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Rosso carbone

ANTONIO DELITALA

Rosso carbone A NTONIO D ELITALA ebook by Bliss ISG scangroup LA BIBLIOTECA DELLA NUOVA SARDEGNA

ebook by Bliss ISG scangroup

LA BIBLIOTECA DELLA NUOVA SARDEGNA

L’autore

L’autore Antonio Delitala. Giornalista professionista (1941), ha lavorato per la Nuova Sardegna (redattore capo,

Antonio Delitala. Giornalista professionista (1941), ha lavorato per la Nuova Sardegna (redattore capo, inviato speciale nella stagione "calda" del banditismo e dei sequestri di persona). Laureato, ha pubblicato "Il muro di carta" (1979) sul linguaggio dei quotidiani, "La strategia del consenso" (1981). Ha lavorato in altre testate in Sardegna e in Continente; e negli uffici stampa di importanti enti e aziende finanziarie.

Il libro

Anno 1954. Lo scenario di questa storia di sangue è la vallata di Olivà, dalle parti dei "salti di Buddusò", tra le colline tormentate della Gallura di Olbia. Zona di "stazzi", le abitazioni isolate dei pastori–contadini. Vita quasi primitiva, relazioni parentali molto obbliganti, rapporti di

vicinato attraversate da mille diffidenze. Ci sono due Giovanni, cugini fra loro: uno lo conoscono come Giuanne minore, l'altro come Giuanne mannu. Giuanne minore è stato paracadutista nella gloriosa Folgore, nelle cui file ha vissuto gli eventi della Seconda guerra mondiale; Giuanne mannu, bracciante agricolo, è vedovo con due figlie. Il "minore" è mangiato dal tarlo della gelosia. Si è messo in testa che la moglie Quirica, che ha sposato giovanissima, lo tradisca con il "mannu". La accusa continuamente di ogni mancanza di fedeltà, sfida il cugino a giurare che non lo sta pugnalando alle spalle: lo porta a giurare perfino nel più sacro santuario della Gallura, Santu Paulu di Monti. Ma il dramma si sta consumando. Un giorno, mentre attende alla "chea", cioè la montagna di legna e terra che serve a fare il carbone vegetale, in una breve radura deserta, la moglie va

a portargli il pranzo. L’accompagna una sorellina. Giuanne

è preso da un vortice improvviso di follia: si scaglia sulla

moglie e la uccide. L'amore è sempre un mistero, la gelosia

ancora di più.

DELITTI PASSIONALI IN SARDEGNA

2

La Biblioteca della Nuova Sardegna

Delitti passionali in Sardegna

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Antonio Delitala Rosso carbone Edizione speciale per La Nuova Sardegna © 2010 Editoriale La Nuova Sardegna SpA

Questo volume è stato stampato presso Mondadori Printing S.pA. Stabilimento Nuova Stampa Mondadori – Cles (TN) Stampato in Italia – Printed in Italy

Grafica

Cles (TN) Stampato in Italia – Printed in Italy Grafica Impaginazione Fabio Rizzo Editoriale La Nuova

Impaginazione

Fabio Rizzo

Editoriale La Nuova Sardegna SpA Predda Niedda str. 31 – 07100 SASSARI

Supplemento al numero odierno de La Nuova Sardegna Direttore Responsabile: Stefano Del Re Amministratore Delegato: Raffaele Serrao Reg. Trib. Sassari n. 4 del 19.06.1948

I personaggi

GIOVANNI BAZZU, fu Giovanni Antonio, noto Giuanne Minore, ex paracadutista della Folgore, ossessionato dalla gelosia. QUIRICA MANCA, sua moglie, sposata giovanissima. Suo marito l'accusava di tradirlo con il cugino. GIOVANNI BAZZU, fu Angelo, noto Giuanne Mannu. Giurò sulla propria lealtà nel santuario di Santu Paulu di Monti. LORENZO BOI, possidente, cognato di Giuanne Minore, lo convinse a sposare la giovanissima Quirica. GAVINA LEDDA, possidente e padrona della carbonaia di S'Ispezzadura, donna coraggiosa.

AVVERTENZA I fatti narrati in questo libro non sono frutto di fantasia. Essi sono fedeli, per quanto possibile ed immaginabile, agli atti istruttori, ai verbali delle udienze e alle sentenze dei processi, oltre che alla memoria dei sopravvissuti. Si ringrazia per la collaborazione il dottor Antonello Manca, Cancelleria della Corte d'Assise di Sassari.

a.d.

Rosso carbone

1.

Nella vallata di Olivà

Da su Sinnu de Santu Tomeu la vista si dispiega sulla grande vallata di Olivà, ultima propaggine dei Salti di Buddusò e di Alà. Santu Tomeu era il santo protettore dei pastori che percorrevano i sentieri della transumanza, scendendo dalle zone montuose alla piana di Olbia. Percorsi secolari, dove le soste erano cadenzate dal patto stretto con la natura. In questo lungo viaggio, prima di incontrare il mare, s'incontrava Olivà. Il santuario di Santu Tomeu, protetto dal verde scuro della vegetazione delle colline, si scorgeva dal ciglio di Sorilis, dove la Miada cominciava a declinare verso il pianoro. Su sinnu era il segno di croce che i pastori si facevano passando di là. Da quel punto, superate le maggiori asperità del percorso, si affidavano alla pietà del santo nella trasferta invernale mentre attraversavano l'ultima valle dei Salti, più verde e boscosa delle altre. La vegetazione era ricca di querce da sughero e da ghianda, il cui frutto era una grande risorsa per l'allevamento brado dei maiali; la loro carne, sapientemente lavorata, rappresentava una sorta di assicurazione alimentare contro le rigidità invernali. Olivastri e corbezzoli svettavano nella fitta cespugliatura della macchia mediterranea, fra mirto e lentisco e qualche fiore spontaneo che ai primi tepori primaverili ingentiliva i declivi di inattese tonalità cromatiche. Alcuni torrenti percorrevano le zone più a valle. In maggioranza si inaridivano dopo le prime siccità primaverili. Avevano grande importanza per le attività agrarie ed erano perciò richiamati nei nomi dei luoghi. Su Trainu

Moltu è uno di questi toponimi. Su Trainu è un ruscello di breve esistenza alimentato dalle piogge invernali. Da molto tempo, in quel tratto della vallata, il corso d'acqua si era ridotto ad un rigagnolo. Per questo motivo non garantiva, se non in minima parte, le sue funzioni vitali per l'agricoltura e poteva considerarsi moltu, cioè morto. Accanto al fiumiciattolo c'era e c'è ancora un piccolo borgo di una trentina di case squadrate perché costruite nell'essenzialità delle linee e delle funzioni. Oggi il borgo è meno popolato di allora, gran parte delle persone hanno rotto l'isolamento emigrando, ma le consuetudini e i rapporti della gente sono rimasti quasi immutati, come se si trattasse di un fattore genetico. Su Trainu Moltu è l'universo della nostra storia, insieme ad altre frazioncine e semplici agglomerati di abitazioni rurali i cui nomi originano dalla natura del paesaggio (Sos Coddos, i colli, Sos Rios, i torrenti) o dall'appartenenza a famiglie (Mamusi, Battista) o alla vegetazione prevalente (Sa Castanza) che interrompono, con i muri bianchi di calce delle case, il verde intenso delle colline. La vallata di Olivà è rimasta isolata sino ad un passato abbastanza recente. Agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento l'amministrazione provinciale di Sassari realizzò la prima camionabile, come si diceva allora per indicare una strada che aveva il requisito di consentire il transito dei mezzi gommati, soprattutto i camion, i quali più delle auto erano impegnati in attività legate all'economia. I lavori per allargare e sistemare una strada adeguata alle nuove esigenze dei trasporti durarono a lungo, perché i bilanci dell'amministrazione pubblica non erano floridi e il dopoguerra faticava a mettere in moto la macchina degli investimenti. Contemporaneamente ci furono le prime assunzioni dei cantonieri. Nella miseria della gente quei

posti erano considerati un privilegio. Ma i luoghi che la strada provinciale non attraversava rimasero in una condizione di isolamento quasi totale. Fu anche per questa ragione che la guerra passò in silenzio in quell'oasi di

serenità bucolica. La guerra, ovviamente, non mancò di fare sentire i suoi effetti. Arrivavano le cartoline precetto, di un color rosa pallido, segnale inequivocabile che la Patria chiamava e arrivarono, all'ufficio postale di Berchiddeddu, anche i telegrammi per annunciare che i valorosi figli di questa terra erano caduti in combattimento. L'impiegato dell'ufficio postale inforcava la bicicletta e portava la triste notizia alle famiglie. Stringeva la mano alle vedove e allungava una carezza ai bambini. L'elenco degli orfani di guerra era destinalo a crescere, anno dopo anno. Nella notte le luci restavano accese e nella valle si diffondeva, idealmente, con flebile sospiro del vento, il lamento delle vedove inconsolabili. La bicicletta era il solo mezzo di locomozione che consentisse

di coprire le distanze tra le borgate – appena qualche chilometro

– più velocemente che a piedi. Per il trasporto di masserizie e prodotti agricoli c'erano i carri a buoi. Per raggiungere Olbia, centro urbano già evoluto, che disponeva di uffici amministrativi

(più dell'anagrafe, che, peraltro dipendeva da Buddusò, era utile

lo sportello dell'abigeato che certificava la legittima proprietà del

bestiame) e aveva una rete commerciale legata al porto, occorreva partire la sera prima, sostare di notte a fondo valle e

riprendere lentamente la marcia appena l'alba scoloriva il buio. Tanto occorreva per coprire una distanza di quindici chilometri. All'epoca dei fatti che racconteremo le piccole frazioni della valle di Olivà appartenevano al Comune di Buddusò. Le divisioni amministrative dipendevano soprattutto dalla orografia del territorio, dal sistema accidentato di altipiani e gole che rendeva più o meno difficoltose le strade di accesso.

A causa di queste ripartizioni i coscritti di Olivà rispondevano alla chiamata alle armi del distretto di Oristano. Per molti giovani la visita di leva rappresentava il primo contatto con l'esterno, fuori dalla comunità chiusa della valle. Anche l'eco dei grandi eventi storici che accompagnarono l'intervallo tra le due guerre, compreso il fascismo, arrivò attutita. Il regime non mancò di far sentire la sua presenza, ma le difficoltà logistiche distolsero i gerarchi da visite frequenti. Vecchie fotografie mostrano qualche federale in visita ufficiale tra le scolaresche. Ma anche la massiccia propaganda trovò difficoltà quasi insormontabili nel chiamare a raccolta la gioventù littoria della valle, che crebbe senza parate e raduni e, a quanto pare, anche senza patirne la mancanza. Nel dopoguerra l'arretratezza di Olivà, rispetto allo (stentato) sviluppo della pianura di Terranova, era segnata da un modello agrario ancora arcaico. Superato Berchiddeddu, raggiungere le frazioni diventava problematico. A chi si avventurava in quel viaggio venivano date istruzioni. La stazione dei carabinieri di Padru, che presidiava quel territorio, raccomandava di usare un'auto privata. Il servizio pubblico quasi inesistente. Gli abitanti delle frazioni, uomini, donne e persino bambini, erano abituati a percorrere lunghe distanze a piedi, sui frequenti saliscendi delle colline. La civiltà, che altrove correva, a Olivà camminava assai lentamente. Il calendario all'annata agraria rappresentava l'unico strumento utile per misurare il tempo. A scandire le opere e i giorni erano le piogge abbondanti o le lunghe siccità che, come agli albori della civiltà agreste, decidevano l'economia; alla quale davano un contributo rilevante i boschi che fornivano la materia prima per il prodotto energetico per eccellenza, il carbone, scarsamente utilizzato dagli abitanti della valle ma venduto con profitto oltre i confini della vallata.

Lì il tempo ha lasciato tracce della nostra storia. Nell'animo degli uomini, prima di tutto. Ciò che racconteremo è frutto di una gelosia maniacale, sì quella gelosia che invade i confini della follia. In questi luoghi furono commessi due delitti di straordinaria ferocia. Sarebbero potuti essere tre se una delle vittime designate non fosse stata assistita, non solo nel momento del furore omicida ma anche durante la delicata fase di soccorso,

da una buona dose di fortuna. Le comunità pastorali sono pacifiche, ma spesso vi scoppia di

colpo la violenza. La litigiosità è frequente. Uno sconfinamento

di pascolo o un danno anche modesto alle colture sfociano

spesso in disamistades che si trasmettono di padre in figlio. Rancori atavici hanno bisogno di poco per riaffiorare. Ma nella vallata di Olivà non c'è traccia, a memoria d'uomo, di altri episodi così brutali. L'aria sugli altipiani e sulle montagne era diversa. L'asperità dei luoghi rendeva spesso impuniti i reati. Per antica consuetudine chi era braccato da sa zustiscia riparava in alcune zone franche che godevano di una specie di extraterritorialità, spesso negata anche alle istituzioni. Erano queste zone franche, luoghi spesso in prossimità di santuari, che hanno dato ambientazione a storie, vere e fantastiche, del brigantaggio. Uno di questi luoghi era il santuario di Santu Paulu di Monti, versò Alà. Per arrivarci, a piedi o a cavallo, ci volevano molte ore di viaggio. Si arrivava attraverso percorsi malagevoli e insidiosi, ma non insicuri. I pellegrini erano protetti dal rispetto della gente e dalla benevolenza del santo, al cui coprilo le parole degli uomini erano pietre perché assumevano il vincolo del giuramento. Il santuario di Santu Paulu mantenne questo ruolo sino ai primi anni di quest'ultimo dopoguerra, cioè ai tempi della nostra storia. Non come luogo di immunità per il brigantaggio e, più tardi, il

banditismo – il privilegio venne meno nell'ultimo quarto dell'Ottocento, dopo l'uccisione di un venditore di torrone durante una sagra religiosa – ma per i cosiddetti giuramenti "purgativi", attraverso i quali sospetti, controversie e turbolenze dell'animo umano trovavano composizione. La forza riconosciuta al santo era quella di saper frugare in fondo all'animo degli uomini per fare emergere la verità. Olivà era l'ultima tappa della transumanza. I pastori della montagna e le loro greggi sostavano non lontani dalle borgate; qualche volta consumavano un pasto comune con gli abitanti del posto. Era un'agape fraterna. Per ringraziare dell'ospitalità prima della partenza mungevano le loro greggi e lasciavano in dono il latte. Era il segno di una alleanza che nessuno, nel tempo, avrebbe violato. Oggi molti pastori delle montagne, da Bitti a Orune, e di altri centri della Sardegna centrale, hanno acquistato i terreni della pianura; migliaia e migliaia di ettari che garantiscono una transumanza più comoda e, in qualche caso, una nuova stanzialità. Molti di loro, soprattutto le nuove generazioni, sono attratti dallo sviluppo costiero, dal turismo, da una modernità economica e sociale che invece non ha ancora fatto in tempo a contagiare molte comunità dell'interno. Anche la vallata di Olivà manteneva intatte le regole arcaiche del mondo pastorale, alle quali riconosceva una grande forza sociale. Come un sortilegio, nella valle il tempo non intaccava le convenzioni. Gli uomini della vallata avevano fama di essere grandi lavoratori. Davano con le braccia, alla famiglia, le garanzie del sostentamento. Le braccia erano la maggiore risorsa di una società sostanzialmente povera ed affidata, quasi per intero, al lavoro bracciantile. Chi possedeva un podere e una casa per abitarla veniva considerato un benestante, un buon partito per le

ragazze da maritare. I matrimoni nascevano sulla scorta di un'alleanza concordata per incrementare la piccola proprietà. L'amore sarebbe arrivato in seguito. In caso contrario sarebbe rimasta la sicurezza economica considerata, pur nella diffusa religiosità della gente, più di un sacramento. Il matrimonio era un contratto sociale. Le mogli erano compagne di vita, ma soprattutto di lavoro. Partecipavano alle attività dei campi e si sobbarcavano spesso lavori pesanti. La loro femminilità appassiva rapidamente sotto il peso quotidiano della fatica. Le più fortunate andavano spose a dipendenti pubblici, il cui rango sociale era motivo di invidia. Nella storia che stiamo per raccontare queste considerazioni costituiscono gli ingredienti essenziali della vicenda. Non descrivono soltanto l'ambiente fisico, ma la sua umanità. Le tracce del passato sono persistenti e rimarranno ancora a lungo. Nelle pietre e, soprattutto, nella memoria. Molte abitazioni sono rimaste come allora, alcune hanno subito l'inevitabile degrado dell'abbandono; i centri dell'interno, in particolare i più piccoli, hanno perso la battaglia con le strisce costiere. Vigne di vecchio impianto e da decenni in abbandono riescono ancora a germogliare. Rappresentano la metafora delle passioni dell'uomo, che germogliano a distanza di tempo con sorprendente tenacia. Chi ha più di sessantanni ricorda i protagonisti della storia. La memoria collettiva non sa dimenticare. A volte l'oblio che copre come la polvere alcuni ricordi è soprattutto frutto di indulgenza. Questa storia l'abbiamo ricostruita sul posto, sollecitando la memoria popolare e rileggendo gli atti investigativi e processuali. È la storia di due delitti che si sarebbero potuti evitare. Luogo di carbonaie per eccellenza a causa della ricchezza dei boschi e della sapienza degli uomini, il carbone di queste borgate si tinse un giorno di rosso. Il colore del sangue.

2.

Alle armi

A Giuanne Bazzu la chiamata alle armi del Trentotto offrì l'occasione di valicare i confini della vallata. Aveva ventun anni. L'anno prima aveva passato la visita di leva a Pattada. Il circondario di Ozieri, al quale Pattada faceva capo, apparteneva, per una delle molte stranezze che caratterizzavano sino a qualche decennio fa la geografia della pubblica amministrazione in Sardegna, al distretto di Oristano. Per quanto quell'anno i venti di guerra spirassero ancora con regime di brezza ma in orizzonti densi di nubi, Giuanne Bazzu, noto nella borgata come Giuanne Minore per distinguerlo dal cugino, detto per la prestanza del fisico Giuanne Mannu, nonostante l'altezza e un torace mingherlino venne dichiarato, seduta stante, abile e arruolato. Giuanne Bazzu era detto anche Giuanne Sighi Sighi, a causa della balbuzie che lo affliggeva costringendolo ad inseguire i discorsi degli amici, e spesso irritandosi perché non gli davano tempo di esprimersi. Era piccolo di statura, alla leva gli misurarono un metro e sessantun centimetri. Il diritto di servire la patria gli fu riconosciuto perché il re d'Italia, capo supremo delle forze armate, era più basso di lui. Giuanne Bazzu era nato ed abitava a Su Trainu Moltu. Era proprietario di una abitazione sulla collina, che aveva avuto in eredità dal padre. La casa era modesta nell'aspetto, squadrata ed essenziale, come quelle che disegnano i bambini alle elementari, col tetto poco spiovente, una porticina e una finestra. All'interno aveva due stanze – poco meno che un privilegio –, un'ampia

cucina e una stanza da letto. Attorno c'era un ampio terreno, oltre due ettari, in parte coltivato a vigneto. Dissodando alacremente il podere, preparandolo per tempo alla semina, potando la vigna, mietendo e bruciando le stoppie, riusciva a trarre buon frutto. Di tempra buona, abituato al sacrificio, coltivava anche terreni di altri proprietari, lavorando a giornata. Se l'annata era favorevole, se le piogge cadevano al tempo giusto, se l'inverno non era troppo freddo e l'estate troppo calda, riusciva a mettere da parte del danaro. Possedeva anche una quindicina di capre date in soccida, un tipo di contratto agrario che prevede la divisione dei frutti con il pastore che le accudisce. Ma era di umore mutevole e, in seguito, facile a cedere agli scatti d'ira. Giuanne Mannu, invece, era un uomo prestante, alto almeno un metro e ottanta, robusto, capace di sollevare un sacco di grano senza una smorfia. Tra i due c'era una grande differenza fìsica, quasi una bizzarria genetica. Ma Giuanne Mannu, a differenza di Giuanne Minore, era di pasta buona, tranquillo di natura, al punto che qualcuno si permetteva anche di canzonarlo sapendo che diffìcilmente avrebbe reagito alle provocazioni. Alla visita di leva Giuanne Sighi Sighi fu dichiarato sano. La sua scheda segnalava la fronte bassa, che denotava scarse attitudini intellettuali. Ma la circostanza appariva irrilevante per un soldato destinato, in caso di conflitto, a combattere in prima linea, non a studiare l'arte della guerra di Clausewitz. Così vestì la divisa. Il foglio matricolare provvisorio rilasciatogli al momento del congedo definitivo – quello originale era andato smarrito, ufficialmente a causa degli eventi bellici, più probabilmente per qualche distrazione dell'ufficio matricola – certificava la sua destinazione, in qualità di aviere, prima al centro di affluenza dell'Aeronautica di Cagliari, subito dopo al Centro di istruzione

di Orvieto e all'Accademia di Caserta. Che attitudine manifestasse per l'aeronautica non è stato mai

spiegato. Un contadino sempliciotto alle prese con i voli militari

non è facile da spiegare. Forse fu lo spirito di avventura; o, forse,

la mancanza di reclute essendo, per tradizione, i sardi restii a

librarsi nell'aria. Aviere per modo di dire, perchè il suo fu un

addestramento prevalentemente a terra, salvo qualche volo affrontato senza timore. Comunque, concluso il tirocinio e il periodo di ferma, a fine giugno del Trentanove fu rimandato a casa in congedo illimitato e ritornò nella valle di Olivà, riprendendo la vita di sempre. Nulla, nel frattempo, era cambiato. Farfugliando per via della balbuzie, raccontò esagerando ai

compaesani la sua esperienza, l'addestramento ai voli, la preparazione ai lanci, che mai fece perché era un semplice aviere, non un paracadutista. A quei racconti aggiungeva un pizzico di fantasia, sul suo impavido comportamento sprezzante

del pericolo. A chi dubitava del suo coraggio, rispondeva

sgarbatamente e si lasciava andare a reazioni di collera, brevi come fuoco di pimpisa. La gente si limitava a dire: «È fatto così».

Arrivò la guerra. Il 4 ottobre del 1941, dopo un lungo

preallarme, fu richiamato e avviato alla scuola di paracadutismo

di Tarquinia; fu assegnato, in seguito, al reggimento

paracadutisti "Nembo", costola della "Folgore". Divenne effettivo nel settembre del 1944, quando la guerra si avviava al tragico epilogo e il Paese viveva un momento di disordine istituzionale. In quel periodo partecipò ad alcune azioni sul fronte. Il Paese cercava di voltare pagina e concludere l'infausta esperienza del Ventennio, per ritrovare il gusto della democrazia. Nei giorni disperati dell'armistizio, il reggimento "Nembo" era spaccato in due, una parte aveva rispettato l'obbedienza al re, un'altra aveva deciso di continuare a combattere con gli ex

alleati tedeschi. In Sardegna quella spaccatura era fìnita nel sangue. Il vice–capo di Stato maggiore della "Nembo", Alberto Bechi Luserna, che incitava ad obbedire al governo Badoglio, era stato ucciso da un suo ufficiale. Messo in un sacco, il suo corpo era stato gettato in mare. Il suo foglio matricolare non fa cenno ad alcuna azione di guerra, che, invece, Giuanne Bazzu raccontava con dovizia di particolari omettendo però ogni circostanza che potesse permettere di ricostruire il suo impiego sul fronte. Fu congedato, definitivamente, nel novembre del 1945. Tornò a Su Trainu Moltu, con una valigia di stracci e molte cose da raccontare. La gente lo stava ad ascoltare perché il racconto era colorito, accompagnato da una gestualità efficace. Allargava le braccia come se fossero ali quando doveva simulare il volo aereo (ma piccolo com'era rassomigliava di più a un lamentoso gabbiano, di quelli che qualche volta sconfinavano dai litorali sospinti dal vento nel loro temerario volo a vela), imitava il rombo dei motori; spiccava balzi repentini e capriole nella polvere della via quando invece parlava dei lanci col paracadute. Nelle serate vuote e noiose della borgata era diventato quasi un'attrazione. Durante i lanci col paracadute confessò che all'inizio aveva provato paura. Disse che soffriva di atonia, termine la cui sostanza gli fuggiva, ma che aveva imparato a memoria perché così aveva diagnosticato il medico militare di fronte alla sua iniziale riluttanza a spiccare i balzi nel vuoto, ma furono le azioni di combattimento a lasciare in lui indelebili emozioni. Raccontò di avere partecipato a dieci o venti azioni – un numero imprecisato che mutava a seconda delle circostanze – in località non ben precisate. Faceva confusione con la geografia sostenendo di aver combattuto ad Avezzano e precisando che si trovava in Emilia, cosa persino comprensibile nel generale

disorientamento che aveva capovolto il Paese. Circondato dai nemici, il valoroso manipolo di paracadutisti del quale faceva parte era stato oggetto di un'offensiva infernale:

quarantasettemila colpi di cannone sparati in quarantadue minuti, raccontava Giuanne, guardandosi attorno per raccogliere il consenso degli astanti. Gli esperti di cose militari e di storie guerresche, dubitarono da subito delle circostanze che riferiva. Mai si comprese con assoluta certezza da che parte si trovasse Giuanne Bazzu durante la pioggia di fuoco. Evitiamo perciò l'azzardo di un'ipotesi, che, del resto, poco interessa alla nostra storia. Giuanne Minore ricordava ben poco di un'esperienza che era stata sicuramente terribile; neppure il nome del colonnello che comandava la sua Divisione. A sentire Bazzu aveva avuto una medaglia d'oro. Lasciamo ad altri il compito di portare avanti questa indagine. Sicuramente la guerra era stata una brutta esperienza che gli aveva lasciato in eredità intensi dolori alla testa, così frequenti che si decise di farlo ricoverare nell'ospedale di Treviso. Fu tenuto in osservazione per un breve periodo. Soffriva di vertigini, di emicrania, di momenti di panico. Ma la metà dei reduci che avevano combattuto in prima linea erano nelle sue condizioni. Il medico gli disse: «Passerà». Il nuovo ritorno a casa non lo riportò alla normalità. I mal di lesta lo assillavano, gli sbalzi d'umore erano frequenti. I litigi con la sterminata parentela si ripetevano anche per motivi futili e quotidiani. C'erano, invece, momenti che Giuanne Sighi Sighi era affabile, generoso, ben disposto verso chi gli chiedeva aiuto. Prestava danaro, quando ne aveva, e quasi mai ne chiedeva la restituzione. Era invece sollecito a rendere soldi, se mai ne aveva chiesto.

Ormai aveva quasi trent'anni, passati a dissodare la terra, a tagliare la legna per le carbonaie. La solitudine della vita privata, scandita soltanto dal lavoro, aveva spinto qualche parente, sia pure con la dovuta cautela, a proporgli di cercarsi moglie, perché a una certa età è indispensabile pensare alla famiglia. Nelle comunità rurali non c'è l'indifferenza urbana e il principio del mutuo soccorso è sviluppato. Ma occorre prevedere gli effetti della vecchiaia. Moglie e figli dovrebbero ricambiare la diuturna dedizione al lavoro. Quando il cognato, Lorenzo Bo, accennava a quel discorso, Giuanne Bazzu si toccava la testa e diceva «ohi, ohi» per dire che era ammalato. Quanto alle donne, non aveva che da scegliere: giovani o attempate, slanciate o minute, esili o corpulente, aveva un campionario di occasioni. Naturalmente erano fantasie sue, di cui, forse, andava convincendosi. O, piuttosto, diceva questo per troncare il discorso. Era giustificabile che, a trent'anni, un uomo senza beni di fortuna pensi soprattutto al lavoro e a mettere da parte un po' di danaro. Più in là si sarebbe potuto ragionare di matrimonio. Questo pensava Lorenzo Bo, quando Giuanne Bazzu dichiarava di non avere intenzione di sposarsi. Giuanne era una persona da prendere con le molle, permaloso, irritabile, scostante; ma era considerato da tutti un buon uomo. La ruvidezza dei modi era una scorza che si dava per dimostrare che non doveva nulla a nessuno, un po' come l'uomo della pubblicità che non deve chiedere mai. Tuttavia denunciava una instabilità emotiva. Era molto diverso dai fratelli, soprattutto da Mario, che faceva il cantoniere alle dipendenze della Provincia

di Sassari e abitava a Berchiddeddu. Mario Bazzu era

considerato uomo di buon senso. A lui la gente si rivolgeva per

un consiglio e per dirimere qualche controversia su problemi

frequenti di eredità familiari. Era considerato persona di buon

rango sociale soprattutto a causa del pubblico impiego. Eppure anche lui aveva fatto la guerra, dicevano a Su Trainu Moltu quando facevano il paragone tra i due. Commentando il carattere di Giuanne Minore, gli anziani della borgata dicevano che prima o poi avrebbe creato qualche problema alla comunità. Eppure quest'uomo minuto, agile e forte per la sua taglia, per lunghi periodi non dava fastidio ad alcuno. Ma spesso si chiudeva in un ostinato mutismo, estraniandosi dal mondo che lo circondava. Ciò accadeva soprattutto nell'ora del tramonto, quando i lampi rossastri del sole perforavano le nubi dell'orizzonte. Sedeva, a quell'ora, sul

sedile di pietra accanto alla porta di casa e fissava il cielo, come se i momenti della guerra, quei ricordi che hanno i reduci e che,

a tratti, riaffiorano prepotenti si impadronissero di lui. Sentiva i

bombardamenti rimbombargli nella testa. Un rombo foriero di morte gli urlava nelle orecchie. Neanche salutava chi gli passava vicino, come di solito si fa nei piccoli centri, dove il saluto non è solo cortesia ma una conferma di quell'alleanza sociale e civile che rafforza i vincoli della comunità. A volte, invece, fermava gli uomini che tornavano dalle vigne o dai pascoli, li invitava ad entrare in casa

e gli offriva da bere, mettendo sul tavolo bicchieri di vino molto

capienti, di quelli che di solito si usano per la birra, e riempiendoli sino all'orlo. «Non te ne vai», diceva all'ospite «sino a quando non avrai bevuto anche l'ultima goccia». E se l'ospite non era pronto a scattare via, riempiva di nuovo

il bicchiere. E si doveva ricominciare da capo. La gente pensava che, guerra o non guerra, Giuanne Bazzu si fosse stranito. Le madri proibivano ai figli di andare a giocare nello spiazzo davanti alla sua casa, che era ampio e comodo per i giochi. Temevano che Giuanne Bazzu potesse arrabbiarsi.

Non era prudente. Un giorno Lorenzo Bo lo incontrò nella vigna mentre era in preda a un forte mal di testa. Si tappava le orecchie con le mani. Urlava e barcollava. Gli disse: «Devi rivolgerti a un medico perché ti aiuti a guarire. In queste condizioni finirai in manicomio». Giuanne Bazzu lo guardò corrucciato. Gli avevano detto che un parente era stato in manicomio molti anni prima. Qualche parente, che raramente andava a trovarlo, raccontava che quello era un triste luogo di pena. Un luogo dove la speranza si era stancata di esserci. Giuanne a quelle parole fuggi lontano. Sentiva le bombe e non voleva che le sentisse anche Lorenzo Bo. La sera lo videro seduto sul sedile di pietra della casa con la testa fasciata. Come un soldato ferito al fronte.

3.

Un colpo di fulmine

«Non ricordo il mese, ma era primavera. La primavera del 1952. La giornata era chiara e il vento portava nelle case i profumi del bosco. I corbezzoli erano in fiore e sciami di api danzavano. Nel silenzio della campagna quel brusìo suonava come un concerto». Il vecchio era seduto sull'uscio di casa. Teneva le mani nodose incrociate su un nodoso bastone di olivastro, lucido dall'uso. Aveva superato i novanta, ma la postura era eretta come avesse vent'anni di meno. In quella casa era nato e cresciuto. Ora, col languore che hanno i vecchi quando arrivano all'epilogo della vita, in quella casa si preparava a morire. Il vecchio era la memoria storica di Su Trainu Moltu. Immobile come un elemento del paesaggio, trascorreva le giornate ricordando il passato e scambiando poche parole con quelli che, di passaggio, si fermavano a salutarlo. «Lei, vuol sapere», disse al visitatore, che non sapendo a chi chiedere si era fermato davanti a quel testimone del tempo «la storia di un delitto passionale che ha tormentato questa zona poco dopo la guerra. È un brutto ricordo, per tutti noi». Nella vallata di Olivà quei delitti avevano portato una lunga notte da indemoniati. I sentimenti vacillarono. La gente si domandò a lungo se quei morti sarebbero tornati per vendicarsi. Chi l'avrebbe mai detto che Giuanne Bazzu era un uomo pericoloso? No, qualcuno, alla fine, l'aveva detto. Le sue collere improvvise, le alzate di testa, persino i momenti sdolcinati ed espansivi nascondevano il pericolo di una mente inferma, pronta

ad esplodere. «È una storia lunga», disse il vecchio, «una storia iniziata con una festa, a Mamusi, una borgata che dista da qui due o tre chilometri. La figlia di Lorenzo Bo, Carmela, aveva partorito una bimba e quel giorno dovevano battezzarla. Allora i bimbi si battezzavano subito, perché molti morivano nei primi mesi di vita a causa di malattie misteriose o ricorrenti. Qui l'aria è buona, ma il cielo li chiama: forse, come dice il parroco, il Padreterno ha bisogno di angeli. Le donne avevano preparato i dolci. Erano rimaste in piedi tutta la notte. E gli uomini avevano portato il vino dal colore dell'ambra, dal sapore intenso. Quella mattina Lorenzo Bo aveva incontrato Giuanne Bazzu che andava in campagna. In verità non era stato un incontro occasionale. Lorenzo sapeva che Giuanne Bazzu avrebbe fatto quella strada per andare alla carbonaia di S'Ispezzadura e l'aveva aspettato. Giuanne Bazzu camminava spedito. Indossava gli abiti da lavoro e portava una roncola col manico corto, un arnese indispensabile per la sua attività. «Nel pomeriggio battezzano mia nipote», gli disse. Sua figlia Carmela era andata in moglie a Giovanni Maludrottu. Dieci giorni prima aveva partorito. Avevano chiamato l'ostetrica, per prudenza. Bastavano le donne a seguire il travaglio. Ma Lorenzo aveva voluto sa mastra 'e partu. Era andato tutto bene, graziadio. Ora era il tempo della festa. «Vorrei che tu venissi», disse Lorenzo Bo rivolto a Giuanne Bazzu, «a mia moglie e a me farebbe piacere». Giuanne Bazzu non si fermò neppure. Scrollò il capo, per dire che c'era molto lavoro in campagna e al pomeriggio sarebbe rimasto alla carbonaia. Ma Lorenzo, che aveva confidenza e suscitava rispetto, gli

chiese: «Mi hai sentito?». Giuanne Bazzu si fermò. Si stava confezionando una sigaretta mettendo un pizzico di tabacco in un pezzetto di carta leggera come cartavelina. L'aveva arrotolata tra le dita passando sul margine della carta un po' di saliva. L'accese aspirando forte. Sembrava che riflettesse. «Lo sai che non ho tempo per queste cose. Se non lavoro, non mangio». «Per una sera puoi fare un'eccezione», replicò Lorenzo. «Ti presento una bella ragazza», gli disse per stuzzicarlo. «Non penso alle donne», rispose brusco Giuanne Bazzu. Intendiamoci, diceva che non gli interessavano le donne da sposare, perché alle altre ci pensava, e come. «Ma questa è una ragazza speciale», fece Lorenzo. «Potrebbe essere una brava moglie». «Tanto non mi voglio sposare», rispose Giuanne Minore». «Perché?», insistette Lorenzo Bo. «Perché sono povero e perché sono malato», rispose. Considerava il matrimonio un lusso, perché in una famiglia ci sono sempre molte bocche da sfamare. Si preoccupava anche per il mal di testa, che non gli dava respiro. Lorenzo sorrise con indulgenza. Era un uomo forte e schietto, pieno di buon senso. Si era sposato tre volte, le prime due con due sorelle di Giuanne Bazzu, morte entrambe prematuramente. L'ultima volta con una cugina. «L'uomo deve farsi una famiglia in previsione della vecchiaia. In ogni caso tu guarda la ragazza. Se ti va ne parliamo», disse conciliante Lorenzo. Giuanne Bazzu riprese la strada. Ma si capiva che era dubbioso. Infatti al pomeriggio rastrellò un po' di carbone, lo mise nei sacchi per evitare l'umido della notte e tornò a casa prima del solito. Si levò la polvere di dosso, indossò l'abito

migliore e andò a Mamusi. C'erano molti invitati, anche dalle frazioni vicine. C'era il parroco di Berchiddeddu, che aveva officiato il rito. Aveva la tonaca nera impolverata di briciole e cosparsa di macchie, un po' perché era trasandato, un po' perché aveva subito dato la benedizione ai dolci e al vino. C'erano i parenti; ma c'erano, soprattutto, tanti bambini, per i quali i battesimi o le comunioni erano ricorrenze speciali da festeggiare con una scorpacciata di prelibatezze. La bimba consacrata sonnecchiava in mezzo a quel frastuono, in braccio alla madrina. «Ti presento Quirica», fece a un certo punto Lorenzo. Quirica era giovane, aveva diciannove anni, ma era ben piantata. Sembrava solida, pensò Giuanne Bazzu, che valutava le donne in funzione dei lavori che avrebbero dovuto sobbarcarsi una volta sposate. Non c'era soltanto la casa, il mangiare, la cura dei figli; ma anche la campagna, la semina, il raccolto. Quirica aveva una faccia tonda e curiosa, un sorriso simpatico, un modo di fare paziente. Lo vedeva, Giuanne, da come assecondava i desideri dei bambini che chiedevano questo o quel dolcetto, o quando si fermava a parlare con le donne di casa mostrando gentilezza. Scambiarono due parole, di circostanza. «Piacere», disse imbarazzato Giuanne Bazzu. «Molto piacere», rispose Quirica che sembrava avvolta dalla timidezza. C'era poco da dire. La ragazza era affaccendata. Lui si ritirò un po' in disparte. Poco spedito nel parlare, per la balbuzie, preferiva stare in silenzio con chi non aveva confidenza. Quando gli ospiti cominciarono ad andar via, Lorenzo gli si avvicinò. «Che cosa ne dici?», fece. «Di chi?», disse Giuanne per dimostrare una certa indolenza.

«Della ragazza». «Ne parliamo un'altra volta», rispose Giuanne per prendere tempo. Non voleva sbilanciarsi. Ma Lorenzo Bo aveva notato che l'aveva seguita insistentemente con lo sguardo e, a un certo punto, aveva avuto occhi solo per lei. «Che male c'è a parlarne ora?», insistette Lorenzo. «Non mi va, in presenza di altri», rispose Giuanne Bazzu che considerava il corteggiamento una imperdonabile debolezza. Lorenzo sorrise. «Ho capito che ti piace», disse. «Mi piace, ma non la chiedo», rispose in tono scontroso Giuanne. «Sei solo, hai bisogno di una donna che ti accudisca». «So badare a me stesso. E poi sono malato». «Ti lamenti del mal di testa, non di altro», fece Lorenzo. «Soffro di reumatismi», replicò Giuanne Bazzu. «Un regalo della guerra», aggiunse. Non c'era malanno che non fosse giustificato dalla guerra. «Ma allora una moglie è quello che ti serve», disse Lorenzo. «Una moglie che ti metta gli unguenti e i balsami e ti massaggi lentamente, alleviandoti il dolore». Lorenzo lo guardò maliziosamente. Una moglie sarebbe servita a tirare su la famiglia ed a faticare in campagna, altro che a fare la crocerossina. «Ci penserò», fece Giuanne Bazzu, che sembrava interessato. «Ti consizzo di chiederle la mano, anzi ti folzo», replicò Lorenzo mettendo nella frase il tono perentorio dell'uomo esperto che dà consigli da seguire. A Giuanne sembrò un invito perentorio. «Bene», disse, «allora chiedila per me». «Può chiederla Giovanni Maludrottu, che è in confidenza con la famiglia di Quirica. D'inverno porta sempre le capre a Schifone e frequenta la famiglia della ragazza, che di cognome fa Manca». Schifone era un insieme di case sorte nei poderi, come spesso

accadeva nel dopoguerra, che non si poteva dire borgata. Apparteneva al Comune di Posada. Per il clima mite, dovuto alla vicinanza col mare, era luogo di transumanze. Arrivavano pastori dall'interno, da Bitti e Orune, ma anche dai Salti di Buddusò e di Alà. Per la maggior parte erano caprai. Col latte facevano formaggio e lo vendevano sul posto. La famiglia di Quirica abitava in campagna, ma la casa era stata edificata quasi sul ciglio della strada. Non era come quelle case isolate, nei poderi, dove tutto il giorno non si vedeva anima viva. Da quando era ragazzo, Giovanni Maludrottu portava le capre a svernare a Schifane. Lì aveva conosciuto Francesco Manca, il capofamiglia, e aveva stretto con lui una amicizia che si rafforzava in bevute comuni e, quando era il tempo giusto per uccidere il maiale, nel festoso pranzo della favata condita con il lardo, le cotiche e il finocchietto selvatico. Rituale che si ripeteva anche nel tempo di Carnevale. Alla lunga si era stabilito un rapporto quasi familiare e Maludrottu, dopo aver svernato, aveva invitato la famiglia Manca a Mamusi. Al momento di ripartire per Schifone, gli ospiti avevano ringraziato per l'ospitalità e lodato l'aria sana della collina. Per questo motivo e per rafforzare l'amicizia, la moglie di Maludrottu, Carmela, aveva invitato Quirica a rimanere a Mamusi per qualche settimana. I genitori avevano dato il benestare: cambiare aria avrebbe giovato alla ragazza che era ancora un po' gracile, come spesso capita nel periodo dell'adolescenza. Le visite di Quirica a Mamusi si era ripetute nel tempo e duravano sempre più a lungo. Intanto Carmela era rimasta incinta e negli ultimi mesi di gravidanza il marito aveva chiesto a Quirica di trasferirsi a Mamusi per dare una mano nelle faccende di casa. Quirica lo aveva fatto di buon grado. Fu così che Giuanne Bazzu la conobbe, la sera del battesimo.

Giovanni Maludrottu fece ciò che aveva promesso. Parlò con Quirica e poi con i genitori. Disse loro che Giuanne Bazzu era un uomo all'apparenza scorbutico, un po' rozzo nei modi, ma aveva altri pregi: era un grande lavoratore, che non avrebbe mai

lasciato la famiglia senza pane. Qualche volta si lasciava andare alla collera, ma una moglie deve essere remissiva e comprendere

lo sfogo del marito. Quirica disse che per lei andava bene. A diciannove anni era

arrivata l'età di maritarsi. Aveva qualche corteggiatore, ma nulla

di serio. Ragazzi, diceva la madre, senza arte né parte; mentre

Giuanne Bazzu aveva una casa, un buon appezzamento di terra, due braccia robuste e molta voglia di lavorare. Il resto venne da sé. Giuanne andò a trovare i genitori di Quirica. Quel giorno la ragazza non era in casa, su consiglio dei genitori. Così parlarono più liberamente. Giuanne Bazzu prese l'impegno di trattarla bene e la famiglia fece altrettanto. Si accennò alla dote che, anche nella povertà, è sempre il segnale del gradimento del matrimonio. Quando Quirica ritornò, Francesco Manca e Giuanne Mazzu davano fondo a una bottiglia di vino in un clima di reciproca soddisfazione. Il patto matrimoniale era concluso. La madre di Quirica fissò la data per settembre. Gli uomini assentirono. Cabidanni era il mese giusto, anche per la campagna. Due braccia

in più avrebbero agevolato il compito a Giuanne Bazzu. Ma

triulas fu un mese sfortunato, il grano non crebbe bene, la siccità

spogliò le spighe come ventri sterili e la resa fu scarsa. Giuanne Bazzu pensò che era meglio soprassedere, perché non aveva molti soldi per affrontare le spese che il matrimonio comportava. Né aveva intenzione di chiedere danaro in prestito. Iniziare la vita coniugale con i debiti non era una bella prospettiva. I due fidanzati formalizzarono il legame tenendosi per mano

dinanzi ai genitori, seduti compostamente, nella cucina di Schifane, col pavimento di terra battuta e il fuoco, acceso nel camino, questa volta senza fare economia. Si sarebbero visti un paio di volte al mese, compatibilmente con il lavoro di lui. Così fecero e acquistarono rapidamente confidenza. A volte Giuanne Bazzu si tratteneva a dormire su invito dei futuri suoceri. I quali, a loro volta, resero visita al futuro genero, per conoscere il posto dove Quirica avrebbe trascorso la vita da sposata. Posto e parentela, come insegnavano le sagge maniere contadine.

4.

Sospetti

Passò un po' di tempo e un pomeriggio Giuanne Bazzu andò a trovare Lorenzo. Cadeva una pioggia sottile, quasi impercettibile, che chiamano muddina e i contadini considerano acqua benedetta perché fa bene alla campagna. Infatti penetra nel terreno, anziché scorrere sopra come accade quando è abbondante, e lo rende soffice per l'aratura. Lorenzo stava seduto sull'uscio di casa e guardava compiaciuto quella manna che cadeva dal cielo. Era una giornata di riposo per i lavori agricoli. La campagna si tingeva dei colori autunnali. «Che cosa vuoi?», domandò Lorenzo, sorpreso di quella visita e timoroso che non annunciasse nulla di buono. «Ci ho ripensato», rispose Giuanne avvicinandosi al camino per asciugare gli abiti intrisi di umidità. «Spiegati», disse il cognato che era entrato nella cucina e tagliava col coltello un pane dalla crosta scura. «Quirica», fece Giuanne. «Quirica cosa?». «Non la sposo più», disse quasi sottovoce. «Che cosa è successo per farti cambiare idea?», domandò allarmato Lorenzo. Per un attimo pensò che si trattasse d'uno scherzo. Ma Giuanne non era tipo che scherzava con quel carattere che aveva più ruvido della dura scorza dei lecci. Dunque poteva essere una decisione presa sul serio. «Perché?», chiese ancora. «Non è una ragazza onesta», rispose Giuanne Bazzu.

«La stai offendendo», fece Lorenzo contrariato. Rimasero in silenzio. Lorenzo lo guardò male. Giuanne abbasso lo sguardo. Giuanne era rimasto in piedi, un po' in disparte. Nella penombra della cucina Bo non scorgeva l'espressione del suo viso. «Sei diventato matto», ripetè. Le parole erano taglienti come una resorza. Giuanne Bazzu sollevò appena lo sguardo e cominciò a parlare. Andava, di tanto in tanto, dalla promessa sposa a Schifane. I suoceri lo accoglievano con riguardo e cortesia, gli offrivano da bere e da mangiare, vino di qualità e formaggio di capra fresco e stagionato. La ragazza era gentile, gli sorrideva. Si sedeva un po' in disparte, come fanno le ragazze beneducate. Nulla da ridire. Ma era capitato che uno sconosciuto lo aveva avvicinato, per strada, e lo aveva messo in guardia. «Quirica non sarà una buona moglie», gli aveva detto. «Stanne alla larga, per il tuo bene». «Chi sei, come ti chiami?», aveva chiesto Giuanne allo sconosciuto. Pensava che chi conserva l'anonimato ha sempre qualcosa da nascondere. «Domandalo a Quirica», rispose l'uomo, che avrà avuto poco più di trent'anni. Era tarchiato e aveva la pelle cotta dal sole. «Lei mi conosce. Io vendo stoffe e faccio l'ambulante», aggiunse. Ed andò via con passo svelto. «Ebbene, tu credi a uno sconosciuto?», gli disse Lorenzo. «Gli credo perché lo sconosciuto non aveva alcun interesse a dirmi quello che mi ha detto», rispose. «Io conosco Quirica e so che è una brava ragazza», replicò Lorenzo. Ma Giuanne Bazzu non lo ascoltava neppure. Inseguiva i

fantasmi della sua gelosia, che gelosia ancora non era, ma forse un misto di indignazione e di rabbia. «Sai cosa ti dico?», aggiunse Giuanne. «Quando ho chiesto la mano di Quirica, la madre mi ha detto: 'Prendila e curala come una moglie. Quirica è giovane ed ha bisogno di un uomo paziente, ma', ha aggiunto prendendomi per un braccio come per mettermi a parte di un segreto, 'se ti parlano male di lei non dare ascolto alle voci; se ricevi lettere anonime, per carità non leggerle. C'è tanta cattiveria al mondo'». «E tu?». «Le ho detto: 'Se Quirica non ha sbagliato, non deve temere le malelingue. Deve difendersi con l'onestà'». «Mi sembra una risposta buona», convenne Lorenzo. «Infatti Quirica non ha niente da temere». «È l'amante di un pastore di Barbagia, che tiene le capre vicino a Posada», disse Giuanne Bazzu, con la voce che sembrava venisse dall'oltretomba. Lorenzo Bo lo fissò, nel buio. «Tu sei uscito di testa», gli disse con tono di rimprovero come fa un padre col figlio. «Me lo hanno detto», rispose. «Chi te lo ha detto?» «Lo sconosciuto». «Se stai dietro alle voci, non vivrai tranquillo», sentenziò Lorenzo. «Sono cose gravi», ripetè Giuanne Bazzu. «E allora sposala subito, così le voci finiscono. Può darsi che la ragazza abbia altri pretendenti e uno di loro, deluso dalla scelta che ha fatto, si lasci andare ai pettegolezzi. Ma devi stare tranquillo, Quirica è onesta e saprà prendersi cura di te». In quel momento era entrata in casa la moglie di Lorenzo, con lo scialle sulla testa per proteggersi dalla muddina. Era la terza

moglie ed era cugina a Giuanne Bazzu. Salutò e domandò al marito: «Hai offerto da bere?». «Grazie, non bevo», rispose Giuanne Bazzu. «Ho mal di testa. Vado a casa, prendo una tazza di latte e mi corico», disse, dirigendosi verso la porta. Lorenzo gli sbarrò il passo. «Per il tuo matrimonio ho speso la mia parola», disse, «non dimenticarlo. La famiglia Manca non è ricca, ma ha il rispetto della gente. Comportati bene, mi raccomando». «Ci penserò», rispose Giuanne Bazzu. «Mi devi promettere…». Ma Giuanne Bazzu era già sulla strada, sprofondato nei suoi pensieri. La moglie domandò a Lorenzo: «Che cosa è successo?». Giuanne sembrava sconvolto. «Non vuole più sposare Quirica». «Per quale motivo?», fece la donna. «Un tale gli ha detto di stare attento, che Quirica ha un amante». «Tu ci credi?», chiese la moglie, che aveva iniziato a sfaccendare ai fornelli, caricandoli di brace. «All'amante di Quirica?». «No, che Giuanne abbia incontrato uno sconosciuto così premuroso da informarlo delle relazioni amorose della ragazza?». Lorenzo non rispose. Riconobbe che la moglie era capace di cogliere aspetti dell'animo umano che a lui sfuggivano. Per il vero anche a lui quell'episodio sembrava tutto poco probabile ma si preoccupava degli sbalzi di umore di Giuanne che, da quando era tornato a Su Trainu Moltu, era diventato taciturno e solitario. «La guerra gli ha fatto danno», disse meditabondo Lorenzo alla moglie, che aveva messo sui fornelli la pentola dell'acqua

per cuocere la pasta, perché quel giorno il marito era in casa e il pranzo doveva essere sostanzioso. «La guerra non fa bene a nessuno», rispose la donna, «neppure a chi non la fa. Ma se Giuanne si è ammalato al fronte, perché non si fa curare?». Parlavano di Giuanne Bazzu con l'apprensione che si ha per un figlio, perché come un figlio lo avevano allevato da quando, a sette anni, era rimasto orfano. «Sarà la guerra», pensò Lorenzo. Era perplesso. Il fatto lo preoccupava. Intanto era arrivato il tempo del raccolto, e il raccolto fu scarso. Chi aveva lavorato in campagna tirava le somme di un'annata avara. Il grano era poco, molte spighe erano vuote. In un giorno di mietitura se ne ricavavano appena le spese. Anche la vigna non prometteva bene: i grappoli erano piccoli, le foglie accartocciate dalla peronospera. Giuanne, che si tormentava per Quirica pur senza averne la prova, pensò che quel segnale della natura era un avvertimento della provvidenza. Andò a Schifane dalla fidanzata con l'intenzione di liberarsi della promessa fatta. Ma non volle dirglielo subito. «Dobbiamo rinviare il matrimonio», le disse, invece. La ragazza lo guardò sorpresa. «Che motivo hai di rinviarlo?», gli domandò. «Il raccolto è stato scarso, il ricavato insufficiente. Non avanza niente. E un matrimonio comporta sempre spese». «Ma tu hai casa, io il corredo. Di che altro abbiamo bisogno?». «Anche se siamo povera gente di campagna voglio che il matrimonio sia una festa. Devo sistemare la casa, comprare qualche mobile. Sono un uomo e, vivendo da solo, non ho mai pensato alle comodità». Quirica uscì dalla stanza piangendo.

Giuanne Bazzu s'immaginò che nascondesse qualcosa. Oppure temeva che la sua relazione segreta col pastore di Barbagia fosse stata scoperta. Più tardi arrivò la madre, che era stata nell'orto a raccogliere qualche verdura per la cena. Nel grembiule tenuto sollevato per le ciocche teneva pomodori rossi e maturi. Li mise sulla tavola e rimase con le mani sui fianchi, pronta a ricevere il colpo. Aveva capito, dal volto della figlia, che c'erano altri guai. Giuanne espose anche a lei i motivi del rinvio delle nozze. La donna ascoltò inespressiva. Non sprizzava di certo gioia. «Quanto tempo vuoi ancora?», gli domandò senza troppe cerimonie. «Mi basta il tempo della mietitura e della carbonaia», rispose. «Va bene», disse la suocera, «vi sposerete a fine giugno, e così sia». Quirica ritornò. Aveva sentito tutto, ma era rimasta in disparte. «Cosi avremo modo di conoscerci meglio», disse Giuanne prendendole la mano con un gesto d'affetto. La ragazza abbozzò un sorriso. Era andato per rompere il fidanzamento, ma non ne aveva avuto il coraggio. Si era improvvisamente ammansito. E la relazione di Quirica? Sembrava non pensarci più. «Mettiti a tavola con noi», fece la donna, «ho ammazzato una gallina e abbiamo brodo e carne buona». Si sentiva un profumo di bollito stuzzicante del tutto insolito per Giuanne Bazzu, abituato a mangiare quel pane asciutto dei pastori che si conserva a lungo. Un pasto caldo gli faceva piacere. Un piatto di fregola fatta in casa lo avrebbe riconciliato col mondo. Fu, infatti, il pranzo della riconciliazione, dopo la breve parentesi di nervosismo generata dal rinvio delle nozze.

All'ora di andar via, s'era fatto tardi. «Puoi dormire qui, se vuoi», disse la donna. «Se è di vostro gradimento…», rispose compito. «C'è un letto nella camera di Quirica. Per lei metteremo un materasso in cucina». «A me va bene», interloquì Quirica, che, al solito, quando parlava la madre, non aveva voce in capitolo, ma quella volta insistette perché il fidanzato rimanesse con loro. «Ci arrangeremo», disse la madre, cogliendo il desiderio della figlia. «Ma Quirica può dormire con me», disse Giuanne Bazzu con inusitata spavalderia. La donna lo guardò severa.

«Quando vi sposerete», rispose secca «Io l'impegno l'ho preso», disse Giuanne. «Tutto a suo tempo», fece ancora la donna di spalle perché stava lavando le stoviglie nel lavandino di graniglia». «E poi non

mi sembra il caso di fare questi discorsi».

Quirica dormì in cucina, sul giaciglio improvvisato, col vantaggio del tepore del camino, il cui ceppo bruciava lentamente, senza fiamma.

La mattina Giuanne uscì che era ancora notte, s'intravvedeva appena il chiarore che annunciava a oriente il nuovo giorno. Uscì senza salutare nessuno. Francesco Manca, il padre di Quirica, lo vide perché era seduto sul muricciolo dell'orto. S'era rivoltato

nel

letto senza riuscire a prendere sonno a causa dei pensieri che

gli

dava la relazione della figlia con Giuanne. Francesco Manca

era un uomo senza pregiudizi, calure di capire che cosa c'era nelle relazioni umane. Gli seminava che da parte del promesso sposo esistesse qualche recondito motivo che lo spingeva a non desiderare quell'unione. Lo vide andare via, silenzioso come un'ombra. Uno di quei fantasmi che la fantasia popolare regala

alla cultura delle comunità delle montagne. A passo svelto sarebbe arrivato a Sa Castanza non prima di tre ore. Il cane di un ovile latrò in lontananza al passaggio di un animale selvatico. Faceva il proprio mestiere.

5.

Il segreto di Quirica

L'inverno trascorse lentamente. A Olivà fu un inverno rigido, nelle colline la neve rimase quasi un mese. I Salti di Buddusò erano bianchi, ma quel paesaggio montano non dava allegria ai pastori. I pascoli rimasero per molti giorni impraticabili e il bestiame doveva essere alimentato con granaglie e biade, che non tutti possedevano a sufficienza. Anche quando la neve si squagliò, c'era il pericolo che l'erba gelata facesse male alle pecore, rendendo sterili le mammelle. Soltanto i bambini si divertivano. Le voci accorate delle madri si spandevano nelle contrade. Chiamavano i figli perché non rimanessero a lungo fuori di casa, nel freddo pungente. Giovanni Maludrottu aveva portato il gregge di capre a Posada e, come al solito, si avvicinava col gregge a Schifane per incontrare i Manca. In quelle circostanze si parlava sempre del matrimonio. «Giuanne Bazzu mi sembra un uomo di buon senso», gli diceva il padre di Quirica. «Il raccolto scarso era un motivo valido per il rinvio dello sposalizio». Tuttavia Francesco Manca aveva la sensazione che qualcosa non andasse per il verso giusto, che il promesso sposo fosse reticente su un'idea che l'assillava e che non riusciva a dominare. Parlando in modo che né la moglie, né la figlia sentissero, Francesco aveva confidato all'amico che Giuanne nascondeva qualcosa, e questo qualcosa sembrava condizionare un passo importante come le nozze. «Per sposarsi», diceva, «bisogna essere convinti e lui non lo è».

Ma Giovanni Maludrottu lo rincuorava. Da quando era tornato dalla guerra, Giuanne Bazzu non aveva mai dato fastidio

a nessuno, era un gran lavoratore e, a parte momenti di mutismo,

e qualche arrabbiatura che si esauriva presto, era considerato persona tranquilla. «Il matrimonio cambia la vita ed è giusto che l'uomo, che se

ne accolla la responsabilità maggiore, ci rifletta. Ma che cosa augurare di meglio a una donna di un marito che può portare sempre pane e companatico a casa?». Di tutt'altro avviso era la madre di Quirica. Senza troppo pudore gli diceva, ridendo, che Giuanne le sembrava impaziente

di congiungersi alla ragazza. Ci aveva già provato – aggiungeva –

ma senza riuscirci, per il semplice motivo che la vigilanza dei

genitori sulla figlia non si era mai allentata. Quanto alle disponibilità economiche del futuro sposo, la famiglia Manca era soddisfatta e si augurava che la resa del grano fosse alta per garantire il benessere della figlia. Consideravano Giuanne un benestante. Aveva un piccolo

gregge di capre che forniva carne, latte e formaggio. Nonostante

la soccida col pastore che le governava, a fine stagione avanzava

sempre qualcosa. Vendevano i capretti sotto le feste, perché il prezzo era più favorevole. Quell'anno le cose andarono nel verso giusto. Alla fine di febbraio del 1953 Giuanne intascò una discreta somma. Si recò allora da Giovanni Maludrottu. «Mi presti il carro a buoi?», gli domandò. «Che cosa ne devi fare?», s'informò Giovanni Maludrottu. «Devo ritirare i mobili che ho comprato a Olbia», rispose. Erano i mobili acquistati in previsione del matrimonio. Il trasporto con un camion preso a noleggio sarebbe costato troppo. «Prendilo», disse Giovanni Maludrottu che, siccome aveva

chiesto la mano di Quirica per conto di Giuanne, si sentiva impegnato in prima persona a garantire un esito felice di quella trattativa. Sfidando il freddo, Giuanne Bazzu discese in bicicletta a Posada e andò a trovare Quirica a Schifane. Non si sentivano da quasi due mesi. A Su Trainu Moltu era andato il suocero, una volta, per una visita di cortesia, così almeno lui aveva detto, ma a Giuanne sembrava che fosse andato per sincerarsi del luogo dove Quirica sarebbe andata ad abitare e per raccogliere informazioni sul futuro genero. Perché aveva sempre quel chiodo fisso. La gente del posto è sempre bene informata. La casa era più che sufficiente: una cucina abbastanza grande dove all'occorrenza si poteva anche dormire, una camera da letto e, all'esterno, sul lato della casa che guardava la vigna, una specie di gabinetto. Su quei muri imbruniti dal tempo Giuanne si apprestava a passare una mano di calce bianca per rendere la casa più ospitale. Era un'abitazione dignitosa. All'esterno, ma sul lato che guardava verso la borgata, una grande vasca in cemento per la raccolta dell'acqua e, accanto, un piccolo lavatoio per i panni. C'erano, per quei tempi, tutte le comodità. A Schifane faceva meno freddo. Quando arrivò era trafelato dalla lunga pedalata. La madre di Quirica gli offrì un bicchiere di vino scuro e profumato per rinfrancare corpo e spirito. In cucina c'era anche Tomasina, la sorella minore di Quirica, poco più d'una bambina. Quirica, invece, non c'era. «Dov'è?», domandò contrariato alla suocera. «È malata», rispose la donna. «È in camera sua. Vai pure da lei», disse con premurosa indulgenza. Quirica era a letto ed era pallida. «Che cos'hai?», le chiese Giuanne in apprensione. «Fastidi alla pancia», rispose la ragazza con un filo di voce.

Distesa sul letto sembrava molto sofferente. Giuanne Bazzu le accarezzò la pancia. Malignamente la mano s'infilò sotto le coperte. «Ma è gonfio!», disse accarezzandole il ventre nudo. «Smettila», disse Quirica. «Così non va bene». «Posso sapere di che malattia soffri?». «Chiedilo a mia madre», rispose Quirica, riassettando le coperte. Giuanne Bazzu andò in cucina. La madre era occupata ai fornelli. «Il medico l'ha visitata?», chiese. «Sì», rispose la donna. Non sembrava disposta a parlare. «Che cosa ha detto?». «Che soffre di meteorismo». «Che cosa vuol dire?». «Che trattiene aria nella pancia», spiegò la donna. «Non la elimina, come facciamo tutti». «Sarà la malaria?», disse Giuanne. Quella zona, sino a un decennio prima, era malsana, aveva l'aria cattiva, come dicevano gli abitanti. Quel terribile male, che gonfiava la milza e lasciava tare inguaribili, era stato scongiurato grazie agli americani, ma qualche focolaio era rimasto. «Sarà la malaria?», ripetè la domanda Giuanne. «Il dottore ha detto di no», rispose la donna. «Se fosse stata malaria, avrebbe avuto febbri alte». «E allora?». «Niente, deve stare tranquilla e riposare». «Ma io voglio sapere». «Non c'è niente da sapere», rispose un po' scontrosa la madre. «Bene, sono venuto a dire», fece Giuanne, «che ho messo da parte qualche lira. La prossima settimana porterò i mobili.

Possiamo fissare finalmente la data delle nozze». «Diciamo per fine maggio», propose la donna, che si sentì liberata da un peso.

«É troppo presto. A maggio faccio la carbonaia», rispose. «E allora?». «A fine giugno, se va bene». «Va bene, va bene purché vi sposiate. La data è fissata e non

si cambia», disse la donna senza entusiasmo, mentre continuava

a sfaccendare. Solo quando Giuanne salutò per andare via, si

asciugò le mani nel grembiule e gliela strinse, ma senza vigore. «Ci vediamo il mese venturo», disse salutando. E uscì. S'era dimenticato di salutare Quirica. Un brutto segno. Il ritorno, in bicicletta, fu un tormento. Ad ogni pedalata pensava alla pancia gonfia di Quirica, al pallore del volto e alla debolezza di lei, accasciata più che sdraiata nel letto disfatto. Rimuginò su quel gonfiore, per capirne il motivo. Gli passò per la mente un brutto pensiero. «E se fosse incinta?», pensò. Fu preso da un'ossessione, da un pensiero fisso. Si rammentò dello sconosciuto che gli aveva detto della relazione di Quirica col pastore barbaricino. Il venditore di stoffe aveva cercato di dissuaderlo da continuare quella relazione che gli avrebbe procurato lo scherno della gente. Tutto congiurava, nella sua mente agitata. Il ventre gonfio, come quello di certe donne eternamente pallide in volto che avevano contratto la malaria, la stanchezza, la sofferenza del fisico alle prese con una maternità magari dolorosa e difficile, persino la velata ostilità della madre. Nella solitudine del viaggio di ritorno si convinceva che Quirica non era quella ragazza onesta che Lorenzo e Maludrottu dicevano: i suoi sospetti, pensava, avevano, purtroppo, un fondamento. Il vecchio che ci raccontava questa storia si fermò, come a

prendere fiato, prima di proseguire il racconto. Si guardò attorno, come se quei luoghi, che i suoi occhi vedevano ogni giorno, potessero aiutare la memoria. Appoggiò il mento sulle mani intrecciate che trattenevano il bastone. Chiuse per un attimo gli occhi. Rivide Giuanne Bazzu con lo sguardo spiritato, che tornava da Schifane. Per alcuni giorni a Su Trainu Moltu non lo videro. Usciva di casa molto presto, prima dell'alba, e tornava tardi, dopo il tramonto. Non si sa bene dove andasse. A lavorare la terra, pensavano. Ma dove? Nessuno lo incontrava. Si disse che si rivolgeva ad una maga, che abitava a Padru, che prediceva il futuro. Giuanne credeva nell'influsso degli astri e s'interrogava spesso sull'influenza che avevano sul suo destino. Quelle della maga erano voci. Non si seppe mai se fossero vere. Poi Giuanne ricominciò a farsi vedere, ma era più schivo e solitario del solito. Se incontrava qualcuno, neanche lo salutava. E se qualcuno lo salutava, neanche rispondeva. La cosa non ebbe seguito. Col tempo, evidentemente, s'era dato una ragione della malattia della fidanzata che non capiva e temeva. A Quirica aveva detto: «Se sei malata, ti porto ad Olbia per una visita». «Non ce n'è bisogno», aveva risposto quella. Sembrava in imbarazzo. «Io sono preoccupato e voglio sapere qual è il tuo male», aveva insistito. «Stai tranquillo, la prossima volta sarò guarita», gli aveva risposto. Il tempo fu buon medico, più del medico condotto di Posada. Infatti, quando tornò a Schifane, la trovò guarita. Il ventre era sgonfio, il colorito sano. Era ancora debole, ma per colpa della primavera che non si confaceva alla sua salute, per il polline dei

fiori e quei profumi intensi che si sprigionavano dalla campagna

e un pochino la stordivano. Per andare a Schifane, non volendo andarci a piedi né in bicicletta, si era fatto prestare per le spese di viaggio con la corriera duemila lire dalla sorella del cugino, Giuanne Mannu. Per la verità, disse il narratore, ricordando all'improvviso un particolare, la partenza per Schifane era stata preceduta da un ulteriore momento di nervosismo. «Voglio sincerarmi che Quirica sia vergine», aveva detto alla cugina Giuanne Minore. «Cercherò di possederla. Se è già stata con un uomo e non è vergine, romperò il fidanzamento. La donna lo invitò alla prudenza. «Se anche fosse», disse riferendosi alla perduta verginità, «non

è detto che ti abbia tradito. Può avere avuto rapporti prima di

conoscere te. Può essere stata fidanzata con un altro. Tu che cosa ne sai? Quirica gode di buona fama, per quel che ne so». Lui rispose soltanto: «Io la penso così». La donna gli prestò i soldi, che (precisò il vecchio) ebbe puntualmente indietro, perché Giuanne Bazzu era persona assai onesta e precisa. L'uomo, dunque, andò a trovare Quirica La ragazza era nella sua stanza. Lui le disse all'improvviso: Voglio fare l'amore con te». «Perché?», chiese Quirica con un gesto di sorpresa e di deuterio, che lasciava capire che lo desiderava anche lei. «Perché manca poco al matrimonio», rispose lui sollevandole la gonna. «Nell'altra stanza ci sono i miei genitori», cercò di schernirsi Quirica, ma solo per buona creanza. «Non si accorgeranno di niente», la rassicurò lui. Non ci misero molto, sullo slancio della reciproca passione. Lei ansimò per il piacere. Ma, all'improvviso, entrò la madre. Fu un coitus interruptus, ma interruptus dall'urlo della donna e da

un sonoro schiaffo che Quirica ricevette in pieno volto. «Non faccia così», protestò Giuanne Bazzu, ricomponendosi. «Sposatevi e lo potrete fare quando vi pare e piace», rispose la donna che lo invitò con tono ispido ad uscire dalla stanza. «Con te», disse a Quirica la madre, «faremo i conti quando torna tuo padre». Quirica riparò il volto sotto il cuscino per timore di altri manrovesci. «Che cosa successe dopo?», chiese al vecchio l'ospite. «Il padre fu saggio. Consentì, come si usava un tempo in campagna, che da allora alla data delle nozze Giuanne e Quirica si coricassero nello stesso letto. Ciò accadeva tutte le volte che Giuanne andava a trovare la fidanzata e si tratteneva a Schifane per la notte». «È il male minore», disse il padre, comprendendo che i due fidanzati dovessero vivere con serenità, e la benedizione della famiglia, quell'unione alla quale mancava soltanto il sacramento. «Del resto», aggiunse con filosofìa, «la donna è debole e, alla fine, cede sempre ai desideri dell'uomo». Giuanne Bazzu da tempo desiderava avere rapporti sessuali con la ragazza. Lo si capiva da come la guardava, fissandole il grembo e il seno prosperoso. Lei sorrideva compiaciuta e quel sorriso era più d'una promessa. L'amore è fatto anche di desiderio e di sesso. Quelle notti trascorse insieme nell'intimità avrebbero dissipato le incertezze che aleggiavano su quell'unione. Quando Giuanne ritornò a Su Traìnu Moltu, le nubi che offuscavano la relazione con Quirica si erano diradate. Sulla loro relazione il cielo era diventato sereno. Giuanne fece perciò avvisare il fratello Mario, il quale abitava a Berchiddeddu, che preparasse i documenti per il matrimonio. Con una certa fretta, raccomandò.

6.

Finché morte non ci separi

A maggio Giuanne Bazzu preparò la carbonaia, ma non riuscì poi a vendere il carbone ad un buon prezzo. La ditta Stelvio, che lo ritirava, disse che era ancora troppo umido e bruciava male. Giuanne si risentì, perché non era mai successo. Pensò che qualcuno, a Sa Castanza, avesse denigrato il suo prodotto; anzi si mise in testa che fosse stato il cugino, Giuanne Mannu, fu Angelo, col quale era nato qualche dissapore. Dovette vendere il carbone a un prezzo inferiore e, siccome era a mezzadria con la padrona del bosco che forniva la legna, guadagnò molto meno del previsto. A metà mese andò a trovare i suoceri, a Schifone. «Lieto di vederti», gli disse la madre di Quirica. «La data del matrimonio è confermata?», si informò. Giuanne non rispose. «C'è qualche problema?», chiese Quirica notando che il fidanzato era di umore nero. Le donne lo fissarono, mute. Giuanne sapeva che Quirica era incinta, questa volta per davvero; le notti trascorse insieme avevano alimentato una grande passione e lasciato traccia. Il matrimonio non poteva essere rinviato. «Va bene per il 30 giugno», disse. «Ma sarebbe opportuno che parlassimo, prima, della dote». «Aspetta che ritorni Francesco», disse la madre. Infatti aspettarono. Mangiarono in modo sbrigativo senza neppure sedersi a tavola, con gli avanzi del giorno precedente,

perché anche in quella casa non c'era abbondanza. All'imbrunire, dopo la mungitura, Francesco arrivò. «Potevi venire a darmi una mano», disse al futuro genero, ma senza rimprovero. Mise un bricco di latte appena munto sul fuoco. Sarebbe stata la sua cena. Parlarono della dote. Giuanne disse: «Sono povero e sono orfano, ho bisogno di essere aiutato». «Non sei in grado di mantenere mia figlia?», domandò il suocero. «Se la campagna rende male…». «Che cosa chiedi in dote per Quirica?», tagliò corto Francesco che non era disposto a mercanteggiare su quella usanza da tutti accettata. «Mi farebbero comodo una vacca giovane, non ancora figliata, e una decina di capre per la provvista di formaggio e carne». «Ti accontenterei volentieri», rispose Francesco, che aveva messo sulla mesa due bicchieri e una bottiglia di vino, «ma non sono nelle condizioni di farlo. Non posso andare oltre il normale sostentamento della famiglia. Qualcosa l'avrai, ma se questa è la condizione per sposare Quirica dovevi pensarci prima di avere rapporti con lei. Ora l'hai messa incinta e devi assumerti le tue responsabilità. Quirica è donna di poche pretese, non ti sarà difficile assicurarle il mantenimento». Giuanne non disse una parola. La ragazza sembrava spaventata. Nessuno parlò. L'attesa era carica di tensione. Giuanne evitava lo sguardo della fidanzata. Poi rispose. «D'accordo per il 30 giugno», disse. Francesco Manca stappò la bottiglia e riempì i bicchieri. «Alla vostra salute», disse guardando i due fidanzati. La giornata era alla fine, ma Giuanne Bazzu questa volta non si trattenne a dormire. Non lo stimolava neppure la previsione di

dormire nel letto di Quirica perché, nella sua ignoranza, non sapeva se avrebbe potuto avere ancora rapporti. La presenza di un figlio nella pancia della fidanzata lo intimoriva. Salutò e si incamminò verso le alture. Era agile e forte di gambe. Non avrebbe tardato ad arrivare. Calava la sera anche nei salti. Il vecchio sollevò lo sguardo verso occidente. Le nuvole leggere nascondevano il sole con riflessi di madreperla. L'aria era fresca. Il vecchio aveva gli occhi velati di malinconia ed era stano. Ma non volle fermarsi. Il 29 giugno ci fu un fatto inaspettato. In quell'interminabile altalena di stati d'animo, Giuanne decise di non sposarsi più. Era l'immediata vigilia delle nozze, perché il matrimonio era fissato per il giorno dopo. Giuanne si presentò quella mattina all'ufficio postale di Berchiddeddu e chiese di spedire un telegramma. Era indirizzato a: «Famiglia Manca, Schifone (Sante Odoro)». C'era scritto: Sono malato — Bazzu. L'impiegato, Ottavio Sotgiu, che lo conosceva perché ogni tanto gli consegnava il soprassoldo militare, accettò il dispaccio anche se l'ufficio era chiuso perché era giornata festiva. Lo avrebbe inviato l'indomani. Ma prima di metterlo nel cassetto corresse l'indirizzo, da Sante Odoro a San Teodoro, probabilmente per rispetto del santo in questione. L'impiegato abitava sopra l'ufficio postale e l'abitudine era quella di disturbarlo a casa per qualunque evenienza. Ma lui c'era abituato. «Lo inoltrerò domani mattina», lo rassicurò. Forse il messaggio sarebbe arrivato in ritardo, ma il mittente si sarebbe scusato né più né meno come si scusavano gli altri. Il servizio era meno celere del dovuto. Colpa delle Poste, avrebbe detto. Il fatto grave era che un'altra volta Giuanne aveva cambiato idea. Altro che brindisi con i suoceri per suggellare le nozze; lui

Quirica non la voleva più. Perciò si convinse di stare male e tornato a casa decise di mettersi a letto con certi brividi che gli correvano per la schiena e non promettevano niente di buono. Lorenzo passò nel pomeriggio. Doveva ammazzare una pecora per il pranzo di nozze e voleva la conferma. Anche lui, evidentemente, dubitava. «Non ti prepari a partire?», domandò sorpreso di trovarlo in abiti da lavoro. «No», rispose Giuanne Bazzu, che sembrava stravolto. «La morte e non il disonore», aggiunse. In casa c'erano Salvatore Bacciu con la moglie Caterina. Erano andati a fargli gli auguri, come si conviene tra buoni conoscenti. Lorenzo si sconciò. «Vuoi far saltare il matrimonio? Ti ha dato di volta il cervello? Ci farai una pessima figura con la famiglia Manca, con la quale ho speso la mia parola per te. Come tu mi avevi chiesto». Lorenzo era indignato. Quella era una scorrettezza che non sopportava, temeva anche le conseguenze che rischiava. Fece l'atto di andar via e gli disse: «Se non la sposi, sarà un guaio per tutti noi». «Ma Quirica non è una donna onesta, è stata con altri uomini», disse Giuanne come se fosse stato colto da un'angoscia improvvisa. Salvatore Bacciu intervenne a mettere calma. «Sposala», gli disse, «Sono convinto che Quirica sarà un'ottima moglie». La moglie aggiunse: «Di lei si parla solo bene». Giuanne si strinse la testa tra le mani. Faceva così quando gli arrivavano gli attacchi di emicrania. Scuoteva il capo come per liberarsi dai fantasmi. «La sposo», disse alla fine, «ma mi deve giurare fedeltà.

Pretendo da voi che la facciate giurare». Gli dissero: «Preparati, che non c'è tempo da perdere». Lui aveva raccontato del telegramma consegnato all'ufficio postale di Berchiddeddu, che non era stato inoltrato perché era giorno di festa. «Dobbiamo evitare che parta», disse Lorenzo. «Ti accompagneremo noi a ritirarlo». Tra una cosa e l'altra, si fece notte. Giuanne indossò l'abito di fustagno, che si era fatto fare dopo il congedo militare ed aveva usato poche volte, l'ultima per il battesimo della figlia di Maludrottu, la circostanza che gli aveva fatto conoscere Quirica. Arrivarono a Berchiddeddu che Ottavio Sotgiu dormiva ini sonno profondo e beato. Bussarono come se fosse mezzogiorno. Ottavio Sotgiu si svegliò di soprassalto. «Chi è? Che cosa volete?», domandò. La finestra della camera da letto era aperta perché la notte calda era tiepida, quasi estiva. «Vogliamo ritirare il telegramma che ha portato ieri Giuanne Bazzu», fece una voce che l'impiegato non riconobbe. Disse:

"Ieri", con scrupolosa precisione perché era da poco scoccata la mezzanotte. «Restituirvelo no, perché sono a letto», rispose, rimanendo, appunto, a letto. Tanto la finestra era aperta e la notte silenziosa e la voce andava e veniva chiara. «Vi assicuro che non lo spedirò. Potrete ritirarlo domani». «Siamo sicuri?», fece quella voce. «Potete dormirci su», risposte l'impiegato, «come farò io se levate il disturbo. «Allora buona notte», disse la voce. Ottavio Sotgiu non rispose. Era facile a riprendere sonno e forse l'aveva già fatto. Lorenzo aveva preso un'auto a noleggio. Con autista, perché

nessuno di loro sapeva guidare. A scanso di nuovi ripensamenti, lui e Bacciu accompagnarono lo sposo. In viaggio nessuno parlò. La tensione si poteva tagliare a fette. Andò tutto liscio. Incontrarono la sposa e i familiari che aspettavano, come vuole la tradizione, stando dentro casa, s'intrattennero giusto il tempo per i soliti convenevoli di rito e per dare modo agli sposi di scambiarsi un bacio. Arrivarono in chiesa in perfetto orario. Il parroco aveva già indossato i paramenti ed aveva a fianco un sacrista che, per la magrezza, sembrava pronto a rendere l'anima a Dio. Quirica aveva un abito di cotonina a fiorami minuti e un paio di scarpe di cuoio. Tra le mani ruvide per i lavori domestici reggeva due rami di ginestra fiorita. Il prete officiò senza perdersi in chiacchiere. Sapeva che l'offerta sarebbe stata modesta. Domandò le intenzioni dei due sposi, benedisse le fedi e raccomandò la mutua assistenza, la reciproca fedeltà e il reciproco rispetto: «finché morte non vi separi», disse, ripetendo due volte, a scanso di equivoci, la liturgia del sacramento. Nel timore che gli sposi non avessero compreso, ripetè infatti, scandendo le parole: «Finché morte non vi separi». Non ci fu festa, nel senso che il pranzo, senza la pecora di Lorenzo Bo, risultò più frugale del previsto. Del resto Giuanne aveva raccomandato ai suoceri la parsimonia. «Siamo contadini», aveva detto a Francesco Manca, «e non dobbiamo sperperare il danaro che guadagniamo con tanta fatica». Quelli apprezzarono. Era un segno di saggezza contadina. Quirica preparò la valigia col corredo che aveva comprato dal parente che faceva l'ambulante di tessuti ed abitava a Berruile. La madre aveva preparato il pane. Portarono con sé i dolci per offrirli ai parenti di Su Trainu Moltu e di Sa Castanza che li

avrebbero accolti, e con l'auto a noleggio partirono per la nuova esistenza. Durante il viaggio nessuno di loro parlò. Solo l'autista riferì di certe auto speciali, frutto della tecnologia, che potevano viaggiare anche sul terreno scosceso. Imitavano quelle dell'esercito, usate durante la guerra. Sarebbe stato un grande vantaggio per i pastori. Beninteso per chi se le poteva permettere. «Sarebbero utili a chi lavora in campagna», disse infatti l'autista. «A noi ci basta l'asino», rispose Lorenzo, «che non ha bisogno di benzina». Il vecchio interruppe il racconto. Per qualche minuto rimase il silenzio. Essendo ora tarda, il visitatore gli chiese se si sarebbero visti l'indomani. Lui rispose di no. «Certe storie tristi vanno raccontate al buio. Si prova meno vergogna», disse. All'ospite venne in mente un intellettuale che per raccontare i suoi dispiaceri, andava di notte in riva al mare, convinto che il mare, nella sua vastità, inghiottisse quei brutti pensieri e lo liberasse delle angosce. La campagna, di notte, vasta e impenetrabile, poteva sostituire il mare. Il vecchio riprese a parlare. Non era possibile distinguere il suo volto. Ormai era buio e la luce della stanza gli illuminava le spalle. Ma doveva essere sinceramente commosso perché quel racconto rinnovava un dolore che il tempo non aveva potuto lenire. Gli sposi raggiunsero Su Trainu Moltu a pomeriggio inoltrato, ma era estate e c'era ancora il sole all'orizzonte, sull'orlo del tramonto. I vicini portarono la cena, in segno di prosperità. Loro offrirono i dolci. Tutti baciarono la sposa, che sorrideva senza dire parola. Poi si chiusero la porta alle spalle per affrontare la

prima notte di matrimonio. «Speriamo che vada tutto bene», disse Lorenzo. Tutto andò per il meglio per dodici giorni, Giuanne li contò. La mattina del tredicesimo giorno Giuanne era in campagna, come al solito, e stava mietendo. Il luogo non era lontano dalla casa, sarà stato trecento metri, in linea d'aria. Rientrò in casa all'improvviso pensando di sorprendere la moglie con un altro uomo. «A noi», ricordò il vecchio, «disse che una ragazzetta, Maria Rita Bazzu, che abitava nella casa accanto, era andata da lui e gli aveva detto di aver visto la moglie a letto con un altro. La ragazzetta era stata inviata dalla madre». Naturalmente le due donne, interrogate in seguito dal giudice istruttore, smentirono la circostanza. Ma Giuanne ne aveva parlato come fosse una certezza. Entrò in casa e trovò Quirica occupata nelle faccende domestiche. «Che cosa ci fai a casa, ti senti male?», gli chiese. «Sono venuto a prendere del pane. Ne ho portato poco con me per la giornata di lavoro», rispose. Ne prese un boccone e andò via. Ormai Giuanne viveva di sospetti. Il tarlo della gelosia lo rodeva dentro. «Noi pensammo», disse il vecchio, «che fosse frutto della sua immaginazione. Bastava che Quirica incontrasse per strada qualcuno e gli sorridesse, uomo o donna che fosse, che lui subito pensava che volesse allacciare una nuova relazione e schernisse il marito. La gelosia cresceva, di giorno in giorno, inspiegabilmente perché la moglie, dicevano i vicini, non dava adito ad alcun sospetto. Quirica, intanto, portava avanti la gravidanza; sembrava affaticata, ma non si risparmiava anche nei lavori di campagna. Era mutata d'umore, pareva meno socievole. Ma le donne

sapevano che nelle sue condizioni la stanchezza si avverte di più

e spesso, di notte, non si riesce neppure a riposare. Non si

lamentava né si risparmiava. La data del parto era ormai prossima, secondo il conto delle lune che regolava il corso della maternità. I genitori chiesero a Giuanne che Quirica partorisse in ospedale, a scanso di qualunque complicazione. Quirica era al primo parto e quella sembrava una giusta precauzione. Era anche opportuno che trascorresse il puerperio nella casa di Schifane, in modo che la

madre e la sorella potessero assisterla convenientemente. Giuanne si mostrò ragionevole, giudicò sensata la proposta, anzi la condivise. Di sua iniziativa andò ad Olbia e comperò il corredino per il bambino. Quando lo mostrò alla moglie, gli luccicavano gli occhi dalla felicità. «Sarà maschio o femmina?», disse Quirica. «Quello che è ci prendiamo», rispose Giuanne. Preferiva un maschio, che lo avrebbe aiutato in campagna. Ma non lo disse per non contrariare Quirica, se fosse nata femmina. «La pancia è tonda», disse una vecchia che aveva avuto molte gravidanze. «Sarà maschio». Soddisfatto della previsione, Giuanne Bazzu accompagnò Quirica ad Olbia. Avrebbe preso la corriera per San Teodoro. Di

lì avrebbe raggiunto Schifane. L'accompagnava il padre. Quirica

era diventata grossa e sofferente, non riusciva neppure a stare seduta. A volte si sentiva soffocare. «Gravidanza sofferta, maternità felice», le aveva detto la vecchia. Andavano tutti d'amore e d'accordo, ma bastò poco perché la situazione cambiasse e la gelosia prendesse il sopravvento. Nel bar della fermata delle corriere (bar era una definizione impropria: era una mescita con un forte odore di vino e di sudore, un luogo di sosta per chi doveva prendere la coincidenza

verso ulteriori destinazioni) Giuanne Minore aveva intravisto il cugino, Giuanne Mannu. Pensò che non fosse una coincidenza. Ebbe la sensazione che si fosse messo d'accordo con Quirica. Si rinnovarono in lui le molte paure. Giuanne Mannu era davvero l'amante di Quirica. Si rabbuiò e gli passarono per la mente brutti pensieri. Ne affiorava uno, insistentemente, da qualche tempo: il ricordo di un uomo che aveva trovato nel letto di Quirica, una volta che era entrato nella camera all'improvviso. Lì per lì si era trattenuto, perché non aveva molla confidenza con i suoceri. «È un parente», gli avevano detto. Giuanne l'aveva presa per buona, ma in seguito il tarlo del dubbio lo rodeva anche per questo motivo. Il vecchio cercò di mettere ordine ai ricordi. Non aveva mai saputo se quella circostanza fosse avvenuta nella realtà o solo nell'immaginazione di Giuanne Minore. «In seguito», disse il vecchio, «fu motivo di litigio. Si seppe anche che, quel giorno, Giuanne Mannu era andato ad Olbia per sbrigare certe pratiche alla Camera del Lavoro. É possibile che Giuanne Mannu e Quirica si fossero incontrati, ma in presenza di Giuanne Minore. Altri motivi di litigio sulle accuse che Giuanne Minore faceva alla moglie ed a Giuanne Mannu, vennero fuori durante il processo». In quella occasione, invece, apparentemente non successe nulla. Giuanne, Quirica e il padre presero la corriera per Schifane. Giuanne Mannu si trattenne lo stretto necessario per non sembrare scortese, poi salutò moglie e suoceri e ritornò a Su Trainu Moltu. «Mi raccomando, mi hai promesso di comportarti bene». «Stai tranquillo», gli disse Quirica. In quelle condizioni non riusciva neppure a muoversi e non aveva pensiero se non per il bambino che doveva nascere. «Tenetemi informato», raccomandò Giuanne.

«Appena nasce ti avvisiamo», disse Quirica. Lo informarono che avevano deciso di far nascere l'erede nelle cliniche universitarie di Sassari, perché c'era un professore molto bravo, che si chiamava Pompeo Spoto. Negli ultimi giorni Quirica aveva lamentato forti dolori e non era escluso, aveva detto il medico condotto di Posada, che potessero sorgere delle complicazioni. Ma pochi giorni dopo, a chi lo incontrò per strada, Giuanne parve stravolto. Raccontò di aver ricevuto una lettera da Quirica, lettera offensiva, di brutte parole e di improperi: «Il bambino non è tuo e non deve portare il tuo cognome. Ti odio e

mi fai schifo».

Questa lettera, disse il vecchio, non fu mai trovata. Quando i carabinieri perquisirono la casa di Su Trainu Moltu, non la trovarono. Giuanne aveva detto dal carcere d'averla riposta sotto il materasso. I carabinieri la cercarono ancora, dappertutto inutilmente, e poi verbalizzarono.

«Non so se fosse frutto della sua fantasia, dell'ossessione che non lo abbandonava più», il vecchio, dopo tanto tempo, cercava ancora di darsi una spiegazione. «Quirica era analfabeta, non sapeva né leggere, né scrivere. Era in grado appena di fare la sua firma. Non poteva mandargli una lettera. Improbabile che si fosse rivolta a qualcuno, poiché viveva in famiglia e, per il suo stato, non usciva più di casa». Il comportamento di Giuanne e il racconto che faceva erano

un brutto segnale. Lorenzo Bo si era accorto del cambiamento. Dal momento che lo considerava come un figlio, decise di parlargli. «Che cosa ti sta capitando?», gli domandò. «Perché continui

ad offendere tua moglie?».

«Mi avete fatto sposare una donna poco onesta, il figlio che porta in grembo non è mio. Quirica si è concessa ad altri

uomini», rispose. «Noi sappiamo che è una donna per bene e non ti ha disonorato», replicò Lorenzo. «Il figlio che sta per nascere è tuo, perché tu stesso hai detto d'averla messa incinta». «Non è vero. La possedetti una volta sola e presi tutte le mie precauzioni», ribatté Giuanne con voce stanca. In quel periodo l'uomo andava soggetto a frequenti sbalzi d'umore. Non aveva più alcun rapporto col vicinato, solo un saluto, quando c'era. Lorenzo pensava che fosse un po' spostato

di testa e si preoccupava.

Quando il bimbo nacque, lo chiamarono Antonio in onore del nonno paterno. Quirica ritornò a Schifane dopo la decenza ospedaliera. Avvisarono Giuanne come d'accordo, con un telegramma. Ma lui non andò. Allora Francesco Manca andò da lui e gli chiese il motivo: se, per caso, non aveva ricevuto il messaggio. Quirica non stava bene; era un po' anemica, il seno era turgido

ma non aveva latte; il bambino doveva essere allevato col latte artificiale. Ci stava pensando la famiglia. Ma lui era il marito e doveva occuparsene lui. Francesco Manca parlava schietto. Non era persona che tollerava gli equivoci. Se il genero aveva cambiato idea sul matrimonio, lo dicesse. Sarebbe stato uno scandalo, ma meglio

lo scandalo che un matrimonio litigioso.

Giuanne ascoltò in silenzio. I due uomini erano seduti nella cucina. Versò da bere. «Alla salute del bambino», disse. «Verrò presto a prendere madre e figlio». Francesco Manca si sentì sollevato dalla risposta. Il matrimonio non era felice, l'uomo era ruvido nei modi, ma Quirica aveva rassicurato i genitori che il marito la rispettava. A volte litigavano, ma Giuanne non aveva mai alzato le mani su di

lei. Tuttavia sembrava assillata da pensieri e i genitori ne chiedevano il motivo. Lei sorrideva e rispondeva: «Malinconie di giovane madre». Voleva dire che stava assumendo la consapevolezza del suo ruolo, ma ancora non si sentiva adeguata. «Col tempo e con la paglia maturano le nespole», rispondeva ai genitori con la saggezza contadina che dà tempo al tempo. Giuanne mantenne la parola: andò a Schifane, la prese con sé e la riportò a casa. Quirica arrivò col bambino in braccio, avvolto da una coperta di lana bianca morbida, regalo della madre. Le vicine andarono a trovarla per gli auguri. Con Quirica era venuta Tomasina, la sorella minore che non aveva ancora compiuto quattordici anni. L'avrebbe aiutata nelle faccende domestiche fino a quando non le fossero tornate le forze. L'arrivo del figlio sembrava aver cancellato la gelosia di Giuanne che era divenuto più socievole; tutti dicevano che si era finalmente convinto dell'onestà di Quirica. Ma si sapeva che era sempre molto geloso. Sotto la cenere della apparente serenità continuava a bruciare il fuoco dell'ossessione. Quando si riprese, Quirica cominciò ad aiutare il marito in campagna, perché quella era la stagione del carbone. Lasciava il bambino a una donna d'esperienza, che aveva avuto molti figli. La donna, che lo teneva con cura, si chiamava Giovanna Tirria. Al pomeriggio Quirica andava a riprenderlo. Il bimbo cominciava a riconoscerla e le sorrideva. Giuanne aveva una carbonaia su una collinetta non distante da casa, in un terreno di Gavina Ledda che si chiamava S'Ispezzadura. Ci si arrivava in mezzora. Il pendio della collinetta, a tratti brusco, di circa duecento metri, lambiva un torrente, detto Colovrè, che in quel periodo era quasi secco. Alla sommità del pendio c'era una spianata, ai margini della boscaglia. Al centro di una radura c'era la carbonaia.

Da qualche giorno Giuanne carbonizzava la legna del bosco. Preparava la catasta, fatta a cono, con la base larga e la punta arrotondata, le dava fuoco ricoprendola di terra, perché bruciasse senza fiamma. A metà giornata Quirica e Tomasina gli portavano il pranzo. Quel 22 maggio erano le cinque del pomeriggio. La voce del vecchio si incrinò. Quello che stava per raccontare aveva segnato la vita di tutta la piccola comunità della vallata di Olivà. Giovanni Mureddu, che aveva la carbonaia a Colovrè, sul lato opposto del torrente, a circa cinquecento metri da S'ispezzadura, sentì un grido di donna. All'inizio, anzi, gli sembrarono due. Non vedeva la scena, perché il terreno era cespuglioso, immaginò che si trattasse della moglie o della cognata di Giuanne Bazzu, perché soltanto loro lavoravano in quel terreno. Pesò che fosse una questione di scarsa importanza, forse di un litigio tra donne. Non erano affari suoi e proseguì nel MIO lavoro, dovendo spengere il fuoco della carbonaia, altrimenti avrebbe trasformato la legna in cenere. Anziché in carbone. Trascorso un certo periodo di tempo, un'ora, forse più, sentì la stessa voce lamentarsi e chiedere aiuto. Capì che era successo qualcosa di grave. E corse a dare l'allarme.

7.

Carbone rosso

Giovanni Mureddu ebbe paura di Giuanne Bazzu. Ne conosceva gli impeti d'ira, eredità, diceva lui, dei drammatici momenti passati in guerra. Anche il soldato più valoroso, sosteneva, quando vede in faccia la morte subisce uno choc che non può dimenticare. Nei momenti di crisi a Giuanne Bazzu veniva il mal di testa. Ma per Giovanni Mureddu il mal di testa era frutto del suo brutto carattere. La guerra non c'entrava. C'entrava, invece, la gelosia che lo rendeva più forte impedendogli di ragionare. In ogni caso l'umore di Giuanne era troppo mutevole per affrontare una discussione accesa. Nell'ira che si impadroniva di lui la guerra invece c'entrava. Giovanni Mureddu aveva letto sui giornali delle allucinazioni che assediavano i reduci, anche nella quiete della ritrovata vita civile. Era possibile che scambiassero gli amici di oggi col nemico di ieri, comportandosi di conseguenza. Per queste ed altre considerazioni che confinavano con la paura, Giovanni Mureddu, anziché soccorrere la poverina che chiedeva aiuto, se l'era data letteralmente a gambe. Rinfrancatosi per strada, era prima passato per Sa Castanza, dove aveva dato l'allarme chiedendo di cercare i parenti di Giuanne. Quindi

per Su Carru, altra borgata di Olivà, dove

aveva

abitava la proprietaria della carbonaia, Gavina Ledda, una donna matura, vedova da tempo. Non desiderando allarmarla, le si presentò con la scusa di dover parlare di certi affari con il figlio, Giovanni Docche, il quale, però, non era in casa. Perciò andò via senza dire nulla, ma la donna si accorse che

proseguito

Giovanni Mureddu nascondeva qualcosa. Pensò che la carbonaia fosse andata a fuoco. Sarebbe stato un grave danno per chi viveva di quel guadagno. Senza perdere tempo, Gavina Ledda calzò le scarpe di campagna, si gettò una scialle sulle spalle e si diresse a passo spedito verso S'Ispezzadura con l'animo turbato dal pensiero di qualche disgrazia. Non vide fiamme e, in parte, si rinfrancò; ma vide, in un tratto di terreno privo di cespugli, una giovane donna seduta a terra, che si lamentava con la voce querula di chi sa di essere alla mercé altrui. Avvicinandosi, la riconobbe. Era Tomasina, la sorella di Quirica. L'aveva conosciuta una settimana prima. Tomasina aveva lo sguardo inebetito, come se si svegliasse da un sonno comatoso, i capelli in disordine, impastati di sangue, che le era colato sul volto. La ragazza era immobile, per meglio dire inerte. «Mia sorella è morta», ripeteva Tomasina con la lingua legata dalla sofferenza e dal terrore. Gavina Ledda ebbe paura, ma riuscì a vincerla e ad avvicinarsi. Comprese che Tomasina era in pericolo di vita. La ferita al capo sembrava profonda. L'aiutò ad alzarsi e sorreggendola quasi di peso la condusse in una capanna, che si trovava poco più su, nel cocuzzolo, dove i carbonai custodivano gli attrezzi da lavoro e si riparavano quando arrivavano acquazzoni improvvisi. Tomasina ripeteva con voce atona, come se il cervello fosse in cortocircuito: «Ha ucciso mia sorella». Gavina Ledda fece sedere la ragazza su un giaciglio di frasche. Le chiese di farsi forza, che i soccorsi stavano arrivando. Le disse di non distendersi, perché aveva paura che la ferita alla testa s'infettasse col terriccio. Tomasina fece un cenno col capo. «Ti devo lasciare sola», le disse. «Vado a chiedere aiuto». Non c'era bisogno di chiedere. Già si sapeva tutto.

La notizia si era rapidamente diffusa con la velocità con cui si diffondono le notizie drammatiche. Un giovane, Domenico Nieddu, agile ed abituato a correre in campagna perché faceva il battitore nella caccia al cinghiale, era stato inviato a Berchiddeddu per avvisare Mario Bazzu, fratello di Giuanne. Lo trovò subito e insieme tornarono indietro. Sulla strada incontrarono Gavina Ledda. «La cognata di Giuanne è ferita grave, a S'Ispezzadura. Soccorretela». Mario Bazzu proseguì per Su Trainu Moltu. Era l'unica persona in grado di affrontare il fratello nell'eccitazione di quel frangente. Domenico Nieddu raggiunse la carbonaia. Adagiata su un tratto di terreno bruciato, supina, con gli occhi aperti verso il cielo scuro, trovò Quirica, inespressiva come lo sono i morti quando sembra che abbiano trovato per sempre la serenità. L'assassino aveva infierito su di lei, ferite ancora aperte raccontavano la furia omicida su quel corpo; il sangue raggrumato era già nero. Domenico Nieddu capì che non c'era più nulla da fare. Si fece il segno della croce e raggiunse la capanna. Tomasina aveva gli occhi sbarrati, quasi vitrei, ed emetteva un respiro affannato che rassomigliava a un rantolo. L'uomo la prese di peso, la caricò sulle spalle e si diresse verso Sa Castanza. Di tanto in tanto, Tomasina si lamentava. Lamenti lievi che sembravano sospiri. Alcune volte disse flebilmente il nome di Quirica. Già sapeva che non le avrebbe più risposto. Quasi contemporaneamente arrivò la notizia di un altro delitto. Alle spalle di Sa Castanza, in una zona che chiamano Sos Rios, era stato ucciso Giuanne Bazzu Mannu, cugino di Giuanne. La notizia l'aveva portata Poltoleddu, un bambino che aveva visto tutto da poca distanza. Terrorizzato e senza fiato era arrivato di corsa, nel volto dipinto l'orrore, un tremito nel corpo.

Aveva detto quattro parole ed era caduto per terra come in trance. Il vento impetuoso della morte scuoteva le cime degli alberi, come un triste presagio. I genitori avevano rinchiuso i figli in casa e sbarrato le porte. La notte delle streghe era scesa sulla tranquilla vallata di Oliva. La carbonaia di Sos Rios era di Stefano Chessa. Vi lavorava a giornata Giuanne Mannu. Stefano Chessa aveva visto arrivare un uomo indemoniato. «Chi è?», domandò a Bazzu Mannu. «Mi sembra mio cugino», rispose quello. «Che cosa viene a fare qui?». «Avrà qualcosa da dirmi. È convinto che io sia l'amante della moglie», disse. «É vero?». «Ho altre cose a cui pensare, due figli piccoli e la salute poco buona». «Dicono che tra di voi non corra buon sangue», fece Stefano Chessa che era preoccupato. «Conosci Giuanne Minore, si scalda per un nonnulla. A volte non sa ciò che dice. Quando mi sono sposato, mi ha detto: 'Ti sei preso una moglie povera e le donne povere non sono oneste. Io la possiederò'. Non accadde niente, ma per un certo periodo non ci siamo parlati». Giuanne Mannu era vedovo e doveva pensare ai due figli, ancora bambini. Quirica si recava di tanto in tanto a casa loro per chiedere se avevano bisogno di qualcosa. Un uomo non sempre conosce che cosa ci vuole per i bambini.

Intanto

Giuanne Minore s'era avvicinato. Teneva la mano

sinistra dietro la schiena. Sembrava fuori di sé. Il cugino si spaventò, ma non fece in tempo ad allontanarsi e neppure a difendersi. Giuanne Minore gli fu addosso, lo colpì al capo con la

roncola che nascondeva dietro la schiena. Il sangue schizzò abbondante dalla ferita. Giuanne Mannu, con disperato spirito di conservazione, tentò di sottrargli l'arma, afferrandola per la parte affilata con le mani nude. La lama recise di netto il mignolo della mano sinistra e il pollice della mano destra. La copiosa perdita di sangue e il dolore avevano indebolito l'uomo. Anche Stefano Chessa fu colto di sorpresa. Tentò, da principio, di separare i due uomini, ma Giuanne Minore lo spinse all'indietro, facendolo cadere. Temendo di essere aggredito anche lui, si rialzò e fuggì senza voltarsi. Giuanne Minore non trovò più resistenza. Il cugino era ridotto a una maschera di sangue. Giuanne Minore infierì su di Ini, si placò solo quando il presunto amante della moglie fu ridotto ad un corpo coperto di piaghe profonde, sanguinolente. Giuanne aveva saldato il conto degli immaginari tradimenti di Quirica, consumati nel suo letto, nell'orto e nei cespugli vicino a casa. Ripulì accuratamente la roncola dal sangue sugli abiti della vittima e si allontanò. Quando Stefano Chessa, colto dal rimorso d'aver abbandonato Giuanne Mannu al suo infausto destino, ritornò a Sos Rios, lo trovò agonizzante. Furono avvisati i carabinieri. Un Sebastiano Langiu corse a Loiri in bicicletta per telefonare ai militari di Padru. Disse, al telefono, che a Sa Costanza due persone erano state ferite da un uomo uscito di senno. Perché quelle erano le notizie che erano arrivate. I carabinieri si recarono sul posto usando il furgoncino in dotazione, le cui condizioni dimostravano che aveva fatto la guerra. Non era un modo di dire. A Loiri fu rintracciato anche il medico condotto, il dottor Alberto Canalis. Era uno dei pochi a possedere un'automobile e non tardò ad arrivare. Il dottor Canalis visitò Tomasina con grande attenzione. Il sangue rappreso nascondeva una ferita profonda al capo che al

medico sembrò subito molto profonda. Tastò con delicatezza e si accorse che la parete ossea era stata sfondata. Dai margini si vedeva uscire materia cerebrale. Tomasina aveva perso molto sangue. A causa della botta al capo – un colpo del rastrello che Giuanne Bazzu utilizzava per raccogliere il carbone – era svenuta, ma era rinvenuta da sola, dopo un periodo di tempo calcolato in un'ora. Ciò significava che le funzioni principali non erano state compromesse. Il dottor Canalis la disinfettò, le medicò la ferita e la coprì con una garza. Si lavò con cura le mani nel catino di ferro smaltato. Rivolto alle persone che si erano radunate disse: «La ragazza è grave. Ha perso molto sangue ed ha bisogno di una trasfusione. Occorre un'indagine accurata e uno specialista per la ferita alla testa. Bisogna portarla all'ospedale di Sassari. Non c'è tempo da perdere». Mentre si organizzava il trasporto, il dottor Canalis si fece accompagnare a Sos Rios, dove era rimasto, sotto le stelle, l'altro ferito, Giovanni Bazzu Mannu. Al medico bastò poco per rendersi conto delle sue condizioni disperate. L'uomo, molto forte fisicamente, respirava ancora. «Bisogna trasportarlo a Sa Costanza», disse. Sa Costanza era il luogo abitato più vicino. Il trasporto si rivelò subito difficoltoso. Giuanne Mannu era stato quasi squartato dai colpi di roncola. Trovarono una scala a pioli, ricomposero il corpo e la usarono come barella. Per tenerlo fermo alla scala usarono stringhe di cuoio. «Quella scala», ricordò il vecchio, «rimase appoggiata al muro d'una casa sulla strada principale di Sa Costanza, tragico trofeo di un feroce delitto. Il ricordo dei lacci insanguinati è ancora vivo nella memoria». I soccorritori non fecero molta strada. Dopo pochi metri, Giuanne Mannu emise un prolungato sospiro e morì. Il dottor

Canalis gli passò una mano sugli occhi, che nel terrore della morte erano rimasti spalancati, e gli abbassò le palpebre perché potesse riposare in pace. «Qui», disse, «non c'è più bisogno di me. Accompagnatemi da Quirica». Era ormai notte fonda, saranno state le undici. Il cielo, terso e stellato, elargiva serenità agli uomini e alle donne dei salti, che invece l'avevano improvvisamente perduta. Quirica, coperta da quel manto di stelle, era già fredda. Qualcuno le aveva posato sopra, come un sudario, la tovaglia a quadri rossi che aveva portato per il pranzo. Il maglione di lana celestina era chiazzato di sangue. Sul seno una macchia più cupa, come se il suo cuore fosse stato, metaforicamente, spezzato da un amore negato. Il dottor Canalis si chinò su di lei anche se non c'era niente da vedere, sotto le stelle. L'esame autoptico avrebbe avuto luogo l'indomani in una sede più idonea, l'obitorio. Giunsero i carabinieri, che piantonarono i due cadaveri e Iniziarono la sistematica ricerca di oggetti che avessero relazione con gli omicidi. Accanto al corpo di Quirica raccolsero due caramelle. Quirica le portava con sé perché al ritorno, I lassando per la casa di Giuanne Mannu, le avrebbe regalate ai bambini. «Brava, zia Quirica», le avrebbero detto battendo le manine. Quirica rispondeva con un sorriso e, tornando a casa, immaginava Antonio, suo figlio, che sarebbe cresciuto presto e le avrebbe fatto compagnia quando Giuanne Minore andava in campagna a guadagnarsi la giornata. Il loro bambino, Antonio, non era stato battezzato, perché Giuanne Minore non voleva che il figlio della colpa ricevesse il sacramento. Quirica aveva già scelto i padrini, il fratello e il cognato. «Prima o poi», diceva Quirica, «Giuanne si convincerà che Antonio è figlio suo».

Ma Giuanne rispondeva: «Voglio che sia sottoposto all'esame del sangue. Non battezzo un bastardo». Ora sembrava tutto così lontano, così inutile.

8.

Delitto d'onore

Fu una notte da incubo. Le janas dei Salti si erano date appuntamento nella vallata in un sabba indemoniato. Si era sparsa la voce che Giuanne Bazzu, allontanandosi dai luoghi del l'eccidio aveva minacciato di uccidere chi diceva sette, chi otto persone che riteneva complici dell'infedeltà di Quirica. Non che qualcuno temesse di poter essere indicato come complice, ma una mente stravolta non va per il sottile. Tutti si sentivano in pericolo: Maludrottu, nella cui casa di Mamusi aveva conosciuto la ragazza che aveva sposato, il commerciante di stoffe di Berruile, che sapeva più di quanto gli aveva detto (così pensava Giuanne) sulla vita libertina della ragazza, il capraio della Barbagia, che Giuanne riteneva fosse il suo amante. E poi tutti quelli che avevano avuto occasione di scambiare due chiacchiere con Quirica o semplicemente un saluto. Nessuno si sentiva al sicuro. La notizia non si sa chi l'avesse fatta girare per primo: ma in momenti di sgomento si dà peso alle chiacchiere e la gente tende a drammatizzare. Per questo motivo, e anche per il senso di giustizia che animava le popolazioni delle frazioni, numerosi abitanti si unirono ai carabinieri nelle ricerche dell'omicida. Perlustrarono le zone che Giuanne frequentava abitualmente, ma fu inutile. Per tutto il giorno seguente, dall'alba al tramonto, furono battute le campagne, controllate le case campestri abbandonate, i rifugi dei pastori. Ma il territorio era per buona parte impervio e la fìtta vegetazione poteva offrire ospitalità sicura a un fuggitivo, come in passato aveva offerto riparo alle bande di latitanti.

Il fatto che Giuanne non si trovava alimentò la convinzione che aveva scelto la latitanza per compiere altre vendette, mettendo in atto le tecniche della guerriglia imparate nell'addestramento militare. Anche la notte successiva trascorse nella paura. La gente delle frazioni organizzò la vigilanza, le donne si chiusero nelle case e misero i figli sotto le coperte perché le janas non li vedessero. La paura finì la mattina successiva, quando il cielo era già luminoso. Arrivò la notizia che Giuanne era già nelle mani della giustizia, impersonata, nella fattispecie, dai carabinieri. Mancavano i particolari. Non si sapeva come era avvenuto l'arresto, ma soltanto che era ferito. Ciò fece pensare persino ad un conflitto a fuoco, nelle campagne di Alà dei Sardi, sullo stile delle storie di banditi. Qualcuno si avventurò nei particolari, del tutto immaginari. In realtà Giuanne si era costituito, spontaneamente, di prima mattina, presentandosi alla caserma di Alà. All'appuntato La Rosa che, sentito bussare, aveva aperto la porta, disse semplicemente: «Sono Giuanne Bazzu, ho ucciso per ragioni d'onore due persone, forse tre». Il brigadiere dei carabinieri a cavallo (così riporta il verbale) Gino Maschi, comandante la Stazione di Alà, mandò immediatamente alla Procura di Sassari un fonogramma di questo tenore: «Stamane si è costituito in questa caserma Bazzu Giovanni fu Giovanni Antonio, ricercato. Non avendo documenti, è stato riconosciuto da un parente che abita in paese. Presenta ferita d'arma da punta e taglio al tessuto cutaneo del torace. Ha dichiarato di essersi colpito a scopo suicida. Visitato dal dottor Comita Sanna, medico condotto di Alà, è stato giudicato guaribile in cinque giorni». Un altro fonogramma arrivò dalla Procura al pretore di Pattada Manchia. Diceva: «Proceda immediatamente

all'interrogatorio del presunto omicida in stato di fermo presso la caserma di Alà». Giuanne collaborò. L'interrogatorio richiese del tempo, perché l'uomo fornì notizie dettagliate del suo matrimonio, dell'infedeltà della moglie e dello scherno cui era oggetto da parte di chi lo conosceva. Partì da lontano. Dal giorno in cui, nella frazione di Mamusi, in casa di Giovanni Maludrottu aveva conosciuto Quirica Manca. Ben presto era stato messo sull'avviso che la ragazza non era onesta come sembrava nella sua timidezza solo apparente. Il brigadiere Emanuele Mura, della stazione di Padru, che assistette alla deposizione, riferì che l'esposizione era stata precisa, condotta «con intelligenza e astuzia». Ciò faceva ritenere Giuanne perfettamente sano di mente. «Ha taciuto su particolari che avrebbero fatto pensare alla premeditazione», e si era difeso «con le attenuanti della provocazione». Tutti sapevano che era geloso della moglie e che aveva un carattere violento; ma nessuno pensava che perdesse il controllo. E invece nel mese di tranquillità e pace familiare – concludeva il verbale del sottufficiale – «covava la premeditazione sul modo di compiere l'eccidio». Giuanne Bazzu raccontò il tragico epilogo di una giornata qualunque, senza nubi all'orizzonte. Il lavoro alla carbonaia di S'Ispezzadura, il recupero del carbone per essere insaccato e venduto, erano gesti abituali, ripetuti per anni. Disse che Quirica, verso le due del pomeriggio aveva portato il pranzo accompagnata dalla sorella. Una breve sosta per desinare, poi ancora il lavoro nella carbonaia. Sino alle cinque, più o meno, quando la moglie, che aveva lasciato il bambino da una vicina, disse di dover rientrare a Su Trainu Moltu. «Rientra Tomasina», le aveva risposto Giuanne. «Tu rimani qui, con me».

«Di che cosa hai paura?», aveva risposto Quirica con un sorriso beffardo. «Ce ne rimane anche per te». Alludeva, disse Giuanne, ai favori che concedeva agli altri uomini. «Comandi forse tu?», fece Giuanne, che non aveva gradito lo scherno. Lei rispose con una risata insolente e provocante. Rideva sempre quando il marito la rimproverava dei tradimenti, come se fosse un gioco. Senza rispondere, cominciò a prepararsi per il ritorno a casa. Raccolse il lavamano di ferro smaltato, dove aveva portato la pastasciutta, la brocca, le posate. Si girò per andar via. Giuanne non si trattenne. Sentendosi ferito nell'onore per l'ennesima volta – così disse – afferrò il rastrello di legno, che usava per raccogliere il carbone, e la colpì violentemente alla testa, una, due, tre volte. Quirica cadde a terra senza un lamento. Tomasina si mise a urlare. «Mamma mia, mamma mia. La stai ammazzando!». Non ebbe neppure la forza di fuggire. La paura le bloccava le gambe. Erano le sue urla disperate che Giovanni Mureddu, che era poco distante sulla collinetta di Colovrè, aveva sentito. Ma aveva pensato che Giuanne stesse picchiando la moglie. Fatti loro, aveva pensato, continuando a lavorare. Giuanne colpì anche Tomasina, alla testa, col rastrello di legno. La ragazza cadde al suolo tramortita. «Non volevo che desse l'allarme», disse al pretore Manchia, «e facesse fuggire Giovanni Bazzu, mio cugino, l'amante di mia moglie. Non le volevo fare del male, solo impedirle di urlare. Le dissi: 'Non urlare, non ti farò niente'. Lei non mi obbedì. Allora fui costretto a farla stare zitta in quel modo, le diedi un colpo

alla testa». Scongiurato il pericolo che venisse dato l'allarme, tornò a occuparsi della moglie. «Le sferrai un colpo con la roncola, all'altezza del collo. Quando vidi che il sangue usciva abbondante, come da un capretto scannato, allora fui sicuro d'averla uccisa». Anche l'omicidio del presunto amante sembrò, nel racconto, una pura formalità, quasi una pratica burocratica. Per nulla intimorito dalla presenza del proprietario del podere, Giuanne raggiunse il cugino a Sos Rios, disse a Stefano Chessa di non impicciarsi, che quella era una questione di famiglia. Doveva saldare un conto, cosa che gli astri non gli avevano consentito di fare in precedenza. «Quando l'incontravo», raccontò al pretore, «Giuanne Mannu si faceva burla di me. Mi faceva le corna. Sapevo che possedeva mia moglie nella mia casa e nel mio orto. Lei stessa me l'aveva confessato. Mi aveva detto: 'Ti cresceranno le corna come alle capre'. E rideva, rideva, rideva sempre». Quando, stanco della situazione, decideva di rimandarla dai genitori, lei lo supplicava che non lo facesse, piangeva e prometteva fedeltà. Lui le dava fiducia. «Ma l'infedeltà era più forte delle promesse solenni. Ogni volta mi diceva: 'Tuo cugino è stato qui e mi ha posseduta. Ma non lo farò più'». Liberatosi di quell'ossessione, Giuanne si era allontanato dai luoghi insanguinati e si era rifugiato a S'Iscurigada, nel cimitero di Su Trainu Moltu. «Decisi di uccidermi, per i delitti che avevo commesso. Non volevo finire la mia esistenza in prigione. Perciò sono andato al cimitero vicino a casa, sotto la grande croce di ferro; ho cercato di trafiggermi il cuore con un coltello a serramanico, che porto sempre con me. Ma non ci sono riuscito. Allora ho deciso di

costituirmi. Mi sono incamminato in direzione di Alà. Ho dormito in campagna. Questa mattina sono arrivato in paese e sono qui, a disposizione della giustizia. Sono reo confesso, ma ero obbligato a commettere questi delitti, dovevo rendere giustizia al mio onore. Ho verificato di persona l'infedeltà di mia moglie. Non sopportavo le beffe del suo amante. Vivevo una continua umiliazione». Non parlò più, chinò il capo e andò, con la mente, altrove. «Ma perché l'hai sposata?», domandò il pretore, al quale sembrava di parlare con una persona assolutamente normale. «Perché sono stato minacciato di morte», rispose. «Chi ti ha minacciato?». «Il padre di Quirica, Manca Francesco di Schifane. Anche Bo Lorenzo mi minacciò. Mi disse: 'O la sposi o passi brutti guai'».

alcune

persone; ma

Castanza e a Su Trainu Moltu, dicono che la Manca Quirica era una persona onesta ed è stata sempre una buona moglie». «Menzogne». «Il giudice istruttore raccoglierà le testimonianze», disse Manchia. «Per il momento sei accusato di un duplice omicidio attuato con particolare crudeltà. Che Dio abbia pietà di te». Il pretore era un brav'uomo, molto umano. Quando, nell'esercizio del suo mestiere, doveva condannare qualcuno, gli dispiaceva sinceramente. Considerato che la giustizia ha leggi invalicabili, si appellava, per l'assoluzione, a Nostro Signore. «Gli uomini mi condanneranno, ma Dio mi assolverà», rispose con voce ferma Giuanne. «Sinceramente mi sembra poco probabile», rispose il pretore, il quale aveva avuto la stessa impressione del carabiniere a cavallo Emanuele Mura, che Giuanne Bazzu riferisse con spontaneità ma anche con furbizia i fatti di quei giorni precostituendosi una

Posada che a Sa

«Tu

affermi

di

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quel

stato messo sull'avviso da

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sia

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tutti, a

linea difensiva. Aveva detto, ad esempio, di essersi ferito col coltello a serramanico, che gli era stato sequestrato in caserma. Ma il coltello aveva la punta della lama spezzata e non poteva perciò essere usato per trafiggere il cuore. Poteva soltanto fare un taglio poco profondo, di lama, non di punta. Non aveva accennato, invece, al pugnale, che aveva impugnato per finire la moglie. Quel pugnale apparteneva al suo equipaggiamento bellico. Giuanne non lo aveva restituito al momento del congedo e lo custodiva lontano da casa. Fu ritrovato dai carabinieri nel cimitero di Su Trainu Moltu, nascosto nel vaso fiorito di una tomba. Un nascondiglio che, almeno nell'immediato, sembrava sicuro. Giuanne Bazzu l'aveva preso con l'evidente premeditazione di usarlo: la circostanza costituiva una sicura aggravante che l'uomo aveva cercato lucidamente di eludere. Intanto Quirica fu sepolta nel cimitero di Berchiddeddu e Giuanne Bazzu Mannu a Su Trainu Moltu. Li accompagnarono in molti. Poi, a quanto pare, li dimenticarono.

9.

Vendetta sarda

Come certi temporali estivi, che arrivano all'improvviso, col frastuono dei tuoni e la pioggia battente, cosi era esplosa la furia di Giuanne Minore. Ma chi era attento, aveva saputo togliere i segni premonitori del temporale: lo scurirsi del cielo verso occidente, una forte umidità che anticipava rispetto alla pioggia l'odore della terra bagnata, l'attenuarsi del vento. Il temporale si sfogava e ritornava il sereno. Altrettanto capitava all'umore di Giuanne Minore. Mutava all'improvviso. Attraversava una fase nella quale sembrava perdere il controllo di sé. Diventava sospettoso, ossessivo. Tutti sapevano, nelle borgate, che Giuanne Minore era convinto che la moglie lo tradiva con Giuanne Mannu. Perché avesse scelto come rivale Giuanne Mannu non era difficile da immaginare. Tra i due cugini non correva buon sangue. In passato erano stati uniti da sentimenti fraterni, ma in seguito alcuni dissidi avevano sciolto quel legame. Tutto cominciò quanto Giuanne Mannu prese moglie. Giuanne Minore, al posto degli auguri rituali, lo apostrofo con male parole. «Hai scelto una moglie povera, profitterò di lei», gli aveva detto. Era convinto che le donne povere cedessero più facilmente. Giuanne Mannu si era risentito, ma non aveva reagito. Gli aveva voltato le spalle ed era andato via. Da allora quando s'incontravano neanche si salutavano. La vecchia ruggine non se n'era andata. Ad alimentare l'inimicizia

c'era stata la questione del carbone. Quello di Giuanne aveva "un eccesso di umidità". La ditta Stelvio, che lo ritirava da anni ai carbonai dei Salti di Buddusò senza che sorgesse mai alcuna controversia, non era soddisfatta del prodotto, che rimase invenduto. Giuanne Bazzu lavorava a mezzadria e doveva rendere conto alla proprietaria delle carbonaie, Gavina Ledda. La donna avrebbe potuto toglierli la fiducia. Giuanne Minore si convinse che il cugino fosse intervenuto per dissuadere la Stelvio dall'acquisto. Tra il cugino e la ditta Stelvio c'era una vecchia amicizia. «Anche questa azione me la pagherai», disse incontrandolo per strada. Al contrario, raccontò il vecchio, Giuanne Mannu si era prodigato perché la ditta Stelvio acquistasse il carbone del cugino. Infatti, dopo qualche insistenza, la ditta Stelvio lo aveva comprato ad un buon prezzo. Ma Giuanne Minore pensò che la ditta Stelvio si fosse ricreduta sulla qualità del prodotto. In seguito al matrimonio di Giuanne Minore con Quirica, Giuanne Mannu gli rese la pariglia. «Anche tu hai sposato una donna povera», gli disse. «Nessuna donna ricca ti dà retta? Ad ogni modo io non la insidierò». Quel riferimento mise in guardia Giovanni Minore, perché avvertì il pericolo. Sommava a quelle parole la confidenza del commerciante di stoffe di Berruile e il comportamento, a volte strano, della ragazza. C'era anche il consiglio della madre di Quirica: «Se ricevi lettere che parlano male della ragazza, non leggerle». Che significato aveva? Nella sua gelosia, questi riferimenti si incastravano alla perfezione. Il rapporto con Giuanne Mannu era rimasto una miccia sempre accesa. «Giuanne Mannu aveva tutti i requisiti per essere un capro

espiatorio», disse il vecchio. «Era vedovo da quattro anni e giovane. Correva voce che volesse risposarsi. Aveva due figli ancora piccoli e in casa una mano femminile era indispensabile. Come in un gioco di pazienza in cui, mettendo insieme nel modo

opportuno i singoli pezzi, si materializza una figura, rimuginando

su quei particolari si creava l'immagine ossessiva dell'uomo che

insidia le donne». A questi sospetti, sempre più forti, sempre più convinti si aggiunse un'altra circostanza, l'incontro ad Olbia, al bar della stazione dei pullman, di Giuanne Mannu e Quirica.

«Noi», disse il vecchio, «crediamo che, nonostante la smentita

di Francesco Manca, quell'incontro sia avvenuto. Ma peniamo

che non fosse premeditato. È probabile che Giuanne Mannu

abbia viaggiato sulla stessa corriera di Quirica e Giuanne Minore.

Se doveva andare a Olbia per sbrigare alcune pratiche non aveva

altra scelta. Allora le corse delle corriere erano rare. Chi prende la corriera per Olbia scende al capolinea. Del resto tutta la prova del tradimento sarebbe stato uno sguardo che si sarebbero scambiato». «Si sunu comunicados», aveva detto Giuanne Bazzu. Per lui era

un segnale d'intesa. «Abbiamo pensato», proseguì il vecchio, «che Giuanne Minore giocasse a costruirsi un mondo parallelo e si divertisse a renderlo credibile, ma queste considerazioni finiscono per interrompere la nostra storia. Perciò direi di andare avanti». Ritornato a Su Trainu Moltu Giuanne aveva deciso di lavare l'onta uccidendo il presunto rivale. Lo cercò nei luoghi che Giuanne Mannu frequentava. Non lo trovò. Lo vide alcuni giorni dopo. «Passa l'ora, passa l'astro», gli disse, come se recitasse un vecchio adagio, «ma di mano mia non scapperai». Voleva dire: passata l'ira funesta (passa l'ora), il destino

(l'astro) aveva risparmiato Giuanne Mannu. Ma era solo

questione di tempo. «Quando vuoi uccidermi, fai pure», gli aveva risposto Giuanne Mannu. «Mia moglie è morta e io devo lavorare. Sai dove trovarmi».

Il suocero, Francesco Manca, negò sempre di essere stato ad

Olbia col genero. Sostenne che Giuanne Minore se l'era in ventata di sana pianta. «Le bettole non sono luoghi da frequentare, soprattutto per una donna», disse, «Non mi ricordo di esserci stato». Ad ogni buon conto, preoccupato delle minacce del cugino, Giuanne Mannu si era rivolto ai carabinieri. «Voglio che mio cugino, Giuanne Bazzu fu Giovann'Antonio,

sia diffidato», disse temendo che il bisticcio potesse finire male. La denuncia avrebbe funzionato come deterrente.

I carabinieri intervennero, ma Giuanne Minore si mostrò

meravigliato. Si comportava come un buon cittadino, disse, e non voleva avere niente a che fare con la giustizia. Era Giuanne Mannu che lo scherniva, quando l'incontrava. Gli faceva il verso del bue. Come dire: "Sei un cornuto per causa mia". Anche Lorenzo Bo si era preoccupato per i frequenti sbalzi d'umore e l'ossessione sull'infedeltà della moglie. Lorenzo aveva avvisato il fratello di Giuanne Minore. Lorenzo propose una visita psichiatrica. Mario non era molto d'accordo, perché Giuanne Minore rischiava il manicomio. Suggerì di rivolgersi al medico condotto, prima di qualunque altra decisione. Cosa che Lorenzo fece. «Giuanne non mi sembra più il solito», disse al dottor Alberto Canalis. «Anzi, a essere sincero, mi sembra pazzo. Sarebbe il caso che gli prescrivesse una visita psichiatrica». «Ritiene che sia pericoloso?», domandò il dottore. «Temo lo sia», rispose Lorenzo Bo.

«Allora sarebbe meglio rivolgersi ai carabinieri». Anche questa volta Mario Bazzu non fu d'accordo. «Giuanne alterna momenti di lucidità a momenti in cui sembra fuori di testa, ma se dovesse finire in manicomio si getterebbe discredito sulla famiglia. Certo, qualcosa dobbiamo fare. Parlerò io con mio fratello». La settimana successiva cercò Lorenzo Bo. «Ho parlato con Giuanne», gli disse. «Mi è sembrato tranquillo e disponibile a controllarsi. Io penso che soffra di disturbi legati alla guerra». «Non sempre la guerra lascia una brutta eredità», ribatté Lorenzo Bo. Infatti Mario Bazzu aveva fatto la campagna di Grecia. Era stato anche prigioniero, ma era assolutamente sano di testa. «Che cosa vuoi dire?», domandò Mario Bazzu. «Che forse tuo fratello ha qualche problema per conto suo «andrebbe curato». «Ognuno ha la testa che ha». «Speriamo che non faccia la fine di Chessa», disse Bo ricordando un truce fatto di sangue verificatosi anni addietro nei Salti di Buddusò, quando un uomo, malato di gelosia, aveva ucciso la moglie e si era suicidato. Mario Bazzu non rispose, perché purtroppo c'era stato, in famiglia, un caso di pazzia. Un parente era finito in manicomio. Non era un parente prossimo, perché la parentela era di sesto grado, ma la gente diceva lo stesso che nella loro famiglia c'era stato un matto. Purtroppo quel parente lontano di cognome faceva proprio Bazzu. E poteva essere confuso per uno di famiglia. Anche il dottor Canalis diceva che Giuanne Minore aveva qualche rotella fuori posto. Lo diceva con la gentilezza del linguaggio scientifico parlando di carattere fragile e un'emotività

forte. Il fidanzamento travagliato con Quirica e il matrimonio, rimasto in dubbio sino all'ultimo giorno, avevano contribuito a indebolire la mente di Giuanne Minore. Non erano stati bisticci da innamorati a rendere accidentato quel laborioso percorso, ma sospetti che alimentavano la gelosia. Ma se il matrimonio non si fosse fatto, quali sarebbero state le conseguenze? Lorenzo Bo temeva per i rapporti personali con la famiglia della sposa. Il mancato impegno poteva sembrare un'offesa bella e buona, e la colpa sarebbe ricaduta su di lui, che aveva combinato le nozze. «Mi stai coprendo di vergogna», gli aveva detto il giorno prima delle nozze. «Se non la sposi non ti permetto più di rivolgermi la parola». Salvatore Bacciu che, tanto per cambiare, un tempo faceva Bazzu di cognome, poi modificato per quella strana e lenta metamorfosi che subiscono i cognomi, era preoccupato per ben altri motivi. «Temo la vendetta sarda», aveva detto. Evidentemente rompere il patto prematrimoniale rappresentava, per la famiglia ripudiata, un'onta che qualche volta, in quei luoghi, si lavava col sangue. Il rifiuto reso di pubblico dominio metteva in discussione le virtù domestiche o morali della promessa sposa. «Non pensi che i parenti di Quirica possano venire a farti la pelle?», fece. Giuanne Bazzu, alla fine, si era convinto. Ma non per i discorsi dei parenti. Si era convinto perché, nei brevi momenti di serenità, ritrovava il giusto equilibrio. Almeno tre volte però, nel corso del fidanzamento, aveva deciso di mandare tutto a monte. Diceva, Giuanne Minore, che anche la sorella di Giuanne Mannu, che si chiamava Teresa e gli era cugina, ascoltate le

dicerie su Quirica e la relazione col pastore barbaricino, rivelatagli dall'ambulante di tessuti che era parente dei Manca ed abitava a Berruile, gli aveva consigliato di rompere. «Se è come dici», gli aveva consigliato la donna, «lasciala e non pensarci più». «Ma ho vestiti, biancheria e scarpe da lei», aveva risposto. «Hai avuto rapporti sessuali?», domando Teresa che, come tutte le donne mature, badava al sodo. «No, mai». «Allora fai come ti ho detto». «Ma questa», ricordò il vecchio che aveva una memoria sorprendente di quei fatti, «è la versione data da Giuanne Bazzu, che in questa vicenda non può considerarsi molto obiettivo». Raccontò, Giuanne Bazzu, che era andato a trovare Quirica e l'aveva trovata sulle sue, un po' ostile. «Prepara le mie cose», le aveva detto. «Perché?», aveva domandato Quirica in allarme. «Mi servono a casa», aveva risposto. Quella notte Giuanne dormì a Schifane e, all'indomani, quando il padre era andato in campagna, Quirica lo aveva provocato. «Se vuoi profittare di me puoi farlo», gli aveva detto invitante. «Sono cascato nella trappola come un porcabru», disse Giuanne Minore, perché Quirica era d'accordo con la madre, che sul più bello era entrata nella stanza. Ne era seguito l'ennesimo litigio. «L'hai fatto apposta», aveva protestato Giuanne Bazzu, che aveva inveito sulla fidanzata. «Tu hai avvicinato altri uomini e hai partorito un figlio», le disse accecato dall'ira. «No, sono stata solo con te», aveva urlato in lacrime la ragazza. L'idea che Quirica non fosse una donna onesta prese il sopravvento. Anche il matrimonio sembrò a Giuanne Minore un'altra trappola, preparata da Lorenzo Bo.

«Voleva punirmi», disse raccontando in carcere una storia fantasiosa ma possibile, come sanno fare i matti quando all'esaltazione segue la lucidità. «C'era di mezzo un'eredità familiare, la mia e quella di mio fratello Mario che Lorenzo pretendeva per i figli, considerato che aveva sposato due mie sorelle». Strillava per fare valere le sue ragioni:

«Bo Lorenzo mi ha punito facendomi sposare una bagascia pubblica», disse. Poi aveva aggredito di nuovo Giuanne Mannu:

«Tu sei l'amante di mia moglie, ho le prove», gli disse furente. «Lasciami in pace», disse quello infastidito. Raccontò di una volta quando per cogliere gli amanti in flagrante aveva detto alla moglie che sarebbe andato a lavorare a Buddusò e, invece, si era nascosto nelle vicinanze di casa. Finché era giorno non era successo niente. Ma lui sapeva che gli amanti si incontrano quando fa buio. Dietro un muretto a secco aveva aspettato con pazienza. Ad un certo punto aveva visto arrivare Giuanne Mannu. Era sospettoso e si guardava attorno come un animale selvatico. Il caso volle che in quel momento passasse una donna. Per non essere visto, Giuanne Minore aveva saltato il muretto e una pietra era rotolata, facendo rumore. Giuanne Mannu aveva capito l'antifona e si era allontanato rapidamente. Glielo disse a muso duro. «Io ho altro da fare e ho sempre rispettato tua moglie», rispose Giuanne Mannu. «Allora giuralo nella chiesa di Santu Paulu di Monti», disse Giuanne Minore, perché Santu Paulu puniva gli spergiuri. Andarono al santuario, a piedi. Impiegarono tre ore. Il santuario era deserto. Una donna anziana sistemava le candele dell'altare. Il santo aveva uno sguardo serafico e indulgente. «Giura», disse Giuanne Minore.

La donna che sistemava le candele si voltò per curiosità. Di giuramenti "purgativi" ne vedeva spesso. «Giuro che non sono l'amante di Quirica, che l'ho sempre rispettata e sempre la rispetterò». «Giura di nuovo», fece Giuanne Minore. Giuanne Mannu giurò per tre volte, al cospetto del santo che sembrava non prendere troppo sul serio quel giuramento. Giuanne Minore si sentì più tranquillo. Sulla via del ritorno scambiarono perfino qualche parola. Ma la gelosia è peggio della gramigna, dove si attacca non se ne va più. Dopo qualche giorno Giuanne Minore si presentò alla vicina di casa, Martina Meloni. Era inquieto e sospettoso. «Hai visto un uomo entrare in casa mia?», domandò. «Hai visto Quirica con altri uomini?». «No, mai», rispose la donna, «Quirica è onesta e fedele». «Ti chiedo di giurarmelo in chiesa», fece Giuanne Minore. «Non a Santu Paulu di Monti, è troppo faticoso arrivarci», disse Martina Meloni che non lo voleva contrariare. «Andiamo a San Francesco», propose Giuanne. Anche San Francesco era abilitato dalla fede popolare a vigilare sui giuramenti. La chiesetta distava cinquanta metri dalla casa di Martina Meloni e cento da quella di Bazzu. La donna, che era devota, si segnò e ripetè che Quirica era una persona per bene, onesta e timorata di Dio. Era una moglie premurosa e fedele. Si guadagnò forse l'indulgenza del tanto, ma la circostanza non è in atti. Tutto ciò avrebbe dovuto favorire il sereno. Invece arrivò la tempesta. Tutte le circostanze che abbiamo riportato sono emerse in Assise.

10.

Davanti ai giudici

Il giudice istruttore, Giovanni Mulas, trascorse in ufficio l'ultimo giorno dell'anno per preparare le motivazioni del rinvio a l'indizio di Giuanne Bazzu «per i delitti esposti in rubrica». Aveva lavorato con impegno, nel tentativo di comprendere se l'uomo avesse agito in condizioni di intendere e volere o fuori di sé, come il racconto dei testimoni dei fatti di sangue – in particolare Tomasina Manca e Stefano Chessa – lasciava supporre. La lucidità del racconto che l'assassino aveva fatto ai carabinieri dopo essersi costituito faceva pensare al contrario. Il dottor Mulas si era recato a Su Trainu Moltu ed aveva percorso a piedi il tragitto verso le carbonaie di S'Ispezzadura e Sos Rios, dove erano stati commessi gli omicidi. Aveva raccolto molte testimonianze non solo tra coloro che erano interessati alla vicenda, ma anche tra le persone che conoscevano Giuanne per averlo avvicinato di frequente. La sera di san Silvestro lavorò sino a tarda ora, sino a quando la signora Mulas gli ricordò che avevano un impegno per cena in casa di amici e non sarebbe stato gentile presentarsi dopo il fatidico rintocco della mezzanotte. Il dottor Mulas assicurò che non avrebbe tardato. Ma prima di lasciare la scrivania rilesse per l'ennesima volta le motivazioni, che occupavano quattro pagine scritte con una calligrafia minuta e regolare. Sottolineavano gli aspetti salienti della vicenda che non staremo qui a ripetere. Era una storia di amore e morte, un po' surreale. Ma c'era, come in tutte le tragedie, un fondo di umanità che riguardava l'intera vallata di Olivà, a cominciare

dall'assassino, travolto dall'ossessione. Il duplice delitto di Sa Costanza, epicentro della storia, segnava una comunità di valori saldi, di forte solidarietà ma squarcia va il velo dell'imprevisto. Nessuno, senza quello squarcio, avrebbe potuto immaginare tanta violenza. Nel settembre del 1954 la Procura aveva dichiarato formalmente chiusa l'istruttoria. Si trattava, scriveva il dottor Testaverde, «di due delitti perfetti sia sotto il profilo dell'elemento materiale che intenzionale». Circostanza abbastanza insolita nei delitti che coinvolgevano il mondo pastorale, in questo caso c'erano testimoni oculari, situazioni certe, e soprattutto un reo confesso. Il dottor Mulas sembrava soddisfatto del lavoro svolto e telefonò alla signora Mulas, per informarla che sarebbe stato sotto casa entro un quarto d'ora. La cena di fine anno, il brodo di cappone con i tortelli, il capitone marinato, il cinghiale con le prugne, il brindisi e il panettone erano salvi. Ma si accorse di non avere alcun appetito. La crudeltà dei delitti, partoriti da una mente malata, lo aveva turbato. Anche i giudici hanno sentimento. Rileggendo le testimonianze si era convinto che quella tragedia si poteva evitare se Giuanne Minore fosse stato curato. La circostanza gli aveva tolto l'appetito. Il resto dell'iter giudiziario venne da sé. Ci fu la solita trafila burocratica ed a fine giugno del 1955, come fosse una ricorrenza, un anno esatto dopo l'eccidio, il processo si aprì nell'aula della Corte d'assise di Sassari presieduta dal dottor Carlo Angioni. La curiosità del pubblico, attirato dalla matrice passionale dei delitti, fu in parte delusa. Non dall'imputato, che si presentò regolarmente in aula, e neppure delle parti lese, i genitori di Quirica ed i figli di Giuanne Mannu, pronti a fronteggiarsi, nel dualismo eterno del bene e del male, ma per le caratteristiche

dell'aula, L'acustica infelice non consentì di seguire il dibattimento. Si lamentavano anche gli avvocati, ai quali sfuggivano molti particolari. Il presidente Angioni prima aveva invitato l'imputato

ad alzare la voce; poi lo aveva fatto cambiare di posizione due o

tre volte sul pretorio nella speranza di individuare un punto più

favorevole. Tentativi che non avevano sortito alcun effetto. Giuanne Bazzu indossava l'abito di fustagno del matrimonio e una camicia bianca. Apparve per nulla intimidito dall'attenzione che riscuoteva, ma neanche interessato. Raccontò per la quarta volta – dopo la deposizione resa ai carabinieri di Alà, al pretore

di Pattada e al giudice istruttore – quella storia di tradimenti

amorosi. In sostanza, di corna. «Bo Lorenzo», disse, «mi mandò a chiamare per un bisogno buono, qualcosa che immaginava potesse farmi piacere». Il bisogno buono era Quirica Manca, la ragazza che Giuanne Bazzu avrebbe sposato. La proposta di matrimonio, spiegò l'imputato, fu del tutto casuale. «Se non fossi andato quella sera al battesimo della figlia di Maludrottu, non avrei conosciuto Quirica e non l'avrei sposata. Anzi, senza l'insistenza di Bo Lorenzo, non avrei sposato né' Quirica né altre donne. E mi sarei evitato tanti fastidi». Fastidi per lui, s'intende. Perché il duplice delitto era stato un atto di giustizia. Giuanne ribadì di essere stato sempre contrario alle nozze, perché quando era celibe viveva bene. Si considerava già anziano per il matrimonio: aveva compiuto trentacinque anni ed era malato. Il fisico non era più quello d'una volta. «Sono orfano e povero», ripetè alla Corte, «non ero in condizione di mantenere una famiglia». Parlava spedito e si mostrava comprensivo con la Corte se

qualche volta gli chiedeva di ripetere e di spiegarsi meglio. Insomma era giornata di luna buona. «Lei possedeva una casa, del terreno, un po' di capre. Perché diceva di non essere in grado di provvedere a una moglie?», domandò il presidente. «Perché ho il rumore delle bombe nella testa», rispose. «In ogni caso», disse, «i matrimoni sono una cosa seria. Bisogna pensarci e gli sposi devono conoscersi bene. Non si può prendere moglie senza un lungo fidanzamento». «Quanto lungo?», chiese, incuriosito, il pubblico ministero. «Almeno tre anni», rispose Giuanne. Il fatto è che, una volta conosciuta Quirica, bella ragazza, non c'è che dire, i familiari di entrambi, i suoi e quelli di Quirica, gli avevano messo addosso una fretta maledetta, lo avevano assillato, esasperato, tormentato. Gli avevano persino detto che il matrimonio avrebbe evitato le dicerie sull'onestà della donna. «Perché dubitava della serietà della promessa sposa?», domando il presidente Angioni. «Perché mi avevano avvisato». «Possiamo sapere chi fu ad avvisarlo?», fece il presidente. «Una persona che non conoscevo, parente dei Manca, che commercia in tessuti. Mi disse: 'Statti attento, Quirica se la intende con un pastore di Bitti che ha le capre a Schifane». «Di Bitti?». «Bitti o Orune, o forse Fonni. Della Barbagia insomma. So che spesso passava vicino alla casa di Quirica e lei stava alla finestra. Si guardavano». «Lei ha fatto la guerra ed ha saputo affrontare il pericolo. Perché», chiese il presidente della Corte, «non affrontò anche quell'uomo?». «Nelle decisioni importanti sono stato sempre guidato dall'istinto. L'istinto mi diceva di non sposare quella ragazza».

«Perché, allora, non ha seguito l'istinto?». «Perché c'era un complotto contro di me, tutti mi dicevano che Quirica era una buona moglie, che era fedele. Menzogne. Quirica se l'intendeva con mio cugino, Giuanne Mannu, che era vedovo. Io li ho visti congiungersi dentro un cespuglio dell'orto. Altre persone mi hanno detto che Quirica riceveva Giuanne Mannu in casa, s'accoppiava sul mio letto. Quando mi coricavo sentivo l'odore di mio cugino, del suo seme». «Lei si confidò con i genitori di Quirica? Affrontò suo cugino?», domandò il dottor Angioni. «Mi dissero che il tradimento era frutto della mia immaginazione, che dovevo convincermi del contrario. Giuanne Bazzu fece anche un giuramento purgativo davanti a Santu Paulu di Monti». «Se rientra nelle consuetudini avrebbe dovuto avere il suo effetto», disse il presidente. Nelle sue parole non c'era dell'ironia. Alle leggi non scritte dei pastori di Olivà bisognava credere. «Anche la sorella di Giuanne Mannu giurò, ma a San Francesco». «Che differenza fa?», chiese il presidente, incuriosito. «Quello davanti a Santu Paulu è un giuramento più importante», rispose. «Evidentemente lei non si accontentò dei giuramenti», disse il presidente. «Li fecero ma non li rispettarono», rispose. Riferì una circostanza, che riguardava il comportamento di Giuanne Mannu. «Tia Chirichedda a domo ch'enit meda», le aveva detto Carmela, figlia di Giuanne Mannu. Considerava la circostanza come prova del tradimento. «Portai la bambina da Bo Lorenzo e le feci ripetere ciò che mi aveva detto, che quando arrivava tia Chirichedda, cioè Quirica,

mio cugino la mandava fuori di casa, a giocare, e si chiudeva dentro con mia moglie. Lorenzo aveva bestemmiato e aveva fatto tacere la bambina, che si era messa a piangere». Lorenzo Bo, sentito in proposito, disse: «Non volevo che immischiasse una bambina in discorsi che non avevano alcun fondamento». Giuanne Bazzu reagì: «Bo Lorenzo sapeva che Quirica era infedele e mi ha fatto sposare per vendicarsi del fatto che non volevo lasciare la mia eredità ai suoi figli». Anche nel periodo della gravidanza avanzata di Quirica si era convinto che la tresca tra i due continuava senza sosta. Le attenzioni sessuali di Giuanne Mannu non diminuivano e i due amanti continuavano a congiungersi. Lui li aveva visti, con i suoi occhi persino dentro un cespuglio, vicino a casa, e loro lo avevano schernito facendogli le corna. S'incontravano spesso nell'orto, disse. Quirica era incaricata di irrigarlo, ma si tratteneva due o tre ore dopo il tra monto. Giuanne Mannu la raggiungeva e rimanevano insie me. Lui la penetrava. Tra le "prove" della relazione tra la moglie e il cugino citò l'incontro alla stazione delle corriere di Olbia, nel punto di ristoro, si direbbe oggi, una squallida mescita di tale Deiana. I fatti sono noti al lettore e non li ripeteremo. Disse che Quirica aveva lanciato occhiate d'intesa a Giovanni Mannu. «Lei si accorse di qualcosa?», domandò il presidente della Corte. «Sicuramente Giuanne Mannu era stato avvisato da Quirica sul luogo dell'incontro. Non poteva essere una coincidenza», disse. «Ci dica che cosa accadde». «Si sunu mirados», rispose.

In quello sguardo furtivo era nascosto il tradimento. «Non siamo mai stati in quel posto», ripetè in aula, stizzito, Francesco Manca. «Giuanne Bazzu era geloso non solo degli uomini, ma anche delle donne. Non voleva che Quirica avesse delle amiche». «Ma lei non si preoccupò del fatto che un marito violento

potesse maltrattare sua figlia?», chiese il presidente Angioni. «Domandai a Quirica alcune volte: 'Tuo marito ti tratta bene?'

Mi rispose: 'Non mi tratta male'».

«Eppure i vicini di casa vi informarono delle botte che Giuanne Bazzu dava alla donna», fece il presidente. «Mia figlia smentì. Ammise i litigi, anche furiosi, ma non le botte. Le chiesi di ritornare a Schifane. Mi rispose: 'L'ho sposato,

vivrò con lui'». Giuanne Bazzu, nei periodi di tranquillità, era anche un buon uomo. Ma erano periodi brevi, intervallati da una gelosia sempre più profonda e delirante.

Riferì alla Corte delle continue provocazioni da parte della moglie, delle frasi scurrili, dei gestacci. Cose improbabili, ma che la mente malata decodificava così. «Mi diceva: 'Di che cosa hai paura, ne avanza anche per te'. E

mi indicava le sue parti intime. 'Babbalucco, stai tranquillo, se

entra la tua non entra la sua', riferendosi all'amante». Si riferiva alla vulva e al pene, ritenne opportuno precisare, a verbale, il brigadiere a cavallo di Alà. «Non pensò di separarsi, di mandare a monte il matrimonio?», domandò il presidente. «Ci pensai», rispose Giuanne Bazzu, «e lo comunicai ai geni lori di Quirica. Lui, il padre, allora venne a trovarmi. Io lavoravo in un cantiere forestale, tra Berchiddeddu e Mamusi. Il caporale del cantiere è testimone. Contattai una persona che era interessata ad acquistare un mio terreno, perché volevo liquidare

mia moglie con le giuste spettanze. Ma il padre di Quirica mi minacciò che, se avessi abbandonato mia moglie, ci sarebbero state conseguenze, come la legge prevede». La testimonianza di Giuanne filava liscia. Non si poteva dire che fosse fuori di testa. Ma nella circostanza esaminata dalla Corte la situazione era diversa. Giuanne era di umore pessimo. Aveva litigato col cugino e si diceva che erano volate parole grosse, al punto che il cugino aveva chiesto protezione ai carabinieri. Il brigadiere Mura aveva convocato Giuanne Bazzu, che aveva smentito la circostanza. «Non l'ho minacciato; l'ho solo invitato a lasciare in pace mia moglie», aveva risposto Giuanne Minore. Sembrava remissivo, anzi sottomesso. Improvvisamente, si era confidato con il brigadiere. «Mia moglie mi tradisce con mio cugino», gli aveva detto. «La mia vita è un tormento».

Il brigadiere lo aveva lasciato parlare, convinto che lo sfogo

gli facesse bene. Gli mise la mano sulla spalla:

«Stia tranquillo, si troverà una soluzione», Io aveva incoraggiato. «Ne parli col parroco, che è persona a modo. Lo aiuterà». Non l'aveva preso troppo sul serio. Si era accorto, il brigadiere, che a Giuanne Minore mancava qualche rotella.

Aveva una percezione della realtà perlomeno impropria e, come accade nei malati di mente, una consequenzialità logica quasi inoppugnabile. Il brigadiere disse a Lorenzo Bo che forse era meglio rivolgersi a uno specialista.

E Lorenzo ne aveva parlato a Mario Bazzu.

«Tuo fratello», disse, «non c'è più con la testa. Facciamolo chiudere in manicomio». «Non era una brutta idea», disse il dottor Angioni che amministrava la giustizia applicando le regole del buon padre di

famiglia. «Sarebbe stata una vergogna per la famiglia», disse Mario Bazzu. Così, per la vergogna di dover riconoscere che c'era un matto

in famiglia, pur con più di un motivo per giustificare quella malattia, in primis la guerra, si prese la decisione di non prendere alcuna decisione. «Giuanne mi sembrò molto ragionevole», disse Mario Bazzu alla Corte. «Gli dissi che certi suoi comportamenti non erano da persona sensata. La moglie non lo tradiva. Non c'era niente di male se salutava chi incontrava per strada o se, di tanto in tanto,

si occupava dei bambini di Giuanne Mannu. Mi rispose: A me

vengono certe idee in testa…'». Anche davanti alla Corte, Giuanne Bazzu sembrò in sé, rispondendo a tono. Ma si capiva che la mente gli ribolliva. «Sarà per le bombe», disse il presidente. Fu sentito, tra i testimoni, anche un certo Domenico Fresu,

che lo aveva avuto, nel 1936, alle proprie dipendenze come salariato fisso. Giuanne aveva allora diciannove anni. «A quell'età, di solito, i giovani hanno strane idee per la testa, invece Giuanne era un ragazzo serio. Con me si è comportato sempre bene». «Chiedo alla Corte di sentire anche Gavino Mulas, il maestro

di Sa Costanza», disse il difensore, l'avvocato Dino Milia.

Gavino Mulas era un'istituzione. Ancora oggi gli anziani ne parlano con rispetto. Maestro di scuola e di vita. Giuanne era stato suo alunno nei due anni in cui aveva frequentato la scuola. Poi aveva perso i genitori e si era dovuto rimboccare le maniche. Ma la Corte respinse la richiesta. Non era il passato che interessava alla giustizia, ma il presente fortemente contrassegnato da una infermità mentale che sarebbe stato necessario misurare, affidandola agli specialisti.

Perciò la Corte sospese i lavori e trasmise gli atti al giudice istruttore perché provvedesse a far sottoporre l'imputato a perizia psichiatrica. Ormai la vicenda giudiziaria si giocava soprattutto sul profilo mentale di Giuanne Bazzu, ex paracadutista della "Nembo", folle di gelosia per la moglie Quirica. «Quella gran puttana», disse congedandosi dall'aula. Il giudice istruttore lo mandò al manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino per gli accertamenti del caso.

11.

«In aula sono frastornato»

A processo iniziato, Giuanne Bazzu domandò al direttore del

carcere se qualcuno poteva assisterlo in un'incombenza superiore alle sue forze. «Voglio scrivere come sono andate le cose. In aula sono frastornato: la gente, l'incalzare delle domande del pubblico

ministero e della parte civile. La testa mi ronza. In cella sono più tranquillo».

Il direttore ne parlò con un detenuto che sapeva scrivere

perché aveva un buon titolo di studio. Era uno che si occupavo della biblioteca e collaborava negli uffici, come fanno i detenuti

che possono essere utili all'amministrazione carceraria. Quello acconsentì. Dopo qualche giorno, Giuanne consegnò all'avvocato di fiducia, Dino Milia, un lungo memoriale, che fu giudicato esempio di grande lucidità difensiva. Un documento che riportiamo integralmente.

È la storia vista dall'imputato, che è una storia già nota ai

nostri lettori. Giuanne giustifica le ragioni di quel drammatico

epilogo, nel continuo intreccio tra realtà e immaginazione dal quale il malato di mente è capace di trarre una versione logica della vicenda. La storia vista da lui, insomma. Giuanne Bazzu aveva una personalità complessa che la moderna psichiatria avrebbe potuto meglio approfondire. Sopravvivevano in lui alcuni valori fondamentali della società civile, come il lavoro e il senso del dovere.

Il memoriale è un susseguirsi di fatti in parte indiscutibili, che parlano degli ultimi due anni di vita, dalla conoscenza di Quirica alla sua uccisione. Un percorso costellato di personaggi, a suffragio della tesi che la ragazza non era onesta sotto il profilo morale, ma si comportava come una donna di strada capace di concedersi facilmente al primo venuto. Il tono esasperato del rapporto sentimentale soffriva dell'ossessione del tradimento, secondo comportamenti che sono frequenti nel disturbo mentale. In questa realtà immaginaria aveva finito per vivere la maggior parte delle situazioni, delle pulsioni sentimentali, delle relazioni sociali. Era sufficiente che, incontrando una persona, Quirica sorridesse perché Giuanne Bazzu leggesse l'intenzione di tradirlo. In quel periodo Quirica stava affrontando la prima gravidanza. Giuanne riteneva di essere oggetto di scherno da parte della moglie, dell'amante e delle persone che di volta in volta si trovavano in qualche modo coinvolte nella storia. In quella sua perenne incertezza era facile da convincere, timoroso del giudizio degli altri, ma testardo a riproporre i leit motiv della sua tempestosa personalità. Nel memoriale non c'è finzione, ma solo qualche artifizio. Giuanne Bazzu non inventava le situazioni; le viveva realmente, dava corpo alle ombre semplicemente perché le ombre, appena apparivano, diventavano velocemente un tutt'uno con la realtà. La lettura del memoriale aiuta a comprendere la personalità dell'autore dell'eccidio di Sa Castanza. Naturalmente molte circostanze furono puntualmente smentite dagli interessati. Le indagini dei carabinieri accertarono, inoltre, che Quirica si era sempre comportata come una brava moglie, riservata e solerte; che non aveva avuto alcuna intimità con Giuanne Mannu. Un comportamento irreprensibile, il suo, confermato dagli abitanti

delle frazioni, senza alcuna eccezione. La lucidità del racconto del memoriale contrasta anche con la sindrome di Ganser (psicosi carceraria), che esamineremo in seguito. E conferma una infermità di mente che è stata probabilmente sottovalutata dagli specialisti.

12.

Il memoriale

Sassari, 24 maggio 1955

Egregio Avvocato Dino Milia Sassari.

Le invio questo memoriale affinché Lei possa fare tutte le

indagini tramite l'autorità Giudiziaria. Poiché i testimoni non vogliono dire la verità, sono venuto nella determinazione di scrivere minuziosamente ogni cosa di come sono avvenuti i fatti, oltre ai testimoni già sentiti, che dovrebbero deporre di altre

circostanze, rileverà da questo mio scritto che ve ne sono degli altri da sentire, sia pure al momento della causa. Inoltre rileverà sia Lei che la Giustizia che quanto ho scritto è la verità, al momento opportuno perciò qualche d'uno anche di quelli che hanno deposto, finiranno per ammettere tutte le accuse che io ho fatto.

Nel febbraio del 1952 mentre lavoravo il regione Sa Costanza,

in compagnia di una mia parente Satta Pietrina di Pietro è

venuto a trovarmi un mio parente Bo Lorenzo. La visita è stata breve. Mi disse soltanto che aveva delle cose urgenti da comunicarmi e perciò mi pregò di recarmi a casa sua, cosa che ho fatto la sera stessa.

Mi fece presente che la notizia era di mio gradimento e perciò

dovevo obbedire alla sua proposta.

Mi disse che la figlia maggiore di nome Carmela aveva

partorito e che la sera stessa dovevano celebrare il battesimo, In tale occasione, soggiunse il Bo, era venuta presso la figlia Carmela una bella ragazza di nome Quirica, di anni diciannove per aiutarla nelle faccende di casa.

Mi fece proposta di matrimonio con quest'ultima, assicurandomi anche che lui avrebbe pensato per convincerla. Non ho mancato di fare le mie obbiezioni a tale proposta, sia perché ancora non conoscevo la donna e anche perché era molto giovane. Il Bo Lorenzo ha insistito, pregandomi di partecipare al battesimo, giacché era l'occasione giusta per conoscere la ragazza. Durante la cerimonia mi è stata presentata e dopo un po', tanto il Bo Lorenzo quanto il Maludrottu Giovanni (genero di Bo) mi chiesero se la ragazza fosse di mio gradimento, per il resto avrebbero pensato tutto loro. Ho finito per accettare e tutti d'accordo, la ragazza compresa, si fece promessa di matrimonio. Questi ultimi mi hanno subito pregato di recarmi a S.Teodoro dai genitori della Quirica e cosi presente Bo Lorenzo, Maludrottu Giovanni ed i genitori compresa la ragazza, oltre di rinnovare la promessa di matrimonio e di celebrare il fidanzamento dopo una quindicina di giorni. I genitori, però, sopra tutto la mamma, insisteva che si fossero subito celebrate le nozze e che per nessuna ragione si doveva andare oltre il mese di settembre. La mamma mi fece anche presente di non ascoltare le malelingue del paese e cioè delle chiacchiere che avrebbero potuto fare nei confronti della figlia e se qualche lettera anonima ricevevo, di non prenderla in considerazione, anche Maludrottu Giovanni non mancò d'intervenire a questo riguardo dicendomi, se qualche lettera la ricevi, falla subito (a) pezzi senza neanche leggerla. Si rimase d'accordo nel celebrare le nozze nel settembre dello stesso anno, però malgrado la mia buona volontà, per la scarsità del raccolto, le ho dovute rimandare alla primavera dell'anno seguente. La ragazza non era contenta per aver trasferito le nozze, ho

notato non poco il suo turbamento, ed in un momento d'ira mi disse che mi sarei pentito per aver spostato la data delle nozze, soltanto dopo averle fatto capire che ero pronto a rompere ogni relazione, piuttosto di accettare tali condizioni, non fece più obbiezioni. Nel mese di gennaio del 1955 [leggasi 1953] ho notato un forte deperimento della ragazza, nel mese di febbraio successivo

mi sono accorto di un leggero aumento della pancia della

Quirica.

Chieste le spiegazioni di tutti questi particolari, si giustificò

che era colpita da malaria.

Mi sono subito premurato di farla visitare da un medico di

Olbia, ma non ha accettato il mio invito, scusandosi che era una

cosa da niente e se mai l'avrebbe fatto in seguito. Dopo un po' di tempo sono ritornato a S. Teodoro e ho notato con mia sorpresa

che la pancia era completamente diminuita.

In presenza della mamma ho contestato alla Quirica tale

circostanza, mentre quest'ultima si fece una risata, la mamma sosteneva che era una cosa da niente e che tutto era andato bene, soggiunse che si trattava di un semplice gonfiamento di pancia e che ringraziando il Signore era sparito senza l'intervento del medico. Tutto questo l'ho fatto presente anche a Bo Lorenzo, anche lui non mancò di persuadermi che era una cosa da niente. L'unica preoccupazione della madre era di sposarci subito, tutte le volte che mi recavo da loro, non mancava di farmi la solita raccomandazione.

Mi è stato confidato dalla mamma che la figlia continuamente

si allontanava di casa per delle giornate intere e che voleva togliersi tale responsabilità, per le chiacchiere della gente. Anche il Padre era di questo parere, anziché chiamarla per nome, le diceva "Mala idea".

In una delle mie visite a S. Teodoro sono stato fermato da un

giovanotto che non conosco il nome, so semplicemente che è un loro parente. Mi chiese se era vero che dovevo sposare la Quirica, senza neanche rispondere mi disse di aprire gli occhi e

soggiunse con queste testuali parole: bada che Quirica sta camminando in una brutta strada e da un pezzo sta facendo la

puttana. Diglielo pure e così immaginerà che sono io. Dille pure che tra lei e un certo Antonio Sanna vi è una relazione intima e che è di dominio pubblico a S.Teodoro. Il giorno stesso ho fatto presente tutto questo alla Quirica e dopo avermi negato ogni cosa, mi ha pregato di non farne paio la col padre, giacché poteva da un momento all'altro mandai la via di casa. Ho fatto presente alla Quirica che non era mia abitudine fare degli scandali, però con mio rincrescimento ero costretto a rompere immediatamente ogni relazione e che ognuno di noi doveva andare per la sua strada.

I genitori e il Bo Lorenzo venuti a conoscenza che era

inevitabile una rottura fra io e la Quirica, non solo rinnovarono e fecero pressioni per convincermi, ma si recarono dal Parroco di Berchiddeddu, affinché facesse opera di persuasione e che senz'altro avesse iniziato i documenti per le nozze.

A mezzo di un certo Raimondo Caria il Parroco mi mandò un

biglietto invitandomi a presentarmi da lui, per una comunicazione urgente. Mi sono recato subito dal parroco ed oltre a pregarmi di sposare la ragazza come da accordi presi col

suo compare Bo Lorenzo, mi convinse di scrivere una lettera a mio fratello a Buddusò per preparare i documenti per le nozze e così ho fatto. Pentito di aver scritto a mio fratello di quanto mi aveva raccomandato il Parroco, scrissi ancora un'altra lettera a mio fratello a Buddusò, dicendogli che avevo nuovamente cambiato idea e non volevo più sentire della ragazza.

Venuto a conoscenza di tutto il Bo Lorenzo, si recò subito da me per protestare che avevo mancato di parola e che se facevo questo, cioè di non sposare la ragazza, sarebbero stati dei guai per me. In ultimo ha fatto ogni tentativo alle buone, e mi disse che se la Quirica da signorina avrebbe condotto una vita poco onesta, quando sarebbe stata sposata non l'avrebbe fatto più. Mi sono recato in casa di una mia cugina, Teresa Bazzu, e 106 oltre di averle fatto tutte le confidenze di quanto stava per accadere, ho chiesto da lei dei consigli. Mi disse mia cugina di essere al corrente di ogni cosa ed oltre di avermi rimproverato che mi stavo impegolando. Mi chiese il perché non mi ero mai informato da lei che mi avrebbe messo in una buona strada. Mi disse anche di lasciar perdere tutto e di recarmi subito a San Teodoro per ritirarmi i miei indumenti personali. L'indomani stesso mi sono recato a S.Teodoro per ritirare gli indumenti senza far capire a loro le mie intenzioni. L'indomani mattina prima della partenza e dopo che il padre era uscito per andare al lavoro, la ragazza mi chiamò nella sua camera da letto e mentre eravamo soli, mi si buttò nelle braccia dicendomi di fare di lei tutto ciò che volevo. Mentre eravamo in dolce colloquio si presentò la mamma e fece la fìnta di dare uno schiaffo alla figlia, senza che questo avvenne, e tutto è finito pacificamente. Feci capire alla ragazza in che condizioni si trovava, non solo era già sverginata, ma che poteva avere abortito da poco tempo. Sono rientrato a Berchiddeddu col proposito di non volere più sentire sia di lei che dei familiari. Mi sono incontrato con Bo Lorenzo e l'ho messo al corrente di tutto, però sia col suo intervento che con quello di Maludrottu Giovanni ed il padre della ragazza, dopo un lungo colloquio e di tante insistenze, mi convinsero a desistere e così presi di nuovo impegno per le prossime nozze.

Nei primi di giugno mi sono recato a S.Teodoro per prendere

accordi sia con lei che con la famiglia e stabilire il giorno delle nozze, mentre sono entrato in casa della ragazza ho trovato tutta

la famiglia che si riposava nella cucina, chi per terra e chi sopra

qualche tavolo. Il Padre si è premurato di chiamare la figlia che è uscita dalla camera da letto molto confusa e pallida. Ho chiesto

a Quirica che avevo necessità di coricarmi giacché ero molto

sudato, mi rispose di attendere perché doveva entrare in camera, sono entrato anch'io appresso nella camera da letto e con mia grande sorpresa ho trovato un uomo coricato nel suo letto. Chiesi cosa facesse tale individuo e mi rispose che era un suo parente e che le aveva regalato un vestito, perché era un rivenditore ambulante. Al mio rientro a Berchiddeddu ho fatto presente questo episodio a Bo Lorenzo, per un attimo rimase titubante, poi mi disse che l'unica cosa che potevo fare era quella di sposare subito, così finiva ogni cosa e tutto ritornava normale. Non ascoltai i consigli di Lorenzo Bo e feci un telegramma a Quirica e famiglia dicendo che non intendevo sposarla e perciò che non mi avessero atteso per il giorno stabilito alle nozze. In seguito a questo mio rifiuto, l'indomani stesso sono venuti a casa mia Bazzu (Bacciu) Salvatore e la moglie Mureddu Caterina, venne pure Lorenzo Bo, e fu lui il primo ad incominciare il discorso, rimproverandomi il perché ancora non avevo preparato i documenti e che assolutamente dovevo partire per le nozze, minacciandomi che se mancavo all'impegno preso la pagavo cara, con tutte le furie se ne andò facendomi presente di non andare più a casa sua se no sarebbero stati guai. Intervenne a questo punto Salvatore Bazzu (Bacciu) con la moglie, facendo presente sia al Bo che a me, che ogni cosa si sarebbe risolta con la calma e che tutto si sarebbe messo a posto. Dopo tante insistenze e promesse sono riusciti a convincermi di

rinnovare la promessa di matrimonio. Ho accettato a condizione che la Quirica avesse giurato della sua fedeltà dopo sposata, giuramento che doveva avvenire nella chiesa di San Paolo di Monti in presenza di Lorenzo Bo e Maludrottu Giovanni, mi strinsero la mano che avrebbero aderito, però niente si è fatto di tutto questo. Si rimase d'accordo di sposare l'indomani; mia cugina Maludrottu Caterina mi chiese se mi mancava qualche cosa e le risposi che avevo bisogno soltanto della carne. A questo punto intervenne Bo Lorenzo dicendo che per la carne ci pensava lui, che mi avrebbe dato una pecora da scomputare dal pascolo che gli avevo dato in affitto. Tutti insieme ci siamo recati per ritirare il telegramma che trovavasi nelle mani dell'Ufficiale Postale e subito dopo siamo partiti per S. Teodoro. Il 30 giugno del 1953 si sono celebrate le nozze e ci siamo stabiliti a casa nostra a Berchiddeddu (Su Trainu Moltu). Non ho fatto mancare niente a mia moglie durante il periodo che siamo stati insieme. Dopo alcuni giorni di matrimonio, poiché io ero occupato nella mietitura, piegai mia moglie di recarsi ad irrigare un orticello nelle prime ore del mattino e consentì a tale lavoro con piacere. Anziché rientrare subito dopo l'irrigazione, se ne stava tutto il giorno sino all'imbrunire, e molte volte ritornavo prima io dal lavoro che lei. Le chiesi spiegazioni per questo riguardo e mi rispose ridendo che ci voleva tutto il giorno per tale lavoro. Giorni a dietro mentre andavo alla mietitura venne a trovarmi sul posto certa Mazzu Maria Rita di Bachisio, mi disse che aveva notato la presenza di un uomo a casa mia, certo Bazzu Giovanni, che aveva sentito anche dei rumori di letto provenienti dalla camera. Mi sono recato subito a casa, posso però affermare di non aver trovato né visto nessuno, penso che poteva essersi dileguato prima del mio arrivo.

Ho contestato tale particolare a mia moglie, però con la solita risata negò e si protestò innocente. Altro giorno, mentre trasportavo i covoni di grano alla trebbia sono stato costretto ad entrare in casa di Bazzu Giovanni per bere un po' d'acqua. Trovai da sola la figlia, Bazzu Carmela e da questa mi feci dare l'acqua. La bambina mi chiese di mia moglie, mi disse anche che si recava a casa loro con frequenza con le seguenti frasi: Tia Chirighedda a domo ch'enit meda. Chiestole alla bambina cosa

venisse a fare, mi rispose che faceva ingresso dalla parte opposta e che il padre mandava fuori la bambina con la scusa di giocare e si chiudevano dentro da soli. Invitai la bambina di seguirmi e mi recai con lei nella casa di Lorenzo Bo. Feci ripetere alla bambina quanto aveva detto, però mentre raccontava i particolari venne interrotta da Lorenzo Bo e dalla moglie con minacce e bestemmie. La bambina intuì, si mise

a piangere presa dalla paura e non volle dire più niente.

Contestai anche questa circostanza a mia moglie che negò decisamente come era solito. Mi recai immediatamente a Buddusò da mio fratello per informarlo di quanto stava accadendo nei miei confronti ed anche per avere da lui dei consigli per evitare che si dovessero ripetere simili cose. Al mio ritorno da Buddusò le cose continuarono al solito, fu allora che mi decisi di pedinare mia moglie. Feci presente in casa a mia moglie che dovevo nuovamente recarmi a Buddusò e che sarei ritornato l'indomani. Anziché partire sono rimasto tutto il giorno nascosto nelle vicinanze di casa perché nulla mi sfuggisse dei movimenti di mia

moglie. Verso l'imbrunire ho visto entrare in casa mia la sagoma

di un uomo, riconosciuto pienamente da me per mio cugino

Bazzu Giovanni. Mentre mi avvicinavo a casa per farvi l'irruzione, saltando il muro della vigna attigua, scivolai facendo

dei rumori; mi dovetti fermare per paura di essere visto da certa Leoni Maria che passava proprio in quel momento nella strada, proprio in quel momento vidi uscire di casa di corsa mio cugino Bazzu Giovanni. Ho tentato di seguirlo ma non lo potei raggiungere a causa della distanza, soltanto gli intimai il fermo ad alta voce e subito si dileguò. Sono entrato in casa ed ho inveito con mia moglie rimproverando che non era altro che una vigliacca e traditora. Poiché mia moglie non ha potuto negare quanto le ho nuovamente contestato. Mi pregò di perdonarla e che mai più sarebbe capitato niente. Nel settembre del 1953 mentre lavoravo all'estrazione del cisto si presentò da me certo Bazzu Antonio Maria fu Giovanni Maria. Mi disse che aveva da farmi alcune confidenze a condizione che avessi giurato che in qualsiasi circostanze non avrei fatto mai il suo nome. Mi fece presente che mia moglie tutte le volte che si recava all'orto si incontrava in mezzo al bosco con mio cugino Bazzu Giovanni, stavano delle ore insieme in dolce colloquio e che potevo sorprenderli quando volevo. L'indomani stesso ho fatto finta di andare al lavoro invece sono stato tutto il giorno in agguato pedinandoli e nulla ho potuto notare. Quando sono entrato in casa mia moglie mi ha chiesto dove avevo trascorso la giornata dicendo: Dov'eri Babalucu? Tanto il boccone è già mangiato, Lo so che al lavoro non c'eri, tanto per questa volta le corna non ti escono. Spesse volte mio cugino passando per strada mi faceva le corna, anche in presenza di mia moglie e della sorella Tomasina. Nel febbraio del 1954 venne il padre di mia moglie a Berchiddeddu (Su Trainu Moltu) pregando di condurre Quirica a

S.Teodoro per sgravarsi, giacché presso i familiari poteva essere più attesa in tale circostanza. Ho accettato tale proposta con molto piacere e l'indomani lesso accompagnai mia moglie dai suoi col padre presente.

Ci siamo fermati ad Olbia per prendere la coincidenza e in

attesa dell'auto abbiamo sostato nell'esercizio pubblico e cioè un

rivendita di vino e liquori di certo Deiana. In quel momento si presentò nell'esercizio Bazzu Giovanni, si mise subito a fare delle smorfie ed il solito gesto delle corna. Tale gesto è stato anche notato dal padrone dell'esercizio (Deiana). Ho fatto fìnta di non vederlo, soprattutto per evitare uno scandalo, finché non siamo partiti con la corriera. L'indomani stesso rientrai da S.Teodoro, subito incontrai mio

cugino e gli chiesi spiegazioni di tali gesti e smorfie, invitandolo a non avvicinare più per nessuna ragione mia moglie, rimproverandolo che non mi aspettavo da un cugino simili cose, e che se continuava in tale proposito sarebbero stati guai per lui. Istigato da Bo Lorenzo si è recato dai Carabinieri per denunciarmi e venni chiamato dal Brigadiere, che dopo avermi contestato l'accusa che mi fece mio cugino, informai il brigadiere

di quanto era accaduto e stava accadendo. Nel mese di febbraio del 1954 mia moglie mi scrisse una

lettera da S. Teodoro diffidandomi di non tornare da lei mai più,

di non ritornare più a S.Teodoro anche se fossi stato chiamato

dai genitori di lei. Mi scrisse anche che si vergognava di dare il

mio nome al Bambino e che m'aveva sposato per errore. Ho fatto vedere la lettera oltre a mio fratello, anche a Maludrottu Giovanni, Bazzu Giovanna Maria, Manca Francesco e Bazzu Mario.

In seguito ho ricevuto un telegramma dal padre, pregandomi

che mi fossi recato subito a S.Teodoro perché Quirica si sentiva poco bene.

Ho preso in considerazione la lettera pervenutami ed ho

rinunziato all'invito. Subito dopo venne il padre a trovarmi nel Cantiere di lavoro tra Berchiddeddu e Mamusi come ha potuto notare il caporale del

Cantiere.

Mi fece subito presente che mia moglie aveva avuto un

bambino e si trovava all'ospedale di Sassari. Mi rimproverò per non esser andato a San Teodoro e rimase male quando gli dissi quanto aveva scritto la figlia. Mi propose

di aiutarlo nelle spese dell'ospedale, gli risposi che non intendevo aderire a tale richiesta e che quanto prima avrei chiesto la separazione legale. Venne a trovarmi subito in compagnia di Maludrottu Giovanni e fecero pressioni su di me, perché andassi per riportare la figlia. Fu allora che insistetti per la separazione e che avrei venduto un po' di patrimonio per dare a mia moglie una forte somma, pur di farla finita una volta per sempre. Mio suocero rinnovò le sue richieste con certo Chessa Salvatore fu Sebastiano e convinto che sul posto si sarebbe definita la separazione sono partito per S.Teodoro. Vi è stato un lungo ed animato colloquio con i genitori presente anche altre persone che non conosco. A nulla valsero tutte le mie proteste, circondato dai familiari ed estranei, il padre mi convinse facendomi ancora notare che la figlia l'avevo sposata e che dovevo stare insieme per evitare tutte le conseguenze di legge. Ancora una volta perdonai mia moglie e la portai con me a casa in compagnia di mia cognata Manca Tomasina.

Per un certo periodo tutto andò bene, io andavo al mio lavoro

e lei alle faccende di casa. Il 20 maggio 1954 ho lasciato il lavoro per recarmi a casa per farmi la barba. Mentre passavo in regione Su carru, lontano dal sentiero e in mezzo al bosco, vidi mia moglie in dolce compagnia

col suo amante Bazzu Giovanni, mentre quest'ultimo si diede alla fuga dileguandosi per la campagna, mia moglie rimase sul posto confusa ed impallidita senza dire parola. Invitai subito mia moglie a recarsi a casa, prendersi le sue cose e andarsene a casa dei genitori ed io me ne andai al mio lavoro. L'indomani giorno 21 mi sono recato a casa per prendermi la chiave della porta e delle provviste. Ho trovato mia moglie ancora a casa con la sorella. Non ho rivolto a loro alcuna parola e dopo prese le provviste mi sono avviato nuovamente al lavoro. L'indomani mattina giunse dove stavo lavorando mia moglie con la sorella. Senza rivolgermi parola si adoperarono per aiutarmi. Verso le due ci siamo messi a mangiare ed abbiamo consumato quanto loro avevano portato da casa. Finito di mangiare senza fare parola alcuna mi sono allontanato in mezzo ai cespugli per riposarmi. Poco dopo si avvicinò mia moglie chiedendomi se mi erano uscite le corna. Mi disse anche che di lei ne rimaneva anche per

me e che quando vi era la mia dentro non vi poteva stare un'altra. La invitai di allontanarsi e di lasciarmi in pace, mi rispose che sarebbe stata lì per farmi crepare. Invitai ancora una volta mia moglie ad andarsene e di rientrare a casa, però col solito sorriso mi disse ancora che le corna non mi potevano uscire come la capra. Non ci vidi più, preso dall'ira diedi un colpi di rastrello a mia moglie; la Tomasina si mise a gridare malgrado la invitavo di smetterla e senza riflettere diedi un colpo anche a lei, ma non

per volerla uccidere.

Mi sono recato in regione Sos Rios e ho trovato mio cugino in

compagnia di Chessa Stefano e gli dissi le seguenti parole:

eccomi davanti a te, mi hai preso l'onore puoi prendermi la vita.

Mi disse che avevo fatto male a presentarmi davanti a lui.

Durante la colluttazione è venuto più volte in sua difesa il

Chessa che invitai a desistere di dargli aiuto. Dopo averlo colpito io sono andato per la mia strada e il Chessa per la sua. Mi sono allontanato pensando a come era venuto il mio destino e che non avevo altra vendetta da fare all'infuori di quanto è accaduto. Giunto al cimitero ho tentato di porre fine ai miei giorni, invocando il perdono di Dio per quel che avevo fatto. Sono stato sempre un onesto lavoratore e durante la mia vita sono stato sempre ben voluto da tutti. Bazzu Giovanni Sassari, 27.5.1955 P.S. Nel settembre del 1953 Lorenzo Bo inviò da me un certo Nieddu Francesco per dirmi se intendevo perdonarlo che sarebbe venuto da me ad inginocchiarsi e chiedermi perdono per tutto quello che m'aveva fatto fare e mi garantiva che a Quirica ci avrei) be pensato lui a farla andare male per tutto quello che mi aveva fat to e stava facendo. Nell'ottobre del 1953 il Bazzu Giovanni disse in casa di Bazzu Salvatore presente Nieddu Domenico, Bazzu Mario, Nieddu Giuseppe, che la donna che io stavo sposando non era altro che una donna da strada. Il compratore di un bene che intendevo vendere per dare quanto spettava a mia moglie Quirica per la separazione era Chessa Giuseppe Antonio nativo da Pedru Gaias. B.G.

13.

La perizia psichiatrica

Il manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino era considerato l'anticamera di quello criminale. Il destino della maggior parte degli ospiti era segnato. Il soggiorno a Montelupo durava alcuni mesi, il tempo necessario per l'osservazione del malato e la sua diagnosi. Chi vi entrava sano, spesso usciva matto. La pazzia era sempre in agguato. Molti detenuti in attesa di giudizio presentavano la sindrome

di Ganser. Questa sindrome consiste nella simulazione della

pazzia a scopo di trarne beneficio davanti alla giustizia. Infatti,

se un pazzo non è ritenuto responsabile delle proprie azioni

criminali, l'entità della pena può essere ridotta. Gli psichiatri non sono d'accordo sull'origine della sindrome, se si t ratti di un atteggiamento cosciente, cioè espressamente voluto dal detenuto, o generato dall'inconscio e di tipo protettivo. In numerosi casi, scrive la patologia psichiatrica forense, chi gioca a

fare il matto, matto ci diventa. Anche Giuanne Bazzu manifestò i sintomi della sindrome di Ganser. Giocò a fare il matto o era proprio matto? La perizia fu affidata ad un collegio di medici composto dal direttore del manicomio giudiziario di Montelupo, il dottor Pasquale Coppola, e dal suo assistente, il dottor Francesco Coppola, suo figlio. Quel lavoro era una tradizione di famiglia. Disse subito che Giuanne Bazzu era un frenastenico, termine cancellato dalla psichiatria moderna, che rifiuta la diagnosi delle malattie della mente basata su indagini empiriche. Per frenastenia si intendeva una deficienza originaria, a

carattere ereditario, dello sviluppo mentale. Il frenastenico era un idiota. Il sintomo più evidente era uno sviluppo asimmetrico del cranio. Il dottor Coppola, eminente studioso della follia criminale, era uno psichiatra del suo tempo, seguace di Lombroso, il grande studioso dell'Ottocento che ricavava dall'aspetto fisico del malato la sua patologia mentale. Si tratta, scrivevano i manuali del tempo, di una psichiatria diagnostica definita di tipo biologico e costituzionale secondo la vecchia concezione che ricavava dalla forma del cranio l'insorgenza e, in generale, la predisposizione per le malattie della psiche. Il cranio veniva misurato accuratamente, secondo paradigmi di riferimento. Un cranio con limitato sviluppo della fronte rispetto alla nuca era associato, secondo quella scuola, caduta rapidamente in disuso, a una diagnosi di insufficienza mentale da danno organico. La patologia era attribuita a un danno organico e, in più, genetico. Giuanne Bazzu era frenastenico per il semplice motivo che aveva un cranio al di fuori della forma prevista dal canone medico–scientifico: aveva l'osso occipitale più sviluppato del frontale manifestando, per tale motivo, una propensione a delinquere. A distanza di mezzo secolo quella perizia fa sorridere, perché la psichiatria è mutata. Ma allora quelli erano i canoni e le tendenze scientifiche. Giuanne Bazzu era, dunque, per la scienza di allora, un idiota per il semplice motivo che le misure del cranio non coincidevano con lo standard proposto dagli studiosi. Aveva semplicemente il cranio imperfetto. Nessuna colpa gli era imputabile, perché secondo quella teoria idioti si nasce. Per di più nella sua esistenza si erano verificati eventi che potevano mettere a dura prova gli equilibri psichici. Avevano inciso i rapidi cambiamenti: dalla tranquillità dei campi al

servizio militare; il servizio militare, con la cruenta appendice della guerra. Anche il matrimonio aveva rappresentato uno choc, modificando le sue abitudini. Queste circostanze avevano profondamente modificato il suo stile di vita caricandolo di responsabilità. La letteratura sulle patologie della mente indica nel servizio militare una delle cause dirompenti. L'esasperazione della disciplina e del senso del dovere spesso svolgevano un'azione scatenante in persone la cui esistenza era stata abbastanza autonoma rispetto alle istituzioni e alle gerarchie. Nella sua esistenza Giuanne Bazzu aveva preso ordini solo da chi gli pagava la giornata di lavoro; ma non erano ordini perentori perché il lavoro dei campi è spesso affidato al buon senso e all'esperienza di chi lo esegue. L'efficienza del contadino non si misurava con i risultati immediati, ma attraverso il risultato finale rappresentato dal raccolto. Senza contare che qualunque lavoro agricolo ha una componente di fatalismo. La pioggia troppo copiosa e la siccità, ad esempio, sono elementi decisivi, al di fuori della portata dell'uomo. «Finché la vita non è stata troppo esigente con lui», si legge nella perizia del dottor Coppola, «il problema non si è posto. Non c'era bisogno di impiegare molte energie per governare un'esistenza umile e modesta. Ma quando la vita ha preteso di più, dall'esperienza, come paracadutista della Divisione Nembo, agli episodi bellici e, in seguito, al matrimonio, quell'equilibrio si è rotto». Rispetto alla vita quotidiana, ai suoi ritmi e ai suoi interessi, la guerra è una cosa totalmente diversa, psicologicamente devastante. C'è una componente di paura ed una legata al livello di competizione con il nemico. Vera o no che fosse la partecipazione ad azioni particolarmente cruente – al riguardo Giuanne Bazzu aveva sempre dato scarse indicazioni, per meglio

ricostruire quei momenti – anche il 1944 era stato un anno difficile per le forze armate, ormai allo sbando. Tutto ciò contribuì a creare disturbi mentali che si erano manifestati, saltuariamente, dopo il ritorno alla vita normale. Per quale motivo la mente di Giuanne, che sentiva il richiamo dei freni inibitori, andò in corto circuito? I dottori Coppola risposero che la causa era stata «l'eccitamento subdeliroso del frenastenico» e non «il delirio paranoico». In tal caso «avrebbe sempre affermato la propria ragione». Uno sprazzo di pentimento invece ci fu, quando, resosi conto della gravità del suo comportamento, volle fare credere che intendeva suicidarsi. Ma le ferite erano superficiali. Con l'etichetta di frenastenico appiccicata addosso, Giuanne Bazzu affrontò i lunghi colloqui con il professor Coppola per dirimere la questione principale: se, mentre uccideva senza alcuna pietà la moglie infedele e l'amante, sapeva ciò che faceva oppure no. L'infedeltà di Quirica era una visione distorta della percezione della realtà. Anche il rapporto tra Quirica e il cugino, Giuanne Mannu, lo era. Capitava in lui quel che capita a chi, mettendo occhiali con lenti colorate, si meraviglia del fatto che le cose, attorno a lui, appaiono diverse. Tuttavia matto non sembrò, al termine degli esami medici condotti dal dottor Coppola. Giuanne non trasse beneficio dall'esperienza del manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino. La prospettiva non era favorevole. Lo stesso ambiente era stato concepito per annientare la personalità dell'individuo, come per eliminare qualunque incrostazione dell'animo umano e rendere più facile l'analisi. Mai nelle carte compare la parola paziente; mai si avvertiva un senso di umanità nei rapporti quotidiani. Dopo ulteriori esami clinici ed estenuanti colloqui per fare

emergere le ragioni della sua malattia, il referto finale fu che Giuanne Bazzu era parzialmente infermo di mente. Se non matto, quasi. Egli viveva, diagnosticò il medico alienista, in un perenne limbo tra lucidità e follia. Quando compì l'eccidio era cosciente di ciò che faceva, ma riteneva di essere nel giusto, perché difendeva il suo onore di marito tradito e messo alla

berlina. Poteva essere, dunque, affidato alla giustizia, perché lo giudicasse. Tutt'al più la seminfermità poteva costituire un'attenuante.

Un aspetto clinico che non confermava le teorie psichiatriche

di allora fu il persistere della sindrome di Ganser, nella quale i

detenuti, coscientemente o meno, nei primi tempi della reclusione si rifugiano nella speranza che, sembrando matti, la pena sia più mite. La pazzia è una fuga alternativa alle responsabilità.

La sindrome scompare nel tempo, soprattutto se il detenuto

viene condannato e ritiene che passare per pazzo non ne sia

valsa la pena. Giuanne Bazzu, invece, continuò a farsi credere matto, come riferiscono le cronache del processo di appello. Della sua follia non convinse la Corte, ma finì per convincere se stesso.

A giudicare dai test cui fu sottoposto nel manicomio

giudiziario, non era, a dispetto delle teorie lombrosiane, un idiota. Rispondeva a tono. Alle domande dello psichiatra dava risposte attinenti. Nel gergo medico sono dette "risposte di traverso". Spieghiamo: la risposta in sé era sbagliata ma lasciava intendere che il paziente aveva compreso il significato della domanda. I matti danno risposte insensate. Quelle di Giuanne seguivano il filo logico della mente, sedotta, per così dire, dalla pazzia. Aveva perso l'arroganza, perché aveva capito che certi atteggiamenti potevano danneggiarlo. Era disposto a cedere,

purché lo lasciassero in pace. «Perché hai ammazzato tua moglie?», gli domandò lo psichiatra. «Perché mi tradiva». «Ti sei reso conto di ciò che hai fatto?». «Ho fatto il mio dovere». «Il dovere del marito è proteggere la moglie». «Era una puttana, puttana, puttana». Rispondeva senza alzare la voce né tradire emozione. Anche il rapporto con Quirica, esaminato nell'ambito della patologia, era stato vissuto come uno stress. Giuanne Bazzu concepiva la vita familiare come un'entità chiusa, regolata da leggi severe indicate da chi produce e garantisce la sopravvivenza e non da chi consuma. Quirica, con la sua femminilità, suscitava un'inquietudine comune a chi sta per prendere moglie e compiere una scelta di vita: Giuanne Bazzu aveva visto questa realtà con gli occhiali colorati della sua mente malata. Ciò dipendeva – disse il dottor Coppola padre – anche dalla povertà culturale e dall'intelligenza modesta. Giuanne non era di ampie vedute. L'ossessione della gelosia si trasfomava in delirio. Per il dottor Coppola figlio, Giuanne Bazzu era matto a metà. Per la metà sana sarebbe stato giudicato.

14.

Il caffè del carabiniere

Quando il processo riprese, dopo la lunga sospensione per il prolungato soggiorno dell'imputato nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, Giuanne Bazzu apparve molto cambiato. In peggio. Inerte alle sollecitazioni, silenzioso, avulso dal mondo che lo circondava, sembrava interpretare sino in fondo l'infermità mentale che gli era stata solo parzialmente riconosciuta. Influì sicuramente la psicosi carceraria, che complicava il quadro clinico ed aveva aggravato le sue condizioni di salute dopo il successivo trasferimento da Montelupo alle carceri di Sassari. I difensori, che lo avevano incontrato in carcere, al ritorno a Sassari, chiesero alla Corte una nuova perizia per accertare l'incapacità totale d'intendere e di volere, che avrebbe reso irrituale il dibattimento. Giuanne Bazzu appariva disorientato, o non rispondeva, o rispondeva a vanvera. La Corte respinse l'istanza. La perizia psichiatrica fornita dai medici alienisti incaricati dal Tribunale rispondeva, secondo il presidente Angioni, ai dubbi sollevati dalla difesa. Disse di no anche alla presenza dei periti in udienza. L'8 giugno del 1956 la Corte riprese i lavori. «L'imputato ha qualcosa da dichiarare?», fu la rituale domanda del presidente. Giuanne Bazzu rimase in silenzio, fissò il soffitto. «Ha capito la domanda?», ripetè il presidente. «Mi sento male». «Conferma le dichiarazioni rese nel precedente

dibattimento?». «Viva l'Italia», rispose. «Dove sei nato: a Sassari, a Buddusò, a Berchiddeddu?». «Non posso». Fu data lettura del precedente interrogatorio. «Lo confermi?», fece il presidente. L'imputato emise un balbettio incomprensibile. «Bene, andiamo avanti», disse Carlo Angioni, chiamando i testimoni. Si trattava di confermare le deposizioni già rese, nella prima fase del processo, aggiungendo eventualmente particolari dimenticati. Tomasina si presentò, nella mitezza dei suoi sedici anni. Vestiva un abito chiaro ornato di passamaneria. Aveva un leggero tremore, conseguenza della profonda ferita al capo. «Voglio precisare che quando Quirica disse di voler tornare a casa, non fece offesa alcuna al marito. Disse soltanto che doveva accudire il figlio. A me disse, sottovoce: 'Non mi lasciare, altrimenti Giuanne mi uccide'. Era sempre spaventata per le continue scenate». «Non fu, dunque, spavalda né schernì il marito?», chiese il presidente. «Mia sorella era una donna semplice, ma educata e onesta. Sarebbe stata una buona moglie», rispose con voce che tremava per la commozione. Il ricordo di quel delitto era ancora troppo doloroso. Fu la volta di Teresa Bazzu, sorella di Giuanne Mannu, l'altra vittima.

Bazzu Minore», disse, «sospettava che tutti gli

uomini gli insidiassero la moglie. Mio fratello più degli altri. Gli chiese perciò un giuramento "purgativo". Si recarono a piedi, come vuole la tradizione, nel santuario di Santu Paulu di Monti.

«Giuanne

Mio fratello giurò, tre volte. Non aveva mai insidiato la moglie né intendeva farlo in futuro». Teresa Bazzu spiegò il significato morale di quel giuramento, che diventava un patto civile. Il santo che vi assisteva avrebbe punito gli spergiuri. Teresa Bazzu proseguì. «Un giorno Giuanne Bazzu mi chiese duemila lire, voleva andare a Schifane per sincerarsi dell'integrità fisica di Quirica. Al ritorno mi disse che l'aveva trovata vergine e, perciò, l'avrebbe sposata». «Le risulta che la Quirica abbia tenuto un comportamento sconveniente durante la permanenza a Su Trainu Moltu e abbia intessuto relazioni con altri uomini?», chiese il presidente Angioni. «No, Quirica era una ragazza onesta. Lo dissi al marito e non ebbi difficoltà a giurarlo in chiesa». Ma fu tutto inutile. Solo dopo l'eccidio, nella solitudine della campagna, Giuanne Bazzu ritrovò la calma. «Era tranquillo, lucido e presente a se stesso quando si costituì in caserma», disse il brigadiere a cavallo Maschi Gino, comandante della caserma di Alà dei Sardi. «Sembrava una persona sana di mente che riferiva il furto di alcune pecore o le minacce di un confinante di pascolo. Aveva modi gentili, garbati, compiti. Eppure raccontava la storia di due delitti feroci». «Due delitti che potevano essere tre», fece il pubblico ministero. «A me dava l'impressione di una persona per bene. Mi trovai in imbarazzo. Avevo di fronte un assassino, eppure mi venne spontaneo offrirgli un caffè». I testimoni sfilarono disegnando un intreccio di parentele che ogni volta andava sbrogliato perché la legge stabilisce che le

parentele strette consentano al testimone di non rispondere. Giuanne vagava con lo sguardo, del tutto estraneo a ciò che gli capitava attorno. «Ha sentito?», domandò ad un certo punto il presidente all'imputato. «Un testimone riferiva dei suoi accessi di collera». Silenzio. «Hai sentito?», ripetè il presidente. «Ho una medicina, una siringa in testa», fu la risposta di Giuanne. «Come ti chiami?». Il presidente voleva sincerarsi che la mente dell'imputato fosse vigile. «Giuanne Bazzu». «Bene, e tuo padre come si chiamava?». Una pausa. «Se non faccio il bravo mi legano», disse. «Che cos'è questa storia, chi ti lega?», domandò il presidente. «Signor presidente», intervenne l'avvocato Milia, «c'è una lettera della direzione delle carceri di Sassari, inviata al signor procuratore generale, nella quale è scritto che l'imputato sarebbe stato costretto nel letto di contenzione. Vorremmo conoscere i particolari». Una lettera, precisò il legale, trasmessa all'insaputa della Corte. «Avvocato, ce la faremo dare», assicurò il presidente Angioni. La lettera arrivò, in fotocopia, nell'udienza successiva. Il direttore delle carceri riferiva che il detenuto Bazzu Giuanne aveva sbattuto violentemente la brocca dell'acqua contro la porta della cella alla presenza di un agente di custodia, «dimostrando violenza e pericolosità per se stesso e per gli altri». Ciò, secondo le regole carcerarie, aveva reso necessario assicurarlo al letto di contenzione. Il detenuto non rispondeva alle domande e rimase lì fino a quando non si decise a farlo. Per quattro giorni si esprimeva con frasi inconcludenti «che non

davano garanzia sulla riconquistata calma e serenità». Quando gli era stato fatto capire che era indispensabile che collaborasse, aveva risposto: «Già fatto a bonu, già fatto a bonu». Fu liberato dalla contenzione e mantenne la promessa. Si comportò bene. La difesa chiese un'altra volta che fosse chiamato come teste l'insegnante Gavino Mulas per deporre sul comportamento tenuto dall'imputato al ritorno del servizio militare. «Gli effetti della guerra erano evidenti», disse l'avvocato Milia, Gavino Mulas era uno dei pochi che frequentava assiduamente Giuanne Bazzu. Da allora erano incominciati i mal di testa, era diventato scontroso, irascibile, solitario. Accerchiati dai tedeschi, Giuanne e gli altri compagni della "Nembo" avevano subito un bombardamento che aveva avuto effetti devastanti sulla psiche. Molti commilitoni erano finiti in casa di cura. Ma la Corte si oppose. «Nella precedente fase processuale, prima del soggiorno a Montelupo Fiorentino», disse il presidente «l'imputato aveva reso una deposizione dettagliata dei fatti dilungandosi anche in particolari di scarsa importanza». «In carcere gli è subentrata la sindrome ganseriana», disse l'avvocato Milia. «Oggi l'imputato è un'altra persona, con grossi problemi psichici. Ed è oggi che va giudicato». Il presidente non era d'accordo con la richiesta del difensore. «Ci hanno spiegato i medici di Montelupo che quella sindrome ha una breve durata. Si esaurisce entro un anno nella maggior parte dei casi. L'imputato ha assunto questo atteggiamento volontariamente. Non ritengo utile altri approfondimenti sul suo stato di salute». «Ce lo siamo chiesti anche noi», disse il vecchio che rievocava per noi quei fatti. «Non sapremo mai se era davvero infermo di mente o se tale voleva apparire. Uscito dal carcere, Giuanne

Bazzu si comportò bene, non perse più la calma, tornò nella sua casa e riprese la vita di sempre, lavorando la terra, quel poco che gli era rimasta perché una parte era stata venduta dal fratello per pagare le spese giudiziarie. Facevamo attenzione a non ricordare in sua presenza quei fatti, ma se qualcuno, incautamente, gli domandava di quel terribile giorno di maggio, rispondeva pacato:

'Ho fatto quello che dovevo fare'. Girava le spalle e andava via». Durante un'udienza si cinse la fronte con un fazzoletto e disse

di stare male.

«Voglio distendermi», disse con voce incerta. Il presidente lo autorizzò ad abbandonare l'aula. La difesa annunciò che era diventato inutile avere dei colloqui col detenuto. Non parlava neppure con gli avvocati difensori. Si era estraniato da tutto. Il presidente incontrò gli avvocati difensori. «Le risposte che dà saranno pure sconclusionate», disse, «ma rivelano che percepisce il senso delle domande e soprattutto il

mondo esterno. Mi convinco sempre di più che, a parte il disagio della seminfermità, sia persuaso che la condotta da psicopatico

gli gioverà».

Quando gli fu spiegato il danno che gli sarebbe derivato da questo atteggiamento, Giuanne Bazzu cominciò a dare risposte più a tono, ammettendo che i delitti erano stati ispirati dalla volontà di difendere il suo onore. L'ossessione era rimasta. Il dibattimento ripercorse, passo a passo, la tragica vicenda mettendo a confronto la tesi dell'offesa all'onore causata dai tradimenti della moglie, come sosteneva Giuanne Bazzu, e il giudizio sull'onestà morale della donna espresso da chi conosceva Quirica. L'alterazione mentale dell'uomo generava uno stato persecutorio. Il delirio portò, senza premeditazione, a compiere i delitti. Se Tomasina sopravvisse fu un fatto del tutto

accidentale. Giuanne non la voleva uccidere, ma voleva compiere la sua vendetta. Le urla della ragazza potevano far saltare i suoi piani. Tutto questo dimostrava una lucidità che spesso la pazzia regala alle sue vittime. Come uno sberleffo. La condanna, secondo un complesso calcolo della giustizia, fu di 24 anni. La pena base di 27 anni, ridotta di un terzo per il vizio parziale di mente faceva 18, che, con le attenuanti generiche, diventavano 15, più tre quinti per la continuazione del reato. In totale, appunto, 24 anni di carcere, tre dei quali da trascorrere in casa di cura e custodia. La sentenza non riconobbe il valore «morale e sociale» nel comportamento dell'imputato, che la difesa aveva sollecitato in ragione del codice dell'onore. A parte il fatto che Quirica non dava adito ad alcuna offesa «i valori della società moderna – è scritto in sentenza – hanno un'altra morale che non può ridurre la gravità della colpa».

15.

Psicosi carceraria

I motivi di appello alla sentenza scavarono nella personalità di Giuanne Bazzu, nella sua malattia. Sostennero la nullità del processo e della relativa condanna. L'uomo aveva qualche tara familiare sulla quale era opportuno indagare. Rispetto ai giorni dell'eccidio, era peggiorato. La detenzione carceraria creava una psicosi assai diffusa tra i detenuti, l'alternarsi di momenti di esaltazione e di sconforto. Esisteva, probabilmente, la tendenza

a

simulare la pazzia; ma la psichiatria forense dimostrava come

la

psicosi carceraria fosse una «grottesca forma demenziale» nella

quale il malato confondeva la simulazione con la realtà. Giocando con la pazzia, la pazzia arrivava. Quella di Giuanne Bazzu era, insomma, una personalità controversa: a giudizio degli avvocati della difesa era indispensabile indagare nei meandri di quella mente che in passato aveva spesso vacillato sotto lo choc delle missioni di guerra. La stessa malformazione cranica, accennata nella perizia disposta dai medici alienisti del manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, non era da sottovalutare. L'evoluzione della psichiatria riduceva l'importanza di quella malformazione genetica, ma se la scienza per molti decenni l'aveva ritenuta valida ciò significava che una relazione poteva esserci. La perizia aveva riconosciuto la seminfermità mentale ma non il successivo peggioramento, facilmente riscontrabile negli atteggiamenti di Giuanne. L'isolamento volontario e il prolungato mutismo che aveva scelto non potevano essere trascurati. Giuanne non aveva più alcuna relazione sociale,

Persino i familiari e gli avvocati avevano interrotto le visite in carcere. Il detenuto rifiutava di incontrarli. La Corte d'assise aveva ritenuto che l'imputato continuasse a simulare. Ma la malattia aveva trovato terreno fertile superando quella sottile linea di demarcazione che separa l'individuo dalla percezione di se stesso e, contemporaneamente, del mondo esterno. Il personale carcerario temeva che Giuanne Bazzu potesse far male e farsi male. Per questo motivo era sorvegliato giorno e notte non solo dagli agenti di custodia, ma anche da alcuni detenuti. La mente malata fa in fretta a costruire un mondo parallelo, che acquista il valore della realtà. La rappresentazione dominante di Giuanne Bazzu era stata l'infedeltà della moglie nel cui nome questa ossessione raggiungeva il delirio. Bastava poco, in quei momenti, per scorgere in qualunque atteggia mento della donna una prova della sua infedeltà. Immaginava, Giuanne Bazzu, che non solo la moglie gli era infedele, ma che le persone che gli stavano vicino fossero al corrente della relazione e lo giudicassero un cornuto, lo dileggiassero, lo schernissero. Covava una rabbia profonda. La gente dei Salti viveva nel timore che Giuanne si scagliasse contro chi riteneva avesse partecipato alla vita licenziosa della moglie o a chi avesse favorito la tresca. Dopo l'eccidio, il timore divenne terrore. Sangue tira sangue, dicevano gli anziani. Una mente malata, dunque. Da rendere inoffensiva e da curare. Ma da non considerare sino in fondo responsabile di quella strage. Il memoriale inviato da Giuanne Bazzu all'avvocato Milia era una manifestazione dell'animo dell'uomo, della sua ansia, della sua visione delle cose. Era la profezia di una vita che si avviava al tragico epilogo. Secondo la difesa quel memoriale non era

stato tenuto nella dovuta considerazione. Tra i motivi di appello i difensori puntavano sul riconoscimento dell'attenuante per il valore morale e sociale dei delitti commessi, perché le corna sono un'onta che nessun uomo sopporta di buon grado, soprattutto in una piccola comunità, nella quale il tradimento di una moglie è sotto gli occhi di tutti. Sembrava ininfluente che Quirica Manca fosse ritenuta donna onesta. Nella mente stravolta di Giuanne Bazzu la presunta infedeltà della moglie aveva la consistenza del mondo reale. Con possibili profili etici, che l'imputato coltivava, sentendosi ferito nell'onore. La Corte d'appello ordinò la rinnovazione parziale del dibattimento. Non ordinò una nuova perizia psichiatrica, ma invitò il perito del manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, il dottor Pasquale Coppola, a presentarsi in aula per fornire i necessari chiarimenti. Ma alla ripresa del dibattimento il contributo che diede il dottor Coppola, medico alienista del manicomio di Montelupo, si fermò all'ambito medico. «La mia relazione», disse alla Corte, «ha un valore soltanto clinico. Illustrava il comportamento del malato, che si trovava in uno stato reattivo di tipo confusionale. Non mi riferivo, né ho la competenza per farlo, alla imputabilità del soggetto al momento del fatto». Aggiunse che lo stato confusionale, accresciuto dalla detenzione che rendeva più vivaci le sofferenze emotive, non influiva sulla capacità d'intendere e, quindi, di percepire l'andamento del processo. La malattia non annullava la coscienza, disse il dottor Coppola, respingendo la tesi della difesa sulla nullità del procedimento. Gli psichiatri sono abituati a manipolare la mente umana per scoprire i recessi reconditi della malattia. La risposta fu ritenuta

appagante dalla Corte. L'animo di Giuanne Bazzu era stato "scandagliato", assicurò il medico, attraverso un'osservazione durata alcuni giorni e «opportuni interrogatori». Non c'era dubbio, per il dottor Coppola, che in lui rimaneva traccia costante dei momenti di alienazione che avevano originato i crimini. Tutto ciò riguardava il tempo passato. Sullo stato di salme successivo, nulla da dire. «L'argomento esula dal mio incarico», disse il medico troncando sul nascere la domanda di un difensore, l'avvocato Morgana, che intendeva sapere se l'imputato fosse nelle condizioni di intendere e di volere al momento dell'eccidio. Giuanne Bazzu non aiutò la Corte a dirimere il dubbio. Durante l'interrogatorio ripetè soltanto una frase, qualunque fosse la domanda. Questa:

«Mi hanno messo la medicina in testa, non vogliono farmi guarire», rispondeva al presidente che tentava di farlo ragionare e di conoscere la causa scatenante dei delitti, che, raccontata dall'omicida, può fornire particolari importanti ai fini del giudizio. In realtà c'era poco da scoprire, ma la personalità di un assassino appare a volte straordinariamente utile, oltre gli stessi confini della ricerca medica. Esaurita la deposizione del medico alienista, il processo d'appello imboccava la china conclusiva. Mentre parte civile, pubblica accusa e difesa intervenivano ribadendo posizioni già note, Giuanne Bazzu si sdraiò sulla panca, come per riposare. O capiva che i giochi erano fatti oppure, in quegli sprazzi di lucidità che appartengono ai matti, intendeva dimostrare il proprio disinteresse. Un atto irriguardoso che costrinse il presidente della Corte d'appello, Angelino Cugurra, a richiamarlo alla compostezza che un imputato deve osservare per rispetto della Giustizia. Considerata l'inutilità del

richiamo il presidente lo fece allontanare dall'aula. Ricondotto in carcere, Giuanne Bazzu non volle partecipare alla fase conclusiva del dibattimento né alla lettura della sentenza, che confermò quella di primo grado. Non ebbe alcuna reazione verso chi glielo comunicò e non volle vedere né i familiari né gli avvocati. Sul duplice delitto di Sa Costanza era calato definitivamente il sipario. Gli avrebbe fatto compagnia la sua ossessione, quella gelosia morbosa frutto di una malattia che il tempo, medico pietoso, avrebbe forse saputo curare. Con i detenuti compagni di cella non disse una parola. A chi domandava, continuava a rispondere che aveva fatto "il giusto". Quando gli fu comunicata la sentenza rispose semplicemente, senza alcuna emozione: «La giustizia mi ha condannato, ma Dio mi assolverà». Non si pentì mai.

16.

Il ritorno

Giuanne Bazzu chiuse il conto con la giustizia il 20 marzo 1978. Aveva scontato per intero la pena, una parte in manicomio. Riassaporò la liberta. Ma la libertà non aveva più alcun sapore. Dopo anni di isolamento, detenzione comune, manicomio giudiziario, sorveglianza speciale, la libertà era diventata ormai un concetto astratto, indefinito, costruito su ricordi che, nel tempo, impallidiscono, come i fiori che perdono, col tempo, anche i colori. Per il lungo tempo della pena Giuanne Bazzu aveva vissuto senza alcuna emozione, incapace, anche a causa del livello intellettivo modesto, di dare un senso alla condizione di detenuto. Scelse l'isolamento volontario, rimase a lungo nella solitudine della cella. Ore in silenzio a fissare, sul muro scrostato, i graffiti anonimi che generazioni di detenuti avevano tracciato e continueranno a tracciare, testimonianze che nessuno potrà mai cancellare. Giuanne Bazzu non rimpianse mai niente. Scontò la condanna e basta. Del resto non aveva affetti da difendere, né una famiglia cui pensare. Quando venne l'ora della libertà, mentre si chiudeva alle sue spalle il portone massiccio del carcere di Civitavecchia, dove era stato trasferito in previsione della conclusione della pena, si sentì esposto ad un mondo che non era più suo. Capita di frequente ai detenuti, soprattutto a quelli che hanno subito una lunga condanna, sentirsi più protetti all'interno della casa di pena che all'esterno.

Sostò sul marciapiede, disorientato. Aveva diviso la sua vita tra la vallata di Olivà e le patrie galere. Era stato persino un caso clinico da studiare e si portava dietro l'etichetta di frenastenico, cioè di idiota, perché il suo cranio era più sviluppato nella parte posteriore. Se quello era il marchio di fabbrica, risultava un soggetto mal riuscito. Ora doveva radunare le idee. Farsi indicare il porto e, nel porto, la nave per Olbia. S'incamminò nella direzione che il secondino della portineria, salutandolo, ciao Giuanne, gli aveva indicato. Sentì il vento sul viso, una sensazione che aveva quasi dimenticato. Si fermò davanti alla vetrina di un bar. Guardò gli avventori che chiacchieravano, bevevano il caffè e l'aperitivo, scherzavano. Quella era la vita degli uomini liberi. Si sarebbe abituato. A Sa Costanza non c'erano locali pubblici, solo uno spaccio. Il bar sarebbe stato un lusso. Ma quanto tempo era passato da allora? Rimase un attimo a fissare la vetrina. Passò oltre. Sottobraccio aveva un pacco, non molto voluminoso, più che un pacco, un fagotto, legato con lo spago. Conteneva tutto quello che il rigore della vita carceraria gli aveva consentito: un po' di biancheria, una copia del memoriale che aveva inviato alla Corte d'assise. Raccontava una storia tragica, dal suo punto di vista, dell'uomo che si era difeso dall'ingiuria del tradimento. Ah, la moglie. Che pazzia averla sposata. Quirica e il suo "drudo", come diceva la sentenza. Drudo, che parola strana. C'era anche nella Divina commedia, gli aveva spiegato un professore di scuola, condannato per omicidio. Aveva strangolato la moglie. Leggeva i poeti e aveva un animo gentile. «Ci possiamo considerare colleghi», gli aveva detto. E aveva aggiunto, con cattiveria che forse lo riguardava, che drudo voleva dire amante e si riferiva a Taide, la puttana più nota dell'antichità.

Ma quella di Giuanne Bazzu era una storia grottesca, una pièce teatrale dell'assurdo, non avrebbe strappato applausi, ma solo compassione. Con grande fatica, per la difficoltà della lettura, aveva letto tante volte, almeno cento, il suo memoriale, la lucida difesa del suo operato. Non aveva provato rimorso, perché Quirica – nel suo convincimento maniacale – lo aveva disonorato. Era una puttana, come Taide. Il memoriale rappresentava la differenza tra il suo mondo e quello degli altri; era un ponte inaccessibile per chiunque, anche per i giudici, che avevano giudicato «in nome del popolo italiano». Che strana formula, quella, in nome del popolo italiano. Il popolo italiano se ne fregava di lui. Se n'era sempre fregato: prima, quando faceva il contadino e si strapazzava tutto il giorno in lavori pesanti e faticosi per ricavare un pezzo di pane; dopo, quando lo avevano chiuso in un manicomio dove nessuno – così pensava – voleva farlo guarire. In fondo, in carcere non se la passava male. Se non fosse stato un contadino, abituato all'aria aperta, non avrebbe sofferto la mancanza degli spazi di Olivà. Sapeva che alcuni contadini si erano dati alla latitanza per non finire in carcere. Quelli che avevano avuto promessa di andare nelle colonie agricole penali si erano costituiti. Era convinto di non poter sopportare di vivere tra quattro mura, anguste e sporche, senza poter vedere la campagna. Poi si era abituato. La psichiatria percorreva in quegli anni strade nuove di indagine e diagnosi; la ricerca metteva a punto nuove medicine in grado di combattere le malattie mentali, di ridurre l'incidenza delle crisi, di aiutare a stare meglio. Giuanne Bazzu migliorò lentamente. Per le cure che gli prestavano o, forse, perché si era abituato a convivere con la malattia. Ora camminava verso il porto, imbarazzato agli incroci,

intimorito dal traffico. Con il fagotto poco voluminoso sottobraccio e il bagaglio voluminoso dei ricordi che gli apparteneva come una propaggine della propria identità e, persino, del proprio corpo. Camminava respirando l'aria insipida

di una mattina qualunque.

Indossava un abito che le damine dell'"Opera pro liberati dal carcere", che sono persino eccessivamente premurose, gli avevano regalato. Un po' grande per lui, che per la prolungata inattività si era ingrassato e sembrava più piccolo di statura. L'abito di fustagno, che un sarto gli aveva confezionato alla fine della guerra, quello che aveva usato il giorno del matrimonio, era rimasto a casa, appeso all'armadio della stanza da letto. Sarà ancora buono? pensò. Nel fagotto c'erano sette, otto lettere che aveva ricevuto in

carcere. Lettere di fratelli, di parenti, stupide come sono di solito

le lettere che si scrivono ai carcerati, perché non si ha niente da

dire, né si sa come dirlo. Gli aveva scritto un nipote, più volte.

Giunse finalmente all'imbarco. Il trambusto, la gente che si accalcava, le auto in sosta sulla banchina prima di essere ingoiate dalla larga pancia della nave, le voci, la musica degli altoparlanti, i venditori di panini imbottiti e di bibite, i baci e gli abbracci tra chi partiva e chi restava, gli diedero il senso della vertigine, come quando chi abita in pianura va in alta montagna

e gli prende capogiro, prima di abituarsi. A lui era capitato

durante i primi lanci col paracadute. Il viaggio in terza classe fu tranquillo. Non conosceva nessuno

e cosi non c'era alcun motivo di parlare. Non salutò neppure,

entrando nella cabina sotto il livello del mare dove c'era la sua cuccetta. C'erano alcuni soldati che rientravano in famiglia per una breve licenza, tre più due, come si dice in gergo, tre giorni di congedo e due di viaggio. Si tolse la giacca e le scarpe e si sdraiò. Gli parve comoda, come quella di un albergo. Non era mai stato

in albergo, ma la fantasia, dopo tanti anni di promiscuità con gli altri detenuti, si era allargata su orizzonti non solo campestri. Si addormentò al ronfare dei motori, nel leggero rollio del mare. La mattina, il giorno tingeva di rosa il cielo ad oriente, si preparò a sbarcare a Olbia. La gente insonnolita faceva la fila al bar per consumare un caffè dal sapore salmastro. Lui si tenne da parte. Un nipote, quello che gli aveva scritto alcune lettere, era andato a prenderlo all'Isola Bianca, il punto di attracco della Tirrenia nel porto gallurese. Neanche si conoscevano. Lui attese che i passeggeri sfollassero. Vide il ragazzo che aspettava. Il ragazzo vide quell'ometto dall'aria spaesata, gli si avvicinò e gli disse: «Sei tu Giuanne Bazzu?». «Sissignore», rispose Giuanne Bazzu, perché così l'avevano abituato a rispondere in carcere. Il ragazzo si presentò. «Ho l'automobile qui vicino», gli disse. «Allora andiamo», rispose Giuanne Bazzu. «Non posso perdere altro tempo». Fu grato di quel servizio, che gli evitava il fastidio del viaggio in corriera. Da principio il giovane aveva detto poche frasi di circostanza. Il suono dolce della lingua gli ricordò un tempo lontano. Una parlata acerba ma limpida, così diversa da quel guazzabuglio di inflessioni dialettali che sono i penitenziari dove era passato. In auto il viaggio fu rapido. Il paesaggio divenne subito familiare. Passarono per Berchiddeddu. Le facciate erano ripulite, intonacate. Le abitazioni avevano due piani, e gli avvolgibili alle finestre. C'era un senso di modernità che sembrava accomunare uno con l'altro paesi e frazioni, si assomigliavano tutti. Muri di cemento delimitavano piccoli giardini. Molte case erano andate in rovina, abbandonate perché

chi vi abitava era andato a vivere in città. I figli andavano a scuola, alle superiori, sulla costa aprivano alberghi di lusso, i ragazzi studiavano per fare i camerieri nelle vistose livree. Le case del suo tempo, basse e con le finestre piccole per non disperdere il tepore domestico nei mesi invernali, avevano i muri scrostati, come nelle celle del penitenziario. Attraversarono Sa Castanza. Vide, sulla sinistra, la radura della carbonaia di Sos Rios, tra le fronde nere delle querce. In quel luogo aveva raggiunto e ucciso Giuanne Bazzu Mannu. Non provò nessun sentimento, quella era una partita chiusa. Dimenticata. Quando scese dall'auto, di fronte alla vecchia casa sull'altura che dominava la borgata di Su Trainu Moltu, volle restare solo. Salutò. Si frugò in tasca e trovò una vecchia chiave, che 24 anni prima gli era stata requisita con gli effetti personali, nella stazione dei carabinieri di Alà, «davanti a noi, brigadiere a cavallo, Maschio Gino». In quella caserma, era finita la sua libertà. Che finalmente ora aveva un senso e un profumo, quello della terra, degli alberi che inghirlandavano le colline, dei vigneti che gettavano dai tralci le nuove gemme, preparandosi alla nuova stagione. In quella casa non era più entrato dal giorno del misfatto. Ricordò che non gli era mai passato per la testa di darsi alla macchia. Voleva semplicemente sistemare alcune cose. Poi non aveva avuto il tempo di farlo. Perciò si era sottomesso alla giustizia degli uomini. Aprì la porta, con il solito gesto di chi ritorna a casa dopo una giornata di lavoro. Trovò tutto come aveva lasciato. Avevano preso soltanto l'abito buono che avevano messo a Quirica per la sepoltura. Ma solo quello. C'era disordine. Il letto era disfatto, perché i carabinieri avevano cercato sotto il materasso, dove lui aveva

detto, al brigadiere Maschi, di avere nascosta la lettera infamante nella quale la moglie gli comunicava, con toni offensivi, di non voler dare al figlio il suo cognome. Perché, evidentemente, quel figlio non era suo. Anche il figlio era morto, due mesi dopo l'eccidio, colto da una malattia che minacciava molti bambini, l'enterite acuta. Era morto appena dopo il battesimo, giusto in tempo per farlo volare in cielo, nelle schiere di angeli, puri e casti. A Giuanne Bazzu era dispiaciuto, quando glielo comunicarono in carcere. Ma non ne parlò più. Sembrò, quella morte, il segno del destino. Lo piansero, Antonio Bazzu, di Giovanni e fu Quirica Manca, e lo interrarono a San Teodoro. Sante Odoro, come scriveva Giuanne Bazzu Chiuse la porta alle sue spalle. C'era un po' di legna accatastata in cucina e accese il fuoco. La legna era umida, ma alla fine una fiamma debole e azzurrognola si sprigionò. Si sedette e accese una sigaretta. Avrebbe bevuto volentieri un bicchiere di vino, ma non ne trovò. Rimase assorto per qualche tempo, forse un'ora. Qualcuno bussò alla porta. Non rispose. Qualcuno bussò di nuovo. «Avanti», disse. Era un vicino di casa che abitava sul lato opposto della strada. Un Francesco Bazzu, con cui aveva un indefinito rapporto di parentela, difficile da spiegare per la complessità delle relazioni parentali e dei matrimoni chiusi, che avevano coinvolto le generazioni dei Bazzu, o dei Bacciu, originari di Buddusò. Francesco Bazzu era un uomo alto, dall'aspetto distinto di contadino, aveva spalle larghe e uno sguardo sincero. «Bentornato», gli disse.

«Devo pensare a trovare un lavoro», rispose Giuanne. Era ruvido come il suo solito. «Il lavoro si trova», fece quello. «Un po' di terra ti è rimasta», gli disse. «La terra deve dare frutto, ci vuole tempo». «Lavorerai a giornata, c'è sempre chi ha bisogno d'una mano». «Lavorerò la tua vigna», disse Giuanne fissando il fuoco. «Ci sono i ceppi da pulire», disse l'uomo. «Hai da mangiare?». «Troverò qualcosa». Gettò il mozzicone nel fuoco. «Bene, allora a domani. Se vuoi, vieni a casa». «Questa è casa mia», rispose. Fece per andar via, Francesco Bazzu, alto e diritto come un ragazzo, ma di anni ne aveva più di cinquanta, passati a zappare la terra. Da giovane Giuanne aveva molto rispetto di lui, per la prestanza fìsica che incuteva timore e per il modo di fare, cortese ma deciso. «Spero che troverai la tranquillità», gli disse per buon augurio. «Non sono cose che ti riguardano», rispose. Il pomeriggio andò nella vigna, che per un certo periodo era stava coltivata, ma da qualche anno non vedeva potatura. I ceppi si erano imbastarditi, ma da alcuni tralci spuntava la nuova linfa. Il vecchio aveva finito il suo lento e doloroso racconto. Rimase in silenzio e sembrava affaticato. Trasportava il peso di quei ricordi. Lo si capiva dalla voce, che ogni tanto s'incrinava come se affiorasse prepotentemente un particolare della tragedia che aveva colpito, indistintamente, l'intera comunità. Il vecchio si chiamava… «Preferirei che non facesse il mio nome», disse al visitatore. Giunto alla fine della narrazione aveva avuto un tremito, come se i ricordi avessero acquistato la consistenza della realtà e la

memoria fosse più vigile. Gli occhi si inumidirono. Se aveva accettato di parlare di quella brutta storia era solo per onorare i morti. «A volte», disse, «all'imbrunire, mi sembra di vedere Quirica che scende alla fonte per prendere l'acqua con la brocca sul capo, in quel gioco di equilibrio che solo le donne sanno fare. Vestiva un abito di mussola verde. Sempre lo stesso. Aveva i capelli raccolti sulla nuca, neri e lucenti. Ma si vedeva che c'era in lei un patimento nascosto, un segreto infinito che incombeva sul suo destino di donna. Non si fermava neppure a salutare, perché Giuanne gliel'aveva proibito». «Mi sono sempre chiesto se quella tragedia si poteva evitare», disse il visitatore. «Il destino spesso si beffa degli uomini», rispose. «Per due volte ho telegrafato ai genitori di Quirica, a Schifane, perché venissero a riprendersi la figlia. Dovevamo chiudere le finestre per non sentire i suoi lamenti, quando Giuanne, nella sua follia, la minacciava o la picchiava. Lei non diceva mai nulla, ma noi sapevamo». «Il padre venne a riprenderla?», domandò il visitatore. «Oh, per venire venne. Giuanne Bazzu uccise un capretto e portò a tavola molto vino. Mangiarono e bevvero in abbondanza. Quirica rimase chiusa nel silenzio. Anzi, rassicurò il padre che tutto andava bene, che la vita familiare era tranquilla». «Perché lo fece?». «Perché se fosse tornata a casa tutti avrebbero detto che non era stata una brava moglie. Sarebbe stata una vergogna. E poi Giuanne era un grande lavoratore che assicurava il pane. In quegli anni la sopravvivenza era una speranza. I dolori, le asprezze della vita facevano parte di ciò che la vita ci riservava. Ma per la gente di Su Trainu Moltu Giuanne Bazzu era impazzito. Sarà stata la guerra, dicevano, la pioggia di bombe

che gli procurava feroci mal di testa. Oppure sarà stata quella sua gelosia sfrenata. «Quando ritornò a casa», riprese il vecchio «era ancora più matto, era iscontriadu, facile all'ira. Fuori di testa, insomma. Sa che cosa diceva? Che in galera curava i malati, prescriveva le medicine. E con le donne, poi…Venivano dalle frazioni vicine per passare una notte con lui, da Mamusi, da Sos Coddos, da Su Carru. Per lui perdevano la testa. Era una processione. Naturalmente erano fantasie. Pare che il direttore del penitenziario si rivolgesse a lui per le visite ginecologiche della moglie. Eh, sì, era fuori di testa. La gente rideva e tutto finiva lì. Disse che faceva il cuoco e non so quali altri mestieri». «Di Quirica non parlava mai?». «Non si è mai pentito. Se qualcuno, sfidando la sua reazione, gli domandava se in fondo all'animo ci fosse rimorso, rispondeva brusco: 'Ho fatto quello che dovevo fare'». Continuò a lavorare in campagna, nel suo podere. La vigna tornò in produzione. Lavorava a giornata, curvo sulla terra per ore. Non fece più carbonaie, non era più il tempo. Il carbone per uso domestico era scomparso dalle abitazioni della gente. Lo aveva sostituito il gas, in bombole. Quell'antico mestiere, nel quale gli abitanti dei Salti di Buddusò e di Alà erano assai abili, si andava perdendo. Alla fine fu la curiosità a spingere il visitatore ad indagare su un piccolo mistero: era vero che Lorenzo Bo si era pentito di aver fatto sposare Quirica a Giuanne Bazzu? Il vecchio sorrise di un sorriso malinconico. Scosse la testa, ma come in un fremito. «Mai in quel senso. Si sentì in colpa, anche lui, per la tragica fine della donna. Giuanne disse sempre che era andato un certo Nieddu Francesco, che lavorava a giornata per Lorenzo, a portargli quel messaggio. Gli aveva detto che Lorenzo era

pentito e voleva chiedergli perdono, inginocchiandosi davanti a lui. Ma non era vero. L'operaio di Lorenzo era andato a contrattare l'affitto di alcuni terreni per il pascolo e, siccome Lorenzo Bo non gli parlava, aveva mandato quello. No, non ci fu alcun pentimento». Un giorno Giuanne Bazzu accusò un malessere. «Capimmo subito che era la fine. La morte si vede quando arriva. Lui non si lamentò mai, mai un gemito. Lo portarono a Olbia. In ospedale. Da quel giorno non lo abbiamo più visto. Il nipote, quello che era andato a prenderlo al ritorno dal carcere, gli diede sepoltura. Qui, a Su Trainu Moltu, in questo cimitero, immerso nel giardino fiorito della natura, dove le api, che danzano in primavera attorno ai corbezzoli fioriti, suonano una lunga, dolcissima sinfonia».

17.

La sentenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D'ASSISE DI SASSARI

ha pronunciato la seguente sentenza nella causa contro Bazzu

Giovanni fu Giovanni Antonio e fu Scanu Emilia, nato il 27.3.1917, da Berchiddeddu – detenuto

IMPUTATO

di omicidio aggravato (artt. 575 e 577 ultimo comma C.P.),

per avere, il 22.5.1954, nella località Sa Costanza dell'agro di

Berchiddeddu, cagionato la morte mediante colpi di roncola della propria moglie Manca Quirica;

di omicidio (art. 575 C.P.), per avere, nella località Su Riu

dell'agro di Berchiddeddu, il 22 maggio 1954, cagionato mediante colpi di roncola a Bazzu Giovanni fu Angelo lesioni personali che ne provocarono il decesso subito dopo;

di tentato omicidio (artt. 56 e 575 C.P.), per avere, nella

stessa località Sa Costanza, il 22 maggio 1954, compiuto atti

idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte di Manca Tomasina, colpendola al capo con un colpo di roncola

che ne determinava pericolo di vita. In esito all'orale dibattimento, sentiti P.M., la parte civile, la difesa e l'imputato, si osserva in fatto e in diritto:

Il giorno 22 maggio 1954 l'imputato Bazzu Giovanni, il quale trovavasi nella località S'Ispezzadura intento a fare il carbone, venne raggiunto dalla moglie Manca Quirica e dalla giovane cognata Manca Tomasina, che portarono le cibarie per il pasto di mezzodì. La mattina e il primo pomeriggio trascorsero naturalmente e, verso le ore 16.00, le due donne si apprestarono a fare ritorno alla loro abitazione, sita nella frazione Su Trainu Moltu dell'agro di Buddusò, ma il Bazzu si oppose pretendendo che la moglie rimanesse con lui e la cognata facesse ritorno da sola alla casa. Malgrado l'atteggiamento minaccioso del Bazzu, le due donne si accingevano alla partenza quando il Bazzu si avventava contro la moglie, colpendola violentemente e reiteratamente con un rastrello al capo. Quindi, per far tacere la cognata, che atterrita gridava aiuto, colpiva alla testa, con lo stesso rastrello anche costei, che cadeva a terra tramortita e, poi, colpiva ancora con un pugnale, alla gola, la propria moglie. Immediatamente dopo il Bazzu Giovanni si avviava verso la vicina località Sus Rios, ove il proprio cugino Bazzu Giovanni fu Angelo, che egli riteneva essere l'amante della propria moglie, lavorava in una carbonaia di certo Chessa Stefano. L'imputato, senza proferire parola, si avvicinava al proprio cugino e, improvvisamente, lo aggrediva colpendolo con un pennato (roncola) alla testa. Il Bazzu Giovanni fu Angelo cercava, ma inutilmente, di evitare il colpo e nello stesso tempo tentava di reagire, ma colpito ripetutamente alla testa ed alle mani soccombeva, accasciandosi a terra, dove veniva ancora colpito dall'aggressore con il pennato. La Manca Quirica decedeva immediatamente, mentre il Bazzu

Giovanni fu Angelo decedeva mentre veniva portato nella propria abitazione. La Manca Tomasina, gravemente ferita, veniva trasportata a Sassari e ricoverata nel locale ospedale civile, ove i sanitari constatavano due ferite al cuoio capelluto, una lunga circa cm 7 e l'altra centimetri 5, con frattura della volta cranica. La Manca Tomasina, che corse grave pericolo di vita, guarì nel termine di 30 giorni, ma, data la gravità della lesione, le derivò una debilitazione permanente. Sul cadavere della Manca Quirica venivano riscontrate le seguenti lesioni: 1) ferita lacera alla regione sopraioidea destra lunga 15 centimetri; 2) ferita lacera da arma da punta e taglio in corrispondenza della regione sterno–cleido–mastoideo destro, approfondantesi sino a raggiungere il piano osseo vertebrale; 3) ferita lacera da taglio che dal giugulo si porta a sinistra per una lunghezza di 4 centimetri; 5) due ferite alla ragione parieto– occipitale sinistra, disposte parallelamente e distanti fra loro mezzo centimetro, profonde sino al piano osseo e lunghe circa cinque centimetri; 6) ferita al vertice del capo lunga circa sette centimetri; 7) escoriazioni ed abrasioni ad entrambe le ginocchia. Il perito concludeva che la morte della Manca Quirica era stata determinata dalla profusa emorragia secondaria alla ferita di cui al n. 2, che aveva prodotto la recisione della carotide comune e giugulare; che le ferite erano state prodotte con mezzo robusto tagliente ed a punta (coltellaccio o pugnale) e che la morte era stata quasi istantanea. Sul cadavere del Bazzu Giovanni fu Angelo, venivano riscontrate le seguenti lesioni: 1) ferita lacera e lievemente contusa alla regione fronte–parietale sinistra, disposta a forma di croce, di cui l'asse più lunga misurava 18 centimetri, e l'altra 14 centimetri, prodotta da due o tre colpi inferti alla regione che avevano prodotto una grave lesione dello scheletro della cassa cranica; 2) ferita lacera alla regione sopraccigliare destra con

spappolamento del sopracciglio; 3) ferita lacera alla regione zigomatica destra lunga cinque centimetri; 4) ferita lacera al naso con taglio e distacco quasi totale dell'ala destra dell'organo e lunga 6 centimetri; 5) ferita lacera alla regione frontale sinistra, lunga 6 centimetri e con infrazione del piano osseo sottostante; 6) ferita lacera del vertice del capo, lunga cinque centimetri ed interessante i tessuti molli e lo scheletro sottostante; 7) amputazione del pollice della mano sinistra, perdita della cute della faccia mediale dell'indice e ferita lacera alla faccia dorsale del medio, dell'anulare e del mignolo della stessa mano; 9) contusioni escoriate dell'avambraccio destro. Il perito concludeva che la morte del Bazzu era stata determinata dalle gravissime lesioni al capo (frattura comminuta della volta cranica, commozione ed emorragia cerebrale); che tutte le lesioni erano state prodotte con robusto mezzo tagliente e contundente ad ampia superficie (roncola o pennato) e che le lesioni agli arti superiori denotano, più che una colluttazione, un tentativo di difesa della vittima che era impotente di fronte alla violenza dell'aggressore ed al mezzo da esso adoperato. Due giorni dopo la consumazione dei delitti, precisamente il 24 maggio 1954, il prevenuto Bazzu Giovanni si costituiva spontaneamente ai carabinieri di Alà dei Sardi, dopo aver tentato invano, nel cimitero del paese, di togliersi la vita ferendosi al petto con arma da punta. Negli interrogatori resi ai carabinieri ed al magistrato inquirente, il Bazzu ammetteva di aver ucciso la propria moglie a colpi di rastrello e di roncola, di aver colpito con lo stesso rastrello la cognata Manca Tomasina per impedirle di dare l'allarme, con le sue grida, sull'accaduto, ponendolo quindi nell'impossibilità di sopprimere, com'era suo intendimento, il cugino Bazzu Giovanni fu Angelo, che egli riteneva l'amante della propria moglie; e di aver, subito dopo, ucciso quest'ultimo

a colpi di pennato ed alla presenza di Chessa Stefano. Il prevenuto adduceva, quindi, quale movente dei suoi omicidi la condotta infedele della propria moglie. Al riguardo rendeva delle dettagliate dichiarazioni, ricche di particolari e di episodi. Egli riferiva, innanzitutto, che nell'anno 1952, era stato forzato dal cognato Bo Lorenzo a fidanzarsi con la Manca Quirica, che, all'epoca, viveva con la propria famiglia nella frazione Ischifone di Posada. Poco dopo il fidanzamento era stato informato da una persona sconosciuta che la ragazza era l'amante di certo Sanna Antonio. In seguito, avendo notato un ingrossamento all'addome della fidanzata, aveva esposto i propri sospetti alla stessa fidanzata, la quale, negando, aveva sorriso quasi con scherno. Poi aveva fatti presenti tali sospetti ai parenti propri e della fidanzata ed i primi gli avevano consigliato di sposarla ed il padre della Quirica lo aveva anche minacciato di morte qualora non l'avesse sposata. Volle quindi sincerarsi della verginità della fidanzata e, quasi invitato dalla stessa ad approfittare di lei, si congiunse carnalmente con costei. Si rese così conto che la ragazza era già stata deflorata. Mentre consumavano il coito furono sorpresi dalla madre della Quirica che entrò improvvisamente nella stanza. Perciò ritenne che gli era stato teso un tranello per costringerlo a sposare la ragazza. Pochi giorni prima del matrimonio, recatosi improvvisamente in casa della Quirica, aveva sorpreso costei chiusa nella camera da letto con un parente e, perciò, si era deciso a non sposarla. Il 29 giugno 1953, giorno precedente quello fissato per le nozze, aveva presentato all'ufficio postale un telegramma per annunciare alla famiglia della fidanzata che non poteva presentarsi poiché ammalato. La sera dello stesso giorno, però, si erano recati da lui il cognato Bo Lorenzo, il cugino Bazzu Salvatore e la moglie di costui Mureddu Caterina e tutti, avendo

appreso che non intendeva più sposare la Manca Quirica, lo avevano minacciato ed il Bo gli disse testualmente: «Guai a te se non la sposi». A seguito di tali pressioni si era deciso a sposare Quirica ed il mattino successivo, prima di partire per Ischifone, aveva ritirato dall'ufficio postale il telegramma che non era stato ancora spedito. Celebrate le nozze, la moglie gli era rimasta fedele per dodici giorni. Al dodicesimo giorno, infatti, nel rientrare a casa dal lavoro dei campi aveva constatato che la moglie non era ancora rincasata e trovavasi in un orto di sua proprietà ove rimase sino a due o tre ore dopo che si era fatto buio. Tale comportamento la moglie tenne anche in seguito e poiché egli constatò che durante le assenze della moglie scompariva anche il suo cugino Bazzu Giovanni fu Angelo, che era vedovo, cominciò a sospettare che tra i due vi fosse una relazione intima.

Tali sospetti si aggravarono quando, una sera, nel far ritorno dal lavoro, sorprese il Bazzu Giovanni uscire di corsa dall'abitazione

di esso imputato. In tale cu costanza esternò tali suoi sospetti

alla moglie, la quale a seguito delle sue insistenze, gli confessò che era solita concedersi; il Bazzu Giovanni sia in casa sia nell'orto. In seguito la figlia del Bazzu gli aveva riferito che la

moglie si recava spesso a casa sua per trattenersi con il padre e

in tali occasioni la mandava via e si chiudevano a chiave dentro

casa. Successivamente, dopo aver detto alla moglie che partiva per

Buddusò, si era nascosto nelle vicinanze della propria abitazione

e, verso l'imbrunire, aveva visto il Bazzu Giovanni dirigersi

verso la sua abitazione. Nel momento era transitata una donna

ed egli, per non essere visto, aveva saltato un muro, provocando

la caduta di una pietra. A tale rumore il Bazzu era scappato. Giunto il momento del parto aveva accompagnato la moglie presso i di lei genitori. In tale circostanza, trovandosi in una

bettola di Olbia, aveva fatto incontro con il cugino Bazzu, il quale gli fece con le mani il segno delle corna. Dopo il parto, sebbene la moglie gli avesse scritto di avere ribrezzo di dare il cognome del marito al bambino e lo avesse diffidato dal presentarsi da lei, egli aveva accolto la moglie ed il bambino nella propria abitazione. Dopo poco, però, aveva constatato che ella aveva ripreso la relazione con il Bazzu Giovanni fu Angelo; poiché due giorni prima del delitto li aveva sorpresi in un cespuglio. Quindi l'imputato riferiva che, il 22 maggio 1954, la moglie e la cognata Tomasina si erano recate da lui, che lavorava alla carbonaia, per portargli le cibarie. Le donne lo avevano aiutato nel lavoro e poi, tutti e tre assieme avevano consumato il pasto. Egli, quindi, aveva ingiunto alla moglie di non rientrare in casa, ma costei, non solo si era rifiutata ma lo aveva ingiuriato dicendogli: «Di che cosa hai paura? Ce ne rimane anche per te». Nell'udire tale frase offensiva aveva perso il controllo di sé ed aveva colpito la moglie alla testa con un rastrello e poi con la roncola. La cognata si era messa a gridare ed egli, per farla tacere, l'aveva colpita alla testa con il rastrello. Poi si era recato nella vicina località Sos Rios, ove lavorava il cugino Bazzu Giovanni fu Angelo insieme con tale Stefano Chessa. Lo aveva assalito e colpito ripetutamente con un pennato sino a quando lo aveva visto cadere a terra in fin di vita. Quindi si era recato nel cimitero ed aveva tentato di suicidarsi colpendosi con un coltello al petto all'altezza del cuore. Si colpì tre volte ma non riuscì ad uccidersi e, perciò, dopo aver vagato per la campagna, aveva deciso di costituirsi. Tutti i testimoni, compresi gli stessi parenti dell'imputato, deponevano, però, che la Manca Quirica era donna onestissima e fedele al marito. Tutti, inoltre, smentivano le circostanze specifiche riferite dal prevenuto ed affermavano che costui,

preso da morbosa gelosia,– si era inspiegabilmente convinto che la moglie fosse una donna disonesta e infedele e che, da ultimo coltivasse una intima relazione con il Bazzu Giovanni fu Angelo. In particolare il Bo Lorenzo negava di aver costretto l'imputato a sposare la Manca Quirica, precisando che egli, quando il prevenuto, alla vigilia del matrimonio, gli comunicò che non intendeva sposarsi, gli fece presente l'importanza dell'impegno assunto e lo invitò a riflettere su ciò che stava per fare. Lo stesso Bo Lorenzo ed il fratello dell'imputato Bazzu Mario riferivano inoltre che, avendo constatato che il prevenuto era talmente geloso da poterlo giudicare "pazzo", essi decisero di farlo visitare da un medico. Il Bo, infatti, ne parlò al dottor Canalis, il quale gli consigliò di rivolgersi ai carabinieri per poter costringere il Bazzu a sottoporsi ad una visita psichiatrica. Il teste Bazzu Teresa, sorella dell'ucciso, deponeva che anche essa era a conoscenza della gelosia dell'imputato nei riguardi del fratello e precisamente che il prevenuto, per sincerarsi, aveva invitato il di lei fratello ad un giuramento da prestarsi nel santuario di San Paolo di Monti. Il fratello aveva prestato il giuramento, ma poco dopo l'imputato aveva cominciato ad essere geloso ed aveva anche minacciato di morte il fratello. Manueddu Maria, madre dell'uccisa, ammetteva di aver sorpreso la figlia con il prevenuto, prima del matrimonio, mentre erano in intimità, ma precisava che, in tale circostanza, avendo ella dato uno schiaffo alla figlia, il Bazzu era intervenuto dicendole: «Piano, è mia moglie». Il Manca Francesco, padre della Manca Quirica, invece deponeva che era stato informato da molte persone che il Bazzu era geloso della moglie. Precisò, però, che mai il Bazzu gli aveva manifestato l'intenzione di separarsi dalla stessa, e che soltanto dopo il parto, poiché il Bazzu, sebbene avvertito a mezzo di un

telegramma, non si era recato dalla moglie, egli andò dal genero ed apprese da costui che, a suo dire, la moglie gli aveva inviato una lettera diffidandolo a non recarsi da lei. La Manca Tomasina, infine, smentiva l'imputato relativamente alle circostanze da lui riferite in merito al comportamento della moglie immediatamente prima del delitto. Tale teste precisava, infatti, che, dopo aver consumato il pasto ed aver lavorato tutti assieme, la sorella aveva manifestato l'intenzione di ritornare a casa con la teste. Il Bazzu, però, si era opposto, ingiungendo alla moglie di restare con lui ed alla cognata di ritornare a casa da sola. Malgrado l'atteggiamento minaccioso del Bazzu, le due donne si accingevano alla partenza, quando, improvvisamente, il prevenuto si scagliava contro la moglie colpendola violentemente e reiteratamente, al capo, con un rastrello colpendo anche la cognata, che cadeva a terra svenuta. A seguito di tali risultanze, il giudice istruttore, con sentenza del 31 dicembre 1954, ordinava il rinvio a giudizio dinanzi a questa competente Corte d'Assise, del Bazzu Giovanni per rispondere dei tre delitti ascrittigli. Questa corte, all'udienza del 1° luglio 1955, poiché la difesa dell'imputato insisteva affinché venisse assunto quale teste l'insegnante Mulas Gavino per deporre in merito al contegno tenuto dal prevenuto al suo rientro dal servizio militare, affinché venisse accertato per quale malattia fu ricoverato nel locale dell'ospedale psichiatrico Bazzu Salvatore fu Tommaso, parente in sesto grado dell'imputato, ed affinché venisse richiesta all'ospedale militare di Treviso, la cartella clinica relativa al ricovero dello stesso prevenuto nell'anno 1945, disponeva che, rinviato il dibattimento a nuovo ruolo, gli atti venissero trasmessi al Giudice istruttore in sede perché procedesse a sottoporre il Bazzu Giovanni a perizia psichiatrica, in quanto

dette istanze della difesa, come dalla stessa preannunciato, erano evidentemente tendenti ad accertare le condizioni psichiche dello imputato ed in quanto il comportamento tenuto da costui al momento del commesso reato, nel tempo che lo precedette e che susseguì nonché le deposizioni di diversi testi costituivano gravi e fondati indizi che rendevano necessaria una indagine sul suo stato di mente. A seguito di tale ordinanza, il Bazzu Giovanni, veniva ricoverato nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino e l'incarico peritale veniva affidato ai dottori Pasquale Coppola e Francesco Coppola, rispettivamente direttore e medico analista presso detto manicomio giudiziario. Tali periti, con relazione datata 10 dicembre 1955, concludevano: 1) al momento dei commessi reati, esistette nel Bazzu una condizione ansiosa di eccitamento sensoriale, formato da uno stato monoideistico a carattere subdelirante, per cui va riconosciuta la seminfermità di mente; 2) attualmente esiste uno stato reattivo a tipo confusionale e di genesi detentiva e ganseriana, insorto nello stesso terreno frenastico; 3) il Bazzu è persona pericolosa. Il dibattimento, quindi, veniva nuovamente fissato per l'udienza dell'8 giugno 1956 e seguenti. Subito dopo compiute le formalità di apertura del dibattimento, la Difesa chiedeva che il Bazzu venisse sottoposto ad una nuova indagine sul suo attuale stato di mente. La Corte, per i motivi che in seguito verranno precisati, respingeva tale istanza. Nel corso del dibattimento, l'imputato, malgrado i reiterati tentativi compiuti dal Presidente, si ostinava in un sospetto mutismo non rispondendo alle domande rivoltegli o dando risposte sconclusionate e risposte "a traverso". Osserva, innanzitutto, la Corte che appare veramente strano che l'imputato, in occasione del primo dibattito, svoltosi nelle

udienze comprese tra il 27 giugno 1955 e il 1° luglio successivo (cioè dopo oltre un anno di detenzione preventiva), abbia rese delle dichiarazioni dettagliate e precise dilungandosi in particolari anche di scarsa importanza, mentre, a soli due mesi di distanza da tale ultima udienza nella quale fu disposto che venisse sottoposto a perizia psichiatrica, egli, non appena giunse al manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, sia diventato mutacico e negativista. I due periti, infatti, cui fu affidato l'incarico in data 1° settembre 1955, constatarono, sin da quando iniziarono l'indagine psichiatrica, che il Bazzu era mutacico e negativista. Essi, però, si resero immediatamente conto che il Bazzu si era trincerato in tale posizione «più o meno volontariamente assunta». E tale loro giudizio fu confermato dal comportamento successivo del periziando. Costui, infatti, quando, alla fine, i periti gli spiegarono ripetutamente la gravità della sua situazione ed il danno che sarebbe potuto derivargli da tale suo atteggiamento, «ha cominciato a dare qualche risposta più a tono e, con scarne parole ha ammesso le sue azioni criminose, motivandole nel senso assunto nelle sue precedenti deposizioni alle varie autorità giudiziarie». E che tale atteggiamento sia stato assunto «più o meno volontariamente» dal Bazzu è confermato dalle sue risposte «a traverso», in quanto tali risposte rivelano chiaramente che egli «percepiva» non solo le domande dei periti, ma «anche il mondo esterno». Inoltre tale atteggiamento, assunto dal Bazzu sin dal suo ricovero nel predetto manicomio, «atteggiamento che fa parte di una sindrome che rasenta quella descritta da Ganser», rivelò ai periti che il Bazzu è «un oligofrenico, anche se di lieve grado, poiché la sindrome ganseriana si manifesta in individui spesso con intelligenza ridotta». Osservavano giustamente, inoltre, i

due periti, che «tale atteggiamento», infatti, rivela anche un ragionamento logico e una forza critica ridotta, perché egli ha creduto di assumere esteriorizzando una condotta da lui ritenuta simile a quella di uno psicopatico, una posizione difensiva che

avrebbe dovuto apparire, almeno nei suoi occhi, incongrua, in quanto avrebbe tolta ogni ragione ai suoi atti, facendoli apparire, in tale modo, frutto di una mente malata, e non di un individuo spinto al delitto da particolari ragioni esogene.

E che il Bazzu sia un frenastenico, così come ritenuto dai

periti, trova conferma in un dato obiettivo. Infatti è stato riscontrato nel prevenuto un dato degenerativo frequente in

molti frenastenici, cioè il minor sviluppo del polo frontale rispetto a quello occipitale.

E poiché il comportamento tenuto durante il dibattimento

dall'imputato è identico a quello da lui tenuto mentre si trovava ricoverato nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, non si ritiene di dover sottoporre il Bazzu ad altra indagine psichiatrica sia perché i periti hanno già escluso che il prevenuto si trovi in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere e sia perché nessun fatto nuovo è intervenuto che autorizzi una nuova indagine psichiatrica. Infatti, non solo i due periti nella loro relazione hanno ripetutamente insistito nell'affermare che il Bazzu presenta un ragionamento logico ed una forza critica sebbene ridotti ed ha «poteri inibitori sufficientemente integri», ma allo stesso direttore del manicomio giudiziario di M.F., nella nota in data 10 maggio 1956 diretta al direttore delle carceri Giudiziarie di Sassari, ha precisato ancora una volta che la sindrome attuale a tipo confusionale di genesi detentiva, che presenta il Bazzu, «è tutt'ora evidente anche se, per il terreno frenastenico, in essa è presente molta intenzionalità». Conseguentemente si può affermare con certezza che l'attuale

stato di mente dell'imputato non è tale da escludere la capacità d'intendere e di volere e, pertanto, si ritiene che non si debba sospendere il processo. Per quanto riguarda il merito della causa si rileva che, attraverso tutte le risultanze processuali, è stato accertato in modo indubbio che la Manca Quirica era donna onestissima e

moglie fedelissima. Ma è stato anche stabilito che il prevenuto uccise la propria moglie ed il proprio cugino omonimo perché riteneva, sia pure a torto, che fra i due sussistesse una relazione amorosa. Infatti se si esclude tale causale non si potrebbe spiegare per quale motivo l'imputato li abbia uccisi. Inoltre tutto il comportamento del Bazzu prima dei delitti sta a dimostrare che egli era tormentato dall'idea che la moglie lo tradisse con il Bazzu Giovanni fu Angelo che indusse a recarsi nella chiesa di San Paolo di Monti per giurare di non avere alcuna relazione amorosa con la Manca Quirica.

Il Bazzu Giovanni fu Angelo prestò il giuramento, ma dopo

poco il prevenuto riprese a tormentarsi con la solita idea e minacciò di morte il cugino. Ed egli era talmente tormentato che in qualunque fatto innocente vedeva qualcosa che riguardava l'infedeltà della moglie; credeva che tutti fossero a conoscenza di tale infedeltà e che, in particolare, la vicina di casa Meloni Martina vedesse il Bazzu Giovanni fu Angelo, recarsi nella sua abitazione per incontrarsi con la moglie e, perciò, anche dalla Meloni Martina pretese ed ottenne un giuramento nella chiesa di San Francesco.

E tale comportamento del prevenuto, come è stato accertato

dai due periti, trova spiegazioni nel fatto che egli è un frenastenico di modico grado e, quindi, ha uno stato mentale potenzialmente predisposto ai monoideismi persecutori e gelosi. La sua deficienza, infatti, si rivelò non appena decise di sposarsi con la Manca Quirica e pervenne all'idea che questa potesse

essere anche di altri. Tale idea, poi, divenne a lui predominante, prese a tormentarlo e lo portò, conseguentemente, essendo egli frenastenico, a dare una falsa interprestazione ai fatti più banali e innocenti. Giustamente, pertanto, i periti conclusero che «al momento dei commessi reati, esistette nel Bazzu una condizione ansiosa di eccitamento sensoriale formato da uno stato monoideistico a carattere subdelirante, per cui va riconosciuta la seminfermità di mente». Infatti fu l'eccitamento subdeliroso del frenastenico che lo portò a commettere i delitti e non il delirio del paranoico perché in tal caso egli avrebbe sempre affermato la propria ragione, senza arrecarsi delle lievissime lesioni allo scopo di dare ad intendere che, pentito di quanto aveva fatto, aveva tentato il suicidio, senza assumere l'atteggiamento di uno psicopatico e senza dare risposte "a traverso". Tale comportamento successivo ai delitti, infatti, non solo esclude che il Bazzu abbia agito in preda al delirio del paranoico, ma conferma che egli è frenastenico e che commise i delitti in stato di eccitamento subdeliroso. E, sebbene la frenastenia da cui è affetto il Bazzu sia di modico grado, bisogna tenere presente che il prevenuto dimostrò ipocritica e difettosità di pensiero nel giungere ad assurde e false interpretazioni dei fatti, e perciò si deve concludere che, nel momento in cui commise i fatti, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere. Pertanto a favore del Bazzu deve applicarsi la diminuente del vizio parziale di mente. Che il Bazzu Giovanni abbia agito con intenzione omicida non può essere messo in dubbio sia per la violenza dei colpi inferti alle vittime, sia per il numero e per la gravità delle ferite, sia per le parti vitali del corpo prese di mira e sia per i mezzi

usati (rastrello, pugnale e pennato). Inizialmente il Bazzu intendeva certamente sopprimere la propria moglie ed il presunto amante di costei e non anche la propria cognata Manca Tomasina. Nel corso dell'esecuzione dell'omicidio della moglie sorse però per lui la necessità di sopprimere anche la giovane cognata per impedire che costei, con le proprie grida, richiamasse l'attenzione dei contadini che eventualmente si trovassero in prossimità del luogo del delitto e gli fosse impedito quindi di portare a termine il piano criminoso ideato e già iniziato. E che anche nei confronti della giovane cognata abbia agito con intenzione omicida è dimostrato dal fatto che inferse al capo di costei dei colpi di rastrello che le cagionarono un'ampia ferita al cuoio capelluto con frattura della volta cranica. Relativamente a tale tentato omicidio sussiste l'aggravamento di cui all'art. 61 n. 2 C.P., contestato dal P.M. in occasione del primo dibattimento, poiché come già è stato dimostrato, il Bazzu tentò di sopprimere la Manca Tomasina, per poter eseguire l'omicidio del Bazzu Giovanni fu Angelo. Non si ritiene invece che nella specie sia confìgurabile l'aggravante della premeditazione, contestata dal P.M. nel corso del primo dibattimento in ordine ad entrambi gli omicidi consumati, poiché pur prescindendo dalla compatibilità o meno di tale aggravante con la diminuente del vizio parziale di mente, manca del tutto la prova che tali omicidi siano stati decisi e voluti con persistente, tenace ed ininterrotta riflessione. Ai fini della predetta aggravante infatti, occorre la sussistenza di due elementi: quello cronologico e quello psicologico. Il primo consiste in un congruo intervallo di tempo tra il momento in cui sorse la risoluzione omicida ed il momento dell'esecuzione, mentre il secondo richiede una persistenza del proposito omicida, saldo ed inflessibile, durante il detto intervallo di

tempo, senza dubbiezza e pentimenti. Tenuti presenti tali princìpi non si può affermare che il Bazzu abbia agito con premeditazione poiché manca del tutto la prova che tra il momento in cui sorse in lui la risoluzione omicida ed il momento dell'esecuzione sia trascorso un intervallo di tempo apprezzabile durante il quale il proposito omicida rimase saldo e non subì tentennamenti.

È vero che è stato accertato che l'imputato, dopo aver

abbattuta la moglie per terra, infierì sulla stessa colpendola con un pugnale, ma non è vero che il possesso di tale pugnale da parte del prevenuto dimostri che egli agì con premeditazione, in

quanto egli, per commettere l'omicidio, non aveva bisogno di portare con sé detto pugnale perché disponeva di molti attrezzi

da lavoro (accetta, rastrello, pennato etc.) idonei alla bisogna. Il Bazzu, infatti, quando commise l'omicidio del cugino non si servì del pugnale ma del pennato. Da tale comportamento dello stesso imputato si ricava la prova che il possesso del pugnale non può ritenersi che sia stato preordinato per commettere il delitto.

È vero anche, che il Bazzu minacciò più volte di morte il

cugino e la moglie, ma considerato che il prevenuto è un seminfermo di mente è stato accertato che egli era incostante nelle proprie decisioni (non voleva sposare la Manca Quirica e poi la sposò, ma non voleva ricevere in casa la moglie dopo il parto e poi l'accettò etc.), si deve ritenere che, ammesso che il proposito omicida sia sorto in lui in un momento anteriore, in modo apprezzabile, all'esecuzione degli omicidi, certamente tale proposito non rimase sempre saldo ed anzi subì dei tentennamenti. Considerato, invece, che unico fu il disegno criminoso per cui, con più azioni, commise i due omicidi ed il tentato omicidio, in quanto uccise la moglie ed il cugino perché riteneva che tra i due

sussistesse una relazione amorosa e tentò di uccidere la cognata perché costei, con le sue grida, non richiamasse l'attenzione di eventuali contadini e gli fosse, quindi, impedito l'esecuzione dell'omicidio del cugino, si ritiene di dichiarare il Bazzu

responsabile di unico delitto di omicidio aggravato e continuato, anziché dei tre distinti delitti ascrittigli. Considerato che il Bazzu è incensurato e, prima di commettere tali delitti, si dimostrò un buon lavoratore e mantenne sempre buona condotta, gli si concedono le attenuanti generiche. Non si ritiene, invece, di concedere all'imputato l'attenuante

di

cui all'art. 62 n. 1 C.P. richiesta dalla difesa. È vero che tale circostanza attenuante ha carattere subiettivo

e,

pertanto, essa può configurarsi anche se il fatto dal quale

deriva il motivo ad agire è erroneamente supposto, in quanto, a differenza dell'attenuante della provocazione, non è richiesta la reale sussistenza del fatto da cui trae origine il motivo ad agire, ma è sufficiente che il reo abbia agito per motivi di particolare valore morale e sociale, a nulla rilevando che il fatto che ha spinto ad agire sia stato erroneamente supposto. E tutto ciò non contrasta con il disposto dell'art. 59 cpv. C.P. perché, essendo nella specie preso in considerazione esclusivamente il motivo per cui si è agito, non si può affermare che sia stato ritenuto per errore tale motivo solo perché esso trae origine da un fatto erroneamente supposto. Ciò che però interessa è che il motivo per cui si è agito non sia erroneamente supposto di valore morale e sociale dell'agente, in quanto è necessario, per la sussistenza dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 1 C.P., che il motivo per cui si è agito sia da ritenersi di valore morale e sociale secondo i princìpi etici della società presente; tutto ciò premesso, considerato che il Bazzu agì per gelosia morbosa e che questa, data la sua natura di

debole mente e di deviato nell'etica, lo portò ad agire nella maniera del primitivo, si ritiene che il motivo per cui il Bazzu agì non possa essere considerato di valore morale secondo i princìpi etici della società. Al riguardo è bene rilevare che non si devono confondere le cause di natura psichiatrica che determinarono l'agente al delitto con i motivi di particolare valore morale e sociale. Infatti i motivi di particolare valore morale o sociale devono ricercarsi nel processo volitivo dell'agente e sono quelli che hanno determinato al reato, che deve considerarsi di minore gravità quando la determinazione criminosa abbia avuto origine in considerazione che, in rapporto alla coscienza morale o sociale del tempo in cui il reato fu commesso, appaiono meritevoli di speciali considerazioni. Quando, invece, come nella specie, abbiano influito sulla determinazione criminosa delle cause di natura psico–patologica e siano state queste a generare nell'agente quella gelosia morbosa che lo determinò al delitto, è chiaro che dovranno essere prese in considerazione tali cause, ai fini della valutazione della personalità del prevenuto e dell'accertamento della sua capacità d'intendere e di volere, e non anche la circostanza di cui all'art. 62 n. 1 C.P. poiché, dato il carattere morboso della sua gelosia e

le anomalie psichiche che lo determinarono al delitto, non può

ritenersi di valore morale, secondo i princìpi etici della società, il motivo per cui egli ha agito.

Non è confìgurabile, inoltre, nella specie, il delitto di cui all'art. 587 C.P., poiché, a parte le considerazioni più sopra esposte per la esclusione della sussistenza dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 1 C.P., che sono valide anche per escludere la configurazione di tale delitto, si osserva che nella specie

mancano i requisiti richiesti per la sussistenza in luogo di quello

di omicidio contestato. Infatti per la sussistenza del delitto di cui

all'art. 587 C.P. sono necessari due elementi: l'uno obiettivo e l'altro subiettivo. Il primo consiste nell'immediatezza dell'esecuzione dell'omicidio, in quanto questo deve essere commesso nell'atto «in cui l'agente scopre la illegittima relazione carnale», mentre il secondo richiede che il delitto venga commesso anche «nello stato d'ira determinato dalla offesa» arrecata all'onore dell'agente o della famiglia.

E poiché dalla stessa espositiva del fatto si rileva in modo

indubbio che difettano tali due elementi è superfluo indugiarsi ulteriormente nella dimostrazione dell'insussistenza del delitto di cui all'art. 587 C.P.

Tenuto presente il disposto dell'art. 133 C.P. ed in particolare

la personalità dell'imputato, la sua pericolosità e la particolare

gravità ed efferatezza dei delitti, si ritiene equa la pena di anni ventiquattro di reclusione (pena base anni 27 per il grave delitto

di uxoricidio, ridotta di 1/3 per il vizio parziale di mente = anni

18, ridotta di 1/3 per le attenuanti generiche = anni 15,

aumentate di 3/5 per la continuazione = anni 24).

Si condanna poi, lo stesso Bazzu, ai sensi degli artt. 29 e 32

C.P., all'interdizione perpetua dai pubblici uffici ed a quella legale durante la pena e si ordina che, ai sensi dell'art. 219 C.P.,

il prevenuto venga ricoverato in una casa di cura e di custodia

per un tempo non inferiore a tre anni. Ai sensi dell'art. 489 C.PP

si condanna, inoltre, il Bazzu Giovanni al risarcimento, a favore

delle parti civili, dei danni da liquidarsi in separata sede e delle

spese che si liquidano nel modo seguente: L. 81.300, ivi comprese L. 80.000 per onorario d'avvocato, a favore delle parti civili Manca Francesco e Manuedda Maria; L. 41.300, ivi comprese L. 40.000 per onorario di avvocato, a favore della parte civile Manca Francesco costituitosi per conto e nell'interesse della minore figlia Tomasina Manca; L. 100.000 per onorario d'avvocato a favore della parte civile Bazzu

Bachisio, costituitosi per sé e quale tutore dei minori Bazzu Giovanni Maria e Bazzu Carmela, germani, fu Giovanni. Ai sensi dell'art. 240 C.P. si ordina la confisca del coltello e del pugnale in sequestro.

P.Q.M.

Dichiara Bazzu Giovanni responsabile di un unico delitto di omicidio aggravato e continuato, ai sensi degli artt. 81–575–577 ultimo comma C.P., anziché dei tre distinti delitti ascrittigli, e, esclusa l'aggravante della premeditazione contestatagli in udienza, con la diminuente del vizio parziale di mente e con le attenuanti generiche. Visti gli artt. 477, 483, 488, 489 C.P.P. lo condanna alla pena

di

anni 24 di reclusione, al pagamento delle spese processuali ed

al

risarcimento, a favore delle parti civili Manca Francesco e

Manuedda Maria, dei danni da liquidarsi in separata sede e delle spese che si liquidano in complessive L. 81.300, ivi comprese L. 80.000 per onorario di avvocato. A favore della parte civile Manca Francesco costituitosi per conto e nell'interesse della minore figlia Manca Tomasina, dei danni da liquidarsi in separata sede e delle spese che si liquidano in complessive L. 41.300, ivi comprese L. 40.000 per onorario d'avvocato ed a favore di Bazzu Bachisio, costituitosi parte civile per sé e quale tutore dei minori Bazzu Giovanni Maria e Bazzu Carmela, germani fu Giovanni, dei danni da liquidarsi in separata sede e delle spese che si liquidano in L. 100.000 per onorario d'avvocato. Visti gli artt. 29–32 C.P. condanna lo stesso Bazzu Giovanni all'interdizione perpetua dai pubblici uffici ed a quella legale durante la pena. Visto l'art. 219 C.P. ordina che il Bazzu venga ricoverato in

una casa di cura e di custodia per un tempo non inferiore a tre anni. Visto l'art. 240 C.P. ordina la confisca del coltello e del pugnale in sequestro.

Sassari 11 giugno 1956

Il Presidente Angioni dr. Carlo

Il giudice estensore Lavosi dr. Arnaldo