tesi epistemologica di Wundt: il parallelismo psicofisico.
Wundt sostiene che la relazione causale tra l'attivit celebrale e quella mentale si sottrae a
un'autentica conoscenza scientifica. La causalit applicabile da un lato alla serie degli eventi
celebrali, dall'altro alla serie degli eventi mentali. Non invece applicabile ai rapporti tra gli eventi
delle due serie. Questa tesi perentoria istituisce formalmente la differenza tra la fisiologia, che
studia la serie degli eventi celebrali, e la psicologia, che indaga gli eventi mentali. Nonostante il
grande successo a cui and incontro sul finire del XIX secolo, la psicologia di Wundt e dei suoi
continuatori fu in breve tempo messa da parte da nuovi orientamenti. Il primo da ricordare il
Funzionalismo. Il punto di partenza del funzionalismo l'adesione e l'utilizzo in psicologia
dell'evoluzionismo darwiniano. L'organismo umano lo stadio pi avanzato del processo evolutivo.
I processi mentali umani sono considerati come una variazione evolutiva altamente funzionale
all'adattamento della specie. Su questa base, il quesito principale che i funzionalisti si pongono
assume una forma del tutto nuova rispetto alla tradizione psicologica e anche filosofica. La
domanda decisiva non pi che cosa sono i processi psichici, bens a che cosa servono? Il dualismo
mente/corpo viene sostituito da una teoria monista, secondo la quale i processi psichici sono
espressioni dell'attivit dell'organismo. Cos come il nostro organismo si esprime nella respirazione,
nella circolazione del sangue, nel battito cardiaco, allo stesso modo si esprime nelle diverse funzioni
psichiche, le quali, di concerto con le funzioni somatiche, garantiscono un alto livello di
adattamento all'ambiente. Anche il funzionalismo ebbe breve vita. Nell'universo della psicologia si
fa largo e acquista un'egemonia che conserver per quasi mezzo secolo un nuovo e pi aggressivo
orientamento: il comportamentismo. L'oggetto della psicologia sempre stato individuato nella
mente. Il comportamentismo respinge questa apparente ovviet, sostenendo che il vero e unico
oggetto della psicologia il comportamento osservabile. La mente non suscettibile di un'indagine
scientifica diretta e rigorosa, e deve essere pertanto bandita dal campo d'indagine della psicologia.
La mente troppo ineffabile, troppo sfuggente, troppo contaminata da variabili soggettive,
incontrollabili con i mezzi della scienza. Il comportamentismo conserva un interesse verso le

funzioni psichiche. La novit sta nel fatto che esse sono ritenute indagabili con rigore scientifico
solo per via indiretta, mediante lo studio obbiettivo delle loro manifestazioni esterne. Il
comportamentismo ha dominato la scena della ricerca psicologica fino agli anni 50. in seguito
andato incontro alla stessa sorte degli orientamenti che l'hanno preceduto. Nel giro di pochi anni
viene superato dalla psicologia cognitiva. Tra gli anni 40 e 50 si affacciano, all'interno stesso del
movimento comportamentista, posizioni e ricerche che rettificano sostanzialmente il rigido modello
psicologico teorizzato da Watson. Per Watson la psicologia deve indagare il rapporto tra lo stimolo
esterno e la risposta comportamentale; mentre ci che accade nella mente, non viene preso in
esame. Il nuovo punto di vista ritiene che il modello di Watson non sia in grado di rendere conto
della complessit e variabilit delle risposte individuali. S'impone pertanto l'esigenza di indagare le
variabili di natura mentale che modulano il percorso dallo stimolo alla risposta. In questa
prospettiva la psicologia cognitiva pu essere vista come un'evoluzione interna del
comportamentismo. Per i cognitivisti, l'oggetto fondamentale dell'indagine psicologica coincide
precisamente con tutto ci che accade tra lo stimolo e la risposta. L'oggetto della psicologia sono i
processi mentali. Vediamo in breve i due elementi principali della psicologia cognitiva. Mentalismo:
la psicologia ha per oggetto i processi mentali. Per indagarli con rigore scientifico occorre
rinunciare sia alla pretesa di fornire una descrizione qualitativa, fenomenologica, degli stati mentali,
sia a quella di rendere conto dei processi celebrali sottostanti. Il cognitivismo opera una sorta di
stilizzazione dell'attivit mentale: in rapporto a qualsivoglia prestazione mentale, esso cerca di
individuare le operazioni che sono necessarie al compimento della prestazione. Il secondo elemento
essenziale riguarda l'informatica. L'attivit mentale viene pensata dai cognitivisti in analogia al
modo di operare di un computer: l'informazione l'input che d avvio a un processo di elaborazione
che sfocia in un output: un comportamento motorio, un pensiero, una decisione, un progetto. Il
riferimento informatico non ha un carattere puramente simbolico. Per i cognitivisti infatti
fondamentale poter simulare al computer le ipotesi teoriche. La simulazione ha lo scopo di
convalidare o perfezionare l'ipotesi. Quella che abbiamo finora tratteggiato la versione classica del
cognitivismo, teorizzata da Ulric Neisser.
Torniamo alla domanda epistemologica dalla quale eravamo partiti: quale modello epistemologico
in grado di rendere ragione della storia del pensiero psicologico? Prenderemo in considerazione 4
modelli. Il primo: la storia della psicologia non ha un carattere cumulativo, ma fatta di drastici
mutamenti, di rivoluzioni. Abbiamo parlato di rivoluzioni, e questo ci porta direttamente a Kuhn.
applicabile alla storia della psicologia il modello descritto da Kuhn? Secondo la teoria di Kuhn una
rivoluzione scientifica porta all'affermazione di un nuovo paradigma se e solo se il nuovo
paradigma viene condiviso dall'intera comunit scientifica. Ora se vero che la storia della
psicologia stata ed tuttora una storia di rivoluzioni, anche vero che nessuno degli orientamenti
emergenti mai riuscito a guadagnarsi il consenso unanime della comunit scientifica e
professionale. Oggi si pu avere l'impressione che la psicologia cognitiva sia riuscita a conquistare
una posizione di sovranit. Ma ancora una volta si tratta solo di un'apparenza. indubbio che la
psicologia cognitiva gode, soprattutto nel mondo accademico, di un ampio consenso. Ma tale
consenso non quello che aveva in mente Kuhn, parlando dell'accettazione del paradigma da parte
dell'intera comunit scientifica. In primo luogo, il cognitivismo attuale ha perduto quella precisa
identit disciplinare che aveva avuto. In secondo luogo, se dalla teoria passiamo al campo della
pratica psicologica, ci troviamo di fronte a una situazione che si potrebbe definire preparadigmatica.
L'idea di un paradigma condiviso appare a questo punto pia illusione. Da quanto abbiamo appena
detto si potrebbe concludere che l'universo teorico e pratico della psicologia composto da una
pluralit di programmi in competizione. Questo ci conduce al modello epistemologico di Imre
Lakatos. Egli ritiene che un programma di ricerca progressivo, e quindi si affermer sui
programmi rivali, se il suo dispositivo teorico consente di predire i risultati sperimentali. La teoria,
per cos dire, deve essere pi veloce della pratica sperimentale, deve anticiparla. legittimo
applicare questo modello alla storia della psicologia? La risposta non pu che essere negativa.
Sarebbe quanto meno opinabile sostenere che il comportamentismo tramontato in virt della
maggiore capacit predittiva della psicologia cognitiva. In molti orientamenti e rami della

psicologia la sperimentazione o non avviene per nulla, come nella psicoanalisi, oppure praticata
con modalit che non sono in grado di soddisfare le rigorose condizioni della metodologia
sperimentale. Poche parole sul modello epistemologico di Bachelard, basato sul concetto di rottura
epistemologica. Nel 1897 Wundt concep e costru a Lipsia un laboratorio di psicologa
sperimentale. Molti storici e psicologi non esisterebbero a caratterizzare l'avvenimento come una
rottura epistemologica. In certo senso quella fu realmente una rottura col passato, come abbiamo
visto. per da escludere che si sia trattato di una rottura epistemologica nel senso di Bachelard.
sufficiente avere presente che dell'imponente opera teorica e sperimentale di Wundt non rimasto
oggi pressoch nulla. Fu piuttosto una rottura simbolica che trasmetteva un messaggio innovativo.
Sul problema della storia della psicologia, chiudiamo con un'ultima osservazione che vagamente
in consonanza con il pensiero di Faucoult. Perch una teoria si afferma su un'altra? Perch il
comportamentismo, dopo aver dominato l'universo psicologico per decenni, ha ceduto il passo al
cognitivismo? Almeno su un aspetto del problema si pu formulare un'ipotesi. Una dottrina
psicologica prevale su un'altra in quanto fornisce un'immagine dell'uomo e della sua posizione nel
mondo pi vicina sia alla sensibilit comune, sia alla sensibilit e alla cultura dominante nella
comunit scientifica e filosofica. Potremmo esprimerci anche cos: il vecchio modello ha esaurito la
sua vitalit, divenuto obsoleto, mentre il nuovo appare al passo con i tempi. Da tutto ci possiamo
ricavare una semplice verit epistemologica: esattamente come accade per gli orientamenti
filosofici, anche ogni indirizzo psicologico include una visione dell'uomo e del suo posto nella
natura e nell'universo sociale.
Gli psicologi sono sempre vissuti e vivono tuttora in un universo pluralistico. un pluralismo
presente gi nella teoria, ma che si manifesta in modo eclatante nella pratica psicologica e in
particolare nella clinica psicologica. Questa singolare situazione solleva un problema teorico e uno
pratico. Il problema pratico: a seconda del terapeuta a cui una persona si rivolge per risolvere i suoi
disagi, questa ricever una diagnosi, una prognosi e una terapia differente. Com' possibile? La
risposta va cercata nel pluralismo. Ogni terapeuta conduce la propria attivit clinica sulla base di
quanto ha imparato nel corso della sua formazione. Ciascuno ha le sue convinzioni teoriche,
cliniche, tecniche. Tutto ci pone un problema drammatico per i pazienti, i quali spesso, passano da
uno psicoterapeuta a un altro, o da uno psichiatra all'altro, si trovano ogni volta percepiti, inquadrati
e curati in un modo nuovo. Ma un problema emerge anche in un terapeuta, se dotato di un minimo
di sensibilit epistemologica; nelle circostanze critiche del suo lavoro, il terapeuta non potr fare a
meno di pensare che i suoi colleghi di altri orientamenti, nelle stesse circostanze, vedrebbero cose e
agirebbero in maniera completamente diversa di come fa lui. Consideriamo ora l'aspetto teorico: da
che cosa dipende il pluralismo nella psicologia teorica e pratica? Sono disponibili almeno tre
risposte. La prima un po monocratica, sostiene che la psicologia una scienza ancora giovane,
alla quale bisogna dare il tempo necessario per crescere. Quando sar pienamente maturata, il
pluralismo si dissolver. Una seconda risposta di tipo ecumenico. I diversi orientamenti coprono e
tendono ad esaurire le diverse dimensioni che compongono lo studio della mente e del
comportamento umano. In questa prospettiva, il pluralismo non percepito come una
frammentazione del sapere, ma come un'armoniosa articolazione. La terza risposta di tipo
democratico: la tesi centrale che il pluralismo in psicologia non costituisce n una situazione
storicamente contingente, n una situazione di serena armonia. Il pluralismo intrinsecamente
connaturato allo studio psicologico e anche fisiologico dell'uomo. La mente e il comportamento
umano sono oggetti polivalenti. L'uomo pu essere visto, concettualizzato e descritto in maniere
differenti. Si pensi a Wundt, a Freud, a Watson, a Neisser: ciascuno di essi vedeva e percepiva gli
umani in prospettive differenti e incommensurabili.
In che modo si acquisiscono conoscenze psicologiche? In rapporto a questa domanda l'intera storia
della psicologia attraversata da una radicale contrapposizione tra due modelli di risposta. Il primo
modello che chiameremo oggettivo dice che la psicologia deve impiegare la metodologia delle
scienze naturali adattandola al proprio oggetto d'indagine. Ci significa che l'osservazione empirica
deve poter essere codificata con categorie oggettive; gli esperimenti devono essere replicabili e le
ipotesi e le teorie psicologiche devono presentare un carattere impersonale, ossia devono essere

libere, il pi possibile, da variabili individuali. Per affermare l'elemento epistemologicamente pi


importante del modello oggettivo dobbiamo riflettere sul carattere impersonale delle conoscenze
psicologiche; quest'ultime nascono s dall'osservazione e dallo studio delle persone in carne ed ossa,
ma nella costruzione della teoria l'elemento personale deve dileguarsi, quindi si richiede che le
teorie psicologiche siano di natura universale. Consideriamo il secondo modello che chiameremo
soggettivo. La tesi di base che la conoscenza psicologica attendibile solo se i fatti psichici sono
osservati e indagati nel loro luogo naturale, cio nel flusso dell'esistenza individuale. Questo
atteggiamento solleva subito un problema: se la fonte primaria della conoscenza psicologica
l'osservazione del singolo individuo, e se vero che ciascun individuo diverso da ogni altro, allora
il passaggio dalla conoscenza individuale a quella universale risulta quanto mai problematico.
indubbio che il modello soggettivo produce conoscenze psicologiche molto ricche, ma queste
risultano limitate al singolo caso, al singolo individuo. Si pone pertanto il problema del passaggio
dalla conoscenza individuale alla costruzione di teorie. Il terreno di partenza l'esperienza e la
conoscenza clinica. Il salto dall'individuale all'universale avviene in un unico modo: la riflessione
sui casi individuali conduce a congetturare ipotesi teoriche di ordine generale. Non sono teorie vere
e proprie ma fungono da bussola per orientarsi nell'attivit clinica e funzionano come dispositivi per
realizzare conoscenze attendibili sulla psicologia del paziente. Solo al vaglio della pratica clinica,
dove ci si sforza di conoscere il proprio paziente, le teorie si dimostrano valide oppure superflue. La
filosofia della psicologia un'indagine filosofica sui problemi epistemologici della psicologia;
l'indagine deve soddisfare i requisiti della neutralit e della condivisione.
Il problema mente/cervello pu essere interpretato in due modi: come un problema di filosofia della
mente oppure come un problema di filosofia della psicologia. Per la filosofia della mente il
problema ha un significato di ordine generale, che concerne la natura del rapporto sussistente tra i
processi materiali che si svolgono nel sistema nervoso e l'attivit mentale. Nel dibattito attuale si
possono distinguere tre principali posizioni: alla prima posizione daremo il nome di monismo
radicale. Tra i processi celebrali e gli stati mentali corrispondenti non esiste una differenza
ontologica o di natura. Se le due cose ci appaiono cos diverse, ci dipende dalla psicologia ingenua
che dentro ognuno di noi e dalla quale difficile liberarsi; oppure dai diversi linguaggi con i quali
siamo abituati a descrivere le operazioni del cervello e quelle della mente. Un importante e ardita
implicazione tratta da molti autori il riduzionismo: la psicologia diverr una scienza autentica solo
quando sar possibile descrivere gli stati mentali nei termini delle entit e dei processi fisicochimici che avvengono nel sistema nervoso. Nell'attesa, la convinzione che deve guidare la ricerca
che l'attivit mentale un prodotto del cervello e non presenta in se stessa aspetti che richiedano
forme di conoscenza diverse dalla neurobiologia. La seconda posizione prende il nome di dualismo
radicale. Mente e cervello sono entit ontologicamente distinte che hanno propriet peculiari e
funzionano in modo diverso. La mente ha il potere di agire sul cervello, e quindi sul corpo,
pianificando il comportamento volontario. Il corpo mortale, la mente non lo . Sarebbe ingenuo
considerare arcaica questa posizione, oppure attribuirla all'ambito della teologia e non a quello della
filosofia o della scienza. La terza posizione ha il nome di dualismo pragmatico e oggi si presenta in
molteplici varianti: teoria dell'identit delle occorrenze, dualismo delle propriet, teoria della
sopravvenienza. La tesi da cui partire il monismo ontologico: impensabile un'attivit mentale in
assenza di un'attivit celebrale che la pone in essere. L'esistenza di un pensiero in assenza di un
cervello che lo produca un controsenso. La seconda tesi il dualismo epistemologico. Se dal
punto di vista ontologico l'attivit mentale una produzione del cervello, da quello della
conoscenza, il cervello o la mente si profilano come oggetti di indagine separati. Il sistema di
concetti e conoscenze che impieghiamo per descrivere le strutture e i processi celebrali non
applicabile all'universo dell'attivit mentale e della condotta. La conclusione a cui perveniamo che
dal punto di vista della conoscenza, l'universo psichico costituisce un campo di indagine a se stante
e che pu essere esplorato solo per mezzo dei dispositivi concettuali e linguistici di cui si serve la
psicologia. Le neuroscienze hanno raggiunto una conoscenza altamente progredita dell'anatomia,
della fisiologia e delle patologie del nostro sistema nervoso.
Il problema dell'assemblaggio che Hubel solleva in rapporto alla funzione visiva, attraversa l'intero

campo della ricerca neuroscientifica. Si conoscono le funzioni delle singole aree, si ignorano i
processi tramite i quali le diverse funzioni interagiscono.
la teoria della segnalazione rientrante, formulata da Edelman: si inquadra una concezione
complessa e assai originale della formazione e del funzionamento del cervello. Due o pi strutture
celebrali sono collegate in un sistema di segnalazione rientrante quando ciascuna di esse riceve in
tempo reale informazioni relative alle operazioni che stanno eseguendo le altre strutture. Il risultato
che le strutture connesse dai segnali di rientro, sebbene siano distinte, cominciano a operare come
una sovrastruttura unitaria che esegue una funzione di ordine superiore rispetto alle funzioni
espletate dalle strutture di base. Tramite il concetto di segnalazione rientrante, Edelman ha cercato
di spiegare sia il sorgere della coscienza dell'attivit celebrale, sia lo sviluppo delle funzioni
psichiche superiori. Si tratta di ipotesi speculative; sono per promettenti, perch indubbio che
qualcosa del genere deve verificarsi nel cervello affinch la nostra esperienza del mondo e di noi
stessi sia quella che tutti noi sperimentiamo. La psicologia non una scienza forte o dura perch il
suo oggetto di studio polivalente, plastico. Ogni grande psicologo lo cesella a modo suo,
obbedendo da un lato alla propria sensibilit e intelligenza, e dall'altro alle sollecitazioni che
provengono dal mondo esterno: cultura, scienza, costume, organizzazione sociale. All'origine di
ogni importante sistema psicologico vi sono delle originali operazioni fondazionali che,
oggettivamente, hanno il carattere di decisioni epistemologiche e metodologiche. Sono decisioni
prescientifiche, ma la loro azione fondamentale, decisiva: in primo luogo esse delineano una
specifica rappresentazione dell'uomo, in secondo luogo, e di conseguenza, organizzano il campo
d'indagine della psicologia stabilendo quali sono i problemi importanti e con quali metodi devono
essere affrontati.