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L'Inferno: introduzione generale

il primo dei tre regni dell'Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del
viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un'immensa voragine a
forma di cono rovesciato, che si spalanca nell viscere della terra sotto la citt di
Gerusalemme, nell'emisfero settentrionale della Terra. Questa cavit sotterranea si
aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu
scaraventato al centro della Terra dove tuttora confitto; la terra si ritrasse per il
contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli
antipodi di Gerusalemme, nell'emisfero meridionale.
Sulla porta dell'Inferno c' una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia
a chi la attraversa le pene infernali e l'impossibilit di tornare indietro; la porta
scardinata e permette un facile accesso, ci in quanto Cristo trionfante dopo la
resurrezione la sfond per andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non
sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio
impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l'episodio della selva oscura.
L'Inferno diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la
parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati. C' un Vestibolo, detto
anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo diviso dall'Inferno vero
e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla
sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo (da lembo, ovvero orlo estremo
dell'abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo;
queste anime non sono n dannate n salve e non subiscono alcuna pena, tranne il
desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio una di esse).
Dopo il passaggio dell'Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del
II Cerchio e giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse
indica qual il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno
al corpo.
Topografia morale dell'Inferno
I Cerchi dal II al IX sono ripartiti in tre zone, dove sono puniti rispettivamente i
peccati di eccesso (II-VI), di violenza (VII), di frode (VIII-IX). Tale suddivisione tratta
dalla dottrina cristiana e da Aristotele, ed illustrata da Virgilio a Dante nel Canto XI
della Cantica. I peccati vanno dal meno grave al pi grave, con criterio opposto a
quello del Purgatorio.
I peccatori subiscono una pena detta del contrappasso, ovvero che ha un
rapporto simbolico di analogia o contrasto col peccato commesso: cos ad esempio i
lussuriosi sono trascinati da una bufera infernale, come in vita lo furono dalla
passione; gli indovini camminano con la testa rovesciata all'indietro, per aver voluto
vedere troppo avanti quand'erano vivi; i ladri hanno le mani legate dietro la schiena
da orribili serpenti, per averle usate malamente sulla Terra, e cos via. Non sempre il
contrappasso ha un significato chiaro e privo di ambiguit.

Molte zone dell'Inferno ospitano varie figure diaboliche, tratte dalla tradizione
biblico-cristiana e da quella classica. Questi demoni sono custodi di Cerchi o Gironi,
e spesso hanno un ruolo attivo nel tormentare le anime. Queste ultime (vale anche
per i penitenti del Purgatorio) sono dotate di un corpo umbratile, fatto cio d'aria,
che d loro un aspetto umano (Dante rappresenta i dannati come nudi, con aspetto
spesso stravolto) e permette di subire tormenti fisici, per volont divina
imperscrutabile.
Nei Cerchi dal II al V sono puniti i peccati di lussuria, gola, avarizia e prodigalit, ira.
Il VI Cerchio corrisponde alla citt di Dite, custodita da vari demoni e nella quale ci
sono gli eresiarchi, fra cui gli Epicurei ( molto discusso se questo peccato sia da
considerare di eccesso o di altra natura).
Il VII Cerchio diviso in tre gironi: violenti contro il prossimo (predoni e assassini),
contro se stessi (suicidi e scialacquatori), contro Dio (bestemmiatori, sodomiti e
usurai). Nel primo girone scorre un fiume infernale, il Flegetonte, nel secondo c'
una selva, nel terzo un sabbione reso infuocato da una pioggia di fiamme.
Tra VII e VIII Cerchio c' un alto burrato, un precipizio scosceso custodito dal
mostro Gerione. L'VIII Cerchio detto Malebolge e punisce i peccatori di frode
contro chi non si fida; diviso in dieci Bolge, ciascuna delle quali destinata a una
diversa schiera di peccatori.
Il IX Cerchio detto Cocito, fiume infernale ghiacciato dove sono puniti i peccatori di
frode contro chi non si fida, ovvero i traditori. Cocito diviso in quattro zone
concentriche, dette Caina (traditori dei parenti), Antenra (traditori della patria),
Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori). Al centro di
Cocito e della Terra Lucifero, confitto nel ghiaccio e descritto come un orrendo
mostro. Sbattendo le ali produce un vento gelido che forma il ghiaccio di Cocito. Uno
stretto budello sotterraneo, detto natural burella, collega il centro della Terra e il
fondo dell'Inferno alla spiaggia del Purgatorio, posto agli antipodi di Gerusalemme.
Ecco uno schema riassuntivo delle varie zone infernali, con i peccati puniti, le pene,
i demoni eventualmente presenti:
Vestibolo (Antinferno) - Ignavi, uomini che non si sono schierati dalla parte del bene
n del male. Corrono dietro un'insegna senza significato, punti da vespe e mosconi
(ci sono anche gli angeli neutrali, non schieratisi con Dio n con Lucifero)
I Cerchio (Limbo) - Pagani virtuosi, bambini non battezzati e spiriti magni. Non
subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di veder Dio.
II Cerchio (lussuriosi) - Sono trascinati da una violenta bufera infernale. Minosse
giudica i dannati ed custode del Cerchio.
III Cerchio (golosi) - Giacciono in un fango maleodorante, colpiti da una incessante
pioggia. Cerbero li rintrona coi suoi latrati e li graffia con gli artigli.
IV Cerchio (avari e prodighi) - Divisi in due opposte schiere, fanno rotolare enormi
macigni in direzioni opposte, finch cozzano gli uni contro gli altri. A questo punto si

rinfacciano rispettivamente la loro colpa, poi tornano indietro fino al punto opposto
del Cerchio.
Il demone Pluto (Plutone) custodisce il Cerchio, ma non partecipa alla loro pena.
V Cerchio (iracondi) - Sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che
circonda la citt infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni,
morsi (tranne gli accidiosi, ovvero gli iracondi amari e difficili che covarono il
risentimento e sono totalmente immersi nella palude).
Il demone Flegis il custode del Cerchio, funge da traghettatore delle anime alla
citt di Dite.
VI Cerchio (eresiarchi) - Giacciono in tombe di pietra infuocate, dentro la citt di Dite
che custodita da centinaia di diavoli. Tra di essi vi sono soprattutto i seguaci
dell'epicureismo, che affermavano la mortalit dell'anima.
VII Cerchio (violenti) - I Girone (violenti contro il prossimo): sono immersi nel
Flegetonte, fiume di sangue bollente, e sono tenuti a bada dai Centauri armati di
arco e frecce.
II Girone (suicidi e scialacquatori): i primi sono imprigionati dentro gli alberi della
selva e tormentati dalle Arpie; i secondi sono inseguiti da cagne nere che li
azzannano e sbranano.
III Girone (bestemmiatori, sodomiti, usurai): sono in un sabbione infuocato, sotto
una pioggia di fiammelle; i bestemmiatori sono sdraiati e immobili, i sodomiti
camminano, gli usurai restano seduti.
VIII Cerchio (Malebolge, peccatori di frode)
I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli
II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco
III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in gi, con le piante
dei piedi accese da fiammelle
IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all'indietro
V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati
armati di bastoni uncinati (Malebranche)
VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all'esterno
VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono
orribili metamorfosi
VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma
IX Bolgia (seminatori di discordie): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di
spada
X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si
addentano tra loro; quelli di monete sono tormentati dalla sete; quelli di parole sono
colpiti da febbre altissima
IX Cerchio (Cocito, traditori) - Sono imprigionati nel ghiaccio: i traditori dei parenti a
capo chino, quelli della patria fino a mezza faccia col capo eretto, quelli degli ospiti

col capo all'indietro (cos che le lacrime si ghiaccino e chiudano loro gli occhi), quelli
dei benefattori sono totalmente immersi nel ghiaccio.
Al centro di Cocito si trova Lucifero, che nelle tre bocche maciulla Bruto e Cassio
(traditori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).
Dante offre dell'Inferno una rappresentazione fisica, materiale, per rendere un'idea
efficace dei terribili castighi cui sono condannati i vari peccatori, e questo il
significato principale della sua discesa all'Inferno (come spiega lui stesso nella
famosa Epistola XIII a Cangrande Della Scala). Il viaggio ha per anche valore
allegorico, come il percorso di purificazione morale che ogni uomo deve compiere in
questa vita per liberarsi dal peccato, sotto la guida della ragione rappresentata da
Virgilio. In questo senso Dante compartecipa moralmente alla pena dei dannati,
provando per loro una piet che non va intesa genericamente come compassione,
ma come turbamento angoscioso che provoca in lui la presa di coscienza del
peccato punito e gli consente di superarlo.
Questo spiega le varie reazioni di Dante di fronte allo spettacolo della dannazione,
che possono essere di profondo turbamento (ad es. di fronte a Paolo e Francesca), di
ira e sdegno (verso i simoniaci), di disperazione (di fronte agli indovini). Talvolta
Dante si mostra cortese e benevolo verso i dannati, come nel caso di Brunetto
Latini, altre volte contribuisce egli stesso ad accrescere la loro pena, come nel caso
di alcuni traditori di Cocito. In ogni caso chiara e netta la condanna verso i
peccatori, conformemente alla giustizia divina, e sarebbe quindi assurdo
immaginare un Dante che protesta contro l'iniquit di talune pene (totalmente
errata, sotto questo aspetto, l'interpretazione dei critici romantici dell'episodio di
Paolo e Francesca).
Le figure diaboliche che tentano invano di impedire il fatale andare di Dante, voluto
da Dio in virt di un altissimo privilegio e perci ineluttabile, vanno interpretate
come allegoria di quegli impedimenti peccaminosi che frenano l'uomo nel
raggiungimento della felicit terrena, necessaria premessa per la salvezza eterna.
Non a caso sempre Virgilio, cio la ragione, ad aiutare Dante a superare questi
ostacoli, tranne nel caso dei diavoli della citt di Dite per i quali necessario
l'intervento del messo celeste.
I fiumi infernali
Nell'Inferno dantesco scorrono quattro fiumi, la cui origine descritta da Virgilio nel
finale del Canto XIV, dopo l'incontro con Capaneo. Secondo Virgilio, dentro il monte
Ida a Creta c' un vecchio gigantesco, con le spalle volte all'Oriente e il viso a
Roma, con la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre di rame, le gambe
e il piede sinistro di ferro, il piede destro (su cui si appoggia) di terracotta. A parte il
capo, tutto il suo corpo pieno di fessure da cui gocciolano le lacrime, che, forato il
terreno, scendono nell'Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito.
L'immagine tratta dal passo biblico (Daniele, II, 31-33) in cui re Nabucodonosor
sogna un vecchio identico, che qui probabilmente allegoria dell'Umanit decaduta
nel peccato dopo l'et dell'oro, cio l'Eden, e che successivamente scivolata nel
peccato. I due piedi di ferro e terracotta rappresentano forse l'Impero e la Chiesa.

L'Acheronte il primo fiume incontrato nella discesa, dopo il Vestibolo, e divide


questo luogo dall'Inferno vero e proprio. Caronte traghetta le anime dannate
sull'altra sponda con la sua barca.
Lo Stige sgorga dal IV Cerchio e discende nel V, dove si impaluda e forma una sorta
di acquitrino: qui sono immersi gli iracondi e la palude presidiata da Flegis, che
con la sua barca ha il compito di traghettare le anime verso la citt di Dite che lo
Stige circonda (ma forse il demone trasporta nella palude anche gli iracondi).
Il Flegetonte un fiume di sangue bollente, che scorre nel I Girone del VII Cerchio. Vi
sono immersi i violenti contro il prossimo, in misura maggiore o minore a seconda
del peccato commesso, e a sorvegliarli ci sono i Centauri, armati di arco e frecce.
Cocito l'ultimo fiume, che si trova nel IX Cerchio dei traditori. completamente
ghiacciato dal vento prodotto dalle ali di Lucifero, che confitto al centro di esso, ed
diviso nelle quattro zone di Caina, Antenra, Tolomea, Giudecca.
Nella natural burella che collega il fondo dell'Inferno alla spiaggia del Purgatorio,
descritto un corso d'acqua che i due poeti risalgono controcorrente e che scorre
quindi dal Purgatorio verso l'Inferno: generalmente interpretato come lo scarico
del Lete, che fa dimenticare tutti i peccati commessi dai Penitenti.

Inferno, Canto I
Argomento del Canto
Dante si smarrisce nella selva oscura. Incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa. Viene
soccorso da Virgilio, che lo guider in un viaggio attraverso Inferno e Purgatorio,
mentre Beatrice lo guider in Paradiso. Profezia del veltro.
la notte tra gioved 7 aprile (o 24 marzo) e venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Dante si smarrisce nella selva (1-30)
La notte del 7 aprile (o 24 marzo) dellanno 1300, dunque a trentacinque anni di
et, Dante si smarrisce in una selva oscura e intricata, impossibile da descrivere
tanto angosciosa. Lui stesso non sa dire come c finito, poich era pieno di sonno
quando ha perso la giusta strada: a un tratto per, mentre sta albeggiando, si
ritrova ai piedi di un colle, dalla cui vetta vede spuntare i primi raggi del sole.
Questo, oltre al fatto che primavera, gli rid speranza e lo spinge a tentare la
scalata del colle, dopo essersi riposato per qualche istante e aver ripensato al
pericolo appena corso (come un naufrago che guarda le acque in tempesta dalle
quali appena scampato). Il poeta inizia quindi a salire la china del colle, ma con
grande fatica e incertezza.
Compaiono le tre fiere (31-60)

Mentre sta salendo il colle, gli appare improvvisamente una lonza dal pelo
maculato, assai agile e snella, che lo spinge pi volte a tornare indietro. Allinizio
lora del mattino e la stagione mite gli danno speranza di poterne avere ragione, ma
subito dopo compare un leone, che gli viene incontro con fame rabbiosa e sembra
far tremare laria, e una lupa famelica, tanto magra da sembrare carica di ogni
bramosia. Questultima incute molta paura in Dante, che perde ogni conforto e
lentamente scende verso il basso, nella zona non illuminata dal sole.
Presentazione di Virgilio (61-90)
Dante sta tornando verso la selva, quando intravede una figura nella penombra,
appena visibile nella poca luce dellalba. Intimorito, supplica lo sconosciuto di avere
piet di lui e gli chiede se sia un uomo in carne ed ossa oppure lanima di un
defunto. Laltro risponde di non essere pi un uomo in vita, ma di avere avuto i
genitori lombardi e di essere originario di Mantova. Si presenta come Virgilio, il
poeta latino vissuto al tempo di Cesare e Augusto, ovvero durante il paganesimo, e
che ha cantato le gesta di Enea nel poema a lui dedicato. Virgilio rimprovera Dante
perch sta scivolando verso il male della selva, mentre dovrebbe scalare il colle che
principio di felicit. Dante risponde a sua volta con ammirazione, dicendo a Virgilio
che lui il pi grande poeta mai vissuto e dichiarando che il suo maestro e
modello di stile poetico. Si giustifica indicando la lupa come la bestia selvaggia che
gli sbarra la strada, pregando Virgilio di aiutarlo a superarla.
Profezia del veltro (91-111)
Virgilio riprende la parola spiegando a Dante che, se vuole salvarsi la vita, dovr
intraprendere un altro viaggio. Infatti la lupa animale particolarmente pericoloso e
malefico, incapace di soddisfare la propria fame, che uccide chiunque incontri.
Virgilio profetizza poi la venuta di un veltro, un cane da caccia che uccider la
lupa con molto dolore e la ricaccer nellInferno da dove uscita. Costui non sar
interessato alle ricchezze materiali ma ai beni spirituali, e la sua patria non sar
nessuna citt in particolare. Egli sar la salvezza dellItalia, per la quale gi altri
personaggi hanno dato la vita, come i troiani Eurialo e Niso, la regina dei Volsci
Camilla, il re dei Rutuli Turno, tutti cantati dallo stesso Virgilio nellEneide.
Il viaggio di Dante (112-136)
Virgilio conclude dicendo a Dante che dovr seguirlo in un viaggio che lo condurr
nei tre regni dellOltretomba: dapprima lo condurr attraverso lInferno, dove sentir
le grida disperate dei dannati; poi lo guider nel Purgatorio, dove vedr i penitenti
che sono contenti di espiare le loro colpe per essere ammessi in Paradiso. Qui, per,
non sar Virgilio a fargli da guida: egli non ha creduto nel Cristianesimo, quindi Dio
non pu ammetterlo nel regno dei Cieli. Sar unaltra anima, pi degna di lui, a
guidare Dante in Paradiso, ovvero Beatrice. Dante risponde a Virgilio pregandolo di
fargli da guida in questo viaggio, poich ansioso di vedere la porta di san Pietro e
le pene dei dannati. Virgilio inizia a muoversi e Dante lo segue.
Interpretazione complessiva

Il canto I dellInferno di introduzione allintero poema, presenta quindi la


situazione iniziale e spiega le ragioni del viaggio allegorico: Dante vi compare nella
duplice veste di personaggio reale, che in un determinato momento storico si
smarrisce in una selva (a met della sua vita, quindi nell'anno 1300 quando stava
per compiere 35 anni), e in quella di ogni uomo che in questa vita chiamato a
compiere un percorso di redenzione e purificazione morale per liberarsi dal peccato
e guadagnare la beatitudine. Sul piano allegorico, dunque, la selva rappresenta
proprio il peccato (essa infatti descritta come selvaggia e aspra e forte,
spaventosa al solo ricordo e poco meno amara della morte stessa), mentre su quello
letterale un luogo in cui chi compie un viaggio rischia realisticamente di smarrirsi
per essere uscito dalla diritta via, per cui i lettori del tempo di Dante potevano
trovare familiare un paesaggio simile (all'epoca le zone boscose erano assai estese
e selvatiche, come per esempio in Maremma: cfr. Inf., XIII, 7-9). Altrettanto realistici
gli altri elementi del paesaggio simbolico, a cominciare dal colle che
allegoricamente raffigura la via alla felicit terrena, cio al possesso delle virt
cardinali (fortezza, temperanza, prudenza e giustizia) per le quali la ragione umana
sufficiente, e che Dante tenta inutilmente di scalare vedendo sorgere il sole dietro
la sua vetta (esso rappresenta la via verso la salvezza, oltre all'ovvia considerazione
che il nuovo giorno dissipa le paure della notte e ridona al poeta nuova speranza).
Le tre fiere che sbarrano il passo al poeta e lo ricacciano verso la selva sono invece
le tre principali disposizioni peccaminose: la lonza la lussuria, il leone la
superbia, la lupa lavarizia-cupidigia, secondo una tradizione gi attestata dai
commentatori medievali, e anch'esse ovviamente rappresentano tre animali
selvaggi che non erano certo impossibili da incontrare in un effettivo viaggio
attraverso una foresta (tranne naturalmente il leone, ma nulla conferma che il
viaggio dantesco avvenga in Italia e d'altronde vari interpreti hanno ipotizzato che
questi luoghi si trovino in realt nei pressi di Gerusalemme, sotto la quale si
spalanca la voragine infernale). Pi pericolosa la lupa-avarizia, radice di tutti i mali
e per Dante causa prima del disordine politico e morale che regnava in Italia
allinizio del Trecento, di cui simbolo del resto anche la selva, mentre va ricordato
che in molti passi del poema egli si scaglia con forza contro la corruzione del mondo
politico ed ecclesiastico del suo tempo, causata principalmente proprio dall'avidit
di denaro. La lupa si rivela un ostacolo insuperabile e Dante lentamente scivola
nuovamente verso la selva, cio il peccato.
La seconda parte del Canto vede come protagonista Virgilio, che sar la prima guida
di Dante nel viaggio ultraterreno e che allegoria della ragione umana dei filosofi
antichi, guida sufficiente a condurre luomo al pieno possesso delle virt cardinali:
egli giunge in soccorso del poeta in modo inaspettato, come un'apparizione
spettrale, tanto che Dante gli chiede timoroso se sia ombra od omo certo. La
risposta del poeta latino una vera e propria prosopopea, un'elegante autopresentazione in cui Virgilio non fa direttamente il proprio nome (sar Dante a
citarlo al termine delle sue parole) e si manifesta come l'autore dell'Eneide, il
poema che era considerato il capolavoro della letteratura latina e il cui protagonista,
Enea, centrale nella tradizione classico-cristiana, in quanto fondatore della stirpe
romana e, indirettamente, di quella Roma che sar centro dell'Impero e della
Chiesa. Virgilio rimprovera Dante del fatto che non sale il dilettoso monte che

principio di ogni felicit e il poeta fiorentino risponde indicando Virgilio come il suo
maestro, colui da cui ha tratto l'alto stile tragico che gli ha dato la fama, invocando
poi il suo aiuto contro la lupa-avarizia che lo riempie di terrore e costituisce uno
sbarramento insuperabile: la successiva risposta di Virgilio si divide in due parti, la
prima delle quali dedicata alla profezia del veltro che ricaccer la lupa nell'Inferno
da dove uscita (per le molte interpretazioni di questo personaggio si veda oltre), la
seconda al viaggio nell'Oltretomba che Dante dovr affrontare se vuole scampare
da questo loco selvaggio, e in cui sotto la sua guida visiter Inferno e Purgatorio,
mentre se vorr visitare anche il Paradiso dovr attendere la guida di Beatrice, in
quanto Virgilio pagano e non quindi ammesso nel regno di quel Dio che non ha
conosciuto. Allegoricamente Beatrice raffigura la grazia santificante e la teologia
rivelata, che sola pu portare l'uomo alla salvezza, mentre affermata fin dall'inizio
l'insufficienza della ragione naturale, che in grado di condurre l'uomo al possesso
delle virt cardinali e a una condotta onesta, ma non di arrivare alla beatitudine
eterna: questa l'ossatura allegorica dell'intero poema e la cosa diverr chiara gi
dal Canto II, in cui Virgilio rievocher l'incontro con Beatrice nel Limbo e spiegher
che il viaggio di Dante voluto da Dio, dunque non folle in quanto non affrontato
col solo ausilio della ragione dei filosofi che Virgilio rappresenta. La scelta di questo
personaggio come guida nella prima parte del viaggio stata molto discussa, in
quanto Dante avrebbe potuto scegliere un filosofo come Aristotele o un personaggio
storico come Catone Uticense, ma Virgilio nel Medioevo era ritenuto un pensatore al
pari degli altri grandi filosofi antichi, inoltre si riteneva che avesse intravisto alcune
verit del Cristianesimo e le avesse preannunciate nelle sue opere (specie nella
famosa Egloga IV: cfr. Purg., XXII, in cui Stazio dichiara di essere diventato cristiano
grazie alla lettura di quei versi); egli era anche il principale scrittore dell'et di
Augusto, sotto il cui Impero il mondo aveva conosciuto pace e giustizia,
indispensabili secondo il pensiero medievale affinch potesse diffondersi il
Cristianesimo, per cui l'autore dell'Eneide era in realt una scelta quasi obbligata
come maestro e guida di Dante nel viaggio attraverso i primi due regni ultraterreni.
interessante inoltre osservare che dopo questo primo incontro fra discepolo e
maestro si creer un rapporto di reciproco intenso affetto, per cui Virgilio accudir
Dante come un figlio e questi ricambier le cure con profondo rispetto e deferenza,
fino al momento della separazione in cui Dante si abbandoner a un pianto
disperato (Purg., XXX, 40 ss.). Il Canto si chiude con Dante che, pieno di speranza e
di buoni propositi, si accinge a seguire la sua guida per giungere nei luoghi che gli
ha preannunciato, salvo poi (all'inizio del Canto seguente) venire assalito da dubbi e
timori, che Virgilio fugher raccontando del suo incontro con Beatrice.
La profezia del veltro
una delle pi note e oscure della Commedia, evocata da Virgilio che preannuncia
la venuta di questo misterioso personaggio destinato a cacciare e uccidere la lupaavarizia dallItalia e dal mondo (il veltro era propriamente un cane usato durante le
battute di caccia, dunque perfettamente in grado di mettersi sulle tracce di un
animale selvaggio: cfr. Inf., XIII, 126, come veltri ch'uscisser di catena). Su di lui
sono state avanzate le pi disparate ipotesi, che per, tralasciando le pi
fantasiose, si riducono a un papa (forse un francescano: il feltro potrebbe alludere al

panno del suo saio), a un imperatore (Arrigo VII di Lussemburgo?), a un signore


italiano (Cangrande della Scala?). La questione complicata anche dall'incerta
cronologia della composizione di questo Canto, per cui si obietta che se Dante
scrisse questi versi intorno al 1307 ( questa l'ipotesi pi accreditata, mentre altri
pensano addirittura che abbia iniziato la Commedia prima dell'esilio) era in effetti
troppo presto perch potesse pensare ad Arrigo VII, che scese in Italia solo nel
1310-1313, ma anche a Cangrande, che all'epoca aveva appena sedici anni e che il
poeta incontr molto pi tardi. Del resto innegabile che l'elogio a Cangrande
messo in bocca all'avo Cacciaguida in Par., XVII, 76 ss. presenti molti punti di
contatto con questa profezia e fa propendere per tale identificazione, ma
occorrerebbe pensare che Dante abbia rimaneggiato il Canto in un secondo
momento e di questo non c' alcuna conferma diretta nella tradizione manoscritta.
Non poi da escludere che il veltro non fosse da identificare con un personaggio in
particolare e che la profezia sia volutamente ambigua proprio per essere
indeterminata, caso non certo unico nel poema dantesco; chiunque fosse il veltro,
Dante si aspettava da lui un profondo rinnovamento sociale e politico in grado di
riportare la giustizia troppo spesso calpestata dagli ecclesiastici corrotti e dagli
uomini politici, che poi la situazione di degrado morale e disonest che il poeta
denuncia a pi riprese nella Commedia, sempre con parole di ferma condanna. Tale
profezia si ricollega forse a quella del DXV contenuta nel Canto XXXIII del
Purgatorio, dove si dice che un messo di Dio uccider la prostituta che
simboleggia la Chiesa compromessa con la monarchia di Francia: molti interpreti
hanno sostenuto l'identificazione di questo DXV con Arrigo VII e con lo stesso
veltro, per quanto di ci non vi sia alcuna prova certa, ma evidente che entrambe
le profezie hanno in comune il carattere oscuro ed enigmatico e preannunciano
quella palingenesi della societ che Dante si attendeva, e nella quale manifesta una
fede incrollabile in pi di un passo del poema.
Note e passi controversi
Il v. 1 stato interpretato da alcuni come in quella met della vita che si trascorre
domendo (Dante racconterebbe una visione avuta in sogno), ma l'autore si rif
quasi certamente a un passo biblico (Isaia, 38, 10) dove si dice in dimidio dierum
meorum vadam ad portas Inferi, cio andr presso la porta dell'Inferno a met dei
miei giorni. Dante stesso, in Conv., IV, 23 descrive la vita umana come un arco che
inizia a declinare dopo i 35 anni di et, senza contare che descrive il suo viaggio
come realmente avvenuto (egli andato sensibilimente nell'Aldil). In Ps., LXXXIX,
10 si legge inoltre che dies annorum nostrorum... septuaginta anni (la vita
dell'uomo dura settant'anni), per cui evidente che Dante intende collocare il suo
viaggio nella primavera dell'anno 1300.
Al v. 5 selva selvaggia una paronomasia di forte sapore guittoniano.
Il sonno citato al v. 11 quello della ragione che conduce al peccato, come spesso
indicato nelle Scritture.
Il pianeta del v. 17 ovviamente il Sole.

Nel v. 27 il che pu avere valore di soggetto o di compl. oggetto, quindi il senso pu


essere la selva, che non lasci vivere nessuno oppure la selva, che nessuna persona
vivente pot abbandonare. Pare pi probabile la prima interpretazione, nel senso
che il peccato provoca la morte dell'anima portando alla dannazione.
Il v. 30 stato variamente interpretato, ma forse Dante indica semplicemente che,
tentando di scalare il colle, il piede pi basso quello pi saldo e quindi l'ascesa
alquanto incerta. Altri pensano che il piede pi basso sia il sinistro, simbolo degli
appetiti materiali che frenano Dante sulla strada della salvezza (le due ipotesi non si
escludono a vicenda).
I vv. 37-40 indicano che l'alba e il Sole in congiunzione con la costellazione
dell'Ariete, quella che era con lui al momento della Creazione fissata
tradizionalmente in primavera: l'equinozio primaverile era considerato momento
favorevole, quindi anche per questa ragione Dante si riconforta (l'indicazione
permette inoltre di collocare il tempo dell'azione tra marzo e aprile del 1300, come
successivamente verr meglio precisato).
Le rime ai vv. 44, 46, 48 (-esse / -isse) sono siciliane ed dunque da respingere la
lezione venesse di alcuni mss.
La similitudine ai vv. 55-57 di solito riferita all'avaro, ma alcuni hanno pensato al
giocatore, che si rattrista quando perde tutti i suoi guadagni.
Il v. 63 (chi per lungo silenzio parea fioco) pu significare qualcuno, che a causa del
lungo silenzio della luce (penombra) si scorgeva a malapena, oppure qualcuno, che
a causa di un lungo silenzio (poetico) non aveva pi voce. Questa seconda ipotesi
alluderebbe al fatto che, dopo Virgilio, nessuno scrisse un poema paragonabile
all'Eneide, quindi il poeta latino aveva perso autorevolezza. Le due interpretazioni
possono coesistere.
Ai vv. 68-69 Virgilio si presenta come originario di Mantova (era nativo di Andes, un
piccolo villaggio vicino alla citt sul Mincio) e indica i genitori come lombardi, con un
anacronismo in quanto il termine Lombardia (che ai tempi di Dante alludeva a tutta
l'italia settentrionale) non esisteva ai tempi dell'antica Roma.
I vv. 73-75 alludono in modo perifrastico ad Enea, figlio di Anchise e protagonista
dell'Eneide. Ilion l'altro nome di Troia.
Noia e gioia (vv. 76, 78) derivano dal provenzale e hanno significato assai pi
ampio che nella lingua moderna: il primo indica la piena e perfetta felicit, il
secondo l'angoscia e la pena del peccato.
Al v. 84 il volume sicuramente l'Eneide. Lo bello stilo che ha fatto onore a Dante
lo stile alto e tragico di quel poema, che Dante ha gi usato nelle canzoni
dottrinali composte in precedenza e destinate ad essere commentate nel Convivio.
Gli animali (v. 100) cui detta accoppiarsi la lupa-avarizia sono gli uomini e non i
vizi, come fu inteso da alcuni.

Il peltro (v. 103) era una lega di piombo e stagno usata per forgiare le monete,
quindi Virgilio dice che il veltro non sar avido n di terre n di ricchezze.
Sapienza, amore e virtute (v. 104) indicano le tre Persone della Trinit, ovvero Figlio,
Spirito Santo e Padre.
Il v. 105 (e sua nazion sar tra feltro e feltro), riferito al veltro, stato variamente
interpretato: pu riferirsi al feltro delle bandiere (la sua origine non sar da una citt
in particolare), al feltro che foderava l'interno delle urne dov'erano votati i
magistrati comunali (un podest?), al panno del saio francescano (un papa di
quell'Ordine?), a Feltre e Montefeltro (Cangrande della Scala, il cui territorio era
compreso fra quelle citt).
Ai vv. 107-108 Virgilio ricorda alcuni personaggi dell'Eneide: Camilla, la regina dei
Volsci alleata di Turno e uccisa dall'etrusco Arunte (XI, 758 ss.); Eurialo e Niso, i due
giovani guerrieri troiani uccisi dai Latini mentre cercano di portare un messaggio ad
Enea (IX, 177 ss.); lo stesso Turno re dei Rutuli, principale nemico di Enea e da lui
ucciso nel finale del poema (XII, 936 ss.). Tutti sono ricordati come valorosi soldati
caduti per il bene dell'Italia e, curiosamente, Turno viene citato tra i due amici
Eurialo e Niso, mentre interessante notare che due di loro sono troiani, gli altri due
nemici di Enea (evidentemente tutti hanno partecipato alla costruzione della
nazione italica, anche se schierati su fronti opposti).
Nel v. 117 il verbo grida pu avere il senso di invoca, oppure di impreca contro: nel
primo caso, pi probabile, significa che ogni dannato invoca la seconda morte, il
definitivo annichilimento dell'anima; nel secondo, vuol dire che ogni dannato
impreca contro la seconda morte, intesa come la dannazione.
Il v. 127 crea un'analogia tra Dio e l'Imperatore sulla Terra, che impera (cio estende
la sua autorit) in ogni luogo ma regge (governa) propriamente solo nel proprio
territorio: Dio ha autorit su tutto l'Universo e governa solo nell'Empireo.
La porta di san Pietro (v. 134) stata intesa come la porta del Paradiso, ma secondo
altri quella del Purgatorio descritta in Purg., IX e presidiata dall'angelo guardiano
che detto vicario di Pietro.

Inferno, Canto II
Argomento del Canto
Dubbi di Dante sul viaggio. Virgilio gli spiega che Beatrice gli ha fatto visita nel
Limbo ed stata a sua volta inviata dalla Vergine e da santa Lucia. Dante si
riconforta.
la sera di venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Proemio della Cantica (1-9)
Sta calando la notte e Dante, che segue Virgilio lungo la strada che li condurr alla
porta dellInferno, il solo che si prepara a un percorso irto di difficolt mentre tutte
le altre creature riposano. Il poeta invoca lassistenza delle Muse, perch lo aiutino a
ricordare ci che ha visto nel corso del suo viaggio.
Dubbi di Dante (10-42)
Dante si rivolge a Virgilio e gli esprime tutti i suoi dubbi sullimpresa che sta per
affrontare. Ricorda che lo stesso Virgilio cant di Enea, il quale fu protagonista di
una discesa agli inferi quando era ancora vivo: egli per avrebbe contribuito alla
fondazione di Roma, centro dellimpero romano e poi sede del Papato, quindi non
sorprendente che Dio gli abbia concesso un tale privilegio. Anche San Paolo comp
un viaggio nel mondo ultraterreno, al fine di corroborare la fede nella religione
cristiana di cui era zelante apostolo. Ma Dante non Enea, n San Paolo, quindi chi
gli concede di intraprendere un viaggio simile? Egli ha dunque cambiato idea e
vorrebbe recedere dal proposito che ha assunto con tanta sicurezza alla fine del
canto precedente.
Il racconto di Virgilio: l'incontro con Beatrice (43-74)
Virgilio risponde accusando Dante di vilt, rinfacciandogli di aver paura proprio
come una bestia che si spaventa vedendo la propria ombra. Per convincerlo della
necessit di compiere il viaggio, gli spiega chi lo ha inviato in suo soccorso: egli si
trovava nel Limbo, tra le anime sospese, quando comparve a lui lanima di una
donna bellissima, dagli occhi lucenti come una stella e che parlava con voce soave,
al punto che lui le chiese di comandargli cosa volesse. La donna si era rivolta a lui
come al pi grande poeta mai vissuto e gli aveva chiesto di soccorrere Dante,

luomo che lei aveva amato in modo disinteressato: Dante era alle prese con le tre
fiere e stava per tornare indietro dalla paura, quindi laiuto di Virgilio era quanto mai
necessario. La donna si era presentata come Beatrice e aveva detto di provenire dal
Paradiso.
Il racconto di Beatrice: le tre donne benedette (75-120)
Virgilio racconta che aveva chiesto a Beatrice perch lei non temesse di scendere
nellInferno, in mezzo alle anime dannate. La donna aveva risposto che, essendo
beata, non doveva temere la miseria dei dannati perch non in grado di nuocerle. In
Cielo la Vergine si era commossa allidea che Dante corresse pericoli nella selva,
quindi aveva incaricato santa Lucia di intervenire in suo favore. Lucia si era rivolta a
Beatrice, che sedeva accanto allo scanno di Rachele, e le aveva spiegato che Dante,
luomo da lei amato, lottava con la morte trascinato in basso dal peccato. Beatrice
era stata allora rapida nel lasciare il Paradiso e nel venire a chiedere aiuto a Virgilio:
aveva terminato il suo racconto piangendo, cosa che aveva spinto il poeta latino a
correre nella selva per portare il suo soccorso a Dante.
L'esortazione di Virgilio (121-142)
Terminato il suo racconto, Virgilio si rivolge nuovamente a Dante per spronarlo a
vincere i suoi dubbi. Fa leva sul fatto che tre donne benedette (Maria, Lucia e
Beatrice stessa) si curano di lui in Cielo, quindi deve superare la sua paura e
riacquistare forza e coraggio. Le parole di Virgilio hanno il loro effetto: Dante si
rinvigorisce proprio come dei fiorellini che il gelo notturno ha chiuso e che sono
riaperti dal sole del mattino. Il poeta si rivolge di nuovo a Virgilio ringraziandolo per
aver risposto sollecitamente al richiamo di Beatrice, e felicitandosi del fatto che la
donna si sia presa a cuore la sua vicenda terrena. Ora Dante tornato al proposito
iniziale: prega Virgilio di continuare a guidarlo, quindi lo segue con rinnovato
slancio.
Interpretazione complessiva
Il Canto II in realt il primo della Cantica ed per questo che si apre con il
proemio, ovvero l'enunciazione del tema e l'invocazione alle Muse che dovranno
assistere Dante nel racconto del viaggio compiuto nell'Oltretomba: rispetto al
proemio delle altre due Cantiche, pi ampie e con l'appello a Calliope (Purg., I, 1-12)
e ad Apollo (Par., I, 1-36), qui Dante si limita ad invocare in modo generico
l'assistenza delle Muse, da intendersi come personificazione di Dio al pari di Apollo,
e a manifestare l'intenzione di descrivere in modo veritiero la sostanza delle cose
viste durante il viaggio. Il tramonto e il calare delle tenebre fanno nascere nel poeta
nuovi dubbi, che non esita a manifestare alla sua guida Virgilio.
Dante non si sente all'altezza della missione di cui investito e cita gli esempi di
Enea e san Paolo, entrambi protagonisti di un viaggio nell'Aldil (Enea era sceso agli
Inferi per parlare col padre Anchise, come spiegato da Virgilio stesso nel libro VI
dell'Eneide, mentre Paolo era stato rapito nel III Cielo, come narrato in II Cor., XII, 24). Sono due figure centrali nella tradizione classico-cristiana, in quanto Enea
legato alla successiva fondazione di Roma, futuro centro dell'Impero romano e

destinata a diventatare sede del Papato, mentre san Paolo l'Apostolo che pi di
ogni altro contribu a diffondere il Cristianesimo nel mondo e a fissarne i primi
fondamenti teologici, protagonista tra l'altro di un parallelismo con la figura di Dante
che diverr via via pi evidente specie verso la conclusione della III Cantica (cfr. in
particolare i Canti XV, XXVI e XXVIII del Paradiso). Dante stato in realt scelto dalla
grazia divina per l'altissimo compito di andare nell'Oltretomba da vivo e riferire, una
volta tornato sulla Terra, tutto quello che ha visto (come l'avo Cacciaguida gli
spiegher nel Canto XVII del Paradiso), in virt di un privilegio che deriva dai suoi
meriti intellettuali e poetici, ma in questo momento il confronto coi due modelli
precedenti lo riempie di timore e lo induce a recedere dal proposito che alla fine del
Canto precedente aveva assunto con eccessiva sicurezza. La paura di Dante che il
viaggio nell'Aldil sia folle, non autorizzato dal volere divino e foriero quindi di
pericoli sul piano della salvezza, nel che forse da ravvisare un riferimento al
cosiddetto traviamento del poeta che lo ha portato a smarrirsi nella selva oscura
(si veda in proposito la Guida al Canto XXVI dell'Inferno e al XXX del Purgatorio).
Virgilio lo accusa subito di vilt e lo paragona a una bestia che si adombra per dei
pericoli inconsistenti, in quanto il suo viaggio voluto da Dio e quindi il poeta non
ha nulla da temere: per convincerlo di questo il poeta latino inizia un lungo
flashback, in cui rievoca il suo incontro nel Limbo con Beatrice che chiaramente
da interpretare come allegoria della grazia e della teologia rivelata, senza il cui
ausilio impossibile per l'uomo raggiungere la salvezza eterna (infatti Virgilio,
allegoria della ragione naturale dei filosofi antichi, condurr Dante solo fino alla
vetta del Paradiso Terrestre, per scomparire al momento dell'arrivo di Beatrice,
come gi anticipato nel Canto I). La donna descritta coi tipici attributi della donnaangelo dello Stilnovo e Virgilio riferisce il discorso con cui lei gli chiede di soccorrere
Dante, una sorta di suasoria classica con tanto di captatio benevolentiae: ella lo
elogia per i suoi meriti di poeta e la fama destinata a durare fino alla fine dei tempi,
quindi gli descrive i pericoli corsi da Dante nella selva dove impedito nel suo
cammino dalle tre fiere, che come sappiamo simboleggiano le tre disposizioni
peccaminose che ostacolano l'uomo nel suo percorso di redenzione. Si presenta
come Beatrice, venuta espressamente dal Cielo per invocare l'aiuto in favore del
suo amico Dante, e sollecita l'intervento di Virgilio con la sua parola ornata, con
l'aiuto quindi della sua poesia e delle sue capacit retoriche, promettendo infine di
lodare il poeta antico presso Dio quando sar tornata al Suo cospetto. L'episodio ha
un importante significato allegorico, in quanto chiarisce che il viaggio di Dante ha,
s, come guida la ragione naturale, ma essa subordinata alla grazia santificante
che raffigurata da Beatrice e senza la quale ogni percorso di purificazione morale
destinato a fallire; non a caso Virgilio saluta Beatrice come la donna grazie alla
quale solamente la specie umana pu sollevarsi al di sopra del mondo terreno e
sublunare, quindi come la virt in grado si condurre l'uomo alla salvezza eterna (in
quanto teologia rivelata, infatti, Beatrice condurr Dante al possesso delle tre virt
teologali, ignote a Virgilio in quanto pagano e relegato nel Limbo).
La stessa Beatrice opera un flashback narrando il fatto che santa Lucia, a sua volta
inviata dalla Vergine Maria, l'aveva sollecitata a salvare Dante (alcuni commentatori
hanno visto un senso allegorico anche in queste due figure, che indicherebbero

rispettivamente la grazia illuminante e la grazia preveniente): Lucia era comunque


una santa cui Dante doveva essere devoto in quanto protettrice della vista, poich il
poeta aveva sofferto di una grave malattia agli occhi come lui stesso racconta nel
Convivio (III, 9, 15-16). In ogni caso nel racconto di Beatrice appare chiaro che il
viaggio di Dante voluto da Dio e la trafila delle tre donne benedette rimarca il
fatto che il suo percorso tutt'altro che folle, dal momento che il suo destino
oggetto della pi ansiosa sollecitudine da parte nientemeno che della Vergine, nei
confronti della quale Dante manifesta un particolare culto (cfr. Par., XXIII, 88-90 e
XXXIII, 1-39). L'amore di Beatrice per il poeta l'ha spinta a lasciare subito il suo
beato scanno e a scendere addirittura nell'Inferno, bench ella spieghi a Virgilio che
questo luogo non pu farle paura in quanto incapace di arrecarle danno ( un
riferimento alla paura inconsistente di Dante, i cui timori non hanno ragion
d'essere), e la donna pone fine al suo accorato discorso rivolgendo al poeta latino
gli occhi velati di lacrime, il che l'ha indotto a giungere quanto prima in aiuto a
Dante. Il richiamo di Virgilio e, soprattutto, il ricordo di Beatrice hanno su Dante un
effetto immediato, cos che il poeta prega il suo maestro di proseguire
immediatamente il viaggio, simile a un fiore che il freddo notturno ha chiuso e che
si riapre alle prime luci del mattino (la similitudine rovesciata rispetto all'ora del
giorno, visto che sulla Terra sta calando il buio): questo avverr anche in altre
occasioni, allorch Dante sar preso da dubbi o verr scoraggiato dalle difficolt del
cammino, specialmente durante la discesa all'Inferno ma anche (come vedremo) in
occasione della faticosa ascesa del Purgatorio, quando Virgilio in pi circostanze
rimander il discepolo alle spiegazioni pi precise e puntuali di Beatrice che lo
attende sulla vetta del monte.
Note e passi controversi
I vv. 1-3 riecheggiano alcuni passi virgiliani, quali ad esempio Aen., III, 147 (Nox
erat, et terris animalia somnus habebat), ma anche IV, 522-528, VIII, 26-27, ecc.
Il v. 13 indica Enea come padre di Silvio, il figlio avuto da Lavinia. L'avversario
d'ogne male (v. 16) naturalmente Dio.
Nel v. 18 e 'l chi e 'l quale sono soggetti di pare e vuol dire che Enea, come persona
e come meriti, non pare indegno di aver ricevuto il privilegio di scendere agli Inferi.
Il maggior Piero (v. 24) san Pietro, primo papa, e il suo successor il pontefice
che ha sede a Roma.
Lo vas d'elezione (v. 28) san Paolo, cos definito in Act. Ap., IX, 15 (l'espressione
significa letteralmente strumento della scelta). Il viaggio in Cielo cui si riferisce
Dante narrato da Paolo stesso in II Cor., XII, 2-4, dove si dice che il santo fu rapito
in estasi e portato al III Cielo.
Al v. 35 temo che... non significa temo che ed costruzione alla latina (timeo ne;
cfr. v. 64).
Al v. 44 ombra, sostantivo, in rima equivoca con ombra, verbo (v. 48).

Alcuni commentatori pensano che al v. 55 Virgilio voglia dire che gli occhi di
Beatrice splendono pi della stella diana, cio di Venere, ma forse un
riferimento generico. Per l'espressione, cfr. Cavalcanti, XLVI, vv. 1-2: In un boschetto
trova' pasturella / pi che la stella - bella, al mi' parere.
Nel v. 60 lontana certamente aggettivo, non voce del verbo lontanare (alcuni mss.
leggono moto al posto di mondo). Beatrice vuol dire che la fama di Virgilio
destinata a durare quanto durer il mondo.
Il v. 61 (l'amico mio, e non de la ventura) vuole dire colui che mi am in modo
disinteressato, non quindi per motivi materiali legati alla ventura (fortuna).
Il ciel c'ha minor li cerchi sui (v. 78) quello della Luna, il pi basso e vicino alla
Terra, al di sotto del quale vi il mondo materiale: Virgilio intende dire che Beatrice,
allegoria della grazia, la sola in grado di elevare l'uomo al di sopra di esso.
Alcuni mss. leggono il v. 81 pi non t' uopo aprirmi il tuo talento (non hai pi
bisogno di dirmi quello che vuoi, in quanto Beatrice ha effettivamente espresso la
sua richiesta a Virgilio), ma lezione facile e perci trascurata.
I vv. 88-90 si rifanno a un principio aristotelico, noto a Dante attraverso la filosofia
di san Tommaso d'Aquino, e il riferimento anche alle paure espresse da Dante
all'inizio e altrettanto inconsistenti.
Il v. 96 si riferisce a Maria e indica la sua propensione a intercedere presso Dio in
favore dei fedeli.
Beatrice riprender il suo seggio nella rosa dei beati accanto a Rachele (v. 102) in
Par., XXXI, 52 ss.; cfr. anche XXXII, 7-9.
Il v. 108 (su la fiumana ove 'l mar non ha vanto) ha dato filo da torcere agli
interpreti: lett. vuole dire sul fiume, nel punto in cui il mare non ha potere, quindi
sulla foce. Allegoricamente si pu interpretare come il fiume del peccato, che
trascina nella sua corrente che pi rapinosa nei pressi della foce, quindi santa
Lucia vuol dire che Dante nel gorgo tempestoso del peccato e rischia la
dannazione. Certamente il fiume non l'Arno, n l'Acheronte.
Al v. 116 volse (da volgere) in rima equivoca con volse al v. 118 (da volere).
La fiera citata da Virgilio al v. 119 la lupa (Canto I, 49 ss.).
Ai vv. 121-123 Virgilio rivolge a Dante un pressante appello, usando anche l'anafora
di Perch?
Inferno, Canto III
Argomento del Canto
Dante e Virgilio giungono alla porta dell'Inferno. Ingresso nell'Antinferno, dove
incontrano gli ignavi (tra loro Celestino V). Incontro con Caronte, taghettatore dei
dannati sul fiume Acheronte. Terremoto e svenimento di Dante.
la sera di venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

La porta dell'Inferno (1-21)


Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui campeggia una
scritta di colore scuro. Essa mette in guardia chi sta per entrare, ammonendo che
tale porta durer in eterno e che una volta varcata non c' speranza di tornare
indietro. Dante non ne afferra subito il senso e Virgilio lo ammonisce a sua volta a
non aver paura e a prepararsi all'ingresso nell'Inferno, tra le anime dannate. Quindi
il poeta latino prende amorevolmente Dante per mano e lo conduce attraverso la
porta.
Gli ignavi. Celestino V (22-69)
Una volta varcata la soglia, Dante sente un orribile miscuglio di urla, parole d'ira,
strane lingue che lo spingono a piangere in quel luogo buio e oscuro. Dante chiede a
Virgilio chi emetta quegli orribili suoni e il maestro spiega che sono gli ignavi, le
anime di coloro che non si schierarono n dalla parte del bene n da quella del male
e che ora risiedono nel Vestibolo dell'Inferno. Sono mescolate agli angeli che non si
schierarono n con Dio n con Lucifero; le anime degli ignavi sono tanto misere che
secondo Virgilio non sono degne di essere guardate da Dante troppo a lungo.
Dante vede che le anime corrono dietro un'insegna senza significato, che gira
vorticosamente su se stessa. Formano una schiera infinita e tra esse Dante crede di
riconoscere papa Celestino V, che per vilt rinunci al soglio pontificio. Il poeta
sicuro che questi siano proprio gli ignavi, che spiacquero tanto a Dio quanto ai suoi
nemici: essi sono punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli fanno colare il
sangue dal volto, il quale cade a terra mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da
vermi ripugnanti.
Il fiume Acheronte. Caronte (70-105)
Poco dopo i due poeti giungono nei pressi di un grande fiume (l'Acheronte), sulla cui
sponda sono accalcate le anime dannate. Dante ansioso di sapere da Virgilio chi
siano quelle anime e cosa le renda in apparenza pronte a varcare il fiume, ma il
maestro risponde che avr tutte le risposte quando raggiungeranno l'Acheronte.
Dante prosegue senza aggiungere altro e poco dopo vede giungere Caronte, il
traghettatore dei dannati, che rema verso di loro a bordo di una barca: un vecchio
dalla barba bianca, che grida minaccioso alle anime di essere venuto a prenderle
per portarle all'Inferno, tra le pene eterne.
Caronte si rivolge poi a Dante e lo invita ad andarsere, essendo ancora vivo;
aggiunge anche che Dante dopo la morte non andr l, bens in Purgatorio. Il
demone zittito da Virgilio, che gli ricorda che il viaggio di Dante voluto da Dio e
lui non pu opporsi. A quel punto il nocchiero, che ha gli occhi circondati di fiamme,
tace, mentre le anime tremano di terrore e bestemmiano Dio, i loro genitori, il
momento della loro nascita.
Caronte porta via i dannati (106-129)
I dannati si accalcano lungo la sponda e Caronte fa loro cenno di salire sulla sua
barca: stipa le anime dentro di essa e batte col suo remo qualunque anima tenti di

adagiarsi sul fondo. I dannati si gettano dalla riva alla barca proprio come le foglie
cadono dagli alberi in autunno. Caronte le porta dall'altra parte del fiume e, prima
che siano scese, sulla sponda opposta si formata un'altra schiera.
Virgilio spiega a Dante che tutti i dannati finiscono sulle sponde dell'Acheronte e qui
la giustizia divina li spinge a desiderare ardentemente di passare dall'altra parte.
Perci non c' da stupirsi se Caronte protesta per la presenza di Dante in quel luogo,
dal momento che il poeta destinato ad essere salvo.
Terremoto e svenimento di Dante (130-136)
Alla fine delle parole di Virgilio, il suolo infernale scosso da un tremendo
terremoto, cos spaventoso che Dante ne ha paura al solo ricordo. Si vede una luce
rossastra, la quale fa perdere i sensi a Dante; il poeta cade svenuto a terra.
Interpretazione complessiva
Il canto si apre con la famosa descrizione della porta infernale: non viene detto dove
essa precisamente si collochi, qui viene citata soltanto la scritta che campeggia su
di essa, di colore oscuro (forse anche quanto al senso, visto che Dante deve
chiedere spiegazioni a Virgilio). L'ingresso nell'Inferno ha un effetto traumatico per
Dante, colpito da sensazioni visive (l'oscurit fitta) e uditive (le disperate grida dei
dannati) che lo fanno angosciare e provocano in lui il pianto, come altre volte
avverr nella Cantica.
Il Vestibolo (o Antinferno) il primo luogo dell'Oltretomba a essere visitato. Esso
abitato dagli ignavi, non propriamente dannati ma in ogni caso condannati a una
pena molto severa, in cui visibile un contrappasso: l'insegna che essi devono
inseguire senza significato, come priva di scopo stata la loro vita terrena (infatti
Dante li definisce sciaurati, che mai non fur vivi). Tra essi citato, indirettamente,
papa Celestino V, colui / che fece per viltade il gran rifiuto: Dante gli rimproverava
di aver ceduto la tiara a Bonifacio VIII, suo acerrimo nemico e artefice del suo esilio
in seguito alla vittoria dei Neri a Firenze. L'identificazione pare certa, anche se non
sono mancati commentatori che hanno visto in lui altri personaggi, come Esa,
Pilato, Giuliano l'Apostata. Insieme a loro vi sono anche gli angeli che, al momento
della ribellione di Lucifero contro Dio, non si schierarono n da una parte n
dall'altra, restando neutrali; la presenza di questi personaggi nell'Antinferno
motivata da Virgilio col fatto che i dannati potrebbero attribuirsi dei meriti rispetto a
loro, il che spiega anche il disprezzo mostrato dal maestro e il suo invito a Dante
affinch non si soffermi troppo sulla loro pena.
Il vero protagonista dell'episodio poi Caronte, il traghettatore delle anime dannate
che Dante descrive traendo spunto dal personaggio virgiliano del libro VI
dell'Eneide: rispetto al Caronte classico, tuttavia, quello dantesco appare con tratti
decisamente demoniaci (soprattutto gli occhi circondati di fiamme) e ci coerente
con la interpretazione in chiave cristiana delle figure mitologiche, in quanto le
divinit infere venivano spesso considerate personificazione del diavolo e lo stesso
far Dante con altre creature infernali, come ad esempio Minosse, Cerbero, Pluto. La
reazione del demone all'apparire di Dante analoga a quella degli altri guardiani

infernali che il poeta incontrer pi avanti, in quanto anche Caronte tenta di


spaventarlo e di impedire il suo viaggio attraverso l'Inferno: queste figure
simboleggiano gli impedimenta di natura peccaminosa che ostacolano il cammino di
redenzione dell'anima umana, non a caso infatti sempre Virgilio (allegoria della
ragione) a zittirli e a consentire il passaggio di Dante. Significativo il fatto che qui
Caronte predica a Dante la sua salvezza, dicendogli che approder ad altri porti e
che sar portato da una barca pi lieve della sua, ovvero quella dell'angelo
nocchiero del Purgatorio; Virgilio lo riduce al silenzio con una formula (vuolsi cos
col dove si puote / ci che si vuole, e pi non dimandare) che user, con lievi
varianti, anche con Minosse e con Pluto.
I dannati sono descritti nella loro fisicit, come corpi nudi e prostrati, che si
assiepano sulla riva dell'Acheronte ansiosi di passare dall'altra parte (Virgilio spiega
a Dante che la giustizia divina a spronarli in tal senso). I dannati bestemmiano e
maledicono il giorno in cui sono nati, secondo i modelli biblici di Giobbe e di
Geremia; hanno un aspetto corporeo, in quanto le pene che dovranno subire
provocheranno in loro un dolore fisico. Il loro gran numero, come del resto quello
degli ignavi, lascia intendere la diffusione del male e del peccato sulla Terra, come
appare chiaro dal fatto che Caronte cerchi di stiparne il pi possibile sulla sua barca
(colpendo col remo chiunque tenti di adagiarsi sul fondo, per occupare meno spazio)
e dal particolare che, prima che il traghettatore sia giunto sull'altra sponda, su
quella opposta si gi formata una schiera altrettanto folta. Alquanto enigmatica,
infine, la chiusa dell'episodio col terremoto la cui causa non chiarita da Dante, e
che sembra avere l'unica funzione di espediente narrativo per descrivere lo
svenimento del poeta e farlo poi risvegliare al di l del fiume infernale (qualcosa di
molto simile avverr anche alla fine del Canto V, dopo l'episodio di Paolo e
Francesca).
I terremoti ultraterreni
Il Canto si chiude con una violenta scossa di terremoto, causato da un vento
sotterraneo come riteneva la fisica medievale; insieme a una luce rossastra, la cui
origine sconosciuta, provoca lo svenimento di Dante che si risveglier all'inizio del
Canto seguente dall'altra parte dell'Acheronte, nel Limbo. Dante ricorre qui a un
espediente narrativo per non dover descrivere il passaggio del fiume, cosa che
accadr anche alla fine del Canto V (Dante sverr sopraffatto dall'angoscia di Paolo
e Francesca).
A un terremoto allude forse anche la ruina che sar descritta nel Canto V, di fronte
alla quale i lussuriosi bestemmiano la virt divina (potrebbe essere stata prodotta
dal terremoto che invest tutta la Terra il giorno della morte di Cristo). Allo stesso
evento si riferisce invece in modo esplicito il diavolo Malacoda nel Canto XXI, 112114, quando spiega ai due poeti che il ponte di roccia che permette il passaggio
dalla V alla VI Bolgia crollato in seguito al terremoto: le sue parole permettono di
datare con precisione il viaggio dantesco, essendo trascorsi 1266 anni dalla morte
di Cristo (quindi siamo nell'anno 1300, il giorno del sabato santo).
Di natura ben diversa il terremoto che investe il Purgatorio al momento in cui
l'anima di un penitente completa la sua espiazione e pu finalmente ascendere

all'Eden. quanto avviene alla fine del Canto XX, quando il poeta Stazio termina la
sua pena e spiega in seguito a Dante (Canto XXI) e a Virgilio che al di sopra della
porta del Purgatorio non possono verificarsi normali eventi sismici, se non per
espressa volont divina.
Note e passi controversi
La scritta sulla porta dell'Inferno (vv. 1-9) indica che la porta stessa a parlare,
secondo l'uso attestato nell'antichit di porre iscrizioni di questo tipo su vasi e altri
manufatti (l'oggetto, parlando in prima persona, indicava l'artigiano che l'aveva
prodotto). Qui ovviamente il creatore della porta Dio, indicato con le Persone della
Trinit (la divina podestate, il Padre; la somma sapienza, il Figlio; il primo amore, lo
Spirito Santo).
Al v. 29 sanza tempo tinta significa eternamente oscura.
Il v. 31 presenta la doppia lezione error / orror, con diverso significato. La lezione
scelta da Petrocchi la prima, perch pi difficile e perch esprime il dubbio poi
chiarito da Virgilio.
Il v. 42 (ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli) indica che i dannati potrebbero vantarsi
nei confronti degli ignavi, in quanto questi ultimi non hanno commesso alcun vero
peccato.
I vv. 59-60 indicano quasi certamente l'anima di Celestino V, anche se non sono
mancate altre interpretazioni (Esa, Pilato, Giuliano l'Apostata...). Il gran rifiuto
allude alla rinuncia alla dignit papale, avvenuta il 13 dic. 1294 e in seguito alla
quale venne eletto Bonifacio VIII, il papa che coi suoi maneggi politici caus
indirettamente l'esilio di Dante.
Il lieve legno citato da Caronte (v. 93) il vasello snelletto e leggero con cui
l'angelo nocchiero trasporta le anime dei penitenti dalla foce del Tevere sino alla
spiaggia del Purgatorio (cfr. Purg., II, 13 ss.). Il demone predice dunque a Dante la
futura salvezza.
I vv. 95-96 (vuolsi cos col dove si puote / ci che si vuole, e pi non dimandare)
costituiscono una formula fissa, che si ripeter identica con Minosse (V, 23-24) e
lievemente variata con Plutone (VII, 11-12).
Al v. 116 gittansi, plurale, concordato a senso col singolare collettivo il mal seme
d'Adamo (v. 115).
Nel v. 134 il che pu essere soggetto di vento, quindi il vento sotterraneo che
produce la luce rossastra. Altri interpretano ch, con valore causale.

Inferno, Canto IV
Argomento del Canto
Ingresso nel Limbo. Descrizione delle anime e salvezza dei patriarchi biblici. Incontro
con Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Il castello degli spiriti magni.
la sera di venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Risveglio di Dante (1-24)
Un forte tuono risveglia Dante dal suo sonno, per cui il poeta si rialza e si guarda
intorno. Comprende di essere al di l dell'Acheronte, nel primo dei nove Cerchi in cui
diviso l'Inferno, il cui fondo cos oscuro che non riesce a vedervi nulla. Virgilio
invita Dante a seguirlo, ma con un pallore che allarma Dante, il quale infatti ne
chiede il motivo. Virgilio risponde che la sua angoscia dovuta alla presenza in quel
luogo di anime che lui ben conosce, essendo lui stesso uno spirito relegato nel
Limbo. Dopo aver ricordato a Dante che la strada da percorrere lunga, lo conduce
all'interno del Cerchio.
Ingresso nel Limbo (25-63)
Appena entrato nel Cerchio, Dante sente trarre sospiri da ogni parte, emessi dalle
molte anime presenti che non subiscono alcuna pena. Virgilio spiega al discepolo
che queste anime non commisero alcun peccato, ma non ricevettero il battesimo, il
che li esclude per sempre dalla salvezza. Tra di essi vi sono anche i pagani che
vissero virtuosamente ma non adorarono il Dio cristiano, compreso Virgilio stesso; la
loro unica pena consiste del desiderio inappagato di vedere Dio. Dante comprende
che nel Limbo sono sospese anime di grandissimo valore e virtuose.
Dante chiede poi a Virgilio se mai qualcuna di queste anime sia uscita dal Limbo,
per merito suo o di altri. Virgilio risponde che poco tempo dopo il suo arrivo vide
entrare Cristo trionfante (dopo la Risurrezione), che trasse fuori dal Limbo i
patriarchi biblici per portarli in Paradiso: tra essi Adamo, Abele, No, Mos, Abramo,
David, Giacobbe e i suoi figli, Isacco, Rachele. Prima di loro, conclude Virgilio,
nessuno si era mai salvato.
Incontro con i poeti antichi (64-105)

Mentre parlano, i due poeti proseguono e si avvicinano a un punto del Limbo in cui
Dante vede una luce, tanto vivida da formare un semicerchio luminoso. Dante si
avvede subito che il luogo abitato da anime particolarmente virtuose: chiede
spiegazioni a Virgilio, il quale risponde che l risiedono spiriti che hanno ottenuto
una tale fama in vita da meritare un grado di distinzione nell'Aldil. Si sente poi una
voce, che invita a rendere onore a Virgilio che ritorna nel Limbo: Dante vede quattro
imponenti anime farsi avanti, che non sembrano tristi n liete. Virgilio li presenta
come Omero, che regge in mano una spada ed come il re degli altri; Orazio,
autore delle Satire; Ovidio, autore delle Metamorfosi e Lucano, autore del Bellum
civile.
I quattro si trattengono un poco a parlare con Virgilio, poi si rivolgono
amichevolemente a Dante; Virgilio sorride di ci, come del fatto che Dante viene
ammesso nel loro gruppo ed sesto tra cotanto senno.
Il castello degli spiriti magni (106-151)
I sei si avvicinano poi al punto luminoso, dove sorge un nobile castello che
circondato da sette ordini di mura ed cinto da un fiume. Lo superano come se
fosse terra solida, attraversano sette porte ed entrano in un verde prato, dove
risiedono spiriti dall'aspetto autorevole e dallo sguardo fiero (gli spiriti magni). Il
gruppo si mette in disparte, in un punto alto da dove possano vedere tutti i presenti:
Dante scorge Elettra, Ettore, Enea, Cesare, Camilla, Pentesilea, il re Latino, Lavinia,
Lucio Bruto, Lucrezia, Giulia (figlia di Cesare), Marzia (moglie di Catone Uticense),
Cornelia (madre dei Gracchi), il Saladino. Dante vede anche un gruppo di filosofi, tra
cui Aristotele, Socrate, Platone, Democrito, Diogene, Anassagora, Talete,
Empedocle, Eraclito, Zenone, Dioscoride. Vede anche dei poeti, tra cui Orfeo e Lino,
nonch scrittori come Cicerone e Seneca, poi Euclide, Tolomeo, Ippocrate, Avicenna,
Galeno, Averro.
Dante non pu nominarli tutti, quindi interrompe l'elenco; lui e Virgilio si separano
dagli altri quattro poeti, scendendo nel II Cerchio dove l'aria tempestosa e buia.
Interpretazione complessiva
Il Canto descrive il Limbo, il I Cerchio dell'Inferno dove sono relegate le anime di
coloro che vissero virtuosamente, ma non furono battezzati (come i bambini morti in
tenera et) oppure vissero prima di Cristo (come i pagani, fra cui Virgilio stesso).
Questi spiriti non sono dannati, la loro unica pena consiste in un desiderio
eternamente inappagato di vedere Dio e non potranno mai salvarsi. Il nome Limbo
significa lembo e indica l'orlo estremo della voragine infernale.
Protagonista nella prima parte del Canto ovviamente Virgilio, che impallidisce al
suo ritorno nel luogo infernale cui appartiene e suscita i timori di Dante, che
appena all'inizio del suo difficile viaggio nell'Oltretomba: il maestro spiega le ragioni
della sua angoscia, dovuta al dramma spirituale vissuto da lui e da tutte le anime
confinate nel Limbo, escluse dalla salvezza non perch abbiano commesso peccati,
ma solo in quanto non hanno conosciuto la fede cristiana. Dante tocca qui il delicato
tema dell'apparente ingiustizia della condizione di queste anime, fra le quali egli

comprende subito che sono inclusi personaggi di altissimo riguardo e che sono
esclusi dalla salvezza perch nati prima della venuta di Cristo ( il caso di Virgilio,
ma anche dei principali filosofi e personaggi pagani mostrati pi avanti) o vissuti in
terre lontane dall'Occidente in cui avvenuta storicamente la predicazione
cristiana, senza contare il caso dei bambini morti prima di ricevere il battesimo (e
infatti il pianto degli infanti una sensazione uditiva che colpisce subito l'orecchio
di Dante). Il poeta torner a pi riprese su questo argomento che suscitava i dubbi
suoi e di altri pensatori cristiani nel Medioevo, a cominciare dal Canto III del
Purgatorio in cui proprio Virgilio spiegher a Dante che la giustizia divina fa s che i
corpi umbratili delle anime possano subire pene fisiche e che questo mistero divino
incomprensibile alla ragione umana, come quello della Trinit (invano i filosofi
antichi tentarono di dare risposta a simili questioni, cos come ora essi desiderano
invano conoscere Dio, destino che accomuna Aristotele, Platone e altri tra cui forse
lo stesso poeta latino). In seguito, nei Canti XIX-XX del Paradiso, l'aquila del Cielo di
Giove torner a spiegare a Dante che la salvezza legata alla fede in Cristo venturo
o venuto e che l'esclusione da essa per quelle persone vissute ai limiti estremi del
mondo pu sembrare ingiusta, ma motivata dall'imperscrutabile volont divina
che la ragione umana non deve avere la presunzione di comprendere, in quanto la
sua profondit insondabile. L'unica eccezione rispetto al destino delle anime
vissute nell'antichit rappresentata dai patriarchi biblici che, secondo la
testimonianza di Virgilio, soggiornarono nel Limbo fino alla morte e resurrezione di
Cristo, che venne poi trionfante nell'Inferno a trarli fuori e portarli in Paradiso. Tra
queste anime c'era anche Catone l'Uticense, divenuto poi custode del Purgatorio
(cfr. Purg., I, 28 ss.), nonch altre figure da Dante incluse nella rosa dei beati
dell'Empireo.
L'episodio serve a Dante anche per aprire un discorso intorno alla poesia, infatti i
protagonisti del Canto sono quattro fra i principali poeti classici secondo il pensiero
medievale: anzitutto Omero, autore di Iliade e Odissea e presentato come il pi
autorevole del gruppo, quindi Orazio, Ovidio, Lucano. Va detto che Dante non
conosceva il testo omerico direttamente, ma attraverso traduzioni e
rimaneggiamenti tardi (l'episodio di Ulisse del Canto XXVI, ad esempio, estraneo
ai poemi classici); pi diretta la sua conoscenza degli altri tre, soprattutto di Ovidio
e Lucano di cui conosceva Metamorfosi e Bellum civile, entrambi fonte di
innumerevoli immagini mitologiche. Il pensiero medievale aveva sottoposto
specialmente Ovidio a un intenso lavoro di reinterpretazione in chiave cristiana, il
che vale naturalmente anche per lo stesso Virgilio e per la letteratura classica in
generale, per cui non c' da stupirsi se Dante accorda la sua preferenza a questi
autori che costituivano il canone del Medioevo latino ed erano presi a modello
dagli scrittori di poesia; tra essi vi era una sorta di gradazione di importanza, per cui
si pu ipotizzare che l'ordine in cui li cita Dante rispetti tale gerarchia e consideri
Virgilio e Omero come i modelli pi autorevoli, non solo in quanto maestri di
letteratura ma anche di filosofia e sapere, il che vale in particolare per il poeta
latino. Dante stesso gareggia proprio con Ovidio e Lucano in Inf., XXV, 94-102,
allorch descrive le mostruose trasformazioni dei ladri nella VII Bolgia e manifesta
con un certo orgoglio la propria abilit che gli consente, a suo dire, di superare di
gran lunga il loro esempio e il loro magistero. Gi in questo Canto, del resto, il poeta

moderno viene accolto nella compagnia di quelli antichi e si vanta di essere sesto
tra cotanto senno, ammesso alla discussione di profondi argomenti che, in virt di
una sorta di reticenza, non esplicita al lettore.
Nella seconda parte viene descritto il castello degli spiriti magni, ovvero i pagani
virtuosi che si sono distinti per meriti letterari, militari, scientifici o morali, e che pur
non essendo salvi godono di un maggior grado di considerazione rispetto alle altre
anime. Tra questi Dante cita personaggi del mito classico, sia del ciclo troiano sia di
quello latino e personaggi dell'antica storia romana, come il Bruto che cacci
Tarquinio il Superbo, Lucrezia moglie di Collatino che si suicid per la violenza subita
da Sesto Tarquinio, la figlia di Giulio Cesare, la moglie di Catone Uticense. Cita
anche personaggi musulmani, come il Saladino e i filosofi Avicenna e Averro,
nonch quasi tutti i filosofi greci, tra i quali Aristotele definito maestro di color che
sanno. Il luogo in cui essi risiedono un nobile castello che li tiene separati dal resto
delle anime del Limbo, in ragione dell'eccellenza che essi raggiunsero durante la
vita terrena, e che rappresenta l'unico punto luminoso nella tenebrosa oscurit del I
Cerchio; all'interno vi un giardino la cui descrizione ricorda molto quella classica
del locus amoenus, nonch la raffigurazione dei Campi Elisi dove Enea, nel libro VI
dell'Eneide, incontra l'ombra del padre Anchise (l'eroe troiano figura tra gli spiriti
indicati da Dante, mentre curiosamente assente il padre che non viene mai
presentato direttamente nel poema). L'episodio ha anche una certa attinenza con
quello della valletta dei principi negligenti (Purg., VII-VIII), in cui sar il poeta
Sordello a indicare a Dante e Virgilio alcune anime particolarmente eminenti, in
modo a simile a quanto Anchise fa col figlio Enea nel poema virgiliano mostrandogli
i futuri eroi dell'antica Roma.
La speranza per i bambini morti senza battesimo
Uno degli aspetti pi problematici inerenti le anime confinate nel Limbo riguarda i
bambini morti prima di essere battezzati, che pur essendo innocenti e non avendo
commesso alcuna colpa sono irrimediabilmente esclusi dalla salvezza: il punto
doveva colpire non poco i teologi medievali, che infatti se ne occupano in pi di uno
scritto, ed anche lo stesso Dante vi accenna ripetutamente nella sua descrizione del
I Cerchio da cui proviene la sua guida nella prima parte del viaggio, il poeta latino
Virgilio. In Inf., IV, 29-30 egli sottolinea che nel Limbo si sentono dei profondi sospiri
emessi dalle anime l relegate, turbe, ch'eran molte e grandi, / d'infanti e di
femmine e di viri, mentre in Purg., VII, 31-33 Virgilio a spiegare al concittadino
Sordello che nel I Cerchio ci sono anche i pargoli innocenti / dai denti morsi de la
morte avante / che fosser de l'umana colpa esenti, parole in cui evidente
l'apparente ingiustizia che la volont divina sembra riservare a questa categoria di
anime. Va aggiunto che l'aquila degli spiriti giusti, nel suo discorso sulla
predestinazione e sulla salvezza nei Canti XIX-XX del Paradiso, risponde al dubbio di
Dante sull'argomento (che lui stesso dichiara che lo ha tormentato a lungo)
riconducendo tutto all'imperscrutabile giudizio divino, per cui ci che pu sembrare
un'apparente ingiustizia trova la sua spiegazione nell'abisso della saggezza di Dio,
che per inconoscibile al limitato intelletto umano. Il tema delicato, in quanto
l'esistenza del Limbo era ammessa dalla dottrina cristiana ma non trovava
giustificazione in nessun punto delle Scritture, senza contare che il battesimo non

era sempre condizione indispensabile per essere ammessi alla grazia: oltre
all'eccezione rappresentata dai patriarchi biblici, rimasti nel Limbo fino alla
Resurrezione di Cristo e poi portati da Lui in Paradiso, la dottrina riconosceva il caso
di quei pagani che per meriti eccezionali e in virt di un alto privilegio erano stati
salvati, di cui vi sono vari esempi anche nel poema dantesco (i pi clamorosi sono
quelli di Catone Uticense, Rifeo e Traiano). Recentemente la Chiesa Cattolica
tornata sulla questione dei bambini morti senza battesimo e ha cautamente
ipotizzato che per essi vi possa essere una speranza di salvezza, rimuovendo
dunque il carattere di perentoriet circa la loro perdizione che era posta dalla
teologia medievale: nel 2007 la Commissione Teologica Internazionale ha infatti
redatto un documento, approvato dal pontefice Benedetto XVI, in cui si afferma che
il battesimo condizione necessaria per essere ammessi alla grazia, ma che lecito
sperare che Dio possa salvare i bambini morti senza aver ricevuto il sacramento
(dunque l'esistenza del Limbo non viene negata e, anzi, esso viene ritenuta
un'ipotesi teologica possibile, ma viene di molto attenutata la sua importanza sul
piano della salvezza individuale). Ecco come si esprime la Chiesa nel citato
documento:
La conclusione dello studio che vi sono ragioni teologiche e liturgiche per
motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e
introdotti nella beatitudine eterna, sebbene su questo problema non ci sia un
insegnamento esplicito della Rivelazione. Nessuna delle considerazioni che il testo
propone per motivare un nuovo approccio alla questione, pu essere addotta per
negare la necessit del Battesimo n per ritardare il rito della sua amministrazione.
Piuttosto vi sono ragioni per sperare che Dio salver questi bambini, poich non si
potuto fare ci che si sarebbe desiderato fare per loro, cio battezzarli nella fede
della Chiesa e inserirli visibilmente nel Corpo di Cristo... Gli adulti, essendo stati
dotati di ragione, coscienza e libert, sono responsabili del proprio destino, nella
misura in cui accolgono o respingono la grazia di Dio. I bambini tuttavia, non avendo
ancora luso della ragione, della coscienza e della libert, non possono decidere per
se stessi... Da un punto di vista teologico, lo sviluppo di una teologia della speranza
e di una ecclesiologia della comunione, insieme al riconoscimento della grandezza
della misericordia divina, mettono in discussione uninterpretazione eccessivamente
restrittiva della salvezza (testo approvato il 19 genn. 2007 e pubblicato sul sito
ufficiale del Vaticano).
Tale posizione della Chiesa non fa che risolvere, almeno in parte, i dubbi teologici
che gi Dante e i pensatori del suo tempo avevano avanzato sulla questione, e pur
non dichiarando espressamente che questi bambini saranno salvi, tuttavia
riconduce ancora tutto alla volont di Dio, mettendo maggiormente l'accento sulla
Sua misericordia piuttosto che sul carattere implacabile della Sua giustizia. Non
sappiamo cosa avrebbe pensato Dante se avesse potuto leggere queste
considerazioni, ma lecito affermare che il documento citato resta nel solco della
dottrina e non ne mette in discussione i principi fondamentali (caso mai, li
interpreta in maniera meno restrittiva), per cui l'attuale posizione della Chiesa non
certo in contrasto con quella espressa da Dante il quale, non dimentichiamolo, si

rifaceva anch'egli strettamente alle affermazioni dei teologi a lui coevi. (Foto: F.
Pozzebom / Wikimedia Commons)
Note e passi controversi
Non chiaro cosa sia il truono che risveglia Dante all'inizio del Canto (vv. 1-3):
probabilmente si tratta di un evento prodigioso, come il terremoto e la luce
rossastra che ne hanno provocato lo svenimento alla fine del Canto III.
Il v. 30 riecheggia Aen., VI, 306-307: matres atque viri... pueri innuptaeque puellae
(donne e uomini, fanciulli e ragazze ancora non maritate), riferito alle anime che
si affollano in riva all'Acheronte.
Le parole di Virgilio ai vv. 33-36 anticipano la spiegazione dell'aquila nel Cielo di
Giove, Par., XIX, 103-105: A questo regno / non sal mai chi non credette 'n Cristo, /
n pria n poi ch'el si chiavasse al legno.
Al v. 45 l'agg. sospesi lo stesso usato da Virgilio in II, 52.
Il v. 69 (ch'emisperio di tenebre vincia) assume diverso significato a seconda che il
sogg. sia che oppure emisperio, e che il verbo voglia dire vinceva o attorniava:
nel primo caso si legge una luce che vinceva un emisfero di tenebre, nel secondo
che un emisfero di tenebre attorniava, sempre riferendosi alla luce che proviene dal
castello.
La spada che Omero tiene in mano (v. 86) un riferimento al fatto che fu poeta
guerresco (specie nell'Iliade), ma anche una connotazione della sua superiorit
sugli altri tre.
Il v. 95 (di quel segnor de l'altissimo canto) pu riferirsi a Omero o Virgilio, anche se
quanto detto prima da Dante fa pensare al poeta greco, definito sire degli altri tre.
La descrizione del castello degli spiriti magni si rif in gran parte a quella dei
Campi Elisi dell'Eneide (VI, 638 ss.), specie nel particolare dei poeti che si pongono
su una specie di altura da cui possono vedere tutti gli spiriti (si tratta di una sorta di
locus amoenus e la scena simile anche a Purg., VII, 70 ss., quando Sordello indica
a Dante e Virgilio le anime dei principi negligenti nella valletta). Le sette mura e le
sette porte del castello sono state oggetto delle pi svariate ipotesi interpretative
(le sette arti liberali, le sette virt, le sette ripartizioni della filosofia...), ma nessuna
sembra in grado di prevalere sulle altre.
Nei vv. 130-135 indicata la netta superiorit di Aristotele rispetto a tutti gli altri
filosofi, dal momento che lo Stagirita siede pi in alto e tutti onor li fanno (ci
dovuto all'enorme importanza del suo pensiero nel tomismo e nella teologia
cristiana dei secc. XII-XIII).
Il v. 136 allude alla teoria atomistica di Democrito (Dante si rif probabilmente a san
Tommaso d'Aquino).
Dioscoride detto buono accoglitor del quale (v. 139) in quanto autore di una
classificazione delle qualit medicinali delle piante.

Al v. 141 Dante cita Seneca morale, ma non affatto certo che volesse distinguerlo
da Seneca tragico, visto che probabilmente sapeva bene trattarsi dello stesso
autore.

Inferno, Canto V
Argomento del Canto
Ingresso nel II Cerchio. Incontro con Minosse. La pena dei lussuriosi; i morti
violentemente per amore. Incontro con Paolo e Francesca.
la sera di venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Ingresso nel II Cerchio. Minosse (1-24)
Usciti dal Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II Cerchio, meno ampio del precedente
ma contenente molto pi dolore. Sulla soglia trovano Minosse, che ringhia con
aspetto animalesco: il giudice infernale, che ascolta le confessioni delle anime
dannate e indica loro in quale Cerchio siano destinate, attorcigliando intorno al

corpo la lunghissima coda tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato deve
discendere. Non appena vede che Dante vivo, lo apostrofa con durezza e lo
ammonisce a non fidarsi di Virgilio, poich uscire dall'Inferno non cos facile come
entrare. Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio di Dante voluto da Dio.
I lussuriosi (25-72)
Superato Minosse, Dante si ritrova in un luogo buio, dove soffia incessante una
terribile bufera che trascina i dannati e li sbatte da un lato all'altro del Cerchio.
Quando questi spiriti giungono davanti a una rovina, emettono grida e lamenti e
bestemmiano Dio. Dante capisce immediatamente che si tratta dei lussuriosi, i quali
volano per l'aria formando una larga schiera simile agli stornelli quando volano in
cielo.
Dante vede poi un'altra schiera di anime, che volano formando una lunga linea
simile a delle gru in volo. Chiede spiegazioni a Virgilio e il poeta latino indica al
discepolo i nomi di alcuni dannati, che sono tutti lussuriosi morti violentemente: tra
questi ci sono Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena (moglie di Menelao), Achille,
Paride, Tristano, in compagnia di pi di mille altre anime. Dopo aver sentito tutti
questi nomi, Dante colpito da profonda angoscia e per poco non si smarrisce.
Incontro con Paolo e Francesca (73-108)
Dante nota che due di queste anime volano accoppiate e manifesta il desiderio di
parlare con loro. Virgilio acconsente e invita Dante a chiamarle, cosa che il poeta fa
con un appello carico di passione. I due spiriti si staccano dalla schiera di anime e
volano verso di lui, come due colombe che vanno verso il nido: sono un uomo e una
donna, e quest'ultima si rivolge a Dante ringraziandolo per la piet che dimostra
verso di loro. Poi si presenta, dicendo di essere nata a Ravenna e di essere stata
legata in vita da un amore indissolubile con l'uomo che ancora le sta accando nella
morte; furono entrambi assassinati e la Caina, la zona del IX Cerchio dove sono
puniti i traditori dei parenti, attende il loro uccisore.
Il racconto di Francesca. Dante sviene (109-142)
A questo punto Dante resta turbato e per alcuni momenti resta in silenzio, gli occhi
bassi. Virgilio gli chiede a cosa pensi e Dante risponde di essere colpito dal desiderio
amoroso che condusse i due dannati alla perdizione. Poi parla a Francesca,
chiamandola per nome, e chiedendole in quali circostanze sia iniziata la loro
relazione adulterina.
Francesca risponde dapprima che doloroso ricordare del tempo felice quando si
miseri, ma se Dante vuole sapere l'origine del loro amore allora glielo racconter. La
donna narra che un giorno lei e Paolo leggevano per divertimento un libro, che
parlava di Lancillotto e della regina Ginevra. Pi volte la lettura li aveva indotti a
cercarsi con lo sguardo e li aveva fatti impallidire. Quando lessero il punto in cui era
descritto il bacio dei due amanti, anch'essi si baciarono e interruppero la lettura del
libro, che fece da mezzano della loro relazione amorosa. Mentre Francesca parla,
Paolo resta in silenzio e piange; Dante sopraffatto dal turbamento e sviene.

Interpretazione complessiva
Il Canto V il primo dell'Inferno che ci mostra la pena di una categoria di dannati e
Francesca il primo peccatore a dialogare con Dante: troviamo anche una figura
demoniaca, Minosse, che qui rappresenta il giudice dei dannati ed ridotto a una
bizzarra parodia della giustizia divina, essendo descritto come un essere mostruoso
e animalesco, con una lunga coda che avvolge intorno a s per indicare ai dannati il
luogo infernale cui sono destinati (Guido da Montefeltro aggiunger il particolare del
dosso duro, cfr. Inf., XXVII, 125). Non sappiamo da dove Dante abbia tratto questa
curiosa trasformazione, di cui non c' traccia nei testi classici cui pu essersi
ispirato, ma certo che Minosse qui si limita ad essere esecutore della volont
divina, una sorta di strumento che agisce senza la profonda dignit che aveva in
Virgilio o negli altri poeti antichi; probabilmente anche il custode del II Cerchio,
anche se nulla autorizza a collegarlo al peccato di lussuria in quanto nel mito
classico egli era descritto piuttosto come re saggio e giusto.
I lussuriosi sono trascinati da una bufera incessante, che simboleggia la forza della
passione sessuale cui essi non seppero opporsi in vita (Dante li definisce peccator
carnali, / che la ragion sommettono al talento). Molto probabilmente tra essi si
distingue un'altra schiera, costituita dai lussuriosi morti violentemente, tra cui oltre
ai due protagonisti del Canto ci sono vari personaggi del mito e della letteratura,
come Didone, Achille, Tristano. Dante intende svolgere un discorso intorno alla
letteratura amorosa, per condannarla in quanto fonte potenziale di peccato e
pericolosa per quei lettori che potrebbero essere indotti a mettere in pratica i
comportamenti descritti nei libri. Non a caso i lussuriosi nominati da Virgilio
appartengono quasi tutti alla sfera letteraria o mitologica e Dante li definisce donne
antiche e' cavalieri, con un riferimento preciso alla letteratura francese del ciclo
arturiano (cui appartengono sia Tristano sia Lancillotto e Ginevra, citati dopo da
Francesca). Dante stesso non ha bisogno di spiegazioni per capire che in questo
Cerchio sono puniti i lussuriosi e ci per il fatto che il poeta era stato avido lettore e
produttore di letteratura amorosa, quindi si sente coinvolto in prima persona nel
loro peccato (di qui il turbamento angoscioso che prova dall'inizio dell'episodio): la
sua intenzione condannare la letteratura che celebra l'amore sensuale e non
spiritualizzato, quindi ritrattare parte della sua precedente produzione poetica,
rappresentata dalle Petrose e forse anche dallo Stilnovo. Francesca un
personaggio significativo a riguardo, perch il caso suo e di Paolo era un episodio di
cronaca che doveva essere ben presente ai lettori contemporanei. La vicenda, di cui
non c' comunque traccia nei cronisti del tempo, era quella di un adulterio tra
Francesca da Polenta, figlia del signore di Ravenna, e il cognato Paolo Malatesta,
fratello di Gianciotto che la donna aveva sposato in un matrimonio combinato per
riappacificare le due famiglie. Gianciotto aveva scoperto la relazione e aveva ucciso
entrambi.
Dante non intende affatto risarcire i due amanti clandestini della loro morte, n
giustificare in alcun modo il loro peccato, ma piuttosto mettere in guardia tutti i
lettori dai rischi insiti nella letteratura di argomento amoroso. Francesca, infatti,
una donna colta, esperta di letteratura: cita indirettamente Guinizelli e lo stesso
Dante, dei quali riprende alcuni versi nella famosa anafora Amor... amor... amor,

nonch le leggi del De amore di A. Cappellano, testo notissimo nel Medioevo e base
teorica della lirica provenzale. Il suo amore con Paolo nato per una reciproca
attrazione fisica e l'occasione venuta proprio dalla lettura di un libro, il romanzo
cortese di Lancillotto e Ginevra (che Dante sicuramente non conosceva
direttamente, ma attraverso qualche volgarizzamento tardo). La loro colpa non
tanto di essersi innamorati, ma di aver messo in pratica il comportamento
peccaminoso dei due personaggi letterari; hanno scambiato la letteratura con la
vita e ci ha causato la loro irrevocabile dannazione.
La piet provata da Dante verso di loro non dunque una generica compassione n
la riabilitazione del loro amore clandestino (errata dunque l'interpretazione dei
critici romantici, come De Sanctis), ma il turbamento angoscioso di uno scrittore
che prende coscienza della pericolosit della poesia amorosa da lui prodotta in
passato. Non del resto un caso che una lussuriosa sia il primo dannato descritto
da Dante, mentre gli ultimi penitenti del Purgatorio (Canto XXVI) saranno Guido
Guinizelli e Arnaut Daniel, condannati proprio in quanto poeti amorosi.
Note e passi controversi
Minosse (vv. 4 ss.) descritto da Dante con attributi animaleschi, in modo molto
diverso quindi da quello virgiliano nel libro VI dell'Eneide (non chiaro a quali fonti
faccia riferimento). Virgilio lo zittisce con la stessa formula gi usata con Caronte in
Inf., III, 95-96.
Al v. 20 Minosse sembra citare Matth., VII, 13: spatiosa via est, quae ducit ad
perditionem (la via che conduce alla perdizione assai larga).
Non chiaro cosa sia la ruina citata al v. 34, di fronte alla quale i lussuriosi
bestemmiano Dio: si pensato a una frana prodotta dal terremoto il giorno della
morte di Cristo, simbolo per i dannati della giustizia divina.
Le similitudini con gli uccelli ai vv. 40, 46, 82-84 (stornelli, gru, colombe) si spiegano
col fatto che essi erano spesso usati come immagini nella poesia amorosa. I lai (v.
46) sono le strida emesse dalle gru, ma il riferimento anche ai Lais, genere di
poesia franco-provenzale e ai lamenti amorosi citati dai trovatori occitanici. Le
colombe appartenevano al corteo di Venere, dea dell'amore, e vengono mostrate
mentre vanno al dolce nido, dove si accoppieranno.
La terra che 'l Soldan corregge (v. 60) Babilonia in Egitto, ma qui Dante la
confonde probabilmente con la Babilonia capitale del regno assiro.
Al v. 90 sanguigno indica il colore rosso del sangue, come perso (v. 89) indica un
colore scuro misto di porpora e nero (Francesca intende dire che lei e Paolo sono
morti di morte violenta).
Il re de l'universo citato da Francesca (v. 91) probabilmente Dio, ma alcuni
commentatori hanno ipotizzato che potrebbe essere il dio Amore, cui la donna era
devota in vita.
La rima ai vv. 95, 97, 99 (voi / fui / sui ) siciliana (al v. 95 alcuni mss. leggono vui).

Al v. 96 ci tace vuol dire qui tace (ci avv. di luogo), ma alcuni mss. leggono si
tace.
Il v. 100 (Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende) riprende due versi di Guinizelli e
Dante, ovvero Foco d'amore in gentil cor s'aprende (dalla canzone Al cor gentil
rempaira sempre amore) e Amore e 'l cor gentil sono una cosa (Vita Nuova, XX).
Invece il v. 103 (Amor, ch'a nullo amato amar perdona) riprende un concetto
espresso nel De amore, di A. Cappellano.
I vv. 121-123 sono una citazione di un passo di Boezio (De consolatione
philosophiae, II, 4), ma non certo che il dottore di Dante sia Virgilio, poich
Francesca potrebbe alludere proprio a Boezio.
Nel romanzo cortese citato da Francesca (vv. 133 ss.) in realt la regina Ginevra a
baciare Lancillotto, nell'ambito del rituale dell'omaggio amoroso che ricalcava
l'investitura cavalleresca: pu darsi che Dante avesse letto un tardo
volgarizzamento del testo francese in cui la situazione era rovesciata o descritta in
modo ambiguo. Galeotto Galehaut, il siniscalco di Ginevra che faceva da
mallevadore ai due amanti del romanzo.
Il verso finale del Canto (142) assai simile a quello che chiudeva il III (v. 136: e
caddi come l'uom cui sonno piglia).

Inferno, Canto VI
Argomento del Canto
Ingresso nel III Cerchio. Apparizione di Cerbero. Pena dei golosi. Incontro con Ciacco
e sua profezia sul destino politico della citt di Firenze. Ciacco indica come dannati
alcuni fiorentini illustri, tra cui Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo
Rusticucci e Mosca dei Lamberti. Apparizione di Pluto.
la notte di venerd 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Incontro coi golosi. Cerbero (1-33)
Dante si risveglia dopo lo svenimento al termine del colloquio con Paolo e Francesca
e si accorge di essere arrivato nel III Cerchio, dov' tormentata una nuova schiera di
dannati. Una pioggia eterna, fredda, fastidiosa cade incessante nel Cerchio, mista
ad acqua sporca e neve; forma al suolo una disgustosa fanghiglia, da cui si leva un
puzzo insopportabile.
I golosi sono sdraiati nel fango e Cerbero latra orribilmente sopra di essi con le sue
tre fauci. Ha gli occhi rossi, il muso sporco, il ventre gonfio e le zampe artigliate;
graffia le anime facendole a brandelli e rintronandole coi suoi latrati. I dannati
urlano come cani per la pioggia, voltandosi spesso sui fianchi nel vano tentativo di
ripararsi l'un l'altro. Quando Cerbero vede i due poeti gli si avventa contro,
mostrando i denti, ma Virgilio raccoglie una manciata di terra e gliela getta nelle tre
gole. Il mostro sembra placarsi, proprio come un cane affamato quando qualcuno gli
getta un boccone.
Incontro con Ciacco (34-57)
Dante e Virgilio proseguono e passano letteralmente sopra le anime, che essendo
immateriali non oppongono ostacolo. Tutte giacciono al suolo, ma una di esse si leva
improvvisamente a sedere e si rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal
momento che il poeta nato prima che lui morisse. Dante risponde che il suo
aspetto talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, quindi gli domanda il suo
nome, affermando che la pena sua e degli altri golosi certo la pi spiacevole
dell'Inferno, se non forse la pi grave.
Il dannato risponde dichiarando anzittutto di essere stato cittadino di Firenze, la
citt che piena di invidia. Il suo nome Ciacco ed condannato fra i golosi, che
affollano in gran numero il Cerchio. Detto ci, rimane in silenzio.
Le tre domande di Dante a Ciacco su Firenze (58-75)

A questo punto Dante ribatte dicendosi pronto a piangere per l'angoscia provocata
dalla pena di Ciacco e gli pone tre domande riguardanti la loro comune patria,
Firenze: Dante vuol sapere quale sar l'esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini
giusti, quali sono le ragioni delle discordie intestine.
Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una
lunga contesa i due partiti (Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico (la
cosiddetta zuffa di Calendimaggio del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave
danno. Prima che passino tre anni, per, i Neri avranno il sopravvento grazie
all'aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti (Bonifacio VIII). I Neri
conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa
(condanne ed esili).
La risposta alla seconda domanda che i giusti a Firenze sono solo in due, ma
nessuno li ascolta. Alla terza domanda Ciacco risponde che superbia, invidia ed
avarizia sono le tre scintille che hanno acceso le lotte politiche.
Domanda di Dante su alcuni fiorentini illustri (76-93)
Dopo che Ciacco ha cessato di parlare lamentosamente, Dante gli domanda ancora
se sa quale sia il destino ultraterreno di alcuni celebri fiorentini, tra cui Farinata
Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, Iacopo Rusticucci, un Arrigo (di cui
non conosciamo l'identit), Mosca dei Lamberti. Dante ha gran desiderio di sapere
se essi sono all'Inferno o in Paradiso e Ciacco risponde prontamente che essi sono
tra le anime peggiori e si trovano tutti nel pi profondo dell'Inferno, dove Dante
stesso potr vederli se scender fin laggi.
Ciacco conclude il suo discorso pregando Dante di ricordarlo ai vivi una volta
tornato sulla Terra, quindi non aggiunge un'altra parola. Il dannato strabuzza gli
occhi, guarda per qualche istante il poeta e poi china la testa, ricadendo nel fango
insieme agli altri golosi.
Condizione dei dannati dopo il Giudizio Universale. Pluto (94-115)
Virgilio prende la parola per spiegare a Dante che Ciacco non si sollever pi fino al
giorno del Giudizio Universale, quando udir il suono della tromba angelica. Allora
tutti i trapassati si rivestiranno del corpo mortale, ascoltando la sentenza finale che
fisser in eterno il loro destino ultraterreno. Mentre i due poeti attraversano la
fanghiglia tra le anime, Dante chiede a Virgilio se i tormenti dei dannati
aumenteranno dopo il Giudizio, oppure saranno attenuati o resteranno uguali.
Virgilio risponde a Dante invitandolo a pensare alla Fisica di Aristotele, in base alla
quale quanto pi una cosa perfetta, tanto pi in grado di percepire il dolore e il
piacere. I dannati non saranno mai perfetti, tuttavia logico supporre che dopo la
sentenza finale raggiungeranno la pienezza del proprio essere (essendosi
riappropriati del loro corpo), quindi implicitamente afferma che le loro pene
aumenteranno.

I due poeti aggirano a tondo il Cerchio, parlando di altri argomenti che Dante non
riferisce. Quando giungono al punto in cui si scende dal III al IV Cerchio, trovano il
gran nemico Pluto.
Intepretazione complessiva
Il Canto VI di ciascuna Cantica di argomento politico, secondo un climax
ascendente che va da Firenze, all'Italia (Purg., VI), all'Impero (Par., VI): qui il
discorso politico dedicato alla citt di Dante, di cui vengono analizzate le lotte
interne e le discordie attraverso il personaggio di Ciacco, uno dei golosi che
scontano la loro pena nel III Cerchio in cui Dante si sveglia dopo lo svenimento alla
fine del precedente. Questi dannati sono colpiti da una pioggia incessante, costretti
a voltolarsi in un fango maleodorante che contrasta con la prelibatezza e i profumi
dei cibi di cui furono ghiotti in vita, il che rende piuttosto evidente il contrappasso;
la pena accresciuta da Cerbero, mostro che li rintrona col suo latrato e li graffia...
ed iscoia ed isquatra, proprio come se fossero cibi da cucinare (e lo stesso mostro
una raffigurazione grottesca del peccato di ghiottoneria, con le sue tre gole, la
barba unta e atra, il ventre gonfio, la fame rabbiosa che placa mangiando la terra).
Il cane a tre teste tratto dalla mitologia classica e, al pari dei gi visti Caronte e
Minosse, rappresenta l'ennesimo caso di divinit infera demonizzata dal pensiero
cristiano, anch'esso con la funzione allegorica di impedimentum morale alla discesa
di Dante all'Inferno. Infatti il mostro ringhia e mostra i denti ai due viaggiatori,
tuttavia neutralizzato da Virgilio che gli getta nelle tre gole una manciata di terra,
gesto che ricorda quello della Sibilla nel libro VI dell'Eneide (anche se in quel caso la
sacerdotessa lanciava a Cerbero una focaccia intrisa di erbe soporifere) e che
rimanda alla natura demoniaca del mostro, che infatti stato considerato
un'anticipazione di Lucifero che avr anch'egli tre facce e sar come il cane trifauce
una bizzarra parodia della Trinit.
Il protagonista del Canto poi Ciacco, un fiorentino vissuto nel Duecento di cui poco
si sa a parte quel che ne dicono Dante e Boccaccio in una novella del Decameron
(IX, 8), in cui compare anche Filippo Argenti che troveremo due Canti pi avanti tra
gli iracondi. il dannato ad apostrofare Dante e a chiedergli se lui lo riconosca, cosa
impossibile dato il suo aspetto stravolto (non sar l'unico caso in cui la pena rende
pressoch irriconoscibili i dannati o i penitenti del Purgatorio), quindi Dante rivolge
al dannato tre domande sul destino politico di Firenze, profittando del fatto che i
dannati possono antivedere il futuro sia pure con le limitazioni che verranno
precisate in seguito da Farinata. Il poeta vuole sapere infatti cosa avverr nella citt
paritita, divisa in opposte fazioni, se vi sono cittadini giusti e qual stata la causa
delle discordie che lacerano Firenze: Ciacco risponde profetizzando la vittoria dei
Guelfi Neri nel 1301-1302, che causer l'esilio di Dante ( la prima di una lunga
serie di profezie su questo argomento), dichiarando che a Firenze i cittadini che
onorano la giustizia sono ben pochi e infine ricordando che le cause delle divisioni
politiche sono superbia, invidia ed avarizia, quindi le tre disposizioni peccaminose
che sono all'origine del disordine morale dell'Italia del tempo (l'avarizia era gi
simboleggiata dalla lupa, la superbia dal leone; l'invidia il peccato che spinse
Lucifero a ribellarsi a Dio e che aveva fatto uscire la lupa dall'Inferno, secondo
quanto detto in Inf., I, 111). Col discorso di Ciacco, Dante intende stigmatizzare le

divisioni interne di Firenze, che tante ingiustizie e dolori causeranno e che saranno
frutto della avidit di denaro: l'avarizia dei Fiorentini sar duramente criticata anche
in altri celebri passi del poema, specie nel discorso sul maladetto fiore di Folchetto
di Marsiglia (Par., IX, 127-142) in cui la citt verr addirittura definita come il
prodotto di Lucifero, mentre l'invidia di cui secondo Ciacco piena Firenze anche
quella provata dai concittadini di Dante verso il poeta per la sua condotta politica,
che causer il suo esilio in seguito ai fatti del 1301-1302 (discorso simile verr fatto
da Brunetto Latini nel Canto XV dell'Inferno). Sempre in quest'ottica va letta l'altra
domanda sul destino escatologico dei fiorentini illustri (quelli ch'a ben far puoser li
'ngegni), vissuti nella prima met del XIII sec. e protagonisti di una Firenze ideale, la
stessa vagheggiata dall'avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso: se ebbero meriti
politici, non altrettanto pu dirsi di quelli morali, visto che Ciacco preannuncia la
loro dannazione (Dante incontrer Farinata tra gli eresiarchi del VI Cerchio,
Tegghiaio e il Rusticucci tra i sodomiti del VII, Mosca tra i seminatori di discordie
della IX Bolgia dell'VIII Cerchio).
L'ultima parte del Canto riguarda il destino dei dannati dopo il Giudizio Universale,
spiegato da Virgilio in base ai principi della Fisica di Aristotele e in seguito alla sua
affermazione secondo cui Ciacco, ricaduto nel fango al termine del suo discorso con
Dante, non si rialzer pi fino all'angelica tromba (allora le anime risorte si
rivestiranno dei loro corpi mortali, secondo un punto qualificante della dottrina che
sar toccato anche altrove da Dante: cfr. Par., XIV, 34-60). Secondo Virgilio il
maggior grado di perfezione di una creatura ne accresce la sensibilit al piacere e al
dolore, quindi, anche se i dannati non saranno mai perfetti, dopo che si saranno
riappropriati del corpo il loro essere sar pi completo, quindi le loro pene
accresceranno. L'accenno al Giudizio finale rimanda allo scontro tra Cristo e
l'Anticristo, che dirimer ogni divisione terrena e ristabilir la giustizia in eterno: il
primo definito qui nimica podesta, il secondo implicitamente evocato attraverso
Pluto, il gran nemico (ovvero il demonio) che appare alla fine del canto e si ricollega
in parte a Cerbero, definito demonio e gran vermo, lo stesso attributo di Lucifero.
Note e passi controversi
I due cognati (v. 2) sono Paolo e Francesca, i lussuriosi incontrati da Dante nel
Canto V; ascoltando la loro storia il poeta era svenuto e all'inizio di questo Canto
riprende i sensi.
Il v. 14 presenta una cesura in tmesi, tra canina- e -mente (l'avverbio di modo
spezzato nei suoi elementi etimologici).
Al v. 21 miseri profani probabilmente una dittologia sinonimica che sta per miseri
moralmente e materialmente (altri intendono l'espressione come dannati).
Il v. 36 allude al fatto che le anime hanno corpi inconsistenti, quindi Dante e Virgilio
possono porre su di loro le piante dei piedi come se non esistessero. Tavolta Dante
coerente con tale principio, in altri casi invece descrive le anime come corpi solidi
(ci per esigenze poetiche di maggior realismo).
Il v. 42 contiene il bisticcio verbale disfatto / fatto, di gusto tipicamente guittoniano.

Al v. 61 Dante definisce Firenze la citt partita in quanto divisa in fazioni politiche.


Al v. 65 la parte selvaggia indica i Bianchi, detti cos perch i Cerchi che ne erano a
capo venivano dal contado. Il fatto di sangue citato da Ciacco la cosiddetta zuffa
di Calendimaggio (1 maggio 1300) tra sostenitori dei Cerchi e dei Donati, in cui fu
coinvolto anche l'amico di Dante, Guido Cavalcanti, che venne poi esiliato con
provvedimento firmato dal poeta che ricopriva la carica di priore.
Il v. 69 indica certamente Bonifacio VIII, che nel 1301-1302 fingeva di far da paciere
tra le due fazioni e in realt parteggiava segretamente per i Neri; alcuni hanno
pensato a Carlo di Valois, le cui armi rovesciarono i Bianchi nel 1301.
Il v. 73 (giusti son due) vuol dire probabilmente che i giusti, a Firenze, sono
pochissimi, ma non sono mancate interpretazioni pi puntuali (i due giusti
sarebbero Dante e Dino Compagni, Dante e Guido Cavalcanti, ecc.). Alcuni
commentatori hanno inteso giusto come sinonimo di diritto, quindi i due giusti
sarebbero il diritto naturale e quello codificato con la legge, ma ipotesi poco
probabile.
Al v. 79 Tegghiaio bisillabo per via del trittongo -aio.
L'Arrigo di cui parla Ciacco al v. 80 un personaggio non identificato, che non viene
pi nominato fra i dannati.
Al v. 84 attosca significa propriamente avvelena, da tosco, veleno (cfr. XIII, 6,
stecchi con tosco).
Al v. 96 la nimica podesta Cristo giudicante, cos definito in quanto nemico dei
dannati.
I vv. 97-99 alludono alla credenza cristiana per cui, il Giorno del Giudizio, le anime
risorte andranno nella valle di Iosafat a riappropriarsi dei loro corpi mortali (cfr. XIII,
103-108).
La spiegazione di Virgilio ai vv. 106-111 si rif strettamente al commento di san
Tommaso d'Aquino al De anima di Aristotele, che cita quasi alla lettera: quanto
anima est perfectior, tanto exercet plures perfectas operationes et diversas
(quanto pi l'anima perfetta, tanto pi numerose e perfette e diverse sono le
operazioni che esercita).

Inferno, Canto VII


Argomento del Canto
Minacce di Pluto. Ingresso nel IV Cerchio e descrizione della pena di avari e prodighi.
Discorso di Virgilio sulla Fortuna. Ingresso nel V Cerchio (Stige) e descrizione della
pena degli iracondi, tra cui gli accidiosi.
la notte tra venerd 8 aprile (o 25 marzo) e sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Incontro con Pluto (1-15)

All'ingresso nel IV Cerchio i due poeti incontrano Pluto, custode di quella zona
infernale. Il mostro, che ha sembianze di lupo, inveisce contro di loro pronunciando
parole incomprensibili, ma Virgilio rassicura Dante del fatto che non potr impedire
il loro cammino, quindi rimprovera il demone e lo zittisce ricordandogli la sconfitta
subita da Lucifero ad opera dell'arcangelo Michele. A questo punto Pluto cade a
terra prostrato e i due poeti possono proseguire.
Gli avari e i prodighi (16-66)
Dante e Virgilio entrano nel IV Cerchio, dove sono stipate moltissime anime. I
dannati spingono faticosamente enormi macigni, divisi in due schiere che
procedono lungo il Cerchio in senso opposto. Quando cozzano gli uni contro gli altri,
si gridano a vicenda: Perch tieni stretto il masso? e Perch lo fai rotolare?,
quindi si girano indietro e riprendono la loro bizzarra giostra.
Dante, sopraffatto dall'angoscia, chiede a Virgilio chi siano quei dannati e in
particolare se le anime che vede con la tonsura siano effettivamente tutti chierici. Il
maestro spiega che tutti loro in vita non spesero il denaro con giusta misura,
peccando gli uni di avarizia e gli altri di prodigalit. Le anime con la tonsura furono
effettivamente chierici, tutti peccatori di avarizia e fra loro ci sono anche papi e
cardinali. Dante si stupisce di non riconoscere nessuno di loro, ma Virgilio chiarisce
che il carattere immondo del loro peccato ora li rende del tutto irriconoscibili. Per
l'eternit le due schiere di dannati si scontreranno nei due punti del Cerchio, finch
il giorno del Giudizio gli avari risorgeranno col pugno chiuso e i prodighi coi capelli
tagliati. Virgilio conclude dicendo che i beni terreni, affidati alla fortuna, sono
effimeri e tutto l'oro del mondo sarebbe insufficiente a placare queste anime afflitte.
La teoria della Fortuna (67-99)
Dante colto da un dubbio e chiede a Virgilio cosa sia questa Fortuna, che sembra
avere i beni materiali tra i suoi artigli. Il poeta latino dapprima biasima l'ignoranza
del mondo, quindi spiega che Dio ha disposto varie intelligenze angeliche a
governare i vari Cieli, e allo stesso modo ha creato un'intelligenza che amministri i
beni terreni. Essa, la Fortuna, stabilisce quando le ricchezze debbano cambiare di
mano e quali genti debbano prosperare o decadere, secondo l'imperscrutabile
giudizio divino. La saggezza umana non pu contrastare le sue decisioni ed
inevitabile che i mutamenti siano rapidi. Molti sciocchi la maledicono, mentre
dovrebbero lodarla e ringraziarla: essa non sente neppure queste lamentele, gira la
sua ruota e opera serenamente insieme agli altri angeli. A questo punto Virgilio
invita Dante a proseguire il cammino, poich sono gi passate dodici ore da quando
ha lasciato il Limbo su invito di Beatrice.
Discesa al V Cerchio: gli iracondi (100-130)
I due poeti attraversano il Cerchio fino all'estremit opposta, dove c' una vena
d'acqua che sgorga dalla roccia e si immette in un fossato. L'acqua di colore scuro
e i due poeti ne seguono il corso verso il basso: il ruscello si impaluda nello Stige,
dove nel fango sono immerse delle anime che Dante osserva con attenzione,
vedendo che hanno aspetto crucciato. Questi dannati si percuotono con schiaffi,

pugni e morsi, arrivando persino a sbranarsi a vicenda. Virgilio spiega a Dante che si
tratta degli iracondi e ci sono altre anime completamente immerse nello Stige, che
non si vedono ma sospirano e fanno gorgogliare l'acqua in superficie: sono gli
iracondi amari e difficili (accidiosi), che ripetono come un ritornello una frase che
riassume il loro peccato. I due poeti costeggiano la palude percorrendo l'argine
roccioso, finch giungono ai piedi di una torre.
Interpretazione complessiva
Il Canto in gran parte dedicato al peccato di avarizia, che come gi visto nel Canto
I considerato da Dante la radice di tutti i mali del mondo e la causa prima del
disordine politico e morale rappresentato dalla selva oscura del paesaggio iniziale:
simbolo di tale peccato, nonch guardiano demoniaco del IV Cerchio, Pluto, il cui
aspetto animalesco rimanda alla lupa dalla quale Dante era stato soccorso da
Virgilio, per quanto non sia possibile stabilire da dove Dante abbia tratto questa
curiosa trasformazione del dio classico (problema analogo si visto nel caso di
Minosse, mentre per Pluto si aggiunge la difficolt di stabilire con precisione se si
tratti del dio greco delle ricchezze Pluto o di Ade-Plutone, sposo di Proserpina).
Secondo uno schema narrativo ricorrente nel corso della Cantica, anche Pluto tenta
vanamente di opporsi al passaggio di Dante e anche in questo caso l'ostacolo
superato da Virgilio, che sembra afferrare il senso delle sue misteriose parole e lo
mette a tacere con la solita formula che rammenta l'ineluttabilit del viaggio
dantesco, anche col riferimento all'arcangelo Michele che aveva punito Lucifero di
cui, forse, Pluto figura come Cerbero e le altre divinit classiche demonizzate. Sta
di fatto che Pluto si acquieta non diversamente dal cane trifauce, simile alle vele di
una nave che cadono a terra quando non sono pi gonfiate dal vento, a signifcare
forse l'inconsistenza della sua minaccia.
Protagonisti della parte centrale del Canto sono poi avari e prodighi, il cui numero in
questo Cerchio tale da suscitare la pi viva sorpresa da parte di Dante: la loro
pena ha qualcosa di grottesco ed infatti descritta con toni fortemente comicorealistici, in quanto questi dannati sono costretti a voltolare dei massi, come in una
assurda giostra, dicendosi parole ingiuriose che alludono reciprocamente ai loro
peccati. Questo l'unico Cerchio infernale in cui detto chiaramente che ad essere
puniti sono due peccati opposti, secondo il principio aristotelico in medio stat virtus,
per cui tanto gli avari quanto i prodighi non hanno saputo osservare una giusta
misura nelle loro spese e i primi sono stati troppo stretti, i secondi troppo larghi: non
sappiamo se ci valga anche per le altre zone, o se sia un caso unico nella
topografia morale dell'Inferno, mentre evidente che il peccato commesso dai
prodighi diverso da quello degli scialacquatori, che non si sono limitati a spendere
troppo ma hanno sperperato in maniera dissennata tutto il loro patrimonio, per cui li
troveremo tra i peccatori di violenza del VII Cerchio. Distinzione analoga tra avari e
prodighi ci sar anche nella V Cornice del Purgatorio, anche in quel caso col dubbio
se essa sia riservata a quel luogo o da estendere a tutto il secondo regno (le parole
del poeta in proposito non sono esaustive nemmeno in quella circostanza). Quel che
certo che qui Dante vuole condannare soprattutto l'avarizia e, attraverso di
essa, rivolgere un'aspra critica alla corruzione ecclesiastica: infatti tra le anime degli
avari il poeta vede moltissimi chierici (riconoscibili per il fatto di avere la tonsura) e

Virgilio non tarda a spiegargli che tra loro ci sono papi e cardinali, dichiarando
dunque che la corruzione largamente diffusa nelle alte gerarchie della Chiesa dato
l'elevato numero di dannati stipati dalla giustizia di Dio in questo Cerchio. Per la
prima e unica volta Dante omette di fare i nomi di anime dannate, adducendo come
motivo il loro aspetto irriconoscibile per via del peccato, in maniera analoga per
certi versi a quanto gi detto per Ciacco; c' chi ha pensato a una naturale
prudenza da parte dell'autore, trattandosi del delicato tema della responsabilit
degli alti vertici della Chiesa, ma nel Canto XIX Dante non esiter a porre tra i papi
simoniaci Niccol III e a fargli predire addirittura la dannazione di due papi futuri,
Bonifacio VIII e Clemente V, mentre in altri momenti del poema egli rivolger aspre
invettive sia contro papa Bonifacio, in carica al momento dell'immaginario viaggio,
sia contro Giovanni XXII, che invece era pontefice quando venivano composti gli
ultimi Canti della Commedia (durissimo il suo attacco contro di lui in Par., XVIII, 130136). Virgilio qui si limita a condannare la cieca cupidigia di queste anime e a
ricordare il loro destino dopo il Giudizio finale, quando gli avari risorgeranno col
pugno chiuso e i prodighi coi crin mozzi, a simboleggiare per l'eternit il loro
peccato e ad affermare che l'attaccamento alle ricchezze terrene le ha escluse
irrimediabilmente dalla salvezza, mentre tutto l'oro del mondo adesso diventa
inutile ai loro occhi. Va aggiunto che tutta questa descrizione sottolineata da suoni
aspri e rime difficili, come -erci, -erchio, -ozzi, -ulcro, -uffa, -anche (in cui abbondano
le consonanti gutturali e c' ampio uso di metafore animalesche e termini rari),
mentre nel successivo discorso di Virgilio sulla Fortuna il tono si far pi disteso e i
suoni assai pi morbidi, forse per creare un voluto contrasto con la materia trattata
in precedenza.
Gli antichi interpretavano la Fortuna come una dea capricciosa e volubile, che
teneva tra branche (tra gli artigli) i beni terreni, come una creatura animalesca, e
dispensava e toglieva le ricchezze agli uni e agli altri in modo del tutto casuale e
senza alcuna considerazione razionale: Dante ha ben presente questa concezione e
ne chiede conto a Virgilio, la cui risposta smentisce decisamente a lume di filosofia i
luoghi comuni che nel Medioevo ancora esistevano su questa divinit. Virgilio
chiarisce che essa in realt un'intelligenza angelica, ministra ed esecutrice della
volont divina, che trasmuta le ricchezze di mano in mano secondo il suo giudizio
inconoscibile agli uomini che, evidente, si conforma a quello di Dio: tale visione
propria della cultura medievale, profondamente diversa dalla concezione classica e
umanistica che riconduceva la fortuna al caso e quindi la subordinava alla virt
umana (Virgilio spiega invece che la prudenza umana non pu nulla contro il volere
della Fortuna, il cui giudizio occulto come in erba l'angue); se gli uni si
arricchiscono e gli altri si impoveriscono ci non dovuto al caso o al capriccio della
dea, ma al disegno provvidenziale di Dio in cui tutto ha un senso e nulla avviene per
caso, anche se ci non immediatamente comprensibile agli uomini il cui intelletto
non pu penetrare nell'abisso della saggezza divina. Ci ribadisce la scarsa
importanza delle ricchezze materiali, in cui carattere transitorio dimostra che ben
poco peso devono avere nella vicenda degli uomini sulla Terra e nulla possono
determinare quanto alla salvezza ultraterrena che dipende da ben altro, per cui
l'eccessivo confidare nella Fortuna rischia di portare alla dannazione come capitato
alle anime di questo Cerchio.

L'ultima parte del Canto introduce gli iracondi immersi nella palude Stigia che
circonda la citt di Dite: tra di essi vi sono gli accidiosi, ovvero gli iracondi che
covarono a lungo il risentimento e meditarono vendetta, posti sott'acqua e intenti a
pronunciare parole che fanno ripullulare la superficie della palude, con cui
ammettono la loro colpa e il fatto di essere stati tristi nella vita felice. Da scartare
l'ipotesi che Dante intendesse con questi i peccatori di accidia, il quarto peccato
capitale, e ancor pi l'opinione che nello Stige sarebbero immersi anche superbi e
invidiosi, per completare il quadro dei peccati di eccesso puniti nei primi sei Cerchi.
Questo anche il primo Canto dell'Inferno in cui la conclusione non coincide con la
visione di un determinato luogo e tutto viene lasciato in sospeso, creando
un'atmosfera di attesa che verr sciolta all'inizio dell'episodio seguente: nel Canto
VIII verr infatti mostrata con ulteriori dettagli la pena degli altri iracondi, e verr in
parte spiegata anche la funzione della torre che indicata alla fine di questo Canto,
con la segnalazione luminosa che (forse) sar il richiamo convenuto per Flegis, il
demone col compito di traghettare le anime attraverso la palude (bench su questa
figura, come gi per Pluto, vi sia pi di un'incertezza tra gli interpreti).
La fortuna nel pensiero rinascimentale: Machiavelli
Nel Canto VII dell'Inferno Dante descrive la fortuna come un'intelligenza angelica,
una specie di ministra incaricata di trasmutare le ricchezze materiali da un
individuo all'altro e da una famiglia all'altra in base al giudizio divino
imperscrutabile all'uomo: questa la visione della cultura teocentrica del Medioevo
che trova ampia espressione nel poema dantesco, ma gi pochi decenni pi tardi
nel Decameron di G. Boccaccio la fortuna verr rappresentata come il semplice
caso, che interviene nelle vicende umane senza alcun disegno preordinato e a cui
l'uomo in grado di opporsi grazie al ricorso all'industria, ovvero l'insieme delle
virt del mercante e di chi in grado di costruirsi il proprio destino. Tale visione
anticipa per molti aspetti quella che sar elaborata pi tardi in et umanisticorinascimentale, in cui il teocentrismo del Due-Trecento verr sostituito dal
cosiddetto antropocentrismo e si riconoscer all'uomo l'effettiva capacit di forgiare
la propria sorte, senza essere per forza subordinato al volere divino che, pur non
essendo negato, viene tuttavia ridimensionato e posto all'esterno delle vicende
umane. ovvio che il tema della fortuna era destinato ad essere affrontato in una
luce nuova, e tra i molti scrittori del Cinquecento che si occuparono a vario titolo
della questione spicca N. Machiavelli (1469-1527), il fondatore della politica come
scienza disgiunta dalla morale e autore del trattato pi importante dell'et
rinascimentale, il Principe: nel cap. XXV lo scrittore fiorentino parla proprio della
fortuna e parte dalla considerazione che grande sembra essere il suo peso nelle
vicende storiche, specie guardando all'Italia e alla grave crisi politica che il Paese
attraversa all'inizio del XVI sec., anche se Machiavelli convinto che la fortuna sia
arbitra della met delle azioni nostre, mentre l'altra met ricade nel libero arbitrio
dell'uomo e dunque questi in grado, con opportuni accorgimenti, di opporsi ai
rovesci della malasorte. L'azione della fortuna paragonata a quella rovinosa di un
fiume in piena che esonda e distrugge campi e coltivazioni, ma i cui danni possono
essere limitati da opere quali ripari e argini, per cui la fortuna dimostra la sua
potenzia dove non ordinata virt a resisterle (l'Italia nel primo Cinquecento

dimostra questo assunto, poich essa appare allo scrittore come una campagna
senza argini ed esposta alle invasioni straniere, diversamente da Francia, Germania,
Spagna). chiaro che nella visione di Machiavelli la fortuna lontanissima dalla
visione dantesca dell'intelligenza angelica ed assimilata al caso che scombina i
progetti degli uomini, come del resto dimostra l'esempio del duca Valentino (Cesare
Borgia) proposto nel cap. VII: il nobile era riuscito a creare dal nulla un vasto
dominio grazie a un'azione politica spregiudicata e all'appoggio di papa Alessandro
VI, di cui era figlio naturale, ma l'improvvisa e inattesa morte di questi lo colse di
sorpresa e ne caus la rovina, poich il Valentino non si era premunito ottenendo
l'elezione di un nuovo papa a lui favorevole. La fortuna vista allora come il mutare
inopinato delle circostanze in cui agisce l'uomo politico, che deve essere preparato
a ogni evenienza ed essere pronto ad adattare il suo modus operandi al
cambiamento di situazione, anche se Machiavelli giudica che una condotta
impetuosa e irruenta sia comunque da preferire ad una eccessivamente cauta e
guardinga: ne un felice esempio papa Giulio II che, agendo d'impulso, ebbe
sempre successo nei suoi progetti politici, per cui lo scrittore pu concludere
dicendo che la fortuna donna: ed necessario, volendola tenere sotto, battere e
urtarla... come donna, amica de' giovani, perch sono meno respettivi [riflessivi,
cauti], pi feroci, e con pi audacia la comandano. appena il caso di osservare
quanto tale descrizione della fortuna sia distante da quella dantesca, poich la
mentalit di Machiavelli ormai saldamente ancorata in quel sistema di pensiero
che costituisce la modernit e che, fatte salve le debite differenze, assai pi vicino
al nostro di quanto non lo fosse quello in cui nacque la Commedia.
Note e passi controversi
Il v. 1 stato variamente interpretato, dando luogo a una vera e propria letteratura
critica. Da scartare l'ipotesi che le parole di Pluto siano senza senso, mentre pi
probabilmente si tratta di una invocazione a Satana-Lucifero di cui forse lo stesso
Pluto figura allegorica (la frase vorrebbe dire pressappoco: Oh, Satana, oh,
Satana, re dell'Inferno, in cui gli studiosi hanno visto analogie col francese, col
greco, con l'ebraico e persino con l'arabo). Virgilio zittisce Pluto con una formula
simile a quelle gi usate per Caronte e Minosse.
I vv. 11-12 alludono alla punizione di Lucifero e degli altri angeli ribelli ad opera
dell'arcangelo Michele (strupo metatesi per stupro, nel senso di ribellione).
Al v. 14 fiacca vuol dire si spezza e ha come soggetto l'albero; altri pensano
invece che soggetto sia il vento e che il verbo abbia significato transitivo.
Al v. 16 lacca termine raro per china, discesa.
I vv. 22-24 indicano che le due schiere di dannati riddano, ballano cio la ridda
(una danza che procedeva in tondo a un ritmo frenetico), come le onde tra Scilla e
Cariddi presso lo Stretto di Messina si infrangono l'una contro l'altra.
Al v. 28 pur l rima composta e si legge prli (cfr. XXVIII, 123; XXX, 87, ecc.).

Il verbo burlare (v. 30) significa far rotolare, quindi per estensione spendere,
buttare via il denaro (forse lo stesso significato spiega anche il contrappasso, qui
meno chiaro che altrove).
Al v. 33 anche avverbio (ancora).
Al v. 58 mondo pulcro metafora per indicare il Paradiso. Appulcro (v. 61)
neologismo dantesco, dal lat. pulcher, bello (non aggiungo belle parole).
Nel v. 61 buffa pu significare vento, soffio, instabilit, ma anche beffa come in
Inf., XXII, 133.
I vv. 64-66 possono indicare che tutto l'oro del mondo non avrebbe soddisfatto le
brame di questi dannati quand'erano in vita, ma anche che ora non potrebbe
alleviare la loro pena (sembra preferibile la seconda ipotesi).
Al v. 84 angue lat. per serpente (cfr. Virgilio, Egl., III, 96: latet anguis in herba).
Al v. 85 contasto lectio difficilior per contrasto.
La spera del v. 96 pu essere il Cielo che, metaforicamente, la Fortuna deve
governare, ma anche la ruota che fa parte dell'iconografia classica della divinit
pagana.
evidente il contrappasso degli iracondi, intenti a lacerarsi l'un l'altro come nella
vita terrena (vv. 109 ss.), mentre non molto chiaro il rapporto con il fiume Stige
che nel libro VI dell'Eneide circonda con nove giri le anime di coloro che morirono
suicidi.
Al v. 128 mzzo significa bagnato.

Inferno, Canto VIII


Argomento del Canto
Ancora nel V Cerchio; apparizione di Flegis, che traghetta Dante e Virgilio nella
palude dello Stige. Incontro con Filippo Argenti. Arrivo alla citt di Dite. I diavoli
negano il passaggio ai due poeti.
la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Apparizione di Flegis (1-30)
Gi prima che i due poeti siano giunti ai piedi dell'alta torre sulla sponda della
palude Stigia, Dante aveva notato che da essa era partito un segnale luminoso, cui
aveva risposto un segnale identico proveniente da un'altra torre, che sorge pi
lontano. Allarmato, Dante chiede a Virgilio il significato delle luci e chi ne sia
l'autore, e il maestro spiega che attraverso il vapore della palude Dante potr
scorgere colui che stanno aspettando. Dante osserva il pantano e vede avvicinarsi
una piccola imbarcazione, che si muove assai pi rapida di qualunque freccia
scoccata da un arco. La barca governata da un solo traghettatore (Flegis) che
apostrofa Dante scambiandolo per un dannato, finch Virgilio lo zittisce dicendogli
che lui dovr solo trasportarli attraverso la palude. Il demone reagisce con stizza,
poi i due poeti salgono sulla barca (che affonda lievemente solo quando vi sale
Dante) e Flegis lascia la proda.
Incontro con Filippo Argenti (31-63)
Mentre la barca attraversa la palude, si avvicina l'anima di un dannato che chiede a
Dante chi sia lui per giungere all'Inferno quando ancora vivo. Dante risponde che
lui presto ripartir e chiede a sua volta chi sia il dannato: questi non risponde e
Dante lo riconosce come Filippo Adimari, detto Filippo Argenti, al quale rivolge
parole di condanna. Il dannato si protende verso la barca cercando di afferrare
Dante, ma Virgilio lo spinge via e pronuncia parole di elogio a Dante. Il poeta latino
rivolge poi una ammonizione a tutti gli uomini alteri e orgogliosi, come lo fu
l'Argenti, che in vita si credono grandi re e all'Inferno finiranno come porci nel fango.
Dante manifesta il desiderio di vedere il dannato azzuffarsi coi compagni di pena,
prima di lasciare lo Stige, e Virgilio afferma che ne avr presto l'occasione. Poco
dopo, infatti, Dante vede gli altri dannati avventarsi su Filippo Argenti facendone

strazio, spettacolo che Dante gode pienamente (lo stesso Filippo morde
rabbiosamente se stesso).
La citt di Dite (64-81)
Mentre la barca di Flegis si allontana dagli iracondi, Dante sente un coro di voci
dolorose che lo riempiono di angoscia. Virgilio lo informa che ormai sono vicini alla
citt infernale di Dite, popolata dal grande stuolo dei demoni. Dante drizza lo
sguardo e vede le torri della citt simili a quelle delle moschee, rosse come se
fossero roventi. Virgilio spiega che il fuoco eterno che vi dentro la citt ne
arroventa le mura rendendole di colore rossastro. La barca si avvicina ai profondi
fossati che cingono Dite, le cui mura sembrano di ferro: la barca fa un ampio giro
prima di approdare all'argine, dove Flegis invita con fare imperioso i due poeti a
scendere perch l c' l'accesso alla citt.
L'opposizione dei diavoli di Dite (82-130)
Dante alza gli occhi e vede migliaia di diavoli sugli spalti della citt, che lo guardano
minacciosi e si chiedono chi sia lui per entrare, da vivo, nell'Inferno. Virgilio fa cenno
di voler parlare con loro in disparte e i diavoli acconsentono, invitando Dante a
tornare indietro trovando da solo la strada, mentre il poeta latino dovr rimanere
nella citt. Dante colto da grande paura e invita il maestro a riportarlo indietro,
visto che il passaggio sembra loro negato. Virgilio lo rassicura ricordando che il
viaggio voluto da Dio, quindi lo invita ad attenderlo l e si avvicina alle mura della
citt, per parlamentare coi diavoli.
Dante attende con impazienza, roso dai dubbi, mentre Virgilio scambia coi diavoli
parole che lui non pu udire. Dopo poco tempo, per, i diavoli corrono dentro la citt
chiudendo le porte in faccia a Virgilio, al quale non resta che tornare sconsolato da
Dante, con gli occhi bassi e la vergogna dipinta sul volto.
Virgilio rassicura nuovamente Dante sul fatto che egli vincer la prova,
rammentando che l'alterigia dei diavoli non nuova e fu gi una volta vinta da
Cristo trionfante, quando il giorno della sua resurrezione entr all'Inferno
sfondandone la porta. Il maestro dichiara infine che un messo celeste sta gi
percorrendo la discesa infernale dalla porta al punto dove si trovano, e grazie al suo
intervento il viaggio potr proseguire.
Interpretazione complessiva
Il Canto suddiviso in tre momenti che corrispondono all'apparizione del demone
Flegis, all'incontro con Filippo Argenti e all'arrivo alla citt di Dite, aventi come filo
conduttore l'ira e l'immagine del fuoco che al peccato degli iracondi rimanda.
L'inizio si ricollega a quanto detto alla fine del Canto precedente, in cui dopo la
prima descrizione della pena degli iracondi era stata mostrata la torre che qui, in
maniera misteriosa, scambia strani segnali luminosi con un'altra posta pi addentro
nella palude e il cui significato non reso esplicito dal poeta. Forse un richiamo
per Flegis, il traghettatore demoniaco che non tarda ad arrivare sulla sua barca e
reagisce con rabbia alla notizia che non potr trattenere Dante nello Stige, mentre
non molto chiaro se la sua funzione sia quella di traghettare solo le anime degli

iracondi o di tutti i dannati destinati al Basso Inferno: anche in questo caso la


demonizzazione del personaggio classico alquanto deformante rispetto
all'originale, anche se chiaro che il suo nome da collegare etimologicamente alla
fiamma (come il Flegetonte, il fiume caldo di sangue) e va ricordato che Flegis nel
mito classico aveva incendiato il tempio di Apollo a Delfi, adirato perch il dio aveva
sedotto sua figlia. In ogni caso anch'egli, nonostante la stizza con cui accoglie la
presenza all'Inferno del vivo Dante, costretto dal volere divino a farlo salire sulla
sua barca e a condurlo attraverso la palude, dove avverr il tempestoso incontro
con Filippo Argenti.
Costui era un fiorentino di parte Nera avverso a Dante e probabilmente suo nemico
personale, appartenente alla consorteria degli Adimari e citato da Boccaccio nella
stessa novella (IX, 8) in cui compare Ciacco: anch'egli reagisce con stizza alla
presenza di Dante, di cui si stupisce che possa viaggiare da vivo nell'Aldil, e rifiuta
di rivelare il proprio nome per orgoglio, salvo poi avventarsi furioso contro il poeta
nel momento in cui lui lo riconosce e lo fa oggetto di parole ingiuriose di condanna.
Il breve e serrato scambio di battute fra Dante e l'Argenti simile a un contrasto
o a una tenzone della poesia comico-realistica, il cui tono domina largamente
l'intero episodio, e ci riconduce al clima di lotte intestine e rivalit tra consorterie di
cui era preda Firenze all'inizio del Trecento e delle quali si parlato anche nel Canto
VI. Le parole di Virgilio che benedice la madre di Dante, dopo avere scacciato con
decisione lo spirito, vogliono essere una sorta di approvazione dell'odio e dello
sdegno del poeta, che erano rivolti verso tutta la casata degli Adimari (secondo
alcune testimonianze, essa si sarebbe opposta al suo rientro in Firenze dopo l'esilio
e ne avrebbe usurpato i beni); il poeta latino sottolinea che molti in vita si ritengono
altezzosamente dei gran regi, mentre il loro destino ultraterreno di essere attuffati
nel fango dello Stige come porci in brago, quindi Dante mostra qui la verit della
condizione nell'Oltretomba che ristabilisce la verit e assegna a ciascuno il posto
che merita, per cui il poeta destinato alla salvezza e l'Adimari a subire l'orribile
pena degli iracondi (anche in altri casi la descrizione delle anime riveler un destino
assai diverso da quello che si pensava comunemente fra vivi sulla Terra). L'episodio
si conclude con gli altri dannati che fanno a pezzi l'Argenti, soddisfacendo il
personale desiderio di rivalsa del poeta che lascia la descrizione del personaggio
con profondo disdegno (pi non ne narro), in quanto la sua attenzione catturata
da ben altro spettacolo che si offre ai suoi occhi.
La terza parte del Canto infatti occupata dalla descrizione della citt di Dite, che si
staglia con le sue mura e le torri rosse per il fuoco che divampa all'interno, simili
alle moschee di una citt islamica: anche la reazione dei diavoli al suo interno di
stizza e ira, di fronte al viaggiatore che osa avventurarsi da vivo nel regno
dell'Oltretomba, ed essi si oppongono al passaggio dei due poeti non diversamente
dalle altre figure diaboliche fin qui incontrate, minacciando addirittura di trattenere
l Virgilio e obbligare Dante a tornare da solo sui suoi passi (la reazione del poeta
di autentico terrore, tanto che giunge a proporre al maestro di porre fine anzitempo
al viaggio). Tale timore in parte giustificato, poich in questo caso non baster
l'intervento di Virgilio come allegoria della ragione umana (che infatti deve tornare
indietro scornato dopo che i demoni gli hanno letteralmente chiuso la porta in

faccia), ma si render necessario l'arrivo di un messo celeste che avr la funzione di


eliminare l'ostacolo e rimproverare aspramente i diavoli della loro sterile
opposizione, cosa che verr narrata nel Canto successivo. L'episodio presenta
analogie col Canto XXI, in cui Virgilio lascer Dante nascosto dietro una roccia per
andare a parlamentare coi Malebranche e ottenere l'aiuto necessario a passare
nella Bolgia seguente, poich neppure in quel caso i demoni daranno corso alla sua
richiesta e, anzi, se ne faranno beffe ingannandolo e attirando lui e il discepolo in un
tranello; qui l'immagine del poeta latino che deve desistere per il rifiuto dei diavoli
che gli hanno negate le dolenti case molto umana e realistica, proprio come lo
sar quella del Canto XXIII quando frate Catalano (uno degli ipocriti della VI Bolgia)
sveler a Virgilio le bugie dei Malebranche. L'episodio del messo, che si concluder
all'inizio del Canto successivo, rimanda poi alla discesa infernale di un altrettanto
importante personaggio, ovvero Cristo trionfante che il giorno della sua resurrezione
abbatt la porta dell'Inferno per trarre fuori dal Limbo le anime dei patriarchi biblici:
si delinea nelle parole di Virgilio il preannuncio di uno scontro bene-male che avr il
suo scioglimento dopo la fine di questo Canto, mentre il senso allegorico
probabilmente che per superare l'ostacolo del peccato sulla via della salvezza la
ragione non sempre sufficiente, ma necessaria l'assistenza e il soccorso della
grazia (gi rappresentata da Beatrice scesa nel Limbo per invitare Virgilio a salvare
Dante dalle tre fiere).
Note e passi controversi
Non molto chiaro quale sia la funzione delle due torri che si scambiano segnali
luminosi all'inizio del Canto, salvo ipotizzare che ci serva a richiamare Flegis con
la sua barca. Ben poco si sa poi di questo personaggio e del suo ruolo, che potrebbe
essere quello di traghettatore degli iracondi nello Stige, o degli eresiarchi nella citt
di Dite, o di tutte le anime destinate al basso Inferno.Al v. 21 loto vuol dire fango
e indica la palude Stigia.
Il v. 27, che indica che la barca di Flegis affonda solo quando vi sale Dante in
possesso del suo corpo fisico, eco di Aen., VI, 413-414.
Il breve scambio di battute fra Dante e l'Argenti (vv. 33-39) rimanda alla tradizione
della poesia comica e sembra quasi una tenzone: il dannato dice a Dante che
arriva anzitempo all'Inferno, predicendone cio la dannazione, ma Dante ribatte che
se viene non certo per rimanere come tocca invece a lui. Il poeta chiede poi il
nome del dannato, irriconoscibile perch brutto, sporco di fango, e alla risposta
ambigua dell'Adimari (Vedi che son un che piango) ribatte che giusto che rimanga
nel pianto e nel lutto, essendo uno spirito maledetto. Uno scambio assai simile,
anche se condotto su un piano stilistico pi alto, avverr nel Canto X con Farinata.
Al v. 65 duolo indica probabilmente il coro di lamenti dolorosi che proviene dalla
citt di Dite.
Le torri e gli spalti della citt demoniaca di Dite sono paragonati alle meschite (v.
70), le moschee di una citt islamica (ci per l'evidente condanna della fede
musulmana da parte del Cristianesimo nel Medioevo). La descrizione fa uso

dell'allitterazione insistita della f, di foco uscite..., fossero, il foco etterno... l'affoca,


l'alte fosse, che ferro fosse.
L'alte fosse (v. 76) sono probabilmente i fossati che circondano la citt, come quelli
che cingevano le cittadelle medievali (il termine in rima equivoca col verbo fosse
al v. 78).
Al v. 96 ritornarci significa tornare sulla Terra (-ci avverbio di luogo, qui).
La speranza di Virgilio di ridurre i diavoli a pi miti consigli viene disattesa (vv. 112120) e la reazione della guida di Dante sar di grande disappunto, come avverr
nell'episodio dei Malebranche (Canti XXI, XXII e XXIII).
I vv. 125-126 alludono alla discesa di Cristo risorto all'Inferno, per trarre dal Limbo le
anime dei patriarchi biblici: la porta citata da Virgilio quella dell'Inferno (III, 1 ss.),
che nell'occasione fu abbattuta da Cristo e si trova ancora sanza serrame, senza i
battenti che la chiudevano.
Il v. 130 allude al messo celeste, gi in procinto di scendere all'Inferno per ridurre
all'obbedienza i demoni di Dite.

Inferno, Canto IX
Argomento del Canto
Dubbi di Dante e spiegazioni di Virgilio. Apparizione delle tre Furie, che invocano
Medusa. Arrivo del messo celeste, che piega le resistenze dei demoni e permette il
passaggio dei due poeti. Ingresso nella citt di Dite (VI Cerchio). Pena degli
eresiarchi.
la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

I dubbi di Dante (1-33)


La paura mostrata da Dante alla fine del Canto precedente induce Virgilio a
nascondere la sua preoccupazione, mentre egli tende l'orecchio in attesa dell'arrivo
del messo celeste. Il poeta latino pronuncia alcune parole di dubbio, che subito dopo
corregge per non accrescere il timore del discepolo. A questo punto Dante chiede al
maestro se mai un'anima del Limbo sia discesa fino al basso Inferno e Virgilio
risponde che, bench ci accada raramente, gi successo a lui poco dopo la sua
morte quando la maga Eritone lo aveva evocato per trarre fuori dalla Giudecca
l'anima di un traditore. Virgilio rassicura quindi Dante del fatto che conosce bene il
cammino, spiegandogli che la palude Stigia circonda completamente la citt di Dite
e li costringe perci ad entrare nelle sue mura per superarla.
Apparizione delle tre Furie (34-66)
Virgilio aggiunge altre parole che per Dante non ascolta, poich il suo sguardo
attirato sulla cima delle mura dall'apparizione delle tre Furie infernali, sporche di
sangue e coi capelli serpentini. Virgilio le riconosce subito e spiega a Dante che
quella a sinistra Megera, quella a destra Aletto e Tesifone al centro. Esse si
squarciano il petto con le unghie, si percuotono a palme aperte e gridano cos forte
da indurre Dante a stringersi a Virgilio. Tutte invocano l'arrivo di Medusa per
pietrificare Dante, quindi Virgilio lo esorta a voltarsi e a chiudersi gli occhi con le
mani per non vedere la Gorgone. Dante obbedisce e Virgilio, non contento di ci,
mette le sue mani su quelle di Dante per non impedirgli di guardare.
Arrivo del messo celeste (67-105)
Dante a questo punto ammonisce i lettori con l'intelletto sano che dovranno ben
interpretare l'allegoria che si cela sotto i suoi versi strani. Infatti si sente un gran
frastuono proveniente dalla palude, che fa tremare entrambe le sponde ed simile
a un vento impetuoso che abbatte le foreste. Virgilio consente a Dante di aprire gli
occhi e gli dice di guardare verso il fumo della palude, dove si vede il messo celeste
avanzare senza toccare l'acqua. La creatura celeste avanza scacciando con la mano
dal viso il vapore del pantano, mentre al suo cospetto le anime degli iracondi si
dileguano. Virgilio fa cenno a Dante di inchinarsi di fronte a lui, che sembra pieno di
disdegno verso quel luogo.
Il messo giunge alla porta della citt di Dite e, dopo averla aperta con un
bastoncino, inizia a rimproverare aspramente i diavoli. Biasima la loro tracotanza, il
fatto che si oppongono vanamente al passaggio dei due poeti e ricorda che gi
Cerbero si era rifiutato di far entrare all'Inferno Ercole, fatto per cui ha ancora il
mento e il gozzo spellati. A questo punto il messo torna da dove venuto, senza
rivolgere parola ai due poeti i quali si avvicinano senza ostacoli alle mura di Dite.
Ingresso nella citt di Dite (106-133)
Dante e Virgilio entrano nella citt senza alcuna opposizione e a questo punto
Dante, desideroso di vedere la condizione dei dannati, volge intorno lo sguardo
scorgendo ovunque delle tombe simili a quelle dei cimiteri di Arles e di Pola. Le
tombe sono infuocate e hanno i coperchi sollevati, mentre dai sepolcri escono

lamenti miserevoli. Dante chiede spiegazioni a Virgilio e il maestro spiega che


dentro ci sono le anime degli eresiarchi e dei loro seguaci di ogni setta, condannati
a bruciare in misura maggiore o minore a seconda della gravit dell'eresia che
hanno seguito in vita. Virgilio si dirige a destra e Dante lo segue tra le tombe e gli
spalti della citt.
Interpretazione complessiva
Il Canto la necessaria conclusione di quello precedente, che si era chiuso
nell'attesa dell'arrivo del messo celeste preannunciato da Virgilio per rassicurare
Dante e destinato a vincere l'opposizione dei diavoli della citt di Dite, decisi a non
permettere l'ingresso di Dante ancor vivo nella citt del foco. La stessa atmosfera di
attesa e inquietudine apre il Canto IX, che mostra da un lato i dubbi di Virgilio (la
guida si sforza di non inquietare Dante, anche se le sue parole lasciano trasparire
dubbi) e dall'altro i timori del discepolo, che addirittura chiede al maestro se lui
conosce la strada che conduce al Basso Inferno, mettendo implicitamente in forse la
sua autorit finora indiscussa. Virgilio spiega che poco dopo la sua morte la maga
tssala Eritone lo aveva evocato per far ritornare sulla Terra un morto, quindi egli
conosce perfettamente la strada che conduce al fondo dell'Inferno, anche se assai
raro che un'anima compia tale percorso partendo dal Limbo (Dante si ispira
sicuramente a un episodio del Bellum civile di Lucano, VI, 508 ss., in cui si dice che
Eritone aveva resuscitato un defunto per rivelare a Pompeo l'esito della battaglia di
Farslo; non sappiamo a quale altro caso riguardante Virgilio faccia riferimento qui
Dante). Va comunque detto che la conoscenza dei luoghi infernali da parte di Virgilio
limitata dal fatto che la sua prima discesa avvenne prima della venuta di Cristo,
per cui egli ignora ad esempio che alcuni ponti rocciosi delle Malebolge sono crollati
per il terremoto seguito alla morte di Ges e ci causer l'inganno che sar
perpetrato ai suoi danni dai Malebranche; del tutto inesperto sar invece del
Purgatorio, dove sar addirittura costretto a chiedere pi volte ai penitenti qual la
via pi rapida per l'ascesa.
L'atmosfera arcana e di sortilegio prosegue con l'apparizione improvvisa delle tre
Furie, che distolgono Dante dal discorso di Virgilio e attirano la sua attenzione: le
creature demoniache si affacciano dagli spalti di Dite e minacciano Dante evocando
Medusa, la terribile Gorgone che ha il potere di pietrificare chi la guarda in volto. La
minaccia reale e spinge Virgilio a chiudere gli occhi al discepolo, altrimenti nulla
sarebbe di tornar mai suso (il maestro non si accontenta che Dante si copra gli
occhi, ma mette le sue mani su quelle del poeta per evitare ogni rischio). Le Furie e
Medusa sono la consueta demonizzazione di divinit classiche del mondo infero, che
anche in questo caso si oppongono vanamente al prosieguo del cammino di Dante,
anche se la Gorgone non viene mostrata direttamente ma solo evocata dalle
minacciose parole delle tre Erinni, che citano la discesa all'Averno di Teseo e si
rammaricano di non averne respinto l'assalto: l'eroe classico da accostare ad
Ercole, citato pi avanti nel discorso del messo celeste, e forse entrambi rimandano
alla figura di questo inviato che ridurr al silenzio i demoni, secondo lo schema
dell'eroe che sconfigge il mostro e che comune tanto alla mitologia quanto al
racconto biblico (si pensi, ad esempio, a David e Golia).

La parte centrale del Canto poi occupata proprio dall'arrivo del messo celeste,
preceduto dall'ammonimento di Dante ai lettori che dovranno, se hanno gli 'ntelletti
sani, osservare bene la dottrina che s'asconde / sotto 'l velame de li versi strani.
Non sar l'ultima volta che il poeta rivolger simili richiami al suo pubblico, n
molto chiaro a cosa intenda riferirsi in questo caso: tralasciando le ipotesi pi
fantasiose, probabile che Dante inviti i lettori a cogliere il senso della sacra
rappresentazione che ha per protagonista il messo, ovvero la necessit dell'aiuto e
del soccorso della Grazia divina per superare gli ostacoli del peccato, senza la quale
la sola ragione di per s insufficiente. L'aiuto di Dio necessario perch Dante
vinca i suoi dubbi e la sua vilt, come gi era accaduto nella selva per mezzo di
Virgilio, e superi l'opposizione dei demoni che del resto vana in quanto il suo
viaggio non folle ma voluto dal Cielo, come il messo non manca di ricordare ai
diavoli nei suoi rimproveri. Quasi impossibile, poi, identificare con certezza il messo,
che molti commentatori hanno indicato in un angelo (uno degli arcangeli, Gabriele o
Michele?), altri in un personaggio pagano (Mercurio?), altri ancora in un
contemporaneo di Dante. Quel che certo che il suo compito vincere la
ribellione dei demoni al volere divino, come Michele che sconfisse Lucifero o come
vari eroi mitologici che uccisero creature mostruose; il messo ricorda l'episodio di
Ercole che per entrare agli Inferi aveva trascinato fuori Cerbero con una catena,
mentre Medusa, evocata dalle Furie, era stata uccisa da Perseo con l'aiuto di
Minerva. La citt di Dite rappresenta inoltre il confine tra l'Alto e il Basso Inferno
dove sono puniti i peccati pi gravi (quelli di violenza e frode), per cui il passaggio di
Dante riveste probabilmente una particolare delicatezza che rende necessario un
intervento superiore, il cui significato preciso probabilmente ci sfugge; quel che
certo che dopo l'intervento del messo le porte della citt infernale si aprono e
l'ingresso dei due poeti pu avvenire senz'alcuna guerra, mentre ogni presenza
demoniaca all'interno scompare e Dante sar libero di visitare il VI Cerchio in cui
sono puniti gli eresiarchi e tutti i loro seguaci.
Gli eretici sono costretti a giacere in tombe infuocate con i coperchi sollevati,
contrappasso che sar spiegato nel Canto seguente dicendo che fra essi ci sono gli
epicurei, che avevano proclamato la mortalit dell'anima; particolarmente
interessato a questa categoria di dannati si mostra subito Dante, soprattutto perch
sa (o intuisce) che fra loro si trova il concittadino Farinata Degli Uberti, la cui
perdizione gli stata preannunciata da Ciacco, e forse per l'interesse ai temi
filosofici manifestato negli anni del suo traviamento e che aveva trovato
espressione nel Convivio. Virgilio gli spiega che in ogni tomba sono costretti i
seguaci di una stessa setta eretica, tormentati in misura maggiore o minore dal
fuoco a seconda della gravit del peccato commesso: anche questo Canto si chiude
prima che l'episodio abbia termine e rimanda l'attenzione a quello successivo, in cui
avverr l'incontro con Farinata che, forse, il lettore del poema si attendeva di
trovare qui non meno di quanto se lo aspettasse Dante personaggio.
Note e passi controversi
Al v. 7 punga metatesi per pugna, per ragioni di rima. Al v. 11, invece, dienne
forma rara per mi diede.

I vv. 17-18 indicano il Limbo (primo grado), dove le anime hanno come unica pena
la speranza cionca (monca, troncata).
La regina de l'etterno pianto (v. 44) Proserpina, la sposa mitologica di Plutone e
regina degli Inferi, di cui le Furie sono dette meschine, serve ( parola di origine
araba, da miskin, povero).
Il suono assordante che precede l'arrivo del messo (v. 64 ss.) tratto prob. da un
passo biblico, Act. Ap., II, 2 (et factus est repente de caelo sonus tamquam
advenientis spiritus vehementis, all'improvviso scese dal cielo un suono come di
vento che soffia impetuoso), cos come l'immagine del vento che abbatte gli
alberida Ezech., I, 4 (et ecce ventus turbinis veniebat ab aquilone, ed ecco un
vento tempestoso avanzare da settentrione). La similitudine dei dannati che
fuggono come rane di fronte alla biscia proviene invece da Ovidio, Met., VI, 370-381.
La verghetta che il messo ha in mano (v. 89) potrebbe essere lo scettro brandito da
molti angeli nell'iconografia medievale, ma anche il caduceo di Mercurio.
Dante descrive le tombe di Dite con due similitudini, paragonandole al cimitero Des
Alyscamps di Arles, sul Rodano, e alla necropoli di Pola, sul golfo del Quarnaro.
Al v. 133 li alti spaldi sono gli spalti della citt di Dite.

Inferno, Canto X
Argomento del Canto
Ancora nella citt di Dite, pena degli eresiarchi. Incontro con Farinata Degli Uberti,
discorso politico su Firenze. Apparizione di Cavalcante dei Cavalcanti. Profezia di
Farinata sull'esilio di Dante. Virgilio conforta Dante promettendogli le spiegazioni di
Beatrice. I due poeti arrivano in prossimit del VII Cerchio.
la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
I sepolcri degli epicurei (1-21)
Virgilio guida Dante fra le tombe della citt di Dite, costeggiando il lato interno delle
mura. Dante incuriosito e chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che
giacciono nei sepolcri, dal momento che i coperchi sono sollevati e non ci sono
demoni a custodire le arche. Virgilio risponde che le tombe saranno chiuse in eterno
il giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si saranno riappropriate
del corpo nella valle di Iosafat. Spiega inoltre che in questa sorta di cimitero
giacciono tutti i seguaci di Epicuro, che hanno proclamato la mortalit dell'anima, e
promette a Dante che sar presto soddisfatto il desiderio che gli ha espresso e un
altro che non ha svelato, ovvero di sapere se l c' l'anima di Farinata Degli Uberti.
Dante si giustifica dicendo che se gli tiene celati alcuni desideri solo per evitare di
parlare a sproposito, cosa cui lo stesso Virgilio lo ha abituato.
Incontro con Farinata (22-51)
D'improvviso una voce proveniente da una delle tombe apostrofa Dante,
identificandolo come toscano e pregandolo di trattenersi poich il suo accento lo
indica come originario della sua stessa citt. Dante ne ha timore e si stringe a
Virgilio, il quale per lo invita a voltarsi e a guardare Farinata, che si sollevato in
una delle tombe ed visibile da la cintola in s. Dante obbedisce e vede il dannato
che si erge con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l'Inferno, quindi
Virgilio lo spinge verso di lui e gli raccomanda di parlare dignitosamente.
Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi
fossero i suoi antenati. Il poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli
avi di Dante furono aspri nemici di lui, dei suoi antenati e della sua parte politica (i
Ghibellini), tanto che li cacci per due volte da Firenze. Dante ribatte prontamente
che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in citt entrambe le volte, mentre non
si pu dire lo stesso degli avi di Farinata.
Apparizione di Cavalcante (52-72)

D'improvviso accanto a Farinata emerge un altro dannato, che si sporge fino al


mento come se fosse inginocchiato. Lo spirito si guarda intorno con ansia, cercando
qualcuno accanto a Dante che per non vede. Alla fine, piangendo, chiede a Dante
dove sia suo figlio e perch non accompagni il poeta in questo viaggio, se Dante l
per l'altezza del suo ingegno. Dante comprende subito che si tratta di Cavalcante
dei Cavalcanti, padre del suo amico Guido, e risponde che in realt lui l non solo
per i suoi meriti e indica Virgilio come colui destinato a guidarlo a qualcuno che,
forse, il figlio di Cavalcante ebbe a disdegno. Cavalcante si alza allarmato e chiede a
Dante se davvero suo figlio Guido sia morto: poich il poeta tarda a rispondere, il
dannato precipita nuovamente nella tomba per non tornare pi fuori.
Prosegue il colloquio con Farinata (73-93)
Farinata, per nulla scomposto dall'accaduto, prosegue il suo discorso con Dante
riprendendo esattamente da dove l'avevano interrotto e dice che se i suoi avi non
seppero rientrare in Firenze dopo la cacciata, ci gli provoca pi dolore delle pene
infernali. Tuttavia non passeranno pi di quattro anni fino al momento in cui anche
Dante sapr quanto pesa non poter tornare nella propria citt. Il dannato chiede poi
per quale motivo il Comune di Firenze cos duro in ogni sua legge contro la sua
famiglia e Dante risponde che ci per il ricordo della battaglia di Montaperti, che
arross di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva sconsolato che a quella battaglia
non partecip lui solo, mentre fu l'unico a opporsi alla distruzione di Firenze in
seguito alla vittoria dei Ghibellini.
Spiegazione di Farinata sulla preveggenza dei dannati (94-123)
Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla facolt che gli sembra
abbiano i dannati di prevedere il futuro e che ha causato la sua precedente
esitazione nel rispondere a Cavalcante. Farinata spiega che i dannati vedono, s, il
futuro, ma in modo imperfetto, riuscendo a scorgere gli eventi solo quando sono
molto lontani; quando si avvicinano nel tempo o stanno avvenendo diventano loro
invisibili e non sono in grado di saperne nulla, a meno che altri non portino loro delle
notizie. Perci alla fine dei tempi, dopo il Giudizio Universale, la loro conoscenza del
futuro sar del tutto annullata. Dante comprende l'errore commesso e prega
Farinata di informare Cavalcante che suo figlio Guido in realt ancora nel mondo
dei vivi.
Virgilio richiama Dante, che perci si affretta a domandare al dannato con chi
condivida la sua pena nella tomba. Farinata risponde di giacere l con pi di mille
anime, tra cui quelle di Federico II di Svevia e del cardinale Ottaviano degli Ubaldini,
mentre tace degli altri. A quel punto Farinata rientra nel sepolcro e Dante segue
Virgilio, ripensando tristemente alla profezia dell'esilio.
Virgilio conforta Dante (124-136)
Dopo un po' Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo
svela le sue preoccupazioni. Virgilio ammonisce Dante a rammentare quello che ha
udito contro di s e gli promette che quando sar giunto in Paradiso, di fronte a
Beatrice, lei gli fornir ogni spiegazione relativa alla sua vita futura. Poi il poeta

latino si volge a sinistra e lascia le mura per imboccare un sentiero che conduce alla
parte esterna del Cerchio, da dove si leva un puzzo estremamente spiacevole.
Interpretazione complessiva
Il protagonista assoluto del Canto Farinata Degli Uberti, il capo di parte ghibellina
vissuto a Firenze nel primo Duecento e appartenente a una delle famiglie pi nobili
e potenti della citt. Dante, che gi sa quali dannati siano puniti nel VI Cerchio,
ansioso di verificare se Farinata si trovi effettivamente l (nel Canto VI Ciacco aveva
gi preannuciato a Dante la dannazione sua e di altri fiorentini illustri); Virgilio
intuisce il desiderio inespresso di Dante e sar lui stesso a spingerlo con le mani
animose e pronte verso la tomba del dannato, raccomandandogli di parlare in modo
misurato e dignitoso.
Il colloquio con Farinata avr argomento prevalentemente politico, relativo alle
divisioni interne di Firenze che era patria di entrambi (del resto il dannato riconosce
Dante come suo concittadino dalla loquela e lo invita a dialogare con lui per via del
suo parlare onesto, cio dignitoso). Farinata campeggia sulla scena come un
gigante, mostrando un fiero disprezzo per tutto l'Inferno, anche se, come spesso
accade per i dannati, egli nell'episodio mostra di non comprendere affatto le ragioni
della sua perdizione e appare tenacemente legato alle questioni di parte politica,
che non hanno pi alcun significato nella dimensione ultraterrena. Infatti chiede a
Dante chi siano i suoi antenati, per capire a quale fazione appartenga, e quando il
poeta si manifesta come Guelfo il dannato gli ricorda subito di essere stato un
Ghibellino e di aver sconfitto i Guelfi per ben due volte, nel 1248 e nel 1260, nella
celebre battaglia di Montaperti.
Dante si sente punto sul vivo e ribatte prontamente che i Guelfi seppero tornare a
Firenze in entrambi i casi, ovvero nel 1250 e soprattutto nel 1266, dopo Benevento.
La risposta piccata di Dante degna di un contrasto o di uno scambio polemico di
accuse: dopo la parentesi di Cavalcante, infatti, sar ancora Farinata a rispondere
per le rime col profetizzare a Dante che di l a quattro anni, nel 1304, la sconfitta
nella battaglia della Lastra impedir agli esuli fiorentini di rientrare in citt,
profetizzandogli cos indirettamente l'esilio per colpirlo sul piano personale.
A Farinata sta a cuore unicamente la dimensione politica ed evidente in lui il
rimpianto per il dolce mondo e la sua citt, specie quando chiede a Dante il motivo
di tanto accanimento di Firenze contro i membri della sua famiglia. La risposta di
Dante fa riferimento al disastro di Montaperti, ovvero la sconfitta guelfa che fu
sempre ricordata come un bagno di sangue ('l grande scempio / che fece l'Arbia
colorata in rosso) e che indusse a pronunciare tale orazion nel... tempio, ovvero a
emanare duri provvedimenti contro tutti i discendenti di Farinata. Questi ribatte che
ci fu una ragione per quello scontro, rivendicando il merito di essersi opposto alla
distruzione di Firenze che i capi ghibellini avevano ipotizzato.
L'episodio di Cavalcante, il padre del poeta Guido Cavalcanti che interrompe il
dialogo tra i due, solo apparentemente fuori tono rispetto al tema fondamentale: i
due erano stati avversari politici, poich Cavalcante era di parte guelfa (fu esiliato
nel 1260, rientr a Firenze nel 1266), quindi la sua vicenda personale ricalca i temi

del colloquio fra Dante e il Ghibellino. Inoltre entrambi, Farinata e Cavalcante, sono
incapaci di comprendere le vere ragioni della loro dannazione, in quanto il primo
ancora tutto preso dagli odi di parte e dalle lotte politiche, il secondo chiede a
Dante perch il figlio non lo accompagni in questo viaggio straordinario che lui
ritiene che Dante faccia per altezza d'ingegno. Entrambi sono epicurei, quindi hanno
una visione materiale della vita che esclude la dimensione trascendente ed
proprio questo a provocare il grottesco equivoco che causa la disperazione di
Cavalcante. Dante, infatti, risponde in modo ambiguo dicendo Da me stesso non
vegno: / colui ch'attende l, per qui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a
disdegno. L'ambiguit sta nel pronome cui, che pu significare a colei che oppure
a colui che: Dante intende dire probabilmente che Virgilio lo guida attraverso
l'Inferno a colei (Beatrice) che, forse, Guido ebbe a disdegno (e il disdegno potrebbe
essere il disdor trobadorico verso la Beatrice terrena, bench di questo non vi siano
conferme certe e quindi Dante potrebbe riferirsi a un episodio di ambiente
stilnovista che non ci noto). In tal caso perfettamente normale l'uso del passato
ebbe, poich la Beatrice terrena morta nel 1290: Dante, allegoricamente, vuol dire
che la ragione lo guida alla salvezza e alla grazia, che forse Guido disprezz
essendo anche lui vicino all'epicureismo.
Cavalcante invece equivoca e crede che Dante dica che Virgilio lo guida a colui che
Guido ebbe a disdegno, cio probabilmente a Dio: in tal caso l'uso del passato ebbe
non giustificato in alcun modo, tranne nel caso in cui Guido fosse gi morto. Da
qui la sua disperazione e l'esitazione di Dante che sa da Ciacco che i dannati
possono antivedere il futuro, quindi non comprende come possa Cavalcante non
sapere che il figlio Guido nella primavera del 1300 fosse vivo e vegeto (morir
nell'agosto dello stesso anno).
L'equivoco serve a chiarire che Cavalcante non comprende nulla del viaggio
allegorico di Dante, essendo totalmente sordo a tutto ci che riguarda la fede
cristiana, la grazia e la salvezza rappresentate da Beatrice. Non meno sordo
Farinata, che riprende il colloquio interrotto senza fare una piega per quanto
accaduto e si mostra ansioso solo di rintuzzare l'attacco politico di Dante,
profetizzandogli l'esilio che lo attende di l a pochi anni. Sar lo stesso Farinata a
sciogliere l'equivoco creatosi col compagno di pena, spiegando a Dante che i
dannati possono prevedere solo gli eventi lontani, mentre quelli imminenti o
presenti sono per loro invisibili.
La conclusione del Canto la logica conseguenza di questo discorso, con Virgilio
che ricorda a Dante che sar proprio Beatrice a spiegargli nel dettaglio la sua vita
futura, quindi rammentando che la grazia, non la sola conoscenza razionale,
l'obiettivo del viaggio dantesco. Per l'ennesima volta viene ribadito che la sola
filosofia razionale insufficiente a salvarsi, come ben dimostra la presenza nel
Cerchio di illustri pensatori quali Epicuro, Federico II, il cardinale Ottaviano degli
Ubaldini, tutti destinati a essere chiusi in eterno nelle loro tombe infuocate il giorno
del Giudizio, dopo essersi rivestiti delle loro carni (e il Giudizio viene citato da
Virgilio in apertura di Canto come da Farinata in conclusione, a voler dire che la
sentenza finale sar implacabile con tutti quelli che pretendono di arrivare alla
salvezza eterna solo per altezza d'ingegno).

Note e passi controversi


I vv. 10-12 alludono alla valle di Iosafat, vicino a Gerusalemme, dove secondo la
Bibbia tutte le anime risorte il Giorno del Giudizio andranno a rivestirsi dei loro corpi
mortali, prima di ascoltare la sentenza finale.
Al v. 18 Virgilio dice di aver letto nella mente di Dante il suo reale desiderio, cio
verificare se in quel Cerchio dannato Farinata (Ciacco ne aveva predetto la
perdizione).
Al v. 34 viso lat. per sguardo.
Il v. 39 (Le parole tue sien conte) pu voler dire che Dante deve parlare in modo
misurato e dignitoso, oppure ornato e forbito.
Le rime ai vv. 41, 43, 45 (-oso/-uso) e ai vv. 65, 67, 69 (-ome/-ume) sono rime
siciliane.
Il pronome latineggiante cui (v. 63) stato variamente interpretato, ma vuol dire
probabilmente a colei che (a Beatrice). In questo caso il disdegno mostrato da
Guido verso di lei pu valere unicamente sul piano allegorico (verso la grazia e la
teologia), oppure anche sul piano letterale (disdor del poeta stilnovista verso la
donna amata da Dante, ma di ci non abbiamo conferme dirette).
Il v. 76 si legge in alcuni mss. E se, continuando al primo detto..., mentre la
lezione pi accreditata vede il s come pronome retto dal verbo continuando, col
senso e proseguendo il discorso iniziato....
La donna che qui regge (v. 80) la Luna, identificata con Proserpina-Ecate. Farinata
intende dire che passeranno meno di cinquanta mesi, ovvero meno di quattro anni.
L'Arbia (v. 86) un fiumiciattolo che scorre nei pressi di Montaperti.
Il lezzo (v. 136) che proviene dalla valle sottostante il Cerchio il puzzo che si leva
dal VII Cerchio, dove sono puniti i violenti.
Inferno, Canto XI
Argomento del Canto
Ancora nella citt di Dite, dove sono puniti gli eresiarchi. Dante e Virgilio attendono
sull'argine del VII Cerchio, per il puzzo che proviene dal basso. Spiegazione di
Virgilio sulla topografia morale dell'Inferno.
la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le quattro del mattino.
La tomba di papa Anastasio II (1-12)
Lasciatasi alle spalle la citt di Dite, i due poeti giungono all'orlo che conduce al VII
Cerchio, dove c' un ammasso di rocce causato da un crollo. Qui si leva un gran
puzzo dal Cerchio sottostante, che costringe Dante e Virgilio a ritrarsi in un punto
dove c' l'avello di papa Anastasio II, il cui nome scritto sul coperchio. Virgilio
consiglia di trattenersi l giusto il tempo di abituare l'olfatto all'odore sgradevole che
arriva da sotto, poi potranno proseguire la discesa.

La suddivisione morale del basso Inferno (13-66)


Dante prega Virgilio di trovare il modo di spendere utilmente il tempo che dovranno
trascorrere in quel luogo e il maestro inizia a illustrare la topografia morale del
basso Inferno. Spiega che al di sotto della citt di Dite ci sono tre Cerchi, i quali
puniscono i peccati di malizia. Questa ha come fine l'ingiuria, che pu ottenersi con
la violenza o con la frode: e poich la frode pi sgradita a Dio, essa punita nei
Cerchi pi bassi.
Il primo dei tre Cerchi (il VII), prosegue Virgilio, ospita i violenti ed diviso in tre
gironi a seconda di quale sia stato il bersaglio della violenza, ovvero il prossimo, se
stessi, Dio. Chi violento contro il prossimo compie omicidi, ferimenti, rapine e
incendi: tutti costoro sono puniti nel primo girone. Chi violento contro se stesso
pu esserlo nella propria persona (i suicidi) oppure nei propri beni (gli
scialacquatori), ed entrambi si trovano nel secondo girone. Si pu infine essere
violenti contro Dio, nella persona divina (bestemmiatori), nella natura (sodomiti) e
nella sua bontade (nell'operosit umana, usurai) e tutti costoro sono puniti nel terzo
girone.
La frode, prosegue ancora Virgilio, pu compiersi contro chi non si fida oppure
contro chi si fida. La prima meno grave, poich viola solo il vincolo naturale che
lega gli uomini, quindi punita nell'VIII Cerchio: qui si trovano ipocriti, adulatori,
indovini, falsari, ladri, simoniaci, ruffiani, barattieri e altri peccatori consimili. La
seconda forma di frode pi grave, perch viola anche lo speciale vincolo che si
crea tra persone (parentela, patria...) ed quindi il tradimento: esso punito
nell'ultimo e pi basso Cerchio dell'Inferno, il IX.
I peccati di incontinenza (67-90)
Dante si dice soddisfatto della spiegazione, ma ha un dubbio: come mai i peccatori
che ha visto nei primi Cerchi infernali, vale a dire gli iracondi, i lussuriosi, i golosi, gli
avari e i prodighi non sono puniti dentro la citt di Dite, visto che Dio li condanna? E
se non fosse cos, perch sarebbero dannati? Virgilio risponde rimproverando Dante
di non riflettere a sufficienza e invita il discepolo a ripensare all'Etica di Aristotele,
dove il filosofo antico distingue le tre disposizion che 'l ciel non vole, vale a dire
incontinenza (eccesso), malizia e matta bestialit. L'incontinenza peccato meno
grave degli altri ed questa colpa che scontano i dannati nei Cerchi prima della
citt di Dite, quindi perfettamente logico che detti peccatori siano puniti in modo
differente da violenti e fraudolenti.
La natura del peccato degli usurai (91-115)
Dante manifesta nuovamente la sua soddisfazione per il dubbio chiarito e loda
Virgilio per la sua capacit di sanare ogni vista turbata, ma ha ancora un'incertezza
che prega il maestro di risolvere. Dante non ha compreso perch l'usura offende la
divina bontade e Virgilio spiega che secondo la filosofia aristotelica la natura prende
corso dall'intelletto divino e dal suo modo di operare; come appare chiaro nel libro
della Fisica, l'operosit umana cerca di imitare quella di Dio, proprio come fa il
discepolo col maestro. Secondo il libro della Genesi, inoltre, l'operosit e il lavoro

devono fornire i mezzi di sostentamento all'uomo, mentre l'usuraio altra via tene e
disprezza la natura e l'operosit che come sua figlia, dal momento che ripone in
altro la sua speranza di guadagno.
Terminata la sua spiegazione Virgilio invita Dante a riprendere il cammino, poich la
costellazione dei Pesci gi apparsa sull'orizzonte (sono circa le quattro del
mattino) e quella dell'Orsa Maggiore si trova a Nord-Ovest, nella zona del Coro (il
Maestrale), mentre per discendere nel Cerchio sottostante c' da compiere ancora
un certo cammino.
Interpretazione complessiva
Il Canto una sorta di pausa nella narrazione del viaggio, che ha la funzione di
preparare la discesa nei Cerchi del basso Inferno e spiegare al lettore la topografia
morale di tutto il primo regno, fin qui non esplicitamente illustrata dall'autore. A
questo scopo Dante ricorre all'espediente dell'odore sgradevole che si leva dal VII
Cerchio e costringe lui e Virgilio ad attendere un poco prima di proseguire il
cammino, una sosta forzata che d modo alla guida di spiegare com' strutturato il
doloroso regno.
La spiegazione di Virgilio prende ovviamente spunto dalla filosofia aristotelica (Eth.,
VII, 1, 1145a), ampiamente ripresa dalla teologia medievale e che distingueva tre
principali peccati: di eccesso, di violenza e di frode, che sono di gravit crescente e
quindi puniti nelle zone infernali che via via si avvicinano al centro della Terra
(violenza e frode sono comprese nel peccato di malizia, ovvero azione tesa ad
arrecare offesa al prossimo, pi grave dell'eccesso e perci punita nei cerchi del
basso Inferno). Nella classificazione di Virgilio mancano gli ignavi, le anime del
Limbo e soprattutto gli eretici, il cui peccato sembra non rientrare propriamente in
nessuna delle tre categorie menzionate prima; sono state avanzate numerose
ipotesi al riguardo e nessuna pienamente convincente, tranne forse quella che
identifica questo peccato in una categoria a s stante. Piuttosto controversa anche
l'interpretazione della matta bestialitade, che potrebbe significare violenza,
oppure eresia, o forse indicare un altro tipo di peccato non rientrante nella
topografia morale dell'Inferno.
Particolare rilievo viene poi dato al peccato d'usura, ulteriormente chiarito da
Virgilio a seguito della domanda di Dante. Questa insistenza non deve stupire, dal
momento che l'usura era largamente diffusa nell'Italia del Due-Trecento ed era
sentita una pratica particolarmente odiosa, non tanto perch l'usuraio chiedesse
interessi esorbitanti, ma perch la Chiesa condannava chi semplicemente ricavava
denaro da altro denaro e non dal lavoro onesto. chiaro che per Dante l'usura si
collegava al peccato di avarizia e alla corruzione che investiva la Chiesa stessa e la
poltica, all'origine del disordine morale che sconvolgeva il mondo ed era fonte di
ingiustizia; ci valeva anche per la stessa citt di Firenze dove la gente nuova e i
sbiti guadagni avevano creato orgoglio e alterigia, scacciando la cortesia e
provocando le divisioni politiche. L'usura viene vista allora come un peccato pi
grave dell'avarizia, come un attentato all'operosit umana e quindi a Dio, come un
peccato di violenza e quindi di malizia meritevole di essere punita nel basso Inferno,
dove si trovano le anime pi nere.

Note e passi controversi


Molti commentatori hanno ipotizzato che Dante confondesse papa Anastasio (vv. 89) con l'imperatore bizantino Anastasio I, indotto all'eresia dal diacono Fotino: oggi
tale interpretazione scartata, sulla base di un canone del Liber pontificalis (quasi
certamente non autentico ma ritenuto tale da Dante) dove si dice che il papa fu
spinto da Fotino ad abbracciare il monofisismo.
Al v. 31 pne sta per pu, con epitesi della particella -ne.
Al v. 44 biscazza vuol dire sperpera al gioco d'azzardo e deriva al lat. med.
biscatia, bisca.
Il v. 45 (e piange l dov'esser de' giocondo) vuole dire e piange l (sulla Terra) i
beni perduti, mentre avrebbe dovuto essere lieto; alcuni interpretano l... come il
Paradiso, ma poco probabile.
I sodomiti puniti nel VII Cerchio sono detti cos dalla citt biblica di Sodoma, i cui
abitanti erano dediti all'omosessualit e furono distrutti dall'ira divina insieme a
quelli di Gomorra. Caorsa invece la citt francese di Cahors, i cui abitanti erano
dediti all'usura (e caorsino era nel Medioevo sinonimo di usuraio; in Par., XXVII, 58
san Pietro definir nello stesso modo Giovanni XXII, originario di quella citt, e
colpevole di simonia e corruzione).
Ai vv. 58-60 Virgilio elenca otto dei dieci peccati puniti nelle Malebolge in un ordine
diverso da quello originale, il che non ha probabilmente nessuna ragione
particolare. Allo stesso modo Dante ai vv. 70-72 elenca i peccatori dei primi Cerchi
in ordine sparso.
Al v. 73 la citt roggia Dite, le cui mura sono arroventate dal fuoco (VIII, 70-75).
I vv. 106-108 alludono a Gen., III 17 (in laboribus comedes ex ea [terra] cunctis
diebus vitae tuae, dalla terra ricaverai con grandi fatiche il nutrimento per tutti i
giorni della tua vita), dove il lavoro visto come punizione all'uomo per il peccato
originale.
I vv. 112-115 chiariscono che mancano circa due ore all'alba (sono dunque le
quattro del mattino), poich la costellazione dei Pesci sta spuntando all'orizzonte e
quella del grande Carro sta per tramontare a Nord-Est.

Inferno, Canto XII


Argomento del Canto
Ingresso nel VII Cerchio. Incontro col Minotauro. Ingresso nel I girone, dove sono
puniti i violenti contro il prossimo, immersi nel fiume di sangue Flegetonte. Incontro
con i centauri, tra cui Chirone, Folo, Nesso. Nesso porta Dante in groppa e gli mostra
tiranni, assassini e predoni, quindi guada il fiume e depone Dante sull'altra sponda.
la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le quattro del mattino.
Il Minotauro (1-30)
Il punto in cui Dante e Virgilio scendono dal VI al VII Cerchio impervio, in quanto la
discesa simile alla frana che ha percosso il letto dell'Adige. Sull'estremit
superiore di questa rovina c' il Minotauro, che appena vede i due poeti si morde
dalla rabbia. Virgilio gli grida che nessuno di loro Teseo, l'eroe che uccise il mostro
sulla Terra, e Dante non qui su indicazione di Arianna ma per vedere le pene dei
dannati. Il Minotauro si allontana saltellando, come un toro che ha ricevuto un colpo

mortale, e i due poeti ne approfittano per allontanarsi e calarsi gi per lo


scoscendimento della roccia.
Origine dei crolli all'Inferno (31-48)
Virgilio intuisce che Dante si sta chiedendo quale sia l'origine della ruina dove stava
a guardia il Minotauro e spiega che la prima volta in cui passato di l (poco dopo la
sua morte, quindi prima della nascita di Cristo) essa non c'era ancora. Per poco
tempo prima che Cristo risorto traesse dal Limbo le anime dei patriarchi biblici, tutta
la valle infernale trem scossa da un terremoto fortissimo e fu questo a causare il
crollo. Virgilio invita quindi Dante a guardare davanti a s, dove c' il fiume di
sangue in cui sono immersi i violenti.
Il Flegetonte e i centauri (49-75)
Dante obbedisce e vede un'ampia fossa a forma di semicerchio, in cui scorre un
fiume di sangue bollente (il Flegetonte), e tra la parete del Cerchio e il fiume
corrono dei centauri, armati di arco e frecce. I mostri si arrestano quando vedono
arrivare i due poeti e tre di loro si staccano dalla schiera. Uno di loro chiede da
lontano quale sia il peccato dei viaggiatori e li minaccia con l'arco. Virgilio risponde
che spiegher tutto al loro capo, Chirone, e poi dice a Dante che il centauro che ha
parlato Nesso, morto a causa di Deianira, mentre quello al centro Chirone, che
allev Achille, e l'altro Folo, uno dei pi violenti. Intorno al fiume ce ne sono
migliaia, col compito di colpire con le frecce i dannati che fuoriescono troppo dal
sangue bollente.
Incontro con Chirone (76-99)
I due poeti si avvicinano ai centauri e Chirone minaccia di colpirli con una freccia,
indicando ai compagni che Dante ancora vivo. Virgilio spiega che il suo compito
mostrare al discepolo l'Inferno, poich questo il volere divino e Dante non un
ladrone, n lui stesso un malfattore. Virgilio chiede poi a Chirone di incaricare uno
dei compagni di portare in groppa Dante e fargli attraversare il Flegetonte, dal
momento che Dante ha un corpo fisico. Chirone si volta alla sua destra e incarica
Nesso di guidare i due poeti fino al guado.
Nesso mostra a Dante i violenti (100-139)
Nesso obbedisce e scorta Dante e Virgilio lungo il Flegetonte, dove i dannati
immersi nel sangue levano alte grida. Il centauro indica a Dante spiriti immersi sino
alle ciglia e spiega che sono tiranni, tra i quali indica un Alessadro, Dionisio di
Siracusa, Ezzelino da Romano, bizzo d'Este. Pi avanti Dante vede dei dannati
immersi sino alla gola nel bulicame, tra cui Nesso indica Guido di Montfort che
uccise a Viterbo Enrico, cugino del re d'Inghilterra. Altri dannati emergono fino al
petto e tra questi Dante riconosce pi di uno, altri ancora sono immersi sino ai piedi.
Dopo che ha fatto salire sulla sua groppa Dante e ha iniziato ad attraversare il
Flegetonte, Nesso spiega che il livello del fiume si abbassa progressivamente, sino a
ricongiungersi al punto opposto dove invece pi profondo e dove sono puniti i
tiranni. Nel punto di maggior profondit sono immersi Attila, Pirro, Sesto Pompeo,

Riniero da Corneto e Rinieri dei Pazzi. Dopo essere giunto sull'altra sponda, il
centauro torna da dove venuto.
Interpretazione complessiva
La violenza il tema dominante dell'episodio e ci evidente fin dall'inizio, con la
comparsa del Minotauro. Il mostro, per met uomo e per met toro, simbolo della
violenza che il peccato di chi, pur dotato di ragione umana, si abbandonato a
istinti bestiali e ha arrecato danno al prossimo, nella persona fisica o nei beni. Il
Minotauro, che probabilmente custode di tutto il VII Cerchio e non solo del primo
girone dove sono puniti assassini e predoni, tenta di ostacolare il passaggio dei due
poeti come altre figure demoniache gi viste in precedenza, ma ammansito da
Virgilio che gli ricorda la morte inflittagli da Teseo nel mondo. Il maestro spiega
inoltre a Dante che la causa del crollo rovinoso dove i due devono scendere il
terremoto che scosse tutta la Terra il giorno della morte di Cristo, mentre non c'era
ancora quando lui pass di l la prima volta, evocato dalla maga Eritone (il fatto
avvenne poco dopo la morte di Virgilio, quindi ben prima della nascita del Messia).
Lo stesso terremoto caus anche il crollo dei ponti che congiungono la V alla VI
Bolgia dell'VIII Cerchio, e forse della ruina descritta nel II Cerchio.
I veri custodi del primo girone sono in realt i centauri, altre creature del mito
classico che, al pari del Minotauro, condividono natura umana e bestiale. Se
nell'antichit erano considerati esseri saggi e sapienti (Chirone fu ad esempio il
precettore di Achille), nel Medioevo erano invece spesso demonizzati per la loro
immagine di cacciatori armati di arco e frecce, che li accostava a certe immagini di
cacciatori diabolici di cui ci sono vari esempi nell'iconografia cristiana. La loro
funzione di impedire ai dannati, immersi nel fiume di sangue, di emergere dal
bulicame pi di quanto abbia stabilito la giustizia divina, compito che essi assolvono
saettando gli spiriti che cercano di trasgredire. A differenza del Minotauro e di altri
diavoli dell'Inferno dantesco (quelli della citt di Dite o i Malebranche), i centauri
saranno molto collaborativi con Dante e uno di loro, Nesso, lo porter addirittura in
groppa per consentirgli di guadare il fiume di sangue.
Il Canto presenta una nutrita serie di esempi di violenti contro il prossimo, tra cui
spiccano soprattutto i tiranni. implicita una critica di Dante contro quei regimi
politici che sfociavano nell'oppressione al popolo, presente anche in altri passi del
poema, e che qui individua esempi tratti da varie epoche storiche: i tiranni del
tempo di Dante sono comunque pi numerosi, cos come gli esempi di ladroni e
assassini (tra questi spicca l'uccisore di Enrico, nipote del re d'Inghilterra, fatto che
avvenne a Viterbo nel 1271; Dante dichiara inoltre che il tiranno bizzo d'Este fu
assassinato dal figlio Azzo VIII, affermazione coraggiosa visto che l'uomo sarebbe
morto soltanto nel 1308 ed era quindi ancor vivo quando l'Inferno cominci a
circolare).
Il Flegetonte uno dei quattro fiumi infernali (gli altri sono l'Acheronte e lo Stige, gi
visti, e il quarto sar il Cocito), formato da sangue bollente in cui i violenti sono
immersi in misura diversa a seconda del peccato commesso: i tiranni fino agli occhi,
gli assassini fino al collo, i predoni e i ladroni da strada fino al petto, altri ancora fino
ai piedi (questo il punto in cui il sangue pi basso, dove Nesso pu effettuare il

guado). Il fiume non esplicitamente nominato in questo Canto, ma sar illustrato a


Dante da Virgilio nel Canto XIV (115 ss.), nel corso della sua digressione sull'origine
dei fiumi infernali.
Note e passi controversi
La ruina citata come esempio di quella infernale ai vv. 4-9 probabilmente la frana
precipitata nella valle di Rovereto fino al letto dell'Adige, almeno quattro secoli
prima di Dante (i cosiddetti slavini di Marco). Non escluso che Dante l'abbia vista
coi suoi occhi durante un soggiorno nel castello di Lizzana, ospite dei conti di
Castelbarco amici degli Scaligeri, ma l'origine probabilmente un passo di Alberto
Magno (De meteoris, III, 3) dove la frana descritta quasi con le stesse parole.
Il duca d'Atene (v. 17) naturalmente Teseo, figlio del re ateniese Egeo che secondo
il mito classico uccise il Minotauro con l'aiuto di Arianna, la figlia di Minosse.
L'altra fiata (v. 34) in cui Virgilio sceso nel basso Inferno la stessa occasione
ricordata in IX, 22-27.
I vv. 37-39 alludono alla discesa di Cristo trionfante all'Inferno dopo la sua
Resurrezione, occasione in cui trasse dal Limbo (il cerchio superno) le anime dei
patriarchi biblici (la gran preda).
Al v. 40 feda lat. per sozza.
I vv. 41-42 fanno riferimento alla dottrina di Empedocle, secondo cui l'ordine
dell'universo era causato dall'odio tra gli elementi, mentre l'amore li farebbe invece
rimescolare causando il caos.
I vv. 67-69 alludono al racconto di Ovidio (Met., IX, 101 ss.) secondo cui il centauro
Nesso tent di rapire Deianira, moglie di Ercole, mentre la portava in groppa
facendole attraversare il fiume Eveno; l'eroe lo uccise, ma Nesso in punto di morte
diede a Deianira la tunica intrisa di sangue avvelenato, facendole credere che essa
avesse il dono di fare innamorare chi se ne vestiva. Quando la donna la fece
indossare ad Ercole che si era innamorato di Iole, l'eroe mor.
Folo (v. 72) era uno dei centauri pi violenti, che alle nozze di Ippodamia e Piritoo
tent insieme ai compagni di rapire la sposa e venne ucciso da Teseo.
Il termine soletto riferito a Dante (v. 85) indica che il poeta l'unico a cui
concesso il privilegio di questo viaggio nell'Aldil.
I vv. 88-90 ricordano quando Beatrice si rec nel Limbo per invocare l'aiuto di
Virgilio per Dante (II, 52 ss.).
Al v. 93 a provo (dal lat. ad prope) indica da vicino.
L'Alessandro citato al v. 107 potrebbe essere Alessandro Magno, ma anche
Alessandro di Fere in Tessaglia.
Al v. 117 bulicame si riferisce a una sorgente d'acqua calda che sgorgava vicino a
Viterbo, qui citata per indicare il Flegetonte (cfr. XIV, 79).

Inferno, Canto XIII


Argomento del Canto
Ingresso nel II girone del VII Cerchio, nella selva dei suicidi. Descrizione delle Arpie.
Incontro con Pier della Vigna. Apparizione degli scialacquatori, tra cui Lano da Siena
e Iacopo da Sant'Andrea. Incontro con un suicida di Firenze.
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
La selva dei suicidi (1-21)
Nesso non ancora tornato sull'altra sponda del Flegetonte, quando Dante e Virgilio
si incamminano per una orribile selva, in cui il fogliame oscuro, i rami sono
contorti e al posto dei frutti ci sono spine velenose. I luoghi pi selvaggi della
Maremma non hanno una boscaglia cos aspra, mentre qui le Arpie nidificano tra gli
alberi e hanno grandi ali, visi umani e zampe artigliate, con cui producono lamenti
tra le piante. Virgilio spiega a Dante che si trova nel secondo girone del VII Cerchio,
dove la selva si estende sino al sabbione infuocato del girone seguente. Lo invita poi

a guardare bene ci che si trova nel bosco, perch vedr cose incredibili a sentirne
parlare.
Incontro con Pier della Vigna (22-54)
Dante sente levarsi dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perci si
ferma e rimane confuso. Egli crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma
Virgilio (che ha intuito l'errore del discepolo) lo invita a spezzare un ramoscello da
uno degli alberi. Dante obbedisce e appena ha spezzato il ramo di un albero, dal
tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere impietoso, mentre dal
fusto esce sangue nero. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e
insieme il sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare
in attesa, pieno di timore.
Virgilio prende la parola e dice all'anima imprigionata nell'albero di essere stato
costretto a indurre Dante a compiere quel gesto, perch solo cos egli avrebbe
compreso ci che lui stesso aveva cantato nei versi dell'Eneide. Quindi invita il
dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia, affinch Dante, tornato sulla
Terra, possa risarcirlo del danno subto restaurando la sua fama.
Racconto di Pier della Vigna (55-78)
A questo punto il dannato dichiara che l'offerta troppo allettante per rifiutarla,
quindi inizia a raccontare la sua storia. Egli si presenta come colui (Pier della Vigna)
che fu intimo collaboratore di Federico II di Svevia, tanto fedele da diventarne il solo
depositario di tutti i segreti. Aveva svolto il suo incarico con lealt e dedizione, al
punto da perderne la serenit e la vita: infatti il suo zelo aveva acceso contro di lui
l'invidia dei cortigiani, i quali sobillarono il sovrano e lo indussero ad accusarlo di
tradimento. In seguito Pier della Vigna si era tolto la vita, credendo in tal modo di
sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla ragione al torto.
L'anima conclude il racconto giurando sulle radici della pianta in cui rinchiuso di
essere innocente dell'accusa rivoltagli a suo tempo, pregando Dante di confortare la
sua memoria se mai ritorner nel mondo.
Spiegazione di come i suicidi si tramutino in piante (79-108)
Virgilio resta un attimo in silenzio, quindi invita Dante a rivolgere altre domande al
dannato. Il discepolo si dice troppo turbato per rivolgere la parola allo spirito, quindi
Virgilio che chiede a Pier della Vigna in che modo l'anima del suicida venga
imprigionata dentro gli alberi sella selva e se accade talvolta che qualcuna di esse
ne fuoriesca. Il tronco emette nuovamente un soffio d'aria, quindi la voce spiega
che quando l'anima del suicida si separa dal corpo e giunge davanti a Minosse, il
giudice infernale, questi la manda al VII Cerchio. Qui essa cade in un punto qualsiasi
e germoglia formando una pianta selvatica. Le Arpie, poi, nutrendosi delle foglie
dell'albero, producono ulteriore sofferenza alle anime. Il giorno del Giudizio
Universale, spiega ancora il dannato, essi andranno a riprendere le loro spoglie
mortali ma non le rivestiranno: porteranno i corpi nella selva, dove ciascuna anima
appender il proprio all'albero dove imprigionata, poich non giusto riavere ci
che ci si tolto violentemente.

Apparizione degli scialacquatori (109-129)


Dante e Virgilio sono ancora accanto all'albero di Pier della Vigna, quando entrambi
sentono dei rumori all'interno della selva, simili allo stormire del fogliame quando, in
un bosco, c' una battuta di caccia al cinghiale. Subito dopo vedono due dannati
che corrono tra la boscaglia, nudi e graffiati, che rompono rami e frasche. Quello
davanti (Lano da Siena) pi veloce, mentre quello dietro (Iacopo da Sant'Andrea)
pi lento e si nasconde accanto a un basso cespuglio. Poco dopo raggiunto da
delle cagne nere, che fanno a brandelli lui e l'arbusto dove ha tentato di celarsi,
quindi ne portano via le carni maciullate.
Un fiorentino suicida (130-151)
Virgilio allora prende per mano Dante e lo conduce accanto al cespuglio, dal quale
esce sangue e insieme ad esso la voce del suicida imprigionato all'interno. Il
dannato rimprovera lo scialacquatore che gli ha causato danno e dolore, poi Virgilio
si rivolge al suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli chiede anzitutto ai due poeti di
raccogliere i suoi rami spezzati ai piedi dell'arbusto, quindi rivela di essere originario
di Firenze, citt che mut il proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e per
questo vittima di continue guerre (solo la statua del dio pagano sull'Arno, di cui
sopravvive un frammento, la preserva dalla totale distruzione). Il dannato conclude
dicendo di essersi impiccato nella propria casa.
Interpretazione complessiva
Il Canto totalmente dedicato alla selva dei suicidi, dove sono puniti anche gli
scialacquatori e che popolata da animali demoniaci (le Arpie e le nere cagne che
azzannano i violenti contro il patrimonio). L'episodio anche fitto di rimandi
letterari, sia per il riferimento all'Eneide di Virgilio, sia per la figura stessa di Pier
della Vigna che fu, com' noto, poeta siciliano e retore alla corte di Federico II.
La descrizione iniziale della selva degna di un cupo paesaggio infernale, con ovvi
rimandi alla selva oscura del Canto iniziale (anche se questa ancor pi
spaventosa: nessun sentiero la attraversa, le foglie degli alberi sono nere, i rami
sono aggrovigliati...); su tutto dominano poi le Arpie, gli uccelli mitologici dal volto di
donna gi citati nel libro III dell'Eneide come i mostri che cacciarono i Troiani dalle
isole Strofadi preannunciando loro una terribile fame una volta giunti nel Lazio,
profezia che si sarebbe rivelata mendace. Le Arpie nidificano nella selva e si nutrono
delle foglie degli alberi, producendo dolore alle anime dei suicidi che vi sono
imprigionate. Non chiaro da dove Dante abbia tratto il legame tra queste figure e
il suicidio, visto che nel mito classico erano piuttosto associate alla rapina e alla
furia.
La scena di Dante che, indotto da Virgilio, spezza il ramo dell'albero di Pier della
Vigna da cui esce sangue ovviamente modellata sul libro III dell'Eneide, anche se
l'episodio di Enea e Polidoro (vv. 42 ss.) rielaborato e ampliato da Dante, che
trasforma l'immagine della pianta sotto cui sepolto il figlio di Priamo in
un'allucinante selva (la scena sar ripresa da Tasso nella Gerusalemme liberata,
nell'episodio di Tancredi nella selva di Saron). L'anima poi si presenta come Pier

della Vigna, il funzionario e segretario di Federico II di Svevia da lui accusato di


tradimento e incarcerato, che si era suicidato dopo che il sovrano lo aveva fatto
accecare. Dante gli mette in bocca un discorso di stile elevato e aulico, pieno di
elementi retorici e raffinatezze che, del resto, sono presenti in altri passi del Canto:
ad es. l'anafora Non... ma dei versi 4-6 (ma anche 1 e 7: Non era... non han) e il
poliptoto Cred'io ch'ei credette ch'io credesse (v. 25), simile alla replicazione usata
da Pier della Vigna ai vv. 67-68 (infiamm... e li 'nfiammati infiammar...). Il
linguaggio del dannato usa anche metafore venatorie, con i verbi adeschi e inveschi
che fanno riferimento alla caccia agli uccelli (e Federico II era stato autore di un
trattato in latino sulla falconeria, il De arte venandi cum avibus). Da notare anche la
personificazione dell'invidia, la meretrice che non ha mai distolto lo sguardo
dall'ospizio (cio dalla reggia) dell'imperatore, detto per antonomasia Cesare e
Augusto, nonch il chiasmo del v. 66 (morte comune e de le corti vizio) e del v. 72
(ingiusto fece me contra me giusto).
Come spesso accade nell'Inferno dantesco, i dannati si mostrano tenacemente
attaccati a ci che rappresentava per loro la vita terrena, quindi Pier della Vigna
parla come se fosse ancora il primo consigliere del sovrano, il sublime retore che
doveva redigere in linguaggio curiale i documenti della cancelleria imperiale. Dante
vuole assolverlo dall'accusa, da lui ritenuta ingiusta, di tradimento, ma lo condanna
per l'atto insensato col quale si tolto la vita, che il dannato non comprende sino in
fondo in quanto lo esprime con un'elegante formula retorica (il suicidio lo ha fatto
sembrare colpevole agli occhi del mondo, mentre in realt lo ha condannato alla
dannazione eterna). Il personaggio non comprende pienamente la natura del suo
peccato e si mostra assai pi interessato alla possibilit che Dante restauri la sua
fama nel mondo terreno, mentre nulla pu fare ovviamente per il suo destino
ultraterreno.
L'arrivo sulla scena degli scialacquatori Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea non
attenua la raffinatezza stilistica del Canto, poich Dante li introduce con la
similitudine della caccia al porco, cio al cinghiale (quindi di ambito nuovamente
venatorio) e con una serie di insistite allitterazioni che ne riproducono il rumore
nella boscaglia (similemente... sente 'l porco... posta... bestie... frasche stormire). I
due dannati introducono a loro volta un altro suicida, di cui Dante non ci dice il
nome (era forse un giudice impiccatosi dopo aver pronunciato un'ingiusta sentenza,
per la quale era stato corrotto), il quale rivela di essere originario di Firenze con
un'elegante e complicata perifrasi. La citt di Dante definita attraverso il suo
attuale patrono, san Giovanni Battista, che aveva preso il posto di Marte che per
questo la perseguita con continue guerre; l'avrebbe gi rasa al suolo se non fosse
per i resti di una sua statua presso l'Arno (che in realt raffigurava un re ostrogoto)
e i fiorentini l'avrebbero ricostruita vanamente dopo la distruzione ad opera di Attila.
Qui Dante confonde l'episodio di Totila che assedi Firenze durante la guerra grecogotica, ma ci non toglie che la chiusa del Canto in linea con la raffinatezza dei
versi precedenti e che l'intero episodio immerso in una delicata atmosfera
letteraria, che stride volutamente con l'orrore della selva e del peccato che in essa
scontano le anime.
Note e passi controversi

Al v. 1 Nesso il centauro incaricato di portare in groppa Dante e fargli cos


attraversare il Flegetonte (XII, 94 ss.).
I vv. 7-9 si riferiscono alla Maremma, che ai tempi di Dante era un luogo selvoso e
abitato da animali selvaggi e si estendeva tra il fiume Cecina, su cui sorge la citt
omonima, e Corneto Tarquinia, gi in territorio laziale (oggi quei luoghi sono stati in
gran parte bonificati).
L'aggettivo brutte riferito alle Arpie (v. 10) ha il senso di sudicie, in riferimento
all'episodio dell'Eneide in cui esse imbrattano le mense dei Troiani. Il v. 15 pu
significare emettono strani lamenti sopra gli alberi, ma anche producono lamenti
sugli strani alberi (in questo caso Dante alluderebbe al fatto che le Arpie
provocano dolore alle anime dei suicidi).
La similitudine ai vv. 40-44 di ambito naturalistico e si riferisce a un ramoscello
verde che, bruciato da un capo, perde linfa dall'altro ed emette un suono simile a un
cigolio; nel Medioevo si pensava che ci fosse dovuto a dell'aria che fuoriusciva dal
legno.
La rima citata da Virgilio (v. 48) l'episodio di Enea e Polidoro, nel libro III
dell'Eneide (42 ss.), ripreso anche da Pier della Vigna quando rimprovera Dante di
non aver avuto la man... pia (Polidoro diceva ad Enea iam parce sepulto, / parce
pias scelerare manus, abbi piet di un sepolto, non profanare le tue mani devote).
I vv. 55-57 contengono due immagini venatorie, cio il vb. adescare, catturare con
l'esca e inveschiare, prendere col vischio (il riferimento alla caccia torner nel
finale di Canto, con l'immagine della battuta di caccia al cinghiale).
I vv. 58-61 alludono agli scrigni e ai forzieri pi sofisticati che, anticamente, avevano
una serratura che doveva essere aperta con una chiave e chiusa con un'altra (il
dannato intende dire che egli fu in possesso di entrambe per aprire e chiudere il
cuore di Federico).
Cesare (v. 64) e Augusto (v. 68) sono una forma di antonomasia per indicare
l'imperatore Federico II.
Al v. 73 nove pu voler dire recenti, ma anche strane, singolari.
Al v. 96 Pier della Vigna cita Minosse, il giudice infernale custode del II Cerchio che
indica ai dannati dove devono scontare la loro pena (Inf., V, 4 ss.).
I vv. 103-105 alludono alla credenza secondo cui, il Giorno del Giudizio, ogni anima
risorta andr a riprendere il proprio corpo mortale nella valle di Iosafat (i suicidi non
se rivestiranno ma lo appenderanno ciascuno al proprio albero della selva).
Alcuni mss. leggono il v. 113 'l porco a la caccia, ma la lezione a testo pi
probabile in quanto il passo indica il cinghiale e il gruppo dei battitori e dei cani che
sono a la sua posta, sulle sue tracce.
Al v. 117 rosta vuol dire frasca e deriva da una voce longobarda (hrausta).
Al v. 132 in vano pu riferirsi all'agg. sanguinenti, ma anche al vb. piangea.

I vv. 146-150 alludono a un frammento di statua presso Ponte Vecchio che ai tempi
di Dante si credeva di Marte, mentre era in realt di un re ostrogoto (esso fu
distrutto nell'alluvione dell'Arno del 1333). Non fu Attila a radere al suolo Firenze, sia
pure in un episodio leggendario, ma un altro re ostrogoto, Totila, la fece assediare
durante la guerra greco-gotica del 535-553.
L'espressione gibetto (v. 151) deriva probabilmente dall'antico francese gibet e
significa forca: il dannato intende dire che si impiccato nella propria casa.
Inferno, Canto XIV
Argomento del Canto
Ingresso nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i
bestemmiatori). Descrizione del sabbione infuocato e della pioggia di fiamme.
Incontro con Capaneo. Origine dei fiumi infernali e spiegazione di Virgilio sul Veglio
di Creta.
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Il sabbione infuocato (1-42)
Dante raccoglie i rami spezzati dell'albero del fiorentino suicida e li pone alle sue
radici, quindi segue Virgilio sino al confine tra il secondo e il terzo girone del VII
Cerchio. Questo una landa desolata dove non cresce alcuna pianta ed attorniato
dalla selva dei suicidi come una dolorosa corona. Il suolo formato da una spessa
sabbia, simile a quella del deserto libico attraversato da Catone l'Uticense, su cui le
anime dannate giacciono in modo diverso: alcune sono sdraiate supine
(bestemmiatori), altre siedono raccolte, (usurai) altre ancora camminano senza
posa (sodomiti). Queste ultime sono pi numerose di quelle sdraiate, le quali
tuttavia sono pi facili al lamento. Su tutto il sabbione cade una pioggia di larghe
falde infuocate, simili a fiocchi di neve che cadono senza essere sospinti dal vento e
paragonabili alla pioggia di fuoco che Alessandro Magno vide cadere dal cielo in
India. Le fiammelle surriscaldano la sabbia che, arroventata, tormenta le anime che
tentano continuamente di scacciare da s il fuoco agitando le mani.
Apparizione di Capaneo (43-75)
Dante nota che un dannato dall'aspetto imponente sdraiato sul sabbione
infuocato e non sembra preoccuparsi delle fiammelle, tanto che ha uno sguardo
sprezzante e d l'impressione che la pioggia di fuoco non gli dia dolore. Mentre ne
chiede il nome a Virgilio, il dannato sente la sua domanda e risponde lui stesso
dicendo di essere da morto tal quale era da vivo: anzi, se Giove gli scagliasse contro
tutte le folgori fabbricate da Vulcano e dai Ciclopi nell'Etna non potrebbe vendicarsi
di lui.
Allora Virgilio ribatte con un tono di voce adirato, quale Dante non ha mai sentito,
accusando il dannato di nome Capaneo di essere maggiormente punito proprio per
la sua smisurata superbia. Poi il maestro si rivolge a Dante con voce pi pacata e gli
spiega che lo spirito uno dei sette re che assediarono Tebe e sembra disprezzare
Dio cos come ne disconosce la potenza; tuttavia la sua alterigia degno ornamento

al suo petto. A questo punto Virgilio invita Dante a seguirlo e a badare bene dove
mette i piedi, camminando strettamente vicino alla selva.
Il Flegetonte (73-93)
I due poeti proseguono in silenzio e giungono al punto in cui sgorga dalla selva un
fiumiciattolo di sangue (il Flegetonte), caldo come una fonte d'acqua sulfurea
chiamata Bulicame che veniva usata dalle prostitute come lavacro. Il fiume scorre
su un fondale e tra due argini rocciosi, per cui Dante capisce che l il passaggio
dove potranno procedere per attraversare il girone. Virgilio inizia a parlare e spiega
a Dante che tutto ci che ha visto dopo aver varcato la porta dell'Inferno meno
interessante di questo fiume, che spegne tutte le falde infuocate che vi cadono
dentro. Dante, incuriosito da questo discorso, prega il maestro di proseguire la
spiegazione.
Origine dei fiumi infernali. Il vecchio di Creta (94-120)
Virigilio spiega che in mezzo al Mediterraneo c' un'isola, Creta, ora distrutta ma un
tempo governata da un re, Saturno, sotto il quale tutto il mondo fu innocente. A
Creta sorge una montagna che in passato era ricca di corsi d'acqua e foreste, il
monte Ida, ora abbandonato e un tempo scelta da Rea come il nascondiglio per il
figlio Giove. Dantro alla montagna si erge un gran vecchio, che volta le spalle a
Damietta e guarda dritto verso Roma: ha la testa in oro, il petto e le braccia
d'argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro e il piede destro di
terracotta. Ogni parte del suo corpo, eccetto la testa, piena di fessure da cui
escono lacrime le quali, raccogliendosi ai piedi della statua, forano la roccia
sottostante. Le lacrime, divenute un corso s'acqua, scendono all'Inferno e formano i
fiumi infernali, vale a dire Acheronte, Stige e Flegetonte; il corso d'acqua prosegue
poi pi a valle, fino al fondo della voragine, dove si raccoglie a formare il lago di
Cocito.
Altri fiumi dell'Oltretomba (121-142)
Dante stupito, poich ha visto il fiume di sangue sgorgare solo nel VII Cerchio
mentre esso nasce sulla Terra. Virgilio spiega che la voragine infernale rotonda e
anche se Dante ne ha sceso gi una buona parte, sempre procedento verso sinistra,
non ha comunque ancora compiuto un giro completo e non deve stupirsi se gli
appaiono cose che non ha ancora potuto vedere. Dante chiede ancora a Virgilio
dove siano il Flegetonte e il Lete, poich il primo sarebbe formato dalle lacrime del
vecchio e del secondo non dice nulla. Virgilio ribatte che la domanda sul Flegetonte
inutile, visto che si tratta proprio del fiume di sangue appena visto. Quanto al
Lete, Dante lo vedr ma al di fuori della voragine infernale, essendo uno dei due
fiumi che scorrono nell'Eden e in cui si bagnano le anime purificate per dimenticare i
peccati. A questo punto Virgilio pone fine al discorso e invita Dante a seguirlo,
allontandosi dalla selva e procedendo lungo uno degli argini rocciosi entro cui scorre
il Flegetonte.
Interpretazione complessiva

Il Canto si pu dividere simmetricamente in due parti, dedicate rispettivamente alla


descrizione del sabbione infuocato in cui giacciono i bestemmiatori (tra cui
Capaneo) e alla storia del vecchio di Creta da cui hanno origine i fiumi infernali. Tra
esse c' un sottile collegamento, poich entrambe presentano numerosi riferimenti
alla letteratura e al mito classico (specie a scrittori come Stazio e lo stesso Virgilio).
Il terzo girone del VII Cerchio, in cui sono puniti i violenti contro Dio, descritto
come un sabbione sul quale cade una pioggia di falde infuocate, simili a fiocchi di
neve che scendono dal cielo lentamente. Il contrappasso riferito alla punizione
divina contro le citt bibliche di Sodoma e Gomorra, ma anche alla figura di
Capaneo, uno dei leggendari sette re che assediarono Tebe e che secondo il mito
era stato colpito da Giove con un fulmine per aver pronunciato empie bestemmie
contro gli dei dalle mura della citt greca (le falde di fuoco sarebbero parodia delle
folgori divine, data la lentezza con cui cadono al suolo pur colpendo inesorabili i
dannati di questo girone). La pioggia di fuoco viene anche paragonata all'episodio
leggendario che vide come protagonista Alessandro Magno, che durante una
spedizione in India si sarebbe imbattuto in una pioggia di faville infuocate ( lui
stesso a narrarlo in una epistola indirizzata ad Aristotele). Probabilmente Dante trae
l'aneddoto da un passo di Alberto Magno in cui presenta lievi varianti, ma la
citazione contribuisce ad inserire tutta la scena in un contesto fortemente
leggendario, anche col riferimento all'episodio di Catone l'Uticense che attraversa il
deserto di Libia paragonato anch'esso alla landa infuocata (questi elementi
fantastici riguardanti la storia antica rientrano pienamente nel gusto degli scrittori
medievali).
Segue poi l'apparizione di Capaneo, descritto da Dante come un grande che giace
incurante della pioggia di fuoco e con apparente disprezzo verso la pena subita e
tutto ci che lo circonda. il dannato stesso a presentarsi a Dante, dichiarando con
incredibile superbia che Giove (da intendersi come il Dio cristiano) non potrebbe
vendicarsi di lui neppure se gli scagliasse contro tutte le folgori costruite da Vulcano
e dai Ciclopi. Capaneo giganteggia sulla scena al pari di altri dannati gi visti
(pensiamo soprattutto a Farinata), anche se il rimprovero di Virgilio severo e gli
rinfaccia di subire in realt una pi dura punizione proprio a causa della sua
tracotante alterigia. Il bestemmiatore non dunque affatto grande come era
sembrato a Dante, visto che inchiodato al suolo e viene colpito dalle falde
infuocate che cadono ben pi lente della folgore che lo uccise quand'era in vita. La
fonte di Dante certamente la Tebaide di Stazio, dove il poeta latino diceva di
Capaneo che confidava solo nella sua destra, considerava come dio il suo valore
personale e la sua spada, disprezzava gli dei di cui, diceva, stolto avere paura (X,
872 ss.).
La seconda parte del Canto trae spunto dal Flegetonte, la cui fonte sgorga proprio in
prossimit del sabbione infuocato e che d modo a Virgilio di spiegare l'origine dei
fiumi infernali. La leggenda del vecchio di Creta deriva da un passo biblico (Dan., II,
31), con l'aggiunta da parte di Dante del particolare delle lacrime che di sua
invenzione. Il vecchio rappresenta quasi certamente la storia dell'umanit, che dalla
mitica et dell'oro poi degenerata nelle et successive sino a giungere al disordine
morale del tempo di Dante, per cui dalla statua gocciolano le lacrime che formano i

fiumi dell'Inferno. Se la fonte biblica, molteplici sono di nuovo i riferimenti al mito


classico: Creta indicata come l'isola che sorge al centro del Mediterraneo, al
confine delle tre parti del mondo (Europa, Africa, Asia), dominata un tempo da
Saturno e che conobbe l'et dell'oro prima di decadere ( ricordata anche come il
nascondiglio del figlio di Saturno, Giove, che avrebbe posto fine al periodo felice). La
statua del vecchio poi formata dai metalli corrispondenti alle et del mito (oro,
argento, rame, ferro), mentre i due piedi sono probabilmente l'Impero e la Chiesa: di
ferro il primo e di terracotta la seconda, a indicare la debolezza della Chiesa rispetto
al potere temporale. Il vecchio volge le spalle a Damietta, in Egitto, e guarda Roma,
cio rivolto verso l'Occidente e la citt che centro della cristianit, sede
(secondo Dante) dell'imperatore e del papa. La digressione spiega l'origine dei fiumi
infernali e cita anche il Lete, uno dei due fiumi che attraversano l'Eden, non a caso
spesso identificato dai poeti medievali proprio con il mondo dell'et dell'oro
descritto dai poeti classici (ci sar confermato anche da Matelda in Purg., XXVIII,
139-141, proprio alla presenza di Virgilio e di Stazio autore della Tebaide pi volte
citata in questo Canto).
Note e passi controversi
I vv. 1-3 alludono alla fine del Canto XIII, all'incontro con l'anima del suicida
fiorentino il cui albero era stato dilaniato dalle nere cagne che inseguivano lo
scialacquatore Iacopo da Sant'Andrea: il dannato aveva pregato i due visitatori di
raccogliere le sue fronte al pi del tristo cesto (vv. 139-142).
I vv. 13-15 si rifanno a Lucano (Phars., IX, 382 ss.) che descrive il deserto di Libia
attraversato da Catone e dalle sue truppe, in cui i soldati saranno attaccati da
serpenti e subiranno orrende trasformazioni.
I vv. 28-29 riprendono il passo biblico (Gen., XIX, 24) in cui si descrive la pioggia di
fuoco che distrusse Sodoma e Gomorra; il v. 30 si ispira invece a un sonetto di
Guido Cavalcanti, Belt di donna e di saccente core (v. 6, e bianca neve scender
senza venti).
La similitudine ai vv. 31-37 tratta da un passo dell'epistola di Alessandro Magno ad
Aristotele, De situ Indiae et itinerum in ea vastitate, in cui per si parla prima di una
fitta nevicata che obblig i soldati a calpestare i fiocchi al suolo e poi delle faville
infuocate. Dante fonde i due episodi e trae spunto dal De meteoris di Alberto
Magno, dove l'aneddoto riferito secondo quanto scritto dal poeta.
La similitudine ai vv. 39-39 (com'esca / sotto focile) allude alla pietra focaia battuta
dall'acciarino, che produce la scintilla.
Al v. 42 arsura fresca vuol dire nuovo fuoco, ma probabilmente un ossimoro con
valore ironico.
Mongibello (v. 56) il nome di origine araba dell'Etna, mentre la pugna di Flegra
la battaglia nella pianura di Flegra in Tessaglia dove, secondo il mito, Giove fulmin i
giganti ribelli.

I vv. 79-81 alludono al Bulicame, una fonte d'acqua calda di origine sulfurea presso
Viterbo paragonata al Flegetonte (che veniva detto bulicame anche nel Canto XII).
Alcuni mss. leggono pectatrici al v. 80, per cui incerto se la fonte servisse come
lavacro alle prostitute che vivevano nei pressi o alle lavoranti addette alla
pettinatura del lino, che sfruttavano il Bulicame per macerare il tessuto. pi
probabile la lezione a testo, anche perch le prostitute sono dette spartirsi le acque
(quindi per lavarsi, non per lavorare).
La porta citata al v. 86 quella dell'Inferno (III,1 ss.).
Il rege del v. 96 Saturno, che ne fu il primo mitico sovrano e sotto il cui dominio il
mondo conobbe l'et dell'oro (fu casto nel senso di innocente).
I vv. 97 ss. alludono al mito classico di Giove, che dopo la nascita fu nascosto dalla
madre Rea (o Cibele) presso il monte Ida, a Creta, per sottrarlo al padre Saturno che
divorava i figli appena nati per timore che uno di loro lo spodestasse; i Coribanti
avevano il compito di coprire i vagiti di Giove con canti e rumore di armi.
Alcuni commentatori hanno ravvisato un'incongruenza tra i vv. 121 ss. e il Canto VII,
in cui Dante ha gi visto sgorgare un fiume infernale, lo Stige. Pu trattarsi di una
dimenticanza dell'autore, ma anche di una mutata concezione dell'origine dei fiumi
infernali rispetto all'episodio precedente.

Inferno, Canto XV
Argomento del Canto
Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i
sodomiti). Incontro con Brunetto Latini. Profezia di Brunetto sull'esilio di Dante.
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Incontro con una schiera di sodomiti (1-21)
Dante e Virgilio procedono lungo uno degli argini del Flegetonte, che attraversa il
sabbione infuocato mentre il fumo che si leva dal fiume di sangue li protegge dalla
pioggia di fiamme. Gli argini di pietra sono alti e spessi, simili alle dighe costruite

dai Fiamminghi per difendersi dai flutti marini e dai Padovani per proteggere citt e
castelli dalle piene del Brenta. I due poeti si sono ormai allontanati dalla selva a tal
punto che Dante non riesce pi a vederla, quando scorge un gruppo di anime
(sodomiti) che si avvicinano all'argine e guardano i due come si osserva qualcuno in
una notte di novilunio, stringendo gli occhi come fanno i vecchi sarti quando devono
infilare l'ago nella cruna.
Colloquio con Brunetto Latini (22-54)
Una delle anime della schiera si avvicina a Dante e lo tira per il lembo della veste,
gridando la sua meraviglia: il poeta lo guarda bene e nonostante il suo viso sia tutto
bruciato dalle fiammelle lo riconosce come Brunetto Latini. Dante lo saluta
meravigliandosi di trovarlo l e il dannato manifesta il desiderio di staccarsi per un
po' dalle altre anime e seguire il suo antico discepolo per parlare con lui. Dante
ovviamente ne ben felice e afferma che si attarder a conversare con lui, sempre
che ci gli sia permesso da Virgilio. Brunetto ribatte che se un dannato di quella
schiera smette un istante di camminare, poi costretto a restar fermo cent'anni
senza potersi riparare dalla pioggia di fuoco. Invita quindi Dante a camminare,
mentre lui lo seguir per poi ricongiugersi ai suoi compagni di pena.
Naturalmente Dante non osa scendere dall'argine per avvicinarsi a Brunetto,
tuttavia prosegue il cammino tenendo il capo basso, per udire meglio le sue parole
e in segno di deferenza. Brunetto chiede a Dante per quale motivo egli compia
questo viaggio nell'Aldil e chi sia la sua guida. Dante risponde di essersi smarrito in
una valle prima della fine dei suoi giorni e di averla lasciata solo la mattina del
giorno precedente: Virgilio gli era apparso nel momento in cui stava per rientrarci e
ora lo riconduce sul retto cammino.
Profezia dell'esilio di Dante (55-99)
Brunetto dichiara che Dante non pu fallire nella sua missione letteraria e politica,
se segue la sua stella e se lui ha ben giudicato quando era in vita. Anzi, se Brunetto
non fosse morto precocemente lo avrebbe aiutato lui stesso, visto che il cielo
stato cos benevolo con Dante. Tuttavia i Fiorentini, l'ingrato popolo disceso da
Fiesole e che conserva ancora la durezza della sua origine, si faranno nemici del
poeta a causa delle sue buone azioni e ci non deve sorprendere, perch il frutto
buono non cresce di solito tra quelli cattivi. I Fiorentini sono gente avara, invidiosa e
superba e Dante deve quindi tenersi lontano dai loro costumi. Il suo destino
invece cos onorevole che entrambe le parti politiche della citt, Bianchi e Neri,
vorranno sfogare il loro odio su di lui, ma non ne avranno la concreta possibilit. I
Fiorentini dovranno rivolgere il proprio astio su se stessi e non toccare quei
concittadini che, come Dante, conservano il sangue puro dei Romani che fondarono
anticamente la citt.
Dante ribatte che, se dipendesse da lui, Brunetto sarebbe ancora nel mondo, dal
momento che vivo in lui il ricordo del maestro che gli insegn come acquistare
fama eterna, quindi finch vivr le sue parole esprimeranno sempre questo affetto.
Dante dichiara di prendere atto della oscura profezia, riservandosi di farsela
spiegare meglio da Beatrice quando la raggiunger. Il poeta aggiunge inoltre che

pronto ai colpi della fortuna, in quanto ha gi udito una simile profezia. Virgilio si
volge allora sulla sua destra e dice a Dante che buon ascoltatore chi prende nota
di ci che gli viene detto.
Brunetto indica altri sodomiti e si allontana (100-124)
Dante prosegue il cammino e intanto non cessa di parlare con Brunetto, al quale
chiede chi siano i suoi compagni di pena. Lui risponde che far i nomi delle anime
pi note, poich sarebbe troppo lungo elencarle tutte. Brunetto spiega che i
sodomiti di quella schiera sono tutti chierici e letterati di gran fama, tra i quali
Prisciano, Francesco d'Accorso e colui che Bonifacio VIII trasfer da Firenze a
Vicenza, dove mor lordo di tale peccato, vale a dire il vescovo Andrea de' Mozzi.
Brunetto si attarderebbe ancora, ma il colloquio si deve interrompere in quanto gi
vede il fumo sollevato da un'altra schiera di sodomiti, della quale lui non pu far
parte. Si congeda da Dante raccomandandogli il Trsor, che gli ha dato fama
imperitura, quindi si allontana di corsa. Dante lo paragona a un corridore che corre il
palio di Verona e ne vincitore.
Interpretazione complessiva
Protagonista assoluto del Canto Brunetto Latini, il notaio e uomo politico fiorentino
che fu anche maestro di retorica ed ebbe fra i suoi allievi il giovane Dante. L'autore
della Commedia lo rievoca in questo episodio con grande affetto sul piano umano,
ma anche con una ferma condanna della sua sodomia di cui non si hanno
testimonianze certe a parte quella ambigua di Giovanni Villani che lo definisce
mondano uomo. Presente sullo sfondo anche la citt di Firenze, patria di
entrambi e colpita da Brunetto con una dura invettiva nel predire l'esilio al
discepolo.
L'atteggiamento di Dante verso l'antico maestro di stupore nel vederlo dannato
(Siete voi qui, ser Brunetto?), di profonda deferenza e rispetto (gli d del voi, come
fa con Farinata, Cavalcante, Cacciaguida e Beatrice, lo chiama col titolo onorifico
ser), ne rievoca affettuosamente la cara e buona imagine paterna di quando a
Firenze gli insegnava ad acquistare fama imperitura, esprime la sua eterna
gratitudine per il magistero ricevuto. Ci nondimeno lo colloca tra i dannati, il che
dimostra che c' un contrasto netto tra la fama e i meriti terreni, letterari e politici,
e la giustizia divina, implacabile con chi si macchiato di gravi colpe. Si ripete la
stessa situazione gi vista con gli illustri fiorentini ch'a ben far puoser li 'ngegni, tra
cui Farinata e Tegghiaio Aldobrandi la cui dannazione stata preannunciata da
Ciacco e che sono, moralmente, tra l'anime pi nere. Anche Brunetto, inoltre, si
dimostra poco consapevole della propria colpa e ancora attaccato alla vita terrena,
dal momento che si complimenta con Dante per il privilegio di poter visitare da vivo
il regno dei morti e sembra credere che ci sia dovuto esclusivamente ai suoi meriti
di intellettuale e politico, come gi Cavalcante aveva parlato di altezza d'ingegno.
La spiegazione di Dante volutamente ambigua, con l'accenno allo smarrimento
nella selva oscura e a Virgilio come colui che lo riporta a ca, sul retto cammino
attraverso l'Inferno: Dante indica Virgilio come il suo vero maestro morale, ma
Brunetto non sembra comprendere le sue parole e osserva che Dante deve seguire
la sua stella che lo condurr a glorioso porto, ovvero alla gloria letteraria e politica

cui destinato come lo stesso Brunetto si era accorto quando era in vita. Come gi
Cavalcante, anche Brunetto non capisce nulla del percorso di purificazione compiuto
dal discepolo e dal suo orizzonte del tutto esclusa la grazia divina, ovvero Beatrice
che il vero punto di arrivo dello straordinario viaggio dantesco.
Il dannato quindi prigioniero di una dimensione unicamente terrena e materiale,
tant' vero che il suo discorso prosegue con la profezia a Dante dell'esilio da Firenze
(anche in questo c' un'analogia con l'episodio di Farinata). L'invettiva contro la
citt parte dal presupposto che i Fiorentini diverranno nemici di Dante per il suo ben
far, per la sua corretta azione politica, e ci si spiega in quanto gli abitanti della
citt discendono in gran parte da quelli di Fiesole e quindi conservano la rozzezza e
la selvatichezza propria dei montanari. Brunetto si rif alla nota leggenda secondo
cui Fiesole era stata rasa al suolo dopo la ribellione di Catilina e Cesare aveva
fondato una nuova citt (Firenze) in cui erano stati accolti i superstiti della citt
distrutta, il che spiegherebbe le divisioni politiche della Firenze del Duecento. Dante
considerava la propria famiglia discendente dagli antichi Romani (Par., XVI, 40-45),
quindi le parole di Brunetto creano un contrasto tra lui e i concittadini discendenti
dai Fiesolani, per cui non c' da stupirsi di tanto odio e accanimento contro di lui da
parte di Bianchi e Neri, questi ultimi perch avversari politici e gli altri perch Dante
se ne staccher dopo la battaglia della Lastra. Dante paragonato a un dolce fico
che nato tra i lazzi sorbi (frutti dal sapore agro), cio tra gente piena di invidia,
superbia e avarizia incapace di apprezzare chi come lui si dedica con passione e
lealt all'attivit politica. Ma i Fiorentini, secondo Brunetto, non riusciranno a
prevalere sul poeta: con una serie di forti metafore animalesche (becco, bestie
fiesolane, strame, letame) augura loro di divorarsi l'un l'altro e di non toccare i
discendenti del puro sangue romano, la sementa santa che fu gettata al momento
della fondazione della citt. Dante ribatte che la Fortuna pu indirizzare contro di lui
i suoi colpi e far girare la sua ruota, proprio come il contadino agita la sua marra, la
zappa con cui pu trovare un tesoro immeritato (il riferimento probabilmente una
leggenda popolare secondo cui un umile contadino toscano aveva casualmente
trovato sottoterra dell'argento: implicitamente i Fiorentini sono paragonati a questo
rozzo bifolco, come gi prima si detto che provengono dal monte e dal macigno).
L'episodio si chiude con il commiato da Brunetto, la cui ultima immagine quella
del corridore che vince il palio di Verona.
Note e passi controversi
Guizzante e Bruggia (v. 4) sono la forma italianizzata di Wissant e Bruges, citt
fiamminghe assai frequentate nel Duecento da mercanti fiorentini. La Carentana
(alcuni mss. leggono Chiarentana) probabilmente la Carinzia, dove in estate si
sciolgono le nevi che ingrossano il corso del Brenta.
L'immagine ai vv. 18-19 tratta da Virgilio (Aen., VI, 270 ss.).
Il verbo arrostarsi (v. 39) vuol dire probabilmente schermirsi, ripararsi, ma
potrebbe significare anche muovere la rosta, cio il ventaglio fatto di frasche
(Dante allude comunque al movimento delle mani che scacciano le fiammelle).

Al v. 51 Dante intende dire che lo smarrimento nella selva oscura avvenuto prima
del compimento dei 35 anni d'et, dunque prima che la sua et... fosse piena (il
viaggio avviene nella settimana santa del 1300, mentre Dante era nato tra maggio
e giugno del 1265).
Il v. 52 indica che passato circa un giorno dall'inizio del viaggio, essendo ora l'alba
di sabato 9 aprile (o 26 marzo).
La stella (v. 55) cui fa riferimento Brunetto sicuramente una metafora per indicare
la giusta rotta che conduce al porto, ma alcuni commentatori hanno ipotizzato che
possa riferirsi alla costellazione dei Gemelli sotto il cui segno era nato Dante:
Brunetto alluderebbe al destino di Dante che lui aveva previsto in vita grazie alle
sue conoscenze astrologiche. Il dannato dice inoltre che il cielo era benigno verso
Dante, mentre Beatrice (Purg., XXX, 109-117) parler delle stelle compagne volendo
forse dire la stessa cosa.
I vv. 61 ss. ricordano la leggenda, assai diffusa nel Due-Trecento, secondo la quale
Fiesole si era ribellata a Roma per opera di Catilina e venne rasa al suolo; Cesare
fece costruire sulle rive dell'Arno una nuova citt, che venne chiamata Firenze e che
accolse entro le sue mura i superstiti di Fiesole, da cui secondo Dante discendono i
Fiorentini pi selvatici e malvagi.
I lazzi sorbi (v. 65) sono dei frutti dal sapore aspro, qui metafora per dire che una
persona onesta (dolce fico) non pu vivere in mezzo a gente corrotta come i
Fiorentini.
Il v. 67 si riferisce a un antico detto che voleva i Fiorentini ciechi, cio sciocchi in
quanto avevano permesso a Totila di radere al suolo la citt nella guerra grecogotica, o forse per l'inganno subto da parte dei Pisani (i Fiorentini avevano custodito
la loro citt durante la spedizione alle Baleari e in cambio i Pisani avevano inviato
due colonne di porfido guaste, prese per buone dagli abitanti di Firenze).
I Fiorentini sono detti avari, invidiosi e superbi (v. 68), rei quindi degli stessi vizi gi
dichiarati da Ciacco (Inf., VI, 74).
Il becco al v. 72 potrebbe essere il caprone, nel qual caso l'erba sar da intendere
come lo strame del v. 73, ma anche il becco dell'uccello.
I vv. 73-78 alludono alla leggenda secondo cui Firenze fu fondata dagli antichi
Romani e la nobilt pi pura della citt discenderebbe dalla loro stirpe: Dante si
riteneva appartenente a questa nobilt, dunque le bestie fiesolane sono la parte
restante dei cittadini.
La donna citata al v. 90 naturalmente Beatrice.
I vv. 95-96 alludono forse a un detto proverbiale di cui non siamo informati, anche
se in un passo del Convivio (IV, 6) Dante riferisce di aver visto un contadino sul
monte Falterona che, zappando, trov in maniera inaspettata un tesoro sepolto: il
poeta vuol forse dire che la Fortuna pu girare la sua ruota e dispensare premi
immeritati, cos come il contadino pu immeritatamente trovare tesori usando la
sua marra, la sua zappa.

I vv. 110-114 alludono in perifrasi a Andrea de' Mozzi, il vescovo che Bonifacio VIII
(detto servo de' servi, l'espressione che designava il pontefice nei documenti della
Curia) aveva trasferito d'Arno in Bacchiglione, cio da Firenze a Vicenza.
Il v. 119 indica Li livres dou Trsor, una sorta di enciclopedia in lingua d'ol
composta da Brunetto tra 1262 e 1266.
Il drappo verde del v. 122 il taglio di stoffa pregiata che veniva dato in premio al
vincitore del palio di Verona.

Inferno, Canto XVI


Argomento del Canto
Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i
sodomiti). Incontro con tre fiorentini, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e
Guido Guerra, con cui Dante parla della situazione politica e morale di Firenze.
Dante e Virgilio arrivano all'orlo del Cerchio, dove il Flegetonte si getta nell'alto
burrato. Apparizione di Gerione.
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Incontro con un'altra schiera di sodomiti (1-27)
Dante e Virgilio, sempre camminando sull'argine, stanno attraversando il terzo
girone del VII Cerchio, dove sono puniti i sodomiti. Sono ormai giunti vicini al punto
dove si ode il rumore del Flegetonte che si getta nel Cerchio successivo, simile al
ronzio delle api, quando Dante vede tre dannati che si staccano dal loro gruppo e
che corrono verso di loro. Ognuno di loro grida al poeta di fermarsi, poich l'hanno
riconosciuto come fiorentino, e Dante vede che sono ricoperti di piaghe vecchie e
recenti causate dalla pioggia di fuoco, per cui ne prova dolore. Virgilio invita Dante a
fermarsi e dichiara che sono tre anime di personaggi degni di rispetto, con cui
necessario essere cortesi. I tre dannati raggiungono l'argine e per non smettere di
camminare iniziano a girare in tondo, simili a dei lottatori che si studiano per
affrontarsi e tengono lo sguardo fisso sull'avversario.
Colloquio coi tre sodomiti fiorentini (28-63)
Uno dei tre inizia a parlare e dice a Dante che, a dispetto del luogo miserabile e del
loro aspetto bruciato dal fuoco, la loro fama terrena dovrebbe indurlo a presentarsi
e a spiegare quale privilegio lo conduce vivo all'Inferno. Il dannato presenta il
compagno che lo precede come personaggio illustre, nipote della buona Gualdrada,
e il suo nome Guido Guerra, che tante buone azioni comp in vita. Il dannato che
invece lo segue Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole meritavano maggiore ascolto,
mentre colui che parla Iacopo Rusticucci.
Dante si getterebbe nel sabbione per abbracciarli, se non glielo impedisse la pioggia
di fiamme, cos deve reprimere questo desiderio. Poi il poeta dice che il miserevole
aspetto dei tre gli provoca non disprezzo ma dolore, tanto che ci vorr tempo per
superarlo. Egli si presenta come fiorentino e dichiara di aver sempre ascoltato i loro

nomi e le loro opere onorevoli col massimo rispetto. Dice inoltre che Virgilio lo guida
sino al fondo dell'Inferno per consentirgli di salvarsi l'anima.
Cause della corruzione di Firenze (64-90)
Iacopo risponde augurando a Dante una vita lunga e grande fama dopo la sua
morte, quindi gli chiede se a Firenze ci sono ancora cortesia e valore, dal momento
che un altro dannato (Guglielmo Borsiere) giunto da poco nel girone ha portato tristi
notizie. Dante risponde che la gente arrivata di recente a Firenze dal contado e i
facili guadagni hanno portato alterigia ed eccesso, cause prime della corruzione
della citt. Dopo queste parole del poeta, i tre dannati si guardano l'un l'altro stupiti,
quindi rispondono a una voce ringraziando Dante della risposta cortese e sincera e
lo pregano di parlare di loro nel mondo quando sar tornato da questo viaggio.
Quindi i tre rompono il cerchio che avevano formato e corrono via per ricongiungersi
ai sodomiti della loro schiera: sono velocissimi e Virgilio suggerisce a Dante che il
momento di riprendere il cammino.
La corda di Dante e l'arrivo di Gerione (91-136)
Dante segue Virgilio e poco tempo dopo giungono vicini al suono del fiume che si
getta in basso, tanto forte da coprire le loro voci. Dante paragona il Flegetonte che
si getta nell'alto burrato sottostante alla cascata formata dall'Acquacheta presso
San Benedetto nell'Appennino tosco-emiliano, fiume che cambia nome arrivato
vicino a Forl. Dante ha intorno alla cinta una corda, con cui aveva pensato a suo
tempo di catturare la lonza: la scioglie come Virgilio gli ha chiesto di fare e gliela
porge legata e ravvolta. Il maestro si allontana di qualche passo verso destra e
getta la corda nel burrone sottostante. Dante dice fra s che questo gesto di Virgilio
deve avere un significato ed probabilmente un richiamo per qualcuno o qualcosa.
Virgilio intuisce il dubbio di Dante e gli preannuncia l'arrivo di un personaggio che si
mostrer ai suoi occhi. Dante spiega al lettore che l'uomo saggio dovrebbe sempre
tacere quelle verit che hanno aspetto falso, per non essere tacciato ingiustamente
di menzogna, ma in questa occasione non pu fare a meno di rivelare ci che ha
visto. Dante giura sulla sua Commedia di aver visto una enorme figura avvicinarsi
nuotando nell'aria scura e densa, simile al marinaio che torna in superficie dopo
essersi immerso per sciogliere l'ancora impigliata o rimuovere un altro ostacolo, che
ritrae le gambe per darsi la spinta e salire.
Interpretazione complessiva
Il Canto, strutturalmente diviso in due parti, dedicato rispettivamente al colloquio
coi tre Fiorentini e al preannuncio dell'arrivo di Gerione, che pure non viene
direttamente nominato. La prima parte, pi ampia, prosegue idealmente il discorso
iniziato col Canto precedente, in quanto anche i tre sodomiti che si staccano dalla
loro schiera e si fanno incontro a Dante sono di Firenze e, in modo simile a Brunetto
Latini, si sono fatti onore in vita con le loro azioni politiche improntate alla giustizia.
Virgilio stesso a suggerire a Dante di fermarsi, affermando che i tre sono
personaggi di riguardo e che la fretta si addice pi a lui che a loro (l'allusione al
fatto che chi corre ha un aspetto poco dignitoso: cfr. Purg., III, 10-11).

Non sappiamo quale sia la schiera cui appartengono i tre (forse quella degli uomini
politici, anche se Dante non lo esplicita), che iniziano a parlare con Dante girando in
tondo e il cui aspetto reca i segni di piaghe vecchie e nuove causate dalla pioggia di
fuoco. La dannazione di due di loro, Tegghiaio e Iacopo Rusticucci, era gi stata
preannunciata da Ciacco nel Canto VI, mentre qui si aggiunge Guido Guerra: i tre
sono un esempio di uomini dignitosi e onorevoli in vita, ch'a ben far puoser li
'ngegni, ma la cui condotta peccaminosa condanna alla dannazione come gi
Farinata e Cavalcante. L'incontro d modo poi a Dante di aprire una breve ma
amara riflessione sull'attuale condizione della patria comune: alla domanda dei tre
se sia vero che a Firenze non albergano pi cortesia e valor, Dante risponde
sconsolato che ci vero e ne attribuisce la causa alla gente nova e i sbiti
guadagni, punta cio il dito contro i nuovi fiorentini inurbatisi dal contado e
facilmente arricchitisi grazie al commercio e all'usura. Dante riconduce la
decadenza di Firenze alla perdita di valori come cavalleria e cortesia, che
caratterizzavano l'antica nobilt feudale cui lui stesso affermava di appartenere e
che sono in forte contrasto con la sete di denaro e l'avarizia della nuova borghesia.
Il tema importante e si ricollega ad altri passi del poema, come l'accusa di avarizia
rivolta pi volte ai Fiorentini (ad esempio da Ciacco e da Brunetto Latini), la
condanna dell'usura di cui si parler nel Canto seguente, il rimpianto degli antichi
valori cortesi di cui non c' pi traccia nella societ comunale, e soprattutto la
critica dei nuovi ceti sociali della citt che hanno, secondo Dante, imbastardito
l'antica purezza della cittadinanza e sono la causa principale delle divisioni e delle
rivalit politiche fiorentine. In Par., IX, 127-142 Folchetto di Marsiglia si scaglier
contro il maladetto fiore (il fiorino) che ha diffuso l'avidit di guadagno tra gli
ecclesiastici, alludendo al fatto che erano di Firenze i banchieri che si arricchivano
prestando il denaro a interesse; e in XVI, 49 ss. l'avo Cacciaguida spiegher a Dante
che Firenze decaduta proprio per l'inurbamento di gente dal contado, rendendo la
cittadinanza mista mentre prima era pura, in quanto oggi bisogna convivere coi
nuovi Fiorentini dediti al cambio e alla mercatura e accecati dalla sete di guadagno.
La seconda parte del Canto introduce la figura di Gerione, il mostro che custodisce
le Malebolge e sulla cui groppa dovr portare i due poeti al fondo dell'alto burrato
che divide il VII dall'VIII Cerchio, cosa che avverr nel Canto seguente. Il mostro
evocato da Virgilio con uno strano rituale, che vede Dante sciogliere una corda che
gli cinge i fianchi (e che lui stesso dice che aveva pensato di usare per catturare la
lonza a la pelle dipinta), porgerla al maestro che la getta, annodata e aggrovigliata,
nel precipizio. Si tratta ovviamente di un gesto convenuto con cui Virgilio chiama
Gerione, anche se ogni tentativo di interpretarne il senso andato fallito: il fatto che
la corda potesse servire a catturare la lonza significa forse che serviva a dominare
la lussuria, o forse la frode visto che essa rappresentata da Gerione. Si anche
ipotizzato che Dante fosse un terziario francescano e portasse la corda ai fianchi per
questo, ma un'illazione azzardata e priva di riscontri oggettivi. Quel che certo
che il mostro risponde al richiamo di Virgilio e ben presto Dante ne intravede la
figura che avanza nel buio, simile a un marinaio che nuota per tornare a galla dopo
un'immersione; il Canto si chiude quando ancora il personaggio non stato
presentato, creando una tensione narrativa e un'attesa che verranno sciolte

nell'episodio seguente, che come vedremo fa da cerniera tra la prima e la seconda


parte della Cantica introducendoci agli ultimi due Cerchi dell'Inferno.
Note e passi controversi
Al v. 20 l'antico verso indica il pianto e i lamenti dei dannati, o forse il gesto delle
mani per proteggersi dal fuoco.
La similitudine ai vv. 22-27 si riferisce probabilmente agli antichi lottatori grecoromani, che si affrontavano nudi e ricoperti d'olio e che fissavano con lo sguardo
l'avversario prima di tentare la presa. Anche i tre sodomiti fissano Dante, bench
debbano continuamente ruotare la testa per il fatto di girare in tondo.
Al v. 28 sollo vuol dire molle, cedevole, riferito alla sabbia sul suolo.
La buona Gualdrada (v. 37) di cui Guido Guerra fu nipote la figlia di Bellincion Berti
(cfr. Par., XV, 112), moglie nel 1180 di Guido il Vecchio dei conti Guidi e nonna del
dannato incontrato qui da Dante.
Il v. 45 allude alla moglie di Iacopo Rusticucci, di cui si diceva che fosse bisbetica e
ritrosa (questo l'avrebbe indotto alla sodomia).
L'espressione ritrassi e ascoltai (v. 60) potrebbe voler dire ascoltai e poi ripetei (si
tratterebbe in tal caso di un hysteron prteron, collocazione di una parola che
dovrebbe seguire davanti a quella che indica l'azione precedente), oppure appresi
ascoltando.
Il se al v. 64 e al v. 66 ha valore ottativo, di augurio: possa tu....
Guigliemo Borsiere citato al v. 70 un personaggio fiorentino non meglio
identificato, forse uomo di corte (Boccaccio ne fa il protagonista di una sua novella,
Dec., I, 8), morto probabilmente poco prima del 1300 visto quello che dice il
Rusticucci.
La complessa similitudine dei vv. 94-102 paragona il rimbombo del Flegetonte, che
si getta nell'alto burrato, a quello della cascata formata dal fiume Acquacheta
presso S. Benedetto dell'Alpe, sull'Appennino tosco-emiliano: ai tempi di Dante il
fiume, una volta a valle, prendeva il nome di Montone presso Forl ed era il primo a
sfociare in mare tra i corsi d'acqua del fianco sinistro dell'Appennino. I vv. 101-102
vogliono dire probabilmente che il fiume, a monte, precipita in una sola cascata con
gran fragore, mentre potrebbe cadere in mille e pi cascatelle con minor frastuono.
La ripa discoscesa del v. 103 naturalmente l'alto burrato, il precipizio che divide il
VII dall'VIII Cerchio.
Il v. 128 designa il poema come comeda, esattamente come avver in XXI, 2. Le
note sono le parole, i versi.
I vv. 133-136 paragonano Gerione, nell'atto di salire lentamente attraverso l'aria, a
un marinaio che si immerso per liberare l'ancora della nave impigliata in un
ostacolo e nuota verso l'alto ritraendo le gambe per darsi la spinta.

Inferno, Canto XVII


Argomento del Canto
Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui gli
usurai). Apparizione del demonio Gerione. Dante visita gli usurai, tra cui c'
Reginaldo Scrovegni. Gerione porta Dante e Virgilio sulla groppa e li depone al fondo
dell'alto burrato, nell'VIII Cerchio (Malebolge).
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Arrivo di Gerione (1-33)
Virgilio presenta Gerione come una belva dalla coda appuntita, che in grado di
arrivare ovunque e ovunque porta il suo fetore. Il maestro accenna al mostro di
avvicinarsi all'orlo del baratro, presso l'argine roccioso dove sono i due poeti, e
Gerione obbedisce appoggiando testa e busto sulla roccia e tenendo la coda nel
vuoto. Ha il volto di un uomo giusto, il corpo di serpente, due zampe pelose e
artigliate che arrivano alle ascelle; il dorso e il petto sono dipinti con nodi e rotelle
multicolori, simili ai tessuti di Tartari e Turchi. Dante paragona l'animale a un
burchiello, la barca che approda tenendo una parte in acqua, e al castoro che nei
paesi germanici attende la preda emergendo in parte dal fiume. Gerione leva in alto

la coda che ha in punta una specie di pinza velenosa che ricorda quella di uno
scorpione e Virgilio invita il discepolo ad avvicinarsi al punto dove il mostro giunto,
cosa che i due fanno scendendo dall'argine roccioso e procedendo verso destra
sull'orlo del Cerchio, che li protegge dalla sabbia e dalla pioggia di fiamme.
Dante va a osservare gli usurai (34-75)
Quando i due raggiungono Gerione, Dante nota che poco lontano ci sono dei
dannati (gli usurai) seduti nel sabbione infuocato, vicini all'orlo estremo del Cerchio.
Virgilio invita Dante ad andare da solo ad osservare questi peccatori,
raccomandandogli di essere rapido mentre lui cercher di convincere Gerione a
portarli sulla sua groppa in fondo al burrone.
Dante procede quindi da solo sull'orlo del Cerchio fino agli usurai, che piangono per
il dolore e usano le mani per ripararsi dalle fiamme e dalla sabbia, proprio come
fanno d'estate i cani col muso e le zampe per difendersi da mosche e altri insetti
molesti. Dante osserva i dannati senza riconoscerne alcuno, tuttavia vede che
ognuno di loro porta al collo una borsa con sopra lo stemma della loro famiglia, che
ogni spirito non smette di guardare. Il poeta vede un peccatore la cui borsa reca lo
stemma di un leone azzurro su fondo giallo (i Gianfigliazzi), mentre un altro ha una
borsa che reca un'oca bianca in campo rosso (gli Obriachi).
Dante vede inoltre un altro usuraio, la cui borsa ha una scrofa azzurra in campo
bianco (Reginaldo Scrovegni), il quale lo apostrofa chiedendogli cosa fa all'Inferno
da vivo e invitandolo ad andarsene. Il dannato predice inoltre la futura dannazione
del padovano Vitaliano del Dente e del fiorentino Giovanni di Buiamonte, come del
resto fanno gli altri dannati fiorentini che stanno insieme a lui. Alla fine del discorso
egli tira fuori la lingua, come un bue che si lecca il naso.
Discesa alle Malebolge in groppa a Gerione (76-133)
Dante teme che se si tratterr oltre ci irriter Virgilio, quindi torna indietro e trova
il maestro gi salito in groppa a Gerione, intento a raccomandargli di essere
coraggioso. Virgilio lo invita a salire davanti, perch lui si frapponga tra il discepolo
e la coda velenosa del mostro. Dante colto da paura e trema come chi colpito
dal ribrezzo della febbre, tuttavia l'ammonimento di Virgilio lo spinge ad eseguire
l'ordine e si siede sulle spalle di Gerione. Dante vorrebbe chiedere al maestro di
tenerlo forte, ma questi interpreta il suo desiderio e lo abbraccia; poi Virgilio invita
Gerione a muoversi e gli raccomanda di scendere in fretta, compiendo larghi giri
nell'aria.
Il mostro obbedisce e si allontana dalla parete rocciosa come una navicella che
lascia la proda, quindi allunga la coda al petto come un'anguilla e inizia a nuotare
nell'aria con le zampe pelose. Dante non vede altro che il buio intorno a s e
capisce di trovarsi nel vuoto, quindi terrorizzato come quando Fetonte guid il
carro del Sole incendiando il cielo e come quando Icaro vol troppo vicino al Sole
nonostante i richiami del padre Dedalo. Gerione scende lentamente e Dante non se
ne accorge se non per l'aria che lo colpisce al viso e alle gambe; sente da destra lo
scroscio del Flegetonte, si sporge e vede che si avvicina un luogo dove ci sono

fuochi e pianti, per cui capisce che la discesa quasi terminata. Infatti Gerione si
posa sul fondo del burrone, come un falcone richiamato dal falconiere scende
lentamente a terra compiendo larghi giri nell'aria; il mostro depone i due poeti a
terra, quindi si dilegua come una freccia scoccata dalla corda di un arco.
Interpretazione complessiva
Il Canto chiude idealmente la prima parte della Cantica, in cui Dante ha mostrato i
peccati di eccesso, di eresia e di violenza, e introduce la seconda parte dedicata
principalmente ai peccati di frode, che occuperanno in tutto tredici Canti (XVIII-XXX,
quindi pi di un terzo dell'Inferno: ci si spiega con l'importanza che tali peccati
avevano, per Dante, nella decadenza morale del suo tempo). L'episodio quindi
una sorta di pausa narrativa che precede la discesa dal VII Cerchio alle Malebolge in
groppa a Gerione, il mostro mitologico che il protagonista del Canto e il cui
apparire era stato evocato in modo enigmatico alla fine del XVI, creando
un'atmosfera di attesa simile a quella del messo celeste fra i Canti VIII-IX. Con la
differenza che Gerione non un inviato di Dio ma un orrendo animale che
simboleggia la frode, il peccato che si sconta nell'VIII Cerchio: ha il volto
ingannevole di un uomo giusto, il corpo di serpente e una coda biforcuta e velenosa
simile a quella di uno scorpione, quindi un essere che infido e pericoloso
nonostante un'apparenza rassicurante. Questo aspetto del peccato di frode era gi
stato anticipato alla fine del Canto precedente, quando Dante aveva messo in
guardia gli uomini dai saggi che sono in grado di giudicare non solo gli atti esteriori
ma anche l'interiorit, oltre che con la reticenza a descrivere Gerione in quanto
certe verit hanno faccia di menzogna.
Gerione inoltre una figura demoniaca che non si oppone al passaggio dei due
poeti, collabora anzi con loro sia pur dopo l'opera di persuasione di Virgilio (in modo
simile ai centauri e, come vedremo, ai giganti). Ignoriamo cosa dica il maestro al
mostro per convincerlo a portare lui e Dante sulle spalle, ma Virgilio riesce nel suo
intento e alla fine del Canto Gerione una sorta di docile strumento nelle sue mani,
simile a un falcone che volteggia nell'aria richiamato dal suo padrone. Pi che un
volo, la sua discesa simile a quella di un animale che nuota nell'aria spessa, come
del resto l'aveva gi descritto Dante alla fine del Canto XVI: di lui non sono descritte
ali, anche se la coda a mo' scorpione potrebbe far pensare che abbia corpo di drago,
bestia dal significato demoniaco che nel Medioevo era spesso rappresentata alata e
dotata di una coda maligna. difficile dire da dove Dante abbia tratto questo
aspetto che attribuisce al personaggio mitologico, che era in realt un malefico
gigante dai tre busti, tuttavia una leggenda medievale ripresa da Boccaccio
descriveva Gerione come un re che uccideva i suoi ospiti, mentre le locuste
dell'Apocalisse avevano faccia umana e coda di scorpione. Non si pu escludere che
Dante abbia fuso insieme tutti questi elementi per creare questa sozza imagine di
froda che custodisce le Malebolge, usando al contempo gli elementi propri della sua
fantasia poetica.
Incastonato per cos dire nell'episodio di Gerione c' poi quello minore degli usurai, i
peccatori che Dante va a visitare da solo mentre Virgilio impegnato a convincere il
mostro. Il tema dell'usura si ricollega al lamento sulla triste condizione politica e

morale di Firenze che era al centro del colloquio coi tre sodomiti, in cui Dante aveva
puntato il dito contro la sete di denaro e i guadagni facili della gente nova, i
contadini inurbati che praticavano cambio e mercatura. Anche qui sono citati
indirettamente usurai appartenenti a famiglie fiorentine, mentre Reginaldo
Scrovegni profetizza la dannazione di Giovanni di Buiamonte dei Becchi, di famiglia
nobile e recentemente insignito del titolo di cavaliere. L'accusa all'avarizia degli
usurai che sfruttano il denaro per arricchirsi la necessaria premessa alla discesa
nel Cerchio dove punita la frode, che spesso ha come fine proprio l'arricchimento
personale: la ricchezza non certo garanzia di salvezza spirituale, come dimostra il
caso di Reginaldo che appartenne a una potente famiglia padovana e il cui figlio,
Arrico, fece costruire la celebre cappella affrescata da Giotto a espiazione dei
peccati del padre. Come spesso accade nel poema, Dante individua nel denaro la
fonte della corruzione morale e del disordine politico del suo tempo, accusando la
sua citt di esserne il centro malefico: Folchetto di Marsiglia tuoner contro il
maladetto fiore, il fiorino che ha diffuso l'avarizia tra i prelati, e discorso analogo
far Cacciaguida nei Canti centrali del Paradiso.
Molto efficace, infine, la trovata di appendere al collo degli usurai una borsa con lo
stemma di famiglia, che tra l'altro preannuncia in parte il tema della zona
successiva dell'Inferno (le Bolge, dal momento che la parola bolgia in volgare
fiorentino significava proprio borsa).
Note e passi controversi
Le branche... pilose di Gerione (v. 13) potrebbero essere zampe di drago, come
pensa Boccaccio, oppure di leone.
Il bivero (v. 22) il castoro, detto cos dal latino biber.
Il v. 39 (va, e vedi la lor mena) vuol dire probabilmente va' a osservare la loro
condizione, anche se alcuni commentatori hanno inteso mena come sinonimo di
pena.
Il v. 57 (e quindi par che 'l loro occhio si pasca), riferito agli usurai che non staccano
gli occhi dalla borsa appesa al collo, pu significare che essi cercano soddisfazione
nel simbolo della loro ricchezza come una sorta di contrappasso, oppure pi
semplicemente che tengono gli occhi bassi per non farsi riconoscere da Dante.
Alcuni mss. leggono al v. 63 pi ch'eburro, pi dell'avorio, ma la lezione a testo
sembra pi in linea con l'atmosfera grottesca e comica dell'episodio.
Al v. 95 forse sostantivo e significa dubbio.
Nel v. 121 stoscio vuol dire salto, caduta dall'alto, mentre alcuni mss. leggono
scoscio (lo scosciarsi, l'aprir le gambe). Dante vuol dire che la paura di cadere da
Gerione lo spinge a stringere le cosce intorno al mostro, ad aggrapparsi
tenacemente.
Il logoro (v. 128) il richiamo per il falcone, solitamente costituito da un uccello
impagliato con ali movibili.

Inferno, Canto XVIII


Argomento del Canto
Gerione depone Dante e Virgilio nell'VIII Cerchio (Malebolge). Visione della I Bolgia,
in cui sono puniti ruffiani e seduttori (tra loro vi sono Venedico Caccianemico e
Giasone). Visione della II Bolgia, in cui sono puniti gli adulatori (tra loro vi sono
Alessio Interminelli e Taide).
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Descrizione delle Malebolge (1-18)
Arrivato con Virgilio nelle Malebolge, Dante descrive questo luogo come formato
tutto di pietra di colore del ferro, come il baratro a strapiombo che lo circonda. Al
centro di esso si apre un pozzo profondo e tra questo e la parete rocciosa c' una
striscia di pietra divisa in dieci fossati concentrici (le Bolge), del tutto simili ai fossati
che cingono i castelli come protezione; le Bolge sono poi unite da ponticelli rocciosi,
simili ai ponti levatoi che vanno dalle soglie dei castelli sino alla riva dei fossati.
La I Bolgia: ruffiani e seduttori (19-39)

Dante e Virgilio si trovano dunque nell'VIII Cerchio dopo essere scesi dalla groppa di
Gerione, e il discepolo segue il maestro che procede verso sinistra. Alla sua destra
Dante vede nuovi dannati che subiscono nuove pene, di cui piena la I Bolgia: i
peccatori sono sul fondo, nudi, e procedono in due file parallele che vanno in
direzioni opposte, una lungo il margine esterno della Bolgia (ruffiani) e l'altra lungo
quello interno (seduttori), in modo simile dunque ai Romani l'anno del Giubileo che
attraversavano il ponte di Castel Sant'Angelo. Ci sono dei demoni cornuti armati di
frusta, che colpiscono i dannati da tergo e li fanno camminare velocemente alle
prime percosse.
Incontro con Venedico Caccianemico (40-66)
Mentre procede lungo l'argine, Dante vede tra i ruffiani un dannato che crede di
riconoscere e torna un poco indietro a guardarlo, cosa che Virgilio accetta di buon
grado. Il peccatore cerca di nascondersi abbassando il viso, ma non pu evitare che
Dante lo riconosca e lo indichi come Venedico Caccianemico, al quale chiede come
sia giunto in questa Bolgia. Il dannato risponde malvolentieri di essere colui che ha
condotto la sorella Ghisolabella a soddisfare le voglie di bizzo d'Este, quale che sia
la versione che si d dell'accaduto. Dichiara inoltre di non essere il solo Bolognese
nella Bolgia, che ne ospita tanti quanti sono quelli che vivono tra Savena e Reno (il
che si spiega con la loro naturale avarizia). Mentre il dannato parla, un diavolo lo
sferza crudelmente e lo manda via ricordandogli che qui non ci sono donne di cui
fare mercato.
I seduttori: Giasone (67-99)
Dante si ricongiunge con Virgilio e poco dopo i due raggiungono un punto in cui
dalla roccia parte un ponte di pietra, che sormonta la Bolgia da un argine all'altro. Vi
salgono sopra agevolmente e giungono al punto pi alto, da dove possono vedere
l'interno della Bolgia: Virgilio raccomanda a Dante di osservare bene l'altra schiera
di dannati (i seduttori) che non hanno potuto vedere perch prima procedevano
nella loro stessa direzione. I due poeti osservano allora l'altra schiera di anime
scudisciate anch'esse dai demoni, e Virgilio indica al discepolo un dannato che
procede con aspetto regale, senza versare una lacrima nonostante il dolore:
Giasone, che con coraggio e astuzia si impadron del vello d'oro. L'eroe aveva
sedotto e ingannato Isifile nell'isola di Lemno, lasciandola incinta, e qui sconta
questa colpa come l'inganno a Medea.
Gli adulatori della II bolgia: Alessio Interminelli (100-126)
I due poeti sono ormai giunti al punto in cui il ponte roccioso si congiunge all'argine
della II Bolgia, dove sentono dannati (adulatori) che si lamentano e soffiano
rumorosamente con le narici, colpendosi con le loro stesse mani. Le pareti della
Bolgia sono incrostate di muffa per i miasmi che provengono dal fondo e che irritano
occhi e naso. La Bolgia talmente profonda e oscura che per vedere bene i due
sono costretti a salire sul punto pi alto del ponte: da qui vedono gente immersa
nello sterco, simile a quello che fuoriesce dalle latrine umane. Dante osserva i
dannati e ne scorge uno, talmente coperto di escrementi che non chiaro se sia
chierico o laico (non si vede se abbia o meno la tonsura). Il dannato rimprovera

Dante di guardare solo lui, ma il poeta gli grida di averlo gi visto coi capelli asciutti
e lo indica come il lucchese Alessio Interminelli. Il dannato si colpisce il capo e
afferma di scontare le adulazioni di cui la sua lingua non fu mai abbastanza sazia.
La prostituta Taide (127-136)
Dopo l'incontro con Interminelli, Virgilio invita Dante a spingere lo sguardo un po'
pi avanti, in modo da vedere una donna sudicia e scarmigliata, che si graffia con le
unghie piene di sterco e si china sulle cosce. la prostituta Taide, che al suo amante
che le chiedeva se lei lo ringraziava, aveva risposto: S, moltissimo!. Dopodich
Virgilio invita Dante a lasciare la Bolgia e a passare in quella seguente.
Interpretazione complessiva
Il Canto apre la seconda parte della I Cantica, che essendo formata da trentaquattro
Canti si pu dividere in due gruppi di diciassette dedicati rispettivamente ad alto e
basso Inferno. Qui inizia la descrizione delle Malebolge, che occuper lo spazio
maggiore in termini di Canti (ben tredici sul totale, quasi il quaranta per cento) dal
momento che questo luogo diviso in dieci zone distinte in cui sono puniti
altrettanti peccati. Dopo l'ampia descrizione iniziale dell'VIII Cerchio, le cui Bolge
sono paragonate con preziosa similitudine ai fossati che cingono i castelli
tardomedievali, Dante ci mostra le prime due Bolge che ospitano, rispettivamente,
ruffiani e seduttori di donne (la I) e adulatori (la II). Il comune denominatore delle
due zone il carattere particolarmente ignominioso della pena cui sono sottoposti i
dannati: ruffiani e seduttori camminano nudi e percossi sul fondoschiena da demoni
cornuti armati di fruste, formando due schiere che procedono in direzioni opposte (i
ruffiani vicino all'argine esterno, i seduttori vicino a quello interno), mentre gli
adulatori sono immersi nello sterco e si colpiscono con le loro stesse mani.
Ruffiani e seduttori sono fraudolenti perch hanno raggirato con l'inganno delle
donne, inducendole a soddisfare le voglie altrui (i primi) o le proprie (i secondi). Il
loro peccato dunque ben pi grave di quello di eccesso dei lussuriosi, che si sono
semplicemente abbandonati all'istinto del piacere, e vengono sferzati dai diavoli in
modo simile forse a quanto accadeva nel Medioevo alle prostitute e ai loro
sfruttatori. Carattere egualmente fraudolento ha il peccato di adulazione, in quando
chi rivolge le proprie lusinghe ai potenti lo fa per trarne un vantaggio personale e
tende quindi a raggirare chi ne oggetto, e se in vita essi usarono parole dolci e
melliflue ora sono attuffati negli escrementi come in un'immensa latrina o in un
canale di scolo (la loro Bolgia sembra pi profonda e con le pareti pi ripide delle
altre). In ciascuna Bolgia, poi, Dante vede due peccatori, uno del mondo a lui
contemporaneo e l'altro del mondo mitologico-classico: i dannati contemporanei
sono entrambi riconosciuti dal poeta e tentano vanamente di nascondere la loro
identit, mentre Dante a svelarne il nome e a costringerli a rivelare la propria
colpa; i due personaggi classici sono invece indicati da Virgilio e a differenza dei
primi non pronunciano neppure una parola nel corso dell'episodio, con un preciso
parallelismo che ha altri esempi nell'insieme del poema.
Il fatto che Dante riveli il nome del ruffiano Venedico Caccianemico e dell'adulatore
Alessio Interminelli significativo, in quanto il poeta non si sottrae alla missione di

rivelare tutto quanto gli mostrato nel corso del viaggio e quindi svelare la
dannazione di personaggi ben noti all'epoca i cui peccati potevano essere
sconosciuti. appunto il caso di Venedico, che si autoaccusa di aver venduto la
sorella al marchese bizzo II d'Este bench di questo fatto non ci siano molte
testimonianze: infatti il dannato spiega che le cose sono andate cos come che
suoni la sconcia novella, qualunque sia la versione che si dava dell'accaduto (val la
pena di ricordare che il personaggio mor, pare, nel 1302, quindi Dante lo credeva
gi morto nel 1300 e ne aveva decretato la dannazione quando era ancora vivo).
Analogo discorso vale anche per l'Interminelli, il cui peccato di adulazione non
molto noto nelle cronache antiche e il cui destino ultraterreno quindi svelato in
modo inatteso da Dante. Parallelamente ai due esempi moderni ci sono poi quelli
antichi, ovvero Giasone che a dispetto del suo portamento regale sconta il fatto di
aver ingannato e sedotto Isifile e Medea (soprattutto la prima, ingenua giovinetta da
lui abbandonata quand'era incinta), e la prostituta Taide che nell'Eunuchus di
Terenzio ringrazia oltre il lecito il soldato Trasone che le aveva procurato una
schiava attraverso un mezzano, Gnatone. appena il caso di notare come il
personaggio di Taide, colpevole di adulazione, richiami anche quello di natura
sessuale dei ruffiani in quanto lei stessa era una prostituta che si vendeva per
denaro, grazie all'opera di ruffiani come Gnatone (e lo stesso Venedico aveva
giustificato la folta presenza di Bolognesi fra i ruffiani per il loro avaro seno, la loro
cupidigia).
Interessante poi l'uso da parte di Dante di un linguaggio particolarmente crudo e
comico-realistico, specie nella seconda parte del Canto: la descrizione della II Bolgia
piena di ripugnanti particolari visivi e olfattivi, nonch di termini ricercati e
disusati, dai suoni duri e aspri come s'incrocicchia, nicchia, scuffa, grommate,
appasta, stucca. Numerosi i termini del volgare linguaggio quotidiano, tra cui sterco,
privadi (latrine), merda, unghie merdose, con cui l'autore vuol rendere il dramma
grottesco dello spettacolo del peccato punito (e simili espedienti di lingua e di stile
ritorneranno nella descrizione di altre Bolge, specie quella dei simoniaci, dei
barattieri, dei ladri).
Note e passi controversi
I vv. 25-33 descrivono le due schiere dei ruffiani e dei seduttori nella I Bolgia, che
procedono in direzioni opposte e parallele: i ruffiani camminano lungo la parte
esterna e venendo incontro ai due poeti, mentre i seduttori sono nella parte interna
del fossato e procedono nello stesso senso dei due viaggiatori, che per vederli
dovranno salire sul ponte roccioso. La similitudine dei vv. 28-33 allude al Giubileo
indetto da papa Bonifacio VIII nell'anno 1300, che provoc un enorme afflusso di
pellegrini a Roma: per farli passare sul ponte di Castel Sant'Angelo, l'unico all'epoca
che conduceva alla basilica di S. Pietro, il ponte stesso fu diviso in due corridoi
paralleli da una transenna e i pellegrini procedevano in direzioni opposte a seconda
che uscissero o entrassero dalla basilica (il monte del v. 33 probabilmente il monte
Giordano, di fronte a Castel Sant'Angelo).

Berze (v. 37) prob. un germanismo e sta per gambe. Le pugenti salse del v. 51
sono le pene acerbe e pungenti, forse con un riferimento alle Salse bolognesi
dove si gettavano i cadaveri dei giustiziati.
Sipa (v. 61) la forma bolognese per sia, oggi sepa. Svena e Reno sono i fiumi
che scorrono a est e ovest di Bologna.
L'espressione femmine da conio (v. 66) pu significare donne di cui fare mercato
(conio varrebbe quindi moneta), ma anche donne da raggirare, poichin
volgare fiorentino coniare voleva dire ingannare.
Le cerchie etterne del v. 72 indicano probabilmente l'eterno girare dei dannati della
I Bolgia, anche se alcuni vi hanno voluto vedere la parete rocciosa che circonda le
Malebolge, oppure la struttura di tutto l'alto Inferno.
Al v. 104 scuffa (altri mss. leggono sbuffa) vuol dire soffia con le narici e con la
bocca. Al v. 118 gordo lezione pi difficile e quindi preferibile a ingordo,
testimoniata da alcuni codici.
Al v. 130 fante vuol dire giovane donna di bassa condizione, quindi quasi sinonimo
di puttana (v. 133).
La scena descritta da Virgilio ai vv. 133-136, con cui spiega il peccato di Taide,
tratta dall'Eunuchus di Terenzio di cui la prostituta personaggio: il soldato Trasone
le aveva procurato tramite il ruffiano Gnatone una serva e aveva chiesto al lenone
se Taide lo ringaziasse, al che lui aveva risposto: Moltissimo. Dante trae con ogni
probabilit la citazione non direttamente da Terenzio ma dal De amicitia di Cicerone,
dove lo scrittore riporta l'episodio mettendo la risposta direttamente in bocca a
Taide, come sembra fare qui Dante.

Inferno, Canto XIX


Argomento del Canto
Visione della III Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i simoniaci.
Incontro con papa Niccol III, che predice la futura dannazione di Bonifacio VIII e
Clemente V. Invettiva di Dante contro la corruzione ecclesiastica.
l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, alle prime ore del mattino.
I simoniaci della III Bolgia (1-30)
Dante esordisce maledicendo Simon mago e tutti i suoi seguaci che fanno turpe
mercato delle cose sacre, per i quali necessario che suoni la tromba del Giudizio
Universale visto che sono ospitati nella III Bolgia. Dante e Virgilio sono giunti sul
punto pi alto del ponte roccioso che sovrasta la Bolgia, da dove il poeta pu vedere
quanta la giustizia divina che si manifesta nel mondo. Infatti egli vede le pareti e il
fondo della Bolgia pieni di buche circolari, tutte della stessa dimensione, del tutto
simili ai fonti battesimali del battistero di San Giovanni a Firenze, uno dei quali era
stato spezzato da Dante per salvare uno che vi stava annegando. Ogni peccatore
confitto a testa in gi nella buca, lasciando emergere solo le gambe fino alle cosce,
mentre le piante dei piedi sono accese da delle sottili fiammelle. I peccatori
scalciano con forza, mentre le fiammelle lambiscono i piedi come fa il fuoco sulle
cose unte.
Incontro con papa Niccol III (31-63)
Dante nota che uno dei dannati sembra lamentarsi pi degli altri e ha le fiammelle
sui piedi di un colore pi acceso, quindi ne chiede conto a Virgilio. Il maestro
risponde che, se Dante vuole, lo porter sul fondo della Bolgia dove potr parlare
direttamente con lui. Dante risponde che ne sar ben lieto, dopodich i due
giungono al termine del ponte e da l scendono verso sinistra, sino al fondo della
Bolgia. Dante si avvicina al peccatore e gli chiede di parlare, proprio come il frate
che confessa l'assassino prima dell'esecuzione: il dannato risponde scambiandolo
per papa Bonifacio VIII e chiedendo perch sia gi giunto l e se sia gi stanco di
fare scempio della Chiesa. Dante resta stupito e non sa che rispondere, quindi
Virgilio lo invita a dire al dannato di non essere colui che crede, cosa che il poeta
esegue immediatamente.
Profezia di Niccol III (64-87)
A questo punto il dannato storce dolorosamente i piedi, quindi si presenta come il
papa Niccol III, appartenente alla nobile famiglia degli Orsini e che fu assai avido
nell'arricchire i suoi famigliari, al punto che finito all'Inferno. Sotto di lui nella
stessa buca sono conficcati gli altri simoniaci, tutti appiattiti nella roccia, e anche lui
verr spinto pi in basso quando arriver realmente colui per il quale ha scambiato
Dante (Bonifacio VIII). Ma questi rimarr nella buca coi piedi di fuori meno tempo di
quando c' rimasto Niccol: infatti lo seguir un altro papa simoniaco (Clemente V),
che spinger di sotto entrambi dopo aver goduto in vita del favore del re di Francia,
Filippo il Bello.

Invettiva contro i papi simoniaci (88-117)


A questo punto lo sdegno di Dante esplode in una violenta invettiva contro Niccol e
tutti i papi dediti alla simonia, cui il poeta chiede ironicamente quanto volle Ges da
san Pietro prima di affidargli le chiavi del regno dei cieli, e rinfacciando che gli
apostoli non pretesero alcun pagamento da parte di Mattia quando prese il posto di
Giuda. Niccol dunque giustamente punito e deve custodire il denaro ricevuto per
andare contro Carlo I d'Angi. Solo il rispetto per il ruolo del papa impedisce a Dante
di usare parole ancor pi gravi, poich l'avarizia dei papi simoniaci ha sovvertito
ogni giustizia terrena. La Chiesa si vergognosamente asservita agli interessi della
monarchia francese, dopo essersi trasformata in un'orrida bestia. I papi sono simili
agli idolatri, in quanto adorano cento dei d'oro e argento, mentre molto male ha
prodotto la donazione di Costantino.
Dante e Virgilio tornano sul ponte della Bolgia (118-133)
Mentre Dante accusa violentemente Niccol, il dannato scalcia con forza come se
fosse punto dall'ira o dalla coscienza sporca, mentre Virgilio manifesta col suo volto
l'approvazione per il discorso del discepolo. Dopodich il maestro sorregge Dante
con entrambe le braccia e lo riporta sull'argine della Bolgia, da dove parte il ponte
che conduce alla IV Bolgia, fino al quinto argine. Arrivato qui lo depone a terra,
quindi i due si accingono a visitare la Bolgia seguente.
Interpretazione complessiva
Il Canto interamente dedicato alla III Bolgia, che punisce insieme a Simon mago
tutti coloro che hanno commesso simonia ovvero hanno fatto commercio delle cose
sacre. I simoniaci sono conficcati a testa in gi entro buche circolari dalle quali
emergono solo le gambe, mentre sottili fiammelle lambiscono loro le piante dei
piedi e provocano dolore: non chiaro se fra di essi ci siano solo gli ecclesiastici o
anche i laici che si diedero a questo turpe mercato col clero, mentre il contrappasso
si riferisce probabilmente allo Spirito Santo che nell'episodio degli Atti degli Apostoli
scese dall'alto in forma di fiamma (Simon mago aveva cercato di acquistare il
potere di dispensarlo con le mani).
Protagonista dell'episodio un papa simoniaco, Niccol III, che appartenne alla
nobile famiglia romana degli Orsini e che sembra soffrire pi degli altri dannati la
pena cui sottoposto. Il dialogo fra lui e Dante, che scende nel fondo della Bolgia
per parlargli, avviene in un forte contesto comico-realistico: Dante paragona se
stesso a un frate che confessa un assassino prima dell'esecuzione, con un grottesco
rovesciamento dei ruoli (i sicari nel Medioevo venivano messi a testa in gi in una
buca poi riempita di sabbia che li soffocava). Non meno paradossale l'equivoco in
cui cade il papa, che scambia Dante per Bonifacio VIII venuto a prendere il suo
posto nella buca e a spingerlo di sotto: il dannato sa che la morte di Bonifacio
avverr nel 1303, quindi stupito di vederlo all'Inferno nella primavera del 1300,
con tre anni di anticipo. L'equivoco un espediente che consente a Dante di
profetizzare la dannazione di papa Caetani, proprio come far pi avanti con
Clemente V. Anche la presentazione che in seguito Niccol fa di se stesso ricalca gli
stessi toni parodistici e comici, in quanto il dannato afferma di aver vestito in vita il

gran manto (detto con forte ironia, vista la sua opera come pontefice) e si dice
figliuol de l'orsa, ovvero appartenente alla famiglia degli Orsini, intento ad avanzar li
orsatti (a favorire nipoti e parenti con i suoi atti di corruzione: nei bestiari medievali
l'orsa era descritta come animale avido e ingordo, particolarmente attaccata alla
prole). Afferma inoltre che se in vita aveva messo il denaro in borsa, nella vita
ultraterrena ha messo se stesso nel sacco, ovvero si guadagnato la dannazione
(bolgia sinonimo di borsa in volgare fiorentino, quindi il papa usa un ricercato
gioco di parole). Niccol conclude predicendo la dannazione anche di Clemente V, il
guasco che favorir le mire di Filippo il Bello trasferendo la sede papale ad Avignone
e appoggiando tutte le sue decisioni: Niccol lo paragona a Giasone, fratello del
sommo sacerdote Onia III che compr dal re Antioco IV la carica sacerdotale con la
promessa di dargli 440 talenti d'argento (l'episodio narrato nella Bibbia, Macc., IV,
7-8).
Se nel Canto VII Dante aveva incluso fra gli avari del IV Cerchio papi e cardinali
senza fare alcun nome, qui la sua accusa alla corruzione ecclesiastica e alla simonia
della Chiesa ben pi dettagliata, includendo di fatto tra i simoniaci ben tre papi di
cui uno probabilmente ancor vivo quando l'Inferno inizi a circolare in Italia. La
profezia di Niccol dice infatti che Bonifacio lo seguir nella buca restando l fino alla
morte di Clemente V, ovvero meno tempo di quanto Niccol sar rimasto
sottosopra: Niccol era morto nel 1280, quindi rester nella buca sino al 1303, anno
della morte di Bonifacio (23 anni), mentre Bonifacio vi rester dino al 1314, anno
della morte di Clemente V (11 anni). Poich quasi certo che la I Cantica del poema
circolasse gi dopo il 1308, ci vorrebbe dire che tale profezia fu fatta da Dante
quando Clemente V era ancor vivo. Pu darsi che sia cos e che il poeta
immaginasse che il papa morisse prima che passassero 24 anni dalla morte di
Bonifacio (ipotesi difficile da confermare perch ignoriamo la data di nascita di
Clemente), oppure si pu pensare che Dante abbia corretto in seguito questi versi,
anche se di ci non c' traccia in alcun manoscritto. Comunque sia, resta la
coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione dei papi, che si ricollega a quella
contro l'avarizia che fonte di tutti i mali del suo tempo e che all'origine di molti
dei peccati puniti nelle Malebolge (il discorso contro l'avarizia era gi iniziato con
Brunetto Latini e i tre sodomiti fiorentini, nonch con gli usurai visti subito prima
della discesa nell'VIII Cerchio).
Non a caso il Canto si chiude con la violenta invettiva di Dante contro i papi dediti
alla simonia, piena di echi biblici e di sacro furore dovuto allo sdegno provato dal
poeta contro i cattivi pastori che hanno sovvertito la giustizia nel mondo, sollevando
i malvagi e calpestando i buoni: particolarmente efficace l'immagine della
mostruosa bestia in cui si trasformata la Chiesa a causa della corruzione,
prendendo spunto da un passo dell'Apocalisse in cui il mostro in realt l'Impero
romano. L'ultimo riferimento naturalmente alla famigerata donazione di
Costantino, pi tardi dimostratasi un falso dell'VIII sec. ma che al tempo di Dante si
credeva autentica e che secondo il poeta era la fonte prima della corruzione della
Chiesa. La tacita approvazione di Virgilio la conferma della veridicit delle accuse,
proprio come lo scalciare del papa dannato che punto dall'ira o dai rimorsi di
coscienza: il Canto va messo in relazione ad altri momenti del poema in cui Dante

esprime tutto il suo sdegno per la corruzione che deturpa la Chiesa, specie nel
Paradiso in cui la polemica contro la Curia diventa a tratti assai virulenta (gli esempi
pi noti sono l'invettiva di Folchetto di Marsiglia contro Firenze il cui denaro ha
coltivato l'avarizia dei prelati, IX, 127-142; l'attacco contro Giovanni XXII, reo di
annullare i benefici ecclestiastici per arricchirsi, XVIII, 130-136; la violenta invettiva
di san Pietro contro Bonifacio VIII, che ha tramutato la Curia romana in una cloaca /
del sangue e de la puzza, XXVII, 22-27). Da ricordare infine che Clemente V sar
citato da Beatrice in Par., XXX, 142-148 come il papa che inganner con la sua
ambigua condotta l'imperatore Arrigo VII e sar destinato a ricacciare Bonifacio VIII
in fondo alla buca di questa Bolgia.
Note e passi controversi
La tromba citata al v. 5 probabilmente quella del giorno del Giudizio, anche se
alcuni commentatori hanno pensato a quella dei banditori che chiamavano i
cittadini per leggere i decreti sulla pubblica piazza.
I battezzatori (v. 18) possono essere i fonti battesimali oppure i battezzatori, vale a
dire i preti battezzieri. Sembra preferibile la prima interpretazione, che si spiega
sapendo che anticamente nel battistero fiorentino di San Giovanni c'erano dei fonti
di forma circolare e secondo una testimonianza dell'Ottimo commento Dante ne
avrebbe rotto uno per salvare un ragazzo che vi era caduto dentro e stava per
annegare. Poich di questo dato biografico non si hanno altre notizie, difficile
capire cosa intenda Dante al v. 21 (e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni).
Infino al grosso (v. 24) pu voler dire fino al polpaccio, ma pi verosimilmente
fino alla coscia visto che delle gambe dei dannati si vedono le giunte
(articolazioni) del ginocchio. Le ritorte e strambe sono funi di vimini e fibre vegetali,
molto resistenti.
Il v. 51 pu significare affinch la morte si allontani, oppure per evitare la morte, a
seconda che morte sia soggetto o oggetto della frase. Nel primo caso il sicario
chiamerebbe il confessore per ritardare l'esecuzione, nel secondo per rivelare il
nome dei mandanti e quindi evitare di essere giustiziato.
Lo scritto (v. 54) il libro del futuro, in cui Niccol pu leggere come tutti i dannati.
Gli orsatti (v. 71) sono i discendenti di Niccol, cio i familiari appartenenti alla
schiatta degli Orsini.
L'anima ria del v. 96 Giuda, il cui posto tra gli apostoli dopo la sua morte fu
sorteggiato e tocc a Mattia (Act. Ap., I, 13-26).
La mal tolta moneta (v. 98) allude probabilmente all'accusa in base alla quale
Niccol avrebbe ricevuto oro dai Bizantini per istigare la rivolta del Vespro contro
Carlo I d'Angi, che per non trova conferme tra gli storici.
I vv. 106-111 alludono all'Apocalisse di Giovanni (XVII, 1-3), in cui descritta una
meretrice sopra le acque che siede sopra una bestia con sette teste e dieci corna:
simbolo dell'Impero romano, mentre Dante (che segue un'interpretazione diffusa nel
Medioevo) ne fa una immagine stravolta della Chiesa, divenuta un mostro a causa

della corruzione dei papi. Le sette teste sono i sacramenti, le dieci corna i
comandamenti. L'espressione puttaneggiar coi regi allude ai rapporti tra Papato e
monarchia francese, soprattutto durante la cattivit avignonese.
Il primo ricco patre (v. 117) papa Silvestro, che secondo l'errata tradizione
avrebbe ricevuto da Costantino la donazione di un territorio su cui esercitare il
dominio temporale.

Inferno, Canto XX
Argomento del Canto
Visione della IV Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti gli indovini.
Virgilio indica a Dante Anfiarao, Tiresia, Manto, Arunte, Euripilo, Michele Scotto,
Guido Bonatti e Asdente. Spiegazione di Virgilio sull'origine di Mantova.
la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sei.
Gli indovini della IV Bolgia (1-30)
Dante giunto al ventesimo Canto della prima Cantica e deve descrivere una nuova
pena, quella degli indovini della IV Bolgia dell'VIII Cerchio che bagnano il fondo della
fossa di pianto angoscioso. Il poeta vede avanzare una schiera di dannati che
tacciono e piangono, avanzando lentamente come in una processione: guardando
pi in basso, si accorge che la loro figura stravolta e che il viso completamente
rivoltato indietro, cos che essi sono costretti a camminare a ritroso. Pu darsi che
una paralisi abbia ridotto qualcuno in tali condizioni, ma Dante non crede che ci sia
possibile. Il poeta talmento sconvolto che non pu evitare di piangere, specie
quando vede i dannati versare a loro volta lacrime che bagnano loro la schiena e le
natiche, cos che si abbandona a un pianto dirotto che suscita l'aspro rimprovero di
Virgilio (il maestro accusa Dante di provare compassione per queste anime
scellerate).

Virgilio mostra alcuni antichi indovini (31-57)


Virgilio invita perentoriamente Dante a guardare gli indovini, tra i quali c' Anfiarao,
uno dei sette re che assediarono Tebe e che fu inghiottito dalla terra apertasi sotto
di lui, cadendo sino a Minosse; egli ha ora le spalle al posto del petto e per aver
voluto vedere troppo in avanti adesso guarda indietro e cammina a ritroso. Virigilio
mostra poi Tiresia, che divenne una donna in seguito a una metamorfosi e torn
uomo dopo aver colpito due serpenti che si accoppiavano. Lo segue Arunte, che
visse in una spelonca presso la citt di Luni, sulle alpi Apuane, da dove vedeva
ampiamente le stelle e il mare. Virgilio indica ancora una dannata le cui lunghe
trecce coprono il petto: Manto, che vag attraverso molte terre e infine si stabil a
Mantova, la citt del poeta latino, che invita Dante ad ascoltarlo un poco.
Le mitiche origini di Mantova (58-99)
Virgilio spiega che dopo la morte del padre di Manto e dopo che la sua citt, Tebe,
cadde sotto la tirannia di Creonte, la fanciulla gir in lungo e in largo per il mondo.
Nell'Italia del nord sorge un lago (Garda), ai piedi delle Alpi che dividono l'Italia dalla
Germania, detto Benaco. Il territorio tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine si
bagna per mille ruscelli che poi stagnano in questo lago: al centro di esso c' un
luogo (l'isola dei Frati o Campione) soggetto ai tre vescovadi di Trento, Brescia e
Verona, mentre dove la riva del lago pi bassa sorge la citt di Peschiera, solida
fortezza contro Bresciani e Bergamaschi. Qui a Peschiera l'acqua del lago fuoriesce
a formare un fiume, il Mincio, che poi scorre tra verdi pascoli fino a Governolo, dove
si getta nel Po. Nel suo alto corso il Mincio incontra un avvallamento dove si
impaluda e d'estate talvolta in secca. La vergine Manto pass di qui e vide una
terra in mezzo alla palude, incolta e disabitata, dove si stabil per sfuggire ogni
contatto umano per coltivare le sue arti magiche coi suoi servi, e dove mor e fu
seppellita. In seguito gli uomini che erano sparsi tutt'intorno si raccolsero in quel
luogo, ben difeso dalla natura in quanto circondato dalla palude, e costruirono una
citt sulla tomba di Manto che chiamarono poi Mantova dal nome dell'indovina. Gli
abitanti erano ben pi numerosi prima che Pinamonte dei Bonacolsi ingannasse il
folle conte Alberto di Casalodi. Virgilio conclude dicendo che questa la vera origine
di Mantova, se mai Dante avesse sentito un'altra versione.
Virgilio indica altri indovini (100-130)
Dante ringrazia Virgilio per la dotta spiegazione e chiede se fra gli indovini della
Bolgia ve ne siano altri degni di attenzione. Il maestro risponde che il dannato la cui
barba gli copre le spalle Euripilo, che fu augure al tempo in cui la Grecia fu
spopolata di maschi per la guerra di Troia e indic con Calcante il momento propizio
per far partire la flotta degli Achei. L'Eneide dello stesso Virgilio accenna a lui, come
ben sa Dante che la conosce tutta. Un altro dannato dai fianchi esili Michele
Scotto, sempre dedito alle arti magiche e divinatorie; poi ci sono gli astrologi Guido
Bonatti e Asdente (Maestro Benvenuto), che vorrebbe essersi dedicato solo al
mestiere di calzolaio e ora si pente tardivamente. Ci sono anche molte donne che
lasciarono le opere femminili per dedicarsi alla divinazione, facendo magie con erbe
e con immagini e diventando fattucchiere. Poi Virgilio invita il discepolo ad
allontanarsi, in quanto la luna gi tocca l'orizzonte e sta per tramontare sotto

Siviglia. Essa era piena la notte precedente, cosa che Dante dovrebbe ricordare
visto che la luce lunare gli giov mentre era perduto nella selva oscura. Mentre i
due parlano non cessano di camminare.
Interpretazione complessiva
Il Canto interamente dedicato agli indovini della IV Bolgia ed strutturalmente
diviso in tre parti, dedicate rispettivamente alla presentazione di alcuni antichi
indovini (Anfiarao, Tiresia, Arunte, Manto), all'ampia parentesi sulle mitiche origini di
Mantova e alla presentazione di altri indovini (Euripilo, Michele Scotto, Guido
Bonatti, Asdente). Il tema trattato importante, poich maghi e indovini si sono
macchiati di un grave peccato di presunzione intellettuale con la loro folle pretesa di
antivedere il futuro, cosa che consentita solo a Dio e a nessuna creatura mortale:
la loro pena particolarmente crudele e dal chiaro contrappasso, dal momento che
hanno la testa rivoltata all'indietro e sono costretti a camminare a ritroso per aver
voluto vedere troppo avanti. La condanna da parte di Dante netta, in quanto essi
sfruttarono le arti divinatorie per trarne vantaggio personale e quindi sono degli
imbroglioni; quanto agli indovini contemporanei che praticavano l'astrologia, va
detto che il poeta non condanna questa scienza in quanto tale dal momento che la
dottrina cristiana ammetteva gli influssi astrali, ma solo coloro che se ne servono
per fare predizioni sugli eventi futuri. La sua reazione di fronte all'orribile spettacolo
della Bolgia di disperazione e pianto, soprattutto nel vedere la figura umana
stravolta, ma Virgilio lo rimprovera duramente e lo ammonisce che l'unica piet
ammessa nell'Inferno quella ben morta. Il rimbrotto del maestro significativo,
soprattutto se si ammette che il peccato che ha condotto Dante nella selva
potrebbe essere di natura intellettuale, legato alla folle pretesa di arrivare alla verit
solo attraverso la filosofia e la ragione, che qui rappresentata proprio da Virgilio.
il poeta latino a presentare al discepolo una serie di indovini, dapprima per sua
iniziativa e poi su richiesta dello stesso Dante. I dannati si dividono nei personaggi
mitologici-letterari e in quelli moderni, tra cui rientrano filosofi e astrologi come
Michele Scotto e semplici indovini come Bonatti o Asdente; fra i primi ci sono
soprattutto gli auguri, legati alle vicende mitiche della guerra contro Tebe (Anfiarao,
Tiresia, Manto) narrate da Stazio nella Tebaide, o a quella storica della guerra tra
Cesare e Pompeo (Arunte) narrata da Lucano nella Pharsalia, o ancora alla guerra di
Troia (Euripilo) narrata da Virgilio medesimo nell'Eneide. Come stato osservato,
nonostante qualche incongruenza dovuta a errori di interpretazione da parte di
Dante, sono tutti personaggi coinvolti a vario titolo in vicende belliche, proprio come
gli astrologi moderni che fecero predizioni sulle guerre tra Guelfi e Ghibellini
nell'Italia del Duecento. L'elenco interrotto dalla lunga parentesi introdotta da
Virgilio che trae spunto da Manto per spiegare le leggendarie origini della propria
citt, Mantova, che fu fondata dagli uomini nel luogo dove era vissuta e morta la
fanciulla figlia di Tiresia e non da lei stessa come narrava una versione del mito.
Virgilio tiene a precisare che l'origine di Mantova non in alcun modo legata alle
arti magiche della vergine cruda e che i fondatori della citt la chiamarono cos
ispirandosi certo al nome della maga, ma senz'altra sorte, senza ricorrere a sortilegi
o augri di nessun tipo. Il poeta sembra voler allontanare ogni sospetto di
contaminazioni magiche nell'origine di Mantova cui era affettivamente legato e cos

facendo corregge in certo modo se stesso, poich nell'Eneide (X, 199-200) aveva
dichiarato che la citt era stata fondata da Ocno, figlio di Manto, che dunque non
era vergine come Dante dice qui seguendo Stazio nella Tebaide. difficile pensare
che Dante ignorasse il passo virgiliano, visto che pochi versi dopo Virgilio dir al
discepolo che questi conosce tutta la sua alta... trageda, per quanto anche altrove
Dante si discosta dall'autorit dell'Eneide (ad es. narrando la morte di Caco in Inf.,
XXV, 25 ss., dove segue il racconto di Ovidio e non quello di Virgilio), per cui si pu
immaginare che certi passi del poema gli fossero noti attraverso chiose medievali
errate o incongruenti. Qualcosa di simile dev'essere all'origine anche del fatto che lo
stesso Virgilio in Purg., XXII, 113 dir a Stazio che nel Limbo ospitata la figlia di
Tiresia, cio la stessa Manto gi collocata nella IV Bolgia: una possibile spiegazione
dell'incongruenza che Dante pensasse erroneamente che Tiresia non fosse il
padre della maga, cosa che peraltro non mai detta esplicitamente nel Canto XX
dell'Inferno (per la questione si veda la Guida al Canto XXII del Purgatorio).
Da notare infine l'ampia e dettagliata descrizione dei luoghi che Dante mette in
bocca a Virgilio per introdurre il luogo dove sorse la citt di Mantova, che ha indotto
a supporre che Dante ne avesse una conoscenza diretta (forse dovuta al fatto che al
tempo della composizione del Canto era gi stato ospite degli Scaligeri a Verona).
Note e passi controversi
Le letane (v. 9) sono le processioni religiose e il termine sinonimo di litanie.
Parlasa (v. 16) forma arcaica per paralisi; alcuni hanno visto in questo e in altri
termini medici usati da Dante nel poema l'eco di suoi presunti studi di medicina (cfr.
soprattutto Inf., XXV).
I vv. 29-30 (colui / che al giudicio divin passion comporta) pu voler dire chi piega
con arti magiche il giudizio divino, cio cerca di conoscere il futuro (riferito agli
indovini), ma anche chi prova compassione di fronte alla giustizia divina (riferito a
Dante che piange e si dispera). Altri mss. leggono passion porta e compassion
porta, in modo poco persuasivo.
Al v. 47 ne' monti di Luni si riferisce ad Arunte e la fonte del passo la Pharsalia di
Lucano, dove si legge Aruns incoluit deserta moenia Lucae (I, 586); alcuni mss.
leggono per Lunae al posto di Lucae ed probabile che ci abbia indotto all'errore
Dante (Arunte abitava Lucca e non Luni, abbandonata nel XIV sec.). Il verbo
roncare significa disboscare, sulla scorta di Isidoro da Siviglia (Etym., XVII, II,
5).
Al v. 59 Tebe detta la citt di Baco, sacra cio al dio Bacco (dal lat. medievale
Bachus).
Il sogg. di si bagna (v. 64) il compl. di luogo costituito dal v. 65 (il territorio
compreso tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine).
Il loco menzionato al v. 67, dove i vescovi di Trento, Brescia e Verona potrebbero
avere eguale giurisdizione, pu essere l'isola dei Frati (oggi isola Lechi, la cui

chiesetta era soggetta al potere delle tre diocesi), il territorio di Campione, oppure
un luogo ideale nel mezzo del lago di Garda dove le tre diocesi si incontrano.
L'aggettivo grama (v. 81) vuol dire probabilmente asciutta e allude alla secca che
si forma talvolta d'estate; altri intendono malsana, riferendosi all'acqua stagnante
della palude.
I vv. 94-96 alludono al conte Alberto da Casalodi, il quale si lasci convincere da
Pinamonte dei Bonacolsi ad esiliare molte famiglie nobili della citt di Mantova;
Pinamonte si serv poi dell'appoggio popolare per rovesciare il conte nel 1272 e
resse la citt sino al 1291, esiliando altre famiglie nobili e sterminandone molte,
causando cos lo spopolamento della citt.
I vv. 110-111 indicano che Euripilo indic insieme a Calcante il momento propizio
per far salpare la flotta greca in Aulide, ma il passo dell'Eneide cui si riferisce Dante
(II, 114 ss.) dice solo che Euripilo fu mandato dai Greci a interrogare l'oracolo e
port questo responso: sanguine placastis ventos et virgine caesa, / cum primum
Iliacas, Danai, venistis ad oras (Voi, o Greci, avete placato i venti uccidendo una
fanciulla, quando siete approdati la prima volta alle rive di Troia). Forse Dante ha
inteso placastis come riferito a Euripilo e Calcante, o forse leggeva placasti in un
codice, se non addirittura in una chiosa medievale errata.
L'espressione Caino e le spine (v. 126) indica la luna, in base a una leggenda
popolare che interpretava le macchie lunari come la figura di Caino che porta un
fascio di spine sulle spalle (cfr. Par., II, 51): l'indicazione vuol dire che sono appena
passate le sei del mattino.

Inferno, Canto XXI


Argomento del Canto

Visione della V Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i barattieri.
Incontro con i Malebranche, capeggiati da Malacoda. Bugie di Malacoda circa lo
stato dei ponti che sovrastano la VI Bolgia. I due poeti si incamminano con una
scorta di dieci diavoli.
la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sette.
I barattieri della V Bolgia (1-21)
Dante e Virgilio, parlando di cose che il poeta non riferisce, sono giunti sul punto pi
alto del ponte che sovrasta la V Bolgia dell'VIII Cerchio in cui sono puniti i barattieri,
per cui Dante ne osserva il fondo e lo vede incredibilmente oscuro. Il fossato
infatti pieno di pece bollente, simile a quella dell'Arsenale di Venezia con cui si
riparano le navi danneggiate e dove si otturano le falle degli scafi, si aggiustano
prore e poppe, si riparano i remi e si rappezzano le vele. Una pece simile bolle
anche nella Bolgia, non riscaldata dal fuoco ma dall'arte divina, e in essa Dante non
vede nulla tranne le bolle che fuoriescono in superficie e il gonfiore che si alza e si
abbassa di continuo.
Arrivo di un peccatore; i Malebranche (22-57)
Mentre il poeta osserva la pece, Virgilio richiama la sua attenzione e lo allontana
subito da dove si trova. Dante si volta come colui che si attarda a vedere ci che
dovrebbe sfuggire e perci perde ogni coraggio, vedendo un diavolo nero che corre
velocissimo e agile su per il ponte. Il diavolo ha un aspetto feroce, mentre spalanca
le sue ali e tiene sulla spalla l'anima di un dannato di cui afferra le caviglie con la
mano artigliata. Il demone grida ai Malebranche che sta portando uno degli anziani
di Santa Zita (il comune di Lucca) e invita i compagni a gettarlo nella pece mentre
lui, intanto, torner in quella citt piena di barattieri, al punto che l per denaro si
approva sempre ci che bisognerebbe respingere. Il diavolo getta il dannato nella
pece, quindi torna indietro come un mastino che insegue un ladro. Il barattiere si
immerge nella pece e torna a galla tutto imbrattato, per cui altri demoni che erano
rimasti nascosti sotto il ponte gli urlano che, se non vuole essere tormentato, deve
restare sotto la pece bollente. I diavoli lo afferrano con bastoni uncinati,
straziandolo e alludendo ironicamente al suo peccato di baratteria, in modo tale che
sembrano sguatteri che intingono i pezzi di carne nella pentola.
Virgilio va a parlamentare coi diavoli (58-87)
Virgilio invita Dante a nascondersi dietro una sporgenza rocciosa, per non mostrare
la sua presenza ai diavoli, mentre lui intanto andr a trattare con loro. Il maestro
esorta Dante a non aver paura, poich egli gi un'altra volta stato nella stessa
situazione e sa perfettamente come deve comportarsi. A quel punto Virgilio giunge
al fondo del ponte fino all'argine della Bolgia, atteggiando una certa sicurezza: i
diavoli gli si fanno incontro come cani arrabbiati contro un mendicante,
minacciandolo con gli uncini, ma Virgilio li esorta a non commettere violenze e a
mandare avanti uno di loro che faccia da rappresentante per discutere con lui. Tutti i
diavoli gridano che deve andare Malacoda, dopodich uno dei Malebranche si fa
avanti e chiede a Virgilio cosa lo renda cos sicuro. Il poeta latino risponde che non
certo giunto all'Inferno senza il volere e l'aiuto divino, quindi invita il diavolo a
lasciarlo passare in quanto il cielo vuole che lui mostri a qualcun altro quel percorso.

Malacoda sembra accusare il colpo, getta a terra il bastone uncinato e dice ai


compagni di non toccare Virgilio.
Dante si mostra ai Malebranche; bugie di Malacoda (88-126)
A questo punto Virgilio dice a Dante di uscire dal suo nascondiglio e di raggiungerlo
senza alcun timore. Dante obbedisce e si avvicina, mentre i diavoli si fanno avanti e
lo inducono a temere che non rispettino i patti, per cui il poeta impaurito come i
fanti di Caprona quando uscirono dal castello assediato per arrendersi. Dante si
avvicina subito timoroso a Virgilio, senza staccare gli occhi dai Malebranche che
hanno un aspetto assai poco rassicurante. I diavoli abbassano gli uncini e si
esortano l'un con l'altro a colpire Dante, ma poi Malacoda li richiama all'ordine e si
rivolge ai due poeti. Il capo dei Malebranche li informa che non possono procedere
oltre da quella parte, poich il ponte roccioso che sovrasta la VI Bolgia crollato e
quindi i due dovranno costeggiare l'argine della V Bolgia fino a trovare un altro
ponte intatto. Il diavolo spiega che il giorno prima, cinque ore pi tardi dell'ora
presente, si sono compiuti 1266 anni dal crollo del ponte, avvenuto il giorno della
morte di Cristo. Malacoda propone ai due poeti di dare loro la scorta di alcuni
diavoli, che li guideranno sino al punto in cui c' un ponte intatto che potranno
attraversare e chiama a s dieci Malebranche: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo,
Barbariccia (che dovr guidare la schiera), Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto,
Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Malacoda ordina ai diavoli di andare a
controllare i peccatori nella pece, scortando i due poeti sani e salvi sino al ponte che
li condurr alla Bolgia successiva.
Dante e Virgilio partono coi diavoli (127-139)
Dante non si fida dei diavoli ed esorta Virgilio a proseguire senza la loro guida, dal
momento che i Malebranche digrignano i denti e lanciano ai due occhiate
minacciose. Il maestro risponde a Dante che non deve temere, poich i diavoli fanno
cos per spaventare i dannati nella pece. A questo punto i diavoli si dirigono a
sinistra lungo l'argine, ma non prima che ognuno di loro si sia rivolto a Barbariccia
stringendo la lingua tra i denti, come a segnale convenuto, al che Barbariccia aveva
risposto con uno sconcio rumore dal sedere.
Interpretazione complessiva
Il Canto XXI il primo atto di una grottesca commedia infernale che avr la sua
conclusione nel Canto XXII e una sorta di appendice all'inizio e alla fine del XXIII,
con protagonisti i due poeti, i Malebranche, i barattieri della V Bolgia. Il tema
dell'episodio senza dubbio l'inganno e il gusto della beffa, che coinvolge a vario
titolo tutti i personaggi e che inserisce la vicenda in un contesto fortemente comicorealistico, per il linguaggio, i movimenti concitati, la gestualit stessa dei
protagonisti. Qui la scena quasi totalmente incentrata sui diavoli, sui custodi della
V Bolgia che sono descritti come demoni neri e alati, il cui compito sorvegliare i
barattieri immersi nella pece bollente e impedire che emergano in superficie, armati
di bastoni uncinati con cui fanno strazio dei peccatori. Se il loro ruolo simile a
quello di altre figure demoniache gi viste (ad esempio i centauri del Flegetonte), i
Malebranche non hanno tuttavia nulla della solennit di quei personaggi e sono
descritti come una sgangherata combriccola di diavoli molto popolari, paragonati

agli sguatteri che per conto dei cuochi intingono la carne nella pentola coi loro
uncini. Il loro compito sembra essere anche quello di andare personalmente a
prendere le anime dei peccatori sulla Terra, come avveniva in certi componimenti
della letteratura popolare di cui vi eco nello stesso Dante (specie in Inf., XXVII, 112
ss., ma anche in Purg., V, 103 ss. con il contrasto tra l'angelo e il diavolo che si
contendono l'anima di Bonconte da Montefeltro). Sono anche dotati di una beffarda
e malvagia ironia con cui colpiscono spietatamente i peccatori, come si vede
all'inizio quando accolgono il Lucchese appena arrivato nella Bolgia e gli ricordano
che l non c' il Santo Volto (il crocifisso di legno nero venerato a Lucca, con
riferimento al volto del dannato tutto sporco di pece) e che nella pece bollente si
nuota diversamente che nel fiume Serchio, e che se non vorr essere straziato dai
loro uncini dovr ballare sotto la pece come in vita ha arraffato di nascosto.
Ironia e beffa dominano anche il seguito della farsa, con Virgilio che invita Dante a
restare nascosto mentre lui, che ha le cose conte (che sa il fatto suo) andr a
parlamentare coi diavoli come gi fece nella sua prima discesa infernale, evocato
dalla maga Eritone. C' qualcosa di fortemente grottesco nella scena di Virgilio che
va incontro ai diavoli ostentando una sicurezza che non pare molto convincente,
osservato da Dante che resta nascosto dietro uno spuntone di roccia: la situazione
analoga a quella del Canto IX di fronte alla citt di Dite, ma qui siamo lontanissimi
da quell'atmosfera magica e irreale che preludeva all'arrivo del messo celeste,
destinato a vincere le resistenze dei diavoli. E infatti Malacoda, il capo di questo
scalcinato esercito di diavoli, si prender gioco di Virgilio dandogli un'informazione
esatta e mentendo poi sul modo di passare alla Bolgia successiva. Il demone spiega
che il ponte che porta di l all'altra Bolgia crollato, cosa che realmente avvenuta
nel terremoto il giorno della morte di Cristo, ma mente lasciando intendere che pi
avanti lungo l'argine ve ne sia un altro intatto, mentre si sapr in seguito che tutti i
ponti sono in realt crollati. Si offre di dare ai due poeti una scorta di dieci diavoli,
che faranno loro da guida sino a l'altro scheggio senza far loro del male, mentre
sar evidente che le sue intenzioni sono tutt'altro che pacifiche. Il ruolo di Malacoda
dunque analogo a quello di tutte le altre figure diaboliche che tentano di opporsi
al passaggio dei due poeti, ma diversamente dalle altre occasioni il diavolo si
prende gioco di Virgilio che non pu sapere del crollo dei ponti (il suo precedente
passaggio era avvenuto prima della morte di Cristo, quando era da poco nel Limbo),
nonostante la diffidenza di Dante che tenta inutilmente di metterlo in guardia per
paura dei Malebranche. Si molto discusso sul valore allegorico di questa ingenuit
di Virgilio, che gli sar rimproverata non senza ironia da un dannato della Bolgia
seguente, ma probabilmente essa rientra nel gioco delle beffe che domina
largamente l'episodio e in cui entreranno anche i dannati nel Canto successivo.
Quanto ai dieci diavoli cui Malacoda affida il compito di guidare i due poeti, inutile
cercare riferimenti a personaggi del tempo di Dante, se non addirittura ai Guelfi Neri
di Firenze come pure alcuni hanno fatto. I loro nomi fantasiosi sono semplici
storpiature di parole correnti, o alludono a certe loro caratteristiche animalesche, o
echeggiano nomi propri di famiglie contemporanee: Firenze certo sullo sfondo per
via dell'accusa di baratteria che i concittadini di Dante gli avevano rivolto
condannandolo all'esilio, ma nessun riferimento esplicito fatto dal poeta contro gli
abitanti della sua citt visto che tra i barattieri della Bolgia vi sono lucchesi, un
navarrese, due sardi e nessun fiorentino. Sembra anzi che il poeta voglia prendere

le distanze dalla baratteria con l'arma dell'ironia, degradando questi peccatori al


rango di piccoli imbroglioni di mezza tacca che in vita hanno nascosamente
arraffato denari e ora, all'Inferno, sono invischiati nella pegola spessa della pece:
abbastanza chiaro il senso del contrappasso, ma nel seguito dell'episodio si vedr
come tutti alla fine siano beffati, compresi i diavoli che addirittura daranno luogo a
una zuffa e si lasceranno sfuggire i due poeti, pronti ad approfittare della loro
disattenzione. come se Dante rinunciasse a esprimere sdegno verso il peccato
punito in questo luogo infernale per usare la cifra del sarcasmo e dell'ironia, per
assumere il maggior distacco possibile dalle sue personali vicende autobiografiche:
lo spettacolo del peccato punito si colora di tinte comiche e grottesche, come
avverr anche per i falsari della X Bolgia, senza che per questo la condanna
dell'avarizia e della corruzione politica perda di vigore ed efficacia.
La cronologia del viaggio dantesco
Il discorso di Malacoda a Virgilio di fondamentale importanza per la cronologia del
viaggio nell'Oltretomba, in quanto il diavolo inganna il poeta latino dicendo che il
ponte che sovrasta la VI Bolgia crollato nel momento della morte di Cristo (in
realt sono crollati tutti, come si sapr in seguito). Malacoda dichiara che il giorno
prima, cinque ore pi tardi di quella presente, si sono compiuti 1266 anni da quel
momento: Virgilio ha gi spiegato a Dante (Inf., XII, 37-45) che il giorno della morte
di Cristo la Terra fu scossa da un terremoto che provoc la frana all'imbocco del VII
Cerchio, quindi Malacoda si riferisce senz'altro a quello stesso evento. Poich Dante
era convinto che Cristo fosse morto all'et di 34 anni (Conv., IV, 23) e secondo il
Vangelo di Luca ci era avvenuto all'ora sesta (mezzogiorno) di venerd, ci vuol
dire che quando Malacoda parla sono circa le sette del mattino del sabato santo
dell'anno 1300 (1266+34=1300). L'unica incertezza nella data esatta, poich
l'inizio del viaggio potrebbe essere venerd 25 marzo, anniversario storico della
morte di Cristo che si riteneva avvenuta quel giorno, oppure venerd 8 aprile, che
era il venerd santo dell'anno 1300 (la Pasqua quell'anno fu il 10 aprile). Sembra in
realt preferibile questa seconda ipotesi, giacch Virgilio ha spiegato che quando
Dante si perso nella selva oscura, la notte tra gioved e venerd, c'era la luna
tonda (Inf., XX, 127): la Pasqua cristiana cade sempre la domenica successiva al
primo plenilunio di primavera, che nel 1300 fu appunto il 4 aprile, quindi sembra
evidente che il viaggio dantesco sia iniziato l'8 aprile di quell'anno.
Note e passi controversi
I vv. 7-15 sono una efficace descrizione dell'Arsenale della Repubblica di Venezia,
ovvero il cantiere navale creato nel 1104 e ampliato nel XIV sec., tra i pi imponenti
d'Europa. La precisione dei dettagli farebbe pensare che Dante l'avesse visto coi
suoi occhi, anche se non ci sono conferme della sua presenza a Venezia negli anni
della composizione dell'Inferno (ma potrebbe essere un ritocco posteriore). La pece
veniva usata per tappare le falle agli scafi, essendo un materiale impermeabile
all'acqua.
I vv. 34-36 indicano che il diavolo porta il dannato riverso sulla spalla, con la testa
dietro la schiena e le gambe davanti, che il demone afferra con la mano artigliata.
Santa Zita (v. 38) era il comune di Lucca, mentre gli anziani erano un collegio
formato da dieci magistrati. Il dannato portato nella Bolgia stato identificato con

un Martino Bottario, che sarebbe morto proprio nel 1300.


Il Bonturo citato dal diavolo al v. 41 Bonturo Dati, che fu capo di parte popolare e
commise moltissime baratterie; le parole del diavolo sono dunque ironiche, come
quando dice (v. 42) che a Lucca per denaro ogni no diventa s, cio si
approvano provvedimenti che si dovrebbero respingere (ita avverbio latino che
indica affermazione).
L'aggettivo convolto (v. 46) vuol dire probabilmente imbrattato di pece.
Il Santo Volto (v. 48) il crocifisso bizantino di legno nero custodito in una cappella
nella basilica di San Martino, a Lucca: le parole irriverenti del diavolo paragonano la
preziosa reliquia al volto del barattiere, tutto impiastricciato di pece nera.
I raffi (v. 52) sono gli uncini posti in punta ai bastoni dei Malebranche, mentre il
verbo accaffi (v. 54) significa arraffare, come fecero i barattieri in vita ( voce
dialettale e arcaica).
Al v. 55 cuoci plurale arcaico per cuochi.
Il v. 69 vuol dire che il mendico, assalito dai cani, si arresta e chiede l'elemosina dal
punto in cui si fermato, per paura.
Il verbo arruncigliarmi (v. 75) creazione di Dante da runcigli, i bastoni uncinati dei
diavoli.
I vv. 94-96 alludono alla resa del castello di Caprona del 1289, battaglia a cui
avrebbe preso parte anche Dante.
Quest'otta (v. 112) significa quest'ora ed un fiorentinismo come allotta per
allora.
Le boglienti pane (v. 124) sono le panie della pece, viscosa e appiccicosa ( forma
arcaica).

Inferno, Canto XXII


Argomento del Canto
I dieci diavoli dei Malebranche scortano Dante e Virgilio lungo l'argine della V Bolgia
dell'VIII Cerchio (Malebolge). Incontro con Ciamplo di Navarra, uno dei barattieri,
che indica altri dannati (frate Gomita e Michele Zanche). Inganno di Ciamplo ai
danni dei diavoli. Fuga dei due poeti.
la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, tra le sette e le otto.
Dante e Virgilio camminano coi diavoli (1-30)
Dante commenta lo sconcio segnale di Barbariccia osservando che ha gi visto
cavalieri mettersi in marcia, attaccare battaglia o battere in ritirata, e ha visto
cavalieri compiere scorribande e giostrare in tornei, obbedendo a segnali fatti con
trombe, tamburi, campane, fuochi: mai, per, ha sentito un segnale come quello
scurrile prodotto dal diavolo. Dante e Virgilio procedono guidati dai Malebranche,
mentre il poeta osserva la pece cercando di scorgere i peccatori all'interno. Ne vede
alcuni che ermergono solo con il dorso, come i delfini quando nuotano in mare nelle
vicinanze delle navi, pronti a tornare sotto quando si avvicina Barbariccia (li

paragona anche a delle rane che sporgono dall'acqua solo il muso e tengono il resto
del corpo nascosto).
Ciamplo di Navarra (31-63)
Uno dei dannati meno rapido di altri a tornare sotto la pece e Graffiacane, che gli
proprio di fronte, lesto ad afferrarlo per i capelli con l'uncino e a tirarlo su come
una lontra (Dante conosce i nomi dei dieci diavoli perch ha sentito Malacoda
mentre li nominava). Tutti i demoni esortano Rubicante a scuoiare il dannato con gli
artigli, ma Dante chiede a Virgilio se pu domandare al malcapitato quale sia il suo
nome. Virgilio si avvicina e glielo chiede, quindi il dannato risponde di essere
originario del regno di Navarra, nato da uno scialacquatore suicida e posto dalla
madre a servizio di un signore. Dice di essere stato alla corte di re Tebaldo II, dove
commise molte baratterie che gli hanno causato la dannazione. Il suo racconto
interrotto da Ciriatto che lo azzanna, ma poi Barbariccia lo protegge con le braccia e
intima ai compagni di lasciarlo a lui perch lo infilzi con l'uncino. Il diavolo si rivolge
a Virgilio e lo esorta a chiedere altro al dannato, prima che venga straziato.
Altri barattieri: frate Gomta e Michel Zanche (64-93)
Virgilio si affretta a domandare al dannato se con lui ci siano degli italiani e lui
risponde che si separato da poco da un barattiere, rammaricandosi di essere finito
tra gli uncini dei Malebranche. Libicocco impaziente e colpisce il dannato con
l'uncino, straziandogli un braccio; anche Draghignazzo lo ferisce alle gambe, ma
Barbariccia intima loro con un'occhiataccia di star fermi. I diavoli si acquietano e
Virgilio domanda al dannato chi sia il compagno di pena da cui si separato. Il
barattiere risponde che frate Gomta, governatore della Gallura e maestro di
inganni, che ebbe in suo potere i nemici del suo signore (Nino Visconti) e li liber in
cambio di denaro, non tralasciando di compiere altre baratterie. Insieme a lui c'
anche Michel Zanche, gi governatore di Logudoro, che parla sempre della
Sardegna con il frate. Il dannato direbbe di pi, ma teme che uno dei Malebranche
(Farfarello) sia pronto a infliggergli tormenti.
L'inganno di Ciamplo (94-132)
Barbariccia si rivolge a Farfarello e lo invita bruscamente a farsi in l, quindi il
dannato pieno di timore dice che se Dante e Virgilio vogliono vedere dei toscani e
dei lombardi tra i barattieri lui potr richiarmarli con un segnale convenuto, purch i
demoni stiano un po' indietro. Cagnazzo scuote il capo e afferma che questo un
inganno escogitato dal peccatore per cavarsi d'impaccio, ma il barattiere ribatte che
sarebbe davvero troppo malizioso a mettere in piedi una beffa per accrescere la
pena dei suoi compagni. Alichino minaccia il navarrese che, se tenter di scappare,
lo inseguir volando e non correndo, quindi esorta gli altri diavoli a lasciarlo libero e
a nascondersi dietro l'argine che strapiomba nella VI Bolgia, in modo che i dannati
nella pece non possano vederli. Tutti i demoni obbediscono ad Alichino e lasciano il
navarrese, che ne approfitta per saltare via e immergersi sotto la pece. I
Malebranche si pentono dell'errore e Alichino si getta all'inseguimento volando sulla
superficie della pece, non riuscendo per ad afferrare il dannato come il falcone non
riesce a ghermire l'anatra che si immerge sott'acqua.

La zuffa dei demoni (133-151)


Calcabrina, infuriato contro Alichino, vola verso di lui per azzuffarsi col compagno e
non appena il dannato sparito sotto la pece rivolge gli artigli contro il demone, che
per lesto a difendersi e ad artigliarlo a sua volta. I due finiscono dentro la pece
bollente, dove il calore li induce subito a separarsi, ma la pece imbratta loro le ali e
impedisce di levarsi in volo. Barbariccia, infuriato, manda quattro dei suoi in volo
sull'altro argine e li dispone in punti precisi con gli uncini, per permettere a Alichino
e Calcabrina di levarsi dalla pece che li invischia. Dante e Virgilio ne approfittano
per scappare.
Interpretazione complessiva
Il Canto il seguito ideale della commedia degli inganni iniziata in quello
precedente, che si arricchisce in questo secondo episodio di un nuovo protagonista
( Ciamplo di Navarra, il barattiere che finisce tristemente tra le grinfie dei
Malebranche e riesce a sfuggire loro con un inganno). In effetti proprio l'imbroglio
il tema dominante nella descrizione della V Bolgia, il che non stupisce se si pensa
che i barattieri erano in fondo dei truffatori che approfittarono del loro ruolo
pubblico per arraffare quattrini: si discusso se tra loro Dante includa anche i
semplici truffatori che non ricoprirono magistrature, ma tutti quelli nominati nei
Canti XXI-XXII sono legati a qualche ufficio pubblico e del resto la baratteria era un
delitto strettamente connesso con le cariche comunali (Dante stesso fu accusato di
ci dai Guelfi Neri nel 1302). Nell'episodio precedente era stato Malacoda a
ingannare Virgilio, mentre qui sar l'astuto Ciamplo a farsi beffe dei Malebranche
per scampare alle loro angherie; a loro volta Dante e Virgilio approfitteranno
dell'accaduto per allontanarsi, riuscendo poi (all'inizio del Canto XXIII) a gettarsi
nella Bolgia seguente dove i diavoli per decreto divino non possono inoltrarsi.
I versi iniziali sono un commento allo sconcio segnale con cui Barbariccia ha dato
inizio alla marcia, che viene definito diversa cennamella (era uno strumento a
canna, usato per i segnali militari) ed ironicamente paragonato alle ben diverse
segnalazioni che si usano in campo bellico. La terminologia militare un preciso
riferimento alle battaglie cui Dante aveva preso parte (gi in XXI, 94-96 c'era un
accenno all'assedio di Caprona) e indica che l'esercito dei Malebranche
sghangherato e grottesco, cosa che sar dimostrata dal modo ridicolo con cui si
lasceranno beffare. L'esordio anche una parentesi stilisticamente elevata, che
apre un Canto dominato invece da un linguaggio crudo, dai suoni aspri e
dall'atmosfera violentemente comico-realistica.
Il dato pi interessante offerto dalle metafore animalesche, che ricorrono assai di
frequente nei versi successivi: i barattieri che si celano sotto la pece sono
paragonati prima a delfini, poi a rane che sporgono il muso dall'acqua; Ciamplo,
afferrato da un diavolo, viene tirato in secca come una lontra; Rubicante esortato
a scuoiarlo con gli unghioni, come una belva affamata; Ciriatto descritto come
un cinghiale (porco) cui esce di bocca una zanna per lato; Ciamplo paragonato a
un topo venuto a trovarsi tra male gatte; Barbariccia si rivolge a Fafarello
chiamandolo malvagio uccello; Alichino che non riesce ad afferrare il dannato
paragonato a un falcone che non riesce a ghermire un'anatra sul pelo dell'acqua e

poi a uno sparvier grifagno (pronto per la caccia) quando si azzuffa con Calcabrina; i
due, invischiati nella pece, sono detti impaniati, vocabolo venatorio. I termini
animaleschi non sono rari nella rappresentazione dell'Inferno, ma qui conferiscono
un tono grottesco e degradato a tutto lo spettacolo, sottolineando da un lato la
misera condizione dei dannati alla merc dello strazio dei demoni, dall'altro la tetra
bestialit dei Malebranche che si credono astuti ma saranno incredibilmente beffati
dal barattiere.
E in effetti tutta la scena paragonabile a una farsa, in cui prevalgono i toni
burleschi e un feroce sarcasmo che colpisce i vari protagonisti (Dante stesso parla
di ludo, ovvero rappresentazione teatrale): Ciriatto azzanna il dannato facendogli
sentire come una sola zanna sdruscia, squarciandone le carni; Barbariccia definito
pomposamente decurio e gran proposto, facendo ironia sul fatto che il diavolo lo
scalcinato caporione di una malandata squadraccia; Ciamplo dice che Farfarello
pronto a grattargli la tigna, espressione volgare che significa picchiare; i due
diavoli che finiscono nella pece sono subito separati dal caldo, mentre poi si dir
che sono cotti dentro da la crosta, proprio come i dannati che Virgilio aveva definito
nel Canto precedente lessi dolenti. Metafore culinarie si intrecciano con termini rari
o popolari, dai suoni aspri e gutturali, come accapriccia, arruncigli, sdruscia, in
cesso, rintoppo, buffa: qualcosa di simile avverr anche nel Canto XXX durante la
descrizione dei falsari e delle loro orribili malattie, nonch della rissa tra Sinone e
Mastro Adamo che Dante si attarder a osservare venendo poi aspramente ripreso
da Virgilio. Qui la zuffa tra i demoni l'occasione propizia di cui i due poeti
approfittano per allontanarsi, il che dimostra una volta di pi la goffa stupidit dei
Malebranche che (similmente ad altre figure diaboliche dell'Inferno dantesco) non
hanno nulla di veramente spaventoso, ma sono ridotti a una dimensione burlesca e
parodica tipica della letteratura medievale e lontanissima dalla rappresentazione
fascinosa e sinistra che del demonio offrir in seguito tanta letteratura moderna,
sino ai giorni nostri.
Note e passi controversi
I vv. 4-5 alludono alla battaglia di Campaldino del 1289 tra Guelfi fiorentini e
Ghibellini aretini, cui prese parte lo stesso Dante; nel Canto precedente aveva fatto
riferimento all'assedio di Caprona dello stesso anno.
I vv. 14-15 (ne la chiesa / coi santi, e in taverna coi ghiottoni) allude a un detto
proverbiale, citato anche da poeti comici come l'Angiolieri.
I vv. 19-21 fanno riferimento a una nota credenza popolare, per cui si riteneva che i
delfini nuotassero vicini alle navi per avvisare i marinai dell'arrivo di una tempesta.
L'espressione e poi ch'e' si chiamaro (v. 39), riferita ai demoni, significa
probabilmente quando che si chiamarono l'un l'altro, mentre altri intendono
dopo che furono chiamati da Malacoda.
Il porco cui paragonato Ciriatto (v. 56) sicuramente il porco selvatico, ovvero il
cinghiale.

Il v. 59 (ma Barbariccia il chiuse con le braccia) pu voler dire che il diavolo tenga
fermo con le braccia il dannato, nel qual caso il v. 123 (e dal proposto lor si sciolse)
vorrebbe dire che egli si divincol dal loro capo, cio Barbariccia stesso; altri
intendono che il demone si limiti ad allargare le braccia per allontanare i compagni,
quindi il v. 123 vorrebbe dire che Ciamplo si sottrasse ai loro propositi, ipotesi
per la verit un po' troppo sottile.
Al v. 88 donno titolo onorifico di Michel Zanche, sinonimo di messere (al v. 83
vuol dire invece signore).
Grifagno (v. 139) termine della falconeria e indica lo sparviero adulto, pronto per
la caccia.
L'espressione dentro da la crosta (v. 150) pu significare dentro, oltre la pelle
indurita dalla cottura, oppure, meglio, dentro la superficie vischiosa della pece.

Inferno, Canto XXIII


Argomento del Canto
Dante e Virgilio scampano ai Malebranche. Visione della VI Bolgia dell'VIII Cerchio
(Malebolge), in cui sono puniti gli ipocriti. Incontro con Catalano dei Malavolti e
Loderingo degli Andal. Visione di Caifas. Catalano svela l'inganno di Malacoda e
indica come accedere alla Bolgia seguente.
la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le nove.
Fuga di Dante e Virgilio nella VI Bolgia (1-57)
Dante e Virgilio procedono soli lungo l'argine della V Bolgia, silenziosi come frati
minori, mentre Dante pensa alla favola della rana e del topo e trova analogie con la
zuffa dei Malebranche cui ha appena assistito. Il poeta pensa a questo punto ai
demoni, che la beffa subita potrebbe aver reso furiosi, per cui teme che possano
inseguirli per vendicarsi. Dante si sente arricciare i peli dalla paura e manifesta a
Virgilio il timore che i diavoli siano gi alle loro calcagna, e il maestro risponde che il
suo pensiero lo stesso e che ha letto bene questa paura nella mente del discepolo.
Virgilio aggiunge che potranno calarsi nella VI Bolgia se il pendio che vi conduce non
troppo ripido, in modo da sfuggire alla caccia dei diavoli.
Virgilio non ha neppure terminato la frase, quando Dante vede i Malebranche volare
verso di loro per afferrarli. Il maestro, con la stessa sollecitudine con cui una madre
afferra il figlioletto e lo porta fuori dalla casa in fiamme, in piena notte, pur vestendo
solo una camicia, afferra prontamente Dante e insieme a lui si cala lungo il pendio
che porta alla VI Bolgia, stando supino e reggendo il discepolo sul petto con l'amore
di un padre. I due giungono rapidissimi sul fondo della Bolgia, proprio nell'attimo in
cui i Malebranche giungono in cima all'argine: i demoni non possono proseguire
oltre, per un decreto divino che vieta loro di uscire dalla Bolgia che gli stata
assegnata.
Gli ipocriti (58-72)
Sul fondo della Bolgia trovano dei dannati che procedono con estrema lentezza e
piangendo, con aspetto incredibilmente stanco (sono gli ipocriti). Indossano delle
pesanti cappe con bassi cappucci, della stessa foggia dei monaci cluniacensi, dorate
all'esterno e fatte di piombo all'interno, tanto pesanti che quelle di Federico II
sembrano paglia al confronto. I due poeti si volgono a sinistra e procedono insieme
ai dannati, ma quelli sono tanto lenti che Dante e Virgilio li superano ad ogni passo.
Catalano e Loderingo (73-108)
Dante invita Virgilio a osservare i dannati per trovarne qualcuno di cui lui possa
riconoscere il volto o il nome, e uno di loro (che ha sentito l'accento del poeta) si
rivolge a lui esortandolo a fermare il passo, perch forse sar lui a soddisfare la sua
richiesta. Virgilio si rivolge a Dante e lo invita a rallentare, in modo da adeguare il
suo passo a quello dei dannati. Dante obbedisce e vede due peccatori che mostrano
col volto una gran voglia di affrettarsi a raggiungerlo, ma sono ritardati dalle pesanti

cappe e dalla via stretta. Quando raggiungono i due poeti, i dannati scrutano a
lungo Dante e osservano che sembra vivo, mentre se lui e Virgilio sono morti si
chiedono per quale privilegio sono privi delle cappe. Quindi si rivolgono a Dante e
gli chiedono chi sia: il poeta risponde di essere nato e cresciuto a Firenze e di essere
effettivamente ancor vivo, poi chiede loro chi sono e qual la pena che sono
costretti a subire. Uno di loro risponde che le cappe all'interno sono di piombo,
talmente pesanti da provocare in loro dolore e lacrime. Dichiara poi di essere stato
come il compagno un frate godente, e dice che i loro nomi sono rispettivamente
Catalano e Loderingo, chiamati da Firenze a governare la citt come singoli
magistrati. Si comportarono in modo tale, aggiunge, che la loro opera ancora
visibile presso il Gardingo (punto dove sorgevano le case fatte abbattere dai due).
Caifas e il suocero Anna (109-126)
Dante sta per rivolgere ancora la parola ai due dannati, quando vede
improvvisamente uno spirito crocifisso a terra e legato a tre pali. Quando il dannato
lo vede, inizia a storcersi tutto e a soffiare tra i peli della barba, mentre frate
Catalano spiega che si tratta di Caifas, il sommo sacerdote che consigli ai Farisei il
martirio di Cristo col pretesto di giovare al popolo. Catalano spiega inoltre che
Caifas inchiodato a terra, di traverso alla via della Bolgia, per cui inevitabile che
gli altri dannati passando lo calpestino. Alla stessa pena condannato anche suo
suocero Anna, insieme agli altri membri del Sinedrio che condannarono Ges. Dante
nota che Virgilio molto meravigliato di vedere Caifas, e lo osserva particolarmente
stupito.
Catalano svela l'inganno di Malacoda (127-148)
Virgilio chiede a Catalano di indicare loro se possano trovare una via per uscire dalla
Bolgia senza che qualcuno dei Malebranche debba venire a tirarli fuori. Il dannato
risponde spiegando che c' un ordine di ponti rocciosi che sovrasta tutte le Bolge,
ma interrotto al di sopra della VI: i due potranno trovare un mucchio di rocce
crollate sul fondo del fossato, che formano un pendio meno ripido e potranno essere
scalate. Virgilio riflette un attimo pensieroso, poi osserva che Malacoda gli aveva
dunque raccontato una bugia. Catalano ribatte di aver udito a Bologna che il diavolo
ha molti vizi, tra cui spicca proprio la menzogna. Virgilio a questo punto si allontana
a gran passi e con aria adirata, seguito da Dante che si affretta a tener dietro al suo
cammino.
Interpretazione complessiva
Il Canto costituisce una sorta di pausa narrativa dopo il concitato episodio dei
Malebranche e prima dei Canti XXIV-XXV dedicati alle mostruose metamorfosi della
Bolgia dei ladri, in cui lo stile torner ad essere retoricamente elevato. possibile
suddividerlo in tre parti, che mostrano rispettivamente la fuga dei due poeti dai
Malebranche, la pena degli ipocriti nella VI Bolgia, lo svelamento dell'inganno di
Malacoda.
L'apertura assai lenta in confronto alla movimentata conclusione del Canto
precedente, con i due poeti che procedono soli e in silenzio sull'argine, simili a due

frati minori (l'ambiente monastico sar molto presente nell'episodio, specie riguardo
agli ipocriti). Dante a temere improvvisamente il ritorno dei diavoli in cerca di
vendetta, pensiero che anche Virgilio ha avuto e ha al contempo letto nella mente di
Dante: il maestro osserva che il discepolo per lui un libro aperto, tanto che se
fosse uno specchio non rifletterebbe meglio la sua immagine esteriore (al contrario
dunque degli ipocriti, che invece furono abili a dissimulare i loro pensieri sotto
mentite spoglie). L'arrivo dei Malebranche non si fa attendere e Virgilio non esita ad
afferrare Dante e a calarsi con lui nella VI Bolgia, proteggendolo come un padre e
come una madre amorevole, come altre volte ha gi fatto e far nel corso della
discesa infernale.
Nella Bolgia i due trovano gli ipocriti, costretti a camminare lentissimi sotto il peso
di pesanti cappe di piombo, dorate all'esterno e simili nella foggia alle tonache dei
monaci cluniacensi. Chiaro il contrappasso, dal momento che una pseudoetimologia della parola ipocrita attestata nel Due-Trecento la faceva derivare da
ypo e crisis, cio colui che sotto un'apparenza dorata cela tutt'altro. Le cappe
alludono ovviamente anche ai monaci, tra cui l'accusa di ipocrisia a fini politici era
molto diffusa, e non quindi casuale che tra i dannati Dante includa due frati
godenti, Catalano e Loderingo che furono chiamati da Bologna a Firenze per mettere
pace tra Guelfi e Ghibellini dopo il 1266, ma finirono per diventare strumento della
politica del papa e decretarono esili e confische a danno dei Ghibellini sconfitti.
Particolare la descrizione di questi dannati, che camminano in effetti insieme
come tanti monaci in un convento, parlano tra loro a bassa voce e guardano bieco,
in modo obliquo da sotto il cappuccio di piombo proprio come in vita non
guardarono negli occhi le vittime della loro ipocrisia.
C' un altro gruppo di dannati della Bolgia, crocifissi e inchiodati a terra dove tutti
gli altri li calpestano camminando: sono Caifas, il suocero Anna e gli altri sacerdoti
del Sinedrio che condannarono a morte Ges, colpevoli di ipocrisia in quanto
consigliarono il martirio col pretesto di giovare al popolo ebraico mentre ci fu causa
di enorme dolore e sciagure, a cominciare dalla diaspora (cfr. Par., VI, 82-90 e VII, 19
ss.). Anche qui trasparente il contrappasso, visto che sono crocifissi al suolo e
destinati ad essere calpestati dagli altri, mentre molto meno chiaro il motivo dello
stupore di Virgilio nel vedere Caifas, peraltro il solo ad essere mostrato: alcuni
hanno osservato che il dannato non era ovviamente presente durante la prima
discesa infernale del poeta latino, avvenuta prima della morte di Cristo, ma questo
vale per molti altri dannati e non spiega la reazione della guida di Dante, dietro cui
si cela forse un recondito significato allegorico.
L'ultima parte del Canto si ricollega all'episodio dei Malebranche, con Catalano che
(non senza una certa maligna ironia) prima spiega a Virgilio che tutti i ponti che
sovrastano la Bolgia sono crollati, poi osserva che il diavolo ricettacolo di ogni
vizio ed padre di menzogna, come lui ha sentito dire nella sua citt, Bologna.
Ironica l'indicazione della dotta Bologna come sede dell'Universit e di famose
scuole teologiche, a voler sottolineare l'ingenuit di Virgilio che si fatto beffare dai
demoni; la reazione del maestro irosa e stizzita, mostrandocelo in una veste del
tutto inedita che conclude degnamente l'episodio comico-realistico dei due canti
precedenti. Va osservato infine che il crollo dei ponti il giorno della morte di Cristo

proprio sulla Bolgia degli ipocriti non pu essere casuale, dal momento che la fossa
avrebbe poi ospitato i sacerdoti che quella morte avevano in qualche modo
decretato, il che pu essere considerata parte del loro contrappasso.
Note e passi controversi
La favola d'Isopo citata ai vv. 4-9 un racconto appartenente al Liber Esopi,
attribuito a un Galtierus Anglicus molto noto nel Medioevo, in cui si narra di un topo
che chiese a una rana di aiutarlo ad attraversare un corso d'acqua; la rana accett
ma leg una sua zampa a quella del topo col proposito di farlo annegare, salvo che
poi il topo fu ghermito da un nibbio che trascin via anche la rana. Non sembra
esserci una gran somiglianza tra la favola e l'episodio del Canto precedente, a parte
il fatto che l'inganno di Ciamplo ricorda quello della rana e che l'imbroglio finisce in
un danno (non per il dannato ma per i diavoli).
Il piombato vetro (v. 25) lo specchio, cui Virgilio si paragona per dire che legge
perfettamente nella mente di Dante.
Il molin terragno (v. 47) un mulino di terra, che a differenza di quelli costruiti sui
fiumi erano fatti girare da canali e condotti in cui l'acqua scorreva molto veloce.
Il v. 63 allude certamente all'abbazia di Cluny in Francia, anche se alcuni mss.
leggono in Colonia come riferimento ai monaci tedeschi, che indossavano cappe
molto ampie.
Il v. 66 allude alla credenza per cui Federico II di Svevia puniva i colpevoli di lesa
maest rivestendoli di una cappa di piombo e ponendoli poi in una caldaia sul fuoco
(si tratta quasi certamente di una diceria messa in circolazione dai Guelfi).
Frate Catalano riconosce Dante come fiorentino dalla parola tosca, dall'accento, e
poi lo apostrofa con l'espressione O Tosco..., in modo analogo a Farinata Degli Uberti
(X, 22-27): la cosa non forse casuale, dal momento che Catalano e Loderingo
condannarono molti Ghibellini della stessa parte politica di Farinata e fecero
abbattere le case degli Uberti vicino al palazzo della Signoria, come lo stesso
dannato ricorda con l'accenno al Gardingo (v. 108).
La mala sementa che l'azione di Caifas e degli altri sacerdoti ha causato al popolo
ebraico allude alla distruzione del Tempio da parte dei Romani e alla diaspora,
considerate dalla Chiesa medievale come la giusta punizione per il deicidio.
Al v. 144 Catalano cita Giovanni, VIII, 44: quia mendax est et pater eius [mendacii]
(perch mendace e padre della menzogna).

Inferno, Canto XXIV


Argomento del Canto
Dante e Virgilio si arrampicano lungo l'argine della VI Bolgia e giungono nella VII
Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge),in cui sono puniti i ladri. Incontro con Vanni Fucci,
che profetizza a Dante le vicende del suo esilio.
la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, tra le dieci e le undici.
Sgomento e conforto di Dante (1-21)
Dante stupito nel vedere Virgilio corrucciato per le parole di Catalano, come il
contadino che alla fine dell'inverno si alza al mattino e vede la terra coperta di
brina, la scambia per neve ed disperato, poi per si accorge che la brina si
sciolta e, riconfortato, esce contento a pascolare le bestie. Allo stesso modo, infatti,
il maestro ha fatto preoccupare Dante che lo ha visto turbato, ma non appena i due
giungono alla rovina del ponte roccioso Virgilio si rivolge al discepolo con la stessa
dolcezza dimostrata ai piedi del colle.
Ascesa sull'argine della VII Bolgia (22-60)
Virgilio osserva con attenzione la rovina, poi apre le braccia e sorregge Dante
aiutandolo nella salita, spingendolo cio verso uno spuntone di roccia cui possa
aggrapparsi e dandogli preziose indicazioni su come proseguire. La via impervia,
tale che i due possono a malapena compiere la scalata, aiutati dal fatto che le
Malebolge sono un piano inclinato verso il pozzo centrale e quindi la sponda interna
di ogni Bolgia meno ripida e pi corta di quella esterna. Con enormi sforzi i due
poeti raggiungono la sommit dell'argine e Dante senza respiro, al punto che si
siede appena arrivato. Virgilio lo rimprovera dicendogli che non si raggiunge la fama

stando seduto o sotto le coperte, e senza fama la vita di un uomo destinata a


passare come fumo nell'aria e schiuma nell'acqua. Lo esorta ad alzarsi e a vincere la
sua stanchezza, dal momento che essi devono compiere una ben pi ardua salita
(fino al cielo). Le parole del maestro hanno l'effetto di scuotere Dante, che si alza e
si dice pronto a proseguire il cammino.
La Bolgia dei ladri (61-96)
I due poeti prendono il ponte che sovrasta la VII Bolgia, assai pi stretto e
disagevole di quello percorso sopra la V Bolgia. Dante parla per non apparire troppo
stanco, ma a un tratto sente una voce proveniente dalla Bolgia, che pronuncia
parole incomprensibili. Dante gi arrivato al punto pi alto del ponte e anche da l
non capisce quello che sente, salvo che chi sta parlando sembra si stia muovendo.
Guardando nel fondo della Bolgia non vede nulla per l'oscurit, quindi prega Virgilio
di raggiungere l'argine che separa la Bolgia dalla successiva e il maestro volentieri
acconsente. I due percorrono tutto il ponte sino all'argine tra la VII e l'VIII Bolgia e
da qui Dante pu vedere che la fossa piena di orribili serpenti, tutti diversi tra loro,
e lo spettacolo cos spaventoso da fargli ancora paura al ricordarlo. Il deserto di
Libia non produce rettili pi numerosi e orrendi di quelli, n l'Etiopia o l'Arabia. In
questo ammasso di serpenti corrono dannati nudi e terrorizzati (i ladri), con le mani
legate dietro la schiena da serpi che insinuano il capo e la coda attorno ai fianchi,
annodandosi davanti al ventre.
Apparizione di Vanni Fucci (97-126)
Un dannato assalito da un serpente, che lo morde sulla nuca: lo sventurato arde e
in un batter d'occhio si trasforma in cenere, per poi cadere a terra, raccogliersi e
tramutarsi di nuovo nella stessa figura di prima, in modo assai simile a ci che si
narra della fenice che muore e rinasce ogni cinquecento anni. Il peccatore si rialza e
ha l'aria sgomenta, come colui che cade a terra vittima di un'ossessione diabolica o
di una paralisi. Virgilio gli chiede chi sia e il dannato risponde di essere finito l dalla
Toscana poco tempo prima. Il suo nome Vanni Fucci e Pistoia la citt in cui
nato, vivendo un'esistenza degna di una bestia.
Profezia della sconfitta dei Guelfi Bianchi (127-151)
Dante prega Virgilio di dire al dannato di non scappare e di chiedergli quale colpa lo
abbia condotto all'Inferno, dal momento che il poeta crede di averlo conosciuto in
vita. Il peccatore sente le parole di Dante e non si nasconde, rivolgendo a lui il viso
con vergogna; poi dichiara di dolersi pi del fatto di essere visto da lui in questa
misera condizione che non di aver perso la vita. Non potendo negare una risposta a
Dante, afferma di scontare il furto degli arredi sacri nel duomo di Pistoia, falsamente
attribuito ad altri. Poi ingiunge al poeta di ascoltare il suo annuncio, perch una
volta tornato sulla Terra non goda di averlo visto tra i dannati: profetizza che prima
Pistoia caccer i Guelfi Neri, poi Firenze far lo stesso coi Bianchi e poco dopo una
tempesta uscita dalla Lunigiana (Moroello Malaspina) conquister Pistoia e con essa
l'ultimo caposaldo dei Bianchi fiorentini. Vanni conclude la profezia precisando che
ha detto tutto ci per fare del male a Dante.
Interpretazione complessiva

Il Canto dedicato alla presentazione della Bolgia dei ladri, la cui descrizione
occuper anche il Canto successivo e sar caratterizzata da uno stile
particolarmente ricercato, specie nel descrivere le metamorfosi dei dannati.
Protagonista dell'episodio Vanni Fucci, che per compare solo nella seconda parte
del Canto e all'inizio del successivo, mentre buona parte del XXIV occupato dal
percorso di avvicinamento alla VII Bolgia in un crescendo che culmina nelle parole
irose del ladro pistoiese.
Il Canto si apre coi due poeti ancora nella VI Bolgia, dopo che Virgilio ha appreso
dell'inganno di Malacoda e si duole di essere stato beffato. La similitudine
dell'esordio paragona lo sgomento di Dante di fronte al maestro a quello del
contadino che una mattina di fine inverno scambia la brina per neve, disperandosi
per i propri animali e poi rincuorandosi quando capisce il proprio errore; lo stesso
accade a Dante quando vede Virgilio rasserenato, che anzi lo aiuta e lo sprona a
scalare la rovina di rocce per guadagnare la sommit dell'argine. un'ascesa ardua
e sfiancante, specie per Dante che ha un corpo in carne ed ossa, ma il maestro lo
esorta a proseguire perch non si guadagna la fama restanto sotto coltre
(naturalmente la fama positiva, che si acquista con azioni onorevoli, al contrario di
quella dei ladri che si sono macchiati di colpe infamanti: non a caso Vanni Fucci si
lamenter proprio di essere visto da Dante nella miseria della dannazione). Virgilio
accenna anche al seguito del viaggio dantesco che dovr salire pi lunga scala, fino
al Paradiso Terrestre dove lo attende Beatrice, il che ovviamente riempie Dante di
buoni propositi e indica che il percorso del poeta illuminato dalla grazia.
La seconda parte del Canto mostra la Bolgia dei ladri, dalla quale provengono voci
incomprensibili e in cui Dante non vede nulla per l'oscurit. come se il poeta
volesse creare nel lettore l'attesa per lo spettacolo orribile della fossa, che infatti
viene mostrato solo dal v. 81: un groviglio spaventoso di serpenti, quale neppure il
deserto di Libia, Etiopia o Arabia potrebbe eguagliare (l'accenno alla Libia
preannuncia la gara poetica che Dante far con Lucano nel Canto seguente, poich
nel Bellum civile il poeta latino aveva descritto i serpenti del deserto africano
attraversato dai soldati di Catone, vittime anch'essi di orrende metamorfosi). Vanni
Fucci compare nei versi finali, ma ancora una volta senza una presentazione diretta,
creando maggiore attesa: il dannato subisce una trasformazione, quindi Virgilio
(su invito di Dante) a chiedere il suo nome. La prosopopea del ladro quale
possiamo attenderci da un personaggio simile, improntata all'ira e alle metafore
animalesche: Vanni dice di essere piovuto da poco dalla Toscana in questa gola
fiera, di aver amato una vita bestial... e non umana, di essere stato una bestia e un
mulo, cio un bastardo (pare che bestia fosse il suo soprannome), di aver avuto
Pistoia come tana. La sua figura in parte simile a quelle di Farinata e Capaneo in
quanto anch'essi disdegnavano la giustizia divina, ma il ladro si mostra ancor pi
furente e dominato dall'ira e, soprattutto, si duole di essere visto da Dante in questa
miserabile condizione. Vanni non ha dunque nulla della grandezza tragica di quei
personaggi e sfoga tutto il suo malanimo verso Dante, specie per essere costretto a
rispondere alla sua domanda e svelare quale peccato lo abbia condotto l, cio il
furto degli arredi sacri nel duomo di Pistoia che falsamente era stato attribuito ad

altri (come sempre il racconto dantesco svela la verit della condizione ultraterrena,
ristabilendo la verit e attribuendo le giuste responsabilit ad ognuno).
La conclusione in linea con il tono dell'episodio, in quanto Vanni predice a Dante le
future sciagure dei Guelfi Bianchi negli anni del suo esilio per procurargli dolore (per
il fatto che Dante lo ha visto l e perch Vanni era Guelfo Nero, quindi avversario
politico del poeta). Qualcosa di simile aveva fatto anche Farinata, ma qui siamo
molto lontani dalla compostezza e dalla dignit del capo ghibellino: Vanni predice in
modo oscuro e minaccioso la presa di Pistoia da parte di Moroello Malaspina nel
1306, paragonandolo a un fulmine avvolto da nubi oscure che verr dalla Lunigiana
a combattere i Bianchi nel Pistoiese, fino a colpirli tutti e a rendere impossibile il
rientro degli esuli di parte Bianca a Firenze. La profezia finale si ricollega in parte
alla similitudine iniziale, che spiegava la disperazione di Dante per l'incertezza sul
prosieguo del viaggio (per l'atteggiamento di Virgilio) e poi il conforto, mentre qui
sono le parole di Vanni a gettare un'ombra di inquietudine sul futuro del poeta come
gi aveva fatto Farinata. Allora Virgilio aveva confortato Dante preannunciadogli che
Beatrice gli avrebbe spiegato ogni cosa, mentre qui durante l'ascesa il maestro
aveva ricordato a Dante che lui giunger nell'Eden, dove sar proprio la donna ad
attenderlo; l'accenno alla fama non dunque casuale, essendo Dante destinato ad
ottenerla grazie a ci che scriver nel poema, come del resto in Paradiso gli verr
spiegato da Cacciaguida dopo avergli chiarito ogni dubbio sul suo destino personale.
Le profezie dell'esilio nell'Inferno
Sono in tutto quattro, affidate a personaggi molto diversi tra loro e riguardanti
aspetti diversi della vicenda biografica di Dante; come anche quelle del Purgatorio,
hanno in comune il carattere poco chiaro e oscuro, che render necessaria la chiosa
di Cacciaguida nel Canto XVII del Paradiso.
La prima quella di Ciacco (VI), che risponde alle domande di Dante sul destino
politico di Firenze e spiega che Bianchi e Neri si combatteranno, coi Bianchi che
dapprima prevarranno ma poi saranno cacciati dai Neri di l a pochi anni, alludendo
al colpo di mano operato da Carlo di Valois che rovescer i Bianchi nel 1301 e
provocher indirettamente l'esilio di Dante. La seconda, pi diretta, affidata a
Farinata Degli Uberti (X), che profetizza a Dante non l'esilio in s ma la sconfitta
nella battaglia della Lastra che nel 1304 impedir definitivamente ai fuoriusciti
fiorentini di rientrare in citt (quindi Dante sapr quanto pesa l'arte di non poter
tornare, come accadde ai Ghibellini del tempo del dannato). La terza messa in
bocca a Brunetto Latini (XV), l'ex-maestro di Dante che parla in tono pi affettuoso
ma non meno oscuro, predicendo che le sue buone azioni gli procureranno l'invidia
e l'ostilit dei fiorentini, Bianchi e Neri, ma lui sar lontano e non potr subire la loro
irosa vendetta. Infine quella di Vanni Fucci (XXIV), la pi enigmatica di tutte, che
allude alla presa di Pistoia (ultima roccaforte dei Bianchi) da parte del signore di
Lunigiana Moroello Malaspina, paragonato a un fulmine avvolto da nere nubi che
scatener una tempesta sul territorio pistoiese, tale da squarciare le nubi e colpire
ogni Guelfo Bianco; Moroello sar evocato, secondo Vanni, da Marte, dio della
guerra nonch primo protettore della citt di Firenze (il suicida del finale del Canto

XIII aveva detto che il dio pagano, per questo, avrebbe sempre rattristato i fiorentini
con la sua arte, cio la guerra).
Note e passi controversi
La prima terzina indica il periodo dell'anno appena iniziato in cui si sotto la
costellazione dell'Acquario e la durata della notte eguaglia quasi quella del giorno
(si vicini all'equinozio primaverile). Al v. 18 impiastro significa propriamente
medicina, quindi rimedio.
I vv. 34-40 spiegano la formazione delle Malebolge, il cui piano digrada verso il
pozzo centrale, quindi ogni fossa ha la parete esterna (verso l'alta ripa) pi alta e
ripida, quella interna (verso il pozzo) pi bassa e meno ripida.
La voce di cui si parla al v. 65 certo di uno dei ladri della Bolgia, ma non sicuro
che si tratti di Vanni Fucci che comparir poco dopo. Alcuni mss. leggono il v. 69 ma
chi parlava ad ira parea mosso, mentre la lezione a testo, pi difficile, indica che chi
parla sembra in movimento (nel senso che la voce sembra allontanarsi o
avvicinarsi).
I serpenti elencati ai vv. 86-87 (chelidri, iaculi, faree, cencri, anfisibene) sono tutti
citati da Lucano in Phars., IX, 710 ss.; il passo prelude alla gara poetica che Dante
far con lui e Ovidio nel Canto successivo.
L'elitropia era, secondo i lapidari medievali, una pietra dalle magiche virt, tra cui
quella di curare dal morso di serpente e di rendere invisibili chi si poneva sotto di
essa (cfr. Boccaccio, Dec., VIII, 3).
La pena dei ladri ha un contrappasso evidente, in quanto le serpi (animali
demoniaci, immagine del maligno che tent Eva) legano loro le mani dietro la
schiena; i dannati si trasformeranno essi stessi in serpenti, a sottolineare la natura
maligna e bifida del loro peccato.
La similitudine della fenice (vv. 106-111) tratta quasi letteralemente da Ovidio,
Met., XV, 392 ss.: Assyrii phoenica vocant; non fruge neque herbis, / sed turis
lacrimis et suco vivit amomi. / Haec ubi quinque suae complevit saecula vitae / ilicet
in ramis tremulaeque cacumine palmae / unguibus et puro nidum sibi construit
ore, / quo simul ac casias et nardi lenis aristas / quassaque cum fulva substravit
cinnama murra, / se superimponit finitque in odoribus aevum (Gli Assiri la
chiamano fenice; non si nutre di biada o d'erba, ma di lacrime di incenso e di succo
d'amomo. Essa, quando ha compiuto i cinque secoli di vita, si fabbrica un nido tra i
rami e sulla cima di una tremula palma con gli artigli e il becco immacolato, e qui,
non appena ha steso foglie di casia e leggere spighe di nardo e cinnamo trito con
bionda mirra, vi si sdraia sopra e muore tra i profumi)
I vv. 112-114 paragonano il ladro che si riprende dalla metamorfosi a chi svenuto
improvvisamente, a causa di un'ossessione diabolica o di una oppilazion,
un'ostruzione degli spiriti vitali che era prevista dalla fisiologia del tempo.
Il senso del verbo mucci (v. 127) probabilmente scappare, ma l'intepretazione
controversa.

Campo Piceno (v. 148) indica il territorio di Pistoia, cos detto per una errata
interpretazione di un passo di Sallustio (Cat., 57).

Inferno, Canto XXV


Argomento del Canto
Ancora nella VII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i ladri.
Incontro col centauro Caco. Dante e Virgilio vedono cinque ladri di Firenze, ovvero
Cianfa Donati, Agnello Brunelleschi, Buoso Donati, Puccio Sciancato e Fracesco dei
Cavalcanti; alcuni di loro subiscono orrende metaformosi.
la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso mezzogiorno.
Bestemmia di Vanni Fucci. Il centauro Caco (1-33)
Terminata la sua profezia, Vanni Fucci solleva le mani in un gesto scurrile e
pronuncia una bestemmia contro Dio, per cui una serpe gli si avvolge intorno al
collo e lo strozza, mentre un'altra gli lega le braccia in modo da impedirgli
qualunque movimento. Dante prorompe in una violenta invettiva contro Pistoia,
patria del ladro, che dovrebbe incenerirsi da s visto che ha dato i natali al dannato
pi superbo che il poeta abbia visto all'Inferno, persino pi di Capaneo. Vanni si
allontana e Dante vede avvicinarsi un centauro pieno d'ira, che insegue il ladro con
l'intenzione di punirlo. Il mostro ha sulle spalle un'incredibile massa di serpenti e un
drago che erutta fuoco contro chiunque incontri. Virgilio spiega a Dante che si tratta
di Caco, che spesso commise rapine e omicidi presso l'Aventino e non insieme ai
suoi fratelli centauri per il furto che comp ai danni di Ercole, che lo uccise a colpi di
clava.
I tre ladri fiorentini. Metamorfosi di Agnello Brunelleschi (34-78)
Mentre Virgilio parla e Caco si allontana, tre dannati vengono sotto i due poeti che
non se ne accorgono se non quando sentono uno dei tre chiedere loro a gran voce
chi siano. I due tacciono e li osservano: Dante non li riconosce, ma per caso uno dei
tre si chiede dove sia rimasto Cianfa e il poeta capisce che sono fiorentini, per cui
prega Virgilio di restare in silenzio. Ci che poi Dante descrive tale da suscitare
incredulit nel lettore, ma il poeta il primo ad avere dubbi nel riferire ci che ha
visto: un serpente a sei piedi si avventa su uno dei tre ladri e gli si aggrappa
attorno, aderendo al ventre coi piedi di mezzo e alle braccia con quelli anteriori,
mordendo poi entrambe le guance; appoggia i piedi posteriori alle cosce, mettendo
la coda in mezzo ad esse e distendendola su per la schiena. Il mostro aderisce al
dannato come l'edera abbarbicata a un albero, quindi i due esseri si scaldano e si
fondono in una sola creatura, proprio come il papiro cui si appicca il fuoco e che
cambia colore a poco a poco, passando gradualmente dal bianco al nero. Gli altri
due dannati osservano e dicono al compagno, Agnello Brunelleschi, che si sta
tramutando mirabilmente.
La metamorfosi prosegue e ormai i due esseri sono fusi in una sola creatura, con le
braccia umane e i piedi posteriori del serpente che diventano due membra, mentre

tutte le altri parti del corpo assumono un aspetto mai visto. Il mostro diventato
qualcosa di ben diverso dai due esseri originari e se ne va con passo lento.
Trasformazione del Guercio e di Buoso Donati (79-135)
D'improvviso un serpentello acceso d'ira, simile al ramarro che sotto il sole estivo
cambia siepe e attraversa la via come un fulmine, nero come un granello di pepe, si
avvicina al ventre degli altri due (il serpente Buoso Donati, gli altri sono il Guercio
e Puccio Sciancato) e trafigge il primo all'ombelico, cadendo disteso davanti a lui. Il
dannato resta istupidito, come assalito dalla febbre, guardandosi a vicenda col
serpente mentre esce del fumo dalla piaga del dannato e dalla bocca del serpente,
che si mescola. Lucano farebbe meglio a tacere, l dove nella Pharsalia narra delle
metamorfosi di Sabello e Nasidio, cos come Ovidio l dove nelle Metamorfosi
descrive la trasformazione di Cadmo e Aretusa rispettivamente in serpente e in
fonte, poich non ha mai narrato la contemporanea trasmutazione di due esseri
l'uno di fronte all'altro come si appresta a fare Dante. Infatti il serpente divide la
coda in due, l'uomo unisce i piedi e congiunge le cosce in modo tale che diventano
subito una cosa sola; la coda del serpente divisa in due prende forma di gambe
umane, ammorbidendo la pelle mentre quella dell'uomo si indurisce. Le braccia
dell'uomo si ritirano nelle ascelle, mentre i piedi del serpente si allungano e quelli
posteriori si uniscono a formare il membro virile, mentre quello dell'uomo si divide
in due. Uno si copre di peli, l'altro li perde; uno si alza e l'altro cade a terra, senza
per che entrambi smettando di fissarsi con gli occhi maligni. L'essere in piedi ritrae
il muso verso le tempie e fa uscire ai lati le orecchie, formando poi naso e labbra;
quello a terra sporge in avanti il muso e ritrae le orecchie, come la lumaca fa con le
corna, e divide in due la lingua mentre quella dell'altro si unisce.
Fine della metamorfosi e presentazione dei ladri (136-151)
Lo spirito trasformatosi in serpente striscia via sibilando, mentre l'altro divenuto
uomo lo insegue sputando e poi si volta verso il terzo ladro, dicendo di volere che il
compagno di pena, Buoso Donati, strisci come ha fatto lui fino a quel momento. Cos
Dante ha assistito alle mutazioni dei ladri della VII Bolgia, che la sua penna ha
descritto in modo forse imperfetto per la novit del tema; e anche se i suoi occhi
hanno osservato confusi quell'orribile spettacolo, non ha potuto fare a meno di
riconoscere Puccio Sciancato nel solo dannato che non ha subto metamorfosi,
mentre il serpente divenuto uomo Francesco dei Cavalcanti, detto il Guercio.
Interpretazione complessiva
Il Canto chiude l'ampia parentesi dedicata ai ladri della VII Bolgia dell'VIII Cerchio, in
cui Dante descrive le orribili trasformazioni subite da alcuni fiorentini e gareggia
orgogliosamente con i maggiori poeti classici che trattarono il tema, Lucano e
Ovidio. L'episodio si pu dividere in tre parti, che hanno come protagonisti Vanni
Fucci e Caco (vv. 1-33), Agnello Brunelleschi (34-78), Buoso e il Guercio che si
mutano nello stesso tempo (79-151).
L'apertura vede ancora il ladro di Pistoia che conclude la sua profezia di sventura
facendo un gesto osceno rivolto a Dio e pronunciando in modo empio il suo nome,

per cui i serpenti gli bloccano subito bocca e braccia. la degna conclusione
dell'episodio che ha per protagonista Vanni Fucci, definito da Dante il dannato pi
superbo da lui visto all'Inferno (persino pi di Capaneo, anche lui bestemmiatore ma
che non aveva pronunciato direttamente il nome di Dio come fa qui il ladro, cosa
che all'Inferno non avviene quasi mai). Il commento del poeta un'apostrofe contro
Pistoia, che anticipa quella contro Pisa di Inf., XXXIII, 151-153 e trae origine sia dagli
odi municipali che opponevano i Comuni del Trecento, sia dalla leggenda che voleva
Pistoia fondata dai superstiti dell'esercito di Catilina, per cui Dante osserva che la
citt supera 'n mal fare i suoi progenitori. Compare poi il personaggio di Caco che
sembra inseguire Vanni per punirlo ulteriormente: Virgilio a presentarlo,
descrivendolo come un centauro e spiegando che il suo destino diverso dai suoi
fratelli in quanto sconta il furto della mandria che Ercole aveva a sua volta sottratto
a Gerione, furto che l'eroe aveva punito uccidendolo. Caco molto probabilmente
un dannato e porta sulle spalle una gran massa di bisce e un drago che emette
fiamme, mentre la sua trasformazione in centauro crea non pochi problemi dal
momento che il personaggio nel mito classico (Eneide di Virgilio, Metamorfosi di
Ovidio) una specie di gigante che erutta fiamme e nulla ha a che fare coi centauri.
Pu darsi che Dante lo abbia associato ai centauri che una tradizione voleva uccisi
da Ercole anzich da Teseo, come peraltro Dante afferma in Purg., XXIV, 121-123,
oppure che all'origine vi sia la confusione di qualche commentatore medievale,
come potrebbe essere avvenuto per lo stesso Gerione. Non stupisce che sia
collocato in questa zona dell'Inferno, dato che Virgilio lo descrive appunto
nell'Eneide come un feroce ladro e assassino.
La seconda e la terza parte del Canto vedono invece altri protagonisti, ovvero
quattro ladri fiorentini (cinque, contando Cianfa Donati che non compare
direttamente) che subiscono orribili metamorfosi serpentine: dapprima Agnolo
Brunelleschi che, assalito da un serpente a sei piedi, si fonde con lui in un solo
essere, poi il Guercio assalito da un serpentello (Buoso Donati) e i due si
tramutano rispettivamente da uomo in serpente e da serpente in uomo. Il passo
un pezzo di bravura, in cui Dante non solo si ispira ad analoghi brani di Lucano e
Ovidio, ma addirittura gareggia coi modelli latini e afferma orgogliosamente di
volerli superare, data la novit del tema mai trattato prima d'ora. Lucano e Ovidio
erano del resto gi citati nel Canto precedente, con l'accenno ai serpenti del deserto
di Libia attraversato dai soldati di Catone (in Phars., IX, 710 ss.) e la descrizione
della fenice per rappresentare la mutazione di Vanni Fucci, tratta da Met., XV, 392
ss.; ora i due poeti sono chiamati in causa direttamente al momento della
descrizione della doppia trasformazione, in quanto i due avevano descritto delle
singole trasformazioni (Lucano quella dei soldati Sabello e Nasidio morsi dai
serpenti del deserto di Libia, Ovidio quelle di Cadmo e Aretusa tramutati
rispettivamente in serpente e in fonte, Met., IV, 563-603, V, 572-641) ma mai una
duplice parallela metamorfosi di due esseri come Dante far nei versi seguenti. C'
nel poeta moderno l'orgogliosa consapevolezza della propria superiorit stilistica,
ma anche la coscienza dell'assoluta novit della materia trattata, dal momento che
questo il poema sacro che descrive lo stato delle anime dopo la morte e al quale
hanno posto mano e cielo e terra, cio l'ispirazione divina e Dante stesso con la sua
maestria poetica. L'autore premette alla descrizione le scuse al lettore se scriver

qualcosa di incredibile e alla fine si scuser ancora se la sua penna ha trattato in


modo impreciso e poco chiaro qualcosa di assolutamente mai visto, con un
atteggiamento che non di falsa modestia ma anticipa il tema della inesprimibilit
della visione che sar dominante nel Paradiso, proprio a causa dell'altezza
sproporzionata delle cose vedute.
L'orgogliosa affermazione della propria bravura , in ogni caso, conseguente al
discorso sulla fama che aveva occupato buona parte del Canto precedente e che
aveva dominato la faticosa scalata lungo la parete della VI Bolgia: Virgilio aveva
spronato Dante a darsi da fare per acquistare la fama, senza la quale la vita
dell'uomo non ha molto valore, e qui tale fama si concretizza come quella poetica,
che Dante a buon diritto pu reclamare come l'autore di una straordinaria opera di
poesia. In quest'ottica l'affermazione della propria superiorit sui poeti antichi si
spiega perfettamente e non pare in contrasto col pensiero per cui la fama mondana
solo un soffio di vento, destinato a passare rapidamente (cfr. Purg., XI, 100 ss.):
quella la fama legata ad opere unicamente terrene, la fama che Dante si attende
quella imperitura che deriva da un'opera (la Commedia) che egli scrive sotto
dettatura divina, su un tema mai trattato prima d'ora.
Note e passi controversi
Il v. 2 indica il gesto scurrile di Vanni Fucci, che alza le mani mettendo il pollice tra
l'indice e il medio piegati, in segno di scherno. Le parole del ladro vogliono dire:
Prendi, Dio, poich le dirigo verso di te.
Il v. 12 allude alle mitiche origini di Pistoia, che sarebbe stata fondata dai superstiti
dell'esercito di Catilina.
Il grande armento (v. 30) che Caco sottrasse a Ercole era la mandria di Gerione, che
l'eroe portava con s dalla Spagna.
Il papiro del v. 65 quasi certamente il foglio di carta, ma alcuni lo hanno
interpretato come il lucignolo della candela (che per brucia dall'alto verso il basso
e non viceversa come dice Dante).
La fusione dei due esseri in uno solo (vv. 60-69) ricorda quella della ninfa Salmace e
di Ermafrodito in Ovidio, Met., IV, 378 ss: nec duo sunt sed forma duplex, nec
femina dici / nec puer ut possit; neutrumque et utrumque videtur (non sono pi
due ma una forma doppia, e non si possono pi definire una femmina e un giovane;
sono l'uno e l'altro, pur non sembrando nessuno dei due). Anche i vv. 71-72
ricordano Met., IV, 373-375: nam mixta duorum / corpora iunguntur faciesque
inducitur illis / una (infatti i corpi dei due si uniscono e i due assumono un solo
aspetto).
Il v. 73 vuol dire probabilmente che le due braccia umane e le due zampe posteriori
del serpente (le quattro liste) si fondono in due membra, ma l'espressione non
molto chiara.
Casso (vv. 74 e 76) rima equivoca e significa rispettivamente petto e
cancellato.

Al v. 83 acceso vuol dire probabilmente acceso d'ira, ma potrebbe indicare che


emette fuoco, anche se poco probabile.
Sabello e Nasidio (v. 95 ) sono due soldati dell'esercito di Catone, che durante la
traversata del deserto di Libia (Phars., IX, 761-804) vengono morsi da serpenti e
subiscono orrende metamorfosi (Sabello ridotto in cenere, Nasidio gonfia sino a
spezzare la corazza e il suo corpo si riduce a una massa informe).
Cadmo (v. 97) era il mitico fondatore di Tebe, trasformatosi in serpente (Met., IV,
563 ss.); Aretusa era una ninfa che, inseguita da Alfeo, fu tramutata in fonte (Met.,
V, 572 ss.).
Le orme (V. 105) sono i piedi, per metonimia (effetto per la causa).
Le lucerne empie (v. 122) sono gli occhi maligni dei due dannati.
Al v. 144 il verbo abborrare significa abboracciare, scrivere alla buona (da
borra, imbottitura di lana, con cui si indicava il buttare le cose alla rinfusa). Fior
vuol dire un po' ed frequente nella lingua delle Origini.

Inferno, Canto XXVI


Argomento del Canto
Visione dell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i consiglieri
fraudolenti. Incontro con Ulisse e Diomede, avvolti dalla stessa fiamma. Ulisse
racconta a Dante e Virgilio le circostanze della sua morte.
mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Invettiva contro Firenze (1-12)
Dante rivolge un aspro rimprovero a Firenze, che pu davvero vantarsi della fama
che ha acquistato in ogni luogo e persino all'Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII
Bolgia) ben cinque ladri tutti fiorentini che lo fanno vergognare e non danno certo
onore alla citt. Ma se vero che i sogni fatti al mattino sono veritieri, allora Firenze

avr presto la punizione che molti le augurano, compresa la piccola citt di Prato: se
anche gi fosse cos sarebbe troppo tardi e pi passer il tempo, pi il castigo della
citt sar grave per il poeta invecchiato.
La Bolgia dei consiglieri fraudolenti (13-48)
Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel
punto dove erano scesi a fatica, quindi proseguono lungo il cammino erto in cui
bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al culmine del ponte, Dante guarda in basso e
ci che vede lo induce a tenere a freno il proprio ingegno, perch non agisca senza
l'aiuto della virt e perch il poeta cos facendo non si privi del bene che un destino
favorevole gli ha concesso. Come il contadino, che d'estate si riposa sulla collina
alla fine della giornata e vede nella valle sottostante tante lucciole, altrettante
fiamme vede Dante sul fondo della VIII Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro
che rap Elia allontanarsi nel cielo, scorgendo solo una fiamma che saliva, cos
Dante vede solo le fiamme muoversi nella fossa, senza distinguere il peccatore
nascosto dal fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere, protendendosi al punto
che cadrebbe di sotto se non si aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e Virgilio,
che lo vede cos attento, gli spiega che dentro ogni fuoco c' lo spirito di un
peccatore (i consiglieri fraudolenti) che come fasciato dalle fiamme.
Incontro con Ulisse e Diomede (49-75)
Dante ringrazia il maestro della spiegazione, anche se aveva gi capito che ogni
fiamma nascondeva un peccatore, quindi gli chiede chi ci sia dentro il fuoco che si
leva con due punte, simile al rogo funebre di Eteocle e Polinice. Virgilio risponde che
all'interno ci sono Ulisse e Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel peccato
e ora scontano insieme la pena. I due sono dannati per l'inganno del cavallo di Troia,
per il raggiro che sottrasse Achille a Deidamia e per il furto della statua del Palladio.
Dante chiede se i dannati possono parlare dentro il fuoco e prega Virgilio di far
avvicinare la duplice fiamma, tanto il desiderio che lui ha di parlare coi dannati
all'interno. Virgilio risponde che la sua domanda degna di lode, tuttavia lo invita a
tacere e a lasciare che sia lui a interpellare i dannati, perch essendo greci
sarebbero forse restii a parlare con Dante.
Il racconto di Ulisse: viaggio alle colonne d'Ercole (76-111)
Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due
dannati all'interno e prega uno di loro di raccontare le circostanze della sua morte,
in virt dei meriti che lui ha acquistato presso entrambi, in vita, quando scrisse gli
alti versi. La punta pi alta della fiamma inizia a scuotersi, come se fosse colpita dal
vento, quindi emette una voce come una lingua che parla. Ulisse racconta che dopo
essersi separato da Circe, che l'aveva trattenuto pi di un anno a Gaeta, n la
nostalgia per il figlio o il vecchio padre, n l'amore per la moglie poterono vincere in
lui il desiderio di esplorare il mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare,
insieme ai compagni che non lo avevano lasciato neppure in questa occasione; si
erano spinti con la nave nel Mediterraneo verso ovest, costeggiando la Spagna, la
Sardegna, il Marocco, giungendo infine (quando lui e i compagni erano molto

anziani) fino allo stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le famose colonne. La nave
era giunta allo stretto, tra Siviglia e Ceuta.
Il racconto di Ulisse: viaggio nell'emisfero sud (112-142)
Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza,
giunti ormai alla fine della loro vita, l'esplorazione dell'emisfero australe della Terra
totalmente disabitato; dovevano pensare alla loro origine, essendo stati creati per
seguire virt e conoscenza e non per vivere come bestie. Il breve discorso li aveva
talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a stento: misero la
poppa della nave a est e proseguirono verso ovest, passando le colonne d'Ercole e
dando inizio al loro folle viaggio. La notte mostrava ormai le costellazioni del polo
meridionale, mentre quello settentrionale era tanto basso che non sorgeva pi al di
sopra dell'orizzonte. Il plenilunio si era gi ripetuto cinque volte (erano passati
cinque mesi) dall'inizio del viaggio, quando era apparsa loro una montagna (il
Purgatorio), scura per la lontananza e pi alta di qualunque altra avessero mai visto.
Ulisse e i compagni se ne rallegrarono, ma presto l'allegria si tramut in pianto: da
quella nuova terra sorse una tempesta che invest la prua della nave, facendola
ruotare tre volte su se stessa; la quarta volta la inabiss levando la poppa in alto,
finch il mare l'ebbe ricoperta tutta.
Interpretazione complessiva
Il Canto si svolge interamente nella VIII Bolgia dell'VIII Cerchio, dove sono puniti i
consiglieri fraudolenti, e il protagonista assoluto Ulisse, attraverso il cui
personaggio Dante intende svolgere un importante discorso relativo alla conoscenza
(analogo per certi versi a quello affrontato nel Canto XX con gli indovini). La
struttura dell'episodio in parte simile a quella del Canto XXIV, con un'apertura che
commenta quanto si visto nel passo precedente (l'invettiva contro Firenze, che
non pu andare fiera della presenza di cinque suoi cittadini nella Bolgia dei ladri),
un lento avvicinamento alla Bolgia successiva con la faticosa salita lungo le rocce e
il ponte, la descrizione delle fiamme che costellano il fondo della fossa e infine la
presentazione del protagonista dopo una lunga attesa. Dante si mostra subito molto
interessato alla pena di questa categoria di dannati, probabilmente perch si sente
in parte coinvolto nel loro peccato: come nel Canto V, quando aveva compreso
subito chi fossero i dannati del II Cerchio, anche qui capisce da solo che dentro ogni
fiamma c' un peccatore e la conseguente spiegazione di Virgilio pressoch
inutile. In effetti la colpa di questi dannati legata alla conoscenza e, soprattutto,
all'uso della parola per tessere inganni, per cui il loro peccato di natura
intellettuale: Ulisse e Diomede scontano infatti una serie di imbrogli che avevano
ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l'inganno del cavallo di
Troia, che come Dante leggeva nel libro II dell'Eneide era avvenuto grazie alle bugie
di Sinone, istruito da Ulisse), cos come nel Canto seguente Guido da Montefeltro
espier i consigli dati a Bonifacio VIII per sconfiggere i suoi nemici. Non un caso,
del resto, che Dante introduca i dannati della Bolgia con una sorta di ammonimento
a se stesso, affinch tenga a freno l'ingegno usandolo sempre sotto la guida della
virt e per non gettare via il bene che un influsso astrale e la grazia divina gli hanno
concesso: il peccato di Ulisse pu essere definito di superbia intellettuale ed

metafora, come vedremo, di quello che probabilmente aveva condotto Dante nella
selva oscura.
Il colloquio con Ulisse scandito da tre momenti, che corrispondono al discorso che
Virgilio rivolge ai due dannati, al racconto dell'eroe che culmina nel discorso fatto ai
compagni, alla descrizione del viaggio. Dante arde dal desiderio di parlare con i
peccatori avvolti dalla fiamma biforcuta, per cui prega vivamente il maestro di
chiamarli a s (e lo fa con una certa finezza retorica: assai ten priego / e ripriego,
che 'l priego valga mille, con una replicazione simile a quelle di Inf., XIII, 25, 67-68).
Altrettanto fine l'allocuzione con cui Virgilio invita Ulisse a parlare: adducendo il
pretesto che i due, essendo greci, sarebbero restii a parlare con Dante (nel
Medioevo era diceria diffusa che i Greci avessero un carattere scontroso), il maestro
si rivolge loro con una captatio benevolentiae che invoca presunti meriti acquisiti in
vita presso di loro, quando scrisse gli alti versi. Non chiaro a cosa Virgilio si
riferisca, dal momento che nell'Eneide i due personaggi sono citati solo di sfuggita,
ma si ipotizzato che egli si spacci in realt per Omero approfittando del fatto che
non possono vederlo, forse addirittura parlando greco, ingannandoli in modo simile
a quanto Dante far con Guido nel Canto seguente. Sta di fatto che il poeta latino
chiede a Ulisse di raccontare le circostanze della sua morte e l'eroe acconsente
scuotendo la fiamma che lo avvolge come una lingua che parla ed emette voce.
La narrazione del viaggio di Ulisse estranea alla tradizione omerica e deriva
probabilmente a Dante da un rimaneggiamento tardo dell'Odissea, che il poeta non
poteva leggere nel testo originale. L'Ulisse dantesco comunque simile a quello
classico, dotato di insaziabile curiosit e abilit di linguaggio: giunto alle colonne
d'Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l'eroe rivolge ai compagni una
orazion picciola che un piccolo capolavoro retorico, una specie di suasoria con cui
li esorta a non perdere l'occasione di esplorare l'emisfero australe totalmente invaso
dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo
definisce consapevole del fatto che un luogo deserto). Il che ovviamente un
inganno, dal momento che non possibile seguir virtute e canoscenza, n diventare
esperti de li vizi umani e del valore esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole
solo soddisfare la propria curiosit fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un
folle volo che infrange i divieti divini e si concluder con la morte di tutti loro. Lungi
dall'essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse per Dante l'esempio
negativo di chi usa l'ingegno e l'abilit retorica per scopi illeciti, dal momento che
superare le colonne d'Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza
umana fissato dai decreti divini, quindi il viaggio folle in quanto non voluto da Dio
e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna
del Purgatorio. chiaro allora che Dante si sente personalmente coinvolto nel
peccato commesso da Ulisse, perch anch'egli forse ha tentato un volo altrettanto
folle cercando di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della ragione,
senza l'aiuto della grazia: il peccato di natura intellettuale che all'origine dello
smarrimento nella selva, e che va probabilmente ricondotto a un allontanamento
dalla teologia avvenuto in seguito alla morte di Beatrice, quando il poeta si era dato
agli studi filosofici (frutto di questa fase del suo pensiero e della sua opera era stato
il Convivio). arduo ipotizzare in cosa esattamente consistesse il cosiddetto

traviamento di Dante, ma in Purg., XXX, 109 ss. Beatrice rimproverer


aspramente il poeta di essersi allontanato da lei dopo la sua morte, seguendo
imagini di ben... false e discostandosi da ci che era stato nella sua giovinezza,
aiutato da benigni influssi astrali e da larghezza di grazie divine. Il viaggio di Ulisse
nell'emisfero australe sembra allora metafora del viaggio altrettanto folle tentato da
Dante negli anni precedenti e che aveva rischiato di concludersi anche per lui in un
naufragio, portandolo a smarrirsi nella selva da cui Virgilio, inviato da Beatrice, lo
aveva tratto fuori; nella prospettiva dell'uomo medievale alla conoscenza umana c'
un limite invalicabile rappresentato dai decreti divini e chi tenta di valicarlo
confidando presuntuosamente nella sola ragione commette un peccato destinato a
portarlo alla dannazione. In questo senso Ulisse non affatto quell'eroe positivo
quale fu descritto dai critici ottocenteschi, n la sua esortazione a seguir virtute e
canoscenza deve essere presa alla lettera, dal momento che egli ha condotto se
stesso e i compagni non alla virt ma alla follia e alla morte.
Particolarmente potente, infine, la chiusa del Canto che stata giustamente
accostata ad altri passi simili del poema: infin che 'l mar fu sovra noi richiuso, un
verso che sembra scritto su una lapide funeraria (Momigliano) e che suggella in
modo perentorio e definitivo il discorso al centro dell'episodio: un severo
ammonimento all'uomo medievale che non pu oltrepassare i limiti imposti da Dio
alla sua condizione umana, se non vuole perdere irrimediabilmente ogni speranza di
raggiungere la salvezza e finire dannato come successo ad Ulisse, e come poteva
succedere allo stesso Dante se non fosse stato soccorso dalla grazia divina.
Note e passi controversi
Il v. 7 allude alla credenza medievale, gi attestata in et classica, che i sogni fatti
verso il mattino fossero premonitori di eventi reali.
L'espressione al v. 12 (ch pi mi graver, com' pi m'attempo) vuol dire
probabilmente che il castigo di Firenze, quanto pi tarder, tanto pi sar grave per
il poeta ormai invecchiato, ma altri intendono che esso sar tanto pi grave quanto
pi tarder a giungere.
Alcuni mss. leggono al v. 14 i borni (le schegge di pietra), intendendo gli spuntoni
avevano aiutato i due poeti a scendere; il verso vuole invece dire probabilmente che
la discesa li aveva resi pallidi (iborni, dal lat. eburneus, d'avorio).
Colui che si vengi con li orsi (v. 34) il profeta Eliseo, che per punire dei ragazzi
che lo schernivano per la sua calvizie invoc contro di loro la maledizione divina: da
un bosco uscirono due orsi che ne sbranarono quarantadue (IV Reg., II, 11-12).
Eteocle e Polinice (v. 54) erano i due fratelli tebani figli di Edipo e Giocasta: si
odiavano al punto che, dopo essersi uccisi l'un l'altro, dal rogo funebre su cui furono
posti insieme si lev una fiamma divisa in due.
Il promontorio di Gaeta (v. 92) fu cos chiamato secondo la leggenda da Enea, in
onore della sua balia Caieta morta in quel luogo.

I vv. 106-108 alludono alle colonne d'Ercole, ovvero le montagne di Calpe in Europa
e di Abila in Africa che l'eroe mitologico avrebbe posto ai lati dello stretto di
Gibilterra con l'ammonimento non plus ultra, non procedere oltre.
Il v. 126 indica che la nave di Ulisse segu sempre la rotta sud-ovest, procedendo
verso sinistra.
Lo lume... di sotto da la luna l'emisfero lunare a noi visibile; sono cio trascorse
cinque lunazioni (cinque mesi).
Il v. 139 riecheggia Aen., I, 116-117: ter fluctus... / torquet agens circum, et rapidus
vorat aequore vortex (per tre volte il flutto fece girare in tondo la nave, e il
rapinoso vortice la fece sprofondare in mare).

Inferno, Canto XXVII


Argomento del Canto
Ancora nell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti consiglieri
fraudolenti. Incontro con Guido da Montefeltro, che racconta come caduto nel
peccato e accusa Bonifacio VIII.
mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.
Incontro con Guido da Montefeltro (1-30)
La fiamma di Ulisse ormai dritta e quieta, poich il dannato ha smesso di parlare e
si allontana con il permesso di Virgilio, quando un'altra fiamma viene dietro di essa
e fa voltare i due poeti emettendo un suono confuso. Come il bue che il tiranno
Falaride fece costruire a Perillo mugg per la prima volta martirizzando il suo
costruttutore, com'era giusto, e muggiva poi con la voce di chi vi veniva ucciso cos
da sembrare vivo anzich di rame, cos la fiamma emette il suono della voce che
all'inizio non trova spazio per uscire. Alla fine la voce esce e la fiamma inizia a
guizzare, per cui il dannato si rivolge a Virgilio come colui che ha parlato in italiano
ad Ulisse e lo prega di trattenersi un poco a parlare con lui che ne ha un forte
desiderio. Il dannato (Guido da Montefeltro) vuole sapere se la Romagna in pace o
in guerra, dal momento che lui originario della terra posta tra Urbino e il monte da
cui sgorga il Tevere.
Situazione politica della Romagna (31-57)
Dante osserva chinandosi gi dal ponte che sovrasta la Bolgia, quando Virgilio lo
tocca nel fianco e lo invita a rispondere al dannato che parla la sua stessa lingua. Il
poeta pronto a rispondere e dice al dannato che la Romagna non mai stata
senza guerre a causa dei tiranni che la dominano, ma in questo momento non se ne
combatte apertamente nessuna. Ravenna nella stessa situazione da molti anni,
sotto la signoria dei Da Polenta che domina il territorio fino a Cervia. Forl, che
sostenne un lungo assedio e fece strage dei Francesi, dominata dagli Ordelaffi. I
Malatesta, che si sono impadroniti di Rimini eliminando violentemente Montagna dei
Parcitati, dilaniano gli avversari politici. Le citt di Faenza e Imola sono governate da
Maghinardo Pagani, che cambia facilmente le sue alleanze. Cesena, che bagnata

dal fiume Savio, oscilla continuamente tra libert e soggezione alla tirannide. Alla
fine del suo discorso Dante chiede al dannato di presentarsi e lo prega di non esser
restio pi di quanto lo siano stati altri spiriti, se il suo nome conserva la fama nel
mondo.
Il racconto di Guido: la sua vita sino alla conversione (58-84)
La fiamma emette altri mugolii come gi ha fatto prima, poi scuote la punta e il
dannato inizia a parlare. Egli afferma che se credesse di rivolgersi a qualcuno
destinato a tornare sulla Terra non direbbe una parola, ma dal momento che a quel
che sa nessuno mai uscito dall'Inferno, risponder senza temere infamia. Si
presenta come Guido da Montefeltro, uomo d'armi e poi francescano, fattosi frate
credendo di espiare i suoi peccati: certo ci sarebbe riuscito, non fosse stato per il
papa (Bonifacio VIII) che lo indusse nuovamente a peccare. Guido spiega che
quand'era in vita le sue azioni furono improntate all'astuzia e conobbe tutti i raggiri
e gli inganni della politica, acquistando fama in tutto il mondo. Una volta arrivato
alla vecchiaia, Guido prov dispiacere per la vita condotta fino a quel momento e si
pent dei suoi peccati, facendosi frate.
Il racconto di Guido: il consiglio fraudolento al papa (85-111)
Allora Bonifacio VIII, il principe dei nuovi Farisei, era in guerra contro i Colonna e non
contro Saraceni o Ebrei, poich ogni suo nemico era cristiano e nessuno di questi
aveva assediato Acri o mercanteggiato coi musulmani; il papa, non avendo alcun
riguardo per il suo alto ufficio n per il cordone francescano di Guido, lo chiam a s
come Costantino fece chiamare Silvestro per guarire della lebbra. Bonifacio gli
aveva chiesto un consiglio e Guido aveva esitato a darglielo, ma poi il papa lo aveva
rassicurato dicendogli di assolverlo in anticipo e pregandolo di dirgli come prendere
la rocca di Palestrina. Il papa gli aveva detto di possedere le due chiavi del potere
papale, che il suo precedessore (Celestino V) non ebbe care. Allora Guido fu indotto
a parlare, spinto anche dal timore di pi gravi conseguenze, e consigli a Bonifacio
di promettere il perdono ai suoi nemici senza poi mantenerlo.
Il racconto di Guido: la disputa per la sua anima (112-136)
Quando poi Guido mor, san Francesco venne a prendere la sua anima, ma un
diavolo si oppose dicendo che doveva in realt andare all'Inferno per il consiglio
fraudolento dato al papa e per il quale lo aveva seguito sino a quel momento: infatti
non si pu assolvere chi non si pente della sua colpa, e pentirsi e voler peccare allo
stesso momento una contraddizione in termini. Guido ricorda di essersi disperato
quando il diavolo lo prese e lo irrise dicendogli che forse non pensava che lui fosse
filosofo. Il demone lo aveva portato a Minosse il quale si attorcigli la coda attorno
al corpo otto volte, destinandolo alla Bolgia dei consiglieri fraudolenti e mordendosi
la coda stessa per rabbia. Da allora Guido dannato e si duole avvolto dalla
fiamma.
Al termine del suo racconto il dannato si allontana, agitando la punta aguzza. Dante
e Virgilio passano oltre, percorrendo il ponte fino alla Bolgia successiva dove sono
puniti i seminatori di discordie.

Interpretazione complessiva
Protagonista del Canto Guido da Montefeltro, personaggio molto noto al tempo di
Dante e che costituisce l'esempio moderno dopo quello antico rappresentato da
Ulisse nel Canto precedente. lui stesso a rivolgersi a Virgilio che ha udito parlare
in lombardo (ovvero in volgare italiano) mentre congendava Ulisse, in quanto ha
desiderio di conoscere la situazione politica della sua terra: Dante lo introduce con
la preziosa similitudine del bue di Falaride, lo strumento di tortura che emetteva un
sinistro mugolio prodotto dai lamenti del malcapitato all'interno (la fiamma in cui
avvolto il dannato emette un suono simile, sottolineando la sofferenza del peccatore
che arde e, tuttavia, vuole parlare coi due visitatori). Virgilio invita Dante a
rispondere al dannato che latino, italiano e non greco, per cui la struttura del
Canto speculare rispetto a quello precedente e ripropone quanto si gi visto nel
Canto XVIII.
Dante aveva espresso ammirazione e rispetto per Guido nel Convivio (IV, 28, 8),
lodando il suo pentimento e la sua monacazione negli anni della vecchiaia, cosa che
sembra in contrasto con la sua collocazione tra le anime dannate: in realt accade
altre volte che nel poema Dante corregga opinioni espresse nel trattato, e qui pu
aver influito l'aver appreso dal cronista Riccobaldo da Ferrara l'episodio che aveva
coinvolto Guido col papa Bonifacio VIII e che ne aveva causato la dannazione. In
ogni caso Dante crea un forte contrasto tra la vita di Guido sino al suo farsi
francescano e le vicende successive, ovvero tra l'uomo d'armi e il politico da un lato
(astuto e dotato di ogni abilit militare) e l'uomo di Chiesa dall'altro (ingenuo e
pronto a farsi beffare dal papa cadendo nel peccato mortale). Tale contrasto emerge
nella prima parte del Canto, in cui Guido ansioso di sapere se la Romagna sia in
guerra: non una richiesta generica, ma la volont precisa di sapere se la pace
progettata nel 1297 tra i signori romagnoli e poi stipulata nel 1299, quando Guido
era gi morto, sia poi stata rispettata (i dannati non possono sapere nulla del
presente, come Farinata ha spiegato in Inf., X, 100-108). La domanda di Guido
dunque legata al suo ruolo di politico e condottiero che tanto bene aveva svolto
nella vita precedente la conversione, per la quale l'ammirazione di Dante
immutata, e il poeta risponde illustrando la situazione delle citt romagnole
soggette alle varie signorie e tirannidi, il che riflette la sua preoccupazione per una
terra che a lungo lo ospit durante l'esilio e in cui di fatto mor.
Guido poi invitato a manifestarsi e a spiegare chi sia, senza essere pi restio di
quanto lo siano stati altri prima di lui, e il dannato acconsente basandosi sull'errata
convinzione di parlare con un altro dannato, quindi con qualcuno che non pu
tornare sulla Terra e causargli infamia col riferire il racconto della sua dannazione.
La situazione opposta a quella di Pier della Vigna nel Canto XIII, in cui le parole di
Dante avrebbero riabilitato la sua reputazione diffamata, e qui Dante inganna
indirettamente Guido proprio come Virgilio, forse, aveva ingannato Ulisse e
Diomede spacciandosi per Omero. Guido ignora infatti che Dante vivo, essendo
avvolto dalle fiamme che non gli permettono di vederlo, ma non comprende
neppure il privilegio eccezionale datogli dalla grazia divina di visitare anzitempo il
mondo ultraterreno, ripresentando una situazione analoga a quella gi vista con
Farinata, Cavalcante, Brunetto Latini. E infatti la prosopopea del dannato diventa un

discorso paradossale, in cui Guido crede di elogiarsi ma finisce col dimostrare


quanto era stato ingenuo: le sue opere furono s di volpe durante la sua attivit
politica, ma poi si era illuso che indossare il cordone francescano bastasse ad
assicurargli la salvezza (Dante insinua il sospetto che il pentimento di Guido non
fosse sincero ma dovuto, piuttosto, al tardivo desiderio di fare ammenda, il che
dimostrato dal consiglio fraudolento dato a Bonifacio VIII smanioso di espugnare la
rocca di Palestrina). Guido d tutta la colpa del suo peccato al papa corrotto, ma in
realt la responsabilit principale sua: se il suo pentimento fosse stato sincero
Guido non avrebbe ceduto alle lusinghe del papa, n si sarebbe accontentato della
sua assicurazione di avere l'assoluzione prima ancora di commettere il peccato (non
si pu assolvere chi non si pente e non ci si pu pentire e voler peccare al tempo
stesso, come il diavolo loico non mancher di spiegare a Guido prima di condurlo
all'Inferno). In questo modo Dante rovescia in modo clamoroso e inatteso l'opinione
corrente sul destino ultraterreno del Montefeltro, che essendo morto in convento e
in odore di santit tutti credevano salvo: analogamente a esempi futuri di anime
salve contro ogni previsione (come lo scandalo rappresentato da Manfredi di
Svevia), Dante ristabilisce la verit mostrandoci la condizione delle anime dopo la
morte e sottolineando che nella partita della salvezza non contano gli atti esteriori o
la fama, ma solo il reale pentimento nel cuore dell'uomo che solamente Dio pu
conoscere nella sua verit. Guido dannato perch tale pentimento nel suo cuore
non c'era, cos come il figlio Bonconte sar salvo (cfr. Purg., V, 85 ss.) per essersi
invece pentito in punto di morte contrariamente a quanto il mondo pensava di lui. Il
contrasto tra san Francesco e il diavolo che si contendono l'anima di Guido anticipa
quello analogo tra l'angelo e il diavolo che si contendono quella di Bonconte, con un
preciso parallelismo tra i due episodi che si rif, tra l'altro, a un tema assai diffuso
nella letteratura religiosa del Due-Trecento.
Se Dante condanna dunque la condotta peccaminosa di Guido, altrettanto si pu
naturalmente dire per papa Bonifacio VIII, il pontefice la cui dannazione tra i
simoniaci gi stata predetta: egli presentato qui come gran prete (l'epiteto
beffardo e ironico), come il principe d'i novi Farisei, intento a far guerra ai cristiani
anzich agli infedeli e indifferente al suo supremo ufficio o all'abito di Guido;
talmente ansioso di sconfiggere i Colonna suoi nemici da promettere al francescano
ci che non pu dargli, ovvero l'assoluzione per qualcosa che non ha ancora fatto,
colpendo con amara ironia il suo antecessor Celestino V che non ebbe care le due
chiavi del potere papale, quella dell'assoluzione e della condanna. Non a caso
paragonato all'imperatore Costantino che chiam a s papa Silvestro I per guarire
dalla lebbra, in quanto nel Medioevo si riteneva che Costantino avesse fatto proprio
a Silvestro la famosa donazione che gett le basi del potere temporale dei papi, che
fu radice della corruzione della Chiesa di cui Bonifacio per Dante insigne
rappresentante (anche in XIX, 115-117, Dante nella sua invettiva contro la Curia
corrotta deplorava la dote consegnata da Costantino al primo ricco patre, proprio
nel Canto dei papi simoniaci in cui era profetizzata la dannazione di Bonifacio VIII).
Note e passi controversi
I vv. 7-12 fanno riferimento alla diceria per cui Falaride, tiranno di Agrigento, avesse
fatto costruire all'artigiano Perillo un bue di rame dentro al quale venivano posti i

condannati a morte: sotto il bue veniva posta la fiamma e il malcapitato all'interno


urlava di dolore, producendo una specie di mugolio all'esterno che sembrava il
muggito dell'animale. Falaride avrebbe sperimentato l'invenzione sullo stesso Perillo
(la fonte dantesca prob. Ovidio, Tristia, III, 11, o forse Orosio, Adv. pag., I, 20).
Guido dice a Virgilio che parlava lombardo, ovvero in volgare italiano: Dante
pensava che gli antichi Romani non parlassero latino, ma un volgare in parte simile
a quello dei suoi tempi (cfr. DVE, I, 1; sembrato strano che Virgilio si rivolga a un
personaggio greco come Ulisse in un volgare nostrano, che contrasta col linguaggio
alto e solenne del Canto precedente, mentra altri ipotizzano che il poeta latino ad
Ulisse avesse addirittura parlato in greco). La parola istra vuol dire adesso ed
voce lucchese e dell'Italia del nord; adizzo significa aizzo, stimolo.
Dolce terra latina (vv. 26-27) indica l'Italia; il giogo da cui nasce il Tevere il Monte
Coronaro.
I vv. 43-45 indicano che Forl, la citt che sostenne il lungo assedio (1281-83) da
parte delle truppe guelfe inviate da Martino IV e che fece strage delle truppe
francesi giunte in aiuto agli assedianti, ora sotto il dominio degli Ordelaffi (il cui
simbolo araldico era il leone verde rampante in campo dorato). Il fatto d'armi citato
vide come protagonista proprio Guido, che dimostr nell'occasione straordinarie doti
militari e strategiche.
Il mastin vecchio e 'l nuovo (v. 46) sono Malatesta il Vecchio e Malatestino, padre e
figlio signori di Rimini (il secondo era fratello di Paolo e Gianciotto, marito di
Francesca); il v. 48 allude al fatto che essi dilaniavano i nemici usando i denti come
succhiello (succhio).
Il leone azzurro in campo bianco (v. 50) il simbolo di Maghinardo Pagani, signore di
Faenza e Imola che ebbe condotta ambigua con Guelfi e Ghibellini.
Cordigliero (v. 67) sinonimo di francescano, dal cordone di cui erano cinti questi
frati.
L'espressione del v. 78 di ascendenza biblica (Salmi, XVIII, 4) ma ricalca anche le
parole di papa Martino IV nel bandire la crociata contro i Ghibellini di Forl capeggiati
da Guido.
Il v. 81 riecheggia le parole di Dante stesso su Guido nel Convivio (IV, 28, 8).
I vv. 89-90 indicano che i cristiani contro cui Bonifacio faceva guerra, ovvero i
Colonna, non avevano assediato S. Giovanni d'Acri insieme ai musulmani nel 1291,
n avevano mercanteggiato in Terrasanta con gli islamici.
Il v. 93, riferito al cordone francescano che un tempo rendeva pi magri gli
appartenenti all'ordine, maligna ironia sul fatto che i francescani nel Trecento
erano spesso preda della corruzione.
Il consiglio fraudolento dato da Guido al papa (vv. 110-111) ricalca le parole di
Riccobaldo da Ferrara nella sua cronaca: promettete molto, mantenete poco delle
promesse fatte. Bonficacio promise infatti il perdono papale ai suoi nemici, per

indurli a recarsi a Rieti e lasciare sguarnita la rocca di Palestrina, che poi fece radere
al suolo.
La fiamma in cui sono avvolti questi dannati definita da Minosse foco furo (v. 127),
ovvero ladro in quanto sottrae le loro anime alla vista e non permette loro di
vedere nulla all'esterno.
Quei che scommettendo acquistan carco (v. 136) sono i seminatori di discordie, che
dividendo gli altri si gravano di peccato.

Inferno, Canto XXVIII


Argomento del Canto
Visione della IX Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i seminatori di
discordie. Incontro con Maometto, che indica Al e predice la morte di fra Dolcino.

Incontro con Pier da Medicina, che mostra la pena di Curione e predice l'assassinio
di Guido del Cassero e Angiolello da Carignano ad opera di Malatestino di Rimini.
Incontro con Mosca dei Lamberti. Incontro con Bertram del Bornio.
il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le tredici.
Visione della IX Bolgia (1-21)
Di fronte allo spettacolo orribile della IX Bolgia dell'VIII Cerchio, in cui sono puniti i
seminatori di discordie, Dante dichiara che nessuno potrebbe rappresentare il
sangue e le piaghe che lui ha visto e che ogni linguaggio sarebbe insufficiente. Se
anche si radunassero tutti i caduti in battaglia dell'Italia meridionale nelle guerre di
Roma, in quelle dei Normanni e nelle guerre scatenate dagli Angioini (incluse le
battaglie di Benevento e Tagliacozzo), la visione delle membra trafitte e amputate
sarebbe poca cosa rispetto a ci cui ha assistito in quel luogo di tormento.
Maometto (22-42)
Dante vede un dannato che avanza ed tagliato dal mento sino all'ano, proprio
come una botte che ha perso le doghe del fondo: le interiora gli pendono tra le
gambe e sono visibili il cuore e lo stomaco. Il poeta lo osserva e lui si apre il petto
con le mani e lo invita a guardare bene: si presenta come Maometto e indica il
dannato che lo precede come Al, tagliato dal mento alla fronte. Il dannato spiega
che tutti loro sono stati seminatori di scandalo e scisma, perci sono tagliati a pezzi;
un diavolo armato di spada mozza loro parti del corpo e poi le ferite si richiudono,
finch non tornano davanti a lui.
Profezia su fra Dolcino (43-63)
Maometto chiede poi a Dante chi sia e perch indugi sul ponte invece di sottoporsi
alla pena: Virgilio risponde in sua vece e spiega che Dante vivo e non un dannato,
mentre lui ha il compito di guidarlo vivo all'Inferno per mostrargli le pene dei
peccatori. Alle parole del maestro, gli spiriti si fermano e osservano Dante
stupefatti, incluso Maometto che rivolge al poeta una profezia: gli dice di ammonire
fra Dolcino a procurarsi molti viveri, se non vorr che la neve lo costringa ad
arrendersi ai Novaresi che lo assedieranno. Il dannato ha detto queste parole
tenendo il piede sospeso in aria, quindi lo posa a terra e prosegue il suo cammino.
Pier da Medicina (64-90)
Si avvicina un altro dannato con la gola squarciata, il naso mozzato e un solo
orecchio, che dopo aver osservato Dante emette la voce attraverso la ferita nel
collo: si rivolge al poeta dicendo di averlo conosciuto in Terra e si presenta come
Pier da Medicina, originario della Pianura Padana. Invita Dante ad ammonire Guido
del Cassero e Angiolello da Carignano circa il fatto che saranno gettati fuori da una
nave e uccisi presso Cattolica, per il tradimento di un malvagio tiranno (Malatestino
da Rimini). Una simile infamia non si mai vista in tutto il Mediterraneo: il tiranno,
che regge la terra (Rimini) che un suo compagno di pena si pente di aver visto, li
attirer in un tranello con la scusa di parlare e poi li uccider prima di giungere a
Focara.

Presentazione di Curione (91-102)


Dante risponde a Pier da Medicina chiedendogli chi sia il dannato che si duole di
aver visto Rimini: l'altro afferra un compagno di pena per la mascella e gli apre la
bocca, mostrando che la lingua gli stata mozzata. Curione, che fu scacciato da
Roma e si un a Cesare ai tempi della guerra con Pompeo e esort il condottiero a
varcare il Rubicone. Dante osserva che il dannato sbalordito ora che la lingua gli
stata tagliata, mentre l'ebbe cos pronta quand'era in vita.
Mosca dei Lamberti (103-111)
Si avvicina un altro dannato, che alza i moncherini delle mani mozzate da cui il
sangue ricade sul volto, presentandosi come Mosca dei Lamberti: la sua colpa fu di
aver deciso l'uccisione di un nemico della sua consorteria, cosa che scaten gravi
conseguenze per i Toscani tutti. Dante aggiunge che ci ha causato anche la
scomparsa della sua famiglia da Firenze, per cui il dannato si allontana come una
persona triste e fuori di s.
Bertram del Bornio (112-142)
Dante resta a guardare i dannati e assiste a uno spettacolo che avrebbe timore a
riferire, perch potrebbe non essere creduto: lo conforta la sua buona fede e la
coscienza di aver visto coi propri occhi. Il poeta infatti osserva un dannato che
avanza privo della testa, che tiene in mano per i capelli come fosse una lanterna,
che guarda i due poeti e si lamenta. Sembra due individui e uno al tempo stesso,
cosa comprensibile solo a Dio che rende possibile ci. Quando il dannato giunge
sotto il ponte dove sono i due poeti, alza il braccio con la testa e rivolge loro alcune
parole: dice a Dante di osservare la sua pena, maggiore di qualunque altra, e si
presenta come Bertram del Bornio, che semin discordia tra il re d'Inghilterra Enrico
II e il figlio, il re giovane Enrico III. La sua azione paragonabile a quella di Achitofel
con Assalonne, figlio del re David, e dal momento che egli ha diviso persone cos
unite ora procede col capo separato dal corpo. Il dannato invita quindi Dante a
osservare in lui la pena del contrappasso.
Interpretazione complessiva
Il Canto dedicato ai seminatori di discordie, ovvero coloro che hanno creato ad
arte divisioni soprattutto in campo religioso e politico, puniti con un contrappasso
assai evidente (in vita essi hanno diviso e lacerato, ora sono fatti a pezzi da un
diavolo armato di spada che li mutila orribilmente). L'episodio si apre con lo
sbalordimento del poeta, che dichiara l'insufficienza della propria parola per
rappresentare pienamente l'orrendo spettacolo dei corpi mozzati, in modo simile a
quanto far di fronte al ghiaccio di Cocito (Inf., XXXII, 1-12; il tema analogo a
quello della visione inesprimibile al centro del Paradiso). Neppure mostrando tutti i
morti e feriti delle innumerevoli guerre che hanno insanguinato il sud Italia si
darebbe un'idea di quanto si vede nella Bolgia, e che sar descritto in termini
volutamente aspri e crudi.
Rispetto ai Canti XXVI e XXVII, monografici e dedicati ognuno a un personaggio
(Ulisse e Guido da Montefeltro), il XXVIII presenta una serie di dannati che

costituiscono altrettanti esempi, pi o meno noti, di seminatori di divisioni in vari


campi della vita sociale. Il primo Maometto, che Dante include tra questi peccatori
basandosi su una diffusa tradizione che lo considerava un rinnegato operante uno
scisma all'interno del Cristianesimo, se non addirittura un vescovo deluso per non
essere diventato papa: la sua colpa dunque quella di aver lacerato
sanguinosamente l'unit originaria del mondo cristiano, causando guerre e uccisioni
di cui ora sconta la pena essendo tagliato dal mento all'ano, mentre il cugino e
quarto successore Al presenta un taglio dal mento alla fronte (complementare
rispetto al profeta dell'Islam, non in quanto creatore di un scisma all'interno di esso,
di cui Dante non sapeva nulla, ma in quanto prosecutore della sua opera). Dante
descrive Maometto in termini volutamente crudi e volgari, paragonandolo a una
botte che ha perso il fondo e includendo macabri dettagli delle sue mutilazioni (ha
un taglio che va dal mento infin dove si trulla, cio fino all'ano dove si fanno sconci
rumori; le minugia, cio le interiora, gli pendono tra le gambe insieme alla corata,
cuore e organi interni, e allo stomaco, definito il tristo sacco / che merda fa di quel
che si trangugia) e usando rime e suoni aspri e duri (trulla, rotto, tristo, attacco,
dilacco). Il dannato si apre il petto mostrando le sue ferite, definendo la propria
pena e quella degli altri, spiegando anche la logica del contrappasso; il contesto
fortemente e violentemente comico, incluso il particolare (che ad alcuni sembrato
strano) di Maometto che tiene il piede sospeso in aria quando apprende che Dante
vivo, per poi rimetterlo a terra alla fine della sua profezia su fra Dolcino.
proprio questa predizione sulla tragica fine dell'eretico arso vivo nel 1307 e che si
era arreso dopo un lungo assedio nella Val Sesia e nel Biellese (ci consente di
datare la composizione del Canto dopo quella data) che introduce l'apparizione di
un altro dannato, Pier da Medicina, di cui in realt sappiamo ben poco se non che
visse nella Pianura Padana da lui citata con l'accenno al Vercellese. Probabilmente
semin divisioni in campo politico, come lascia intendere la sua profezia sulla
tragica fine di Guido del Cassero e Angiolello da Carignano assassinati da
Malatestino di Verrucchio (c' quindi un parallelismo con la profezia di Maometto su
Dolcino); l'accenno a Rimini, governata da quel tiranno, gli d poi modo di
presentare Curione, colui che secondo Lucano (Phars., I, 281) aveva spronato
Cesare a varcare il Rubicone e a dare inizio alla guerra civile con Pompeo. Curione
ha la lingua mozzata e ci sembrato contraddittorio col giudizio positivo che
Dante d di Cesare e della sua azione politica, inclusa la guerra con Pompeo che
l'avrebbe portato alla vittoria, ma in realt ci non esclude la condanna dell'atto di
Curione che ag per scopi personali e non certo per il bene di Roma o del futuro
Impero.
Dalle discordie in campo politico si passa poi a quelle in campo cittadino e alle
rivalit tra famiglie nella stessa Firenze, di cui esempio negativo Mosca dei
Lamberti: la sua dannazione era stata predetta da Ciacco nel Canto VI e ora lo
troviamo in questa Bolgia con le mani mozzate per aver incitato all'uccisione di un
nemico della propria consorteria. L'uomo si era distinto per i suoi meriti civili, ma
questa colpa imperdonabile in quanto ha aperto la strada alle lotte tra Guelfi e
Ghibellini a Firenze, inoltre ha causato la scomparsa dalla scena politica della
famiglia dei Lamberti. Dante glielo ricorda aggiungendo dolore a dolore (Mosca si

allontana come persona trista e matta, provando forse rimorso per il male
provocato) e in questo modo anticipa il tema delle faide tra famiglie rivali che
sar affrontato nel Canto seguente, col personaggio di Geri del Bello. Le discordie in
campo politico e familiare riguardano infine anche l'ultimo dannato mostrato in
questo episodio, quel Bertran de Born che fu celebre trovatore provenzale e che
Dante aveva elogiato nel DVE come poeta delle armi, genere che mancava alla
tradizione italiana. La descrizione di Bertran che cammina tenendo in mano il suo
capo mozzato a mo' di lanterna pu apparire poco credibile ai lettori e Dante
premette di essere restio a dichiarare ci che ha visto, senonch la sua buona fede
lo conforta (discorso simile a quello di Inf., XVI, 124 ss., quando aveva descritto
l'apparizione di Gerione). Il trovatore sconta le discordie che insinu tra Enrico II, re
d'Inghilterra e duca di Aquitania di cui Bertran era feudatario, e il figlio Enrico III,
incitando quest'ultimo a ribellarsi al padre e per il quale, morto prematuramente,
scrisse un planh; per aver messo zizzania tra padre e figlio ora ha la testa separata
dal corpo, rendendo quindi evidente il contrapasso ( l'unica volta nel poema in cui
Dante usa questa parola, il cui significato chiarito in modo crudo dallo stesso
dannato).
Va detto che la descrizione iniziale delle vittime delle guerre italiche ricorda pagine
simili dello stesso Bertran, con una circolarit nel Canto che ha altri esempi nella
Commedia: l'insistenza sul tema delle guerre e delle vittime provocate dalle
sanguinose divisioni ovviamente un riflesso della situazione politica lacerata
dell'Italia del Trecento, nonch delle lotte tra Comuni e tra Guelfi e Ghibellini che
erano una concausa della generale corruzione e del disordine morale contro cui
Dante si scaglia nel poema (specie nel caso della rivalit tra Chiesa e Impero: i versi
iniziali hanno una forte impronta anti-angioina, con l'accenno a Benevento che avr
una corrispondenza col celebre episodio di Manfredi nel Canto III del Purgatorio).
L'Islam nella Commedia.
Complesso e controverso il rapporto di Dante con la religione musulmana, la quale
gli appare come una scandalosa divisione interna al mondo cristiano e che ha
dunque prodotto guerre e sanguinose lacerazioni (la sua conoscenza dell'Islam del
resto lacunosa, condizione comune a tutto il Medioevo), ma d'altro canto il poeta
ammira con sincerit alcuni illustri intellettuali arabi e perci la sua condanna del
mondo islamico non assoluta.
Sul giudizio negativo pesa la tradizione secolare di guerre e invasioni degli Arabi nel
Mediterraneo, nonch il tema sempre presente della Crociata in Terrasanta: in Inf.,
VIII, 70-75 la citt di Dite descritta come una citt islamica, con le meschite
(moschee) rosse e arroventate dal fuoco, popolata da diavoli; Maometto (XXVIII, 2242) incluso tra i seminatori di discordie della IX Bolgia, orrendamente mutilato e
descritto in toni grotteschi e comici; l'avo Cacciaguida si trova tra gli spiriti
combattenti per aver militato nella II Crociata ed essere caduto combattendo contro
l'iniquit della religione musulmana, il cui popolo usurpa... vostra giustizia, cio
occupa i luoghi santi approfittando dell'inerzia dei papi, mentre gli Arabi sono
definiti gente turpa e martiro la morte del crociato in battaglia (Par., XV, 139-148).

Questa posizione non impedisce tuttavia a Dante di ammirare intellettuali arabi


come Avicenna e Averro, da lui inclusi tra gli spiriti magni del Limbo in quanto
autori di opere filosofiche importantissime nel Medioevo, specie Averro che fu
autore di un commento alla filosofia aristotelica di fondamentale importanza per lo
stesso tomismo e, quindi, per l'architettura dottrinale del poema (qualcuno ha
parlato persino di averroismo da parte di Dante, ravvisabile soprattutto nel
Convivio). Se dunque alcuni esponenti e aspetti della cultura islamica erano noti al
poeta che ne apprezzava il positivo apporto al pensiero cristiano, la condanna
dell'Islam trova le sue ragioni unicamente nel campo religioso, per aver causato
guerre e uccisioni in Europa e per l'occupazione dei luoghi santi, che faceva degli
Arabi un popolo invasore e infedele degno di essere combattuto; la sua polemica
anche rivolta a quei papi che colpevolmente rivolgono la loro attenzione altrove,
come Bonifacio VIII che combatte contro altri cristiani a Palestrina e non contro Ebrei
o Saraceni, ovvero contro quei rinnegati che hanno partecipato all'assedio di Acri o
mercanteggiato in terra musulmana (Inf., XXVII, 85-90).
Questa ostilit contro l'Islam trover non pochi continuatori anche in et moderna,
specie nella tradizione del poema cavalleresco dei secc. XV-XVI: gli infedeli saranno i
nemici della Cristianit in opere come l'Orlando Innamorato o il Furioso di Boiardo e
Ariosto, mentre la I Crociata sar al centro della Gerusalemme Liberata del Tasso, in
cui la rappresentazione del mondo arabo non meno negativa e infernale (le
forze demoniache sono al servizio di Aladino, re di Gerusalemme, quelle di Dio
aiutano ovviamente i Crociati). Anche per questi autori ci si spiega con la paura
della minaccia turca sempre pi presente in Europa, che li spingeva a guardare
all'Islam come un pericolo da cui era necessario difendersi: certe pagine stridono
naturalmente con l'esigenza di una pacifica integrazione religiosa ed etnica propria
del mondo contemporaneo, ma vanno ricondotte al contesto storico-culturale in cui
furono prodotte e ci vale senz'altro anche per Dante e certi episodi scandalosi
della Commedia, primo fra tutti quello che descrive Maometto tagliato dal mento
infin dove si trulla, che non pu non risultare blasfemo a chi della fede musulmana
sincero e devoto osservante.
Note e passi controversi
I vv. 7-18 rievocano le molte guerre combatutte in Italia meridionale, definita
genericamente Puglia: i Troiani sono in realt i Romani, detti cos perch discendenti
da Enea, e la lunga guerra la seconda guerra punica, in cui ci fu la terribile
disfatta di Canne (Livio narra che i Cartaginesi, con gli anelli tolti ai cadaveri, fecero
un enorme mucchio). Dante cita poi le guerre contro i Normanni di Roberto
Guiscardo e quelle contro gli Angioini, culminate nelle battaglie di Benevento (1266)
e Tagliacozzo (1268). Ceperan la citt laziale di Ceprano, a guardia della quale
Manfredi pose alcuni baroni pugliesi che lo tradirono e consegnarono la piazzaforte
a Carlo I d'Angi. Il vecchio Alardo Alardo di Valry, che consigli a Carlo di tenere
una schiera in riserva con cui sconfisse Corradino.
I vv. 22-24 descrivono una botte (veggia, dal lat. tardo veia) priva del mezzule, la
doga mediana del fondo, e delle due lulle, le doghe laterali a forma di mezzaluna.
Il verbo accisma (v. 37) vuol dire probabilmente acconcia, prepara detto in
senso sarcastico (deriva dall'ant. fr. acesmer e in questo senso usato da Bertran

de Born in una sua poesia).


Il Noarese (v. 59) indica collettivamente i Novaresi e Vercellesi che assediavano
Dolcino e non il vescovo di Novara.
Lo dolce piano / che da Vercelli a Marcab dichina (vv. 74-75) la Pianura Padana,
indicata con gli estremi geografici di Vercelli e del castello di Marcab sul delta del
Po.
La profezia dei vv. 76 ss. riguarda Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, la
cui vicenda ci del tutto ignota: sappiamo solo che il tiranno fello che li uccider
Malatestino di Verrucchio, citato da Guido da Montefeltro nel Canto XXVII e poi
indicato come il traditor che vede pur con l'uno (il signore di Rimini era guercio).
Con Maiolica (v. 82) si intende l'isola di Maiorca, estremo occidentale del
Mediterraneo come Cipro quello orientale.
La gente argolica (v. 84) sono i Greci, nel Medioevo considerati predatori e pirati.
Focara (v. 89) una localit tra Cattolica e Pesaro in cui un forte vento ostacolava la
navigazione: i due personaggi di Fano non dovranno pregare prima di passare da l,
perch saranno uccisi prima.
I vv. 98-99 si rifanno a Lucano, Phars., I, 281: Tolle moras: semper nocuit differre
paratis (Poni fine agli indugi: rimandare ha sempre recato danno a coloro che sono
pronti ad agire).
Al v. 123 Oh me! rima composta (cfr. Inf., VII, 28, pur l).
Il re giovane (v. 135) Enrico III, figlio del duca d'Aquitania; alcuni mss. leggono re
Giovanni, ma di certo una correzione per il ritmo inconsueto dell'endecasillabo.
Achitofel (v. 137) era il consigliere del re David, contro il quale aizz il figlio
Assalonne; il fatto narrato nella Bibbia (II Reg., 15-18).

Inferno, Canto XXIX


Argomento del Canto
Ancora nella IX Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i seminatori di
discordie. Virgilio rimprovera Dante, poi gli indica Geri del Bello tra i dannati della
Bolgia. Passaggio alla X Bolgia, in cui sono puniti i falsari. Incontro con gli alchimisti,
tra cui Griffolino d'Arezzo e Capocchio.
il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le tredici.
Rimprovero di Virgilio; Geri del Bello (1-39)
La visione della IX Bolgia dell'VIII Cerchio ha commosso Dante alle lacrime, per cui
Virgilio lo rimprovera e gli ricorda che il suo atteggiamento stato diverso nelle
altre Bolge, aggiungendo che sono le due del pomeriggio ed tempo di procedere.
Dante si scusa asserendo che tra i seminatori di discordie ci dovrebbe essere un
membro della sua famiglia. Il maestro gli dice che mentre Dante stava parlando con
Bertram del Bornio, un dannato lo aveva indicato minacciosamente col dito e gli
altri lo avevano chiamato Geri del Bello. Dante spiega che costui gli rimprovera il

fatto che la sua morte violenta non stata ancora vendicata da un membro della
sua consorteria, perci se ne andato senza rivolgergli la parola. Mentre i due poeti
parlano, raggiungono il ponte che sovrasta la X e ultima Bolgia.
I peccatori della X Bolgia: gli alchimisti (40-72)
Quando i due poeti sono arrivati sul ponte, Dante sente provenire dal basso dei
lamenti cos pietosi da doversi tappare le orecchie con le mani. Se tra luglio e
settembre dagli ospedali della Valdichiana, di Maremma e della Saredegna si
mettessero insieme tutti i malati, tale sarebbe lo spettacolo e il puzzo di membra in
cancrena che fuoriesce dalla Bolgia. I due poeti scendono sull'argine e da l Dante
pu vedere il fondo, dove sono puniti i falsari di metalli (alchimisti). La pestilenza di
Egina, quando l'intera popolazione fu sterminata e il paese fu ripopolato con le
formiche, non fu pi grave dello sgradevole spettacolo della fossa in cui i dannati
languono preda di varie malattie. Essi giacciono sul ventre e sulle spalle l'uno
dell'altro, alcuni sono sdraiati e altri avanzano carponi. I due poeti procedono e
osservano in silenzio i dannati, che non si possono muovere.
Griffolino d'Arezzo (73-120)
Dante vede due dannati che siedono appoggiati l'uno all'altro, tutti coperti di croste
e di scabbia; entrambi si grattano con violenza per il tremendo prurito, come uno
stalliere che striglia con forza un cavallo, e levano via le croste come un coltello che
squama una scardova o un pesce simile. Virgilio si rivolge a uno di loro e gli chiede
se fra i compagni di pena ci siano degli Italiani, augurandogli che le unghie gli
bastino per l'eternit a grattarsi. Il dannato risponde che sia lui sia il compagno cui
appoggiato sono originari dell'Italia, chiedendo a sua volta al poeta chi sia lui.
Virgilio spiega che sta guidando Dante, ancor vivo, attraverso l'Inferno e a quel
punto i due peccatori si staccano l'uno dall'altro e fissano Dante stralunati. Virigilio
invita il discepolo a rivolgersi ai due dannati e Dante chiede loro chi siano, affinch
possa portare notizie di loro sulla Terra. Uno dei due si presenta come Griffolino
d'Arezzo, condannato al rogo da Albero da Siena non per il peccato che sconta
all'Inferno, ovvero l'alchimia, ma perch scherzando gli aveva detto di saper volare.
Albero gli aveva ordinato di mostrargli se fosse vero, e poich Griffolino non c'era
riuscito il nobile senese aveva chiesto al vescovo della citt, che lo considerava
come suo figlio, di bruciarlo come eretico. Egli per stato destinato alla X Bolgia
da Minosse, cui non lecito sbagliare, in quanto ha praticato l'alchimia.
Capocchio (121-139)
Dante prende spunto dalle parole di Griffolino e osserva con Virgilio che i Senesi
sono un popolo di incredibile vanit, maggiore persino di quella dei Francesi. L'altro
dannato lo sente e afferma ironicamente che tra gli abitanti di Siena devono essere
salvati alcuni personaggi, tra i quali Stricca dei Salimbeni, che si diede a spese
pazze, suo fratello Niccol, che introdusse in cucina l'uso dei chiodi di garofano, e
tutta la cosiddetta brigata spendereccia, di cui fecero parte Caccianemico degli
Scialenghi e Bartolomeo dei Folcacchieri (detto l'Abbagliato). Il dannato si presenta
poi come Capocchio di Siena, che fu falsatore di metalli tramite l'alchimia, e Dante
dovrebbe riconoscerlo come buon imitatore della natura.

Interpretazione complessiva
Il Canto si divide in due parti, la prima delle quali (pi breve) dedicata ancora ai
seminatori di discordie della IX Bolgia, fra i quali Dante include Geri del Bello.
L'episodio si apre con un rimprovero di Virgilio al discepolo che si attarda a
osservare la Bolgia e ha le lacrime agli occhi, diversamente da quanto ha fatto negli
altri luoghi del Cerchio: il rimbrotto anticipa quello, decisamente pi aspro, che il
maestro rivolger a Dante alla fine del Canto XXX per aver assistito alla volgare
rissa tra Sinone e Mastro Adamo, mentre in questo caso Dante pu giustificarsi con
la presenza tra i dannati del suo lontano parente Geri del Bello. Questi imputa a lui e
ai membri della sua famiglia di non aver ancora vendicato la sua uccisione, cosa di
cui Dante si mostra consapevole; il tema si ricollega a quello delle vendette e degli
odi tra le consorterie, che era stato affrontato nel Canto precedente con la figura di
Mosca dei Lamberti (il quale era dannato proprio per aver ordinato l'uccisione di un
nemico del suo clan, foriera di gravi conseguenze per Firenze e la sua famiglia). La
risposta di Virgilio a Dante perentoria ed un invito a non preoccuparsi del
dannato, a lasciarlo dove si trova e passare oltre: una frase che ricorda quella sugli
ignavi di Inf., III, 46-51 e che chiude in modo brusco l'episodio, con la condanna
implicita delle vendette familiari che portano solo una scia di sangue e lacerazioni
insanabili, come la presenza all'Inferno di Geri e Mosca dimostra chiaramente. Va
ricordato che nella famosa tenzone con Forese Donati, l'amico-rivale con cui
Dante aveva scambiato alcuni sonetti ingiuriosi, il poeta era stato accusato di non
aver vendicato il padre da un imprecisato oltraggio, mentre qui ogni insinuazione di
vilt respinta e le vendette private vengono condannate in quanto contrarie ai
principi religiosi, anche se imposte dal costume sociale del tempo.
La seconda parte del Canto, decisamente pi ampia, ci mostra la X e ultima Bolgia
dell'VIII Cerchio, in cui a essere puniti sono i falsari (divisi in varie tipologie: qui
appaiono gli alchimisti, ovvero coloro che hanno falsificato i metalli). La loro pena
consiste nell'essere preda di fastidiose e ripugnanti malattie, con un contrappasso
non del tutto chiaro; dalla Bolgia si leva un gran puzzo accompagnato a lamenti
pietosi, e per descrivere l'orribile spettacolo dei corpi dei dannati rosi dalla scabbia
e da altre malattie il poeta ricorre a due similitudini, una tratta dal mondo
contemporaneo (gli ospedali della Valdichiana e di altre zone paludose dove, nei
mesi estivi, si raccolgono i malati di malaria) e l'altra dal mito classico (la pestilenza
di Egina, scatenata da Giunone per la gelosia verso la ninfa amata da Giove e che
fece strage degli abitanti dell'isola). Questo alternarsi di riferimenti all'attualit e al
mito proseguir anche nel Canto successivo, con un continuo passaggio da uno stile
retoricamente elevato a toni pi popolari e comico-realistici, culminanti nel volgare
alterco tra Sinone e Mastro Adamo che chiuder il Canto XXX. Anche qui la
descrizione della scabbia che ricopre i corpi di Griffolino e Capocchio fa ampio uso di
similitudini realistiche, dallo stalliere che striglia i cavalli e ricorda il modo in cui i
due si grattano per placare il tremendo prurito, al coltello che toglie le squame della
scardova (e i dannati sono paragonati a due tegami appoggiati l'un l'altro sul fuoco,
con un'immagine quotidiana e culinaria). Anche le rime sono difficili e i suoni aspri,
come nella migliore tradizione della poesia comica (tegghia, segnorso, scabbia,
scaglie, tanaglie).

Il tono realistico anche nel successivo discorso, con Griffolino che ricorda il motivo
grottesco per cui Albero da Siena lo ha mandato a morte (un'ingenua beffa che si
trasformata in tragedia per la stupidit del nobile) e Capocchio che risponde in
modo sarcastico a Dante affermando che tra i Senesi, la cui vanit proverbiale,
devono essere salvati alcuni personaggi che in realt sono campioni di frivolezza. Il
discorso di Capocchio simile a quello dei Malebranche riguardo a Bonturo Dati e ai
barattieri di Lucca, elencando una serie di personaggi noti per aver fatto parte della
cosiddetta brigata spendereccia: una combriccola di dodici giovani di Siena che si
diedero a folli spese e che in due anni avrebbero dilapidato l'incredibile somma di
216.000 fiorini. inutile discutere, come pure si fatto, se tale brigata sia la stessa
cantata da Folgre da San Gimignano e a capo della quale era un certo Nicol di Nisi
che potrebbe essere lo stesso citato in questi versi: Dante condanna chiaramente la
condotta di questi personaggi che scialacquarono i loro averi, il che non ha nulla a
che fare con la liberalit e la cortesia altre volte esaltate nelle Rime e nel poema
(specie nel discorso di Guido del Duca, in Purg., XIV, 91 ss.). La condanna delle folli
spese ricorda naturalmente gli scialacquatori del Canto XIII, ma si riallaccia anche al
discorso relativo al denaro e all'aspetto mercantile della civilt comunale, a pi
riprese condannato da Dante: il tema anticipa quello dei falsari di monete che
appariranno nel Canto seguente e che hanno agito, non diversamente dagli
alchimisti, spinti dall'avarizia e dalla cupidigia che hanno profondamente corrotto la
vita dei Comuni del Trecento.

Note e passi controversi


Il termine inebriate (v. 2) vuol dire probabilmente piene di lacrime ed calco
biblico (Is., XVI, 9: inebriabo te lacrima mea).
Il verbo si soffolge (v. 5) di significato controverso e vuol dire probabilmente
continua, persiste (forse dal lat. suffulcire, puntellare).
Nel v. 10 Virgilio indica che la luna sotto i loro piedi, quindi il sole allo zenit, sul
meridiano di Gerusalemme; poich il plenilunio avvenuto due giorni prima (Inf.,
XX, 127) vuol dire che sono circa le due del pomeriggio del sabato santo. Il viaggio
attraverso l'Inferno dura in tutto circa 24 ore.
Al v. 28 impedito vale impegnato (ad ascoltare Bertran de Born, che fu signore del
castello di Hautefort, Altaforte).
La Valdichiana, la Maremma e la Sardegna (vv. 46-48) erano zone paludose nel
Medioevo, dove la malaria era endemica (il periodo estivo era quello di maggior
virulenza del male).
Il v. 57 (punisce i falsador che qui registra) indica che la giustizia divina annota nel
suo libro i falsari quando peccano qui, sulla Terra.
La similitudine dei vv. 58-66 tratta dalle Metamorfosi di Ovidio (VII, 523 ss.) e si
riferisce alla terribile pestilenza scatenata da Giunone nell'isola di Egina, per la
gelosia verso la ninfa amata da Giove che aveva dato nome a quel luogo.

Sopravvisse solo il re Eaco, che ottenne da Giove di ripopolare il paese


trasformando le formiche in uomini, che furono poi chiamati Mirmidoni.
Le schianze di cui sono coperti i due dannati (v. 75) sono le croste della scabbia. La
scardova un pesce d'acqua dolce della famiglia dei Ciprinidi, dalle squame larghe
e spesse.
La vanit dei Senesi cui accenna Dante (vv. 121-123) doveva essere proverbiale e vi
fa riferimento anche Sapa in Purg., XIII, 151-153.
I vv. 127-129 si riferiscono all'uso dei chiodi di garofano per insaporire le vivande
arrostite, introdotto a Siena da Niccol dei Salimbeni, che secondo alcune
testimonianze usava addirittura cuocere la cacciagione sulla brace di questa spezia
molto costosa. L'orto certamente Siena, dove tale pianta attecchisce.
Alcuni mss. al v. 131 leggono fronda, che lezione pi facile di quella a testo
(fonda, nel senso di terreno arato oppure di borsa).
Al v. 139 di natura vuol dire probabilmente della natura, intendendo che
Capocchio fu abile imitatore di questa; altri intendono per natura.

Inferno, Canto XXX

Argomento del Canto


Ancora nella X Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i falsari.
Apparizione dei falsari di persona, tra cui Gianni Schicchi e Mirra. Incontro coi falsari
di monete: Mastro Adamo. I falsari di parola: Sinone e la moglie di Putifarre. Rissa
tra Sinone e Mastro Adamo. Virgilio rimprovera aspramente Dante.
il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, fra le due e le tre.
Il furore dei falsari di persona (1-30)
Per descrivere il furore dei falsari di persona, puniti nella X Bolgia dell'VIII Cerchio,
Dante ricorre a due similitudini: Giunone, gelosa di Semele in quanto amata da
Giove e adirata contro i Tebani, prima incener la fanciulla e poi fece impazzire
Atamante, marito di sua sorella. Questi, vedendo la moglie coi due figli in braccio,
l'aveva scambiata per una leonessa con due piccoli e aveva afferrato il figlio Learco
per poi ucciderlo, mentre la donna si era annegata con l'altro. E al tempo in cui Troia
fu sconfitta e Priamo venne ucciso, sua moglie Ecuba fu fatta schiava e apprese in
seguito della morte dei suoi figli Polissena e Polidoro, per cui impazz e si mise a
latrare come un cane. Tuttavia, nessuno di questi esempi di follia o di altri che
colpiscono uomini o bestie possono descrivere il furore di due anime che corrono
nella Bolgia: una di esse assale Capocchio azzannandolo sul collo e trascinandolo
col ventre a terra.
Gianni Schicchi e Mirra (31-48)
Griffolino d'Arezzo resta l tremante e dice a Dante che quell'anima di Gianni
Schicchi, per cui il poeta si affretta a chiedergli chi sia l'altra anima che giunta l in
preda alla furia. Griffolino risponde che si tratta di Mirra, che si invagh del padre
contrariamente a ogni legge morale. La donna, pur di giacere con lui, si era finta
un'altra donna, mentre Gianni aveva finto di essere il defunto Buoso Donati, per
assegnarsi con un testamento falso la pi bella giumenta della sua mandria. Udite le
parole dell'alchimista, Dante passa a osservare gli altri dannati della Bolgia.
I falsari di monete: Mastro Adamo (49-90)
Dante nota un dannato dal ventre cos gonfio che sembrerebbe un liuto, se non
fosse che al fondo della pancia ha le due gambe. Ci effetto dell'idropisia, malattia
che deforma le parti del corpo accumulando liquido nel ventre; il dannato ha anche
le labbra aperte per la sete, proprio come accade al tisico. Il dannato apostrofa
Dante e Virgilio, meravigliato del fatto che vanno per l'Inferno senza alcuna pena,
quindi si presenta come Mastro Adamo, che visse nell'abbondanza e ora brama un
goccio d'acqua. Egli ripensa sempre ai freschi ruscelli del Casentino e tale ricordo lo
tormenta assai pi della malattia di cui ora vittima: la giustizia divina lo punisce
facendogli pensare a quei luoghi dove pecc e inducendolo a sospirare di continuo.
In quelle terre infatti c' il castello di Romena, dove lui ha falsificato i fiorini ed
stato arso sul rogo. Se solo vedesse tra i compagni di pena l'anima di Guido, o di
Alessandro o del loro fratello Aghinolfo (i conti Guidi), in cambio rinuncerebbe a bere
dell'acqua della fonte Branda: uno di loro (Guido) gi nella Bolgia, stando a quel
che dicono gli altri dannati, e se Adamo potesse muoversi anche solo di un'oncia in

cent'anni si sarebbe gi messo alla sua ricerca, nonostante la Bolgia abbia una
circonferenza di undici miglia e non sia larga meno di mezzo miglio. Mastro Adamo
dannato a causa dei conti Guidi, che l'hanno indotto a falsificare i fiorini con tre
carati di metallo vile.
I falsari di parola; rissa tra Sinone e Mastro Adamo (91-129)
Dante chiede a Mastro Adamo chi sono i due dannati stesi accanto a lui, che
bruciano di febbre e fumano come le mani bagnate d'inverno. Il monetiere risponde
di averli trovati l al suo arrivo nella Bolgia e di non averli mai visti muoversi: sono la
moglie di Putifarre, che accus falsamente Giuseppe, e il greco Sinone, che ingann
i Troiani con lo stratagemma del cavallo di legno. A questo punto Sinone, irritato per
essere stato nominato, colpisce con un pugno la pancia gonfia di Adamo: questi
risponde con un colpo al viso, dicendo a Sinone che se non pu muovere le gambe,
conserva tuttavia sufficiente agilit nelle braccia. Sinone ribatte che Adamo non era
cos agile quando andava al rogo, mentre aveva le braccia sciolte mentre falsificava
monete; l'altro dichiara che vero, ma Sinone non fu altrettanto sincero quando
raccont del cavallo a Troia. Sinone ribatte che lui disse il falso, ma Adamo falsific
monete ed dannato per una colpa pi grave; Adamo gli ricorda ancora lo spergiuro
del cavallo e afferma che tutto il mondo ne a conoscenza. Sinone gli rinfaccia la
sete che lo tormenta e l'acqua che gli rigonfia orribilmente la pancia; Adamo ribatte
che la bocca di Sinone arsa dalla febbre e gli duole la testa, quindi non gli
servirebbero molti inviti per leccare qualche goccia d'acqua.
Rimprovero di Virgilio a Dante (130-148)
Dante osserva il volgare alterco con grande attenzione, quando d'improvviso
rimproverato da Virgilio, che gli dice di essere sul punto di iniziare uno scontro con
lui. Dante si volta subito verso il maestro, provando tanta vergogna che ne conserva
ancora il ricordo: come quello che sogna di subire un danno e nel sogno stesso
desidera che ci non sia vero, cos Dante vorrebbe scusarsi con Virgilio ma non osa
parlare, e tuttavia si scusa col suo aspetto vergognoso. Il maestro lo rassicura
dicendogli che il pentimento di Dante basterebbe a lavare un peccato maggiore,
quindi non deve pensarci pi. Virgilio lo invita poi ad averlo sempre accanto nel caso
assista nuovamente a una simile rissa, perch attardarsi ad ascoltare cose simili
desiderio vile.
Interpretazione complessiva
Il Canto chiude la parentesi dedicata alla pena del falsari e presenta, in modo simile
a quanto si visto nel Canto precedente, un'alternanza di toni elevati,
retoricamente complessi da un lato e di uno stile aspro, comico-realistico dall'altro,
attraverso cui Dante descrive la pena dei dannati e al contempo svolge un
importante discorso di poetica. L'episodio si apre infatti con la descrizione della furia
dei falsari di persona, a rappresentare la quale il poeta ricorre a due similitudini
tratte dal mondo classico: la follia di Atamante, il marito della sorella di Semele con
cui Giunone era adirata in quanto amata da Giove, e quella di Ecuba, impazzita per
aver appreso della morte dei figli Polissena e Polidoro in seguito alla fine di Troia. I
entrambi i casi modello Ovidio (Met., IV, 512-530; XIII, 399 ss.), che Dante nel

primo esempio segue quasi alla lettera: il delirio di Atamante che scambia la moglie
e i figli per una leonessa e i leoncini descritto con particolari crudi, incluso il
dettaglio della donna che si annega con l'altro carco, col figlio superstite (c' un
parallelismo con la similitudine, anch'essa ovidiana, della peste di Egina rievocata
nel Canto XXIX per descrivere le malattie della Bolgia). La seconda similitudine
meno realistica ma altrettanto ricercata nell'accostare la miseria di Ecuba fatta
prigioniera all'altezza de' Troian che ambiva a tutto e che fu distrutta insieme al suo
re: non a caso Dante sceglie come esempi Troia e Tebe, due mitiche citt che erano
al centro di importanti cicli epici della poesia classica e attraverso il cui esempio
costruisce un esordio elevato, retoricamente prezioso per descrivere il furore di
Gianni Schicchi e di Mirra (anche quest'ultima, del resto, personaggio tratto dalla
mitologia greca).
Il tono si abbassa subito dopo con la presentazione dei due dannati, il primo dei
quali (Gianni Schicchi) azzanna al collo Capocchio come un animale selvaggio e lo
trascina facendogli grattar il ventre sul fondo roccioso della Bolgia. Griffolino
d'Arezzo a presentare lui e Mirra, usando un linguaggio aspro e popolare: Gianni
definito folletto, che va rabbioso altrui cos conciando, mentre Dante augura al
dannato che l'altro non gli ficchi / li denti a dosso (e anche l'accostamento dei due
ha qualcosa di grottesco: Mirra stata presa da una passione incestuosa per il
padre, mentre Gianni era un burlone che finse di essere un morto e si infil nel suo
letto per dettare un falso testamento, quindi due personaggi antitetici per levatura
morale e condotta). I toni comici proseguono nella descrizione di Mastro Adamo, che
Dante vede subito dopo e tratteggia in modo sarcastico: il monetiere paragonato
a un leuto per il ventre smisuratamente gonfio, identico allo strumento musicale se
non fosse per le gambe (la sua pancia risuoner come un tamburo quando sar
colpita da Sinone). Il discorso del dannato sar invece di nuovo elevato, quando si
presenter e rievocher con toni quasi lirici il fresco paesaggio della sua terra, il
Casentino dove visse e falsific monete, e dove scorrono dolci ruscelli il cui ricordo
lo tormenta in quanto divorato dalla sete. Il fiorino da lui adulterato viene detto
lega suggellata del Batista, con riferirimento all'effigie del patrono di Firenze
impressa su una faccia della moneta, e lo stile resta alto anche quando Adamo
augura la dannazione ai conti Guidi che lo indussero a peccare, rammaricandosi di
non potersi muovere per andare a cercare Guido II che dovrebbe essere gi l
(essendo morto nel 1292: notevole l'uso della rima composta, un'oncia / non ci ha
che una raffinatezza retorica).
Lo stile torna poi ad abbassarsi drasticamente nel finale dell'episodio, con la volgare
rissa tra Mastro Adamo e Sinone che il pezzo forte dell'intero Canto e in cui
Dante si ispira, in maniera quasi dichiarata, a quella poesia comico-realistica di cui
lui stesso in passato era stato esponente. Lo scontro tra i due dannati infatti una
vera e propria tenzone poetica, uno scambio di insulti e improperi in cui ciascuno
risponde per le rime all'avversario, in modo simile a quanto Dante stesso aveva
fatto nel celebre scambio di sonetti offensivi con Forese Donati. Il linguaggio crudo
e ricco di termini popolari e gergali, come epa croia (il ventre teso per il gonfiore,
dal prov. croi), ti crepa, l'acqua marcia, si squarcia, rinfarcia (riempie), ma anche di
giochi di parole e trovate sarcastiche, con Sinone che accusa Adamo di non essere

stato agile ad andare al rogo quanto lo fu nel falsificare monete, Adamo che prima
risponde ricordando le bugie di Sinone a Troia e poi ribattendo che se lui ha la lingua
arsa dalla sete anche Sinone brucia di febbre, tanto che per leccar lo specchio di
Narcisso non avrebbe bisogno di grandi inviti (da notare l'uso di un'espressione
mitologica ed elevata entro un discorso basso e volgare). Ciascuno dei due duellanti
pronuncia esattamente una terzina, rimbeccando le accuse dell'avversario come
avveniva nel contrasto, altro genere assai in voga nella poesia popolare: ed
naturalmente significativo che Virgilio rimproveri aspramente Dante che indugia
compiaciuto ad osservare la rissa, affermando che voler ci udire bassa voglia (la
reazione del discepolo sar di enorme vergogna, al punto che il maestro lo
perdoner subito). Dante prende le distanze da quella poesia di genere comico che
aveva sperimentato nella tenzone con Forese e che ora respinge per ragioni
stilistiche e morali: come nel Canto V aveva condannato certa poesia amorosa che
pu portare alla dannazione, cos qui egli supera una fase della sua precedente
produzione nella quale non pu pi riconoscersi, come appare chiaro dalla
raccomandazione di Virgilio-ragione che dovr sempre averlo allato qualora si
ripresentassero occasioni simili.
Lo stile degli ultimi versi torna poi nuovamente ad elevarsi, con la raffinata
replicazione dei vv. 136-137 (sogna... sognando... sognare) e del v. 140 (scusarmi...
scusava) e il linguaggio raffinato di Virgilio, che usa termini ricercati come trestizia,
disgrava e definisce eufemisticamente la volgare rissa come piato. Il finale si
riallaccia all'eleganza dell'esordio, per cui l'episodio di Mastro Adamo e Sinone viene
racchiuso come una parentesi da trascurare, proprio come da superare una fase
della produzione poetica di Dante che viene respinta non in quanto tale, ma in
quanto genere letterario di puro intrattenimento e il cui scopo era di divertire il
lettore a spese dell'avversario colpito dalle ingiurie. La poesia comica pu essere
funzionale alla rappresentazione del mondo ultraterreno e come tale Dante la usa
varie volte nel poema (si pensi ad esempio all'episodio dei Malebranche nei Canti
XXI-XXII), ma sempre sotto la guida severa della ragione e scostandosi dal modello
costituito dalle precedenti prove giovanili, da condannare in quanto fine a se stesse
(alla tenzone con Forese Dante far poi ammenda direttamente con l'amico-rivale
nel Canto XXIII del Purgatorio, nell'ambito di un episodio in cui ci sar un'importante
dichiarazione di poetica nell'incontro con Bonagiunta da Lucca, con Dante che si
dichiarer poeta ispirato dall'amore e sar, evidentemente, l'amore puro di Beatrice
che lo condurr alla visione di Dio).

Le cognizioni mediche in Dante


Sappiamo che Dante in giovent fece un viaggio a Bologna e che forse, in tale
occasione, frequent per qualche tempo l'Universit cittadina; si ipotizzato che
abbia svolto studi di medicina, data la scelta di iscriversi nel 1295 all'Arte dei Medici
e degli Speziali, anche se di questo non ci sono conferme dirette. innegabile
tuttavia che Dante mostri nella Commedia una certa dimestichezza con l'anatomia
umana e alcuni aspetti medici, il che farebbe pensare che il poeta ebbe specifiche
cognizioni in questo campo, forse desunte da libri e manuali del suo tempo se non

dall'osservazione diretta di determinate patologie. soprattutto nell'Inferno che ci


risulta a tratti molto evidente, nella descrizione di alcuni dannati o in semplici
similitudini: in XVII, 85-87, Dante rappresenta la sua paura nel salire sulla groppa di
Gerione paragonandosi a colui che ha la febbre quartana (che ritorna ciclicamente
ogni quattro giorni) ed vittima del suo brivido (il riprezzo), tanto da avere le
unghie smorte, livide, e da tremare al solo vedere l'ombra. In XX, 10-18, descritta
la pena degli indovini della IV Bolgia che hanno la testa rivoltata all'indietro e Dante
osserva che forse una parlasia (paralisi) potrebbe aver ridotto cos qualcuno in
natura, ma lui non ha mai visto nulla del genere e non crede che sia possibile. In
XXIV, 112-117, Vanni Fucci si rialza dopo la trasformazione in cenere ed
paragonato all'uomo che cade, e non sa como, cio a colui che vittima di un
improvviso svenimento, che pu essere causato da un demon ch'a terra il tira
(spiegazione sovrannaturale) oppure da una oppilazion, da un'ostruzione degli spiriti
vitali che gli ha fatto perdere i sensi (spiegazione medica: e la teoria degli spiriti,
tipica della fisiologia medievale, largamente presente nella poesia stilnovista di
Dante stesso e Cavalcanti).
Anche la descrizione dei seminatori di discordie della IX Bolgia e dei loro corpi
mutilati ricca di dettagli anatomici (XXVIII, 22 ss.): Maometto ha un taglio che va
dal mento fino all'ano, che permette di vedere tutti gli organi interni (sembra
un'incisione praticata in un'autopsia: che Dante avesse assistito a una simile
operazione?), vale a dire le minugia, la corata (cuore, polmoni, fegato), e lo stomaco
definito tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia. Pier da Medicina ha la
gola squarciata e dal collo fuoriesce la canna (il cavo orale) coperta di sangue, da
cui emette le parole; Bertran de Born, che ha la testa mozzata, afferma di avere il
cerebro (il cervello) staccato dal suo principio, ovvero dal midollo spinale che
rimasto nel tronco. Ma soprattutto nei Canti XXIX-XXX che Dante ricorre a
spiegazioni mediche nel descrivere le orribili malattie di cui sono preda i falsari della
X Bolgia: gi in XXIX, 46-51 i malati vengono paragonati ai malarici degli spedali di
Valdichiana, Meremma e Sardegna, tutte zone paludose dove la malaria era
endemica e diventava virulenta nei mesi estivi, tra 'l luglio e 'l settembre; dalle loro
marcite membre promana un gran puzzo, mentre pi avanti sono presentati gli
alchimisti che hanno il corpo coperto di croste della scabbia, che provocano loro un
tremendo prurito. Si osservato in proposito che i loro sintomi richiamano piuttosto
la lebbra, che secondo le teorie del tempo si accompagnava spesso alla scabbia e
aveva la caratteristica proprio di far marcire la pelle e di produrre un fastidioso
fetore (anche qui Dante sembra avere le idee chiare in materia).
I dettagli medici proseguono nel Canto XXX, in cui descritta l'idropisia di cui
affetto Mastro Adamo: la malattia fa gonfiare enormemente il ventre, a causa
dell'omor che mal converte (ovvero la linfa che si trasforma in modo anomalo: noi
diremmo che c' un ristagno di liquido). Dante qui segue strettamente le indicazioni
di Bartolomeo Anglico, autore di un manuale di medicina (De proprietatibus rerum,
1240 ca.) in cui la malattia descritta in termini quasi identici: il ventre del dannato
teso come un tamburo (verr detto epa croia), mentre la sete che lo tormenta gli
asciuga le labbra come capita all'etico, ovvero chi colpito da tisi. Invece Sinone e
gli altri falsari di parola sono arsi dalla febbre, tanto che fumman come man

bagnate 'l verno: la loro febbre aguta, che sempre Bartolomeo descrive come
febris putrida e distingue dalle altre forme in quanto provoca dolore di capo e sete
(e pi avanti Mastro Adamo rinfaccer a Sinone proprio questi sintomi, dicendogli
che ha l'arsura e che il capo gli duole).
Note e passi controversi
Il v. 3 allude probabilmente al fatto che Giunone prima incener Semele, poi fece
impazzire Atamante (una e altra fiata vuol dire due volte).
I vv. 7-8 seguono strettamente Ovidio (Met., IV, 513-515): clamat: "Io, comites, his
retia tendite silvis! / hic modo cum gemina visa est mihi prole leaena (esclama:
"Coraggio, compagni, tendete le reti in questi boschi! Poco fa ho visto, qui, una
leonessa con due piccoli).
Al v. 15 cattiva vuol dire probabilmente prigioniera, anche se l'aggettivo in Dante
significa quasi sempre vile.
La donna de la torma (v. 43) la migliore cavalla dell'armento, per cui Gianni
falscific il testamento di Buoso Donati.
L'etico (v. 56) il tisico, tormentato da una sete simile a quella dell'idropico.
Al v. 70 il verbo fruga vuol dire tormenta
La Fonte Branda citata al v. 78 forse una celebre fonte di Siena, ma altri intendono
una fonte meno nota che si trovava nel castello di Romena, ovvero nel luogo dove
Mastro Adamo falsific i fiorini su istigazione dei conti Guidi (potrebbe per essere
stata nominata cos dai Casentinesi sulla scorta del passo dantesco).
L'oncia (v. 83) un'unit di misura che corrisponde a un dodicesimo del piede,
quindi a pochi centimetri.
Alcuni mss. leggono al v. 98 greco da Troia, mentre la lezione a testo indica che
Sinone, pur essendo greco, era stato fatto cittadino di Troia da Priamo e il suo
inganno era dunque ancor pi spregevole.
L'espressione febbre aguta (v. 99) non significa forse febbre alta, ma indica un
particolare tipo di febbre che nel Medioevo si pensava causasse sete e dolore di
testa.
Il v. 115 molto simile ai vv. 3-4 di un sonetto di Cecco Angiolieri in risposta a uno
di Dante, perduto: s'i' desno con altrui, e tu vi ceni; / s'io mordo il grasso, e tu vi
sughi il lardo. Dante potrebbe rifarsi anche ad altre tenzoni oltre a quella citata
con Forese Donati.
Alcuni mss. leggono al v. 125 per mal dir, per dir mal ma da respingere perch
Adamo intende dire che la febbre fa a pezzi la bocca di Sinone a causa dell'arsura.

Inferno, Canto XXXI


Argomento del Canto
Dante e Virgilio si avvicinano al pozzo che circonda il lago di Cocito (IX Cerchio). I
giganti; incontro con Nembrod. Incontro con Fialte. Discorso di Virgilio ad Anteo, che
depone i due poeti sul fondo del pozzo.
il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, dopo le tre.
Dante e Virgilio si avvicinano al pozzo dei giganti (1-33)

L'aspro rimprovero di Virgilio alla fine del Canto precedente, quando il poeta si era
attardato ad assistere alla rissa tra i falsari, ha fatto vergognare Dante, ma stato
lo stesso maestro a rincuorarlo, proprio come faceva la lancia di Peleo e poi di
Achille che aveva il potere di sanare le ferite inferte al primo colpo con un secondo. I
due poeti lasciano le Malebolge e si dirigono verso il IX Cerchio, attraversando in
silenzio l'argine roccioso che separa i due luoghi. C' una luce crepuscolare che non
permette di vedere bene, ma Dante a un tratto sente risuonare un corno fragoroso,
per cui spinge in avanti lo sguardo: Orlando non suon il suo in modo pi terribile a
Roncisvalle. Dopo un po' a Dante sembra di scorgere delle alte torri e chiede
spiegazioni a Virgilio: il maestro lo avverte che guardando nell'oscurit si vedono
cose che si possono fraintedere e lui lo capir quando saranno pi avanti. Poi Virgilio
prende dolcemente il discepolo per mano e lo avverte che ci che ha visto non sono
torri, bens giganti confitti nella roccia fino alla cintola.
I giganti. Incontro con Nembrod (34-66)
Come quando la nebbia si dirada e permette di vedere ci che poco prima celava,
cos Dante spinge in avanti lo sguardo e vede le sagome dei giganti che gli incutono
timore: essi cingono il pozzo che cala nel IX Cerchio, sepolti nella roccia fino alla
vita, e gli sembrano le torri che circondano Monteriggioni. Il poeta gi vede la faccia
di uno di essi (Nembrod), nonch il resto della parte superiore del corpo. Certo la
natura fece bene a non creare pi animali del genere, e se continua a generare
elefanti e altri pachidermi ci comprensibile in quanto i giganti avevano
l'intelligenza umana ed erano quindi molto pericolosi.
La faccia di Nembrod sembra lunga e grossa come la pigna di bronzo di S. Pietro, a
Roma, e il resto del corpo in proporzione; ci che emerge dalla cintola alla testa
tanto alto che tre abitanti della Frisia, uno sull'altro, sarebbero arrivati a stento alle
sue chiome (Dante stima che il gigante sia alto trenta palmi dalla spalla alla vita).
Parole incomprensibili di Nembrod (67-81)
Nembrod inizia a pronunciare parole incomprensibili con voce accesa, ma Virgilio si
rivolge a lui dandogli dello sciocco e invitandolo a sfogare la propria ira suonando
col corno che tiene a tracolla; se cerca bene, trover la correggia di cuoio che lo
tiene legato e che gli attraversa il petto. Dopodich il maestro si rivolge a Dante e
gli dice che il gigante accusa se stesso, poich colui che tent follemente di
arrivare in cielo con la Torre di Babele e per cui oggi si usano linguaggi diversi.
Virgilio conclude invitando Dante a lasciarlo stare e a non parlare inutilmente con
lui, dal momento che il gigante non capisce alcun linguaggio e il suo sconosciuto a
tutti gli altri.

Il gigante Fialte (82-111)


I due poeti si rivolgono quindi a sinistra e proseguono il cammino, trovando poco
dopo un altro gigante ancor pi feroce e pi grande. Egli strettamente avvinto da
una catena, che gli lega un braccio davanti e l'altro dietro la schiena, e si avvolge
dal collo in gi formando cinque giri almeno fin dove il corpo visibile. Virgilio

spiega che questo gigante volle sperimentare la sua forza contro Giove e il suo
nome Fialte, che si un agli altri giganti quando questi si ribellarono agli dei e per
questo ora non pu muovere le braccia. Dante chiede al maestro se sia possibile
vedere lo smisurato Briareo, ma Virgilio risponde che dovr accontentarsi di vedere
Anteo che vicino a loro ed sciolto, cos che potr aiutarli a scendere nel lago di
Cocito. Briareo infatti pi lontano, legato e del tutto simile a Fialte, tranne il fatto
che ha il volto pi feroce. Fialte si scuote improvvisamente e produce un frastuono
simile a un terremoto, per cui Dante teme la morte e resta vivo solo perch vede
che il gigante assicurato dalla robusta catena.
Il gigante Anteo. Discorso di Virgilio (112-145)
I due procedono ancora e raggiungono Anteo, che fuoriesce dalla roccia di sette
metri circa senza la testa. Virgilio si rivolge a lui e gli ricorda che un tempo, quando
viveva nella valle di Zama in Nordafrica dove Scipione sconfisse Annibale, uccise pi
di cento leoni e che se si fosse unito ai suoi fratelli nella lotta contro gli dei forse
avrebbero vinto i giganti. Virgilio lo prega di deporli gi al fondo del pozzo, nel lago
ghiacciato di Cocito: non deve indurli ad andare da Tizio o Tifeo, poich Dante pu
dargli fama nel mondo coi suoi versi e concedergli l'immortalit. Anteo non si fa
pregare e prende Virgilio stendendo le mani di cui Ercole sent la terribile stretta. Il
maestro dice poi a Dante di avvicinarsi, in modo che possa afferrarlo: lo abbraccia e
il gigante pu sollevarli entrambi.
Come la torre della Garisenda a Bologna, che se si guarda dalla parte dove pende e
passa dietro una nuvola sembra prossima a cadere, cos Anteo pare a Dante quando
il gigante si china verso di lui, al punto che il poeta vorrebbe andare per un'altra
strada. Il gigante depone dolcemente i due poeti al fondo della ghiaccia di Cocito,
dove sono imprigionati Lucifero e Giuda, per poi sollevarsi di nuovo come l'albero di
una nave.
Interpretazione complessiva
L'episodio segna il passaggio di Dante e Virgilio tra l'VIII e il IX Cerchio dell'Inferno,
presentando le figure dei giganti che ne sono gli assoluti protagonisti e che
anticipano, per molti aspetti, Lucifero che confitto al centro di Cocito e che verr
mostrato nell'ultimo Canto. Anche i giganti, infatti, sono conficcati nella roccia fino
alla cintola, ai margini del pozzo che circonda l'ultimo Cerchio dei traditori tra i quali
essi in certo modo figurano in quanto dannati: tanto i giganti della tradizione biblica
quanto quelli del mito classico si erano ribellati alla divinit con un folle e
presuntuoso tentativo di dare la scalata al cielo, in maniera analoga a quanto aveva
fatto il pi bello degli angeli (Lucifero) che si era ribellato a Dio volendo essere
uguale a lui. Una tradizione secolare aveva del resto creato un parallelo tra il
personaggio di Nembrod, erroneamente interpretato come un gigante e quale
ideatore della Torre di Babele, e i giganti della tradizione classica, che nella
Titanomachia si erano ribellati a Giove venendo sconfitti dagli dei dell'Olimpo; in
entrambi i casi l'episodio ricordava la ribellione di Lucifero dovuta all'invidia verso il
Creatore, e lo stesso Dante in Purg., XII, 25 ss. accosta a Lucifero proprio Nembrod,
Briareo e gli altri giganti classici come esempi di superbia punita all'uscita della I
Cornice. I giganti ricordano Lucifero anche per la loro bestialit, in quanto nessuno

di loro sembra dotato di intelletto e sono descritti da Dante alla stregua di enormi
animali privi di razionalit, proprio come il principe dei diavoli che verr
rappresentato come un immane mostro peloso, con attributi ferini e intento a
divorare le anime di Giuda, Bruto e Cassio. In questo Dante segue la tradizione dei
Padri della Chiesa, che interpretavano i giganti come creature mostruose realmente
esistite, non per demoniache e paragonabili a individui di eccezionali dimensioni (si
pensava che fossero estinti, come Dante afferma chiaramente ai vv. 49-57 e come
si argomentava dal ritrovamento nell'antichit di ossa smisurate appartenenti
probabilmente ad animali preistorici). Il poeta non li rappresenta anguipedi come gli
autori classici e Virgilio dice che Briareo in tutto simile a Fialte salvo che ha
l'aspetto pi feroce, escludendo quindi che abbia cento mani come la tradizione
classica affermava.
La presentazione dei giganti avviene per gradi, coi due poeti che si avvicinano al
pozzo dove sono confitti e Dante che nella semi-oscurit ne intravede la sagoma e li
scambia per torri: c' un evidente riferimento all'episodio biblico della Torre di
Babele e la similitudine prosegue alla fine col paragone tra Anteo che si china e la
torre della Garisenda a Bologna, oggetto di un curioso fenomeno ottico che Dante
aveva sicuramente visto coi propri occhi. Virgilio a spiegare al discepolo la
situazione e a presentargli alcuni dei giganti: il primo Nembrod, che pronuncia
parole prive di senso e sconta con questo contrappasso la confusione delle lingue a
Babele da lui provocata (Virgilio lo accusa di essere uno sciocco, lo invita a sfogare
la sua collera suonando il corno che tiene al collo, sottolineando la sua assoluta
impotenza). Non meno bestiale Fialte, che saldamente avvinto da una catena e
reagisce con stizza all'avvicinarsi di Dante al pari di altre figure dal mito gi viste;
Virgilio crea un parallelo tra lui e Nembrod, ricordando la sua partecipazione alla
battaglia di Flegra in Tessaglia contro gli dei nella Titanomachia, quando i giganti
sperimentarono la loro potenza contro Giove (l'Efialte classico aveva sovrapposto
insieme a Oto i monti Ossa e Pelio nel tentativo di scalare il cielo, episodio fin troppo
simile a quello della Torre di Babele).
Il terzo personaggio mostrato infine Anteo, che a differenza degli altri giganti non
aveva preso parte alla Titanomachia in quanto vissuto dopo ed era stato ucciso non
da Giove, bens da Ercole. Il gigante non legato come Fialte o Briareo e potr
quindi deporre Dante e Virgilio sul fondo del pozzo che divide l'VIII dal IX Cerchio,
nel lago ghiacciato di Cocito: la sua funzione sar dunque analoga a quella di altre
figure demoniache dell'Inferno, con la differenza che il poeta latino lo convince a
collaborare con un elaborato discorso retorico, una specie di suasoria che solletica
la vanit del gigante. Virgilio inizia infatti con una captatio benevolentiae,
ricordando in toni elevati che Anteo riport in vita molti trofei, avendo ucciso pi di
mille leoni nella valle di Zama (c' anche il riferimento alla battaglia in cui Scipione
sconfisse Annibale, che eleva lo stile); era stato talmente forte che forse, se avesse
preso parte allo scontro di Flegra, avrebbero vinto i figli de la terra, ovvero i giganti;
egli non deve indurre i due poeti a rivolgersi a Tizio o Tifeo, giganti meno forti di lui
secondo la testimonianza di Lucano (Phars., IV, 595 ss.) e se li aiuter, Dante lo
nominer nei suoi versi dandogli cos fama immortale. Il discorso di Virgilio da
intendere in senso antifrastico, in quanto la citazione di Anteo nel poema non sar

certo lusinghiera nei suoi confronti: ironica dunque la captatio benevolentiae,


mentre il gigante descritto in modo parodico come un essere privo di volont, una
sorta di burattino che si piega alla volont divina e aiuta i due poeti a proseguire il
viaggio come voluto da Dio, di cui il gigante un mansueto e fedele strumento. Il
ruolo di Anteo non dunque diverso da quello di altri personaggi del mito incontrati
durante la discesa, descritti nei loro aspetti bestiali o come bizzarre deformazioni
della Trinit o della giustizia divina (si pensi soprattutto a Cerbero e Minosse): la
presenza di Anteo e degli altri giganti in questo episodio necessaria anticipazione
della figura di Lucifero, la cui apparizione verr evocata e preparata per gradi nei
due Canti successivi e che chiuder in modo non meno paradossale la
rappresentazione del doloroso regno.
Note e passi controversi
I vv. 4-6 fanno riferimento al mito della lancia di Achille gi appartenuta al padre
Peleo, che aveva il potere di sanare al secondo colpo le ferite inferte col primo: il
paragone era frequente nella letteratura due-trecentesca, riguardo al bacio
dell'amata (mancia probabilmente un francesismo e vuol dire prova d'armi,
assalto).
L'espressione ai vv. 14-15 non del tutto chiara, anche se il senso generale
questo: il quale corno indirizz verso un unico luogo i miei occhi, che seguivano la
sua direzione (del suono del corno) in senso contrario.
La similitudine ai vv. 16-18 tratta dalla Chanson de Roland, poema epico in antico
francese che Dante conobbe forse indirettamente, in cui Orlando prima di morire
nella battaglia di Roncisvalle suona il corno per richiamare i rinforzi.
Montereggion (v. 40) Monteriggioni, piccolo centro in Valdelsa che nel XIII secolo
era munito di una cerchia di mura con 14 alte torri.
La pina di S. Pietro citata al v. 59 una pigna di bronzo che, a quanto pare, ornava
il mausoleo di Adriano o forse il Pantheon, alta pi di quattro metri; papa Simmaco
l'aveva posta davanti alla basilica di S. Pietro e oggi all'interno del Vaticano.
I vv. 63-64 si riferiscono alla convinzione, diffusa nel Medioevo, che gli abitanti della
Frisia fossero gli uomini pi alti del mondo (tre di loro, sovrapposti, non
arriverebbero dalla cintola alla fronte di Nembrod).
Le parole di Nembrod al v. 67 sono prive di senso, come Virgilio spiega pi avanti,
anche se riecheggiano forse parole ebraiche.
Virgilio ai vv. 103-105 corregge se stesso parlando di Briareo, dicendo che di
aspetto identico a Fialte e non quindi centimane come lui l'aveva descritto in Aen.,
X, 565-568.
Dotta (v. 110) voce provenzale per paura, come dottanza nei poeti del
Duecento.
Tizio e Tifo (Tifeo) erano due titani, dei quali il primo era stato fulminato da Apollo
per aver tentato Latona, l'altro da Giove che l'aveva sprofondato sotto l'Etna (in Par.,

VIII, 67-70 Dante far riferimento a questa leggenda, dicendo che in realt le
eruzioni del vulcano sono dovute allo zolfo e non al gigante).
Il fenomeno descritto ai vv. 136-138 un'illusione ottica che doveva esser frequente
a chi passava sotto alla torre della Garisenda a Bologna, al tempo di Dante assai pi
alta e in forte pendenza: chi la osservava dal basso aveva l'impressione che essa
cadesse, se una nuvola passava dietro di essa in senso contrario.

Inferno, Canto XXXII


Argomento del Canto
Invocazione di Dante alle Muse perch lo aiutino a descrivere il IX Cerchio. Ingresso
nella prima zona di Cocito, la Caina dove sono puniti i traditori dei parenti. Incontro
coi conti di Mangona e Camicione de' Pazzi. Ingresso nella seconda zona di Cocito,
la Antenra dove sono puniti i traditori della patria. Incontro con Bocca degli Abati e
altri traditori. Incontro con il conte Ugolino e l'arcivescovo Ruggieri.
il tardo pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, tra le cinque e le sei.
Invocazione di Dante alle Muse (1-15)
Dante vorrebbe disporre di un linguaggio aspro e duro, per descrivere il IX Cerchio,
e poich non ritiene il suo stile adeguato si accinge a iniziare il Canto con una certa
apprensione, in quanto non impresa da sottovalutare quella di rappresentare il
fondo dell'Inferno dove sono puniti i traditori. Invoca pertanto l'aiuto delle Muse,
proprio come aiutarono il poeta Anfione a muovere le pietre che formarono le mura
della citt di Tebe. Il poeta accusa duramente i traditori confitti nel ghiaccio, di cui
difficile parlare e che sarebbe stato meglio fossero stati sulla Terra pecore o zebre.
Prima zona di Cocito: la Caina (16-39)
Dante e Virgilio iniziano a muoversi sulla superficie del lago di Cocito, dove il
gigante Anteo li ha deposti in un punto pi basso dei suoi piedi. Mentre Dante
ancora guarda la parete rocciosa del pozzo, sente un dannato che lo apostrofa e lo
invita a stare attento dove mette i piedi: si volta e vede che il lago totalmente
ghiacciato, pi di quanto lo sia mai stato il Danubio in Austria o il Don in Russia, e se
anche su di esso cadessero monti altissimi non ne farebbero incrinare la superficie.
Le anime dei dannati (traditori dei parenti) sono imprigionate nel ghiaccio fino al
viso, come le rane stanno a gracidare nello stagno al principio dell'estate, sono
livide per il freddo e battono i denti come cicogne. Essi tengono la faccia rivolta
all'ingi e versano lacrime verso il basso, dal che si capisce la pena che essi
soffrono.
I conti di Mangona e altri traditori dei parenti (40-69)

Dante si guarda intorno, quindi vede ai suoi piedi due dannati imprigionati nel
ghiaccio e cos vicini che i capelli si confondono tra loro. Il poeta si rivolge ai due e li
invita a rivelare i propri nomi: essi sollevano il collo per guardare Dante, ma cos
facendo le lacrime gocciolano lungo il viso fino alle labbra e, ghiacciandosi,
rinserrano i loro occhi. Essi reagiscono rabbiosamente, cozzando la testa fra loro
come due caproni. Un altro dannato, cui il freddo ha fatto cadere entrambe le
orecchie, tenendo il viso basso chiede a Dante il motivo per cui indugia a osservarli.
Dichiara poi che i due dannati vicini vissero nella Valle di Bisenzio, furono fratelli e
figli di Alberto di Mangona: Dante potr cercare in tutta quella zona di Cocito, la
Caina, senza trovare altri dannati che meritino tale pena pi di loro. Il dannato
nomina dunque altri compagni di pena, tra cui il cavaliere ucciso dalla lancia di re
Art (Mordrec), Vanni de' Cancellieri detto Focaccia, Sassolo Mascheroni che gli
accanto e gli impedisce la vista. Il dannato conclude presentando se stesso come
Camicione de' Pazzi, che attende l'arrivo del congiunto Carlino nella zona Antenra
e la cui colpa, pi grave, far apparire minore la sua.
Seconda zona di Cocito: la Antenra. Bocca degli Abati (70-111)
Dante vede pi di mille visi di dannati paonazzi per il freddo, cosa che gli far
sempre ricordare quello spettacolo con ribrezzo. Mentre i due poeti procedono verso
il centro di Cocito ed entrano nella Antenra, Dante, che trema di freddo, per caso o
per destino urta col piede la testa di un dannato che piangendo lo sgrida. Il
dannato, uno dei traditori della patria, chiede a Dante perch lo calpesta se non
venuto a vendicare il tradimento della battaglia di Montaperti, per cui lo invita a
lasciarlo stare. Il poeta, punto sul vivo, chiede a Virgilio il permesso di trattenersi un
poco per togliersi un dubbio, promettendo di non attardarsi oltre. Il maestro
acconsente e Dante chiede al dannato di rivelare il proprio nome: il traditore gli
chiede a sua volta chi lui, che va colpendo le teste dei dannati dell'Antenra e
Dante afferma di essere vivo, promettendo sarcasticamente al dannato di
concedergli fama rivelando al mondo il suo nome. Poich lo spirito rifiuta di
manifestarsi e invita Dante ad allontanarsi con male parole, il poeta lo afferra per la
collottola e gli intima di dire il proprio nome, strappandogli pi di un capello, ma il
dannato si ostina nel suo silenzio e gli rivolge parole di sfida. Dante continua a
strappargli i capelli mentre quello latra come un cane, quando un compagno di pena
si rivolge a lui chiamandolo Bocca (degli Abati) e invitandolo a non urlare oltre a
battere i denti. Dante dice che non ha pi bisogno che lui parli e che provveder a
portare nel mondo notizie veritiere sul suo destino ultraterreno.
Bocca denuncia altri traditori della patria (112-123)
Bocca invita ancora Dante ad andarsene e a dire di lui ci che vuole, ma non dovr
tacere i nomi di altri traditori della patria che sono l insieme a lui, a cominciare da
quello che ha fatto il suo nome: si tratta di Buoso da Duera, che fu corrotto dagli
Angioini perch tradisse Manfredi di Svevia. Bocca indica inoltre Tesauro dei
Beccheria, decapitato dai fiorentini, Gianni dei Soldanieri, Gano di Maganza e
Tebaldello Zambrasi che consegn Faenza ai Guelfi bolognesi.
Incontro con Ugolino e l'arcivescovo Ruggieri (124-139)

Dante e Virgilio si sono allontanati da Bocca degli Abati, quando il poeta vede altri
due dannati imprigionati nel ghiaccio, uno dei quali tiene la testa sopra quella
dell'altro come un cappello. Il dannato che sta sopra addenta orribilmente la testa di
quello che sta sotto, nel punto in cui il cervello si unisce al midollo spinale, in modo
simile a quando Tideo rose la testa del nemico ucciso Menalippo. Dante si rivolge al
dannato e gli chiede la ragione di un tale odio verso il compagno di pena,
promettendogli, se ha ragione di lagnarsi di lui, di rendergli giustizia nel mondo
rivelando ci che gli dir.
Interpretazione complessiva
Il XXXII il primo di tre Canti dedicati complessivamente ai traditori, ovvero a coloro
che hanno peccato pi gravemente e sono imprigionati nel ghiaccio di Cocito, in
quattro zone concentriche che digradano verso il centro della Terra dove confitto
Lucifero. Il Canto si apre con una dichiarazione di poetica da parte di Dante, che
vorrebbe disporre di un linguaggio adeguatamente aspro per descrivere il fondo
dell'Universo: tale operazione non adatta a una lingua istintiva, come quella
infantile di chi chiama mamma o babbo (sono due parole che lo stesso Dante, in
DVE, II, 7 raccomanda di non usare nello stile elevato per l'eccessiva semplicit).
L'invocazione alle Muse significativa in quanto segnala un innalzamento
dell'impegno poetico, quasi una sorta di piccolo proemio che precede l'ingresso
nella zona pi aspra e terribile dell'Inferno, che si concluder degnamente con la
visione spaventosa del principe dei demoni.
In effetti lo stile usato da Dante sar fatto di rime aspre e chiocce, di suoni duri e
sgradevoli quali si convengono alla descrizione dei traditori e del luogo dove si
trovano: il ghiaccio di Cocito paragonato al Danubio gelato in Osterlicchi (in
Austria), che rima con Tambernicchi (forse un monte delle Alpi Apuane) e con
l'onomatopea cricchi; altre rime aspre sono -accia, -etti, -ecchi, -azzi, -ezzo, -este,
-occa, -eschi, -uca, con una netta prevalenza delle consonanti c, z, t. Alla durezza
del linguaggio si accompagna la durezza dei temi, poich su tutto l'episodio domina
un'atmosfera cupa di violenza: violenti furono i traditori in vita macchiandosi per lo
pi di atroci delitti, violento Dante (pi o meno volontariamente) nel diventare
strumento di punizione divina e accrescere cos la sofferenza gi di per s terribile
di questi peccatori. La pena del contrappasso discussa, ma probabilmente fa
riferimento al gelo che metaforicamente rinserr il cuore di questi dannati nel
consumare il loro tradimento, forse in contrapposizione al fuoco della carit dal
quale essi furono quanto mai lontani. Quel che certo che essi si odiano
reciprocamente, non mostrano alcuna solidariet fra loro, non esitano anzi a
nominare i compagni di pena perch ci vada a loro infamia (sono traditori anche
nell'Oltretomba, proprio come lo furono nella loro vita scellerata).
Due dati colpiscono l'attenzione in questo Canto, ovvero il silenzio di Virgilio (che
per la prima e unica volta nella Cantica non dice neppure una parola) e la netta
prevalenza di dannati contemporanei di Dante (gli unici exempla del mondo antico
sono Gano di Maganza e Mordrec, personaggi letterari rispettivamente del ciclo
carolingio e bretone). Dante dunque il protagonista assoluto dell'episodio e la sua
intenzione mostrarci soprattutto i traditori del suo tempo, tra cui spiccano quelli

toscani o fiorentini legati alle lotte politiche e tra fazioni rivali che insanguinavano
l'Italia del Due-Trecento, tra le principali cause di quel disordine morale e civile che il
poeta denuncia nel poema. I primi sono i conti di Mangona, i due fratelli fiorentini
che si sono uccisi per reciproco tradimento e ora sono confitti nel ghiaccio faccia a
faccia, come altre coppie di dannati (Paolo e Francesca, Ulisse e Diomede, Ugolino e
Ruggieri nel Canto seguente). un altro toscano a farne il nome, Camicione de'
Pazzi, il quale afferma che nessun altro pi colpevole di loro nella Caina e che
denuncia anche il tradimento del congiunto Carlino, destinato a giungere presto
nell'Antenra e la cui colpa superiore alla sua. Di Firenze ovviamente anche
Bocca degli Abati, il traditore nella battaglia di Montaperti che Dante (forse non
casualmente) calpesta camminando nella Antenra e col quale inizia una sorta di
tenzone con reciproche accuse, simile nei toni a quella con Filippo Argenti nel
Canto VIII. Bocca non vuole rivelare la propria identit per non infangare il suo nome
con l'accusa di tradimento, ma anche in questo caso un compagno di pena a
svelarlo, ovvero il vicino Buoso da Duera: Bocca gli rende la stessa moneta facendo
il nome suo e di altri dannati, con toni ferocemente ironici (come lo erano quelli di
Camicione, che aveva definito gelatina il ghiaccio di Cocito, mentre Buoso aveva
accusato Bocca di latrare come un cane oltre a sonar con le mascelle; Bocca ribatte
dicendo che Buoso in Cocito dove i peccatori stanno freschi, aggiungendo poi che
i fiorentini avevano segato la gorgiera, ovvero decapitato Tesauro dei Beccheria).
L'episodio di Bocca degli Abati centrale nel Canto e ci si spiega con l'enorme
impressione che la disfatta di Montaperti subta dai Guelfi fiorentini ad opera dei
Ghibellini aveva destato a suo tempo: il ricordo era ancora vivo al tempo di Dante e
se ne era parlato anche nell'incontro con Farinata degli Uberti (Canto X), peraltro in
toni ben pi elevati e nobili che non in questi versi. Ci spiega anche la volont del
poeta di forzare Bocca a fare il proprio nome, l'insistenza con Virgilio per trattenersi
l, la violenza fisica che egli esercita sul dannato nel tentativo vano di estorcergli
una confessione. Le lotte tra Guelfi e Ghibellini dominano largamente questo Canto,
cos come saranno al centro della prima parte di quello successivo in cui
protagonista sar il ghibellino Ugolino della Gherardesca: la sua figura presentata
gi alla fine di questo episodio, pur senza fare il nome di lui e del compagno di pena
(l'arcivescono Ruggieri degli Ubaldini) al quale Ugolino addenta orribilmente il cranio
per una vendetta post mortem di cui capiremo il significato nel Canto XXXIII. La
scena descritta in tutto il suo orrore e suscita la curiosit di Dante, il quale
promette a Ugolino di rendergli giustizia raccontando le ragioni di tale odio bestiale
una volta tornato sulla Terra; Ugolino sar ben felice di raccontare la sua storia al
poeta, diversamente da quanto hanno dimostrato gli altri traditori apparsi in questo
Canto e che si sono in realt denunciati a vicenda. La similitudine con cui Dante
rappresenta il gesto bestiale di Ugolino poi tratta dal ciclo tebano, paragonando il
conte a Tideo che addent la testa del nemico morto Menalippo che l'aveva a sua
volta ferito a morte: Tebe era gi stata citata in apertura nell'invocazione alle Muse,
con una sorta di circolarit nel Canto (che rimanda a sua volta al Canto seguente:
Pisa sar definita da Dante novella Tebe, sia per le mitiche origini tebane della citt
di Ugolino, sia soprattutto per l'abitudine alla violenza dimostrata dai suoi abitanti
nella vicenda del conte, che si ricollega alle lotte fratricide dei tebani e agli atroci
delitti della stirpe di Cadmo).

Note e passi controversi


L'espressione pigliare a gabbo (v. 7) vuol dire prendere alla leggera, poich gabbo
significa letteralmente beffa.
Nei vv. 10-12 Dante invoca l'assistenza delle Muse, le quali ispirarono il poeta
Anfione che col dolce suono della cetra costrinse le pietre del monte Citerone a
scendere e a formare le mura di Tebe (la fonte prob. Orazio, Ars poetica, vv. 394
ss.).
Il senso dei vv. 19-21 la raccomandazione di un dannato a non urtare le loro teste
che sporgono dal ghiaccio, per cui fratei miseir lassi vuol dire coloro che in vita
furono tuoi fratelli, uomini ( improbabile che a parlare sia uno dei conti di
Mangona e che i fratei siano i due dannati).
Osterlicchi (v. 26) vuol dire Austria ed forma derivante dal ted. Oesterreich; il
Tanai (v. 27) il Don, mentre il Tambernicchi (v. 28) un monte di difficile
identificazione (si pensato a una cima della Schiavonia, la Fruska Gora, oppure allo
Javornik, oppure ancora al Monte Tambura sulle Alpi Apuane, che era detto
Stamberlicche: della stessa catena anche Pietrapana, v. 28, oggi Pania della Croce
a sud-est del Tambura).
Il v. 36 (mettendo i denti in nota di cicogna) significa che i dannati battono i denti
come fanno quegli uccelli.
Il senso dei vv. 46-48 i conti di Mangona, drizzando le teste verso Dante, fanno
gocciolare le lacrime sul viso e che queste, ghiacciandosi, chiudono loro gli occhi.
improbabile che le lacrime congelate uniscano i loro volti, come alcuni hanno
interpretato.
I vv. 61-62 alludono a Mordrec, il cavaliere che trad re Art e fu da lui ucciso con un
colpo di lancia che gli squarci il petto, al punto che il sole poteva passare
attraverso il suo corpo (dunque il re gli interruppe anche l'ombra).
L'aggettivo cagnazzi, paonazzi per il freddo (v. 70) creazione dantesca (si tratta
di un hpax legmenon).
Il v. 90 (s che, se fossi vivo, troppo fora) significa: cos che, se io fossi vivo,
sarebbe troppo, meriterebbe cio una dura vendetta; del tutto improbabile che
Bocca intenda dire a Dante se tu fossi vivo, perch la risposta del poeta (Vivo son
io) non avrebbe significato.
Lama (v. 96) significa luogo basso, quindi basso Inferno.
L'espressione per tal convegno (v. 135) vuol dire a questo patto. L'ultimo verso
del Canto (se quella con ch'io parlo non si secca) significa probabilmente possa
non seccarsi la mia lingua, come formula di scongiuro; altri intendono se non
morir anzitempo.

Inferno, Canto XXXIII


Argomento del Canto
Ancora nell'Antenra, dove sono puniti i traditori della patria. Il conte Ugolino
racconta la propria morte; invettiva contro Pisa. Ingresso nella terza zona di Cocito,
la Tolomea dove sono puniti i traditori degli ospiti. Dante sente il vento prodotto
dalle ali di Lucifero. Incontro con frate Alberigo; invettiva contro i Genovesi.
il tardo pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sei.

Presentazione del conte Ugolino (1-21)


Il peccatore apostrofato da Dante alla fine del Canto precedente, intento ad
addentare bestialmente il cranio del compagno di pena, solleva la bocca da
quell'orribile pasto e la forbisce coi capelli dell'altro. Egli dichiara a Dante che la sua
richiesta di spiegargli le ragioni di tanto odio rinnova in lui al solo pensiero un
disperato dolore, gi prima di parlarne; tuttavia, se le sue parole dovranno infamare
il nome dell'altro traditore, egli parler e pianger al tempo stesso. Dopo aver
osservato che Dante gli sembra fiorentino dall'accento, si presenta come il conte
Ugolino della Gherardesca e dichiara che il suo compagno l'arcivescovo Ruggieri
degli Ubaldini. Non c' bisogno che racconti come Ruggieri lo avesse raggirato e
attirato in una trappola facendolo catturare, poich la cosa nota a tutti; ma ci che
Dante non pu sapere, ovvero quanto crudele sia stata la sua morte, sar oggetto
del suo racconto e il poeta valuter se il suo odio giustificato.
Il racconto di Ugolino: il sogno premonitore e l'uscio inchiodato (22-54)
Ugolino e i suoi quattro figli erano gi rinchiusi da diversi mesi nella Torre della
Muda a Pisa, che poi sarebbe stata chiamata Torre della Fame, nella quale egli
aveva visto il mondo esterno attraverso una stretta feritoia, quando una notte egli
fece un sogno premonitore. Aveva sognato Ruggieri nelle vesti di un cacciatore che
capeggiava una brigata, intenta a dare la caccia a un lupo e ai suoi piccoli sul
monte San Giuliano che scherma ai Pisani la vista di Lucca. Nel sogno, Ruggieri si
faceva precedere dalle famiglie ghibelline dei Gualandi, dei Sismondi e dei
Lanfranchi, che mettevano sulle loro tracce delle cagne macilente e fameliche: il
lupo e i piccoli erano stanchi per la corsa e venivano raggiunti dalle cagne, che li
azzannavano. Il mattino seguente Ugolino si era svegliato e aveva sentito piangere i
figli, che chiedevano del pane: il conte a questo punto interrompe il racconto
accusando Dante di essere crudele a non piangere, immaginando il triste
presentimento di quella mattina. Quindi prosegue spiegando che era vicina l'ora in
cui solitamente veniva loro portato il cibo, anche se ciascuno ne dubitava per via
del sogno: a un tratto i quattro sentirono che l'uscio della torre veniva inchiodato e
Ugolino fiss in viso i figli senza parlare, senza piangere e restando impietrito, tanto
che uno dei figli (Anselmuccio) gli chiese cosa avesse. Ugolino non rispose e non
disse nulla per l'intera giornata e la notte seguente, fino all'alba.
Il racconto di Ugolino: la morte dei figli e di lui per fame (55-75)
Non appena un raggio di sole penetr nella torre e permise al conte di vedere i volti
smagriti dei figli, l'uomo fu colto dalla rabbia e si morse entrambe le mani; i figli,
pensando che lo avesse fatto per fame, si erano alzati e gli avevano offerto le
proprie carni per nutrirsi. Allora Ugolino si era calmato per non accrescere la loro
pena: i due giorni successivi nessuno profer pi parola, mentre ora il dannato si
rammarica che la terra non li avesse inghiottiti. Arrivati al quarto giorno, uno dei
figli di Ugolino (Gaddo) stramazz ai suoi piedi invocando vanamente il suo aiuto, e
poi mor. Tra il quinto e il sesto giorno morirono anche gli altri tre, poi per due giorni
Ugolino, reso cieco dalla fame, aveva brancolato sui loro corpi chiamandoli per
nome: a quel punto il digiuno aveva prevalso sul suo dolore. Posto fine al suo
racconto, il conte storce gli occhi e riprende a mordere il cranio di Ruggieri.

Invettiva di Dante contro Pisa (79-90)


Dante si abbandona a una violenta invettiva contro la citt di Pisa, patria di Ugolino,
definita come la vergogna dei popoli di tutta Italia: poich le citt vicine non si
decidono a punirla, il poeta si augura che le isole di Capraia e Gorgona si muovano
e chiudano la foce dell'Arno, in modo tale da annegare tutti gli abitanti della citt.
Forse Ugolino era sospettato di aver ceduto alcuni castelli a Firenze e Lucca, ma i
quattro figli (Uguccione, il Brigata e gli altri due prima nominati) erano innocenti per
la giovane et e non dovevano essere uccisi insieme al conte (Pisa ha commesso un
delitto che la accosta all'antica citt di Tebe).
Passaggio nella zona Tolomea (91-108)
Dante e Virgilio passano nella zona successiva di Cocito, la Tolomea dove sono
puniti i traditori degli ospiti: questi sono imprigionati nel ghiaccio col volto all'ins. I
dannati piangono, ma le lacrime gli si congelano nelle orbite degli occhi formando
come delle visiere di cristallo che non permettono loro di sfogare il dolore,
accrescendo ulteriormente la pena. Dante a causa del freddo ha il viso quasi
totalmente insensibile, tuttavia gli pare di sentire soffiare del vento: ne chiede
spiegazione a Virgilio, osservando che all'Inferno non ci possono essere eventi
atmosferici. Il maestro risponde che presto Dante sar nel punto dove avr la
risposta, vedendo coi propri occhi la causa di un tale fenomeno (cio Lucifero).
Incontro con frate Alberigo. Invettiva contro i Genovesi (109-157)
Uno dei dannati immersi nel ghiaccio si rivolge ai due poeti e, scambiandoli per
dannati, li prega di togliergli dagli occhi le croste di ghiaccio, cos da potere sfogare
il dolore che gli opprime il cuore prima che le lacrime si congelino nuovamente.
Dante risponde che lo far, ma a patto che il peccatore riveli il proprio nome: se il
poeta non manterr la parola, possa andare fino in fondo al ghiaccio di Cocito. Il
dannato risponde di essere frate Alberigo, che qui sconta la pena per la sua grave
colpa. Dante stupito, in quanto crede che Alberigo non sia ancora morto: il
peccatore spiega che non ha idea di come e da chi sia governato il suo corpo sulla
Terra, in quanto avviene spesso che l'anima destinata alla Tolomea vi finisca prima
di giungere alla fine naturale della vita. Per indurre Dante a togliergli pi volentieri il
ghiaccio dagli occhi, Alberigo aggiunge che non appena l'anima commette il
tradimento dell'ospite essa lascia il corpo e il suo posto preso da un demone, che
lo governa fino alla fine naturale dei suoi giorni. Forse, dice il dannato, sulla Terra
c' ancora il corpo del compagno di pena dietro di lui: Branca Doria, imprigionato
in Cocito gi da molti anni. Dante perplesso, poich sa per certo che Branca Doria
ancora vivo nel mondo, ma Alberigo ribatte che Michele Zanche non era ancora
giunto fra i barattieri della V Bolgia dell'VIII Cerchio che Branca Doria, suo assassino,
aveva gi lasciato il demone nel proprio corpo e la sua anima era precipitata in
Cocito, come quella di un suo complice.
Alberigo invita Dante a mantenere la promessa e ad aprirgli gli occhi, ma il poeta
non lo fa, affermando che fu cortesia essersi comportato da villano con lui. Dante
pronuncia poi una dura invettiva contro i Genovesi, uomini estranei ad ogni buona
usanza e pieni di vizi, che dovrebbero essere dispersi nel mondo: infatti nella

Tolomea egli ha trovato uno di loro insieme al peggiore spirito della Romagna (cio
Alberigo), mentre sulla Terra sembra che il suo corpo sia ancora in vita.
Intepretazione complessiva
Il Canto risulta diviso in due parti quasi equivalenti, dedicate rispettivamente alla
tragedia del conte Ugolino e all'incontro con frate Alberigo, chiuse entrambe in
modo simmetrico da una dura invettiva contro Pisa (patria del conte) e Genova
(patria di Branca Doria, compagno di pena di Alberigo; le due citt erano inoltre
rivali politiche). L'inizio si ricollega alla conclusione del Canto XXXII, quando Dante
aveva chiesto a Ugolino la ragione del suo odio bestiale verso l'arcivescovo Ruggieri
e aveva promesso di dire la verit su di lui nei propri versi: bench raccontare la
propria storia accresca il dolore del dannato, Ugolino accetta e narra a Dante la
parte della sua vicenda che non di dominio pubblico, ovvero la crudelt della sua
morte per fame nella Torre della Muda, dove fu rinchiuso coi quattro figli per volont
dell'arcivescovo. Ugolino, che qui sconta il tradimento del partito ghibellino e fu a
sua volta tradito da Ruggieri che lo fece condannare a morte, parla al solo scopo di
dare infamia a colui che ha decretato la sua morte atroce e del cui cranio egli si ciba
bestialmente, essendo posto nella stessa buca insieme a lui (come altre celebri
coppie di dannati dell'Inferno).
Dante altera parzialmente la verit storica dell'episodio, poich Ugolino fu
imprigionato coi due figli Gaddo e Uguccione e i due nipoti Anselmuccio e Nino,
detto il Brigata; di questi solo Anselmuccio era quindicenne, mentre gli altri erano
adulti e Nino dedito a omicidi e atti criminali. Il suo intento non ovviamente quello
di risarcire Ugolino dell'ingiustizia subita, n di muovere a compassione con un
racconto patetico, quanto piuttosto stigmatizzare attraverso la vicenda del conte le
lotte politiche che dilaniavano le citt del suo tempo e tra cui Pisa spiccava per la
sua crudelt. Se forse era giusto condannare a morte Ugolino per il sospetto di
tradimento dovuto alla cessione dei castelli a beneficio di Firenze e Lucca, ingiusto e
crudele era stato uccidere con lui i figli innocenti per la giovane et e la cui terribile
morte accrebbe la pena gi atroce cui fu sottoposto Ugolino; sullo sfondo c'
probabilmente anche l'ingiusta condanna all'esilio che lo stesso poeta aveva subto
nel 1302 e che aveva coinvolto i suoi figli costretti a seguirlo, innocenti come i figli
di Ugolino in quanto estranei alle accuse (peraltro false) mosse da Firenze al loro
padre. Dante tratteggia dunque una tragedia a tinte fosche e con un tono lirico ed
elevato che si distingue da quello comico-realistico del Canto precedente: la
giovane et dei figli del conte funzionale a questa rappresentazione ed come
una sorta di contrappasso per Ugolino gi in vita, poich egli aveva tradito
politicamente la propria patria e ora, nella prigionia, deve assistere impotente alla
morte dei figli (la parola patria, del resto, deriva proprio dal latino pater, quindi il
conte aveva tradito la citt di cui era figlio).
Il racconto di Ugolino si divide in tre momenti, che corrispondono al sogno
premonitore, al momento in cui l'uscio viene inchiodato, all'agonia straziante di lui e
dei figli. Il sogno prefigura la condanna a morte del conte e dei ragazzi, in quanto
l'uomo sogna l'arcivescovo che guida una battuta di caccia sul monte San Giuliano,
sulle tracce di un lupo e dei suoi piccoli (Ugolino e i figli), raggiunti da cagne magre,

studiose e conte che alla fine li sbranano. Questo primo atto della tragedia si
conclude col rimprovero di Ugolino a Dante, che dovrebbe piangere al tristo
presagio di quanto si annunciava. Il mattino dopo, infatti, il sogno si avvera: i figli
piangono e chiedono il pane, mentre si avvicina l'ora in cui il cibo era solitamente
portato loro, e ognuno in dubbio perch tutti sembrano aver fatto un sogno simile
a quello descritto. All'ora del pasto sentono che l'uscio della torre viene inchiodato e
diventa chiaro quale sar il loro orrendo destino: Ugolino resta impietrito e non osa
parlare, nonostante l'accorata domanda di Anselmuccio (Tu guardi s, padre! che
hai?). Il terzo momento inizia il giorno seguente, quando il conte vede il volto
smunto dei ragazzi e si morde le mani per rabbia: i figli gli offrono di cibarsi di loro
mostrandosi pronti all'estremo sacrificio (ma altri interpretano la richiesta come un
modo per porre fine alle sofferenze), e il conte si placa per non inquietarli; nei giorni
seguenti li vede cadere uno a uno, senza poter far nulla per aiutarli, brancolando
per due giorni sui loro cadaveri e chiamandoli per nome, fino a quando pi che 'l
dolor, pot 'l digiuno. Questo verso chiude in modo drammatico il racconto, scandito
nelle sue varie fasi dall'appello dei figli al conte: prima Anselmuccio, poi tutti e
quattro, infine Gaddo che muore invocando vanamente l'aiuto del conte (e ogni
volta sempre col vocativo Padre, a sottolineare il fatto che questa non tanto la
tragedia di Ugolino uomo politico, quanto quella di un padre le cui colpe sono
ricadute immeritatamente sui figli innocenti). E infatti la conclusione dell'episodio
proprio la durissima invettiva di Dante contro Pisa, rea di aver posto a tal croce i
quattro ragazzi e che, si augura, possa essere spazzata via dall'Arno la cui foce
venga ostruita dalle isole Capraia e Gorgona: un'immagine spaventosa, simile a un
castigo biblico contro la citt che viene definita novella Tebe per la sua crudelt e
per le lotte fratricide che la sconvolgono (in questi versi pesa, naturalmente, anche
la rivalit politica con Firenze).
Tra la prima e la seconda parte del Canto Dante inserisce poi un preannuncio della
presenza di Lucifero al centro di Cocito, poich il poeta sente sul volto quasi
insensibile per il freddo il vento prodotto dalle sue ali, che fa congelare il lago e che
non si spiegherebbe con un evento atmosferico impossibile all'Inferno. La risposta
di Virgilio (sono le sue uniche parole in ben due Canti, XXXII e XXXIII) reticente,
invitando Dante a pazientare fino a quando vedr coi propri occhi la causa di quel
fenomeno che, evidentemente, la sua spiegazione verbale non descriverebbe in
modo appropriato. Segue poi la presentazione dei traditori degli ospiti nella
Tolomea, fra i quali il protagonista quel frate Alberigo che uccise proditoriamente i
suoi parenti che aveva invitato a pranzo, al segnale convenuto di portare la frutta (e
infatti l'espressione frutta di frate Alberigo divenne proverbiale). L'episodio riprende
il tono comico gi visto nel Canto XXXII e nel quale la vicenda di Ugolino si inserisce
come una parentesi del tutto diversa: Alberigo crede che Dante e Virgilio siano due
dannati, poich le lacrime gelate gli chiudono gli occhi, e prega il poeta di liberargli
le palpebre per poter dare sfogo al dolore. Dante accetta a condizione di sapere il
suo nome, che tutti i traditori di Cocito (a eccezione di Ugolino) sono restii a
rivelare: se non manterr la parola, Dante dovr andare al fondo de la ghiaccia, che
in realt un inganno verbale in quanto Dante destinato a raggiungere in ogni
caso il centro del lago (egli gioca sull'equivoco come gi aveva fatto con Guido da
Montefeltro, che al pari di Alberigo non poteva vederlo). Ugualmente antifrastico e

ironico il linguaggio di Alberigo, che si presenta come quel del le frutta del mal
orto, alludendo al modo in cui assassin i suoi ospiti, e che ora riceve dattero per
figo (noi diremmo pan per focaccia: il dattero pi pregiato del fico, quindi la
pena ancor pi grave della colpa). Il dannato definisce poi vantaggio il fatto che
l'anima spesso cade nella Tolomea prima della morte del corpo, che poi viene
governato da un demone: affermazione assai ardita sul piano dottrinale, che
consente per a Dante di affermare che Branca Doria, ancora vivo al suo tempo, era
in realt gi dannato all'Inferno. Il rifiuto di Dante di mantenere la parola data ad
Alberigo stato interpretato come una sorta di tradimento nei confronti del
traditore, ma pi semplicemente il modo in cui il poeta diventa strumento della
punizione divina, non diversamente da quanto fatto con Bocca degli Abati nel Canto
precedente e in altre occasioni nella Cantica: l'essere stato villano verso Alberigo
stata una cortesia (due termini antitetici nel linguaggio cavalleresco) e l'inganno di
Dante conclude degnamente un episodio dedicato appunto al tradimento,
all'inganno supremo contro coloro che si fidano degli altri.
Ugolino si cib delle carni dei figli? Una questione aperta
Il verso con cui Ugolino conclude il suo drammatico racconto (Poscia, pi che 'l
dolor, pot 'l digiuno) pu significare che la fame prevalse sul dolore nel causarne la
morte, ma anche che il conte alla fine si cib delle carni dei figli morti: l'espressione
, forse volutamente, ambigua, e certo il sospetto della cosiddetta antropofagia di
Ugolino almeno in parte sostenuto dalla parte iniziale e finale dell'episodio, in cui
il personaggio intento a rodere bestialmente il cranio di Ruggieri come 'l pan per
fame si manduca, mentre Ugolino stesso racconta che i figli gli offrirono le proprie
misere carni per placare i morsi della fame. La questione ha appassionato intere
generazioni di dantisti, che hanno accesamente sostenuto (con argomenti pi o
meno validi) ora l'una ora l'altra interpretazione: si va da F. De Sanctis, che nega
recisamente ogni ipotesi di antropofagia e sottolinea il carattere di Ugolino come
uomo offeso in s e nei suoi figli, ad A. Marchese, che evidenzia invece come il
rapporto tra Ugolino e i figli fosse un viluppo quasi animalesco e non esclude
quindi l'interpretazione pi crudele, a G. Contini che sostiene la tesi del divoramento
dei figli come la pi congrua alla situazione culturale (per quanto neppure lui sia
totalmente privo di dubbi).
I resti di Ugolino e degli altri rinchiusi con lui nella Muda furono ritrovati nel 1928 in
una cappella della chiesa di San Francesco a Pisa, per quanto la loro autenticit sia
stata sempre fortemente in dubbio. Solo recentemente il comune di Pisa ha
promosso delle indagini scientifiche su quei resti che, valendosi della tecnica del
DNA, hanno portato alla luce alcuni dati: quelle salme corrispondono a cinque
individui morti effettivamente per denutrizione, tra i quali il pi anziano aveva oltre
settant'anni e un fisico imponente, altri due erano di et compresa tra 40 e 50 anni,
mentre i rimanenti erano pi giovani. dunque assai probabile che quelli siano
realmente i resti di Ugolino e dei figli e nipoti, e se davvero cos si pu escludere
ogni ipotesi di cannibalismo da parte del conte: un uomo di quell'et sarebbe morto
per primo in quelle condizioni, senza contare che aveva pochi denti malandati e che
dunque non avrebbe potuto neanche volendo cibarsi delle carni degli altri
prigionieri. Ma qui non tanto in gioco la realt storica dei fatti, che come si detto

Dante distorce volutamente nella rappresentazione dell'episodio, quanto appunto la


volont dell'autore nella rappresentazione stessa, se cio Dante intenda affermare o
meno che il suo Ugolino abbia divorato i figli. E a questa domanda non possibile
dare una risposta certa, proprio perch volutamente ambiguo il verso con cui il
protagonista del Canto pone fine al suo racconto: forse con sottile perfidia lo
scrittore insinua in noi il sospetto che ci possa essere avvenuto, il che non stride
affatto col tono generale dell'episodio in quanto, va ricordato, il fine di Dante non
certo quello di risarcire o riabilitare la figura di Ugolino, dannato all'Inferno come
traditore della propria parte politica e personaggio esecrabile sul piano morale. Il
cannibalismo era del resto ampiamente presente nella letteratura classica nota a
Dante, come prova il riferimento al Tideo della Tebaide di Stazio alla fine del Canto
XXXII: in Purg., XXIII, 28-30 citato l'episodio di Maria di Eleazaro che durante
l'assedio di Gerusalemme del I sec. d.C. divor il figlio dopo averlo ucciso, senza
contare il Tieste di Seneca in cui Atreo uccide i figli del fratello e gliene imbandisce
le carni (anche se la conoscenza di Seneca tragico da parte di Dante molto
incerta). La conclusione drammatica dell'episodio di Ugolino stona forse con la
visione dei critici romantici come De Sanctis, ma certo perfettamente in linea con
l'atmosfera tetra, cupa, da tragedia classica che domina l'intero episodio: anche lo
scrittore argentino J. Luis Borges in un saggio del 2001, alla domanda se Ugolino
abbia mangiato le carni dei suoi figli, risponde che Dante ha voluto non che lo
pensassimo, ma che lo sospettassimo. L'incertezza parte del suo disegno. In
definitiva il problema resta, e forse deve restare per volont dello stesso Dante,
irrisolto.

Note e passi controversi


Le parole con cui Ugolino (vv. 11-12) riconosce Dante come fiorentino dalla parlata
ricordano quelle di Farinata degli Uberti (X, 25-27), anche se qui il contesto
decisamente diverso.
I vv. 16-18 alludono probabilmente al fatto che Ruggieri avrebbe convinto Ugolino a
rientrare a Pisa per venire ad accordi, per poi farlo imprigionare (sul fatto, citato da
un cronista, non ci sono altre conferme).
La Muda (v. 22) era un'antica torre dei Gualandi, una delle famiglie ghibelline
nemiche di Ugolino, e serv da prigione fino al 1318. Si chiamava cos perch era
usata dal Comune di Pisa per far mudare, cio cambiare le penne alle aquile.
Maestro e donno (v. 28) indica letteralmente il capo della brigata che guida la
battuta di caccia.
Il monte citato al v. 29 il San Giuliano, che in effetti impedisce ai Pisani la vista di
Lucca; forse Dante allude a una possibile fuga di Ugolino verso la citt di Lucca
guelfa, ma ipotesi azzardata.
Il verbo chiavar (v. 46) vuol dire inchiodare e non chiudere a chiave, come
alcuni commentatori antichi interpretarono.

Manicar (v. 60) vuol dire mangiare ed una delle parole citate nel DVE (I, 13)
come popolarismi fiorentini da evitare.
Il v. 75 si pu interpretare poi la fame prevalse sul dolore e mi fece morire,
oppure poi la fame vinse il mio dolore e mi spinse a cibarmi della loro carne (in
questo caso si dovrebbe parlare di cannibalismo del conte).
Il bel paese l dove 'l s suona (v. 80) l'Italia, detta cos per il suo volgare in modo
analogo alla Francia del nord, dove si parlava la lingua d'ol e alla Provenza dove si
parlava quella d'oc (ol e oc sono i due avverbi che in quelle lingue si usano per dire
s).
La Capraia e la Gorgona (v. 82) sono due isole dell'arcipelago Toscano, a nord-ovest
dell'isola d'Elba, entrambe sotto il dominio di Pisa: al tempo di Dante se esse si
muovessero fino a chiudere la foce dell'Arno, le acque del fiume sommergerebbero
la citt di Ugolino.
Il coppo (v. 99) indica la cavit orbitale dell'occhio e letteralmente significa vaso
per acqua.
I vv. 116-117 (e s'io non ti disbrigo, / al fondo de la ghiaccia ir mi convegna)
suonano ambigui, perch se Dante fosse un dannato (come Alberigo crede non
vedendolo) vorrebbero dire che il poeta finirebbe tutto immerso nel ghiaccio, ma
nella realt Dante dovr per forza andare fino al centro di Cocito, dove si trova
Lucifero.
L'espressione al v. 120 (dattero per figo) vale pressappoco come il nostro pan per
foccaccia e indica che Alberigo sconta una pena ancor pi grave della sua grave
colpa (il dattero era pi pregiato del fico).
Atrops (v. 126) quella delle tre Parche che tagliava il filo della vita.
Il verbo verna (v. 135) pu voler dire sverna in senso ironico, ma forse anche
batte i denti (vernare era detto il verso degli uccelli in primavera).
Unquanche (v. 140) vuol dire mai e deriva dal latino umquam.

Inferno, Canto XXXIV


Argomento del Canto
Ingresso nella quarta zona di Cocito, la Giudecca dove sono puniti i traditori dei
benefattori. Visione di Lucifero, che tormenta Giuda, Bruto, Cassio. Dante e Virgilio
escono dall'Inferno e raggiungono, attraverso la natural burella, l'emisfero australe.
Nell'emisfero boreale il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso
le sette; nell'emisfero australe la mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del
1300, alle sette e mezza circa.
Ingresso nella Giudecca. Lucifero (1-21)

Virgilio avverte Dante che si avvicinano i vessilli del re dell'Inferno (Lucifero) e lo


invita a guardare davanti a s: il poeta obbedisce, ma in lontananza e nella
semioscurit distingue solo quello che gli sembra un enorme edificio, simile a un
mulino che fa ruotare le sue pale, poi si ripara dal vento dietro al maestro. I due
proseguono ed entrano nella quarta e ultima zona di Cocito, la Giudecca, in cui sono
puniti i traditori dei benefattori. Dante vede i dannati completamente imprigionati
nel ghiaccio, da cui traspaiono come pagliuzze nel vetro: alcuni sono rivolti verso il
basso, altri verso l'alto con la testa o i piedi, altri ancora sono raggomitolati su se
stessi. I due poeti avanzano un poco, quindi Virgilio decide che il momento di
mostrargli Lucifero e lo trattiene, avvertendolo che giunto per lui il momento di
armarsi di coraggio.
Descrizione di Lucifero (22-54)
Dante invita il lettore a non chiedergli di spiegare come rimase raggelato e
ammutolito di terrore alla vista di Lucifero, perch ogni parola sarebbe inadeguata:
il poeta non mor e non rimase vivo, restando in una specie di stato sospeso.
L'imperatore dell'Inferno esce dal ghiaccio di Cocito dalla cintola in su e c' maggior
proporzione tra Dante e un gigante che non tra un gigante e le braccia del mostro,
per cui il lettore pu capire quanto smisurato sia quell'essere. Se Lucifero fu tanto
bello quanto adesso brutto, osserva Dante, e nonostante ci os ribellarsi al suo
Creatore, allora giusto che da lui derivi ogni male. Il poeta si meraviglia nel vedere
che Lucifero ha tre facce in una sola testa: quella al centro rossa e le altre due si
aggiungono a questa a met di ogni spalla, unendosi nella parte posteriore del
capo. La destra di colore giallastro, la sinistra ha il colore scuro degli abitanti
dell'Etiopia. Sotto ogni faccia escono due enormi ali, proporzionate alle dimensioni
del mostro e pi grandi delle vele di qualunque nave: non sono piumate ma
sembrano di pipistrello, e Lucifero le sbatte producendo tre venti gelidi che fanno
congelare il lago di Cocito. Il mostro piange con sei occhi e le sue lacrime gocciolano
lungo i suoi tre menti, mescolandosi a una bava sanguinolenta.
I tre supremi traditori: Bruto, Cassio e Giuda (55-69)
Lucifero maciulla in ognuna delle sue tre bocche un peccatore, provocando loro
enorme sofferenza. Il dannato al centro non viene solo dilaniato dai denti del
mostro, ma la sua schiena graffiata dagli artigli e ne viene totalmente spellata.
Virgilio spiega che il peccatore al centro Giuda Iscariota, che ha la testa dentro la
bocca e fa pendere le gambe di fuori; degli altri due, che hanno invece il capo
rivolto verso il basso, quello che pende dalla faccia nera Bruto, che si contorce e
non dice nulla, mentre l'altro Cassio, che sembra cos robusto. A questo punto il
maestro avverte Dante che quasi notte e i due devono rimettersi in cammino,
poich ormai hanno visto tutto l'Inferno.
Dante e Virgilio escono dall'Inferno (70-87)
Virgilio invita il discepolo ad abbracciarlo intorno al collo e il maestro, cogliendo il
luogo e il momento opportuno, quando le ali del mostro sono abbastanza aperte, si
aggrappa alle costole pelose di Lucifero. Virgilio scende lungo i fianchi del demone,
tra questi e la crosta gelata di Cocito, fino al punto in cui la coscia si congiunge al

bacino: il poeta latino, col fiato grosso, si gira e si aggrappa al pelo delle gambe,
iniziando a salire verso l'alto e inducendo Dante a credere che stanno tornando
all'Inferno. Virgilio avverte il discepolo di tenersi ben stretto a lui, poich i due
devono allontanarsi dal male dell'Inferno percorrendo quella strada, quindi esce
attraverso la spaccatura di una roccia e pone Dante a sedere sull'orlo dell'apertura,
raggiungendolo poi con un balzo.
Virgilio spiega la caduta di Lucifero e l'origine dell'Inferno (88-126)
Dante alza lo sguardo e crede di vedere Lucifero come l'ha lasciato, invece lo vede
capovolto e con le gambe in alto, restando perplesso come la gente grossolana che
non capisce quale punto della Terra ha appena oltrepassato. Virgilio esorta Dante ad
alzarsi subito, poich devono ancora percorrere una via lunga e malagevole e sono
gi le sette e mezza del mattino; il percorso in effetti difficoltoso, attraverso un
budello nella roccia che ha il suolo impervio e poca luce. Dante prega il maestro di
risolvere un dubbio, prima di mettersi in cammino: gli chiede dov' il ghiaccio di
Cocito, com' possibile che Lucifero sia sottosopra rispetto alla posizione
precedente, e infine come pu essere gi mattina essendo trascorso poco tempo.
Virgilio risponde che Dante pensa di essere ancora nell'emisfero boreale, mentre
quando i due hanno oltrepassato il centro della Terra, punto verso il quale tendono i
pesi, sono passati nell'emisfero australe, opposto all'altro dove visse e fu crocifisso
Ges. Dante poggia i piedi sull'altra faccia di una piccola sfera che costituisce la
Giudecca: in quel punto mattina quando nell'altro emisfero sera, mentre Lucifero
sempre confitto nel ghiaccio come Dante l'ha visto. Virgilio spiega ancora che il
demone precipit gi dal cielo da questa parte e la terra si ritrasse per paura del
contatto col mostro, raccogliendosi nell'emisfero boreale e formando il vuoto della
voragine infernale, mentre in quello australe si form la montagna del Purgatorio.
Dante e Virgilio escono a riveder le stelle (127-139)
Dante spiega al lettore che all'estremit della cavit rocciosa (la natural burella), c'
un luogo distante da Lucifero tanto quanto la sua estensione, che non si pu vedere
ma da cui si sente il suono di un ruscello che cade verso il basso, nella cavit che ha
scavato nella roccia con poca pendenza. Dante e Virgilio si mettono in cammino
lungo il budello, per tornare alla luce del sole, e proseguono senza riposare un
attimo, col maestro che precede il discepolo facendogli da guida: alla fine Dante
intravede gli astri del cielo attraverso un pertugio tondo nella crosta terrestre e
quindi i due escono, rivedendo finalmente le stelle.
Interpretazione complessiva
Protagonista assoluto del Canto che chiude la I Cantica Lucifero, Lo 'mperador del
doloroso regno la cui apparizione preannunciata da Virgilio gi all'inizio
dell'episodio parafrasando l'inno di Venanzio Fortunato alla croce: nell'inno latino si
diceva solo Vexilla regis prodeunt, cio si avvicinano i vessili del re, mentre Dante
aggiunge Inferni per significare che prossimo l'incontro col principe dei demoni. La
citazione di Venanzio non irriverente come parso ad alcuni n parodica, anche
se Lucifero viene di fatto accostato alla croce dove fu giustiziato Cristo (ed
innegabile che il mostro sia un bizzarro rovesciamento della Trinit, incluso il

particolare del vento che promana dalle sue ali). All'inizio Dante non scorge nulla
nell'oscurit, salvo la sagoma di quello che gli pare un enorme mulino a vento da
cui soffia un'aria gelida, la stessa gi da lui notata nel Canto precedente e di cui il
maestro aveva dato poche spiegazioni: vari commentatori hanno osservato che il
vento prodotto da Lucifero parodia del soffio dello Spirito Santo che procede dal
Padre e dal Figlio, il quale ardore di carit mentre quest'aria fa raggelare Cocito
(con simbologia analoga, forse, al contrappasso dei traditori).
La visione del mostro preparata con una sapiente attesa, giungendo solo dopo che
Dante ha descritto i traditori dei benefattori confitti nella quarta e ultima zona di
Cocito, la Giudecca. Essi sono completamente avvolti nel ghiaccio, simili a pagliuzze
trasparenti nel vetro, e assumono varie posizioni che corrispondono, forse, a
gradazioni diverse del loro peccato (anche se di ci Dante non fornisce alcuna
spiegazione precisa). Finalmente viene presentato Lucifero, non senza
l'avvertimento di Virgilio a Dante che dovr essere ben coraggioso: e infatti la
reazione del poeta di fronte a quello che fu il pi bello degli angeli di assoluto
terrore, tanto che rinuncia a descriverlo al lettore e si limita a dire di essere rimasto
in uno stato sospeso tra la vita e la morte, col sangue raggelato e la voce che gli
muore in gola. Lucifero infatti rappresentato come un mostro orrendo e
gigantesco, peloso, con tre facce unite a una sola testa, tre paia d'ali di pipistrello e
altri attributi animaleschi (i denti con cui maciulla i tre peccatori nelle sue bocche,
gli artigli con cui graffia la schiena di Giuda); chiaramente una sorta di parodia
della Trinit e di Dio, di cui cerc di prendere il posto con una superba ribellione che
il supremo tradimento, il che spiega perch sia conficcato al centro del IX Cerchio
in cui proprio tale peccato punito. Lucifero ha ovvie analogie coi giganti, qui
ricordati da Dante per le sue proporzioni smisurate e a lui accostati in quanto
colpevoli di superbia e ribellione contro la divinit (cfr. Canto XXXI, ma anche gli
esempi di superbia punita di Purg., XII, 25 ss.); ricorda in parte anche Cerbero, per
via delle tre teste e del fatto che anche il cane infernale graffiava e scuoiava le
anime dei golosi, mentre entrambi sono indicati col termine vermo che ha
significato demoniaco (Cerbero era anch'esso, forse, un'immagine mitologica del
demonio cristiano). I colori delle tre facce sono stati variamente interpretati (come i
continenti allora conosciuti, o anche Roma, Firenze e la Francia...), ma il particolare
forse pi significativo sono le ali di pipistrello, che oltre a essere un animale
diabolico rappresenta un opposto sinistro della colomba, come spesso veniva
rappresentato lo Spirito Santo.
I tre peccatori che Lucifero maciulla nelle tre bocche sono i tre supremi traditori dei
benefattori, ovvero Giuda che trad Cristo e Bruto e Cassio che tradirono Cesare,
anche se i peccatori della Giudecca potrebbero essere i traditori delle due pi
importanti istituzioni, Chiesa e Impero. Ovviamente la pena pi grave quella di
Giuda, posto al centro e graffiato sulla schiena dal mostro, con le gambe di fuori al
contrario degli altri due che hanno il capo di sotto (non escluso un significato
simbolico, anche se forse solo una simmetria compositiva). Questi sono i soli
dannati della Giudecca esplicitamente nominati da Dante, per quanto la loro pena
sia diversa dagli altri traditori; la prima parte del Canto si chiude proprio con la
descrizione del loro tormento, bench Lucifero sia presente anche nella seconda

dedicata al ritorno dei due poeti all'aria aperta. il mostro, infatti, confitto fino alla
cintola nel ghiaccio, a offrire ai due l'appiglio con cui scendere in basso verso il
centro della Terra: Virgilio compie la delicata operazione con Dante aggrappato alle
sue spalle, e una volta che i due sono passati dalla parte opposta nell'emisfero
australe tutto appare incredibilmente rovesciato, con Lucifero che ha le gambe
rivolte in alto e il sole che sta per sorgere, mentre di l era al tramonto. Virgilio
spiega ogni cosa a Dante, riappropriandosi dei suoi diritti di guida e maestro dopo
che per quasi due canti interi (XXXII-XXXIII) era rimasto in silenzio: il poeta latino
spiega come Lucifero sia stato precipitato l dopo la sua ribellione e come si siano
formate la voragine infernale e il Purgatorio, per cui Dante aggiunge che una natural
burella (una sorta di cavit nella roccia) collega il centro della Terra alla spiaggia del
secondo regno, che i due dovranno percorrere risalendo il corso di un fiumiciattolo
che dall'alto ha scavato il suo corso verso il basso. Si molto discusso
sull'identificazione di questo fiume, che molto probabilmente non altro che lo
scarico del Lete: il fiume dell'Eden che cancella la memoria dei peccati commessi e
la riporta all'Inferno dove si racchiude tutto il male del mondo, l dove si gettano i
fiumi infernali nati dal Veglio di Creta (seguendo il suono dell'acqua i due poeti
risaliranno lungo la galleria, uscendo dalla cavit infernale).
Bench il percorso sia impervio e malagevole, offrendo poca luce e costringendo a
un certo sforzo (non era camminata di palagio, come ci informa Dante) i due poeti lo
compiono in breve tempo, soprattutto Dante che ansioso di uscire dall'Inferno e di
rivedere il cielo dopo tante ore passate nel buio della profondit della Terra: il Canto
e la Cantica si chiudono con la visione delle stelle che si intravedono attraverso un
buco tondo nella roccia che segna la fine del cammino, usciti dal quale Dante e
Virgilio saranno sulla spiaggia del Purgatorio, proprio al sorgere del sole la mattina
della domenica di Pasqua (che segna evidentemente la vittoria sul peccato: e il dato
pi evidente sar quello visivo, dell'aria serena e del cielo terso che si offrono
nuovamente alla vista del poeta, il cui cuore era stato contristato dalla drammatica
esperienza della discesa attraverso il primo regno).
Note e passi controversi
Il v. 1 una parafrasi del verso inziale dell'Inno alla Croce di Venanzio Fortunato,
scrittore cristiano del VI sec. (era il vescovo di Poitiers e scrisse l'inno in occasione
dell'arrivo da Costantinopoli della reliquia del legno della Croce, inviata alla regina
S. Radegonda); l'inno comincia Vexilla regis prodeunt, / fulget Crucis mysterium, /
quo carne carnis conditor / suspensus est patibulo (Si avvicinano i vessilli del
sovrano, rifulge il mistero della Croce, il patibolo cui fu inchiodato Ges, nostro
Creatore, in carne e ossa). La preghiera veniva recitata in occasione dei riti del
venerd santo.
I vv. 44-45 indicano che il colore della faccia sinistra di Lucifero nero, come gli
abitanti dell'Etiopia (la regione dove il Nilo s'avvalla, scende cio nella pianura che
porta all'Egitto).
Il termine vispistrello (v. 49) deriva dal lat. vespertilio, da vesper (sera, per il fatto
che il pipistrello animale notturno).

La maciulla (v. 56) la gramola, strumento di legno che serve a tritare gli steli della
canapa.
Cassio definito da Virgilio s membruto (v. 67), anche se non chiaro a quale fonte
Dante attinga: forse il poeta confonde Cassio Longino, uccisore di Cesare, con Lucio
Cassio, seguace di Catilina (Cicerone nella III Cat. parla di L. Cassi adipes, che
immagine alquanto diversa da quella di Dante, posto che lui conoscesse quel
passo).
Il v. 87 indica probabilmente che Virgilio, dopo che Dante ha raggiunto l'orlo
dell'apertura rocciosa, lo raggiunge con un balzo.
Il v. 96 (e gi il sole a mezza terza riede) indica che sono circa le sette e mezza di
mattina, perch terza indica il periodo dalle 6 alle 9 antimeridiane; nell'emisfero
boreale inizia la notte, in quello australe quasi l'alba.
Camminata di palagio (v. 97) indica un passaggio agevole, come nel corridoio ampio
e spazioso di un palazzo.
La natural burella (v. 98) una sorta di budello nella roccia, una galleria scavata
all'interno della Terra (burella in fiorentino vuol dire sotterraneo).
Il punto / al qual si traggon d'ogne parte i pesi (vv. 110-111) il centro della Terra,
dove secondo la fisica aristotelica si credeva che tendessero i corpi materiali per la
gravit universale.
La gran secca citata al v. 113 l'emisfero boreale, dove si radunano per Dante le
terre emerse, mentre il colmo sotto il quale consunto / fu l'uomo che nacque e visse
sanza pecca il punto pi alto dell'emisfero boreale celeste, che sovrasta
Gerusalemme dove fu crocifisso Ges.
La tomba del v. 128 molto probabilmente la natural burella, che si estende dal
centro della Terra al loco (la spiaggia del Purgatorio) citato da Virgilio, e non l'Inferno
come taluni interpretano.
Il verso finale del Canto (139, E quindi uscimmo a riveder le stelle) termina con la
stessa parola, stelle, con cui terminano i Canti XXXIII di Purgatorio e Paradiso
(Purg., XXXIII, 145: puro e disposto a salire a le stelle; Par. XXXIII, 145: l'amor che
move il sole e l'altre stelle).