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Storia e Storie

collana diretta da Gianni Fara

Avvertenza
Nel libro vengono rievocate alcune inchieste giudiziarie: alcune gi concluse e altre non ancora.
Tutte le persone coinvolte e/o citate a vario titolo anche se condannate nei primi gradi di
giudizio sono da ritenersi innocenti fino a sentenza definitiva.

Otello Lupacchini
IN PESSIMO STATO
C un grande futuro
nel nostro passato

Omicidi, attentati, tradimenti politici e umani, malversazioni, scandali finanziari, straripamenti di


potere, brigantaggio, mafia, stragismo conservatore, terrorismo eversivo. Sono soltanto alcuni dei
mali che affiorano scavando nella storia dellItalia unita e che rendono intollerabile la retorica
del guardare avanti, per trarre dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quel che c da
rinnovare nella societ e nello Stato.
Uno dei magistrati italiani fra i pi noti, non fosse che per i risultati utili ai quali sono approdate
le sue indagini, concentra il fuoco dellattenzione su alcuni dei tanti fatti della storia patria
volutamente ignorati, esorcizzati o, peggio, manipolati da chi non perde occasione, tuttavia, per
richiamare alla responsabilit di un verbo unitario, che sappia costruire speranza e induca a
ritrovarsi attorno a idee-guida per vivere una nuova primavera della Nazione.

Otello Lupacchini
In magistratura dal 1979, impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalit organizzata,
comune, politica e mafiosa.
Si occupato tra laltro degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del
prof. Massimo DAntona, della strage di Bologna e della Banda della Magliana.
Autore del best-seller Banda della Magliana edito da Koin Nuove Edizioni (oltre 30.000 copie

vendute).

Otello Lupacchini
In pessimo stato

ISBN 978-88-89828-441
copyright by Koin Nuove Edizioni prima edizione luglio 2014

Direzione, Redazione e Sede Legale


00144 Roma, Viale della Grande Muraglia 95 tel. 06.52247979 fax 06.52244280
email: info@edizionikoine.it sito internet: www.edizionikoine.it

Coordinamento editoriale
Madrilena Lioi

Copertina
Federica Zambon

EBook a cura di
Valerio Marcelli

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o


parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche), sono riservati.
This book is Copyright and may not be reproduced in whole or in a part without the express
permission of the publishers in writing.

Orgoglio e fiducia, innanzitutto. Non temiamo di trarre questa lezione dalle vicende
risorgimentali! Non lasciamoci paralizzare dallorrore della retorica: per evitarla sufficiente
affidarsi alla luminosa evidenza dei fatti. Lunificazione italiana ha rappresentato unimpresa
storica straordinaria, per le condizioni in cui si svolse, per i caratteri e la portata che assunse,
per il successo che la coron superando le previsioni di molti e premiando le speranze pi
audaci.
[Dal discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Seduta comune del
Parlamento in occasione dellapertura delle celebrazioni del 150 anniversario dellUnit
dItalia]

Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nellagosto 2011, volli rendere esplicito
il filo ispiratore delle celebrazioni del 150 della nascita del nostro Stato unitario: limpegno
a trasmettere piena coscienza di quel che lItalia e gli italiani hanno mostrato di essere in
periodi cruciali del loro passato, e delle grandi riserve di risorse umane e morali,
dintelligenza e di lavoro di cui disponiamo. E aggiunsi di aver voluto cos suscitare orgoglio
e fiducia perch le sfide e le prove che abbiamo davanti sono pi che mai ardue, profonde e di
esito incerto. Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e
dentro questo quadro lItalia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo
bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale,
sociale e civile. Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare
tutti a parlare il linguaggio della verit fuori di ogni banale distinzione e disputa tra
pessimisti e ottimisti sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di
riforme istituzionali e di proposte per lavvio di un nuovo sviluppo economico, pi equo e
sostenibile.
[Dal discorso dinsediamento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di fronte al
Parlamento in seduta comune del 22 aprile 2013]

Allinestinta memoria di Oliverotto Euffreducci da Fermo.

INDICE
Un sano bagno di cupo ottimismo
Cap I - Il naufragio del piroscafo Ercole
Cap II - Dai moti contadini al brigantaggio antiunitario
Cap III - Lo scandalo delle Ferrovie Meridionali
Cap IV - A banca o sciulo
Cap.V - Laffaire Rega dei Tabacchi
Cap.VI - La speculazione edilizia nella Roma postunitaria
Cap. VII - I misfatti delle Opere Pie.
Cap. VIII - Lo scandalo della Banca Romana
Cap IX - Liberali o conservatori, tutti uguali di fronte al denaro
Cap. X - Misteriosa morte di un banchiere
Cap XI - Alla radice degli scandali finanziari postunitari
Cap. XII - Con un colpo di spada o di coltello, non si uccide la Storia
Cap.XIII - Gli attentati anarchici di fine Ottocento
Cap. XIV - Lattentato di Passannante a Umberto I
Cap. XV - Lattentato di Acciarito a Umberto I
Cap.XVI - Lassassinio di Umberto I
Cap. XVII - Laffaire Murri
Cap XVIII - Sequestro e omicidio di Giacomo Matteotti
Cap XIX - Gli attentati a Benito Mussolini
Cap.XX - Leggi fascistissime per annientare lopposizione
Cap. XXI - Larresto illecito di Antonio Gramsci
Cap.XXII - Gramsci, Grieco, Togliatti e il mistero della strana lettera
Cap. XXIII - Del ruolo di Stalin e di Togliatti nella guerra civile in Spagna
Cap. XXIV - La lotta del fascismo alla mafia
Cap.XXV - Lassassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli
Cap XXVI - Giuseppe Cambareri il Mago dei Generali
Cap XXVII - Mito e realt dei buoni italiani
Cap.XXVIII - Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza
Cap XXIX - Giuseppe Albano: il Gobbo del Quarticciolo
Cap XXX - Il Noto Servizio
Cap. XXXI - Sui rapporti tra lo Stato repubblicano e la Mafia
Cap. XXXII - Un convitato di tutto rispetto al tavolo antidemocratico: la Mafia
Cap. XXXIII - La strage di Portella della Ginestra
Cap. XXXIV - Il mistero della scomparsa di Salvatore Giuliano
Cap.XXXV - Lattentato a Palmiro Togliatti
Cap. XXXVI - Il caso Montesi
Cap XXXVII - Laffaire Mattei
Cap XXXVIII - Il Sistema Cefis
Cap. XXXIX - Giovanni de Lorenzo e il Piano Solo
Cap XL - La strage di Piazza Fontana

Cap. XLI - La violenza di Stato


Cap. XLII - LItalia dei golpe abortiti
Cap.XLIII - Il caso De Mauro
Cap XLIV - Opposti estremismi
Cap XLV - Il moralizzatore della politica italiana e il vicer del Pri in Sicilia
Cap XLVI - Lo scandalo del petrolio
Cap XLVII - Perch fu ucciso Pier Paolo Pasolini?
Cap XLVIII - LAnonima Sequestri
Cap. XLIX - Lomicidio di Vittorio Occorsio
Cap. L - La Banda della Magliana
Cap. LI - Il lodo Moro
Cap. LII - Sequestro Moro: il falso Comunicato n. 7
Cap LIII - A proposito di Mario Moretti
Cap. LIV - La parabola dei fratelli Peci
Cap LV - La soluzione di conflitti per via omicidiaria
Cap LVI - Un delitto contro la parola: lomicidio di Peppino Impastato
Cap LVII - Lomicidio di Mario Francese
Cap LVIII - Lomicidio di Carmine Pecorelli
Cap LIX - Loschi retroscena dellomicidio di Giorgio Ambrosoli.
Cap LX - Lomicidio di Valerio Verbano
Cap. LXI - Lassassinio di Mario Amato
Cap LXII - Lomicidio di Aldo Semerari
Cap. LXIII - Il suicidio di Maria Fiorella Carraro
Cap LXIV - Figure e Figuri intorno a Villa Mafalda
Cap LXV - Il sequestro di Ciro Cirillo
Cap LXVI - Intorno al crac del Banco Ambrosiano
Cap LXVII - Fumo di Satana nella Chiesa
Cap LXVIII - Allorigine dellaffaire Orlandi
Cap LXIX - Crudele la logica della Storia: ma quella
Indice dei nomi

Un sano bagno di cupo ottimismo

() i partiti hanno degenerato e questa lorigine dei malanni dItalia (). I partiti di oggi
sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e
dei problemi della societ e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e
passione civile, zero. Gestiscono interessi, i pi disparati, i pi contraddittori, talvolta anche
loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure
distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si
ormai conformata su questo modello, e non sono pi organizzatori del popolo, formazioni che
ne promuovono la maturazione civile e liniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di
camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss. La carta geopolitica dei partiti fatta
di nomi e di luoghi.
[Dallintervista ad Enrico Berlinguer, di Eugenio Scalfari, La Repubblica, 28 luglio 1981].

C un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con seriet e
con rigore () il problema () delle illegalit che si verificano da tempo, forse da tempo
immemorabile (). Si diffusa nel Paese, nella vita delle istituzioni e della pubblica
amministrazione, una rete di corruttele grandi e piccole, che segnalano uno stato di crescente
degrado della vita pubblica () i casi sono della pi diversa natura, spesso confinano con il
racket malavitoso, e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralit
e di asocialit ().
[Dal discorso alla Camera di Bettino Craxi, del 3 luglio 1992]

Purtroppo, anche di recente, la cronaca ci ha rivelato come, nel disprezzo per la legalit, si
moltiplichino malversazioni e fenomeni di corruzione inimmaginabili, vergognosi (...). Non
questo un contesto accettabile per persone sensibili al bene comune, per cittadini onesti, n
per chi voglia avviare unimpresa ().
[Dal discorso del Capo dello Stato Giorgio Napolitano alla cerimonia dinaugurazione, al
Quirinale, dellanno scolastico 20122013]

Signor Presidente,
abbiamo letto con particolare attenzione lintervento da Lei pronunciato di fronte alle Camere
per chiedere la fiducia al Suo Governo. Pur avendo riscontrato che nel testo si fa cenno alla
necessit di affrontare i fenomeni della lotta alla criminalit organizzata, della corruzione e
dellevasione fiscale, non Le nascondo che su questi punti, conoscendo la Sua sensibilit in
materia, ci saremmo aspettati un discorso pi incisivo, convinti come siamo che puntando
sulla centralit della cultura della legalit democratica, sul rispetto delle leggi e sul contrasto
ad un malaffare sempre pi sistemico e pervasivo, che il nostro Paese pu ripartire e risanare i

suoi conti pubblici, trovare le risorse necessarie per la ripresa economica, restituire credibilit
alle nostre istituzioni e speranza ai cittadini onesti, impegnati e responsabili.
[Dalla Lettera aperta che il presidente di Avviso Pubblico, Andrea Campinoti, ha inviato al
presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, il 13 maggio 2013]

Ci sono momenti in cui si ha limpressione che lItalia abbia vissuto nel Regno della Necessit
quasi sempre, tranne nel momento magico del Comitato di liberazione nazionale, della
Costituzione repubblicana. I governanti che sono venuti dopo sono stati potenti stabilizzatori,
pi che responsabili. Quando parla al popolo, lo stabilizzatore gli d poco rispettosamente del
tu e distinto cade nel frasario del gangster: Ti faccio unofferta che non potrai rifiutare.
[Barbara Spinelli, Se la stabilit si trasforma in idolatria, La Repubblica, 24 luglio 2013]

Le celebrazioni, or son trascorsi un paio danni, per il centocinquantesimo anniversario dellUnit


dItalia, con buona pace della retorica rituale, sono stati motivo di divisione e scontro. Il tutto ha
assunto aspetti paradossali se non, addirittura, grotteschi: discutere dellUnit, ma meglio sarebbe
dire lazzuffarsi su di essa, era probabilmente un modo, e purtroppo non il solo, sia di cercare
rassicurazioni di fronte alla deriva etica senza fine, alla quale, purtroppo, assistiamo da anni e a
cui dovremo continuare ad assistere impotenti, chiss per quanto tempo ancora, quasi fosse
iscritta nel Dna dello Stato Unitario, sia per rimuovere, o almeno dissimulare, i tanti gravi
problemi da cui afflitto il nostro Paese.
Cupi avvoltoi, infatti, da tempo volteggiavano sopra lEuropa, in attesa di avventarsi sul primo
cadavere disponibile, e la speculazione internazionale era convinta che lItalia fosse un obiettivo,
poich ritenuta troppo debole. Innanzi tutto, per ragioni economiche: sebbene le banche
sembrassero tenere, lo spaventoso debito pubblico e la dilazione al 2013 dei tagli alle spese
della manovra Tremonti non convincevano assolutamente gli investitori sulla nostra ripresa; ma
anche per ragioni di politica interna e internazionale: il presidente del Consiglio era, di fatto,
delegittimato nellesercizio del suo ruolo dalle sempre pi numerose azioni legali contro la sua
persona, tanto che, a livello internazionale si riteneva affatto inopportuna la prosecuzione di un
Gabinetto dilaniato da lotte intestine, fra il premier stesso e il suo ministro delleconomia, e, oltre
tutto, con la coalizione di maggioranza ormai in via di progressivo ed irreversibile sfarinamento;
per linefficienza, finalmente, dellintelligence, che consentiva a gruppi di potere, come quelli
francesi, dinfiltrarsi nei nostri mercati per sostituirsi alle nostre zone dinfluenza,
impoverendoci. Per non dire che, nella Capitale, si ricominciava a sparare e a lasciare morti
ammazzati per la strada, mentre si sviluppavano, nellestremo tentativo di salvataggio di una
classe politica irrimediabilmente travolta dal discredito, le grandi manovre per la definitiva
liquidazione, con quella della cosiddetta seconda Repubblica, anche dello Stato democratico di
diritto, voluto dalla Costituzione del 1947.
Disoccupazione, sotto-occupazione e precariet diffusa indotte dalle nuove dinamiche
capitalistiche, esplosione della bolla del debito pubblico e difficolt di tenere sotto controllo
laumento dei relativi interessi, battaglia di retroguardia per difendere leuro e patto di stabilit

imposto dallEuropa monetaria e commerciale su sollecitazione della Germania, decrescita del


prodotto interno lordo, imbarbarimento complessivo nella societ aggravato dalla diffusione
dellillegalit, dellevasione fiscale e delleconomia criminale, crisi politica permanente nel
ferale crepuscolo della cosiddetta seconda Repubblica, pericolo concreto di un integrale ed
irreversibile asservimento del Paese agli interessi della finanza internazionale, sono oggi le
principali piaghe che affliggono la Nazione, gravi al punto che hanno fatto passare in secondo
piano le ormai quasi del tutto dimenticate rivelazioni destabilizzanti di Wikileaks ed i gravi
sospetti di tangenti alla classe dirigente italiana per affari dogni genere, dal campo della
meccanica a quello dellenergia.
Quei gravi sospetti, per, dopo essersi inabissati, sono prepotentemente riemersi, come un fiume
carsico, allimprovviso. Nel tardo autunno del 2011, Silvio Berlusconi, che gi barcollava sotto i
colpi della giustizia, complice il crollo in borsa del titolo Mediaset, lasciava Palazzo Chigi. Il
Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, insediava ex abrupto, pi per congelare il quadro politico
che per impedire il tracollo culturale, sociale, economico e finanziario a cui era ormai da tempo
irrimediabilmente avviato il nostro disgraziatissimo Paese, il governo tecnico del Professor
Mario Monti, appoggiato, obtorto collo anche se fino allultimo, a colpi di voti di fiducia, dalla
strana maggioranza designata dallacronimo ABC, estratto dai nomi del Segretario del
Popolo della libert, Angelino Alfano, di quello del Partito democratico, Pierluigi Bersani, e del
Presidente dellUnione di Centro, Pier Ferdinando Casini. A fine 2012, Silvio Berlusconi
rompeva laccordo, provocando la fine anticipata della legislatura. Nel farsi pressante il gioco al
massacro della campagna elettorale, la giustizia penale si muoveva contro i grandi gruppi
industriali, sebbene per fatti diversi luno dallaltro. Cos, da ultimo, mentre Giuseppe Orsi,
presidente e amministratore delegato, di Finmeccanica, veniva arrestato, su richiesta della
procura di Busto Arsizio, Paolo Scaroni, amministratore delegato del gruppo Eni, e prima di lui i
vertici della controllata Saipem, ricevevano, invece, dalla Procura di Milano, avvisi di garanzia,
l dove il reato ipotizzato era, per tutti, la corruzione internazionale; Gianluca Baldassarri, ex
capo dellarea finanza del Monte dei Paschi di Siena, veniva fermato dalla Guardia di Finanza, su
richiesta della Procura della Repubblica senese, nellambito delle indagini preliminari che
vedono ancora coinvolti, a vario titolo, gli esponenti del management dimissionato di
quellIstituto di credito, per i reati di false comunicazioni al mercato e truffa; di non molto
precedenti erano state le indagini aperte dalle procure di Milano e di Torino sulla gestione della
Fonsai da parte della famiglia Ligresti, con appendice di un avviso di garanzia allamministratore
delegato di Mediobanca, per ostacolo alla vigilanza, su vicende legate alla fusione UnipolFonsai; per non dire della mano pesante della magistratura tarantina sullIlva, con tanto di
sequestro, sui piazzali, del prodotto finito, perch considerato provento di reato. E lattivismo
giudiziario contribuiva ad esasperare ancor pi il clima di contrapposizione, si potrebbe dire
addirittura di resa dei conti, fra la magistratura e le forze politiche, che segna, in preoccupante
crescendo, gli ultimi cinquantanni della storia della Repubblica. Questa volta, tuttavia, in nome
di una nobile esigenza, dal sapore comunque ideologico, evitare, cio, che indagini e
provvedimenti giudiziari su singoli amministratori di societ, specie se quotate in borsa, si
trasformino in un danno reputazionale, che possa avere effetti anche sulla capacit di stare sul
mercato e, quindi, sul conto economico.

Nello stallo postelettorale, mentre David Rossi, il capo della comunicazione di Mps, il 6 aprile
2013, precipitava dalla finestra del suo ufficio nella sede di Rocca Salimbeni e Beppe Grillo, sul
suo blog, constatato che Da quando, David Rossi si buttato (lo hanno buttato?) dalla finestra di
un ufficio dellMps dopo una lunga telefonata, sulla citt calata una cappa che si taglia con il
coltello, affermava che la vox populi senese (desse) per certo che Rossi non (sarebbe stata)
lultima vittima, hanno preso corpo larghe intese, formula ottimistica dellinnaturale connubio
fra Pd e Pdl. Questo evento, definito sempre da Grillo, in lingua shakespeariana, come landare
a nozze dei due che copulavano da ventanni, si realizzato per effetto della rielezione di
Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, conseguita, a sua volta, allaffossamento
della candidatura di Romano Prodi, vittima, per cos dire, del fuoco amico dei bicameralisti,
che, acquattati nella cabina elettorale, hanno voltato la schiena al candidato ufficiale.
Personificazione dellunit nazionale, non solo nel senso geografico ma anche in quello duna
armoniosa coesione, aduso, altres, a moderare, stimolare, avviare, consigliare, influire,
persuadere con discrezione, intessere equilibri e raccordi il neorieletto Presidente non aveva mai
nascosto la sua propensione per le larghe intese, alle quali invitava con insistenza quando il
governo tecnico tosava lItalia e dissanguava i meno benestanti, sferrando nel mucchio misure
draconiane intese a ridurre il debito, secondo una tradizione che trovava il mirabile antecedente
nellimposta sul macinato escogitata da Quintino Sella. E, del resto, lultimo passaggio del primo
settennato della sua presidenza era stato, per dirla con Stefano Folli (Il sole 24 ore del 13 aprile
2013), un lascito al suo successore: formare quel governo che fin allora si era rivelato
impossibile, secondo un metodo che avrebbe potuto venire utile per rendere le prossime
stagioni meno aleatorie ed effimere; su impulso, infatti, dello stesso Giorgio Napolitano,
convinto che la ricognizione avrebbe dimostrato che non esistevano divisioni irreparabili o
conflitti irrisolvibili fra le forze politiche, il 30 marzo 2013 erano stati istituiti due Gruppi di
lavoro, con il compito di proporre, attraverso due distinti rapporti, misure dirette ad affrontare sia
la crisi economica sia la crisi del sistema istituzionale; ai due gruppi di lavoro era stato
assegnato, in particolare, il compito di misurare sulle questioni affrontate i livelli di convergenza
e i punti di divergenza tra i componenti del Gruppo di lavoro al fine di facilitare un ampio
consenso tra le forze politiche presenti in Parlamento; gli esiti sembrarono aver dato ragione al
Capo dello Stato: i due dossiers, nota ancora Folli, costituivano una plausibile e per certi versi
innovativa piattaforma intorno a cui riunire, almeno sulla carta, una maggioranza parlamentare
animata da spirito riformatore. Un metodo, appunto, nel segno della buona volont o pi
semplicemente del buon senso: senza sciogliere tutti i nodi politici, il lavoro dei facilitatori
avrebbe dimostrato che nel merito non ci sarebbero state questioni veramente laceranti.
Coerente con queste premesse ed inequivocabile, tanto nei contenuti quanto nei toni, stata, a tal
riguardo, lesortazione rivolta al Parlamento dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel
discorso dinsediamento del suo secondo settennato:
Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non possibile se non nel confronto con
un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dellopposizione. A 56 giorni
dalle elezioni del 24-25 febbraio dopo che ci si dovuti dedicare allelezione del Capo dello
Stato si deve senza indugio procedere alla formazione dellEsecutivo. Non corriamo dietro alle

formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la
formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dallart.
94 della Costituzione: un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un
programma, secondo le priorit e la prospettiva temporale che riterr opportune.
E la condizione dunque una sola: fare i conti con la realt delle forze in campo nel Parlamento
da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e linteresse
generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali di cui non si pu non prendere atto,
piacciano oppur no non c partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto
voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque
prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto se si preferisce questa espressione
si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle
elezioni. Essi indicano tassativamente la necessit di intese tra forze diverse per far nascere e per
far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese pi
ampie, e cio anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di
comune responsabilit istituzionale.
Esortazione che faceva seguito ad una dura reprimenda verso il ceto politico:
Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di
rinnovamento della politica e dei partiti che si sono intrecciate con unacuta crisi finanziaria,
con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale non si sono date soluzioni
soddisfacenti: hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da
compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla
sterilit o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi
della politica, della trasparenza e della moralit nella vita pubblica stato dunque facilmente
ignorato o svalutato: e linsoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento,
sono state con facilit (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di
opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del
mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione:
questultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non
dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e
dellamministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme.
Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il
Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte
Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa allattribuzione di un premio di
maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.
La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del
rasoio, di quellabnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile
sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha
provocato un risultato elettorale di difficile governabilit, e suscitato nuovamente frustrazione tra
i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.

Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della
seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a
infrangere il tab del bicameralismo paritario.
Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perch su quei temi specifici ho speso tutti i
possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordit di forze politiche che pure mi hanno ora
chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilit per far uscire le istituzioni da uno
stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi trover di nuovo dinanzi a sordit come
quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiter a trarne le conseguenze dinanzi al paese.
Reprimenda paradossalmente sottolineata dagli applausi dellassemblea. Spettacolo
imbarazzante, stigmatizzato magistralmente da Franco Cordero (il Fatto Quotidiano, 28 aprile
2013): un vecchio signore apostrofa lassemblea con la frusta, e lapplaudono, ma siamo in
Italia, dove melodramma, commedia, farsa appartengono al quotidiano; parole mimiche, gesti
vanno letti in varie chiavi. Il fondo conformismo sogghignante, venato duna cinica crudelt.
Capisce poco del fenomeno italiano chi prenda alla lettera maschere ed eloquio.
Alla rielezione di Giorgio Napolitano ha fatto seguito, tambour buttant, al grido di non sar un
esecutivo ad ogni costo, un accordo di governo, nel quale una parte sceglie i ministri, fissa i
legiferanda e gli argomenti da non toccare, ha in tasca il decreto che sbanda le Camere, e la
pistola alla tempia assicura la condiscendenza dellaltra, in nome del primato della politica,
con la scusa del quale si amalgamano malamente il cinismo compromissorio del Pci togliattiano,
limpunitarismo democristiano e il sovversivismo di craxiana memoria.
Frattanto, per, alcuni nodi sono venuti al pettine.
Basti pensare, fra i tanti, alla chiusura della prima parte dellinchiesta sul disastro del Monte dei
Paschi di Siena, che pur lasciando imbarazzanti zone dombra, illumina tuttavia inquietanti
scenari: ora sappiamo, ad esempio, che in Italia si pu comprare una banca da 10 miliardi di
euro, lAntonveneta, con la stessa leggerezza con cui la pi sprovveduta delle vecchiette
sottoscrive il prodotto finanziario speculativo e pericoloso, soltanto perch cos le ha consigliato
il bancario; abbiamo anche capito che la Banca dItalia ha avallato quella sciagurata operazione,
inizio di tutti i guai, autorizzandola, nel 2007: naturalmente, come spiega lattuale governatore
Ignazio Visco, Bankitalia fece tutto quello che la legge le consentiva per prevenire il disastro e
che, del resto, quello che oggi sembra un prezzo assurdo allora sembrava in linea col mercato;
suscita, comunque, non poche perplessit il constatare, per un verso, che neppure le valutazioni di
Bankitalia si sottraggono alle perverse suggestioni delle bolle che dominano le Borse; e, per
laltro, che lex direttore generale di MPS Antonio Vigni, come annot su un taccuino, avesse a
trarre limpressione che tutta la struttura, dallallora governatore Mario Draghi in gi, fosse al
nostro fianco; sappiamo, altres, che il ministero del Tesoro, cui compete la vigilanza sulle
fondazioni azioniste delle banche, non ha adempiuto ai propri doveri con la diligenza necessaria
ad evitare che a Siena spacciassero per capitale quello che in realt era debito, mediante
lemissione di bond F.R.E.S.H. (Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid Preferred
Securities), strumenti finanziari convertibili in azioni ordinarie del Montepaschi: naturalmente,
solo una coincidenza, ma in quel prestito ibrido creato per scalare lAntonveneta nel 2008, con
indubbi vantaggi per i creditori, si trovano coinvolti tutti i poteri della finanza italiana, da

Mediobanca a Fonsai a Unipol a Generali; sappiamo, finalmente, che il contratto tra Mps e
Nomura che nascondeva il falso in bilancio era chiuso in una cassaforte scoperta solo a fine 2012;
come si legge, per, in una mail agli atti del segretario del Consiglio dAmministrazione,
Valentino Fanti, i riferimenti espliciti allaccordo che serviva a truccare i conti erano tra le carte
lasciate da Vigni, che, naturalmente, nessuno ha toccato per mesi.
Altro nodo, che chiss se e come verr sciolto, quello della condanna divenuta definitiva di
Silvio Berlusconi, ritenuto colpevole di frode fiscale, a seguito di pronuncia, il 1 agosto 2013,
della Corte di cassazione, accolta, dapprima, dallesultanza del cosiddetto Esercito di Silvio,
che non aveva capito la sostanza della sentenza della Cassazione, avendola interpretata come
unassoluzione; quindi dalluniforme reazione di tutto il centrodestra, secondo il quale si sarebbe
trattato di una sentenza tutta politica che ha trasformato il condannato in un martire. Ora, in
nessuno dei due casi ci si presi la briga di analizzare la vicenda e, come sarebbe stato
opportuno, di contestarla nei dettagli, spiegando perch quella sentenza eventualmente non
convince: si sono, piuttosto, sollecitate reazioni a prescindere, sostituendo lo svolgimento di un
pensiero con la scorciatoia dellinvettiva.
Il Capo dello Stato, ascoltata la lettura del dispositivo del Supremo Collegio, previo elogio della
Magistratura per il comportamento tenuto nelle precedenti settimane, quando infuriava la querelle
sui tempi del processo a Silvio Berlusconi, ha auspicato, con encomiabile tempismo, la grande
riscrittura delle regole con cui amministrare la giustizia: per il Quirinale, con la condanna di
Silvio Berlusconi, si sarebbero finalmente realizzate le condizioni favorevoli per lesame, in
Parlamento, di quei problemi relativi allamministrazione della giustizia, gi efficacemente
prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso. Vale a dire:
depotenziamento delle intercettazioni telefoniche, abbreviazione dei tempi dindagine,
contrazione dei poteri di coercizione personale endoprocessuale, limitazione della libert di
stampa, abolizione, in caso di assoluzione, dellappello, istituzione di una cosiddetta alta Corte
di giustizia, organismo a maggioranza politica, con membri nominati per un terzo dal Parlamento
e per un terzo dal Presidente della Repubblica, pensato per intervenire sulle decisioni del Csm in
materia di provvedimenti disciplinari contro i magistrati.
Non era esagerazione retorica lammonimento lanciato da Cesare Lombroso, stella di prima
grandezza della nascente scuola italiana dellantropologia criminale, nel 1893, Corre come un
soffio gelato per le ossa dItalia (Le piaghe dItalia, in Il momento attuale, Casa editrice
Moderna, Milano 1903): la profonda crisi morale e politica che travagli i gruppi dirigenti
italiani e la lotta frontale che dovettero sostenere il movimento operaio e il partito socialista, per
sopravvivere contro la reazione borghese, magistralmente ricostruite da Umberto Levra (Il colpo
di stato della borghesia, Feltrinelli, Torino 1975), stavano giungendo, a ventanni dalla
conclusione del processo risorgimentale, a minacciare la stessa esistenza del nuovo Stato, con
rischi reali di guerra civile.
Come non ricordare, in proposito, gli abusi, la corruzione amministrativa, le brutalit poliziesche
che colpirono vittime innocenti, il carattere classista della giustizia e la subordinazione di essa al
potere esecutivo, la crudelt e lottusit delle repressioni del 1894 e del 1898? Come
dimenticare, altres, sul finire del secolo XIX, il venire alla ribalta del movimento anarchico,

nellambito della problematica sociale e politica europea, in seguito ad una serie di attentati
terroristici contro alcune personalit forti di vari governi continentali, assumendo agli occhi della
classe dominante il ruolo di nemico principale dellordine costituito? E che, in molti casi, la
causa scatenante che spingeva uomini disperati a compiere (o a tentare di compiere) gesti
terroristici, era, peraltro, uno spiccato senso di ribellione, frutto del forte disagio economicosociale, contro le ingiuste condizioni di vita con le quali essi doveva misurarsi quotidianamente?
Che, finalmente, illo tempore, alla drammaticit degli eventi, seguiva lasprezza della lotta
politica, con la contrastata affermazione del Partito socialista e le agitazioni dei gruppi anarchici,
i quali ricorrevano, talvolta, anche al terrorismo, come lassassinio di re Umberto I, ad opera di
Gaetano Bresci, a Monza, con cui si chiuse, nel luglio 1900, quel decennio di crisi?
Ma forse vale la pena di ricordare e, come susa ormai dire, contestualizzare.
Allorch Cesare Lombroso lanciava il suo ammonimento, era in piena ebollizione lo scandalo
della Banca Romana: il 24 novembre 1893, di fronte alle opposizioni tumultuanti, Giovanni
Giolitti, il Capo del Governo, in seguito al rapporto di una Commissione parlamentare
dinchiesta, fu costretto a dimettersi e, di l a poco, evit di misura larresto. Quello scandalo, nel
declinare del secolo XIX, segnava il culmine di una serie di clamorosi fallimenti finanziari,
originati soprattutto, ma non soltanto, da gravi irregolarit nella gestione degli istituti di credito,
che avevano messo in crisi il sistema bancario nazionale e condotto ad emersione una rete di
corruzione e di interessi indebiti con la classe politica al potere, di cui apparivano chiare le
complicit o le connivenze, in molte operazioni speculative e dissennate. Le misere condizioni
delle classi popolari, particolarmente colpite dalla crisi economica interna e internazionale,
impoverite da una squilibrata industrializzazione e da unagricoltura in decadenza, avrebbero di l
a poco provocato in tutto il Paese scioperi, disordini, vere e proprie rivolte, come quelle dei
Fasci dei lavoratori in Sicilia, nel 1894, e di Milano, nel 1898, sanguinosamente represse con
luso dellesercito e dello stato dassedio, con limitazioni della libert di stampa e lo
scioglimento del Partito socialista. Le nascenti ambizionicoloniali, mentre esplodeva prepotente
la questione meridionale, avrebbero subito, nel 1896, in Eritrea, una tragica battuta darresto, con
la sconfitta nella battaglia di Adua, nella quale, le perdite italiane sarebbero ammontate a 8000
caduti sul campo e a quasi 3000 prigionieri, tra cui un generale.
Nel giugno del 1895, nel pieno di un battaglia parlamentare sugli episodi di corruzione e
concussione dei quali era accusato il primo ministro Francesco Crispi, era stata pubblicata sul
Secolo di Milano, in un apposito supplemento, e sul Don Chisciotte di Roma la Lettera agli onesti
di tutti i partiti di Felice Cavallotti, il cui incipit tradisce la passione e lirritazione dellAutore:
Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dellanima: ma le scrivo colla coscienza serena,
dopoch per pi giorni, tentando il possibile, resistendo a provocazioni che avrebbero stancata la
pazienza di un santo, ho sperato di evitare a me stesso la fatica amara di doverle scrivere.
Tentativo di speranza di cui nessun merito avrei, se proseguissi un qualunque interesse mio o mi
tentasse qualsiasi povera ambizione: perch sol chi vuol salire, naturalmente desidera trovar
meno aspri i gradini. Ma, finito appena sia il compito, che verso il Paese mimposi, so di poter
dimostrare la mia ambizione sola qual era, e invoco lora di poter in altraria, fra ben altre
memorie, rifarmi dellaria respirata fin qui.

Il clamore suscitato da questo intervento del soi-disant umile e ultimo dei fantaccini di
Milazzo, per quanto grande, sia allinterno del Parlamento sia nella societ intera, non era valso,
tuttavia, ad ottenere le dimissioni del glorioso sostitutor di Garibaldi: Francesco Crispi era
rimasto al potere ancora per un anno, avendo modo, cos, di condurre lo Stato italiano al disastro
della battaglia di Adua.
Quando, dunque, a partire dagli anni Settanta del Novecento, a seguito degli studi condotti, nella
prima met del secolo scorso, dal sociologo americano Edwin Sutherland, i cui risultati sono
condensati nel classico White Collar Crime (New York, Holt, Rinehart & Winston,1949), le
ricerche sulla criminalit economica sono assurte a leitmotiv pure nella criminologia europea, e i
reati dei colletti bianchi, la delinquenza finanziaria e degli affari, la corruzione nella pubblica
amministrazione sono diventati argomenti la cui importanza ha iniziato ad essere comunemente
percepita ben al di l della ristretta cerchia degli specialisti, a causa anche dellattenzione loro
riservata dai mass media, n le une n gli altri rappresentavano, in Italia, una novit assoluta.
Gli scandali bancari di fine Ottocento, del resto, non furono certamente il primo sintomo, nello
Stato unitario, della bancarotta morale del capitalismo denunciata dai lombrosiani.
Tutto era cominciato con limpresa siciliana di Giuseppe Garibaldi, e non mi riferisco soltanto
alla scomparsa dei libri contabili della spedizione, nel misterioso naufragio dellErcole,
verificatosi nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861.
Il grande affare del secolo XIX furono, infatti, le ferrovie, simbolo del progresso tecnologico e
del capitalismo industriale, snodo cruciale di forti investimenti e di speculazioni finanziarie, di
scontri e accordi tra imprese multinazionali che condizionarono le scelte politiche degli Stati e
dei governi, favorendo lintreccio fra banche, industrie e classe politica; in tale contesto,
siscrive la guerra sotterranea tra potenti gruppi finanziari internazionali, attorno al ghiotto
appalto delle ferrovie del Mezzogiorno, combattuta in Sicilia, durante la fase cruciale della
spedizione dei Mille.
In concomitanza con laggravarsi, peraltro, della situazione finanziaria del nuovo Stato unitario,
fattasi preoccupante a causa del debito pubblico ereditato dagli Stati preunitari e dei costi delle
guerre risorgimentali, tra il 1868 e il 1869, era, poi, maturato lo scandalo della Rega dei
Tabacchi.
Fu altres nel settore edilizio e in quello della beneficenza che, durante i decenni postrisorgimentali, si verificarono malversazioni finanziarie di grande portata.
Per spiegare le cause per cui si sarebbero prodotti i meccanismi che condussero alla devastante
catena di scandali e fallimenti bancari di fine Ottocento, Pierpaolo Martucci (Piaghe dItalia. I
lombrosiani e i grandi crimini economici nellEuropa di fine Ottocento, Franco Angeli, Milano
2002) ritiene sia necessario tener conto dei tratti che caratterizzarono lo sviluppo politico,
economico e sociale del processo dunificazione nazionale, subito dopo la presa di Roma, nel
1870. Inquesta ottica, grande importanza viene riconnessa alla sconfitta, nel 1876, della
cosiddetta Destra storica, il partito cio dei nomi pi illustri del Risorgimento, come Cavour,
La Marmora, Ricasoli, Quintino Sella, Minghetti, e alla conseguente occupazione del potere da
parte della Sinistra, erede del repubblicano partito dazione, ormai convertita alla Monarchia,
in ossequio alle necessit storiche dellunificazione, che annoverava personalit come Depretis,

Nicotera, Mancini, Zanardelli, Cairoli. Poich sia la Destra sia la Sinistra governative, in quanto
entrambi espressione della medesima borghesia, non erano portatrici di orientamenti realmente
alternativi in termini sociali ed economici, limportanza dellavvicendamento della seconda alla
prima sarebbe da individuare, dunque, nellinaugurazione, da parte di Agostino Depretis, della
lunga stagione del trasformismo. Pratica di governo, questa, che realizzava, di volta in volta, la
propria maggioranza, a seconda degli interessi contingenti, mediante accordi con differenti gruppi
di deputati.
Tutto ci senzaltro vero, ma, ancora una volta, perch non tornare qualche anno indietro, e,
magari, farlo attraverso alcuni significativi passi della Lettera agli onesti di tutti i partiti, che la
dicono lunga sulla disinvoltura con cui, anche prima del 1876, fosse la page voltar gabbana?
In essa, Felice Cavallotti, denuncia che il delicatissimo uomo, cio Francesco Crispi, cui
parve delicato tanto lopporsi alla inchiesta sulla Banca Romana, essendone debitore clandestino
e domandandole due d appresso altro sconto, quanto lo attestare il falso ad un giudice, ha torto di
affastellare contro la luce del sole smentite inutili, bugie, quando si scopre che si mandano
cinquantamila lire per un gran cordone. Dopo tutto non gran somma; egli abituato a ben
maggiori e fatto ragguaglio dei tempi e della et e dellaltissimo grado delluomo, non esorbita
le proporzioni del prezzo che semplice giovane avvocato in Palermo sotto il governo dei
Borboni chiedeva per ottenimento, non di decorazioni, ma di impieghi.
Accusa grave, questultima, ma Felice Cavallotti non si sottrae dallassolvere allonere della
prova:
Ne fa fede un vecchio istromento notarile del dicembre 1845 da tempo giuntomi nel suo autentico
originale, rogato dal notaio Francesco Marchese al quale annesso lallegato seguente:
Palermo, dicembre 1845
Tengo in mio potere ducati trecento, denaro del cav. Giuseppe Vassallo Paleologo che mi obbligo
pagarlo al sig. avvocato D. Francesco Crispi, qualora in fra mesi quattro dalla data del presente
otterr un posto di consigliere di Intendenza in una delle provincie del regno delle due Sicilie.
Scorso tal termine senza che il real decreto o real rescritto di elezione siasi emanato, i suddetti
ducati trecento saranno da me restituiti al cennato sig. cav. Vassallo. Il cennato sig. avvocato
Francesco Crispi resta obbligato di giustificare che nel termine anzidetto abbia avuto luogo la
elezione a consiglier di Intendenza del signor cav. Vassallo e ci non fatto nel termine stesso, io
sottoscritto potr restituire a questultimo i ducati trecento.
Visto: Giuseppe Vassallo Paleologo
Segue istromento notarile 26 decembre 1845 atti Marchese di Palermo confermante la
obbligazione suddetta relativa al deposito fatto di onze cento da parte del sig. Giuseppe Vassallo
Paleologo, per pagarle al sig. avv. Francesco Crispi ove fra quattro mesi si verificasse la
condizione in detto tengo in mio potere annunziata.
Latto in forma esecutiva e firmato autenticamente dal notaio.
Nella sua requisitoria contro Crispi, Felice Cavallotti non si sottrae neppure dal rintuzzare quel
tal amico di Crispi, retour de Londres che, Venuto a sentore di questo documento, mise subito
avanti le mani e telegraf per tutta Italia ai giornali della Casa, che la mia prova dellaffare di

Herz non sarebbe stata altro che questo. E allottimo reduce spiega: io non cito
quellaneddoto antico che a solo studio di fisiologia, perch nella giovinezza dei grandi uomini
che se ne giudicano le vocazioni. D, quindi conto di questo assunto:
A 24 anni, a 22 anni i fratelli Bandiera e Domenico Moro nel luglio 1844 avevano la vocazione di
morir per lItalia e farsi fucilare dai soldati del Borbone nel Vallone di Rovito. A 26 anni, nel
dicembre 1845 un anno e mezzo dopo Francesco Crispi aveva quella di procurar impieghi del
Borbone per denaro. Un contratto lecitissimo, non c che dire; anzi il reduce di Londra e gli altri
scribi della Casa assicurano che vi furono a Napoli numerosi avvocati, giovani specialmente,
che patrocinavano affari personali presso i dicasteri centrali governativi e tali patrocinatori
chiamavansi appunto avvocati ministeriali: e lavvocato Francesco Crispi era del numero,
sicch era proprio una cosa bellissima; tanto vero che fu rogata da notaio.
Simpone, prima di andare avanti nella disamina di questo pamphlet, che riserva non pochi altri
elementi di riflessione, una necessaria digressione volta a tratteggiare, sia pure in via di
rapidissima sintesi, la figura e il percorso politico dellottimo reduce da Londra, di quel tal
amico di Crispi, retour de Londres, verso cui si rivolge il sarcasmo cavallottiano.
Costui sidentifica nel Comandini, nato a Faenza il 4 dicembre 1853, battezzato come Antonio, ma
che avrebbe pi tardi preso il nome Alfredo.
Pi che alla scuola del padre, Federico Comandini, il quale, tornato in libert dopo una lunga
carcerazione per cospirazione contro il regime pontificio, durata sino al 1865, si era rivelato
sostanzialmente incapace, nel suo rigido attaccamento al mazzinianesimo, di adattarsi alla
ribollente realt della Romagna negli anni postunitari, la formazione politica del Nostro si era
compiuta nel contatto con Aurelio Saffi e, soprattutto, con Eugenio Valzania, il garibaldino che
con le sue aperture verso linternazionalismo interpretava sia pure confusamente il desiderio di
cambiamento delle nuove generazioni. Che, del resto, Alfredo Comandini volesse vedere superata
leredit mazziniana lo aveva gi dimostrato prima dellarresto patito a seguito dei fatti di villa
Ruffi, presso Rimini, dove i repubblicani di varie sfumature, il 2 agosto 1874, si erano radunati
ufficialmente per elaborare una strategia unitaria elettorale, ma forse anche, almeno nelle
intenzioni degli elementi pi avanzati, per convincere i vecchi capi ad aderire al programma
insurrezionale loro proposto dagli internazionalisti, lo aveva gi dimostrato quando a Roma, il 29
marzo 1874, intervenendo nei lavori del XIV congresso delle societ operaie, aveva con
pochissimi altri propugnato il ricorso allo sciopero e listituzione di casse di resistenza, a
sostegno delle lotte dei lavoratori.
Unaltra testimonianza del suo atteggiamento molto radicale ci offerta dal ruolo primario da lui
giocato nella fondazione e nella gestione del Comitato universitario per lerezione del monumento
a Giordano Bruno, iniziativa che, lanciata il 19 marzo 1876, sarebbe divenuta nota a livello
internazionale piuttosto per il significato di rottura con il passato, che essa intendeva promuovere
nella vita della capitale, che non per la realizzazione del fine propostosi, dato che il monumento
fu inaugurato solo il 9 giugno 1889.
Alfredo Comandini era, comunque, molto ambizioso: ci che gli interessava era farsi conoscere; e
forse proprio questa esperienza aveva per lui costituito il trampolino di lancio nel mondo del

giornalismo, gi avvicinato in precedenza con una serie di corrispondenze per un foglio


democratico cesenate, il Satana, ma il cui esordio vero e proprio lo avrebbe portato nel Veneto,
direttore prima del Paese di Vicenza dal 1876 al 1879, quindi, per quattro anni, dellAdige di
Verona, che caratterizz con una linea che, pur attenta a colpire i residui autoritari delliniquo e
settario Governo della Destra (A. Comandini, Le Romagne. Dieci articoli da giornale, Verona
1881, p. 10) nella compagine statale, con le sue aperture ai settori pi avanzati della Sinistra
costituzionale, non era pi, certamente, la stessa degli anni giovanili. In particolare, quella che gi
nel 1876, al congresso operaio di Genova, era stata la sua opzione per una partecipazione
repubblicana alle elezioni politiche, ora si svolgeva e definiva in un rifiuto dichiarato della
violenza e in una accettazione della monarchia, mentre la sopravvivenza di organizzazioni settarie
e di forme di lotta quali quelle promosse dagli anarchici gli apparivano come il frutto
dellimmaturit politica delle masse.
Presente, anche dopo il 1880, nei congressi e nelle adunate che vedevano riunite in maniera quasi
liturgica le varie espressioni della democrazia estrema, Alfredo Comandini aveva cominciato,
tuttavia, a far proprie le tesi dei gruppi lombardi, quelli pi possibilisti, che volevano il sistema
liberale garantito in pari misura dalle tentazioni autoritarie di un Crispi e dallavventurismo
rivoluzionario delle forze sovversive. Questa linea, tanto tesa alla concretezza quanto restia alle
grandi dispute ideologiche, adottata e propugnata anche dalle colonne del quotidiano milanese La
Lombardia negli anni in cui ne fu il direttore, dal 1883 al 1891, poteva avere, e in qualche
momento ebbe, alcuni punti di contatto con le idee di Felice Cavallotti, un uomo che il Comandini
diceva di stimare, ma dal quale aveva preso le distanze nel 1888, non sopportando di vederlo
ancora legato ad un modello di Sinistra diverso da quello al quale egli si era sforzato, come
giornalista, di conferire il carattere di partito, politico, pratico, non visionario, di partito che
vive nelloggi, ma che, a suo dire, era rimasto un partito di vanagloriosi, di chiassoni, di gente
che fa tutto a colpi di gran cassa (LItalia radicale. Carteggi di F. Cavallotti: 1876-1898, a cura
di L. Dalle Nogare S. Merli, Milano 1959, pp. 103-105).
Pur cos severo con gli antichi commilitoni, il Comandini, tuttavia, completava la marcia di
avvicinamento ai settori moderati e ministeriali, che in fatto di concretezza gli davano maggiori
garanzie. Tappe importanti di tale marcia furono la nomina a direttore del Corriere della sera e
lelezione alla Camera per la XVIII legislatura nel collegio di Cesena, il 6 novembre del 1892.
Alla guida del quotidiano milanese era restato dal settembre del 1891 al novembre del 1892, un
periodo in cui, oltre ad operare una serie di cambiamenti nella redazione e di miglioramenti di
carattere tecnico, aveva potuto trattare il tema che gli stava pi a cuore, quello della crisi delle
istituzioni, paralizzate per lassenza di partiti chiaramente definiti e quindi preda del
trasformismo e del succedersi di maggioranze tenute insieme non dai principi, ma
dallopportunismo dei singoli; a suo parere, del resto, lesempio negativo che veniva dal
Parlamento si riverberava sul paese diffondendovi la corruzione e la degradazione morale, e in
tale contesto il Giolitti, al quale prima di essere eletto si era proclamato devoto, gli sembrava il
pi gravato di responsabilit, soprattutto per la disinvoltura con cui controllava le elezioni e per
il suo coinvolgimento negli scandali bancari, un punto, questultimo, su cui aveva dato battaglia
sia come giornalista sia come deputato, schierandosi con quanti chiedevano che si facesse subito
luce e fornendo alla commissione dinchiesta una testimonianza sfavorevole al capo del governo.

Per alcuni questo suo antigiolittismo presupponeva forse un passaggio al gruppo crispino, e ci,
almeno in parte, dovette essere vero se si pensa ad alcuni suoi interventi alla Camera ed agli
articoli in cui esaltava un esecutivo rafforzato a scapito di un Parlamento la cui funzione doveva
per lui consistere solo nel tracciare a grandi linee la condotta ... e giudicare di tale condotta poi,
a seconda che sia stata o no entro quelle grandi linee (G. Biondi, Alfredo Comandini e la crisi
delle istituzioni parlamentari alla fine dellOttocento, in Studi romagnoli, XXII, 1971, p. 303). Ma
i suoi atteggiamenti politici erano parecchio ondivaghi: il suo rapporto col Corriere della sera,
che dopo lelezione alla Camera lo utilizzava come corrispondente da Roma, s ruppe
definitivamente il 30 ottobre 1894, dopo che nel giugno la direzione del quotidiano ne aveva
respinto un articolo, ritenendolo troppo filocrispino; in quello stesso anno, per, il Comandini non
aveva esitato a condannare senza attenuanti la politica repressiva attuata dal Crispi in Sicilia e in
Lunigiana; altre voci, poi, lo davano invece molto vicino al federalismo lombardo, su posizioni se
non repubblicane almeno antiunitarie, che gli facevano definire lUnit un concetto sbagliato
(D. Farini, Diario di fine secolo, a cura di E. Morelli, Bardi/Senato della Repubblica, Roma,
1961, I, p. 461) e lo spingevano ad assicurare lappoggio delle masse di Romagna alle istanze
autonomistiche dei Milanesi. In realt, il gruppo al quale il Comandini faceva capo, dal novembre
1893, era quello di Sidney Sonnino, luomo che di l a poco avrebbe esposto in Torniamo allo
Statuto idee e temi che poi si sarebbero potuti ritrovare nellanalisi che il Nostro avrebbe fatto
dei moti milanesi del 1898.
Lavvento al potere di un uomo dordine come Crispi era stata, dunque, per il Nostro, una
prospettiva non esaltante, ma obbligata, per arrivare al controllo di quelle forze sovversive
dogni colore che minacciavano il sistema liberale. A tal punto, che a sostegno di questo
programma e del governo Crispi egli aveva fondato e diretto, a partire dal 18 novembre 1894, il
Corriere del mattino, un quotidiano finanziato da un gruppo di cotonieri lombardi con il concorso
occulto del Sonnino, allora ministro del Tesoro; ma i fondi erano venuti presto a mancare, mentre
crollava liniziale illusione di prendere, a Milano, il posto del Corriere della sera su cui aveva
tentato invano di modellare la sua creatura. Piegato dallinsuccesso, il 15 febbraio1895,
Alfredo Comandini, rimasto coinvolto, frattanto, in vicende finanziarie poco chiare, che avevano
indotto la Camera a concedere lautorizzazione a procedere contro di lui, era scomparso da
Milano e riparato a Londra, suscitando clamorose reazioni: mentre la stampa ministeriale aveva
ventilato lipotesi chegli fosse stato ucciso per vendetta dai repubblicani di Romagna, quella
dopposizione aveva strumentalizzato il caso al fine di stigmatizzare lintervento del governo
nella vita dei giornali. Tornato in Italia un mese dopo, Alfredo Comandini aveva, comunque,
ottenuto che ogni cosa fosse messa a tacere, ma ormai la sua carriera politica era chiusa.
Tornando, dunque, alla Lettera agli onesti di tutti i partiti, in essa Felice Cavallotti non si limita
alla rievocazione dei poco encomiabili traffici mal affaristici del giovane Crispi, alla corte dei
Borboni, ma denuncia Lo spionaggio ansioso, sporco, affannoso, esercitato, in quei giorni,
intorno a lui, dal servitorame di casa Crispi, che, spinto fino al nauseante spettacolo di
membri del governo postisi alle costole di (suoi) intimi, se, per un verso, ha ben rivelato come
sentasi di coscienza il padrone, che per non dar di s conto, al 15 dicembre scappava, per
laltro, meritava dopo tutto un castigo. E lo fa, per portare unulteriore serie di colpi micidiali

allimmagine delluomo e dello statista, ma anche per stigmatizzare il tradimento degli


entusiasmi italici per i quali tanti patrioti avevano immolato le loro giovani vite:
Che del resto il Crispi gi ventiseienne allepoca che i Bandiera e i Moro e tanti altri pi giovani
di lui per lItalia eran gi morti non desto ancora agli entusiasmi italici, fosse perfettamente a
posto suo nel delicato ufficio che esercitava allora e che spiega tanta parte del Crispi di poi
cio si fosse cattivate le simpatie vive e le buone grazie del Borbone che era il requisito
indispensabile per esercitarlo, questo neanche i suoi stessi biografi panegiristi lo negano. Ei se
lera cattivate colle sue prose borboniche del 1840 e 1841 nel giornale di Palermo lOreteo
(dove eravate intanto voi pensatori e cospiratori e martiri della Giovane Italia?) in onore e gloria
di Ferdinando di Borbone e della sua casa a cui era data (sue parole) la gloria di rigenerare la
Sicilia.[...].
N io le ricorderei qui, se non avessi le orecchie stanche alla nausea dal sentir tutti i giorni gli
scribi della Casa, ad ogni legittima censura degli atti del padrone, rispondere col ritornello che
egli stava facendo lItalia, mentre i censori non erano nati.
E fu in grazia di quelle prose che Francesco Crispi, da Palermo tramutandosi al foro di Napoli,
ottenne la grazia specialissima riservata solo ai ben pensanti della dispensa dallesame
rigorosamente prescritto per la iscrizione regolare nel foro napoletano: grazia secondo quanto fu
detto allora e poi, personalmente e direttamente chiesta al re: tanto che gli stessi biografi
panegiristi non lo impugnano e il povero Leone Fortis nella biografia per commissione ridotto a
confessare, che anche data od esclusa la domanda diretta e personale certo che la concessione
fatta al Crispi dovette avere il beneplacito del re, come fuor di dubbio che Crispi per
lesercizio della sua professione, ebbe a chiedere frequenti udienze del Borbone il quale fu
sempre con lui affabile e cortese e fece spesso ragione ai suoi reclami tanto che Crispi stesso
riconosce di non avere a che lodarsi dei rapporti avuti con lui.
Ah, gli amici! Gi per certi servigi non ci son che loro. Ma quando il povero Leone Fortis
scriveva quelle linee di storia, non era ancor venuto fuori il rogito notarile di Palermo del 1845
a rivelare in qual modo Francesco Crispi metteva a profitto le frequenti udienze del Borbone per
lesercizio della sua professione .
Il 16 novembre 2011, quattro giorni dopo le dimissioni di Berlusconi, reduce dal progressivo
deterioramento della propria maggioranza parlamentare, e in una fase di altissima instabilit
finanziaria, lex rettore della Bocconi Mario Monti, gi nominato senatore a vita dal Presidente
Napolitano nel tardo pomeriggio di mercoled 9 novembre, viene incaricato di dar vita ad un
governo tecnico demergenza: il Paese sembrava sullorlo del precipizio come testimoniano i
giornali di quei mesi, primo fra tutti Il Sole 24 Ore che il 10 novembre esce con un titolone a
caratteri cubitali, Fate presto, che ben riassume il clima del momento. Questa la versione ufficiale
sulla nascita del governo che, figlio dellemergenza spread, doveva salvare il Paese dal
naufragio.
Sennonch, sulla genesi del Governo Monti circolano altre storie, una, addirittura, anticipata
qualche mese prima su un insospettabile quotidiano, quantunque dimenticata in fretta (F. Martini,
Linvestitura di Monti per il dopo Berlusconi, La Stampa, 24 luglio 2011), relativa ad un

incontro di cui nulla si saputo, riservato a pochi e selezionatissimi invitati, tenutosi al Cade
Sass, storico palazzo della finanza milanese alcuni giorni prima, precisamente alle 19 di luned
18; incontro a cui erano invitati Romano Prodi, Carlo De Benedetti, Corrado Passera, Giovanni
Bazoli e, naturalmente Mario Monti, sul quale in quei giorni iniziava a soffiare una strana aria
governativa, per cos dire, come se la sua ascesa a Palazzo Chigi fosse ormai prossima. Una
sensazione davvero singolare che Martini aveva cos riassunto: Da qualche settimana attorno a
Monti si creato un convergere di interessi e di simpatie da parte dei poteri forti, che
potrebbero rendere pi concreta del solito lepifania tante volte annunciata del professore della
Bocconi, facendo notare come tutto fosse piuttosto strano perch il governo Berlusconi in
seria difficolt, ma non in crisi. Non di meno, il clima era pervaso dun particolare ottimismo, al
punto che poco prima che il convegno avesse inizio in un angolo si erano appartati Prodi e
Monti e il primo avrebbe detto al secondo: Caro Mario, secondo me Berlusconi non se ne va
neppure se lo spingono, ma certo se le cose volgessero al peggio, credo che per te sarebbe
difficile tirarti indietro. Pur se colpito, Conosce bene Prodi, sa che il professore non tipo da
sprecare parole, soprattutto non mai uscito dai giri che contano, Monti non si sarebbe
sbilanciato, quantunque Romano Prodi apparisse molto sicuro di ci che affermava; e, anche se
non lo diceva apertis verbis, lasciasse intendere alleconomista che non solo Berlusconi sarebbe
caduto, ma sarebbe stato costretto a farlo da circostanze esterne talmente gravi ed allarmanti da
non lasciargli alternative.
Gli elementi condotti ad emersione dal racconto di Fabio Martini, navigato retroscenista della
politica italiana, appaiono in linea con quel che accade in Parlamento nei giorni successivi e
anche in quelli precedenti allasserito incontro al Cade Sass. Giorni nei quali si avvertiva un
cambiamento del clima e ci si aspettava che sarebbe stato il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, come sarebbe effettivamente avvenuto mesi dopo, il regista del nuovo governo. A
riferirli un altro giornalista del medesimo quotidiano, Federico Geremicca, il 16 luglio 2011,
allorch raccont di un vero e proprio proliferare di velenosi sospetti attorno al Quirinale,
puntualizzando:
chiaro, il presidente lavora ad un governissimo , si cominciato a sussurrare tra Camera e
Senato. E i soliti bene informati hanno spiegato: Vorrebbe perfino intervenire sulla scelta dei
nuovi ministri (F. Geremicca, E Napolitano insiste: adesso confronto aperto, La Stampa, 16
luglio 2011).
Come se non bastasse, c un altro articolo che aveva anticipato con sorprendente tempismo la
nascita del futuro Governo Monti, pubblicato dal quotidiano La Repubblica, che per la penna di
Francesco Bei (E il Cavaliere disse Umberto ripensaci), il 16 luglio 2011 riprese la voce
secondo cui sarebbe stata prossima la nascita di un governo tecnico e che a guidarlo (avrebbe
dovuto) essere leconomista Mario Monti.
Tutte le voci sullinterventismo politico del capo dello Stato Napolitano e lincontro riservato
a pochi e selezionatissimi invitati, propalate quando il governo Berlusconi appariva s in
difficolt, ma non in crisi e comunque ben prima dellemergenza spread, indice che non
sarebbe iniziato a salire prima di fine agosto, si avverarono senza eccezioni, nel giro di qualche
mese, il 16 novembre 2011.
In un lungo articolo apparso nel febbraio 2013 su Press TV, quando ormai, consumata lesperienza

del Governo Monti, era in corso la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento, il docente
universitario, giornalista e scrittore americano Webster Griffin Tarpley ha preteso di rivelare i
retroscena della politica italiana degli ultimi anni e di spiegare, in particolare, come, ancora una
volta, la CIA e gli Stati Uniti si sarebbero intromessi nella vita politica italiana, dando vita al
governo di Monti tramite Napolitano (http://italian.irib.ir/notizie/politica5/item/121585).
In particolare, Tarpley enuncia, innanzitutto, gli obiettivi geopolitici perseguiti
dallamministrazione Obama, sottolineando come ad essi fosse disfunzionale il Governo
Berlusconi:
Durante i primi anni dellamministrazione Obama, il primo obbiettivo della comunit
dintelligence Usa stata la distruzione del governo Berlusconi per motivi geopolitici. Per via
delle vicine relazioni personali di Berlusconi con Putin, Berlusconi aveva assicurato allItalia un
ruolo importante nella costruzione del gasdotto Nordstream, e persino un maggiore ruolo nel
SouthStream, entrambi progetti che Washington voleva sabotare.
Berlusconi era in buone relazioni anche con il bielorusso Lukashenko, molto odiato dagli Usa.
Il Dipartimento di Stato Usa voleva mettere contro la Russia di Putin lUnione Europea, ma i
burocratici pro-Usa a Bruxelles riferivano che lItalia divenuta lavvocato difensore di Mosca.
Lucia Annunziata sul quotidiano La Stampa del 25 Maggio 2009 scrisse in un articolo Lombra
del Complotto che le buone relazioni tra Berlusconi e Putin stavano danneggiando le relazioni
Stati Uniti-Italia. Il London Economist scrisse al tempo che dallAgosto 2008, tempo della guerra
di Georgia, lItalia era uno dei paesi europei che si era avvicinato alla Russia pi di quanto
Washington volesse. Almeno dal 2010, quindi, le agenzie dintelligence Usa erano completamente
mobilitate per spodestare Berlusconi.
Passa, quindi, alla narrazione della campagna del Dipartimento di Stato per rovesciare
Berlusconi:
Una parte di questi sforzi inclusero Gianfranco Fini, ex neo-fascista che Berlusconi aveva reso
presidente della Camera dei Deputati nel 2008. Nel Luglio 2010, dopo una divergenza, Fini venne
espulso dal partito di Berlusconi e si port con se 34 deputati e 10 senatori che indebol il
governo Berlusconi ma non lo fece crollare. In seguito si seppe che lazione di Fini era
coordinata in maniera ravvicinata con lambasciata Usa a Roma.
Durante il 2009, David Thorne divenne lambasciatore Usa in Italia. Thorne era allUniversit di
Yale compagno di stanza di John Kerry, attuale Segretario di Stato. Thorne, come Kerry ed i Bush
un membro della famigerata societ segreta del Teschio e delle Ossa. Throne al suo primo
incontro da ambasciatore in Italia vide Fini e non Berlusconi. Fini secondo alcuni documenti
anche un vicino amico di Nancy Pelosi.
Fini, oggi, un membro della coalizione di Monti. Ma nonostante il sostegno Usa, Fini potrebbe
essere vicino alla fine. Il teatro dove ha organizzato un comizio ad Agrigento, in Sicilia, si
riempito solo di qualche decina di persone. Con il fallimento delloperazione Fini, la Cia inizia
ad esporre i festini di Berlusconi ad Arcore, vicino Milano, dando vita ad una propaganda di
dimensioni mondiali. Nel 2009 Berlusconi viene seriamente ferito al volto dinanzi al Duomo di

Milano. I giudici italiani, in buona parte motivati politicamente, perseguitano Berlusconi. I


documenti di WikiLeaks del Dicembre 2010 confermano lacerrima ostilit del Dipartimento di
Stato Usa contro Berlusconi.
Descrive, ancora, il preteso ruolo di Giorgio Napolitano, il comunista preferito da Kissinger:
Il colpo di Stato che alla fine spodesta Berlusconi nel 2011 viene gestito da Giorgio Napolitano,
presidente della Repubblica italiano e quindi Capo dello Stato. La presidenza italiana quasi
sempre stata una carica di carattere formale, ma che assume potere significante quando cadono i
governi, cosa che non rara in Italia. Napolitano ha reso ancor pi vasti questi poteri.
Per gran parte della sua vita Napolitano stato un membro attivo del Pci. stato rivelato
recentemente che tra il 1977 ed il 1981, Napolitano ebbe incontri segreti con lambasciatore Usa
a Roma ai tempi di Carter, Richard Gardner. Questi incontri sono divenuti di dominio pubblico
solo nel 2005, con la pubblicazione delle memorie di Gardner, nel libro Mission Italy. Ci rende
chiaro che Napolitano fu in contatto con lambasciata Usa in Italia durante il rapimento e
lassassinio di Aldo Moro, una operazione in cui le agenzie di intelligence Usa ebbero un ruolo
importante.
Henry Kissinger ha chiamato Napolitano il mio comunista preferito. Business Week lo indica
come uomo di riferimento in Italia per il New York Council on Foreign Relations. Il sostegno di
Putin a Berlusconi, ha per fatto aspettare due anni alla CIA prima di riuscire a farlo cadere.
Nel resto dellarticolo viene tracciato, finalmente, il profilo di Monti: uomo di Bilderberg, di
Goldman Sachs e della Trilaterale.
Non interessa, in questa sede, esplorare lipotesi avanzata da Webster G. Tarpley che il Governo
Monti sia stato il prodotto di un complotto, quanto piuttosto di evidenziare che, a prescindere
dalle prove chegli adduce a fondamento di essa e da cui ritiene di poter trarre la conclusione che
il Colpo di Stato moderno di Napolitano e Monti sia avvenuto con lo spread e non con i carri
armati, ve ne sono indubbiamente a sufficienza per supporre che tutto abbia avuto inizio
decisamente prima del 16 novembre 2011: tante, forse troppe, le cose cherano nellaria da
tempo, con buona pace della gran parte sia dei cittadini sia dei mezzi di comunicazione, che
considera la nascita del Governo Monti come figlia dellemergenza spread.
Francesco Guicciardini, lucida, amara coscienza dellItalia incivile, nei suoi Ricordi (sub 48),
annotava:
incredibile quanto giovi a chi ha amministrazione che le cose sua siano secrete; perch non solo
e disegni tuoi quando si sanno possono essere prevenuti o interrotti, ma etiam lo ignorarsi e tuoi
pensieri fa che gli uomini stanno sempre attoniti e sospesi a osservare le tue azione, e in su ogni
tuo minimo moto si fanno mille commenti; il che ti fa grandissima riputazione. Per chi in tale
grado doverrebbe avvezzare s e suoi ministri non solo a tacere le cose che male che si
sappino, ma ancora tutte quelle che non utile che si publichino.
Molti i suoi allievi, uomini di governo, uomini di partiti, uomini di amministrazione o giudici,
annidati negli anfratti del potere, contagiati dallantico spirito cattolico, decantato attraverso i
secoli sino a grandi raffinatezze intellettuali e diventato per altro verso quasi istinto politico, a cui

non appartiene per nulla il rifiuto fascista dellintelligenza, il rifiuto della sottile, anche
pericolosa, anche corrosiva avventura della ragione. Uno spirito a cui appartiene, invece, la
riserva dei pericoli e degli acidi della ragione ai pochi, che hanno preso su di s il peso ed il
sacrificio del destino altrui: il peccato, leresia cominciano quando lintelligenza e la ragione si
diffondono, diventa comune il desiderio di gustare i frutti dellalbero proibito, e le pecorelle
perdono il mite abito di sottomissione verso il pastore che le guida alla salvezza in Dio. Uno
spirito per il quale addirittura Galileo Galilei poteva essere accettato ed assorbito, ma non il
Galileo che nel suo splendido volgare era per generare la ribellione ed il male del mondo
moderno: il cardinale Roberto Bellarmino gli rimproverava, non gi di avere raggiunto e
dimostrato la verit, ma di averla divulgata con mezzi di grande diffusione. Uno spirito per il
quale dal sacrificio e dalla sapienza del pastore, che tiene su di s il fardello della salvezza
altrui, derivano un duro realismo, un apparente cinismo, una spietatezza, una capacit di usare la
menzogna e manipolare lignoranza, che possono apparire immorali soltanto a chi non comprende
come il pastore guardi sempre alla meta, lontana ma decisiva, della salvezza di coloro che gli
sono confidati. Uno spirito, del resto, non dissimile, mutatis mutandis, dallidea platonica di un
governo dei filosofi, cos morali da volere soltanto il bene del popolo, cos saggi da perseguire il
bene del popolo anche, ove occorra, ingannandolo. Un argomento che, a partire da Platone, stato
variato in mille modi, ma la cui sostanza rimane sempre la stessa: dovere del principe filosofo
prendersi cura del popolo bambino, e propinargli la medicina con soavi accorgimenti.
Nel 1778, la Reale Accademia Prussiana di Scienze e Lettere, sollecitata dallo stesso Federico II,
bandiva un concorso per un saggio sulla questione, se torni utile al popolo essere ingannato. Si
riapriva cos intorno a questo tema, suggerito a Federico II da Jean Baptiste Le Rond dAlembert,
un dibattito tipico della cultura illuministica, in cui pi volte si era sostenuto dagli illuministi che
sia dovuta al popolo ogni verit. I contributi di Frdric-Adolphe-Maximilien-Gustave Salvemini
de Castillon e di Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet si leggono
tradotti nel volumetto Bisogna ingannare il popolo?, pubblicato nel 1968 dalleditore De Donato.
Premiato come vincitore del concorso, de Castillon rispondeva (p. 11):
Chiameremo dunque popolo, senza considerare il loro rango n i loro beni, tutti coloro che
hanno ricevuto dalla natura uno spirito debole e ottuso; e anche tutti coloro che, dotati
naturalmente di giudizio e intuizione, non ne fanno, o non ne sanno fare, alcun uso, perch
ostacolati dalleducazione ricevuta o dalla pigrizia o dalle passioni; tutti coloro che coltivano i
talenti pi piacevoli e lasciano incolta la loro ragione; tutti coloro infine, che, ciechi come sono,
non possono far a meno della guida di veggenti, e se si ostinano a rifiutarla, precipitano di abisso
in abisso; insomma, tutti coloro per i quali sarebbe maggior bene essere guidati piuttosto che
guidare, sebbene talvolta persistano nel farlo con irriducibile e funesta caparbiet.
Quello di de Castillon un popolo abilmente ridefinito, in modo che coincida con linsieme degli
inferiori: ci sono gli inferiori per natura, dallo spirito debole e ottuso; gli inferiori per
educazione, per pigrizia, per passioni, che ostacolano luso del giudizio e dellintuizione; gli
inferiori per leggerezza, dediti a coltivare talenti pi piacevoli lasciando incolta la ragione. Pu
dunque tornare utile a questo popolo essere ingannato?

Rispondo arditamente di s; purch chi preposto alla guida dimentichi s stesso e inganni
soltanto per condurre pi facilmente a un determinato fine, e purch in questo fine consista la vera
felicit di chi viene guidato... E come pu essere proibito ingannare il popolo se lo si fa per
meglio guidarlo verso il fine della sua felicit? Come per un bambino utile inghiottire una
medicina credendo che sia zucchero, perch non dovrebbe essere utile per il popolo accogliere
per errore una disposizione benefica che sarebbe respinta se offerta nella sua nudit?
A suo modo, de Castillon era un illuminista; ma un illuminista moderatissimo, impaurito, quasi
presentisse i terrori della rivoluzione, dalle possibili conseguenze di un troppo rapido diffondersi
dei lumi, il quale riteneva pertanto che i lumi dovessero diffondersi per gradi, senza scossoni e
senza requisitorie, finch gli uomini diventassero padroni delle loro passioni e capaci di
guardare, anzich attraverso le lenti colorate delle passioni, con gli occhi nudi della ragione. Pur
fra le sue trepidazioni, egli era in buona fede, e voleva davvero la felicit del popolo. Al termine
del suo discorso, infatti, si preoccupa di enunciare la condizione indispensabile perch al popolo
torni utile essere ingannato: che il governo sia nelle mani di uomini, tanto avanti nello studio
dellumanit da sentire la possibile utilit dellerrore, dai principi morali cos limpidi e dal cuore
cos disinteressato ed infiammato di amore del prossimo da aver la forza di ingannare il popolo
soltanto per il suo maggior bene, senza mai approfittarne, senza neppure esser tentati di
approfittarne per vantaggio personale.
Sui giornali e in tv, anno domini 2011, spopolato largomento fabbrica del fango, sino a che
non lhanno spazzato via, o almeno ricacciato indietro, i sempre pi minacciosi venti di crisi:
tutti, da sinistra e da destra, hanno per mesi accusato tutti di dossieraggio.
Nulla di nuovo sotto il sole. Senza andare troppo indietro nel tempo, da almeno mezzo secolo,
luogo comune affermare che lattivit di raccolta di informazioni riservate e scottanti su
personaggi in vista, da usare in genere a fini di ricatto, o comunque per infangare lavversario,
delegittimarlo, distruggerlo, strumento col quale si regolano i conti della politica e si zittiscono
critici e dissidenti. Chi non ricorda i tempi in cui si denunciava che le commissioni dinchiesta
parlamentare si affidavano a faccendieri, mafiosi ed ex piduisti per fabbricare calunnie con cui
tenere sotto scacco gli avversari politici; o che i servizi segreti spiavano e pedinavano gli
avversari del governo, inclusi magistrati, sindacalisti e giornalisti? Sembra proprio, insomma,
che a quarantanni dallo scandalo Sifar e tre riforme degli apparati dintelligence, non sia
davvero cambiato nulla.
Tutto concorre, piuttosto, ad evocare la Citt di Acchiappacitrulli, di collodiana memoria: luogo
allegorico, pedagogico, allucinatorio, intessuto di venture e sventure sessuali, politiche,
finanziarie; intessuto di storie di mancati amori, dincaute ambizioni, di fedelt mal riposte, umilt
schernite, speranze irrise, cui insolentiscono brutali vittorie, fasto furbo e inonesto di gazze ladre,
uccelli di rapina, volpi astute. In quel luogo infernale e quotidiano dellUtopia rovesciata, luogo
solenne di addobbi insolenti ed ironici, di lacrime, di fragili miserie, di lussuosa, nobile
irrisione, Pinocchio tenta la sua prima sortita squisitamente sociale: derubato delle monete
ricevute da Mangiafoco, disperato si reca dal giudice, gran scimmione della razza dei Gorilla;
anziano; rispettabile; occhiali doro, senza vetri; gran barba bianca, il quale, saggio e buono, lo

ascolta con attenta benignit, sintenerisce e commuove; quindi condanna il burattino, questo
povero diavolo, alla prigione: Pinocchio colpevole di furto subto, non lieve reato, tuttavia si
costituito e pare pentito, infine, incensurato. Ne uscir in modo casuale e degradato, per
amnistia, ma solo dopo essersi dichiarato malandrino, in quel caso non senza fondamento,
giacch per la prima volta Pinocchio mente in modo deliberato e funzionale.
Mi si potrebbe obiettare, e a ragione, che il riferimento ad Acchiappacitrulli sia frutto di una
visione pessimistica del potere e della societ nella quale viveva Carlo Lorenzini, in arte
Collodi. Societ ben lontana dalla nostra, dove, per dettato costituzionale, lesercizio del Potere
imbrigliato dalla necessit di attenersi al rigoroso rispetto dei canoni della stretta legalit. Ma,
per quanto concerne il cosiddetto mondo dellintelligence, come sosteneva Francesco Cossiga,
un politico anomalo, che ha ricoperto le massime cariche istituzionali abituato a dire quello che
pensava e a pensare quello che diceva e, dunque, proprio per questo assolutamente affidabile,
sembra debbano valere criteri diversi: i servizi segreti svolgono, per il raggiungimento dei propri
fini, attivit informativa ed operativa secondo modalit e con mezzi non convenzionali, nel senso
che sono in massima parte loro propri, e non comuni alle altre amministrazioni e la cui legittimit
si fonda su interessi fondamentali dello Stato, la cui difesa e/o la cui realizzazione attengono alla
vita stessa dello Stato, con la conseguenza che la legittimit dei fini viene a prevalere sulla
legalit dei mezzi, come misurata con il metro proprio delle altre attivit delle altre
amministrazioni la cui attivit sia sottoposta al principio di legalit.
Questa prospettazione machiavellica, sebbene assolutamente realistica, addirittura ai limiti della
brutalit, solleva, tuttavia, un problema piuttosto serio, relativo a quali siano i fini legittimi il cui
perseguimento possa giustificare lillegalit dei mezzi: finch permanga questo vuoto dei fini
ineluttabile il rischio di precipitare nellincubo di Acchiappacitrulli. Di vedere, cio, conculcati
il diritto alla privatezza, ma anche la libert di manifestare il proprio pensiero, la libert
dinsegnamento e di ricerca scientifica, il diritto del cittadino allinformazione, la stessa libert
di associazione a meno che, magari, non si tratti di associazione per delinquere, meglio
addirittura se sovversiva o di stampo mafioso o terroristico, in nome di ineffabili, per ci
inafferrabili, interessi fondamentali dello Stato.
Astraendo dal particolare al generale, va detto che, ormai da tempo, lItalia immersa in una
crisi di legalit: lo attestano gli osservatori nazionali e internazionali, ne prova la nostra
esperienza quotidiana, dal lavoro nero allevasione fiscale, dallabusivismo edilizio ai trucchetti
negli appalti o nei concorsi. Insomma, lo sappiamo, e forse non ci facciamo pi nemmeno caso.
Peggio, ci staremmo assuefacendo addirittura, per dirla con Michele Ainis (Lassedio. La
Costituzione e i suoi nemici, Longanesi, Milano, 2011), alla legalit senza lealt: sleale, perch
falsa e ingannatrice, la legge che abroga il beneficio fiscale introdotto lanno prima per
convincere le imprese ad investire in una zona disagiata, senza preoccuparsi che magari, nel
frattempo, qualche imprenditore, essendosi fidato della promessa normativa, finisca per trovarsi
con i conti in rosso; sleale la legge che revoca il contratto con lo Stato firmato dai pubblici
dipendenti e il riferimento alle manovra economiche varate nellultimo anno non affatto casuale;
sleale anche la legge retroattiva, quando comanda oggi ci che si doveva fare ieri. E gli esempi
potrebbero continuare.
Il giurista educato al discorso vertebrato non ignora che, finch ci saranno leggi, vi saranno un

campo di lavoro per i giuristi e una loro missione sociale: qualunque siano le leggi, sotto ogni
regime, purch basato sulle leggi, i giuristi avranno il grande ufficio di essere gli assertori e i
custodi della legalit. Nel principio di legalit, insegnava Piero Calamandrei (Fede nel diritto
[21 gennaio 1940] Bari-Roma 2008) c il riconoscimento della uguale dignit morale di tutti gli
uomini, nellosservanza individuale della legge c la garanzia della pace e della libert di
ognuno. Attraverso lastrattezza della legge, della legge fatta non per un solo caso ma per tutti i
casi simili, dato a tutti noi sentire nella sorte altrui la nostra stessa sorte: quasi si direbbe che in
questo principio della legalit che risale alla grande tradizione del diritto romano si trovi trasfuso
in formula logica limperativo morale che comanda di non fare agli altri ci che non si vuole sia
fatto a noi stessi. Che le leggi dello Stato siano buone o meno buone, che queste leggi siano
suscettibili di valutazione politica favorevole o sfavorevole, questione che, dal punto di vista
della loro tecnica, non pu affaticare i giuristi: la loro funzione solo quella di conoscere le leggi
e farle conoscere, di osservarle e farle osservare, qualunque esse siano. Dura lex sed lex.
Almeno dalla met degli anni Settanta del Novecento, allorch il fuoco dellattenzione della
pubblica opinione s nuovamente concentrato sulla questione morale, sicuro punto
demersione, anche se non lunico, della crisi di legalit, circolano polemiche e slogan, fondati
soprattutto sulla suggestione delle parole giustizialismo e garantismo, spesso usate a vanvera
e ridotte, comunque, a vere e proprie metafore dellipocrisia nazionale, da politici orecchianti del
diritto, propensi a esasperare le contrapposizioni terminologiche, senza curarsi dei valori di
fondo che meritano invece di essere promossi e tutelati nella costruzione di una moderna societ
liberale e democratica, vale a dire, quelli della giustizia e delle garanzie.
Disancorati da tali valori, astrattismi come giustizialismo e garantismo non hanno altro
scopo che quello di alimentare artificiose tensioni, complice il senso di scoramento e di
disorientamento che pervade oggi la coscienza di molti, troppi giuristi, spesso convinti, a torto,
che, per un verso, diritto e politica dovrebbero coincidere e che, per laltro, non vi sarebbe pi
posto nella societ per gli specialisti del diritto, attaccati a quei loro metodi, considerati,
anchessi a torto, ormai superati e definiti, con un certo disprezzo, il mito della tecnica
giuridica.
Solo giuristi soi disants possono ignorare, infatti, che quelli della giustizia e delle garanzie
sono valori tra loro complementari, da realizzare insieme, attraverso un equilibrato rapporto di
contemperamento, la cui concreta individuazione compito del legislatore: sul terreno
processuale, non pu esserci giustizia senza garanzie, ma la disciplina di queste non pu essere
spinta al punto da impedire di fare giustizia. Per Costituzione La giustizia amministrata in
nome del popolo, ma questo non significa che, in nome di un malinteso garantismo,
linvestitura popolare di cui godono gli uomini politici possa trasformarsi per gli stessi in un
privilegio di esonero dal rispetto delle leggi o sottrarli agli accertamenti della magistratura per
eventuali reati commessi in precedenza o, peggio, in corso di mandato.
Nelle aule giudiziarie scritto che la Legge uguale per tutti, motto nel quale sta tutta la
moralit, limportanza sociale, la missione umana dei giuristi: le leggi, buone o cattive, siano
applicate in modo uguale ai casi uguali, senza parzialit, senza dimenticanze, senza favori.
Rispetto delle leggi, prestigio degli avvocati, indipendenza dei giudici, sono questioni vitali per

la dignit e le speranze, lonore e la vita di tutti noi, non gi di pura tecnica. Sarebbe stato il caso
di ricordarsene, nella ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dellUnit dItalia. Meglio
ancora se ce se ne ricordasse sempre.
Unulteriore criticit venuta ad emersione proprio in occasione delle commemorazioni del
centocinquantesimo anniversario dellUnit dItalia.
Giuseppe Casarrubea e Mario Jos Cereghino (La scomparsa di Salvatore Giuliano. Indagine su
un fantasma eccellente, Bompiani, Milano, 2013) ricordano che Alcide Cervi, al quale i
nazifascisti avevano ammazzato sette figli, diceva che se avesse potuto fare lamministratore del
suo Comune, avrebbe scelto di fare lassessore ai cimiteri, perch, spiegava, niente pi
formativo della memoria del passato. Eppure, il grado di conoscenza della storia dellitaliano
medio, come evidenziato, fra gli altri, da Stefano Pivato (Vuoti di memoria, edito da Laterza nel
2007), , a dir poco, disperante: se la baby boom generation cresciuta, fra gli anni Sessanta e
Settanta del Novecento, in un dialogo continuo con la storia del nostro Paese, cos che la
Resistenza, la seconda guerra mondiale e il fascismo erano riferimenti costanti per chi intendeva
capire il presente attraverso il passato, la generazione nata un trentennio pi tardi, per contro,
vive un rapporto labile e precario con il passato: la storia, per i giovani nati negli anni Ottanta,
vissuti in una dimensione stabilmente dominata dal presentismo, un frammento ignorato,
relegato nelle pagine di un manuale e non contribuisce a formare quella che comunemente
definita la coscienza civile.
Il fenomeno, naturalmente, non solo italiano: Eric J. Hobsbawm (Il secolo breve, edito da
Rizzoli nel 1995) individua nella distruzione dei meccanismi sociali che connettono lesperienza
dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti () uno dei fenomeni pi tipici e
insieme pi strani degli ultimi anni del Novecento. stato proprio lo storico inglese, per altro, a
rilevare come la maggior parte dei giovani alla fine del secolo sia cresciuta in una sorta di
presente permanente in cui manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in
cui essi vivono.
Resta, comunque, il fatto che, almeno da noi, dopo poco pi di tre lustri, i debiti con la memoria
delle giovani generazioni si sono purtroppo accresciuti. Falsi storici, luoghi comuni e, soprattutto,
vuoti di memoria sembrano informare la cultura giovanile a cavallo dei due secoli: se Aldo Moro
presidente della Democrazia Cristiana e presidente in pectore della Repubblica, rapito e poi
ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse nel 1978 sarebbe stato un magistrato che aveva
partecipato al processo contro le Brigate Rosse, quello di Sandro Pertini uno dei presidenti
della Repubblica pi amati e la cui enorme popolarit a suo tempo costitu un vero e proprio
fenomeno un nome pressoch cancellato dalla memoria di molti giovani; in compenso, la
carica di capo della DC negata a Moro viene attribuita ad Agostino Depretis, un politico
dellItalia del diciannovesimo secolo, morto nel 1887, quando nessuno sapeva ancora che un
giorno sarebbe nato un partito chiamato Democrazia Cristiana.
Poich il bagaglio di nozioni dei cittadini italiani di tutte le et viene curato non pi dalla scuola,
ma dalla vita quotidiana che si svolge allombra di quella scatola diabolica chiamata TV, che la
gente fagocita con una tale voracit da ritrovarsi incapace di distinguere tra storia e cronaca, tra
notizie vere e affermazioni paradossali, tra informazione e intrattenimento, per lo pi di basso

livello, oggi impresa titanica e destinata comunque al fallimento spiegare che lItalia non stata
mai governata da un regime comunista; che quando, dal 1944 al maggio 1947, i comunisti italiani
sono stati al governo non stata instaurata nessuna dittatura e che, ancora, durante quella breve
parentesi di governo i carri armati dellArmata Rossa non sono arrivati in Italia. Per un verso,
infatti, la propaganda berlusconiana ha potentemente accreditato lequazione acritica fra
comunismo internazionale e comunismo italiano, finendo per inculcare lidea che Stalin, Pol Pot,
Castro, Mao e tutti i dittatori comunisti del XX secolo avrebbero retto il nostro Paese fino
allavvento di Forza Italia; per altro verso, da quando Achille Occhetto, ultimo leader del Pci,
divenne segretario del Pds, fu decretata la morte del partito fondato a Livorno nel 1921 e assieme
ad esso sinterruppe anche la sua storia: lansia di dichiararsi postcomunisti coinvolse e
coinvolge ancora dirigenti, funzionari, leader di corrente e semplici militanti, sicch la storia
del Pci, pur sopravvivendo nelle frange minoritarie di Rifondazione comunista e pi tardi nel
Partito dei comunisti italiani, andata, tuttavia, scomparendo nel senso comune. Insomma, dal
crollo del Muro di Berlino in poi, i comunisti italiani hanno costantemente ricercato altrove i
punti ideali di riferimento delle formazioni politiche sorte dalle ceneri del Pci: da Kennedy o
Clinton a Blair o Zapatero fino allObama di yes we can!. E questo per evitare di fare i conti
con la propria storia, magari per taluni versi imbarazzante. Una storia dentro la quale ci sono le
connivenze con lo stalinismo e lUrss; il cinismo e la doppiezza togliattiana; una storia, per,
ricca allo stesso tempo di momenti fondamentali, che hanno accompagnato la rinascita della
democrazia in Italia, nel secondo dopoguerra: dallabbandono di ogni tentazione rivoluzionaria,
sancito da Palmiro Togliatti con la svolta di Salerno nel 1944, alladesione convinta alla
democrazia parlamentare; dalla partecipazione allelaborazione della Costituzione italiana alle
lotte per la democrazia negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.
Doveroso, finalmente, concentrare il fuoco dellattenzione sulla nostra Costituzione che, come in
un gioco disincantato, da qualche tempo sottoposta a un incessante stillicidio di critiche e di
richieste di revisione, con il sostegno di storiografie, ormai trasformate in tifoserie, che per
interessi di parte, spesso malevoli, distorcono gli eventi del passato. Eppure, nonostante tutto, la
Costituzione della Repubblica italiana stata sin qui particolarmente solida, in quanto frutto dun
dibattito attento e responsabile: un filo ininterrotto lega gli ideali e le gesta del Risorgimento alle
imprese della Lotta di Liberazione e alla rinascita dellItalia, repubblicana per libera scelta del
popolo italiano.
A Roma, nel 1849, fuggito Pio IX, svoltesi nel mese di gennaio le elezioni in tutto lo Stato, si
riunisce lAssemblea Costituente i deputati provengono dallEmilia Romagna, dalle Marche,
dal Lazio, dallUmbria, dalla Lombardia, dalla Campania, dalla Liguria, dallAbruzzo e il 9
febbraio alluna dopo mezzanotte sulla piazza del Campidoglio, dinnanzi al popolo festante,
viene proclamata la Repubblica Romana. I lavori dei costituenti si protraggono sino al giugno,
nonostante linfuriare del conflitto con i francesi, e il 1 luglio, prima della resa, approvata la
Costituzione che, sebbene mai applicata, rappresenta tuttavia un esempio di coerenza e di
impostazione che rimarr viva nella memoria come modello e trover finalmente il suo
compimento, a poco meno di un secolo di distanza, nella Costituzione del 1947: vi si sancisce che
La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali

e materiali di tutti i cittadini; che Dalla credenza religiosa non dipende lesercizio dei diritti
civili e politici; che Linsegnamento libero. Le condizioni di moralit e capacit, per chi
intende professarlo, sono determinate dalla legge; che I giudici nellesercizio delle loro
funzioni non dipendono da altro potere dello Stato.
Nel 1952, Gaetano Salvemini pubblica un articolo su Linsegnamento della storia, nel quale,
alternando ironia e rigore storico, scrive: Nel secolo XIX, collaffermarsi delle nazionalit,
linsegnamento della storia acquist una importanza politica non mai finora sospettata. Divent un
mezzo formidabile per la educazione del sentimento nazionale. Il quale sentimento nazionale
degener dovunque ben presto da patriottismo legittimo in disprezzo delle altre nazioni, pretesa al
predominio e alla conquista civilizzatrice, nazionalismo brutale. Se le Nazioni Unite o lUnesco
possedessero quellautorit. che non posseggono, per assicurare la pace, dovrebbero cominciare
dal vietare linsegnamento della storia in tutti i paesi, fare impiccare tutti i professori di storia,
bruciare tutti i libri di testo, e, dopo dieci anni, fare punto e da capo. Questo non vuol dire che, in
attesa di siffatta impossibile apocalissi, linsegnamento della storia non possa e non debba essere
usato da uomini non volgari per fini educativi migliori che leccitamento alla boria delle
nazioni. Gi Cesare Battisti, del resto, aveva avvertito il pericolo che i nazionalismi, i
localismi, i regionalismi esasperati danneggino i diritti delluomo e del cittadino. Ed , in
proposito, sotto gli occhi di tutti che, ad esempio, si continua ancor oggi a far leva
sullirrazionalit per allarmare i cittadini sullinvasione di bimbi stranieri nelle scuole dei nostri
figli, invitando a nuovi razzismi, con buona pace del dettato sia della nostra Costituzione sia delle
Dichiarazioni dei diritti dellUomo.
Nel 1955, Piero Calamandrei si rivolge con un discorso agli studenti e afferma:
La Costituzione non una macchina che una volta messa in moto va avanti da s. La Costituzione
un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perch si muova bisogna ogni giorno
rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro limpegno, lo spirito, la volont di
mantenere queste promesse, la propria responsabilit. Per questo una delle offese che si fanno
alla Costituzione lindifferenza alla politica. un po una malattia dei giovani lindifferentismo.
(...) Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra giovent, farla
vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi
conto (questa una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo ()
solo, non solo che siamo in pi, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dellItalia e
del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c dentro tutta la nostra storia,
tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui
in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane....
E su questo, o almeno su tutto questo, occorre oggi riflettere.
Nato, si diceva, per fare due o tre cose essenziali, lo stimolo alla crescita, il controllo del debito
pubblico e una legge elettorale decente, utile e persino costituzionale, il Gabinetto Letta ha ormai
una priorit assoluta: riscrivere un bel pezzo della Carta: i titoli I, II, III e V della seconda
parte, relativi a Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Regioni, Province e Comuni,
oltre alle norme strettamente connesse a quelle modificate. Frattanto, si partiti ponendo mano

allart. 138 della Costituzione, che, nella formulazione attuale, impedisce frettolose manomissioni
della Carta, prescrivendo una complessa procedura per la revisione della Costituzione e delle
altre leggi costituzionali, la quale si articola nella doppia deliberazione a maggioranza assoluta
dei componenti di ciascuna Camera, ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate nella
seconda votazione, nonch in un referendum confermativo finale, con maggioranza dei voti validi,
quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una
Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Ispirato dallintento di sbarazzarsi
di quella che veniva sinora ritenuta la valvola di sicurezza della Carta, il disegno di legge
costituzionale riduce lintervallo tra una lettura e laltra da tre mesi a quarantacinque giorni. Si
stabilito, altres, che una nuova legge elettorale potr essere scritta solo allesito della riforma.
Quel che, tuttavia, appare pi grave che tutto punti verso una Costituzione ignota, mai
concordata e mai votata dagli eletti, ma che, a quanto pare, ha gi corretto in senso verticale le
sue istituzioni: invece di risalire dal voto, il potere oggi discende dal potere; e se gli elettori sono
stati abbandonati anche le prerogative del Parlamento, che sar chiamato a votare i testi elaborati
nella Commissione dei quaranta saggi, che nella stranezza e nellanomalia segue quella dei
dieci, che allinizio di tutta questa vicenda, subiscono, nei fatti, un drastico ridimensionamento.
Della tendenza a ridurre alla marginalit il ruolo del Parlamento sintomatico quanto pubblicato
da Francesco Perfetti su Il Tempo.it del 4 luglio 2013, riferendo del comunicato diffuso il giorno
precedente dal Quirinale, al termine della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, presieduto
dal Capo dello Stato, a cui sarebbe da attribuire un significato politico, che va ben oltre il
problema dellacquisto degli F35, da qualche tempo fattore di fibrillazione per la maggioranza.
Affermando che le prerogative del Parlamento non possono tradursi in una sorta di diritto di
veto sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate e, pi in generale, su quelle
decisioni operative e su quei provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le
responsabilit costituzionali dellesecutivo, avverte Perfetti, il documento ha aggiunto una
pietruzza sulla strada, cara al presidente della Repubblica, delle riforme istituzionali: si
trattato di riunione che, al di l delle motivazioni specifiche che ne sono allorigine, ha costituito
loccasione per far capire (o ribadire) la necessit di mettere mano, con urgenza e senza alibi
dilatori, alla revisione della Carta costituzionale. E per spiegarsi meglio, Perfetti aggiunge: il
fatto che il Capo dello Stato, sia pure attraverso un organismo del quale ha la presidenza, abbia
indicato, in maniera ferma e non equivoca, dei limiti alla attivit delle Commissioni Parlamentari
e, pi in generale, delle Camere dimostra come sia gi in atto, nella prassi, un processo di
trasformazione delle istituzioni nel senso di un rafforzamento dellesecutivo. In altre parole, si sta
affermando e non detto che ci sia male una nuova Costituzione reale, in molti punti a
cominciare da quelli relativi ai poteri degli organi costituzionali, ben diversa dalla Costituzione
formale. Agghiacciante la conclusione, che dissimula un invito perentorio: La nota del
Quirinale, sotto questo profilo, un vero e proprio stimolo a procedere verso lammodernamento
dellarchitettura dello Stato nella direzione di una repubblica presidenziale o semipresidenziale.
Gi da tempo, Napolitano, di fronte alla gravit di una crisi del sistema politico e istituzionale, ha
dato una lettura estensiva ai poteri presidenziali mettendone in soffitta la concezione puramente
notarile e affermando, invece, piaccia o non piaccia, una vocazione interventista della suprema
carica dello Stato. Anzich parlare di schiaffo al Parlamento, come fanno i grillini e le vestali

di una Costituzione ingessata e superata dai tempi, sarebbe bene, al di l della questione pur
importante degli F35, che si cogliesse linvito implicito a mettere mano, finalmente, alle riforme.
Per il bene del Paese.
Nel ricordato articolo Torniamo allo Statuto, lanonimo autore, che, si visto, essere Sidney
Sonnino, luomo pi coscientemente reazionario che abbia (avuto) la Camera italiana ()
essere subdolo e maligno, che cova(va) nel cervello equilibrato quanto ristretto le cupidigie di
uno strozzino, lassolutismo di un tiranno, la ferocia di un borbonico, lastuzia di un gesuita,
secondo licastica definizione che ne dava LAsino del 9 giugno 1900 (Galleria Parlamentare,
Sezione: Forcaioli, Studi di figure e di figuri), chiedeva fosse ristabilito il potere di governare
assegnato al Re dallo Statuto Albertino, dopo unaperta denuncia della debolezza del sistema
parlamentare italiano, inetto nei suoi esponenti, inquinato da interessi particolari e clientelari e
dunque incapace di guidare lo Stato. Ora, a tacer del fatto che gli eventi storici non seguirono gli
auspici del conservatore Sonnino, anche se, ad onor del vero, un quarto di secolo dopo, la stessa
sfiducia nellefficienza del sistema parlamentare rappresentativo e il timore per la concreta
crescita delle forze politiche e popolari di sinistra furono tra le cause della svolta autoritaria che
diede origine al fascismo, lo Statuto forniva, comunque, qualche appiglio alla figura del Principe
che governa, in residui verbali dancien rgime. Non altrettanto, invece, pu dirsi faccia la
Costituzione del 1947. Il primo attribuiva, infatti, al Re la qualifica di capo supremo dello
Stato (art. 5); lo chiamava a partecipare alla formazione delle leggi, mediante un atto di vera e
propria approvazione, che si aggiungeva a quelli delle camere (art. 35); conferiva solo al Re il
potere esecutivo (art. 5); lo considerava fonte della giustizia, che veniva amministrata in suo
nome dai giudici da lui nominati (art. 68). Nessuna di tali attribuzioni, per contro, ora
propria del presidente della Repubblica, in conformit alle esigenze della logica democratica,
che richiede lattribuzione delle menzionate funzioni agli organi che, emanando direttamente dal
popolo, appaiono maggiormente idonei ad interpretarne la volont. Cos, larticolo 87 lo
definisce ancora capo dello Stato, ma senza pi la qualifica di supremo, dato che essa compete
ora al popolo (articolo 1); in ordine allattivit legislativa non gli conferisce pi poteri di
approvazione; non lo considera titolare del potere esecutivo, divenuto spettanza di un organo
autonomo qual oggi, per Costituzione, il governo; infine gli sottrae ogni potest nella nomina dei
giudici e dispone che la giustizia debba essere amministrata in nome del popolo (articolo 101).
Questo confronto non conduce ad emersione elementi sufficienti ad una determinazione in positivo
della figura del Presidente della Repubblica; esso giova, tuttavia, ed ci che qui interessa, a
delinearla in negativo: ci dice quel che la Costituzione non vuole, vale a dire, un Presidente
reggitore dello Stato in periodi di crisi. Se lo avesse voluto, gli avrebbe conferito poteri tali da
consentirgli interventi attivi nella direzione dello Stato, che, invece, non gli ha accordato.
I Saggi, per nostra fortuna, lavorano alacremente alladeguamento della Carta, e lo fanno, come si
conviene, in claustrale silenzio, non come taluni garruli giusdicenti, i quali inopportunamente
anticipano le motivazioni di sentenze confirmatorie di altre sentenze, il cui dispositivo hanno gi
pubblicato, mediante la lettura a reti unificate, lasciandosi andare ad amichevoli conversali col
menante amico di vecchia data, perci pronto a propalarne, summo cum strepitu, le ingenue
confidenze.

, dunque, con cupo ottimismo che posso concludere queste noterelle introduttive, ricordando il
rassicurante aforisma estratto dal Proclama alla Nazione, la cui esposizione, nella
fantacommedia monicelliana Vogliamo i colonnelli, era commessa al generale Pariglia: C un
grande passato nel nostro futuro.

Cap. I
Il naufragio del piroscafo Ercole
Nella notte tra il 4 e il 5 marzo del 1861, spariva nel nulla, tra Palermo, da dove era partito, e
Napoli, dovera diretto, il piroscafo Ercole, nave di circa 450 tonnellate di stazza, magari
vecchiotta, per lepoca, ma perfettamente in grado di affrontare le normali navigazioni sulle rotte
tirreniche.
Oltre al capitano Michele Mancino, a bordo, vi erano 18 uomini di equipaggio, napoletani e
calabresi, e dai 40 ai 60 passeggeri. Tra questi, alcuni ufficiali garibaldini, guidati dal Colonnello
Ippolito Nievo, friulano di famiglia mantovana, letterato appena trentenne, che aveva gi dato alle
stampe alcune opere, ma che sarebbe diventato famoso con Le confessioni di un italiano,
pubblicato dopo la sua morte.
Quasi contemporaneamente erano partite da Palermo, con uguale destinazione e rotta, il piroscafo
Pompei e il vascello inglese Eximouth. La flotta inglese dellammiraglio Mundy, composta da otto
navi, finito il suo compito di supervisione, sempre il 4 marzo, aveva lasciato il porto di Napoli
diretta a Malta. Lintera flotta da guerra piemontese, negli stessi giorni, era impegnata nel blocco
di Messina, che stava ancora resistendo. Cos, nel tratto di mare percorso dal piroscafo Ercole,
cerano decine e decine di navi di diversa nazionalit: lo spazio era cos intasato che niente
sarebbe potuto sfuggire. Uno scenario simile, in maniera inquietante, a quello di un altro dei
misteri dItalia, lincidente di Ustica, che sarebbe avvenuto centoventi anni pi tardi, proprio nei
cieli sopra lo stesso tratto di mare. Probabilmente, non si sapr mai se il piroscafo Ercole sia
affondato per una tempesta o per unesplosione accidentale o dolosa. Il nipote di Ippolito Nievo,
Stanislao, addirittura sceso sui fondali a cercare risposte, ma senza successo, sebbene le sue
ricerche abbiano generato due libri: Il prato in fondo al mare (1974) e Il sorriso degli dei (1997).
Sullargomento, peraltro, tornato di recente Cesaremaria Glori (La tragica morte di Ippolito
Nievo, Solfanelli, Chieti 2010), il quale ha evidenziato taluni elementi inquietanti, quali la
presenza a bordo del piroscafo Ercole di tale Lorenzo Garassini, probabile agente cavouriano,
che anni dopo, nel Golfo del Leone, sarebbe perito in mare, ma in un altro naufragio; o
latteggiamento di Ippolito Nievo che da qualche tempo manifestava perplessit sulla sua
esperienza e voglia di sfogarsi.
Seguiamo, dunque, il ragionamento di Glori. Nel corso della navigazione dei Mille verso le coste
siciliane, al giovane Ippolito Nievo era stato affidato lincarico di Vice Intendente, che
comportava la responsabilit dellamministrazione del Corpo di Spedizione, prima, e
dellEsercito Meridionale, in seguito.
Lincarico, peraltro, era suscettibile di critiche, divenute malevole se non proprio calunniose,
nella lotta che vedeva contrapposti cavouriani e garibaldini. I primi sostenevano sia che lapporto
della Spedizione dei Mille alla conquista era stato di facciata sia che si fossero dissipate con
disinvoltura, se non addirittura in maniera truffaldina, enormi somme di denaro. I secondi,
naturalmente, sostenevano il contrario e, proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano
trovato nella stampa dellepoca una tribuna ascoltata e temuta, il Colonnello Nievo era stato
costretto a redigere un Rendiconto nel quale aveva ricostruito, con meticolosa precisione,
loperato suo e di tutta lIntendenza.

Mossa certamente corretta, ma nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che
non sarebbe stato opportuno rivelare: lIntendenza aveva dovuto gestire anche un ingente
finanziamento della Massoneria britannica, in piastre doro turche, che aveva favorito
larrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche; limmobilit,
insomma, che aveva paralizzato lEsercito e soprattutto la Marina borbonica. Ippolito Nievo,
quindi, sarebbe perito nel naufragio doloso del piroscafo Ercole, affinch i conti della spedizione
garibaldina non rivelassero tale non disinteressato aiuto e, men che meno, la sua provenienza.
Secondo Cesaremaria Glori, Giuseppe Garibaldi, affiliato alla Massoneria sin dal 1844, non
poteva essere alloscuro degli avvenimenti della notte fra il 4 e 5 marzo: starebbe l a dimostrarlo
il tono freddino e stranamente burocratico della lettera di condoglianze, firmata dallEroe dei
due Mondi e indirizzata alla famiglia Nievo. E neppure lo era il console amburghese Hennequin,
che a Palermo curava gli interessi del Governo di Londra: costui avrebbe cercato di dissuadere
Nievo dallimbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente non era uomo da abbandonare il
Rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto, e neppure comprese il
criptico messaggio dellannunciato disastro: ignorava che quel rendiconto non doveva vedere la
luce, perch avrebbe rivelato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno
delle Due Sicilie.
Il caso, comunque, non pu dirsi ancora chiuso.

Cap. II
Dai moti contadini al brigantaggio antiunitario
Nel febbraio del 1861, negli stessi giorni che vedevano il Parlamento del nuovo Regno dItalia
riunito per la solenne proclamazione dello Stato unitario, le regioni meridionali del Paese stavano
entrando in una pericolosa situazione di fermento e resistenza, che sembrava voler mettere in
discussione la realt di quella unificazione. E proprio mentre Vittorio Emanuele II, a Torino, con
legge 17 marzo 1861, assumeva per s e per i suoi successori il titolo di Re dItalia, in una
lontanissima provincia lucana, tra Melfi e Ripacandida, il pastore ribelle Carmine Donatelli,
detto Crocco, era acclamato come un liberatore ed accolto con onori trionfali, al grido di viva
Francesco II, dalle popolazioni dei centri che andava occupando e liberando con le sue
truppe.
Sulla scena meridionale, durante lavanzata di Garibaldi verso il nord e fino al momento della
definitiva sconfitta borbonica, si erano presentati moti contadini, ma, almeno in quella primissima
fase, sarebbe stato difficile attribuire loro un carattere dinsorgenza o di resistenza politica. Lo
stesso banditismo, del resto, non era cosa nuova in quelle regioni: piuttosto ben conosciuto come
fenomeno endemico in certe particolari zone, comprese alcune aree periferiche dello Stato
pontificio, aveva caratteri sociali, rappresentava in parte la maniera stessa di sopravvivere di
alcune frange non trascurabili di quella societ contadina, e si caratterizzava per una continuit e
una permanenza che finivano, paradossalmente, per ridurne in gran parte la valenza ribellistica e
il potenziale significato politico. E lesperienza dellultimo secolo aveva anche mostrato come
esso si risvegliasse particolarmente nel corso di agitazioni sociali e in occasione di crisi di
potere o di regime.
Sembrarono, dunque, queste, delle buone ragioni per non prendere in seria considerazione le
turbolenze ed i moti ribellistici, che si erano manifestati, in modo apparentemente episodico, in
quasi tutto il territorio del Regno, durante limpresa garibaldina. Ma la sottovalutazione si spinse
troppo oltre, si protrasse troppo a lungo e, unendosi ad uninsufficiente visione politica della
realt meridionale, dette luogo a non pochi e non piccoli errori, di ordine essenzialmente politico
e militare, e tutti riconducibili, a ben vedere, ad una serie di preoccupazioni, che nulla o poco
avevano a che fare con le vere cause della guerriglia meridionale.
Che al fenomeno, nel suo insieme, venisse dato il nome di brigantaggio, il quale nel linguaggio
penalistico allora corrente designava la versione associata del banditismo di strada, segnala
lattitudine riduttiva a non valutare attentamente la natura di quella diffusa sollevazione, che se
non nasceva, come pure qualcuno pretendeva, da un movimento politico antiunitario, neppure
poteva essere ridotta, puramente e semplicemente, ad unordinaria manifestazione di criminalit
comune, sia pure straordinariamente ampia.
In una polemica che contrappose, nellestate del 1861, Massimo DAzeglio a Bettino Ricasoli
sono gi raffigurate le due posizioni.
Il primo vedeva nel brigantaggio la prova dellostilit delle popolazioni meridionali allunione
col resto dItalia. In una lettera a Carlo Matteucci, scriveva: ci vogliono, e pare che non
bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed notorio che, briganti e non briganti, tutti non ne
vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? io non so niente di suffragio, ma so che

di qua dal Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di l s. Dunque deve essere corso qualche
errore Ad italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, non abbiamo diritto di
dare archibusate.
Temendo che una simile posizione, rappresentativa di sentimenti non isolati, potesse favorire
ripensamenti antiunitari, appoggiati in quella fase da Napoleone III, Bettino Ricasoli replic
subito e, cercando di negare valore politico a quanto stava accadendo nel mezzogiorno, riduceva
il brigantaggio ad un fatto di comune delinquenza dovuta alle responsabilit del passato regime,
strumentalizzato dal revanscismo reazionario e pontificio, alimentato dalla diaspora del vecchio
esercito borbonico.
Sebbene desse del brigantaggio un quadro piuttosto superficiale, Ricasoli era nel giusto quando
affermava che esso non era di per s un fatto politico, ma un fatto sociale, sfruttato politicamente
dai reazionari. Mentre sbagliava DAzeglio, nonostante il suo richiamo al principio democratico
del consenso popolare, presentando il brigantaggio come uninsurrezione antiunitaria.
In ogni caso, ci che quella classe dirigente non voleva o, forse, non poteva vedere, al di l delle
differenze di orientamento o di sensibilit presenti al suo interno, era che quella guerriglia si
dirigeva contro lordine sociale costituito, comunque rappresentato, e contro la propriet e le
pretese dei galantuomini. I notabili locali, infatti, avevano approfittato, quasi sempre
illegalmente, delle leggi eversive della feudalit entrate in vigore allinizio del secolo, le quali
avrebbero dovuto assicurare la redistribuzione equa e larga dei demani feudali tra ex baroni,
Comuni e cittadini, secondo precisi meccanismi di quotizzazione, ma che erano stati usurpati o,
comunque, gestiti a loro profitto dai galantuomini, cui era confidato il controllo dei Comuni. Col
passaggio di mano delle terre, peraltro, erano peggiorate le condizioni di vita nelle campagne, a
causa della perdita dei non pochi privilegi che la logica stessa degli assetti feudali di antico
regime assicurava anche ai contadini.
Le ragioni sociali dellesplosione della guerriglia brigantesca nel Mezzogiorno, vennero, talora,
fraintese e, talaltra, temute, proprio poich comprese. Lo Stato unitario, del resto, per quanto esse
fossero degne e comprensibili, specialmente a fronte della pronta strumentalizzazione da parte di
borbonici e clericali, decisi a trasformare quellinsurrezione, delle cui cause erano i primi
responsabili, in un fenomeno di reazione sanfedista, doveva necessariamente reagire: abbassare
le armi sarebbe stato un cedimento alla reazione europea e avrebbe significato laccettazione di
rimettere in discussione i risultati ai quali, fino ad allora, era approdato il movimento liberale e
nazionale italiano.
Le armi non furono abbassate, tuttavia, nella logica della lotta contro il brigantaggio, per un verso
le preoccupazioni politiche del governo di Torino, non ultima la presenza di democratici a
Napoli, e, per laltro, la sua incapacit di comprendere la realt meridionale nel suo complesso,
condussero a decisioni che si rivelarono rovinose. Prima fra tutte, lo scioglimento dellesercito
meridionale di Garibaldi, negli ultimi mesi del 1860, imposto dai moderati, proprio mentre la
sollevazione contadina andava prendendo forma, con conseguente intollerabile indebolimento del
fronte della repressione, gi sguarnito.
Il congedo del vecchio esercito borbonico, forte di centomila uomini, con possibilit per gli
ufficiali di arruolarsi nellesercito italiano e il contemporaneo licenziamento di sottufficiali e
truppa, fu laltro dissennato provvedimento che corse praticamente in soccorso delle bande che

avevano cominciato a formarsi, quando esse stavano incontrando le prime serie difficolt di
reclutamento: pochissimi furono gli ufficiali che entrarono in servizio attivo sotto la nuova
bandiera; moltissimi, invece, gli sbandati di bassa forza, in maggioranza di origine contadina e
condannati, di fatto, alla disoccupazione e soggetti spesso a vessazioni da parte dei liberali, che
andarono ad ingrossare le file delle bande, diventandone talora capi famosi. Come se poi non
bastasse, un decreto del 20 dicembre 1860 richiam alle armi oltre settecentomila giovani, di cui
soltanto ventimila si presentarono regolarmente, mentre gli altri, comera prevedibile, divenuti
fuori legge per renitenza, si diedero alla macchia, ingrossando le bande gi esistenti o
costituendone di nuove.
Questi non furono, tuttavia, gli errori pi gravi imputabili al governo italiano, quanto piuttosto
quelli di carattere strategico, quali il disinteresse o, peggio, sostanziale spirito di boicottaggio,
con cui vennero riprese le operazioni di quotizzazione delle terre, sulla base dellancora vigente
legislazione borbonica e linsufficiente politica di lavori pubblici avviata fin dal 1860 per
alleviare la diffusissima disoccupazione, che pure fall per linettitudine di unamministrazione
incapace di gestirla convenientemente.
Certo, non era possibile adottare, in pochi mesi, tutti i provvedimenti di riforma ed i programmi
dinvestimento che sarebbero stati necessari per rimuovere le cause profonde del malessere
meridionale; n una riforma agraria, che pure avrebbe rappresentato la migliore fra le vie
duscita, ammesso che fosse stata nelle intenzioni, poteva improvvisarsi in tempi cos brevi. Si
rest, tuttavia, ben al di qua di tutto questo.
I vari plenipotenziari nominati dal governo di Torino, da Luigi Carlo Farini a Gustavo Ponza di
San Martino, da Enrico Cialdini ad Alfonso La Marmora, non si curarono minimamente delle
cause strutturali del brigantaggio n pensarono affatto al pur minimo intervento riformatore,
preoccupati unicamente di tener viva la pregiudiziale antidemocratica, quantunque implicasse di
dover pagare un alto costo in termini sia tattici sia strategici, e di dar corso ad attivit lato sensu
militari, perch meglio sarebbe definirle poliziesche, nel senso pi deteriore, specie nella
prima fase della repressione.
Questo comport che nella lotta al brigantaggio, almeno allinizio, fossero adottati metodi non
soltanto assolutamente inefficaci, tali da inasprire la resistenza del nemico, ma, prima dogni altra
cosa, arbitrari ed illegali, inutilmente vessatori, feroci e terroristici, ispirati addirittura ai principi
dellintimidazione generalizzata e del ricatto, della punizione indifferenziata, della rappresaglia,
della fucilazione dei prigionieri, della terra bruciata. Sono ributtato scriveva alla famiglia
dallIrpinia il tenente Giovanni Negri, futuro sindaco di Milano, da questa guerra atroce e bassa,
dove non si procede che per tradimenti e intrighi, dove spogliamo il carattere di soldato per
assumere quello di sbirri.
Lazione durissima e non del tutto priva di efficacia del dittatore Enrico Cialdini era iniziata
con lespulsione di elementi reazionari: nobili legittimisti, ex militari borbonici, un gran numero
di preti ribelli e ben settanta vescovi, fuggiti o arrestati per complicit in fatti di brigantaggio che
comprendevano gravi episodi di stragi, devastazioni e saccheggi; era proseguita con
larruolamento di guardie nazionali mobili e lavvio di una repressione senza quartiere
dellinsurrezione contadina, attraverso spedizioni punitive, incendi di villaggi e di boschi,
rappresaglie: in soli sei giorni, nel teramano, le fucilazioni furono cinquecentoventisei.

Nellestate del 1861, oltre centoventimila erano gli uomini impegnati nella repressione, con dubbi
risultati. Il brigantaggio sub colpi allapparenza decisivi: circa seimila i banditi messi fuori
combattimento, tanto che le strade e le citt tornarono sotto il controllo delle truppe, ma i boschi e
i monti restarono in mano agli insorti, e da l riprese vita, allinizio del 1862, la guerriglia, con le
bande guidate da Crocco, Tortora, Giuseppe Caruso, Ninco Nanco, Paolo Serravalle, Schiavone,
Sacchetiello, Totaro, Antonio Cotugno e molti altri ancora.
Passato, frattanto, il comando della repressione al generale Alfonso La Marmora, questi dovette
fare i conti con Garibaldi, che marciava verso Roma: lepisodio dellAspromonte fu occasione
propizia per la proclamazione di uno stato dassedio, la quale, pur senza produrre grandi risultati,
facilit le operazioni militari, ma sottrasse anche risorse e attenzione alla lotta contro i briganti,
creando spazi per le loro imprese in altre regioni della Basilicata e della Puglia, dove si
formarono le bande al comando di Masini e di Romano.
Alla fine del 1862, quasi la met di tutto lesercito italiano era impegnata in armi nel sud del
Paese, per una gigantesca impresa, di cui non si intravvedeva ancora la fine e sulla quale, da ogni
parte, si esprimevano riserve e perplessit, quando non si levavano addirittura apertamente dure e
motivate critiche.

Cap. III
Lo scandalo delle Ferrovie Meridionali
I vari Stati preunitari, prima del 1859, avevano costruito, nel complesso, 1.759 chilometri di
strade ferrate e la tendenza era di metterne in opera molti altri: si era visto che in altri Paesi
europei questo mezzo di trasporto stava sostituendo completamente, nel trasporto di merci e anche
persone, le carrozze con i cavalli.
La mancanza di ferrovie, in Sicilia, penalizzava lesportazione dei suoi due beni fondamentali: il
grano e lo zolfo. Il governo borbonico, pur avendo commissionato a un gruppo dingegneri belgi
lo studio dei costi e della fattibilit dei collegamenti tra Palermo e Bagheria e tra Licata e
Caltanissetta, era restio, per, a ricorrere a capitali esteri: temeva di far fare alla Sicilia la stessa
fine della Sardegna, in cui gli affari di Stato venivano gestiti dai Rothschild, che gi
controllavano le ferrovie della Lombardia e dellItalia centrale.
Era il 24 agosto 1860, quando Francesco II di Borbone si convinse finalmente a firmare una
concessione per la costruzione dellintera rete ferroviaria meridionale, a favore di una societ
internazionale, formalmente rappresentata da Gustave Delahante, ma dietro la quale cera sempre
il gruppo Rotschild. Sbarcato in Sicilia, Garibaldi volle affidare il medesimo progetto a due
banchieri livornesi, tra i finanziatori della sua spedizione, Pietro Antonio Adami e Adriano
Lemmi. Questultimo, grande amico anche di Mazzini, al quale era stato vicino durante la
Repubblica romana, e finanziatore della fallita spedizione di Pisacane, nel 1885 sarebbe
diventato Gran Maestro della Massoneria italiana.
Mediatore discreto, ma non per questo meno influente, tra i due banchieri e Garibaldi fu un altro
toscano, Antonino Mordini, nominato nel frattempo Prodittatore in Sicilia.
Lintero gruppo dirigente del Partito dAzione, da Crispi a Bixio, da Bertani a Cattaneo,
condivise laccordo, il cui obiettivo era coniugare democrazia, laicismo e sviluppo economico.
Una volta che laffaire delle ferrovie meridionali approd in Parlamento, qualche deputato fece
notare che Garibaldi aveva assunto impegni che eccedevano dai poteri eccezionali della dittatura,
con la conseguenza che si pervenne, grazie anche alla mediazione di Carlo Cattaneo, ad una
revisione del decreto relativo alla concessione, in modo da salvaguardare le prerogative
parlamentari.
Lo scandalo, tuttavia, era scoppiato allorch il giornale napoletano Il Nazionale pubblic i
capitolati del progetto: la societ AdamiLemmi aveva lucrato cento milioni di ducati oltre i primi
previsti dal contratto, che per giunta era molto pi oneroso per lo Stato di quanto lo sarebbe stato
quello con la compagnia Talabot-Delahante. Mentre in seguito a ci il nuovo Ministero di
Napoli si dimetteva, Antonio Adami e Adriano Lemmi correvano ai ripari: per un verso,
finanziando o addirittura fondando una quindicina di giornali che prendessero le loro difese, a
Palermo, Napoli, Genova, Firenze e Milano; per laltro, dichiarandosi disponibili a concedere
alla societ francese Delahante le linee ferroviarie di Puglia e Abruzzi.
Quando, per, Cavour era riuscito a estromettere Garibaldi dalla gestione del Mezzogiorno,
Antonio Adami e Adriano Lemmi furono sostituiti a favore della Societ Vittorio Emanuele,
costituita con capitale interamente francese, che ottenne la concessione delle linee calabro-sicule,

in vista dello sfruttamento dei centri minerari di zolfo dellisola, che erano allora molto
importanti.
Il piano di Cavour, comunque, non aveva potuto realizzarsi: i capitalisti francesi dovettero
abbandonare laffare, a causa dellinsurrezione delle popolazioni meridionali contro legemonia
piemontese. Ne era conseguito, complice anche il dissesto finanziario della Societ Vittorio
Emanuele, che lAdami-Lemmi venisse reinserita nella concessione, allo scopo di realizzare i
tratti ferroviari di Taranto-Reggio Calabria, Messina-Siracusa e Palermo-Catania (oltre 900 km in
tutto).
Dei due soci, per, fu il solo Lemmi a concludere proficuamente loperazione: lAdami non
godeva di appoggi altrettanto potenti e, quando si trov in gravi difficolt finanziarie, dovette
cedere la propria quota azionaria, finendo per fare il magazziniere della Regia Manifattura dei
Tabacchi, il cui appalto era stato ceduto, a condizioni di monopolio, proprio al Lemmi.
Successivamente, la parte del leone lavrebbe fatta la Societ per le Ferrovie del Sud, guidata
dallonorevole Pietro Bastogi, riuscita a creare una cordata tutta nazionale, ma che non avrebbe
potuto evitare scandali ancora pi grandi. In ogni caso, per decenni, sulla costruzione delle
ferrovie ci avrebbero speculato in molti: sovrani e ministri, mafie e logge, partiti e fazioni.

Cap. IV
A banca o sciulo
Nelle prime ebbrezze della libert e di una prosperit relativa, nel nostro Paese si registr una
eccessiva confidenza nelle proprie forze economiche. E di esse si fin per abusare, lasciando che
i pericolosi strumenti del credito corressero per mani inabili e disoneste, senza alcuna
precauzione. Per questo simposero le banche usura nel Mezzogiorno, come pi tardi, in
Sardegna, le banche pseudo-agricole e industriali, mentre innumerevoli istituti, privi di base e
senza capitali, serano diffusi ovunque, sfruttando lancora ingenua fiducia del pubblico.
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto
semplicemente come conte di Cavour o Cavour, ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852,
capo del governo dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861, quindi, nello stesso 1861, con la
proclamazione del Regno dItalia, primo presidente del consiglio dei ministri del nuovo Stato,
carica con la quale mor, il 6 giugno di quellanno, il Sud, probabilmente, non lo voleva. Quando,
tuttavia, Garibaldi glielo regal, e Francesco Crispi gli comunic lammontare dei depositi in
argento e doro della Sicilia e di Napoli, oggi, diremmo, rimase basito: i forzieri del Banco di
Sicilia e del Banco di Napoli, le casse, le case, i muri delle case, i cessi delle case, e perfino i
giardini delle case dei galantuomini siciliani e napoletani traboccavano di monete doro e
dargento.
Un tesoro smisurato, che avrebbe potuto cambiare per sempre i destini del Sud, dellItalia e della
dinastia, se gli ultimi tre Borbone avessero disseminato il regno delle Due Sicilie di sportelli
bancari e promosso investimenti strutturali per la costruzione di strade, porti, ferrovie e scuole.
Ma non erano stati una dinastia liberale. Cos che quel tesoro venne portato al Nord, per pagare i
debiti che il Piemonte aveva contratto per la guerra del 1859.
N manc in Parlamento chi dicesse che era giusto cos: il Sud era obbligato a offrire
generosamente il suo oro ai signori liberatori, per ringraziarli del dono della libert. A drenare,
definitivamente, a vantaggio del Nord, quello che restava della liquidit finanziaria di Napoli e di
Palermo, ci pens Pietro Bastogi, banchiere livornese, chiamato dal Cavour, ai primi di aprile del
1861, a fare parte del governo, quale titolare del dicastero delle Finanze, iniziatore della politica
economico-finanziaria della destra storica, diretta prevalentemente alla edificazione delle
strutture amministrative e militari dello Stato, ma caratterizzata dalle economie realizzate
falcidiando i bilanci dei dicasteri sociali, e, sul piano delle entrate, con laccentuazione della
fiscalit indiretta e la negoziazione dei titoli pubblici.
Il dissanguamento avvenne nel silenzio dei politici meridionali: quasi nessuno apr bocca quando
venne decretata lunificazione monetaria, nel segno della lira piemontese, n quando si stabil che
un ducato napoletano equivaleva a lire 4,22; n quando, nel 1866, venne imposto il corso forzoso
della moneta, per cui, di fatto, la lira non era convertibile in metallo prezioso.
I galantuomini napoletani che disponevano ancora di liquidit si spaventarono e proprio sul
loro spavento e sulla nascente mania dei giochi finanziari costru la propria fortuna Guglielmo
Ruffo, principe di Scilla, fondatore della prima banca-usura e promotore di un fenomeno, che, in
un anno, rovin migliaia di risparmiatori, distrusse leconomia di una citt gi disastrata e le
illusioni di chi progettava di costruire anche a Napoli una cultura finanziaria moderna.

Nellautunno del 1869, il principe incominci a rastrellare capitali, che nel gennaio del 1870
ammontavano, secondo il prefetto di Napoli, a 19 milioni di lire: un fiume di danaro, che
Guglielmo Ruffo convogli nelle sue casse promettendo di restituire, dopo il corso di 20 giorni,
in oro, il medesimo valore che era stato dato in biglietti di banca, senza porre a calcolo laggio
che allora ascese fino al 18%. Per mesi la promessa fu mantenuta e gli interessi pagati
puntualmente con i capitali freschi raccolti.
Fu una follia finanziaria di proporzioni inusitate: nel 1870 funzionavano a Napoli almeno 60
banche-usura e il primato della Ruffo veniva attaccato dalla banca Costa, che aveva conquistato
la fiducia e i soldi degli speculatori del Vesuviano e del Nolano; ma, sul finire del 1870, la bolla
esplose: i giornali controllati dal Governo e dai banchieri incominciarono a diffondere
chiacchiere, dubbi e sospetti; gli investitori, impauriti, chiesero la restituzione dei capitali; Ruffo
non riusc a fronteggiare lemorragia, anche perch il mercato dellolio e del grano, su cui egli
aveva investito, entr in travaglio proprio quando part lattacco mediatico e fu il panico.
Lespressione a banca o sciulo ha finito per indicare il luogo in cui si puniscono gli stupidi
che, spinti dallavidit, fanno societ con i truffatori.

Cap. V
Laffaire Rega dei Tabacchi
Dopo sette anni appena dallunificazione, il nuovo Regno dItalia era gi sullorlo della
bancarotta, essendosi dovuto assumere il debito pubblico degli Stati preunitari e avendone
ulteriormente dissanguato le casse la guerra allAustria, conclusasi con lannessione del Veneto,
grazie ai successi dellalleata Prussia, nonostante le pessime figure fatte dallEsercito italiano a
Custoza e dalla Marina a Lissa.
I sondaggi condotti dal governo, presso banchieri italiani ed esteri, per il reperimento del denaro
necessario ad evitare la bancarotta, avevano dato esito negativo: tale era il disavanzo pubblico,
che nessuno intendeva concedere prestiti. Almeno secondo la versione del governo, presieduto da
Luigi Federico Menabrea, uomo di assoluta fiducia dei Savoia Carignano, gi aiutante di campo
di Vittorio Emanuele II, la clamorosa soluzione adottata, impegnare, cio, il monopolio dei
tabacchi, appaltandolo ad ambienti finanziari privati, era da considerarsi dunque obbligata.
Inevitabile che la proposta, oltre alla scontata reazione negativa dei deputati dellopposizione,
suscitasse perplessit e critiche anche tra i parlamentari governativi.
Il promotore delloperazione, il marchese Luigi Guglielmo Cambray Digny, esponente della
grande propriet terriera, ministro delle finanze, per uscire dallimbarazzo, aveva applicato il
principio, ancor oggi di gran moda, per il quale quando si vuole imporre una certa scelta, meglio
contrabbandarla come una riforma: forte del fatto che, nella conduzione della Rega dei Tabacchi,
cerano sprechi, inefficienza, sacche di parassitismo, motiv con lesigenza di risanare e
razionalizzare lazienda laffidamento della Rega a una associazione di capitalisti, la quale,
svincolata dai molti legami e tradizioni degli uffici governativi, potesse sradicare gli abusi,
procedere a decisive riforme, ed avere linteresse privato a sprone nellintrodurvi quelle norme e
quei sistemi pi semplici e capaci di cavarne un prodotto maggiore (Sergio Turone, Politica
ladra. Storia della corruzione in Italia, 1861-1992, Bari, 1992).
Patrono delloperazione Rega, nel campo dellalta finanza, era stato il banchiere Domenico
Balduino, amministratore delegato del Credito Mobiliare, il quale aveva messo insieme un
gruppo di finanzieri interessati allaffare, che si preannunziava ghiotto e che tale sarebbe stato.
Allorgia di quelle che, negli anni Novanta del secolo scorso, le cronache della corruzione hanno
definito tangenti, e che nel linguaggio di allora si definivano zuccherini, avevano partecipato
sicuramente personaggi di primo piano della politica e dellambiente bancario.
Il Presidente del consiglio Menabrea, che una ventina di anni dopo, divenuto ambasciatore a
Parigi, avrebbe dimostrato unestrema disinvoltura nel coltivare interessati rapporti con affaristi
di fama dubbia, era uomo tuttaltro che al di sopra di possibili sospetti. Il brasseur daffaires
Cornelius Herz, il cui nome si ritrover nelle polemiche seguite allo scandalo della Banca
Romana, e che aveva ricevuto da Crispi unimportante onorificenza italiana, era stato presentato
proprio dallambasciatore Menabrea allintelligente e graziosa sposa dellillustre primo ministro
dItalia, cio alla signora Lina Crispi; lo stesso Cornelius Herz, come sarebbe addirittura emerso,
in termini certi, per acquisirne quella benevola mediazione, aveva fatto a Menabrea il favore di
assumere come impiegato, in una propria azienda, un figlio dellambasciatore, con lo stipendio,
allora favoloso, di mille lire al mese.

La convenzione fra il ministro delle finanze Cambray Digny e il gruppo rappresentato dal
banchiere Domenico Balduino, partecipato dalla Societ Generale del Credito Mobiliare Italiano,
dal gruppo Stern di Parigi, Londra e Francoforte e dal gruppo della Banque de Paris, era stata
firmata il 23 giugno 1868.
Sulla base di quellintesa, dal gennaio successivo una societ anonima privata avrebbe gestito il
monopolio dei tabacchi per venti anni, successivamente ridotti a quindici, in cambio di
unanticipazione di 180 milioni di lire, un canone fisso annuale e una partecipazione agli utili pari
al 40%. Sebbene fosse scontato lassenso del Senato, che, non essendo organismo elettivo,
esprimeva in pieno le posizioni governative, per la validit della convenzione era necessario
assicurarsi, invece, il s della Camera.
I deputati furono convocati, nella sede fiorentina di Palazzo Vecchio, il 4 agosto 1868. Era gi
tempo di vacanza, ma il governo aveva fretta di concludere. La seduta, durata quattro giorni, era
stata assai movimentata. Molti e autorevoli gli interventi contrari alla proposta ministeriale. Il
presidente della Camera, Giovanni Lanza, era sceso dal suo seggio per poter parlare come
semplice deputato, per criticare duramente loperazione: Col combattere questa proposta di
legge disse difendo gli interessi generali delle Finanze; attacc il sistema degli appalti in
materia di imposte, perch aveva dato sempre gli stessi risultati: appaltatori impinguati, finanze
stremate, ira popolare, rivoluzione e concluse: Signori, vi siete informati in prima in che
condizione sia il Credito Mobiliare, quale sia il suo capitale effettivo, quale sia il corso delle sue
azioni, desuoi titoli, quali sono gli affari che ha fatto da che fu istituito e come li abbia
condotti?. Anche Urbano Rattazzi aveva preso posizione contro la proposta, ma paradossalmente
il suo intervento aveva finito col giocare a favore della proposta Cambray Digny. Appariva
inevitabile, infatti, in caso di bocciatura parlamentare della convenzione, la caduta del governo,
ed era molto diffuso il timore di un possibile ritorno al potere dello stesso Rattazzi, il cui nome
era legato a due esperienze governative non certo felici.
Mentre circolava insistente la voce che il ministro delle finanze, su esplicito suggerimento del
banchiere Domenico Balduino, avesse provveduto a corrompere taluni deputati indecisi per
assicurarsene il voto, il clima di sospetto accresceva la tensione.
A fronte di una proposta di sospensiva, respinta con lieve margine, 182 voti contro 201, per
protesta, Giovanni Lanza sera dimesso immediatamente dalla presidenza della Camera. Le voci
correnti nel pubblico trovavano credito, anche perch un personaggio di riconosciuta seriet come
Giovanni Lanza era venuto a conoscenza di fatti che ponevano il problema del monopolio
tabacchi in una luce diversa da come laveva presentato Cambray Digny.
I si dice non avevano risparmiato Vittorio Emanuele II: il suo zuccherino, secondo le voci,
sarebbe stato di 6 milioni. Della propensione al guadagno facile dimostrata dal generale
Menabrea si gi detto. Quanto al ministro Cambray Digny, manovratore principale della
operazione, era inevitabile che fosse stato oggetto di sussurro. Cera poi il ministro della giustizia
Michele Pironti, che, a giudicare dallinsistenza con cui intervenne sui magistrati, potrebbe essere
stato sulla lista dei corrotti. E quanti altri ministri? Quanti deputati?
Con I misteri di via dellAmorino (Rizzoli, Milano 2012), Gian Antonio Stella racconta con
intelligenza ed estro questo scandalo misterioso e lontanissimo, che sembra gettare una luce
sinistra sui delitti di oggi.

Il Natale del 1868, il Gazzettino Rosa di Milano aveva pubblicato un articolo furioso.
Qualche giorno prima, il deputato Luigi Zini, che proveniva dalla magistratura, aveva mandato
una lettera al Lanza: Si assevera che, per laffare dei tabacchi, furono distribuiti diversi milioni,
dei quali sei al re, e due tra sessanta deputati.
Poi si era diffusa la voce che non meno di sei milioni si fossero distribuiti per comperare voti di
deputati, che in numero di sessantacinque avevano messo al traffico la propria coscienza.
Era anche risultato che allestero alcuni banchieri si erano offerti di concedere allo Stato italiano
il necessario prestito, senza chiedere in cambio la privatizzazione della Rega e, in proposito, ci
si chiedeva perch il governo avesse fatto ricorso alla soluzione estrema.
Erano giorni di altissima tensione.
Le piazze italiane erano percorse da cortei contro la tassa sul macinato, in vigore dal 1 gennaio
1869. Sassaiole, cori contro il governo, cariche di carabinieri a cavallo, morti e feriti. Francesco
Crispi sosteneva che si trattava di unimposta progressiva, non in proporzione della ricchezza, ma
della miseria. Malgrado le aspettative del governo, la tassa avrebbe reso quellanno solo 28
milioni: circa un terzo rispetto ai 75 milioni previsti.
Qualche mese dopo, Giuseppe Ferrari, repubblicano e federalista, aveva preso la parola alla
Camera: Io chiedo nellinteresse di tutti e del Paese di aprire uninchiesta sui fatti relativi alla
Rega dei Tabacchi.
Il 5 giugno, il maggiore Cristiano Lobbia, un onesto deputato proveniente dalle file garibaldine,
aveva sollevato due grossi plichi chiusi con cinque sigilli rossi e li aveva agitati in aria:
Annunzio solennemente alla Camera che posseggo dichiarazioni di testimoni, superiori a
qualsiasi eccezione, le quali dichiarazioni sono a carico di un deputato nostro collega, e si
riferiscono a lucri che avrebbe percepito nelle contrattazioni della Rega dei Tabacchi.
La commissione, composta di uomini della Destra, del Centro e della Sinistra, era stata eletta; e il
Lobbia convocato per il 16 giugno, per spiegare cosa ci fosse in quei plichi misteriosi.
La vigilia della convocazione, alla mezzanotte del 15 giugno, il Lobbia transitava per via
SantAntonio e stava per voltare in via dellAmorino, dove abitava un suo amico, quando un
uomo usc dallombra, gli si avvent di fronte e gli vibr un colpo di stile diretto al petto.
Il ferito era stramazzato a terra: lassassino gli si era avventato di nuovo contro, per vibrargli un
secondo e poi un terzo colpo alla testa. Alla fine, il Lobbia era riuscito ad alzarsi in piedi,
voltarsi e sparare due colpi di pistola verso lassassino, che era fuggito, probabilmente ferito.
Raccolto nella casa dellamico, il Lobbia aveva ricevuto le prime cure da parte di un medico, il
quale aveva repertato a suo carico ferite non mortali.
Come nella migliore tradizione, fallito il tentativo di eliminazione fisica, sera fatta impellente la
necessit di screditare lo scomodo deputato: mentre per un mese, dopo laggressione, Cristiano
Lobbia venne continuamente seguito e spiato da strani figuri, che sparivano dietro gli angoli delle
strade, o sbucavano improvvisamente sulle scale, la magistratura simpegn alacremente
nellopus di demolizione della credibilit sua e di quella dei suoi amici, i quali avevano costretto
il Parlamento a votare linchiesta; e finalmente, il 12 settembre 1869, Lobbia ricevette due
mandati di comparizione, in cui gli si ordinava di presentarsi al tribunale il 15 settembre, per
rispondere dellimputazione di simulazione di delitto.
Il processo alla vittima era cominciato il 26 ottobre, col tribunale che non accordava una

dilazione ai difensori per leggere le carte; rifiutava la necessaria autorizzazione della Camera
prevista dallo Statuto albertino; impediva il ricorso di Lobbia in Cassazione. Poich, secondo la
tesi maggiormente accreditata, limmunit parlamentare valeva soltanto nel corso delle sessioni
della Camera, incombendo la riapertura della Camera, il tempo a disposizione del tribunale era
pochissimo, perci, tenne udienza tutti i giorni della settimana, mattina e pomeriggio, compresi i
sabati, e persino il 2 novembre. Tra i testimoni, i caffettieri, le domestiche, i fornai, i falegnami, i
facchini, gli studenti e tre generali davano ragione a Lobbia; e quasi tutti rivelavano pressioni e
minacce da parte della polizia perch cambiassero versione. Testimoni dellaccusa, un sarto
sepolto di debiti e ricattabile, la padrona, le ospiti e le cameriere di una casa di tolleranza, una
poveretta che non era in grado di essere interrogata perch distrutta dalla sifilide, poliziotti e
mogli di ispettori di polizia, guardie daziarie, funzionari di questo o quel ministero, tutti
sottoposti alle prepotenze dei superiori. Immersa in unatmosfera di veleni, di sospetti e
dinsinuazioni, la corte aveva letto il suo verdetto il 15 novembre 1869, due giorni prima della
riapertura della Camera.
Tranne uno, tutti gli imputati furono dichiarati colpevoli. A Cristiano Lobbia, accusato di essersi
inventato tutto perch venne a trovarsi nellassoluta necessit di scuotere fortemente con qualche
fatto la pubblica opinione, veniva inflitta la pena di un anno di penitenziario militare. Ai suoi
amici vennero inflitte pene detentive a sei e a tre mesi.
Molte citt dItalia, a partire da Torino, erano state invase da manifestanti, che sventolavano la
bandiera italiana gridando: Viva Lobbia! Viva Lobbia!.
In occasione del parto di Margherita di Savoia, che diede alla luce il futuro Vittorio Emanuele III,
il re aveva deciso di concedere unamnistia. Ma Lobbia e i suoi amici lavevano rifiutata:
volevano un nuovo processo, per dimostrare la propria innocenza.
Il nuovo processo, celebrato a Lucca, il 14 gennaio 1875, stabil che non esisteva alcuna prova
per dimostrare che lattentato era stato simulato da Lobbia. Ma la sua innocenza venne quasi
cancellata sui giornali, che avevano riportato, invece, con molto rilievo le accuse.

Cap. VI
La speculazione edilizia nella Roma postunitaria
Sino al 1870, Roma era una citt parassitaria, gran parte della sua popolazione viveva alla
giornata, pi di elargizioni che di lavoro, di attivit industriali quasi non cera traccia, e il modo
di amministrare del governo pontificio, laria che si respirava, erano tali da scoraggiare
qualunque iniziativa, sia politica che imprenditoriale.
Le testimonianze dei viaggiatori nella Roma, a prescindere dalle meraviglie e dagli stupori,
restituiscono limmagine di una piccola citt addormentata, inutile, in via di smobilitazione;
ancora in Stendhal ci sono notazioni del tipo: ad avere un minimo di civismo si muore avvelenati
di malinconia.
Secondo Massimo Birindelli (Roma italiana. Come fare una capitale e disfare una citt, DEA
Editrice Edizione E-Book, 2011), furono proprio i difetti di Roma a farla diventare capitale del
Regno: era isolata, quindi facilmente controllabile; aveva una borghesia politicamente e
numericamente debole e una popolazione poco incline alle rivolte, che invece imperversavano
nellex regno Borbonico. Ma era stata scelta anche per decentrare il potere dei Savoia da Torino,
cos da evitare che lItalia diventasse una copia dello Stato Sabaudo e per mettere allangolo Pio
IX, dichiarando in questo modo che il Regno dItalia dovesse essere libero dallinfluenza di altri
Stati europei e in particolare della Francia filo-papale. Insomma, Roma poteva essere la Capitale
perfetta: i Savoia lontani e il papa sotto controllo, niente operai riottosi, grandi masse di
poveracci inermi ed enormi guadagni derivanti dalla speculazione edilizia.
Lo spostamento a Roma della Capitale comport, per un verso, che vi si riversassero altri
centomila abitanti dove a stento se ne contenevano duecentomila, con lulterire duplice
conseguenza, che nella citt, colonizzata da impiegati e commercianti torinesi e fiorentini, i prezzi
e gli affitti degli immobili subissero un improvviso innalzamento, e che la parte agiata della
popolazione andasse ad abitare dove, in precedenza risiedeva la classe operaia, e la classe
operaia fosse ricacciata l dove mai essere umano aveva abitato; per altro verso,
laccentramento, col, di speculatori dogni sorta, i quali fiutavano nellaria il prossimo trionfo
dellaffarismo, mascherato sotto il gran nome della Terza Roma. E la speculazione edilizia, sin
dallannessione, fu il frutto di unalleanza strategica tra aristocratici proprietari terrieri e grandi
banchieri settentrionali, interessati a investimenti a breve termine e senza rischi, guidati dal
banchiere Pietro Bastogi, esponente di quella aristocrazia del denaro, che riusc a far valere, in
maniera pressoch incontrastata, il potere della ricchezza mobiliare e ad assicurarsi un ruolo
egemone nella direzione dello sviluppo economico.
I primi anni dopo il 1870 furono tutto un comprare e vendere terreni. A vendere erano il patriziato
romano e gli ordini religiosi, a comprare (o a rivendere) i gruppi finanziari venuti da fuori. In
breve si arriv al monopolio. Il numero dei proprietari si fece ancora pi esiguo di quanto non
fosse stato nella Roma papale. Si arriv al punto che gi nel 1875 una sola societ, la Compagnia
fondiaria italiana, era proprietaria di una superficie pari a un terzo dellintera area delimitata
dalle mura.
In queste condizioni inutile sia parlare di legge della domanda e dellofferta, nella
determinazione dei prezzi dei suoli, sia di piani regolatori: quelli approntati di volta in volta, non

fecero che registrare quanto desideravano o imponevano le grandi compagnie immobiliari e larga
parte dellamministrazione comunale divenne subito uno strumento della speculazione. A un certo
punto, ricorda Birindelli, si era palesata anche lidea di una citt nuova al di fuori delle mura, un
nuovo centro amministrativo che non intaccasse la citt vecchia. Ma essa venne abbandonata in
favore di una politica di manipolazione violenta del tessuto cittadino, che portava, ad esempio,
alla costruzione di Corso Vittorio Emanuele, per congiungere piazza Venezia a Castel S. Angelo,
radendo al suolo le case presenti lungo il suo percorso, nellesempio della Parigi rimodernata da
Haussman.
La citt si era quindi espansa lungo le antiche vie consolari, avendo di fatto leffetto opposto
rispetto a lasciare il centro intatto creando cos linconveniente di confermare sempre il nucleo
originario come baricentro di tutti i pesi umani, di traffico e di scambi dellintero aggregato. Far
convergere tutte le strade su Piazza Venezia, insieme alla costruzione di numerose caserme e ad
una seconda stazione ferroviaria oltre a quella di Termini, rientrava in un progetto preventivo, nel
caso di sommosse popolari.
Dato che i pi facinorosi erano gli operai si pens bene di evitare lindustrializzazione della citt,
attraverso la limitazione artificiosa delle aree utilizzabili per le attivit industriali; conseguente
loro altissimo prezzo; difficolt nelle forniture di forza motrice; lungaggini esasperanti nel
rilascio delle licenze; accorgimenti fiscali. E gli operai erano appositamente sistemati in quartieri
operai come San Lorenzo e Testaccio, che nelle intenzioni dei pianificatori della nuova capitale,
doveva essere una specie di ghetto, molto distante dal resto dellabitato e in particolare dai luoghi
prescelti per i grandi uffici pubblici e per le residenze borghesi. Dallalto del bastione di Paolo
III sarebbe stato facilissimo tenere sotto il tiro dellartiglieria tutto il quartiere. In attesa che
fossero fabbricate le case, tuttintorno si cominciarono a costruire il mattatoio, lampliamento del
cimitero, il porto fluviale, i grandi serbatoi dellofficina del gas, i mercati generali.
Gli eccessi edilizi furono sarcasticamente stigmatizzati da Cesare Lombroso (Il momento attuale,
Casa editrice Moderna, Milano 1903, p. 47): Passeggiando per la Roma moderna, e peggio per
la Roma ufficiale, e vi vedete la prova del grado a cui pu giungere la demenza megalomaniaca
nellarchitettura. Gli ospedali di Roma sono in istato di dissoluzione finanziaria: ma si eleva un
Policlinico che una vera citt, capace di ricoverare i malati di mezza Italia, e dove
impossibile ricoverare alcuno per la immensa spesa di manutenzione delledificio. La Banca
ridotta a una triste ipotesi, ma ledificio unimmensa fortezza incrollabile e che non differisce
dai massi giganteschi medioevali, se non per la profusione delloro degli ornati. () La giustizia
resa, come diceva lillustre Eula, un servizio che si rende ai potenti, una ipotesi, che dipende al
pi dalla maggiore o minore corruzione dei giurati, dalla maggiore o minore facondia di un
oratore. Ma ledificio che la deve rappresentare in Roma occupa due intere contrade e si stenta ad
abbracciarlo con gli occhi. Dove sian giunte le finanze del regno dItalia inutile dirlo, ma il
Palazzo delle Finanze una vera citt. Il momento che deve consacrare la memoria del gran re
(lallusione al Vittoriale, n.d.r.), una cos enorme montagna di marmi e di statue che si dispera
vederlo finito nemmeno in venti anni e che costa esso solo quanto basterebbe a nutrire per un anno
i contadini dItalia.

Cap. VII
I misfatti delle Opere Pie.
Nel 1880, fece clamore uninchiesta condotta sullamministrazione provinciale di Napoli, da
Carlo Astengo. Nellampia relazione fatta al presidente del Consiglio Agostino Depretis, datata
25 ottobre 1880, lIspettore generale Astengo rifer una serie innumerevole di abusi. Per esempio,
i controlli sulla gestione delle Opere pie erano approssimativi o addirittura inesistenti:
Recentemente si sono potuti approvare in blocco i conti di diciassette anni di una grande Opera
Pia per una spesa complessiva di quarantun milioni. Pi avanti Astengo rifer che somme ingenti
venivano distribuite in sussidi a persone di moralit dubbia e non bisognose, compresi
giornalisti, e aggiunse:
Si era anche adottato il sistema di dare ai deputati provinciali, al presidente del consiglio
provinciale, al direttore degli uffici, e perfino al prefetto, una somma in blocco per ciascuno di
essi affinch, in occasione della Pasqua e del Natale, ne facessero distribuzione ai rispettivi
poveri! Ci senza che alcuno dei distributori sentisse il bisogno di giustificare tali erogazioni
presentando almeno un elenco dei sussidiati e una qualsiasi quietanza.
Voluta e promossa da Agostino Depretis, dopo alcuni tentativi di riforma andati a vuoto, dei
ministri dellInterno Gerolamo Cantelli e Giovanni Nicotera, con regio decreto 3 giugno 1880,
venne istituita, una Commissione reale di inchiesta sulle Opere pie. Composta da personalit di
rilievo, tra cui Cesare Correnti, che ne assunse la presidenza, Luigi Luzzati e Paolo Mantegazza,
la Commissione reale lavor per ben nove anni.
Due le direttive di indagine: il censimento delle Opere pie esistenti e lindividuazione dei criteri
di gestione e di erogazione dei fondi. Le relazioni, in cui sono compendiati i risultati, occupano
ben nove volumi. Da essi emerge un dato allarmante, una realt generalizzata: il patrimonio
raccolto attraverso lasciti e donazioni era ingente, ma tanta ricchezza non dava i frutti sperati.
Anzi, i risultati erano alquanto modesti e Province e Comuni dovevano continuare ad integrare
lintervento delle Opere pie.
La legge del 1862, la gran legge in buona parte mutuata dal Regno Sardo, insomma, non aveva
dato i suoi frutti: gli enti servivano per lo pi ad alimentare se stessi, non i poveri cui lassistenza
era destinata; quando non succedeva che le beneficenze venivano usurpate, sottratte agli scopi
per i quali sono nate e dirottate altrove.
Il dibattito che si svilupp in Parlamento, sulla stampa, nel Paese, prima, contestualmente e dopo i
lavori della commissione reale, imponeva una riforma, i cui tempi sembrarono veramente maturi
soltanto sotto il ministero Crispi, per il quale la battaglia per la riforma delle Opere pie divent
programma prioritario, nonostante la forte opposizione in seno alle Camere, che provoc anche
una crisi di governo: Occorre disse Crispi regolarizzare lamministrazione delle Opere pie,
riordinarle con un prudente indirizzo di concentrazione, trasformare quelle che pi non
corrispondono alla civilt moderna. Ma il dibattito pesava e condizionava la riforma.
Tra chi rivendicava una legge organica che inquadrasse correttamente il problema complessivo
della beneficenza, delineando con chiarezza i compiti di Province e Comuni, innanzitutto, e chi
era irremovibile nel conservare le istituzioni cos come erano, lasciando inalterato lintero
sistema, Crispi scelse la strada del compromesso: la sola riforma delle Opere pie, per ribadirne

la loro natura pubblica, ampliando i poteri di intervento e di controllo dello Stato. Una riforma
che divent legge il 17 luglio 1890.
La maggior parte delle disposizioni introdotte da tale legge tendono a regolarizzare
lamministrazione delle Opere pie. Vengono sancite le responsabilit degli amministratori;
definiti rigorosamente i casi di incompatibilit; resi pi completi ed efficaci gli uffici di tutela e
sorveglianza. Lautorit tutoria ha lobbligo di ridurre, nellesame dei bilanci preventivi, le spese
eccessive di amministrazione e di personale. Si proibisce alla congregazione di carit di
accordare sui fondi propri o delle istituzioni poste sotto la sua amministrazione, pensioni vitalizie
ed assegni continuativi o elargizioni periodiche a persone non invalide. Tra i punti qualificanti
della riforma lobbligo di presentare alla approvazione della autorit tutoria anche i bilanci
preventivi delle Opere pie. Infine, viene accolto dal legislatore il voto pressoch generale di
concentrare o unificare le amministrazioni di beneficenza che non siano di grande entit o non
abbiano scopi speciali. Col concentramento nella congregazione di carit si rivendica al potere
civile tutta intiera la materia della beneficenza sottolinea Crispi, dopo il voto della Camera si
pone finalmente un termine alle amministrazioni, per verit pi numerose che importanti, le quali
sono alla bala di persone singole, non controllate, non responsabili e che forse faranno il debito
loro bene o male, ma che per quanto sappiamo, possono anche non farlo; si sostituiscono a molti
enti piccoli e deboli pochi istituti; sintroduce nella gestione una notevole economia.

Cap. VIII
Lo scandalo della Banca Romana
Uninchiesta amministrativa del 1889, aveva accertato gravi irregolarit della Banca Romana, ma
tutto era rimasto riservato, sia per timore delle conseguenze finanziarie, sia per coprire il
sostegno assicurato dalla banca al presidente del Consiglio Francesco Crispi, al ministro
Bernardino Grimaldi, a deputati e giornalisti, secondo una censurabile consuetudine di prestiti
mediante cambiali sempre rinnovate che risaliva ai primi governi Depretis.
Nel 1893, lo scandalo comunque esplose, per iniziativa degli economisti liberisti, tanto
anticrispini quanto antigiolittiani, Pantaleoni, Pareto, De Viti De Marco e Mazzola, in accordo col
filosofo marxista Antonio Labriola.
I risultati dellinchiesta del 1889 furono affidati al repubblicano Napoleone Colajanni e al
deputato di destra Ludovico Gavazzi, che sollevarono la questione alla Camera. Fu nominata una
nuova commissione dinchiesta che accert illeciti gravissimi nella gestione della Banca Romana;
Bernardo Tanlongo, governatore della stessa, fu arrestato; il deputato Rocco De Zerbi,
gravemente coinvolto nella vicenda, mor, probabilmente suicida; Giovanni Giolitti rest
anchegli travolto dallo scandalo: sebbene avesse ripetutamente sostenuto la necessit di una
riforma bancaria centrata su un unico istituto statale di emissione della carta moneta, a fronte dei
quattro esistenti, nel dicembre 1892 aveva, per, presentato un disegno di legge per una proroga
sessennale del sistema plurimo delle banche demissione e, pochi mesi prima delle elezioni,
aveva fatto nominare senatore lo stesso Tanlongo, da cui aveva ricevuto un consistente prestito,
come anticipo sui fondi segreti del ministero del Tesoro.
Nel luglio 1894, il processo contro Tanlongo si concluse con unassoluzione che provoc grande
indignazione nellopinione pubblica. Ne approfitt Crispi per rilanciare lo scontro personale con
Giolitti, sottovalutando, per, il suo personale coinvolgimento nellincandescente vicenda. L11
novembre 1894, Giolitti, fino a qualche mese prima presidente del Consiglio, scese dallo scranno
di semplice deputato e attravers lemiciclo, per consegnare allesterrefatto Presidente della
Camera Giuseppe Biancheri il piego, contenente non soltanto le lettere del governatore della
Banca Romana che lo scagionavano dallaccusa di non aver vigilato come ministro del Tesoro;
non soltanto la documentazione dei crediti in sofferenza della Banca Romana nei confronti di
Crispi, della moglie e di vari famigli, per un totale di 55 mila lire; ma anche ben 102 lettere
firmate da donna Lina, ex amante e poi moglie di Crispi, passate di mano in mano in quei giorni e,
per il loro contenuto, destinate ad infangare irrimediabilmente limmagine del capo del governo.
Vi ordino di non portare pi puttane a don Ciccio. Se tornando a Roma mi accorgo che avete
portato femmine, vi dar un calcio nel culo e vi mander fuori dai coglioni, scriveva la
collaressa dellAnnunziata, censurando la disponibilit del vecchio servitore di casa, morto da
tempo, ad accontentare il potente padrone.
Incalzato dalla questione morale sollevata contro di lui da Felice Cavallotti, lo statista
siciliano, per un verso, costrinse il re a chiudere, per quasi un anno, la Camera, al fine di sottrarsi
al dibattito parlamentare sui documenti politicamente e finanziariamente sensibili, e, per laltro,
cerc di colpire, in sede giudiziaria, Giolitti.
Si determin cos un grave conflitto tra i pi alti poteri istituzionali: il governo, a Camera chiusa,

oper al di fuori dogni controllo parlamentare, con lappoggio del re; le accuse di dittatura
rivolte a Crispi furono sempre pi frequenti e diffuse; lautoritarismo pi marcato saccompagn
allincapacit di realizzare la parte riformatrice del suo programma politico. Giolitti, poich ben
consapevole, per essere stato sia presidente del Consiglio sia ministro dellInterno, degli
strumenti di persuasione su cui poteva contare Crispi per convincere la magistratura a
perseguitare il suo principale avversario, decise prudentemente di riparare allestero.
Quando, tuttavia, a dispetto dellimmunit parlamentare che avrebbe dovuto difenderlo da ogni
sopruso, arriv a Roma il mandato di comparizione dinnanzi al giudice, lo statista cuneese
comunic alla moglie la decisione di rientrare in Italia: Povera Gina. Avresti mai immaginato di
sposare uno che sarebbe stato processato come un delinquente?. E nella lettera aggiunse:
Quando penso che, per aver scoperto i maggiori ladri e combattere canaglie, mi devo difendere
innanzi ai Tribunali come se fossi io il malfattore, mi viene fatto di disperare dellavvenire di
questo paese.
Gli esiti del processo a suo carico li aveva, comunque, anticipati la figlia Enrichetta, in una
lettera alla madre: Se pap si decide alla lotta gi vincitore, perch egli in essa freddissimo
e costante e far perdere il lume della ragione a chi lo ha gi molto vacillante.

Cap. IX
Liberali o conservatori, tutti uguali di fronte al denaro
Giovanni Giolitti La sua figura ha sempre fatto discutere: considerato un grigio burocrate,
almeno in un primo tempo, quando giunse solo dio sa come alla guida del governo, e capace,
invece, di dividere lItalia intera tra suoi estimatori e suoi detrattori quando, nei primi anni del
Novecento, prese a dominare la scena politica; oggetto di attacchi di segno opposto, a causa delle
sue aperture ai socialisti e ai cattolici: se taluni lo accusavano di aprire le porte ai nemici dello
Stato liberale, altri gli attribuivano, invece, di voler fiaccare e corrompere le forze di matrice
popolare; bollato come ministro della malavita, dal meridionalista democratico Gaetano
Salvemini, indignato per la condotta scandalosa di molti deputati giolittiani del Sud; rivalutato
per la sua opera, parecchi anni dopo, niente meno che dal segretario del Pci Palmiro Togliatti, un
uomo collocato ben pi a sinistra.
La longevit politica dello statista di Dronero, deputato dal 1882 fino allavvento della dittatura
fascista, presidente del Consiglio a pi riprese, per la prima volta nel 1892-93 e per lultima nel
192021, fa il pari con la frequenza con cui fu bersaglio della satira.
Del resto laspetto fisico si prestava: molto alto per la media italiana dellepoca, costantemente
avvolto in una lunga palandrana nera, che gli attir il nomignolo di Panamidone, dotato dalla
natura di un grosso naso ricurvo e di labbra carnose e sporgenti, su cui troneggiavano folti
baffoni, lillustre piemontese sembrava nato apposta per essere immortalato in caricatura: eccolo,
dunque, raffigurato come un personaggio versatile e opportunista, disposto a tutto pur di
conservare il potere, che esercitava, dietro le quinte, anche quando non aveva la guida del
governo.
Ferocissima fu contro Giolitti la stampa interventista, per la sua opposizione allingresso
dellItalia nella prima guerra mondiale, mentre pi tardi gli sarebbe stata rimproverata una
colpevole connivenza verso il fascismo in ascesa. Tutte critiche che un giudizio storiografico pi
maturo, come quello di Aldo Mola (Giolitti. Lo statista della nuova Italia, Mondatori, Milano
2003) tende oggi a stemperare, sottolineando invece il notevole apporto dello statista piemontese
alla modernizzazione dellItalia liberale.
Fu LAsino, settimanale fondato a Roma, nel 1892, da Guido Podrecca e da Gabriele Galantara,
che, nonostante la vocazione satirica, pubblicava anche articoli dinformazione, di commento
sugli avvenimenti e di divulgazione ideologica e storica, a denunciare fra i primi i numerosissimi
uomini politici sovvenzionati da Bernardo Tanlongo, direttore della Banca Romana, arrestato nel
gennaio del 1893, mediante cambiali sempre rinnovate. E nel numero del 22 gennaio 1893,
comparve un editoriale dal titolo Panamidone, dal fulminante incipit, venuto il carnevale;
vogliamo ballare!, che riassumeva magnificamente i termini dellaffaire.
Nellarticolo, preliminarmente, si accennava alla profondissima crisi morale e politica che stava
travolgendo i gruppi dirigenti italiani: LItalia, come altre nazioni, fra un panama francese ed un
panama spagnuolo sta facendo finalmente il bilancio della moralit politico-capitalisticoborghese. Dopo di che, a titolo di cronaca, si riportavano i primi risultati riferiti dalla
stampa sugli scandali in corso, con molte riserve e circonlocuzioni, iscrivendo allattivo del
bilancio, reso di pubblico dominio dalla forza degli avvenimenti, ma che da un anno

correva sulle bocche di tutti i bene informati e che nelle sue varie fasi cronologiche, tutti i
governi conoscevano o avevano il dovere di conoscere da Depretis a Giolitti, nellordine:
lArresto del Comm. Senatore Bernardo Tanlongo, direttore della Banca Romana; lArresto
del Comm. Cesare Lazzaroni, cassiere della Banca Romana; la Fuga del Comm. Cuciniello,
direttore del Banco di Napoli; lArresto del Cassiere Vincenzo dAlessandro, del Banco di
Napoli; lArresto del Contabile Luigi dAlessandro del Banco di Napoli; e, nel passivo: 60
milioni di biglietti della Banca Romana, eccedenti la circolazione legale; 40 milioni scontati a
pezzi grossi della politica, che variano dai 5 milioni dati a un deputato della Provincia Romana,
fino alle meschine 30 mila lire ad un deputato radicale; ? milioni, intascati dagli
amministratori della Banca Romana arrestati; ? milioni passati e volati per le mani di alti
personaggi, ministri o parenti di ministri del presente e passati governi; 2 milioni e 500 mila
lire, vuoto di cassa nel Banco di Napoli, sede Roma.
Un mare di denaro, di cui erano chiamati a rispondere il governo ed i governi passati, visto che
dei milioni abusivamente emessi era garante il governo e che a fare le spese dellenorme
mangiata, alla fine, sarebbe stato il popolo. E qui larticolo si faceva vieppi velenoso.
Prima, laccusa: Si tratta di governanti complici volontari per anni e anni di una dilapidazione
fatta da amministratori sia per conto proprio, sia per favorire o stipendiare che dir si voglia quei
deputati che i governi sostenevano. Si tratta di un panamidone pi immorale, nellessenza sua, del
francese; perch in Francia dei piccoli speculatori volontariamente affidavano i denari ad una
impresa ladra, in Italia i derubati sono i contribuenti inconsapevoli ed estranei allaffare, costretti
a pagare con nuove tasse i denari mangiati, e dal governo garantiti. E il popolo, dopo aver
ingrassato per secoli il governo dei papi e cardinali, continua ad ingrassare il governo di
commendatori e dei cavalieri!; quindi, il sarcasmo. Prima, il lato buffo, contro il Capo del
governo, Giovanni Giolitti, che fino a ieri stava a braccetto del Comm. Tanlongo e oggi lo
caccia in galera con la stessa indifferenza con cui lo metteva in Senato; un uomo, insomma, che
per mostrarsi puro e immacolato, afferma dessere un cretino. Perch tale egli si dice quando
proclama di non aver mai saputo ci che intorno a lui facevano banchieri, deputati, affaristi.
Altrimenti bisognerebbe stabilire la massima che il governo possa ignorare come funzionano gli
istituti di cui egli garantisce lemissione. Pi chiaramente: pu ignorare quanta carta esce, dalle
fucine autorizzate, con valore legale. E poi il signor Panamidone ignorava tali fatti anche quando
ministro del Tesoro metteva a dormire la relazione Alvisi, che di tali fatti si occupava in gran
parte? No: Panamidone non pu essere stupido a tal punto; dunque la nomina a Senatore del
Tanlongo, veniva proprio a proposito per continuare in un sistema adottato dai precedenti
governi: tacere per aver lappoggio dei favoriti delle banche. Quindi lepisodio buffissimo, in
relazione agli ispettori governativi, la cui condotta, poneva una drammatica alternativa: O che
fossero ebeti (); o che dormissero il sonno del giusto mentre i torchi delle banche correvano
fabbricando carta-moneta, patriarcalmente, al di l della legalit?. Il che era quanto dire che
assistevano silenziosamente alla fabbricazione di carta falsa, poich quella carta falsa,
diventava buona entrando nelle tasche dei pezzi grossi che la pubblica cosa reggono ed
amministrano. E poi ancora altri fatti: innanzi tutto, dove finiva la moneta abusivamente battuta?
Una buona parte se la pigliavano, come correntisti gli amministratori () con laltra parte si
scontavano cambiali a 120 uomini politici deputati o ex, ministri o ex, giornalisti o ex () tanto

disposti a restituire che la ufficiosa Tribuna dice che 40 milioni sono compromessi se non
totalmente perduti; e tra chi infieriva la battaglia, se non fra quelli che non volevano lasciare il
governo e coloro che, invece, ci volevano andare o tornare? E Panamidone, per mezzo del
portavoce Tribuna aveva risposto eloquentemente, minacciando: Se Rudini limiter la sua
interrogazione ai fatti () niente di meglio; ma se risalendo un po in dietro penser di collegarli
al passato, la discussione non potr non estendersi alla ricerca di responsabilit le quali non
possono restringersi a quella dellattuale gabinetto; detto altrimenti: Tacete sul conto mio,
altrimenti prover che voi non valeste meglio di me. Dissacranti le conclusioni: Siamo
daccordo! Moderati o democratici, liberali o conservatori, tutti uguali di fronte al denaro degli
altri.
Bernardo Tanlongo. Nellaffaire della Banca Romana erano coinvolti, a vario titolo, il re
Umberto, la regina Margherita, Francesco Crispi, Rosalia Montmasson, moglie ripudiata di
Francesco Crispi, Lina Barbagallo, seconda moglie di Crispi, Achille Lanti, maggiordomo di casa
Crispi e amante segreto di donna Lina, oltre a ministri, senatori, dame dellalta aristocrazia,
cardinali e affaristi. Per comprendere il perch del coinvolgimento di questa elite nazionale
occorre esaminare la personalit di Bernardo Tanlongo, figura caratteristica e importante della
Roma di fine secolo, quella dei successi mondani di DAnnunzio. Fronte vasta e barba bianca,
venerabile come quella dei vecchi personaggi di Omero, tollerante, alla mano, solito ad
esprimersi in dialetto, questo settantatreenne banchiere abominevole magari, ma romanissimo,
Bernardo Tanlongo, per tutti era il Sor Bern.
Non mai stato donnaiolo, non ha mai giocato, agli antipodi di ogni eleganza, indossa sempre
una vecchia palandrana, la sua frugalit assomiglia allavarizia: cos veniva descritto sul
Corriere della Sera del 20-21 gennaio 1893. Cresciuto nella Roma del Papa Re e reso ancor pi
potente dagli imbrogli edili di Roma capitale, la sua maniera di estrarre dai cassetti pratiche e
lettere di cui parlare davanti a chi gli chiedeva i soldi era sollecita come quella dei preti della
Curia. Gli stessi che serviva ragazzino prima ancora che parlassero e per i quali, ventinovenne,
era evoluto da garzone a spia dei francesi, nella Roma di Garibaldi.
Non era affatto un venale, ma piuttosto aveva capito che i sederi delle puttane che scrutava in
giovent per i cardinali, le lettere, le smorfie dodio che carpiva in un viso erano la segreta
materia del denaro. Dunque, era leale ai gesuiti ma anche alle Logge, giacch le diversit di idee
o di partito gli parevano del tutto insignificanti.
La Banca Romana senza tappeti, le sedie di cuoio hanno gli angoli talmente consunti che ne
esce la stoppa dellimbottitura, scriveva ancora il Corriere della Sera del 20-21 gennaio 1893,
ma lui, abituato a starsene dodici ore al giorno accomodato dietro la scrivania, seduto su una
grande poltrona, con una sciarpa di lana nera attorno alle spalle, consapevole che la vanit era il
fiume torbido che sfociava nel mare delle scadenze, paterno, dunque avaro, non se ne curava:
Quando mi far il vestito nuovo io, allora ripareremo i salotti.
Sebbene prima di Natale, in Parlamento, si fossero date prove pubbliche dei falsi in bilancio
della Banca Romana, non se nera, tuttavia, preoccupato: impensabile che qualcuno osasse
toccare un personaggio che aveva avuto libero accesso presso Pio IX, il cardinale Antonelli,
Garibaldi, Minghetti, Lanza, Cadorna, Sella e Ricasoli, gi finanziatore ed amministratore privato

di Vittorio Emanuele II, solerte amico della regina Margherita di cui frequentava i ricevimenti e,
quantunque gli fosse antipatico, serviva, per, indirettamente Umberto I, di cui favoriva, nel
credito, le due amanti, la duchessa Santafiora e la duchessa Litta.
Cos, quando alle sette del 19 gennaio 1893, lintendente di pubblica sicurezza arriv per
arrestarlo, assistette esterrefatto, in vestaglia, alla perquisizione del suo appartamento, in via
Gregoriana, e al sequestro di molte carte. Ma si riprese ben presto: chiam una carrozza; come
sempre contratt un poco il prezzo col cocchiere e lo fece dirigere verso Regina Coeli. Pareva
fosse lui ad accompagnare in carcere i gendarmi: alla plebe plaudente al suo passaggio distribu
sorrisi bonari e sigari. Il tutto mentre, odiandosi lun laltro, Crispi e Giolitti si davano in
Parlamento a turno la colpa di aver saputo e non detto.
Il Corriere della Sera diede notizia di quellarresto con la stessa settentrionale sobriet con cui
avrebbe scritto del banchiere Vincenzo Cuciniello, arrestato, mentre vestito da prete, con due
milioni e mezzo, scappava da casa dellamante. Il Sor Bern venne, infatti, ricordato ai lettori in
una prima pagina memorabile, sotto locchiello un colloquio con Tanlongo prima dellarresto,
dove se ne riport il chiaro avvertimento: Se mi si vuole chiamare responsabile di colpe non
mie, io sar costretto a fare uno scandalo e si rifer che la faccia di Tanlongo in quel momento
erasi accesa, ma non per la vergogna: il nostro soffriva non solo di gotta per eccesso di
abbacchi; ma anche di erisipela: malattia infettiva contagiosa per cui la pelle infiammata tende al
color porpora.
LItalia, del resto, era gi allora la nazione dove ricattato e ricattante si confondono, come mai
altrove e il romanissimo banchiere Bernardo Tanlongo fu il sommo genio, plebeo e pretesco, del
ricatto per azione fallace: E se ben poi fallace la ritrova, pigliar non cessa una ed unaltra
nuova. (Ariosto, Orlando Furioso, canto XXXII, XV ottava).
Francesco Crispi Nei cambiamenti traumatici di regimi politici, non sono rare n lignominia
retroattiva che si riversa su quello vecchio, n gli aggiustamenti biografici, e pi spesso
autobiografici, finalizzati a spiegare o, magari, a consentire che soggetti, i quali abbiano giocato
un ruolo in precedenza, di continuare, comunque, a contare anche nella nuova temperie.
Politicamente inevitabile e magari necessario, il riaggiustamento biografico , per,
storiograficamente vulnerabile e, in ogni caso, espone a sgradevoli incidenti.
Non , dunque, un caso che di Francesco Crispi, per definizione avvocato e patriota, nelle
biografie ufficiali si racconti che ebbe un ruolo decisivo nel convincere Garibaldi a compiere la
spedizione dei Mille; che proclamata lUnit dItalia, abbandon le posizioni repubblicane,
aderendo alla monarchia; che divenuto presidente del Consiglio, ruolo che ricopr, una prima
volta, dal 1887 al 1891, fu fautore di una politica forte allinterno e allestero, sostenne la
Triplice Alleanza, con Germania e Austria, in chiave antifrancese, e promosse lespansione
coloniale; che torn al governo nel 1893 e fronteggi con durezza la protesta sociale: Fasci
siciliani e moti in Lunigiana; che fu, finalmente, travolto dal naufragio delle ambizioni coloniali
nella sconfitta di Adua del 1896.
Neppure un caso, per, che il nostro avvocato e patriota sia incappato in incidenti come, nel
1895, la Lettera agli onesti di tutti i partiti di Felice Cavallotti, che la dice lunga sulla
disinvoltura con cui fosse uso a voltar gabbana.

Nel numero del 15 ottobre 1899, LAsino, pubblic larticolo I suoi costumi, firmato da Goliardo,
nom de plume di Guido Podrecca, con cui si attribuiva a Francesco Crispi la pi ricca
guardaroba dItalia, e si rammentava, innanzitutto, che Giovanotto ancora, quando non gli
poteva sorridere lidea di entrare alla Camera Italiana, si accontentava dellanticamera
borbonica, facendo lintroduttore presso il principe, dei clienti bisognosi di sovrana clemenza,
non senza una chiosa velenosa: Fin da quel tempo, egli era il protettore dei ladri. Nellarticolo,
peraltro, si sottolineava ancora che Francesco Crispi cambi labito di valletto, in quello di
poeta cesareo, inneggiando () al principe benefico dato alla Sicilia della divina provvidenza.
Niente affatto in vena di fare sconti, Goliardo rinfacciava al giovane avvocato di corte di
essersi, quando il torrente popolare irruppe, e la monarchia borbonica fu prossima al
travolgimento, mutato nel garibaldino pronto a pigliar dassalto la mangiatoia patria;
ricordava come, nel periodo di transizione, lormai ex-borbonico avesse avuto aspirazioni
repubblicane, giacch di repubblica il popolo parlava, e una repubblica siciliana avrebbe portato
in alto quel Francesco Crispi che non osava ancora sperare successi nel pi vasto campo della
nazione unita, tanto da minacciare defezione al monarchico Cavour, segli avesse tentato di
unire la Sicilia a Casa Savoia. Questa divisa, continuava implacabile Goliardo, una volta
divenuta impopolare fu ben spesso mutata nel rigido costume del carbonaro; cos, dopo il 1870,
la bandiera di don Ciccio fu lanticlericalismo e il suo simbolo Giordano Bruno, ma tale
entusiasmo non dur a lungo: il papato aveva ancora abbastanza potere per non essere
utilizzato, e, poich padre di una figlia che andava a marito in casa cattolica, Francesco Crispi
sent bisogno di genuflettersi davanti allaltare e al sacerdote che benediceva le nozze illustri; e
cos, da Napoli, mutato in predicatore cristiano, proclamava il nuovo dogma: Dio, la patria, il
Re. Ma, per Goliardo, il costume che lo ha fatto pi celebre quello chegli ha indossato
durante il lungo e travagliato periodo della Banca Romana. A quello egli deve le sue glorie pi
vere e maggiori: a quello la stima di tutta la borghesia italiana, che in esso si vede mirabilmente
simboleggiata.
Questo lo scoppiettante finale di quellimpietoso articolo: Egli in ottantanni di esistenza ha
indossato quindi tutti i costumi, meno uno: quello che gli sarebbe meglio convenuto. Oggi,
rivedendo la sua ricca guardaroba, lillustre vecchio osserva fra s sorridendo maliziosamente:
Guarda un po! Con tanti costumi sono sempre restato uno scostumato!.

Cap. X
Misteriosa morte di un banchiere
Il 1 febbraio 1893, su una carrozza ferroviaria in corsa sulla linea Termini-Palermo, venne
assassinato Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, rampollo di una delle pi eminenti famiglie
aristocratiche siciliane, esponente della Destra storica, ma personaggio super partes,
unanimemente apprezzato per la dirittura morale e per le capacit amministrative dimostrate quale
sindaco di Palermo, tra il 1873 e il 1876, sia quale direttore generale del Banco di Sicilia, dal
1876 e il 1890.
Quando sul treno, fra Termini e Trabia, venne commesso lomicidio, gli ospedali di Palermo
erano ancora pieni dei feriti di Caltavuturo e non sarebbero passate che alcune settimane, perch
il movimento dei Fasci dei lavoratori dilagasse impetuoso.
Lattentato non pot essere considerato un episodio di terrorismo politico, come quelli del
periodo immediatamente postunitario.
Laggressione brigantesca venne scartata, anche per lo scenario assolutamente moderno e
rassicurante, tale daver indotto la vittima ad abbandonare le precauzioni che manteneva sin dal
1882, quando aveva subito un sequestro: scaricare il fucile che portava con s e addormentarsi.
Per dirla con lavvocato Giuseppe Marchesano, Tra il brigante e la ferrovia c
unincompatibilit completa, c un anacronismo.
Non si era nemmeno allinterno della lotta tra pari per le gabelle o la guardiania: i mafiosi del
Palermitano non usavano uccidere proprietari, tantomeno uomini cos eminenti.
Eppure, come avrebbe testimoniato il questore di Messina Peruzy, gi ispettore di pubblica
sicurezza a Palermo: Nei pubblici ritrovi, nelle vie, ovunque si diceva: la mano deve essere
stata di Palizzolo. Del resto, che la voce pubblica ipotizzasse un delitto di mafia, anzi di alta
mafia, e che indicasse come esecutori due esponenti della cosca di Villabate, Matteo Filippello
e Giuseppe Fontana, e come mandante Raffaele Palizzolo, lo afferm il procuratore generale
Sighele, nella Relazione al guardasigilli del 26 febbraio 1894.
Inizialmente, a rispondere dellomicidio furono chiamati i ferrovieri Pancrazio Garufi e Giuseppe
Carollo, che la logica dei fatti voleva necessariamente complici dellassassinio, mentre nessun
addebito venne mosso al Palizzolo. E pure, costui, soprannominato u Cignu, deputato e
consigliere di amministrazione del Banco di Sicilia, un movente ce laveva: sera arricchito
giocando in borsa con i soldi dei risparmiatori ed era caduto in disgrazia per aver commesso un
solo errore: accreditare le vincite a se stesso e non ad un prestanome; il mandato di pagamento
era finito sul tavolo del presidente del consiglio di quel tempo, il marchese di Rudin che, a fare
pulizia allinterno della banca siciliana, aveva chiamato Emanuele Notarbartolo, sollevato ben
presto dallincarico da Francesco Crispi.
Sotto la spinta della parte civile, il processo si trasform in una pubblica istruttoria.
A distanza di oltre nove anni dal delitto, con sentenza del luglio 1902, la Corte dassise di
Bologna giudic colpevole il Palizzolo condannandolo a trenta anni di reclusione. Ma la la Corte
di Cassazione, a seguito, sembra, delle pressioni esercitate dal Comitato Pro Sicilia, il 27
gennaio 1903, annull per un vizio di forma la sentenza bolognese, aprendo cos la via
allassoluzione del Palizzolo. Inutile dire che u Cignu, alla fine, si convinse di essere stato lui

vittima di sopruso e, dunque, di essersi comportato come un vero e proprio eroe nazionale.
Lattentato a Emanuele Notarbartolo segn un salto di qualit, pur rimanendo un picco isolato,
sintomatico di sviluppi futuri: quello di Notarbartolo fu il primo dei cadaveri eccellenti dello
Stato unitario e lunico rest almeno sino alla morte del procuratore generale di Palermo Pietro
Scaglione.
La dislocazione dei dibattimenti a carico di Raffaele Palizzolo, per legittima suspicione, a
Firenze (1899-1900), Bologna (1901-1902) e Milano (1903-1904), nazionalizz loscuro
oggetto mafia pi di quanto non avesse fatto la discussione parlamentare del 1875.
Nel romanzo Il cigno di Sebastiano Vassalli, laffaire Notarbartolo assurge a Storia di un intero
Paese, il cui tempo scandito dallascensione della Commedia dantesca: tre le Scene, Inferno
(1893-1894; Purgatorio (1896-1899); Paradiso (1901-1904), pi un Epilogo. Il Paradiso finale,
per, non quello celestiale della Grazia, bens quello materialissimo della vittoria politica e
personale, dellillusione modernista e gattopardesca del progresso e del cambiamento storico.
E un Paradiso, sarebbe rimasta la Sicilia se un Tribunale dello Stato non fosse arrivato a
certificare, con una sua sentenza, che esiste unassociazione segreta chiamata Mafia, che soltanto
in Sicilia, commetterebbe soprusi, furti, assassinii ed ogni altro genere di delitti!, proclama, nel
romazo, uno degli amici del Cigno, al termine della vicenda.

Cap. XI
Alla radice degli scandali finanziari postunitari
Lo scandalo della Banca Romana era ancora in piena ebollizione, quando Gerolamo Boccardo
(La lue bancaria e la sua cura, in Nuova Antologia, a. 28, n. 7, 1 aprile 1893, pp. 405-434),
faceva carico della crisi che travagliava il credito alla concorrenza dei sei istituti di emissione,
aventi una circolazione eccessiva, e alla guerra fra gli stessi, per incrementare il giro daffari;
cos che la facilit allo sconto, col favorire il sorgere di imprese mal concepite o esagerate o,
addirittura, dissennate, trascinava il Paese in gravi e continui disastri. Il male, in realt, stava pi
addentro, che non nella rivalit fra alcune banche, come riteneva, invece, leconomista genovese:
errori economici, colpevoli acquiescenze dei governanti, ubriacature di megalomania, leggerezze
di amministratori, imprevidenza di capitalisti, disonest che si sciorinavano al sole del nuovo
risorgimento italiano, tutto ci aveva portato ben presto alla crisi edilizia, alla crisi economica,
alle catastrofi di societ di costruzioni, di speculazioni industriali, di banche; e queste avevano
travolto, nel loro naufragio, sia le illusioni di potenza finanziaria del Paese sia la fiducia nella
giustizia, nelle leggi, nelle istituzioni. Enrico Morselli, medico, psichiatra e antropologo,
interpellato, allindomani dello scandalo della Banca Romana, per il Caffaro di Genova
(lintervista pubblicata nel fascicolo dellottobre 1893), circa le cause del cos detto fenomeno
bancario da un giornalista, finito poi anchegli nel baratro della criminalit fraudolenta,
ritenne se ne potesse individuare la pi evidente radice negli errori e negli abusi della
borghesia, classe dedita ai commerci, alle industrie, agli scambi; essa, nei secoli passati,
specialmente alla fine del Settecento, aveva avuto per la civilt singolari benemerenze lottando
contro la aristocrazia feudale o cortigiana e contro il clero per la libert di pensiero o per
labolizione di ogni privilegio; in seguito, tuttavia, aveva avuto il gravissimo torto di volgere il
potere a proprio esclusivo vantaggio, dimenticando gli antichi suoi princpi, e al privilegio della
nascita sostituendone uno ben pi odioso ed antiestetico, quello del denaro. La bancarotta
morale del capitalismo, peraltro, era stata gi oggetto di veemente denuncia, poco meno di
quarantanni prima, quando la nuova potenza del denaro stava appena accennando a sorgere:
Pierre-Joseph Proudhon, nel suo Manuel de spculation la bourse, edito da Garnier a Parigi, nel
1856 aveva, sotto la fine ironia della satira, spiegato una fiera requisitoria contro la borghesia,
presa da febbre di speculazione, daggiotaggio, avida di concessioni di sovvenzioni, di privilegi,
di premi e di monopoli, al punto di considerare la fortuna pubblica come una preda che le fosse
devoluta, limposta come un ramo della sua rendita, i grandi strumenti del lavoro nazionale
(ferrovie, canali, ecc.) come i premi del suo parassitismo, la propriet come un diritto di rapina,
il commercio, lindustria, la banca come i mezzi naturali, per sfruttare il popolo e arrangiare il
paese. Ancor pi pesante latto daccusa verso la classe del denaro, lanciato da un altro
lombrosiano, lavvocato Rodolfo Laschi (La delinquenza bancaria nella Sociologia, nella
Storia, nel Diritto, Fratelli Bocca Editori, Torino 1899), il quale scriveva: Il regime
capitalistico, se pure ha portato qualche vantaggio alleconomia pubblica, lo ha scontato ben
presto, creando nella sua inesauribile sete di potenza e di guadagno quelle immense trappole
finanziarie, nelle quali sono caduti gli illusi di tutte le classi: i contadini tolti al grembo fecondo
delle loro terre, i piccoli commercianti rovinati dal grande affarismo industriale, gli operai che vi

sacrificarono i residui dei sudati salari. Ha predicato il risparmio per inghiottire nelle sue
catastrofi bancarie le ultime briciole della ricchezza nazionale: ha accumulato leggi sopra le
predilette sue creazioni, le borse, le societ commerciali, le banche, fingendo di non vedere che il
male non inst in una previsione pi o meno previdente del codice, ma nella mancanza di ogni
onest, di ogni senso morale, dovuta alle avidit da esso create ed alimentate. E cos, attorno a
questa classe del denaro, si formato il nucleo criminale dei truffatori dalto bordo, dei falsi geni
finanziari, dei mille spostati, a cui la coltura tecnica delle nostre scuole stata sufficiente per
insegnare luso e labuso della cambiale.
Allo storico e sociologo Guglielmo Ferrero (La morale politica e la morale individuale, in
Riforma Sociale, Anno I, fasc. 11 e 12), discepolo di Cesare Lombroso, era sembrato che si fosse
affermata una nuova morale e che la morale politica si trovasse in un periodo di sviluppo
inferiore alla morale individuale. Allavvocato Rodolfo Laschi pareva, invece naturale che
laffarismo, serpeggiante come una linfa corrotta per tutto il paese, salisse fino sugli scanni dei
ministri e a questi fosse lecito coprire della loro autorit o della loro audacia le proprie e le
altrui vergogne, oppure fingere improvvise austerit per salvare amici compiacenti o colpire
temuti avversari. In particolare, il Laschi istituiva anche una linea di continuit, per cos dire,
genetica, fra le classi elevate, quelle che un tempo facevano professione di integrit e di
disinteresse, senza tuttavia disdegnare di appartenere al mondo di pubblicani, dalle coscienze
elastiche e dalle mani rapaci, che si gettano a capofitto nelle speculazioni pi arrischiate, nelle
pi pazze imprese, sfruttando la credulit del pubblico, cogli inganni pi delittuosi, e la casta,
che si (poteva) dire ne (avesse) acquistato tutti i privilegi, avendone in comune la crescente
degenerazione: quella dei parlamentari, favoreggiatori di leggi in pro delle speculazioni, a cui
hanno dato la loro influenza e il loro nome, sfruttatori di banche che pagano la loro eloquenza o
piuttosto il loro silenzio, o addirittura complici di veri reati, mascherati sotto una pretesa
necessit di stato.
La condiscendenza della magistratura di quel periodo al potere politico concorre a spiegare
perch, nellItalia del secolo XIX, non solo poterono ripetersi operazioni truffaldine di grande
portata, ma anche perch i responsabili poterono rimanere ignoti o evitare serie conseguenze, con
sentenze assolutorie o condanne a pene assai blande. Questa condiscendenza era dovuta a un
duplice ordine di fattori. Uno dordine costituzionale, cio lautonomia soltanto parziale dei
giudici rispetto allesecutivo; laltro dordine socio-culturale. Lavvocato Rodolfo Laschi, quanto
al primo, ricordava la intrusione del potere esecutivo nel giudiziario, gli ordini dallalto, le
strategie processuali elaborate nei gabinetti governativi, i magistrati fatti segno a vendette
politiche. Del resto, si ebbero esempi clamorosi di questo modo di procedere, nellaffaire della
Rega dei tabacchi, quando un giudice di Milano, che aveva assolto 22 cittadini, i quali avevano
manifestato a favore del deputato Cristiano Lobbia, dopo il tentato omicidio del 14 giugno 1869,
fu trasferito a titolo punitivo; e quando altri giudici vennero trasferiti, per precostituire un
tribunale propenso ad assecondare laccusa di simulazione rivolta al Lobbia e il procuratore del
re di Firenze, Borgnini, che non si era piegato alle pressioni, fu spinto alle dimissioni. Quanto al
secondo fattore, sempre lavvocato Laschi spiegava come per comprendere perch, quando
davanti ai giudici comparivano non gi malcapitati ladruncoli, ma persone altolocate, riverite dai
pi, che nella tranquillit di esteri asili avevano potuto architettare le loro difese, affidandole poi

a principi delleloquenza e a periti dottissimi nelle elastiche discipline della contabilit, si


arrivasse sempre ad assoluzioni scandalose, si dovesse tenere anche conto che esse erano il
prodotto dellambiente sociale da cui provenivano e in cui operavano i giudici: un ambiente nel
quale il criminale daffari, sebbene certamente colui che froda scientemente chi gli affida il
proprio avere nella cieca fiducia della sua onest, non commette azione meno riprovevole del
ladro, che corre almeno qualche rischio e paga di persona, non raccoglieva pi intorno a s
luniversale disprezzo, a differenza di quanto accadeva magari sino a poco tempo prima.
Con la condiscendenza giudiziaria, a creare un ambiente favorevole ai criminali daffari,
concorreva la legislazione. Non a caso, infatti, ammoniva lavvocato Laschi: la sfiducia deve
estendersi a tutto il sistema legislativo; spiegava, quindi: Gi evidente che una assemblea, la
quale conti dei colpevoli nel proprio seno, non avr mai il coraggio di proprie leggi repressive
contro se stessa, fosse pure per non aumentare lo scapito che ad essa ne deriva. Si aggiunga che il
sistema parlamentare (dispone di cos fatti accomodamenti, che pu sostituirsi addirittura ai
magistrati e impedire il corso della giustizia; non ad esso dunque sono da chiedersi nuove leggi,
che ben presto rimetterebbero il parlamento in gravi imbarazzi verso se stesso; stigmatizzava,
finalmente, come sotto la spinta della paura, si fossero potute votare tumultuariamente leggi
eccezionali contro la libert di parola o di pensiero, ma, avvertiva, parlamenti usciti dalla
classe del denaro e dal denaro bacati nella loro origine stessa, non arrischieranno mai di urtare
tutta la falange degli interessati alle grosse speculazioni, buoni clienti della causa dellordine, e,
pi ancora, di deputati-avvocati.
Con la legislazione e la condiscendenza giudiziaria, concorreva anche chi pretendeva di dirigere
lopinione pubblica: per costoro era giocoforza smarrire il concetto stesso del senso morale,
allorch questo, rigettato dalle aule di giustizia e dei parlamenti, si abbassava sempre pi. ,
ancora una volta lavvocato Rodolfo Laschi, a rendere testimonianza al riguardo: Ognuno sa
che la morale finanziaria pi larga ancora dellIstmo di Panama scriveva il De Molinari in
favore di quellimpresa disgraziata: e col rigido economista, ecco il giornalista mondano, il
Magnard, trovare sul Figaro una ben curiosa giustificazione a proposito dei pensionati: Non si
potrebbero paragonare gli accusati doggi a dei volgari tagliaborse. Essi possono dire di essersi
conformati ai costumi finanziari in uso da gran tempo. E un altro giornalista il Fouquier, reputa la
condanna di Bahault (il ministro concussionario) eccessiva quasi fino alliniquit, in un paese e
in un ambiente, le virt dei quali non sono ordinariamente cos austere. Tranchant il commento
del lombrosiano: E se questi sono verosimilmente gli onesti, o passano per tali, che cosa si
possa attendere dalle penne e dalle coscienze vendute, a comperar le quali sono concorse le
somme sottratte al risparmio di migliaia di lavoratori, ha dimostrato la storia di questultimo
decennio, senza che per questo lopinione pubblica abbia avuto una rivolta, se non per opera di
qualche solitario, che lo scetticismo e lindifferenza dei pi, o la lega di interessi delittuosi,
hanno presto ridotto al silenzio.
Indispensabile al successo dei delinquenti dediti alle pratiche riconducibili alla categoria della
criminalit daffari, era linfluenza personale che essi, talora di elevata intelligenza, esercitavano
sulle masse, le quali anche spinte ad aprire gli occhi, vogliono essere ingannate e della propria
rovina non sanno ingannare i veri autori, per lascendente che esercitano sopra di esse anche dopo
la catastrofe. I rilievi sono di Laschi, ma sembra dessere di fronte a un deja vu.

1) Limpresa disgraziata alla quale si riferisce il Laschi il taglio del Canale di Panama e
relativa vicenda di corruzione, che travolse molti uomini politici e industriali francesi durante la
Terza Repubblica francese e mand in rovina centinaia di migliaia di risparmiatori. Lo scandalo
nacque dalle difficolt di finanziamento incontrate dalla Compagnie universelle du canal
interocanique de Panama, creata da Ferdinand de Lesseps (gi realizzatore del Canale di Suez)
per raccogliere i fondi necessari a realizzare il progetto. Essendosi lopera rivelata pi onerosa
del previsto, Lesseps dovette lanciare una sottoscrizione pubblica per finanziarlo. Una parte di
questi fondi fu utilizzata dal finanziere Jacques de Reinach per corrompere dei giornalisti ed
ottenere illegalmente il sostegno di personalit politiche. Lo scandalo scoppi clamorosamente, e
molti politici furono accusati di corruzione, quando la compagnia fu messa in liquidazione
giudiziaria mandando i rovina i sottoscrittori delle sue azioni, e il barone di Reinach fu trovato
morto. Il 21 novembre 1892, allindomani del ritrovamento del corpo di Reinach, il deputato
nazionalista Jules Delahaye denunci dalla tribuna della Camera la compromissione della classe
politica. Fu quindi creata una commissione dinchiesta parlamentare. Il ministro dellInterno,
mile Loubet, si dimise. Il ministro delle Finanze, Maurice Rouvier, fu messo sotto accusa. Il 20
dicembre successivo fu richiesta lautorizzazione a procedere contro cinque senatori, tra i quali
Albert Grvy, Lon Renault e Franois Thvenet, nonch i deputati Emmanuel Arne, Dugu de La
Fauconnerie, Antonin Proust, Jules Roche e Maurice Rouvier. Alla Camera dei deputati
Droulde propose uninterpellanza contro Cornelius Herz et Georges Clemenceau. Si disse che
anche Charles de Freycinet e Charles Floquet avessero giocato un ruolo sospetto, ma in mancanza
di prove non furono perseguiti. Le prime sentenze si ebbero nel 1893, con la condanna a cinque
anni di prigione per lex ministro dei Lavori pubblici Charles Bahaut. Lesseps ed Eiffel furono
condannati, ma sfuggirono alla prigione per un vizio di forma. Lesseps figlio fu condannato come
suo padre a cinque anni e si prese, in un altro processo, una condanna a un anno per corruzione.
Gustave Eiffel, condannato a due anni di prigione e 20.000 franchi di ammenda, fu alla fine
riabilitato grazie ad unaltra inchiesta che dimostr che non era implicato nelle malversazioni. Gli
strascichi giudiziari si protrassero ancora per qualche anno: il 27 marzo 1897 fu richiesta
lautorizzazione a procedere contro un senatore e tre deputati, che furono processati in dicembre.
Il 30 marzo 1898 la commissione dinchiesta present il proprio rapporto alla Camera. Il fatto
che Herz e Reinach fossero ebrei aliment il crescente antisemitismo popolare, la
compromissione dei deputati aliment la propaganda dei partiti antiparlamentari e, non ultimo,
gran parte della stampa usc screditata dalla vicenda, ritrovandosi affibbiata la reputazione di
venalit.

Cap. XII
Con un colpo di spada o di coltello, non si uccide la Storia
La spedizione dei Mille provoc un sussulto giovanile di partecipazione in tutto il Paese.
Giosu Carducci, in un frammento di poesia del giugno 1860, in proposito, avrebbe scritto:
Garibaldi ! / Al tuo nome a mille a mille / fuggon giovini eroi le dolci case / e de le madri i
lacrimosi amplessi . E tra quei giovani che si unirono a Giuseppe Garibaldi vi fu Felice
Cavallotti che si arruol a Milano allinsaputa dei genitori. A lui, come a un figlio, si leg, per
vari motivi, lungo gli anni, lEroe dei due Mondi, al punto di dedicargli una poesia: Salve o
cantore dei Pezzenti! O prode / vendicatore delle plebi / Dimmi Felice, questa manomessa /
plebe dalla tirannide e dal furbo / seminatore di menzogne, un giorno / non avr di vendette?
Sebbene, dunque, il nome di Felice Cavallotti non sia conosciuto come quelli di Garibaldi e
Mazzini, tuttavia, alla fine dellOttocento, era considerato unanimemente lerede dei due eroi del
Risorgimento: capo riconosciuto dellEstrema Sinistra nel parlamento dellItalia liberale
pregiolittiana e fondatore, insieme ad Agostino Bertani, del Partito Radicale.
Giornalista dimpeto e dimpegno, Felice Cavallotti che, per dirla con labate lodigiano Luigi
Anelli, manteneva lonore dItalia in mezzo a uomini servi di cuore, neppur liberi di lingua,
scandalo non forza della nazione e che di s e della sua parte afferm: Abbiamo una parola
dordine: onest; una religione: giustizia ed uguaglianza, libert e progresso; un usbergo: la
coscienza delle nostre opere; unarma: il coraggio delle nostre opinioni., quando, negli anni
Novanta dellOttocento, scoppiarono gli scandali bancari che investirono la Banca Romana, il
Banco di Sicilia e il Banco di Napoli, fu anche la punta di diamante della battaglia sulla
questione morale, che per lui, convinto che un popolo che transige con lonore non vive, era
fondamentale nella vita profonda di un Paese.
Descritto come persona dal carattere passionale e testardo, nel corso della sua vita Felice
Cavallotti combatt trentatr duelli: negli atti parlamentari, dal 1873 allorch venne eletto per la
prima volta, ricorre a periodi alterni lannotazione di prammatica Il Ministro Guardasigilli
trasmette alla Camera domanda di autorizzazione a procedere per reato di duello contro il
deputato Cavallotti: quasi un rito che accompagn la caduta del governo di Destra e la
formazione del gabinetto Depretis, lascesa di Crispi e il trasformismo, la Triplice e luccisione
di Oberdan, lacquisto della baia di Assab e la questione di Tunisi.
La morte lo volle al terzo assalto del trentatreesimo duello allarma bianca della sua esistenza
battagliera. Quel fiotto di sangue che gli sgorg dalla bocca alle tre del pomeriggio del 6 marzo
1898, nei giardini di Villa Cellere, a mezzora di carrozza da Roma, fuori Porta Maggiore, si
trasform in breve in una grande tragedia tutta italiana. La notizia fece il giro della penisola in un
baleno. LItalia si ferm. Felice Cavallotti era morto trafitto dalla sciabola del conte Ferruccio
Macola, direttore e proprietario della Gazzetta di Venezia, giornalista anche lui e deputato
liberal-monarchico.
La tragedia scosse a tal punto il Paese che i suoi funerali, tenutisi a Milano il 9 marzo, furono
paragonati, per limponente partecipazione, a quelli di Garibaldi e si trasformarono in una
manifestazione popolare contro le forze conservatrici e moderate.
Anche Giosu Carducci commemor Cavallotti allUniversit di Bologna come un eroe

rivoluzionario vittima della reazione governativa. Il polemista Olindo Guerrini, sotto lo


pseudonimo di Lorenzo Stecchetti, accus in versi il Verre Crispi capo del Governo che, un anno
dopo, avrebbe portato lItalia alla tragedia di Adua: Ed or che in bocca la civil rampogna il
ferro ti recide, / Verre beato nella sua menzogna, / Verre il ribaldo ride / Verre tinganni! / Nel
mortal duello non fu tua la vittoria. / Con un colpo di spada o di coltello / Non si uccide la
Storia.
Nel 1910, emarginato con laccusa di essere stato lesecutore dun omicidio commissionato da
Crispi, Ferruccio Macola si sarebbe sparato un colpo di pistola alla tempia sui banchi di
Montecitorio e, dopo qualche mese, con la stessa arma, si sarebbe suicidata anche lultima
moglie, Lina.
La scomparsa di Felice Cavallotti fu comunque una doppia tragedia per il Paese, perch il
Bardo della democrazia era lunica personalit politica che avrebbe potuto mediare quello che
poi accadde: la rivoluzione del 1898, che port alle cannonate di Bava Beccaris, il 7 maggio
1898, con 80 morti ufficiali, oltre 500 secondo i manifestanti, e migliaia di feriti a Milano, e le
imponenti sollevazioni del 26 e 27 aprile 1898 a Faenza, Bari, Foggia, un incendio che si propag
anche a Siracusa, Palermo, Reggio Calabria, Benevento, Avellino, Minervino, Murge, Ascoli
Piceno, Caserta, Parma, Piacenza, Bologna, Ravenna, Livorno, Pisa, Siena, Brescia, Venezia,
Genova.
Una lacerazione devastante che attravers lintera penisola.

Cap. XIII
Gli attentati anarchici di fine Ottocento
Sul finire del secolo XIX, nellambito della problematica sociale e politica europea, il
movimento anarchico, in seguito ad una serie di attentati terroristici contro alcune personalit forti
di vari governi continentali, sal alla ribalta: gli anni novanta dellOttocento furono il periodo del
cos detto bombismo, anni in cui molte azioni di puro impatto dimostrativo ed i tragici attentati,
contribuirono a creare nellimmaginario collettivo, grazie spesso ad unaccorta
strumentalizzazione da parte delle autorit politiche, lo stereotipo dellanarchico crudele e
bombarolo.
Alcuni attentati del movimento anarchico, peraltro, furono diretti contro individui assurti, agli
occhi della popolazione civile, a simbolo delloppressione: molti di questi furono sovrani
europei o esponenti di spicco di governi reazionari divenuti celebri nel mondo per la crudelt con
cui governavano il proprio paese, soggiogando le classi sociali pi povere.
Emblematico il caso di Sante Caserio, un anarchico italiano, che il 24 giugno 1894 decise di
eliminare il Presidente della Repubblica francese Sadi Carnet, compiendo cos, ai suoi occhi, un
atto di solidariet verso i compagni di fede francesi Auguste Vaillant ed mile Henry, autori nei
mesi precedenti di attentati e per questo condannati entrambi a morte, colpiti dalla reazione
governativa: il suo fu un puro atto individuale perch solo un individuo ne fu lartefice, anche se
la polizia francese cerc in ogni modo di avvalorare la tesi del complotto per infiammare lanimo
nazionalista dei francesi contro lItalia, come anche solo un individuo ne rimase vittima.
Nel corso degli anni immediatamente precedenti la fine del secolo, si assistette ad una graduale
teorizzazione dellindividualismo dazione per il quale la propaganda del fatto violento e
sovvertitore fu considerata lunico ed efficace strumento di lotta anarchica, anche perch le
durissime repressioni governative nei confronti delle associazioni sovversive e dei moti di
rivolta popolare, oltre alla definitiva scissione tra socialismo legalitario e socialismo
anarchico, gettarono il movimento in una condizione di profonda crisi strategico-politica. A
partire dal 1896, Errico Malatesta aveva formulato le concezioni che prevedevano la
riorganizzazione del movimento anarchico su base nazionale, lipotesi della costruzione di un
partito dotato di un suo programma politico, di un organo di stampa e di un minimo di struttura
generale e permanente; al contrario individualisti ed antiorganizzatori ritenevano tutto ci non
conforme alla pura tradizione anarchica figlia delle tesi di Michail Bakunin e degli scritti, pervasi
da una sorta di determiniamo ottimista secondo il quale la storia avrebbe maturato una societ
anarchica, di Ptr Alekseevi Kropotkin, imputando allo stesso Malatesta di concepire limpegno
politico militante in chiave legalitaria e borghese.
Nel quadro del netto rifiuto organizzativo, aveva preso corpo allinterno del movimento anarchico
la propensione allatto isolato, frutto della scelta individuale o di piccoli gruppi che
rivendicavano orgogliosamente la loro totale autonomia. Fu cos, insomma, che era nato
quellindividualismo definito dazione, corrente minoritaria allinterno del movimento anarchico
che, soprattutto in una fase in cui lillusione dellimminenza della rivoluzione era forte e diffusa,
tradusse il suo desiderio di affermazione in seno al contesto politico nazionale nellutilizzo della
violenza giustiziera. Gli atti di violenta insubordinazione erano diventati cos il mezzo con cui

alcuni anarchici si contrapponevano alle ingiustizie della societ borghese.


Agli occhi delle classi dominanti degli Stati europei lanarchia assunse il ruolo di nemico
principale dellordine costituito ed i conseguenti attentati contro le Massime autorit dello Stato
furono fonte di timori e di squilibri politico-sociali a livello internazionale: limpatto che essi
ebbero sulle classi dirigenti dei diversi Stati colpiti, fu cos forte da richiedere una mobilitazione
totale ed immediata di queste ultime al fine di eliminare o almeno arginare quellincombente
pericolo.
Particolarmente preoccupato, il governo italiano, per risolvere il problema, ritenne necessario
promuovere e organizzare un convegno internazionale anti-anarchico, che si tenne a Roma, nel
1898: lo spirito anarchico era assai diffuso in Italia, certamente originato dalle cattive
condizioni economiche, ma legittimato, soprattutto, da una precisa tradizione storica, inaugurata
dalla borghesia italiana prima dellUnit, cio al tempo della propaganda risorgimentale; detto
altrimenti, cospiratori e regicidi rappresentavano altrettanti personaggi cui rendere gloria: uomini
come Agesilao Milano, impiccato a Napoli nel 1856 per aver tentato di uccidere il re Ferdinando
II, o Felice Orsini, il discepolo di Mazzini, che nel 1858, a Parigi, aveva attentato alla vita di
Napoleone III, erano avvolti da unaura tutta speciale, esaltata dai romanzieri di appendice che
alimentavano una sorta di estetica della violenza.
Le classi dirigenti, peraltro, non manifestarono soverchi dubbi nellinterpretare la successione
degli atti di terrorismo in Europa, quali tappe di un complotto internazionale, malignamente volto
a cancellare ogni forma di potere costituito sulla faccia della terra. Al punto di porre la scienza al
servizio della dimostrazione politica: Cesare Lombroso, ottenendo per questo larga fortuna non
soltanto presso gli ambienti accademici, ma anche fra i tutori dellordine, italiani ed europei, essi
stessi protagonisti della storia, mise a punto le sue teorie sulla degenerazione atavica dei seguaci
del movimento libertario sulla base di tutto un quadro clinico-fisiognomico, che voleva gli
anarchici con i visi immancabilmente asimmetrici e con la mascella inferiore immancabilmente
sporgente.

Cap. XIV
Lattentato di Passannante a Umberto I
Appena salito al trono, Umberto I aveva subito predisposto un tour nelle maggiori citt del Regno,
al fine di mostrarsi al popolo e guadagnare almeno una parte della notoriet goduta dal padre
durante il Risorgimento: lo accompagnarono la moglie Margherita, il figlio Vittorio Emanuele III
e il presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli. Partito da Roma il 6 luglio, il 10 luglio era stato
a La Spezia, dall11 al 30 luglio, aveva soggiornato a Torino, il 30 era stato a Milano, poi a
Brescia e il 16 settembre si era recato a Monza, dove aveva assistito allinaugurazione del primo
monumento dedicato al padre, Vittorio Emanuele II.
Il 4 novembre i reali erano arrivati a Bologna: il 7 avevano incontrano il poeta Giosu Carducci,
di idee repubblicane, il quale, rimasto incantato dalla grazia e dalla bellezza della regina
Margherita, scrisse per lei pagine di grande ammirazione e le dedic la celebre ode Alla regina
dItalia. Tre giorni dopo Umberto e Margherita erano stati a Firenze, il 9 novembre a Pisa e a
Livorno, il 12 novembre si erano recati ad Ancona, lindomani a Chieti e poi a Bari.
Il 16 novembre, alla stazione di Foggia, un certo Alberigo Altieri tent di lanciarsi verso il
sovrano: venne fermato in tempo, tanto che quasi nessuno si avvide del fatto e nemmeno la stampa
ne fece parola. Tuttavia, unindagine della polizia avrebbe portato a scoprire come il giovane non
avesse agito da solo, ma nellambito di un complotto per lassassinio dellAugusto sovrano che
aveva il proposito di farne eseguire il tentativo nelle diverse citt visitate.
Era lavvisaglia di quanto sarebbe accaduto il giorno dopo, il 17 novembre 1878, quando, a
Napoli, lanarchico lucano Giovanni Passannante, cuoco di professione, assal con un coltello di
circa 12 cm Umberto I, al grido di Viva la repubblica universale, esprimendo cos il suo
rammarico verso linadempienza della classe liberale, che aveva partecipato al Risorgimento, e il
disagio sociale dellItalia appena unita. Il Re riusc a difendersi con la propria spada, subendo un
leggero taglio ad un braccio, mentre il primo ministro Benedetto Cairoli, tentando di difendere il
re, fu ferito ad una coscia.
Il tutto si comp in un tempo cos breve che le altre carrozze vicine a quella reale non dovettero
mai fermare la loro marcia. Sanguinante per le ferite alla testa, Passannante non venne
accompagnato in ospedale per essere medicato, ma sub altre sevizie. Afferm di aver agito da
solo, di aver programmato lattentato due giorni prima e neg di appartenere ad alcuna
organizzazione politica. Al momento dellarresto, gli furono sequestrati documenti, fra i quali una
lettera, che defin il suo testamento, indirizzata ad un tale don Giovannino, in cui lo pregava di
elargire i suoi miseri averi ad alcune persone.
Lattentato fallito avrebbe sconvolto il regno intero e prodotto opposti sentimenti da una parte,
con cortei di protesta solidali nei confronti del Re, cui si contrapposero coloro che invece
elogiavano lattentatore, ma avrebbe anche innescato una dura repressione delle associazioni
internazionaliste e repubblicane, poich si temeva un complotto contro la corona, la fuga di
numerosi anarchici allestero, disordini in molte citt italiane, cortei di protesta contro e a favore
del cuoco lucano e la caduta del governo Cairoli.
Il 18 novembre 1878, a Firenze, venne lanciata una bomba contro un corteo monarchico: due
uomini e una bambina restarono uccisi e una decina di persone furono ferite; la tragedia fu ascritta

agli internazionalisti: vennero arrestati diversi esponenti del movimento, che sarebbero stati poi
scarcerati per mancanza di prove, ma uno di loro, Cesare Batacchi, sarebbe stato graziato solo il
14 maggio 1900. A Pisa, unaltra bomba venne fatta esplodere durante una manifestazione a
favore del re, ma senza fare vittime: arrestato, nonostante diverse prove di innocenza, Pietro
Orsolini sarebbe morto, nel carcere di Lucca, nel 1887. La notte del 18 novembre venne anche
assalita una caserma a Pesaro con un deposito di 5.000 fucili. Molte persone furono arrestate al
solo elogio verso lattentatore o alla sola denigrazione nei confronti del re: accade a Torino, Citt
di Castello, Milano, Guglionesi, La Spezia e Bologna.
Il poeta Giovanni Pascoli, intervenendo in una riunione di aderenti ad ambienti socialisti a
Bologna, diede pubblica lettura di una sua Ode a Passannante, distrutta subito dopo la lettura; ma
il poeta, in seguito, sarebbe stato arrestato per aver manifestato a favore degli anarchici, a loro
volta tratti in arresto per i disordini generati dalla condanna di Passannante.

Cap. XV
Lattentato di Acciarito a Umberto I
Pietro Acciarito, in possesso di una limitata istruzione e cresciuto in una famiglia molto povera,
costretto per mancanza di lavoro, al principio del 1897, ad abbandonare Artena, uno dei paesi
poveri dellentroterra laziale dove era nato il 27 giugno 1871 e dove aveva aperto una bottega di
fabbro, in via Machiavelli, entr ben presto in contatto con le correnti socialiste e con la stampa
anarchica.
Il 22 aprile 1897, si mescol tra la folla che salutava larrivo di Umberto I presso lippodromo
delle Capannelle a Roma, e si lanci verso la sua carrozza armato di coltello. Il re not
tempestivamente lattacco e riusc a schivarlo, rimanendo illeso.
Arrestato, prima di portare a compimento il suo proposito, interrogato, neg di essere stato spinto
da moventi politici e di appartenere a gruppi anarchici, attribuendo alle precarie condizioni
economiche la ragione del suo gesto: Io lattentato che ho fatto, prima di tutto non c complotto
e non sono stato spinto da nessuno, ma lo feci perch ero in miseria. Si buttano li milioni in Africa
e il popolo ha fame perch mancano li lavori. questa la questione: la micragna.
Nonostante queste dichiarazioni, gi allindomani del tentato regicidio, Di Rudin ipotizzava un
gigantesco complotto ordito ai danni della casa reale e, a Roma, si ebbero numerosi arresti di
persone sospette di socialismo o anarchia, tra cui il falegname anarchico Romeo Frezzi, che
morir nel carcere di San Michele, a causa dei maltrattamenti subiti durante linterrogatorio: la
polizia cerc di far passare la sua morte come un suicidio, ma venne smascherata da lAvanti,
giornale socialista, suscitando gran clamore in tutto il Paese.
Allesito del processo a suo carico, che si svolse il 28 e 29 maggio 1898, nel corso del quale
prese la parola per accusare le ingiustizie della societ e la parzialit della corte giudicante,
nonostante non avesse ferito o ammazzato nessuno, lAcciarito venne condannato ai lavori forzati
a vita e a sette anni di segregazione cellulare. Udita la sentenza, proclam: Oggi a me, domani al
governo borghese. Viva lanarchia! Viva la rivoluzione sociale!.
La sua vicenda giudiziaria ebbe, comunque, un seguito, poich non si rinunzi, nellinfuocato
momento politico, alla ricerca di complici e di mandanti. Prosciolto in istruttoria alla fine del
1897 un primo gruppo di sette anarchici, allinizio del 1899 furono tratti a giudizio altri cinque
presunti complici, tra i quali lanarchico Aristide Ceccarelli, in esecuzione di una vera e propria
trama ordita, tra la fine del 1897 e linizio del 1898, dal direttore generale delle carceri e il
Ministero della Giustizia, con lintento di incrementare e giustificare la repressione sociale.
Laccusa era di avere istigato e sostenuto lAcciarito nel suo disegno criminoso, per i rapporti
stabiliti presso lUnione socialista.
Il 22 giugno 1899, si celebr alle Assise di Roma, il secondo processo, nel quale lAcciarito
intervenne come testimone a carico dei cinque anarchici. Risult, per, che le accuse
dellAcciarito al Ceccarelli e agli altri erano state ottenute dal direttore del carcere di Santo
Stefano, tramite pressioni e mediante le delazioni di tale Petito, suo compagno di cella.
LAcciarito ammise di avere stilato la sua confessione dietro promessa di amnistia. In aula,
tuttavia, Acciarito ritratt e laccusa non riusc a dimostrare lesistenza di un complotto
antigovernativo.

Ne derivarono emozione nellopinione pubblica, interpellanze parlamentari, incidenti in tribunale,


fino alle dimissioni dellintero collegio di difesa, un membro della giuria abbandon laula, il
processo venne di conseguenza rinviato e, finalmente, insabbiato, ma nessun responsabile della
macchinazione processuale venne incriminato.
Tutto questo non serv a cambiare il destino dellanarchico di Artena: vano fu il tentativo di
Francesco Saverio Merlino di ricorrere in Cassazione, contro la condanna allergastolo; e Pietro
Acciarito morir nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, il 4 dicembre 1943.

Cap. XVI
Lassassinio di Umberto I
Il 29 luglio 1900, a Monza, Gaetano Bresci, un anarchico italiano venuto da Patterson
appositamente, vendicava sulla persona del re le vittime delle repressioni del 1893-1894 e del
1898. Era lepilogo tragico, e in qualche modo simbolico, di un aspro conflitto sociale e politico,
nel quale il re e gli ambienti di corte avevano giocato un ruolo centrale, tra il 1898 e il 1900, alla
ricerca di una soluzione autoritaria, che orientasse in senso accentuatamente conservatore il
riequilibrio dei poteri, nella societ italiana in trasformazione; aspirazione, questa, ampiamente
condivisa altres in ambienti rappresentativi delle istituzioni elettive e vitalizie, dellesercito,
della magistratura e dellamministrazione, oltre che dai pi consistenti settori del mondo
economico, agrario e industriale.
I
Non era stato un caso che Umberto I, nel giugno del 1898, avesse insignito con la Gran Croce
dellOrdine militare di Savoia il generale Fiorenzo Bava Beccaris, che, il 7 maggio precedente,
aveva ordinato luso dei cannoni contro la folla a Milano, per disperdere i partecipanti alla
cosiddetta protesta dello stomaco, causata dallintollerabile aumento del costo del grano, per
effetto della tassa sul macinato, compiendo un massacro: secondo le stime della polizia
dellepoca, ritenute da alcuni storici approssimate per difetto, cento sarebbero stati i morti e oltre
cinquecento i feriti. E, per questo, il monarca era stato aspramente criticato dallopposizione
anarchicosocialista e repubblicana, consapevole che la difesa patriottica dello Stato nazionale
dallattacco di anarchici, socialisti, repubblicani e clericali, si univa alla tutela dei diritti
intangibili della propriet borghese attaccata dalle inaudite pretese proletarie ad un lavoro
equamente retribuito.
A completamento della repressione armata di maggio, infatti, e a garanzia di una pi energica
risolutezza per il futuro, Antonio Starabba, marchese di Rudin, per rispondere al desiderio
sempre pi evidente del re e del partito di corte di avere, per dirla con Domenico Farini,
apprezzato consigliere del re, un ministero crispino, senza Crispi, aveva presentato a met
giugno alla Camera un nuovo gabinetto, tutto orientato a destra, e la proposta di una serie di
provvedimenti che prevedevano laggravamento delle disposizioni sul domicilio coatto, la facolt
di militarizzare ferrovieri e dipendenti delle poste, il divieto di sciopero e di associazione per i
dipendenti pubblici, limiti pesanti alla libert di associazione, di stampa e dinsegnamento.
Larresto e la condanna, ad opera di tribunali militari, di deputati, politici e giornalisti socialisti,
repubblicani, radicali, cattolici, da Filippo Turati ad Andrea Costa e a don Davide Albertario; la
chiusura di numerosi giornali; lo scioglimento di organizzazioni e Camere del lavoro socialiste e
repubblicane, nonch di associazioni cattoliche intransigenti; la reazione scatenata in tutto il
Paese, nel 1898, come risposta a movimenti sociali di protesta per la fame e per il lavoro di
limitate dimensioni, spintasi addirittura sino alla rimozione dallincarico di docente presso
laccademia scientifico-letteraria di Milano dello storico Ettore Cicciotti, per aver simpatizzato
apertamente per gli insorti milanesi, ragion per cui era stato costretto a riparare in Svizzera, per

sottrarsi allarresto, poich accusato di propaganda sovversiva, e che appariva ancor pi grave
ed ingiustificata della pesante repressione crispina del 1894 in Sicilia; lazione eccessiva,
insomma, di cui si era fatto carico il governo di Rudin, non era giunta a soddisfare pienamente gli
esponenti pi reazionari delle consorterie conservatrici toscane e lombarde, tra cui brillavano
anche industriali moderni come limprenditore tessile Ernesto De Angeli. Il re, pertanto, aveva
deciso di affidare la guida del governo al generale savoiardo Luigi Pelloux, proprio in vista del
consolidamento autoritario del potere esecutivo, in uno stretto rapporto fiduciario con la corona,
ma con lavallo del consenso parlamentare, specialmente alle misure volte allinasprimento della
tutela dellordine pubblico.
Nellestate del 1898, sembrava si fosse ricomposto uno schieramento largamente unitario della
classe politica, sia di tendenze liberali sia di convinzioni autoritarie, che consentiva
lapprovazione di provvedimenti eccezionali, limitati alla durata di un anno, per il mantenimento
dellordine pubblico, sovrapponibili a quelli presentati il mese precedente da Rudin.
La stasi politica, tuttavia, era durata sino al febbraio 1899, quando Pelloux aveva presentato
provvedimenti volti a rendere permanenti quelle misure adottate in via provvisoria: nel tentativo
di garantire lapprovazione dei provvedimenti eccezionali, secondo il mandato ricevuto dal re e
condiviso dallo schieramento conservatore, usando strumentalmente la rottura dello schieramento
unitario delle forze costituzionali, sul terreno della politica estera e di una ripresa delle spese
militari, Pelloux si era dimesso, dando cos vita a un nuovo governo da lui presieduto, ma
composto e orientato da Costantino Sidney Sonnino, che ormai conduceva personalmente lo
scontro per la sanzione legislativa di un riequilibrio dei poteri istituzionali, a vantaggio del
governo e del sovrano, rispetto alla dialettica parlamentare e politica.
Tale atteggiamento era stato, comunque, bloccato alla Camera dai socialisti, che fecero ricorso
allostruzionismo: fallito il tentativo di cambiare il regolamento parlamentare, Pelloux, su
sollecitazione di Sonnino, aveva deciso di promulgare, con decreto 22 giugno 1899, i
provvedimenti, in aperta lesione delle norme statutarie e manifestando ormai chiaramente
lintenzione di procedere ad una svolta autoritaria.
La difesa delle prerogative parlamentari, tuttavia, era stata sancita dalla Corte di cassazione il 20
febbraio 1900, con una sentenza che annullava i provvedimenti eccezionali promulgati per
decreto legge e non approvati nei termini previsti.
La sanzione giuridica della sconfitta politica del tentativo di Pelloux e di Sonnino di forzare in
senso autoritario lordinamento dello Stato liberale aveva costretto il governo, prima, ad
annunciare, il 6 aprile 1990, il ritiro definitivo del decreto legge, quindi, a sciogliere la Camera e
ad indire nuove elezioni nel giugno 1900, che avevano visto una decisa avanzata della sinistra.
II
I risultati delle elezioni non fecero che accelerare lo sfaldamento della compagine governativa,
gi tuttaltro che unita e monolitica, e le spinte centrifughe.
Il re, dal canto suo, era preoccupato e non sapeva come agire, per quanto il discorso della corona
per linaugurazione della XXI legislatura, il 16 giugno 1900, non fosse privo di accenni alla
volont di continuare lungo la strada sino ad allora battuta.
Pelloux fece un ultimo tentativo di tenersi in sella, sfruttando i timori del sovrano, prendendo in
considerazione la possibilit di rafforzare la maggioranza con la nomina di ben 35 nuovi senatori,

tentando, addirittura un riaccostamento alla sinistra liberale, il cui effetto fu, tuttavia, lapertura
della crisi ad opera dei principali componenti della destra lombarda nel governo. Privo, dunque,
di una reale maggioranza, il 18 giugno 1900, Pelloux rassegn le dimissioni, che ne segnarono la
scomparsa dalla scena politica.
Per risolvere la crisi di governo aperta da quelle dimissioni senza un voto della Camera, dunque,
ancora una volta extraparlamentare, il re si rivolse a Giuseppe Saracco, un vecchio senatore
piemontese, privo di duttilit, da tempo legato alle societ ferroviarie, che incarnava la linea
tradizionale del senato, rigidamente conservatrice e ultramonarchica, tanto pi acuita, per
reazione, dalla recente avanzata delle forze popolari.
La scelta di Saracco, parlamentare di modesto rilievo, alla soglia degli ottantanni, con alle
spalle mezzo secolo di politica, piccolo, magro, ricurvo, incartapecorito, dal colorito giallastro,
clto dalle vignette dei giornali satirici dellepoca nella sua abitudine di camminare rasente i
muri oppure in atteggiamenti che evocavano la grande avarizia di cui godeva fama da molto
tempo, permetteva al sovrano di conciliare la prospettiva di un governo che non fosse la
negazione totale del precedente, con quella di evitare la persona di Pelloux o di qualche altro
esponente troppo compromesso nel passato tentativo reazionario. Ne era la riprova che, nella
composizione del gabinetto, destra e centro conservassero un peso rilevante; ancorch,
allinsegna della pacificazione degli animi e soprattutto per scongiurare lostilit dei maggiori
gruppi della Camera, traesse dalle file della sinistra liberale Emanuele Gianturco, che and alla
giustizia, e lo zanardelliano Paolo Carcano allagricoltura, industria e commercio.
Per differenziarsi dai precedenti Gabinetti, Saracco ribad il proprio rispetto della volont
dellassemblea elettiva, come prassi del governo e altrettanto fece il nuovo presidente della
Camera, il crispino Tommaso Villa.
Pur senza osteggiare la nuova compagine ministeriale per isolare Sonnino allopposizione, gli
uomini della sinistra liberale si rendevano ben conto della precariet di essa, del suo carattere
eterogeneo, sbilanciata comera pi a destra che a sinistra, dellassenza di un vero programma di
riforme economiche e finanziarie. E se Tommaso Senise scriveva a Giolitti: il fine di questo
Ministero non che uno: ritorno della reciproca tolleranza tra le parti avverse politiche e ripresa
delle buone norme costituzionali; Pietro Rossano, di rimando, chiosava: Il nuovo Ministero
fa ridere, ma per ora bisogna sostenerlo per divenirne gli Eredi.
Il centro e parte della destra, di contro, non erano della stessa idea: pur avendo il tentativo
reazionario subito un duro smacco elettorale, almeno nelle prime settimane di vita fino al
regicidio, il Gabinetto Saracco rimaneva aperto a tutte le soluzioni, non esclusa quella di una
ripresa della politica liberticida, che molti moderati continuavano ad attendere e a caldeggiare.
A troncare definitivamente le aspettative dei conservatori, intervenne, tuttavia, leliminazione
fisica di Umberto I, uno dei cardini e dei punti di forza di tutti i tentativi reazionari del decennio
di sangue e, in particolare, dellultimo, pi complesso e organico, tra il 1898 e il 1900. La
tragica fine di Umberto I fu, infatti, un monito eloquente non solo e non tanto per il nuovo sovrano,
lo sconcertante re socialista, almeno per uomini come Pelloux, intenzionato, per sua stessa
ammissione, a pensare unicamente alla quistione economicofinanziaria, con riforma dei tributi,
quanto soprattutto per la sopravvivenza stessa della dinastia.
III

Il 29 luglio 1900, era trascorso appena un mese dallinsediamento del nuovo governo Saracco e
cinquanta giorni dalle elezioni. Era domenica e la giornata era molto calda. Umberto I si trovava
nella villa reale di Monza; ne era uscito alle ventuno, in carrozza aperta, senza indossare sotto il
panciotto, per la gran calura, la solita maglia dacciaio; lo attendevano in una palestra della citt,
per la premiazione degli atleti vincitori del saggio organizzato da una societ ginnica monzese.
Alle 23,30 il sovrano lasci la palestra e sinfil nella carrozza, fra le note della marcia reale e
gli applausi dei presenti; i cavalli muovevano i primi passi, mentre il re salutava, col cilindro in
mano, quando Gaetano Bresci balz sul predellino della carrozza ed esplose quattro colpi, tre dei
quali andarono a segno: uno alla spalla, uno al polmone, uno al cuore. La morte sopraggiunse
istantanea: il cocchiere aveva fatto partire i cavalli al gran galoppo verso la villa, distante poche
centinaia di metri, ma il re vi arriv gi cadavere.
Enorme fu lemozione suscitata dal tragico evento nella borghesia. Immediato il moto
dindignazione, che da parte moderata si trasform in parossistico tentativo di rilanciare ancora
una volta gli obiettivi di una drastica politica repressiva: mentre venivano aggrediti e malmenati a
Roma gli strilloni dellAvanti!, Turati riceveva a Milano decine di lettere anonime veicolanti
minacce di morte. Ambienti militari e alti esponenti della magistratura tornarono ad invocare
leggi contro la libert di stampa, di associazione, di riunione e magari anche leliminazione fisica
dei socialisti. Sacerdoti e giornalisti liberali disapprovarono lavvenuta abolizione della pena di
morte, mentre i fogli moderati proposero, volta a volta, che Bresci fosse torturato, o magari
semplicemente assoggettato a un processo sommario di pura apparenza, non senza esternare il
rammarico per il fatto che la polizia avesse impedito il linciaggio del regicida. La retorica
nazionale, intanto, colorava lavvenimento, si vendevano a migliaia cartoline ricordo del re e
sgorgavano con grande dovizia poesie e canzoni, che sacquistavano a un soldo per le strade.
Il 20 settembre, Ettore Sacchi commemor Umberto I a Bologna, a nome dei radicali, tessendo le
lodi del defunto, ad un tempo rivendicando lassoluta correttezza costituzionale del sovrano,
respingendo in modo assoluto ogni pi lontana idea di responsabilit di S.M. il re Umberto negli
atti del governo che caratterizzarono gli anni 1894, 1898 e 1899 e segnando, in tal modo, il
punto darrivo della linea legalitaria, anticlassista e antiunitaria portata avanti allinterno del
fronte dei partiti popolari dai radicali, i quali nel rifiutare la politica di alleanze nelle forme e nei
modi durati due anni, guardavano, ormai, sempre pi esclusivamente allarea di governo e alla
sinistra liberale. Questo elogio funebre, tuttavia, provoc la spaccatura tra la linea vincente di
Sacchi e il gruppo milanese raccolto intorno al Il Secolo e a Giuseppe Marcora e Carlo Romussi,
che anzi protest, immediatamente, col deputato cremonese:
Il discorso troppo elogiativo per re Umberto. Fu a parer mio (e la storia lo dir ancor pi
severamente) un re fa niente della stirpe merovingia. Era uno zero occupato a metter via danari (le
pere per la sete temuta), e niente altro. Tu hai voluto farlo cambiare invano... .
Pi severo fu Napoleone Colajanni, che scrisse a Sacchi:
Tu andasti troppo oltre nellapologia di Umberto I. come uomo lo giudico davvero un
galantuomo; come re ora fu inetto, ora fu porco. Fu porco insuperabile quando firm la proroga
del 14 dicembre 1894 a difesa delle turpitudini private di Francesco Crispi.

Non tutti i repubblicani, peraltro, condividevano lopinione di Colajanni, visto che alcuni si
associarono alle onoranze e si affrettarono a dichiarare in parlamento che la tradizione del partito
ha sempre condannato lassassinio politico.
N da meno furono i socialisti riformisti a respingere con fastidio il fatto, per la viva
preoccupazione, addirittura il panico per dirla con Arturo Labriola, che esso potesse mandare a
monte la linea politica ormai tracciata e assegnata al partito.
Insomma, in una ridda di proteste, i socialisti accusarono gli anarchici; i moderati accusarono i
socialisti; gli anarchici romani rifiutarono con sdegno ogni solidariet allindividuo che ha
compiuto luccisone; il deputato salernitano Enrico De Marinis segu il corteo funebre; Filippo
Turati, vivamente pregato da Gaetano Bresci, rifiut di assumerne la difesa, per il timore di una
speculazione sul nesso tra socialismo e anarchismo, tanto caro ai conservatori.
In prima linea nelle manifestazioni di affettuoso cordoglio e di aperto ossequio allistituzione
monarchica furono anche i cattolici di tuttItalia e il clero. E per quanto le alte gerarchie vaticane
sottolineassero che i funerali religiosi al re usurpatore erano soltanto tollerati e non
approvassero la preghiera composta dalla regina Margherita, le manifestazioni di lealismo
monarchico furono numerosissime e sincere. Pure Giovanni Battista Paganuzzi, sotto
limpressione dellavvenimento, prese liniziativa, che comunque non ebbe alcun seguito, di
manifestare al pontefice lesecrazione per latroce misfatto, limmenso dolore, il pianto
irrefrenabile di tutte le organizzazioni cattoliche sulla salma esangue di un mite e valoroso
Principe nel vigore degli anni.
IV
Gaetano Bresci, frattanto, era stato incarcerato, in mezzo alle solite liti tra carabinieri e pubblica
sicurezza per aggiudicarsi il merito di averlo acciuffato dopo che aveva sparato sul re.
Processato dinnanzi alla Corte dAssise di Milano il 29 agosto 1900, appena un mese dopo il
regicidio, al termine di un dibattimento pro forma, durato poche ore, venne in die condannato
allergastolo e relegato a Santo Stefano.
Neppure un anno dopo, il 22 maggio 1901, lanarchico, secondo il comunicato ufficiale,
simpicc con un asciugamano alle sbarre della finestra della propria cella: il tutto in meno di tre
minuti, durante una distrazione della guardia carceraria che aveva lobbligo tassativo di
sorvegliarlo a vista senza perderlo docchio e nonostante la palla di ferro al piede.
In realt, per ordini ricevuti dallalto, nel timore di unevasione del prigioniero, preparata
dallesterno, quel 22 maggio, tre guardie gli avevano fatto il Santantonio: buttategli addosso
coperte e lenzuola lavevano ammazzato di bastonate.
I miseri resti furono fatti sparire senza lasciare traccia da due ergastolani, inviati appositamente
da unaltra casa di pena e tenuti alloscuro del nome del morto. Poco dopo, il direttore
dellergastolo fu promosso e le tre guardie furono premiate. Presidente del Consiglio dei Ministri
era Giuseppe Zanardelli e ministro dellInterno Giovanni Giolitti.
Mentre un altro suicidato entrava nella lunga storia delle istituzioni repressive italiane, qua e l
per lItalia quegli stessi popolani che, al passaggio della salma del re, erano apparsi agli
esterrefatti uomini politici liberali senza alcun segno esteriore di commozione e di lutto,
comiciarono sommessamente a cantare: morto Umberto primo / quel malfattore / viva Gaetano
Bresci / vendicatore.

Cap. XVII
Laffaire Murri
La mattina del 2 settembre 1902 la polizia fu informata che un odore sgradevole, sempre pi forte
e nauseante, sprigionava dallabitazione del conte Francesco Bonmartini in Palazzo Bisteghi, a
due passi dal Portico dei Servi, nel centro di Bologna.
Decisamente raccapricciante la scena che si present ai primi che penetrarono nellappartamento:
in un angolo dellampia anticamera, giaceva a terra, in un lago di sangue, il grosso corpo del
conte, in stato di avanzata decomposizione, crivellato da numerosi colpi di pugnale, che non
avevano risparmiato n il volto n le mani.
Quellassassinio poteva restare un semplice episodio di cronaca nera dellItalia dinizio
Novecento e non si sarebbe trasformato, come invece accadde, nel caso giudiziario pi discusso
dellepoca giolittiana, se non vi fossero stati coinvolti i figli di Augusto Murri, clinico di fama e
personaggio noto in Italia per la sua levatura filosofica e morale, esponente della cultura
positivistica e democratica predominante nellItalia di fine Ottocento. La stessa che Benedetto
Croce, nel 1905, dichiar avergli ispirato sui banchi di scuola un orrore cos violento da
soffocare per parecchi anni persino le tendenze democratiche che (erano) state sempre naturali al
(suo) animo.
Giornali, pubblicazioni a dispense, cartoline illustrate, fogli volanti, volumi stampati ancor prima
della celebrazione del processo, fecero di questo evento giudiziario un fenomeno collettivo di
grande portata sociale, tale da oltrepassare i confini nazionali.
Secondo i parigini, impegnati in quegli anni con lo scandalo finanziario della famiglia Humbert in
cui, a loro dire, tante erano le cifre e poco lamore, espressero invidia per il bel delitto italiano
che, avvenuto non tra gente volgare, ma della buona societ, avrebbe avuto il vantaggio di
appassionare il grande pubblico e nel contempo di rassicurarlo, svelando agli spettatori del
loggione turpitudini e vizi della gente per bene, insegnando che la ricchezza non fa la felicit.
Il Times, invece, sottoline che il popolo italiano fosse pi di altri incline a credere il male e che
tale credulit si associasse allo scarso senso della giustizia.
Il processo a carico di Teodolinda Murri, vedova del Bonmartini, di Tullio Murri, del medico e
amico di questi Pio Naldi, del dottor Carlo Secchi, ex assistente del professor Murri e amante di
Linda, nonch di Rosina Bonetti, la sartina romagnola amante di Tullio, si apr a Torino il 21
febbraio 1905.
Meno di un mese prima, il 14 gennaio 1905, dopo quasi due anni dassenza, Augusto Murri era
tornato in cattedra e per unora e tre quarti aveva intrattenuto i suoi studenti con una dotta
prolusione dal titolo Il pensiero scientifico e didattico della clinica medica bolognese. Un
dramma di Eschilo, questa lezione universitaria, con Intorno alla cattedra tutti i discepoli,
quelli antichi che non dubitano, della coscienza piena; quelli nuovi, tuttora incerti, tormentati da
un segreto sgomento. Fuori la calca dei farisei furibondi che intendono sfuggire al soffio alato
della parola, piena della ferma fede antica.... cos la raccont Claudio Treves, che dalle pagine
del Tempo spieg come il Maestro avesse fortunatamente fatto tutto ci che doveva, vale a dire,
non lasciarsi uccidere nel Padre.
E non si pensi si trattasse di mera retorica: la campagna giornalistica, pesante e diffamatoria, nei

confronti di Augusto Murri, non volle distinguere tra padre e figli, le cui colpe furono fatte
ricadere sul primo, schiacciato dallopinione pubblica fino a far coincidere le figure del genitore
e dellintellettuale. Ma se i colpi partiti dalle pagine dei giornali avevano ferito Augusto Murri in
profondit, infangandone sia la figura di padre sia limmagine pubblica di scienziato, essi non
riuscirono, tuttavia, a incrinarne il credo scientifico e ideologico. Fu nellincrollabile fiducia nel
metodo scientifico e nel culto della verit che il professore aveva ritrovato la forza di
riappropriarsi della scena pubblica: il suo ritorno allateneo bolognese fu lestrema
difesa dei valori che avevano guidato la sua vita intellettuale, prima ancora che scientifica. Una
dichiarazione dinnocenza. La stigmatizzazione della credulit popolare di fronte alle ipotesi
prive di scrupolo morale, formulate dalla stampa di quegli anni nei confronti della sua famiglia.
A chi andava sostenendo che leducazione laica e positiva, additata dagli scienziati e intellettuali
positivisti dellItalia di fine secolo come il mezzo per arginare il fenomeno della degenerazione
fisica e morale della nazione, producesse invece immoralit e delinquenza, il professore
marchigiano replic: Nella clinica come nella vita bisogna avere un preconcetto, uno solo, ma
inalienabile, il preconcetto che tutto ci che si afferma e che par vero, pu essere falso; bisogna
farsi una regola costante di criticar tutto e tutti prima di credere; bisogna domandarsi sempre
come primo dovere: perch io devo credere questo?

Cap. XVIII
Sequestro e omicidio di Giacomo Matteotti
Per lItalia post-bellica, dove accanto ad un popolo povero, ancora vestito di nero per i suoi
seicentomila morti inghiottiti dallApocalisse della Prima guerra mondiale, alle prese con la
disoccupazione o la sotto-occupazione e con la battaglia quotidiana per la sopravvivenza,
convivevano corsari della finanza, capitani dindustria, faccendieri di grande e piccolo
cabotaggio, lestofanti di varia estrazione, pescicani arricchiti con le forniture militari a fattura
gonfiata o con il mercato nero, trafficanti di favori, il 1924 fu annus horribilis.
Il fascismo al potere, affamato di finanziamenti per la propria organizzazione e per i leader giunti
ai palazzi con le toppe ai pantaloni, ma con un patologico bisogno di rivalsa e onnipotenza, era
ancora una dittatura dissimulata dietro la redingote e il cilindro di Benito Mussolini, luomo che
di l a poco sarebbe stato il duce della rivoluzione.
Nel caldo pomeriggio del 10 giugno 1924, un deputato usc di casa, sul Lungotevere, recando con
s una borsa piena di documenti. Era diretto in Parlamento, ma non vi sarebbe mai giunto e
neppure sarebbe tornato pi a casa: dopo averlo picchiato mortalmente, alcuni uomini,
appartenenti alla Ceka del Viminale, un gruppo segreto di squadristi reclutato dal ministero
dellInterno e guidato da Amerigo Dumini, uomo chiave del delitto, anello di congiunzione tra
certi affaristi del regime, autore, a suo dire, di undici omicidi, assiduo nelle sedi del partito e a
Palazzo Chigi, dovera accolto con grande confidenza, lo caricarono in macchina e partirono a
tutta velocit verso la periferia di Roma.
La vittima non era un deputato qualsiasi: nato a Fratta Polesine nel 1885, possidente terriero
illuminista, avvocato, sindaco di Villamarzana, consigliere provinciale di Rovigo, eletto nel 1919
alla Camera dei deputati, Giacomo Matteotti, nel 1922, aveva promosso la costituzione del
Partito socialista unitario, divenendone segretario nazionale.
Intransigente antifascista, difensore dei braccianti agricoli poveri, pi volte minacciato e
aggredito da gruppi fascisti, ostacolato nella professione forense e nellattivit parlamentare, solo
dieci giorni prima della sua sparizione, quale leader di uno dei maggiori partiti di opposizione se
non quale leader dellopposizione intera, aveva pronunciato alla Camera dei deputati una
documentata requisitoria sulle violenze fasciste contro i candidati socialisti, comunisti,
repubblicani, liberali progressisti.
Circa due mesi dopo la sua sparizione, il cadavere di Matteotti venne trovato, malamente sepolto,
in unarea seminascosta da una fitta boscaglia. Accanto ai poveri resti, nessuna traccia della
borsa che aveva con s al momento del sequestro, contenente le prove che il regime fascista stava
in piedi anche e soprattutto con laiuto della corruzione; che i suoi uomini si arricchivano
truffando lo Stato, incassando jugulatorie tangenti; che il Partito nazionale fascista esigeva parte
dei proventi succhiati ai big della finanza e dellindustria, i quali ricevevano in cambio favori
e appalti, per finanziare le federazioni che stavano sorgendo in tutta Italia, i quotidiani
fiancheggiatori e le clientele di fedelissimi che avevano ben meritato prima, durante e dopo la
marcia su Roma e tuttora meritavano per ragioni che erano ai limiti o fuori della legalit.
Due, in particolare, gli scandali ad alto potenziale distruttivo che minacciavano il regime: la
sistematica truffa ai danni dello Stato rappresentata dal traffico dei residuati bellici e

loperazione Sinclair Oil con la quale Mussolini tent di dare in concessione esclusiva i diritti
per la ricerca petrolifera in Italia al gigante Usa Standard Oil. Il che, come appare ovvio,
rappresentava un danno incalcolabile per il nostro Paese. Manca ancora la prova diretta che leghi
Mussolini allassassinio di Matteotti, la mole di testimonianze e indizi che si concentrarono su di
lui fu tale, per, da incatenarlo quasi subito al sospetto dessere il mandante del delitto:
Mussolini conosceva fin troppo bene Dumini, avendogli gi affidato diverse spedizioni punitive
per difendere il fascismo con la violenza chirurgica e intelligente che rivendicava come
necessaria, tanto da intimare agli avversari di sottomettersi o perire; Matteotti, per altro, era
lunico uomo politico che avesse il coraggio, lintransigenza e la lucidit per ostacolare
seriamente un progetto gi pronto a sfociare in regime e che non sarebbe arretrato in nessun caso,
per quanto prevedesse la propria fine: Io il mio discorso lho fatto, aveva detto il 30 maggio
1924 ai suoi compagni, dopo aver pronunciato il durissimo atto daccusa a Montecitorio, ora sta
a voi preparare lorazione funebre per me.
Ce nera, dunque, abbastanza per le immediate dimissioni del governo.
Tutto sembrava far credere a una crisi, ma non fu questo che accade: lopposizione parlamentare
scelse la strada della protesta morale, il governo resistette, la maggioranza non accenn a
spaccarsi, il regime si consolid.
Benito Mussolini, il trionfatore delle elezioni del 1924 contro le quali aveva tuonato Giacomo
Matteotti, forz la sorte e instaur la dittatura a viso aperto.

Cap. XIX
Gli attentati a Benito Mussolini
Il 31 ottobre 1926, a Bologna, in occasione delle celebrazioni dellanniversario della marcia su
Roma, venne esploso un colpo di pistola contro la macchina che trasportava Benito Mussolini
verso la stazione; il presunto attentatore, un giovane anarchico quindicenne, Anteo Zamboni,
venne immediatamente linciato e ucciso dai fascisti presenti: pi tardi, sul suo cadavere furono
contate quattordici pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento.
Secondo alcune recenti ricostruzioni (Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi
centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata n8 Anno 1965, pag. 244), lattentato sarebbe
stato, in questo caso, il risultato di una cospirazione maturata allinterno degli ambienti fascisti
contrari alla normalizzazione inaugurata da Mussolini, contrario a ulteriori eccessi rivoluzionari,
e allo strapotere delle formazioni squadriste: stando a tali ipotesi, il colpo di pistola non sarebbe
provenuto da Anteo Zamboni, semplicemente vittima delle circostanze.
Almeno inizialmente, del resto, le indagini di polizia si svolsero, pur senza approdare a risultati
utili negli ambienti squadristi bolognesi, per verificare lipotesi del coinvolgimento di ras locali:
Furono sospettati a turno racconta lallora capo dei servizi politici presso la Direzione
generale della PS, Guido Leto, Farinacci, Balbo, Arpinati, questultimo perch proveniente dalle
file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma le indagini accurate che
furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta allora da un eccellente funzionario, il questore
Alcide Luciani, e da un altro espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dellambiente
bolognese, Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non vera alcun elemento
apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi fascisti. Ve nerano,
invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di un isolato.
Uninchiesta segreta fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario allInterno,
conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i risultati non
differirono da quelli stabiliti dalle indagini della polizia.
I procedimenti penali successivi condannarono a pene detentive il padre e la zia dellattentatore
per aver comunque influenzato il giovane nelle sue scelte, ma Mussolini poco tempo dopo decise
di graziare i due condannati e di sovvenzionarne il fratello che si trovava in difficolt
economiche. In realt, i dubbi sono molti, sia su chi avesse veramente ordito lattentato e armato
la mano del ragazzino: innanzitutto, perch tanta fretta nellammazzarlo? La folla intorno a lui
era tutta di innocenti ammiratori del Duce o cera qualche nerbo di scherani dei servizi segreti?
Le stesse testimonianze di Arpinati e di Mussolini furono contraddittorie: Arpinati parl di un
giovanotto vestito di marrone; Mussolini di un uomo in abito chiaro, col cappello floscio. Forse
videro doppio per lagitazione del momento, ma forse gli attentatori erano due. E, infine, in
unintervista rilasciata in quei giorni, Dino Grandi testimoniava: Intanto dallautomobile che
seguiva quella presidenziale lon. Balbo, lon. Ricci e il Seniore Bonaccorsi si precipitano
sullaggressore che immediatamente scompare, stretto e afferrato da mille braccia in un tumulto
in un urlo terribile. Lintervista pecca, magari, di retorica, ma importante: Grandi indicava
come primi immediatamente intervenuti i tre capisquadristi, tutti in fama di mano pronta, specie
lArconovaldo Bonaccorsi, seniore (poi generale) della Milizia.

Quello attribuito ad Anteo Zamboni fu, comunque, il quarto attentato subito tra il 1925 e il 1926
da Benito Mussolini.
Il primo era stato ideato il 4 novembre 1925 dal deputato socialunitario Tito Zaniboni e dal
generale Luigi Capello. Zaniboni avrebbe dovuto far fuoco con un fucile di precisione austriaco
da una finestra dellalbergo Dragoni, fronteggiante il balcone di Palazzo Chigi, da cui si sarebbe
dovuto affacciare il Duce per celebrare lAnniversario della vittoria, ma le forze di polizia
guidate dal questore Giuseppe Dosi avevano sventato tempestivamente la minaccia.
Il 7 aprile 1926, era stata Violet Gibson, una donna irlandese risultata essere una squilibrata, ad
esplodere un colpo di pistola in direzione di Mussolini, mancandolo di poco: un repentino balzo
allindietro aveva salvato il Duce dalla morte, lasciandolo con solo una lieve ferita al naso.
L11 settembre 1926, lanarchico Gino Lucetti, fermo dove la strada si restringe sulla destra di
Porta Pia, aveva lanciato contro la prima vettura una bomba a mano tipo Sipe, che colpiva il tetto
della macchina senza esplodere, rimbalzava a terra e solo allora deflagrava, facendo otto feriti
leggeri tra i passanti; immediatamente immobilizzato da un passante, tale Ettore Perondi,
lattentatore era stato raggiunto dalla polizia e trovato armato anche di una pistola caricata a
proiettili dum-dum.
Benito Mussolini si salver da altri due attentati progettati e non eseguiti per ingenuit o per
mancanza di determinazione, nel 1931 e nel 1932. Lanarchico sardo Michele Schirru partito
dallAmerica per attentare alla vita di Mussolini, pur non avendo attuato il proposito, sar
arrestato il 3 febbraio del 1931, con una pistola, e poi fucilato a Forte Braschi, a Roma, per avere
progettato di uccidere il capo del governo.
Un altro anarchico, Angelo Pellegrino Sbardellotto, giunto dal Belgio, verr arrestato il 4 giugno
del 1932 con un passaporto falso, una pistola e unordigno; confesser anchegli di avere avuto
lintenzione di uccidere Mussolini. Viene condannato a morte e fucilato il 17 giugno: lo stesso
giorno di Domenico Bovone, genovese emigrato in Francia, organizzatore di alcuni attentati
dinamitardi senza vittime, arrestato dopo che lo scoppio di materiale esplosivo aveva ucciso sua
madre e lo aveva ferito.
Nella sentenza di morte pronunciata contro Michele Schirru il 2 maggio 1931, si legge
testualmente: Chi attenta alla vita del Duce attenta alla grandezza dellItalia, attenta allumanit,
perch il Duce appartiene allumanit.
Tra laltro, Schirru non aveva neanche attentato, ma aveva, forse, pensato di attentare: con
sottintesa, quanto evidente polemica, lOsservatore Romano del 1 giugno 1931 comunicava, in
breve, ai propri lettori la notizia che era stato condannato a morte e fucilato Michele Schirru,
ritenuto colpevole di aver avuto lintenzione di uccidere il capo del governo.

Cap. XX
Leggi fascistissime per annientare lopposizione
fuori discussione, ormai, che la vicenda giuridica del fascismo vada letta in termini di
continuit con lassetto politico culturale che ne precedette lavvento: sebbene la figura dello
Stato venisse sottoposta ad una rotazione in senso totalitario, tale da produrre una drammatica
alterazione del rapporto tra Autorit e individui, questo non imped, tuttavia, la formale
permanenza dellassetto statutario. In fondo, lo Statuto del 1848 era una fonte normativa fra le
altre, senza preminenza gerarchica sulla legge e senza la rigidit di una costituzione fondante,
dunque in grado di sopportare anche radicali sconvolgimenti, senza per questo dover mutare la
propria natura. La continuit, peraltro, dipese anche dal lavoro teorico di giuristi come Oreste
Ranelletti e Santi Romano, i quali, in un sordo conflitto con i giuristi di regime, operarono per
mantenere in un rapporto di compatibilit la caduta della funzione parlamentare, la centralit
dellesecutivo, lautonomia dellamministrazione e il ruolo del partito fascista, nel tentativo di
salvaguardare, sebbene in un quadro irrimediabilmente deformato, la figura storica dello Stato
amministrativo, affermatasi in Italia con let giolittiana.
Dove, invece, il regime fascista riusc ad imprimere una straordinaria accelerazione, cos da
realizzare una qualche forma di discontinuit con il passato, fu nella riforma della legislazione:
qui il regime dispieg i postulati della sua ideologia in strategie repressive, contenuti punitivi e
innovazioni di sistema, che modificarono profondamente i termini stessi dellordine giuridico
penale del Paese, esasperandone il carattere repressivo ed esaltandone la funzione intimidatoria:
esso, per un verso, venne caricato oltre ogni limite di contenuti autoritari; per laltro, i suoi
connaturati compiti di difesa sociale, una volta pieni di attenzione ai diritti dei cittadini e alla
tranquillit della societ, vennero stornati e messi innanzi tutto al servizio dello Stato.
Dopo un primo provvedimento di amnistia del dicembre 1922, che molto fece discutere per la sua
tendenziosit politica, e un altro emanato nellottobre del 1923, una volta oltrepassata la crisi
provocata dal caso Matteotti, Mussolini e il suo ministro Alfredo Rocco diedero definitiva
attuazione al programma di neutralizzazione delle opposizioni politiche, avviato da tempo con i
fatti, coronandolo con lo strumento della legge penale.
In una sorta di prosecuzione della politica dello squadrismo con altri mezzi, tra il 1925 e il 1926,
le leggi che saranno poi dette fascistissime delinearono lintelaiatura dello Stato totalitario,
articolantesi in leggi di difesa, quelle, cio, sulle societ segrete, sui fuoriusciti, sulla
burocrazia e sulla difesa dello Stato; e in leggi di riforma costituzionale, cio quella sul potere
legislativo dellesecutivo e quella sulle attribuzioni e prerogative del capo del governo.
Alfredo Rocco, subito dopo le leggi eccezionali del 1925 e del 1926, mentre si preparava la
monumentale riforma penale del 1930, avviata il 30 gennaio 1925, poteva scrivere: Il Fascismo
appartiene al novero di quelle rivoluzioni, le quali () realizzano la loro ideologia. La
realizzazione nel campo spirituale, svegliando nella massa il sentimento del dovere, labitudine
della disciplina, lidea della subordinazione dellindividuo alla Nazione. La realizzazione nel
campo giuridico, creando sulle rovine dello Stato liberale e democratico, lo Stato fascista
(Introduzione a La trasformazione dello Stato. Dallo Stato Liberale allo Stato Fascista, Roma, La
Voce, 1927).

Uno scritto del penalista fascista militante Silvio Longhi (Fascismo e diritto penale, in
Anticipazioni della riforma penale, Treves, Milano 1927), il quale avrebbe assunto lufficio di
procuratore generale presso la Corte di cassazione nel 1930, illumina il senso di quei
provvedimenti, tesi allannientamento di ogni opposizione: Quando nel 1924 pi difficile e
contrastato si fece per il Regime il processo di coordinamento e consolidamento, il Segretario
generale del Partito Fascista on. Farinacci ebbe ad affermare la esigenza di una triplice istituzione
coercitiva, dalle menti superficiali giudicata allora strana, violenta, orribilmente partigiana: il
bando, il confino, la pena di morte; il trittico farinacciano, chiariva ancora Longhi, era
affermazione di un sistema di difesa () generato dal congiungimento della forza con lo Stato,
dunque, pi semplicemente, rivolto a porre lordinamento penale al servizio della repressione
politica.
Eliminata mezzo secolo prima, con labolizione di fatto decretata da Pasquale Stanislao Mancini
nel 1876 e con quella di diritto sancita dal Codice penale del 1889, la pena di morte fu
reintrodotta nellordinamento penale italiano, con la legge n. 2008 del 1926, recante
Provvedimenti per la difesa dello Stato. In proposito, il solito Silvio Longhi scriveva che la
presenza della morte effetto della guerra che la nazione combatte contro i suoi nemici dogni
sorta: essa verr data con la fucilazione e comandata alla Milizia volontaria per la sicurezza
nazionale, con il che si render meno orribile il supplizio, portandosi maggior rispetto alla
persona del giustiziato, il cui cadavere non viene ad essere n troncato n deformato. Cade il
condannato come in battaglia: la battaglia della vita, comunque vissuta e combattuta. Unico
tribunale competente per lirrogazione della pena di morte, riservata ai gravi delitti politici e
sociali, era il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito a tempo determinato, che
alcuni avrebbero voluto come permanente, ma che, comunque, sarebbe stato poi indefinitamente
prorogato. Esso costituisce levidente riprova della continuit, anche durante il fascismo, che si
potrebbe pensare non ne dovesse sentire alcun bisogno, di uno dei caratteri originari o permanenti
del sistema penale italiano, gestito con leggi speciali e strumenti deccezione. Ad un tempo,
manifestazione dellimponenza dellapparato di repressione messo in piedi dal regime, e indizio
delle sue insicurezze, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, per un verso, fu un efficiente
dispositivo a guardia del regime, prova ne siano le 42 condanne a morte pronunciate, di cui ne
furono eseguite ben 31; e, per altro verso, la dimostrazione che il fascismo, per cancellare i suoi
oppositori, non avrebbe potuto contare sulla magistratura ordinaria, sulle Corti dassise e sul
normale funzionamento del sistema processuale.
La legge di pubblica sicurezza venne anchessa organizzata nel nuovo testo unico 6 novembre
1926, n. 1848, che irrobust e ampli i poteri di intervento preventivo della polizia, rendendone
piena leffettivit. Essa si arricch, peraltro, di vere e proprie fattispecie di reato e attribu alla
sola polizia la valutazione di comportamenti quali il manifestare propositi e il dimostrare
intenzioni, conferendo allautorit uno spazio amplissimo dintervento discrezionale, in una
materia tradizionalmente considerata squisitamente di diritto. Rafforz e approfond, insomma, il
duplice livello di legalit instauratosi nellordinamento penale italiano allindomani dellUnit,
indizio di una continuit ormai comprovata, ma anche di una esitazione del regime su questo
terreno. Il fascismo, infatti, non oper la riunificazione in chiave autoritaria dei livelli di legalit,
che pur ci si sarebbe potuti attendere da uno Stato totalitario, sicuro dei suoi ordinamenti e dei

suoi apparati.
A questi due livelli di legalit, peraltro, un terzo se ne affianc, in conseguenza dellistituzione
del Servizio speciale di investigazione politica, avente per scopo la difesa dello Stato, creato
allo scopo di vigilare sul dissenso politico, di contrastare le attivit dei fuoriusciti, di reprimere
lantifascismo. Compiti questi affidati allOpera Vigilanza Repressione Antifascismo (Ovra), ma
svolti, sia pure in minor misura anche dalla Milizia, le quali, com noto, potevano valersi
entrambi di modi e strumenti ancor meno che giurisdizionali e amministrativi.

Cap. XXI
Larresto illecito di Antonio Gramsci
L8 novembre 1926, inizia la sua odissea giudiziaria e carceraria Antonio Gramsci, che alle ore
22.30 viene tratto in arresto a Roma, nei pressi della sua abitazione, in via Morgagni 25, dalla
polizia fascista e rinchiuso a Regina Coeli. Il 5 novembre precedente, in due successive sedute, si
era svolto il Consiglio dei Ministri.
Al mattino, su proposta del ministro dellInterno Luigi Federzoni, erano stati approvati i
provvedimenti amministrativi, una serie, cio, di drastiche misure di polizia, comportanti, fra
laltro, la revisione di tutti i passaporti per lestero, sanzioni contro lespatrio clandestino, la
sospensione, di fatto, di tutta la stampa dopposizione, lo scioglimento di tutti i partiti che
esplica(ssero) azione contraria al regime, il confino di polizia; il guardasigilli Alfredo Rocco,
peraltro, aveva proposto un disegno di legge per lintroduzione della pena di morte per chiunque
attentasse alla vita e allintegrit personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo
del governo, nonch la reclusione da tre a dieci anni per chi avesse ricostituito partiti ed
associazioni disciolte.
Nella seduta pomeridiana, Luigi Federzoni, la cui credibilit appariva irrimediabilmente
compromessa a causa dei frequenti attentati ai quali, nellultimo anno, era sfuggito Benito
Mussolini, si era dimesso da ministro dellInterno. Linterim, al Viminale, era stato assunto dallo
stesso Mussolini, che, in tale veste, aveva disposto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei
provvedimenti amministrativi. Dovendo questi essere, comunque, controfirmati dal re, la loro
pubblicazione era avvenuta l8 novembre e, quello stesso giorno, Benito Mussolini diramava
lordine di applicazione immediata del
nuovo Testo Unico di pubblica sicurezza. Cos, mentre loccupazione delle sedi dei disciolti
partiti scattava nella notte dell8 novembre, larresto dei deputati slittava invece al 9 mattina,
dovendosene prima dichiarare la decadenza dal mandato.
La sera dell8 novembre, dunque, larresto di Antonio Gramsci, fu senzaltro atto illecito: se, per
un verso, il deputato comunista non era stato ancora dichiarato decaduto dalla funzione, per altro
verso, neppure era stata definita la lista esatta dei deputati di cui dichiarare la decadenza. N vale
addurre, per legittimare labuso, che il capo della polizia, Arturo Bocchini, con telegramma delle
ore 14 e 15 dell8 novembre, avesse chiesto a tutti i prefetti di procedere a rigorosissime
perquisizioni personali et domiciliari deputati iscritti partito comunista residenti nelle rispettive
province, nonch al loro fermo fino disposizione (dello stesso) Ministro che (avrebbe dovuto)
vagliare elementi raccolti in perquisizione.
Perch la Camera potesse procedere alla declaratoria di decadenza occorreva una mozione ad
hoc, e di questa sera fatto promotore Roberto Farinacci. Il suo elenco, stando al testo pubblicato
il 7 novembre dal suo giornale, Il Regime Fascista, e l8 novembre dal Tevere, comprendeva i
soli deputati aventiniani; la motivazione escogitata era la diserzione sistematica dei lavori
parlamentari, non ascrivibile ai 19 deputati comunisti, i quali avevano lasciato lAventino gi il
24 ottobre. La Camera, tuttavia, nella seduta delle ore 16,00 del 9 novembre si vide sottoporre
unaltra mozione, il cui primo firmatario era il nuovo segretario del PNF Augusto Turati, che,
facendo leva sullart. 49 dello Statuto albertino, dove si prevedeva la decadenza di chi avesse

abusato delle prerogative parlamentari per compiere opera di eccitamento e sovvertimento


contro i poteri dello Stato, annoverava tra i licenziandi anche i comunisti.
Quanto alla genesi di questo colpo di scena, in un libro di memorie degli anni Sessanta, Ezio
Riboldi, deputato comunista allepoca dei fatti, gi socialista dellarea massimalista, allineatosi
col fascismo, negli anni Trenta, dopo lesperienza del carcere, quindi collaboratore, dal 1940 al
1943, de La Verit di Nicola Bombacci, anchegli ex comunista, e conterraneo di Mussolini,
passato al fascismo rivoluzionario e finito a Sal, racconter che a Farinacci, il quale,
convocato con Turati, difendeva la sua posizione, Mussolini avrebbe confidato che era stato il re
a pretendere linclusione dei comunisti, poich reputava assurdo estromettere dal parlamento
liberali e popolari, mantenendo in carica proprio i comunisti.
Nel 1945, per contro, Vittorio Emanuele III, aveva rivendicato, invece, dessersi opposto al
provvedimento di decadenza dei deputati aventiniani, ritenendo che simile provvedimento potesse
avere, invece, un senso se adottato verso una forza sovversiva, quale il PCdI.

Cap. XXII
Gramsci, Grieco, Togliatti e il mistero della strana lettera
Allalba del 27 aprile 1937, moriva Antonio Gramsci: due anni prima aveva riacquistato la
libert piena.
Rinascita, la rivista culturale fondata da Palmiro Togliatti, pubblic nel numero 32 del 9 agosto
1968 alcune lettere inedite tratte dagli archivi di Stato e dallarchivio del PCI, scambiate, nel
marzo 1928, da Ruggero Grieco, che era a Mosca insieme Togliatti, con Gramsci e Umberto
Terracini, i quali erano, invece, reclusi nel carcere di San Vittore a Milano, in attesa di processo.
Nel consegnare la lettera inviata da Grieco, il giudice istruttore comment: Onorevole Gramsci,
lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera. Per cogliere il
senso di questo commento, occorre concentrare il fuoco dellattenzione, oltre che sul testo delle
missive anche sul contesto storico, politico e geopolitico, nel quale le vicende di cui alle missive
sinserivano.
Nel marzo 1928, mentre a Mosca, Stalin espelleva dal partito Trotzki, Zinoviev e Kamenev, che
lo avevano accusato di favorire il ritorno del capitalismo in Russia e per il comportamento
seguito sia nei riguardi della questione cinese, sia nei riguardi dei contadini, a Gramsci e a
Terracini, detenuti nel carcere di San Vittore, venivano recapitate due lettere inviate da Mosca, a
firma di Ruggero Grieco, per posta normale e non attraverso canali clandestini, come il PCdI era
uso fare date le circostanze.
Il contenuto delle missive, salvo i convenevoli di rito circa la richiesta di notizie sulla salute dei
destinatari, era estremamente riservato, soprattutto l dove, non solo giustificavano le epurazioni
staliniane, ma addirittura le esaltavano, in quanto, scriveva Ruggero Grieco, quelle epurazioni,
che avevano eliminato lopposizione e ogni forma di dissenso, erano inevitabili e necessarie
poich la minaccia di guerra con lURSS un fatto reale e, in questa situazione, non si pu
giocare allopposizione.
Indubbiamente, Ruggero Grieco, scrivendo in questi termini a Gramsci, non intendeva
semplicemente informarlo di quanto accadeva a Mosca, ma, piuttosto, chiudere la querelle
innescata dallo stesso Gramsci, due anni prima, nel 1926, allorch aveva inviato a Stalin, una
lettera in cui manifestava il suo dissenso sui metodi interni di conduzione del partito; lettera,
peraltro, mai consegnata da Togliatti al destinatario.
, dunque, evidente che la frase di Grieco non si pu giocare allopposizione dati i tempi, per
un verso, assolveva Stalin per leliminazione dei dissidenti e, per laltro, condannava Gramsci,
che di quel dissenso si era fatto portatore: Trotzki, Zinoviev e Kamenev, aveva scritto Gramsci a
Stalin, hanno contribuito ad educarci per la rivoluzione, sono stati nostri maestri, non possono
essere espulsi.
Quattro anni dopo, sarebbe stato Gramsci a spiegare il mistero della lettera: Pu darsi che chi
scrisse fosse solo irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia indotto a
scrivere. Vari elementi inducono a ritenere che, nello scambio di quelle missive, Togliatti avesse
giocato un ruolo. Innanzitutto, il compagno Ercoli, gi schierato con Stalin, aveva, due anni prima,
risposto seccamente a Gramsci di tenere i nervi a posto, che il problema era della giustezza o
meno della linea seguita dalla maggioranza del comitato centrale del partito comunista sovietico

e che si trattava di scegliere: o con gli uni o con gli altri, ma, soprattutto, perch questa volta
Grieco scriveva per conto di Togliatti. E, del resto, era lo stesso Grieco a scusare Togliatti, per il
fatto che non fosse stato lui a scrivere, con questa frase: la sua avarizia [nello scrivere, n.d.r.]
degna di un rabbino.
Comprensibile, dunque, perch Terracini, nella risposta a Grieco, sarcasticamente affermasse che
per scrivere, oltre al francobollo, occorre un certo quid di sentimenti e di impulsi non cedibili e
permutabili. evidente che i rapporti, non solo politici, ma umani e personali, fra Togliatti e
Gramsci, ma anche del primo con lo stesso Terracini, per quanto avveniva in quei giorni non
fossero dei pi tranquilli; e le lettere di Grieco erano un chiaro invito, rivolto, a Gramsci e a
Terracini, affinch si schierassero con Giuseppe Stalin.
La corrispondenza, in quel contesto politico, in cui si decidevano anche le sorti di chi doveva
essere scelto a capo della segreteria del PCdI, rispondeva, comunque, ad altre finalit: Stalin,
vincitore, si apprestava ad incarcerare e a far giustiziare, in un secondo tempo, tutti i suoi
oppositori; allinterno degli Stati europei, leversione comunista era in atto e veniva
fronteggiata anche con leggi eccezionali; concorrente alla segreteria del partito, con Togliatti, che
si trovava a Mosca, Gramsci, detenuto a San Vittore in attesa di processo, nella sua difesa, e per
ottenere la scarcerazione, aveva sempre sostenuto, pur non rinnegando la sua fede, di non far parte
dellesecutivo del partito; ovvio, dunque, che le lettere di Grieco, nelle quali Gramsci veniva
indicato, per la stessa natura delle notizie che gli venivano fornite, come un alto dirigente
internazionale del PCdI, inviate senza alcuna cautela, per posta normale, al carcere di San Vittore,
dove tutta la corrispondenza dei detenuti veniva controllata, era una vera e propria denuncia,
diretta a coloro che lo ritenevano colpevole di eversione contro lo Stato.
Scrivendo alla cognata Tania Schucht, Gramsci sarebbe tornato pi volte su quella strana
lettera, ricevuta nel carcere di San Vittore, nel marzo 1928, e si sarebbe chiesto se fosse stata
solo leggerezza irresponsabile oppure un atto criminale, un atto scellerato, esprimendo il
dubbio che chi la scrisse fosse stato irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno
stupido, lo avesse invece indotto a scrivere. Il riferimento di Gramsci, appare chiaro, a Palmiro
Togliatti. Gramsci era tanto sicuro di quello che affermava che, sempre alla cognata Tania,
riferiva lepisodio della consegna di quella lettera da parte del giudice istruttore.
stato scritto che questo episodio, oltre che gettare sul PCdI lombra di tradimenti,
provocazioni, cedimenti, accentu lisolamento morale di Gramsci dal partito stesso, fino ad
esporlo allaccusa di essere un socialdemocratico, o a quella pi infamante di avere ottenuta la
libert di morire nella Clinica Quisisana di Roma, per avere abiurato.

Cap. XXIII
Del ruolo di Stalin e di Togliatti nella guerra civile in Spagna
Dal luglio 1936 allaprile 1939, si combatt in Spagna una guerra civile, che vide contrapposti i
Nacionales, i nazionalisti, cio, autori del colpo di stato ai danni della seconda Repubblica
spagnola, ed i Republicanos, vale a dire le truppe fedeli al governo repubblicano, guidato dal
Frente Popular di ispirazione marxista. La Guerra Civile Spagnola, che port al crollo della
Repubblica e segn linizio della dittatura del generale Francisco Franco, fu senza ombra di
dubbio uno degli eventi storici chiave del secolo XX, da alcuni definita ensayo y prlogo della
Seconda Guerra Mondiale, stata, per ragioni di convenienza, inevitabilmente oscurata: da una
parte e dallaltra sarebbe stato poco producente capirne le ragioni e i misteri pi profondi.
Giustamente si pensa al conflitto come la prima fase dello scontro armato tra fascisti e
antifascisti: le forze in campo dal 1936 al 1939 sono le stesse che si daranno battaglia fino al
1945, soprattutto sul fronte fascista, Adolf Hitler e Benito Mussolini a sostegno di Franco;
sullaltro fronte, a fianco di un governo democraticamente eletto, solo Russia, Messico e
uninfinit di volontari provenienti da tutto il mondo. Il silenzio di Francia, Inghilterra e Stati
Uniti stata la ragione per cui, fino alla morte di Franco, languirono le indagini sul conflitto.
Lopposizione di Stalin allestensione della rivoluzione proletaria in Spagna, gi in atto in quasi
tutta la Catalogna grazie agli anarchici, finalmente, fu, di fatto, la causa dello sfaldamento interno
del Frente Popular e la vittoria di Franco.
A tale ultimo riguardo, secondo Paul Preston, La guerra civile spagnola, Mondadori, Milano
2011, lobiettivo di Stalin sarebbe stato quello di tenere occupato Hitler sul fronte occidentale.
Questo senza dubbio possibile, tuttavia, non si pu trascurare la circostanza che, negli anni
Trenta, la politica di Stalin fu caratterizzata da brusche svolte. Allepoca della crisi capitalista
del 1929, i dirigenti stalinisti credevano che la rivoluzione fosse vicina e si lanciarono, dunque,
in una politica ultra-sinistra settaria. Il potente Partito comunista tedesco chiamava i
socialdemocratici social-fascisti, fratelli gemelli dei fascisti e fu proprio quella politica di
divisione della sinistra a permettere che Hitler prevalesse, nel 1933. La netta inversione di
tendenza attuata nel 1934 dallInternazionale Comunista, invece di realizzare lunit dazione tra
comunisti e socialisti contro il fascismo, come raccomandato da Lev Trotsky, fece s che gli
stalinisti optassero per la politica dei Fronti Popolari, accordi programmatici opportunisti
rispettosi della legalit capitalista, coi socialisti ma anche coi repubblicani borghesi. E furono
proprio i governi dei Fronti Popolari a bloccare, nel giugno 1936 in Francia e dal Luglio 1936 al
Maggio 1937 in Spagna, londata rivoluzionaria.
Senza voler qui mettere in discussione limportanza del ruolo del Pci nella Guerra di Spagna,
giova evidenziare che essa stata amplificata sia dalla storiografia sia, soprattutto, dalla
memorialistica di parte comunista, che per fare di quel ruolo un mito fondatore hanno dovuto
tentare, per la verit con mediocre successo e non senza imbarazzo, di separarlo dal contesto
delle decisioni dellInternazionale comunista. Basta, infatti, periodizzare le diverse fasi
dellafflusso di volontari, per constatarne lo stretto legame con le scelte del Comintern: la
partecipazione dei comunisti, non solo italiani, particolarmente ridotta nei primi mesi dopo il 19
luglio 1936, inizi, invece, a crescere rapidamente dopo la decisione adottata a Mosca il 18

settembre 1936 di impegnarsi maggiormente nel conflitto; tra i primi volontari, del resto, era
decisamente prevalente la percentuale di anarchici, socialisti di varie tendenze e antifascisti non
organizzati, compresi alcuni degli atleti che avevano partecipato alle Spartakiadi di Barcellona.
Non casuale, a questo riguardo, che Luigi Longo, nel suo Le brigate internazionali in Spagna,
Editori Riuniti, Roma, 1972, affermi, ad esempio, che fin dai primi giorni della lotta () decine
e centinaia di lavoratori e di democratici francesi e belgi, di emigrati italiani, polacchi, tedeschi,
sfuggiti al patrio fascismo, combattono fianco a fianco con i fratelli spagnoli (p. 41): la formula
decine e centinaia, anche fin troppo generica, lascia intendere che, in ogni caso, la
partecipazione di lavoratori e di democratici francesi e belgi, di emigrati italiani, polacchi,
tedeschi, sfuggiti al patrio fascismo rimaneva nei limiti di quella che pu essere considerata una
partecipazione spontanea, fisiologica, dovuta in primo luogo ai militanti di vari paesi gi presenti
in Spagna per ragioni diverse; compresi sia i non pochi maghrebini immigrati per lavoro che si
arruolarono, ma la cui presenza fu quasi sempre taciuta, cos da poter affrontare in termini razzisti
la questione dei mercenari marocchini arruolati da Franco, sia coloro che per particolare
sensibilit e a titolo individuale accorsero rapidamente da paesi limitrofi. Neppure casuale,
daltra parte, che lesponente comunista lasci nel vago la composizione politica di quei primi
nuclei e faccia ben pochi nomi, cos da nascondere liniziale esiguit della presenza comunista:
erano comunisti, socialisti, repubblicani, seguaci di Giustizia e Libert, egli scrive,
dimenticando completamente gli anarchici, che avevano invece un peso notevole tra i primi
arrivati. Di essi, e anche qui non a caso, Luigi Longo si ricorda solo per denigrare la colonna di
Giustizia e Libert, naturalmente rendendo omaggio al suo promotore, dato che era morto:
Nonostante il valore e la rettitudine di Carlo Rosselli, che ne il fondatore e lanimatore, egli
scrive, questa colonna travagliata e quasi paralizzata da profondi dissidi, e le sue capacit
militari sono ridotte a ben poca cosa. (...) Nella colonna Giustizia e Libert il gran numero di
anarchici, refrattari per principio ad ogni subordinazione e centralismo, non aiuta certo a farne
una salda ed omogenea unit militare (ivi, p. 220). Un quadro di maniera, insomma, nel quale si
citano gli anarchici solo per evocare lo stereotipo che li presentava come distruttori del
potenziale militare della Repubblica, in contrapposizione ai comunisti che invece per abitudine
(...) al lavoro collettivo e ordinato garantivano lunit e la combattivit delle loro formazioni,
ma che non tiene conto delle trasformazioni indotte rapidamente dallesperienza nelle stesse
formazioni esclusivamente e rigorosamente anarchiche; funzionale, dunque, sia ad occultare lo
scarso peso dei comunisti nella prima ondata di volontariato, sia a non far emergere, soprattutto,
che ci non dipendeva da loro mancanza di entusiasmo e di volont di accorrere in soccorso della
Repubblica, quanto piuttosto dal fatto che lInternazionale comunista sosteneva che in Spagna ci
fosse bisogno solo di armi e non di volontari.
Indiretta testimonianza, cos sul ritardo iniziale nellinvio di volontari come, soprattutto, sui
fattori esterni che determinarono la svolta del Pci e degli altri partiti del Comintern, la si ricava,
del resto, da una nota, in data 27 ottobre 1936, ma che faceva riferimento a una richiesta di
chiarimenti dei giorni precedenti, con la quale il Psi contestava al Pci, a cui lo legava un Patto di
unit dazione, la mancata tempestiva informazione circa la campagna di arruolamenti a cui
questo partito aveva dato corso quando, in ottobre, lInternazionale comunista aveva cambiato
bruscamente linea: Noi avevamo deplorato (...) che a proposito della azione comune in Ispagna,

il vostro partito si fosse creduto autorizzato ad iniziative che, a volte, erano in aperto contrasto
con gli impegni assunti e in particolare col punto di vista affermato e difeso da vostri
rappresentanti in molteplici riunioni. Voi respingete lassunto poich a condizioni modificate
doveva corrispondere unazione diversa. S, cari compagni, a condizioni modificate doveva e
deve corrispondere unazione diversa, ma non unazione intrapresa in ordine sparso, ma
preventivamente coordinata dai due Partiti, senza di ci non c unit dazione (in Archivio del
Partito comunista, presso Istituto Gramsci, Roma, 1395/66).
ormai fuori discussione che la maggiore responsabilit dellUrss e dellInternazionale
stalinizzata sugli esiti della Guerra civile spagnola fu proprio la politica di non intervento,
proposta e attuata zelantemente dal governo del Front populaire francese, di cui i comunisti erano
parte essenziale e da cui comunque non si dissociarono: al non intervento proclamato il 4 agosto
avevano subito aderito Germania e Italia, che, tuttavia, rifornivano gi, fin dallinizio, i ribelli e
che continuavano a inviare aerei e truppe, ma anche, il 23 agosto, la stessa lUnione Sovietica,
coerentemente con il segreto disegno di Stalin di non permettere che la Repubblica venisse
definitivamente sconfitta e nello stesso tempo di non aiutarla a vincere; un disegno questo che
spiega la ricorrente disposizione, mai completamente abbandonata nel corso della guerra, a
considerare la possibilit di unalleanza con la Germania (Max Beloff, Foreign Policy of Soviet
Russia, 1929-1941, London 1947).
Oggi sappiamo, inoltre, che soltanto nella seconda met di settembre 1936, Stalin aveva deciso
sia di dare il via allInternazionale comunista, impegnatasi da ottobre a garantire un forte afflusso
di volontari in Spagna, consentendo la formazione delle Brigate internazionali, sia linvio di armi,
che cominciarono ad arrivare in ottobre, in quantit comunque sufficiente per resistere, ma non
per vincere.
Sappiamo, infine, che pur disponendo lUrss di quadri di altissimo livello, quando venne
finalmente spiegato lintervento, ad un impegno minimo sul piano militare fece, invece, riscontro
un impegno formidabile sul piano politico della maggior parte dei volontari sovietici, molti dei
quali ebbero un ruolo determinante negli assassinii di antistalinisti: per tutto il periodo della
guerra civile, un certo numero di consiglieri affianc i capi comunisti spagnoli. In proposito,
Pierre Broue ed Emile Tmime, La Rivoluzione e la Guerra di Spagna, Sugar, Milano, 1962,
scrivono: Tutti costoro sono circondati da tecnici e da consiglieri la cui esperienza preziosa e
che sono quasi sempre agenti dei servizi segreti russi. LInternazionale comunista, peraltro,
deleg fra gli altri largentino Victorio Codovilla, conosciuto sotto lo pseudonimo di Luis
Medina, il bulgaro Pavel Stepanov e il nostro Togliatti a prendere in mano la direzione e
lorganizzazione del partito. La politica militare del Pce, almeno in un primo tempo, fu invece
nelle mani di Vittorio Vidali, uno dei pi importanti agenti della Narodnyj komissariat vnutrennich
(Nkvd) allestero, conosciuto in Spagna col nome di Carlos Contreras.
Non da escludere che, dopo i primi mesi di incertezza e di attesa, il gruppo dirigente sovietico,
di fronte ai successi dei franchisti, si fosse preoccupato e quindi interrogato sulle ragioni della
complicit anglo-francese con il massiccio intervento di Italia e Germania. In ogni modo,
lintervento dellUrss venne ufficialmente motivato con lesigenza di contrastare loffensiva del
fascismo in Europa e con la volont di raggiungere un accordo antitedesco con le borghesie di
Francia e Gran Bretagna, a cui si garantiva il senso di responsabilit dellUrss e del

Comintern, cio un forte impegno per arginare la dinamica rivoluzionaria in Spagna e in Francia.
Al tempo stesso, per, indubitabilmente anche vero che luso propagandistico degli aiuti
servisse sia sul piano internazionale, per far dimenticare o giustificare lo sterminio dei dirigenti
dellOttobre 1917, nel corso dei processi di Mosca, sia su quello interno allUrss, dove milioni
di lavoratori sottoscrissero per pagare le armi da dare alla Repubblica.
Gli invii di quelle armi, apparentemente generosi e disinteressati, sia detto per inciso, erano stati
pagati, comunque, con le ingenti risorse auree della Spagna, oltre 510 tonnellate di oro, che lUrss
si era fatta consegnare per metterle al sicuro e che, in realt, trattenne dopo la fine della
Repubblica.
Quello che, insomma, i sovietici presentarono come aiuto disinteressato era invece un ottimo
affare economico oltre che una corda al collo del governo repubblicano: il decreto per mettere
in salvo loro era stato adottato il 13 settembre 1936, quando Madrid non era in pericolo, dal
governo di Francisco Largo Caballero, su impulso del ministro delle Finanze, il socialista di
destra Juan Negrn, dimostratosi, ad ogni effetto ed anche in seguito, prezioso complice dellUrss:
nel 1937, divenuto primo ministro, avrebbe avallato perfino la versione dellevasione, funzionale
a coprirne lassassinio, di Andrs Nin, esponente apicale del Partido Obrero de Unificacin
Marxista (Poum), alternativo al Partido Comunista Espaol (Pce), legato invece alla Terza
Internazionale e a Stalin. Il segreto sulla consegna delloro, ovviamente, venne mantenuto
gelosamente per tutta la durata della guerra, smentendo sempre categoricamente ogni voce in
proposito, cos da consentire allUrss di assicurarsi anche il monopolio delle forniture, mentre i
diplomatici in Messico stipulavano contratti per acquistare aerei statunitensi, non onorati per
mancanza di denaro.
Stalin era mosso, comunque, anche dallintento di conquistare a tutti i costi il controllo politico
e militare sulla situazione spagnola. E condizione essenziale per conseguire questo obiettivo era
leliminazione di ogni opposizione, imponendo al paese un governo totalitario, che interpretasse
ogni critica come un tradimento. Questo spiega perch dovunque si scaten la lotta per il potere
e per il comando: nellamministrazione statale, nellesercito, nelle organizzazioni politiche, nei
partiti, nelle fabbriche, nelle campagne, nei trasporti.
La pressione poliziesca, la corruzione, linganno, una martellante propaganda, la spregiudicatezza
tattica, ma anche lefficienza, lautoritarismo e la monoliticit delle organizzazioni comuniste
unitamente alla capacit di sacrificio dei suoi militanti e alleroismo dei suoi combattenti migliori
nelle zone di guerra, furono allorigine del successo.
Furono i servizi segreti sovietici a organizzare la faida interna alle milizie di volontari socialisti,
comunisti, repubblicani, democratici e anarchici, per eliminare i non allineati allInternazionale
Comunista guidata da Mosca.
Con metodi che andavano dalla calunnia, allarresto fino allassassinio, venne spaccato il Frente
Popular in due tronconi e gli stalinisti del Pce e del Partit Socialista Unificat de Catalunya (Psuc),
vicini al sindacato Unin General de Trabajadores (Ugt), si sbarazzarono dei loro alleati e delle
loro milizie operaie: gli anarcosindacalisti dellorganizzazione di massa Confederacin Nacional
del Trabajo (Cnt), lorganizzazione politica specifica Federacin Anarquista Ibrica (Fai), i
comunisti dissidenti e i trotzkyisti del Poum.
Per effetto dellazione extraparlamentare del Pce i governi caddero o mutarono composizione: di

fronte a un partito socialista diviso in fazioni, i comunisti sfruttarono con grande abilit i contrasti
interni, secondo una tecnica di cui erano maestri, la ricerca dellanello pi debole, appoggiando
ora luno ora laltro, rovesciando la posizione il giorno dopo e cos di seguito: per neutralizzare
Francisco Largo Caballero, sostennero Prieto e Negrn; per farla finita con Prieto, utilizzarono
Negrn.
Latteggiamento di Stalin nei confronti della rivoluzione spagnola segnala il fastidio e il timore
che potesse avere successo una rivoluzione libertaria e non manipolabile, la quale avrebbe potuto
rappresentare un punto di riferimento alternativo e credibile, nel movimento operaio europeo e
nella stessa classe operaia sovietica, che non a caso espresse con tanto entusiasmo la sua
solidariet. Se ne ricava una conferma nel comportamento verso le rivoluzioni jugoslava e cinese,
dapprima osteggiate e con cui quando arrivarono comunque al successo Stalin e i suoi successori
arrivarono a scontrarsi.
Quanto al ruolo degli stalinisti in Spagna, Lev Trotsky affermer: Gli stalinisti furono i pi
coerenti allinterno del blocco dirigente. Furono la punta della controrivoluzione borgheserepubblicana. Miravano ad eliminare la necessit del ricorso allintervento dei fascisti
dimostrando alla borghesia spagnola e mondiale che sarebbero stati in grado di soffocare la
rivoluzione proletaria apponendovi il sigillo della democrazia. Questa fu lessenza della loro
politica (The Class, The Party, and the Leadership. Why Was the Spanish Proletariat Defeated?
Questions of Marxist Theory, 20 agosto 1940).
Andrs Nin, fondatore del Poum, in precedenza aveva detto dei socialisti del Psuc, che
Consolidare la Repubblica era il loro motto, e consolidare la Repubblica significava dare alla
borghesia la possibilit di superare i momenti pi difficili e, una volta rafforzate le proprie
posizioni, portare lattacco a fondo contro il proletariato (cfr. Reazione e rivoluzione in
Spagna).
Se si confrontano questa affermazione di Nin con quella di Trotsky, quantunque luna sia riferita al
Partito Socialista e laltra agli stalinisti, si capisce come la collaborazione di classe sia stato un
elemento caratterizzante tanto la socialdemocrazia quanto lo stalinismo: non un caso che Stalin
stesse rispolverando proprio in quegli anni la rivoluzione a tappe di Leonid Martynov.
Impegnato nel massacro della vecchia guardia bolscevica con la macabra montatura dei processi
di Mosca, fece sterminare l85% dei quadri protagonisti della Rivoluzione dOttobre, Stalin stava
infatti procedendo alla costruzione di una forma totalitaria di capitalismo di stato, servendosi
della tecnologia americana ed estraendo il plusvalore grazie anche allausilio del terrore. Con
grande meticolosit, aveva estromesso anche dai partiti aderenti al Comintern gli ultimi partigiani
della rivoluzione mondiale, riducendo lInternazionale a strumento di sostegno dellUrss e di
esaltazione del mito della costruzione del socialismo in un solo paese. I capi dellUrss, che si
apprestavano a fare un patto di spartizione imperialistica prima con Hitler, poi con gli Alleati, di
tutto avevano dunque bisogno, fuorch della nascita di un vero potere proletario, in unaltra parte
del mondo. La repubblica dei soviet catalana avrebbe potuto divenire un punto di riferimento per
il movimento rivoluzionario internazionale, alternativo a Mosca, e avrebbe potuto ridare forza
allopposizione di classe in Urss, per questo essa andava schiacciata. Ed per questo che,
quando, nellautunno del 1936, Mosca aveva deciso di intervenire nel conflitto, lo aveva fatto
imponendo la parola dordine: Prima vincere la guerra, poi fare la rivoluzione; con il

corollario pratico: Affossare al pi presto, e con ogni mezzo, la rivoluzione spagnola.


In Catalogna, i sovietici avevano, tuttavia, ben pochi alleati. Gli stalinisti del Psuc erano poche
migliaia: perlopi piccolo borghesi, tanto che lorganizzazione venne ben presto ribattezzata il
partito dei bottegai. Ad essi, la borghesia locale fin con laffidarsi come allultima ncora di
salvezza. Il governo repubblicano, ormai terrorizzato dallavanzata proletaria, diede carta bianca
agli agenti inviati dal Comintern, tra cui Togliatti, Vidali, Longo, Orlov. Scrisse, in proposito,
lanarchico italiano Camillo Berneri: Tutto ci mi puzza di Noske, alludendo a Gustav Noske,
il ministro socialdemocratico degli Interni, che nel 1919 aveva fatto assassinare Rosa Luxemburg
e Karl Liebknecht, per reprimere la rivoluzione tedesca.
La posizione degli stalinisti fu chiara fin da subito: difendere ad ogni costo la propriet privata,
rovesciare il processo di socializzazione. In quei giorni, Santiago Carrillo, uno dei leader del
Psuc giunse a dichiarare: Noi non siamo marxisti, noi lottiamo per una repubblica democratica
parlamentare. E Stalin, in una lettera a Francisco Largo Caballero: necessario precisare che
il governo spagnolo non tollerer alcun atto ai danni della propriet privata.
Poich non si doveva, dunque, fare la rivoluzione, ma vincere la guerra, per dar vita a una
democrazia di tipo nuovo, venne liquidato ogni potere rivoluzionario che spontaneamente si
fosse formato nei Consejos o Juntas degli operai e contadini, e si procedette alla restaurazione
dello Stato. Tutti i capi del comunismo spagnolo insistevano sul fatto che non si trattasse di una
rivoluzione proletaria, ma di lotta nazionale e popolare contro la Spagna semifeudale e contro i
fascisti stranieri, come pure di un episodio della lotta mondiale che metteva di fronte i
democratici da una parte e la Germania e lItalia dallaltra. Secondo Jos Diaz, lanciarsi in
tentativi di socializzazione e di collettivizzazione ( era) assurdo ed equivale(va) a diventare
complici del nemico.
In The Spanish Cockpit: An Eyewitness Account of the Spanish Civil War, (University of
Michigan Press, 1963), dedicato al primo anno della guerra, Franz Borkenau sintetizza cos la
situazione: I comunisti non si opporranno solamente al dilagare delle socializzazioni, ma si
opporranno a ogni forma di socializzazione. Non si opporranno solamente alla collettivizzazione
dei lotti contadini, ma avverseranno con successo ogni politica determinata dalla distribuzione
delle terre dei grandi proprietari terrieri. Non si opporranno soltanto, a giusto titolo, alle idee
puerili dellabolizione locale del danaro, ma avverseranno addirittura il controllo dello Stato sui
mercati; e ancora: i comunisti hanno non solo organizzato una polizia attiva, ma per le forze di
polizia dellantico regime, tanto odiato dalle masse, hanno sempre mostrato una deliberata
preferenza. In una parola agivano non certo con lobiettivo di trasformare lentusiasmo caotico in
entusiasmo disciplinato, ma con lo scopo di sostituire unazione militare e amministrativa
disciplinata allazione delle masse e di sbarazzarsene completamente.
Il punto pi alto della controrivoluzione lo segnarono le vicende del maggio 1937.
Gi a fine settembre del 1936, il governo borghese della Catalogna aveva cominciato a rialzare la
testa. Gradualmente, con lintervento delle ricostituite forze della repressione statale, il potere
venne strappato dalle mani dei comitati operai, e riconsegnato alle vecchie istituzioni borghesi. A
vigilare sul buon esito delle operazioni furono schierate nuove forze di polizia, ben armate e
sottoposte al diretto controllo degli stalinisti. Col passare dei mesi, la reazione divenne ancora
pi aperta. Il 5 marzo del 1937, Nin venne denunciato come agente del fascismo. Il 31 fu la

volta dellanarchica Cnt, che, nonostante ostentasse supina sudditanza nei confronti delle
istituzioni borghesi, fu accusata di difendere i traditori trotzkisti e dar spazio a oscuri elementi
falangisti. Dalle calunnie alle pallottole alla nuca, il passo fu breve.
Nei primi giorni di maggio del 1937, di fronte allennesima provocazione, il proletariato catalano
decise di reagire: luned 3 maggio 1937, i ripetuti scontri tra il governo di Frente Popular della
Generalitat di Catalogna e gli operai di Barcellona, in gran parte anarcosindacalismi, arrivarono
ad un punto decisivo. Allorch tre camion carichi di Guardias de Asalto, guidate dal capo
stalinista della polizia, cercarono di impadronirsi della Telefnica, la centrale principale dei
telefoni, strappandola ai lavoratori della Cnt, che la occupavano e che controllavano quel centro
strategico delle comunicazioni, gli operai di tutta la citt si riversarono nelle piazze ed eressero
delle barricate, violando tra laltro le espresse direttive dei dirigenti anarchici; per qualche breve
giorno la citt torn sotto il controllo operaio: le forze armate borghesi vennero rapidamente
sconfitte; i marinai dellinsediamento navale fraternizzarono con gli insorti. Secondo il testimone
oculare Lois Orr (May Events. A Revolution Betrayed, Information Bulletin [Issued by the
International Bureau for the Fourth Internationl], luglio 1937, p. 1), Marted mattina i lavoratori
in armi dominavano la maggior parte di Barcellona. La fortezza di Montjuich, che coi suoi
cannoni controlla il porto e la citt, era tenuta dagli anarchici; la collina del Tibidabo, il porto e
tutti i sobborghi della citt in cui vivono gli operai erano sotto il loro controllo; e le forze
governative, eccezion fatta per alcune barricate isolate, erano state completamente sopraffatte e si
concentravano nel centro della citt, nei quartieri residenziali borghesi, dove potevano facilmente
essere circondate da ogni lato come lo erano stati i ribelli il 19 luglio 1936. Poi, nuovamente,
mancando una chiara direzione politica lopportunismo ebbe il sopravvento: sul finire della
settimana i lavoratori furono disarmati e le loro barricate smantellate, non a seguito di una
sconfitta militare, bens del sabotaggio, della confusione e del disfattismo seminati da dirigenti
operai traditori. Lobiettivo di smantellare le barricate, mancato dagli stalinisti, che pure
costituivano, almeno secondo Trotsky, lavanguardia combattente della controrivoluzione
borghese-repubblicana, venne conseguito dai capi della Cnt e del Poum, i cui militanti
presidiavano le barricate stesse. Mentre gli operai insorti erano infuriati per il tradimento dei
loro dirigenti, soltanto i trotskisti della Seccin Bolchevique-Leninista de Espaa (Sble) e gli
anarchici di sinistra degli Amigos de Durruti, i quali, pur non essendo in grado di rompere n
organizzativamente n politicamente con la Cnt, cercarono di spingere in avanti la rivoluzione.
Quello era il momento decisivo: la vittoria a Barcellona avrebbe potuto portare ad una Spagna
operaia e contadina e infiammare lEuropa in una lotta rivoluzionaria alla vigilia della Seconda
guerra mondiale. La sconfitta, invece, apr la strada ad una pesante repressione, che comport la
soppressione del Poum e lassassinio o limprigionamento dei suoi dirigenti.
Il 17 maggio 1937 cadde il gabinetto di Largo Caballero e Juan Negrn divenne capo del governo.
La stampa stalinista si scaten contro linsurrezione, il Poum venne sciolto e tutti i suoi dirigenti
arrestati. Andrs Nin venne consegnato alla polizia politica, torturato ed assassinato. Numerosi
militanti trotskysti furono uccisi. Venne creata una polizia speciale: controllata dal PCE e da
tecnici russi. Alla fine del 1937, gli invii di armi diminuirono velocemente e quasi tutto il
personale civile e militare russo che era stato in Spagna dallinizio della guerra cadde in
quelloscuro, silenzioso, orrendo olocausto delle terribili repressioni di massa e della

liquidazione della vecchia guardia bolscevica nellUrss.


probabile che il clima della rivoluzione, la prima sia pur momentaneamente vittoriosa dopo
quella dOttobre, avesse finito per contagiare anche una parte di coloro che erano stati inviati per
svolgere ruoli infami, come lambasciatore Marcel Rosenberg, il suo vice e successore Jacob
Gaikins, Mikhail Koltzov corrispondente fittizio della Pravda, i generali Emil Kleber e Ivan
Antonovic Berzin detto Goriev, il console a Barcellona Volodymyr Oleksandrovy AntonovOvssenko. Daltronde, il sospetto dessersi fatto contagiare dal clima rivoluzionario circondava
perfino un esecutore zelante dei crimini staliniani, come Vittorio Vidali, il quale, nelle sue
memorie, assicura di essere stato avvertito da Elena Stassova che per lui era pi salutare non
recarsi in Urss dopo il ritiro delle Brigate Internazionali dalla Spagna, come invece, gli era stato
proposto. Sar forse stato un caso, ma anche molti dei militanti comunisti sterminati negli anni
Cinquanta in Ungheria e in Cecoslovacchia, nel quadro e ai margini dei processi a Rudolf Slnsk
e a Lszl Rajk, avevano fatto parte delle brigate internazionali.
Stando alle testimonianze di molte persone, per esempio di Jess Hernndez ministro della
Repubblica spagnola, gi membro della direzione del Pce e dellesecutivo del Comintern; di
Julin Gorkin, gi dirigente del Poum e direttore del giornale La batalla, del leggendario generale
Campesino; dellex-commissario generale delle Brigate internazionali ed eroe del Mar Nero
Andr Marty, nonch di numerosi altri maggiori e minori testimoni, e infine anche secondo lo
storico della guerra civile spagnola, linglese Hugh Thomas (The Spanish Civil War, 2001),
risulta che Togliatti si fosse stabilito in Spagna sin dallagosto 1936: e, pur facendosi vedere il
meno possibile, dedicasse il suo lavoro completamente alle questioni spagnole, a quelle del
partito comunista e del movimento popolare spagnolo.
Si racconta che in una riunione dellUfficio politico del partito comunista spagnolo, tenuta
nellaprile 1937, alla quale avrebbero assistono Codovilla, Stepanov, Marty, Togliatti, Geroe,
Gaikins e per la prima volta lo stesso Orlov della Gosudarstvennoye Politicheskoye Upravlenie
(Gpu); in essa Togliatti avrebbe posto senza mezzi termini il problema dellestromissione dal
governo di Francisco Largo Caballero; Daz e Hernndez avrebbero protestato: il primo
rivendicando la necessit di una politica conseguente verso gli uomini e i partiti, ma anche
asserendo non gli sarebbero state chiare le ragioni per le quali si voleva sacrificare Caballero e
sostenendo che ci equivaleva ad attirarsi linimicizia della maggioranza del partito socialista e
degli anarchici, poich si sarebbe potuto dire che i comunisti pretendono esercitare
unegemonia nella direzione della guerra e della politica; per Hernndez, laffare Caballero non
avrebbe avuto alcun senso politico: grazie a Caballero, i comunisti avevano potuto organizzare il
Frente Popular, unificare i movimenti giovanili, collaborare con il Partito socialista e con gran
parte dellanarchismo; Caballero aveva garantito la predominanza comunista nellesercito, non si
era neppure opposto allattribuzione dei migliori armamenti alle unit comuniste e sera
mostrato docile ai consigli dei tecnici sovietici; rompere con lui avrebbe significato spezzare il
nostro fronte di lotta: perch, a che scopo? Non Mosca, secondo Stepanov, ma la Storia
condannava Caballero, in quanto dopo la costituzione del suo governo noi andiamo di catastrofe
in catastrofe; A sua volta Gaikins avrebbe spiegato: Caballero non vuole ascoltare i nostri
consigli. Pochi giorni fa ha congedato Rosenberg quasi brutalmente, perch chiedeva con
insistenza la soppressione del giornale La batalla e la messa fuorilegge del Poum; finalmente

Diaz e Hernndez, pur non modificando la loro opinione, avrebbero dichiarato di rimettersi alle
decisioni della maggioranza; Togliatti, a quel punto avrebbe senzaltro invitato lUfficio politico a
occuparsi dellorganizzazione della campagna contro Caballero e soavemente suggerito di
cominciare con un grande comizio a Valenza nel corso del quale il compagno Hernndez far un
discorso; sar di grande effetto politico che un ministro dello stesso governo Caballero si levi
contro il presidente.
Da parte sua, Palmiro Togliatti cos racconta, invece, su Rinascita del 19 maggio 1962, la sua
partecipazione alla guerra civile di Spagna: Quando io giunsi in Spagna, Negrn era gi capo del
governo e non ebbi quindi parte alcuna nelle vicende politiche che dettero origine alla caduta di
Largo Caballero (...). In Parigi mi giunse la comunicazione pura e semplice di Dimitrov di
recarmi in Spagna e mettermi a disposizione del partito spagnolo. Anche i suoi biografi
ufficiali, Marcella e Maurizio Ferrara, affermano che Togliatti non giunse in Spagna prima del
luglio 1937 e che si doveva far vedere il meno possibile.
In realt, Togliatti non poteva aver partecipato n alla riunione in cui si sarebbe decisa la caduta
di Francisco Largo Caballero, n a quella in cui si sarebbe deciso lassassinio di Andrs Nin: in
quel periodo, il compagno Ercoli, da buon burocrate controrivoluzionario faceva la spola tra
lUrss e la Francia, per coordinare la campagna di menzogne che doveva far accettare nel mondo
lassassinio dei principali dirigenti comunisti nei Processi di Mosca. Ma questo, se dimostra che
Hernndez era un turpe personaggio prima di entrare nel Pce, che assurdamente lo design come
ministro dellistruzione, e che rimase tale durante la sua ascesa nel partito e nel governo, ma
anche ovviamente dopo aver rotto col partito, e che quindi per nascondere le sue colpe non esit a
inventare particolari fantasiosi per scaricare le sue stesse responsabilit ad altri, non pu essere
addotta, da sola, a discolpa del Migliore dallaccusa di essere stato subordinato a Stalin n lo
assolve dalle sue responsabilit dirette, nella repressione di tutte le tendenze di sinistra,
accomunate sistematicamente ai trotsko-fascisti.
A negargli ogni autonomia che, del resto, non volle mai avere, rispetto a Stalin, di cui fu fedele
collaboratore, ma senza mai unombra di coraggio umano, al punto di rifiutarsi di muovere un dito
perfino quando suo cognato Paolo Robotti, avevano sposato due sorelle, fu arrestato, a Mosca,
dallNkvd, e ad esaltarne le responsabilit per la sua supervisione della politica
dellInternazionale comunista in Spagna, spacciata come una battaglia per la democrazia, ma che,
in realt, sacrific la rivoluzione alle esigenze della burocrazia sovietica di offrire garanzie di
rispettabilit alla borghesia franco-britannica, sincaricano i testi delle relazioni da lui stese per
lInternazionale tra il 1936 e il 1939. In essi, rimproverava, infatti, il Pce per le esitazioni e il pur
docile governo Negrn di non aver colpito abbastanza duramente gli anarchici incontrollabili e il
Poum, criticando pure il Pce, propenso a ritenere che la controversia con gli anarchici (dovesse)
essere regolata con le armi: visto che i rapporti di forza, almeno in Catalogna, non lo
consentivano, tanto valeva compiere sforzi per attrarre nuovamente gli anarchici alla
collaborazione nel governo che aveva gi dato buoni frutti durante il governo di Largo
Caballero. Da questi scritti, infatti, secondo Paolo Spriano (Il compagno Ercoli. Togliatti
segretario dellInternazionale, Editori Riuniti, Roma 1980), emerge un dirigente differente dallo
stereotipo per il quale in Spagna avrebbe assolto alla funzione di persecutore di anarchici,
mentre rivelano un intelligente e cinico fastidio nei confronti della repressione indiscriminata, a

cui proponeva di sostituire unazione pi articolata e selettiva.


In particolare, come risulta da una relazione del 30 agosto 1937 (in Palmiro Togliatti, Opere, vol.
IV, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 261), si trattava, per Togliatti, di attrarre i dirigenti della Cnt,
riformisti prudenti e realisti, dunque sensibili alle lusinghe della collaborazione di classe,
perch cos sarebbe stato possibile seminare discordia nelle loro file, combattendo pi
facilmente quella che egli definiva lala illegale costituita dai trotskisti e dagli anarchici
irriducibili, assimilati ai primi perch agivano illegalmente e illegalmente pubblicavano
opuscoli, venduti come organo della Fai. Inutile dire che decidere cosa fosse illegale era
naturalmente una sua prerogativa. Evidente il suo compiacimento, in un rapporto del 28 gennaio
1938, per avere il partito conosciuto una serie di successi, sia con la persuasione, sia con la
pressione, vale a dire, listituzione dei tribunali speciali contro i disfattisti, i diffusori di
stampa fascista e trotskista, chegli sempre accomunava, la dissoluzione del Poum e la sua
eliminazione dagli organi rappresentativi locali in cui era stato eletto.
Con buona pace della democrazia per cui si lottava in Spagna. Pi tardi, il 12 marzo 1939, in
un rapporto immediatamente successivo al colpo di Casado, che attribuiva naturalmente ai soliti
trotskisti, sorvolando sul fatto che gran parte dei militari insorti avevano la tessera del Pce ed
erano stati lusingati ed esaltati contro il disordine delle milizie, descriveva lo sfaldamento
dellesercito, la fuga di molti quadri del partito e del governo e dello stesso Negrn, sospettato,
quindi, a questo punto, di complicit con Casado. Ributtante il suo cinismo allorch ammette:
tentando una resistenza ci mancherebbe pure lappoggio delle masse, sicch potremmo
mantenere le retrovie solo a condizione di scatenare il terrore, fucilazioni in massa di dirigenti di
altri partiti, ecc., cose che nellattuale situazione non sono consigliabili.
In un pi ampio testo del 18 marzo 1939, a sconfitta consumata, firmato Comitato centrale del
Partito comunista di Spagna, ma scritto di suo pugno, si denunciavano, a riprova che egli potesse
addirittura decidere non solo cosera legale o illegale, ma perfino chi fosse o no spagnolo,
membri della FAI, anarchici con un passato pi o meno oscuro e con un grado di appartenenza
alla nazione assai dubbio; e veniva bollato lo stesso partito socialista come approdato al
trotskismo controrivoluzionario poliziesco. Questo testo non fu mai diffuso, per essersi il partito
ormai liquefatto, ma sulla bozza egli aveva comunque cancellato la tradizionale dizione sezione
dellInternazionale comunista, che pure aveva scritto e che poi aveva ritenuto inopportuna in
quel contesto catastrofico, in cui era emerso su larga scala il risentimento nei confronti dellUrss,
a cui giustamente lInternazionale comunista veniva associata. Una vera e propria ossessione per i
trotskisti, che spuntano da ogni parte, emerge nel bilancio quasi definitivo tracciato il 21 maggio
1939, catalogato come strettamente confidenziale.
Pur partendo da un riferimento alla capitolazione di Monaco, non c in quel documento nessuna
analisi delle basi oggettive della demoralizzazione, e ancor meno un accenno alle ragioni della
fine degli aiuti sovietici e del ritiro delle Brigate internazionali, ma tutto quel che accaduto
viene attribuito ad un complotto. Vi si afferma, tra laltro, dimenticando magari lAutore di essere
un italiano inviato da Mosca a guidare il partito comunista spagnolo, che la lotta contro il
governo Negrn, contro il fronte popolare e contro il partito comunista era () ispirata e diretta
dallestero. Nella lista dei sobillatori figurano anche gli agenti della II Internazionale. Ma
nessun dubbio su chi avesse avuto la maggiore responsabilit per il crollo della Repubblica: Dal

punto di vista ideologico il trotskismo, collegato con gli estremisti e i provocatori anarchici, ha
svolto il ruolo principale. Elementi del Poum penetravano nel partito socialista (Pso), nelle
organizzazioni anarchiche (Cnt e Fai), nei sindacati (Ugt), nei partiti repubblicani ed anche
nellorganizzazione della giovent (Jsu) e vi portavano la lotta contro lunit, contro il fronte
popolare e contro il partito comunista. (Palmiro Togliatti, Opere, cit. p. 345). Giunti alla rituale
e prevedibile autocritica del Pce e dellInternazionale comunista, si scaricano tutte le colpe sul
secondo governo Negrn, di cui si ammette: ha collaborato pi strettamente con la direzione del
partito comunista, e che pi ampiamente e pi rapidamente dei precedenti ha accettato e realizzato
le proposte del partito (Ivi, p. 347). Le cause degli insuccessi evidenti si rinvengono nelle
debolezze, talvolta banali, come le divisioni interne, di cui, per, non si spiega lorigine, altre
volgari e ingenerose, e anche bizzarre, sol che si pensi alla strenua difesa di Negrn, in cui
lAutore sera speso: Fra le debolezze di Negrn occorre anche menzionare il suo stile di lavoro,
quello di un intellettuale sregolato, fanfarone, disorganizzato e disorganizzatore, e la sua vita
personale, quella di un bohmien non senza qualche segno di corruzione (donne) (Ivi, p. 248): si
usa e si getta! Era, del resto, gi toccato a Francisco Largo Caballero, passato da Lenin
spagnolo a trotskista. A questo punto, le critiche alla debolezza del governo si fanno pi precise:
Nella lotta contro la quinta colonna e contro i trotskisti, ulula assatanato lAutore, si
verificato fra il mese di agosto e il mese di ottobre un periodo di debolezza, caratterizzato
soprattutto dal risultato scandaloso del processo contro il Poum che termin senza nessuna
condanna seria (pena massima: 15 anni) (Ivi, p. 249): pochi, vivaddio, per un reato di opinione!
Alla luce di queste critiche a quel processo, si capisce meglio la logica dellassassinio di Andrs
Nin, che, naturalmente, mai viene citato nel rapporto. La responsabilit della debolezza del
governo, di cui si da per scontato che la magistratura deve essere il braccio, viene attribuita
ancora agli onnipresenti trotskisti: In questa occasione ebbe modo di rivelarsi lazione nefasta
del ministro della giustizia, Gonzlez Pea, caduto sotto linfluenza del trotskismo durante il suo
viaggio nel Messico, e di Paulino Gmez, che nel corso del processo proib alla stampa qualsiasi
campagna contro i traditori trotskisti. Il partito condusse (con sensibile ritardo) la sua agitazione
con pubblicazioni illegali e protest energicamente giungendo a provocare le dimissioni del
ministro degli interni. Negrn si disse daccordo in tutto con noi, ma fece macchina indietro in
seguito alla pressione del partito socialista (che minacci di aprire una crisi), della II
Internazionale e di ogni sorta di canaglia. Il suo intervento avvenne con molto ritardo e non fu
energico. La lotta dellapparato dello Stato contro i trotskisti e contro la quinta colonna fu assai
intensa e buona in novembre, gennaio, ma soltanto in Catalogna.

Cap. XXIV
La lotta del fascismo alla mafia
La propaganda fascista stata da sempre abilissima nel dipingere il regime mussoliniano quale
acerrimo nemico della mafia.
La vulgata vuole che la lotta alla mafia da parte del regime abbia avuto inizio nel 1924, a seguito
di una visita, il 6 maggio, del presidente del Consiglio, Benito Mussolini a Palermo, Trapani e
Girgenti: recatosi a Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi, racconta Giuseppe Tricoli
(Mussolini a Palermo nel 1924, ISSPE, Palermo 1993), ebbe modo di prendere coscienza, col
suo sensibile intuito, della nozione di mafia, come costume, come morbosit psichica, come
autorit di tipo tribale. Sicch, tornato a Roma, convoc il ministro dellInterno Luigi Federzoni
perch nominasse prefetto di Trapani Cesare Mori.
Costui, figura mitizzata dal fascismo, quando nel 1922 era prefetto di Bologna sera dimostrato
inflessibile nellapplicazione della legge, essendo fra i pochissimi rappresentanti degli organi di
repressione dello Stato, che considerassero lo squadrismo fascista al pari del sovversivismo di
sinistra e, quindi, da reprimere in egual maniera. Duramente contestato dal fascismo rampante, per
aver bloccato una spedizione punitiva di squadristi, Mori era stato dispensato dal servizio attivo
e si era ritirato in pensione a Firenze, quando venne richiamato in servizio e nominato prefetto di
Trapani, dove arriv il 2 giugno 1924 e dove rimase fino al 12 ottobre 1925.
Come primo provvedimento, Cesare Mori ritir subito tutti i permessi relativi alla detenzione e al
porto darmi e, nel gennaio 1925, nomin una commissione provinciale che provvedesse ai nulla
osta, resi obbligatori, per il campieraggio e la guardiana, attivit tradizionalmente controllate
dalla mafia.
Dopo lottimo lavoro in provincia di Trapani, Cesare Mori venne nominato prefetto di Palermo,
dove si insedi il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la
Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nellisola. Qui, dove rimase fino al 1929, attu
una durissima repressione della malavita e della mafia, colpendo anche bande di briganti e
signorotti locali, anche attraverso metodi extralegali, fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i
civili e il ricatto, con lesplicito appoggio di Mussolini, ottenne significativi risultati e la sua
azione continu per tutto il biennio 1926-27.
Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime.
Lazione condotta dal prefetto Mori e i suoi incontestabili risultati pratici di eradicazione del
fenomeno furono, tuttavia, condizionati dalle relazioni che vi furono fra mafia ed esponenti locali
del fascismo. E se pur vero che numerosi mafiosi furono arrestati durante il fascismo,
soprattutto nellepoca del Prefetto di Ferro, vero, tuttavia, che, il fascismo, dopo la grande
retata di pesci piccoli realizzata da Cesare Mori, venne a patti con lalta mafia.
Nel 1929, il Prefetto di Ferro venne richiamato a Roma e nominato senatore, mentre la Sicilia
veniva, in un certo senso, restituita ai capi mafiosi ormai fascistizzati: i condoni e le amnistie,
subito concesse dal governo dopo il richiamo di Mori favorirono molti pezzi da novanta, che,
appena tornati in libert, si schierarono subito a sostegno del regime, anche se, dopo il 1943,
gabelleranno i pochi anni di carcere o di confino, come prova del loro antifascismo (Christopher
J. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubettino, Soveria Mannelli 2007); i fascisti, peraltro,

non ebbero scrupoli nel liberare molti dei mafiosi detenuti, quando si tratt di utilizzarli in
sporche operazioni contro gli antifascisti.
Emblematica dei rapporti tra la mafia e il fascismo, che poi si intreccer con lintervento dei
servizi segreti americani, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, fu la protezione
accordata dal regime, nel 1935, a Vito Genovese, il quale si sarebbe sdebitato con la costruzione
della Casa del fascio di Nola e lassassinio dellanarchico Carlo Tresca, di cui fu probabilmente il mandante, materialmente eseguito da Carmine
Galante.
Lomicidio di Carlo Tresca, personaggio scomodo, che denunciava pubblicamente i falsi
antifascisti, permise di stendere un velo oscuro sugli ex-fascisti, che cercavano di sbarazzarsi del
loro scomodo passato e di riciclarsi come antifascisti. Esemplare, in tal senso, fra i tanti, il caso
di Generoso Pope, prima sostenitore di Mussolini, poi antifascista dellultima ora, entrato a far
parte dellamericana Mazzini Society, proprio quando questa era dilaniata dalla lotta intestina per
lammissione di alcuni italiani, trasferitisi negli Usa, con un passato di sostegno al fascismo, nei
comitati del Fronte Unito Antifascista, costituito nel 1943.
Vito Genovese, anche nel periodo post bellico, ormai affiliato alla famiglia di Joseph Bonanno,
avrebbe avuto un enorme potere in Sicilia, dopo lo sbarco alleato, dimostrando una costante,
duratura e ascendente importanza.
Quanto sin qui evidenziato contraddice, o quantomeno ridimensiona pesantemente, le tesi dello
scontro irriducibile, tra mafia e fascismo: sia prima sia dopo l8 settembre 1943, mafia e
fascismo intrattennero rapporti ben saldi, al punto che collaborarono, ai fini della repressione dei
movimenti socialisti, comunisti e anarco-rivoluzionari, che si andavano a sviluppare in Sicilia.
Per quanto lento, il processo di contagio e contaminazioni tra Stato e mafia, in tessuti, quali
listituzionale e leconomico, un tempo antagonisti, si sviluppato per tappe e acquisizioni
successive: la monarchia sabauda, in cambio della propria legittimazione, riconobbe lo status quo
feudale nel sud; la mafia, da parte sua, ha rappresentato, in seguito, un costante interlocutore per
la Repubblica, dalle trattative per preparare lo sbarco alleato in Sicilia al sistema di scambio
votofavore dellepoca democristiana.
In tale contesto, il ruolo della capitale morale settentrionale, cio Milano, andato focalizzandosi
sulla controparte legale, il riciclaggio di denaro.
Un equilibrio che si tuttavia definitivamente infranto a cavaliere del 1980, con lo scoppio di una
sanguinosa guerra intestina, che, con un bilancio assimilabile a una guerra civile, ha portato al
prevalere dei clan pi arretrati e feroci, i corleonesi, e a una tardiva reazione istituzionale.

Cap. XXV
Lassassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli
Pochi drammi della Storia possono eguagliare lassassinio di Carlo e Nello Rosselli, i due
antifascisti fiorentini uccisi il 9 giugno 1937, nella Bassa Normandia, da sanguinari sicari del
movimento Osarn (Organisation Scrte dAction Rvolutionnaire Nationale), detto anche la
Cagoule, per via del cappuccio che gli aderenti usavano indossare nel corso delle loro riunioni
segrete.
I due sparatori si chiamavano Jean Filliol, 28 anni, e Frnand Jakubiez, 27 anni. Il processo nei
loro confronti ebbe inizio il 2 marzo 1939, ma si interruppe con lo scoppio della guerra e la presa
del potere da parte del filofascista generale Ptain, non senza, per, che prima avessero rivelato
che il duplice omicidio era stato loro commissionato da camerati venuti da Roma. Fatto pi che
attendibile: Carlo Rosselli era stato lanimatore di una delle pi combattive formazioni di
volontari antifascisti, impegnati duramente nella guerra di Spagna.
Poco tempo dopo la presa di Roma da parte degli Alleati, nel giugno 1944, saltarono fuori i nomi
dei mandanti: nel settembre 1944, arrestato e tradotto dinnanzi allAlta Corte, il colonnello del
Sim (Servizio Informazioni Militari), Santo Emanuele dichiar di avere ricevuto lordine di
uccidere i Rosselli dallallora ministro degli Esteri Galeazzo Ciano e da Filippo Anfuso, braccio
destro del primo. Emanuele aggiunse di aver trasmesso lordine al maggiore Roberto Navale,
recatosi a Bagnoles-de-lOrne, dove aveva arruolato i sicari. Emanuele e Navale furono
condannati allergastolo; Anfuso a morte. La Corte dAssise dAppello di Perugia, il 14 ottobre
1949, rovesci il verdetto. Tutti assolti: per insufficienza di prove i due ufficiali e con formula
piena lAnfuso.
La Storia, per cinquantanni, ha accettato la tesi che vuole la responsabilit per il duplice
omicidio riconducibile esclusivamente ai servizi segreti fascisti, su mandato di Mussolini. Pi di
recente, sollevando vivaci polemiche, qualcuno ha preteso di assolvere loperato di Ciano e dei
suoi fedelissimi funzionari, vedendo nel movente dellattentato la mano dei servizi segreti
stalinisti, con la complicit di Togliatti e dei comunisti italiani.
La prima tesi si fonda su prove documentali notevoli; mentre la tesi della collaborazione segreta
dellOvra, il servizio segreto fascista, e dei servizi segreti stalinisti per uccidere i Rosselli, pur
in mancanza di documenti ufficiali che lavvalorino, si fonda su prove logiche, facenti leva sul
fatto che la lettera con cui Trotsky rispondeva positivamente allinvito di raggiungere i suoi
numerosi sostenitori in Spagna, mai giunta a destinazione, fu ritrovata, a liberazione avvenuta,
proprio negli archivi dellOvra.
La difficolt di accettare la seconda, fra queste due verit dipende dallimmagine del tutto
astratta che si ha del regime fascista: perverso, ma duro; suicida, ma dai fianchi blindati; stupido,
ma occhiuto e vigilante senza tregua, ventiquattrore su ventiquattro. Esso, per contro, fu friabile,
penetrabile, inquinabile dallesterno, quanto e forse pi delle vecchie e collaudate democrazie.
Errore di prospettiva gravissimo: proprio una classe politica nuova come quella fascista,
composta da uomini sbalzati da cattedre elementari o da piccole professioni e commerci
allamministrazione della cosa pubblica, in uno Stato moderno alle prese con problemi
internazionali immensi, pu essere la sede elettiva di un buon lavoro di penetrazione, agevolato

oltretutto dalle forti tensioni interne esistenti in ogni regime dittatoriale, e ancor pi dalla gracilit
delle strutture economiche, industriali, diplomatiche e militari di uno Stato costituitosi in nazione,
nel 1937, da meno di settatanni.
La querelle sarebbe indubbiamente meno virulenta se si accettasse, senza inutili ipocrisie, che la
nostra storia recente nientaltro che la risultante finale di molte e potenti pressioni, ricatti e
minacce, pi o meno espliciti; ma soprattutto di forze e personaggi interni, comunque eterodiretti
verso obiettivi non necessariamente coincidenti con quelli della nazione, se non addirittura in
contrasto con essi. Si pensi, tanto per fare un paio desempi, allinterventismo dannunziano del
1914 e 1915, o alla risoluta azione dello stesso Mussolini contro ogni tentazione di pace
negoziata, nel 1917 e 1918, largamente finanziata con denaro britannico.

Cap. XXVI
Giuseppe Cambareri il Mago dei Generali
Una mattina dellagosto 1934, Giuseppe Cambareri, alias Ganbareri, alias Cambarer, alias Elio,
trentatreenne basso e tozzo, ma pieno denergia e dagli azzurri occhi lampeggianti, venne ricevuto
a Berlino, da Arnold Krum-Heller, un anziano signore dalla lunga barba e dallaria ispirata, con
un passato misterioso e turbolento, Sovrano Commendatore della Fraternitas Rosacruciana
Antiqua (Fra). Fu l, a Berlino, che, allindomani dellascesa di Hitler al potere, dal Supremum
Consilium della Fra fu decisa la sua avventura.
Proveniente dal Brasile, ma nativo di un paesino della Calabria, Cambareri, dopo aver viaggiato
in lungo e in largo per lAmerica Latina, sempre pi affascinato dalloccultismo e autoconvintosi
dessere la reincarnazione di Cagliostro, trascorse alcune settimane a Berlino, si rec finalmente
a Roma, con lincarico di svolgervi una missione segreta.
Francisco Quartier dAlcantara, amico e seguace fedelissimo di Cambareri, per quarantanni, nel
1973, scrivendo a un giornalista italiano, afferm che la missione decisa dal Supremum
Consilium della Fra consisteva nellorganizzazione di un movimento rosacrociano in Italia in
modo da costituire un forte movimento antifascista e fece anche notare che Cambareri, in
precedenza, aveva avuto, in Argentina, a Rosario di Santa F, alcuni contatti con dirigenti della
Societ Teosofica, tradizionalmente diretta da personalit anglosassoni e gi impegnata, nel
corso della prima guerra mondiale, a favorire la vittoria dellIntesa. Se a ci si aggiunge che due
anni prima di chiedere liscrizione al Pnf Cambareri aveva aderito alla massoneria e alla Societ
Teosofica, ne esce avvalorata la tesi che sarebbe stato reclutato, fin da allora, da ambienti
anglosassoni e, per essere pi chiari, dallIntelligence Service. Si potrebbe ipotizzare, insomma,
che Cambareri, agganciato dallI.S. allinterno della massoneria e della Societ Teosofica di
Rosario di Santa F, fosse stato convinto a tornare in Italia come agente dei servizi britannici
sotto il manto dellesoterismo.
Gli elementi biografici del Cambareri e del suo capo Arnold KrumHeller, nonch il complicato,
ma vivissimo rapporto tra esoterismo e nazismo, inducono, per, a nutrire qualche serio dubbio in
proposito. A Roma, comunque, Cambareri rest quattordici anni, inserendosi in alcuni dei pi
clamorosi snodi che caratterizzarono la crisi del regime fascista e la drammatica transizione alla
repubblica democratica, invischiato, a vario titolo, nel reticolo di generali adusi a non rispondere
alla politica, al popolo sovrano e qualche volta nemmeno al Sovrano, chiusi nel loro sabba
autoreferenziale, talvolta in intelligenza col nemico, e nel frattempo immersi in un circuito
esotericoaffaristico che in un periodo critico e tragico, come quello che va dal 1940 al 1945, ha
largamente surrogato la politica.
Cambareri entr nellentourage del generale Pietro Badoglio, quando non era neppure
immaginabile il suo ruolo nellabbattimento di Mussolini; offr la sua casa e la sua organizzazione
al generale Giacomo Carboni come sede del quartier generale di Roma, dopo larmistizio del
1943; durante i nove mesi delloccupazione nazista della capitale fu tra i principali animatori di
una rete spionistica al servizio degli Alleati e, contemporaneamente, una sorta di uomo tuttofare
del generale Roberto Bencivenga, clandestino comandante militare e civile della citt, per ordine
del re.

In ogni caso, lambiente in cui si mosse Cambareri non fu, per, soltanto quello dei militari di
Roma citt aperta e degli uomini dei servizi segreti, dei rosacrociani e dei massoni, ma anche
degli agenti provocatori, dei potenti faccendieri, degli inesausti procacciatori e mediatori di
affari, dei frequentatori di salotti e anticamere importanti: snodi e interpreti di quel nesso
politica-affari che, mentre interessa quotidianamente la cronaca, sembra invece avere scarso
interesse per lo storico.
A torto, perch il personaggio di Cambareri non un cammeo, una figura unica e irripetibile; egli
, al contrario, una figura esemplare e paradigmatica: il medesimo mix di politica, affari ed
esoterismo lo ritroveremo in personaggi come Licio Gelli e Lopez Rega, negli stessi ambienti,
con le stesse modalit di azione.
La storia delle sue gesta, magistralmente ricostruita da Silverio Corvisieri nel saggio Il mago dei
generali, Odradek, Roma, 2001, se molto ha da dire sulla vocazione eversiva delle classi
dominanti di questo Paese, molto di pi svela quanto alla sua infamante sottocultura, del tutto
estranea alla tradizione laica e scientifica moderna, alla cultura di qualsiasi borghesia, anche di
quella che tanto poco ha inciso nella storia di questo Paese.
Populismo, interclassismo, sincretismo, variamente conditi con lesoterismo, sono filoni che ora
hanno un rilancio; ma sono anche alla base di quel revisionismo permanente che mina, insieme, la
tenuta della societ civile e gli strumenti scientifici per lanalisi della societ.

Cap. XXVII
Mito e realt dei buoni italiani
Alla fine della seconda guerra mondiale, il giudizio sui militari del Regio Esercito era diviso tra
unopinione pubblica internazionale, che li considerava criminali di guerra, e unopinione
pubblica interna incline a considerarli vittime della guerra fascista e buoni italiani. Va
riconosciuto a Davide Conti, autore de bel saggio Loccupazione italiana dei Balcani, dal
significativo sottotitolo Crimini di guerra e mito della brava gente (1940-1943), edito da
Odradek, nel 2008, il merito di aver concentrato il fuoco dellattenzione sulle cause che
determinarono una percezione tanto difforme della realt degli eventi legati alle guerre
daggressione dellItalia fascista.
Grazie allanalisi condotta sulla documentazione, in gran parte inedita e ricavata dallArchivio
Centrale dello Stato e da quello del ministero degli Affari Esteri, ormai emerso come la
condotta delle truppe del Regio Esercito, durante loccupazione in Jugoslavia, Grecia e Albania,
negli anni 1940-1943, fosse stata caratterizzata dalla snazionalizzazione, dalle repressioni
contro i civili, dagli internamenti, dalle esecuzioni sommarie: crimini di guerra, insomma.
Sulla scorta, per altro, della testimonianza del partigiano romano Rosario Bentivegna, il quale ha
ricordato come, pur combattendo nelle file delle formazioni della Resistenza in Montenegro,
percepisse nei suoi confronti una certa remora e una latente diffidenza da parte dei civili e degli
stessi resistenti montenegrini delle brigate combattenti, si anche chiarito come questa diffidenza
traesse origine dalla condotta del Regio Esercito italiano doccupazione, che, coadiuvato dalle
milizie fasciste, aveva operato, in quella regione, internamenti, fucilazioni, spopolamento di
intere cittadine, repressione anti-partigiana e incendi di decine di villaggi locali, tanto da portare
la popolazione civile a ribattezzare il soldato italiano palikuca , cio incendiario, bruciatetti.
Sebbene in Slovenia, Serbia, Croazia, Montenegro, litaliano avesse avuto il volto
delloccupante, dellaggressore, responsabile della fame, dei bombardamenti, delle privazioni e
delle stragi civili, con quelle specifiche caratteristiche, tuttavia, viene descritto soltanto il nazista
tedesco: sia i giornali, sia il cinema, sia le stesse istituzioni culturali e politiche della Repubblica
tendono ancora oggi a restituirci la consueta e stereotipata figura del bravo italiano,
delloccupante pacifico e bonario di una faccia una razza, assai difforme dallimmagine e dalla
stessa percezione della presenza delle truppe del Regio Esercito nei Balcani.
questa la prova evidente della difficolt, se non addirittura della reticenza, con cui lopinione
pubblica italiana si misura con questo tema, sostituendo allelaborazione critica del passato
fascista un generale processo di rimozione e autoassoluzione, coniugato al falso mito del buon
italiano.
La questione potrebbe essere liquidata rilevando che la retorica un male endemico del nostro
Paese, male che inquina la nostra vita, la nostra politica, la nostra letteratura, una delle cause
principali, se non la principale, delle nostre sciagure.
Non v dubbio, per, che le ragioni che hanno consentito laffermarsi del paradigma degli
italiani brava gente trovino origine altrove, vale a dire nella particolare situazione
internazionale del dopoguerra, quando le necessit di riorganizzare il blocco occidentale in

chiave anticomunista evit lestradizione e il processo ai numerosi criminali di guerra italiani,


richiesti dai governi albanese, jugoslavo e greco, al fine di favorire un rapido riarmo dellItalia e
la sua inclusione allinterno dellAlleanza Atlantica.
Se la mancata estradizione dei criminali e la non celebrazione dei processi possono essere
interpretati come la prima pacificazione forzata della guerra fredda in Europa, non di meno
lopinione pubblica italiana, sostenuta dallo schieramento conservatore dei partiti antifascisti, si
mostr immediatamente disponibile alla ricezione di tali istanze internazionali assumendo e
introiettando una narrazione che, svincolandola dalle responsabilit storiche del consenso al
fascismo, rappresent uno dei fattori principali che concorsero alla determinazione di quella
continuit dello Stato che, sin dalla nascita della Repubblica, stata unipoteca sullo sviluppo
democratico della societ italiana.
Dagli inizi degli anni Novanta, nonostante i mutamenti epocali del triennio 1989-1991 che
ridisegnarono il quadro geo-politico internazionale, il tema dei crimini di guerra italiani ancora
un argomento contraddittorio e sostanzialmente inevaso sul piano della rielaborazione collettiva:
la narrazione dei miti del bravo italiano e delloccupazione morbida, insieme alloblio dei
processi per i crimini commessi nei Balcani e in Africa, si prestano ad essere utilizzati come
terreno di coltura del consenso politico, con buona pace della verit storica e di quella giuridica.

Cap. XXVIII
Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza
Nei mesi seguenti la Liberazione, nel clima dellinsurrezione e con spinte rivoluzionarie tra la
base partigiana comunista, si ebbe unesplosione di violenza: furono numerosi gli eccessi e le
esecuzioni sommarie principalmente di fascisti o collaborazionisti, ma anche di appartenenti a
brigate partigiane di diverso colore politico, preti e semplici esponenti delle classi sociali
conservatrici e anticomuniste.
I fatti sanguinosi, sia pure con intensit calante, proseguirono per alcuni anni. Il numero degli
uccisi di parte fascista, dopo il 25 aprile 1945, stato oggetto di acceso dibattito, con
strumentalizzazioni in sede pubblicistica e politica e, comunque, allo stato attuale, non si dispone
di cifre attendibili delle morti fasciste che distingua in modo chiaro tra esecuzioni
immediatamente successive alla fine delle ostilit, che con la Wehrmacht, con cui la Repubblica
Sociale Italiana era alleata, si ebbe solo il 3 maggio 1945, e omicidi, vendette e violenze
verificatesi nei mesi seguenti.
Ad un primo sguardo, quella tragica nebulosa di violenza appare largamente una tragica
rivelazione dei dolori della guerra e delloccupazione nazista, rimandando molte di quelle
uccisioni a stragi e rappresaglie antifasciste: cospicua fra le vittime fu la presenza di appartenenti
alla Repubblica di Sal. Illuminante, in proposito, lanalisi di Luciano Lama, sindacalista,
politico e partigiano italiano, noto per essere stato il segretario della Cgil dal 1970 al 1986, quale
ce la restituisce Concita De Gregorio (Ora il momento di ricordare, La Repubblica, 8
settembre 1990): Il desiderio di vendetta non un crimine, un risentimento. Ricordo bene
quando mi dissero che avevano fucilato mio fratello. La rabbia ti sale alla testa, te la senti nelle
mani quando imbracci un fucile. Qualcuno ha resistito altri no. Magari volevi vendicarti, ma non
potevi, non dovevi... Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra. Prima di giudicare per
si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque pu forse finire con il cessate il
fuoco. Quella no. La Resistenza fu una battaglia terribile, disperata e atroce. Vivevamo nascosti
nelle buche dei campi di granoturco, eravamo circondati da nemici: non erano solo tedeschi e
fascisti, cerano le spie, ti potevano tradire in ogni momento. Vedevamo sparire i nostri compagni,
fucilavano famiglie intere. Eravamo sopraffatti dal dolore, dalla rabbia... Altrimenti non avremmo
potuto... Non saremmo riusciti a sparare a chi ci guardava in faccia. Una cosa tirare una
cannonata, unaltra uccidere chi ti sta di fronte. Ripugna. Si pu fare solo se ci si crede
ciecamente. Aiutano lodio, la paura, lutopia. Peraltro, secondo lex partigiano cattolico
Ermanno Gorrieri, alla fine della guerra molta rabbia si era accumulata negli animi. Era
impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno
colpito i fascisti dopo la Liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono
giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ci che era avvenuto prima e con il clima
infuocato dellepoca. I fascisti non hanno titolo per fare le vittime (Ermanno Gorrieri, con Giulia
Bondi, Ritorno a Montefiorino. Dalla Resistenza sullAppennino alla violenza del dopoguerra,
Bologna, il Mulino, 2005, p. 183).
Lincerta categoria della giustizia sommaria, tuttavia, non si presta a fornire una spiegazione
soddisfacente ed esaustiva del fenomeno, le cui molteplici ragioni non si esauriscono nel

desiderio di vendetta dopo tanti lutti e sofferenze, nellodio sociale e ideologico, nel timore dei
partigiani, dopo la fine della fase insurrezionale, di una punizione poco efficace o addirittura di
una totale impunit per i gerarchi fascisti che si erano macchiati di gravi crimini. Basti pensare,
per rendersene conto allEmilia-Romagna, la regione che dest allora pi preoccupazione, dove,
cio, le uccisioni furono pi elevate, la loro durata si prolung molto di pi, evocando rese dei
conti molteplici, intrecciate magari, ma fra loro diverse. In quel luogo chiave della storia e della
memoria di questa vicenda, la ferita del 1943-1945 si sovrapponeva a quella aperta dallavvento
del fascismo, nel 1921-1922: in molti casi, la tipologia delle vittime rimandava anche a violenze
e crimini dello squadrismo fascista, oltre che ad una lunga catena di soprusi compiuti durante il
regime; se non addirittura ancora pi indietro, a quella lunga storia di conflitti rurali, che aveva
segnato in profondit la regione.
Il sovrapporsi di lutti, di dolori e di rancori di comunit e di famiglie, condotto ad emersione da
una miriade di storie specifiche, viene evocato da una relazione, totalmente dissonante con la
campagna sui triangoli della morte e sul terrore rosso in Emilia, che sarebbe iniziata di l a
poco, nel clima della Guerra fredda, per tornare a intermittenza sino ai giorni nostri, che lArma
dei Carabinieri invi, nellagosto del 1945, allallarmato Comando alleato: Prima dellavvento
del fascismo, lEmilia fu un focolaio di gravi agitazioni, e per affermarsi () il fascismo dovette
dare largo sviluppo allo squadrismo (). Tutto ci ha concorso a creare odi e rancori. A ci si
aggiungono le distruzioni operate dalla guerra e i soprusi compiuti su larga scala, in maniera
talora efferata, durante la dominazione nazifascista. Si cos determinata unatmosfera di odi e
rancori che spiega, se non giustifica, i criminosi atti di reazione verificatisi dalla data della
liberazione in poi () .
Se il rapporto con una storia pi antica si presentava in Emilia in maniera particolarissima, altri
elementi erano comuni a tutto il Paese: ovunque il protrarsi e il riaccendersi di atti di violenza nei
confronti di fascisti si intrecciava con il diffondersi della sensazione che nelle sedi deputate non
venisse fatta giustizia: successivamente alla normalizzazione postbellica, infatti, ai processi
contro alcuni partigiani per presunte stragi e assassinii compiuti nella fase insurrezionale
della Liberazione facevano da contrappunto la sostanziale impunit di cui godettero molti ex
fascisti, dai funzionari che avevano collaborato alla cattura di Giovanni Palatucci, il commissario
di polizia che aiut la fuga di migliaia di ebrei, al comandante della X Flottiglia MAS Junio
Valerio Borghese, al maresciallo Rodolfo Graziani, che si erano macchiati di reati molto gravi,
ma anche la lentezza di unepurazione molto parziale, soprattutto nella pubblica
amministrazione e nelle strutture economiche capitalistiche, a causa di necessit politiche di
pacificazione, culminate nellamnistia firmata dallallora Ministro di Grazia e Giustizia
Palmiro Togliatti il 22 giugno 1946, seguita, il 7 febbraio 1948, da un decreto del sottosegretario
alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, con cui si estinguevano i giudizi ancora in corso
dopo lamnistia.

Cap. XXIX
Giuseppe Albano: il Gobbo del Quarticciolo
I materiali destinati a dare vita allaltro Stato presero forma nel magma del doppiogiochismo e
dei trasversalismi degli ultimi nove mesi delloccupazione nazista di Roma: in quel torbido
retroscena fu scritto il copione della prima trama eversiva, madre di tutte le successive.
Giuseppe Albano, meglio noto come il Gobbo del Quarticciolo, affetto da malformazione alla
schiena dovuta ad una caduta, trasferitosi assieme alla famiglia, allet di soli 10 anni, dalla natia
Calabria a Roma, andando a vivere per lappunto, nella borgata del Quarticciolo, inizi sin da
giovanissimo a commettere piccoli reati assieme ad altri suoi coetanei, abitanti dello stesso
quartiere della periferia sud-est, anche loro per lo pi figli di immigrati meridionali.
Negli anni delloccupazione nazista, divenne protagonista della Resistenza romana: cominci la
sua lotta partigiana tra l8 e il 10 settembre 1943, dapprima a Porta San Paolo e successivamente
nella zona di Piazza Vittorio Emanuele II; partecip a numerose operazioni di sabotaggio, diede
lassalto ai forni per distribuire la farina alla popolazione affamata e divenne subito famoso per
la rapidit dazione e labilit nel dileguarsi, impegnando moltissimo le truppe tedesche che
occupavano la citt.
Proprio per questo divenne un idolo per la popolazione che lo vedeva come una sorta di
giustiziere e difensore dei pi deboli.
Sebbene fosse riconosciuto dai giovani della Resistenza di Centocelle e del Quarticciolo, come il
proprio leader, in realt la vera mente organizzativa era Franco Napoli, detto Felice, anchegli
calabrese, socialista, compagno di lotta di Sandro Pertini, e gi arrestato in passato per un fallito
attentato a Mussolini in Calabria.
Con la liberazione di Roma, il Gobbo collabor con la questura per scoprire i torturatori di via
Tasso, formando una banda di pregiudicati con base operativa al Quarticciolo, che consent la
cattura di parecchi ex militanti del partito fascista e persino di alcuni esponenti della famigerata
banda del torturatore nazista Pietro Koch.
Cera anche chi sosteneva che in realt si trattasse soltanto di una banda di criminali, in guerra
con i clan rivali per contendersi il controllo del territorio, essendo lattivit del gruppo, sempre
pi spesso, mirata a condurre espropri e rapine ai danni degli arricchiti della borsa nera e
degli ex fascisti, con redistribuzione di generi di prima necessit e viveri alla popolazione
affamata.
Fu, comunque, proprio durante una di queste azioni che rimase ucciso un caporale inglese, evento
a seguito del quale venne scatenata unimponente caccia alluomo, con linvio di mezzi blindati e
carri armati che trasformarono il Quarticciolo in una zona di guerra.
Secondo la versione ufficiale, il Gobbo, dopo essere riuscito in un primo momento a sfuggire,
venne riconosciuto ed ucciso, il 16 gennaio 1945, a seguito di un conflitto a fuoco con i
carabinieri, nellandrone di un palazzo di via Fornovo 12, dove aveva sede lUnione Proletaria
(UP), formazione provocatrice e di provocazione allinterno della sinistra antifascista,
indipendentemente dal nome comunista.
Una controinchiesta condotta da Franco Napoli, tornato a Roma nel 1945, parve dimostrare che il
Gobbo fosse stato assassinato, invece, con un colpo darma da fuoco alla nuca da una ex-spia

dei tedeschi appartenente a UP, nella quale il Gobbo stesso era stato infiltrato per volere di
Pietro Nenni. Il caso, comunque, venne immediatamente insabbiato.
Sulla scorta di testimonianze e documenti divenuti nel frattempo accessibili, Silverio Corvisieri
(Il Re, Togliatti e il Gobbo. 1944: la prima trama eversiva sullassassinio di Giuseppe Albano,
Odradek, Roma, 1998) riprese in mano, dopo pi di mezzo secolo, il filo che colleg il Gobbo
al capo di UP, Umberto Salvarezza, e costui a Umberto II di Savoia, attraverso i meandri di una
cospirazione golpista ante litteram, che vide protagonisti generali badogliani, dignitari di corte,
gran maestri della massoneria, avventurieri, imprenditori compromessi col fascismo, falsi
estremisti della Resistenza con un piede nella Rsi e laltro nei servizi segreti alleati.
Una cospirazione che, sebbene avesse mancato lobiettivo di sostituire il primo governo
democratico post-fascista con un governo di tecnici guidato da Pietro Badoglio, raggiunse,
tuttavia, lo scopo principale: in funzione della continuit dello Stato, blocc il processo
dellepurazione.
Stando alla ricostruzione storiografica operata da Silverio Corvisieri, la morte del Gobbo,
lungi dallessere avvenuta per mano dei carabinieri, sarebbe stata, invece, lesecuzione, ad opera
di sicari del leader di Up, di una scheggia impazzita della Resistenza, come ve ne furono altre in
altre citt, che rifiutavano un accomodamento democratico, con uomini fino a poco tempo prima
collaborazionisti dei fascisti, e la strategia sarebbe stata diretta da Umberto II, per portare ad un
governo del Re.

Cap. XXX
Il Noto Servizio
In Italia, dal 1945 al 1949, erano tante le strutture dintelligence: quelle dei partiti politici, tutti
dotati di una struttura parallela a quella ufficiale, con compiti militari ed informativi; quelle della
Chiesa cattolica; quelle dei reduci della Rsi che collaboravano con gli americani; quelle create
dai servizi segreti militari italiani e del ministero dellInterno, che dovevano aggirare, in qualche
modo, il controllo esercitato nei loro confronti dagli Alleati.
Lo storico Aldo Giannuli ha, tuttavia, scritto su un servizio segreto noto agli atti e a pochi
privilegiati (Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, Tropea editore, Milano 2011), che,
negli anni dellimmediato dopoguerra, avrebbe rappresentato la confluenza in un unico apparato
degli uomini dei servizi segreti della Repubblica sociale italiana e di quelli del Regno del sud e
delle varie formazioni partigiane liberali, monarchiche, democristiane, tutte decisamente
anticomuniste.
stata questa una struttura clandestina, a met strada tra servizi statunitensi, servizi militari e
imprenditori, sorta di ombra che sintravvede, nella storia dellItalia segreta alla base della
Repubblica, fin dal suo sorgere, e immanente, lungo tutta la sua storia, sino ai nostri giorni;
unombra che non si riesce ad illuminare.
Il Noto Servizio sidentifica con quello costituito, nel giugno del 1944, da Ivanoe Bonomi,
posto agli ordini dellallora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Alla
ricostituzione ed al funzionamento di quel Servizio segreto della presidenza del Consiglio, le cui
funzioni, con la stabilizzazione della situazione italiana, oltre che semplicemente informative,
furono necessariamente anche operative, parrebbero aver contribuito sia esperti stranieri, i quali,
in quel periodo, contavano certamente molto di pi degli italiani, sia, sebbene non direttamente
perch in stato di detenzione, attraverso uomini fidati, il generale Mario Roatta.
Fu costui un personaggio emblematico, nella sua poliedricit, del passaggio dalla Dittatura alla
Democrazia: ritenuto lo sconfitto di Guadalajara, la battaglia perduta del corpo di spedizione
italiano in Spagna durante la guerra civile; il regista occulto dellassassinio dei fratelli Rosselli
in Francia nel giugno 1937; il massacratore dei partigiani titini in Croazia; ma anche il protettore
degli ebrei che cercavano rifugio nelle zone doccupazione dellesercito italiano, Mario Roatta
era stato, innanzi tutto, il creatore dellintelligence militare del regime fascista; descritto come
un buon linguista, un intelligente e navigato militare con tendenza a essere un seccatore. Il
perfetto attach militare dal cervello () pi sviluppato e ricco di sostanza del () fegato,
nei diari di Harold Macmillan, ministro residente della Gran Bretagna nel Mediterraneo, che lo
aveva incontrato a Brindisi, dove era giunto tra i fuggiaschi dell8 settembre, a bordo della nave
salpata da Pescara; considerato da Indro Montanelli (LItalia dellAsse, ed. Rizzoli) come un
tipico generale da tavolino e da corridoio, senza il fisico del condottiero. Con gli occhi e la
incipiente pinguedine caratteristiche comuni a troppi alti ufficiali italiani del tempo, ma
comunque capace di destreggiarsi egregiamente nella rivalit e negli intrighi che inquinavano i
vertici delle Forze armate, abile nel tessere ottimi rapporti con la gerarchia fascista; mentre, da
altri, addirittura un personaggio demoniaco, il cuore di tenebra dellitalianit.
Affidato da Ferruccio Parri, divenuto presidente del Consiglio il 21 giugno 1945, al comando del

questore Luca Osteria, gi capo della Squadra azzurra a Milano, il quale conduceva il doppio
gioco ai danni dei tedeschi con i quali fingeva di collaborare, dopo il 10 dicembre 1945, giorno
in cui si costitu il governo presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi, sul Noto servizio
cal il pi rigoroso silenzio: rimasto ufficialmente operante fino a quando il Servizio segreto
militare rest agli ordini dello Stato maggiore della difesa, fu emarginato allorch il Servizio
segreto militare venne posto alle dipendenze della presidenza del Consiglio.
Ovviamente, i suoi uomini, lungi dallessere congedati, rimasero a disposizione del Sismi che li
utilizz per operazioni inconfessabili: Aldo Giannuli ne ha rilevato la presenza, a volte con
certezza altre con il beneficio del dubbio, in quasi tutte le vicende oscure italiane, ma questa
caratteristica comune a tanti uomini che hanno fatto parte delle strutture segrete e clandestine
della Repubblica, perch il regime ha creato un apparato bellico in funzione anticomunista e di
difesa propria, che rimasto integro ed operante per almeno mezzo secolo, nel quale si sono
mossi i servizi segreti ufficiali con le sotto-strutture che hanno, volta a volta, costituito e
moltiplicato, quelli ufficiosi come il Noto servizio, quelli creati dal complesso industriale, quelli
delle tre Armi, quello dellArma dei carabinieri e cos via, tutti con compiti politico-informativooperativi.
La sua scoperta parrebbe imporre di ristudiare tutto: la Liberazione, gli anni del centro-sinistra,
la strategia della tensione, i casi Feltrinelli, Calabresi, Moro e Fausto e Iaio. Ma anche la storia
della Democrazia cristiana milanese e quella del Servizio di via Statuto, la Maggioranza
silenziosa e i Mar di Fumagalli, Gianni Nardi e padre Zucca, le Br e Raffaele Cutolo. Un
esercizio tuttaltro che facile e, comunque, non fine a se stesso: la ricostruzione della sua storia
implica di tentare la riscrittura della storia di un Paese, in cui trame oscure sono state ordite da
organizzazioni sovrastatali non democratiche, vicine a massoneria e criminalit organizzata;
apparati dediti pi spesso al traffico di armi che non alla politica; intenti pi alla salvaguardia di
se stessi che ad uneffettiva presa del potere; in grado, tuttavia, di orientare la storia dItalia,
lasciandosi dietro una scia di sangue.

Cap. XXXI
Sui rapporti tra lo Stato repubblicano e la Mafia
Il Novecento ha conosciuto lo Stato fascista, quello nazionalsocialista e lo Stato sovietico.
Accanto a queste da annoverare anche una nuova tipologia di degenerazione dello Stato, la
quale, senza troppi indugi, si pu definire criminale. Categoria, questultima, alla quale
ricondurre quegli Stati in cui la collusione tra potere politico e attivit illecite talmente elevata
ed evidente che parlare di essi come di difensori della legalit risulterebbe paradossale.
I fattori che portano a tale degenerazione dellapparato statale sono diversi e complessi, ma
sicuramente dipendono da elementi quali le vicende storiche, la posizione geografica, la
corruzione locale, la debolezza delle istituzioni, difficolt e crisi economiche.
La Colombia, ad esempio, si configura come un Narcostato: lattivit prevalente in essa
difatti il commercio di droga. I cartelli di Medellin e Cal sono vere e proprie organizzazioni con
collegamenti in tutto il mondo, le quali trovano un ultimo, decisivo elemento: i legami con i poteri
politici. Nella polveriera balcanica, continuando nella nostra esemplificazione, i problemi
tragici dillegalit nacquero in seguito al crollo delle barriere ideologiche e dei grandi apparati
federali e multietnici. La fine drammatica del modello, il quale era allo stesso tempo un sogno,
grandeserbo e lisolamento internazionale dovuto allirrazionale reazione dellallora
presidente Slobodan Milosevic, si pensi soltanto al genocidio in Kosovo, hanno provocato una
crisi, al contempo, economica e di legittimazione. Lunico rimedio a tale situazione era costituito
dal ripiego in attivit illecite: traffico di droga, di armi, emigrazione clandestina. Pertanto,
bisogna parlare della Serbia come di uno Stato criminale per necessit. LAlbania, infine, da
considerare quale Stato-mafia. Anche qui, come per la Colombia, una fatale combinazione di
fattori storico-sociologici ha contribuito al deperimento dello stato shqipetaro: una societ
tradizionalmente clanica, patriarcale, in cui prevale la figura del capo ed in cui sono forti i legami
di sangue, il possesso della terra ed il concetto della fedelt. Presso questo popolo, la legalit ha
una dimensione flessibile e si adatta alle circostanze. Caratteristiche queste che hanno ovviamente
favorito il proliferare di organizzazioni di tipo mafioso, suddivise in famiglie e dedite ad attivit
illegali.
Per quanto concerne lItalia, quella non esorcizzabile dei tentativi golpisti, della strategia della
tensione, degli anni di piombo, della criminalit organizzata di stampo mafioso, comunque
localmente denominata, di tangentopoli, del terrorismo mediorientale e dello stragismo
mafioso, non si pu parlare di uno Stato criminale, quanto, pi tosto, di uno Stato debole, nel
quale istituzioni pubbliche ed organizzazioni criminali sono state costrette a convivere e, pur non
facendo corpo unico, ad intrecciarsi, collaborare, scontrarsi. N mai, daltra parte, quellItalia ha
corso il rischio, almeno sino ad oggi, di diventare uno Stato criminale, dal momento che alle
organizzazioni criminali, di qualunque segno esse fossero, ci non conveniva: meglio per loro
convivere con istituzioni inefficienti, pittosto che sostituirsi ad esse.
Una simbiosi micidiale, ben resa da Gaspare Pisciotta: Siamo un corpo solo, banditi, Polizia e
mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Il rapporto della mafia con le istituzioni stato, peraltro, magistralmente descritto da Francesco
Cossiga (Per carit di Patria. Dieci anni di storia e politica italiana. 1992-2003, Milano, 2003, p.

24): Nessun politico fa parte della mafia. Possono esserci politici vicini, contigui o complici.
Ma, come mi spieg Giovanni Falcone, la mafia non pu accettare laffiliazione dei politici
perch non si saprebbe quale livello gerarchico competerebbe loro. Notoriamente Salvo Lima fu
vicino alla mafia, almeno fino al 1984. Che dopo se ne fosse allontanato dettaglio che non
influenza lo svolgersi della sua vicenda politica e umana. Sono state le promesse fatte alla mafia,
rispetto al maxi-processo, per esempio, o meglio il mancato aggiustamento in Cassazione delle
sentenze del maxi-processo che hanno provocato la sua morte. Non tanto una vendetta quanto un
avvertimento a tutti i politici che la mafia considerava a s vicini. Dispiace dirlo, nella morte di
Salvo Lima si ripet lo stesso meccanismo che port alluccisione del politico democristiano
Piersanti Mattarella. Che il padre Bernardo avesse connessioni con la mafia, cominciate nel
dopoguerra, sta scritto nei libri di storia.
Dal crollo del fascismo ad oggi, nella storia dei rapporti fra lo Stato e il crimine organizzato si
possono distinguere tre fasi. La prima va dallo sbarco alleato in Sicilia, il 9 luglio 1943, alla
proclamazione dellautonomia regionale della Sicilia, il 15 maggio 1946. In questa fase, richiesta
dagli Stati Uniti, Cosa Nostra, con Lucky Luciano, aiut lo sbarco alleato e la travolgente
avanzata, quindi appoggi il separatismo, che per perse di significato con linizio della guerra
fredda tra Est e Ovest. La seconda fase copre i decenni della guerra fredda, gli anni, cio, dal
1946 al 1991, durante la quale gli alleati ebbero bisogno che la criminalit organizzata, Cosa
Nostra in testa, partecipasse al contenimento del comunismo e dellUnione Sovietica: sotto la
protezione strategica degli Stai Uniti si intrecci la convivenza del crimine organizzato con la
politica, con gli apparati di sicurezza e con i palazzi di giustizia. La terza fase ha avuto inizio nel
1991 e si resa evidente nei due anni successivi, col crollo dellimpero sovietico, la crisi della
prima Repubblica e la crisi del crimine organizzato, che ha perso i suoi punti di riferimento: esso
non soltanto non serve pi ai suoi protettori italiani e stranieri, ma, addirittura, pu ostacolarne i
piani.
Cos, dalla seconda met degli anni Ottanta, il crimine organizzato ha cominciato a subire colpi
durissimi: stata la stagione dei pentiti, dei maxiprocessi, della cattura dei latitanti storici, ma
anche gli anni delle bombe mafiose, dalla strage di Natale, passando per quelle di Capaci e di via
DAmelio, sino a quelle di Milano, Roma e Firenze, del 1993.
Sulla fase attuale dei rapporti pesano gli esiti di una trattativa, che lungo il suo iter ha subto
molteplici adattamenti, ha mutato interlocutori e attori da una parte e dallaltra, allungandosi fino
al 1994, non limitata a singoli obiettivi tattici, ma, assai pi ambiziosamente, tesa a un nuovo
patto di convivenza Stato-mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere nel
passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Cap. XXXII
Un convitato di tutto rispetto al tavolo antidemocratico: la Mafia
LEuropa, tra il 1943 e il 1948 una realt spaccata in due e occupata da potenze straniere: gli
Usa e lUrss. Tre i vincitori della partita: Stati Uniti dAmerica, Gran Bretagna e Unione
Sovietica; tre gli sconfitti: Germania, Giappone, Italia.
Qui agiscono movimenti politici, che si ispirano alla monarchia sabauda e che non vogliono
perdere la corona a cui sono fedeli da sempre; che si ispirano al fascismo della Repubblica
Sociale Italiana e che vorrebbero la continuit del vecchio regime, magari senza il re e senza
Mussolini; che si riconoscono nel Comitato di liberazione nazionale e che pensano a un futuro
tutto da costruire.
Tutti tirano carte truccate, studiano il modo di trarre vantaggi dal doppio gioco, tentano il salto
temerario sul carro del vincitore. Costi quel che costi, insomma, si mettono al rimorchio per non
morire.
Con la sconfitta del nazifascismo, la divisione del mondo in blocchi e con laffermarsi della
supremazia americana nellEuropa occidentale, tuttavia, inizia una nuova e pericolosa partita,
destinata a durare ben oltre il crollo del muro di Berlino, nel 1989.
A ben vedere, questa partita iniziata quando laltra era ancora in corso: nel 1943 e, per essere
precisi, nelle settimane dello sbarco angloamericano in Sicilia e del colpo di Stato a Mussolini.
Poi, son venute la Liberazione e la vittoria della Repubblica sulla Monarchia: due date che, per
un verso, fondano la trasformazione democratica del nostro Paese, per laltro, invece, imprimono
spinte involutive ispirate dai superstiti del nazifascismo.
Protagonista del gioco lAmerica: contro la minaccia comunista, gli Stati Uniti, al di l di
Yalta e di Potsdam, individuano le ragioni dellatlantismo nel teatro mediterraneo, favoriti, in
Italia, da una poderosa campagna propagandistica e dalle gerarchie vaticane; allimpresa
partecipano anche gli ex servizi germanici e bande nazifasciste, che si muovono specialmente
nellorbita dellaristocrazia terriera meridionale, gi orientata in senso eversivo: nel 1943,
mentre, da un lato, prende corpo la teoria delle uova del drago, elaborata dalle alte gerarchie
naziste, che, in vista del crollo dellAsse, stanno preparando il terreno per la guerra non
ortodossa, sperimentazione inedita nel Vecchio continente, fatta propria da Benito Mussolini e da
Alessandro Pavolini nella Repubblica Sociale Italiana, e marchio di fabbrica del terrorismo nero,
che attraverser indenne, come un fiume carsico, sia la prima sia la seconda Repubblica;
dallaltro, gli angloamericani concepiscono un piano strategico per lisolamento dellUrss sullo
scacchiere mondiale, paventando inesistenti piani dattacco dellArmata Rossa e individuando nei
partiti comunisti e socialisti europei gli alleati sotterranei di Mosca.
In Italia, peraltro, mentre le forze antifasciste tenteranno una strada originale e autonoma, creando
nuovi modelli democratici e costituendo governi di unit democratica nazionale, in cui possano
convivere i Togliatti e i Croce, cos da realizzare unesperienza di democrazia fra le pi proficue
nellEuropa appena uscita dal secondo conflitto mondiale, Stati Uniti e Vaticano attiveranno una
conventio ad excludendum nei confronti delle forze politiche artefici della rinascita politica del
Paese, destinate ad essere totalmente rimosse, e faranno da schermo ai gruppi eversivi e
reazionari.

Per la prima volta, comunque, al tavolo antidemocratico siede un convitato di tutto rispetto: la
mafia, grazie anche allAmerica, per la posizione di forza che acquisir dopo il secondo conflitto
mondiale. Gli americani, infatti, erano ricorsi ai buoni uffici del gangster Lucky Luciano per la
preparazione degli attacchi dal cielo e dal mare, che avevano preceduto lo sbarco in Sicilia del
luglio del 1943; in Sicilia, peraltro, Lucky Luciano aveva incontrato Michele Sindona, che
avrebbe in seguito combinato il ruolo di banchiere con quello di mafioso, e Gaetano Badalamenti,
che sarebbe diventato pi tardi un boss della mafia, entrambi, probabilmente, gi in contatto con i
servizi segreti americani; ottenuta la collaborazione della mafia, il comando militare statunitense
insedi come sindaci, in molte citt siciliane, uomini delle cosche. Insomma, dopo due decenni di
dittatura fascista, durante i quali le autorit erano parse determinate a sopprimerla, la mafia,
grazie in parte allaiuto americano, riesce a tornare sulla scena. Per molti anni, dopo la fine della
seconda guerra mondiale, i leader politici nazionali ignoreranno ostinatamente il problema: occhi
chiusi, orecchie tappate o una pura e semplice complicit permetteranno alla mafia di rafforzarsi
e di insinuarsi in profondit nel tessuto economico, sociale e politico della Sicilia, fino a
controllare molti esponenti politici.
Un segnale assai inquietante sarebbe stato lomicidio di Accursio Miraglia, leader dei braccianti
agricoli, tra i maggiori esponenti del movimento per la riforma agraria, ucciso a Sciacca, davanti
al seicentesco Palazzo Graffeo, il 4 gennaio del 1947, vittima della sinistra alleanza tra la mafia e
i proprietari terrieri siciliani, sostenitori della Democrazia cristiana e da quella, a loro volta,
spalleggiati.
Quella stessa Democrazia cristiana, che, fondata ne 1942, aveva giocato un ruolo marginale nella
lotta contro il fascismo, ma le cui fortune nellisola si legano, da subito, alle sue relazioni con
Cosa nostra.

Cap. XXXIII
La strage di Portella della Ginestra
La strage di Portella della Ginestra, del Primo Maggio del 1947, uno dei capitoli pi oscuri e
tragici della storia dItalia, dove agiscono intrecci tra banditismo, mafia, politica e persino
servizi segreti italiani e internazionali.
Nel pianoro a met strada tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San
Cipirello, in provincia di Palermo, una sparatoria interruppe la festa del primo maggio 1947, a
cui partecipavano migliaia di persone. Secondo le fonti ufficiali, undici furono i morti e ventisette
i feriti. Successivamente, ci furono altri morti per le ferite riportate.
Nel 1947 non si festeggiava solo il primo maggio, ma anche la vittoria dei partiti di sinistra
raccolti nel Blocco del popolo, nelle prime elezioni regionali svoltesi il 20 aprile. Sullonda
della mobilitazione contadina che si era andata sviluppando in quegli anni le sinistre avevano
ottenuto un successo significativo, ribaltando il risultato delle elezioni per lAssemblea
costituente. La campagna elettorale era stata abbastanza animata, non erano mancate le minacce e
la violenza mafiosa aveva continuato a mietere vittime.
Il 1947 era cominciato, il 4 gennaio, con lassassinio del dirigente comunista e del movimento
contadino Accursio Miraglia e il 17 gennaio era stato ucciso il militante comunista Pietro
Macchiarella; lo stesso giorno i mafiosi avevano sparato allinterno del Cantiere navale di
Palermo. Alla fine di un comizio il capomafia di Piana, Salvatore Celeste, aveva gridato: Voi mi
conoscete! Chi voter per il Blocco del popolo non avr n padre n madre e la stessa mattina
del primo maggio a San Giuseppe Jato la moglie di un qualunquista truffatore aveva avvertito
le donne che si recavano a Portella: Stamattina vi finir male e a Piana un mafioso non aveva
esitato a minacciare i manifestanti: Ah s, festeggiate il 1 maggio, ma vedrete stasera che festa!
(Umberto Santino, La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e lemarginazione
delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997). La matrice della strage apparve subito chiara:
la voce popolare parlava dei proprietari terrieri, dei mafiosi e degli esponenti dei partiti
conservatori e i nomi erano sulla bocca di tutti: i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i
RioloMatranga, i Celeste, lavvocato Bellavista, che durante la campagna elettorale aveva
tuonato contro le forze di sinistra e a difesa degli agrari. I carabinieri telegrafarono: Vuolsi
trattarsi organizzazione mandanti pi centri appoggiati maffia at sfondo politico con assoldamento
fuori legge; Azione terroristica devesi attribuire elementi reazionari in combutta con mafia.
Settantaquattro le persone fermate, tra cui mafiosi notori. AllAssemblea costituente, il giorno
dopo la strage, Girolamo Li Causi, segretario regionale comunista, lanci la sua accusa: dopo il
20 aprile cera stata una campagna di provocazioni politiche e di intimidazioni, durante la strage
il maresciallo dei carabinieri si intratteneva con i mafiosi e tra gli sparatori cerano monarchici e
qualunquisti. Venne interrotto da esponenti dei qualunquisti e della destra e il ministro
dellInterno Mario Scelba dichiar che non cera un movente politico, essendosi trattato
soltanto di un fatto di delinquenza. Il ministro, peraltro, ritorn sullargomento in unintervista
del 9 maggio: Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona
fortunatamente ristretta le cui condizioni sono assolutamente singolari. Nel frattempo, i fermati
venivano rilasciati e si affermava la pista che portava alla banda Giuliano, il cui nome venne fatto

dallIspettore di Pubblica Sicurezza Ettore Messana, lo stesso che l8 ottobre 1919 aveva
ordinato il massacro di Riesi (quindici morti e cinquanta feriti) e che ora Li Causi addita come
colui che dirige il banditismo politico. La banda Giuliano sarebbe pure stata indicata come
responsabile degli attentati del 22 giugno, in vari centri della Sicilia occidentale, con morti e
feriti.
Linchiesta giudiziaria si concentr sui banditi e procedette con indagini frettolose e superficiali:
non si fecero le autopsie sui corpi delle vittime e le perizie balistiche per accertare il tipo di armi
usate per sparare sulla folla. Il 17 ottobre 1948 la sezione istruttoria della Corte dappello di
Palermo rinvi a giudizio Salvatore Giuliano e gli altri componenti della banda. La Corte di
Cassazione, per legittima suspicione, decise la competenza della Corte dassise di Viterbo, dove
il dibattimento inizi il 12 giugno 1950 e si concluse il 3 maggio 1952, con la condanna
allergastolo di dodici imputati, ma non di Giuliano, ufficialmente assassinato il 5 luglio del
1950.
Nella sentenza, a proposito della ricerca della causale, si sosteneva che Giuliano, compiendo la
strage e gli attentati successivi, aveva voluto combattere i comunisti e si richiamava la tesi degli
avvocati difensori, secondo cui la banda Giuliano aveva operato come un plotone di polizia,
supplendo in tal modo alla carenza dello Stato che in quel momento si not in Sicilia. Cio: la
violenza banditesca era stata impiegata come risorsa di una strategia politica volta a colpire le
forze che si battevano contro un determinato sistema di potere. Restava tra le righe che le
carenze dello Stato erano da attribuire allazione della coalizione antifascista allora al governo
del Paese.
La sentenza di Viterbo non tocc il problema dei mandanti della strage e delloffensiva contro il
movimento contadino e le forze di sinistra, ma si limit ad affermare esplicitamente che la causa
doveva essere ricercata altrove. Contro di essa fu proposto appello e il processo di secondo
grado si svolse presso la Corte dassise dappello di Roma, ma, nel frattempo, molti degli
imputati, tra cui Gaspare Pisciotta, erano morti. La sentenza del 10 agosto 1956 conferm alcune
condanne, riducendo la pena e assolvette altri imputati per insufficienza di prove. Con sentenza
del 14 maggio 1960, la Corte di Cassazione, alla fine, dichiar inammissibile il ricorso del
pubblico ministero e cos la sentenza dappello divenne definitiva.
La ricostruzione giudiziaria suscita non poche perplessit: certa la presenza della banda Giuliano
a Portella, ma, al contempo, anche quella di altri tre attori: la mafia; infiltrati nella banda come
Salvatore Ferreri, il quale verr ucciso, in circostanze molto oscure, dopo un conflitto a fuoco
alle porte di Alcamo, nel Giugno 1947, e persino una squadra della destra reazionaria, scesa dal
nord con intenti stragisti, avente come punto di riferimento i servizi segreti italiani e
internazionali.
Parrebbe, addirittura, che gli uomini della banda Giuliano avessero sparato in aria, mentre il
Ferreri con i suoi uomini abbassavano il tiro verso la folla, preceduti forse dal lancio di piccole
bombe, i cui scoppi furono scambiati per mortaretti: su alcuni cadaveri e sui corpi di taluni feriti
furono trovate schegge di armi non in possesso degli uomini di Giuliano e persino ogive di armi
da fuoco anchessi di altro tipo; indizi inequivocabili, insomma, che non fosse stato Salvatore
Giuliano lautore materiale della strage, bens qualcun altro.
Dopo la strage, il destino di Giuliano era cambiato radicalmente: venne ricercato non pi per

omicidi e rapine, bens per strage compiuta per finalit politiche.


Il fuorilegge non aveva tardato a comprendere, per un verso, che i veri colpevoli dei fatti di
Portella erano i politici anticomunisti e monarchici, nonch pezzi deviati delle forze dellordine e
dei servizi segreti italiani, in combutta con quelli internazionali, sostenuti dalla mafia, e che, per
altro verso, lo Stato, sebbene ne fosse stato informato, non aveva voluto o potuto far nulla per
impedirli. La conoscenza acquisita, riversata, peraltro, in alcuni memoriali gli consent una certa
autonomia operativa, potendo egli minacciare costantemente il buon nome di quanti, usando lui
come parafulmine, avevano organizzato, da dietro le quinte, quellorribile strage.
Costoro, per quanto sotto scacco, dopo la strage, avrebbero preteso dal fuorilegge che ammettesse
la propria colpevolezza, nascondesse il vero, dicesse e scrivesse il falso, mandandogli allo
scopo, a pi riprese, emissari, tra i quali Ciro Verdiani, diventato nel contempo il responsabile di
una sorta di Ministero delle Frontiere italiane.
Si racconta, peraltro, che Giuliano si fosse impegnato a fare come gli consigliavano, a patto per
di avere salva la vita, cosa che Verdiani pare gli avesse garantito, informandolo costantemente
delle mosse del collega Ugo Luca e, infine, rivelandogli le trame oscure dellamico fidato
Gaspare Pisciotta, forse per il tramite di quel Giuseppe Marotta, il quale, non a caso, si vocifera
gli fosse andato a fare visita nella notte fatidica della sua presunta morte, invitandolo, in pratica, a
fuggire immediatamente dalla trappola della casa Di Maria di Castelvetrano, dove si era rifugiato
in attesa appunto di emigrare.

Cap. XXXIV
Il mistero della scomparsa di Salvatore Giuliano
Non pochi misteri caratterizzano il decisivo passaggio, in Italia, dalla dittatura ventennale del
fascismo alla fondazione della repubblica democratica, che ha avuto luogo nel biennio che va dal
2 giugno 1946 al 1 gennaio 1948, quando la Costituzione entrata in vigore, ma che affondano le
loro radici nellancor pi decisivo biennio finale del secondo conflitto mondiale, tra il 1943 e il
1945, e, in particolare, dal luglio 1943, quando gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia, qualche
settimana prima del 25 luglio, si impadronirono dellisola, trovando una scarsa resistenza, e si
prepararono a percorrere il lungo cammino che avrebbe portato le truppe alleate nel Nord, dopo
aver sconfitto, risalendo tutta la penisola, la tenace opposizione delle truppe della Wermacht,
alleate a quelle della Repubblica Sociale Italiana. Ma la scomparsa di Salvatore Giuliano tra
quelle in cui pi a lungo si esercitato il depistaggio da parte di molti governi italiani, e con
maggior successo.
Nel Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 56 (2001) in Treccani.it de LEnciclopedia
Italiana, (http://www.treccani.it/enciclopedia/salvatore-giuliano/), alla voce Giuliano, Salvatore
Bandito siciliano (Montelepre 1922 Castelvetrano 1950), si legge: Nel 1943 costitu una banda
che estese le sue attivit nella Sicilia occid., potendo contare sul titolo di copertura di Esercito
volontario per lindipendenza della Sicilia (EVIS) e conducendo unattivit criminosa cui non fu
estraneo il terrorismo politico contro i partiti di sinistra (il 1 maggio 1947 comp la strage di
Portella della Ginestra) e contro lesercito. Essendosi convertito alla legalit il movimento
indipendentista e venutegli a mancare complicit e coperture, G. cadde in un tranello e venne
ucciso dalle forze dellordine.
Quando allinizio degli anni Sessanta apparve, con grande successo di critica e di pubblico, il
film italiano a lui dedicato, firmato da Francesco Rosi, la leggenda reggeva ancora: molti, se non
tutti, credevano ancora a due verit, destinate con il tempo ad essere prima messe in dubbio e,
successivamente, smentite su tutta la linea: che il bandito di Montelepre fosse una sorta di Robin
Hood, il quale rubava ai ricchi per dare ai poveri; che fosse suo il cadavere su cui il professor
Ideale del Carpio svolse la sua autopsia, nel cimitero di Castelvetrano.
Limponente documentazione archivistica emersa negli ultimi anni induce a rovesciare
completamente la prima affermazione e a dubitare della seconda, su cui si addensa un mistero non
ancora svelato. Dai documenti darchivio dellOss statunitense e del War Office britannico,
analizzati da Giuseppe Casarubea e da Mario J. Cereghino (Lupara nera. La guerra segreta alla
democrazia in Italia 19431947, Bompiani, Milano 2009), si apprende che Giuliano, un
ventitreenne dal carattere forte e determinato, responsabile dellassassinio del carabiniere
Antonio Mancino, era una cartina di tornasole ma non () un bandito montanaro; che si
muoveva in lungo e in largo per lItalia; che I Servizi non lo perd(eva)no mai di vista. La
mafia gli fa(ceva) da scudo. Il mitra subentra(va) alla lupara. Il tritolo al taglio delle viti. La
strage alla vendetta personale; che, in sintonia con i capi famiglia dellisola, era, insomma,
lemblema del momento convulso in cui si dibatteva la Sicilia, tra spie senza scrupoli, mafiosi
scappati di galera, criminali comuni che aspiravano a fare carriera, terroristi e sabotatori
nazifascisti: pi un terrorista e organizzatore di bande terroristiche ben collegato ai Servizi

segreti americani e italiani che un bandito nel senso di tradizionale e antico di scorridore delle
campagne siciliane, come, invece, una certa leggenda dura a morire ha tentato di dipingerlo, sia
per nascondere, almeno in parte, la netta collocazione a destra, nel fascismo di Sal, del giovane
siciliano sia per giustificare, almeno in parte, le troppe vittime della sua azione sanguinaria.
Sorvolando sul fatto che esistono decine di versioni sulla morte di Giuliano, ultimamente alcuni
studiosi hanno cominciato ad indagare insistentemente su un altro mistero ben pi corposo e
inquietante: se fosse stato davvero di Giuliano, quel corpo apparecchiato nel cortile De Maria.
Vi , infatti, tutta una serie di avvenimenti che sembrano riaprire il caso dopo oltre sessantanni
dalla presunta morte del famoso fuorilegge.
In primis, lautopsia sul corpo, la quale, a quanto pare, sembra di difficile, se non impossibile
consultazione, in quanto forse secretata insieme ad altri documenti consimili top secret; alcune
versioni parlano di riconoscimento ufficiale da parte della madre, altre smentiscono tale
riconoscimento; c chi parla di strani rumori sulle tegole delle case attorno al cortile e c chi
dice di non aver sentito alcuno sparo, o al massimo uno o due, in quella notte fatidica, tra il 4 e il
5 luglio del 1950; c chi dice che Giuliano fosse ancora vivo e vegeto la sera del 4 e chi ancora
che si stesse preparando a decollare da un aeroporto di Castelvetrano in disuso, avendo ricevuto
precise soffiate dellapprossimarsi dei suoi nemici; si vocifera, a questo proposito, di una lettera
segreta inviatagli da Ciro Verdiani, ex Capo dellIspettorato antibanditismo, per metterlo in
guardia da possibili tradimenti dei suoi uomini pi fidati; infine, c anche chi sostiene che i
responsabili delloscura trama lo avrebbero addormentato e ucciso in una villetta di Monreale,
distante un centinaio di chilometri da Castelvetrano, e quindi trasportato e adagiato nel cortile per
simulare un conflitto a fuoco, volendosi arrogare gli onori del caso.
Un fatto, per, sembra a tutti evidente, vale a dire, che molte cose non quadrano e che ancora deve
essere pronunciata lultima parola su questo oltremodo misterioso e stranissimo omicidio, senza
escludere in via preventiva che Salvatore Giuliano sia potuto in qualche modo sopravvivere ai
tradimenti, che certo erano stati orditi per catturarlo.

Cap. XXXV
Lattentato a Palmiro Togliatti
Accadde nellItalia del 1948, fresca di una Costituzione entrata appena allora in vigore e che
versava in situazione di sbando: nelle piazze e nelle strade la gente contrapponeva odi mai sopiti
e vendette ancora fresche di coltello. E si sparava: ex partigiani, ammantati delle glorie della
recente Liberazione, supportati da un Partito Comunista che incontrava sempre maggiori consensi,
si contrapponevano a ex fascisti e saloini allo sbando, i quali cercavano, invece, di mantenere un
profilo basso, quasi a voler dimenticare che fino a tre anni prima avevano tenuto in pugno il
Paese. Cera ancora gente che andava a prendere altra gente, nellintimo delle proprie abitazioni,
strappandola dagli affetti familiari e facendola sparire nei boschi, dentro qualche buca scavata
frettolosamente. Agguati notturni tesi a Tizio che rientrava dallosteria e si trovava con un
indesiderato surplous di piombo nello stomaco. Bombe a mano lanciate nelle sedi dei partiti,
stanzoni messi a disposizione da questo o da quello; irruzioni a suon di spranghe e schioppettate
sulla base del solo sospetto che proprio l, in quel luogo, un manipolo di dissidenti cercasse di
rinfocolare le lotte politiche del dopoguerra. La politica, insomma, veniva vissuta visceralmente e
impetuosamente e, morto un leader, se ne cercava un altro. La dialettica nelle piazze era cambiata
di poco, se non di nulla: alle camicie nere e agli eja eja alal! erano subentrate bandiere rosse
e pugni alzati.
Un uomo incarnava tutto ci e plasmava le folle tornate a riempire le piazze: Palmiro Togliatti.
Figura controversa: ideologicamente aderente alla Rivoluzione dOttobre del 1917, intendeva
importare anche in Italia il modello sovietico; le sue erano idee forti, spesso eversive, talvolta
anche scomode, se non addirittura poco limpide: non fu mai realmente chiarita, ad esempio, la sua
posizione politica sui Quaranta Giorni di Trieste e Gorizia, quando il IX Korpus jugoslavo
invase le due citt firmando una delle pagine pi assurde e dolorose del nostro recente passato:
quella delle foibe.
Sinsinuava, in proposito, che i partigiani jugoslavi avessero fatto il loro ingresso nella Venezia
Giulia, gi con in mano le liste delle persone da epurare, fornite direttamente da esponenti del
Pci; si sussurrava, altres, che lo stesso Togliatti avesse segretamente promesso lannessione alla
Jugoslavia dellintero Friuli Venezia Giulia fino al fiume Tagliamento, che ne sarebbe dovuto
diventare il nuovo confine. In ogni caso, latteggiamento del leader comunista nelle discussioni e
nelle lotte su Trieste e sul confine orientale, era stato tale da suscitare pi di qualche dubbio.
Nella lotta politica degli anni successivi, tuttavia, Togliatti aveva impedito il deragliamento del
Pci su posizioni eversive, riconoscendo, nel 1943, il governo monarchico italiano, in attesa del
referendum, e impedendo, nel novembre 1947, una crisi di proporzioni imprevedibili, stroncando
con poche gelide parole gli ex partigiani comunisti che avevano occupato la Prefettura di Milano:
Compagno Togliatti! Abbiamo conquistato la Prefettura! Bravi e ora che ve ne fate?.
Era, dunque, mercoled 14 luglio, quando, poco prima di mezzogiorno, Palmiro Togliatti,
accalorato e insoddisfatto per la discussione che si trascinava in Parlamento, si alz per avviarsi
alluscita secondaria di Montecitorio, seguito, a pochi passi di distanza, dallon. Nilde Iotti, con
la quale aveva intrecciato una relazione sentimentale nel 1946, allorch, giovane membro del Pci
eletta alla Costituente, aveva ventisei anni.

Appena arrivato in via della Missione, il segretario comunista venne affrontato da un giovane
magro e bruno il quale gli esplose contro quattro colpi, con una pistola calibro 38: attinto da tre
proiettili, alla nuca e alla schiena, apparentemente privo di vita, cadde riverso sul selciato.
Mentre Nilde Iotti chiamava a gran voce i primi soccorsi, lattentatore, Antonio Pallante, studente
universitario militante in un movimento di destra, si consegn al primo carabiniere incontrato per
strada. Pi tardi, avrebbe confessato di aver attentato alla vita del Migliore, come ormai
Togliatti iniziava ad esser soprannominato ironicamente dai suoi avversari, perch non tollerava
che un italiano partecipasse alle riunioni del Cominform ed anche perch lo riteneva responsabile
delle uccisioni di italiani avvenute nel Nord dopo la liberazione.
Trasportato durgenza al Policlinico di Roma, il segretario del Pci, nonostante le tre pallottole in
corpo, aveva parlato con il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, giunto in ospedale
cinquanta minuti dopo lattentato; solo dopo quel colloquio venne sottoposto ad intervento
chirurgico da una quipe guidata dal famoso cardiochirurgo Pietro Valdoni. Allesito
dellintervento, alle 17.45 dello stesso giorno, Togliatti fu considerato ormai fuori pericolo. In
quelle ore, comunque, si erano diffuse le voci pi diverse sullo stato di salute del ferito; era
addirittura circolata anche la notizia della sua morte.
Il clima politico del Paese era caldissimo: soltanto due mesi prima, il 18 aprile 1948, le prime
elezioni della storia della Repubblica avevano sancito la vittoria della Democrazia Cristiana sul
fronte delle sinistre, a cui aderivano il Partito Comunista e il Partito Socialista. Si racconta che
Togliatti, prima di entrare in sala operatoria, fosse riuscito a dire ai proprio collaboratori: Mi
raccomando, non fate sciocchezze!.
Sebbene Togliatti fosse riuscito a superare questo terribile incidente, a ben altri rischi restava
esposta, invece, la neonata Repubblica, precipitata a causa di quellattentato in uno dei momenti
pi difficili della sua esistenza.
Primancora che il Comitato esecutivo della Cgil avesse dichiarato lo sciopero generale, migliaia
di lavoratori abbandonarono spontaneamente le fabbriche e si riversarono nelle piazze, e in
questa spontanea dimostrazione di solidariet umana, sebbene vi fossero anche agitatori,
mestatori politici, facinorosi, cera, tuttavia, soprattutto gente semplice, unicamente interessata ad
avere notizie pi precise sui fatti accaduti e sulla salute del leader comunista.
Con la dichiarazione di sciopero generale, invece, la spontanea dimostrazione si trasform in un
vero e proprio atto di protesta politica, denunciata dalla corrente democratica allinterno della
Cgil, che, guidata da Giulio Pastore, invit i propri simpatizzanti ad astenersi dallo sciopero.
Giuseppe Di Vittorio, raggiunto telefonicamente, in America dove si trovava, dalla notizia del
grave attentato prese il primo aereo per lItalia e vi giunse la stessa notte del 14 luglio.
Il giorno successivo, 15 luglio, la protesta e le dimostrazioni degenerarono. Si occuparono
fabbriche, vennero devastate decine di sedi di partito e, naturalmente, arrivarono le prime vittime.
Incidenti si verificarono in diverse localit, fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore;
nel corso di violentissime manifestazioni di protesta si registrarono alcuni morti; Genova reag
con forse maggiore tempestivit ed impegno, sia per la forte presenza comunista fra la sua
popolazione sia perch a molti non era sfuggito il ricordo sentimentale di un Togliatti genovese,
sebbene emigrato subito dopo la nascita in Sardegna, per vivere poi a Torino e, a lungo, in
Russia; gli operai della Fiat di Torino sequestrarono nel suo ufficio lamministratore delegato

Vittorio Valletta; buona parte dei telefoni pubblici smisero di funzionare e si blocc la
circolazione ferroviaria; in Puglia, lincidente pi grave avvenne a Taranto ad appena tre ore
dopo lattentato a Togliatti: la citt era imbandierata e festante per la Fiera del Mare che avrebbe
dovuto svolgersi il giorno successivo, ma le notizie apprese dalla radio produssero un moto
spontaneo di popolo che al primo incontro con la forza pubblica si incattiv; lo scontro inizi con
il lancio di sassi e fin a revolverate: un agente ed un operaio rimasero uccisi. La scintilla che
scaten le tante piccole e grandi battaglie nei maggiori centri urbani del Paese fu, tuttavia, il
subitaneo, enorme spiegamento delle forze dellordine, predisposto dal ministro dellInterno, il
democristiano Mario Scelba: il manifesto della Cgil, apparso su tutti i muri delle grandi citt, era
stato particolarmente duro, nel dichiarare che il Governo, per la politica che perseguiva, non
garantiva la libera e pacifica convivenza di tutti i cittadini nellambito della legalit democratica,
ma il comunicato del Governo, in risposta alla Cgil, fu perfino pi duro e insinuante,
nellaffermare lesistenza di uno scopo dichiarato di sovvertire la situazione creata dalle elezioni.
Il 16 luglio, alle ore 12, lo sciopero generale termin; si registrarono sedici morti e alcune
centinaia di feriti. Circa settemila sarebbero state le denunce, gli arresti e i fermi, a cui sarebbero
seguiti processi destinati a protrarsi sino a tutta la prima met degli anni Cinquanta. Nellottobre
del 1951, Pietro Secchia traccer in Senato il bilancio di un biennio di repressione poliziesca:
sessantadue lavoratori uccisi, pi di tremila feriti, pi di novantamila arrestati e quasi ventimila
condanne, per settemilacinquecentonovantotto anni di carcere complessivi.

Cap. XXXVI
Il caso Montesi
Una mattina dellincipiente primavera del 1953, sullarenile di Tor Vaianica, un ragazzo rinvenne
il cadavere di una giovane donna, dellapparente et di venti o, forse, venticinque anni, capelli
chiari, mani lunghe e affusolate, unghie dipinte di rosso.
Quei miseri resti appartenevano a Wilma Montesi, ventitreenne romana, bionda, formosa, di
famiglia piccolo borghese.
La polizia, per bocca del questore di Roma, forn una versione del fatto che apparve subito pi
tosto bizzarra: La ragazza si era recata pi volte a Ostia per pediluvi di acqua marina. Colta da
improvviso malore, scivolata in acqua ed annegata . Fu cos che ben presto inizi a circolar
voce che le circostanze in cui era avvenuta la morte della giovane sarebbero state tali da
coinvolgere la responsabilit di un uomo che si trovava con lei quando era stata colta dal malore
mortale.
Quando la povera Wilma mor, non si parlava ancora n di Moro, n di Sofri, n di Gelli e
neanche di Craxi, e pure la logica surreale dei servizi segreti e della giustizia era gi ben visibile,
solo che si avessero occhi per vederla.
Su un giornale di tendenze neofasciste apparve una vignetta di rara malizia, raffigurante un
reggicalze portato in questura da un piccione viaggiatore: un chiaro riferimento al ministro degli
Esteri Attilio Piccioni, successore in pectore di Alcide De Gasperi.
Mancava un mese alle elezioni politiche e sera nel pieno della polemica pro o contro la legge
che aveva modificato in senso maggioritario il sistema proporzionale precedentemente in vigore,
introducendo un premio di maggioranza, consistente nellassegnazione del sessantacinque per
cento dei seggi della Camera alla lista o a un gruppo di liste apparentate in caso di
raggiungimento del cinquanta per cento pi uno dei voti validi.
Non stupisce, dunque, che in quel momento di febbre elettorale si cercasse di servirsi anche di un
argomento cos pietoso a fini di propaganda politica.
Nel dramma Montesi, a quel punto, entr in scena una nuova protagonista, la Fama o Diceria,
sorta dombra del crimine, che pu proteggere, ma anche tradire il criminale, componente
fondamentale anche di molti altri processi memorabili celebrati in Italia. La polizia condivide con
il popolo, di cui al servizio e da cui proviene, la certezza che ovunque avvenga un delitto, prima
o poi qualcuno ne parler: un vicino, una portinaia, un passante, un testimone casuale.
Probabilmente, si pensa, non sporger denuncia, perch questo potrebbe comportare noie e
fastidi, se non essere addirittura pericoloso: chi sa in quali guai, ragiona la gente, ci si andr a
cacciare! Ma non si pu tener solo per s quel che si visto o supposto: se ne parler, magari,
sotto banco, per allusioni; un giorno una di queste allusioni rimarr impigliata nella rete della
polizia e dei suoi informatori; e non andr certo perduta: non appena una voce giunge allorecchio
degli investiganti e diventa, quindi, ufficiale, essa si consolida, prende corpo, assume forma
durevole.
La forma, per intenderci, del dossier, nella quale si materializzer tutto ci che si infiltrato,
inafferrabile, attraverso le pareti, tutto quel che un alito di vento ha soffiato allorecchio. Nel
dossier entrano pi informazioni di quante il cittadino possa immaginare: dai precedenti penali,

agli scritti ufficiali, ai documenti, e gi gi sino alle segnalazioni, alle osservazioni, alle
informazioni di seconda, terza e quarta mano, alle supposizioni, alle insinuazioni. Esso ripete,
insomma, lo schema classico di unindagine poliziesca che utilizza ancora agli strumenti propri
del secolo XIX, quelli di Fouch e di Metternich.
Voci e dossier, originariamente, erano, infatti, strumenti delle potenze regnanti, contro cui non
esistevano n obiezioni n difese e soltanto le autorit decidevano in quale modo e contro chi
usare le informazioni incappate nelle reti della polizia.
Allepoca dellaffaire Montesi, erano ormai passati, anche in Italia, i tempi dello Stato
autoritario, ma la democrazia italiana scopr dessersi munita di uno strumento che, nella ricerca
delle informazioni attraverso voci e dossier, pu competere con la stessa polizia e usare questi
metodi contro chi li ha diffusi: la stampa.
Fu, dunque, insieme colpa e merito della stampa se la storia della fanciulla annegata della Ballata
di Bertolt Brecht, che anche quella di Ofelia, della Maria di Woyzeck, delle eroine di Reinhold
Lenz e di Charles Baudelaire, venuta ad associarsi, nellimmaginario collettivo, a storie di
droga, di orge e di milioni tipiche dei romanzi dappendice, fino a formare una sorta di sciarada
del potere che dominava in Italia; e se il destino di una ragazza morta venne trasformato in uno
scandalo che avrebbe condotto la societ italiana sulla soglia di una sommossa.

Cap. XXXVII
Laffaire Mattei
Sabato 27 ottobre 1962, ore 18 e 50. Poco prima di atterrare allaeroporto di Linate, laereo
Morane Saulnier 760, proveniente da Catania e diretto a Milano, si schianta sulle campagne di
Bascap, nel cuore della provincia pavese. I corpi, orribilmente mutilati e carbonizzati del
presidente dellEni Enrico Mattei, del pilota Irnerio Bertuzzi e del giornalista americano William
McHale, finiscono a pezzi tra le pozzanghere.
Vissuto da ragazzo nelle Marche, ma ben presto partito per Milano a cercare il futuro, Enrico
Mattei vi aveva avviato una piccola fortunata industria chimica; dopo aver partecipato alla
Resistenza, aveva frequentato gli ambienti politici democristiani, rivitalizzato lAgip e fondato
lEni, rivoluzionato la politica energetica nazionale ed internazionale, diventando litaliano pi
importante dopo Giulio Cesare. La sua strategia, volta a spezzare il monopolio delle sette
sorelle, sia per il tornaconto dellente petrolifero nazionale sia per stabilire rapporti nuovi tra i
paesi industrializzati e i fornitori di materie prime, era semplicemente inaccettabile per le grandi
compagnie petrolifere, che si spartivano le ricchezze del mondo.
Testimone oculare del disastro Mario Ronchi, un agricoltore abitante nella vicina cascina
Albaredo, che fornisce due versioni antitetiche. Nellimmediatezza, racconta a Fabio Mantica,
cronista del Corriere della Sera, di un tuono strano, perch anche se pioveva, non pareva tempo
da nubifragio; di una palla di fuoco che rotola nel cielo, seguita da numerose stelle filanti, di
bagliori luminosi che scendono rapidamente verso terra sotto una pioggia battente, precisando
daver capito subito che si trattava di un aereo.
Escusso dai carabinieri, il 29 ottobre 1962, Mario Ronchi cambia tutto: racconta daver notato, a
trecento metri da casa sua, a terra e non pi in cielo, un incendio di proporzioni gigantesche; di
aver tentato davvicinarsi al luogo della sciagura, ma di essere stato bloccato dalle fiamme, dal
buio intenso e dalla pioggia; di aver capito solo pi tardi che si trattava di un apparecchio
caduto.
Nel 1997, lo stesso Ronchi spiegher che la mattina del 28 settembre 1962, quindi dopo luscita
del pezzo di Mantica con le sue rivelazioni a caldo, alcuni dipendenti della Snam, consociata
dellEni, si presentarono alla sua cascina e laccompagnarono in un non meglio precisato ufficio,
dove venne interrogato su quanto aveva visto la sera precedente. Non si sa cosa sia effettivamente
accaduto in quellufficio, non si pu dunque affermare che il testimone fosse stato minacciato,
subornato o, magari, semplicemente consigliato di modificare la sua originaria versione. Si sa,
per, che Mario Ronchi, dopo quel colloquio, stipul un regolare contratto per la pulizia e il
taglio dellerba nel recinto Snam, con la retribuzione di circa ottocentomila lire allanno. Sulla
scorta della seconda versione, reiterata da Mario Ronchi alla Commissione ministeriale
dinchiesta, resta esclusa lipotesi del sabotaggio e sullintera vicenda cala un ultratrentennale
silenzio.
Nonostante depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che
impediscono laccertamento della verit, le indagini sulla morte di Mattei, riaperte a met degli
anni Novanta, dalla Procura di Pavia, grazie soprattutto alle nuove competenze tecniche e alla
ricerca sugli effetti delle esplosioni sui metalli, pervengono a esiti clamorosi: laereo fu

dolosamente abbattuto.
Donato Firrao, docente di tecnologia dei metalli al Politecnico di Torino, consulente del pubblico
ministero pavese, non ha dubbi: scoppiata una bomba sullaereo, si trattato di un
sabotaggio, e la sua certezza si basa sullanalisi dei frammenti metallici, che forniscono dei
segnali microstrutturali inequivocabili.
Il 20 febbraio 2003, il procuratore di Pavia Vincenzo Calia chiuder, per, linchiesta, chiedendo
larchiviazione per quanto riguarda esecutori e mandanti. Pur non essendo stati trovati i colpevoli,
nella richiesta di archiviazione il magistrato scrive, tuttavia, che la programmazione e
lesecuzione dellattentato furono complesse e comportarono il coinvolgimento di uomini inseriti
nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilit non di
secondo piano.
Per il pubblico ministero, insomma, il fondatore dellEni fu inequivocabilmente vittima di un
attentato, la cui esecuzione () venne pianificata quando fu certo che () non avrebbe lasciato
spontaneamente la presidenza dellente petrolifero di Stato; lesplosione nei cieli di Bascap,
che abbatt il bimotore Morane Saulnier fu causata da una bomba collocata nel carrello
datterraggio del velivolo; e anche linchiesta del 1962, presieduta dal generale dellAeronautica
Ercole Savi, conclusasi dichiarando limpossibilit di accertare la causa del disastro, fu in realt
un mostruoso insabbiamento, a cui non sarebbero stati estranei uomini inseriti nellEni e negli
organi di sicurezza dello Stato.
Iniziata la sua carriera di piccolo industriale privato, prima in una conceria a Matelica, poi nel
mercato delle vernici a Milano, dove si era trasferito nel 1928, Enrico Mattei, attraverso
Marcello Boldrini, entr qui in contatto con gli eredi del Partito Popolare di don Luigi Sturzo.
Fu proprio il professore di Statistica allUniversit Cattolica, anche lui di Matelica, ad aiutarlo,
nei primi anni Quaranta, a uscire dallanonimato politico, per assumere un ruolo di primo piano
nellItalia democratica, facendogli conoscere, a Roma, Giuseppe Spataro, gi numero due di don
Sturzo nel Partito Popolare, che avrebbe lavorato al fianco di Alcide De Gasperi e di Guido
Gonella, insieme a Ivanoe Bonomi e ad altri personaggi dellItalia prefascista, nei 45 giorni del
primo Governo Badoglio. Spataro, a sua volta, segnal Mattei al gruppo dei dirigenti cattolici
milanesi, perch lo tenessero presente per compiti futuri.
Cos, quando dopo larmistizio dell8 settembre 1943, inizi la stagione della Resistenza, Enrico
Mattei fu designato rappresentante dei partigiani cattolici, nel Comitato di Liberazione Nazionale
Alta Italia (Clnai), con lincarico di gestirne le finanze. Veste nella quale fece il giro di tutte le
formazioni partigiane dellItalia Settentrionale, per rendersi conto delle diverse situazioni e
necessit.
Lunica a non reclamare aiuti, n in mezzi n in denaro, e a volere restare finanziariamente
autonoma dal potere centrale fu la brigata Giovanni Di Dio, comandata da Eugenio Cefis, di
quindici anni pi giovane di Mattei, gi ufficiale in servizio permanente effettivo, il quale, subito
dopo l8 settembre, aveva lasciato lesercito italiano per unirsi ai partigiani, entrare, quindi,
subito in contatto con gli americani della testa di ponte vicino a Bergamo e cos stabilire un
solido canale per copiosi rifornimenti.
Sino alla fine della guerra di Liberazione, non furono molti i contatti fra Mattei e Cefis: per non
entrare in conflitto con il secondo, che mostra chiaramente di non gradire interferenze nel suo

operato, quella di Bergamo zona che il primo evita con cura. Erano due caratteri temprati dalla
guerra: tanto Cefis era freddo e determinato quanto Mattei era impulsivo e passionale; ma
condividevano entrambi un anticomunismo viscerale, che port il secondo a fondare la
Federazione Italiana Volontari della Libert, sorta di quarta colonna contro il comunismo, col
compito di sorvegliare nelle fabbriche ogni nucleo promotore della disobbedienza, delle
minacce contro lefficienza e la produttivit, e ostacolare la scalata comunista ai posti e alle
posizioni di comando e di responsabilit; e il primo, memore dei suoi antichi legami con gli
americani in Val dOssola, a iniziare, in tempi di Guerra fredda, a coltivare rapporti con
loltranzismo atlantico, fino ad alimentare veri e propri sogni autoritari, nella seconda met degli
anni Settanta.
Nominato, con lavallo del capo dellamministrazione militare alleata Charles Poletti,
commissario straordinario dellAgip, lente per la lavorazione e la distribuzione dei petroli,
Enrico Mattei sinsedi il 12 maggio 1945, con le macerie della guerra ancora fumanti.
Il suo compito era quello di liquidare le attivit dunazienda di Stato, considerata ormai un
carrozzone inutile: aveva gi scavato trecentocinquanta pozzi senza mai trovare nulla. E, poi,
cera una direttiva dei colonnelli Usa Henderson e King, che imponeva il passaggio immediato
della distribuzione dei prodotti Agip al Comitato Italiano Petroli (Cip), ente in mano agli Alleati.
Mattei, convinto che le smobilitazioni volute dagli americani fossero in contrasto con gli interessi
nazionali, fece tutto il contrario, intenzionato a garantire un polo energetico nazionale, in grado di
assicurare lo sviluppo della piccola e media impresa a prezzi pi bassi rispetto a quelli degli
oligopoli internazionali, a un Paese che doveva essere ricostruito, in cui il carbone scarseggia e
non cera traccia di altre materie prime.
Per conseguire lobiettivo, Mattei aveva bisogno, per, di alleanze politiche, di rapporti forti nel
governo, di abili collaboratori pronti a tutto. Ed a questo punto che si ricorda del combattente
Alberto, cio di Eugenio Cefis, il partigiano freddo, glaciale, lesto di fucile, amico degli
americani, ex ufficiale del Sim (Servizio informazioni militare), al quale offr di entrare a
lavorare con lui allAgip.
Sotto la spinta propulsiva di Enrico Mattei e del suo staff tecnico, lAgip ottenne risultati
insperati ed eccezionali: un giacimento di gas naturale fu scoperto a Ripalta; un piccolo
giacimento di petrolio a Cortemaggiore.
Questi giacimenti apparivano senzaltro inadeguati a soddisfare il fabbisogno energetico
nazionale, tuttavia Mattei, mettendo in campo la sua innata capacit comunicativa, ne enfatizz a
dismisura la portata economica effettiva, cos da alimentare il mito di una rinascita economica
italiana: le azioni dellAgip salgono vertiginosamente, come pure la popolarit e il carisma
politico dello stesso Mattei, che, nel 1953, diede impulso alla costituzione dellEni, super ente
deputato a coordinare tutte le attivit riguardanti gli idrocarburi e a sovrintendere ad esse.
Resosi, per altro, immediatamente conto dellimpossibilit di reperire nel sottosuolo italiano il
petrolio necessario a soddisfare il fabbisogno energetico del Paese, Mattei decise anche di uscire
dallambito nazionale e puntare tutto sul commercio diretto con i Paesi produttori di greggio,
andando a contrastare su scala mondiale gli interessi economici del gigantesco cartello che
raggruppa le sette pi potenti compagnie petrolifere del mondo, tutte americane e britanniche, che
detengono il monopolio di fatto del mercato internazionale. A tal fine, dovette fare uso sia della

sua proverbiale capacit comunicativa per assicurarsi lappoggio e la benevolenza di parte


dellopinione pubblica nazionale, sia di tutta la sua abilit diplomatica nellintavolare difficili
trattative con i Paesi arabi, per la ratifica di accordi commerciali vantaggiosi e per lEni e per i
Paesi produttori. La grande intuizione del presidente dellEni fu quella di promuovere un dialogo
paritario ed equilibrato con i Paesi in via di sviluppo, che continuavano a subire il giogo del
passato coloniale. Di qui il tentato accordo con lo Sci di Persia e i tentativi con il Marocco, la
Libia, e lAlgeria dove, sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra francoalgerina, assicur una corsia preferenziale allEni presso il futuro governo algerino. Gli accordi
commerciali che Mattei promuoveva erano di portata rivoluzionaria e arrecavano enormi vantaggi
ai Paesi produttori di greggio: il 75% dei profitti contro il 50% offerto dal cartello petrolifero
mondiale, e, in aggiunta, la promessa di utilizzo e qualificazione della forza-lavoro locale.
Il fatto che si ponessero cos le basi per un possibile sviluppo industriale delle ex colonie
europee, uno sviluppo industriale equo ed autonomo dal controllo delle grandi potenze mondiali
era il motivo della crescente ostilit che la politica neoatlantista di Mattei attirava su di s, da
parte di ambienti legati non solo alle grandi compagnie petrolifere, ma anche ai governi di
Inghilterra e Usa, che temevano i risvolti tanto politici quanto economici della via inaugurata dal
presidente dellEni.
Ostilit pi di Londra che di Washington: erano i servizi segreti di sua maest a lavorare per
rovesciare il governo libico, che ha raggiunto un accordo di massima con Mattei. In un rapporto
confidenziale del Foreign Office britannico datato 19 luglio 1962, del resto, si legge: Il
Matteismo potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano
nellambito della libera concorrenza. Non unesagerazione asserire che il successo della
politica Matteista rappresenta la distruzione del libero sistema petrolifero in tutto il mondo.
Nonostante la propaganda faziosa intendesse dipingerlo come tale, il neoatlantismo di Mattei non
era affatto un antiamericanismo: la battaglia del presidente dellEni non era contro gli Stati Uniti
dAmerica, ma contro il sistema coloniale perpetrato dalle grandi holding petrolifere. E di questo
Mattei riusc addirittura a convincere il presidente J. F. Kennedy, che, da parte sua, esercit
pressioni su una delle compagnie facenti parte delle Sette sorelle, la Exxon, affinch
concedesse allEni diritti di sfruttamento. Sembra anzi che Mattei si dovesse recare a Washington
per la ratifica di questo accordo, fortemente caldeggiato dal presidente americano, ansioso, dopo
la risoluzione positiva della crisi dei missili a Cuba, di dare seguito ad una politica di distensione
mondiale.
Ad impedire levento intervenne, per, il 27 ottobre 1962, la tragedia di Bascap.
Enrico Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo, scompaginato i giochi delle major
petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dellAlleanza Atlantica per le sue posizioni
terzomondiste e le sue aperture allUrss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza
su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un
forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava
aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni
Marcora; con la forza e il denaro dellEni alimentava la politica, i partiti e, last but not least, a
differenza degli altri, lo dichiarava. Non a caso, dunque, fu scritto che con la morte del fondatore
dellEni mezza Italia continu a ricattare per decenni laltra met.

Qualunque sia il lato da cui la si osservi, laffaire Mattei, nella storia della Repubblica, appare
una delle prime e pi eclatanti operazioni di depistaggio e disinformazione. Linchiesta della
Procura di Pavia, avviata nel 1994, chiusa nel 2003 e archiviata nel 2005, ha stabilito che il
Morane Saulnier della Snam partito dallaeroporto di Catania, su cui viaggiava il presidente
dellEni, fu sabotato. Non di meno, le opinioni sulle cause della sciagura continuano a divergere.
Non manca, infatti, chi sostiene ancora che il disastro fu dovuto al maltempo imperversante quella
sera su Linate e a un errore di manovra del pilota, nella fase di avvicinamento alla pista, giusta la
conclusione a cui approd la commissione dinchiesta istituita dallallora ministro della Difesa
Giulio Andreotti, condivisa, per altro, anche da autorevoli esponenti del mondo Eni, di indiscussa
statura morale e, dunque, al di sopra di ogni sospetto. N manca chi reputa stravagante la scelta
dellaccusa, di chiudere il caso, chiedendo e ottenendo dal giudice larchiviazione delle indagini,
perch, dicono, se c un crimine deve esserci anche un criminale che labbia commesso, quasi
che ignoto il reo il reato evapori.
C, per, anche chi sposa questa scelta senza riserve, dando atto al coraggioso e valoroso
inquirente di aver gestito lindagine con grande professionalit e soprattutto con rara e
apprezzata discrezionalit (sic!). L dove evidente, sia detto per inciso, che la scelta di una fra
pi possibili alternative, implicata dalla parola discrezionalit, nulla abbia a che vedere con la
discrezione, propria di chi, senza nulla lasciar trapelare sui media, abbia assunto come
testimoni, accanto a gente comune, vertici delle istituzioni; sottufficiali e alti ufficiali dei servizi,
dei Carabinieri e dellaeronautica militare; politici; parenti di Mattei; familiari di Mauro De
Mauro, il giornalista del quotidiano LOra di Palermo, scomparso mentre indagava sugli ultimi
due giorni del presidente dellEni in Sicilia; Eugenio Cefis, che dopo aver preso il posto di
Mattei aveva scalato la Montedison e ne aveva assunto la presidenza, lasciando lEni.
Gi nella prima biografia politica del fondatore dellEni, scritta da Giorgio Galli nel 1976, si
ipotizzava che la tragedia di Bascap fosse da ascrivere a un attentato e si collocasse nellalveo
della strategia della tensione e del patto scellerato mafia-politica, che avrebbe portato, nel 1969,
alla fuga dal carcere del boss Luciano Liggio, mentre era in corso di preparazione la strage di
Piazza Fontana, cos spianando la strada allaffermazione dei corleonesi in Cosa Nostra.
Sempre secondo ricostruzioni dantan, la collaborazione di Cosa Nostra al sabotaggio del Morane
Saulnier mentre si trovava nellaeroporto di Fontanarossa sarebbe arrivata tramite il boss di
Riesi Giuseppe Di Cristina, molto vicino a Graziano Verzotto, segretario regionale della Dc
siciliana, responsabile delle relazioni esterne dellEni nellIsola e futuro presidente dellEnte
minerario siciliano.
noto che Mattei, reso cauto dalle minacce di morte ricevute, fosse resto ad andare in Sicilia, da
dove era appena tornato. A convincerlo della necessit di quel viaggio, si racconta, sarebbero
state le insistenze del presidente della Regione siciliana, Giuseppe DAngelo, che ne reclam la
presenza a Gagliano Castelferrato, Comune dellennese in cui lEni aveva trovato metano, per
calmare gli abitanti, insorti nel timore che non si volessero pi realizzare gli investimenti
promessi.
Si vera sunt exposita, considerato che Mattei ricevette a Gagliano Castelferrato unaccoglienza
entusiastica e che il suo discorso fu un trionfo, se ne dovrebbe inferire che Giuseppe DAngelo, il
quale, invitato ripetutamente da Mattei ad accompagnarlo nel volo di ritorno a Milano, gli

avrebbe poi opposto un fermo rifiuto, mentisse e che, dunque, il presidente dellEni fosse stato
fraudolentemente attirato nellIsola, indotto a spostare laereo da Gela a Catania, dove qualcuno
lo avrebbe sabotato, e ad anticipare la partenza dalla sera al pomeriggio del 27 ottobre 1962.
Il 25 ottobre 1962, quarantottore appena prima del disastro di Bascap, il Financial Times
pubblic un articolo dal titolo Will signor Mattei have to go?: se ne dovr andare il signor
Mattei? Lironia della situazione, scriveva il giornale, che tra i molti argomenti usati contro
di lui c anche quello chegli non sapr adattarsi alleconomia pianificata decisa dallattuale
governo di centro-sinistra. Egli ora accusato di autocrazia e alcuni dei membri del governo pi
convinti della necessit della pianificazione affermano che necessario rimpiazzarlo con un
esecutore pi docile. Il mandato di Mattei sarebbe scaduto, nel marzo del 1963, dopo essere
stato gi rinnovato una volta, nel 1957.
Allora era stato un fatto dordinaria amministrazione, questa volta si sarebbe accesa unaccanita
battaglia politica intorno al suo nome. La morte gli evit, dunque, di veder messa in discussione
la sua opera, da parte di quegli stessi uomini a fianco dei quali aveva per lungo tempo combattuto,
per il conseguimento dobiettivi comuni.
Pur se diverso nei mezzi e nei fini, Mattei apparteneva anchegli al mondo dei vari Valletta,
Mariotti, Costa, Giustiniani, sgominati dalla nazionalizzazione elettrica, cos che il tramonto di
costoro coincise sia con la sua morte fisica sia col declino dellEni, quale era stato per tutto
larco degli anni Cinquanta.
Fu Raffaele Mattioli, come raccontano Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani (Razza padrona,
Rizzoli, Milano 1974), a rievocare i tratti salienti della sua opera: Ha creato lEni partendo da
zero, e lEni ormai fa parte del panorama industriale italiano, disse Mattioli, ma dei fini che si
proponeva non ne ha raggiunto nessuno. I suoi successori appartengono a una razza diversa, si
propongono altri obiettivi. Se Mattei riaprisse gli occhi oggi non riconoscerebbe la sua creatura.
Stando sempre alla narrazione di Scalfari e Turani, a chi gli domandava cosa restasse dellopera
di Mattei, a parte unazienda come lEni e la scoperta del metano in Val Padana, Mattioli rispose:
Rimane che Mattei ha insegnato ai suoi successori come si pu comprare la Repubblica; e
poich stimolato, Tu pensi che sia stato un corruttore?, aggiunse: Vedi caro, il caso Mattei
diverso. Lui stato il pi grande corruttore di questo paese. Dico grande non per le somme spese
o il fascino che impieg per sedurre, ma per unaltra ragione: Mattei ha messo le debolezze e la
corruttela dei politici al servizio del suo disegno. Gli altri che sono venuti dopo lhanno imitato
solo nel peggio: hanno messo la corruttela dei politici a servizio dei loro interessi. Che pena.
Sfruttando, dunque, la posizione dellEni, Mattei aveva costituito un suo sistema di potere, che
esercitava influenze e pressioni, stabiliva alleanze politiche, svolgeva, insomma, un ruolo di
protagonista, molto al di l della sfera naturale del grande imprenditore pubblico.
A Mattei succedette Eugenio Cefis, che fra tutti era lunico a non aver subito il fascino del capo,
al quale incuteva rispetto e fastidio ad un tempo. Entr sulla scena italiana in punta di piedi, come
un grosso gatto sornione, capace di balzi felini mentre tutti lo credono addormentato sopra un
fornello, e pose mano a un sistema che divenne progressivamente un vero e proprio potentato:
sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condizionava pesantemente la stampa, usava
illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo dinformazione, praticava lintimidazione e il
ricatto, compiva manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalit, corrompeva

politici, stabiliva alleanze con ministri, partiti e correnti.


Nella struttura del sistema politico-economico-istituzionale italiano, col sistema Cefis, trovarono
spazio e ragion dessere centri di potere decisionali alternativi in grado di surrogare le istituzioni
statuali a causa della progressiva perdita di capacit dei meccanismi democratici e parlamentari,
di rappresentare ed esprimere le grandi scelte politiche. Breve, la crescita dei poteri occulti
intrecciati con i poteri ufficiali, comera quello che prese corpo intorno a Cefis, trasse origine, ad
un tempo, dalla trasformazione partitocratica del regime democratico e dalla crisi dei partiti della
maggioranza, a cominciare dallasse portante dei governi di oltre un ventennio, la Democrazia
cristiana.

Cap. XXXVIII
Il Sistema Cefis
Eugenio Cefis, presidente dellEni nella seconda met degli anni Sessanta e quindi alla testa della
Montedison dal maggio 1971, usando la preminente posizione in campo economico e finanziario,
delegatagli dai politici, organizz un centro di potere che si avvaleva in maniera sempre pi
aggressiva delle risorse del gruppo da lui gestito, per annettere a s uomini, gruppi e risorse nei
diversi settori della vita nazionale (per quel che ha rappresentato Eugenio Cefis sulla scena
italiana utile consultare Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, Razza padrona, Rizzoli, Milano
1973).
Il sistema Cefis, sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, divenne progressivamente un
vero e proprio potentato, in grado di condizionare pesantemente la stampa, usare illecitamente i
servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, praticare lintimidazione e il ricatto, compiere
manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalit, corrompere politici, stabilire
alleanze con ministri, partiti e correnti.
La capacit delluomo e del suo sistema di coinvolgere elementi nei pi disparati settori era
esemplare. Come prima il partito di Mattei aveva spostato equilibri politici e condotto
unautonoma politica estera, cos, allinizio degli anni Settanta, il partito di Cefis poteva
contare, in Parlamento, sostenitori in tutti i settori dello schieramento politico.
LEni prima e la Montedison poi, con la presidenza Cefis non furono semplici anche se potenti
lobbies economico-finanziarie, ma vennero usate come strumenti di intervento per influenzare il
corso degli avvenimenti del Paese.
Luso illecito di apparati dello Stato a fini privati ed extraistituzionali raggiunse il massimo nel
rapporto tra Cefis e i servizi segreti.
Il presidente della Montedison assold un vero e proprio servizio di informazioni con elementi
appartenenti o appartenuti al Sid, che preparano fascicoli e informative su uomini politici e
imprenditori da utilizzare per manovre di ogni tipo. Il capo del Sid del tempo, Vito Miceli, era in
ottimi rapporti con Cefis tanto da chiedergli, nel momento della sua incarcerazione, un contributo
in denaro per alleviare le presunte cattive condizioni finanziarie: ebbe a riferirlo Ugo Niutta,
audito dalla Commissione P2, il primo dicembre 1983. Ma lasse principale con lapparato del
servizio segreto stabilito con il generale Gianadelio Maletti, responsabile del servizio parallelo
di intercettazioni e spionaggio realizzato per conto della Montedison, con collegamenti anche con
il comandante generale dei carabinieri, generale Enrico Mino.
Anche limportanza del controllo della stampa al fine dellesercizio del potere non sfugg a Cefis
e al suo gruppo di amici, primi fra tutti Gioacchino Albanese, Ugo Niutta e Umberto Ortolani.
Il giorno stesso del referendum sul divorzio, 13 maggio 1974, si diede lannuncio che Il
Messaggero era stato acquistato dalla Montedison, per evitare che si ripetessero campagne di
libert come quella che il giornale romano aveva condotto in prima linea a favore del divorzio.
Lacquisto de Il Messaggero, del resto, non fu che il caso pi eclatante di una pi generale
offensiva per la conquista e lassoggettamento della stampa (per questa fase dellassalto ai
giornali si veda Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani, Milano 1977): alcune testate
vennero direttamente comperate e altre finanziate, come il Giornale nuovo, La Gazzetta del

Popolo, Il Borghese, Paese Sera; e i giornalisti furono assoggettati a condizionamenti, sino alla
corruzione, perfezionando le pratiche che erano gi state ampiamente sperimentate da Mattei.
Potere economico e finanziario, controllo della stampa e uso dei servizi segreti non erano altro
per Cefis che le premesse e gli strumenti per esercitare pressioni sul mondo politico, per stabilire
alleanze e per usare i partiti che a loro volta utilizzavano i servizi di Cefis.
Il presidente della Montedison fu il padrino della pi importante operazione politica del tempo, il
cosiddetto patto di Palazzo Giustiniani, che nel giugno 1973 riport Amintore Fanfani alla testa
della Dc e deline lassetto del partito sotto la guida congiunta dei due cavalli di razza, Aldo
Moro e lo stesso Fanfani.
Anche lassoggettamento dei giornali, oltre ad essere finalizzato al sostegno delle manovre
economico finanziarie, doveva servire per Cefis come merce di scambio con i partiti: Ho
comperato Il Messaggero per fare piacere a Fanfani e a De Martino dichiara Cefis nel 1976 in una
intervista a Biagi.
In definitiva, questo complesso sistema di potere cefisiano, al tempo stesso occulto e funzionale
alla natura della lotta politica del Paese, puntava anche a trasformazioni istituzionali dellassetto
dello Stato: al culmine dellespansione del suo potere, (come nella citata Audizione riferir
ancora Ugo Niutta), Cefis enunci una sorta di proposta tecnocratico autoritaria, la cui ispirazione
di fondo viene annunciata in un discorso non casualmente tenuto allAccademia militare di
Modena nel febbraio 1972.
Il caso Cefis, non nuovo, ma certamente pi complesso di altri simili che lo avevano preceduto,
sulla scena italiana, era il sintomo inequivoco di come trovassero spazio e ragion dessere, nella
struttura del sistema politico economico-istituzionale italiano, dei veri e propri centri decisionali
alternativi, in grado di surrogare le istituzioni dello Stato a causa del progressivo indebolimento
dei meccanismi democratici e parlamentari e della degenerazione dei partiti nonch della loro
capacit di rappresentare ed esprimere le grandi scelte politiche. Il sistema di potere cefisiano,
protagonista della vita nazionale nella prima met degli anni Settanta, pi in particolare, non si
sarebbe potuto sviluppare senza il logoramento della Dc, partito inteso come organismo unitario
dotato di autonomia politica, capace di rappresentare, mediandoli, gli interessi di uno
schieramento moderato di centro maggioritario nel Paese.
La crescita di poteri occulti intrecciati con i poteri ufficiali, come era quello che aveva preso
corpo intorno a Cefis, traeva la sua origine, per un verso, dalla trasformazione partitocratica del
regime democratico e, per laltro, dalla crisi dei partiti della maggioranza, a cominciare dallasse
portante dei governi di oltre un ventennio, la Democrazia cristiana.

Cap. XXXIX
Giovanni de Lorenzo e il Piano Solo
Il Piano Solo, approntato dal generale Giovanni de Lorenzo, Comandante dellArma dei
carabinieri, nei dieci giorni del luglio 1964, durante i quali si dipanano le trattative per la
soluzione della crisi del primo governo Moro, prevedeva larresto e la deportazione in Sardegna
dei principali dirigenti dei partiti della sinistra e dei sindacati operai, nonch la restrizione dei
diritti politici e civili della popolazione.
Esso rappresenta uno dei maggiori enigmi dellItalia repubblicana; un mistero a lungo protetto dal
segreto di Stato col risultato di alimentare interpretazioni esasperate, che lo hanno reso prototipo
del golpismo potenziale, preludio alla strategia della tensione che, nel volgere di un quinquennio,
precipiter la nazione nella sanguinosa spirale terroristica.
Antonio Segni, eletto alla carica di Presidente della Repubblica, il 6 maggio 1962, da sempre
ostile alla partecipazione del Partito Socialista Italiano al governo del Paese, pose Aldo Moro e
Pietro Nenni di fronte ad una scelta drammatica: o si rinviavano le riforme strutturali del sistema
italiano, care a Riccardo Lombardi, a data da destinarsi o vi sarebbe stato un gabinetto daffari
tecnico-burocratico, appoggiato dal centro-destra parlamentare e dalla destra economica,
amministrativa e militare.
La paura di mosse avventate di settori degli apparati dello Stato spinsero i socialisti a rinunce
fondamentali, pur di ricostituire il governo di centrosinistra con la Democrazia cristiana di Aldo
Moro: in un Paese in cui era ancora ben vivo lincubo della dittatura mussoliniana e lo spettro di
Tambroni, bastava il rumor di sciabole, per costringere Moro e Nenni ad accettare le
imposizioni moderate che provenivano dal Quirinale, dalla Banca dItalia e dal cosiddetto
Pentagono Vaticano, vale a dire gli ecclesiastici pi reazionari, come il Cardinal Siri, il
Cardinal Ottaviani ed il Cardinal Oddi.
Non fu necessario che il progetto golpista venisse applicato nei suoi aspetti pi brutali e
repressivi, perch fosse ampiamente raggiunto lobiettivo propostosi dal Presidente Segni e dalle
destre, ossia il bloccare lazione riformatrice del centro-sinistra. Il successivo 7 agosto, Segni fu
colpito da un ictus cerebrale, probabilmente dopo unaccesa discussione con lonorevole
Giuseppe Saragat, smentita, per, da entrambi i supposti protagonisti, il quale lo minacci di
denuncia allAlta Corte, per la condotta tenuta durante la crisi di governo: probabilmente la
Presidenza della Repubblica non era alloscuro delle attivit del generale de Lorenzo, ricevuto
ufficialmente al Quirinale, durante le consultazioni di rito, che seguono la crisi di un governo,
fatto unico ed inspiegabile nella storia repubblicana.
Accertata la condizione di impedimento temporaneo, dal successivo giorno 10, viene istituita la
supplenza del Presidente del Senato, Cesare Merzagora, fino al 28 dicembre 1964. Indro
Montanelli, che un decennio prima, dintesa con lambasciatrice degli Stati Uniti Clare Booth
Luce e alcuni intellettuali della destra, aveva auspicato luomo forte, che restaurasse lordine e
bandisse i comunisti, defin il generale de Lorenzo guappo di cartone, innescando unaspra
polemica. Nel gennaio del 1968, infatti, il generale scrisse al giornalista una lettera risentita che
chiudeva in modo brusco: Quanto Ella ha espresso negli articoli che mi riguardano mi obbliga a
definirla un buffone e un vigliacco.

Nella primavera di quello stesso anno, sacrificato dai democristiani agli alleati di governo e
aspettandosi un mandato di cattura, il generale de Lorenzo, accett la candidatura offertagli dai
monarchici, che attraversando una fase difficile intendevano raccogliere cos i voti dei
carabinieri e dei loro familiari.
In una lettera aperta ai carabinieri e ai poliziotti, il generale present la propria candidatura come
un moto di rivolta al tentativo delle sinistre di colpire colla diffamazione e la calunnia,
attraverso la (sua) persona, il prestigio, la compattezza e la funzionalit di tutte le Forze di
Polizia. Per questa iniziativa, uninchiesta militare disposta dal ministero della Difesa gli
infligger tre mesi di sospensione dallimpiego.
Divenuto parlamentare, de Lorenzo avvalorer lo stereotipo del generale filofascista
manifestando nel centro di Roma con chi inneggiava al duce e ai colonnelli greci.
La nomea di golpista gli rimase attaccata, come pure letichetta affibbiatagli da Montanelli.

Cap. XL
La strage di Piazza Fontana
Al culmine della stagione di scioperi e di lotte operaie che va sotto il nome di autunno caldo, il
12 dicembre 1969, scoppia a Milano, in una sede della Banca dellAgricoltura, una bomba che
uccide sedici persone, unaltra morr di l a poco, e ne ferisce altre ottantotto. Due giorni dopo, la
polizia arresta Pietro Valpreda, un anarchico individualista, gi espulso, per lambiguit e la
violenza delle sue posizioni, dal circolo milanese Ponte della Ghisolfa, quindi fondatore, a
Roma, di un suo gruppo eterogeneo di sedicenti anarchici, il 22 marzo, al cui interno ci sono un
infiltrato fascista, un poliziotto in incognito che spia il gruppo, ex fascisti convertiti allanarchia
da poche settimane e ragazzi in cerca delle emozioni forti, che solo la
rivoluzione pu dare.
I giornali moderati, il Corriere della Sera primo fra tutti, lo presentano allopinione pubblica
come lautore dellattentato.
Per accertamenti, peraltro, convocato alla Questura di Milano Giuseppe Pino Pinelli,
ferroviere anarchico milanese, esperantista, uomo mite, che vuol riempire la sua vita con
limpegno politico e che, sette mesi prima, ha allontanato Valpreda dal circolo Ponte della
Ghisolfa, accusandolo tra laltro di contatti non chiari e di essere un informatore della polizia.
Passano tre notti e il corpo di Pinelli vola gi dalla finestra dellufficio del commissario Luigi
Calabresi, dove in quel momento si trovano un ufficiale dei carabinieri e quattro agenti di polizia.
un giornalista a trovare Pinelli steso al suolo, ormai privo di conoscenza. Due ore dopo, in
unimprovvisata conferenza stampa notturna, il questore di Milano, Marcello Guida, dichiara ai
giornalisti che Pinelli, messo di fronte alle prove inoppugnabili della sua complicit nellattentato
eseguito da Valpreda, si gettato dalla finestra gridando: la fine dellanarchia!.
In seguito la circostanza viene, per, smentita: si dice che Pinelli, in una pausa
dellinterrogatorio, per fumare una sigaretta si sia accostato alla finestra dalla quale sarebbe
precipitato, poich colto da un malore.
A queste versioni contrastanti se ne contrappone, per, una terza, cominciata insistentemente a
circolare nellambito della sinistra, extraparlamentare e non: attinto da un colpo mortale di karate,
infertogli da un agente, Pinelli sarebbe stato gettato gi cadavere dalla finestra dellufficio del
commissario Calabresi.
Immediatamente, il gruppo Lotta Continua d corso, sui propri organi di stampa, a una violenta
campagna contro Luigi Calabresi, il funzionario di polizia che nella Questura milanese segue i
gruppi della sinistra extraparlamentare, che ha orientato le indagini sugli anarchici e su Valpreda
in particolare, che, soprattutto, ha condotto linterrogatorio di Pinelli: laccusa di essere
lassassino.
Dopo alcuni mesi, Calabresi querela per diffamazione il giornale Lotta Continua. Nel corso del
processo, il 22 ottobre 1971, si decide di riesumare il cadavere di Pinelli. Poco dopo, per,
lavvocato di Calabresi ricusa il Presidente del Tribunale e il processo rinviato a nuovo ruolo.
Il 17 maggio 1972, Calabresi viene ucciso con due colpi di pistola sotto il portone della propria
abitazione. Nessuno ne rivendica lassassinio. Il giorno dopo, un articolo apparso sul quotidiano
Lotta Continua esprime sullomicidio un giudizio sostanzialmente favorevole, definendolo un

atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volont di giustizia. Qualche tempo dopo, alcuni
estremisti di destra vengono indiziati del crimine, ma il procedimento verr poi fatto cadere per
mancanza di prove.
Trascorsi sedici anni, il 19 luglio 1988, un ex operaio della Fiat, gi militante di Lotta Continua,
Leonardo Marino, si presenta alla stazione dei carabinieri di Ameglia, non lontano da Bocca di
Magra, dove vive con la famiglia. Dice dessere in preda a una crisi di coscienza e vuole
confessare vari reati connessi alla sua passata militanza politica. Il 20 luglio lo conducono negli
uffici del nucleo operativo dei carabinieri di Milano, dove rilascia le prime dichiarazioni. Il
giorno dopo, alla presenza del sostituto procuratore della Repubblica di Milano Ferdinando
Pomarici, racconta di aver preso parte, oltre che a una serie di rapine commesse tra il 1971 e il
1987, anche alluccisione del commissario Calabresi, decisa a maggioranza dallesecutivo
nazionale di Lotta Continua: sollecitato a partecipare allazione da Giorgio Pietrostefani, uno dei
dirigenti del gruppo, vi aveva acconsentito soltanto dopo che Adriano Sofri gli aveva confermato
la decisione; recatosi quindi, a Milano, aveva aspettato sotto casa di Calabresi che Ovidio
Bompressi ne eseguisse lomicidio, per poi guidare lauto con cui erano fuggiti.
Per lomicidio di Luigi Calabresi vengono condannati lo stesso Marino e i tre esponenti di Lotta
Continua ai quali costui ha mosso le sue dirette, ma spesso contraddittorie accuse.

Cap. XLI
La violenza di Stato
Nel sofferto articolo La violenza di Stato (in Resistenza, XXIV, gennaio 1970, n. 1, p. 3) Norberto
Bobbio scriveva: Vi sono fatti inquietanti che non ci permettono di adagiarci nella tranquilla
certezza che la violenza sia dallaltra parte, dalla parte cio della protesta, dei cortei e delle
agitazioni studentesche. Lunico modo di riconoscere la violenza quello di riconoscerla anche
quando non scende e grida in piazza, ma si nasconde dietro la decorosa facciata delle istituzioni
che difendiamo.
Era trascorso meno di un mese dal 12 dicembre 1969, dalla strage di piazza Fontana. Tra i vapori
spessi della manipolazione mediatica e dellopera di depistaggio, si cominciava ad intravvedere,
minaccioso, il profilo ancora embrionale della strategia della tensione. E sintuiva,
silenziosamente allopera, lintreccio di apparati deviati e di poteri occulti, di corpi
separati e funzionari infedeli. Ci avrebbe indotto a parlare di strage di Stato e al maestro
torinese avrebbe suggerito lidea di quello che, alcuni anni pi tardi, avrebbe definito il doppio
Stato: uno Stato normativo, lo Stato di diritto, cio, sottoposto allimperio della Legge, e uno
Stato discrezionale, libero di operare al di fuori del principio di legalit, in base a un mero
giudizio di opportunit.
I fatti, purtroppo, hanno confermato queste intuizioni: oggi sappiamo che i protagonisti della
Prima Repubblica hanno salvaguardato il bene supremo dello Stato in continuit con il fascismo e
sotto il controllo degli americani, affidandosi a una massa di personaggi senza scrupoli; una folla
livida che ha agito nellombra, nel disprezzo della volont popolare.
Affatto casualmente, per altro, nel 1998, dagli archivi del Viminale venuta fuori la storia di un
organismo segreto, il noto servizio o Anello, di cui mai nessuno aveva mai parlato prima,
sebbene, dal 1945 ai primi anni Ottanta, alle dipendenze informali del capo del governo,
avesse svolto un ruolo decisivo nella storia della Repubblica, ostacolando le sinistre e
condizionando il sistema politico con mezzi illegali, senza tuttavia sovvertirlo.
Di questo protagonista della guerra sporca e segreta, affidata a ufficiali felloni, soldati di
ventura, artisti del ricatto, sbirri e spioni corrotti, mafiosi, trafficanti di droga, gangster, killer e
prostitute, che ha insanguinato lItalia con le stragi e attentato alla democrazia con ripetuti
tentativi golpisti, era forse a conoscenza Arnaldo Forlani, segretario della Dc, che il 5 novembre
1972, pronunci a La Spezia, durante un comizio elettorale, parole allarmanti: stato operato
disse il tentativo pi pericoloso che la destra reazionaria abbia mai tentato e portato avanti
dalla Liberazione a oggi con una trama disgregante che aveva radici organizzative e finanziarie
consistenti, che ha trovato solidariet internazionali. Questo tentativo non finito. Noi sappiamo
in modo documentato che questo tentativo ancora in corso.
Il settimanale Il borghese del 26 novembre 1972 e il quotidiano Il Tempo del 3 dicembre
successivo, pubblicarono uno scritto anonimo, gi diffuso, comunque, fra i parlamentari, in cui si
richiamavano fatti e indicavano personaggi che sarebbero risultati, in seguito, legati al noto
servizio.
Nel denunciare lesistenza di una organizzazione di estrema destra che a Milano faceva capo a
un Maggiore dei Carabinieri con lincarico di ufficiale di collegamento tra lArma ed il Sid, ed al

costruttore Battaini, lanonimo, secondo alcuni (S. Limiti, LAnello della Repubblica, Milano,
2009; A. Giannuli, Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, Milano 2011), avrebbe
fornito una possibile chiave di lettura dellallarme lanciato da Arnaldo Forlani: il capo del
governo, Giulio Andreotti, sarebbe stato in grado di manovrare, tramite i suoi fiduciari, il
protagonismo della destra golpista, cosicch il segretario politico del suo partito avrebbe inteso
indirizzargli un messaggio chiaro, dicendo di sapere in modo documentato che la democrazia
correva un serio pericolo a causa dellesistenza di una trama nera.
La cautela, naturalmente, dobbligo, ma, dopo quarantanni dal discorso spezzino, sparita da
ventanni la DC, cambiato il panorama politico sia interno sia internazionale, scoperto il noto
servizio, morti quasi tutti i protagonisti della strategia della tensione, Arnaldo Forlani potrebbe
fornire linterpretazione autentica delle sue parole, contribuendo cos a dissipare il mistero.

Cap. XLII
LItalia dei golpe abortiti
La sicurezza e lordine, in Italia, sono stati spesso il frutto di trame oscure: i protagonisti della
Prima Repubblica hanno salvaguardato il bene supremo dello Stato, in continuit con il fascismo
e sotto il controllo degli americani, affidandosi a una serie di personaggi senza scrupoli, una folla
livida che ha agito nellombra, nel pi assoluto disprezzo della volont popolare.
Vogliamo i colonnelli, uno dei film pi belli, anche se non tra i pi conosciuti, di Mario
Monicelli, mette con inesorabile leggerezza il dito nella piaga, riecheggiando molto da vicino la
vicenda del fallito colpo di Stato, che nella realt fu tentato, con lorganizzazione neofascista del
Fronte Nazionale, dal colonnello Junio Valerio Borghese, gi comandante della Decima Mas, che
aveva aderito alla Repubblica di Sal, dopo la caduta di Mussolini.
Il film esce nel 1973, a non molta distanza dagli eventi, che risalivano alla notte fra il 7 e l8
dicembre 1970. Ne protagonista lonorevole Giuseppe Tritoni, impersonato dal solito immenso
Ugo Tognazzi, ex ufficiale dellesercito, divenuto parlamentare di estrema destra, che, giudicando
troppo democratico il suo partito, punta alla svolta autoritaria, organizzando campi di
addestramento paramilitari, col supporto della Grecia, allepoca veramente in mano ad una giunta
militare, e programmando sia il rapimento del Presidente della Repubblica, che non ricorda
quello di allora, quanto piuttosto il predecessore, il vecchio e malato Antonio Segni, sia
loccupazione della Rai. In Italia, quando non se ne aveva ancora piena conoscenza, forte era
comunque il sospetto che dietro alle trame eversive e agli svariati golpe, a volte tentati, a volte
rinviati, a volte solamente minacciati, tuttavia mai ridicoli come quello organizzato
dallonorevole Tritoni, agissero apparati dintelligence di Stato (Sifar-Sid, Uaarr, Sios, Ufficio
I della Gdf, eccetera) e altri considerati paralleli (P2, Gladio, Supersismi).
Eppure, quantunque sepolte negli archivi pi maltrattati del paese, e cio quelli dellex Ufficio
Affari Riservati, oggi Direzione Centrale di Polizia di Prevenzione (Dcpp), ma anche in quelli del
Sismi e del Comando generale della Guardia di Finanza, le prove non mancavano: attendevano
soltanto dessere condotte ad emersione.
A cavaliere del 2000, una consulenza ordinata dalla procura di Brescia nellambito delle indagini
sulla strage di Piazza della Loggia, allesito di una puntigliosa e metodica ricostruzione, basata
unicamente su documenti cartacei e su testimonianze dirette e ufficiali, giungeva alla conclusione
che, nel secondo dopoguerra e fino agli anni delle stragi, in Italia prosperato e ha agito un
servizio segreto clandestino, irregolare ma comunque innestato sul tessuto istituzionale, che,
diverso da Gladio, pu identificarsi con il Sid Parallelo, di cui parlarono Amos Spiazzi e
Roberto Cavallaro (della Rosa dei venti, n.d.r.), e/o con il Supersismi dei primissimi anni
ottanta. Si tratta di quello che, in uninformativa del 4 aprile 1972, scovata dal prof. Aldo
Giannuli nel 1998 presso larchivio della Dcpp, indicato come Noto Servizio.
Vi si legge: Questa la storia di un servizio informazioni che opera in Italia dalla fine della
guerra e che stato creato per volont dellex capo del Sim, generale Roatta. La storia,
insomma, di una struttura clandestina a met strada tra servizi statunitensi, servizi militari e
imprenditori, operante soprattutto a Milano: alla citt meneghina appartengono gli imprenditori
reclutati; l si muovono gli americani a sostegno della struttura parallela; l i supporter politici

agiscono da catalizzatori e, come nel caso delle aggressioni al sindaco Aldo Aniasi, l si
concentrano le pressioni sul Psi che avrebbe portato il gruppo dirigente socialista a percepire la
presenza di tale servizio in quanto maggiore vittima politica della sua azione.
Comprensibile, dunque, per dirla col consulente, che lazione di alcuni personaggi, indicati
come suoi membri, possa essere intrecciata con la strage di Piazza Fontana, ma anche che tale
servizio possa essere in qualche modo connesso alla strage di Piazza della Loggia (anche se non
necessariamente come mandante o organizzatore) al punto che le indagini su questa potessero
portare ad esso. In unintervista rilasciata il 15 febbraio 2011 al settimanale Oggi, Licio Gelli
afferma che a capo di questa struttura, denominata anche lAnello, ci sarebbe stato Giulio
Andreotti: io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti lAnello. Finalmente, nel
settembre 2011, stato dato alle stampe, per Marco Tropea Editore s.r.l., il volume dello storico
Aldo Giannuli, Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, che Corrado Stajano, sul
Corriere della Sera, ha giustamente definito un vero romanzone, il ritratto della mala Italia. Si
tratta del risultato di un lavoro di ricerca durato quasi quindici anni, che lAutore ha svolto quale
consulente delle autorit giudiziarie di Brescia, di Milano e di Palermo, approdato alla
conclusione che Per quanto il Noto servizio cambiasse pelle e componenti nel tempo, cera una
costante che laccompagnava: il suo ambito dazione era costantemente circoscritto in un
triangolo i cui vertici erano larma dei carabinieri e il servizio segreto militare, poi gli ambienti
imprenditoriali prossimi alla Confindustria e, infine, i servizi segreti americani. E cera unaltra
costante: il suo referente politico sempre stato Giulio Andreotti Beninteso: il Noto servizio
non mai stato agli ordini di Andreotti. Costui era piuttosto, linterfaccia politico di questa
struttura a met strada fra militari e imprenditori. Il tutto con quei margini di reticenza e ambiguit
propri di un personaggio che non avrebbe sfigurato fra i dignitari di una corte rinascimentale.

Cap. XLIII
Il caso De Mauro
Un omicidio difficile da ricostruire, quello di Mauro De Mauro, figura non sempre chiaramente
individuabile su uno sfondo opaco.
La sera del 16 settembre del 1970, il giornalista usc dalla redazione de lOra di Palermo diretto
verso casa, dove, per, non giunse mai: sparito nel nulla.
Una molteplicit di documenti dintelligence attestano che, nellinverno del 43-44, nella Roma
occupata dai nazisti, era stato un assiduo collaboratore di Kappler e Priebke; che, quale membro
della famigerata banda Koch, aveva affiancato il lavoro del questore Pietro Caruso; che, a guerra
finita, aveva conservato rapporti con ambienti dellestrema destra, proponendosi ancora per
qualche tempo come interno ad essa.
Per la Procura di Palermo, Cosa nostra sicuramente colpevole, ma lomicidio non sarebbe
stato compiuto solo nellinteresse di Cosa nostra n sarebbero una coincidenza i depistaggi e le
deviazioni sul caso De Mauro. Le motivazioni che stanno alla base del rapimento e dellomicidio
sarebbero da ricercare, infatti, nei meandri dei misteri italiani degli anni 60 e 70. Due, in
particolare, si intrecciano con il caso De Mauro: la morte di Enrico Mattei e il fallito golpe
Borghese.
Per quel che riguarda il caso Mattei, De Mauro, prima di essere ucciso, stava lavorando alla
ricostruzione delle ultime ore di vita del presidente dellEni, deceduto la sera del 26 ottobre del
1962, quando laereo su cui viaggiava precipit nei pressi di Buscap. Il giornalista, quindi,
sarebbe stato ucciso per evitare che svelasse la vera trama della morte di Mattei: un sabotaggio,
secondo le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia e i risultati dellinchiesta della
Procura di Pavia, ascrivibile a un complotto ordito da Cosa nostra e potentati politicoeconomici; un favore fatto alle major americane del petrolio, infastidite dal forte attivismo del
Cane a sei zampe.
Il movente che punta invece al golpe Borghese, definito dalla Procura di Palermo convergente
col primo, fu gi ipotizzato da Bruno Carbone, collaboratore di vecchia data di De Mauro a lOra
(cfr. Bolzoni e Viviani, De Mauro stato ucciso perch sapeva del golpe, in La Repubblica, 26
gennaio 2001): lipotesi, confortatata dal capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo e
successivamente confermata anche dal neofascista Giacomo Micalizio e dal mafioso Antonino
Calderone, i quali tutti ne attribuiscono la scomparsa ai patti scellerati del principe Borghese con
la mafia siciliana, avvalorata dal passato del giornalista scomparso (per la cui puntuale
ricostruzione, cfr. Casarrubea e Cereghino, Lupara Nera. La guerra segreta alla democrazia in
Italia 1943-1947, Bompiani, Milano, 2009): De Mauro, in giovent saloino e volontario proprio
nella X Mas, sarebbe riuscito a sfruttare le vecchie conoscenze giovanili nel mondo della destra
estrema e neofascista per ottenere informazioni di prima mano; come pure si sarebbe voluto
avvalere delle rivelazioni di Emanuele DAgostino, boss di Cosa Nostra che frequentava il
Circolo della Stampa di Palermo.
A proposito del passato di Mauro De Mauro, Aldo Giannuli, nella Relazione di consulenza
tecnica sulla scomparsa del giornalista, disposta dallAutorit giudiziaria il 17 novembre 2001,
redatta il 25 aprile 2003, scrive con giustificata perplessit: De Mauro si sarebbe reso

responsabile di colpe assai gravi: identificazione di partigiani, probabile partecipazione a


sevizie, persino il coinvolgimento nella strage delle Ardeatine. Per molto meno altri repubblichini
vennero passati per le armi ed da segnalare che la sua posizione non era sconosciuta tanto al
servizio militare quanto alla Resistenza (). Eppure, sottolinea, in proposito, Aldo Giannuli,
non solo De Mauro salva la vita, ma va incontro a una detenzione che non sembra essere stata
molto lunga, se gi all8 gennaio 1946 non si sapeva dove fosse. Non sappiamo quando usc da
Coltano ed, ancor pi, come evit un processo per collaborazionismo. Una possibile soluzione
aggiunge, ce la suggerisce (un) documento del 1950 che dipinge De Mauro, da un lato, come
corrispondente segreto di Borghese e collaboratore di un foglio dellMsi, dallaltro come
informatore dimprecisati elementi comunisti. Questi elementi, messi insieme, ci suggeriscono che
De Mauro ricattabile per le non lievi responsabilit accumulate nei venti mesi di Sal possa
essere stato rilasciato in cambio di un impegno a fare da informatore sullarea del clandestinismo
fascista. In effetti, nel documento in questione si afferma che era De Mauro ad avvicinare
elementi attaccati al passato regime fascista, dicendo di essere in corrispondenza segreta col
principe Borghese, ma ci non prova lesistenza dellasserito contatto. Rebus sic stantibus,
conclude Giannuli, tornerebbe anche la possibilit che le percosse che lo avevano sfigurato e
reso claudicante fossero venute da camerati traditi.

Cap. XLIV
Opposti estremismi
La parabola della sinistra, iniziata nel 1968 con la rivolta studentesca e continuata nel 1969 con
la grande stagione rivendicativa e unitaria delle lotte operaie dellautunno caldo, tocca il culmine
nel 1975. Medio tempore, le bombe, utilizzate con spietata puntualit ogni cinque o sei mesi,
laggressivit delle formazioni neofasciste, i tentativi di colpo di Stato. Il Paese reagisce con una
grande lotta di resistenza per bloccare quella che sembra esclusivamente una controffensiva di
classe, e si rafforza nella grande battaglia difensiva.
Nel 1974, il referendum sul divorzio sembra dimostrare che il Paese si sia ormai affrancato dalla
pesante ipoteca confessionale su cui, per trenta lunghi anni si basato il potere della Dc, aprendo
la strada alla vittoria delle sinistre e, dunque, a una reale speranza di cambiamento. Nellestate di
quello stesso anno, tuttavia, si registra anche lultimo vero tentativo golpista.
Drago scarlatto il nome in codice di quel complotto, tanto articolato quanto pericoloso, ordito
fuori dalla Dc e contro la stessa Dc, nel quale si materializza il rischio del ripetersi in Italia del
sanguinosissimo colpo di Stato organizzato dagli americani, in Cile, nel 1973, paventato da
Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, bloccato in extremis dallintervento di Giulio
Andreotti, mediante la tempestiva rotazione di una decina di alti ufficiali da un incarico allaltro.
La grande avanzata delle sinistre, con le elezioni regionali e amministrative del 1975 e le
politiche anticipate del 1976, avviene, comunque, in un clima di relativa calma: la presenza nei
corpi militari di migliaia di ex studenti e laureati, semplicemente di sinistra o soltanto
simpatizzanti, gi testimoni e protagonisti del 1968 e del 1969, collegati con le reclute diciottenni,
in virt del giuramento di fedelt alla Costituzione, basta a trasformare lesercito di leva in un
baluardo della democrazia, in grado di reagire con determinazione ai tentativi eversivi.
Non si tratta certo di una svolta come quella che il 25 aprile del 1975 innesca in Portogallo la
rivoluzione dei garofani, ma sicuramente una svolta in senso democratico: nel dicembre
1975, si tiene a Roma lassemblea generale del movimento dei soldati, ove si riuniscono i
rappresentanti di tutti i corpi delle forze armate con la sola eccezione dei carabinieri, che chiude
la prima fase della strategia della tensione, caratterizzata dallo stragismo e dai tentativi di
colpo di Stato militari.
I nuovi rapporti politici ed elettorali usciti dal biennio rosso 1975-1976 non producono,
tuttavia, quel rinnovamento e lauspicata modernizzazione della realt italiana, sicch matura il
disincanto di moltissimi militanti e simpatizzanti di sinistra, spingendone alcuni verso la lotta
armata, divenuta il brodo di coltura della seconda fase della strategia della tensione, che in
comune con la prima ha lobiettivo: lonorevole Aldo Moro. E questo non perch Moro sia un
pericoloso sovversivo o un agente di Mosca, ma semplicemente perch troppo imprevedibile,
intelligente, spregiudicato, furbo e, in ultima analisi, indipendente. Tra le questioni centrali che le
Br, nei cinquantacinque giorni del sequestro dello statista democristiano, vorranno conoscere dal
prigioniero, ci sar proprio la verit sulla strage di Piazza Fontana, evento che ha segnato
linizio della stagione del terrorismo in Italia come metodo di lotta politica: A Moro
racconter, il 4 febbraio 1980, Patrizio Peci agli inquirenti, che ne raccolgono le fluviali
confessioni era stato detto che se avesse denunciato gli scandali di regime, come per esempio i

retroscena della strage di Piazza Fontana, sicuramente sarebbe stato liberato. grande, dunque,
limportanza che i brigatisti riconnettono ai retroscena degli attentati del 12 dicembre 1969,
eventi che sottendono almeno due segreti. Uno giudiziario: chi e come ha eseguito le stragi, e su
questo lo Stato per undici volte ha dimostrato la sua impotenza a pronunciarsi; laltro politico:
perch il Potere decise di coprire esecutori e mandanti.
Che la verit sulla strage valga per le Br la libert dellostaggio, lo confermer, minimizzando,
tuttavia, la portata delle dichiarazioni di Moro, anche Adriana Faranda, la postina, con Valerio
Morucci, delle lettere del prigioniero: Moro non parl, fu evasivo nelle risposte. Se avesse
detto come Dc siamo coinvolti nel golpe Borghese o nella strage di Piazza Fontana forse si
sarebbe salvato. Probabilmente le Br avrebbero finito per fare una scelta diversa, si sarebbe
portato avanti il discorso su uno scambio di prigionieri.
Decorreranno dieci anni dalle rivelazioni di Patrizio Peci, prima del ritrovamento nella base
brigatista milanese di Via Monte Nevoso, di un pacco di manoscritti di Moro il secondo, dopo
quello dellottobre 1978 , attestanti che il prigioniero non ha mai creduto alla pista rossa per
la strage, dietro alla quale ci sarebbero state, invece, centrali straniere, determinate a
normalizzare lItalia postsessantottina.

Cap. XLV
Il moralizzatore della politica italiana e il vicer del Pri in Sicilia
Ha scritto Leonardo Sciascia che non si capir nulla della mafia senza fare la storia delle miniere
di zolfo baronali. E proprio le preistoriche miniere baronali consentono di illustrare le gesta di
Aristide Gunnella, la cui carriera politica strettamente legata alle vicende dellEnte Minerario
Siciliano, di cui fu, prima di essere deputato, consigliere delegato.
Questa carica gli consent di assumere, alla vigilia delle elezioni del 1968, il capo mafia
Giuseppe Di Cristina, signore incontrastato delle miniere di Riesi. E proprio a Riesi, spogliate le
schede delle elezioni del 1968, si ebbe la sorpresa: il Partito Repubblicano Italiano, in quella
terra, prendeva 19 voti, che salirono, tuttavia, a 400, mentre 270 furono le preferenze per
Gunnella.
Espulso dai probiviri del Pri, il 19 febbraio 1975, e rimasto al suo posto per volont di La Malfa,
Gunnella dichiar: Io rappresento la faccia pulita del partito, ma, forse, quellaggettivo,
pulita, aveva un sapore polemico e suonava provocatorio, stando almeno alla sentenza dei
probiviri, a suo carico. In essa, infatti, si legge: fuor di dubbio che il partito, in questi ultimi
anni in Sicilia sia stato al centro di scandali e polemiche che ne hanno gravemente compromesso
il buon nome. E della turbolenta costellazione di clientele adombrata dai probiviri, del resto,
dovettero occuparsi, a pi riprese, antimafia, magistrati e giornalisti.
Di fronte alla mozione del Pci, che chiedeva la sospensione con immediate dimissioni, nel
novembre del 1970, dellappena eletto sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, perch accusato
dintrallazzi mafiosi, tutto il Pri, fece significativamente quadrato attorno al boss democristiano:
Bisogna attendere la sentenza del magistrato, aveva subito dichiarato Gunnella; Noi abbiamo
fatto degli accordi con gli altri partiti, che hanno indicato la persona del signor Ciancimino per
ricoprire la carica di sindaco. Noi abbiamo rispettato questi accordi politici, aveva rincarato
lavvocato Mazzei, segretario regionale del partito, davanti allantimafia, come a dire che se la
Democrazia cristiana avesse proposto Liggio, i repubblicani non avrebbero battuto ciglio; se
lAssemblea regionale siciliana avesse approvato la mozione, il 1 dicembre telegrafava,
finalmente, Ugo La Malfa, segretario nazionale del Pri, investir ogni situazione che esprima
fenomeni degeneratori e necessit moralizzatrici, non esclusa situazione grave come quella
palermitana. Insomma, fuor di metafora, questa la minaccia del moralizzatore della politica
italiana: Se fate dimettere Ciancimino io provoco la crisi su tutto il territorio nazionale... .
Il caso Ciancimino diventava, cos, il caso La Malfa: la sera, allantimafia, lon. Vincenzo
Gatto definiva il telegramma mafioso nella forma e nella sostanza; ma la Voce Repubblicana
insisteva: tanto palese il livello di deterioramento della classe politica e amministrativa
nazionale, che se il Pri volesse aprire una discussione sui nomi non potrebbe forse partecipare a
nessun accordo politico e amministrativo; la sera del 2 dicembre, allArs, il capogruppo
comunista De Pasquale ribadiva: un atteggiamento ricattatorio, nel complesso uno dei pi
classici atteggiamenti mafiosi che si possono adottare. Il leader repubblicano afferma che
esistono situazioni a sua conoscenza che abbisognano di un intervento moralizzatore. Dal punto di
vista politico egli non sarebbe che un cialtrone se non dicesse allopinione pubblica quali sono
questi elementi degenerativi. Invece invita lAssemblea a coprire Ciancimino in cambio di

coperture per altre situazioni. Ebbene, chi ragiona cos non certo degno di rappresentare il
nostro paese.
Il ricatto di La Malfa, almeno inizialmente, riusc: per non far votare la mozione, il 3 dicembre, il
governo regionale si dimise. Quattro giorni dopo, tuttavia, anche Ciancimino fu costretto a
dimettersi.
Si sospett che, cos agendo, La Malfa avesse voluto attaccare indirettamente lantimafia, che
indagava sui boss repubblicani in Sicilia, come lon. Diego Giacalone, repubblicano, di Trapani,
in relazione ad un ampio investimento clientelare ed elettorale, nel periodo in cui era stato
assessore regionale alla pubblica istruzione, allorch sera proceduto allassunzione in massa di
docenti per chiamata diretta, anche dopo la formulazione delle graduatorie e nonostante queste
fossero stracaricate di aspiranti.
Tra i chiamati, ricorda Orazio Barrese (I complici. Gli anni dellantimafia, rieditato da Rubettino
nel 1988), v(era) chi (era) stato condannato per violenza carnale, chi per ratto di minorenne e
violazione di domicilio, chi per truffa, chi per lesioni personali, chi per insolvenza fraudolenta,
chi per appropriazione indebita aggravata. Un campionario di reati infamanti.
A un certo punto, questi educatori avrebbero voluto partecipare al concorso per passare di ruolo:
ma a causa dei loro trascorsi erano stati esclusi dalla Corte dei conti. Niente paura: Giacalone
aveva presentato delle controdeduzioni in loro difesa, assieme al democristiano Sammarco, anche
lui ex assessore alla pubblica istruzione; i due avevano fornito ottime referenze in base a
informazioni riservate dei direttori delle scuole. E la Corte dei conti sera rimangiata la
decisione.
Lantimafia accertava anche unaltissima concentrazione di doposcuola e scuole professionali
nella provincia di Trapani, collegio di Giacalone, mentre in altre mancavano del tutto: che volete,
affermer il segretario regionale del Pri Mazzei, interrogato dallantimafia: evidente che lon.
Giacalone era pi sensibile alle segnalazioni che gli pervenivano dalla sua provincia, o gli era
pi facile raggiungerle, avvertirle, averne conoscenza.
La Malfa, che pativa queste indagini come un insulto, divent rabbioso quando lantimafia apr il
dossier Di Cristina, che coinvolgeva il pupillo Gunnella.
Giuseppe Di Cristina, noto mafioso nativo di Riesi, appena tornato in Sicilia dal confino, con
lettera del 22 febbraio 1968, firmata dallamministratore delegato on. Gunnella, venne assunto
alla Sochimisi. Non era passato che qualche giorno, quando fu presentata uninterrogazione
alAssemblea regionale; ma lo scandalo sarebbe scoppiato poco pi di un anno dopo: il 16
maggio 1969, la Commissione antimafia dispose il sequestro della pratica dassunzione; della
vicenda si occup anche De Mauro, un anno prima di sparire; interrogato dallantimafia, il 17
novembre 1970, il segretario regionale del Pri Mazzei parve cadere dalle nuvole: Non credo che
questo Di Cristina fosse mafioso cos noto, se pure lo ; messo, tuttavia, alle strette, spieg che
il capo mafia era stato assunto da Gunnella, su segnalazione del senatore democristiano Graziano
Verzotto e del segretario provinciale della Dc nissena, Cigna; ma il 24 febbraio 1971, Giuseppe
Di Cristina, che frattanto aveva continuato nel suo incarico di copertura alla Sochimisi, venne
arrestato come mandante dellassassinio di Candido Ciuni; poche ore dopo, Gunnella, costretto a
dimettersi da segretario provinciale del Pri, dichiar: Prima che detto signore si presentasse alla
Sochimisi () non era a me assolutamente noto n come persona n come nome. Fra laltro non

aveva il marchio giallo o la campanella ai piedi .


La spiegazione, per dirla con Orazio Barrese, faceva fottere dalle risate: in una regione ad
altissimo tasso di disoccupazione e emigrazione, bastava che uno sconosciuto si presentasse in
unazienda, per essere ricevuto subito dallamministratore delegato, essere assunto e fare una
rapida carriera.
Lantimafia torn sulla vicenda il 4 marzo 1971: lo stesso giorno in cui Di Cristina venne
licenziato dalla Sochimisi per ingiustificata assenza: era finito in galera. La stampa, intanto,
faceva a pezzi Aristide Gunnella: alla Sochimisi lavoravano, oltre a Di Cristina anche i mafiosi
Calogero Giambarresi e Gaetano Lo Grasso, e costui, in carcere per due mesi, nel 1968, aveva
addirittura ottenuto un permesso per gravi ragioni di famiglia; lonorevole era solito
circondarsi di loschi figuri sino al punto di farli eleggere consiglieri comunali di Palermo,
come Ferdinando Lo Cicero, gi suo segretario particolare, che ottenne un voto di solidariet
della direzione provinciale del Pri, quando era stato condannato per sfruttamento della
prostituzione; o lavvocato Di Pasquale, anchegli divenuto consigliere comunale per alti meriti
repubblicani, che sarebbe stato condannato per patrocinio infedele su denuncia della vedova
Ciuni, per essersi dimenticato, quale suo difensore, di predisporre gli atti per la costituzione di
parte civile, senza che i dirigenti del Pri prendessero alcun provvedimento.
Incalzato dalle denunce, gi indebolito dal caso Ciancimino, Aristide Gunnella rischiava di
affogare, ma La Malfa non era uomo da abbandonare i suoi nella tempesta, e il 13 maggio 1971
apparve su lUnit una sua lettera di protesta contro il giornalista Diego Novelli, che aveva
definito Di Cristina uomo di fiducia di Gunnella: una grave offesa scrisse La Malfa, non
solo per luomo, ma per lintero partito; Di Cristina non ha mai avuto alcun rapporto con il
deputato repubblicano. E se questi ha commesso errori di valutazione per quel che concerne
alcuni uomini ammessi nel partito laveva fatto solo nellansia di rafforzare ed estendere le
basi del partito.
Il giornale comunista, sempre sensibile al fascino di La Malfa, ritir laccusa. Ma Novelli non era
daccordo, e non potendo ribattere sul giornale del suo partito scrisse direttamente a La Malfa:
Ho detto che Di Cristina era luomo di fiducia di Gunnella in quanto a tutti noto che fu un suo
grande elettore. Infatti, se i voti del Pri a Riesi erano passati dai 19 del 1967 ai 400, di cui 270
per Gunnella, del 1968; subito dopo era stata costituita a Riesi la sezione del Pri: nel verbale di
fondazione, marzo 1969, si leggevano le firme di Di Cristina e Lo Grasso, che Gunnella avrebbe
fatto togliere, dopo lo scandalo. Ma sia lui sia La Malfa mentirono. I probiviri del Pri avrebbero
accertato che Aristide Gunnella conosceva bene Giuseppe Di Cristina. Nella sentenza
despulsione, dopo aver dimostrato limpossibilit che, al momento dellassunzione, il politico
repubblicano non conoscesse i trascorsi del mafioso, tirarono fuori la prova di un incontro tra i
due, durante la campagna elettorale del 1968, al Motel Agip di Gela: si scambiarono lunghi
baci, abbracci e pacche sulle spalle e si appartarono per mezzora in una stanza del motel. Al
momento degli addii, Di Cristina assicur che a Riesi tutto era fatto e che non cera bisogno di
andarci.
Un esempio delle gravissime irregolarit riscontrate dai probiviri nazionali nelle loro indagini sui
metodi di gestione del partito in Sicilia: nella direzione provinciale del Pri di Caltanissetta, nel
1974 risultavano due dirigenti di sezione della Democrazia cristiana e un iscritto al Partito

socialdemocratico; un altro democristiano figura, addirittura, nel collegio dei probiviri del Pri;
alcuni di questi ibridi dirigenti avevano fatto propaganda per labrogazione del divorzio,
servendosi dellorganizzazione democristiana. 18 tesserati della Sezione di Porto Empedocle,
appartenevano alla Dc, 4 al Pci, 3 al Psi, 1 al Psdi, 3 al Msi; alcuni erano anche consiglieri
comunali dei rispettivi partiti. 10 tesserati della Sezione di Grotte, appartenevano alla Dc, 2 al
Pci, 1 al Msi, 1 era simpatizzante Dc, 3 erano regolarmente defunti, 1 apparteneva al Pri. A
Caltanissetta figuravano in pochi mesi 600 nuovi tesserati, quanti Dc e Pci messi assieme non
sarebbero riusciti a totalizzare.
probiviri nazionali erano esterrefatti: il tesseramento irregolare, concludevano, cosa assai
frequente nel partito in Sicilia. A molti repubblicani autentici non venivano consegnate le
tessere, che in genere venivano affidate, a pacchetti, a fiduciari di Gunnella, che poi le
distribuivano secondo criteri loro. Non un caso che pullulassero le sezioni fantasma.
Con simili metodi Gunnella, che per un certo periodo aveva cumulato le cariche di consigliere
nazionale, membro della direzione e del comitato esecutivo nazionali, presidente della direzione
della federazione regionale, segretario provinciale di Palermo, commissario dellunione
comunale di Palermo, della consociazione di Caltanissetta e delle sezioni di Butera, Mussomeli,
Serradifalco, S. Caterina, manovra i congressi locali e regionali. Al minimo pericolo di
opposizione, si scioglievano sezioni, direttivi, consociazioni e sinviavano commissari; le
assemblee precongressuali o non si tenevano o venivano sciolte in modo irregolare, ad esempio
convocandole quando erano gi chiuse.
Una zona particolarmente turbolenta era Messina, controllata dal boss Salvatore Natoli,
capogruppo alla Regione, passato dal Pli al Pri alla vigilia delle regionali del 1967, insieme alle
clientele della destra liberale. I suoi metodi erano talmente spregiudicati da portare, nel 1972,
alla formazione di fatto a Messina di due partiti repubblicani.
Appoggiato a spada tratta dalla Gazzetta del Sud, il quotidiano filofascista di Messina, Natoli
realizz nel 1972-73 a Gioiosa Marea un accordo con i fascisti della lista Aquila, e fece
eleggere sindaco il capolista dei fascisti, Magistro, ex consigliere provinciale e candidato per il
Msi alle regionali. La maggioranza repubblican-fascista si rifiut di votare un ordine del giorno
di condanna della strage di Brescia e di convocare il consiglio in seduta straordinaria per
protesta contro lattentato allItalicus. I probiviri riconobbero fondata laccusa a Natoli di
comportamento e mentalit fascista.
Le conclusioni delle inchieste siciliane dei probiviri non lasciavano dubbi: il calo elettorale
registrato dal Pri nellisola alle ultime politiche era dovuto al malcostume e alla corruzione, che
ne avevano intaccato il prestigio facendolo apparire come il partito che predica(va) bene e
razzola(va) male.
Conclusioni confermate dalle stesse disavventure che colpirono i probiviri. Come per Gunnella,
infatti, anche per Natoli la sentenza di espulsione emessa il 9 dicembre 1974 venne annullata
dalla direzione nazionale, il 27 dicembre 1974, prima ancora che venisse formulata la
motivazione: La Direzione considera che la situazione generale del Partito e alcune controversie
sorte fra gli iscritti nella regione non giustificano sanzioni cos pesanti, tali da dare impressione
allopinione pubblica di fatti morali che nellambito del partito non sono mai esistiti.
La risposta dei probiviri contenuta in una comunicazione che inviarono al successivo congresso

nazionale di Genova. la miglior prova vi si affermava, fra laltro, che il deterioramento dei
principi che informavano il nostro partito ha colpito anche la direzione nazionale, perch essa con
la deliberazione del 27 dicembre 1974 ha violato le norme fondamentali che reggono ogni forma
di vita sociale, addivenendo quale organo esecutivo allannullamento della decisione di un
organo giudicante. Neppure nei regimi dittatoriali riteniamo che ci si sia mai verificato, e per
trovare precedenti occorre risalire allepoca delle monarchie assolute.
Nel corso del Congresso di Genova del Pri esplose lo scandalo sollevato dal professor Pasquale
Curatola, gi membro del collegio dei probiviri e candidato repubblicano al CSM, che aveva
rivolto dure accuse alla gestione del partito da parte di Ugo La Malfa.
Liniziativa del professor Pasquale Curatola fu sostenuta da Marco Pannella, che denunci il fatto
che nessuna comunicazione era stata data n ai Consiglieri Nazionali, n alla stampa della lettera
con cui Curatola chiedeva che La Malfa si autodeferisse al collegio dei probiviri e, per suo conto,
si dichiarava disposto ad accettare il giudizio di un giur donore. Se La Malfa non avesse
accettato nessuna delle due soluzioni, Curatola informava che non avrebbe avuto altra possibilit
che rivolgersi alla Magistratura per tutelare la propria onorabilit dopo le gravi dichiarazioni
rilasciate sul suo conto dal leader repubblicano.
La Malfa attacc per questo Marco Pannella sostenendo che avrebbe agito su commissione della
massoneria italiana e avrebbe creato tutto quello scompiglio per accumulare meriti
antirepubblicani, per guadagnare cos un qualche possibile compenso politico o parlamentare da
parte dei socialisti.
Marco Pannella replic al segretario repubblicano: Ugo La Malfa ha fatto strage di legalit, di
legalit repubblicana; Ugo La Malfa vittima del suo realismo di stampo siciliano, crispino;
vecchio errore di quanto, nella sinistra storica, non fu garibaldino o mazziniano. Egli ama le
grandi idealit rivoluzionarie della borghesia progressista europea ma vive e pratica lillusione
del potere come perimetro esclusivo di creativit politica.

Cap. XLVI
Lo scandalo del petrolio
4 febbraio 1974, i rappresentanti dei partiti politici si riunirono a Montecitorio, indignati contro i
pretori dassalto che, dicevano, stavano screditando tutta la classe politica.
In realt, indagando a Genova sui fenomeni dimboscamento del petrolio a seguito della guerra
del Kippur, combattuta nellottobre del 1973, i magistrati Mario Almerighi, Carlo Brusco e
Adriano Sansa avevano messo le mani negli uffici del petroliere Riccardo Garrone, su documenti
scottanti, che conducevano ad emersione come tutti i partiti politici, fatta eccezione per il il Pci,
fossero stati finanziati dai petrolieri, per avere, e ottenendo, in cambio favori legislativi: dal
decreto del 2 ottobre 1967 che assegnava loro un contributo dello stato di 90 miliardi di lire,
quale rimborso dei maggiori costi di trasporto del greggio a causa della chiusura del canale di
Suez, alla legge del 28 marzo 1968 con la quale si concedeva loro di pagare limposta di
fabbricazione e lImposta Generale sullEntrata (Ige) con tre mesi di ritardo; fino al decreto legge
del 12 maggio 1971, con cui furono loro concessi imponenti sgravi fiscali.
Le indagini, peraltro, stavano anche facendo emergere il ruolo preminente giocato, nel nostro
Paese, dalle sette sorelle: dopo luscita di scena di Enrico Mattei, fondatore dellEni, e di Felice
Ippolito, pioniere del nucleare, avevano spinto con decisione perch si scegliesse la via del
petrolio, condizionando le scelte legislative, perch fossero sempre a loro favore. In cambio di
tutto ci, quando potevano pagavano, quando non potevano creavano casi giudiziari, senza
rifuggire, sia pure quale extrema ratio, dallopzione omicidiaria.
Ai partiti politici che, in quel febbraio 1974, lamentavano fosse stata intaccata la loro
onorabilit e reclamavano i nomi dei corrotti, intimando altrimenti basta con lo scandalismo,
statevi zitti, giunse, ben presto, la risposta dei pretori dassalto Almerighi, Brusco e Sansa.
Un mandato di arresto, col quale si contestavano i delitti di corruzione aggravata e di
associazione a delinquere, per aver corrotto dirigenti dellEnel e partiti del centro-sinistra,
affinch si servissero del petrolio anzich dellenergia nucleare, per far funzionare le centrali
elettriche, venne emesso nei confronti del dottor Vincenzo Cazzaniga. Costui, giunto alla Esso
Italiana nel 1948, laveva lasciata nel 1972, per assumere la vice-presidenza della Bastogi
Finanziaria prima e poi della CTIP; nel 1950, era entrato a far parte del CdA della Esso Italiana,
di cui, nel 1951, veniva nominato presidente, carica questa conservata fino al 1972, sebbene, nel
1954, della Esso Italiana fosse divenuto anche Amministratore Delegato; tra il 1965 e il 1970,
aveva fatto parte del Board of Directors della 3M Minnesota Minerals & Mining di St Paul in
Minnesota; ben introdotto nel mondo politico, soprattutto democristiano, era altres consulente del
governo per i rifornimenti petroliferi. Quando il 9 febbraio del 1974, agenti in borghese si
recarono allingresso della villa di Vincenzo Cazzaniga, non lo trovarono: era gi negli Usa.
A seguire, il 13 febbraio 1974 furono inviate 20 comunicazioni giudiziarie per corruzione
aggravata: riguardavano i massimi dirigenti ed i consiglieri di amministrazione dellEnel, tra cui
il presidente Di Cagno, e gli amministratori di Dc, Psi, Psdi, Pri, i quattro partiti di centrosinistra.
Il 20 febbraio furono consegnati al presidente della camera, lon. Sandro Pertini, gli atti di accusa
contro ministri o ex ministri, che avevano favorito i padroni del petrolio con provvedimenti

legislativi. Si trattava dei democristiani Giulio Andreotti, Giacinto Bosco, Ferrari Aggradi e
Athos Valsecchi, nonch i socialdemocratici Luigi Preti e Mauro Ferri. A loro carico, il 21
febbraio inizi il procedimento davanti alla commissione inquirente e l8 marzo, Andreotti,
Ferrari Aggradi, Bosco e Preti vennero prosciolti dalla commissione, mentre rimasero in stato di
accusa i pi deboli politicamente: Valsecchi e Ferri.
Del 22 giugno 1977, la richiesta da parte del Pci di riaprire linchiesta sullo scandalo del
petrolio, ma per alcuni dei ministri in oggetto era gi maturata o stava per maturare la
prescrizione, poich i reati a loro ascritti risalivano a molti anni prima.
Si dice che i rappresentanti dei partiti politici, escluso il Pci, avessero preso 45 miliardi, per
farsi ripetutamente corrompere, mentre lEnel, oltre alla primitiva corruzione relativa alla scelta
termo-elettrica, avrebbe preso pi di un miliardo per maggiorare il prezzo di acquisto dellolio
combustibile e per riversare questo aumento di prezzo sulle tariffe pagate dagli utenti. Anche qui
inizi unistruttoria il 26 marzo ma, di fatto e miseramente, essa fu chiusa il 24 ottobre.

Cap. XLVII
Perch fu ucciso Pier Paolo Pasolini?
Una donna, Maria Teresa Lollobrigida, la mattina del 2 novembre 1975, sul litorale romano di
Ostia, in un campo incolto in via dellidroscalo, scopre il cadavere di un uomo, che verr
riconosciuto per Pier Paolo Pasolini: giaceva disteso bocconi, un braccio sanguinante
scostato e laltro nascosto dal corpo, scriver il perito medicolegale, I capelli impastati di
sangue gli ricadevano sulla fronte, escoriata e lacerata; la faccia deformata dal gonfiore era nera
di lividi, di ferite. Nerolivide e rosse di sangue anche le braccia, le mani. Le dita della mano
sinistra fratturate e tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito deviato verso destra.
Le orecchie tagliate a met, e quella sinistra divelta, strappata via. Ferite sulle spalle, sul torace,
sui lombi, con i segni dei pneumatici della sua macchina sotto cui era stato schiacciato.
Unorribile lacerazione tra il collo e la nuca. Dieci costole fratturate, fratturato lo sterno. Il fegato
lacerato in due punti. Il cuore scoppiato.
Nella notte i carabinieri fermarono un giovane, Giuseppe Pelosi, mentre era alla guida di una
Giulietta 2000, risultata di propriet dellintellettuale. Interrogato dai carabinieri, e di fronte
allevidenza dei fatti, Pino la rana confessava lomicidio. Raccontava, in particolare, di aver
incontrato lintellettuale presso la Stazione Termini e, dopo la cena in un ristorante, di avere
raggiunto il luogo in cui il cadavere era stato trovato; l Pasolini avrebbe tentato un approccio
sessuale e, vistosi respinto, avrebbe reagito violentemente, scatenando la sua reazione.
Il processo che ne segu condusse ad emersione retroscena inquietanti: si ipotizz da pi parti il
concorso di altri nellomicidio, senza che sul punto si facesse veramente chiarezza, e, alla fine,
Pino Pelosi venne condannato, unico colpevole, per la morte del poeta.
Trascorsi ormai trentanni dal barbaro omicidio, Pino la rana si sarebbe presentato alla
trasmissione televisiva Ombre sul giallo di Franca Leosini per dichiarare, in presenza degli
esterrefatti Guido Calvi e Nino Marazzita, avvocati di parte civile al processo del 197576, che
lautore del delitto Pasolini non era stato lui, ma altre persone di cui tuttavia ignorava ldentit,
avendole viste, quel 2 novembre 1975, per la prima volta. Costoro, avrebbe raccontato ancora, lo
avevano minacciato di fare del male alla sua famiglia se avesse parlato. E lui, semplicemente, si
era adeguato.
Attorno alla sanguinosa vicenda, comunque, avevano giocato un ruolo taluni personaggi, tutti
riconducibili a un medesimo ambiente: lavvocato Rocco Mangia, gi difensore dei neofascisti
responsabili del massacro del Circeo, che, racconta sempre il Pelosi, sarebbe stato indicato alla
sua famiglia da Francesco Salamone, giornalista de Il Tempo, tessera 678 della P2; consulenti
della difesa del giovane reo confesso, peraltro, furono, dapprima il criminologo Aldo
Semerari, frequentatore dei terroristi di Ordine Nuovo, della banda della Magliana e dei clan
camorristi napoletani, associato ai servizi segreti e in ottimi rapporti con la polizia libica; e,
successivamente, Franco Ferracuti, tessera numero 849 della P2, psichiatra legato sia al Sisde sia
alla Cia, il quale prese il posto di Semerari, quando il cadavere decollato di costui, nel 1982,
fu rinvenuto in unauto, nel feudo cutoliano di Ottaviano.
In ogni caso, dopo poco meno di quarantanni dalla tragica scomparsa di Pasolini, ancora negata
la verit sulla sua morte, quantunque le tendenziose ricostruzioni giudiziarie e mediatiche, tese ad

accreditare la tesi di una sordida storia di sesso, abbiano dovuto fare i conti con la testardaggine
dei fatti, che, a differenza dei testimoni, non si lasciano mai subornare: a prescindere dagli
elementi sconcertanti condotti ad emersione da dichiarazioni fatte a mezza bocca, i quali,
comunque, legittimano di per s una fitta trama di piste, sono stati comunque scovati, nei
polverosi depositi dove si stoccano i
corpi di reato del tribunale di Roma, indumenti di ignoti, sequestrati allepoca dei fatti ancora a
bordo dellauto della vittima, prima che ce se ne fosse potuti disfare, sporchi di sangue
riconducibile a tre diversi dna.
Per Gianni DElia (Leresia di Pasolini, Effigie, Milano 2005), lautore friulano stato
perseguitato in vita ed stato apparentemente scandaloso nella morte, quando invece il vero
scandalo stato quello politico, di chi lo ha fatto impunemente uccidere. Tranchant Gianni
Borgna, amico di Pier Paolo Pasolini, Assessore alla Cultura al Comune di Roma, per quattordici
anni, fino al 2006: Noi abbiamo sempre pensato che non si tratta di un omicidio sessuale ma
politico. In Italia dietrologia sinonimo di fantasticheria: invece purtroppo la nostra storia fatta
di misteri. Nel caso di Pasolini si voleva eliminare una voce scomoda, facendo passare il tutto
per un delitto sessuale. Il caso Mattei una possibile chiave. Ed proprio Borgna ad
aggiungere, significativamente, che In quei mesi le () accuse politiche (di Pasolini, n.d.r.)
erano diventate sempre pi dure e circostanziate, cominciava a fare dei nomi. Bisognerebbe
collegare il suo omicidio con Petrolio e con il fatto che proprio in quel periodo Pasolini
maneggiava materiale incendiario.
Di questa stessa opinione anche Gianni DElia: Forse le radici del delitto di Pasolini vanno
rintracciate nellincompiuto Petrolio, una denuncia dellintreccio corrotto tra i servizi segreti di
Stato. Pasolini si esibito come testimone autentico dellepoca in cui viveva, sapendo di dover
pagare di persona. Lo stesso DElia, peraltro, ha sostenuto che dellipotizzato assassinio di
Mattei il mandante possibile in Petrolio. In effetti, non difficile, leggendo i frammenti del
romanzo, conoscere la convinzione di Pasolini. Si tenga presente che in Petrolio Cefis Troya e
Mattei Bonocore, e si legga, per esempio, un appunto del 1974 dove si parla di un preciso
momento storico in cui Troya (!) sta per essere fatto presidente dellEni: e ci implica la
soppressione del suo predecessore.
La suggestiva ipotesi per la quale lo scrittore friulano potrebbe essere arrivato alle stesse
conclusioni del giornalista de LOra Mauro De Mauro, il quale aveva cominciato a indagare sulla
morte di Mattei per incarico del regista Franco Rosi e che sarebbe stato eliminato quando, si
dice, avesse ormai scoperto la verit, e, in particolare, che il 14 novembre 1974, allorch
Pasolini scriveva sul Corriere della Sera, Io so. Io so i nomi dei responsabili... , probabilmente
sapesse davvero e non solo per intuito poetico, stata formulata anche dal maresciallo Enrico
Guastini, collaboratore del pubblico ministero pavese Vincenzo Calia e responsabile della parte
investigativa delle indagini da questi condotte sul disastro aereo di Bascap, che hanno incrociato
spesso e volentieri la tragedia di De Mauro e con essa anche il nome di Graziano Verzotto.
Variegato il compendio indiziario che concorre a suffragare questa prospettazione.
A partire dalla primavera del 1972, accanto agli articoli che lavevano reso lintellettuale pi
ascoltato dItalia, Pier Pasolini andava scrivendo anche il suo romanzo politico, Petrolio e,
proprio in funzione della stesura di quellopera magmatica, nella quale intendeva fondare su basi

rigorosamente documentarie la sua scrittura romanzesca, aveva messo le mani su materiali


introvabili e spesso molto riservati. Egli, dunque, non era ormai pi il poeta-narratore-corsaro
istintivo, tutto rabdomantica intuizione, fin l conosciuto, ma un accanito ricercatore di documenti,
determinato a scrivere su dati certi e attestati. E per farlo a ragion veduta raccoglieva materiali
scottanti, probabilmente grazie a entrature privilegiate nellindustria e nel mondo della
politica: tra le carte di Petrolio, nellarchivio pasoliniano del Gabinetto Vieusseux, si sono
rinvenuti articoli su Eugenio Cefis pubblicati dalla rivista dello psicoanalista Elvio Fachinelli,
Lerba voglio; un Discorso commentato di Eugenio Cefis allAccademia militare di Modena,
pronunciato il 23 febbraio 1972; i ciclostilati di altre conferenze dello stesso presidente e,
addirittura, loriginale di una conferenza intitolata Un caso interessante: la Montedison, tenuta
l11 marzo 1973, presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine,
dello stesso Cefis, mai pronunciate; diversi ritagli di giornale sui segreti dellEni.
Fra le carte, inoltre, sono presenti le fotocopie di un volume, nato dai veleni interni allente
petrolifero italiano, scritto da tale Giorgio Steimetz, uscito nellaprile 1972 presso lAmi,
Agenzia Milano Informazioni, dal titolo Questo Cefis. Laltra faccia dellonorato presidente.
Questo pamphlet sulla vita, sul carattere e sulla carriera del successore di Mattei alla guida
dellEni, che ne narrava alcuni passaggi biografici, da quando era stato partigiano in Ossola, con
alcuni risvolti poco chiari, alla rottura con Mattei nel 1962, mai perfettamente spiegata, al rientro
allEni e al salto in Montedison, di cui Pasolini faceva la parafrasi, elencando le stesse societ,
petrolifere, metanifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicit e della
comunicazione, pi o meno collegate a Cefis, magari assegnando alle stesse acronimi o sigle
dinvenzione, era stato reperito con qualche difficolt, come dimostra una lettera del 20 settembre
1974 inviata allo scrittore da Elvio Fachinelli, in cui si parla delle fotocopie del libro (...)
ritirato.
Non agevole stabilire chi si celasse dietro lo pseudonimo di Steimetz, ma certamente era una
persona ben inserita negli affari interni dellEni. In ogni caso, dietro lAmi, editrice di quel solo
titolo, cera il senatore democristiano Graziano Verzotto, capo delle pubbliche relazioni Eni in
Sicilia e segretario regionale della Dc, ai tempi di Mattei, di cui era stato amico personale: lo
stesso Graziano Verzotto che, anni dopo, avrebbe rilasciato al pubblico ministero pavese
Vincenzo Calia una lunga deposizione, nella quale, per spiegare lincidente aereo dellottobre
1962, dopo aver escluse lipotesi delle Sette sorelle, quella dei servizi segreti francesi e la
pista algerina, arriva a chiedersi: A chi ha giovato?; per rispondersi: al successore di Mattei.
Quanto al libro Petrolio, curato da Aurelio Roncaglia e pubblicato nel 1992 dallEinaudi, nella
storica collana dei Coralli, contenente i frammenti di un grande romanzo che lautore non riusc a
portare a termine, si tratta di un opera, non solo incompiuta, ma la cui parte scritta era ancora in
fase di abbozzo e sarebbe stata certo rivista da Pasolini e limata anche in quelle tranche che
sembrano pi compiute. Del romanzo a venire, peraltro, lo scrittore parlava con la curiosa
consapevolezza di avere superato una soglia: esso, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere il
preambolo di un testamento, al punto che, in unintervista a Lorenzo Mondo del gennaio 1975,
aveva anticipato: Petrolio contiene tutto quello che so, sar la mia ultima opera: mi diverte
moltissimo avere questo segreto. Segreto destinato, sembra, a rimanere tale, dal momento che,
per effetto della scomparsa di un capitolo scottante, che lautore attesta, tuttavia, di aver scritto, la

conoscenza dei lettori destinata a patire una irrimediabile mutilazione.


NellAppunto 22, intitolato Il cosiddetto impero dei Troya: le filiali pi vicine alla casa madre,
Pasolini ricorda di aver gi scritto il capitolo Lampi sullEni, dove presumibilmente doveva
comparire il grosso della vicenda legata alleconomia petrolifera italiana. Quel che ne resta,
per, solo il titolo, sotto lAppunto 21. Alla domanda dove siano finite quelle pagine date per
scritte, non sa rispondere neppure il filologo che ha fatto la ricostruzione del romanzo: Aurelio
Roncaglia parla di buchi di fronte ai quali (...) la filologia rimane impotente e si limita a
sottolineare che Pasolini allinizio del 1975 parlava di una stesura arrivata a 600 pagine, mentre
ce ne sono pervenute poco meno di 400. Dunque, si pu ipotizzare che con Lampi sullEni siano
sparite anche altre (e non poche) pagine.
Steimetz, chiunque egli fosse e qualunque fosse lo scopo, forse anche ricattatorio o, almeno,
intimidatorio, del suo libro nei confronti di Cefis, era pienamente consapevole del senso reale
della sua affermazione, quando denunciava: Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi,
uno dei tratti di ingegno pi rimarchevoli del presidente dellEni (il corsivo nostro, n.d.r.). E,
del resto, il fatto che il suo libro fosse immediatamente sparito dalla circolazione, la diceva
lunga, in proposito. Da parte sua, Pasolini condivideva la consapevolezza di Steimez, al quale
faceva eco in Petrolio, l dove, a proposito del protagonista, nel romanzo, annota: Egli doveva,
per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile fonte
dinformazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire.
Se, dunque, come sembra, Pier Paolo Pasolini fosse approdato con quasi trentanni di anticipo,
alle stesse conclusioni alle quali, pi o meno, giunta lindagine del pubblico ministero Calia, si
dovrebbe convenire con il maresciallo Guastini l dove, secondo quanto riferisce Paolo Di
Stefano (Il Petrolio al veleno di Pasolini. Il caso Mattei, i sospetti su Cefis e la morte violenta del
poeta, in Corriere della Sera, 7 agosto 2005), ha enunciato come possibilit logica che
lambiente politico-economico potenzialmente pregiudicato dal disvelamento del suo segreto
avesse tutto linteresse a eliminare Pasolini, specialmente dopo che Pelosi ha fatto le sue
ammissioni.

Cap XLVIII
LAnonima Sequestri
Met degli anni Settanta. Oltre ai marsigliesi, ai calabresi e a qualche banda squisitamente
laziale, come la cosiddetta banda delle belve capeggiata da Laudavino Lallo lo zoppo De
Santis, nella Capitale opera anche la tristemente nota Anonima sequestri, consorteria
sanguinaria e disumana per il suo modus operandi, la pi spietata e crudele nel mondo dei
sequestratori.
Vero e proprio piccolo esercito di criminali, composto da un centinaio di persone in tutto, per
lo pi pastori sardi approdati da qualche tempo in Continente, con ramificazioni nel Lazio, in
Toscana e nelle Marche, tra il 1975 e il 1977, lAnonima si rende responsabile di una quindicina
di sequestri di persona, che fruttano riscatti per una quindicina di miliardi di lire.
Tra le vittime, alcune delle quali non faranno ritorno a casa, verosimilmente perch barbaramente
uccise nonostante il pagamento del riscatto, il piccolo Claudio Chiacchierini, il minore Emanuele
Riboli, gli industriali Mario Botticelli, Maleno Malenotti e Marzio Ostini, il possidente Matteo
Neri, Massimo Baldesi, figlio del costruttore e vice presidente dellA.S. Roma ingegner Renzo,
Leone Concato, amministratore dellAgusta, la signora Lucilla Carabelli Conversi, il
commerciante Nazareno Fedeli, Savio Costantini, Albino Salvotti, Giannello Tamponi.
Liberato dopo il versamento di un cospicuo riscatto, proprio Claudio Chiacchierini a raccontare
di aver sentito il belato delle pecore e che i banditi avevano un modo strano di parlare. Le
percezioni del piccolo, sin dalla primavera del 1975, indurranno gli apparati polizieschi ad
imboccare la pista sarda, imprimendo una svolta ad investigazioni prospettatesi, comunque,
subito difficili, per un verso, a causa della mancanza, al momento del verificarsi dei primi
rapimenti, di elementi obiettivi precisi per lesatta comprensione del fenomeno e, per altro verso,
in ragione della frammentazione dellAnonima in numerose frange, con relativi capi e gregari.
Furono, a partire da allora, anni di accertamenti meticolosi, pedinamenti costanti, sopralluoghi,
battute a largo raggio nelle zone ritenute maggiormente sensibili nel Lazio, in Toscana, in Umbria
e nelle Marche, in tutto il centro Italia e in Sardegna, di intercettazioni, di servizi fotografici, che
consentirono ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma di metter a nudo quella vera e
propria interregionale del crimine, in cui convivono banditismo sardo, malavita romana e mafia
siciliana.
Gli investiganti, in particolare, ritennnero di individuarne il capo indiscusso in Bachisio Manca,
grande proprietario terriero a Cingoli, in provincia di Macerata, ex luogotenente di Peppino Pes,
sanguinario fuorilegge di Sedilo, ed a lui che attribuirono la responsabilit di aver organizzato
il rapimento dellindustriale Mario Botticelli, tenuto in ostaggio anche da Graziano Mesina.
Lesecutore materiale di questo sequestro, nello stesso contesto investigativo, venne individuato
in Giuseppe Peppino Pant, boss della malavita siciliana, originario di SantAgata Militello in
provincia di Messina, ma da tempo abitante a Roma, in borgata Casalotti.
Scavando nella vita di costui fu localizzata una villa in costruzione, dotata di tutti i confort,
compresi piscina e campo da tennis, al ventesimo chilometro della Boccea, dove, allinterno di
una cisterna, fu rinvenuto, occultato in un sacco impermeabile, il ncessaire per il perfetto
rapitore: un mitra Sten, un fucile a canne mozze, due pistole automatiche, munizioni,

passamontagna, cerotti, flaconi di etere, siringhe, tamponi, corde.


Insieme a Peppino Pant fu anche arrestata la convivente, Maria Istria Serra, sarda di Baulada, a
cui gli investiganti attribuirono limportante ruolo di anello di collegamento fra Peppino Pant,
altri siciliani e i sardi: sar seguendo le sue tracce che i carabinieri giunsero ad un garage dietro
la stazione Termini, tenuto da sardi orunesi, dove in gran segreto erano stati predisposti i piani
per lattuazione dei sequestri di Marzio Ostini, Massimo Baldesi, Lucilla Carabelli Conversi,
Bartolomeo Neri e Maleno Malenotti.
Uomo di fiducia di Peppino Pant, secondo la ricostruzione dei carabinieri, sarebbe stato il
giovane romano Giancarlo De Cinti, cui competeva la guida delle autovetture dei sequestrati, in
stretti rapporti con Gino Tempera, anchegli romano, i cui contatti con altre gang internazionali,
non esclusa quella dei marsigliesi, gli consentivano di procurare le armi necessarie allAnonima.
Fra i sardi, accanto a Bachisio Manca, un ruolo di primo piano gli investiganti lo attribuirono a
Costantino Comboni, romano di nascita, ma di origini sassaresi, legato allestrema destra, che,
pur se considerato un duro, forn tuttavia agli inquirenti molte e molto precise e circostanziate
notizie sullAnonima. Questi, il 4 giugno del 1977, venne trovato morto, impiccato con un
lenzuolo, nella cella disolamento del carcere di Rebibbia dove era recluso dal momento del suo
arresto, operato nella notte tra il primo e il 2 giugno precedente. Il pensiero, in proposito, corse al
suicidio, forse per paura dellatroce vendetta dei complici: pastori, impiegati, ergastolani, evasi,
latitanti, piccoli delinquenti, figli di funzionari di banca, di possidenti, di gi assicurati alla
giustizia.
Le indagini consentirono di conoscere la tecnica altamente specialistica dellAnonima: acquisire
ogni possibile informazione sulle vittime, operare il sequestro, tenere segregato lostaggio sino al
pagamento del riscatto, eliminarlo, quindi, se necessario ai fini di assicurarsi limpunit,
cambiare uomini in ogni fase; a operazioni compiute gli incensurati tornavano alle normali
occupazioni, mentre i ricercati trovavano nuovi e pi sicuri rifugi; il denaro del riscatto,
immediatamente spartito veniva reinvestito in case, terreni e bestiame, da intestare a persone di
estrema fiducia, familiari e lontani parenti.

Cap. XLIX
Lomicidio di Vittorio Occorsio
Il sostituto procuratore della Repubblica, Vittorio Occorsio, che indaga sui rapporti fra terrorismo
fascista e massoneria, viene ucciso a Roma, il 10 luglio 1976, con una raffica di mitra da un
commando fascista guidato da Pierluigi Concutelli di Ordine Nero.
Lagguato al magistrato sar prima rivendicato dal gruppo terroristico Ordine Nuovo e
successivamente dalle Brigate Rosse, con un volantino fatto trovare in una cabina telefonica a
Reggio Emilia. Gli inquirenti per non credono a questa rivendicazione, essendo il documento
assai diverso dal solito linguaggio delle Br.
Il pubblico ministero romano era stato il primo a intuire che poteva essere la massoneria a tirar le
fila del terrorismo, utilizzando, a seconda delle contingenze, sia rossi che neri. Il giorno prima di
essere ucciso, il magistrato parlando con un giornalista, aveva fatto notare che il totale della cifra
pagata per i riscatti dei rapimenti per cui era stato arrestato Albert Bergamelli, i sequestri dei
figli di Roberto Ortolani, Alfredo Danesi e Giovanni Bulgari, tutti e tre iscritti alla P2,
corrispondeva esattamente alla cifra spesa per lacquisto della sede dellOrganizzazione
Mondiale del Pensiero e dellAssistenza Massonica (Ompam), una superloggia internazionale con
sede a Montecarlo, fondata nella primavera del 1975, da Licio Gelli.
Dopo lassassinio del magistrato, si cominci a parlare di P2 e massoneria e i collegamenti di
essa con gruppi neofascisti e la Banda della Magliana. I colleghi che stavano lavorando con
Occorsio per sgominare la gang dei sequestri, ebbero, da subito, le idee fin troppo chiare in
proposito. Al giudice istruttore Ferdinando Imposimato, il magistrato che avrebbe avuto lultima
parola a proposito delle indagini su Albert Bergamelli e sulla pletora di personaggi minori che
erano finiti a Regina Coeli come suoi complici o come favoreggiatori, sui collegamenti del clan
dei Marsigliesi con gli squadristi neri e con i massoni, anchessi legati a filo doppio con i fascisti
dalto bordo, erano pervenute, nelle ultime settimane, numerose lettere anonime, scritte
evidentemente da persone legate alla massoneria ufficiale e da esponenti della P2: lettere
contenenti accuse roventi, rivolte dai massoni a quelli della P2 e viceversa. Alcune
accomunavano il gran maestro della massoneria grande oriente dItalia Lino Salvini e il
venerabile maestro della Propaganda 2 Licio Gelli. E proprio nei giorni immediatamente
precedenti allomicidio, Occorsio e Imposimato stavano esaminando lincartamento che, per
legge, essendo anonimo, non poteva essere acquisito agli atti, ma gli accertamenti potevano,
comunque, stabilirne la validit del contenuto.
Ferdinando Imposimato dichiar, dunque: Se un legame c tra anonima sequestri e loggia P2,
questo dato da Albert Bergamelli e da Gian Antonio Minghelli. Basterebbe ricordare le frasi
pronunciate dai due, spontaneamente, dopo larresto.
Il 30 aprile 1976, mentre, manette ai polsi, sostava in questura, Albert Bergamelli aveva
affermato: Se mi avete preso, vuol dire che qualcuno mi ha tradito. Ma la pagher cara perch
sono protetto da una grande famiglia. Dieci giorni dopo, interrogato da Occorsio e da
Imposimato, per la prima volta come imputato di concorso nei sequestri di persona, Gian Antonio
Minghelli aveva dichiarato: I giornali dicono che io faccio parte della massoneria. vero: ma
questo che centra con le accuse contro di me?. Considerati, per un verso, il legame tra

Bergamelli e Minghelli, e, per laltro, lappartenenza dellavvocato alla Loggia P2 di Licio Gelli,
era facile pensare che la grande famiglia di cui parlava Bergamelli fosse proprio la
massoneria.
In una delle lettere anonime fatte pervenire al giudice Imposimato e alla finanza, si parlava di
contrasti sorti nel marzo del 1975 nella gran loggia massonica: Salvini, il gran maestro, sarebbe
stato attaccato da un avvocato palermitano, legato agli ambienti della mafia siciliana.
Loperazione non sarebbe stata diretta a far dimettere Salvini, ma ad avvertirlo: Non devi pi
intralciare i passi di Licio Gelli nella operazione trame nere. Questa, raccontava ancora
lanonimo, sarebbe stata diretta da Gelli per costringere Salvini a un riavvicinamento: la nuova,
forzata alleanza avrebbe consentito a Gelli di scaricare Umberto Ortolani, che a Gelli non serviva
pi e di cui Salvini voleva vendicarsi. Raccontava ancora lanonimo, che col rapimento di
Amedeo Ortolani, si presero i classici due piccioni con una fava: lestromissione di Umberto
Ortolani dal campo massonico e la percezione di un miliardo, cio il prezzo pagato per il riscatto.
Del sequestro, concludeva lanonimo, era stato incaricato un esperto del ramo: Albert Bergamelli;
e poich la cosa era andata bene, sera passati al secondo sequestro, quello di Gianni Bulgari, dal
momento che I sequestri servono a finanziare svolte a destra e la formazione di campi
paramilitari fascisti.

Cap. L
La Banda della Magliana
Nata durante gli anni Settanta del Novecento non per caso che la cosiddetta Banda della
Magliana riesca, a cavaliere del fatidico 1978, a insediarsi saldamente al centro di ogni traffico
criminale della Capitale e a imporre la propria supremazia in ogni settore di attivit illegali.
Sono quelli gli anni in cui si va realizzando e consolidando la commistione di vertice tra gruppi
mafiosi, con una base economica sempre pi vasta, e settori della finanza, dellimprenditoria e
dellamministrazione, il traffico di droga a fungere da volano e a produrre disponibilit di denaro
liquido; sono gli anni durante i quali, nel Paese, la caccia ai sovversivi momento genetico e fine
ultimo di ogni inchiesta giudiziaria, accordo politico o campagna mediatica; sono gli anni in cui
c dunque tutto il tempo e lo spazio per appropriarsi dellItalia, mentre gli addetti alla sicurezza
cavalcano lossessione terroristica; sono gli anni, finalmente, in cui alti gradi dellEsercito e dei
Servizi di Sicurezza, variamente connessi alla strategia della tensione, aderiscono alla Loggia
massonica P2.
I promotori del sodalizio, figli della citt, delle borgate, novit assoluta nei fragili equilibri della
malavita capitolina, hanno un progetto: riprendersi Roma. La gestione del mercato della droga
rappresenta per esso lopportunit dintessere relazioni paritarie con altri sodalizi criminali di
prima grandezza nel panorama nazionale. La disponibilit di una massa ingente di liquidit
dillecita provenienza gli offre loccasione di acquisire il controllo del mercato dellusura, ma
anche di spregiudicate scorrerie in settori delleconomia legale, che meglio e pi di altri si
prestano a remunerative operazioni di riciclaggio e reinvestimento dei capitali dillecita
provenienza. Ma se il rapporto intessuto da taluni fra i banditi e i grossi imprenditori del prestito
a strozzo lo strumento mediante il quale attuare il progetto dalle borgate alle stelle, esso
sar anche lelemento dissolutore della stessa holding criminale.
Fittissima la rete di collegamenti, complicit, coperture e agganci, che la banda intesse con gli
ambienti pi svariati, dalla Massoneria a taluni spezzoni dei Servizi di Sicurezza operanti, molto
spesso, ai margini dellillegalit.
A tale contesto sono riconducibili pure i rapporti operativi con ambienti eversivi di estrema
destra, che, a Roma, prosperano anche grazie alle complicit e agli aiuti della banda, sia
economici sia logistici: forniture di armi, rifugi, documenti didentit contraffatti e altro. Paolo
Aleandri, gi appartenente alla formazione destrema destra Ordine Nuovo e uomo di fiducia
del professor Aldo Semerari e del professor Fabio De Felice, oltre che tramite fra costoro ed il
Venerabile Maestro della Loggia massonica P2 Licio Gelli, scelta la strada della collaborazione
processuale, dopo la strage del 2 agosto 1980 alla Stazione ferroviaria di Bologna, rivendica di
aver avuto piena consapevolezza della pericolosit del famigerato sodalizio capitolino e della
rete di connivenze di cui gode, della quale sintomo inequivoco la sostanziale impunit dei suoi
adepti.
Quanto alla pericolosit dellorganizzazione, queste le dichiarazioni in proposito dellex
terrorista, posso dire, per aver vissuto da protagonista quegli anni, che la banda della Magliana
determin un cambio di mentalit nellambiente malavitoso romano facendo passare il principio
che si poteva imporre il proprio potere applicando regole semplici e feroci al fine di intimidire

qualunque interlocutore che poteva, addirittura, essere fisicamente soppresso senza grossi rischi.
In tal modo il sodalizio ha cambiato le precedenti regole del gioco diventando esso stesso lente
che le poneva, a differenza di quanto accadeva prima e cio che tutto dovesse essere contrattato.
Nonostante labnorme crescita, nei quindici anni tra il 1975 e il 1990, dei crimini a Roma;
nonostante il cruento riesplodere, alla fine degli anni Ottanta, della faida interna alla banda,
iniziata nel 1978 e interrottasi tra il 1981 e il 1987, a causa delle vicissitudini giudiziarie che
investono in quegli anni il sodalizio; e nonostante il preoccupato allarme lanciato dalla
Commissione parlamentare antimafia, che, proprio nel settembre 1991, richiama lattenzione del
Parlamento e del Governo su una situazione certamente pericolosa, il Prefetto di Roma Carmelo
Caruso, ancora nellottobre del 1991, discutendo in Campidoglio i problemi legati alla
criminalit organizzata con il sindaco, i capigruppo consiliari, il questore e i comandanti dei
carabinieri e della guardia di finanza, dichiara che se la mafia intesa come una foresta che
soffoca le citt, a Roma ci sono soltanto alcuni alberi.
Quanto ricorda Macbeth, il prefetto Caruso, col suo sprezzante rifiuto di farsi intimidire dalle
notizie riferitegli: Till Birnam wood remove to Dusinane / I cannot Taint with fear.
Un orgoglioso gesto di sfida o non, piuttosto, il discorso di un uomo roso dal terrore?

Cap. LI
Il lodo Moro
Secondo una dichiarazione di Francesco Cossiga, e pubblicata da Valerio Fioravanti, sul sito
internet http://www.lesenfantsterribles. org/sette-gennaio/nar-in-principio-era-lazione, in virt di
un accordo segreto tra Italia e terrorismo palestinese, siglato quando era presidente del Consiglio
Aldo Moro, lItalia avrebbe lasciato libert di passaggio ai palestinesi; in cambio, i palestinesi
simpegnavano a non fare altri attentati in Italia, a non dirottare aerei italiani, a non colpire
cittadini italiani allestero. Inoltre, lItalia simpegnava ad impedire che i servizi segreti
israeliani continuassero a compiere omicidi mirati di palestinesi sul suolo italiano.
Dire che lItalia simpegnava ad impedire nel proprio territorio lesistenza stessa di attivit
sanguinarie israeliane contro i palestinesi significa che il lodo Moro presupponeva il
coinvolgimento non solo dellOlp ma anche dello Stato israeliano. E, com ovvio che fosse,
comportava qualcosa in cambio non solo ai palestinesi, ma pure ad Israele da parte dellItalia.
Il lodo Moro era quindi un accordo molto complesso, vale a dire una doppia operazione
italiana, contraddistinta da un accordo di massima approvato in modo separato dalle parti in
causa e da due mutevoli sottoaccordi relativamente compartimentati: da un lato con lOlp e
dallaltro con Israele. LOlp e Israele, come stabiliva laccordo di massima, non dovevano
compiere attentati sanguinari nel territorio italiano. Per il resto, ognuna delle due parti avrebbe
ricevuto in cambio qualche specifico favore dallItalia.
Dal punto di vista delleffettiva segretezza, il lodo Moro rappresenta un caso per alcuni aspetti
unico e paradossale: tutti sapevano della sua esistenza, almeno a partire dal 1978, quando Aldo
Moro ne parla ai brigatisti rossi e in alcune sue lettere, per evidenziare la necessit di uno
scambio dei prigionieri fra Stato e Br, ma tutti finsero dignorarla, per i successivi trentanni,
anche se le allusioni allesistenza di un qualche patto segreto, tra Italia e Olp, si andavano
moltiplicando, nel corso dei decenni. Lesistenza del lodo, insomma, rest formalmente segreta,
fino al 2008, quando Francesco Cossiga ne parl, per la prima volta, ufficialmente: in
unintervista di Aldo Cazzullo, pubblicata sul Corriere della Sera dell8 luglio 2008, il
Presidente emerito della Repubblica affermava che La strage di Bologna un incidente accaduto
agli amici della resistenza palestinese che, autorizzata dal lodo Moro a fare in Italia quel che
voleva purch non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di
esplosivo.
Nella stessa intervista, parlando delle possibilit garantite ai militanti palestinesi sul suolo
italiano, Francesco Cossiga riferiva che i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di
Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un
telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della
Palestina: Quel missile mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero
Pifano. Ancora sul Corriere della Sera, il 14 agosto 2008, veniva pubblicata unintervista di
Davide Frattini a Bassam Abu Sharif, nella quale, interrogato sulle dichiarazioni di Francesco
Cossiga, relative allesistenza del lodo Moro, colui che, tra gli anni Settanta e Ottanta, seguiva
la politica estera del Fronte di liberazione popolare palestinese, cio i rapporti internazionali,
compresi quelli con lItalia, dichiarava: Ho seguito personalmente le trattative per laccordo.

Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare allItalia qualche mal di
testa. Non lho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi
segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, n.d.r.). Incontri a
Roma e in Libano. Lintesa venne definita e da allora labbiamo sempre rispettata, e ancora: Ci
veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza
coinvolgere italiani. Dovevamo informare le persone opportune: stiamo trasportando A, B, C
Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi.
Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero
direttamente dal suolo italiano, specificando che ad essere informati fossero i servizi segreti
italiani.
Il giornalista Dino Martirano, sempre sul Corriere della Sera, il 15 agosto 2008, riferiva che una
conferma dellesistenza di un patto tra le istituzioni italiane e il Fplp poteva trarsi
dallaffermazione di Giovanni Pellegrino, gi Presidente della commissione Stragi, per la quale
lesistenza del lodo Moro fosse da considerare una certezza, dal momento che Moro ne
accenna in una lettera allambasciatore Luigi Cottafavi del 22 aprile del 78, durante la sua
prigionia: Noi con i palestinesi ci regoliamo in altro modo . E, del resto, anche Miguel Gotor,
in Lettere dalla prigionia, Einaudi, Torino 2008, dopo aver collocato il momento genetico del
lodo Moro nellottobre del 1973, lanno della guerra del Kippur, ricordava, altres, che In
una delle lettere dalla prigionia Moro (la stessa citata da Giovanni Pellegrino, n.d.r.) richiama
lesperienza di Giovannone, dicendo che solo i palestinesi potevano fare da intermediari con le
Br. E, ora, Abu Sharif conferma. Sempre il 15 agosto 2008, il Corriere della Sera pubblicava
una lettera al direttore, nella quale Francesco Cossiga scriveva: Ho sempre saputo non da carte
o informazioni ufficiali che mi sono state sempre tenute segrete , dellesistenza di un patto di
non belligeranza segreto tra lo Stato italiano e le organizzazioni della resistenza palestinese,
comprese quelle terroristiche quali la Fplp, che si fatta viva nuovamente in questi giorni. Questo
patto fu ideato e concluso da Aldo Moro [...]. Le clausole di questo patto prevedevano che le
organizzazioni palestinesi potessero avere basi anche di armamento nel Paese, che avessero
libert di entrata e uscita e di circolazione senza essere assoggettati ai normali controlli di polizia
perch gestiti dai servizi segreti [...].
Il giorno successivo, lagenzia di stampa AGI pubblicava il commento del giudice Rosario
Priore, istruttore dei procedimenti relativi al sequestro e allomicidio di Aldo Moro, che
confermava: Il patto Moro esisteva ed esistito per anni. Il quotidiano Il Giornale del 19
agosto 2008 pubblicava un altro scritto di Francesco Cossiga, nel quale, oltre a riconfermare
lesistenza del patto segreto che avrebbe garantito la salvaguardia del nostro Paese ed anche
degli obbiettivi italiani allestero, purch non cooperanti con il sionismo e con lo Stato
dIsraele, affermava, altres, che laccordo fu sempre rispettato, dato che anche lattentato
allaeroporto di Fiumicino del 1985 (13 furono i morti e 67 i feriti, di varie nazionalit, n.d.r.) fu
portato esclusivamente al banco di accettazione della compagnia aerea israeliana El Al e solo
israeliane o ebree furono le vittime, e gli attentatori uccisi non furono colpiti dalle nostre forze di
polizia ma dagli agenti segreti dello Shin Beth, dissimulati sotto le vesti di impiegati della
compagnia di bandiera israeliana.
In una lunghissima intervista rilasciata a Menachem Ganz, corrispondente dallItalia del

quotidiano israeliano Yediot Aharonot, pubblicata il 3 ottobre 2008, lex ministro dellInterno e
poi presidente della Repubblica, non solo ribadiva che sarebbe stato firmato un accordo, in forza
del quale i servizi segreti avrebbero chiuso gli occhi sulle attivit logistiche ed economiche dei
terroristi in Italia, in cambio di una sorta di immunit dagli attentati, ma aggiungeva che tale
accordo non preservava i cittadini ebrei. Tanto che, il 19 ottobre 1982, cera stato lattacco alla
Sinagoga di Roma.
Tutto era accaduto poco prima di mezzogiorno: un commando di sei terroristi spar e lanci
bombe a mano sui fedeli che avevano appena finito la preghiera. Decine le persone ferite. Stefano
Gaj Tach, un bambino di due anni, rimase ucciso per mano dei terroristi. Dichiarazioni ufficiali
di condanna furono subito rilasciate da politici al vertice, ma non convinsero gli ebrei di Roma.
Grave la sensazione di abbandono: quel mattino, allimprovviso, erano sparite, senza
spiegazione, le due volanti della polizia che, durante le feste ebraiche, fornivano protezione
allingresso della sinagoga; solo uno degli attentatori, peraltro, Abd El Osama A-Zumaher, era
stato catturato, e nemmeno dagli italiani, ma in Grecia, con esplosivi nella sua macchina: liberato
dai greci, sei anni dopo, sarebbe scappato in Libia, e le Autorit italiane non ne avrebbero chiesto
lestradizione. Menachem Gantz, nellincipit dellarticolo di Yediot Aharonot, offriva alcune
interessanti informazioni sullintervistato, prima di avanzare alcune ipotesi sulle ragioni da cui
sarebbe stato indotto a rivelargli che i cittadini italiani di religione ebraica si dovessero
considerare esclusi dal lodo Moro: In casa di Francesco Cossiga, nel cuore del quartiere Prati
di Roma, sventolano luna accanto allaltra tre bandiere eleganti: quella dellItalia, quella
della Regione Sardegna e quella di Israele. Non sempre lex Presidente della Repubblica italiana
[] stato un tale amante di Sion. Una volta, negli Anni Cinquanta, fu lui ad inaugurare
lAssociazione damicizia Italia-Palestina. Quando era Presidente del Senato, ha persino dato
asilo, nel suo ufficio, ad Arafat, quando, nei suoi confronti, era stato emesso un mandato di
cattura. Ma oggi, a ottantanni, Cossiga ama Israele []. Questo forse anche il motivo per cui
disposto ad aprire, con raro candore, un vaso di Pandora tra i pi stupefacenti e orripilanti
dellItalia, che egli ha conosciuto, nei lunghi anni di servizio pubblico. Sar forse limbarazzo, la
volont di riparare al male causato dallaccordo in cui lItalia avrebbe di fatto permesso di
sottrarre la vita di qualsiasi ebreo in quanto tale sar forse questo che lo porta ad aprire la
storia per intero. Probabilmente, si tratta di ipotesi troppo benevole. Secondo Francesco
Cossiga, nel caso dellattentato alla Sinagoga, i palestinesi avevano avvertito prima i nostri
servizi, permettendo al Sismi di fare richiamare le due volanti di guardia al luogo sacro degli
ebrei, consentendo di salvare i poliziotti, rendendo gli italiani complici della morte del piccolo
Stefano Gaj Tach. Quando diceva questo, sapeva perfettamente il significato di ci che stava
rivelando e ne conosceva la gravit. Lungi dal voler giustificare coloro che assunsero le
decisioni, tent, per, di spiegare la filosofia del lodo: lItalia non si immischiava in quanto
non la concerneva. A riprova, present laltra parte: Lazione del Mossad contro gli assassini
degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, raccont, passata anche per
Roma: a Roma, fu ucciso Adel Wahid Zuaitar, il simbolo della furbizia dellorganizzazione del
Settembre Nero. Crede, domand in proposito allintervistatore, che lItalia non potesse, a
suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori? Un giorno, mentre rientrava in casa, due
giovani lo picchiarono allingresso e lo fecero fuori con due pistole munite di silenziatore. Crede

che gli italiani non sapessero chi fossero? ovvio che lo sapevano, ma in questioni del genere
meglio non mettere le mani, ed questa la linea che guidava il comportamento dellItalia.
Menachem Gantz, naturalmente, non lasci passare sotto silenzio questo paragone salomonico e
domand: Lei paragona leliminazione di un terrorista allassassinio di un bambino di due anni
alluscita della Sinagoga?. Obiettivamente in difficolt, Cossiga rispose: No, assolutamente no.
Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state indotte ad andarsene quella mattina,
nellambito di quellaccordo di cui mi hanno sempre negato lesistenza, forse tutto sarebbe andato
diversamente. Attribu, per, solo ed esclusivamente ad Aldo Moro la colpa.

Cap. LII
Sequestro Moro: il falso Comunicato n. 7
Nella mattinata del 18 aprile 1978, in seguito ad una telefonata anonima, un redattore del
quotidiano romano Il Messaggero rinveniva in un cestino per rifiuti, in piazza Belli, un
comunicato delle Brigate Rosse, nel quale si affermava che la salma di Aldo Moro giaceva
impantanata nei fondali del Lago della Duchessa, in localit Cartore di Rieti.
La comunicazione si rivel ben presto non veritiera: il lago della Duchessa era gelato, il manto
nevoso che ne ricopriva la superficie non segnato da orme; lonorevole Moro era ancora vivo e le
Brigate Rosse, quasi immediatamente, ne negarono lautenticit, considerandolo una
provocazione del potere. Incomprensibili apparivano anche le finalit per cui il falso
comunicato era stato diffuso, sia che lo stesso provenisse dalle Brigate Rosse, sia da ambienti a
queste vicine sia da terzi.
Linterpretazione pi attendibile apparve quella data a caldo dalla signora Eleonora Moro: una
prova generale per vedere come avrebbe reagito lopinione pubblica, alluccisione del
prigioniero.
La gravit dellepisodio innegabile: la conseguenza del falso comunicato fu, sullopinione
pubblica, lannuncio dellassassinio del leader democristiano, messaggio che, anticipando il lutto
rispetto al reale svolgimento degli accadimenti, rendeva lintera societ pronta ad accogliere con
minor resistenza e minor sofferenza una morte che dipendeva ancora da una molteplicit di
circostanze, e sollecitava di fatto i brigatisti a percorrere la via cruenta e risolutiva: lo stesso
Moro nel Memoriale sembra interpretare in questo senso lepisodio, allorch scrive
dellunilateralit del comportamento della stampa italiana a proposito della macabra grande
edizione sulla mia esecuzione. Il falso comunicato, commenter Mario Moretti, fu un disastro,
ma lo fu anche la caduta di via Gradoli, nonostante non ce ne fossimo accorti subito. Anzi, quasi
ringraziammo la buona sorte perch la casa era vuota (). Nessuno in via Montalcini sapeva che
via Gradoli era lindirizzo di Barbara Balzerani e di Mario Moretti (). Non potevamo certo
immaginare che la scoperta dellappartamento () sarebbe stata ricordata come uno dei
misteri del caso Moro, anzi il mistero dei misteri.
Forze politiche e Brigate Rosse ebbero immediatamente la consapevolezza che una forza
sconosciuta era in grado dinfluire sui successivi sviluppi del sequestro del Presidente della
Democrazia Cristiana.
Lincertezza creata ad arte impresse una tragica accelerazione agli avvenimenti. Quel che non era
riuscito al governo ed alla stampa per un mese, ottenere cio il silenzio dello statista sequestrato,
dipingendolo come plagiato, riusc in un sol giorno: dal 18 aprile sino al 9 maggio, Aldo Moro
non fu pi in grado di svolgere quella funzione di mediatore tra i terroristi ed il governo che sera
in precedenza ritagliata e vide liniziativa passare alle Brigate Rosse, le quali si scontrarono,
tuttavia, contro il muro della fermezza.
Il 20 aprile le Brigate Rosse diffusero il vero comunicato n. 7, nel quale, per la prima volta, si
formalizzavano le richieste per la liberazione dellostaggio, ed una foto dellonorevole Moro
vivo, rispondendo cos alla provocazione del falso comunicato n. 7 del Lago della
Duchessa. LEsecutivo brigatista, in particolare, indic il responsabile del falso nellonorevole

Giulio Andreotti: questi avrebbe cercato di trasformare in un buon affare anche questultima
vicenda, cos come ha sempre fatto in tutta la sua carriera e che ha avuto il suo massimo fulgore
con le trame iniziate con la strage di Piazza Fontana, con luso oculato e molto personale dei
servizi segreti che vi erano implicati: Andreotti ha le mani gi abbondantemente sporche di
sangue, e non ci sono dubbi che la sceneggiata recitata dai vari burattini di Stato ha la sua
sapiente regia. Mentre, dunque, i brigatisti interpretarono la giornata del 18 aprile come una
provocazione del potere, il governo non prese mai, su quella stessa giornata, alcuna posizione
ufficiale.
Si accertato che autore del falso comunicato n. 7, mendace nei contenuti ed anche apocrifo,
era stato Antonio Giuseppe Chichiarelli, la cui specializzazione lo aveva predestinato a mettersi
al soldo di apparati devianti dei servizi segreti, che di gente come lui hanno sempre bisogno per
le tante operazioni sporche che compiono. Valga per tutti lutilizzo di Guelfo Osmani, falsario
al servizio del Sid, con il criptonimo di Raffaello, nelloperazione Camerino, allorch si
fecero rinvenire armi ed esplosivi unitamente a materiale cifrato, predisposto dallOsmani, che ne
consentisse lattribuzione ad esponenti di sinistra, coinvolgendo cos gruppi politici di diversa
provenienza geografica e anche uno studente greco. Il colonnello Antonio Viezzer, nel contesto del
processo Pecorelli, avrebbe espressamente ammesso la natura simulatoria delle azioni compiute a
questo proposito da Antonio Labruna, Antonio Esposito e Giancarlo DOvidio, sotto la
supervisione di Vito Miceli.

Cap. LIII
A proposito di Mario Moretti
La verit, come la luce o come il silenzio, i quali comprendono tutti i colori e tutti i suoni, si
scompone in tante ragioni che sono quel tanto di verit che a ciascuno pare daver raggiunto:
quante pi ragioni vengono esposte, tanto pi possibile che, mettendole insieme, ci si avvicini
alla verit.
Esemplare il caso delle Br, la cui comprensione implica di dover risolvere lambiguit della
figura di Mario Moretti, leader incontrastato dellorganizzazione terroristica dal 1975 al 1981: il
pi puro dei rivoluzionari o non, pi tosto, una spia al servizio di quello stesso potere che
dichiarava di voler abbattere? Questa seconda tesi sviluppata nel dettaglio da Sergio Flamigni,
nel libro La Sfinge delle Brigate Rosse (Milano, Kaos Editore, 2004), l dove, senza mezzi
termini, dichiara di ricostruire la torbida biografia del terrorista che come capo delle Br
stato lefferato strumento per mutare il corso politico della storia italiana e pone al lettore una
duplice sfida: Giudichi () la figura del capo brigatista ricostruita () attraverso documenti
che non temono smentite e Dica () se si tratta di dietrologia, o se la vera storia delle Br
morettiane, e del delitto Moro, sia in gran parte () ancora da scrivere.
Questi, in via di rapidissima sintesi, gli argomenti su cui si fonda la prospettazione del politico
forlivese, gi componente delle Commissioni Parlamentari dinchiesta sul caso Moro, sulla
Loggia P2 e Antimafia, nonch autore di approfonditi studi sul sequestro e lassassinio di Aldo
Moro: Studente filofascista al Montani di Fermo, mantenuto agli studi dai marchesi Casati
Stampa. In via Gallarate 131 (Milano), centrale operativa del provocatore anticomunista Luigi
Cavallo sodale di Edgardo Sogno. Sindacalista cislino dei colletti bianchi alla Sit-Siemens,
contro la Cgil e contro il Pci. Esame di Dottrina e morale alluniversit Cattolica, docente don
Luigi Giussani. Trasloco in via delle Ande: vicino di casa del capo dellUfficio politico della
Questura milanese Antonino Allegra, e dellex comunista Roberto Dotti (braccio destro di
Edgardo Sogno). Lentrata nelle Br come militarista-rapinatore. Al vertice delle Br, dopo
larresto dei fondatori, sospettato di essere un infiltrato. Una lunga latitanza protetta come capopadrone delle Br, scandita da decine di delitti. In via Gradoli 96 allombra dei Servizi. La strage
di via Fani, la gestione del sequestro Moro, lomicidio e la censura degli scritti morotei.
Limprovviso arresto come un ladro di polli, e laccoltellamento-avvertimento in carcere. N
pentito, n dissociato, n irriducibile, con sei condanne allergastolo. Silenzi e minacce, versioni
di comodo, trattative e ricatti con settori della Dc, permessi premio e semilibert.
Nel libro testimonianza Che cosa sono le Br, Milano, Bur, 2004, con postfazione del giudice
Rosario Priore, Alberto Franceschini padre fondatore con Renato Curcio della principale
organizzazione armata italiana ne interpreta levoluzione come una vicenda dinfiltrazioni e doppi
fini, se non addirittura tripli o quadrupli, sino a retrodatare nel tempo i suoi sospetti. Per
lesattezza al 1972, dopo che le Br avevano fatto la loro comparsa tra Milano e Torino:
Avevamo limpressione dichiara a Giovanni Fasanella, giornalista di Panorama autore
dellintervista che qualcuno ci proteggesse. Avevamo la sensazione precisa che la polizia non
volesse scoprire certe nostre basi, che non volesse arrestare tutti i compagni.
Quella che narra Alberto Franceschini , dunque, una controstoria del partito armato che va oltre

la sensazione di essere stati protetti e tollerati fin dagli albori, per spingersi ad avallare lipotesi
di essere stati utilizzati. Non dallo Stato, n dal Grande Vecchio venuto dallEst, almeno non nella
grossolana versione di cui si discettava in passato, ma da un signore misterioso che avrebbe
giocato con le Br costruendo intorno a s una specie di setta e mettendosi a disposizione di
chiss quanti e quali servizi segreti, allo scopo, conseguito, di far crescere e indirizzare
lorganizzazione terroristica a commettere il delitto politico pi dirompente che ha cambiato la
storia del Paese: lomicidio di Aldo Moro.
Quelluomo, cio Corrado Simioni, secondo la verit di Franceschini, avrebbe fiancheggiato le
Br allatto della loro nascita con il suo Superclan per poi infiltrarle, inviando nel gruppo un
proprio rappresentante, Mario Moretti, per lappunto, che dal 1974, anno dellarresto di Curcio e
dello stesso Franceschini, prese in mano la guida dellorganizzazione.
Tra i tanti pentiti e dissociati del Partito armato, nessuno ha mai svelato simili segreti e sospetti,
ma a dar credito alla controstoria di Franceschini Rosario Priore, l dove si chiede perch quel
Simioni, nato e cresciuto a Milano prima di riparare in Francia, pur se oggetto di indagini a Roma
e in Veneto non fu preso in degna considerazione dalla magistratura milanese.
Stando le ragioni alla ragione come i colori alla luce, questa una buona ragione per prossimi,
ulteriori approfondimenti.

Cap. LIV
La parabola dei fratelli Peci
Originari di Ripatransone, cittadina sulle colline a pochi chilometri dalla costa, i due fratelli
Patrizio e Roberto Peci sono cresciuti a San Benedetto del Tronto: il padre, carpentiere edile, nel
1962 vi si era trasferito, per lavorare nei cantieri edili che stavano trasformando il paese di
pescatori in una rinomata localit turistica.
Quando larmatore del peschereccio Rodi, affondato nel mar Adriatico il 23 dicembre 1970,
sera rifiutato di pagare le spese per il recupero delle salme dei marinai, tutti di San Benedetto
del Tronto, in citt era scoppiata la rivolta: i pescatori avevano bloccato la ferrovia e il porto; tra
i manifestanti, Patrizio Peci, appena diciassettenne. Se la sommossa, alla fine, ottenne il suo
scopo, essendo stati recuperati tutti i cadaveri, la lotta e la vittoria dei pescatori cambi per
sempre la vita di Patrizio Peci che, affascinato dalla lotta armata, insieme a quattro amici, fond
il Pail (Proletari Armati in Lotta), una delle mille sigle di quegli anni, dedita pi che altro a
bruciare macchine e a pestare avversari di destra.
Appena ventenne, Patrizio Peci si trasfer a Milano dove conobbe Mario Moretti, anche lui
marchigiano di Porto San Giorgio. Costui, che dopo larresto di Renato Curcio e Alberto
Franceschini nel settembre del 1974 era divenuto il capo effettivo delle Brigate Rosse, gli offr
lopportunit di entrare nelle Br e di organizzare una colonna nelle Marche: ad Ancona, il 14
ottobre 1976, un commando delle Br assalt una sede della Confapi, lassociazione delle piccole
imprese, e allazione partecipano i fratelli Roberto e Patrizio Peci.
Divenuto a tutti gli effetti un militante delle BR, Patrizio si spost a Torino, dove lorganizzazione
provvide alle sue esigenze abitative e di vita, gli assegn uno stipendio 200 mila lire al mese e gli
riconobbe anche un mese di ferie allanno.
Era il 1977, annus terribilis a Torino, dove le Br uccisero tra gli altri Carlo Casalegno,
vicedirettore de La Stampa, Fulvio Croce, Presidente dellOrdine degli avvocati, incaricato di
procurare una difesa dufficio ai brigatisti del nucleo storico sotto processo proprio in quella
citt, gli agenti di polizia Ciotta, Berardi e Cortellessa: azioni queste decise ed eseguite, per lo
pi, proprio con la partecipazione di Patrizio Peci.
16 marzo 1978, strage di via Fani a Roma: le Br, uccisi gli uomini della scorta, rapirono il
presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, che avrebbero ucciso 54 giorni dopo. Senza
aver avuto alcun ruolo nella vicenda, Patrizio Peci fu, per, tra i venti brigatisti pi ricercati
dItalia.
Catturato il 18 febbraio del 1980 a Torino dai carabinieri di Dalla Chiesa, rinchiuso nel carcere
di Cuneo, prese una decisione che cambi la storia del terrorismo in Italia: Collaboro perch
non ci credo pi, collaboro per fermare questa fabbrica di morte, collaboro anche perch il
Generale Dalla Chiesa mi ha detto che in cantiere una legge per aiutare chi si pente a ricostruire
una vita, questo lincipit del suo primo verbale dinterrogatorio. Agli investiganti rivel nomi,
piani, come si erano svolti i fatti, chi aveva partecipato, dove erano nascosti i militanti.
I risultati non tardarono ad arrivare. il 28 maggio 1980 quando i Carabinieri del Generale Dalla
Chiesa arrivarono a Genova, bussarono a un appartamento in Via Fracchia 12, i brigatisti
risposero sparando; fu una carneficina: un agente gravemente ferito e quattro brigatisti morti. Il 4

aprile del 1980 fu la volta di Mario Moretti, con il cui arresto lorganizzazione delle Brigate
Rosse si disarticol in tre tronconi: le Brigate Rosse Partito Comunista Combattente; la colonna
Walter Alasia a Milano; le Brigate Rosse Partito della Guerriglia Fronte delle Carceri che
associa la colonna napoletana e parte di quella romana, sotto la direzione di Giovanni Senzani.
La scelta collaborativa di Patrizio Peci rivest, comunque, unimportanza ancora pi grande dal
punto di vista squisitamente politico: era la prova che personaggi della sua importanza non
credevano pi nella teoria e nella pratica della lotta armata, nel brigatismo che consideravano
unesperienza fallita. Secondo Giovanni Senzani laureato in Legge a Bologna, gi consulente del
Ministero di Grazia e Giustizia tra gli anni Sessanta e Settanta, in clandestinit dal 1979, dopo
essere stato arrestato e scarcerato per insufficienza dindizi , per porre un argine alla frana delle
defezioni e del pentimento occorreva una vendetta esemplare contro un pentito: il 3 agosto 1981,
venne rinvenuto Roberto Peci, fratello dellinfame Patrizio, sequestrato dalle Br 54 giorni
prima. Messaggio secco e raggelante.
Lassunzione da parte delle Br di questo mezzo tipico delle organizzazioni mafiose cementate
dallomert e dalla prassi del sasso in bocca si rivel, tuttavia, un boomerang in
unorganizzazione politica, anche se puramente militaristica, ove il vincolo aveva pur sempre
contenuto politico: essa era il chiaro sintomo della sua drammatica crisi. Per dirla con Brecht,
della sua crescente putrefazione in una pratica demagogica borghese.

Cap. LV
La soluzione di conflitti per via omicidiaria
Nel nostro paese, ormai da molti anni, leliminazione individuale stata un mezzo normale di
soluzione di conflitti: la storia italiana non solo punteggiata dalle stragi, dal terrorismo e dalla
grande criminalit organizzata, ma anche da delitti individuali, rispondenti talvolta allesigenza di
eliminare un concorrente in una qualche situazione di potere e talaltra di far tacere per sempre
qualcuno a conoscenza di pericolose informazioni occulte.
Lo strumento dellassassinio stato usato in Italia con frequenza sia nel mondo militare e dei
servizi segreti, sia nei rapporti fra malavita e manovalanza terroristica, ma anche sempre pi
diffusamente nei grandi casi nazionali di malaffare finanziario e politico, come quelli Sindona,
Cirillo, Calvi, per ricordare alcune tra le pi note fra le morti misteriose. Ma tanti altri sono gli
assassini di cui non si conoscono ancora gli autori e i mandanti, se non velocemente rubricati
come suicidi, nonostante vistose contraddizioni, o addirittura come incidenti, sulle cui
modalit, tuttavia, si deliberatamente rifiutato di indagare, spesso maturati nellambito della P2.
Questo, naturalmente, non significa che la loggia P2 abbia ucciso o sia stata il mandante di delitti,
ma solo che la morte di talune persone si inserisce, direttamente o indirettamente, in una trama
nella quale ha attivamente operato la P2 o alcuni suoi autorevoli esponenti.
Si pensi ad esempio al colonnello Renzo Rocca, fino al giugno 1967 alla direzione dellufficio
Ricerche economiche e industriali (Rei).
Assieme al generale Giovanni De Lorenzo capo del Sifar dal 1955 per volere della Cia
Rocca stato protagonista di vicende politicomilitari a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta,
lepoca in cui maturato il primo tentativo di colpo di Stato, luglio 1964 con presidente della
Repubblica Antonio Segni, da parte dello stesso De Lorenzo. Il colonnello Rocca a conoscenza
di molti segreti e, secondo La Repubblica del 15 dicembre 1990, gli si attribuisce il reclutamento
di squadre di volontari con il compito di provocare incidenti durante le manifestazioni della
sinistra extraparlamentare e dei sindacati. Altro delicato incarico assegnatogli dai vertici dei
Servizi quello di raccogliere finanziamenti tra gli industriali in chiave anticomunista. Questo
consente a Rocca di maneggiare molto denaro da destinare a gruppi della destra eversiva.
Fatalmente, il colonnello viene a trovarsi al crocevia della cosiddetta strategia della tensione,
messa a punto da ambienti di destra in combutta con i Servizi segreti deviati e con lappoggio
della Nato, per combattere la temuta avanzata politica dei comunisti: sarebbe stato lo stesso
Rocca a finanziare un convegno presso lIstituto di storia militare Alberto Pollio, tenuto a Roma il
3 maggio 1965, a cui sono presenti, tra gli altri, uomini dei servizi, Guido Giannettini, burocrati
come il prof. Pio Filippani Ronconi alle dipendenze del Ministero della Difesa e del Sid, politici
noti come Pino Rauti ed estremisti di destra come Stefano Delle Chiaie. Assunto poi da Vittorio
Valletta, presidente della Fiat, Rocca diriger unagenzia con sede in Roma che, secondo
successive indagini, sar al centro del controllo delle armi.
Il 27 giugno 1968, verso le 20.30, il colonnello Rocca viene ritrovato morto nel suo ufficio, si
sostiene per un colpo darma da fuoco alla tempia.
Il locale viene immediatamente perquisito dal Sid, anzi vi sono due gruppi di ufficiali dei servizi
che si recano precipitosamente in via Barberini: tre sono mandati dal centro di controspionaggio,

un altro, un colonnello, inviato dal capo dellufficio D, il generale Viola. Dopo di loro arriva
anche un funzionario della divisione Affari Riservati del Ministero dellinterno e, buon ultimo,
giunge un semplice commissario, che avvisa il magistrato di turno. Questi, appena arrivato, non
comprende subito che i precedenti visitatori hanno svuotato i capaci archivi dellufficio di Rocca.
Tali documenti non potranno mai pi essere consultati dai magistrati che poi si occuperanno del
caso, o perch scomparsi o perch su di essi sar apposto il vincolo del segreto di Stato. Il 10
luglio 1976, il pubblico ministero romano Vittorio Occorsio viene ucciso a raffiche di mitra a
Roma, mentre si trova a bordo della sua auto. Allepoca, stava indagando su tre entit:
eversione nera, malavita organizzata e loggia P2.
In un borsello abbandonato su un taxi, il 14 aprile 1979, dal falsario Antonio Giuseppe
Chichiarelli, la cui specializzazione lo aveva predestinato a mettersi al soldo di apparati devianti
dei servizi segreti, che di gente come lui hanno sempre bisogno per le tante operazioni sporche
che compiono, venne rinvenuta, tra laltro, una scheda, intestata: Mino Pecorelli (da eliminare).
Vi erano indicati gli indirizzi del giornalista e lannotazione che avrebbe dovuto essere colpito
preferibilmente dopo le 19, nei pressi della redazione di OP, come in effetti era avvenuto. Vi
era pure unaltra importante annotazione: Marted 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato
presso alto ufficiale dei carabinieri, zona piazza delle Cinque lune, loperazione stata rinviata.
Lindicazione, per, incompleta: allincontro fra Pecorelli e lalto ufficiale, cio il colonnello
dei carabinieri Antonio Varisco, si dice fosse presente anche lavvocato milanese Giorgio
Ambrosoli, curatore fallimentare della Banca Privata Italiana, di propriet di Michele Sindona.
Allomicidio di Mino Pecorelli fecero seguito, in rapida sequenza, alcuni mesi dopo, sia
luccisione dellavvocato Ambrosoli sia quella del colonnello Varisco.
Verosimilmente quelle morti sono unite da un unico filo rosso. A partire, del resto, dal 16 marzo
1978, quando, in via Fani, per realizzare il rapimento di Aldo Moro, venne massacrata la sua
scorta, si registra unimpressionante serie di morti violente, fra coloro che, a vario titolo ed in
diversa misura, direttamente o indirettamente, erano stati coinvolti nella vicenda del sequestro del
presidente della Democrazia Cristiana. 9 maggio 1978, viene assassinato lo stesso Moro.
12 maggio 1978, a Venezia, falciato da una raffica di mitra dei carabinieri, muore Silvano
Kociss Maestrello, pregiudicato, confidente nel periodo di detenzione trascorso fra i brigatisti
rossi.
20 marzo 1979, viene eliminato, a Roma, Carmine Mino Pecorelli. Notte fra il 12 e il 13 luglio
1979, viene ucciso, a Milano, Giorgio Ambrosoli. Il presunto killer, Joseph Aric, muore nel
tentativo di evadere da un carcere americano, scavalcando una finestra, al nono piano.
luglio 1979, sul Lungotevere, a Roma, il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco viene
freddato con modalit singolari rispetto a quelle abitualmente impiegate dalle Brigate Rosse, che
pure rivendicano lattentato.
settembre 1980, Franco Giuseppucci cade sotto i colpi di un killer del clan Proietti, che elimina,
cos, un elemento di primissimo piano della banda della Magliana e uno dei testimoni pi
importanti dei rapporti tra delinquenza organizzata, apparati dello Stato e potere politico. 3l
febbraio 1981, muore, ucciso dai suoi stessi sodali, Nicolino Selis: aveva individuato il covoprigione di Moro. 25 aprile 1981, viene ucciso a Palermo Stefano Bontade: contro il volere di

Tot Riina e Michele Greco, sera dichiarato favorevole allintervento di Cosa Nostra per la
liberazione di Moro. 12 maggio 1981, viene ucciso Salvatore Inzerillo: aveva condiviso la
posizione di Bontade. 21 ottobre 1981, viene ucciso, a Roma, il capitano Antonio Straullu: oltre
ad occuparsi di destra eversiva, aveva firmato i rapporti investigativi sul borsello fatto trovare il
14 aprile 1979.
Nel luglio 1982, a Milano, viene ucciso e bruciato allinterno del portabagagli di una macchina,
Antonio Varone, fratello di Francesco Varone, che da lui autorizzato aveva collaborato con gli
apparati dello Stato nella ricerca del covo prigione di Moro e si era sentito dire, a casa di Frank
tre dita Coppola: quelluomo deve morire.
Sempre nellestate del 1982, nel carcere di Nuoro, viene trucidato Francis Turatello: aveva
cercato di utilizzare quanto fatto per lindividuazione del covo-prigione dellonorevole Moro a
fini ricattatori, nei confronti di personaggi politici ed istituzionali, perch lo aiutassero
processualmente.
3 settembre 1982, a Palermo, viene eliminato il generale dei carabinieri, allepoca prefetto della
citt, Carlo Alberto Dalla Chiesa, gi Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti
Informativi per la lotta contro il terrorismo, sorta di reparto operativo speciale alle dirette
dipendenze del ministro dellInterno Virginio Rognoni, creato con particolare riferimento alla
lotta alle Brigate rosse ed alla ricerca degli assassini di Aldo Moro.
La scia di sangue che parte da via Fani, a Roma, il 16 marzo 1978, quando viene massacrata la
scorta di Aldo Moro, lungi dallarrestarsi con lomicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, a
Palermo, il 3 settembre 1982, continua negli anni successivi.
Il 29 gennaio 1983, mediante lesplosione di unautobomba piazzata a Roma, nelle vicinanze di
Forte Braschi, sede del Sismi, viene ucciso il camorrista cutoliano Vincenzo O Nirone
Casillo: a nome dei politici nazionali con cui manteneva i contatti, aveva imposto a Raffaele
Cutolo di fermare la ricerca del covo-prigione di Aldo Moro; ma era anche stato testimone di un
misfatto di Stato, avendo partecipato alla trattativa tra la camorra, i servizi segreti e le Br, per il
rilascio di Ciro Cirillo, assessore ai Lavori pubblici della Regione Campania, rapito il 24 aprile
del 1981: da latitante, aveva accompagnato nel carcere di Ascoli Piceno il sindaco democristiano
di Giugliano e il tenente colonnello del Sismi, Belmonte, per stabilire accordi con il boss Cutolo;
sebbene ricercato da polizia e carabinieri, aveva avuto dal Sismi del generale Santovito un
lasciapassare per entrare ed uscire dal carcere di Ascoli Piceno; il piano per liberare Cirillo
and in porto: le brigate rosse, capeggiate da Giovanni Senzani rilasciarono il consigliere
regionale della Dc dietro un riscatto di alcuni miliardi; un grosso affare per terroristi e camorra,
scoperto grazie alle rivelazioni di alcuni brigatisti rossi successivamente arrestati.
Casillo conosceva anche altri segreti scottanti: aveva partecipato in prima persona allaffare
degli appalti per le case ai terremotati in Irpinia. Giovanna babydoll Matarazzo, convivente di
o Nirone, risparmiata in occasione della strage di Forte Braschi, sparir di lupara bianca ,
il 2 febbraio 1984, a Napoli.
Mario Cuomo, il quale si trova in macchina con o Nirone, rimasto invalido a causa
dellesplosione, l11 ottobre 1990 verr anchegli ucciso, a Napoli. Il 5 febbraio 1984, muore in
ospedale, mentre si trova agli arresti, il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi

allepoca del sequestro di Aldo Moro.


Il 28 settembre 1984, viene ucciso a Roma Antonio Giuseppe Chichiarelli, autore materiale del
falso comunicato del Lago della Duchessa del 18 aprile 1978, e di altri interventi depistanti sugli
omicidi Pecorelli e Varisco.
Nel dicembre 1984, muore per fibrillazione cardiaca, nel carcere di Volterra, Luigi Bosso,
camorrista politicizzato a sinistra che si vantato con il secondino Angelo Incandela di conoscere
moltissime cose sul conto dei sequestri Moro e Cirillo.
Sempre nel 1984 annus terribilis che si chiuder con lorrenda strage di Natale, sul treno
rapido 904 si registra il suicidio, a Londra, di Ugo Niutta, grand commis di Stato, gi
collaboratore di Enrico Mattei e amico dellonorevole Antonio Bisaglia, deceduto, alcuni mesi
prima, cadendo da una barca.
Una morte misteriosa, quella del deputato democristiano: Antonio Bisaglia era stato chiamato
pesantemente in causa dal parlamentare missino Giorgio Pisan, per i fondi elargiti a Carmine
Mino Pecorelli, proprio mentre il direttore di O.P. stava rivelando la grande truffa dei petroli:
13 milioni di barili di benzina spariti, mentre gli italiani vanno a piedi e le industrie sono in
piena crisi energetica. Brutalmente scaricato dal proprio Partito, il parlamentare veneto
prometteva clamorose rivelazioni.
Una morte la sua resa ancor pi oscura da quella, avvenuta alcuni anni dopo, del fratello
sacerdote, rinvenuto cadavere in un laghetto alpino del Bellunese, con le tasche piene di sassi.
Strana fine per un prete, molto impegnato, tra laltro, a far luce sulla morte del fratello. Ma v di
pi, il colonnello Antonio Varisco, dopo la morte di Carmine Mino Pecorelli, si era dimesso
dallArma dei carabinieri e, nel momento in cui era stato ucciso, stava per andare a lavorare a
Farmitalia, proprio con Ugo Niutta.
Il 20 marzo 1986 viene avvelenato, nel carcere di Voghera, con un caff al cianuro, Michele
Sindona, il quale muore due giorni dopo, senza avere ripreso conoscenza.

Cap. LVI
Un delitto contro la parola: lomicidio di Peppino Impastato
Quello di Peppino Impastato, nato a Cinisi (Pa) in una famiglia di mafia, era un destino segnato: il
marito di sua zia, Cesare Manzella, era un boss di prima grandezza e suo padre, Luigi, era amico
del numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Ma Peppino il ribelle, militante di una
sinistra che si componeva e si divideva, alimentando una galassia di sigle, partiti e movimenti,
cambi la sua sorte: Tano Badalamenti divent il mandante del suo assassinio.
Peppino Impastato fu fatto a pezzi sui binari della ferrovia di Cinisi, nella notte tra l8 e il 9
maggio del 1978. Lo misero sulle rotaie quando era gi stordito, adagiarono il corpo su una
carica di tritolo e fecero brillare lesplosivo. Poi, per 23 anni, provarono a seppellirne il ricordo
sotto una montagna di falsi e calunnie per una ricostruzione di comodo che lo voleva
alternativamente suicida o saltato per aria maneggiando lesplosivo.
La notizia della sua morte giunse nel giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Nel
cono dombra di una tragedia nazionale la fine di Peppino Impastato era una nota a margine in
unItalia squassata dal terrorismo.
Gli amici erano alla ferrovia a tentare di avvicinarsi alla scena del delitto. I carabinieri,
coordinati dal maggiore, futuro generale, Antonio Subranni, li tenevano a distanza. Poi andarono a
perquisir loro le case. Nellappartamento della zia, Fara Bartolotta, dove Peppino Impastato
viveva, trovarono anche un frammento di diario. Era del novembre del 1977. Cera lamarezza di
un attivista che non conosceva il limite tra privato e politico. Bast quella lettera per la tesi del
suicidio.
Era tutto pianificato, raccont allAntimafia lallora commissario della Digos, Alfonso Vella,
arrivato a Cinisi quando i carabinieri stavano gi smobilitando.
Cera da stabilire lora in cui Peppino Impastato era ancora vivo su quei binari. Sarebbe stato
interessante sentire la casellante di turno fino alle 22 dell8 maggio del 1978. Si chiamava
Provvidenza Vitale. Nessuno la cerc. E cera la lettera daddio trovata da Carmelo Canale,
aggregato a Cinisi, in quei giorni in una stazione che aveva una unit in sovrannumero. Il
necroforo comunale per si ricordava di un brigadiere che gli disse di cercare una chiave tra i
cespugli. Liborio, cos veniva chiamato, di chiavi ne trov tre ma non andavano bene. Il
brigadiere gli disse di cercare ancora, poi quella chiave la trov lui. Apriva Radio Aut. Era
proprio quella che Impastato teneva sempre nella tasca dei pantaloni. Non era n annerita, n
piegata dallesplosione. Scherzi di un ordigno che risparmia anche gli occhiali della vittima e ne
dilania il cranio.
Lesplosivo era esplosivo da cava. Non fu esaminato. E non furono rilevate impronte sulla
macchina di Peppino Impastato. Contro ogni evidenza era suicidio o attentato. Tutto, fuorch
mafia. Tutto contro gli indizi che invece gli amici di Peppino, con gli avvocati Turi Lombardo e
Michelangelo Di Napoli, avevano raccolto. Trovarono, ad esempio, una pietra rossa insanguinata
nel casotto di fianco ai binari della ferrovia. Fu l che gli assassini colpirono Peppino.
Era sangue mestruale, tagliarono corto i carabinieri. Era sangue zero negativo, gruppo raro, lo
stesso di quello di Peppino accert Ideale Del Carpio. E sangue dello stesso gruppo trovarono i
periti Caruso e Procaccianti su una pietra di quel rudere. Ma la casa non c neppure nello scarno

fascicolo fotografico rimasto agli atti.


Nei primi anni Sessanta, quando Peppino aveva da poco superato i dieci anni, studiava e andava
bene a scuola: suo zio, Cesare Manzella, non era soltanto il boss di un paesino di ottomila
abitanti, era anche uno dei big dellintera Sicilia: nonostante il report negativo degli studi
effettuati: troppo vento, monti pericolosamente vicini, terreno non favorevole, era tanto
importante da riuscire a far costruire laeroporto sul territorio da lui dominato, assumendo cos la
gestione del traffico di droga con gli Stati Uniti. Mio zio, racconta Giovanni Impastato, fratello
di Giuseppe, ad Alessandro Ferrucci (Impastato, il fratello: Accendeva una luce nella testa delle
persone, in Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2013), era anche nella commissione mafiosa insieme
a gente come Luciano Liggio corleonese, una delle figure storiche della mafia. Se conoscevo
Liggio? Per noi era un parente, da latitante si nascondeva nella tenuta dei Manzella, spesso con
Peppino lo trovavamo l. Giocavamo con lui. Lo vivevamo come un uomo in fuga da gente cattiva,
nientaltro. Per noi era una persona buona e giusta. Disponibile. Questi i nostri parametri di
allora.
Parametri destinati a cambiare, a seguito della prima guerra di mafia, scoppiata nel 1962.
A scatenare quel conflitto interno a Cosa Nostra una truffa, a proposito di una partita di eroina: i
fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, Cesare Manzella, Salvatore Greco, detto Ciaschiteddu,
e suo cugino, lomonimo Salvatore Greco, detto Tot il lungo, avevano finanziato una
spedizione di eroina, affidata a Calcedonio Di Pisa, capo della cosca della Noce, incaricato di
consegnare la droga ai corrieri americani; costui aveva, per, consegnato ai soci una somma
inferiore a quella pattuita, adducendo di essere stato truffato dai corrieri americani; in una
riunione tra Salvatore Greco, Salvatore La Barbera, Cesare Manzella, Rosario Mancino e
Vincenzo DAccardi, si escluse la responsabilit di Calcedonio Di Pisa per la sottrazione di parte
delleroina e i La Barbera non avevano nascosto il loro malcontento per questa decisione che li
aveva lasciati insoddisfatti.
Innumerevoli furono le vittime.
Il primo a cadere, il 26 dicembre 1962, Calcedonio Di Pisa, ucciso a Palermo; quindi, l8
gennaio 1963, sempre a Palermo, fu ferito con colpi di pistola Raffaele Spina, suo amico e
fiduciario; e il 10 gennaio fu la volta di Giusto Picone, un suo congiunto, perito in un attentato.
Tutti questi delitti vennero tutti attribuiti dalla polizia ai fratelli La Barbera. Accadde, cos, che il
17 gennaio Salvatore La Barbera scomparisse e se ne ritrovasse soltanto lAlfa Romeo Giulietta
incendiata. La scomparsa, in questo caso, venne attribuita ai cugini Greco e a Cesare Manzella.
Pronta la vendetta: il 12 febbraio, unautobomba distrusse la casa di Salvatore Ciaschiteddu
Greco, a Ciaculli. La risposta giunse il 19 aprile: alcuni uomini fecero fuoco contro una pescheria
a Palermo, in cui si trovavano Angelo La Barbera e i suoi gregari Stefano Giaconia e Vincenzo
Sorce insieme ai proprietari; due uomini, tra cui il pescivendolo, rimasero uccisi e ci furono due
feriti, uno dei quali era un semplice passante. Il 21 aprile, venne ucciso il mafioso Vincenzo
DAccardi e il 24 aprile venne assassinato Rosolino Gulizzi: i due omicidi furono probabilmente
opera di La Barbera, che voleva punire due doppiogiochisti. Il 26 aprile, fu Cesare Manzella a
rimanere vittima dellesplosione della sua automobile e il delitto venne attribuito ai La Barbera.
Quando il 24 maggio, Angelo La Barbera rimase ferito da colpi di pistola sparatigli da ignoti in
viale Regina Giovanna a Milano e venne, quindi, arrestato mentre era ricoverato in un ospedale

milanese a seguito dellattentato, la polizia sospett che gli autori dellagguato fossero Tommaso
Buscetta, Gerlando Alberti ed altri mafiosi, i quali avevano abbandonato il gruppo di La Barbera
per passare con quello di Salvatore Greco. Dopo larresto di Angelo La Barbera, i mafiosi Piero
Garofalo e Girolamo Conigliaro, associati a Salvatore Greco, vennero attirati in unimboscata e
uccisi; la polizia attribu gli omicidi a Pietro Torretta, capo della cosca dellUditore, e al suo
sodale Michele Cavataio, i quali secondo le indagini avevano deciso di continuare il conflitto
contro Greco e si servivano, allo scopo, di Tommaso Buscetta ed altri killer mafiosi. Il 22 giugno
fu la volta di Bernardo Diana, vicecapo della cosca di Santa Maria di Ges, al cui omicidio segu
quello di Emanuele Leonforte, esponente della cosca di Ficarazzi, alleato di Salvatore Greco, che
avvenne il 27 giugno; secondo i verbali della polizia, i responsabili di questi delitti furono Pietro
Torretta, Tommaso Buscetta e Michele Cavataio. Il 30 giugno a Villabate unautomobile imbottita
di esplosivo, che era stata abbandonata davanti allautorimessa del mafioso Giovanni Di Peri,
esplose ed uccise Pietro Cannizzaro e Giuseppe Tesauro. Lo stesso giorno, lesplosione di
unAlfa Romeo Giulietta abbandonata nei pressi della villa dei Greco a Ciaculli, uccise sette
uomini delle forze dellordine; la polizia attribu le due bombe a Pietro Torretta, Michele
Cavataio, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti ed altri mafiosi del loro gruppo.
Per quanto attiene alla storia di Cosa Nostra, il conflitto non rest senza conseguenze.
La notte del 2 luglio 1963, Villabate e Ciaculli vennero circondate dalla polizia: quaranta persone
sospette furono arrestate e uningente quantit di armi venne sequestrata. Nei mesi successivi
furono arrestate 2000 persone sospette di legami con Cosa Nostra: la Commissione venne
sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attivit illecite. I protagonisti
della prima guerra di mafia vennero giudicati nel famoso processo dei 117 svoltosi a Catanzaro
nel 1968, ma solo alcuni mafiosi ebbero condanne pesanti: Pietro Torretta venne condannato a 27
anni di reclusione per omicidio; Angelo La Barbera ebbe 22 anni e sei mesi di reclusione;
Salvatore Greco e Tommaso Buscetta, entrambi giudicati in contumacia, furono condannati a dieci
anni di reclusione ciascuno. Il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o
condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, avendo aspettato il processo
in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente. Cos, nel periodo successivo al
processo, i boss decisero di ricostruire la Commissione e Michele Cavataio cerc di
parteciparvi; gli altri boss per iniziarono a sospettare che Cavataio fosse lunico responsabile
delluccisione di Calcedonio Di Pisa e degli omicidi avvenuti dopo larresto di Angelo La
Barbera, compresa la strage di Ciaculli, e per questo ne fu decisa leliminazione, che avvenne il
10 dicembre 1969 nella cosiddetta strage di viale Lazio.
La Weltanschauung dellallora quindicenne Peppino Impastato sub un radicale mutamento, come
racconta ancora ad Alessandro Ferrucci, il fratello Giovanni, con lautobomba contro lo zio, la
prima della storia, voluta dal clan La Barbera di Palermo. Da quel momento mio fratello si rende
conto cos Cosa Nostra. Si informa. E tutto cambia.
Inizi, da quel giorno il progressivo affrancarsi di Peppino Impastato dai valori familiari: inizia
dapprima a sussurrare le proprie opinioni; passa, quindi, a gridarle in strada, condividerle con
chiunque; a fondare un giornale locale.
Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno. Si faceva ascoltare dai
microfoni di Radio Aut. Mostrava cosa stavano facendo del suo paese, con laeroporto in

ampliamento, lAmerica dei cugini doltreoceano sempre pi vicina, la droga a fiumi e la


speculazione dei signori del cemento alle porte. Faceva nomi e cognomi. Di mafiosi e di politici.
Che andavano a braccetto e si facevano fotografare insieme. Parlava Peppino. Parlava tanto in
una Cinisi muta, sorda e cieca.
Nel 1978 si candid nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali e, nel corso della
campagna elettorale, la mattina del 9 maggio, lo stesso giorno che a Roma veniva trovato il
cadavere di Aldo Moro a bordo di una Renault, assassinato dalle Brigate rosse, vennero
pietosamente raccolti trenta chili dei miseri resti, sparsi su 300 metri, di un povero corpo fatto a
pezzi sui binari della ferrovia a Cinisi. E la morte di Moro cancellava o almeno relegava in
secondo piano quella di Peppino Impastato.
Forze dellordine, magistratura e stampa parlarono di atto terroristico in cui lattentatore sarebbe
rimasto vittima. In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scrisse: Attentato alla
sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978
persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a
bordo della propria autovettura allaltezza del km. 30+180 della strada ferrata TrapaniPalermo
per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore.
Nei giorni che seguirono ci fu solo una perquisizione. E la fecero a casa di quel povero morto sui
binari, una perquisizione che dur a lungo al fine di rinvenire armi e munizioni o materiale
esplodente illegalmente detenuto. Non trovarono nulla. Solo due fogli in mezzo a un libro che
qualcuno pass al giornale locale. I pensieri pi intimi di un sognatore ribelle furono presto
divulgati: Medito sulla necessit di abbandonare la politica e la vita... oggi ho provato un
profondo senso di schifo... . La lettera era di quasi un anno prima, ma nessuno lo disse. Quello
era un testamento, la lettera era diventata la prova che cercavano: il ragazzo si era suicidato.
I compagni di Peppino Impastato vennero interrogati come complici dellattentatore, vennero
perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi
e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio
redatta da un brigadiere dei carabinieri dicesse che lesplosivo usato era esplosivo da mina
impiegato nelle cave.
Peppino Impastato fu sepolto come suicida. E lo suicidarono tutti insieme: i mafiosi che lo
avevano trascinato sui binari, i carabinieri che fecero finta di non vedere, i magistrati che non
ordinarono accertamenti investigativi. Nessuno interrog mai un mafioso, nessuno fece
sopralluoghi nelle cave dei boss per cercare esplosivi, nessuno esamin quelle macchie di sangue
trovate dal necroforo comunale in un casolare. Il caso era chiuso. E il nome di Gaetano
Badalamenti, luomo pi potente in quellangolo di Sicilia, non affior mai nemmeno su una vaga
informativa.
Esattamente 22 giorni dopo lomicidio, fu presentato dai carabinieri il primo rapporto ufficiale
alla magistratura, cera scritto: Anche se si volesse insistere su unipotesi delittuosa,
bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia.
Insomma, la decisione che Cosa Nostra era assolutamente estranea alla morte di quel
giornalista che dai microfoni di Radio Aut denunciava gli imbrogli e prendeva in giro il grande
boss chiamandolo Tano Seduto era stata presa a tavolino.
Lindagine cancell ogni verit sulla fine di Peppino: don Tano a Cinisi era un re, aveva stalle

piene di vacche e forzieri pieni di soldi, la droga a far da volano: trafficava con gli States,
controllava laeroporto di Punta Raisi, il Boeing che da Palermo si alzava ogni settimana verso
New York lavevano battezzato in suo onore Il Padrino. Tutti sapevano chi era e cosa faceva
Tano Badalamenti, tutti tranne alcuni carabinieri. In una terra dove si sopravviveva nel silenzio e
con il silenzio Tano Seduto era sputtanato ogni giorno da quel ragazzo figlio di uno che stava
vicino alla famiglia, un militante della sinistra che parlava solo di rivoluzione e di legge, un
ficcanaso che non aveva voluto capire gli avvertimenti e i consigli che gli avevano pi volte
sussurrato. Cos don Tano ordin di far fuori Peppino Impastato.
Ha raccontato ancora Giovanni Impastato ad Alessandro Ferrucci: Non ho mai avuto il coraggio,
il carattere, la forza di mio fratello. Avevo anche cinque anni meno di lui. Ma ricordo ancora
adesso le lacerazioni dentro casa tra Peppino e mio padre, le urla, le botte. A volte ho
rimproverato mio fratello per le modalit della sua scelta. Avrei preferito minore clamore,
maggiore mediazione. Invece no. Cos quando morto mio padre, anche lui legato alla mafia, l
per l ho provato una sorta di liberazione: non cera pi nessuno a impormi certi valori. Ma dopo
ho capito cosa significava quel funerale . Ed ha rivelato: Mio padre era consapevole dei
pericoli su Peppino. Mesi prima era stata recapitata una lettera anonima (appena ritrovata durante
la ristrutturazione di casa Impastato) nella quale si annunciava lomicidio del figlio. Cos fece un
viaggio negli Stati Uniti per far visita a dei nostri parenti. Ultima chance per ottenere protezione.
Tentativo vano. Al suo ritorno venne investito da unauto. Ufficialmente un incidente. In realt
fatto fuori per poi arrivare a Peppino: mio fratello non poteva essere toccato finch lui era in
vita. Da quel momento solo un countdown verso lineluttabile. Ricordo una sera in
particolare, quando dissi a Peppino di lasciar perdere. Lui mi rispose: Non posso, altrimenti tutti
diranno che mi comportavo cos solo perch cera nostro padre a proteggerci. Poco dopo tocc a
Giuseppe.
La fine di Peppino, morto a 30 anni, il 9 maggio del 1978, 5 giorni prima della sua elezione a
consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia proletaria, impresse una decisa sterzata
al corso della vita di chi gli sopravvisse. Di sua madre, Felicia Bartolotta e di suo fratello
Giovanni, come di sua cognata Felicetta: ci sono voluti 23 anni perch Peppino Impastato
diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quellomicidio un delitto contro la
parola. Lassassinio di un giornalista postumo. Perch Peppino fu iscritto allalbo professionale,
quando finalmente Badalamenti, nel 1997, fu incriminato.
Nel maggio del 1984 lUfficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni
del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia
ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emise una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore
Antonino Caponnetto.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invi una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.
Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decise larchiviazione del caso Impastato,
ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilit di individuare i colpevoli e
ipotizzando la responsabilit dei mafiosi di Cinisi alleati dei corleonesi.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato present unistanza per la riapertura dellinchiesta,
accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venisse interrogato sul delitto Impastato
il nuovo collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.

Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentarono un esposto in cui
chiedevano di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei
carabinieri subito dopo il delitto.
Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indicava in
Badalamenti il mandante dellomicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, linchiesta venne
formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 venne emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come
mandante del delitto.
Il 10 marzo 1999 si svolse ludienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la
posizione di Badalamenti veniva stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione
comunista, il Comune di Cinisi e lOrdine dei giornalisti chiesero di costituirsi parte civile e la
loro richiesta fu accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinunci alla udienza preliminare e chiese il giudizio
immediato.
Nelludienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiese che si procedesse con il rito
abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si sarebbe svolto con il rito normale e
in videoconferenza.
Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro
Badalamenti, vennero respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di
Rifondazione comunista e dellOrdine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costitu un Comitato sul caso
Impastato e il 6 Dicembre 2000 fu approvata una relazione sulle responsabilit di rappresentanti
delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte dassise riconobbe Vito Palazzolo colpevole e lo condann a 30 anni di
reclusione.
L11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti fu condannato allergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono
successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato.

Cap. LVII
Lomicidio di Mario Francese
Quando viene ucciso, la sera del 26 gennaio 1979 in via Emilia a Palermo, Mario Francese,
cronista di punta del Giornale di Sicilia, ha appena posteggiato lauto e sta per raggiungere il
portone dello palazzo in cui abita, dopo una giornata di lavoro: un uomo si accosta, gli spara con
freddezza, lascia il suo cadavere sullasfalto.
Il killer si chiama Leoluca Bagarella, uomo donore di Corleone e cognato di Tot Riina. I due
saranno condannati per lassassinio del giornalista, insieme a Raffaele Ganci, Francesco
Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano.
La colpa del cronista assassinato daver anticipato i disegni criminali dei corleonesi, la loro
scalata a Cosa Nostra palermitana, la leadership incontrastata di Riina e Provenzano allinterno
della famiglia, negli anni di fuoco della mafia palermitana, quelli della guerra di mafia e
dellattacco alle istituzioni. E che il movente del delitto sia da rinvenire nello straordinario
impegno civile con cui la vittima aveva compiuto unapprofondita ricostruzione delle pi
complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni 70, lo stabiliranno i giudici allesito di un
processo, nel quale si saranno scandagliate la fitta attivit giornalistica prodotta da Mario
Francese e le sue inchieste sugli affari mafiosi, in particolare quelli collegati alla costruzione
della diga di Garcia, e sulle fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo delleconomia e
degli appalti pubblici nella Sicilia occidentale.
Un giornalismo dinchiesta, il suo, ma capace di guardare anche oltre: non solo cronache
giudiziarie, attente e scomode, da quelle relative alla strage di Ciaculli, a quelle sul processo ai
corleonesi del 1969 a Bari e sullomicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe
Russo, ma anche alcuni inediti, tali da rivelarne subito il raro talento: stato lunico giornalista a
intervistare la moglie di Tot Riina, Antonietta Bagarella, e a raccontare quello che sta accadendo
dentro Cosa Nostra, dove qualcuno mira a prendere il sopravvento.
Con lomicidio di Mario Francese si apre, del resto, la stagione della mattanza, organizzata dai
corleonesi di Tot Riina, per eliminare i nemici interni e quelli esterni. Nella loro strategia
influisce probabilmente il tentativo di fare di Cosa Nostra qualcosa di simile alla sua leggenda:
una superorganizzazione con un supercapo. Se, insomma, nella realt storica del secolo
precedente, la mafia era stata un insieme di organizzazioni territoriali e affaristiche, non
coincidenti le une con le altre, i cui affiliati avevano possibilit di accedere a certi affari, ma per
farlo dovevano possedere il know-how, i capitali, le relazioni giuste, alla fine degli anni Settanta,
i corleonesi pensano, invece, che sia ormai giunto il momento di creare ununica organizzazione,
che controlli tutto.
Lobiettivo, perseguito con determinazione, ma anche con dispendio di furia omicida, magari
controproducente, ma irrazionale soltanto in apparenza, quello di una distribuzione pi
egualitaria degli ingenti introiti del narcotraffico siculo-americano, ripetendo grossomodo il
meccanismo classico delle monarchie assolute, che promettono ai sudditi la difesa dallarbitrio
dei singoli feudatari.
La fazione corleonese si propone, infatti, di distruggere il notabilato di Cosa Nostra, che gode di
pi consolidate relazioni con il gruppo siculo-americano, sorta di terza mafia, attraverso cui la

consorteria esternalizza il rischio connesso al narcotraffico. Il che avverr cos a Palermo come
in provincia, ma anche nel Trapanese, zona di antica vocazione narcotrafficante: significativo, in
questa prospettiva, lattacco alla mafia di Castellammare del Golfo, di cui nota limportanza
storica nelle relazioni transoceaniche.
La portata della strategia corleonese, che, pure, Mario Francese ha intuito, non verr compresa,
invece, da due boss di lunga esperienza e tradizione mafiosa come Stefano Bontade e Salvatore
Inzerillo, uccisi a distanza di due settimane luno dallaltro, nella primavera del 1981, allorch i
loro stessi uomini e il grosso degli affiliati delle loro famiglie non li seguono ormai pi.
Come accade in tutte le guerre, da un certo punto in poi, sullonda della convinzione che la
violenza in ogni caso funzioni e che, dunque, tanto valga utilizzarla in tutti gli ambiti, il raziocinio
delloperazione golpista si andr progressivamente perdendo e a prendere la mano, nello
scatenarsi delle logiche pi belluine, saranno i macellai pi efferati e sanguinari, cos che la
mattanza di quegli anni sembrer sempre meno una guerra di mafia, combattuta secondo lo schema
classico dellazione e della risposta, con caduti e vittime da una parte e dallaltra, quanto
piuttosto una sorta di strage continua di soggetti incapaci di reagire.
Il 1982, quando il quotidiano LOra di Palermo spara in prima pagina solo il numero dei
cadaveri, annus terribilis, con i suoi cento e pi morti nella sola Palermo. Nellimmediato, i
tempi della reazione dello Stato appaiono inadeguati, poich pi lenti dei ritmi imposti alla
mattanza dilagante dei corleonesi, ma comunque realistica la prospettiva a breve di un riarmo
delle istituzioni di cui sono sintomatici, per un verso, gli importanti stimoli provenienti dagli Stati
Uniti agli investigatori italiani, come nel caso di Boris Giuliano, capo della squadra mobile di
Palermo, che ricostruisce la rete del narcotraffico; e, per laltro, la consapevolezza, esatta dalla
lotta al terrorismo, della necessit avvertita da magistrati e investigatori di lavorare in pool
altamente specializzati, di nuove leggi contro lassociazionismo mafioso, di nuovi istituti premiali
tesi ad incoraggiare le rotture interne nel fronte nemico.
Non sar, dunque un caso se, parallelamente al golpe interno a Cosa Nostra, cadranno sotto il
piombo corleonese molti servitori dello Stato, da Boris Giuliano, ucciso nel 1979, a Carlo
Alberto Dalla Chiesa, assassinato nel 1982, tutti accomunati dal praticare o sostenere questi
nuovi metodi di contrasto alla criminalit mafiosa.

Cap. LVIII
Lomicidio di Carmine Pecorelli
Carmine Mino Pecorelli, con la sua agenzia giornalistica Op, acronimo di Osservatorio
politico internazionale, oper a Roma nel periodo pi convulso e tempestoso della storia della
prima Repubblica: dal 1968 al 1979.
Furono quelli anni calamitosi, nei quali, per contrastare la crescita democratica delle forze
progressiste, si dispieg la strategia della tensione e del terrore che, dalla strage di piazza
Fontana, a Milano il 12 dicembre 1969, arriv fino alla strage di via Fani, a Roma, il 16 marzo
1978, allorch culmin nel sequestro e nelluccisione di Aldo Moro, il cui cadavere venne fatto
rinvenire, sempre a Roma, in via Caetani, il 9 maggio del 1978.
Pecorelli aveva piena consapevolezza dellenorme potere dinfluenza dellinformazione sulla
pubblica opinione e del fatto che in questo potere il posto preminente spetta alle agenzie di
stampa. Sempre a tal proposito, del resto, poco prima dessere ucciso, il giornalista avrebbe
scritto: Le agenzie di stampa sono il grande rubinetto dal quale sgorga il greggio. Insieme ne
sono anche il filtro. Da esse i giornali attingono la materia prima detta notizia, da fornire al
lettore-consumatore sotto forma di informazione, gi depurata e raffinata dalle scorie. Comandare
il rubinetto, cio determinare e orientare il flusso del prodotto greggio, quindi ritardare, filtrare o
negare le notizie, significa ridurre e censurare, entro limiti pi o meno vasti, il diritto
dellinformazione. Nel medesimo scritto, per altro, precis che La scelta delle notizie erogate,
o leliminazione di quelle censurate, sempre legata a considerazioni di carattere politico e, in
senso pi esteso, di carattere economico. Per questo le agenzie come i giornali, hanno un colore,
sono di destra, di sinistra o di centro, a seconda di chi paga, degli interessi da difendere e di
quelli da abbattere. Lagenzia Op si collocava politicamente a destra, come anche coloro che se
ne avvalevano per diffondere notizie riservate. Si trattava, per, di unagenzia affatto speciale,
poich riceveva notizie dallinterno dei gangli pi delicati dei servizi segreti.
Questo non deve stupire: era stata una decisione dellammiraglio Eugenio Henke, capo del Sid
(Servizio informazioni e difesa) quella di finanziarne la nascita, nel 1968; e del suo successore, il
generale Vito Miceli, quella di corrispondere allagenzia stessa periodici contributi finanziari; il
generale Miceli, se possibile, aveva fatto addirittura di pi, giungendo ad interporre i suoni
buoni uffici per la temporanea sostituzione di Pecorelli, fisicamente impedito per un certo
periodo, facendo nominare direttore dellagenzia Op Nicola Falde, ex ufficiale del Sid, gi
proposto da Licio Gelli, Venerabile maestro della Loggia massonica Propaganda 2, a dirigere il
settore informativo della sua loggia coperta.
, dunque, di solare evidenza perch Pecorelli fosse in grado daccedere a molte informazioni
inerenti i poteri occulti e il loro concreto operare: provenivano dai Servizi segreti le
informazioni riservate la cui propalazione era volta a condizionare gli uomini del potere, come
pure dai Servizi provenivano i documenti usati per innescare le pi importanti campagne
scandalistiche e di denuncia, come quelle contro il Presidente della Repubblica Giovanni Leone,
lo scandalo dei petroli, il commercio delle armi.
Capace dimprimere alle sue campagne unimpronta particolare, avvalendosi spesso di una prosa
sibillina, ambigua, allusiva, per inviare segnali e messaggi, talvolta comprensibili solo ai

destinatari, Mino Pecorelli era, comunque, ben consapevole di come allinterno dei Servizi agisse
un potere parallelo a quello ufficiale, una sorta di superpotere al servizio di unentit
superiore.
A questo potere parallelo, Pecorelli era egli stesso collegato: i suoi maggiori referenti furono
sempre il capo del Sid Vito Miceli e il direttore dellUfficio affari riservati del ministero
dellInterno Federico Umberto DAmato.
Eminenze grigie dellintelligence italiana durante la strategia della tensione, i due, che vantavano
la fiducia di particolari ambienti dellintelligence americana e intrattenevano speciali rapporti
con lAmbasciata statunitense a Roma, avrebbero continuato ad assistere Mino Pecorelli anche
dopo la cessazione dei loro nevralgici incarichi ufficiali.

Cap. LIX
Loschi retroscena dellomicidio di Giorgio Ambrosoli.
Enrico Cuccia, nel 1979, ha 72 anni e, ab immemorabili, unicona e un simbolo di Milano: nato
in Sicilia, intellettuale, protagonista della rinascita industriale dellItalia dopo il fascismo, si dice
sappia tutto delle debolezze e della fragilit del sistema finanziario italiano ed nota la sua
avversione nei confronti del capitalismo di rapina.
Nel suo ufficio, in via dei Filodrammatici, a due passi da piazza della Scala, nella sede di
Mediobanca, unica vera banca daffari e luogo di compensazione della finanza laica, Cuccia
promuove incontri, realizza fusioni, salvataggi da crisi e compromessi tra famiglie industriali. Da
un anno sotto pressione: telefonate nel cuore della notte, in cui voci gutturali minacciano di
uccidergli i figli; volantinaggi e affissioni di manifesti per Milano; lincendio del portone di casa.
Il mandante Michele Sindona, bancarottiere in fuga riparato negli Stati Uniti, che lo considera la
causa dei suoi guai. Di quelluomo, affiliato alla Loggia Massonica P2, insediato nel consiglio
damministrazione della Cisalpina Overseas Nassau Bank, insieme a Roberto Calvi ed a
Monsignor Paul Marcinkus, con le amicizie giuste negli Stati Uniti, dallavvocato Richard
Nixon al banchiere David M. Kennedy, presidente della Continental Illinois Bank, al quale ha
ceduto il 22% della sua Banca Privata Finanziaria, al boss mafioso italoamericano, Joe Doto,
noto allFBI come Joe Adonis, che gli ha affidato le sue pi riservate e spericolate operazioni
finanziarie, alla famiglia mafiosa newyorkese di Don Vito Genovese, per conto della quale si
occupa di creare i canali per il riciclaggio dei proventi illeciti di varia natura, Cuccia sa che si
deve avere paura: il cognato, PierSandro Magnoni, si spinto a minacciarlo direttamente e senza
filtri. Eppure, quando gli avvocati di Sindona lo cercano, per proporgli un incontro, accetta: sar
a New York il 10 aprile 1979, a patto che il summit non si svolga nel territorio del bancarottiere,
allhotel Pierre, ma al Regency, in zona neutra.
Presenti limmancabile Magnoni e lavvocato Rodolfo Guzzi, Enrico Cuccia e Michele Sindona
parlano per due ore: il primo accusa il secondo di aver voluto il crack delle sue banche italiane e
di non dargli la possibilit di risollevarsi, dessere insomma il suo nemico; Non ci creda, sono
solo pettegolezzi. Non ho nulla di personale, contro di lei , liquida la questione Cuccia. Due
cose abbiamo in comune, noi due, ammonisce Sindona fissandolo negli occhi, lo sprezzo del
pericolo, come dimostra la sua decisione daccettare questo viaggio a New York, e un vivo amore
per la famiglia. Ricambiando lo sguardo, Cuccia replica: Devo mettere in relazione il mio
affetto per la famiglia col riprovevole messaggio che ho ricevuto da Magnoni?. No la
risposta del banchiere della mafia I suoi figli non subiranno danni e aggiunge: Per oggi
abbiamo finito, ma la vorrei rivedere a quattrocchi. Va bene qui da lei alla stessa ora? Cuccia
acconsente e nei suoi appunti ci restituisce il monologo allucinante di Michele Sindona,
nellincontro a quattrocchi: Le premetto che sto per fare un discorso molto duro. Ho un figlio
che ogni notte si sveglia di soprassalto urlando che stanno uccidendo suo padre; un altro ha deciso
di fare politica con un orientamento che dovrebbe consentirgli iniziative a favore di suo padre,
mia figlia in uno stato di depressione gravissimo e si ridotta a pesare 40 chili. Lei deve
sapere, dottore Cuccia, che quando avvenne il crack, i miei figli decisero di ucciderla. Sono
riuscito a fermarli (). Allora mi sono preoccupato di attuare una serie di prese di contatto con

le comunit italiane negli Stati Uniti e mi sono fatto accompagnare dai miei figli, in modo che
sapessero la verit delle sue malefatte contro di me. Sa qual stata la conclusione di questi
incontri? Che lei stato dichiarato un miserabile, e sa cosa questo significa? il termine che la
mafia usa per chi condanna a morte (). Ma io ho detto loro che lei pi utile da vivo che da
morto. Ho fatto sospendere qualsiasi iniziativa nei suoi confronti. Ma mi sono assunto la
responsabilit morale, e voglio che lei lo sappia, di fare scomparire Ambrosoli, senza lasciare
alcuna traccia .
Cuccia non avvertir mai Giorgio Ambrosoli, 47 anni, avvocato milanese nominato nel 1974
liquidatore della Banca Privata, che nella suite del Regency stata pronunciata la sua condanna a
morte.
La sentenza viene eseguita l11 luglio 1979, intorno alla mezzanotte, in via Morozzo della Rocca
n. 1, da William Joseph Aric, un killer, che, una volta arrestato, confesser di essere stato
assoldato da Sindona. Il 14 luglio, nella chiesa di San Vittore a Milano non presente alcuna
autorit di Governo: lo Stato che Ambrosoli ha servito non trova nemmeno la dignit dessere
presente al suo funerale.
Arriva, per, da Roma, il governatore della Banca dItalia, Paolo Baffi, che scorter il feretro,
con i familiari e diversi magistrati milanesi.

Cap. LX
Lomicidio di Valerio Verbano
Valerio Verbano, aderente ai collettivi autonomi, venne ucciso, il 22 febbraio 1980, davanti ai
genitori, legati e imbavagliati, nella sua abitazione, nel quartiere Monte Sacro, a Roma.
In una citt dove, allepoca, il rosso non si avventurava in taluni quartieri, se non a proprio
rischio, e viceversa, la vittima aveva svolto dapprima unattivit di documentazione molto
importante sugli sfratti nei quartieri popolari, a fini di rappresentazione politica; aveva svolto
altres, attivit di controinformazione, catalogando, schedando e fotografando lambiente
eversivo della destra romana e redigendo un vero e proprio fascicolo, poi chiamato Dossier
Nar, con nomi, foto, luoghi di riunione, amicizie politiche e presunti legami dei neofascisti con
apparati dello Stato.
Qualche mese prima dellomicidio, aveva ricevuto per questo una serie di telefonate minatorie.
Temporibus illis, sarebbe stato, dunque, necessario un minuzioso lavoro teso a ricostruire, per
intero e senza indulgenze, la parabola della destra armata, attiva specialmente a Roma, nel
periodo a cavaliere tra la met degli anni Settenta e i primi anni Ottanta.
Modo e tempo per intrecciare fra loro i mille fili che avrebbero consentito di tessere quella tela,
condizione indispensabile per fare luce sullefferato omicidio del giovanissimo studente del liceo
Archimede di Roma, non vennero accordati a Mario Amato, magistrato della Procura capitolina,
prima lasciato solo con 600 fascicoli sulleversione di destra, quindi barbaramente assassinato, il
23 giugno 1980, mentre attendeva lautobus, che lo avrebbe dovuto condurre in ufficio.
Dopo di che, il nulla e le tenebre: le indagini giudiziarie, non approdate a nulla, sono anche affette
da gravi errori, come, ad esempio, la mancata conservazione del passamontagna e dello zucchetto,
che gli assassini lasciarono sulla scena del crimine, avendoli probabilmente persi nella fase
concitata dellagguato. Ma perch meravigliarsene? La Procura della Repubblica di Roma,
allepoca, non sera forse meritato il nickname di Porto delle nebbie? E Cristiano Fioravanti,
gi appartenente ai Nar, non dichiar, forse, noi non ci dovevamo preoccupare perch i
processi erano sempre assegnati a magistrati ben conosciuti dal padre (di Alessandro Alibrandi,
n.d.r.) e sempre Alessandro ci diceva che sarebbero andati bene?
Suscita, piuttosto, qualche perplessit il fatto che n le dichiarazioni dei pentiti dei vari gruppi
armati della destra eversiva n le dichiarazioni processuali o la memorialistica dei personaggi
famosi consentono di far luce sullassassinio di Valerio Verbano, quasi che questo fosse stato
pensato e realizzato in un angolo oscuro, non appartenente al loro mondo.
Poich, comunque, nessuna verit giudiziaria stata trovata finora, questo omicidio merita
dessere annoverato a buon diritto fra i tanti misteri dItalia. Ma i misteri, a lungo andare,
risultano costruzioni collettive, complicate spesso a bella posta, frutto di reiterate omissioni e
sistematici depistaggi.
Una costruzione per limmaginario, fatta per nascondere facendo finta di indagare. Gli indizi non
mancano: ci sono individui, armi, identikit, relazioni stabili, formule retoriche che ritornano e, lo
scorso febbraio, la Procura della Repubblica di Roma ha ottenuto la riapertura delle le indagini.
Tutto sembra ricondurre ad un ben preciso milieu: la pistola calibro 7.65 abbandonata sulla scena
del crimine dagli assassini identica, per tipologia, a quella che aveva ucciso a Milano, due anni

prima, Fausto e Iaio; il silenziatore, di fabbricazione artigianale, riconduce il delitto alla destra
romana operante nei quartieri Trieste, Balduina, Talenti, Vigna Clara, Prenestino; e allo stesso
ambiente riconducono anche le rivendicazioni del delitto: il giorno stesso dellomicidio, alle 21,
ne arrivava una a nome dei Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco NAR; quindi
veniva recapitato un volantino, verso le 12 del giorno dopo, sempre a nome NAR Commando
Thor, Balder e Tir, specifica che rappresent un unicum, lasciata poi cadere, in cui non si parla
esplicitamente dellomicidio, ma in modo allusivo si fa riferimento al martello di Thor che
aveva colpito a Monte Sacro.
Certamente gli assassini non sono da ricercare tra i capi dei Nar, i vari Giusva Fioravanti,
Gilberto Cavallini, Pasquale Belsito, responsabili magari di altre azioni, ma non di questa,
quanto, pi tosto, tra gli appartenenti a un sottogruppo, che come una meteora nacque, colp e
spar, rivendicata solo questa azione, come Commando Thor, Balder e Tir.
Contro costoro, che sattardavano a sparare ai compagnetti solo per acquisire prestigio e ruolo
fra i camerati, sappunt la critica di chi ormai pensava e praticava attacchi contro obiettivi
pi alti, quali poliziotti, magistrati, ecc., aspirando a combattere il regime di cui invece i
camerati della vecchia guardia erano stati complici pi o meno consapevoli nella stagione delle
stragi di Stato.
Pur avendo riconosciuto dessere lautore del volantino Nar Chiarimento, Giuseppe Valerio
Fioravanti, tuttavia, ha sempre negato di sapere alcunch dellomicidio Verbano. Perch?

Cap. LXI
Lassassinio di Mario Amato
Il magistrato Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, fu ucciso, il 23 giugno
1982, mentre, di buon mattino, era in attesa, in viale Jonio, dellautobus che avrebbe dovuto
portarlo in ufficio, a Piazzale Clodio. Un testimone oculare dichiarer agli inquirenti: Intorno
alle 7.55 ho visto il dottor Amato che scendeva per via Monte Rocchetta e svoltava per viale
Jonio. Ho avuto la sensazione che un uomo vestito di beige lo stesse seguendo. Quelluomo, alto
circa un metro e settantacinque, viso scoperto, capelli bruni e abiti da travet, era apparso sulla
scena del crimine alle spalle del magistrato e, con fredda determinazione, aveva estratto una
calibro 38 ed esploso un solo colpo alla nuca della vittima.
Quello di Mario Amato fu lultimo omicidio di un magistrato compiuto dal terrorismo politico
italiano: erano trascorsi novantasette giorni dallassassinio di Nicola Giacumbi, novantotto da
quello di Girolamo Minervini, cento da quello di Guido Galli.
Sar Valerio Fioravanti, nel 1990, al microfono di Sergio Zavoli nel programma La notte della
Repubblica, a raccontare il delitto Amato: Non fu unazione particolarmente difficile. Avevamo
preso le nostre misure perch lui di solito andava in ufficio in automobile, quel giorno and
addirittura alla fermata dellautobus, per cui fu pi semplice di quello che simmaginasse.
A 24 ore dallassassinio giunse la telefonata di rivendicazione: Siamo i Nar, abbiamo ucciso noi
il giudice Amato. Troverete un volantino nella cabina telefonica di via Carlo Felice. Si trattava
del celebre documento Nar Chiarimento, summa dello spontaneismo armato nero. Recitava:
Abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore dottor Amato, per
la cui mano passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida
esistenza imbottito di piombo. Altri la pagheranno.
Gli autori e gli ideatori del fatto sono stati individuati e condannati. Alcuni di essi, nel confessare
lagguato, hanno ricostruito lambiente in cui era maturato e le sue ragioni. Dal 7 gennaio 1978,
giorno in cui giovani militanti del Movimento sociale italiano vennero uccisi davanti alla sezione
di via Acca Larentia, la violenza dei gruppi di estrema destra era aumentata e gli attentati si erano
susseguiti. Mario Amato aveva ritenuto di valutare congiuntamente episodi apparentemente slegati
fra loro e di cercare un filo conduttore, convincendosi che i gruppi eversivi di destra malgrado
la diversit delle sigle usate per rivendicare attentati e altre azioni violente obbedivano a
ununica regia. Egli era consapevole di essere diventato, per questo, un obiettivo privilegiato,
tanto pi che fatti criminosi di poco precedenti allattentato ai suoi danni, come lomicidio degli
agenti di Polizia Maurizio Arnesano e Francesco Evangelista, e le dichiarazioni allora rese da un
arrestato, lo avevano convinto del livello di assoluta pericolosit e della strategia eversiva
perseguita dai Nar.
Mario Amato, peraltro, aveva ereditato le indagini gi assegnate a Vittorio Occorsio, assassinato,
nel 1976, da Ordine Nuovo. Per questo aveva subito fatto i conti con tutti i personaggi di spicco
dellItalia torbida di quei tempi: i fratelli della Loggia Massonica P2 e Michele Sindona. Ma
aveva anche scoperto il clamoroso protocollo 7125, n 21950 del 27 agosto 1976: un
incartamento dei Servizi di Sicurezza, che rivelava la riorganizzazione di Ordine Nuovo, messo al
bando nel 1973. Aveva arrestato, inoltre, due volte Paolo Signorelli, per una serie di attentati, ma

costui sarebbe sempre stato scarcerato, subito dopo linterrogatorio.


Il procuratore capo, Giovanni De Matteo non solo non gli aveva fornito la minima collaborazione,
anzi tanto pi lo aveva contrastato quanto maggiori erano i risultati conseguiti: era giunto
addirittura a rifiutargli la controfirma del provvedimento restrittivo a carico di Alessandro
Alibrandi, il quale armato di pistola aveva opposto resistenza alle forze dellordine.
Nella primavera del 1980, aveva raccolto le rivelazioni del falsario Marco Mario Massimi, su
una riunione tenutasi, il 9 dicembre 1979, a casa di Paolo Signorelli, presente fra gli altri il
criminologo Aldo Semerari, alla quale era seguita leliminazione, ad opera dei Nar, di Antonio
Leandri, scambiato per la vittima designata: lavvocato Giorgio Arcangeli, difensore di Albert
Bergamelli, subentrato nellufficio allavvocato Gian Antonio Minghelli. Aveva finito, cos, per
collegare Paolo Signorelli e Aldo Semerari, e si era convinto della fondatezza del sospetto che
lestrema destra avesse collegamenti e ramificazioni dappertutto, anche nellordine giudiziario.
Per la prima volta aveva avuto paura: stil, per questo, un rapporto finito nellufficio di Giovanni
De Matteo, il quale, come avrebbe dichiarato in seguito, sotto giuramento, lo trattenne una
settimana intera, senza neppure leggerlo. Intanto, per, il contenuto del colloquio col falsario in
carcere, che pure doveva rimanere segreto, si era diffuso rapidamente. Marco Mario Massimi se
nera accorto subito e aveva ritrattato tutto.
Il 13 giugno 1980, non gli era restato, dunque, che presentare le sue doglianze al Consiglio
Superiore della Magistratura. Senza fare i nomi di Semerari o Signorelli, aveva rivelato
lesistenza di un incartamento Massimi, contenente rivelazioni clamorose. Aveva denunciato la
negligenza di Giovanni De Matteo e avvertito dellimminenza di un attacco terroristico di
proporzioni enormi. Aveva denunciato i pericoli del suo lavoro e chiesto unauto blindata, che gli
fu negata. Non era servito neppure che avesse fatto presente di essere stato pedinato, nelle ultime
settimane, da due giovani, su di una moto di grossa cilindrata.
Fu assassinato esattamente 10 giorni dopo aver esposto le sue lamentele.

Cap. LXII
Lomicidio di Aldo Semerari
Una folla di malfattori dogni risma, terroristi, mafiosi, spioni, militari felloni, boiardi di Stato,
grandi elemosinieri, faccendieri, robber barons, affaristi, profittatori, portaborse, guardaspalle,
prestanome, ma anche di politici e prelati, popola luniverso dei misteri dItalia.
In questo panorama, un posto particolare compete ad Aldo Semerari. Psichiatra forense, massone
ed iscritto alla Loggia P2 e da sempre agente dei servizi dinformazione militari. A conoscenza
dei retroscena pi scabrosi del regime, e tra questi il delitto Moro. Propugnatore di teoriche
antisemite e visceralmente anticomunista, coltivava stretti rapporti con i pi accesi ambienti
neofascisti e si proponeva di cementare il neofascismo di Costruiamo lAzione, del M.R.P. e
di Ordine Nuovo, con le organizzazioni delinquentesche non soltanto romane, in un unico
aggregato antistatuale, finalisticamente orientato alla realizzazione di attentati dinamitardi,
sequestri di persona, traffici darmi. Fungeva da garanzia per malavitosi, fascisti di borgata,
Banda della Magliana, camorristi e mafiosi, che spesso gli apparati di sicurezza usavano come
braccio armato.
Attraverso la propria attivit professionale, presso la clinica Villa Mafalda gestita dal Servizio
di sicurezza militare, tramite lavvocato Renato Era, agente del Sismi , otteneva informazioni dai
cittadini libici, probabilmente dissidenti, che quel governo inviava l per cure. Nel giugnoluglio 1980, fece un viaggio in Libia, con il patrocinio del capo della polizia di quel paese, e si
incontr con Muammar Gheddafi. Successivamente fece anche un viaggio negli Usa, dove ebbe
contatti con un suo collega, il professor Franco Ferracuti, collaboratore del Sisde in Italia e
agente della Cia.
Il 28 agosto 1980, fin in carcere, insieme a Paolo Signorelli, professore di filosofia di spiccate
simpatie nazifasciste, Sergio Calore ed altri, con laccusa di aver organizzato la Strage di
Bologna. Laccusa era supportata da un rapporto del Sisde e dellUcigos. Nellaprile del 1981,
venne rimesso in libert: probabilmente, non era implicato direttamente nella strage, ma la
scarcerazione avvenne, comunque, al momento opportuno, poich, nel carcere, aveva cominciato
a dare preoccupanti segni di cedimento psicologico ed aveva anche minacciato pi volte di
vuotare il sacco se i Servizi non lo avessero aiutato ad uscire di galera.
Il 1 aprile 1982, dopo essere stato sequestrato dal clan Ammaturo, il suo cadavere venne
ritrovato, abbandonato a bordo di unautovettura, a Ottaviano, sotto la casa di Raffaele Cutolo.
Il suo fu un omicidio particolarmente laborioso: condotto nel macello clandestino di Ponticelli,
venne prima garrottato, quindi decapitato e il cadavere appeso per i piedi, al fine di farlo
completamente dissanguare. Spezzato in due, il corpo venne sistemato, finalmente, nel bagagliaio
e la testa, su un vassoio, nellabitacolo.
La segretaria, Maria Fiorella Carraro, alla notizia della morte del criminologo parrebbe essersi
sparata in bocca con una 357 magnum. stato avanzato il sospetto che, invece, la donna fosse
stata suicidata. Il 17 marzo 1982, si erano scatenate polemiche, dopo che il giornale lUnit aveva
rivelato un inquietante retroscena per la liberazione di Ciro Cirillo, assessore ai Lavori pubblici
della Regione Campania.
In un articolo a firma di Marina Maresca, il quotidiano comunista aveva rivelato che per la

liberazione del politico napoletano si erano mossi sia potenti democristiani addirittura un
ministro e un sottosegretario , sia i Servizi segreti, contattando Raffaele Cutolo, rinchiuso nel
carcere di Ascoli Piceno.
In certi ambienti ci si era scandalizzati, affermando che quella rivelazione fosse un falso, ma, il
23 marzo, il ministro dellInterno, lonorevole Virginio Rognoni, in un movimentato dibattito alla
Camera, ammetteva che era stato versato alle Brigate Rosse un riscatto per la liberazione
dellostaggio, che si sarebbe saputo ammontare ad un miliardo e quattrocentocinquanta milioni di
vecchie lire.
Si sarebbe poi scoperto che proprio il criminologo nazifascista era stato lispiratore dello scoop
giornalistico.

Cap. LXIII
Il suicidio di Maria Fiorella Carraro
Il 1 aprile 1982, lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere decapitato del professor Aldo
Semerari, sotto la casa di Raffele Cutolo a Ottaviano, Maria Fiorella Carraro, 41 anni, assistente
e segretaria dello psichiatra, a cui in passato era stata sentimentalmente legata, viene ritrovata nel
suo appartamento romano di via Damiano Chiesa 47, dove viveva sola, distesa trasversalmente
sul letto, il corpo avvolto in un accappatoio verde, le mani incrociate sul seno, la pistola
scivolata sul ventre e il volto devastato da un proiettile di grosso calibro.
Secondo il medico legale, Fiorella Carraro si sparata in bocca: il proiettile le ha attraversato il
cervello. Secondo gli investigatori, la posizione del corpo confermerebbe lipotesi del suicidio,
come la pi probabile.
Nellappartamento dove la donna viveva da sola non si rinvengono n lettere n messaggi. Gli
investigatori, per altro, accertano che lassistente del professor Semerari aveva da tempo
dimestichezza con le armi: possedeva in casa due pistole regolarmente denunciate, la 357
Magnum con la quale si sarebbe tolta la vita e una Smith & Wesson, ed era una frequentatrice
assidua del poligono di tiro. Suicidio? Suscita qualche perplessit il fatto che la dottoressa
Carraro si sia sparata in bocca, se seduta o distesa sul letto non ha alcuna importanza, dopo di che
avrebbe appoggiato la pistola sul ventre e avrebbe incrociato le braccia sul seno. In pi, avrebbe
deciso di morire, ma almeno senza i fastidi della cervicale, perch unora prima di spararsi ha
ricevuto la fisioterapista.
Inutile dire che, comunque, la morte della dottoressa Carraro, verr archiviata come suicidio.
Interrogato il 3 luglio 1996 dalla corte dassise a Perugia, nel processo a Giulio Andreotti
accusato dellomicidio del giornalista Mino Pecorelli, Alessandro DOrtenzi detto Zanzarone
dichiara: I mandanti dellomicidio Pecorelli sono due boss camorristi: uno morto, mentre
laltro si pentito cinque anni fa, ora un collaboratore di giustizia e con le sue testimonianze ha
permesso larresto di 300 persone. E spiega: Il clan camorrista che fece fuori Pecorelli era
legato a Semerari, ma decise leliminazione del criminologo perch fu proprio lui a garantire per
Pecorelli che poi si rivel inaffidabile per i boss. Semerari aveva le copie integrali degli
interrogatori di Aldo Moro. Semerari poi li consegn alla sua assistente, la dottoressa Fiorella
Carraro (notizia che spiegherebbe il furto dopo il suicidio nel suo appartamento al Mallia,
n.d.r.) con la raccomandazione di consegnarli a me se gli fosse successo qualcosa. Dopo la morte
di Semerari ed il presunto suicidio della Carraro i verbali sparirono. A Semerari, precis poi
Zanzarone, i verbali integrali di Moro li aveva consegnati il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
che, con ogni probabilit, ne aveva data altra copia a Pecorelli.
Il direttore di OP, il criminologo e il generale furono uccisi, e la dottoressa Carraro si sarebbe
suicidata?
Sergio Flamigni, a tal riguardo, ha commentato: Il 25 marzo del 1982, lo stesso giorno in cui fu
rapito, il criminologo Semerari si era rivolto al suo amico Renato Era, agente del Sismi,
dicendogli di sentirsi in pericolo. Questultimo telefon al suo referente al servizio segreto
militare, colonnello Demetrio Cogliandro, il quale a sua volta avverti il generale Giuseppe
Santovito, estromesso dal Sismi ma ancora attivo nei servizi segreti paralleli, delle

preoccupazioni di Semerari. Santovito si accert che la questione non fosse nota ad altri e garant
che se ne sarebbe occupato personalmente: lo stesso giorno Semerari fu rapito e quattro giorni
dopo il suo corpo, decapitato, fu rinvenuto nei pressi dellabitazione del boss della camorra,
Raffaele Cutolo. Tutto ben architettato per far apparire lomicidio di Semerari un regolamento di
conti della Camorra. Ma limplicazione dei servizi e le dichiarazioni del pentito (sic!) DOrtenzi,
secondo il quale anche Semerari era in possesso dei verbali dellinterrogatorio di Moro nel
carcere Br, disegnano uno scenario molto simile a quello dellomicidio Pecorelli: limplicazione
dei servizi segreti ed il memoriale da far sparire per evitarne la pubblicazione.
Alla luce di questi fatti, si pu essere veramente sicuri che la dottoressa Fiorella Carraro si sia
suicidata?

Cap. LXIV
Figure e Figuri intorno a Villa Mafalda
Deponendo, il 22 maggio 1981, dinnanzi al giudice istruttore di Bologna, Matteo Lecs,
coordinatore sanitario degli istituti di pena di Firenze e medico militare iscritto alla P2, racconta:
Nellottobre scorso, seconda o terza decade, tornavamo sulla stessa macchina il Falchi (il dottor
Romano Falchi, direttore sanitario dellOspedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo
Fiorentino, n.d.r.) ed io, in compagnia di un vicebrigadiere degli agenti di custodia, dal primo
congresso di medicina penitenziaria di Trani. Durante il viaggio si convers di vari argomenti di
carattere professionale, e fra laltro si comment la proposta di abolire i manicomi giudiziari. A
tale proposito venne fuori il nome di Semerari come di persona che frequentava i manicomi
giudiziari (). Il Falchi mi disse, con riferimento alla destabilizzazione, che il Semerari aveva
effettuato un viaggio negli Stati Uniti e in Libia: circa lepoca e la durata di tali viaggi non fece
date precise, ma dal contesto del discorso era manifesto che si riferiva per entrambi (prima
quello in Libia, poi negli Usa) a tempi recenti, egli fece cenno allestate, per cui io compresi che
si trattava del periodo giugno-luglio dellanno scorso (1980, n.d.r.). Il Falchi mi spieg che le
missioni erano in un certo senso omogenee, in quanto con la missione in Libia si poteva sfruttare
lantisemitismo di Gheddafi, mentre con la missione in Usa si poteva sfruttare lanticomunismo di
certi ambienti. Tali antagonismi convergevano nellambito del disegno di destabilizzazione verso
un unico fine. Ricordo con precisione che il Falchi, parlando del viaggio in Libia, precis che
lincontro con Gheddafi fu per il tramite del capo della polizia libica.
Molto probabilmente rimarr un mistero quale fosse lo scopo dei viaggi di Aldo Semerari e del
suo incontro con Gheddafi, ma di estremo interesse sono gli scenari opachi sullo sfondo di eventi
tanto singolari.
Il 1980 lanno in cui la dissidenza libica in Europa e, particolarmente, in Italia subisce un
attacco frontale ad opera del regime di Muammar Gheddafi: costui, nel corso di una cerimonia
tenuta il 27 aprile presso lAccademia navale di Tripoli, lancia un ultimatum che fissa nell11
giugno 1980 il termine ultimo per il rientro in patria dei fuorusciti. E proprio sino a quella data si
verificano, in Italia, sette attentati, nei quali perdono la vita cinque dissidenti libici.
Autori di quegli omicidi sono sicari dei servizi speciali di quel paese, incaricati di convincere i
dissidenti a rimpatriare o, in caso di rifiuto, di procedere alla loro eliminazione fisica. Il ruolo
giocato dal Sismi, rispetto a questi efferati crimini contro la dissidenza libica, suscita gravi
perplessit. Agli atti del nostro Servizio militare, vi traccia delle informazioni fornite, su
richiesta di Salem Moussa, agente dei servizi libici in Italia, circa la presenza e la localizzazione
di fuorusciti libici riparati sul nostro territorio.
Non meno inquietante la contestualit delluccisione, a Milano, l11 giugno 1980, di Azzedine
Lahderi, fonte del Raggruppamento Centri di Roma, nome di copertura Damiano, ultimo
della serie di dissidenti uccisi, e la scarcerazione di Salem Said, elemento dei servizi libici
arrestato a Roma poich gravemente indiziato del tentativo di omicidio di un fuoriuscito,
caldeggiata dallAmbasciata di Libia e per la quale sinteressa fattivamente il Sismi, al punto che,
una volta liberato, Said Salem scriver al generale Giuseppe Santovito, promettendo di fare del
suo meglio con i fratelli in Libia e, per primo, con il maggiore Abdel Salam Jalloud, per

riportare la situazione alla normalit e per risolvere tutti i problemi che vi interessano.
In ogni caso, dopo la sua scarcerazione, Said Salem viene accompagnato da personale del
Raggruppamento Centri di Roma alla clinica Villa Mafalda, dove, tuttavia, il suo nome non sar
registrato. Proprio a Villa Mafalda, del resto, sincrociano i destini del colonnello Demetrio
Cogliandro, dellavvocato Renato Era e del professor Aldo Semerari. Il primo, ufficiale
dellArma dei Carabinieri, dal 1963 ha prestato servizio militare, prima al Sifar, quindi al Sid e
finalmente al Sismi, rivestendovi incarichi di particolare rilevanza: capo della Segreteria
dellUfficio D dal 1966 al 1971 e Capo del Raggruppamento Centri CS di Roma, competente,
fra laltro, anche sullattivit di controspionaggio in direzione della Libia, dunque della
dissidenza libica residente in Italia e dei terroristi libici dei servizi speciali; dal novembre 1974
al giugno 1982, intrattiene rapporti di consuetudine con la clinica, tanto da disporvi il ricovero di
Said Salem senza che lo stesso vi venga registrato.
Il secondo, sedicente ufficiale dei Carabinieri, sedicente avvocato, collaboratore da sempre di
tutti i Servizi di sicurezza a partire dallOvra, gi in contatto con lammiraglio Ferdinando
Casardi ed il colonnello Cogliandro, cavaliere dellOrdine di Malta, ex amministratore delegato
dellItavia, societ proprietaria dellaereo di linea Douglas DC-9, marche I-TIGIL, squarciatosi
in volo senza preavviso e scomparso nel mare di Ustica, e allepoca amministratore di Villa
Mafalda, racconter: Non ho mai smesso di avere rapporti (dal 1946) col servizio di sicurezza
militare, che venivano assicurati attraverso il mio collegamento col generale Demetrio
Cogliandro, appartenuto prima al Sifar, poi al Sid e infine al Sismi, fino alla data del suo
prepensionamento avvenuto intorno al 1983. Fornivo informazioni sui libici, approfittando della
loro degenza presso la clinica Villa Mafalda, inviati dallambasciata di quel paese. Il terzo, gi
segnalato allinviato personale di Gheddafi, Abdel Salam Jalloud, da Claudio Mutti, nel corso di
un convegno tenutosi nel marzo del 1974 presso lhotel Hilton di Roma, a cui avevano preso parte
anche palestinesi e rappresentanti delleversione di destra italiani, a dire dellavvocato Era,
faceva parte da anni del corpo sanitario di Villa Mafalda.
In pi occasioni, daltra parte, dopo la morte del professor Semerari, il colonnello Cogliandro
racconter ai magistrati, i quali a pi riprese ed in tempi diversi lo interrogheranno, di come
lavvocato Era lo abbia chiamato al telefono, il giorno prima del sequestro di Semerari, per
informarlo dei timori nutriti dal criminologo, che il giorno dopo avrebbe dovuto incontrarsi, a
Napoli, con taluni camorristi.
Una volta, per altro, aggiunger anche di aver parlato di tale telefonata col generale Santovito, il
quale, per, nel 1982 aveva gi da tempo lasciato, almeno formalmente, il servizio.

Cap. LXV
Il sequestro di Ciro Cirillo
Loffensiva brigatista in Campania era al suo apice quando, il 27 aprile 1981, a Torre del Greco
venne rapito lassessore regionale democristiano allUrbanistica, Ciro Cirillo, leader della
corrente dorotea vicino ad Antonio Gava: lautista Mario Cancello e il brigadiere di polizia Luigi
Carbone che lo scortava vennero uccisi; il segretario dellassessore, Ciro Fiorillo, venne invece
gambizzato.
Ciro Cirillo venne liberato dopo tre mesi: lo trovarono, nella zona orientale di Napoli, due
pattuglie della Polizia Stradale, ma allimprovviso giunse unauto con a bordo il vicequestore
Biagio Giliberti, che si fece consegnare luomo politico e lo condusse subito nella casa di Torre
del Greco.
Paolo Cirino Pomicino, napoletano ed andreottiano di peso, escluse assolutamente che per la
liberazione si fosse ricorsi alla mediazione della camorra, ma significativamente aggiunse:
Certo, quando accadono queste cose, i servizi segreti finiscono per avere agganci con ambienti
malavitosi nel tentativo di salvare la vita allostaggio. Non devo ripeter che quando gli americani
sbarcarono in Sicilia si avvalsero della mafia per scacciare i nazifascisti. Dire, per, che la
camorra sia stata mediatrice tra la famiglia Cirillo e le Br mi sembra alquanto azzardato.
La realt ben diversa.
Gi nellimmediatezza del sequestro, il Sisde aveva avviato i contatti con Raffaele Cutolo,
fondatore e capo indiscusso della Nuova Camorra Organizzata, che pur se detenuto nel carcere di
Ascoli Piceno, controllava ancora Napoli e dintorni. Il boss, prima dimpegnarsi a far liberare
Cirillo, aveva preteso garanzie. Giorgio Criscuolo, funzionario del Sisde, si present in
compagnia di Giuliano Granata, sindaco democristiano di Giugliano, e nei giorni successivi,
Cutolo ebbe colloqui anche con i funzionari del servizio civile Adalberto Titta e Adalberto
Belmonte, oltre che con i suoi luogotenenti in libert, Enzo o Nirone Casillo e Corrado
Iacolare, muniti di falsi tesserini del Sisde.
Mentre erano in corso gli incontri preliminari, essendo necessario parlare con i camorristi
rinchiusi a Palmi, per avvicinare i detenuti politici in grado di far arrivare segnali alle Br, il
Sisde venne soppiantato dal Sismi: il generale Abelardo Mei, numero due del servizio militare,
luomo che rappresentava la lobby dei grandi costruttori, disse di aver trovato un canale
assolutamente sicuro. Gli operativi del Sismi, da quel momento furono il generale Pietro
Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte.
Sia allinterno che fuori del penitenziario, inizi ben presto un intenso viavai di politici,
poliziotti, comparse di vario genere, che andavano a omaggiare don Raffaele chiedendogli
dinterporre i suoi buoni uffici per la liberazione di Cirillo.
Nei colloqui sadoperarono oltre al ricordato Giuliano Granata, lavvocato Francesco Gangemi e
limprenditore Adolfo Greco. Flaminio Piccoli, leader della corrente dorotea, promosse un
incontro ad Acerra, con laiuto di Francesco Pazienza, presenti gli immancabili Casillo e
Iacolare, limprenditore Alvaro Giardili, lassessore democristiano al Comune di Acerra Bruno
Esposito e il capozona cutoliano Nicola Nuzzo.
Il contatto giusto fu il brigatista Luigi Bosso, detenuto a Palmi: costui fece arrivare allesterno un

preciso messaggio: la DC disposta a trattare a tutti i livelli attraverso il canale di Cutolo. E


Sante Notarnicola gi membro della banda Cavallero, divenuto un agitatore contro il sistema
carcerario arrivando a dichiararsi prigioniero politico, in cima allelenco dei detenuti politici
da liberare stilato dalle Br quando, durante il sequestro Moro, chiesero allo Stato la liberazione
dei prigionieri rivoluzionari in cambio del rilascio del Presidente della DC scrisse a Cutolo:
La via intrapresa possibile, state sicuro. Abbiamo trovato la necessaria disponibilit al
dialogo ed al confronto.
Lorganizzazione cutoliana, a quel punto, si mosse compatta: Casillo e Iacolare incontrarono
Bosso e Notarnicola; Pasquale DAmico parl, invece, con Roberto Ognibene e con Alberto
Franceschini, nel carcere di Nuoro.
La trattativa ebbe successo: lassessore fu rilasciato previo versamento di un riscatto ai terroristi,
frutto di una colletta fra imprenditori amici, promossa dallavvocato Raffaele Russo, poi
segretario della DC e sottosegretario di Stato.
Le riunioni si erano tenute a casa di Antonio Gava.
Lingresso nella vicenda di personaggi delevato livello rappresentativo come Flaminio Piccoli
e Antonio Gava, per i quali scritto nella sentenza della prima sezione della Corte dappello di
Napoli, che defin il secondo grado del processo scaturito dallistruttoria del giudice Carlo Alemi
, pu affermarsi () che erano a conoscenza della trattativa, che da essa non si dissociarono,
che non fecero nessun passo per impedirla, e che quantomeno le avallarono, conduce ad
emersione come in occasione del sequestro Cirillo non sia stata seguita la linea ufficiale della
fermezza, analogamente a come il partito si era in maniera compatta determinato e comportato per
il sequestro Moro.

Cap. LXVI
Intorno al crac del Banco Ambrosiano
Grande finanza, massoneria, politica internazionale, perfino la malavita organizzata. Nella storia
del crac del Banco Ambrosiano, ci sono tutti gli ingredienti di un thriller. Non tutti gli aspetti di
questa pagina della storia recente dItalia sono stati chiariti e la morte di roberto calvi era uno di
questi, almeno fino a che non s accertato quello che tutti sospettavano: non di suicidio si tratt,
ma di omicidio. Per capire le ragioni di quellomicidio occorrerebbe penetrare le angustie di un
mondo senza etica in cui il denaro crea vortici di passione e disperazione, dai quali si pu anche
non uscire vivi.
Questi i retroscena della torbida affaire: Angelo Rizzoli, rampollo dellomonima dinastia
editoriale, alla fine degli anni Settanta, riceve dallo Ior parte della somma necessaria per coprire
il finanziamento della scalata al Corriere della Sera. Calvi a condurre in porto loperazione.
Alla fine del 1980, per laccumularsi dellesposizione passiva del gruppo, Angelo Rizzoli cerca
inutilmente di ottenere un finanziamento dallestero, tramite Licio Gelli e Umberto Ortolani. Si
rivolge, quindi, nuovamente a Calvi, verso cui gi notevolmente esposto. necessario far
figurare perci un aumento di capitale: al Banco Ambrosiano, costituitosi formalmente in una
finanziaria, la Centrale, viene ceduta una quota superiore al 40% del pacchetto azionario Rcs. Nel
maggio 1981, Calvi, risultato frattanto iscritto nelle liste della Loggia P2, viene arrestato per
esportazione di capitali allestero. Ci ne mina, almeno temporaneamente, loperativit. Ovvio
che qualcuno, nei mesi seguenti, approfittando delle difficolt sia delleditore sia del banchiere,
tenti di avvicinarsi alla propriet di Rcs, facendo leva su Bruno Tassan Din. Esigui gli spazi di
manovra consentiti dai vincoli reciproci ai detentori delle quote azionarie Rizzoli: per esercitare
un controllo reale sul gruppo necessario si acquisti lintero pacchetto azionario, dallesterno.
Roberto Calvi diventa ben presto un personaggio: gli si cominciano ad attribuire millanterie,
movimenti non accertati, contatti i pi svariati ed incredibili, disegni inquietanti.
Il banchiere dagli occhi di ghiaccio altro non , per, che il tipico caso del garzone che
acquista il negozio, partito com, negli anni Cinquanta, da semplice impiegato della stessa
banca. Coloro che lo hanno conosciuto, concordano nel descriverlo. Un tecnico ben preparato per
dirigere una banca, ma privo delle stigmate culturali e di carattere del grande banchiere.
Arrogante e vittimista. Affascinato dal mistero e preda dogni mistificatore di mezza tacca.
Furbissimo e pure incapace di distinguere un amico da un ricattatore. Scaltro e duro, ma anche
impaurito come un bambino. Un toro da combattimento e, tuttavia, cos ingenuo da farsi
infilzare dal primo balordo di passaggio. Davvero un uomo con due cervelli: uno lucido, laltro
vaneggiante.
nel carcere di Lodi che Calvi comincia a morire: ha deciso di non stare pi al gioco del potere
e del denaro: a tutti dichiara che a quel gioco non vuole pi giocare. O mi aiutate o parlo, dice
spesso, in quei giorni, senza comprendere che ognuna di quelle promesse minacciose lo
indebolisce, rendendo pi tiepidi i suoi amici e pi pericolosi i suoi avversari, e lo spinge verso
il baratro. Attorno al quale, sagitano, in una tumultuosa e camaleontica danse macabre, politicanti
grossi e piccoli, esperti in malefatte finanziarie, inventori di trucchi atipici, filibustieri dogni
risma e colore, usurai, contrabbandieri, mafiosi, agenti segreti veri e soi disants, pistoleri di

borgata e prostitute di lusso, massoni scoperti e coperti, in sonno e allorecchio, astri del
giornalismo abilissimi nel lustrare le scarpe altrui con laria di chi non guarda nessuno in faccia,
pensatori in quarantena, prelati assorbiti pi dagli affari che dal loro santo ministero, accomunati
tutti dal disprezzo delle regole, dal crescente disinteresse per i valori collettivi, da un rabbioso
privilegiare laffermazione individuale e di gruppo, al punto da considerare le norme un impaccio
e da trattare chi le difenda un nemico da sconfiggere o da corrompere.

Cap. LXVII
Fumo di Satana nella Chiesa
Francesco Pazienza, il quale parla per diretta conoscenza di fatti e persone, in uno dei suoi tanti
interrogatori, racconta di uno scontro feroce, allinterno del Vaticano, tra due opposte fazioni:
luna denominata Mafia di Faenza, nella quale si iscrivevano, oltre al cardinale Casaroli, i
Cardinali Samor, Silvestrini e Pio Laghi; laltra, facente capo per lappunto al Marcinkus, alla
quale appartenevano Mons. Virgilio Levi, vice direttore dellOsservatore Romano, e Mons. Luigi
Cheli, Nunzio pontificio presso lONU.
A dire del Pazienza, La fazione capeggiata da Paul Marcinkus aveva grossa influenza su Papa
Giovanni Paolo II: questi aveva dovuto, proprio allinizio del suo pontificato, fronteggiare uno
scandalo, esploso negli Stati Uniti, di cui era stato protagonista un ordine di Preti polacchi di
Filadelfia, implicati in grosse truffe ai danni di banche, con risvolti piuttosto piccanti. Mons.
Marcinkus si era opportunamente adoperato per mettere a tacere tale scandalo, officiando lo
studio legale newyorkese Finley Casey & Associated e coprendo, in qualche modo, gli
ammanchi.
Lovvio beneficio che Marcinkus ne aveva tratto era di poter contare sullappoggio
incondizionato del Papa, il quale, a seguito dellattentato patito, era per stato messo fuori gioco:
non a caso gli attacchi allo Ior e al Banco Ambrosiano si fecero estremamente virulenti e
fatalmente insidiosi proprio dopo lattentato, basti pensare alla coincidenza temporale di questi e
larresto di Calvi.
Flavio Carboni, il quale avendo avuto frequentazioni curiali parla anchegli per scienza diretta,
racconta che, allinterno del Vaticano, nei confronti del banchiere, vi erano tre schieramenti: da
un lato quello degli ottusi, coincidente con i1 Gruppo Ior, dei Mennini e dei Marcinkus, i quali
temevano che mantenere i rapporti con Roberto Calvi dopo il suo arresto e la sua accertata
appartenenza alla P2, potesse determinare loro irreversibile indebolimento; dallaltro quello dei
lungimiranti, coincidente con la Segreteria di Stato e facente capo al Cardinale Casaroli:
costoro perseguivano il duplice obiettivo di indebolire il Gruppo Ior, lobby potentissima,
svincolata dalla Segreteria di Stato e che aveva come diretto referente il Papa e di indebolire
la posizione dello stesso Pontefice, la cui popolarit era in costante ed irrefrenabile aumento, ma
che sarebbe stata minata dal crollo del Gruppo Ior; quello, infine, degli emarginati, cio di
coloro che essendo al di fuori della reale gestione del potere, avevano interesse a non minare
limmagine del Vaticano con uno scandalo inutile dal loro punto di vista. Sebbene portatori di
interessi opposti, conclude il Carboni, gli esponenti del primo e del secondo schieramento,
paradossalmente, assunsero nei confronti di Roberto Calvi lo stesso atteggiamento di
disinteresse alla sua sorte.
Le mappe rispettivamente disegnate dal Pazienza e dal Carboni sono sovrapponibili; non vi
motivo di dubitare della verit dei loro racconti e le loro analisi sono da molti condivise, ma
prima di mettere la mano sul fuoco occorrerebbe poter procedere a rigorose verifiche, unica
garanzia di un accertamento inoppugnabile, poich, per dirla con Giordano Bruno, iniquo
pensare in forza di una sottomissione ad altri, da mercenari, da servi e contrario alla dignit
della umana libert assoggettarsi e sottomettersi, cosa stupidissima credere per consuetudine,

irrazionale aderire ad unopinione in forza della moltitudine di quelli che la professano.


A rileggere, per, quei brandelli dinterrogatori, non si pu fare a meno di riandare, con la mente,
allangoscia di Paolo VI, allorch evoc il Diavolo.
Questo personaggio era passato di moda; i teologi evoluti alzavano le spalle a sentirlo nominare:
non ci credevano pi; lavevano relegato tra gli incubi e le superstizioni di secoli che la nostra
presunzione ci fa credere oscuri; cos il Diavolo era riuscito in quello che Baudelaire chiama la
sua astuzia pi bella: far credere alla gente che non esiste. Paolo VI, per, allimprovviso, dopo
aver gi enunciato di avvertire la sensazione che da qualche fessura (fosse) entrato il fumo di
Satana nel regno di Dio, un giorno, ricord solennemente che il Diavolo c e che esso non
pi soltanto una deficienza, ma unefficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e
pervertitore. Terribile realt. Misteriosa e paurosa Se Mefistofele, nel Faust di Goethe, si
presenta, tuttavia, con una frase lapidaria, molto suggestiva: Ich bin der Geist, der stets
verneint, io sono lo spirito che nega sempre, Paolo VI lo present come perfido incantatore,
il quale sa insinuarsi per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica
utopistica, o di disordinati contatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni
altrettanto nocive, quanto in apparenza conformi alle nostre strutture fisiche o psichiche o alle
nostre istintive, profonde deviazioni.
Chiss se si potr mai sapere quali fossero le fessure e, soprattutto, chi le avesse provocate, da
cui il Santo Padre aveva la sensazione che il fumo di Satana stesse entrando nel regno di
Dio? O forse anche questo destinato a rimanere per sempre un mistero?

Cap. LXVIII
Allorigine dellaffaire Orlandi
Allinizio sembr la scappatella di unadolescente, allontanatasi volontariamente da casa. Ben
presto, per, la scomparsa di Emanuela Orlandi divent uno dei pi oscuri misteri della storia
italiana, coinvolgente lo Stato Vaticano, lo IOR, la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano e
i servizi segreti di diversi Paesi.
Due, e soltanto due, sono comunque le certezze sulla sparizione di Emanuela Orlandi: la prima
che della sua fine lopinione pubblica non ha saputo pi nulla; la seconda che chi la rap non
forn mai una qualsiasi prova attendibile di avere nella propria disponibilit lostaggio e della
sua esistenza in vita.
La voce incisa sullaudiocassetta con lamenti incomprensibili che si concludevano con la frase
finale Lasciatemi dormire... perch mi fate tutto questo?, non s ritenuta attribuibile a
Emanuela.
Nei primi due anni dalla scomparsa, peraltro, diversi soggetti rimasti anonimi ad esclusione di
uno che fu individuato nel 1985 e risult essere un mitomane, Ilario Mario Ponzi, marittimo di
Ancona, spedirono per posta o fecero ritrovare in centro a Roma lettere e perfino audio cassette
con incise comunicazioni rivolte alla Santa Sede, al Governo italiano, al Presidente della
Repubblica e pi in generale allopinione pubblica italiana.
Non era mai accaduto, nelle pur tumultuose vicende criminali italiane, che per un sequestro di
persona fossero compilate cos tante inutili lettere di rivendicazione, di richieste, di precisazioni,
di controdeduzioni, di distinguo e perfino di minacce incrociate tra diversi autori delle missive a
cui si aggiunsero non meno di una trentina di telefonate, a un numero di soggetti equivalente.
I sedicenti rapitori chiamarono pi volte le maggiori agenzie stampa nazionali, telefonarono a
casa degli Orlandi, a casa di compagne di scuola di Emanuela, raggiunsero perfino parroci
romani, telefonarono direttamente in Vaticano e certamente anche agli avvocati della famiglia.
Come se non bastasse, allo zio di Emanuela, per telefono, fecero ascoltare una registrazione
montata a ripetizione di una breve frase di pochi secondi, forse pronunciata dalla stessa
Emanuela. Forse, perch non essendo stata intercettata la comunicazione, nessun accertamento
dautenticit della voce stato possibile.
C ancora di pi: i presunti sequestratori o chi per essi si premurarono dallegare alle loro
lettere fotocopie di documenti scolastici della ragazzina: libretto di frequentazione della scuola di
musica, spartiti, copie fotostatiche di appunti che aveva con s il giorno che scomparve.
Due missive furono battute a macchina e firmate con una biro Emanuela, ma le perizie
dimostrarono che le sottoscrizioni erano false.
Ad uno degli innumerevoli messaggi fu allegata la fotocopia della ricevuta di versamento della
rata scolastica per liscrizione alla scuola di musica Ludovico da Victoria, che la quindicenne
aveva pagato il mese precedente ed era rimasta nel suo borsone di cuoio, quello che portava con
s il 22 giugno 1983. Alcune comunicazioni furono spedite per posta dagli Stati Uniti, indirizzate
al corrispondente della CBS a Roma: lautore, firmandosi a nome di un misconosciuto gruppo
Phoenix, arriv a minacciare di uccidere quelli che riteneva i rapitori; annunci davere
sequestrato altre ragazze negli Stati Uniti; fece anche balenare lidea che agisse per conto di Cosa

Nostra americana. Altre due lettere pervennero dalla Germania, scritte da sedicenti terroristi
turchi. Una dalla Svizzera.
Un dedalo inestricabile di falsit, mezze verit e clamorosi depistaggi, nessuno mai dimostr
nella maniera pi ovvia dessere lautore del sequestro e lesistenza in vita dellostaggio:
sarebbe bastata una foto polaroid dellostaggio, o una registrazione comprensibile della sua voce,
o anche una sua lettera manoscritta per compararne le calligrafie. Niente. Mai niente. Dunque,
delle due luna: o la prova principe per imbastire qualsiasi tipo di trattativa non pot essere
fornita, per essere Emanuela non pi in vita; o non la si volle rendere pubblica, essendosi
preferito produrla, piuttosto, solo ai veri destinatari del ricatto. Tertium non datur.
In ogni caso, quali erano i veri obiettivi di quella che potremmo definire loperazione Orlandi?
Anche a questo proposito, sia pure negativa, una certezza la si ha: la famiglia della ragazza era
modesta e, comunque, non in grado di pagare un riscatto.
Ma era effettivamente ad un riscatto in denaro che puntavano i rapitori, o almeno coloro che tali si
dichiaravano? O non si tratt, piuttosto, di una pi raffinata e articolata operazione ricattatoria? E
se di questo si tratt, chi fu ad ordire la trama oscura di un sequestro su cui gli investigatori si
affannano da quasi trentanni, senza mai giungere a dare unappagante risposta alle istanze di
verit, che salgono da unopinione pubblica frastornata, poich bombardata dal magmatico
accavallarsi di notizie, che talvolta colano da fonte incerta, spesso contraddittorie, comunque mai
verificabili?
Concentrare il fuoco dellattenzione sui fatti indispensabile per diradare le cortine fumogene
sollevate attorno alla scomparsa di Emanuela Orlandi.
Della fine di Emanuela Orlandi lopinione pubblica non sapr pi nulla; n gli autori del
rapimento forniranno mai una qualsiasi prova attendibile dellesistenza in vita della sequestrata:
laudiocassetta con lamenti incomprensibili che si concludono con la frase Lasciatemi dormire...
perch mi fate tutto questo?, non attribuibile a Emanuela e del resto c chi sostiene trattarsi di
una registrazione estrapolata dalla colonna sonora di un filmetto pornografico.
Eppure, la terribile storia dei sequestri di persona in Italia dimostra chiaramente come la grande
fabbrica dei rapimenti, che negli anni Ottanta lavora a pieno regime anche a Roma, sia capace di
tenere in prigionia gli ostaggi per mesi; anche per anni, come nel caso del sequestro di Cesare
Casella. Prima viene il riscatto e per ottenere il pagamento occorre fornire la prova desistenza in
vita dellostaggio, ammazzare il quale compromette tutto.
Racconta Saverio Morabito, collaboratore di giustizia gi appartenente alla Ndrangheta, a
proposito di Augusto Rancilio, rapito a Milano e portato in Calabria, ucciso dai sequestratori:
Saputa la disgrazia del Rancilio, ho avvisato il Michel (Michel Amaldini, boss della
Ndrangheta, n.d.r.) di non continuare pi la trattativa perch non era il caso. Gli ho spiegato che
la cosa era andata a finire male e non si faceva pi niente.
Nel sequestro Grazioli, ascrivibile alla Banda della Magliana, si fotografa il cadavere del duca
con un quotidiano sulle ginocchia, per far credere sia ancora vivo.
La banda di Laudavino De Santis, detto Lallo lo zoppo, conserva la salma di un rapito in un
capiente surgelatore, per alcuni mesi, scongelandola, alloccorrenza, per fornire la prova
desistenza in vita dellostaggio.
Nel caso di Emanuela Orlandi, delle due luna: o la prova desistenza in vita, indispensabile ad

imbastire qualsiasi tipo di trattativa, non viene fornita perch Emanuela gi morta; o viene
fornita, ma solo ai reali destinatari, agli effettivi obbiettivi delloperazione.
Vera la prima ipotesi, Emanuela stata uccisa poco dopo il sequestro e, dunque, il rapitore si
ritrova in mano soltanto i suoi effetti personali e solo quelli utilizza. Vera, invece, la seconda
ipotesi, due i livelli di gestione del rapimento: uno pubblico, con le richieste e il tentativo di
avvalorarle mediante prove indirette su Emanuela; laltro segreto, con le vere richieste e le vere
trattative.
Seppure suggestiva, la tesi di Emanuela Orlandi viva, che conduce la propria esistenza allestero,
sotto falso nome, magari madre di uno o due figli, appare purtroppo priva di ragionevole
fondamento: lesistenza in vita di Emanuela, esclusa la folle ipotesi che sia prigioniera dei
sequestratori dal 1983, implicherebbe o la complicit della famiglia Orlandi, in un inganno
clamoroso ai danni dellopinione pubblica mondiale, perch pur conoscendo la verit
continuerebbe, tuttavia, a tacere da 30 anni; o la disumana insensibilit di Emanuela, che non d
notizie di s, neppure ai genitori, tanto da lasciar morire nellangoscia il padre, Ercole Orlandi,
rimasto sempre alloscuro della sorte della figlia. Sostenere la tesi che sia viva presuppone, in
ogni caso, tali e tante complicit sia esterne sia interne alla famiglia Orlandi, da non poter aver
retto per 30 anni.
Molte testimonianze, e delle amiche e degli insegnanti, non consentono di disegnare un profilo
psicologico dunEmanuela Orlandi, adolescente di quindici anni sconvolta dal rancore. Molto
pi ragionevole, dunque, ritenere che non di classico sequestro di persona a fini patrimoniali si
sia trattato, ma domicidio con occultamento del cadavere.
Il concreto pericolo di una mobilitazione in forze di tutte le strutture investigative dello Stato, in
conseguenza del clamore mediatico suscitato dal frenetico susseguirsi di farneticanti messaggi
rivendicanti il rapimento di Emanuela Orlandi, scomparsa la sera del 22 giugno 1983, messo in
conto da chi, disponendo soltanto degli effetti personali della ragazza, intende realizzare,
comunque, un piano di pressioni e ricatti ai danni del Vaticano.
La ragazza gi morta, quando, il 6 luglio 1983, un presunto sequestratore telefona allAnsa di
Roma, per annunciare che sar fatto trovare di l a poco un comunicato.
Gi durante lAngelus di domenica 3 luglio, trasmesso in diretta mondiale dalla radio Vaticana,
trascorsi ormai dieci giorni dalla scomparsa, Papa Wojtyla ha lanciato, peraltro, un appello: La
famiglia Orlandi nellafflizione per la figlia Emanuela di 15 anni che, da mercoled 22 giugno,
non ha fatto ritorno a casa. Condivido le ansie e langosciosa trepidazione dei genitori, non
perdendo la speranza nel senso di umanit di chi abbia responsabilit in questo caso. Elevo al
Signore la mia preghiera perch Emanuela possa presto ritornare incolume ad abbracciare i suoi
cari che lattendono con strazio indicibile.
Questo passaggio appare tuttaltro che estemporaneo: al Segretario di Stato, il prudentissimo
cardinale Casaroli, mente acuminata e raffinatissima, non sar di certo sfuggita linopportunit di
quellappello, idoneo a moltiplicare la difficolt di eventuali trattative, per effetto della micidiale
pressione congiunta sia del mondo dellinformazione sia degli apparati investigativi; e tali sue
preoccupazioni le avr condivise col Pontefice, che, tuttavia, decide di rivolgersi lo stesso ai
rapitori. , dunque, molto probabile che qualcuno abbia gi preso contatto con il Vaticano e
preteso che sia proprio Wojtyla in persona a dare un segnale.

Alcuni organi dinformazione vicini alla Santa Sede spiegheranno che a giustificare sia
quellappello sia i sette successivi unicamente il sincero dolore del Santo Padre, nel sapere la
famiglia Orlandi prostrata sotto il peso dellangoscia.
In ogni caso, lesternazione della sua humana pietas in diretta mondiale fa capire limportanza
accordata nei Sacri Palazzi al destino della ragazza, divenuta di colpo una formidabile arma di
pressione nelle mani di chi aveva solidissimi motivi per ricattare la Santa Sede. Monsignor
Giovanni Salerno, allepoca dei fatti consulente legale presso la Prefettura degli Affari
Economici, il 3 dicembre 1993 dichiarer agli investiganti di avere informato lassessore alla
Segreteria di Stato, monsignor Giovan Battista Re, del ricatto al Papa innescato dal sequestro
di Emanuela, per sentirsi rispondere da costui di lasciar perdere.
Due mesi prima del suo interrogatorio, del resto, la polizia italiana intercetta una telefonata tra un
mai identificato prelato della Segreteria di Stato e il vice ispettore generale della Vigilanza
Vaticana, in cui il primo ordina al secondo di tacere su tutto e specialmente sul fatto che la Santa
Sede ha esperito indagini sul sequestro.
La discesa in campo di Wojtyla, dunque, fa assumere allaffaire Orlandi la rilevanza straordinaria
che ha ancora oggi: Giovanni Paolo II la considera pi importante di tutti i contemporanei
sequestri e omicidi di religiosi, da quello di Padre Philip, missionario salesiano ucciso in India
nel 1983, ai tremendi eccidi di cristiani in Sudan, sempre di quellanno.
Esprime dubbi sulleffettivo significato degli appelli del Pontefice anche Severino Santiapichi,
presidente della Corte dAssise nel secondo processo ad Al Agca del 1985-86: La scomparsa
di Emanuela Orlandi non centra nulla con il caso montato successivamente. Sarebbe stato inutile
prenderla per liberare lattentatore del Papa. Questo fu terrorismo mediatico, infatti la presenza di
questi rapitori non fu altro che mediatica. Fu virtuale, non reale. Se avessero rapito un vescovo o
un cardinale, limpatto sarebbe stato molto pi diretto e inoltre con un cardinale sarebbe stato
molto pi facile. A Roma ce ne sono tanti (). La mia impressione che qualcuno abbia sfruttato
la scomparsa di Emanuela per un fine che prescindeva dalla sorte della ragazzina e magari
addirittura senza sapere nulla di lei. La mia opinione che qualcuno si servito della vicenda
Orlandi come cassa di risonanza non per liberare lattentatore turco, ma per un ricatto basato su
altro.
La sequenza dei fatti gli d ragione: il 22 giugno 1983 Emanuela scompare; il 3 luglio, il Papa
rivolge un appello generico affinch sia liberata; il 6 luglio, giunge allAnsa il primo messaggio
dei presunti rapitori, ma gi da subito manca la prova che la ragazza sia viva, e mancher in tutte
le altre comunicazioni.
Ovvio che qualcuno, venuto in possesso del contenuto della borsa della giovane, tenti con esso
dinfluenzare le azioni di Wojtyla e che, diabolico paradosso, sia lo stesso Wojtyla, con
quellimprovvido appello, a lasciarlo intendere.
Stammi bene a sentire: noi abbiamo Emanuela Orlandi, la studentessa di musica. La libereremo
soltanto quando sar scarcerato Mehmet Al Agca, lattentatore del Papa.
A quale organizzazione appartieni e quali elementi mi dai per comprovare che la ragazza nelle
vostre mani?
Non importa a quale gruppo appartengo. Ti posso dire soltanto che giorni fa abbiamo avuto un

contatto con la segreteria vaticana. Un messaggio, insomma, che il Vaticano ha nascosto. Nel
messaggio si chiedeva lintervento del Pontefice presso il Governo italiano affinch desse
disposizioni per la scarcerazione di Mehmet Al Agca, che deve avvenire entro 20 giorni.
E cosa succeder se entro venti giorni non avviene quanto chiedete?
Io non lo so, sono soltanto colui che stato incaricato di telefonare. Andate in piazza del
Parlamento e in un cestino dei rifiuti troverete la prova che la ragazza nelle nostre mani.
Questa la trascrizione del contenuto della prima telefonata di rivendicazione del rapimento
Orlandi, divulgata dallAnsa la sera del 6 luglio 1983 e che lascia perplessi gli investigatori:
inverosimile che gli asseriti rapitori, che pretendono addirittura la liberazione dellattentatore del
Papa per il rilascio dellostaggio, neppure si qualifichino. ancora lAnsa, sempre il 6 luglio, a
rendere noto che vi sono gi state tre telefonate alla famiglia Orlandi: il primo luglio, il 3 luglio,
poco dopo lappello del Papa, e il 5 luglio, senza che mai gli interlocutori si siano definiti
terroristi, essendosi piuttosto limitati a dire abbiamo Emanuela.
Delle tre chiamate la pi interessante stata lultima, nella quale si fa ascoltare la registrazione
di una giovane voce femminile, che ripete ossessivamente la stessa frase: Ho frequentato il
secondo anno del convitto nazionale Vittorio Emanuele II, la scuola superiore alla quale
Emanuela effettivamente iscritta.
Si accerter trattarsi di un montaggio audio, realizzato con apparecchiature particolarmente
sofisticate. Ma perch ricorrere a strumenti professionali, quando basterebbe far parlare
Emanuela al microfono di un banalissimo registratore amatoriale? Molto probabilmente perch
Emanuela gi morta.
Nella tarda mattinata del 5 luglio 1983, uno sconosciuto simulando il tono di voce di uno
straniero, ragion per cui verr soprannominato lamericano, telefona e, innanzi tutto, spiega a
Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, davere appena chiamato la Santa Sede, quindi indica tali
Mario e Pierluigi come emissari dellorganizzazione. I nomi di costoro non tornano nuovi
alluomo, avendo entrambi gi telefonato a casa Orlandi: Pierluigi, lo ha fatto una prima volta
sabato 25 giugno, per raccontare daver saputo dalla sua fidanzata di un incontro casuale di costei
con Emanuela, presentatasi per come Barbarella, in piazza Campo dei Fiori, e quindi per
invitarli a non preoccuparsi: la ragazza, ha detto, cerca di raggranellare qualche soldo vendendo
per strada profumi Avon e torner presto a casa; ha telefonato poi, una seconda volta, domenica
26 giugno: si ricordato che Barbarella-Emanuela dovr suonare il flauto al matrimonio della
sorella. Sempre pi convinto che linterlocutore sappia qualcosa della misteriosa scomparsa
della nipote, Mario Meneguzzi gli ha proposto un incontro in Vaticano e, a fronte della perplessit
di Pierluigi, che per tutta risposta gli ha chiesto se stia per caso parlando con un prete, ha spiegato
che la sua famiglia vive proprio l, nello Stato Pontificio. Luned 27 giugno, peraltro, giunta a
casa Orlandi anche la chiamata di un altro sconosciuto, che ha detto dessere Mario. In questa
telefonata, di cui esiste la registrazione, Mario, il cui accento spiccatamente romanesco,
chiarisce che, sebbene conosca Pierluigi, egli non centra, tuttavia, con la scomparsa di
Emanuela; aggiunge, altres, che il suo amico un bravo ragazzo e lavora per la ditta di profumi
Avon, insieme a due ragazze, una delle quali, di nome Barbarella, torner a casa a settembre, per
il matrimonio della sorella. Pierluigi e Mario, che non si faranno mai pi vivi con alcuno, nelle
loro telefonate hanno dato mostra di conoscere fatti e circostanze non ancora divulgate e note,

dunque, in quel momento, soltanto a chi abbia avuto a che fare con la scomparsa di Emanuela.
Lo stupore di Pierluigi nellapprendere che ladolescente abitava in Vaticano prova, peraltro, che
in precedenza lo ignorasse e, quindi, quanto sia inverosimile lipotesi di un sequestro di persona
pianificato e organizzato con cura: se Emanuela fosse stata pedinata, i sequestratori avrebbero
scoperto subito il suo domicilio. invece soltanto dopo la sua scomparsa che lo apprendono
dallo zio Mario Meneguzzi, ed proprio da quel momento che le povere cose contenute nella
borsa della ragazza scomparsa diventano una merce dal valore inestimabile. Naturalmente per chi
sappia come usarla.
Dal racconto di un ex agente si apprende che il Servizio segreto interno non sinteressa
immediatamente della scomparsa di Emanuela Orlandi: lallarme rosso, con lavvia dindagini in
tutte le direzioni e limpegno di decine di agenti, scatta solo quando il Papa, allAngelus in San
Pietro, rivolge un appello ai rapitori.
E a qualche risultato quelle indagini approdano: si accerta, innanzitutto, che Emanuela stata
avvicinata, davanti al Senato, il 22 giugno 1983 verso le 15 e 30, da uno sconosciuto: un uomo
adulto, sui trentanni, alto pi o meno uno e settantacinque, corporatura normale leggermente
robusta, capelli castani mossi e una modesta stempiatura.
Che non si sia trattato del primo incontro fra loro lo conferma il vigile urbano che li ha visti
parlare quel pomeriggio: i due, che apparivano in confidenza, certamente si conoscevano. Si
accerta, altres, che lauto, guidata dallo sconosciuto, era una Bmw Touring, di colore verde
tundra: un modello vecchio per il 1983, essendone cessata la produzione nel 1974, ma non
ancora fuori commercio, poco venduto in Italia e dalle caratteristiche inconfondibili.
Racconta ancora, in proposito, lex agente del Sisde: A un certo punto, allincirca dopo dodici,
tredici giorni dalla scomparsa di Emanuela, la mia attenzione si concentr su un episodio
particolarissimo. Scoprii che unauto di quel modello e di quel colore era stata consegnata per
essere riparata allofficina della Bmw di zona Vescovio, a Roma. Mi colp che, in deroga alle
normali procedure, che obbligano chi porta unauto a riparare a consegnare ai meccanici il
libretto di circolazione del mezzo, in quel caso la prassi non era stata seguita: un meccanico mi
raccont in camera caritatis che era arrivata una giovane donna molto carina, bionda, sui
trentanni, fisico atletico, e aveva chiesto fosse aggiustata con urgenza: quella macchina, che
aveva il vetro della portiera anteriore destra rotto, non era sua, ma di un suo amico che
glielaveva prestata, e lei doveva rendergliela subito. Io mi disse il meccanico le credetti,
non pensai neanche per un attimo fosse una macchina rubata e cos il lavoro lo feci
immediatamente perch era anche molto semplice. A parte la mancanza di documenti del veicolo,
mi lasci perplesso il fatto che quel vetro non era andato in frantumi per un colpo dallesterno
verso linterno, come avrebbe fatto un ladro sfondandolo per rubare qualcosa nellabitacolo o
magari portar via la macchina, ma era stato rotto dallinterno verso lesterno, come capita qualche
volta negli incidenti laterali, quando il passeggero sbatte la testa contro il vetro della portiera.
Poich, tuttavia, non cerano ammaccature alla carrozzeria, non era questo il caso. E poi, la Bmw
monta cristalli molto resistenti, per rompere i quali da dentro labitacolo occorre parecchia
energia.
Il racconto del meccanico insospettisce molto lex agente segreto, dato il breve tempo trascorso

dalla scomparsa di Emanuela. Ad ogni modo, poich la donna ha lasciato un numero di telefono,
risultato appartenere a un residence romano, il Mallia, lagente del Sisde si reca l il giorno
successivo e cerca di parlarle.
questo, per, secondo il suo racconto, ci che accade: La donna scese nella hall e davanti a
tutti i presenti inve contro di me dicendo che lei non aveva alcuna intenzione di rispondere ad
alcuna domanda su quella macchina. Cos me ne andai e tornai in sede, ma come arrivai, non pi
di tre quarti dora dopo, fui convocato dal mio dirigente, che mi fece una lavata di capo che non
vi dico e mintim di non interessarmi pi della questione Orlandi. Ci rimasi molto male, ma
soprattutto ero esterrefatto. Come aveva fatto quella tizia, in cos poco tempo, meno di unora, a
individuarmi come agente Sisde e prendere contatto col Servizio? Lunico modo doveva essere
stato tramite la targa dellauto con la quale mi ero allontanato dal Mallia dopo la scenata e che
avevo parcheggiato di fronte allingresso del residence oltre le vetrate della reception. Ma,
ammesso pure che quella donna avesse qualche amico in questura per ottenere un controllo
immediato della targa, si sarebbe potuti risalire soltanto a unanonima societ di copertura del
Sisde alla quale erano intestati molti dei nostri mezzi. Quindi, chi fece la ricerca sulla targa
doveva sapere che quella societ era nostra, del Sisde di Roma.
Queste dichiarazioni, pur non costituendo, in s, una prova dei fatti riferiti, sollecitano talune
curiosit e stimolano approfondite verifiche, sulla base di dati oggettivi, ossia di argomenti che,
come diceva Aristotele, non si possono subornare, a differenza dei testimoni. Verifiche induttive
indispensabili, se si vuole evitare il prematuro abbandono del terreno della logica, per spiccare,
invece, uno spericolato salto intuitivo, nel vano tentativo di colmare i vuoti di conoscenza, col
rischio, tuttaltro che teorico, dinfittire, anzich dissiparli, i misteri sulla scomparsa di Emanuela
Orlandi.
Emanuela Orlandi viene adescata in centro a Roma di fronte al palazzo del Senato in corso
Rinascimento, il pomeriggio del 22 giugno 1983, e, attorno alle 19 dello stesso giorno, scompare.
Corso Rinascimento , in quei giorni, una delle strade pi controllate della capitale, perch i
sicari delle organizzazioni armate clandestine neofasciste e comuniste non si fanno scrupoli a
sparare a uomini politici: Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori, stato gambizzato
il 3 maggio, neppure due mesi prima della scomparsa di Emanuela.
Il 23 marzo 1983, tre mesi prima della scomparsa di Emanuela, il senatore missino Giorgio
Pisan, membro della Commissione P2, ha tenuto una conferenza stampa a Roma per mettere al
corrente i giornalisti degli sviluppi di quella che ha definito una sua personale inchiesta in
Svizzera sullaffaire Carboni-Calvi. Nelloccasione, ha fatto ascoltare un nastro recante
lincisione dellinterrogatorio reso da Flavio Carboni, nellagosto del 1982, al giudice
Bernasconi di Lugano, da cui si apprende di conti correnti accesi dal Carboni stesso in varie
banche elvetiche; di alcune operazioni finanziarie da lui svolte con il Calvi e appoggiate allUBS
di Ginevra; di uningente somma di denaro, 24 milioni di dollari in contanti, equivalenti,
allepoca a circa 50 miliardi di lire, da lui stesso prestata al Calvi e restituita solo in parte dal
banchiere. Stando a quella deposizione, il rapporto di Carboni con il presidente del Banco
Ambrosiano sarebbe iniziato nel 1981, con un prestito di un miliardo e duecento milioni ottenuti
dal Banco Ambrosiano e subito consegnati a due uomini daffari, Francesco Pazienza e
Maurizio Mazzotta.

Oltre a precisare: Chi comp materialmente la consegna fu il mio assistente, Emilio Pellicani,
Flavio Carboni, nellinterrogatorio svizzero propalato dal senatore Pisan, parlava altres di un
prestito di 6 miliardi a lui erogato dal Banco Ambrosiano e di come i 24 milioni di dollari da lui
prestati al Calvi non fossero suoi, ma di altri.
La conferenza stampa si conclusa con un interrogativo, apparso pleonastico ai giornalisti
presenti: avendo le indagini della magistratura elvetica condotto ad emersione ingenti versamenti
di denaro del Carboni a favore di Ernesto Diotallevi e Fausto Annibaldi, che fossero costoro i
reali creditori di Roberto Calvi?
Un mese e mezzo prima della scomparsa di Emanuela, il 29 aprile 1983, il nome di Fausto
Annibaldi si riaffacciato per la seconda volta nella cronaca giudiziaria, a causa dei mandati di
cattura emessi dai giudici istruttori milanesi Antonio Pizzi e Renato Bricchetti, nellambito
dellinchiesta sul crack del Banco Ambrosiano, uno dei quali lo riguarda personalmente.
Flavio Carboni, Emilio Pellicani, Gennaro Cassella, Francesco Pazienza e Maurizio Mazzotta, gli
altri destinatari. Tutti accusati di bancarotta fraudolenta, per il mutuo accordato dallAmbrosiano
alla Prato Verde, al fine di realizzare un villaggio turistico in Costa Smeralda, solo in
piccolissima parte impiegato da Carboni, Cassella e Pellicani per avviare i cantieri edili, mentre
finito per il resto nella disponibilit di Pazienza, Mazzotta e Annibaldi. Tre soltanto i
provvedimenti restrittivi eseguiti: quelli di Carboni e Pellicani, gi in carcere, e quello di
Cassella, amministratore dellimmobiliare Prato Verde. Latitanti, invece, Pazienza, Mazzotta e
Annibaldi, quantunque inseguiti da mandato di cattura internazionale.
La latitanza di Fausto Annibaldi si protrarr a lungo: l8 gennaio 1986 si presenter al palazzo di
giustizia di Milano, accompagnato dallavvocato Giandomenico Pisapia, per mettersi a
disposizione dei giudici Bricchetti e Pizzi, che gi da due anni e mezzo avrebbero voluto
interrogarlo. Con larresto, si preciser laccusa a suo carico, destinata a reggere sino alla fine
del processo per la bancarotta dellAmbrosiano.
Il Mario che dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi telefon a casa della famiglia della ragazza,
parrebbe, allesito di una consulenza fonica, essere stato Giuseppe De Tomasi detto Sergione, gi
appartenente alla banda della Magliana.
Secondo i bene informati, per gli inquirenti, che da alcuni anni si occupano nuovamente
dellaffaire Orlandi, il sequestro () sarebbe stato organizzato e gestito da Enrico De Pedis, a
cui Sergione era legato, con suoi uomini di fiducia non tutti appartenenti alla banda che
insanguin Roma tra gli anni settanta o ottanta (http://www.youtube.com/watch?
v=J5Teeu70JPo).
Sempre secondo i bene informati, sarebbero tre le persone iscritte nel registro degli indagati
della Procura di Roma: Sergio Virt, 49 anni, Angelo Cassani, 49 anni, detto Ciletto e
Gianfranco Cerboni, 47 anni, detto Giggetto (Ivi).
A costoro, gli inquirenti sarebbero arrivati grazie alla testimonianza di Sabrina Minardi, la
superteste dellinchiesta, ex moglie di un noto calciatore, capitano della Lazio, la quale
intratteneva, nel 1984, unamichevole relazione proprio con Enrico De Pedis, detto Renatino, illo
tempore latitante e uomo di vertice, assieme a Maurizio Abbatino, della banda della Magliana:
pedinandola, i poliziotti della questura di Roma, riuscirono ad arrestare entrambi.
Lagnizione di Enrico De Pedis, nella vicenda Orlandi, offre uno spiraglio per penetrare il

mistero della successiva sepoltura di costui nei sotterranei della basilica di SantApollinare, in
piazza delle Cinque Lune.
noto, infatti, che taluni malavitosi capitolini, contigui sia a Cosa Nostra sia alla banda della
Magliana, sarebbero stati pesantemente danneggiati sul piano economico dalla morte per
impiccagione a Londra di Roberto Calvi: il credito da loro vantato nei suoi confronti, ammontante
ad almeno 4 milioni di dollari, rischiava di restare insoluto, dopo la presa di distanze dello Ior
dai debiti da lui accumulati. Resa pubblica una settimana prima della scomparsa di Emanuela, la
fin de non recevoire della banca vaticana imposta da Marcinkus aveva prodotto reazioni indignate
nel mondo finanziario, soprattutto a livello internazionale: gli istituti creditori erano corsi ai
ripari mettendo insieme unarmata di avvocati che, alla fine, avrebbe risolto la questione,
ottenendo 241 milioni di dollari di risarcimento dallo Ior. Ma i finanziatori privati, con Calvi
morto e il vecchio Ambrosiano dichiarato insolvente, come avrebbero fatto a pareggiare i conti?
Di qui il sequestro mediatico: recuperare, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, quel denaro
altrimenti irrimediabilmente perduto.
In maniera ambigua e calunniatoria, un sedicente appartenente allorganizzazione Turkesh, magari
a conoscenza della liaison dangereuse fra Renatino e la moglie del bomber laziale, lo lasci
intendere, inviando, il 17 ottobre 1983, una missiva anonima allAnsa di Milano: Nella lettera,
ritenuta inattendibile dagli investigatori, si dice che Emanuela sarebbe stata uccisa da un tale di
nome Aliz, ma che il suo corpo forse non verr pi ritrovato. Nellultima parte della lettera
lautore fa cenno () al calciatore della Lazio Spinozzi, che avrebbe conosciuto sia Emanuela
che Aliz e che saprebbe molto della vicenda. Sullultima facciata della lettera sono stati disegnati
alcuni simboli geometrici (tre triangoli incrociati e un terzo pi grande sbarrato) con
la scritta Turchia libera! e quaranta esercizi per flauto. In un angolo della stessa ultima facciata
della lettera stato disegnato un piccolo riquadro con la parola Sergio seguita dalla parola
morte e da unaltra illeggibile che potrebbe essere il cognome. Lautore delle missive firmate
Turkesh venne individuato nel 1985: era un mitomane, si chiamava Mario Ilario Ponzi.
Nella vicenda Orlandi agirono sia disturbati di mente sia menti raffinatissime, e distinguere gli
uni dalle altre ancora oggi impresa impossibile. Resta per, che qualcuno, a freddo e senza una
ragione plausibile, a quattro mesi dalla scomparsa della ragazza, chiam in causa la Lazio,
calunniando lincolpevole Arcadio Spinozzi, con un messaggio che lasciava intendere ulteriori
ricatti: intorno al capitano della Lazio, ruotavano figure pericolosissime compromesse con la
banda della Magliana. Gli inquirenti dellepoca ritennero inattendibile la lettera anonima di
Turkesh, sebbene fornisse una traccia per risalire ai responsabili del sequestro mediatico di
Emanuela.
E quando nella primavera del 1984, cio pochi mesi dopo, grazie al pedinamento della moglie di
capitan Giordano, venne arrestato Enrico De Pedis, quella strana missiva, in cui si dava notizia
delluccisione di Emanuela, non fu presa, ancora una volta, in alcuna considerazione.

Cap. LXIX
Crudele la logica della Storia: ma quella
La logica governa il mondo. () Unapplicazione di questa implacabile logica Il Principe.
Machiavelli biasima i principi che per fraude o per forza tolgono la libert apopoli. Ma, avuto lo
Stato, indica loro con quali mezzi debbano mantenerlo. Lo scopo non qui la difesa della patria,
ma la conservazione del principe: se non che il principe provvede a se stesso, provvedendo allo
Stato. Linteresse pubblico il suo interesse. Libert non pu dare, ma pu dare buone leggi che
assicurino lonore, la vita, la sostanza decittadini. Dee mirare a procacciarsi il favore e la grazia
del popolo, tenendo in freno i gentiluomini e gli uomini turbolenti. Governi i sudditi, non
ammazzandoli, ma studiandoli e comprendendoli, non ingannato da loro, ma ingannando loro.
Come stanno alle apparenze, il principe dee darsi tutte le buone apparenze, e non volendo essere,
parere almeno religioso, buono, clemente, protettore delle arti e deglingegni. N tema dessere
scoperto; perch gli uomini sono naturalmente semplici e creduli. Ci che in loro ha pi efficacia
la paura: perci il principe miri a farsi temere pi che amare. Soprattutto eviti di rendersi
odioso o spregevole.
(Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana, cap. XV)
Quale pi degno epilogo della spigolatura attraverso cui si costruito questo libricciuolo, se non
alcune noterelle su un autentico caso editoriale, vale a dire Il Principe di Niccol Machiavelli,
composto or son cinque secoli, fra il luglio e il dicembre 1513, con ogni probabilit, lopera
della letteratura italiana, insieme alla Divina Commedia dantesca e al Pinocchio di Collodi, pi
conosciuta al mondo. Unopera che, ancor prima di essere data alle stampe, ha conosciuto
contraffazioni e rimaneggiamenti e che nei decenni e secoli a seguire ha sollecitato o determinato
repliche polemiche, rifacimenti satirici, plagi veri e propri, adattamenti anonimi, appropriazioni
pi o meno indebite, riscritture pi o meno integrali, edizioni censurate o manipolate, false
versioni e apocrifi, apologie, ma soprattutto condanne e reprimende dogni sorta, per ragioni
insieme religiose e politiche; sino a giungere, finalmente, ai giorni nostri, che hanno visto Il
Principe trasformarsi da testo di dottrina politica e da documento storico imprescindibile per
immergersi nei segreti dellepoca rinascimentale, in breviario, potenzialmente ad uso delle
masse, sul modo di conquistare e conservare potere, prestigio e influenza anche fuori dallambito
strettamente politico-statuale (Cfr. A. Campi, Introduzione a Il Principe di Niccol Machiavelli
ed il suo tempo, 15132013, Treccani, 2013, p. 3 ss.). Unopera unica, nel panorama dei testi che
hanno segnato in profondit la riflessione politico-sociale nellet cosiddetta moderna, quali,
giusto per fare qualche esempio, il Leviatano di Thomas Hobbes, la Scienza Nuova di
Giambattista Vico, il Contratto sociale di Jean Jacques Rousseau, la Ricchezza delle nazioni di
Adam Smith, il Capitale di Carl Marx; e questo, sia per il carattere quasi proverbiale che hanno
assunto certi passi o brani tra i pi noti del testo, anche se nessuno vi ha mai trovato scritto che
il fine giustifica i mezzi, sia per lobliqua fama che ha finito per riverberare sullo stesso
Autore.
Senza dubbio, ci che colpisce, nel caso del Principe, soprattutto la variet di interpretazioni
che ne sono state date. In quelle poche pagine, infatti, a seconda delle epoche e della sensibilit,
ma anche dei pregiudizi di chi lo leggeva, si visto in effetti di tutto: archeologia del potere,

condotta con tale precisione e libert di giudizio da poter offrire argomenti e suggerimenti pratici
sia ai potenziali tiranni sia ai difensori della libert e del governo popolare; testo fondante della
moderna scienza della politica, nel quale si spiega come si possano, attraverso luso della
ragione e attingendo agli insegnamenti della Storia, governare i conflitti e fondare ordinamenti
stabili; dissertazione disincantata sulla natura umana, sulle passioni e i sentimenti elementari che
in ogni epoca orientano le azioni individuali e collettive; composizione letteraria nel segno
dellempiet, della critica ai precetti della religione cristiana e del rifiuto di qualunque norma
morale; apologia della forza e dellinganno, che esprime il cinismo dellepoca in cui lopera fu
scritta; manifesto politico, che ha avuto la forza di anticipare le aspirazioni degli Italiani allunit
nazionale e statuale.
In ogni caso, il piccolo libro di Machiavelli ha gittato nellombra le altre sue opere, come
gi rilev Francesco De Sanctis, nella sua Storia della Letteratura Italiana (vol. II, Cav Antonio
Morano Editore, Napoli 1871, cap. XV), ed stato giudicato non nel suo valore logico e
scientifico, ma nel suo valore morale, cos che, per secoli, stato considerato il manuale di tutte
le nefandezze, di tutte le astuzie, di tutte le crudelt di cui sintesse la politica, intesa come
espressione non del diritto, ma della forza, non delletica, ma della sua sistematica violazione; il
codice, insomma, dei tiranni, che gli uomini liberi non possono non odiare. Giudicato, peraltro,
da questo libro lAutore, un uomo che aveva avuto un volto, che era stato parte attiva e importante
della politica fiorentina dal 1497 al 1512, e che, post res perditas, aveva scritto, insieme ad altre
cose, il libro del Principe, egli fu presto vittima di una leggenda che lo trasform in una maschera,
lo assunse a Idealtypus delluomo malvagio, maestro di trame e di inganni.
Giudicato, da subito, alla stregua di vero e proprio manuale del contrario di una filosofia
cristiana della politica e dello Stato, la condanna del Principe arriv puntuale e totale: le opere di
Machiavelli, gi nel 1559, furono poste allIndice dei libri proibiti; egli stesso, nel 1615, fu
bruciato in effige, a Ingolstadt, in Baviera, come uomo subdolo e astuto, ottimo artefice di
pensieri diabolici, collaboratore del demonio; i gesuiti combatterono una vera crociata
antimachiavelliana e non fu diversa laccoglienza prevenuta e ostile delle Chiese protestanti; per
tacere di Tommaso Campanella, pur cos poco ortodosso, e che, tuttavia, nellAtheismus
triumphatus (1630), pamphlet molto polemico contro lAutore del Principe e in difesa della
religione, la cui prima stesura, in italiano, dal significativo titolo Riconoscimento filosofico della
vera universale religione contro lanticristianesimo e il machiavellismo, data 1605, lo chiama
ateo e immorale.
Visto il lavoro svolto dalla chiesa cattolica per accusare di ateismo messer Niccol, non stupisce
che lAutore del Principe fosse ben presto divenuto lold Nick della commedia elisabettiana e che
la sua figura venisse accostata in modo naturale a Satana, come, ad esempio, in Machiavel and the
Devil (1613), di Robert Daborne (citata in Edward Stockton Meyer, Machiavelli and the
Elizabethan Drama, 1897, p. 129).
Neppure stupisce, daltra parte, che i protestanti inglesi fossero andati addirittura oltre,
associandone la figura a quella di un altro spauracchio: Ignazio di Loyola. Sono lampanti, infatti, i
paralleli riguardo i metodi per ottenere il dominio tra Machiavelli e la Compagnia di Ges,
differenti soltanto per la denominazione del fine ultimo: la potenza della nazione per Machiavelli,
la gloria di Dio per i gesuiti. Anche in questo caso gli esempi di deformazione dellimmagine del

fiorentino abbondano. Il pi gustoso la satira di John Donne, Ignatius his Conclave (1611), in
cui il Sommo immagina di sognare gli appartamenti di Lucifero, dove, nel pi interno di essi,
siedono costui e i suoi eletti; Loyola, che ne il braccio destro, fa in modo che solo i gesuiti
riescano a passare lesame di nefandezza necessario per esservi ammessi: dopo che Copernico e
Paracelso vengono bocciati si presenta Machiavelli; questi tenta, dapprincipio, di attaccare
Loyola, ma vedendo che Lucifero approva ogni parola di Ignazio cambia strategia e prende ad
adularlo per incorrere nel suo favore e per instillare in Lucifero il dubbio che Loyola stia
diventando troppo potente; si prende, dunque, il merito di aver insegnato ai gesuiti larte di
equivocare e di esser sempre stato a favore della spargimento di sangue e delluccisione dei
regnanti; Lucifero, molto colpito dalle parole di Machaivelli, vorrebbe farlo entrare anche per
contrapporlo a Loyola come contravveleno, ma Loyola, pi furbo del diavolo, capisce le sue
intenzioni e si lancia in un discorso di cinquanta pagine, nelle quali dimostra che Machiavelli
sempre si oppose al papato, visto dai protestanti come il regno dellanticristo, e come, pur
insegnando a mentire e tradire, lo fece in modo tanto malaccorto da essere scoperto e avversato
da tutti; al contrario i gesuiti con la dottrina della riserva mentale si erano intrufolati in ogni dove
senza destar sospetti; Machiavelli, insomma, non aveva inventato niente di nuovo, dato che le sue
idee si trovano gi in Platone e nei padri della Chiesa; sotto la furia di questo attacco, il povero
Machiavelli sparisce.
La tesi di Gennaro Sasso, allorch sostiene non essere stato senza ragione che Niccol
Machiavelli fosse assai pi noto che conosciuto, non essendo dato di vedere a che scopo ci si
sarebbe dovuti interessare alla ricostruzione della vita di uno che era presto stato trasformato
nella maschera tragica e grottesca di un figlio del demonio, venuto al mondo per riempire le menti
di sogni delittuosi e per demolire dalle fondamenta la Chiesa di Cristo (Presentazione al citato
volume collettaneo Il Principe di Niccol Machiavelli e il suo tempo 1513 2013), pu, dunque,
essere condivisa. A patto, tuttavia, di non ascrivere la leggenda nera che ne oscur limmagine
soltanto allinterdizione del suo nome messa in atto per secoli dalla Chiesa cattolica. Ulteriore
ragione, tuttaltro che trascurabile, del perch, a misura che la fama di Niccol Machiavelli si
spandeva per il mondo, e le edizioni delle sue opere si moltiplicavano, il suo pensiero subisse le
pi gravi deformazioni e la conoscenza stessa della sua vita decadeva ai pi bassi livelli, ce la
offrono le incisive notazioni di Francesco De Sanctis, nellincipit del capitolo XV della sua
Storia della Letteratura Italiana:
Niccol Machiavelli, ne suoi tratti apparenti, una fisonomia essenzialmente fiorentina ed ha
molta somiglianza con Lorenzo de Medici. Era un piacevolone, che si spassava ben volentieri tra
le confraternite e le liete brigate, verseggiando e motteggiando, con quello spirito arguto e
beffardo che vedi nel Boccaccio e nel Sacchetti e nel Pulci e in Lorenzo e nel Berni. Poco agiato
de beni della fortuna, nel corso ordinario delle cose sarebbe riuscito un letterato fra tanti
stipendiati a Roma, o a Firenze, e dello stesso stampo. Ma caduti i Medici, ristaurata la
repubblica e nominato segretario, ebbe parte principalissima nelle pubbliche faccende, esercit
molte legazioni in Italia e fuori, acquistando esperienza degli uomini e delle cose, e si affezion
alla repubblica, per la quale non gli parve assai di sostenere la tortura, poi che tornarono i
Medici. In quegli uffici e in quelle lotte si rafferm la sua tempra e si form il suo spirito. Tolto
alle pubbliche faccende, nel suo ozio di San Casciano medit su fati dellantica Roma e sulle

sorti di Firenze, anzi dItalia. Ebbe chiarissimo il concetto che lItalia non potesse mantenere la
sua indipendenza, se non fosse unita tutta o gran parte sotto un solo principe. E sper che casa
Medici, potente a Roma e a Firenze, volesse pigliare limpresa. Sper pure che volesse accettare
i suoi servigi, e trarlo di ozio e di miseria. Allultimo, poco e male adoperato da Medici, fin la
vita tristamente, lasciando non altra eredit a figliuoli che il nome. Di lui fu scritto: Tanto
nomini nullum par elogium.
Da buon fiorentino, Niccol Machiavelli pensava, insomma, anche alla libert repubblicana, cos
radicata nelle citt dellItalia comunale, e in specie a Firenze, tanto da vagheggiare il suo
Principe, soprattutto per unazione volta a sottrarre lItalia al destino di soggezione agli stranieri
a cui la condannavano le sue divisioni. E non c chi non veda come n lidea repubblicana n
quella italiana potessero avere fortuna nellItalia dellassolutismo e del predominio spagnolo.
Sia pure nel modo pi paradossale, Machiavelli continu, non di meno, a essere meditato in
quella Italia: magari solo per condannarle aspramente, le sue tesi continuarono a essere esposte e
discusse, senza, peraltro, che mancasse qualche eccezione. il caso, ad esempio, di Traiano
Boccalini, intellettuale spregiudicato e nemico del dogmatismo tipico della Controriforma, il
quale, oltre a difendere Tacito in quanto maestro dei meccanismi di potere, diede del Principe di
Machiavelli uninterpretazione repubblicana: lo scrittore fiorentino, a suo avviso avrebbe voluto
denunciare al popolo, seppur in modo indiretto, e dunque smascherare i metodi politici,
considerati crudeli e immorali, usati dai principi italiani. Uninterpretazione, questa, che giunse
fino ai Sepolcri di Ugo Foscolo, che avrebbe definito Machiavelli: quel grande che, temprando lo
scettro ai regnatori, gli allor ne sfronda ed alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue.
La rivendicazione alla storia della biografia di Niccol Machiavelli avvenne, comunque, non
prima che tre secoli fossero trascorsi dalla sua morte, per merito di storici che, quando lItalia,
fra il 1860 e il 1870 era divenuta uno Stato unitario, simpegnarono nel narrare la sua vita e
nellillustrare il suo pensiero con spirito di obiettivit, ponendolo in relazione ai tempi nei quali
visse, come Gaspar Amico (La Vita di Niccol Machiavelli, commentari storico-critici sulla vita
pubblica e privata, sui tempi e sugli scritti del segretario fiorentino, corredati di documenti editi
ed inediti, per Gaspar Amico, G. Civelli, 1875); Francesco Nitti (Machiavelli nella vita e nelle
dottrine studiato da Francesco Nitti: Con lajuto di documenti e carteggi inediti, Detken &
Rocholi, 1876); Pasquale Villari (Niccol Machiavelli e i suoi tempi, 3 volumi, U. Hoepli, 18771882) e Oreste Tommasini (La vita e gli scritti di Niccol Machiavelli nella loro relazione col
machiavellismo, E. Loescher, 1893). Moltissime, per, anche in questo periodo, furono le
eccezioni: per la coscienza cattolica del Paese, Machiavelli restava un personaggio pericoloso,
un nemico della religione cristiana, un teorico del paganesimo politico: salvo che, anche in
questo campo, presso i migliori, la grandezza del suo pensiero simponeva, dando luogo a
situazioni singolari.
Per limitarsi a citare un documento di alta letteratura, nei Promessi sposi, don Ferrante, esperto
conoscitore qual era della Ragion di Stato e dei suoi teorici seicenteschi, definiva Machiavelli
mariuolo s, ma profondo. Alessandro Manzoni, che conosceva bene il pensatore fiorentino,
delle cui pagine si era servito quando aveva scritto, in margine allAdelchi, il Discorso sulla
storia dei Longobardi in Italia, era troppo intelligente per non apprezzarne la profondit, pertanto
non un caso che il suo personaggio giudichi messer Niccol profondo, l dove egli stesso

reputava Giovanni Botero galantuomo bens, ma acuto. questo, piuttosto, il segno che anche
in lui Machiavelli suscitava inquietudini. Insomma, pur riconoscendone lingegno, nella Morale
cattolica aveva, nel suo nome, criticato coloro che fondano la moralit sullutile.
Nel secolo del patrio Risorgimento, nel tentativo dimpedire che simponesse in primo piano e
turbasse il quadro quella che Francesco De Sanctis aveva chiamata la sua brutta esteriorit, e
cio le crude sentenze che sincontrano nei suoi scritti, si tent di accreditare Niccol
Machiavelli come il profeta dellunit nazionale, il precursore degli uomini del Risorgimento e
del loro pensiero. Mediante un simile espediente, si evitava il contatto con linquietante quadro
dei suoi pensieri e si consent alla sua statua di essere collocata e mantenuta nel Pantheon dei
grandi Italiani. Niccol Machiavelli, infatti, non fu n il profeta dellunit dItalia quale si
realizz alla fine del XIX secolo; n fu, nella sua realt storica, un precursore degli uomini del
Risorgimento.
A tal riguardo, ancora una volta, ci conforta Francesco De Sanctis, il quale, dopo aver rilevato
che LItalia nellutopia dantesca il giardino dellimpero, mentre nellutopia del
Machiavelli la patria, nazione autonoma e indipendente, sottolinea:
La patria del Machiavelli una divinit, superiore anche alla moralit e alla legge. A quel
modo che il Dio degli ascetici assorbiva in s lindividuo, e in nome di Dio glinquisitori
bruciavano gli eretici; per la patria tutto era lecito, e le azioni, che nella vita privata sono delitti,
diventavano magnanime nella vita pubblica. Ragion di Stato e salute pubblica erano le
formole volgari, nelle quali si esprimeva questo dritto della patria, superiore ad ogni dritto. La
divinit era scesa di cielo in terra e si chiamava la patria, ed era non meno terribile. La sua
volont e il suo interesse era suprema lex. Era sempre lindividuo assorbito nellessere
collettivo. E quando questo essere collettivo era assorbito a sua volta nella volont di un solo o
di pochi, avevi la servit. Libert era la partecipazione pi o meno larga de cittadini alla cosa
pubblica. I dritti delluomo non entravano ancora nel codice della libert. Luomo non era un
essere autonomo, e di fine a se stesso: era listrumento della patria, o ci che peggio, dello
Stato: parola generica, sotto la quale si comprendeva ogni specie di governo, anche il dispotico,
fondato sullarbitrio di un solo. Patria era dove tutti concorrevano pi o meno al governo, e se
tutti ubbidivano, tutti comandavano: ci che dicevasi repubblica. E dicevasi principato, dove
uno comandava e tutti ubbidivano. Ma, repubblica o principato, patria o Stato, il concetto era
sempre lindividuo assorbito nella societ, o, come fu detto poi, lonnipotenza dello Stato.
Limpressione che si ha oggi che londa dei pregiudizi verso Niccol Machiavelli e verso il suo
Principe sia ritornata a farsi impetuosa, perch le cose nel nostro Paese hanno da tempo preso un
indirizzo che giustifica chi lo dipinge come abitato non da cittadini virtuosi, ma da sudditi della
doppiezza e dellastuzia. E non sembra possa escludersi che, al riguardo, sia allopera qualcosa
di pi profondo, che certamente concerne Machiavelli, ma, allo stesso tempo, coinvolge il
rapporto che, da anni, gli Italiani non intrattengono con la loro storia. Un rapporto reso da sempre
problematico dallessere lItalia ununit letteraria pensata allinterno di realt politiche
particolari, che con quella non potevano coincidere adeguando a essa, assunta perci come
unidea, non pi letteraria ma politica, la propria particolarit (Gennaro Sasso, Op. cit.).
questo un rapporto restato problematico anche dopo il conseguimento dellunit nazionale a
causa della persistenza di caratteri che erano insieme ancora particolari, per un verso, e

astrattamente universali, come, per lappunto, la Chiesa cattolica e la sua dottrina, per un altro.
Problematicit accentuatasi a tal punto in questi nostri anni di decadenza politica e morale da aver
perduto la sua natura stessa di rapporto, quasi che gli Italiani non abbiano pi un passato al quale
rivolgere domande per ottenere risposte e dare a se stessi un orientamento.

Indice dei nomi


A
Abbatino Maurizio
Acciarito Pietro
Adami Pietro Antonio
Adelchi
Agca Al
Alasia Walter
Albanese Gioacchino
Albano Giuseppe
Albertario don Davide
Alberti Gerlando
Aleandri Paolo
Alemi Carlo
Aliz
Alfano Angelino
Alibrandi Alessandro
Allegra Antonino
Almerighi Mario
Altieri Alberigo
Alvisi (relazione)
Amaldini Michel
Amato Mario
Ambrosoli Giorgio
Ammaturo Umberto (clan) Andreotti Giulio
Anelli Luigi
Anfuso Filippo
Aniasi Aldo
Annibaldi Fausto
Antonelli Giacomo
AntonovOvssenko Volodymir Oleksandrovyc
Arafat Yasser
Arcangeli Giorgio
Arne Emmanuel
Aric William Joseph
Ariosto Ludovico
Arnesano Maurizio
Arpinati Leandro
Astengo Carlo
AZumaher Abd El Osama

B
Badalamenti Gaetano
Badoglio Pietro
Baffi Paolo
Bagarella Antonietta
Bagarella Leoluca
Baihaut Charles
Bakunin Michail
Balbo Italo
Baldassarri Gianluca
Baldesi Massimo
Baldesi Renzo
Balduino Domenico
Balzerani Barbara
Bandiera (fratelli)
Barrese Orazio
Bartolotta Fara
Bartolotta Felicia
Bastogi Pietro
Batacchi Cesare
Battaini Sigfrido
Battisti Cesare
Baudelaire Charles
Bava Beccaris Fiorenzo
Bei Francesco
Bellavista Girolamo
Belmonte Adalberto
Belmonte Giuseppe
Belof Max
Belsito Pasquale
Bencivenga Roberto
Bentivegna Rosario
Berardi Rosario
Bergamelli Albert
Berlinguer Enrico
Berlusconi Silvio
Bernasconi Giorgio
Berneri Camillo
Berni Francesco
Bersani Pierluigi
Bertani Agostino

Bertuzzi Irnerio
Berzin Ivan Antonovic
Biagi Enzo
Biancheri Giuseppe
Birindelli Massimo
Bisaglia Antonio
Bixio Nino
Blair Tony
Bo Giorgio
Bobbio Norberto
Boccaccio Giovanni
Boccalini Traiano
Boccardo Gerolamo
Bocchini Arturo
Boldrini Marcello
Bombacci Nicola
Bompressi Ovidio
Bonaccorsi Arconovaldo
Bonanno Joseph
Bondi Giulia
Bonmartini Francesco
Bonomi Ivanoe
Bontade Stefano
Booth Luce Clare
Borghese Junio Valerio
Borgnini Giuseppe
Borkenau Franz
Bosco Giacinto
Bosso Luigi
Botero Giovanni
Botticelli Mario
Bovone Domenico
Brecht Bertolt
Bresci Gaetano
Bricchetti Renato
Broue Pierre
Bruno Giordano
Brusca (i)
Brusco Carlo
Bulgari Giovanni
Buscetta Tommaso
C

Caballero Largo Francisco


Cadorna Luigi
Cagliostro (Balsamo Alessandro)
Cairoli Benedetto
Calabresi Luigi
Calderone Antonino
Calia Vincenzo
Calore Sergio
Calvi Guido
Calvi Roberto
Cambareri Giuseppe
Cambray Digny Luigi Guglielmo
Campanella Tommaso
Campesino el (Gonzales Valentino)
Campi Alessandro
Campinoti Andrea
Canale Carmelo
Cancello Mario
Cannizzaro Pietro
Cantelli Gerolamo
Capello Luigi
Caponnetto Antonino
Carabelli Conversi Lucilla
Carbone Bruno
Carbone Luigi
Carboni Flavio
Carboni Giacomo
Carcano Paolo
Carducci Giosu
Carnet Sadi
Carollo Giusepp
Carraro Maria Fiorella
Carrillo Santiago
Caruso Giuseppe
Caruso (perito legale)
Caruso Carmelo
Caruso Pietro
Casalegno Carlo
Casardi Ferdinando
Casaroli Agostino
Casarrubea Giuseppe

Casati Stampa (marchesi)


Casella Cesare
Caserio Sante
Casillo Enzo (o Nirone)
Casini Pier Ferdinando
Cassani Angelo (Ciletto)
Cassella Gennaro
Castro Fidel
Cattaneo Carlo
Cavallaro Roberto
Cavallero (banda)
Cavallini Gilberto
Cavallo Luigi
Cavallotti Felice
Cavataio Michele
Cavour Camillo Benso conte di
Cazzaniga Vincenzo
Cazzullo Aldo
Ceccarelli Aristide
Cefis Eugenio
Celeste (i)
Celeste Salvatore
Cerboni Gianfranco (Giggetto)
Cereghino Mario J
Cervi Alcide
Cesare Giulio
Cesarini Sforza Marco
Cheli Luigi
Chiacchierini Claudio
Chichiarelli Antonio Giuseppe
Chinnici Rocco
Cialdini Enrico
Ciancimino Vito
Ciano Galeazzo
Cicciotti Ettore
Cigna (Dc)
Ciotta Giuseppe
Cirillo Ciro
Ciuni Candido
Ciuni (vedova)
Civelli G
Clemenceau Georges

Clinton Bill
Codovilla Victorio
Cogliandro Demetrio
Colajanni Napoleone
Collodi Carlo
Comboni Costantino
Concato Leone
Concutelli Pierluigi
Conigliaro Girolamo
Conti Davide
Contreras Carlos
Copernico Niccol
Coppola Frank
Cordero Franco
Correnti Cesare
Cortellessa Ippolito
Corvisieri Silverio
Cossiga Francesco
Costa Andrea
Costa (industriale)
Costantini Savio
Cottafavi Luigi
Cotugno Antonio
Craxi Bettino
Criscuolo Giorgio
Crispi Francesco
Crispi Lina
Croce Benedetto
Croce Fulvio
Cuccia Enrico
Cuciniello Vincenzo
Cuomo Mario
Curatola Pasquale
Curcio Renato
Cutolo Raffaele
D
Daborne Robert
DAccardi Vincenzo
DAgostino Emanuele
DAlessandro Luigi
DAlessandro Vincenzo

Dalla Chiesa Carlo Alberto


DAmato Federico Umberto
DAmico Pasquale
Danesi Alfredo
DAngelo Giuseppe
DAnnunzio Gabriele
DAzeglio Massimo
De Angeli Ernesto
De Cinti Giancarlo
De Condorcet Nicolas
De Felice Fabio
De Freycinet Charles
De Gasperi Alcide
De Gregorio Concita
Delahante Gustave
Delahaye Jules
Del Carpio Ideale
De Lesseps Ferdinand
DElia Gianni
Delle Chiaie Stefano
De Lorenzo Giovanni
De Marinis Enrico
De Martino Francesco
De Matteo Giovanni
De Mauro Mauro
De Medici Lorenzo
De Molinari Gustave
De Pasquale Pancrazio
De Pedis Enrico
Depretis Agostino
De Reinach Jacques
Droulde Paul
De Sanctis Francesco
De Santis Laudavino
De Tomasi Giuseppe
De Viti De Marco Antonio
De Zerbi Rocco
Diana Bernardo
Diaz Jos
Di Cagno Vito Antonio
Di Carlo Francesco
Di Cristina Giuseppe

Di Maria Gregorio (casa)


Dimitrov Georgi
Di Napoli Michelangelo
Diotallevi Ernesto
Di Pasquale (Avv)
Di Peri Giovanni
Di Pisa Calcedonio
Di Rudin Antonio Starabba
Di Stefano Paolo
Di Stefano Michelangelo
Di Vittorio Giuseppe
Don Giovannino
Donatelli Carmine
Donne John
DOrtenzi Alessandro (Zanzarone)
Dosi Giuseppe
Doto Joe (Joe Adonis)
Dotti Roberto
DOvidio Giancarlo
Draghi Mario
Duggan Christopher J
Dugu de La Faconnerie
Dumini Amerigo
E
Eiffel Gustave
Emanuele Santo
Era Renato
Eschilo
Esposito Antonio
Esposito Bruno
Eula Lorenzo
Evangelista Francesco
F
Fachinelli Elvio
Falchi Romano
Falcone Giovanni
Falde Nicola
Fanfani Amintore
Fanti Valentino
Faranda Adriana

Farinacci Roberto
Farini Luigi Carlo
Farini Domenico
Fasanella Giovanni
Fausto e Iaio (Tinelli Fausto)
Fedeli Nazareno
Federzoni Luigi
Felicetta (Impastato)
Feltrinelli Giangiacomo
Ferdinando II
Ferracuti Franco
Ferrara Marcella
Ferrara Maurizio
Ferrari Aggradi Mario
Ferrari Giuseppe
Ferreri Salvatore
Ferrero Guglielmo
Ferri Mauro
Ferrucci Alessandro
Filippani Ronconi Pio
Filippello Matteo
Filliol Jean
Fioravanti Valerio
Fiorillo Ciro
Firrao Donato
Flamigni Sergio
Floquet Charles
Folli Stefano
Fontana Giuseppe
Forlani Arnaldo
Fortis Leone
Foscolo Ugo
Fouch Joseph
Fouquier Henry
Franceschini Alberto
Francesco II
Francese Mario
Franco Francisco
Frattini Davide
Frezzi Romeo
Fumagalli Carlo
G

Gaikins Jacob
Gaj Tach Stefano
Galantara Gabriele
Galante Carmine
Galli Giorgio
Galli Guido
Gallo Franco
Ganci Raffaele
Gangemi Francesco
Ganz Menachem
Garassini Lorenzo
Garibaldi Giuseppe
Garofalo Piero
Garrone Riccardo
Garufi Pancrazio
Gaspar Amico
Gatto Vincenzo
Gava Antonio
Gavazzi Ludovico
Gelli Licio
Genovese Vito
Geroe
Gheddafi Muammar
Giacalone Diego
Giaconia Stefano
Giacumbi Nicola
Giambarresi Calogero
Giannettini Guido
Giannuli Aldo
Gianturco Emanuele
Giardili Alvaro
Gibson Violetta
Giliberti Biagio
Giolitti Enrichetta
Giolitti Gina
Giolitti Giovanni
Giordano Bruno
Giovanni Paolo II (Wojtyla)
Giovannino (don)
Giovannone Stefano
Giugni Gino

Giuliano Boris
Giuliano Salvatore
Giuseppucci Franco
Giussani don Luigi
Giustiniani Pier Candiano
Glori Cesaremaria
Goethe Johann Wolfgang
Gomez Paulino
Gonella Guido
Gonzles Pena
Gorkin Julin
Gorrieri Ermanno
Gotor Miguel
Granata Giuliano
Grandi Dino
Gramsci Antonio
Graziani Rodolfo
Grazioli Lante della Rovere Massimiliano
Greco Adolfo
Greco Michele
Greco Salvatore (Ciaschiteddu)
Greco Salvatore (Tot il lungo)
Grieco Ruggero
Grvy Albert
Grillo Beppe
Grimaldi Bernardino
Gronchi Giovanni
Guastini Enrico
Guerrini Olindo
Guida Marcello
Gulizzi Rosolino
Gunnella Aristide
Guzzi Rodolfo
H
Habbash George
Haussman Georges Eugne
Henderson (col usa)
Henke Eugenio
Hennequin (console)
Henry mile
Hernndez Jess

Herz Cornelius
Hitler Adolf
Hobbes Thomas
Hobsbawm Eric J
Hood Robin
Hugh Thomas
Humbert (famiglia)
I
Iacolare Corrado
Iaio e Fausto
Impastato Giovanni
Impastato Luigi
Impastato Peppino
Imposimato Ferdinando
Incandela Angelo
Iannucci Lorenzo (Fausto e Iaio)
Inzerillo Salvatore
Iotti Nilde
Ippolito Felice
Istria Serra Maria
J
Jakubiez Frnand
Jalloud Abdel Salam
K
Kamenev Lev
Kappler Herbert
Kennedy David M
Kennedy John F
King (colonnello)
Kissinger Henry
Kleber Emil
Koch banda
Koch Pietro
Koltzov Mikhail
Kropotkin Petr Alekseevic
KrumHeller Arnold
L
La Barbera Angelo

La Barbera Salvatore
Labriola Antonio
Labriola Arturo
Labruna Antonio
Laghi Pio
Lahderi Azzedine
Lama Luciano
La Malfa Ugo
La Marmora Alfonso
Lanti Michele
Lanza Giovanni
Laschi Rodolfo
Lazzaroni Cesare
Leandri Antonio
Lecs Matteo
Lemmi Adriano
Lenz Reinhold
Leone Giovanni
Leonforte Emanuele
Leosini Franca
Leto Guido
Letta Enrico
Levra Umberto
Liborio (necroforo)
Li Causi Girolamo
Liebknecht Karl
Liggio Luciano
Lima Salvo
Limiti Stefania
Litta (duchessa)
Lobbia Cristiano
Lo Cicero Ferdinando
Lo Grasso Gaetano
Lollobrigida Maria Teresa
Lombardi Riccardo
Lombardo Turi
Lombroso Cesare
Longhi Silvio
Longo Luigi
Loubet mile
Loyola Ignazio
Luca Ugo

Lucetti Gino
Luciani Alcide
Luciano Lucky
Luxemberg Rosa
Luzzati Luigi
M
Macbeth
Macchiarella Pietro
Macchiavelli Niccol
Macmillan Harold
Macola Ferruccio
Madonia Francesco
Maestrello Silvano
Magistro
Magnard Francis
Magnoni Pier Sandro
Malatesta Errico
Malenotti Maleno
Maletti Gianadelio
Manca Bachisio
Mancini Pasquale Stanislao
Mancino Antonio
Mancino Michele
Mancino Rosario
Mangia Rocco
Mantegazza Paolo
Mantica Fabio
Manzella Cesare
Manzoni Alessandro
Mao Tsetung
Marazzita Nino
Marchesano Giuseppe
Marcinkus Paul
Marcora Giovanni
Marcora Giuseppe
Maresca Marina
Margherita di Savoia
Maria di Woyzech
Marino Leonardo
Mario (e Pierluigi)
Mariotti (industriale)

Marotta Giuseppe
Martirano Dino
Martorana Gaetano
Marty Andr
Martynov Leonid
Marx Carl
Martucci Pierpaolo
Masini Angelo
Massimi Marco Mario
Matarazzo Giovanna
Mattarella Bernardo
Mattarella Piersanti
Mattei Enrico
Matteotti Giacomo
Mattioli Raffaele
Mazzei Luigi
Mazzini Giuseppe
Mazzola Ugo
Mazzotta Maurizio
McHale William
Medina Luis
Mei Abelardo
Menabrea Luigi
Meneguzzi Mario
Merlino Francesco Saverio
Merzagora Cesare
Mesina Graziano
Messana Ettore
Metternich von Clemens
Micalizio Giacomo
Miceli Vito
Milano Agesilao
Milosevic Slobodan
Minardi Sabrina
Minervini Girolamo
Minghelli Gian Antonio
Minghetti Marco
Mino Enrico
Miraglia Accursio
Mola Aldo
Mondo Lorenzo
Monicelli Mario

Montanelli Indro
Montesi Wilma
Monti Mario
Montmasson Rosalia
Morabito Saverio
Morano Antonio
Mordini Antonino
Moretti Mario
Mori Cesare
Moro Aldo
Moro Eleonora
Morselli Enrico
Morucci Valerio
Moussa Salem
Murri Augusto
Murri Teodolinda
Murri Tullio
Mussolini Benito
Musumeci Pietro
Mutti Claudio
N
Naldi Pio
Napoleone III
Napoli Franco
Napolitano Giorgio
Nardi Gianni
Natoli Salvatore
Navale Roberto
Negri Giovanni
Negrin Juan
Nenni Pietro
Neri Bartolomeo
Neri Matteo
Nievo Ippolito
Nievo Stanislao
Nin Andrs
Nino Nanco
Nitti Francesco
Niutta Ugo
Nixon Richard
Noske Gustav

Noseda (magistrato)
Notarbartolo Emanuele
Notarnicola Sante
Novelli Diego
Nuzzo Nicola
O
Oberdan Guglielmo
Occhetto Achille
Occorsio Vittorio
Oddi Silvio
Ofelia
Ognibene Roberto
Omero
Orlandi Emanuela
Orlandi Ercole
Orlandi (famiglia)
Orlov A
Orr Lois
Orsi Giuseppe
Orsini Felice
Orsolini Pietro
Ortolani Amedeo
Ortolani Roberto
Ortolani Umberto
Osmani Guelfo
Osteria Luca
Ostini Marzio
Ottaviani Alfredo
P
Paganuzzi Giovanni Battista
Palatucci Giovanni
Palazzolo Salvatore
Palazzolo Vito
Palizzolo Raffaele
Pallante Antonio
Pannella Marco
Pansa Giampaolo
Pantaleoni Maffeo
Pant Giuseppe
Paolo III

Paolo VI
Paracelso
Pariglia (generale)
Parri Ferruccio
Pascoli Giovanni
Pasolini Pier Paolo
Passannante Giovanni
Pastore Giulio
Pavolini Alessandro
Pazienza Francesco
Peci Patrizio
Peci Roberto
Pecorelli Carmine
Pellegrino Giovanni
Pellicani Emilio
Pelloux Luigi
Pelosi Giuseppe
Pelosi Nancy
Perfetti Francesco
Perondi Ettore
Pertini Sandro
Peruzy (questore)
Pes Peppino
Ptain Philippe
Petito (carcerato)
Philip Padre
Piccioni Attilio
Piccoli Flaminio
Picone Giusto
Pierluigi (Mario e)
Pietrostefani Giorgio
Pifano Daniele
Pinelli Giuseppe
Pio IX
Pironti Michele
Pisacane Carlo
Pisan Giorgio
Pisapia Giandomenico
Pisciotta Gaspare
Pivato Stefano
Pizzi Antonio
Platone

Podrecca Guido
Pol Pot
Poletti Charles
Pollio Alberto
Pomarici Ferdinando
Pomicino Cirino Paolo
Ponza di Sanmartino Gustavo
Ponzi Ilario Mario
Pope Generoso
Preston Paul
Preti Luigi
Priebke Erich
Prieto Indalecio
Priore Rosario
Procaccianti (perito legale)
Prodi Romano
Proudhon PierreJoseph
Proust Antonin
Provenzano Bernardo
Pulci Luigi
Q
QuartierdAlcantara Francisco
R
Rajk Lszl
Rancilio Augusto
Ranelletti Oreste
Rattazzi Umberto
Rauti Pino
Rega Lopez
Re Giovan Battista
Renault Lon
Riboldi Ezio
Riboli Emanuele
Ricasoli Bettino
Riina Tot
RioloMatranga (i)
Rizzoli Angelo
Roatta Mario
Robotti Paolo
Rocca Renzo

Rocco Alfredo
Roche Jules
Rognoni Virginio
Romano (i)
Romano Santi
Romussi Carlo
Roncaglia Aurelio
Ronchi Mario
Rosenberg Marcel
Rosi Francesco
Rossano Pietro
Rosselli Carlo
Rosselli Nello
Rossi David
Rothschild (i)
Rousseau Jean Jacques
Rouvier Maurice
Ruffo Guglielmo
Russo Giuseppe
Russo Raffaele
S
Sacchetiello Agostino
Sacchetti Franco
Sacchi Ettore
Said Salem
Salamone Francesco
Salerno Giovanni
Salvarezza Umberto
Salvini Lino
Salvemini Gaetano
Salvemini de Castillon Frdric
Salvotti Albino
Sammarco Giuseppe
Samor Antonio
Sansa Adriano
Santafiora (duchessa)
Santiapichi Severino
Santino Umberto
Santovito Giuseppe
Saracco Giuseppe
Saragat Giuseppe

Sasso Gennaro
Savi Ercole
Sbardellotto Pellegrino Angelo
Scaglione Pietro
Scalfari Eugenio
Scaroni Paolo
Scelba Mario
Schiavone (banda)
Schucht Tania
Schirru Michele
Sciascia Leonardo
Secchia Pietro
Secchi Carlo
Segni Antonio
Selis Nicolino
Sella Quintino
Semerari Aldo
Senzani Giovanni
Serravalle Paolo
Sharif Bassam Abu
Sidney Sonnino Costantino
Signorelli Paolo
Silvestrini Achille
Simioni Corrado
Sindona Michele
Siri Giuseppe
Slnsky Rudolf
Smith Adam
Sofri Adriano
Sogno Edgardo
Sorce Vincenzo
Spataro Giuseppe
Spiazzi Amos
Spina Raffaele
Spinelli Barbara
Spinozzi Arcadio
Spriano Paolo
Stajano Corrado
Stalin Iosif
Stassova Elena
Stecchetti Lorenzo
Steimetz Giorgio

Stella Gian Antonio


Stendhal
Stepanov Pavel
Stockton Meyer Edward
Straullu Antonio
Sturzo Luigi
Suardo Giacomo
Subranni Antonio
Sutherland Edwin
T
Tacito Publio Cornelio
Tambroni Fernando
Tamponi Giannello
Tanlongo Bernardo
Tassan Din Bruno
Tmime Emile
Tempera Gino
Terracini Umberto
Terrana (i)
Tesauro Giuseppe
Thvenet Franois
Tinelli Fausto (Fausto e Iaio)
Titta Adalberto
Togliatti Palmiro
Tognazzi Ugo
Tommasini Oreste
Torretta Pietro
Tortora (banda)
Totaro (banda)
Tresca Carlo
Treves Claudio
Tricoli Giuseppe
Tritoni Giuseppe
Troia (i)
Trotzki Lev
Turani Giuseppe
Turatello Francis
Turati Augusto
Turati Filippo
Turone Sergio
U

Umberto I
Umberto II
V
Vaillant Auguste
Valdoni Pietro
Valletta Vittorio
Valpreda Pietro
Valsecchi Athos
Varisco Antonio
Varone Antonio
Varone Francesco
Vassalli Sebastiano
Vella Alfonso
Verbano Valerio
Verdiani Ciro
Verzotto Graziano
Vico Giambattista
Vidali Vittorio
Viezzer Antonio
Vigni Antonio
Villa Tommaso
Villari Pasquale
Viola Basilio
Virt Sergio
Visco Ignazio
Vitale Provvidenza
Vittorio Emanuele II
Vittorio Emanuele III
W
Wahid Zuaitar Adel
Z
Zamboni Anteo
Zanardelli Giuseppe
Zaniboni Tito Zapatero Jos Luis R Zavoli Sergio
Zini Luigi
Zinoviev Grigorij
Zito (gli)
Zucca Padre