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Francesco Ammannati

Se non piace loro larte, mutinla in una altra. I


lavoranti dellArte della lana fiorentina tra XIV e XVI
secolo

Introduzione
Non facile individuare, nel composito panorama della manifattura medievale e moderna, forme stabili di organizzazione produttiva. Nonostante si
possano formalizzare alcuni modelli, utili se non altro a sistematizzare realt imprenditoriali comuni a pi regioni economiche, questi risultano spesso vaghi
o eccessivamente rigidi se applicati allanalisi di singoli casi, anche perch non
riescono n a cogliere con esattezza levoluzione del fenomeno nel tempo, n
a valorizzare le difformit presenti in ambiti geografici diversi. Un approccio
che ricerchi un rapporto lineare tra datori di lavoro e lavoratori dimostra la
sua debolezza quando deve misurarsi con realt concrete, poich sottovaluta
la molteplicit di relazioni che si intrecciavano tra gli operatori coinvolti nella
manifattura in epoca preindustriale, che sfuggono spesso a una catalogazione
coerente e ben definita.
Lo studio del settore tessile, forse insieme a quello edile il pi rappresentativo del mondo della produzione del tempo, ha offerto esempi istruttivi in merito:
le grandi ricostruzioni teoriche si sono dimostrate utili strumenti per categorizzare le forme in cui poteva articolarsi lattivit degli opifici, ma sufficiente
restringere lambito di ricerca a una singola tipologia merceologica (lana, seta,
lino), a uno specifico ambito geografico (rurale, cittadino), a un determinato
periodo cronologico (il tardo medioevo, la prima o la piena et moderna), per
imbattersi in una miriade di piccole, o grandi, specificit, spesso nascoste dietro
lapparente staticit del modello.
Questo saggio sar dedicato alla manifattura della lana a Firenze, che mi
pare possa bene interpretare gli aspetti sommariamente accennati, e in particolare allosservazione di una specifica categoria di operatori lungo un periodo di un
paio di secoli, dalla fine del Trecento al tardo Cinquecento.
La produzione laniera fiorentina, controllata dalla potente Arte della lana,
un tema classico della storiografia della citt toscana e ha costituito loggetto di
innumerevoli studi nel corso del secolo scorso1. Nonostante i divergenti interessi
da cui muovevano le ricerche dedicate alla manifattura tessile fiorentina (della
lana, ma anche della seta), il fattore lavoro ha sempre assunto un ruolo signifiAnnali di Storia di Firenze, VII (2012): 5-33
www.fupress.com/asf

ISSN 1824-2545 (online)


Firenze University Press

Francesco Ammannati

cativo, sia dal punto di vista dellorganizzazione della produzione che da quello delle condizioni di vita dei salariati. Lungi dallessere un argomento ormai
esaurito, la conoscenza del mondo degli addetti alla produzione laniera a Firenze
tra Tre e Quattrocento poggia certamente su solide basi. Minor fortuna ha goduto lo studio dellArte della lana nel sedicesimo secolo, intesa come istituzione
corporativa e, in generale, come settore produttivo.
La questione del lavoro dipendente negli opifici lanieri fiorentini tra basso
medioevo e prima et moderna fu affrontata, almeno negli studi apparsi fino alla
met del secolo precedente, dando una particolare enfasi alle rivolte cittadine
che videro protagonisti i lavoratori dellindustria tessile (culminate nella rivolta dei ciompi del 1378), dipinte come consapevoli rivoluzioni sociali a opera
di un nascente proletariato e divenute una sorta di archetipo dellinsurrezione
operaia2. Limpulso ad analizzare pi nel dettaglio i rapporti di lavoro allinterno degli opifici, dopo i pioneristici e fondamentali lavori di Florence Edler e
Raymond De Roover tra gli anni Quaranta e Cinquanta sulle compagnie di Arte
della lana dei Medici del Cinquecento3, giunse tra gli anni Cinquanta e Sessanta
da Federigo Melis con gli studi dedicati alle aziende datiniane4 e, dagli anni
Ottanta-Novanta, si consolid con gli importanti saggi di Dini, Cohn, Stella,
Franceschi5 sul mondo dei lavoratori tessili fiorentini tra Tre e Quattrocento.
Grazie soprattutto a questi ultimi si sono iniziate a distinguere alcune fasi evolutive, o involutive, dei rapporti tra sottoposti e bottega laniera. Ancora pi di
recente, grazie ad alcune sintesi dello stesso Franco Franceschi, e nuovi contributi di Richard Goldthwaite, Patrick Chorley e Andrea Caracausi6, si tentato di
collegare le acquisizioni di queste ricerche bassomedievali alla realt del lavoro
nellindustria fiorentina tra Cinque e Seicento, cercando di coglierne la traiettoria di medio-lungo periodo e mettendola in relazione al destino delleconomia
della citt, ormai Stato, di Firenze.

Le fonti: oltre gli statuti corporativi


Indagare il mondo del lavoro ruotando essenzialmente intorno al concetto
di corporazione artigiana, che se ne voglia enfatizzare o minimizzare il ruolo
nella gestione dei rapporti tra i vari soggetti coinvolti, pu far perdere di vista la
complessit del variegato mondo della produzione tessile urbana. Labbondante
e ricca documentazione tramandata dalle Arti delle pi importanti citt italiane e
europee ha, soprattutto in passato, indotto pi di una generazione di ricercatori
ad affidare a questo tipo di fonte il compito di raccontare la storia dei lavoratori7. Lapparente coerenza e completezza che questo tipo di analisi sembrava
consentire ha subito negli ultimi decenni pesanti critiche, volte a dimostrare
come la visione che offre la produzione normativa delle corporazioni artigia-

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ne sia nella migliore delle ipotesi astratta o retorica, nella peggiore inaffidabile,
poich espressione di ununica voce, quella dei gruppi di potere che fissarono
le regole8. Ritenendo sostanzialmente fuorviante affidarsi alla documentazione
statutaria per la descrizione della pratica quotidiana del lavoro, queste nuove
interpretazioni hanno tentato di colmare il divario tra la teoria degli statuti e la
realt delle botteghe9. Uno dei risultati immediati di queste riflessioni stato il riconoscimento di intere categorie di lavoratori che sfuggivano al diretto controllo
delle corporazioni o che semplicemente non venivano menzionate nei documenti ufficiali; si iniziato a prendere coscienza della inadeguatezza di questo tipo
di fonti per la descrizione del lavoro cittadino nella sua totalit e della necessit
di ricostruire nei dettagli le pratiche effettivamente adottate in specifici luoghi e
tempi10. Un fenomeno cos dinamico pu essere analizzato in modo pi efficace
grazie ad almeno altri due tipi di fonti, fortunatamente presenti in misura altrettanto abbondante negli archivi italiani: la documentazione di natura giudiziaria
(nel caso di Arti dotate di apposito tribunale11) e quella di promanazione aziendale, cio i libri contabili superstiti delle singole botteghe12. Sarebbe comunque
un errore accantonare del tutto la fonte normativa: gli statuti delle corporazioni
artigiane possono essere considerati lo specchio dellideologia che plasmava in
un certo periodo le relazioni di lavoro, in un dialogo continuo con la societ
urbana medievale e della prima Et Moderna, di cui condividevano i valori di
fondo13. I singoli soggetti si muovevano, nei limiti della loro libert di azione,
allinterno di queste strutture adottando strategie che possono essere comprese
solo inquadrandole in una specifica realt sociale ed economica14.

Lorganizzazione della produzione


Ma qual era il carattere strutturale della manifattura laniera a Firenze a cavallo tra tardo medioevo ed et moderna?
Una delle teorie pi influenti e dibattute negli ultimi decenni riguardo levoluzione delle forme organizzative dei processi di produzione quella della protoindustrializzazione, termine coniato per indicare lespansione della manifattura
domestica aperta a un mercato non locale che si verific in diverse parti dEuropa
tra il quindicesimo e il diciannovesimo secolo e che avrebbe agito da apripista
alla futura industrializzazione in senso stretto15. Dalla prima formulazione nel
197216, il concetto di proto-industria ha proliferato e si sviluppato in diverse
famiglie di teorie: da qui la necessit di identificare alcuni elementi chiave (vocazione allesportazione, coinvolgimento del lavoro agricolo, complementariet tra
agricoltura commerciale e di sussistenza17) che, pur fornendo una griglia su cui
modellare i singoli studi, non hanno evitato le critiche allimpostazione di base del
modello. I principali punti deboli sono stati individuati nella difficolt di definire

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esattamente lentit di uno spazio regionale18, nonch la proporzione tra lavoro


rurale e urbano necessaria per identificare la presenza di proto-industria in una
regione19. La previsione di un solo percorso per la transizione verso lindustrializzazione vera e propria, inoltre, ha suscitato profonda diffidenza poich tralasciava
tutta una serie di forme alternative di organizzazione industriale nonch di condizionamenti istituzionali allo sviluppo in senso moderno (ovvero il ruolo giocato
dal potere centrale, dalle corporazioni, dalle comunit, ecc)20. Il caso italiano, in
particolare, ha opposto qualche difficolt allinquadramento nel modello: le formulazioni originarie del concetto di proto-industrializzazione ignoravano o quasi
il lavoro svolto allinterno delle citt, liquidandolo come dominato dalle corporazioni che non potevano che ostacolare la diffusione del putting-out system21.
In realt nellItalia delle citt22, dal medioevo a tutta let moderna, continuarono a convivere forti apparati corporativi cittadini ed evidenti elementi protoindustriali; questo port alla costituzione di rapporti complessi e problematici tra
centri urbani e aree rurali difficilmente schematizzabili o generalizzabili23.
Per quanto riguarda Firenze, gli studiosi hanno da tempo accantonato la
suggestione che voleva gli opifici lanieri della citt organizzati in giganteschi
stabilimenti simili alle moderne fabbriche24, sostituendola con un sistema battezzato alternativamente manifattura decentrata, fabbrica disseminata,
manifattura a domicilio25. Queste espressioni sottolineano in modo efficace
la sostanziale differenza rispetto al moderno modello di fabbrica accentrata, enfatizzando la dispersione spaziale del ciclo produttivo, ma richiamano unidea
di verlagssystem o di putting-out system che necessita di qualche precisazione
per poter essere applicata al caso fiorentino. Se lo si usa nellaccezione di industria rurale, adottando la definizione classica fornita dai teorici della protoindustrializzazione26, il concetto stride decisamente con quello che sappiamo
sulla manifattura laniera a Firenze; pur presentando alcune delle caratteristiche
chiave della proto-industria (una produzione destinata al mercato internazionale
o interregionale, un coinvolgimento nel processo di significative aree del contado) il lanificio fiorentino mantenne sempre una forma caparbiamente urbana27.
Malanima ha affermato che uno dei principali motivi della decadenza del settore
fu proprio limpossibilit da parte degli abitanti delle zone rurali, inquadrati in
unorganizzazione mezzadrile della propriet fondiaria ad alta intensit di lavoro, di abbinare lattivit agricola intensiva a unappendice manifatturiera28.
Pi recentemente Epstein ha ribaltato questa relazione causale affermando che
il potere della corporazione cittadina era cos forte e accentratore da obbligare
leconomia rurale a una tale configurazione labour-intensive29.
Se con verlagssystem si intende una struttura basata sul coordinamento da
parte dellimprenditore tessile di centri operativi esterni e relativamente indipendenti, con la bottega come luogo di accentramento di alcune fasi della lavorazione, comunque necessario coglierne levoluzione lungo due o tre secoli. La

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storia dei lavoratori della lana lontana dallessere statica e immutabile e cambiamenti non banali, rintracciabili nei rapporti tra i lanaioli e i loro salariati,
finirono per condizionare non solo lorganizzazione della manifattura, ma anche
la geografia del paesaggio urbano, le forme dei conflitti di classe, le relazioni
tra i diversi gruppi di operai30.
Daltronde anche lindustria della seta fiorentina, al momento del suo decollo (i primi decenni del Quattrocento), adott una configurazione simile,
spingendo al massimo il decentramento delle varie fasi di lavorazione. In questa
scelta i setaioli, i mercanti-imprenditori proprietari delle botteghe, furono facilitati dalla maggiore professionalit e competenza specifica richiesta agli addetti
(incannatori, tessitori), che svolgevano la loro attivit presso il proprio domicilio.
La differenza tra i due settori della manifattura tessile era proprio la mancanza,
nel setificio, di tutte quelle operazioni preliminari elementari svolte sulla materia
prima, caratteristiche del ciclo laniero, che venivano portate a termine in un
ambiente condiviso da personale non specializzato31.

La forza lavoro
Dal punto di vista tecnico, il procedimento che trasformava la lana grezza in
panno finito rimase tendenzialmente lo stesso lungo i due secoli oggetti di questo
studio, con lievi variazioni dovute ad alcuni cambiamenti nelle tipologie di panni
prodotti. Il famoso trattato dellArte della lana quattrocentesco conservato nella
biblioteca Riccardiana di Firenze, ampiamente citato dagli studi sullindustria
tessile fiorentina e italiana in genere, ha cristallizzato forse eccessivamente il
susseguirsi delle trasformazioni che intervenivano sul fiocco di lana fino alla preparazione del panno finito [grafico 1]32.
La trasformazione pi evidente durante il lungo intervallo di tempo compreso tra la fine del Trecento e il tardo Cinquecento, caratterizzato come detto dal
fenomeno plurisecolare di transizione della citt toscana da organismo comunale
a capitale di uno Stato territoriale33, rintracciabile a livello merceologico, come
diretta conseguenza del nuovo ruolo del panno di Firenze nel mercato internazionale dei tessili: ridimensionata limportanza della produzione trecentesca di
lusso ottenuta lavorando la pregiata lana inglese, il Quattrocento vide un progressivo affermarsi, soprattutto nelle regioni levantine, del cosiddetto panno di
Garbo fiorentino, un tessuto di media qualit composto di lana proveniente
dallItalia centro-meridionale e dalla Castiglia34.
Limportanza del settore per leconomia della citt gigliata rimase comunque
costante. Le grandi ricchezze continuarono ancora per molto tempo a essere
garantite dalla mercatura e dalla finanza internazionale, ma il processo manifatturiero, con le sue specializzazioni di fase, permise una certa redistribuzione

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Grafico
1. Il ciclo laniero. In: F. Ammannati, Gli opifici lanieri di Francesco di
Marco Datini, in G. Nigro (a cura di), Francesco di Marco Datini. Luomo il mercante, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp. 497-523: 507.
della ricchezza presso una larga parte della popolazione cittadina: il ciclo laniero
comprendeva infatti una lunga serie di atti e operazioni parziali che finivano per
coinvolgere gruppi ragguardevoli di lavoratori, specializzati o meno35.
Riferendosi a dieci anni prima della peste del 1348, il cronista Giovanni
Villani attribuiva allArte della lana la capacit di dare da vivere a circa 30.000
persone (una cifra che comprendeva, probabilmente, anche i familiari dei lavora-

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tori), su una popolazione che, le stime sono ovviamente incerte, si aggirava sulle
90-100.000 anime36. Il crollo demografico conseguente alle epidemie di peste che
si susseguirono nella seconda met del Trecento ridusse il numero assoluto dei
cittadini fiorentini, ma la proporzione di occupati nella produzione dei panni di
lana pare si mantenne, anche con una popolazione quasi dimezzata, sul 30% del
totale37. Ancora nei primi anni del Seicento il Provveditore della Corporazione
Vincenzo Pitti stimava che lArte desse le spese a 20.000 bocche dentro la citt,
senza contare il piccolo esercito di operatori extra-cittadini (come le filatrici rurali
e coloro che svolgevano il collegamento tra queste e le botteghe, gli stamaioli o
i lanini) a fronte di una popolazione oscillante tra i 60.000 e i 65.000 abitanti38.
Questa massa di operatori sottostava al controllo e alla giurisdizione dellArte della lana: a Firenze essa si configurava come una corporazione-ombrello39.
Sotto la sua potest ricadevano tutte le attivit e i mestieri legati in qualche modo
alla produzione laniera. In questo senso era sostanzialmente diversa dalle associazioni di una singola categoria di lavoratori (tintori, tessitori, ecc.) tipiche ad
esempio delle citt nord-europee40. Gi dal Quattrocento lArte aveva perso le
caratteristiche di unassociazione egualitaria di maestri per assumere una configurazione gerarchica organizzata su livelli separati41. Sul gradino pi alto stavano
gli artifices pleno iure, cio i maestri lanaioli, che nelle botteghe pi importanti erano associati a mercanti-imprenditori, i veri finanziatori della compagnia.
Entrambe queste figure godevano di pieni diritti di rappresentanza nei corpi
di governo dellArte, anche se solo i primi erano coinvolti nella gestione diretta dellazienda. In una posizione inferiore, che garantiva minori diritti allinterno della corporazione, si trovavano i maestri delle professioni aggregate alla
principale, relativamente autonomi per quanto riguardava lo svolgimento della
loro attivit artigianale (titolari spesso di botteghe e dipendenti propri): tintori,
tiratoiai, gualcherai, ecc. La terza categoria, la pi numerosa, includeva tutti i
sottoposti dei maestri dei primi due livelli (battilani, divettini, pettinatori, scardassieri, in gran parte impegnati nelle prime fasi del ciclo laniero; in generale le
fonti li identificano come lavoranti42) e i lavoratori a domicilio esclusi dal secondo (filatori, tessitori), nonch i fattori dei lanifici, adibiti alla consegna e alla
raccolta del semilavorato presso le filatrici (i lanini o gli stamaioli, a seconda del
tipo di materiale trattato), o allorganizzazione in bottega dei lavoranti43. Questo
terzo gruppo non godeva di nessun diritto corporativo, ma sottostava alla piena
autorit dellArte in campo politico, economico, finanziario e giurisdizionale44.

I rapporti tra lavoranti e bottega, profilo di unevoluzione secolare


Intendo focalizzare lanalisi su uno specifico momento: le fasi preliminari
del ciclo produttivo, cio quelle svolte direttamente sulla massa di lana grezza

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che accedeva alla bottega in vista della preparazione dei vari tipi di semilavorato
destinato alla filatura.
Si trattava indubbiamente di operazioni semplici, che non necessitavano di
strumentazione complessa o costosa (gli inventari di molte botteghe, operanti
tra il XIV e il XVI secolo, dimostrano che spesso gli utensili erano forniti direttamente dal lanaiolo45). Nondimeno, come si vede anche dal grafico precedente,
non mancava una certa articolazione allinterno del gruppo di attivit identificate genericamente come preparatorie. La divettatura consisteva in una raffinatura della lana, a cui venivano tolti i bioccoli pi grossi, poi certe vette nere
e apicchate da non ventrare dentro tinta venivano svettate con delle forbicine
o a mano, tramite delle bacchette. Seguivano la vergheggiatura e la scamattatura, per le quali erano necessarie verghe e camati e un graticcio sul quale si
poneva la lana che si batteva: da qui laltro nome dello scamattino, battilano. La
successiva pettinatura separava lo stame (le fibre pi lunghe) dalle palmelle: lo
stame veniva quindi appennecchiato, cio fattone pennecchi, o mazzi, secondo criteri prestabiliti e preparato per essere indirizzato alla filatura dellordito.
Le palmelle di lana, cio le fibre pi corte che residuavano dalla pettinatura,
venivano prese in consegna dagli scardassieri che, mediante gli scardassi, composti da piccoli ganci di ferro sostenuti dal cuoio e conficcati in tavolette, ottenevano il semilavorato da consegnare alle filatrici per la trama. Unevoluzione
di questa tecnica, che port alla creazione di postazioni composte da un banco
fisso e da una sola tavoletta mobile, ebbe luogo tra la fine del Cinquecento e i
primi del Seicento. Si deve comunque sottolineare che, nonostante questa differenziazione delle mansioni, il lanaiolo potesse aspettarsi dal lavorante una certa
elasticit nellopera da svolgere in bottega, anche in virt dellelementarit dei
compiti: la diversit di funzioni si esplicava piuttosto nella gerarchia dei ruoli,
che per la professionalit del soggetto46.
Chi erano i lavoratori che svolgevano queste operazioni? Che tipo di rapporto si configurava tra questi e il lanaiolo o, in generale, con la propriet della
bottega? Si pu parlare di unevoluzione di questo rapporto nel trapasso da basso medioevo e et moderna?
Un tentativo realistico di quantificazione del fenomeno pressoch impossibile fino almeno ai primi anni del Seicento47, grazie al gi citato documento sottoposto da Vincenzo Pitti al Granduca. Considerando i limitati progressi che dal
punto di vista tecnico il lanificio speriment nellarco dei due secoli precedenti,
sono state tentate alcune congetture sulla distribuzione dei lavoratori dellArte
della lana secondo le varie fasi di produzione per la fine del Trecento e per il
primo Quattrocento; a partire da dati provenienti da stime derivanti dai livelli
annui di produzione, sono stati applicati i rapporti forniti per il 1604 dal Pitti.
Gli addetti alle fasi preliminari, secondo questa ricostruzione il 37,6% dellintera

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

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forza lavoro, ammontavano a 2.327 nel 1378-1379, scendendo a 970 nel 1427; nel
1604 il provveditore dellArte li stimava in 1.981. Al di l della rappresentativit
di questi dati, interessante paragonarli alle cifre risultanti da alcuni censimenti
fiscali coevi, che sottostimavano i valori reali di quasi il 50%48! Questo deriva chiaramente dalla specificit della fonte, che registrava solo i capi famiglia, e
consente di azzardare qualche considerazione in merito allidentit dei lavoranti
lungo i due secoli. Una categoria in particolare sfuggiva sistematicamente ai censimenti di due specifiche attivit del ciclo laniero, la filatura e la tessitura: il lavoro
femminile49. Questo problema non pare affliggere la stima degli addetti alle fasi
preliminari poich queste operazioni erano svolte essenzialmente da lavoratori
di sesso maschile; su questo punto le fonti corporative, normative o giudiziarie,
e i libri delle compagnie laniere disponibili per i due secoli analizzati sembrano
convergere, nessuna donna mai indicata come battilana, divettina, pettinatrice
o scardassatrice. Non erano attivit impegnative, ma sicuramente sgradevoli; lo
suggeriscono le parole di un copista della cronaca del tumulto dei ciompi attribuita ad Alamanno Acciaiuoli: la pi bassa gente che lavora larte della lana
allesercitio, che la pettina et ugne et aconciala da poterla filare, onde mentre che
lavora se ne sta rinchiusa in certe stanze quasi ignuda, tuttunta e imbrattata de
colori della lana50. Le figure che le fonti fiscali sottostimavano e che concorrono
a colmare il gap tra le cifre seicentesche e quelle bassomedievali erano piuttosto
i minori: gi il Pitti congetturava che dei 1.981 lavoranti 358 erano fanciulli, ed
credibile che una simile proporzione si mantenesse dal Tre-Quattrocento51. Non
si trattava di apprendistato, inteso come un formale percorso di tirocinio necessario per raggiungere il grado di maestro: a Firenze un lanaiolo era relativamente
libero di assumere quanti giovani necessitasse mediante comuni contratti dimpiego52. Nonostante coinvolgessero fanciulli o adolescenti, i patti prevedevano
semplicemente una prestazione di lavoro dietro la retribuzione di un compenso
e non implicavano alcuna aspirazione a una carriera professionale o al raggiungimento di un preciso livello nella scala sociale-corporativa53. ben nota la relativa mancanza di rigidit, almeno sotto questo aspetto, del sistema corporativo
fiorentino: anche nel settore serico, ad esempio, quella dei giovani garzoni era
una categoria molto sfumata che non rientrava nella canonica tripartizione dalla
mobilit in ascesa apprendista-lavorante-maestro54.
Unaltra categoria di lavoratori regolarmente sottostimata dalle fonti fiscali
quella dei forestieri: non per il caso di dilungarsi su questo tema dato che, nel
Quattrocento come nel Cinquecento, la stragrande maggioranza degli immigrati
attivi nellindustria laniera italiani ma, soprattutto, oltremontani si dedicava
alla tessitura55.
Inoltrandoci nellanalisi diacronica dei rapporti tra lavoranti e botteghe laniere, una prima cesura stata individuata, e questo non sorprende, allindomani
delle epidemie di peste della met del XIV secolo. Labbondanza di braccia nel

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settore, legata agli alti livelli di produzione tipici di quel periodo, aveva portato
tra Due e Trecento al configurarsi di forme di sottomissione dei lavoranti come
operai salariati, reclutati cio in modo continuativo dalla bottega, con corrispettivi molto bassi56; nella seconda parte del secolo la contrazione della popolazione
fece diminuire drasticamente la massa di lavoratori a disposizione.
La compagnia di Francesco Del Bene, attiva negli anni immediatamente
successivi alla peste nera (1355-1370, con una media di 150 panni lanno), un
buon esempio di una realt legata a vecchi metodi organizzativi, ma in via di
transizione. In breve, lopificio era cos strutturato57:
un numero esiguo di dipendenti fissi, 8-9 lanno: alcuni (lanini e stamaioli, garzoni che aiutavano in bottega) erano assunti per svolgere le funzioni
di coordinamento con i centri operativi esterni (filatrici, tessitori, ecc); altri
avevano compito di sorveglianza per il personale interno (i fattori, sopra i
divettini, del cardo o del pettine);
un gruppo di salariati dedito alle operazioni sul fiocco, di difficile quantificazione date le lacune della documentazione, ma che doveva essere numeroso poich richiese la sorveglianza di una sessantina di persone nellarco di
due anni. Il luogo dove venivano svolte queste attivit indicato dalle fonti
come la casa dei lavoranti, quindi una sorta di piccola manifattura (forse
una sezione della bottega stessa? Anche la documentazione della compagnia
di Averardo di Bernardo Medici attiva nella met del Quattrocento parla
di una sala de lavoranti58) dove divettatura, scamattatura, pettinatura e
scardassatura venivano eseguite in forma accentrata, sotto la sorveglianza, e
il coordinamento, dei fattori preposti. da sottolineare che i singoli scamattatori, pettinatori o scardassieri, spesso individuati singolarmente dai libri
contabili della compagnia, venivano retribuiti con un salario commisurato
alle giornate di lavoro e, a volte, erano titolari di veri e propri contratti che li
legavano allazienda per periodi che potevano raggiungere anche lanno59.
una schiera di addetti, filatrici, tessitori e artigiani dediti alle operazioni di
rifinitura, che operavano al di fuori della bottega, presso il proprio domicilio
o nei diversi luoghi a cui la loro attivit li assoggettava (i tiratoi nel caso dei
tiratori, le gualchiere per i gualcherai, ecc). Questi erano retribuiti secondo
la quantit di materiale lavorato ed erano slegati da ogni rapporto di esclusivit nei confronti dellazienda laniera.
Allindomani delle ondate di pestilenza che martoriarono la citt dal 1348
fino alla fine del secolo, diminuendo la manodopera inizi rapidamente ad aumentare il prezzo del lavoro dei giornalieri; di conseguenza, crebbe linteresse
del personale fisso, il cui salario si manteneva stabile per un medio-lungo periodo, a trasformarsi esso stesso in giornaliero. Per gli stessi motivi gli imprenditori
furono costretti a ridurre la produzione annuale di panni, che raggiunse livelli

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

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(circa 1/3 in meno in media) che non potevano sostenere un uso generalizzato
del personale fisso60. Questo mise in moto un processo che, nel volgere di un
secolo, a partire dalla fine del Trecento, vide scomparire in sostanza a Firenze
e in tutta la Toscana la figura del dipendente stabile nelle botteghe laniere, a
meno che non servisse al coordinamento delle varie fasi. Il cottimo si diffuse
come metodo generalizzato di pagamento e il legame del lavoratore con una
determinata bottega inizi, gradualmente, a sgretolarsi61. Franceschi ha integrato
questa ricostruzione enfatizzando il ruolo traumatico del tumulto dei ciompi,
con la conseguente necessit di ripensare un sistema di organizzazione del lavoro
che aveva portato ad esacerbare il conflitto sociale, e le trasformazioni avvenute
sul mercato internazionale dei tessili (espansione del consumo di stoffe di minor
qualit e spostamento della domanda di prodotti di lusso verso i drappi di seta)62.
Il processo, comunque, non fu cos drastico e lineare: numerosi casi tre, quattro e cinquecenteschi offrono un panorama pi articolato. Se, ad esempio, nella
compagnia tardo trecentesca Strozzi-Credi studiata da Stella continuavano a essere presenti singoli lavoranti stipendiati con compensi commisurati alle giornate
lavorative, parallelamente si configurava il ruolo dei fattori63 non solo come sorveglianti o coordinatori dei vari pettinatori o scardassatori, ma come responsabili delle intere operazioni64. Secondo questo sistema, la bottega corrispondeva al
fattore del cardo o del pettine pagamenti settimanali in base alle quantit di lana
lavorate; questi avrebbero autonomamente distribuito il compenso presso le
proprie squadre di lavoranti che rimanevano sconosciuti al lanaiolo, almeno dal
punto di vista contabile. infatti abbastanza inverosimile, come ha puntualizzato giustamente Franceschi criticando unazzardata affermazione di De Roover,
immaginare lesistenza in una singola bottega di masse di lavoratori anonimi e
una propriet lontana e assente65. Certo che il rapporto tra il datore di lavoro e
il ciompo finiva per essere del tutto mediato dalla figura del fattore.
La stessa situazione ibrida individuabile nella compagnia di Simone di
Piero del Guanto, attiva tra il 1401 e il 142166: anche in questo caso nei libri
dei conti dellopificio appaiono sia pettinatori e scamattini individuali, retribuiti
per a cottimo, che i vari fattori: capodieci (cos veniva indicato dal Quattrocento
il responsabile delle squadre di divettini67), fattore del cardo e del pettine. E si
potrebbero fare altri esempi68.
In generale, fino ai primi trentanni del Quattrocento si trova ancora traccia,
negli statuti dellArte, di almeno tre categorie di lavoratori: lavoranti assunti con
salario alla giornata, salariati a tempo pi lungo comunque a termine fisso, e
lavoranti non legati da nessun rapporto di obbligatoriet e remunerati secondo
il lavoro svolto69.
Ladozione sistematica dei fattori aventi responsabilit dellintera fase di
lavorazione appare, almeno tra la fine del Trecento e il Quattrocento, poco conosciuta nei centri di produzione laniera del Dominio fiorentino, sia nel distret-

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to che nel contado70: negli anni dal 1429 al 1444 la compagnia di Niccol e
Francesco di Viviano in Arezzo71 indicava sui propri libri contabili i singoli scamattini, divettini, pettinatori e cos via, pur essendo ormai scomparsa la retribuzione giornaliera e adottato generalmente il cottimo. A Prato, intorno agli anni
novanta del Trecento, la compagnia di Piero di Giunta e di Matteo Bellandi individuava contabilmente buona parte dei lavoranti: 88 si applicarono direttamente
nella bottega, ma si ricorse anche a due squadre di pettinatori e scardassieri che
operavano allinterno del Cassero Vecchio e del Cassero Nuovo, evidentemente
strutture paragonabili alla summenzionata casa dei lavoranti72. Qualche anno
pi tardi, Francesco di Marco Datini e il nipote di Piero di Giunta, Agnolo,
impiantarono una compagnia di Arte della lana secondo le medesime consuetudini organizzative, pur avendo ormai abbandonato del tutto forme contrattuali
stabili73. Ancora a fine Quattrocento, la stessa situazione stata osservata nella
bottega pratese di Andrea di Carlo di messer Bartolomeo (1470-1475)74.
Nelle compagnie medio-grandi di Firenze, invece, labitudine a delegare la
gestione delle attivit preliminari ai fattori sembra assodarsi via via che ci si inoltra nel Quattrocento, anche se con diverse eccezioni, segno che la pratica non si
era ancora sedimentata. Cos nella compagnia di Alamanno e Bernardo Salviati,
lanaioli in San Martino tra 1424 e 1427 ormai quasi tutti gli operai non apparivano pi nelle registrazioni75, mentre nella contabilit della compagnia di
Lorenzo dAntonio Ridolfi (1464-1467) convivevano ancora, accanto a quelle
relative ai capodieci, scritture relative ai vari divettini76.
A partire dal sedicesimo secolo questo processo sembra ormai completo:
labbondante documentazione che hanno lasciato le botteghe cinquecentesche
testimonia senza ombra di dubbio unaffermazione generalizzata del sistema di
gestione delle fasi preparatorie del ciclo laniero affidata ai fattori77. Ci si pu
addirittura spingere ad immaginare, col conforto di alcuni indizi individuati nella documentazione normativa e amministrativa dellArte della fine del
Cinquecento, che i fattori stessi coordinassero lopera dei lavoranti in botteghe
autonome di battilani78. Sono i fattori che appaiono nei libri dei lanaioli nei conti
dedicati alla divettatura, pettinatura e scardassatura e non c traccia, in nessun
registro contabile, di ciompi individuabili singolarmente. La contabilit industriale di queste aziende, ormai formalizzata intorno a un modello comune gi
dal primo Cinquecento79, annotava i rapporti debitori scaturiti dalle attivit preparatorie in quattro diversi registri, caratterizzati da un decrescente livello di
analisi. Nel Libro dei lavoranti i conti, accesi non alle persone, ma ai vari lotti
di produzione, si aprivano con la denominazione del tipo panno in lavorazione
cui seguiva lindicazione delladdetto il capodieci o il fattore del cardo o del
pettine , la descrizione delloperazione effettuata comprensiva delle quantit di
lana lavorata e il compenso corrispondente, calcolato a cottimo. Il debito veniva
poi trascritto nel Quaderno dei manifattori in conti personali a sezioni con-

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

17

trapposte, accreditando in avere le lavorazioni accertate e elencando in dare i pagamenti effettuati (di solito con cadenza settimanale). Una apposita sezione del
Libro di entrata e uscita era dedicata alle manifatture: qui venivano annotati
cronologicamente i movimenti di denaro legati a queste operazioni. I periodici
riepiloghi dei costi della manifattura finivano per essere portati, sinteticamente in forma aggregata, a debito nel Libro grande o Mastro con modalit
che potevano variare a discrezione del contabile: utilizzando un apposito conto
Manifatture80; o registrando i saldi in singole partite nel conto Spese di bottega81 da stornare nel conto Panni venduti.
Questa progressiva spersonalizzazione del rapporto tra azienda e lavoratore non specializzato ebbe dirette conseguenze sui livelli di retribuzione di questa categoria di operatori82. Lo dimostra in primo luogo latteggiamento della
Corporazione stessa nellesercizio della sua funzione regolatrice dei rapporti tra
le varie componenti del mondo della manifattura tessile cittadina. chiaro che
le azioni dellArte erano fortemente condizionate dalle necessit e dalle prerogative del suo gruppo dirigente, ossia i lanaioli e il capitale mercantile retrostante:
queste non potevano essere messe in secondo piano soprattutto in un periodo
come la fine del secolo in cui i costi di produzione stavano mettendo progressivamente fuori mercato le produzioni fiorentine83.

I lavoranti e gli altri addetti di fase


Fino al Cinquecento inoltrato, lArte non pose eccessiva enfasi nella fissazione di livello dei cottimi84: come si visto, questa era ormai la forma generalizzata
di remunerazione del lavoro, articolata in complesse formule (anticipi, saldi al
compimento dellopera, ecc), regolamentate dallArte solo per certe categorie di
lavoratori dotati di qualche specializzazione. Le disposizioni in merito devono
considerarsi uninnovazione di questo secolo e furono i tessitori quelli a godere della pi ampia tutela; cos non fu per i lavoratori non specializzati. Molti
privilegi furono garantiti e confermati dal Granduca in numerose provvisioni a
favore dei tessitori, persino delle filatrici85, mentre furono regolarmente rigettate
le ricorrenti (ricorsi in diversi tempi pi volte a domandare simili cose) istanze
degli scamattini, anche con una certa durezza (se non piace loro larte, mutinla
in una altra86). Per questi lavoratori, tra laltro, come diceva chiaramente una
memoria dei Riformatori al Granduca del 1597 non c[era] mai stato, che sappino, legge alcuna n antica n moderna [] per[ci] in tutti i tempi alcuni lanaiuoli hanno pagato pi e alcuni mancho87, a seconda delle circostanze e senza
alcuna tutela. Queste parole non devono stupire: com ormai stato da pi parti
sottolineato, il salariato urbano in epoca medievale e moderna si sviluppa[va]
secondo rapporti personali piuttosto che mercantili88.

18

Francesco Ammannati

Ancora, nel 1588 alcuni rappresentanti dei divettini si rivolsero allArte chiedendo labolizione della figura del fattore (il capodieci) in modo da ottenere i
compensi direttamente dai lanaioli. Questo, a loro dire, avrebbe permesso ai
padroni di vedere la propria lana lavorata con pi assiduit e responsabilit; i
Riformatori dellArte, per, comunicarono al Granduca che, dopo un sondaggio
effettuato presso i lanaioli, era risultato che nessuno aveva risentimento alcuno rispetto allormai consolidato modo di operare89. Ovviamente i padroni
della lana godevano vantaggi sia a livello di prezzo delle manifatture (il capodieci era pagato a cottimo, mentre retribuiva alla giornata i suoi divettini) che di
elasticit organizzativa, non dovendosi occupare del reclutamento del personale.
I tentativi dei lanaioli di comprimere i costi del lavoro, per, creavano continui malesseri e tensioni tra i vari gruppi di lavoratori: piuttosto che trasgredire le
norme sul livello dei cottimi, i padroni di bottega (e i loro fattori) tendevano a soddisfare i debiti verso i loro sottoposti in natura, fornendo pane, vino e altri generi
alimentari e scalandoli dalla paga giornaliera o dal compenso finale, evidentemente
secondo stime arbitrarie e a discapito degli addetti. Il modo in cui lArte cerc di
venire incontro alle continue lagnanze dei lavoratori conferma la differenza di trattamento cui erano oggetto gli operai pi (tessitori, stamaioli e lanini) e meno (battilani) qualificati. Dopo alcuni tentativi dellinizio del secolo di gestire i rapporti
debitori tra lanini, stamaioli, tessitori e botteghe, nel maggio del 1586 fu stabilito
un complesso sistema di deposito delle somme presso il camarlingo dellArte, che
poi si sarebbe occupato di rimborsare i lavoratori che si fossero presentati con apposite quietanze consegnate dal datore di lavoro90. Tutti gli operatori realizzarono
ben presto che una pratica cos macchinosa creava pi danni di quanti ne risolvesse e nella riforma del luglio 1589 la procedura fu eliminata, intimando ai lanaioli
di pagare direttamente i loro tessitori e fattori in denaro contante. Il problema
del pagamento in natura ai battilani, invece, fu risolto non solo non vietando ai
fattori di tenere in bottega vino e pane da scalare dal compenso delle loro squadre,
ma sottolineando lutilit di questa pratica (perch tali battilani sieno assidui a
lavorare in dette botteghe e non habbino occasione di lasciare il lavoro per andare
a procacciarsi il vitto); ci si limit a una generica raccomandazione a non forzarli
in modo alcuno a pigliarne contro lor voglia della cui efficacia lecito dubitare91.
Tentiamo adesso di quantificare alcune conseguenze di quanto affermato
fino ad ora. Osserviamo, in Tabella 1, la distribuzione dei costi di produzione di
una tipica manifattura laniera dellepoca, quella di Andrea Busini, attiva a met
del Cinquecento. Essa presenta elementi comuni ad altre aziende dellArte della
Lana di Firenze: la materia prima, con pi di un terzo del totale, rappresentava
il costo pi alto. Seguivano per importanza le spese di rifinitura (in particolare
la tintura, cui spettava la quota pi rilevante). Particolarmente bassi i costi delle
fasi preparatorie, che incidevano per poco pi di 1/10.

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

19

Tab. 1. Composizione percentuale dei costi - Compagnia di Andrea Busini (15561559). Elaborazione da ASF, Libri di commercio e famiglia, 909, 913, 914, 915
Fasi preparatorie

11

Filatura

17,13

Tessitura

12,11

Rifinitura

23,46

Totale costi di lavorazione

63,70

Lana

34,3

Totale costi di produzione

98,00

Spese generali
Totale costi

2
100,00

In Tabella 2 riportato il peso relativo dei soli costi di lavorazione, escluso


cio il costo del fattore produttivo materia prima, dellazienda Busini e di altre
aziende fiorentine tra la fine del Trecento e la fine del Cinquecento. Si tratta,
ovviamente, di dati frammentari e difficilmente generalizzabili, ma possono offrire qualche suggestione in merito allevoluzione del modello organizzativo di
produzione dei panni92.
Da essi emerge laumento del peso percentuale della tessitura, ma soprattutto della filatura: il fenomeno probabilmente ricollegabile anche ai cambiamenti intervenuti nella tipologia di panni prodotti dallindustria fiorentina del
Cinquecento. In particolare le rascie, il panno simbolo dellepoca, richiedevano
un rapporto filato pettinato (per lordito)/filato cardato (per la trama) di 2 a 3
contro un 1 a 2 impiegato nelle altre produzioni. La filatura di lana pettinata (per
la quale si usavano il fuso e la rocca) era pi costosa di quella di lana cardata (che
utilizzava il filatoio meccanico); la maggior incidenza della prima si traduceva
quindi in un aumento proporzionale dei costi.
Il peso relativo della tessitura pare aumentare in modo considerevole nel
XVI secolo: la sensazione che gli addetti, nel corso del Cinquecento, riuscirono
a strappare condizioni retributive migliori rispetto ai lavoratori non specializzati.
Le disposizioni dellArte a favore dei tessitori in periodi di scarsit di manodopera furono molte: migliori remunerazioni, previsioni di alloggi da dedicare loro,
e cos via93. In caso di aumenti del livello dei prezzi, inoltre, pare che i tessitori
arrivassero a ottenere scatti delle tariffe dei cottimi in grado di controbilanciare lerosione del valore reale dei compensi94. Lo stesso non pareva valere per
gli addetti alle fasi preliminari: il fatto che fossero, ormai, del tutto ignoti alle
compagnie, che trattavano esclusivamente coi fattori, in combinazione con la
scarsa specializzazione richiesta dalle mansioni, pu spiegare la loro modesta

56

44

Manifattura

Lana

40
100

45

100

Rifinitura

18
14

17

14

Filatura

27

Lana
Minorchina

23

Lana
inglese

Tessitura

Fasi preparatorie

Tipo costo

39

61

100

37

13

18

32

Lana
Maiorchina

Datini 1396-1400

100

44

13

16

27

Lana
S. Matteo

44

56

100

44

13

22

21

XV secolo

43

57

11

21

Lana
matricina

Ridolfi
1464-68

30

70

100

39

17

31

13

Medici
1556-57

35

65

100

37

19

27

17

Lana
spagnola e
matricina

Busini
1556-59

40

60

100

37

21

28

14

Lana
spagnola

Brandolini
1581-89

Tab. 2. Composizione percentuale dei costi di mera lavorazione: confronto tra compagnie (1384-1589). F. Ammannati,
LArte della Lana a Firenze nel Cinquecento cit., p. 18.

20
Francesco Ammannati

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

21

capacit contrattuale95. A questo proposito, per, necessario sottolineare un


aspetto rimasto spesso in ombra negli studi sui redditi dei lavoratori tessili: la
presenza, pi comune di quanto finora evidenziato, di sottoposti al servizio dei
tessitori. Goldthwaite ha dimostrato che il fenomeno era diffuso gi dalla fine
del Quattrocento presso i tessitori di drappi di seta96; nel settore laniero questa
pratica ben documentata almeno per la met del Cinquecento e pare replicare
larticolazione dei rapporti esistenti tra la bottega del lanaiolo e il suo personale.
Basti ricordare la causa, discussa nel tribunale dellArte, fra la tessitrice di panni
Margherita il suo lavorante Matteo: la prima esigeva che terminasse il lavoro per
il quale si erano accordati, per cui aveva gi ricevuto un anticipo97. Significativa
anche la testimonianza, in un altro processo, di un gruppo di tessitori-lavoranti
immigrati a Firenze al seguito di un maestro tessitore il quale aveva promesso a
quelli che erano pi instruidi et pi dellexercitio oltre al terzo del prezzo delle
tessiture un giulio per pezza: questo spaccato di vita di bottega dimostra come
il compenso per la tessitura di un panno dovesse essere distribuito dai maestri
presso i propri sottoposti, che nel caso specifico esigevano anche unulteriore
gratifica (voi mi havete condotto qui ora con la famiglia, io non vorei morir
di fame)98. Gli esempi in merito contenuti tra le filze delle cause del tribunale
corporativo sono numerosi, anche se una realt che sfugge del tutto ai libri
contabili dei lanaioli, che mantenevano rapporti solo col maestro tessitore99.

Qualche conclusione
LArte della lana fiorentina stava avviandosi, dalla met del Cinquecento,
verso un inevitabile destino di crisi e ridimensionamento, avvertito solo in parte
dai contemporanei che, certo, non coglievano in pieno le motivazioni che portarono alla perdita progressiva dei pi importanti mercati di sbocco per i panni
di Firenze e alla sconfitta nei confronti delle produzioni concorrenti, italiane e,
soprattutto, nord-europee. Quello che intuivano, per, era la necessit di comprimere i costi dove possibile, anche rischiando di scatenare il malcontento delle
classi pi basse di lavoratori100.
Se i manifattori non hanno con fiero gagliardo chi li facci temere si legge
in una memoria di fine Cinquecento indirizzata ai Riformatori degli statuti della
corporazione o come non doventer questarte se un bosco e una ladronaia di
tristi et di giuntatori?101. I lanaioli avevano pochi dubbi sulle responsabilit dei
lavoranti nella crisi della manifattura ed erano altrettanto convinti della necessit, se non della legittimit, di usare il pugno di ferro nella gestione dei rapporti
con le maestranze. I dati illustrati vanno presi con cautela, ma combinati con le
altre informazioni rintracciabili nella documentazione corporativa e cronachistica contribuiscono a formare un quadro di profonda e progressiva depressione

22

Francesco Ammannati

della qualit della vita dei lavoranti delle botteghe dellArte della lana. Il fenomeno parte da lontano e non certo sorprendente: trova piuttosto conferma
limpressione per cui, in mancanza di sostanziali progressi tecnici in grado di
aumentare la produttivit della manifattura tessile laniera e in un periodo di crollo della competitivit dei panni fiorentini nel mercato internazionale dei tessili,
lunica speranza per una sopravvivenza del settore, almeno nel breve periodo,
era ottenere manodopera al minor costo possibile e proporre un prodotto ad
alto valore aggiunto102. Queste riflessioni sembrerebbero portare nuova linfa alle
vecchie impostazioni secondo le quali lo sviluppo del lanificio fiorentino avrebbe
determinato la completa sottomissione del lavoratore e la conseguente nascita
di un proletariato urbano: lungi dal costituire un unico gruppo indifferenziato
di proletari, abbiamo visto invece come nel mondo del lavoro fiorentino continuarono a convivere, anche nel Cinquecento, diverse forme di gestione del
personale, irriducibili ad ununica realt. Gruppi di lavoranti non specializzati
governati da fattori, tessitori autonomi a loro volta coadiuvati da sottoposti, botteghe artigiane indipendenti per cui gli opifici lanieri erano semplici clienti a cui
fornire la propria opera. Nessuno di questi soggetti era legato indissolubilmente
a una compagnia dArte della lana, il sistema era caratterizzato da una marcata
fluidit, oggi la chiameremmo flessibilit, che forse permetteva ai lavoratori di
soddisfare pi efficacemente i propri bisogni di vita103. Anche immaginare una
forma di progressiva proletarizzazione degli strati pi bassi della gerarchia produttiva, i lavoranti su cui ci siamo pi soffermati, non accettabile: su quale
base un pettinatore o un divettino sarebbero stati pi indipendenti in passato?
Si dovrebbe presumere per tutti questi operatori non specializzati una comune
origine, ab antiquo, di artigiani indipendenti, fatto non solo difficilmente dimostrabile, ma concettualmente improbabile104.
La presenza di diverse anime, dalle alterne fortune, nel mondo dei sottoposti
della manifattura laniera non modifica comunque il quadro di estrema polarizzazione della ricchezza che si mantenne stabile, se non si estremizz, dal primo
Quattrocento e lungo i secoli successivi: lesigua lite di famiglie ricchissime gi
individuata dagli storici del primo rinascimento si ritrov nel Cinquecento ancora pi ricca105, mentre i tenui miglioramenti del livello di vita di alcune classi
di lavoratori106 non incisero sulla distribuzione della ricchezza, dato che a loro
rimaneva comunque preclusa la possibilit di accumulare risparmi da dedicare
allinvestimento107.
Il problema principale per queste categorie di operatori, in un periodo di
alta flessibilit e frammentariet della domanda di forza lavoro, era piuttosto
la loro bassa forza contrattuale, non possedendo i lavoranti specializzazioni da
spendere sul mercato. In realt non doveva trattarsi di un personale del tutto
privo di qualifiche, del tutto intercambiabile lungo il primo tratto del ciclo laniero: ce lo suggerisce la creazione da parte di questi lavoranti di confraternite o di

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

23

compagnie nate dallaggregazione di coloro che svolgevano una precisa attivit, che si tentati a liquidare genericamente come preparatoria. I membri delle
Compagnie di divettini, Compagnie di battilani, Compagnie di cardatori,
possedevano evidentemente una certa consapevolezza della specificit del loro
lavoro e sottolineavano una loro precisa identit. Identit che non deve essere
confusa, come gi accennato, con unanacronistica coscienza di classe, ma intesa
piuttosto come una forma di solidariet di gruppo e di auto-rappresentazione108.
I tumulti del 1378 non ebbero alcun effetto sullorganizzazione della manifattura laniera, il programma di riforme degli insorti non prevedeva del resto alcun
provvedimento riguardo lorganizzazione dellindustria, le condizioni di reclutamento, il livello dei loro compensi109.
stato notato, con amara ironia, che lunica forma di coscienza di classe
emersa dagli episodi trecenteschi di sommossa fu quella delle lite cittadine,
presso le quali il ricordo delle violenze e dei proclami radicali degli insorti sopravvisse per generazioni tenendo viva la paura e il sospetto nei confronti degli
strati pi bassi della popolazione110.
Gi da tempo, comunque, gli imprenditori al comando dellArte avevano
allentato le maglie che impedivano qualsiasi forma di aggregazione tra membri
di singoli settori della manifattura111. Fin dalla loro nascita, le associazioni di
mestiere avevano garantito ai propri membri forme di tutela in caso di malattia,
povert o invalidit. Questo modello era entrato in crisi tra Tre e Quattrocento e
la perdita progressiva del ruolo assistenziale e caritativo delle corporazioni aveva lasciato i membri passivi delle Arti, impossibilitati a formare proprie associazioni, privi di ogni tutela. Il vuoto era stato colmato solo in parte dallimpulso
dato delle autorit pubbliche alla nascita di ospedali o altri enti che dessero aiuto
ai bisognosi112. Gli anni 1445-1450 segnarono una prima importante svolta: in
questo periodo varie Arti concessero ai propri sottoposti di aggregarsi in confraternite per laiuto dei poveri, addirittura tassando i membri della corporazione
per supportarne le attivit113. Il 1488 una data importante per la storia delle
organizzazioni dei lavoratori fiorentini: il 26 agosto il governo cittadino approv
la costituzione di unassociazione di battilani, fatto non unico di per s (negli
anni precedenti erano state concesse anche a purgatori, cardatori, tessitori di
seta), ma rivelatore date le caratteristiche soggettive dei suoi membri, simbolici
discendenti dei ciompi. Un sistema di potere solidamente nelle mani delloligarchia patrizia non vedeva in queste associazioni, ormai private di ogni prerogativa
politica e antagonismo di classe, un potenziale pericolo come nei secoli passati114. La natura di queste confraternite era, almeno in un primo momento, essenzialmente devozionale e assistenziale, ma dovette sperimentare unevoluzione tra
Cinque e Seicento: in varie occasioni troviamo infatti le Compagnie e i loro
offitiali interpellati dagli organi di governo in merito a questioni relative alla
produzione tessile, segno del riconoscimento di una qualche rappresentanza del

24

Francesco Ammannati

corpo degli esercenti il mestiere115. I loro statuti erano sottoposti al controllo


del Granduca, che sorvegliava attentamente affinch essi fossero concordanti e
sottoposti agli ordini della corporazione (costoro non hanno authorit di far
statuti et la compagnia non fatta per far ordini nelle riforme che tochino lArte, si diceva nel 1601116) e non cercassero di costituire unArte indipendente
(ad esempio nel 1576, durante lapprovazione degli statuti della Compagnia dei
tessitori di pannilani, fu eliminata la parte in cui si obbligavano tutti i maestri
a entrare nellassociazione117). In caso di sospettato pericolo, lArte aveva pieno
potere di sopprimere le confraternite e punire i suoi membri118.
Proprio questa relativa libert di associazione tra lavoranti evidenzia il declino, o conferma lassenza, di una precisa sensibilit politica presso questi soggetti.
Nonostante quanto stato detto in merito al peggioramento delle condizioni retributive dei lavoranti tra Quattro e Cinquecento e la persistente sperequazione nella
distribuzione della ricchezza, uniti alla totale esclusione dal governo non solo della
citt, ma anche dellArte da cui dipendevano, questo periodo caratterizzato dalla
totale assenza di rivolte da parte delle fasce pi basse della popolazione. Le motivazioni sono state trovate in unorganizzazione di potere pi stabile, caratterizzata
dallacuirsi delle attivit di regolamentazione e repressione da parte delloligarchia
al governo119, nonch in una sostanziale stabilit della vita economica delle classi
pi povere120. Unimportante componente fu proprio lo sviluppo nellultima fase
repubblicana delle confraternite di mutua assistenza e carit tra lavoranti, che si dimostrarono non solo preziose per il sostentamento dei disagiati, ma utili allintero
gruppo socio-economico che governava la citt e le Arti: in mancanza di una qualsiasi forma di welfare, queste furono considerate un rischio accettabile dalle oligarchie fiorentine, necessarie pi che desiderabili, un tampone allesasperazione a
cui avrebbero potuto portare condizioni di vita insostenibili. Solo dal Cinquecento
inoltrato la questione dei poveri fu vista dal Principato come un problema sociale
da affrontare, tentando con difficolt di razionalizzare le istituzioni di assistenza e creare un programma di welfare pubblico121.
Una questione rimane ancora aperta: con la contrazione della produzione
laniera nei primi decenni del Seicento (quasi il 70% in meno rispetto alla met
del Cinquecento122), quale fu il destino della grande massa dei sottoposti, in particolare quelli meno qualificati? Fu possibile un reimpiego in altri settori, come
a Venezia, che nel diciassettesimo secolo riusc a mantenere stabile il livello di
occupazione totale grazie a efficaci processi di riconversione123? La pratica di
collocare i lavoratori tessili inoperosi nelledilizia pubblica era uno strumento utilizzato frequentemente dalle autorit cittadine in periodi di stagnazione
delleconomia, ma sarebbe stato sufficiente in una congiuntura come quella,
caratterizzata dal crollo verticale degli addetti del settore nel giro di poco pi
di cinquantanni124? Riusc la produzione serica, in forte crescita dal secolo pre-

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

25

cedente, ad assorbire i lavoranti dei lanaioli in buona parte disoccupati? Se cos


fu, non si tratt comunque di un processo automatico: i lavoratori dei due rami
del settore tessile non erano intercambiabili. Allo stato degli studi, ancora da
verificare lipotesi per cui la manifattura serica ag da tampone nei confronti
dellemorragia di operatori in uscita dallindustria della lana125. Furono infine
le epidemie di tifo e di peste che colpirono Firenze a cavallo degli anni Trenta
del Seicento le spietate regolatrici dellofferta di manodopera in esubero126?
Interrogativi che per il momento non trovano risposta, una storia economica e
sociale dei lavoranti della manifattura fiorentina nel diciassettesimo secolo deve
ancora essere scritta.

Note
1
La bibliografia sullArte dalla Lana fiorentina immensa. Mi limito a citare alcuni studi apparsi negli ultimi trentanni: P. Malanima, La decadenza di uneconomia cittadina. Lindustria di Firenze nei Secoli XVI-XVIII, Bologna, Il Mulino, 1982; Id., Lindustria
fiorentina in declino fra Cinque e Seicento: linee per unanalisi comparata, in Firenze e la
Toscana dei Medici nellEuropa del 500. I: Strumenti e veicoli della cultura. Relazioni politiche ed economiche, Firenze, Olschki, 1983, pp. 295-308; F. Franceschi, Oltre il tumulto.
Lavoratori fiorentini dellArte della Lana fra Tre e Quattrocento, Firenze, Olschki, 1993;
Id., Intervento del potere centrale e ruolo delle Arti nel governo delleconomia fiorentina del
Trecento e del primo Quattrocento. Linee generali, Archivio storico italiano, CLI (1993),
pp. 863-909; R.A. Goldthwaite, The Florentine Wool Industry in the Late Sixteenth Century:
a Case Study, The Journal of European Economic History, XXXII (2003), pp. 527-554;
P. Chorley, Rascie and the Florentine Cloth Industry During the Sixteenth Century, The
Journal of European Economic History, XXXII (2003), pp. 487-526; Id., The Volume of
Cloth Production in Florence 1500-1650: an Assessment of the Evidence, in G.L. Fontana,
G. Gayot (ed. by), Wool: Products and Markets (13-20 Century), Padova, CLEUP, 2004,
pp. 551-571; F. Ammannati, LArte della Lana a Firenze nel Cinquecento: crisi del settore e
risposte degli operatori, Storia economica, XI (2008), pp. 5-39. Per uno studio delleconomia fiorentina nel tardo rinascimento, si veda la recente sintesi di R.A. Goldthwaite, The
Economy of Renaissance Florence, Baltimora, Johns Hopkins University Press, 2009.
2
Una recente rilettura delle rivolte trecentesche offerta da F. Franceschi, I ciompi
a Firenze, Siena e Perugia, in M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto (a cura di), Rivolte urbane e rivolte contadine nellEuropa del Trecento. Un confronto, Atti del convegno (Firenze
2006), Firenze, Firenze University Press, 2008, pp. 277-303. Ricordo solo due tra i pi
significativi studiosi del conflitto sociale a Firenze nel basso Medioevo, lontani come formazione, cattolico Niccol Rodolico, marxista Victor Rutenburg, ma entrambi decisi nel
vedere nei moti fiorentini della seconda met del Trecento lespressione di una rivoluzione
socialista o quantomeno di una pagina di storia del proletariato operaio (N. Rodolico, I
Ciompi. Una pagina di storia del proletariato operaio, Firenze, Sansoni,1980; V. Rutenburg,
Popolo e movimenti popolari nellItalia del 300 e 400, Bologna, Il Mulino, 1971). Questa
impostazione, nonostante non trovi ormai interlocutori nel dibattito storiografico attuale
(per il passato basti ricordare le vibranti polemiche tra Melis e Rutenburg, per le quali
si rimanda a Tre volumi sul Datini. Rassegna bibliografica sulle origini del Capitalismo
in Italia, Nuova rivista storica, L, 1966, pp. 665-719), non ha perso comunque il suo
fascino; si veda il recente E. Screpanti, Langelo della liberazione nel tumulto dei ciompi.
Firenze, giugno-agosto 1378, Siena, Protagon Editori, 2008. Per una riflessione intorno a
questi argomenti e una messa a punto della storiografia sui fatti del 1348 si rimanda a P.

26

Francesco Ammannati

Lantschner, The Ciompi Revolution Constructed: Modern Historians and the NineteenthCentury Paradigm of Revolution, Annali di Storia di Firenze, IV (2009), pp. 277-297.
3
F. Edler, Glossary of Medieval Terms of Business: Italian Series, 1200-1600, Cambridge,
Mass., The Mediaeval Academy of America, 1934; R. De Roover, A Florentine Firm of
Cloth Manufacturers: Management of a Sixteenth-Century Business, Speculum, XVI
(1941), pp. 3-33; ristampato in Julius Kirshner (ed. by), Business Banking, and Economic
Thought in Late Medieval and Early Modern Europe: Selected Studies of Raymond De
Roover, Chicago-Londra, University of Chicago Press, 1974, pp. 85-118.
4
F. Melis, Aspetti della vita economica medievale. Studi nellArchivio Datini di Prato,
Siena, Monte dei Paschi di Siena-Olschki, 1962; Id., Gli opifici lanieri toscani dei Secoli
XIII-XVI, in M. Spallanzani (a cura di), Produzione, commercio e consumo dei panni
di lana nei Secoli 12-18, Atti della settimana di studio (Prato 1970), Firenze, Olschki,
1976, pp. 237-243; Id., La formazione dei costi nellindustria laniera alla fine del Trecento,
Economia e storia, I (1954), pp. 31-60, 150-190.
5
B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana a Firenze nel XIV e XV secolo, in Artigiani
e salariati: il mondo del lavoro nellItalia dei secoli 12-15, Atti del convegno (Pistoia
1981), Pistoia, Centro italiano di Studi di Storia e dArte di Pistoia, 1984, pp. 27-67;
S.K. Cohn, The Laboring Classes in Renaissance Florence, New York, Academic Press,
1980; A. Stella, La bottega e i lavoranti: approche des conditions de travail des ciompi,
Annales. conomies, Socits, Civilisations, XLIV (1989), pp. 529-551; Id., La rvolte
des Ciompi. Les hommes, les lieux, le travail, Parigi, ditions de lcole des hautes tudes
en Sciences Sociales, 1993; F. Franceschi, La mmoire des laboratores Florence au dbut
du XVe sicle, Annales. conomies, Socits, Civilisations, XLV (1990), pp. 1143-1167.
6
F. Franceschi, Limpresa mercantile-industriale nella Toscana dei secoli XIV-XVI,
Annali di storia dellimpresa, XIV (2003), pp. 229-249; R.A. Goldthwaite, The
Florentine Wool Industry cit.; P. Chorley, Rascie and the Florentine Cloth Industry cit.; Id.,
The Volume of Cloth Production cit.; A. Caracausi, I giusti salari nelle manifatture della
lana di Padova e Firenze (secc. XVI-XVII), Quaderni storici, XLV (2010), pp. 857-884.
7
Questi approcci hanno comunque permesso la composizione di opere classiche e
fondamentali per lo studio della storia del lavoro e della produzione manifatturiera, basti
citare per il caso toscano A. Doren, Studien aus der Florentiner Wirtschaftsgeschichte.
I: Die Florentiner Wollentuchindustrie vom 14. bis zum 16 jahrhundert, Stoccarda, JG
Cottasche Buchhandlung, 1901; Id., Le Arti fiorentine, 2 voll., Firenze, Le Monnier,
1940; E. Cristiani, Artigiani e salariati nelle prescrizioni statutarie, in Artigiani e salariati
cit., pp. 417-429; Statuto dellArte della Lana di Firenze (1317-1319), a cura di A.M.E.
Agnoletti, Firenze, Le Monnier, 1940; Statuti dellArte della Lana di Prato (secoli XVIXVIII), a cura di R. Piattoli, R. Nuti, Firenze, Tipografia Giuntina, 1947.
8
S.K. Cohn, The Laboring Classes cit., p. 12.
9
H. Swanson, The Illusion of Economic Structure: Craft Guilds in Late Medieval
English Towns, Past and Present, CXXI (1988), pp. 29-48; G. Rosser, Crafts, Guilds
and the Negotiation of Work in the Medieval Town, Past and Present, CLIV (1997), pp.
3-31; R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence cit., p. 357.
10
G. Rosser, Crafts, Guilds, and the Negotiation of Work cit., pp. 3-7; F. Franceschi,
Les enfants au travail dans la manufacture textile florentine des XIVe et XVe sicles,
Mdivales, XXX (1996), pp. 69-82; J.C. Brown, J. Goodman, Women and Industry in
Florence, The Journal of Economic History, XL (1980), pp. 73-80; J. Goodman, Cloth,
Gender and Industrial Organization. Towards an Anthropology of Silkworkers in Early
Modern Europe, in S. Cavaciocchi (a cura di), La seta in Europa, secc. XIII-XX, Atti della
settimana di studi (Prato 1992), Firenze, Le Monnier, 1993, pp. 229-245.
11
F. Franceschi, Criminalit e mondo del lavoro: il Tribunale dellArte della Lana
a Firenze nei secoli XVI e XV, Ricerche storiche, XVIII (1988), pp. 551-590; A.
Caracausi, Procedure di giustizia in Et Moderna: i tribunali corporativi, Studi storici,
XLIX (2008), pp. 323-360; J.D. Gonzlez Arce, Los gremios contra la construccin del

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

27

libre mercado. La industria textil de Segovia finales del siglo XV y comienzos del XVI,
Revista de Historia Industrial, XLII (2010), pp. 15-42.
12
F. Melis, Aspetti della vita economica medievale cit.; Id, Gli opifici lanieri toscani cit.; B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana cit.; Id., Ricordanze di un rammendatore
(1488-1538), Nuova rivista storica, LXXIV (1990), pp. 417-444; R.A. Goldthwaite, The
Florentine Wool Industry cit.; F. Ammannati, LArte della Lana a Firenze nel Cinquecento cit.
13
G. Rosser, Crafts, Guilds, and the Negotiation of Work cit., p. 7; P. Lanaro, Gli
Statuti delle Arti in Et Moderna tra norma e pratiche. Primi appunti dal caso veneto, in
A. Guenzi, P. Massa, A. Moioli (a cura di), Corporazioni e gruppi professionali nellItalia
moderna, Milano, Franco Angeli, 1999, pp. 327-344: 329.
14
Ivi, p. 30.
15
Secondo questa impostazione, una volta stabilite nellarea rurale, le proto-industrie
sarebbero passate attraverso attraverso vari livelli di sviluppo, dal kaufsystem, in cui i produttori inquadrati in un sistema di produzione artigianale mantenevano la totale autonomia su lavorazione e vendita dei prodotti finiti, al verlagssystem o putting-out system, con
la penetrazione del capitale mercantile e la perdita di autonomia dei singoli produttori,
il cui accesso al mercato sarebbe stato mediato dal mercante contro la corresponsione
di un salario. Si veda H. Kellenbenz, Industries rurales en Occident de la fin du Moyen
Age au XVIIIe sicle, Annales. conomies, Socits, Civilisations, XVIII (1963), pp.
833-882; S. Ogilvie, M. Cerman, The Theories of Proto-Industrialization, in S. Ogilvie, M.
Cerman (ed. by), European Proto-Industrialization, Cambridge-New York-Melbourne,
Cambridge University Press, 1996, pp. 1-11: 4.
16
F. Mendels, Proto-industrialization: the First Phase of the Industrialization Process,
The Journal of Economic History, XXXII (1972), pp. 241-261.
17
S. Ogilvie, M. Cerman, The Theories cit., p. 6; P. Deyon, Proto-industrialization
in France, in S. Ogilvie, M. Cerman (ed. by), European Proto-Industrialization cit., pp.
38-48: 39.
18
P. Kriedte, H. Medick, J. Schlumbohm, Industrialization Before Industrialization,
Rural Industry in the Genesis of Capitalism, New York, Cambridge University Press, 1981.
19
S. Ogilvie, M. Cerman, The Theories cit., p. 7.
20
S. Ogilvie, Social Institutions and Proto-Industrialization, in S. Ogilvie, M. Cerman
(ed. by), European Proto-Industrialization cit., 23-37: 23.
21
C. Poni, Proto-Industrialization Rural and Urban, Review, IX (1985), pp. 305314: 312.
22
C.M. Belfanti, Rural Manufactures and Rural Proto-Industries in the Italy of the
Cities from the Sixteenth through the Eighteenth Century, Continuity and Change, VIII
(1993), pp. 253-280.
23
C. Poni, Proto-Industrialization cit., p. 313; J. Schlumbohm, Proto-Industrialization
as a Research Strategy and a Historical Period - A Balance Sheet, in S. Ogilvie, M. Cerman
(ed. by), European Proto-Industrialization cit., pp. 12-22: 19. Il merito innegabile delle
teorie della proto-industrializzazione, comunque, stato quello di stimolare un dibattito
intorno allo sviluppo economico in senso moderno che ha contribuito alla fioritura di
studi su quasi ogni aspetto della societ di ancien rgime, non ultimo quello dei rapporti
tra gli attori del mondo del lavoro. Il loro maggiore difetto quello di eccedere in astrazioni poco legate ai casi concreti, che solo in parte riescono a raccontare la vita quotidiana
degli opifici e che rischiano di falsare le analisi dellevoluzione dei sistemi produttivi nel
tempo. necessario addentrarsi in profondit nelle realt specifiche e nel loro framework
istituzionale per cogliere le implicazioni originali di un percorso di sviluppo. S. Ogilvie,
M. Cerman, The Theories cit., p. 10.
24
Cos li aveva immaginati Alfred Doren; si vedano le riflessioni di B. Dini in I lavoratori dellArte della Lana cit., p. 33, n. 21.
25
F. Melis, Aspetti della vita economica cit., p. 457; B. Dini, Ricordanze di un rammendatore cit., p. 419; F. Franceschi, Oltre il Tumulto cit., pp. 33-34; G. Cherubini, I

28

Francesco Ammannati

lavoratori fiorentini dellarte della lana fra solidariet di mestiere e primo capitalismo, in
Id., Il lavoro, la taverna, la strada. Scorci di Medioevo, Napoli, Liguori,1997, pp. 55-66: 58.
26
H. Kellenbenz, Industries rurales cit., p. 836; S. Ogilvie, M. Cerman, The Theories
of Proto-Industrialization cit., p. 4; P. Deyon, Proto-industrialization in France cit., p. 39.
27
Non che questo escluda a prescindere la possibilit di utilizzare lespressione proto-industria urbana: se per putting-out system si intende una situazione in cui the workers [] received the raw material from the merchant-entrepreneur and were paid by the
piece when they handed over the finished product, a Firenze nessuna regolamentazione
corporativa impeded the growth of the putting-out system in cities. Si veda C. Poni,
Proto-Industrialization Rural and Urban cit., pp. 306-307.
28
P. Malanima, La decadenza cit., pp. 101 sgg.
29
S.R. Epstein, Leconomia italiana nel quadro europeo, in R.A. Goldthwaite, R.C.
Mueller, F. Franceschi (a cura di), Il Rinascimento italiano e lEuropa. IV: Commercio e
cultura mercantile, Costabissara (Vicenza), Angelo Colla Editore, 2007, pp. 4-47: 37-43.
30
A. Stella, La rvolte des ciompi cit., pp. 26-27; F. Franceschi, Limpresa mercantileindustriale cit., p. 246; B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana cit., p. 33.
31
F. Franceschi, Limpresa mercantile-industriale cit., pp. 243-244. P. Malanima, La decadenza cit., pp. 74, 219-220. S. Tognetti, Unindustria di lusso al servizio del grande commercio.
Il mercato dei drappi serici e della seta nella Firenze del Quattrocento, Firenze, Olschki, 2002.
32
Ampie considerazioni tecniche sul processo di produzione dei panni di lana sono
contenute in A. Doren, Studien Aus Der Florentiner Wirtschaftsgeschichte cit., in particolare il trattato alle pp. 484-493 e, pi recentemente, in F. Melis, Aspetti della vita economica cit., pp. 455 sgg.
33
Si vedano, fra gli altri, M. Becker, Florence in Transition. 2: Studies in the Rise of
the Territorial State, Baltimora, Johns Hopkins University Press, 1968; E. Fasano Guarini,
Lo Stato mediceo di Cosimo I, Firenze, Sansoni, 1973; G. Chittolini, La formazione dello
Stato regionale e le istituzioni del contado. Secoli XIV e XV, Torino, Einaudi, 1979, pp.
292-352; A. Zorzi, Lorganizzazione del territorio in area fiorentina tra XIII e XIV secolo,
in Lorganizzazione del territorio in Italia e Germania: secoli XIII-XIV, Bologna, Il Mulino,
1994, pp. 279-349.
34
H. Hoshino, LArte della Lana in Firenze nel Basso Medioevo. Il commercio della
lana e il mercato dei panni fiorentini nei secoli XIII-XV, Firenze, Olschki, 1980; B. Dini,
Aspetti del commercio di esportazione dei panni di lana e dei drappi di seta fiorentini in
Costantinopoli negli anni 1522-1531, in Id., Saggi su una economia-mondo: Firenze e lItalia fra Mediterraneo ed Europa. Secc. 13-16, Pisa, Pacini, 1995, pp. 215-270.
35
R.A. Goldthwaite, An Entrepreneurial Silk Weaver in Renaissance Florence, I Tatti
Studies, X (2005), pp. 69-126: 117.
36
G. Villani, Nuova Cronica, a cura di G. Porta, Parma, Fondazione Pietro Bembo Ugo Guanda, 1991, p. 585. R.A. Goldthwaite, The Building of Renaissance Florence. An
Economic and Social History, Baltimora, Johns Hopkins University Press, 1980, p. 33.
37
A. Stella, La rvolte des ciompi cit., p. 112; V. Rutenburg, Popolo e movimenti
popolari cit., p.17.
38
M. Carmona, La Toscane face la crise de lindustrie lanire: techniques et mentalits economiques aux XVI et XVII sicles, in M. Spallanzani (a cura di), Produzione,
commercio e consumo dei panni di lana cit., pp. 151-168: 157-159.
39
S.R. Epstein, Craft Guilds, Apprenticeship and Technological Change in Preindustrial
Europe, The Journal of Economic History, LVIII (1998), pp. 684-713: 690.
40
H. Soly, The Political Economy of European Craft Guilds: Power Relations and
Economic Strategies of Merchants and Master Artisans in the Medieval and Early Modern
Textile Industries, International Review of Social History, LIII (2008), pp. 45-71: 52.
41
V. Rutenburg, Popolo e movimenti popolari cit., p. 38; F. Franceschi, Oltre il tumulto cit., p. 83.

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

29

42
Si noti che il termine ciompi non appare mai nei libri contabili dei lanaioli,
trattandosi evidentemente di un termine generico che abbracciava unintera categoria di
sottoposti e non identificava lo svolgimento di una precisa attivit.
43
Il termine fattore pu prestarsi a fraintendimenti, data la sua genericit: pu
infatti individuare un dipendente stabile di una compagnia commerciale, o manifatturiera, dotato di incarichi di alta responsabilit (vedi A. Doren, Le Arti cit., I, pp. 225-226,
F. Melis, Aspetti della vita economica cit., p. 130), ma anche un semplice garzone, spesso
fanciullo (fattorino) dedito a generiche attivit e commissioni allinterno della bottega
(R. Davidsohn, Storia di Firenze, VI, Firenze, Sansoni, 1975, p. 171; F. Melis, Documenti
per la storia economica dei secoli XIII-XVI, Firenze, Olschki, 1972, p. 418; F. Franceschi,
Les enfants au travail cit., pp. 72-73).
44
A. Doren, Le Arti cit., pp. 190-206; C.M. De La Roncire, La condition des salaris
Florence au XIVe sicle, in Il Tumulto dei ciompi. Un momento di storia fiorentina ed
europea, Firenze, Olschki-Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, 1981, pp. 13-40:
14-16; F. Franceschi, Oltre il tumulto cit., pp. 83-85; R. De Roover, Labour Conditions in
Florence Around 1400: Theory, Policy and Reality, in N. Rubinstein (ed. by), Florentine
Studies. Politics and Society in Renaissance Florence, Londra, Faber and Faber, 1968, pp.
277-313: 292-293.
45
Archivio di Stato di Firenze (dora in poi ASF), Libri di commercio e famiglia, 921,
c. 40r. e 90v.; F. Melis, Aspetti della vita economica cit., pp. 513-514; Id., La formazione
dei costi nellindustria laniera cit., pp. 261 sgg.; B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana
cit., p. 31, n. 16.
46
G. Nigro, Gestione del personale e controllo contabile. Un significativo esempio
nella Toscana basso-medievale, in I. Zilli (a cura di), Fra spazio e tempo. Studi in onore di
Luigi De Rosa. I: Dal Medioevo al Seicento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995,
809-821: 813 e A. Stella, La rvolte des ciompi cit., p. 90.
47
M. Carmona, La Toscane face la crise cit.
48
F. Franceschi, Oltre il tumulto cit., p. 113; nel caso dei tessitori le fonti fiscali
sottostimano il fenomeno ancora pi pesantemente. Vedi anche A. Stella, La rvolte des
ciompi cit., pp. 112-114.
49
Ivi, pp. 113-114; F. Franceschi, Oltre il tumulto cit., p. 116. Si veda anche J.C.
Brown, J. Goodman, Women and Industry cit.
50
Il Tumulto dei Ciompi. Cronache e memorie, a cura di G. Scaramella, collana
Rerum Italicarum Scriptores, T. XVIII, parte III, fascicolo II, Bologna, Zanichelli,
1934, p. 13.
51
Sul ruolo dei fanciulli nella manifattura laniera fiorentina cfr. F. Franceschi, Les
enfants au travail cit., pp. 69-82, ma si vedano anche le considerazioni di A. Stella, La
rvolte des ciompi cit., pp. 116-117.
52
R.A. Goldthwaite, La cultura economica dellartigiano, in La grande storia dellArtigianato. I: Il Medioevo, Firenze, Cassa di Risparmio di Firenze-Giunti, 1998, pp. 57-75: 69.
53
Valide le considerazioni in merito di A. Doren, Le Arti cit., I, p. 205; R. Greci,
Corporazioni e mondo del lavoro nellItalia padana medievale, Bologna, CLUEB, 1988, pp.
197, 210-211; G. Rosser, Crafts, guilds and the negotiation of work cit., p. 17; A. Caracausi,
I giusti salari cit.; B. De Munck, Skills, Trust, and Changing Consumer Preferences: the
Decline of Antwerps Craft Guilds from the Perspective of the Product Market, c.1500c.1800, International Review of Social History, LIII (2008), pp. 197-233: 213. B. De
Munck, S. Kaplan, H. Soly (ed. by), Learning on the Shop Floor: Historical Perspectives on
Apprenticeship, New York, Berhahn books, 2007.
54
R.A. Goldthwaite, An Entrepreneurial Silk Weaver cit., p. 91.
55
Il gruppo estero pi corposo era rappresentato dai tedeschi, termine con cui
i documenti fiorentini solevano indicare un insieme molto disomogeneo di nazionalit
dOltralpe: nei libri contabili dei lanaioli appaiono regolarmente tessitori della Magna,
in realt originari delle regioni della stessa Germania ma anche del Brabante, delle

30

Francesco Ammannati

Fiandre, dellattuale Olanda. Si veda, per qualche esempio, ASF, Libri di commercio e
famiglia, 908, 914. A. Doren, Deutsche Handwerker und Hand wer ker bruderschaftau
im nlittelalterlichen Italien, Berlino, Verlag von R.L. Pragcr, 1903; M. Battistini, La confrrie de Sainte-Barbe des Flamands Florence, Bruxelles, Maurice Lamertin, 1931; F.
Franceschi, I tedeschi e lArte della Lana a Firenze fra Tre e Quattrocento, in G. Rossetti
(a cura di), Dentro la citt: stranieri e realt urbane nellEuropa dei secoli 12-16, Pisa,
GISEM, 1989, pp. 259-278.
56
B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana cit., p. 33.
57
Cfr. ivi, pp. 35-44.
58
Harvard University, Baker Library, Selfridge Collection, Medici, Ms. 498, c. 3v.
59
B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana cit., pp. 37-38.
60
Sulla base di questo ragionamento devono considerarsi non sufficienti a riequilibrare il mercato del lavoro cittadino i flussi migratori di tessitori provenienti dalle aree
in crisi del Nord-Europa (Fiandre in particolare), in forte crescita dallultimo quarto del
Trecento. A. Doren, Deutsche Handwerker cit.; M. Battistini, La confrrie de Sainte-Barbe
cit.; F. Franceschi, I tedeschi e lArte della Lana cit.
61
B. Dini, I lavoratori dellArte della Lana cit., p. 50.
62
F. Franceschi, Limpresa mercantile-industriale cit., pp. 237-238.
63
V. Rutenburg ha individuato questa configurazione anche nella manifattura serica,
pur se in relazione al rapporto tra fattori e tessitori. V. Rutenburg, Popolo e movimenti
popolari cit., p. 43. Florence Edler stata la prima a individuare chiaramente le peculiarit
di questo soggetto allinterno delle botteghe laniere tra Quattro e Cinquecento: F. Edler,
Glossary cit., pp. 117-118, 411-412.
64
A. Stella, La bottega e i lavoranti cit., pp. 534-535; F. Franceschi, Oltre il tumulto
cit., p. 211.
65
Cfr. ivi, p. 217.
66
ASF, Conventi soppressi, 89, S. Ambrogio, 213, Memoriale di Simone di f. Piero del
Guanto.
67
F. Edler, Glossary cit., pp. 411-412.
68
Franceschi cita lesempio della bottega di Neri Fioravanti che ancora nel 1401 si
basava sullutilizzo di pettinatori, divettini, scardassieri assunti per un periodo non breve.
Vedi F. Franceschi, Oltre il tumulto cit., p. 216.
69
Cfr. ivi, p. 211.
70
Con Dominio si indicava il Contado propriamente detto, cio le terre inglobate
nella prima fase di espansione medievale di Firenze, e il Distretto, formato da citt che
avevano goduto di autonomia in epoca comunale ma che in seguito erano state conquistate e aggregate alla capitale. Per unanalisi del territorio dello Stato fiorentino in et
medicea si rinvia a E. Fasano Guarini, Lo stato mediceo di Cosimo I cit., in particolare
alle pp. 13-17.
71
Archivio della Fraternita dei Laici di Arezzo, Benefattori, 105, 108.
72
Archivio di Stato di Prato, Datini, 262, Libro lavoranti L.
73
F. Melis, Aspetti della vita economica cit., pp. 455-494, 664-680.
74
F. Ammannati, Andrea di Carlo Gherardacci e il suo lanificio a Prato nella seconda
met del Quattrocento, Prato Storia e Arte, CII (2007), pp. 43-53.
75
F. Franceschi, Limpresa mercantile-industriale cit., p. 237.
76
Archivio dellOspedale degli Innocenti di Firenze (dora in poi AOIF), Estranei,
12822, cc. 11-15.
77
Alcuni esempi distribuiti lungo tutto il secolo: Gismondo e Lionardo di Francesco
Pucci e C. (1498-1501), AOIF, Estranei, 12817; Federigo di Lorenzo Strozzi e C. (15011504), ASF, Carte Strozziane, V serie, 73; Agnolo e Sinibaldo Dei e C. (1500-1513), ASF,
Libri di commercio e famiglia, 1689; Francesco e Lorenzo de Medici e C. (1510-1513),
ASF, Libri di commercio e famiglia, 3412; Giovanni di Simone Rinuccini e C. (1518-1524),

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

31

ASF, Libri di commercio e famiglia, 4420; Simone Del Nero e C. (1522-1528), AIOF,
Estranei, 13219; Andrea di Francesco Busini e C. (1554-1557), ASF, Libri di commercio
e famiglia, 912; Cammillo dAndrea Busini e C. (1564-1566), ASF, Libri di commercio e
famiglia, 920; Niccol di Giuliano Capponi e C. (1561-1573), ASF, Libri di commercio e
famiglia, 1094, 1095; Raffaello e Vincenzo Fiorini e C. (1589-1594), ASF, GuicciardiniCorsi-Salviati, 157, 158; Cristofano di Tommaso Brandolini e C. (1580-1597), ASF, Carte
Strozziane, V serie, 1703, 1713, 1726, 1736).
78
Riforma delle cose dellArte della lana del d 17 luglio 1589: che li fattori dArte di
lana tenghino nelle loro botteghe, in L. Cantini, Legislazione toscana raccolta e illustrata, Firenze, Stamp. Albizziniana, 1800-1808, XII, pp. 322-368, 324. ASF, Arte della lana,
398, c. 501v.: lascer stare le botteghe de battilani, purgatori, tintori et altri exercizi
(senza data, ma dello stesso periodo della Riforma)
79
F. Ammannati, LArte della Lana a Firenze nel Cinquecento cit., pp. 24-26.
80
Questo il caso, ad esempio, della compagnia di Agnolo e Sinibaldo Dei che utilizza
un conto del genere nellesercizio A (1500-1513): ASF, Libri di commercio e famiglia,1689,
c. 82s.
81
ASF, Libri di commercio e famiglia, 909, c. 100s.
82
Per una breve riflessione sul generale peggioramento dei rapporti tra patriziato
cittadino e le classi lavoratrici si veda: S.K. Cohn, The Laboring Classes cit., p. 12: From
the late Trecendo to the end of the Quattrocento, the comments [on the laboring classes]
of the patriciate become more detached and more hostile. [] The occasional sympathy
of a merchant chronicles, a Dino Compagni, or chroniclers who were partisans of the
small artisan and worker disappears.
83
P. Malanima, La decadenza cit.; P. Chorley, The Volume of Cloth Production cit.; F.
Ammannati, LArte della Lana a Firenze nel Cinquecento cit., pp. 34-39.
84
A. Doren, Le Arti cit., II, pp. 106-107. Anche a Venezia i lavoratori della lana erano retribuiti secondo cottimi fissati dagli organi dello Stato e fatti applicare con rigore: R.T. Rapp,
Industria e decadenza economica a Venezia nel XVII secolo, Roma, Il Veltro, 1986, p. 35.
85
ASF, Arte della lana, 16, cc. 252v., 360r., 382v., 396r. ma si veda anche c. 398 e c.
610r.-v.
86
ASF, Pratica segreta, 15, cc. 318r., 428r., 481r.
87
ASF, Arte della lana, 398, c. 633r.-v.
88
P. Braunstein, Lorganizzazione del lavoro alla fine del Medioevo, Annali di storia
dellImpresa, XIV (2003), pp. 191-200: 195; A. Caracausi, I giusti salari cit., pp. 869872: Per gli attori del tempo il giusto salario era concepito come soggettivo e strettamente individuale.
89
ASF, Arte della lana, 398, c. 371r.
90
ASF, Arte della lana, 62, c. 143r.; 63, c. 137r.
91
L. Cantini, Legislazione toscana cit., XII, p. 325.
92
Per un confronto con la composizione dei costi di produzione dei drappi di
seta a Firenze nello stesso periodo si pu consultare R. Morelli, La seta fiorentina nel
Cinquecento, Milano, Giuffr, 1976, pp. 61-66.
93
Si veda ad esempio in ASF, Arte della Lana, 16, cc. 252v., 360v., 382v., 396r.
94
G. Parenti, Prime ricerche sulla rivoluzione dei prezzi a Firenze, Firenze, Carlo Cya,
1939, p. 213. La stessa tendenza stata osservata anche nel caso dei tessitori di drappi di
seta: R. Morelli, La seta fiorentina cit., p. 67.
95
Pare debba escludersi, invece, linfluenza dellaumento dellofferta di lavoro dovuta alla crescita della popolazione che, a Firenze, fu relativamente limitata nel corso del
Cinquecento: L. Del Panta, Una traccia di storia demografica della Toscana nei secoli XVIXVIII, Firenze, Universit degli Studi di Firenze, Dipartimento Statistico-matematico,
1974, pp. 33-34.
96
R.A. Goldthwaite, An Entrepreneurial Silk Weaver cit.

32

Francesco Ammannati

A. Caracausi, I giusti salari cit., p. 861.


ASF, Arte della lana, 371, n. 106.
99
ASF, Arte della lana, 369, c. 445r., 780r., 371, n. 162, 372, n. 94.
100
Questa considerazione rimane valida, ovviamente, anche se applicata ai secoli
precedenti, vedi V. Rutenburg, Popolo e movimenti popolari cit., pp. 50, 74; R. De Roover,
Labour conditions cit., p. 298; G. Nigro, Gestione del personale cit., p. 820; E. Screpanti,
Langelo della liberazione cit., p. 79. Anche a Venezia il problema dellabbassamento dei
costi per motivi concorrenziali fu uno dei principali crucci dei produttori lanieri: R.T.
Rapp, Industria e decadenza economica a Venezia cit., p. 152.
101
ASF, Arte della lana, 398, c. 502r.
102
P. Malanima, La decadenza cit., p. 39; F. Ammannati, LArte della lana a Firenze
nel Cinquecento cit., p. 39.
103
R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence cit., p. 330.
104
A. Stella, La rvolte des ciompi cit., p. 30.
105
G. Brucker, The Civic World of Early Renaissance Florence, Princeton, Princeton
University Press, 1977, pp. 403-406; C. Klapisch-Zuber, D. Herlihy, I toscani e le loro famiglie. Uno studio sul catasto fiorentino del 1427, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 249-256;
R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence cit., p. 368.
106
Alcune riflessioni sulle condizioni di vita delle classi pi basse di lavoratori e
gli effetti sulla politica economica granducale nel tardo Cinquecento si possono leggere in G. Spini, Appunti per una storia delle classi subalterne nel Principato mediceo del
Cinquecento, in Omaggio a Nenni, Roma, Quaderni di Mondo Operaio, 1973, pp. 2359: 45 e A.D. Rolova, Alcune osservazioni sul problema del livello di vita dei lavoratori di
Firenze (seconda met del Cinquecento), in Studi in memoria di Federigo Melis, IV, Napoli,
Giannini 1978, pp. 129-146. Nonostante non manchino, negli studi sulla societ toscana
del basso medioevo, riferimenti alle condizioni di vita dei lavoratori fiorentini in epoca
rinascimentale, il tema dei salari reali dellindustria tessile non stato mai discusso in
modo ampio e sistematico.
107
G. Pinto, I livelli di vita dei salariati cittadini nel periodo successivo al Tumulto dei
ciompi, in Il Tumulto dei ciompi cit., pp. 161-198: 186.
108
R.C. Trexler, Follow the Flag. The Ciompi Revolt Seen from the Streets,
Bibliothque dHumanisme et Renaissance, XLVI (1984), pp. 357-392, ora in Id., The
Workers of Renaissance Florence - Power and dependence in Renaissance Florence, III,
Binghamton, NY, Medieval & Renaissance Text & Studies, 1993, pp. 30-60: 41.
109
R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence cit., p. 328, 329, 572.
Di diverso avviso, ancora, E. Screpanti, Langelo della liberazione, p. 315. Dal loro programma pare comunque emergere la consapevolezza dello sfruttamento economico cui i
lavoratori della lana erano sottoposti dai loro datori di lavoro e il fatto che il mutamento
della loro condizione dipendeva dallesistenza di unautonoma corporazione di salariati
e dalla loro partecipazione al potere politico. Per Najemy, i ciompi avrebbero legittimato
le loro rivendicazioni appoggiandosi pi ai valori e ai principi del sistema corporativo
esistente che formulando unoriginale teoria di governo. Si veda J.M. Najemy, Audiant
Omnes Artes: Corporate Origins of the Ciompi Revolution, in Il Tumulto dei ciompi cit.,
pp. 59-93: 65.
110
R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence cit., p. 329.
111
R. Davidsohn, Storia di Firenze cit., VI, p. 212; F. Franceschi, Criminalit e mondo
del lavoro cit. Ancora nel Cinquecento era per sentito il timore di un eccessivo consolidamento di una identit condivisa dei vari rami, soprattutto i minori, della corporazione-ombrello: nel solco di una tradizione consolidata e comune a molte realt europee,
continuarono i tentativi di vietare occasioni di aggregazione e appartenenza: R. Reith,
Circulation of Skilled Labour in Late Medieval and Early Modern Central Europe, in S.R.
Epstein, M. Prak (ed. by), Guilds, Innovation and the European Economy, 1400-1800,
New York, Cambridge University Press, 2008, pp. 114-142: 118. A Firenze si concretizza97
98

I lavoranti dellArte della lana fiorentina

33

rono col divieto per tintori e tessitori di fine Cinquecento di frequentare taverne e osterie:
L. Cantini, Legislazione toscana cit., XII, pp. 364-368.
112
G. Cherubini, Artigiani e salariati nelle citt italiane del Tardo Medioevo, in Aspetti
della vita economica medievale, Atti del convegno (Firenze-Pisa-Prato 1984), Firenze,
Universit degli Studi di Firenze - Istituto di Storia Economica, 1985, pp. 707-727: 722723.
113
Una fondamentale provvisione del 1444, che escludeva i membri della classe politica dalla partecipazione a confraternite, pu essere stato uno dei motivi scatenanti del
fiorire di queste nuove associazioni. Per una riflessione su questi aspetti si veda R.C.
Trexler, Public Life in Renaissance Florence, Ithaca-Londra, Cornell University, 1980, pp.
404-411. Significativa anche la nascita della confraternita di Santa Barbara dei fiamminghi, M. Battistini, La confrrie de Sainte-Barbe cit.
114
Manca attualmente uno studio generale sulle confraternite fiorentine nella prima et moderna: i risultati parziali che sono emersi finora rivelano interessanti elementi
relativi alla sopravvivenza di queste istituzioni fino al tardo Settecento. Vedi A. Contini,
F. Martelli, LArte dei lanaioli nello Stato regionale toscano (secoli XVII-XVIII), in M.
Meriggi, A. Pastore (a cura di), Le regole dei mestieri e delle professioni, Milano, Franco
Angeli, 2000, pp. 176-224, 196-198, in particolare le nn. 49-50. Di taglio pi divulgativo
L. Artusi, A. Patruno, Deo Gratias. Storia, tradizioni, culti e personaggi delle antiche confraternite fiorentine, Roma, Newton Compton, 1994.
115
La stessa dinamica rintracciabile nella manifattura serica. Per un esempio seicentesco, relativo alla compagnia dei tessitori di seta, si veda D.E. Zanetti, Commercio
estero e industria nazionale: setaioli fiorentini e mercanti inglesi nel XVII secolo, in Studi in
memoria di Federigo Melis, IV, Napoli, Giannini, 1978, pp. 445-465: 449.
116
ASF, Arte della Lana, 11, c. 58v.
117
ASF, Arte della Lana, 63, c. 109r.
118
R.C. Trexler, Public life cit., pp. 413-414.
119
Franceschi critico nei confronti di queste letture: pur non negando limportanza
della maggiore capacit di controllo da parte degli apparati pubblici, sostiene che furono
determinanti i processi che si svilupparono tra Tre e Quattrocento allinterno del settore
(ridimensionamento dellindustria e della massa dei salariati, miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori stabili). Si veda F. Franceschi, Oltre il tumulto cit., p. 334.
120
R.A. Goldthwaite, The Economy of Renaissance Florence cit., p. 572.
121
Ivi, p. 574. D. Lombardi, Povert maschile, povert femminile. Lospedale dei mendicanti nella Firenze dei Medici, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 102 sgg.
122
P. Chorley, The Volume of Cloth Production cit., p. 565; F. Ammannati, LArte della
lana a Firenze nel Cinquecento cit., pp. 30.
123
R.T. Rapp, Industria e decadenza economica a Venezia cit., pp. 77, 213.
124
D. Lombardi, Povert maschile, povert femminile cit., p. 29, 102.
125
R.A. Goldthwaite, An Entrepreneurial Silk Weaver cit., p. 118; Id., Le aziende seriche e il mondo degli affari a Firenze alla fine del 500, Archivio storico italiano, CLXIX
(2011), pp. 281-341: 306.
126
A seconda delle stime si tratt di una mortalit oscillante tra il 10 e il 16% a seconda delle annate: J. Henderson, La schifezza, madre della corruzione. Peste e societ nella
Firenze della prima et moderna: 1630-1631, Medicina & Storia, I (2001), pp. 23-56:
26-27; L. Del Panta, Una traccia di storia demografica cit., pp. 40-41.

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