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IL LIBERO SENTIERO

Mauro Biglino

RESURREZIONE
REINCARNAZIONE
Favole consolatorie o realt?

Riflessioni e domande per liberi pensatori

ISBN 978-88-97623-17-5
2009 Uno Editori
Prima edizione: aprile 2009
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Copertina: Monica Farinella
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Prefazione delleditore

Per me la religione una storia damore personale con lesistenza. Non ha nulla a che fare con le
Sacre scritture, niente a che fare con il sapere, con lapprendimento, queste sono cose prive di
senso.
Osho, Una storia damore con lesistenza
(Infinito records edizioni, 2009)

semplice parlare di religione e di vita, lo facciamo da secoli ma essere


religiosi e trovare la scintilla che potrebbe unire il mondo ben altra cosa
Si parla di percorsi iniziatici o di fede, ma la vera Iniziazione e la vera
fede, sono legate indissolubilmente a quel fenomeno chiamato consapevolezza,
alla verit oggettiva di quel che , e non appartengono al mondo della soggettivit
culturale.
La Terra divisa in fazioni perennemente in lotta tra loro: religioni contro
religioni, dio contro dio (o contro di), sette contro sette, appartenenze
contro appartenenze, politici contro politici, ideologie contro ideologie, uomini

contro uomini (o uomini contro donne e viceversa), movimenti spirituali contro


movimenti spirituali Alcuni cercano il dialogo, ma pochi sono in grado di
vedere oltre la propria mente; si discute di incontro tra le religioni, di dialogo
per la pace, ma ho sentito poche parole di saggezza tra coloro che sono definiti i
leader del mondo.
Forse tutto ci a cui abbiamo sempre creduto potrebbe essere falso? Le
gabbie sono tante, e sembra che alluomo piaccia girovagare da una cella
allaltra.
Un uomo libero colui che con forza e coraggio inizia un sentiero Iniziatico,
libero dal gioco delle appartenenze, libero dal conosciuto Lavorare per il bene
dellumanit vuol dire semplicemente liberarsi dai concetti obsoleti di Nazione
e di Religione, per sostituirli con Umanit e Religiosit.
Il libero sentiero della ricerca dovrebbe essere percorso a cuor leggero, con
il coraggio del guerriero che impugna e usa la spada, per tagliare le radici
dellinconsapevolezza. Come uomini di ricerca, ogni tanto (per tenere la mente in
allenamento) dovremmo chiederci: Che cosa siamo rispetto allimmensit delle
galassie? Che cosa sono i settanta o gli ottanta anni di vita conosciuta che
vivremo, rispetto allo sconosciuto da esplorare?. E dovremmo mettere
serenamente in discussione le risposte gi sentite: impossibile rispondere
attraverso le impalcature culturali delle tante ideologie, nessuno si mai
illuminato allinterno di una stanza buia, si deve uscire allo scoperto per vedere i
raggi del sole

Sono convinto che lumanit intera sar matura, e si avvier verso una ricostituzione, quando il gioco delle appartenenze terminer e ogni singolo
individuo si regger in piedi da solo, libero da ogni idea preconcetta, e conoscer
per la prima volta la responsabilit individuale di essere parte di un gioco
immenso e misterico chiamato vita, nel quale ognuno chiamato a partecipare con
un senso di responsabilit totale nei confronti della collettivit (come un bimbo
che si stacca dalla mano della mamma per camminare, e lentamente Inizia a
esplorare e conoscere la vita).
Ho deciso di inserire nella collana Il libero sentiero il testo Resurrezione
Reincarnazione, nella speranza che le menti aperte colgano i giochi invisibili che
tengono luomo bloccato ai piani bassi della scala dellevoluzione (siamo
progrediti in alcuni campi, ma la natura umana e la sfera interiore sono rimaste
inalterate nei secoli).
Lintento di stimolare lapprofondimento e la riflessione, per cercare di
andare oltre il conosciuto, e chiedersi: tutte le filosofie, i secoli di pratiche
religiose, fede cieca e ideologie politiche hanno forse reso luomo pi
consapevole e lumanit pi armoniosa?
A noi la risposta.
Leditore

Oblio di s*
Fischiano le nevi
nella notte eburnea,
le mani tutte
rotte dal vento,
una tempesta
di stelle sul monte,
la luna esile
falciata via,
nascosta dal freddo.
Calda, famigliare
regna la pace nelle case,
le stufe accese
dal profumo di legno,
una teiera
gi fumante,
e la carezza
rassicurante
delloblio di s.
Tu,

da che parte stai


del vetro?
(Andrea)

* In Di spirito e damore (opera inedita).

Introduzione

Iniziamo con una precisazione metodologica la cui valenza si far sempre pi


chiara nel corso del testo.
Lapproccio alla realt e la via per tentare di conoscerla possono seguire,
almeno in via teorica, diverse strade.
Possiamo tentare di assumere forma e dimensioni di una particella subatomica
e di lasciarci coinvolgere in un esperimento di fusione nucleare, oppure provare a
trasformarci nella molecola di una qualsiasi sostanza e partecipare come
protagonisti a una reazione chimica (o, ancora, assumere la struttura di una cartina
di tornasole e immergerci in un liquido per subirne le trasformazioni
conseguenti).
C poi un secondo ordine di strade percorribili ed quello che ci vede
assumere la posizione del fisico o del chimico che agiscono e osservano con
freddo distacco ci che sta avvenendo sotto i loro occhi e tentano di comprendere
chi e che cosa sta agendo, quali forze e quali leggi sono allopera.

La prima tipologia di scelte quella propria del mistico, o dellIlluminato,


che sono parte attiva della situazione: si modificano in funzione di ci che stanno
vivendo con la loro intima e personale esperienza, spesso non traducibile in
precise descrizioni formali. Abbiamo sottolineato che le varie possibilit si
presentano solo in via teorica perch comprendiamo bene che lesperienza del
mistico o dellilluminato non pu essere vissuta a seguito di una semplice
decisione, di una scelta razionale o di un atto volontaristico: ben pi difficile e
ardua si presenta infatti, e forse anche impossibile per chi scrive.
Ma il problema non si pone nella fattispecie di questo libro, perch la nostra
scelta metodologica prevede comunque la via del fisico o del chimico, cio
quella di chi decide di non farsi coinvolgere, per poter osservare con distacco e
c o n imparzialit per quanto questi due atteggiamenti siano effettivamente
possibili gli avvenimenti cui assiste, con lobiettivo di cogliere il vero, o
quella parte di vero che risulta attingibile.
Noi, in questo testo, scegliamo quindi dichiaratamente la seconda forse
anche a motivo della consapevolezza di non essere capaci di percorrere la prima!
e proviamo a ipotizzare che la conoscenza della verit sia appannaggio del
fisico, o del chimico, e non della particella subatomica o della molecola. Non
possiamo sapere se in assoluto la via giusta, ma abbiamo scelto questa
Tra il I e il II secolo d.C., nellisola di Sri Lanka, sono stati redatti in lingua pli i
pi antichi codici buddhisti che si conoscano. Secondo quei testi Buddha avrebbe
affermato che luomo pienamente realizzato nella sua totale maturit e

completezza rappresentato da quellindividuo la cui vita, le cui azioni, i cui


atteggiamenti sono posti sotto il totale controllo dellelemento razionale.
Queste affermazioni consentirono a diversi suoi importanti discepoli di
definire il loro Maestro come Prahmana butta, cio Logica incarnata.
Razionalit dunque e non il suo annullamento! come garanzia di piena
realizzazione delluomo
Questi due primi paragrafi introduttivi definiscono una delle caratteristiche del
presente scritto: non dare per scontato nulla, non accettare passivamente ci che
spesso viene dato per vero e assodato.
Questo libro scritto quindi per donne e uomini disposti ad adottare questo
atteggiamento nei confronti del pensiero comune. Per donne e uomini che non
hanno il bisogno disperato di credere, ma che sono spinti dal desiderio profondo
di conoscere; che pensano che il dubbio sia il sale della vita e garanzia di libert
di pensiero; che amano le domande prima ancora che le risposte; che pensano che
loro promesso dalla Pietra filosofale non il risultato finale della ricerca, ma la
ricchezza insita nella ricerca: lattivit che produce il tanto desiderato
arricchimento.
In questottica matura la consapevolezza che non si pu fare una scelta di vita
senza il presupposto imprescindibile della conoscenza delle vie da scegliere.
Quando ci si accinge ad acquistare unauto o una moto, si tende a verificarne le
caratteristiche al fine di evitare una scelta sbagliata: chi desidera percorrere gli
sterrati di montagna sta ben attento a non acquistare una moto da strada con la

quale non raggiungerebbe certo il suo obiettivo.


Ora, la scelta di una via spirituale affare ben pi serio, arduo e rischioso
dellacquisto di un mezzo meccanico: ne va della nostra eternit, oppure
dellimpossibilit di liberarci dai legami della materia per conseguire il fine
della nostra evoluzione.
Scegliamo di agire in funzione di uneternit che sar vissuta in un rapporto
individuale con un Dio personale oppure nella speranza di una liberazione che
porter al nostro annul-lamento totale inteso come massima realizzazione di una
libert definitiva?
Gi qui, lesemplificazione ci porta a un tipo di scelta che si pu definire
esclusiva: luna non accetta laltra, la verit delluna falsifica laltra, la vita
richiesta dalluna richiede unimpostazione assolutamente diversa da quella
richiesta dallaltra.
Sviluppare e moltiplicare i talenti personali, come richiesto da un Dio che ci
giudica come individui, cosa ben diversa dallannullare il proprio ego per
sfuggire allinesorabilit di un Karma che ci lega a un indesiderabile ciclo di
rinascite.
Insomma: resurrezione e reincarnazione non sono la stessa cosa (supponendo
che una delle due esista veramente). Ma ci che cercheremo di capire
studiandone le origini proprio come farebbero degli Iniziati (i chimici o i fisici)
che intendono conoscere quali sono le forze in gioco e che, per conoscere, usano
l a ragione, quello strumento che ci specifica, ci definisce cio come esseri
appartenenti alla specie umana.

Cercheremo di comprendere le molecole e i legami che stanno alla base delle


formule elaborate dalluomo nel tentativo mai interrotto di risolvere la paura
della morte. E, in quanto chimici rigorosi, rimarremo fedeli ai testi che
contengono le dottrine: non ci sono tesi precostituite da sostenere, ma solo
affermazioni di presunte verit da verificare.
Come si sa, la ricerca fa tesoro della storia del pensiero e dei risultati degli
studi precedenti; ogni punto di arrivo deve infatti essere conosciuto, analizzato e
utilizzato come occasione e stimolo per una nuova partenza lungo un percorso che
forse non ha fine. In questo percorso si inserisce questo libro; parte da studi
precedenti e tenta di proseguire versi nuovi traguardi; sollecita la curiosit del
lettore e fornisce indicazioni per approfondire: non una bibliografia aridamente
alfabetica nella quale spesso difficile districarsi, ma lindicazione di pochi testi
cui riferirsi per arricchire ulteriormente le proprie conoscenze.

UN INVITO AL LETTORE

Alcune pagine potranno apparire ostiche a chi non conosce il tema e si seriamente
riflettuto sullopportunit di inserirle, ma il loro contenuto funzionale alla
comprensione dellanalisi complessiva.
Il lettore interessato e fiducioso proseguir serenamente, sapendo che trover

sempre alla fine dei capitoli le conclusioni e le sintesi chiare ed esplicative.

PARTE PRIMA

RISORGEREMO?
LA NOSTRA CARNE RISORGER?

Riflessioni preliminari:
lapostolo Paolo

Risorgeremo? La nostra carne risorger? Questa domanda concerne il tema


fondamentale della fede cristiana, la certezza imprescindibile per ogni fedele che
vede nella resurrezione dai morti la speranza suprema, il fine ultimo di ogni vita
umana individuale.
Lapostolo Paolo, nella prima lettera ai Corinzi (15,14), dice:
Se per Cristo non risuscitato, vuota allora la predicazione nostra, vuota anche la fede vostra.

Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica riprende questa affermazione, ne


riconferma la centralit e la pone come elemento fondamentale, come verit
culminante della fede in Cristo, come mistero, come giustificazione di tutte le
verit, anche le pi inaccessibili allo spirito umano. La resurrezione
compimento delle promesse dellAntico Testamento e in questo senso anche

principio e sorgente della nostra resurrezione futura in quanto giustificazione


della nostra anima e vivificazione del nostro corpo (tutto questo
compiutamente espresso e analizzato nei capitoli 638-658 del paragrafo 2
dellarticolo 5).
Ma la resurrezione del Cristo una questione a s stante: i problemi che
nascono da unanalisi attenta dei racconti evangelici esulano dagli obiettivi del
presente scritto, che invece intende capire come e quando nata la fiducia in una
resurrezione estesa a tutti gli uomini. Perch, se anche si vuole concedere che
Cristo sia risorto in grazia dellintervento di Dio che cos avrebbe
definitivamente decretato la divinit di questo Suo inviato avallandone ogni
diritto a parlare e agire in nome Suo altrettanto vero che la resurrezione dai
morti concessa a tutta lumanit rappresenta un altro aspetto della questione, che
solo apparentemente dunque la stessa. Infatti, come si vedr, la fede nei due
momenti distinti della stessa verit ha avuto unevoluzione, maturata nel tempo
in funzione di specifiche esigenze dettate da eventi verificatisi nelle prime
comunit cristiane.

Paolo di Tarso
Ogni credente sa che i contenuti della sua fede sono quelli propri della
predicazione paolina: lapostolo Paolo infatti il secondo vero fondatore del
cristianesimo. Si potrebbe forse addirittura sostenere che fu il primo fondatore
del cristianesimo, in quanto ne elabor gli aspetti dottrinali fondamentali e
reinterpret la figura del Cristo alla luce di concetti che non erano presenti nel
primitivo annuncio e nella predicazione stessa di Ges, cos come ci stata
tramandata dagli evangelisti.
Paolo di Tarso dunque lapostolo per eccellenza, colui che ha elaborato i
contenuti dottrinali del messaggio cristiano, li ha slegati dalla loro prima essenza
esclusivamente giudaica o almeno giudaizzante e li ha riscritti in funzione
universalistica, estendendone il valore e il significato allumanit intera.
Naturalmente molto importante stato il suo apporto anche nellargomento che qui
si sta esaminando.
Abbiamo aperto largomento resurrezione citando proprio Paolo e ricordando
limportanza da lui stesso attribuita a questo specifico contenuto della fede:
allora importante conoscere questo rifondatore del cristianesimo per meglio
capire ci che in seguito verr analizzato.
La sua vita e la sua attivit missionaria sono descritte in diversi capitoli degli
Atti degli apostoli, che rappresentano dunque la fonte primaria per le notizie che
lo riguardano.

Sono un ebreo di Tarso in Cilicia: Paolo si presenta cos al tribuno romano


che lo stava arrestando a Gerusalemme. La Cilicia corrisponde allattuale Turchia
e la citt di Tarso si trovava in una posizione che definiremmo fortunata. Era al
crocevia di diverse culture: comunicava con il Nord e con lOvest rappresentato
dalla Grecia ellenistica, era aperta sullOriente mesopotamico e al porto che si
trovava alla foce del suo fiume approdavano le navi provenienti dallOccidente
romano. Era dunque un centro cosmopolita nel quale convivevano la cultura greca
e la tradizione e la mentalit proprie della cultura semitica. L nacque Shal
(Saulo), grecizzato poi in Paolo, da una famiglia di ebrei (della trib di
Beniamino) di osservanza farisea, che aveva il privilegio di godere della
cittadinanza romana. Paolo, nato circa nellanno 10 d.C. (secondo la datazione
tradizionale), fu dunque circonciso, venne educato e istruito nellosservanza della
legge ebraica, la Torh scritta e orale; impar a parlare correntemente sia il greco
sia la lingua ebraico-aramaica; ebbe una formazione culturale aperta agli influssi
della cultura ellenistica che nella sua citt era fortemente radicata e rappresentata
da illustri personaggi.
Fisicamente doveva essere piccolo, grassoccio, calvo, con ciglia spesse e
naso enorme, ma dotato di un grande fascino e di uneccezionale resistenza fisica
e psicologica, che gli consentirono di superare le innumerevoli avversit
incontrate nella sua vita: veglie, digiuni, freddo, migliaia di chilometri percorsi a
piedi; e inoltre fu lapidato, flagellato cinque volte dagli ebrei e vergato tre volte
dai romani, imprigionato per lunghi periodi
Viaggi incessantemente affrontando tutti i disagi immaginabili in quei tempi;

riusc anche a uscire indenne da tre naufragi, rimanendo un giorno e una notte su di
una tavola in balia del mare. Era indubbiamente uomo di elevatissima
intelligenza, dotato di capacit straordinarie, arricchite da un grande talento
creativo: nel primo viaggio, alcuni pagani vollero addirittura adorarlo avendolo
creduto un dio (Hermes-Mercurio) per il modo in cui parlava! Era un
contemplativo dotato per di tutta quella abilit raziocinante propria della cultura
greca, un uomo dunque capace contemporaneamente di affrontare anche i problemi
pratici dellorganizzazione delle comunit che nascevano a seguito della sua
predicazione.
Questi gruppi erano spesso eterogenei, costituiti da ebrei e greci con i quali
bisognava saper dialogare e ai quali era necessario presentare il nuovo
messaggio, rispettando le diverse sensibilit e i diversi retroterra culturali e
religiosi.
Gli stessi Atti degli apostoli danno conto di questa sua capacit di comunicare,
con altrettanta efficacia, sia con gli ebrei sia con i greci: nel capitolo 21,37-40 e
poi nel capitolo 22 parla prima in greco con il tribuno romano e successivamente
in ebraico agli abitanti di Antiochia; nel capitolo 13,16-41 si rivolge nella
sinagoga agli abitanti ebrei di Antiochia di Pisidia, esponendo quello che appare
essere il suo primo vero discorso missionario; nel capitolo 17,16-34 lo vediamo
parlare apertamente ad Atene nel mercato con quelli che vi capitavano, con
filosofi epicurei e stoici e poi lo vediamo condotto nellAreopgo, dove
pronuncia un discorso di fronte ai cittadini ateniesi.

La conversione
Uomo dunque di ampia cultura, legato alle tradizioni ebraiche al punto da essere
uno dei pi duri avversari della nascente setta cristiana, approva apertamente
luccisione di Stefano dopo avervi assistito; perseguita uomini e donne, li fa
imprigionare (At 8,1-3) sinch, sulla via che lo portava a Damasco (cos si
chiamava forse il territorio in cui vivevano le comunit degli esseni, di cui Cristo
fu probabilmente un importante esponente), per una missione diretta a catturare i
cristiani (nazorei) del luogo, subisce la folgorazione che produrr la sua
conversione al messaggio di Cristo (At 9,1-19). Viene cos iniziato al nuovo
credo e battezzato, si ritira nel deserto, nel territorio dei nabatei, poi fa ritorno a
Damasco, da dove inizia la predicazione.
Nel racconto della conversione forse indicato un percorso individuale di
conversione partito da posizioni vicine a quelle del sinedrio gerosolimitano,
passato attraverso unadesione alle idee della dissidenza esseno-messianica
(conversione sulla via di Damasco) e terminato con lelaborazione di una dottrina
originale, sempre messianica, ma di valenza universale: la sua nuova
predicazione univa elementi giudaici a teologie di origine ellenistica che
contenevano le narrazioni di salvatori morti e resuscitati. Per questi motivi
costretto a fuggire, per evitare di essere ucciso dai suoi precedenti correligionari,
e si rifugia a Gerusalemme, protetto da Barnaba, un giudeo cristiano molto
influente che lo fa incontrare con Pietro. Durante questa sua permanenza a
Gerusalemme Paolo sostiene di avere avuto una seconda visione del Cristo che

gli dice: Io ti mander lontano, tra i pagani (At 22,21).


Segue un periodo di soggiorno a Tarso, sua citt di origine, nel corso del quale
probabilmente Paolo inizia la sua rielaborazione del messaggio e della figura del
Cristo: mentre svolgeva il suo lavoro di fabbricatore di tende (At 18,3),
maturava nel suo spirito quellidea di missione che avrebbe poi compiuto negli
anni successivi percorrendo il mondo pagano per portare la buona novella.
Questo periodo di quattro-cinque anni fu interrotto da Barnaba che, nel 43-44, lo
chiam per farsi accompagnare ad Antiochia di Siria, citt nella quale si stavano
sviluppando comunit di credenti che necessitavano ovviamente di organizzazione
e di una corretta istruzione (anche perch in questi gruppi stavano entrando
cittadini che non erano di origine e cultura ebraiche). Antiochia fu dunque il punto
di partenza, la base di tutte le future peregrinazioni e di quellopera missionaria
che per diversi anni port Paolo in molti viaggi dallAsia minore alla Grecia sino
a Roma.
La formazione e la successiva cura delle varie comunit di cristiani (cos
cominciarono a chiamarsi proprio ad Antiochia i seguaci di questa nuova
religione) costrinse lApostolo delle genti a continui interventi per dare conferme,
per eliminare distorsioni ed errori, per elaborare nuovi e pi articolati modi di
presentare il messaggio. Nascevano infatti continuamente esigenze, domande,
dubbi, che erano frutto della diversit culturale delle varie comunit sorte nei
luoghi toccati dalla predicazione paolina. Era necessario intervenire per prendere
decisioni che alle volte generavano contrasti allinterno degli stessi gruppi:
cerano per esempio coloro che sostenevano che i pagani convertiti dovevano

sottomettersi alle prescrizioni delle leggi ebraiche in riferimento alla


circoncisione; si poneva il problema della purezza rituale e del cibo; ci si
chiedeva da dove proveniva la vera salvezza, se dalla Legge di Mos o da Cristo.
Le controversie che sorgevano erano talmente importanti, e pericolose per lunit
della nascente Chiesa, che fu necessario convocare un concilio a Gerusalemme
(48-50 d.C. circa) per dirimere tutte le diverse questioni che sono narrate con
ricchezza di particolari nel capitolo 15 degli Atti degli apostoli; a un periodo
ancora posteriore sembra risalire lo scontro con Pietro verificatosi ad Antiochia e
narrato dallo stesso Paolo nella lettera ai Galati.
A questo proposito sono eloquenti le testimonianze presenti negli scritti dei
Padri della Chiesa come Ireneo, Teodoreto ed Eusebio, che riportano come i
primi gruppi di credenti (ebioniti, i poveri, i nazareni) rifiutassero lapostolo
Paolo ritenendolo un apostata della legge, mentre nei documenti giudeo-cristiani e
nei testi esseni si parla ripetutamente di un uomo di menzogna (Commentario di
Abacuc), definizione che sembra essere riferita proprio a Paolo.

I viaggi
Paolo dunque fu il missionario per eccellenza, levangelizzatore dei pagani e, nel
suo incessante peregrinare, comp quattro importanti viaggi di evangelizzazione.
Nel primo, in compagnia di Barnaba, and a Cipro e poi visit diverse citt delle
regioni del Sud dellattuale Turchia. Nel secondo viaggio si spinse a nord e poi
raggiunse in Grecia le famose citt di Filippi, Tessalonica, Atene e Corinto (51-

52 d.C.) e proprio da questultima Paolo invi le lettere ai Tessalonicesi, che


sono forse lo scritto pi antico del Nuovo Testamento e che saran-no oggetto di
questa analisi in riferimento allargomento di cui ci stiamo occupando. In seguito
lapostolo riparte per una terza spedizione missionaria che, dopo
levangelizzazione della Galazia, si concentrer a Efeso (presso la costa
occidentale dellattuale Turchia), da cui partiranno le lettere ai Corinzi, ai Galati
e forse anche ai Filippesi. Questa missione fu molto tormentata da contrasti con i
pagani del luogo, per cui Paolo dovette fuggire e spostarsi pi volte raggiungendo
la Macedonia, da cui scrisse la seconda lettera ai Corinzi, per poi andare
nuovamente a Corinto e scrivere la lettera ai Romani (57-58 d.C.) e ritornare
infine a Gerusalemme, per consegnare le collette che aveva nel frattempo raccolto
presso le varie comunit. A Gerusalemme viene arrestato e condotto prima a
Cesarea poi a Roma per essere processato, assolto una prima volta e poi
giustiziato forse gi nellanno 64 (o, secondo altri, nel 67). Questultimo periodo
molto travagliato, interrotto da altri viaggi in Spagna e in Oriente, e non
ancora conosciuto con sufficiente precisione, ma ci ha lasciato le lettere forse pi
importanti di tutto lepistolario paolino: quelle agli Efesini, ai Colossesi, ai
Filippesi, a Tito e a Timoteo.
E proprio in tali lettere contenuto il pensiero dellapostolo Paolo: redatte tra
il 51 e il 64-67 d.C., sono i pi antichi documenti scritti della nascente religione
cristiana e rappresentano lo strumento sul quale il cristianesimo stato ripen-sato,
rielaborato, rifondato e diffuso in quel mondo intriso di cultura ellenistica.
San Giovanni Crisostomo (patriarca di Costantinopoli, grande moralizzatore

della vita della Chiesa e dellImpero del IV secolo) dir che tutta la sua scienza
era dovuta alla costanza con la quale si dedicava settimanalmente alla lettura
delle lettere di Paolo. Queste sono storicamente il prodotto di un pensiero che si
evoluto in quindici anni di predicazione, di meditazione e di ripensamenti:
unevoluzione che si andata sviluppando anche sulla scorta delle sollecitazioni
provenienti dalle domande poste dalle nuove situazioni che non erano state
previste e alle quali, quindi, il messaggio evangelico non dava risposte.
Come si vedr, gli evangelizzatori dovettero insomma elaborare le dottrine in
funzione della necessit di rispondere alle sollecitazioni anche pressanti che
provenivano dalle nascenti comunit di fedeli che vedevano tardare la Parusa, il
ritorno di Cristo, con la conseguente realizzazione del Nuovo regno, promesso
invece come imminente dai predicatori cristiani.

La resurrezione della carne


nellantico Testamento1

Fatta questa necessaria presentazione dellartefice delle dottrine cristiane si rende


necessario cercare di capire come e quando sia nata questa dottrina e, prima
ancora, si rende necessario sapere se fa parte della tradizione ebraica da cui il
cristianesimo deriva per filiazione diretta. Ecco alcune delle domande alle quali
cercheremo di dare risposta, mantenendo come criterio la necessit di rimanere
fedeli ai testi che parlano di quella dottrina, certi come siamo di non avere tesi
precostituite da sostenere
Quand nata lidea che i credenti risorgeranno con i loro corpi?
Qual era il pensiero della tradizione ebraica in merito, cos come si presenta
nei testi sacri a noi conosciuti?
La resurrezione con la connessa retribuzione sono state presenti sin dallinizio

della cosiddetta ispirazione divina che ha originato la religione ebraica e


quella cristiana?
Che cosa pensavano del destino dei corpi Giovanni Battista e lo stesso Ges?
Un dato di fatto appare accertato: lidea della resurrezione dei corpi prende vita
solo in un periodo molto tardo della tradizione ebraica. Nel rispetto alla nostra
dichiarazione di rimanere fedeli a quanto ci dicono i testi sacri, ci limiteremo qui
a esaminare i passi che paiono avere una qualche connessione con il tema,
tralasciando volutamente la successiva evoluzione del pensiero ebraico.
Vi sono nellAntico Testamento alcuni passi che in un primo periodo sono stati
interpretati come riferiti a una fede nella resurrezione dei corpi, ma
successivamente si visto che si trattava di una lettura forzata.
Leggiamoli, dunque.

Ezechiele
Il primo di questi riportato nel libro di Ezechiele. Profeta biblico del periodo
dellesilio babilonese (VI secolo a.C.), Ezechiele oper principalmente negli anni
593-570 a.C. presso gli Israeliti deportati. Apparteneva a una famiglia
sacerdotale, era sposato e godeva di un grande prestigio anche presso gli anziani,
che ricorrevano a lui per avere indicazioni sul modo di dirimere affari importanti.
A questa considerazione sociale per si affiancava un destino curioso, che era
quello di non essere poi creduto o seguito. Forse anche per questo ricorreva
spesso ad azioni simboliche molto originali, nel tentativo di colpire
profondamente lanimo dei suoi ascoltatori: mangi pane cotto con lo sterco, si
tagli i capelli con la spada, stava coricato per lunghi periodi su un solo fianco, si
legava
Ezechiele anche il profeta che ebbe la visione del carro di fuoco, cos
importante per un certo tipo dinterpretazione di vari passi dellAntico
Testamento. La stranezza dei suoi comportamenti ha fatto anche pensare a molti
studiosi che questuomo fosse affetto da diverse possibili sindromi quali
lepilessia e listerismo, e che cadesse spesso in catalessi; ma tutto questo non
inficia i contenuti di quanto stiamo esaminando.
Il brano che ci interessa narra di una visione nella quale Dio gli mostra una
pianura piena di ossa [] molto secche che, a un ordine della parola divina, si
ricoprono di nervi, carne, pelle e, pervase dallo spirito, ripresero a vivere e si
alzarono in piedi. Nel prosieguo della profezia, Dio dice a Ezechiele:

Profetizza e d loro [] ecco io aprente sepolcri vostri, far venir fuori voi da sepolcri vostri, popolo mio, e far
entrare voi in terra di Israele [] dar riposo a voi in terra vostra. (Ez 37,1-14)

Si tratta di un messaggio rivolto al popolo, che era affranto e disperato per la


deportazione e lesilio: popolo che era sfiduciato e riteneva di essere ormai
destinato a scomparire soffocato dalle popolazioni che lo avevano vinto e
strappato alla sua terra. dunque chiaramente un messaggio di speranza per il
ripristino di una precisa situazione terrena e territoriale, senza alcun riferimento a
una promessa escatologica di vera resurrezione dai morti.
Questo tanto pi vero se si contestualizza lintera opera di Ezechiele
nellambito del pensiero religioso ebraico che sempre si occupato di ci che
avviene in questa vita, coinvolgendo il popolo in un sistema di premi e
retribuzioni che Dio concede nel momento in cui il patto con lui viene rispettato o
violato. Premi e retribuzioni che si consumano sempre in questo mondo e che mai
vengono promessi o minacciati come appartenenti a una vita successiva.

Isaia e Osea
Cos pure i passi in Isaia 25,8; 26,19 (distrugger/inghiottir la morte per
sempre [] e vergogna di [da] popolo suo toglier; vivranno morenti tuoi,
cadavere mio [??] si alzeranno, svegliatevi e gridate di gioia dimoranti di [in]
polvere) e in Osea 13,14 (da mano di shel riscatter da morte riscatter
essi) sono chiaramente riferiti a una speranza di resurrezione generale del
popolo di Israele dalla situazione in cui si trova e non contemplano alcuna
promessa specifica di resurrezione individuale dei morti; si tratta sempre di una
resurrezione metaforica pi che di un vero risorgere della carne dalla morte
fisica. Sul primo passo di Isaia poi esistono seri problemi dinterpretazione che
ne rendono ancora pi incerta lattribuzione in quanto molti pensano che si tratti
di uninterpolazione posteriore, risalente forse al periodo di Daniele, di cui si
dir pi avanti.
Isaia nacque intorno al 765 a.C. e nel 740 a.C. ebbe una visione in cui il
Signore lo inviava ad annunciare la rovina di Israele. Visse in un periodo di forti
tensioni; un momento storico in cui Israele era sotto la costante minaccia di
uninvasione assira e fu attivo durante la campagna condotta da Sennacherib
contro la Giudea. In contrasto con molti suoi contemporanei rappresentanti del
potere, si dichiar sempre contrario a ogni alleanza militare con altri paesi, in
quanto riteneva e predicava che la via unica per la salvezza della nazione era
rappresentata dalla fiducia in Dio. La sua attivit fu sempre dedicata a denunciare
la degradazione morale generata dalla ricchezza.

Anche il profeta Osea visse nel tempo della grande espansione del regno
assiro e dunque esercit la sua opera missionaria in un momento di estremo
sconforto del popolo di Israele.
La situazione in cui queste profezie prendono corpo, dunque, sempre la
stessa: un popolo sconfitto, affranto, deportato che attende dal suo Dio la speranza
e la promessa di una prossima rinascita.

Giobbe
Ci sono dei versetti del libro di Giobbe che vengono a volte letti con chiaro
riferimento a una prospettiva di resurrezione corporale. Questo libro di autore
ignoto stato redatto in epoca posteriore allesilio babilonese (V-III secolo a.C.)
e affronta in modo mirabile il problema del dolore e della retribuzione dei giusti e
dei malvagi, cos come viene posto dallosservazione della realt quotidiana.
Dal punto di vista meramente letterario, stato giudicato il capolavoro della
produzione sapienziale anticotestamentaria e uno dei capolavori dellintera
letteratura mondiale di tutti i tempi, un vero poema di grande pregio artistico.
Vediamo il passo che ci interessa, nel quale Giobbe descrive la sua situazione
miseranda, chiede compassione agli amici e poi, in un ritorno di fede, esclama:
E io so riscattante me vivente e ultimo su polvere si alzer e dopo [che] pelle mia sar recisa [recider, sar
avvolta??] questa e da carne mia vedr signore suo [??], che io vedr per me [io stesso??] e occhi miei hanno
visto e non deviante [essente altro, essente straniero, essente avversario??]: cessano [sono finite, si
disfanno??] viscere mie [??] in interno mio [in grembo mio??]. (Gb 19,25-27)

Come si vede gi dai vari punti interrogativi, questo testo si presta a diverse
versioni che ne rendono difficoltosa linter-pretazione, ma in particolare i dubbi
riguardano una parola che cambia totalmente il significato dei versetti in relazione
proprio allargomento in questione: la parola nqq f (niqqefu), che viene
alternativamente tradotta con essere reciso o con essere avvolto.
Nelle due versioni date sopra lessere avvolto nella carne parrebbe far
pensare a una resurrezione del corpo, ma tutto il libro rende estremamente

improbabile questa interpretazione. Lidea dellaldil contenuta in Giobbe infatti


riprende il pensiero dellantica tradizione ebraica che vedeva lo shel (regione
dei morti) come luogo di grande tristezza, come dimora in cui le anime rimangono
per sempre senza alcun possibile rapporto con Dio e senza aver comunque subito
un giudizio con relativo premio o condanna.
Lo shel rappresenta infatti una concezione molto primitiva delloltretomba:
era il mondo sotterraneo nel quale tutti i morti si trovavano in una situazione di
assoluta uguaglianza, senza aver subito alcun giudizio, come detto. In quel luogo,
senza alcuna presenza divina, i morti vivono una specie di esistenza larvale,
oscura, silenziosa, perduta in un oblio totale e senza ritorno. Cos descritto
laldil in diversi passi dellAntico Testamento (Isaia, Ezechiele, Salmi,
Giobbe) e questo era quindi il modo in cui era rappresentato loltretomba
presso il popolo di Israele. Una visione condivisa con o forse addirittura
mutuata da la civilt ugaritica, che precedette la cultura ebraica nei territori in
cui questultima si formata.
A questo punto dellanalisi importante introdurre un concetto che si rivela
fondamentale per lo sviluppo di una prima forma didea di resurrezione: la
necessit di premiare i giusti e punire i malvagi.
Un concetto che nasce dalla palese contraddizione tra ci che luomo si
attende da un Dio giusto e la realt che invece mostra come i malvagi prosperano
e i giusti spesso soffrono.
Apriamo quindi una breve parentesi su questo concetto.

Lesigenza della retribuzione


Per arrivare a una vera e propria affermazione della possibilit di una
resurrezione corporale individuale bisogna attendere il periodo di Daniele e dei
Maccabei, i cui rispettivi libri sono stati scritti, almeno nella forma attuale, nel II
e I secolo a.C.
Questo nuovo concetto dunque il frutto di unevoluzione che si sviluppata
lentamente nei secoli ed stata soprattutto condizionata dal desiderio di
rispondere al bisogno della retribuzione con il giusto premio per i meriti e la
punizione per le colpe.
Questa esigenza peraltro, nel periodo precedente lesilio babilonese, veniva
risolta in termini collettivi: i meriti e le colpe riguardavano il popolo intero,
lindividuo aveva valore in quanto elemento della nazione che veniva punita o
premiata nel suo complesso e qui, su questa Terra, nella sua storia quotidiana.
Solo con Ezechiele, e dopo lesilio, lindividuo acquista una sua identit e quindi
una sua responsabilit di cui risponde personalmente: la nazione era
apparentemente scomparsa, gli Israeliti deportati non accettavano di dover pagare
per le colpe dei loro padri. Questa nuova idea della responsabilit individuale
rimaneva comunque sempre legata, nelle sue conseguenze finali di ricompensa o
di punizione, alla vita terrena, nella quale tutto si risolveva.
Ma proprio lincongruenza che appariva palese agli occhi di tutti tra una
vita giusta e le sofferenze da cui spesso era travagliata, e la contemporanea
apparente felicit dei malvagi, rendeva assolutamente insoddisfacente lidea di un

Dio che interviene con il suo giudizio su questa Terra, nel corso di questa vita.
Lesperienza comune stava a dimostrare la verit dellesatto contrario: i giusti
soffrono mentre i malvagi prosperano.
Dunque il comportamento apparente di questo Dio in funzione di un giusto ed
equo giudizio era assolutamente inaccettabile o, nella migliore delle ipotesi,
misterioso e insondabile.
Questo tormento angoscioso mirabilmente espresso nel seguente Salmo, in
cui contenuto tutto lo smarrimento del giusto che, di fronte allo scandalo offerto
dalla quotidiana visione della prosperit e dellarroganza degli empi, dice:
Certo invano ho mantenuto puro cuore mio e ho lavato in innocenza [pulizia] mano mia. E sono stato essente
colpito tutto il [ogni] giorno e biasimo mio a le mattine [ogni mattina]. (Sal 73,13-14)

Un grido disperato che si chiude per con la riaffermazione di unincrollabile


fiducia nella giustizia divina in grazia della quale il salmista certo di potersi
rivolgere a Dio dicendogli: Poich ecco quelli che si allontanano da te
moriranno; distruggi [hai distrutto] ogni prostituentesi da te (Sal 73,27), E io
sempre con te [] e poi gloria [peso] prenderai me (Sal 73,23-24).
Queste affermazioni fanno pensare a un primo abbozzo di unidea di
retribuzione slegata dagli eventi della vita mortale e proiettata in una dimensione
diversa, nella quale tutti gli equilibri verranno ristabiliti; si tratta forse di una
prima possibile risposta alle domande angoscianti poste nel libro di Giobbe.

Breve puntualizzazione
Riprendiamo lesame dei libri anticotestamentari ma, per correttezza
dinformazione e per amore di verit, va segnalato che prenderemo in
considerazione anche quei libri che si trovano nel Canone cattolico, ma che non
sono riconosciuti dal Canone ebraico (che, oltre a non accettare lintero Nuovo
Testamento, non contempla i libri di Tobia, Giuditta, I e II Maccabei, Baruc,
Sapienza, Ecclesiastico, parti di Ester e di Daniele).

il libro della sapienza


Una pi articolata evoluzione di quanto stiamo esaminando si trova nel libro della
Sapienza, lultimo dei libri dellAntico Testamento.
Fu scritto direttamente in greco da un autore ebreo che apparteneva alla
comunit giudaica residente in Egitto, soprattutto ad Alessandria. Composto nel I
secolo a.C., questo testo, pur avendo lobiettivo di rinsaldare lautentica
tradizione e il patrimonio storico della fede ebraica, non ha potuto evitare le
influenze della cultura e della mentalit ellenistiche che proprio in quella citt
trovavano massima espressione.
Nel capitolo 5 si fa espresso riferimento a una forma di ricompensa che
trascende la vita terrena e si proietta nellassoluto del mondo divino, supera la
concezione oscura e rattristante dello shel per fornire al giusto la certezza di
una vita eterna (non ancora corporale) tutta vissuta presso il Signore:
Poich speranza dellempio come essente portata pula sotto [da] vento []. Giusti invece [verso] per il
secolo [eternit] vivono, e in signore il compenso loro e la cura di loro presso altissimo. (Sap 5,14-15)

Qui si fa riferimento a una precisa certezza circa limmortalit dellanima cos


come era concepita dalla cultura ellenistica, che rielaborava i concetti espressi
dalle correnti filosofiche di derivazione platonica e aristotelica. Queste
concepivano luomo in chiave dualistica, ponendo una netta distinzione tra
lelemento corporale, destinato a scomparire, e la parte spirituale, di origine
divina, destinata alla vita eterna.

Ma per trovare una vera e propria affermazione circa la resurrezione dai morti
bisogna leggere i due libri dei Maccabei e il libro di Daniele.

I libri dei Maccabei


I libri dei Maccabei contengono la narrazione delle vicende giudaiche verificatesi
nel periodo compreso allincirca tra il 175 e il 135 a.C. Si tratta di un momento
storico molto difficile per gli ebrei, caratterizzato da aspre lotte combattute contro
i generali di Antioco Epifane, signore della Siria, e contro i pagani ellenizzanti
in genere. Questa lotta stata guidata da Mattatia, fondatore della dinastia
Asmonea, e poi dai suoi figli, primo fra tutti Giuda denominato appunto
Maccabeo (soprannome che significava martello o inviato di Jahw) e da cui
prendono il nome i libri in questione.
Fu proprio questa lunga guerra lelemento scatenante, lorigine e la causa della
precisa affermazione che troviamo nel secondo libro. A causa infatti della guerra,
in quel periodo molti furono i martiri, coloro cio che morirono per testimoniare
il loro attaccamento fedele alle tradizioni dellantico Israele.
Si assisteva a unapparente e inconcepibile assurdit: a fronte di questo
immenso sacrificio di tante vite umane rispettose della tradizione sacra, i pagani
prosperavano, i persecutori apparivano vincenti, la morte di tanti giovani ebrei si
presentava senza significato, una sconfitta cocente e inspiegabile visto che questi
giusti morivano per la loro fedelt alla legge di Dio. Tutto ci richiedeva una
spiegazione: non era possibile n comprensibile che Dio avesse dimenticato il
suo popolo al punto da consentire che si realizzasse una tale palese ingiustizia.
Era sempre pi forte lesigenza di trovare una spiegazione che rendesse
accettabile una situazione cos angosciante e allora quella che abbiamo visto

essere unidea non ancora deter-minata nei suoi aspetti fondamentali assume
invece una forma chiara, una concretezza capace di porre fine al turbamento
disperato di un popolo che vede i suoi martiri dimenticati da quel Dio per il quale
sono morti.
Si giunge cos alla chiusura del cerchio: partiti dalla rappresentazione di
uno shel popolato da ombre, si perviene alla concezione di una vita eterna legata
alla remunerazione post mortem, nellaldil delle opere compiute durante la
vita terrena.
Una verit consolatoria: i martiri non sono morti inutilmente, avranno la loro
giusta ricompensa.
Il capitolo 7 del secondo libro dei Maccabei narra la vicenda di sette fratelli fatti
torturare e uccidere con la madre dal tiranno Antioco e di come essi esprimano la
loro certezza nella giustizia divina che premier i giusti e punir gli empi. Il
secondo dei fratelli dice:
Tu, flagello, da la essente presente [essente presso] noi vivere sciogli ma il del cosmo re morenti noi per le di
lui leggi verso [per] secolo [eternit] resurrezione di vita noi far alzare. (2Mac 7,9)

Il terzo:
Da cielo queste [membra] ho ottenuto, ma a causa delle sue leggi non curo esse e da lui queste nuovamente
spero essere riportate. (2Mac 7,11)

Il quarto:
Desiderabile essenti messi a morte da uomini, le da dio attendere speranze [di] nuovamente essere risuscitati
da lui. Per te per risurrezione a vita non sar. (2Mac 7,14)

Successivamente la madre si rivolge ai figli esprimendo la certezza che Colui che


ha dato loro la vita interverr nuovamente con una sorta di seconda creazione:
Perci il del cosmo fondatore il formante di uomo genere [] e lo spirito e la vita a voi nuovamente dar.
(2Mac 7,23)

Infine il pi giovane dei fratelli rivolto al carnefice che gi aveva ucciso gli altri
dice:
Infatti ora nostri fratelli breve sopportanti travaglio di perenne vita sotto [in] alleanza di Dio sono pervenuti; tu
invece di Dio per giudizio giuste le pene della tracotanza porterai. (2Mac 7,36)

Ecco dunque una risposta che nasce precisa in un momento in cui altrettanto
precisa e pressante lesigenza di un intervento riparatore di quella giustizia
divina nella quale ogni fedele vuole riporre la sua fiducia.
Tutta la storia precedente di Israele ci aveva indicato una fede in una giustizia da
realizzarsi su questa Terra ; premio e castigo dovevano concretizzarsi qui, sotto
gli occhi del popolo; nei primi secoli addirittura questa giustizia riguardava la
nazione nella sua interezza, lindividuo non era portatore di responsabilit
personali per le quali essere punito o premiato.

Ora invece dobbiamo registrare unevoluzione nel concetto della retribuzione,


unevoluzione determinata ovviamente dalla triste esperienza del fallimento
quotidiano del precedente modo di concepire lintervento equiparatore di Dio: la
vita di ogni giorno rivelava al popolo tutta la contraddittoriet e la vanit di
questa attesa; la giustizia divina rimaneva celata nellassurdit della sofferenza
dei giusti e nellinaccettabile prosperit dei malvagi.
Ecco allora la soluzione: ci che non vediamo avvenire qui e ora avverr
dopo, ma avverr ineluttabilmente e sar per sempre. Questo il nuovo concetto
(speranza) maturato nel tempo e riaffermato nel libro di Daniele.

Daniele
Composto nel II secolo a.C., il libro di Daniele dunque contemporaneo delle
vicende narrate nei libri dei Maccabei, anche se la sua ambientazione storica,
probabilmente un artificio letterario, risale al tempo dellesilio babilonese (VI
secolo a.C.). un testo prettamente apocalittico e quindi scritto rispettando i
canoni di quel tipo di letteratura e ne contiene gli elementi caratteristici: la
visione, il linguaggio simbolico e di difficile interpretazione, la mancanza di una
precisa definizione, lattesa del nuovo regno impersonato dal Messia che verr a
ristabilire gli equilibri infranti dalla malvagit umana, ecc.
In una delle visioni profetiche, Daniele dice:
In il tempo il quello star Michele il principe il grande lo stante su figli di popolo tuo [] e sar tempo di
sventura [] molti da [tra] addormentati di terra di polvere si sveglieranno, questi a [per] vite di sempre e
questi al [per] insulti [vergogne), a [per] orrore di sempre. (Dn 12,1-2)

E Mos?
Riflettendo su quanto detto, dobbiamo rilevare che un primo fatto si presenta
subito con grande evidenza: nel trattare il tema della resurrezione dei morti non
mai stato nominato Mos.
Mos, il fondatore dellebraismo, non conosceva la resurrezione, o almeno
non quella che ci viene presentata ora dalla Chiesa! Mos era un egiziano (cfr. Es
2,19) per educazione, cultura, religione e quindi probabilmente aveva un suo
preciso concetto sulla sopravvivenza dei defunti, un concetto che non ci ha
comunque trasmesso e che non comprendeva sicuramente la totalit degli
individui, neppure di quelli che formavano il popolo eletto.

BREVE DIGRESSIONE

E la tomba di Mos?
Forse un giorno gli archeologi riusciranno a svelare uno degli eventi pi misteriosi di
tutta la storia di Israele: la morte e la sepoltura di Mos. Questi momenti cos
importanti per la storia di un popolo sono stati volutamente celati nel silenzio, i libri
sacri hanno dimenticato di raccontarci che cosa successo dopo la sua scomparsa
annunciata: non ci hanno mai descritto n il luogo n le modalit dellinumazione di

colui che, dal nulla, ha creato il popolo di Israele e lo ha dotato di un sistema di


credenze comunemente considerato tra i pi alti fra quelli conosciuti nella storia
delluomo.
Il luogo in cui si trova la tomba di Mos sconosciuto, non mai stato oggetto di
venerazione come sarebbe stato invece naturale. Ci auguriamo quindi che gli
archeologi possano fare luce su un evento tanto misterioso e, se questo avverr, con
ogni probabilit scopriranno che linviato di Dio si era preparato proprio quel tipo di
tomba che, secondo le credenze della religione egiziana, era la sola capace di
garantire la sopravvivenza al defunto che poteva disporne. Ma qui siamo nel campo
delle semplici ipotesi e noi ci siamo prefissati di rimanere sempre alla lettera dei
testi per analizzare quanto viene presentato come frutto della rivelazione divina e
quindi proseguiamo con il nostro esame.
Mos dunque non si occupa della resurrezione e tutta la rivelazione
successiva ci presenta una concezione dellaldil molto semplice e primitiva (lo
shel) sino al momento in cui matura nel popolo lesigenza di dare una risposta
certa al bisogno di giustizia che, contrariamente alle promesse della tradizione
profetica, non trova riscontro negli eventi della realt quotidiana.
Nasce cos lidea di una vita eterna legata a quella remunerazione che, assente
nel corso della vita terrena, deve necessariamente verificarsi in un qualche
altro momento, pena la caduta totale di ogni possibilit di fede in un Dio giusto e
misericordioso.

Domande ineluttabili
A questo punto dellanalisi, richiamando le parole di Paolo sulla vanit della
fede in assenza della resurrezione , inevitabile cominciare a porre alcune
domande:
Perch Dio dallet dei patriarchi per un periodo quindi di 1600-1800 anni!
ha taciuto sulla sorte ultraterrena delluomo e dei suoi fedeli in particolare?
Perch, tra le leggi da lui stesso scritte sulla pietra, non ha enunciato
chiaramente anche lesistenza di un giudizio finale con la conseguente
remunerazione da godere, o da scontare, nella vita dopo la morte?
Perch per un periodo cos lungo il suo popolo vissuto nellignoranza di un
destino che inevitabilmente attenderebbe tutti gli uomini?
Perch non ha dato ai patriarchi, ai profeti, e ai fedeli in genere, la possibilit
di effettuare la scelta definitiva sin dal momento della sua prima
rivelazione?
Perch questo nuovo e stravolgente contenuto della rivelazione ha dovuto
attendere la nascita del bisogno di giustizia a fronte di una realt che negava,
in tutta evidenza, la validit della fiducia in una remunerazione puramente
terrena?
Infine, quindi, ci chiediamo:

Quando fa la sua comparsa la fede nella resurrezione dei corpi?


Per rispondere a questultima domanda dobbiamo esaminare quanto scritto nel
Nuovo Testamento: anche qui, come si vedr nel prosieguo, si assiste alla nascita
di una nuova presunta rivelazione a fronte di una nuova specifica esigenza.
1 Le citazioni sono frutto di traduzioni letterali effettuate dallautore, nel rispetto anche dellordine dei termini
cos come presente nel testo ebraico (e nel testo greco per Sapienza e Maccabei). Ne deriva una forma
forse non corrispondente alle regole della lingua italiana, ma certamente pi vicina al pensiero degli antichi
autori. Le abbreviazioni delle opere citate sono indicate nellAppendice 7 (p. 177).

La resurrezione della carne


nel Nuovo Testamento1

Molto spesso si d per scontato ci che non lo , allora necessario accantonare


subito uno dei luoghi comuni pi diffusi tra i credenti: quello che la resurrezione
dei corpi fosse un elemento della predicazione di Cristo e dei primi apostoli.
Per Giovanni Battista e per Ges la resurrezione dei corpi non pare essere un
elemento fondante della rivelazione divina, anzi non neppure un elemento
determinante nella scelta di fede da parte dei diretti seguaci!

Giovanni Battista
La predicazione del Battista in relazione allintervento divino si risolve, come per
gli ebrei, ancora una volta tutta qui, su questa Terra: riguarda il rapporto con la
morte imminente che colpir inesorabilmente il peccatore che persevera nel male.
Il giudizio di Dio vicino e inevitabile, riguarder gli uomini che ascoltano la
predicazione e non ha riferimenti alle generazioni che non siano quella
contemporanea al profeta: non c accenno ai trapassati e a coloro che verranno;
non c accenno a un giudizio che segua il momento della morte, in quanto la
morte stessa rappresenta lo strumento del giudizio. Molto concretamente: i giusti
continueranno a vivere, mentre i peccatori saranno sterminati.
Leggiamo le parole del profeta, cos come ci sono state tramandate dal vangelo
di Luca:
Diceva dunque alle uscenti folle per essere battezzate da lui: Razza di vipere, chi ha insegnato a voi scampare
da lavvicinantesi ira? Fate dunque frutti degni di conversione [] gi, anzi, la scure davanti la radice degli
alberi messa; ogni quindi albero non portante frutto buono sar reciso e in il fuoco sar gettato. (Lc 3,7-9)

E ancora:
Viene per il pi forte di me del quale io non sono degno [di] sciogliere il legaccio dei calzari suoi. Egli voi
battezzer in Spirito Santo e fuoco: di cui il ventilabro in la mano di lui mondare la aia sua e raccogliere il
frumento in il granaio suo, la ma pula brucer in fuoco inestinguibile. (Lc 3,16-17)

Affermazioni simili sono riportate nei vangeli di Marco (Mc 1,1-8) e Matteo (Mt
3,1-12).

Come si pu osservare, dunque, per Giovanni il giudizio imminente e i


peccatori verranno distrutti per sempre, mentre i giusti continueranno a vivere
evitando la punizione che viene.
Noi non sappiamo quale fosse la posizione del Battista nei confronti delle
opinioni dei vari gruppi giudaici in riferimento al problema della resurrezione (i
farisei ne sostenevano lesistenza mentre i sadducei la negavano), ma di certo
questo problema non aveva per lui alcun interesse: la sua predicazione
riguardava esclusivamente i vivi che potevano evitare il giudizio e scampare
quindi alla distruzione eterna, praticando opere degne di conversione.
Gli alberi che non portano frutti verranno recisi mentre quelli che portano frutti
buoni continueranno a esistere nella comunit dei giusti che si realizza comunque
su questa Terra: non c morte e non c dunque necessit di resurrezione (cos
come non vi necessit di resurrezione riparatrice nel pensiero dello stesso
Ges, come vedremo al termine del presente capitolo).
Ma se i primi due grandi profeti del nuovo regno, per i motivi evidenziati, non
hanno avvertito la necessit di affrontare un tema che invece divenuto
determinante per ogni credente, chi lo ha introdotto nella predicazione
facendone uno degli elementi portanti di tutta la struttura su cui si fonda il
cristianesimo?
Abbiamo iniziato a rispondere a questa domanda nel primo capitolo, narrando
le vicende del rifondatore della religione cristiana: Paolo di Tarso.
Ora proseguiamo

Le Lettere degli apostoli


Lapostolo dei gentili ha dovuto affrontare la questione in quanto costretto dagli
eventi e forse sarebbe ancora pi preciso dire: costretto dagli eventi che non si
verificarono.
La generazione contemporanea a Cristo stava lentamente passando; i primi
gruppi di credenti attendevano quella nuova venuta che era stata profetizzata come
vicinissima ma che evidentemente tardava a verificarsi; lo stesso Paolo era certo
che avrebbe assistito da vivo allo straordinario evento e lo scrive ai cristiani di
Tessalonica:
Noi, i viventi, i superstiti [] saremo rapiti in nubi verso incontro di il signore in aria. (1Ts 4,15-17)

La stessa tensione escatologica, la stessa ansiosa certezza si legge nella prima


lettera di Giovanni redatta verso la fine del I secolo:
Figlioli, ultima ora e come avete udito che Anticristo viene e ora anticristi molti sono giunti, da questo
sappiamo che ultima ora . (1Gv 2,18)

Lo stesso Pietro, nella seconda lettera a lui attribuita (ma forse scritta da un suo
discepolo intorno al 90 d.C.), costretto ad affrontare la questione che stava
ormai diventando difficile da sostenere:
Un giorno davanti signore come mille anni e mille anni come un giorno uno. Non lento Signore di la promessa
come alcuni considerano ma longanime per voi non volendo alcuni muoiano ma tutti giungano a conversione
fare posto. (2Pt 3,8-9)

Pietro ribadisce ancora una volta che lofferta di salvezza riguardava i viventi ai
quali veniva dato un lasso di tempo maggiore per pentirsi e scampare cos alla
morte. Il ritardo nel verificarsi degli eventi profetizzati da Ges, e
sistematicamente inseriti nella predicazione missionaria degli apostoli,
rappresentava dunque un problema crescente per le prime comunit.
Questa circostanza, che pare non essere mai presa in sufficiente
considerazione dai commentatori, doveva presentarsi come una difficolt non da
poco per i primi apostoli.

Breve considerazione storico-sociale


A questo proposito vale la pena di tentare un esercizio di non facile realizzazione,
ma che ci consente di fare alcune considerazioni circa le origini del cristianesimo
e gli atteggiamenti dellattuale Chiesa romana.
Proviamo a cancellare in noi gli effetti di una tradizione secolare e di
uneducazione che ci hanno condizionati e ci spingono a vedere nel cristianesimo
la religione per eccellenza, lunica vera e affermata, quella con la quale tutte le
altre si devono confrontare ritenendola il termine di paragone imprescindibile.
Cerchiamo di dimenticare che gli altri devono essere considerati uomini da
convertire allunica verit assoluta o fratelli separati, pecorelle smarrite da
riportare nellovile dellunico vero Padre-Pastore.
Con questo atteggiamento di fondo la Chiesa romana invita i credenti a

guardare con amorevole sufficienza alle altre forme di culto e comunque


sollecita il mantenimento di una desta attenzione nei confronti di quelle che
vengono considerate sette, anche se dichiarano di rifarsi ai contenuti del
messaggio evangelico e raccolgono migliaia di fedeli in tutto il mondo grazie alla
loro vitalit missionaria. Dimentichiamo, o almeno proviamo a farlo, che il
cristianesimo ha soppiantato antiche religioni facendosi prima riconoscere come
religione di Stato dagli imperatori romani (Editto di Costantino, 313 d.C.) e
costituendosi poi come entit statale autonoma nei secoli successivi alla caduta
dellimpero romano. Ladeguamento della Chiesa alle istituzioni terrene e alle
loro intrinseche necessit stato sancito dai padri stessi del pensiero cristiano;
SantAgostino2 dice:
I delitti poi contro le istituzioni umane devono essere evitati in rapporto alla diversit delle istituzioni, ma in
modo che ci che stato sancito dalle consuetudini di una citt, di un popolo, o confermato da una legge non
debba essere trasgredito per il capriccio di un cittadino o di un forestiero, perch disordinato ogni elemento
che non si accorda con il tutto.

Proviamo in sostanza a storicizzare il nostro giudizio, collocando la nostra mente


e il nostro modo di riflettere agli albori dello sviluppo del cristianesimo. Cos
facendo vivremmo lesperienza derivante dal trovarci di fronte un gruppo
ristrettissimo di persone, poche decine di apostoli, che tentano dinserirsi nella
cultura religiosa del tempo per trasmettere il loro messaggio di salvezza, per
parlare di un nuovo Dio rivelatosi nel Medio Oriente (come molte delle divinit
che allora venivano adorate nel mondo greco-romano). Non dovevano
comportarsi in modo molto diverso da quello che siamo abituati a vedere anche

oggi, attuato dai fedeli delle cosiddette sette: predicazione porta a porta,
insistenza, determinazione al limite della sopportazione da parte degli uditori.
Questi apostoli, animati da una fede incrollabile nella fine che annunciavano
come ormai imminente, dovevano apparire agli occhi dei loro contemporanei
come dei fanatici esaltati che predicavano la fine dei tempi con conseguente
relativa salvezza riservata ai convertiti: predicavano lo scandalo di un Dio fatto
uomo che si era volontariamente fatto uccidere per salvare gli uomini di buona
volont che avrebbero creduto in lui.
I giorni dellira erano vicini e la salvezza era prossima, bisognava dunque
convertirsi alla nuova fede, essere iniziati con il battesimo, celebrare nuovi riti
ed entrare cos nella cerchia dei salvati.
Questi cristiani erano dunque una setta (un ristretto gruppo separato) che
tentava di sostituirsi ai culti misterici esistenti, esattamente come sono stati
considerati sette e quindi sempre combattuti sinanche allo sterminio i
gruppi di credenti che, nei secoli successivi alla presa di potere da parte della
Chiesa romana, hanno tentato di diffondere messaggi non rispondenti ai dettami
della gerarchia centrale.
Questi sono fatti che non bisogna dimenticare per avere una comprensione
globale del fenomeno: questi primi gruppi di predicatori hanno infatti vissuto le
stesse difficolt di coloro che, successivamente e con minore fortuna, hanno
tentato di diffondere nuovi culti. Pensiamo ai millenaristi, ai vari predicatori che
in diversi momenti storici hanno indicato come prossima la fine del mondo (che
poi regolarmente non c stata).

Ebbene questa sconfessione pubblica stata vissuta anche da Pietro, Paolo e


da tutti quei missionari della prima ora che invitavano alla conversione sino al
sacrificio estremo della vita, in vista dellingresso certo nel nuovo regno
promesso dallo stesso Figlio di Dio. Anche nel nostro secolo molte sono le sette
che hanno portato al gesto estremo i loro fedeli, con la promessa della salvezza
costituita dallingresso in un nuovo mondo.

BREVE DIGRESSIONE

Le sette?
Nel fare queste considerazioni non si pu evitare di porre delle domande che si
presentano anche troppo evidenti alla mente di chi riflette
Con quale diritto si giudicano e si condannano questi nuovi martiri dopo aver
addirittura santificato i cristiani morti in nome di una stessa errata!
profezia?
Che cosa differenzia i primi credenti che si affidavano alle promesse di un
nuovo Dio apparso in Palestina, dalla fede di questi credenti che, con
altrettanto ardore, ritengono di avere trovato la verit, la luce e la vita in nuove
forme e nuovi contenuti religiosi?

Ricordiamo che stiamo tentando di collocare nella storia il nostro giudizio e la mente
che lo esprime, stiamo collocando noi stessi in quel preciso momento, quindi ci
accorgiamo che le differenze tra i vari gruppi, visti nel loro momento storico, non sono
quelle che la tradizione sviluppatasi nei secoli ci presenta.
Se una di queste sette dovesse affermarsi e assumere nel tempo limportanza
acquisita dal cristianesimo, noi vedremmo questi fedeli, ora considerati come
poveretti plagiati da ciarlatani, divenire i primi martiri della nuova vera e unica
religione!
Non dimentichiamo infatti che anche la profezia dei primi anni come tutte le altre
che lhanno seguita non si avverata: la fine dei tempi non stata vista da quella
generazione e nemmeno da quelle seguenti; anche i seguaci del presunto figlio di Dio
sono stati sconfessati dai fatti.

***
Certo doveva essere estremamente difficile per gli apostoli missionari incontrarsi
con i primi gruppi dei nuovi credenti, cacciati da tutti, perseguitati, torturati,
uccisi, e convincerli che comunque la profezia continuava a rimanere valida anche
con il passare degli anni (ed erano ormai molti quelli che stavano trascorrendo
nellinutile attesa).
Nascevano domande, questioni, richieste di conferme, con i conseguenti
tentativi di spiegare, convincere, con quegli sforzi insomma che devono compiere

i profeti di tutti i tempi quando sono costretti a giustificare di fronte ai loro


discepoli il mancato verificarsi di ci che viene dato per certo nelle profezie da
loro predicate. Ecco allora il significato e il motivo delle parole sopra citate con
le quali Pietro cercava di spiegare ci che, ai nostri occhi e con il classico senno
di poi, si rivela come difficilmente spiegabile.

La Parusa
Riprendiamo ora il nostro discorso per dire, riassumendo, che, con il passare
degli anni, andava crescendo lansia nellattesa della Parusa (seconda e
definitiva venuta del Signore); Cristo era invocato dai primi convertiti che
vivevano ormai proiettati in un futuro chiuso nel ristretto orizzonte di quanto
doveva verificarsi di l a poco.
I testi riportano linvocazione con la quale le comunit cristiane sollecitavano
il nuovo avvento: la prima lettera ai Corinzi (16,22) e il libro dellApocalisse
(22,20) terminano proprio con la formula aramaica marana tha e greca rku
Krie che racchiude mirabilmente il contenuto della speranza dei primi credenti:
viene normalmente tradotta Signore vieni in fretta, anche se si presterebbe a
varie interpretazioni.
Ma la Parusa tardava a verificarsi e questo fatto risultava ancora pi grave
considerandolo in funzione della professione di fede e del contenuto della
speranza: lavvento del Signore riguarda i viventi che verranno risparmiati mentre
gli empi verranno puniti con la morte eterna.
E i morti? Per la prima volta si comincia a porre il problema. Siamo intorno al
50 d.C., sono passati quasi ventanni dalla morte di Cristo e nel frattempo sono
morti anche alcuni dei primi cristiani, ma la morte era allora considerata come
prova del giudizio negativo di Dio e, nellattesa del secondo Avvento, era
considerata come triste prerogativa riservata ai pagani.

Che cosa sarebbe stato di questi credenti defunti al momento della Parusa?
Bisognava considerarli irrimediabilmente esclusi?
Era giusto che i morti in nome di Cristo non godessero della nuova vita nel
nuovo regno?
Ricordiamo che, oltre ai defunti per cos dire anonimi delle prime comunit,
erano stati uccisi Stefano e Giacomo, fratello di Giovanni, che rappresentavano i
primi veri martiri della nascente Chiesa cristiana.
Stefano predicava a Gerusalemme (At 7,10-60) suscitando lira dei giudei che
erano colmi di sdegno in cuori loro e digrignavano i denti contro [di] lui, per
questo venne portato davanti al Sinedrio, il sommo Consiglio costituito dai
sacerdoti, dagli anziani e dai dottori della legge (scribi), per essere processato.
Di fronte al contenuto della sua predicazione, estremamente critica nei confronti
della tradizione, questi capi di Israele furono presi dallira e lapidarono Stefano,
che divenne cos il primo martire cristiano. Giacomo invece venne fatto morire
di spada da Erode, che aveva cominciato a maltrattare alcuni membri della
Chiesa (At 12,2-3) facendo arrestare anche Pietro.
Si trattava, dunque, di martiri eccellenti, che erano membri ufficiali della
Chiesa ed erano morti indubitabilmente per aver professato la loro fede in Cristo:
come potevano non essere compresi in quella salvezza finale ormai data per
imminente?
Bisogna precisare che, dalla lettura dei testi, non pare che queste due morti
abbiano sollevato una particolare questione in riferimento al futuro di Stefano e

Giacomo. Dobbiamo per ricordare che probabilmente, per quanto riguardava i


martiri, era gi presente un certo concetto di giusta retribuzione da ricevere
dopo la morte (a questo proposito si rimanda a quanto stato detto nelle pagine in
cui si parlato dei Maccabei, i giovani fratelli martiri dellantica fede di Israele).
Ma la soluzione non era cos scontata per tutti gli altri, il problema si poneva
evidentemente per i defunti anonimi i normali fedeli, per coloro che erano morti
in Cristo, ma non a causa di Cristo.

Lettere di Paolo
Secondo il gi citato studioso,3 la prima comunit a essere toccata da morti
avvenute al suo interno fu probabilmente quella di Tessalonica, creata da Paolo
nel suo secondo viaggio missionario. Lapostolo non poteva non essere investito
del problema che si andava evidenziando a causa del ritardo della Parusa ed
proprio la prima lettera ai Tessalonicesi (scritta da Corinto intorno al 50) che ce
ne rivela, per la prima volta, lesistenza. Questo documento anche il pi antico
testo in cui siano contenuti gli elementi della predicazione dopo la morte del
Cristo; in esso leggiamo:
Non vogliamo dunque voi essere nellignoranza, fratelli, circa quelli che dormono affinch non siate afflitti
come anche i rimanenti, i non aventi speranza. Se infatti crediamo che Ges morto ed risuscitato, cos
anche Dio attraverso di Ges riunir con lui. Questo infatti vi diciamo in parola del Signore: che noi, i viventi, i
restanti a la venuta del Signore non [per nulla] andremo davanti i dormienti [] noi, i viventi, i superstiti
insieme con essi saremo rapiti in nubi verso incontro il Signore in aria. (1Ts 4,13-17)

In queste frasi si dice espressamente che la Parusa riguarda i credenti viventi ;


si afferma per la prima volta che i morti in Cristo ne godranno comunque i frutti e
che ne saranno esclusi i pagani (coloro che non hanno speranza).
Supponendo come veramente avvenuta la resurrezione di Cristo dobbiamo
rilevare come, a questo punto, si sia verificata unevoluzione nel modo di
concepirla e presentarla: la resurrezione di Ges che era prima vista come
evento unico, riservato al Figlio di Dio e finalizzato a decretarne linvestitura
divina diviene in realt garanzia per i credenti e viene quindi potenzialmente

estesa a tutti coloro che muoiono in Cristo. Paolo dunque credeva nellannuncio
della salvezza che avrebbe coinvolto la comunit dei credenti in Cristo; posto di
fronte alla nuova e imprevista situazione dei morti prima della Parusa,
comprende che il contenuto della predicazione non pi sufficiente e allora
estende la promessa di salvezza anche a quelle situazioni che risultavano nuove e
che costituivano delle eccezioni rispetto alla normalit dei viventi, che sarebbero
stati salvati al momento della seconda venuta.
Insomma, limpostazione della predicazione dovette cambiare in quanto la
situazione si stava invertendo: i viventi al momento dellattesa Parusa avrebbero
costituito uneccezione rispetto ai morti, il cui numero si andava progressivamente
moltiplicando.
Il numero dei morti infatti strava crescendo inesorabilmente e il nuovo
problema che si poneva era quello di garantire luguaglianza tra i pochi che
avrebbero assistito da vivi alla Parusa e i molti che erano scomparsi nel
frattempo. Si rendeva necessaria una nuova soluzione che comprendesse tutti i
morti: Paolo fu quindi costretto a rivedere il suo concetto di resurrezione.
A quel punto la morte non era pi un problema che riguardava i soli credenti in
Cristo, morti o vivi che fossero al momento della nuova venuta del Signore, ma
coinvolgeva tutta lumanit e la buona novella doveva quindi affrontare e
risolvere il problema per tutti gli uomini.
Nella prima lettera ai Corinzi si assiste in effetti a questo fondamentale
cambiamento del pensiero di Paolo: la resurrezione fino a quel momento una
sorta di esclusiva riservata al figlio di Dio diventa garanzia di salvezza per

tutti.
In questo cambiamento compare persino quella che sembra essere una vera e
propria assurdit nella successione logica del ragionamento.
Proviamo a leggere:
Se ora Cristo annunciato che da morti fu resuscitato, come dicono in voi alcuni che resurrezione dei morti
non ? Se quindi resurrezione dei morti non , neppure Cristo fu resuscitato. (1Cor 15,12-13)

Questa affermazione ribalta inaspettatamente la situazione, in quanto fa addirittura


dipendere la resurrezione di Cristo da quella generale dei morti. In altre parole:
Cristo non rappresenta pi la garanzia per gli altri, ma addirittura egli risorge
perch anche gli altri risorgono (se cos non fosse neppure lui avrebbe potuto
vincere la morte!).
Ma lassurdit logica prosegue, perch Paolo riformula ancora una volta la
sua tesi e pone la resurrezione di Cristo come garanzia della resurrezione di
tutti:
Ma invece Cristo stato risuscitato da morti, primizia di quelli che si sono addormentati. Poich infatti
attraverso un uomo morte e [anche] attraverso un uomo resurrezione dei morti, come infatti in lo Adamo tutti
muoiono cos anche in il Cristo tutti avranno la vita. (1Cor 15,20-22)

E ancora:
Ecco mistero a voi dico: tutti non morremo, tutti per saremo trasformati, in istante, in batter docchio, a la
ultima tromba; suoner infatti e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. (1Cor 15,51-52)

E cos avvenuta la trasformazione: Cristo primizia e garanzia di salvezza

per lumanit destinata alla corruzione; in Cristo i morti, tutti i morti, avranno
nuova vita. I credenti che sperimenteranno da vivi la nuova venuta del Signore (e
Paolo conta di essere tra quelli: Tutti non morremo [] saremo trasformati)
saranno leccezione e non pi la normalit, come invece era al tempo della lettera
ai Tessalonicesi e rispetto alla quale erano passati alcuni anni, con un notevole,
naturale cambiamento nel rapporto numerico tra morti e vivi.
Per Paolo era necessario lintervento di Dio stesso che ricrea e trasforma
sia i morti che i vivi, ponendoli su un piano di uguaglianza:
E corpi celesti e corpi terrestri e altro certo lo dei celesti splendore, altro per quello dei terrestri []. Cos
anche la resurrezione dei morti: si semina in corruzione si risorge in incorruttibilit [] si semina corpo naturale
[animale, psichico] risorge corpo spirituale. Se vi un corpo naturale vi anche corpo spirituale []. Questo
allora dico, o fratelli, che carne e sangue regno di Dio ereditare non possono ereditare, n ci che corruttibile
la incorruttibilit eredita []. Tutti non morremo tutti allora saremo trasformati []. I morti risorgeranno
incorrotti e noi saremo trasformati. necessario infatti il corruttibile questo rivestire incorruttibilit e il mortale
questo rivestire immortalit. (1Cor 15,40-53)

Compaiono qui interessanti similitudini con scritti misticoesoterici del tempo


circa la visione escatologica dei destini delluomo e del percorso di crescita che
lo attende: per esempio, nel Poimandres4 (dello stesso periodo storico di Paolo)
lanima che segue le parole della guida divina vive unesperienza mistica e
percorre una sorta di viaggio astrale nel quale attraversa le sette sfere dei pianeti
per raggiungere il cielo delle stelle fisse, lOgdoade. Si unisce poi agli altri beati
e raggiunge il suo obiettivo finale rappresentato dallunione rigenerante con Dio,
e il tutto pu avvenire senza dover necessariamente passare attraverso

lesperienza della morte, come per Paolo.


Sembra di assistere dunque a un ulteriore passo in avanti, sempre determinato
dallinsorgere di esigenze particolari allinterno delle comunit di credenti e
anche dalla necessit di adeguare lelaborazione teologica alle dottrine
ellenistiche di cui si doveva necessariamente tenere conto, in quanto erano diffuse
in quelle citt in cui Paolo intendeva diffondere la buona novella.
Corinto era certamente una di queste.
Una delle citt pi importanti di tutto il Mediterraneo orientale, affacciata sul
mare e abitata da circa 200.000 uomini liberi, Corinto era aperta a tutte le
influenze culturali che nel periodo ellenistico si diffondevano con estrema facilit
in tutti i territori toccati dai viaggi e dal commercio.
Era molto frequentata da stranieri anche per le feste e per i giochi che vi si
svolgevano in onore delle molteplici divinit cui erano tributati culti di vario
genere e contro i quali Paolo ebbe non poche difficolt ad affermare e sostenere i
contenuti della sua predicazione: fu addirittura portato davanti al tribunale del
proconsole e costretto a sospendere la sua attivit di apostolato a causa dei
tumulti fomentati dai componenti della stessa comunit giudaica nella cui sinagoga
si recava a predicare.
Levoluzione del pensiero paolino evidenzia proprio questo fatto: se si
volevano convertire gli ellenisti e convincerli delluniversalit di questa nuova
elaborazione teologica, bisognava assolutamente adeguare la predicazione alla
loro mentalit e saper rispondere alle domande che il sincretismo religioso e
filosofico del tempo poneva.

Giovanni Evangelista
Prima di fare uno schematico riassunto per riordinare i contenuti esposti sulla
formazione e sullo sviluppo dellidea della resurrezione, necessario esaminare
anche quanto Becker ci dice circa il pensiero dellevangelista Giovanni, in quanto
rappresenta la generazione pi tarda nellevoluzione della dottrina cristologica e
il culmine della tradizione dei testi considerati rivelati.
Nel vangelo di Giovanni troviamo unaffermazione, fatta dal Cristo, che
corrisponde ai sentimenti dattesa delle prime comunit cos come descritti in
altra parte del testo:
In la casa del Padre mio dimore molte sono. Se allora non fosse avrei forse detto a voi che vado a preparare
posto a voi? E quando sar andato e avr preparato posto a voi nuovamente verr e prender voi presso di me
affinch dove sono io anche voi siate. (Gv 14,2-3)

Anche qui la salvezza presentata come continuit di vita, non presente il


concetto di una fine con relativo giudizio; si richiama nuovamente la Parusa a
seguito della quale la comunit dei credenti passer direttamente da questa vita
alla comunione con il padre nel nuovo regno.
La salvezza rappresentata dalla relazione diretta, ininterrotta e irrinunciabile,
della comunit con Dio, attraverso la fede in Cristo.
Questa affermazione sembrerebbe dunque appartenere alla prima fase della
nascita della nuova comunit, a quei primi anni cio in cui erano ancora forti
lannuncio e lattesa dellimminente venuta di Cristo. Su questa certezza con il

passare del tempo e con laffievolimento della speranza stessa nel ritorno, che
tardava a verificarsi si inser il concetto di una salvezza legata alla vita eterna
dispensata dopo la morte e concessa individualmente ai credenti in funzione di un
giudizio basato sulla loro scelta di fede. A questo proposito, levangelista
inserisce un commento personale alle vicende che sta narrando e lo fa allo scopo
di chiarire la speciale funzione mediatrice svolta da Ges tra Dio e gli uomini;
dice espressamente:
Il Padre ama il figlio e tutto ha dato in la mano sua. Il credente in il Figlio ha vita eterna; il invece non
obbediente al Figlio non vedr vita ma la ira di Dio rimane su di lui. (Gv 3, 31-36)

interessante notare come Giovanni distingua tra chi crede nel figlio e sin dora,
a partire dal presente, ha la vita eterna [kei zon ainion] e chi invece non
crede e non vedr la vita [ouk psetai zon] nel futuro. Chi crede viene dunque
salvato gi nel presente mentre chi non crede non potr vedere la vita in quanto
sar soggetto allira devastante di Dio.
Il passo successivo determina un superamento assolutamente inatteso, in
quanto porta alleliminazione della necessit della Parusa.
La Parusa non si sta verificando? (Abbiamo gi visto come questo fosse un
problema di non poco conto). Giovanni trova allora una soluzione: ne cancella
la necessariet.
La salvezza si realizza indipendentemente da questo ritorno e si concretizza
comunque qui, su questa Terra , in contrasto con lidea paolina secondo la quale
si realizzer esclusivamente con lintervento ricreatore e trasformatore di Dio.

Leggiamo ancora Giovanni, l dove riporta il discorso nel quale Ges rivela
la missione e il significato dellopera del figlio sulla Terra:
In verit, in verit [amn, amn] dico a voi: Non pu il Figlio fare da se stesso nulla se non ci [che] vede il
Padre facente; quello che infatti quello fa, queste [cose] anche il Figlio in modo simile fa [] come infatti il
Padre risuscita i morti e d la vita cos anche il Figlio quelli che vuole fa vivere []. In verit, in verit [amn,
amn] dico a voi che lo la parola mia ascoltante e credente a inviante me ha vita eterna e in giudizio non va ma
passato da la morte a la vita. (Gv 5,19-24)

Ma lelaborazione teologica non termina ancora con questa affermazione. Nei


successivi versetti 28 e 29 lidea della resurrezione si estende e prevede un
giudizio che coinvolge indifferentemente sia gli appartenenti sia i non
appartenenti alle comunit dei credenti:
Poich viene [la] ora in cui tutti [quelli] che in i sepolcri ascolteranno la voce di lui e usciranno gli le [cose]
buone aventi fatto verso resurrezione di vita gli invece le [cose] malvagie aventi compiuto verso resurrezione di
giudizio.

Per il Giovanni dellelaborazione finale propria della terza generazione di


comunit cristiane attive circa sessantanni dopo la morte di Cristo chi crede
passato da la morte a la vita (Gv 5,24) e il credente in me anche se morisse
vivr e ogni il vivente e credente in me non [per nulla] morr in [per] lo secolo
[eterno] (Gv 11,25-26).
Si tratta di un destino individuale che si realizza gi qui e ora, in questa vita,
senza ulteriori attese di futuri eventi, perch la vita terrena di Ges realizza gi
di per s la Parusa senza necessit di attendere una nuova venuta.

Al termine della sua elaborazione teologica, dunque, Giovanni risponde in


sostanza cos a uno dei problemi pi pressanti: il ritorno non si sta verificando,
ma il ritorno non pi fondamentale.

Ges il Cristo
E Ges? Qual era la sua posizione? Diciamo subito che anche per il Messia la
resurrezione non sembra essere un tema degno di nota.
Ritorniamo a Luca e leggiamo quanto riportato in alcuni versetti fondamentali
per il contenuto della predicazione:
Verranno giorni [] come infatti il lampo, guizzando, brilla da la [una parte] sotto il cielo a la [allaltra] sotto
cielo, cos sar il Figlio delluomo [] in quella notte saranno due su letto uno, lo uno verr preso e lo altro
lasciato; saranno due macinanti su lo stesso, la una sar presa e [ma] la altra verr lasciata. (Lc 17,22-36)

Se si vogliono accantonare per un momento i problemi di esegesi di questo passo


e attribuirne il significato al momento della fine del mondo (e non, come
vorrebbero a ragione molti, alla caduta di Gerusalemme verificatasi a opera dei
romani) possiamo senzaltro rilevare come non ci sia alcun accenno a una
resurrezione dei corpi con relativo giudizio post mortem, tutto riferito a ci che
avverr qui.
Il vangelo di Matteo (fatti salvi gli stessi dubbi di attribuzione cui prima si
accennava) pi articolato nel seguente passo e riporta il discorso sui momenti
finali con maggiore compiutezza:
Quando allora vedete labominio della desolazione [] stante in luogo santo [] sar infatti allora tribolazione
grande quale non stata da inizio del mondo sino a ora n pi mai sar [] e se non fossero stati abbreviati i
giorni i quelli non si salverebbe tutta [nessuna] carne, a motivo quindi degli eletti saranno abbreviati i giorni
quelli. (Mt 24,15-22)

Anche qui nessuna affermazione circa la resurrezione, ma anzi un preciso


riferimento a coloro che si salveranno in grazia degli eletti che hanno permesso
(permetteranno) laccorciamento dei giorni di tribolazione.
Il mondo dunque non terminer.
Daltra parte i versetti che riportano le parole del Cristo inerenti lingresso nel
regno di Dio non contengono mai riferimenti a una morte e successiva
resurrezione, riguardano sempre i vivi. Leggiamoli:
E se scandalizza te la mano tua, taglia essa; buono [meglio] per te monco entrare in la vita che le due mani
avente, finire in gehenna5 [] e se il piede tuo scandalizza te taglia esso; buono [meglio] per te entrare in la
vita zoppo che i due piedi avente essere buttato in la gehenna. (Mc 9,43-45)

E ancora:
In verit [Amn] dico a voi: Chi non accoglie il regno di Dio come bambino non [per nulla] entrer in esso.
(Mc 10,15)

E infine:
E vi dico: Ogni che si dichiarer in [per] me davanti agli uomini, anche il figlio delluomo si dichiarer in [per]
lui davanti agli angeli di Dio. (Lc 12,8)

Anche quando parla del rifiuto dei giudei di rispondere alla chiamata di Dio e
della contemporanea volont dei pagani di entrare nel nuovo regno, sembra
proprio che Cristo si riferisca ai viventi, l dove dice:
E verranno da oriente e occidente, da settentrione e mezzogiorno, e si distenderanno [giaceranno] in il regno di

Dio. (Lc 13,29)

Riferimenti precisi?
Per completezza di analisi occorre rilevare che esistono, per la verit, alcuni
passi peraltro controversi che farebbero pensare a un preciso riferimento alla
resurrezione; si tratta dei seguenti:
Guai a te Chorazin, guai a te Betsaida, perch se a Tiro e Sidone si fossero verificati i prodigi [miracoli] quelli
verificatisi tra voi gi da tempo [] si sarebbero convertiti [] quindi per Tiro e per Sidone pi tollerabile sar
in il giudizio che per voi. (Lc 10,13-14)

E ancora:
Regina del mezzogiorno si lever in il giudizio con gli uomini della generazione questa e condanner loro perch
venuta da le estremit della Terra per ascoltare la saggezza di Salomone ed ecco pi di Salomone qui. (Lc
11,31)

Nella prima affermazione si parla di un giudizio che terr conto della diversit
dopportunit data ai giudei e alle citt pagane, ma non si fa comunque riferimento
a una resurrezione che lo preceda. Ricordiamo che il giudizio sempre dato come
imminente nel corso di tutta la predicazione, quindi lecito supporre che questo
confronto riguarder comunque i viventi nel momento finale.
Il secondo brano sembra far pensare al fatto che, nei giorni del giudizio, anche
i pagani defunti interverranno a condannare i giudei viventi (questa
generazione) che si sono rifiutati di accettare le leggi del Signore: il giudizio

infatti riguarda sempre e soltanto la generazione presente, non coinvolge quelle


passate e tanto meno le future. Non espresso il concetto di una fine del mondo
con successiva resurrezione e conseguente valutazione delle opere dei defunti: la
salvezza offerta ai giudei si realizza proprio nellevitare il momento del giudizio
imminente che colpir i peccatori e si concretizza quindi nella continuit della
vita attuale, senza riferimenti a un post mortem.
Un terzo passo che sembra richiamare direttamente lidea della resurrezione
quello narrato da Marco: in questo racconto i sadducei pongono a Ges una
domanda capziosa, chiedendogli di chi sar moglie, dopo la resurrezione, una
donna che in questa vita, in ottemperanza a una precisa legge mosaica, abbia
sposato in successione ben sette fratelli.
Ges risponde testualmente:
Quando infatti da morti si alzano non si ammogliano n si maritano ma sono come angeli in i cieli. Circa poi i
morti che risorgono non avete letto in il libro di Mos, su il roveto, come parl a lui il Dio dicendo: Io il Dio di
Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non Dio di morti ma di viventi. Molto errate. (Mc 12,18-27)

Bisogna intanto precisare che, secondo molti studiosi, questo brano non il
racconto fedele di una discussione realmente sostenuta dal Cristo, ma unaggiunta
posteriore che riporta dibattiti sviluppatisi nelle prime comunit di cristiani.
In ogni caso, anche volendo accettare la veridicit del racconto, si rileva
immediatamente come non si parli della resurrezione della carne, non ci sia
alcun cenno a un giudizio finale e come si faccia riferimento invece a una non
meglio precisata vita di carattere angelico.

Diciamo per inciso che gli angeli sono esseri intermedi tra la divinit e
luomo, provengono dalla mitologia assiro-babilonese e sono stati introdotti nella
religione ebraica solamente in epoca molto tarda, nel corso dellesilio
babilonese, verificatosi a seguito della distruzione di Gerusalemme, nel VI secolo
a.C., e terminato allepoca di Ciro il grande, nel 517.
Nello stesso passo poi abbiamo letto come Cristo dica anche chiaramente che
il Dio degli ebrei un Dio di viventi e non di morti, neppure di morti risorti.
Daltra parte il vangelo di Marco, in due brevi affermazioni tanto semplici
quanto rivelatrici, ci fa capire che gli stessi discepoli di Cristo non avevano
assolutamente alcuna idea precisa sulla resurrezione. Nel capitolo 9, Ges intima
ai suoi di non rivelare a nessuno lepisodio della trasfigurazione, almeno sino a
quando il Figlio delluomo non fosse resuscitato dai morti, e al versetto 10 Marco
dice, riferito ai discepoli: E la parola tennero in se stessi, domandandosi che
cosa il [quel] da morti risorgere. E ancora la stessa incertezza si ripete nel
versetto 32, nel quale si dice: Essi per non comprendevano la parola
[resurrezione] e avevano timore [di] lui interrogare.
Largomento della resurrezione , dunque, non faceva parte della normale
dottrina esposta da Cristo, neppure nellintimit dei colloqui che aveva con i
suoi, ai quali rivelava ci che agli altri non era dato di sapere.
Cristo e Giovanni Battista sembrano occuparsi e preoccuparsi esclusivamente
dei loro contemporanei, in quanto sono proprio questi che stanno per vivere il
momento finale e a loro data una possibilit, lultima possibilit, di scampare

allira che viene, quellira che secondo Giovanni sar espressa da colui che
viene e la cui venuta imminente.
Lo stesso messaggio ripreso da Cristo quando, parlando dellormai prossima
venuta del Figlio delluomo, dice:
Se qualcuno a voi dice: Guarda qui il Messia, ecco [guarda] l, non credete, sorgeranno infatti pseudomessia e
pseudoprofeti [] Voi per state attenti, ho predetto a voi tutto [] quando vedete queste cose accadere
sapete che vicino su porte. In verit [Amn] dico a voi che non [per nulla] passer la generazione questa
prima che queste cose tutte siano avvenute. (Mc 13,21-30)

Quindi anche le profezie sulla nuova venuta del Signore, cos importanti per le
prime comunit, esprimono sempre una certezza inequivocabile: gli eventi ultimi,
con linstaurazione del nuovo regno, riguardano esclusivamente quella
generazione di viventi; ecco perch il problema della resurrezione non esiste per
Cristo e per il Battista: una cernita sar fatta tra coloro che ascoltano la chiamata
in quel momento storico e a seguito di questa i giusti vivranno e i malvagi saranno
annientati per sempre.

Lazare, deuro exo: Lazzaro, qui, fuori


Certo, un cristiano fervente potrebbe affermare che tutto quanto scritto fin qui in
questo capitolo non ha alcun valore, che le tesi del gi citato studioso del Nuovo
Testamento non sono altro che un esercizio retorico o di analisi psicologica, un
piacevole impegno intellettuale, un mero divertimento filologico, un inutile
tentativo di negare levidenza, perch la resurrezione della carne concessa a tutti
gli uomini gi stata verificata, stata vista e testimoniata in modo inconfutabile,
gi stata raccontata nei particolari: insomma la resurrezione di Lazzaro.
Il brano evangelico (cfr. Gv 11,1-44) viene infatti considerato non solo un
esempio straordinario ma la prova provata, la concretizzazione certa, la
documentazione inconfutabile di ci che pu produrre lintervento diretto di
Cristo nel confronti di coloro che sono morti nella carne.
Che cosa rispondere a unobiezione cos concreta?
Come non credere alla realt dei fatti?
Il fedele ha il diritto-dovere di credere, ma il libero pensatore ha il dirittodovere di riflettere, e questo noi ora faremo
Diciamo subito che, nella sua stessa modalit narrativa, il brano evangelico
pu essere ricondotto a un rito di reinserimento nella comunit dei viventi di
un adepto che era considerato morto, cio uscito temporaneamente dal gruppo
degli iniziati.

Nella tradizione di riti simili, in genere ladepto veniva posto allinterno di


una cripta dove trascorreva tre giorni nel buio e nel silenzio, senza acqua n cibo:
per lo pi si trattava di 36 ore, in quanto entrava la sera del primo giorno e veniva
richiamato in vita allalba del terzo.
Per inciso diciamo che non pu sfuggire come questa modalit presenti
singolari analogie non solo con la resurrezione di Lazzaro, ma anche con i
racconti evangelici della morte e resurrezione di Cristo.
Intanto la vicenda della presunta resurrezione si svolge a Betania, che si
presenta come un possibile luogo di formazione e sviluppo del movimento
messianico; basti pensare che anche Giovanni il Battista operava nella zona di
Betania, come ci dice lo stesso vangelo nel racconto del battesimo/iniziazione di
Cristo: Queste [cose] in Betania avvennero (Gv 1,19-34).
Gli appartenenti alle comunit iniziatiche, o comunque a gruppi ristretti, erano
soliti definirsi fratelli e anche Lazzaro viene definito tale, con un appellativo
che Cristo riservava a coloro che lo seguivano e che avevano diritto a essere cos
chiamati prima ancora dei suoi fratelli o sorelle di sangue: Fratelli miei sono gli
ascoltanti e i facenti la parola di Dio (Lc 8,21).
Lapostolo Paolo usa almeno 130 volte questo termine per indicare i veri
seguaci di Cristo.
Nella Didach6 il termine indica la comunit di coloro che condividono la
fede nella buona novella: Parteciperai [farai partecipare] tutte [le cose] a [con]
il fratello tuo e non dirai private [tue personali] essere (4,8).
Ma lidea della comunione di fratelli era legata alla condivisione di un

percorso che rappresentava una sorta di linea di demarcazione tra la vita e la


morte o, meglio ancora, tra coloro che potevano essere definiti i viventi e
coloro che venivano invece inesorabilmente definiti come i morti.
Rileviamo infatti che le primitive comunit cristiane richiamavano
costantemente nella loro didach (insegnamento) il concetto di via (ods),
distinguendo nettamente tra coloro che la percorrevano, conseguendo cos la
salvezza, e quelli che la rifiutavano, avviandosi cos alla morte.
In Didach 1,1 si legge infatti chiaramente che vie due sono [odi do eis],
una della vita [ma tes zos] e una della morte [ki ma tu tantu].7
E questa indicazione corrisponde anche formalmente a precisi passi dei
vangeli in cui si pone una chiara distinzione tra coloro che sono definiti vivi e i
morti. Leggiamo a questo proposito il passo famoso e controverso di Luca:
E disse a un altro: Segui me. Ed egli disse: Permetti a me di andare prima a seppellire padre mio. Allora gli
disse: Lascia i morti seppellire i loro morti. (Lc 9,59-60)

Spesso si afferma che questo brano di difficile interpretazione, in quanto


risulterebbe apparentemente ostico comprendere come dei morti possano
seppellire i loro morti, ma a noi pare che in questa affermazione sia invece
assolutamente chiara la distinzione che Cristo faceva tra i vivi (seguaci della
nuova buona novella) e i morti, coloro che, essendo fuori dalla via della salvezza
(ods tes zos), sarebbero stati inesorabilmente esclusi dal nuovo regno.
Daltra parte, ambedue le sorelle, Marta e Maria, dicono (cfr. Gv 11,21 e Gv
11,32) che, se Ges fosse stato presente, Lazzaro non sarebbe passato tra i morti e

questa affermazione induce proprio a pensare che la presenza costante del maestro
avrebbe impedito o prevenuto la scelta di abbandonare la via.
Lespressione riportata nel vangelo di Giovanni scritto in ebraico contiene una
formula che esprime questa certezza in un modo molto pi perentorio di quanto
non faccia la versione greca che, nella forma verbale e nella particella che la
introduce (an: dubitativa), contiene un certo margine di eventualit. Ki-az lo-met8
dicono invece testualmente le sorelle in ebraico e lespressione ki-az ha un valore
affermativo enfatico (s, certo, non vi dubbio) rispetto al fatto che non
sarebbe morto (lo-met).
Una certezza che lascerebbe perplessi se si trattasse di morte fisica, perch
non ci sono altri riferimenti nei vangeli dai quali si sia autorizzati a concludere
che la presenza fisica di Cristo era di per s sufficiente a impedire o prevenire
la morte fisica dei suoi discepoli. Mentre la presenza fisica di un maestro rende
indubbiamente pi difficoltoso, meno probabile, labbandono di una via o di un
gruppo da parte dei seguaci.
ovvio pensare che, soprattutto con il passare degli anni e con il progredire della
predicazione apostolica nellarea mediterranea, unitamente a tante nuove
conversioni si registravano sicuramente altrettante defezioni, a seguito della
mancata promessa di un imminente ritorno del Cristo, quindi altrettanto pressante
doveva essere la necessit di recuperare i fuoriusciti.
Ricordando che il vangelo di Giovanni stato scritto quando gi diverse
comunit cristiane erano attive, non ci difficile pensare a Lazzaro come a un

discepolo che, in assenza del maestro, ha abbandonato la via e viene poi


invitato a riprendere il cammino.
Il racconto della sua presunta resurrezione potrebbe proprio nascere dalla
volont di narrare il recupero di un personaggio che era sicuramente eccellente
allinterno della primitiva comunit messianica e altrettanto pericoloso per le
autorit costituite, come appare dallo stesso vangelo e come noteremo pi avanti.

BREVE DIGRESSIONE ESOTERICA

Vale quindi la pena di effettuare una breve e curiosa digressione per analizzarlo. Per
comprendere il significato di quanto si dir, non bisogna dimenticare che Giovanni era
levangelista pi dotto e aveva la necessit di trasmettere un messaggio a uomini
altrettanto colti ed esigenti, permeati di cultura ellenistica, abituati al linguaggio
simbolico delle religioni misteriche ampiamente diffuse nellarea mediterranea e
quindi desiderosi di ricevere messaggi in forma che diremmo esoterica, cio riservata
a coloro che erano in grado di comprendere.
Questo aspetto ovviamente non intacca la fede del credente contemporaneo che non
ha dubbi sulla possibilit della realizzazione dei miracoli, ma esorta il libero
pensatore a tentare di comprendere

A questo proposito dobbiamo rilevare che molti sono i passi evangelici in cui
possibile cogliere la volont di trasmettere un messaggio in forma simbolica, e tra
i tanti ne citiamo uno. La presunta resurrezione di Lazzaro offre lo spunto per
richiamare un altro passo di Giovanni (Gv 5,1-18), quello della guarigione del
paralitico, che viene spesso interpretato come un richiamo simbolico a riprendere
un cammino abbandonato.
Scegliamo di analizzare in particolare questo brano evangelico in quanto
lespressione usata da Cristo per il paralitico alzati e cammina viene spesso
citata erroneamente mettendola in relazione proprio a Lazzaro: si tratta certamente
di un errore, ma comunque curioso questo accostamento che ricorre spesso.
Diciamo subito che scopriremo, con una certa sorpresa, che laccostamento
non forse cos immotivato
Alzati e cammina dice dunque Cristo al paralitico (e non a Lazzaro!) parlando
in aramaico e usando quindi con ogni probabilit unespressione che suonava
cos: Qum, lch.
Bisogna sapere per che il verbo qum (alzati, forma aramaica
dellimperativo) aveva molto spesso il significato di unesortazione incisiva, che
pu corrispondere ai nostri ors, forza, di: lespressione che il redattore
greco dei vangeli ha indicato letteralmente con alzati e cammina con ogni
probabilit suonava quindi come unesortazione accorata a mettersi in cammino
lungo la via.
Il verbo qum, nel suo significato originale, indica spesso il semplice avvio di

un movimento, di unazione, ma, una volta tradotto letteralmente nel testo greco,
stato reso nel suo significato di alzarsi in tutta la tradizione successiva, mentre
poteva semplicemente suonare come un caloroso e fraterno invito a rimettersi in
cammino.
Una sollecitazione a riprendere la via abbandonando la strada del peccato che
porta alla morte: Non [mai pi] peccare affinch non peggio a te qualcosa
avvenga (Gv 5,14).
E non sar un caso che anche gli altri evangelisti narrano levento mettendolo
in relazione diretta con le conseguenze di una vita condotta nel peccato.
Dal confronto tra le varie modalit narrative, inoltre, si ricava unulteriore
indicazione: Giovanni colloca levento a Gerusalemme, sotto i portici della
piscina di Betesda dove il paralitico si trovava in mezzo a una moltitudine di altri
infermi; Matteo (cfr. Mt 9,1-7) invece fa avvenire il tutto nella citt di Ges, al
ritorno da Gadara dopo un attraversamento del lago di Genezaret, e il paralitico
gli viene presentato adagiato su di un letto; Marco infine (cfr. Mc 2,1-11) narra
che la guarigione avvenuta quando Ges rientra a Cafarnao dopo alcuni giorni di
peregrinazione e predicazione nei villaggi della Galilea, e, in questo caso, il
paralitico gli viene calato dal tetto della casa in cui si trovava.
Date queste differenze, rileviamo invece al contempo un elemento comune: in
tutti e tre i racconti Cristo interviene sui peccati delluomo e concede
lassoluzione. Atto che viene presentato come lelemento essenziale di tutta la
vicenda. Abbiamo quindi ambientazioni decisamente diverse nelle quali si ripete,
come indicazione fondamentale ed essenziale, il richiamo al rapporto diretto tra

peccato e sofferenza.
La costruzione di questo evento quindi aveva levidente scopo di comunicare
un messaggio preciso: la via del peccato conduce alla sofferenza e alla morte, la
via del nuovo annuncio del regno di Dio porta alla liberazione dal dolore e alla
vita.
Soffermiamoci brevemente sul termine qum per rilevare che, nel particolare
significato sopra descritto di esortazione e non di richiesta di alzarsi in senso
letterale, lo si trova in altri passi delle sacre scritture. Lo vediamo, per esempio,
in Genesi 28,2, dove si narra che Isacco invita Giacobbe ad andare a cercarsi
moglie in Paddan Aram e lo fa usando appunto la formula qum lech (qum la
forma imperativa ebraica), cio semplicemente sollecitandolo a partire: quel
qum, nel contesto della vicenda, non significa affatto alzati perch in
quellespressione latto letterale di alzarsi non avrebbe alcun senso concreto in
quanto Giacobbe non era disteso, ma stava parlando con il padre.
Cos come in Giudici 20,8 si dice vaijqam [] lemr, dove il verbo
iqam (perfetto del verbo qum) starebbe a indicare che tutto il popol si alz
[] per dire ed ovvio che non si intende latto concreto di un popolo che
letteralmente si alza in piedi ma si vuole comunicare che il popolo inizi a
parlare, prese la parola; il verbo cio, come detto prima, indica lavvio di
unazione, che in questo caso quella del parlare.
La successione del racconto della guarigione del paralitico, elaborata nel
tempo, potrebbe quindi essere stata la seguente:

Aramaico (parlato da Ges): Qum lech, Mettiti in cammino, oppure


Riprendi il cammino (la via giusta), abbandonando la via del peccato.
2. Greco (usato dagli evangelisti per trasporre letteralmente la parlata ebraica):
Eghire ki periptei, Alzati e cammina.
3. Vulgata 9 latina (ulteriore traduzione successiva alle precedenti versioni):
Surge et ambula, Sollevati e cammina.
1.

Dalla trasposizione letterale in greco e dallulteriore, successiva trasposizione in


latino deriva quindi linterpretazione tradizionale del brano che potrebbe avere
invece una valenza puramente simbolica. Mentre la letteralit del testo ci aiuta a
comprendere quello che potrebbe essere stato il vero svolgersi di una situazione
in cui un adepto che ha abbandonato la via viene sollecitato a rientrarvi per
liberarsi dalle conseguenze immediate del peccato e dal rischio della futura morte
(non peggio a te qualcosa avvenga).
Ma torniamo a Lazzaro, per dire di quella sorta di sorpresa cui abbiamo
accennato in precedenza.
Abbiamo visto che la versione greca ci racconta che Ges esorta Lazzaro a
venire fuori (Lazare duro exo ), ma se leggiamo la versione ebraica dello
stesso passo del vangelo di Giovanni (Gv 11,43) scopriamo che Ges vajiqr
beql gadl laEzr: Qum z, cio letteralmente: e grid con voce forte a
Lazzaro: Alzati esci o meglio sarebbe dire: Forza, coraggio, vieni fuori (dal
mondo dei morti in cui sei volontariamente ritornato).

Ecco tornare, nel testo ebraico, limperativo qum (alzati), quellespressione


che abbiamo esaminato e che contiene il significato di alzarsi, ma possiede anche
il valore di semplice esortazione. Il parallelismo tra i due racconti dunque trova
una sua curiosa riaffermazione e probabilmente quello che viene comunemente
ritenuto come un banale errore di citazione riferito a Lazzaro invece che al
paralitico (alzati e cammina), in realt potrebbe non essere cos lontano dal vero
perch anche nei confronti di Lazzaro si ripete quellinvito (qum) che pu essere
letto in vario modo.
Nella vicenda di Lazzaro lautore greco utilizza due avverbi: duro exo, il
primo dei quali contiene un valore esortativo simile al qum aramaico (qui,
forza) e il secondo significa semplicemente fuori.

Riflessioni generali
Lasciamo ora lanalisi letterale per procedere con alcune riflessioni relative al
contesto dellevento e agli eventi successivi, soprattutto a quegli eventi cui ci si
sarebbe ragionevolmente attesi di assistere, ma che stranamente non si sono
verificati.
Tra le numerose domande che sorgono di fronte alla straordinariet di questo
evento, la prima nasce da una considerazione quanto meno sconcertante: il
racconto di questo atto straordinario e unico si trova esclusivamente nel vangelo
di Giovanni e ci chiediamo:

Ma come poterono gli altri tre evangelisti non ricordare?


Lo tralasciarono di proposito?
Non lo ritenevano importante?
Oppure non lo conoscevano?
Non sapevano che Cristo aveva richiamato dalla morte un uomo?
Proprio loro che ci raccontano nei particolari altri eventi molto meno
significativi?
mai possibile?
concepibile dimenticare la prova provata di un evento che rappresenta il
cardine di tutta la speranza dei destinatari dei vangeli?

E inoltre:
Che fine avrebbe fatto Lazzaro se fosse stato un vero resuscitato?
Il vangelo dice che era presente al pranzo che a Betania fecero per Ges sei
giorni prima della Pasqua (cfr. Gv 12,1-2), e dopo?
Non ha partecipato allingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme?
Perch non era presente al processo?
Perch non era sotto la croce a urlare tutta levidenza del fatto straordinario
che laveva coinvolto? Proprio lui, la prova vivente!
Ma ancora

Dove sono scomparsi i molti giudei che erano con Maria e Marta in quei
giorni, che hanno dunque assistito allevento e addirittura sono andati dai
farisei a raccontare il fatto? (cfr. Gv 11,31; 11,36; 11,45)
Dopo averlo raccontato alla fazione ebraica che credeva nella resurrezione, si
pu dimenticare il tutto?
E perch i farisei non ne hanno approfittato per riaffermare e imporre, al di l
di ogni ragionevole dubbio, le loro convinzioni nei confronti della casta di
potere rappresentata dai sadducei, che negavano la resurrezione dei morti?!
Unoccasione unica e irripetibile per i farisei, una testimonianza inconfutabile, e
immediatamente verificabile, da utilizzare nei confronti di quella corrente rivale,
costituita dallaristocrazia delle antiche famiglie sacerdotali nellambito delle
quali venivano nominati i sacerdoti di rango pi elevato. Giovanni ci dice infatti
che decisero allora i sommi sacerdoti ch [affinch] e [anche] Lazzaro
uccidessero (Gv 12,10).
Ma che senso avrebbe uccidere un vero resuscitato?
Questa uccisione non avrebbe concesso unulteriore possibilit di ripetere
levento proprio con lo stesso destinatario del miracolo?
Non poteva rappresentare una sorta di pericolosissima autorete tentare di
uccidere uno cui era gi stata concessa la vittoria sulla morte?
Era possibile anche solo pensare di compiere un gesto del genere?
Non pi ovvio ipotizzare allora che questo desiderio di mettere a morte

Lazzaro sia nato piuttosto dalla consapevolezza che la sua scomparsa avrebbe
chiuso, o almeno ostacolato, lo svilupparsi di una situazione pericolosa, grazie
proprio alleliminazione di uno dei capi del movimento messianico che Cristo
era riuscito a recuperare alla sua causa?
Ricordiamo sempre che il tutto avveniva a Betania, territorio in cui il
messianismo trovava nella predicazione del Battista una delle fonti dispirazione
e di reclutamento di adepti.
E dove scomparsa la folla molta (Gv 12,9) accorsa per vedere Ges e
Lazzaro, resuscitato dai morti?
Tutti improvvisamente svaniti nel nulla?
Come si fa a non divenire immediatamente discepoli e fervidi testimoni di un
essere dotato di tali poteri divini?

Ma sappiamo che non cos che avvenne. Sappiamo che la fede nella
resurrezione dei morti si sviluppata e affermata in luoghi geograficamente
lontani da quelli in cui sarebbero esistite queste prove eclatanti e inconfutabili:
hanno creduto cio quelli che non hanno visto, e non quelli che hanno
(avrebbero) visto!
Ci viene pi facile fantasticare un po e provare a ricordare quanto ci scrive lo
storico giudeo Flavio Giuseppe10 nella sua opera intitolata Guerra giudaica. Nel
73 (o 74) d.C. i romani, guidati dal governatore della Giudea Flavio Silva,

stavano per conseguire ormai la vittoria definitiva sui ribelli ebrei, che si erano
asserragliati nella fortezza di Masada; gli assedianti avevano eretto una rampa
grazie alla quale potevano ormai combattere faccia a faccia con gli assediati. Ma,
racconta lo storico, la notte precedente lassalto decisivo i ribelli, per non essere
catturati e ridotti in schiavit, decisero di suicidarsi in massa, spinti a questo
gesto estremo da un discorso infuocato e appassionato pronunciato dal loro
comandante Eleazar, Lazzaro appunto, di cui dice lo storico:11
A comandare gli zeloti [sicari] che avevano occupato la fortezza cera Eleazar, uomo potente, discendente da
quel Giuda che aveva convinto molti giudei a sottrarsi al censimento ordinato da Quirino.

Insomma: si richiama anche qui lidea dellesistenza di gruppi messianici, facenti


capo a personaggi ben definiti, sviluppatisi proprio in quel periodo e con
riferimento a Betania, dove si trovava Lazzaro e dove operava il Battista.
suggestivo quindi fantasticare e pensare a un Lazzaro che, pienamente
recuperato alla via, sarebbe in definitiva quello stesso Eleazar che ha
pronunciato la grande esortazione alla comunit ebraica asserragliata nella
fortezza. Un giovinetto che, seguace entusiasta delle dottrine messianiche,
fuoriuscito e successivamente richiamato dalle parole del maestro, divenuto
uomo maturo e consapevole, si pone alla guida dei movimenti di resistenza
alloccupante romano, combattendo fino alla sconfitta finale
Pensiero suggestivo, ma dobbiamo dire onestamente che si tratta di unipotesi,
probabilmente proprio una fantasia gi variamente formulata, e diciamo anche
che il farne una tesi vera e propria determinerebbe la necessit di affrontare e

risolvere una serie di questioni che esulano comunque dagli obiettivi del presente
scritto Quindi ce ne asteniamo, rilevando solo un ultimo aspetto della
questione.
I tre evangelisti sinottici che non conoscevano o che hanno colpevolmente
dimenticato la vicenda di Lazzaro, con ogni probabilit scrissero i loro libri
prima del tragico evento di Masada, mentre Giovanni scrisse il suo vangelo dopo
quella definitiva sconfitta dei ribelli ebrei guidati da un Lazzaro (Eleazar).
Allora, nellipotesi suddetta, ci facile pensare che per i primi tre il reintegro
di Lazzaro nella via non era ancora cos importante e non valeva quindi la pena
di narrarlo, mentre per Giovanni poteva essere utile ricordarlo alla luce di quanto
questo Eleazar aveva poi fatto successivamente e di cui levangelista era venuto
nel frattempo a conoscenza.
In ogni caso, in assenza di certezze storiche, anche questa una pura ipotesi e
allora concludiamo rimarcando che quanto si ricava dallanalisi del testo della
presunta resurrezione pare comunque descrivere una situazione probabilmente
molto pi concreta di quella tradizionalmente accreditata: Lazzaro ritorna a
percorrere la via della vita dopo averla abbandonata.
1 Limpostazione di una parte di questo capitolo trae spunto dalle tesi elaborate da Jrgen Becker, ordinario di
Nuovo Testamento, e pubblicate in La resurrezione dei morti nel cristianesimo primitivo (Paideia Editrice,
Brescia 1991), che contiene uno studio documentato e approfondito della materia in esame.
Le citazioni del Nuovo Testamento sono frutto di traduzioni letterali effettuate dallautore nel rispetto anche
dellordine dei termini cos come presente nel testo greco. Ne deriva una forma forse non corrispondente alle

regole della lingua italiana, ma certamente pi vicina al pensiero degli antichi autori.
2 Si veda Le Confessioni (libro iii, cap. 8), Einaudi, Torino 1966.
3 Cfr. nota 1 a p. 27.
4 Si veda lAppendice 4.
5

Il termine gehenna deriva dallebraico ghe hinnm (in aramaico ghe innm) che significa Valle di
Hinnm, un avvallamento che si trova a sud-ovest di Gerusalemme, in cui nel passato si celebravano riti
idolatrici che prevedevano il passaggio nel fuoco delle vittime, spesso costituite da bambini o bambine. Secondo
diversi testi profetici in quel luogo si compir il definitivo Giudizio divino: gli idolatri saranno divorati nelle tenebre
dal fuoco e dai vermi.
6 Si veda lAppendice 4.
7

Per facilit di lettura si provveduto a traslitterare il testo greco ponendo esclusivamente lattenzione a
riprodurre la pronuncia.
8 Per facilit di lettura si provveduto a traslitterare il testo ebraico ponendo esclusivamente lattenzione a
riprodurre la pronuncia.
9 Si veda lAppendice 4.
10 Si veda lAppendice 5.
11 Si veda il testo Guerra giudaica, Mondadori, Milano 2003.

Resurrezione:
considerazioni generali e conclusioni

Abbiamo affrontato il tema della resurrezione come se fosse una prerogativa del
cristianesimo e apparentemente, nel pensiero comune, si d per scontato che lo
sia, ma la realt ben riversa.
Lidea della resurrezione sempre stata ampiamente diffusa nel pensiero
religioso o mitologico religioso dellumanit e non senza motivo: la paura della
morte la madre di tutte le angosce che tormentano luomo ha sempre richiesto
risposte capaci di tranquillizzare.

La resurrezione nelle altre culture religiose


Non nostro scopo analizzare i contenuti del concetto di resurrezione nelle varie
realt storiche e culturali, per cui ci limitiamo a riportare qui di seguito solo dei
cenni di alcuni miti, credenze e racconti relativi a salvatori morti e resuscitati
nelle teologie di varia origine che in alcuni casi presentano curiose affinit con il
credo cristiano.

Zoroastro
Lo zoroastrismo prevedeva la resurrezione corporale dei morti a seguito di un
giudizio finale esercitato da Dio. Il dio Mazda opera tramite lo Spirito Santo, di
cui Padre; ha come nemico uno spirito malvagio, signore delle tenebre, che si
ribellato cos come il Satana della religione cristiana.
Il mondo deve attraversare tre ere: la creazione iniziale, il mondo presente, in
cui il Bene e il Male si contrappongono, e lera finale, in cui Bene vincer sul
Male, grazie allintervento di un Saoshyant (salvatore), nato da una vergine
della stirpe del profeta Zoroastro, che risorger dalla morte per costituirsi giudice
alla fine dei tempi.
Zoroastro fu probabilmente il primo a predicare la resurrezione dei morti nel
giorno del giudizio universale, quando luomo sar chiamato a rispondere della
sua condotta.

Osiride
Osiride, dio egizio, viene ucciso dal fratello Seth e successivamente riportato in
vita. Il mito egizio narra che Osiride ha portato la civilt agli uomini, insegnando
loro come coltivare la terra e produrre il vino e per questo era molto amato dal
popolo. Seth, invidioso del fratello, cospir per ucciderlo: lo fece entrare con
linganno in una cassa e la gett nel Nilo facendolo annegare.
Iside, con laiuto della sorella Nefti, riport Osiride alla vita ma Seth riusc a
ucciderlo una seconda volta, fece a pezzi il suo corpo e nascose le parti in luoghi
diversi. Iside trov i vari pezzi e lo riport in vita. Successivamente Osiride and
negli inferi per giudicare le anime dei morti e torner sulla terra dei vivi per
governare in eterno e con lui si affermer la vittoria definitiva del Bene sul Male.

Attis
Attis, divinit siriaca, muore e risorge in occasione dellequinozio di primavera.
Molte sono le leggende relative a questa divinit e molte sono anche le analogie
con il cristianesimo. Attis nasce il 25 dicembre dalla Vergine Nana; nel Venerd
nero viene crocifisso a una pianta; scende nel mondo sotterraneo e dopo tre
giorni risuscita, il 25 marzo. Egli era definito sia Figlio divino che Padre. Il
suo corpo veniva mangiato come pane dai suoi adoratori e i suoi sacerdoti erano
eunuchi per il regno del cielo. Chiamato anche Figlio unigenito, era considerato
il salvatore ucciso per la salvezza dellumanit. Come salvatore era adorato dai

frigi, che lo rappresentavano legato (o inchiodato) a una pianta, ai piedi della


quale cera un agnello. Apollo di Mileto narra che
era un mortale secondo la carne; saggio in opere miracolose. Ma, arrestato da una forza armata per ordine dei
giudici caldei, sub una morte resa amara da chiodi e pali.

Mitra
Mitra, divinit persiana, muore e risorge. La religione cristiana avvers sempre il
mitraismo come il concorrente pi pericoloso.
Va rilevato che il mitraismo condivideva con il cristianesimo molti elementi:
dalle origini mediorientali alle lustrazioni (battesimo), dalla resurrezione dei
morti alla coincidenza della celebrazione della nativit fissata il 25 dicembre, in
concomitanza con il solstizio dinverno, da entrambe le religioni.
Una delle leggende riguardanti la nascita di questa divinit, che si fa uomo per
salvare il genere umano sconfiggendo il male, narra che il dio decide di venire al
mondo incarnandosi nel ventre di una vergine, e vede la luce in una grotta.
Mitra abbandon infine il mondo terreno per tornare in cielo 33 anni dopo
essersi incarnato.

Quetzalcoatl
Il dio piumato tolteco Quetzalcoatl era considerato simbolo di morte e
resurrezione dagli aztechi, che ne attendevano anche il ritorno in un tempo futuro.

Come Osiride, questo dio port saggezza e conoscenza, introdusse le pratiche


agricole e le leggi, il calcolo matematico e luso dei calendari.
Quetzalcoatl visse un episodio che ricorda lo scontro tra le divinit egizie:
ebbe un duro scontro con il dio Tezcatlipota al seguito del quale decise di
andarsene, promettendo che sarebbe ritornato.

Dioniso
Il dio greco Dioniso muore e risorge ogni anno allequinozio di primavera.
Secondo Esiodo il dio viene fatto a pezzi dai Titani, che lo divorano, ma egli
risorge. Le baccanti, sue sacerdotesse, divorano animali ed esseri umani perch
nelle carni crude presente proprio questa divinit che muore e risorge, e,
sacrificandosi e donandosi agli uomini, fa continuamente morire e risorgere chi si
unisce a lui.

Atahualpa
La religione inca afferma la resurrezione dei morti, almeno per gli imperatori: lo
stesso Atahualpa affronta con coraggio gli invasori europei e la morte, certo
com della sua futura resurrezione.

Il Libro egizio dei morti


Il Libro egizio dei morti stato scritto per fornire al defunto risorto nellaltro
mondo indicazioni utili al raggiungimento di un paradiso di beatitudini, peraltro
molto simile a quello cristiano. una raccolta di testi funerari di epoche diverse,
contenente formule magiche, inni e preghiere che, per gli antichi egizi, guidavano
e proteggevano lanima (Ka) nel suo viaggio attraverso la regione dei morti.
La conoscenza di questi testi doveva garantire allanima la certezza di
sconfiggere i demoni che le ostacolavano il cammino e di superare le prove poste
dai 42 giudici del tribunale di Osiride. In particolare il testo doveva servire a
preparare la testimonianza sulla sua condotta in vita, che il defunto doveva
fornire. Quando il defunto compariva davanti al tribunale di Osiride, si
discolpava con una serie di formule che sono curiosamente richiamate dai dieci
comandamenti forniti da Mos al popolo ebraico nel corso dellEsodo; tra le altre
cose lanima diceva infatti:
Non ho ucciso uomini, non ho detto il falso, non ho rubato, non ho commesso cattive azioni, non ho
bestemmiato il nome del dio, non ho fatto lamore con la donna di altri

Per facilitarne lutilizzo, il papiro era posto nella tomba, o direttamente nel
sarcofago, assieme a tutto ci che era ritenuto utile per il viaggio dellanima.

Kechari mudra

Lo yoga tantrico conosce una pratica che si chiama Kechari mudra, attraverso la
quale ladepto raggiunge uno stadio di morte apparente da cui successivamente
viene richiamato in vita. Kechari mudra significa chiusura della lingua e la
tecnica consiste nel far assumere a questo organo una posizione dalla quale pu
solleticare la parte molle del palato con un movimento ritmico e continuo, capace
di stimolare le ghiandole poste nella regione cervicale e aumentare la produzione
di determinate sostanze chimiche, in grado di agevolare la percezione di realt
sottili.
Particolarmente interessata dagli effetti della tecnica sarebbe la ghiandola
pineale, con relativa secrezione di una sorta di fluido contenente la serotonina,
precursore delle endorfine. Uno degli effetti di questa pratica pare essere la
dilatazione delle percezioni, larresto delle attivit mentali e il conseguimento di
uno stato di abbandono totale, simile appunto alla morte.
Tutte le forme iniziatiche di spiritualit conoscono pratiche simili (egizi,
esseni, indu, ecc.).

Il Messia risorto giudaico


Nello stesso ambiente giudaico, poi, lidea non era nuova. AllIsrael Museum di
Gerusalemme si trova una tavola di pietra, scoperta nei pressi del Mar Morto, su
cui si trovano circa novanta versi in ebraico che narrano la storia di un Messia
che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Lelemento curioso, e
importante, che la tavola risalirebbe a unepoca antecedente alla nascita di

Ges, e quindi non si riferisce a lui


La resurrezione dei morti dunque un argomento molto complesso, articolato,
assolutamente non univoco nella presentazione e nella rivelazione; argomento che
ha subito continue elaborazioni e riscritture alla luce degli eventi e delle attese
fideistiche delle varie comunit distribuite tra la Grecia e il Medio Oriente.

Breve compendio
della tradizione giudaico-cristiana
Levoluzione allinterno degli scritti sacri della tradizione giudaico-cristiana pu
quindi essere schematicamente rappresentata nel seguente modo:
Cristo e Giovanni Battista non predicavano una resurrezione, in quanto il regno
di Dio era imminente e avrebbe interessato i vivi, che dovevano dunque
rapidamente convertirsi;
il cristianesimo primitivo non andava oltre questi orizzonti temporali definiti
da quella generazione e viveva dunque nellattesa dellimminente ritorno, con
relativa instaurazione dei tempi nuovi;
con la prima lettera ai Tessalonicesi la speranza viene estesa e concessa anche
a coloro che, essendo morti nel frattempo, non avrebbero potuto partecipare al
grande momento dellassunzione delle comunit nella vita offerta dal Cristo;

nella prima lettera ai Corinzi la salvezza si fa universale in quanto affronta,


risolvendolo, il problema della morte, cui sembra condannata lumanit intera,
vista alla luce della concezione dualistica propria della mentalit ellenistica;
Giovanni Evangelista rielabora a sua volta, e a suo modo, le varie tradizioni
che lhanno preceduto, senza sceglierne una in particolare.

E infine, alcune domande


Concezioni diverse, dunque, in funzione di tempi ed esigenze diverse; idee in
continua evoluzione, in funzione dei diversi momenti storici e delle diverse
situazioni geografiche e culturali.
Di fronte a tanta complessit, in quale posizione si trova il credente?
A che cosa deve credere?
Al Dio di Mos che non ha avvertito la necessit di rivelare nulla su questo
argomento?
Allo shel in cui credevano le trib di Israele?
Al Dio dei profeti che legavano i concetti della benevolenza e giustizia divine
alla gloria e al successo puramente terreni della nazione intera?
Al Dio di Giovanni Battista e di Ges che profetizzava un imminente giudizio
mai avvenuto?
Al Dio di Paolo che, continuando ad alimentare e sostenere lattesa di una
Parusa mai verificatasi, ha variato i termini della resurrezione man mano che

si ponevano questioni non risolte dai contenuti della precedente rivelazione e


conseguente predicazione?

e una piccola distinzione


I l credente deve necessariamente scegliere. Una volta effettuata la scelta non
deve mettere in discussione la sua fede, ma viverla concretamente nella
convinzione che una fede coerente salva la vita quella attuale, nella sua
quotidianit perch le fornisce spiegazioni e obiettivi assoluti.
I l libero pensatore , al contrario, non si pone il problema del credere e
prosegue la sua ricerca, continuando a navigare serenamente nel mare della
relativit.

PARTE SECONDA

RINASCEREMO?
CI REINCARNEREMO?

Riflessioni preliminari

Dopo lanalisi critica del pensiero cristiano in merito alla sua dottrina della
resurrezione (in cui si sono tralasciate eventuali tracce di una fede protocristiana
nella reincarnazione perch sono incerte e di non facile attribuzione) diviene
necessario proseguire, con lo spirito descritto nellIntroduzione, per esporre sani
e liberi dubbi anche sul pensiero orientale.
In queste pagine si trover chiaramente espressa la difficolt nel capire,
presente in molti e derivata da quelle che appaiono come profonde contraddizioni
esistenti allinterno stesso del pensiero e delle dottrine che comunque hanno
sostenuto e sostengono lidea di un ciclo di vite da cui necessario liberarsi.
Si prova sempre una sorta di disorientamento quando si sente dire che
lOriente crede nella reincarnazione come se si trattasse di una tesi univoca,
unanimemente accettata, affermatasi in un periodo preciso (per illuminazione o
rivelazione divina).
Quando si leggono le statistiche sul numero di persone che sostengono di

credere nella reincarnazione non si considera mai che la maggior parte di quelli
che rispondono di s, poi, non sanno rispondere alle successive inevitabili
domande:

Che cosa si reincarna?


Qual lelemento che procede nelle vite successive?
Quali caratteristiche possiede?
Che cosa porta con s delle vite precedenti?
Perch si reincarna?

Il concetto di reincarnazione pare affermarsi con una superficialit che non


permessa a chi si considera iniziato (nel senso tradizionale e quindi diverso da
quello definito nellIntroduzione), illuminato o semplicemente possessore di
verit definitive: non si pu dire semplicemente Credo nella reincarnazione,
perch la domanda immediatamente successiva : In che tipo di
reincarnazione?.
Questa una domanda alla quale un simile credente non pu esimersi dal dare
risposta, perch la scelta concreta di vita che ne consegue, con le tecniche, i
comportamenti e gli atteggiamenti che ne derivano, pu essere profondamente
diversa.
Non possiamo illuderci di risolvere con semplicit la questione pensando che,
quando si parla di reincarnazione, tutti intendano la stessa cosa, con le stesse
caratteristiche e le stesse finalit.

Purtroppo non cos: metempsicosi, reincarnazione e rinascita sono spesso


accomunate in una semplificazione sbagliata e pericolosa. Non sono la stessa
cosa, partono da principi diversi al punto tale che, se vera luna, risulta essere
necessariamente falsa laltra.

La conoscenza come base per ogni scelta


Ora, ogni forma di pensiero, dottrina, conoscenza, non mai fine a se stessa, ma si
pone sempre il grande obiettivo di salvare luomo: cristianesimo, buddhismo,
induismo, islam, ebraismo hanno scopi precisi cui conseguono pratiche di vita e
finalit diverse.
La scelta dimprontare la propria vita in funzione di uno di questi scopi
dipende dallaccettazione di una di queste religioni o forme di pensiero: la pratica
e la vita quotidiana di un cristiano che attende dincontrare individualmente il suo
Dio personale sar inevitabilmente diversa dalle tecniche adottate da uno yogi per
accelerare lannullamento e lidentificazione del suo S nel S universale
indistinto e impersonale.
La conoscenza non mai non pu essere mai fine a se stessa: la
conoscenza determina le scelte.
Osho,1 importante maestro spirituale della seconda met del Novecento,
afferma che la Verit di unevidenza tale da imporsi di per s a chi la sa e la
vuole vedere, ma le verit elaborate dalluomo nellintero corso della sua storia
sono tante, diverse e contraddittorie; e i sostenitori di ciascuna di queste possono,
a buon diritto, fare propria questa affermazione di Osho, applicandola a quella
che a loro appare come levidenza incontrovertibile della verit in cui essi
credono.
Per quanto concerne la reincarnazione, i dubbi nascono dalla difficolt, che

spesso appare come impossibilit, di districarsi nei meandri di dottrine diverse,


contrastanti, che si sono combattute nella loro stessa coesistenza storica, nella
consapevolezza che laffermazione delluna rendeva inevitabilmente impossibile
lesistenza dellaltra, se almeno siamo autorizzati a pensare che la Verit sia una
sola.
Daltra parte bisogna riconoscere che storicamente coloro che vivono
nellincertezza sono stati sempre in buona compagnia: linduismo ha prodotto
almeno sei scuole che, per loro stessa definizione, si sono chiamate Punti di
vista (darsana), spesso in contrasto luna con laltra; il buddhismo, messaggio
strettamente elitario, articolato come pochi altri nella storia del pensiero
filosofico-religioso umano, ha prodotto dispute mentre ancora il Maestro era in
vita, ha generato poi due movimenti iniziali (hinayana e mahayana), si diviso
in diciotto scuole successive, ha avuto necessit di numerosi concili dottrinali per
tentare di porre ordine al suo interno, data la sua grande complessit intrinseca.

Oriente, garanzia di verit?


Nellelaborare queste considerazioni ci si chiede che cosa succeder alle dottrine
orientali quando qualcuno le sottoporr alla stessa profonda e feroce analisi cui
stato sottoposto il pensiero occidentale.
Che cosa rimarr del loro contenuto spirituale?
LOriente ha indubbiamente goduto di una posizione privilegiata che gli ha

consentito di usufruire di una sorta di tacita accettazione e di un accredito maturati


allinterno di quellalone di mistero e di insondabile antichit che sempre
avvolge ogni discorso sulle dottrine orientali. Spesso pare addirittura che questi
elementi siano, da soli, garanzia sufficiente di verit indiscutibile.
Ma quando si passa, com doveroso e necessario, alla storicizzazione degli
eventi, dei testi, dei maestri e li si contestualizza, immediatamente ci si accorge
che forse latteggiamento di alcuni occidentali un po troppo superficiale,
troppo accondiscendente, troppo desideroso di nuove verit, troppo disposto
quindi ad accettare in modo acritico ci che proviene dal lontano e misterioso
Oriente, ritenuto, per definizione, saggio e pressoch indiscutibile.
Eppure le contraddizioni esistono anche l; i contrasti sono nati e si sono
sviluppati proprio allinterno di quel mondo che a noi appare invece e cos
viene spesso tendenzialmente presentato come un tutto unitario, coerente e
concorde.
Eppure Buddha si posto in dichiarato e aperto contrasto con i Veda; il
giainismo ha fatto lo stesso con il buddhismo (Ghosala accusava Buddha di
profonda incoerenza); il buddhismo ha dovuto abbandonare lIndia per i suoi
contrasti con linduismo; Vivekananda (grande pensatore orientale moderno,
morto nel 1902) ha sostenuto che bisognava tornare ai Veda; i Veda stessi sono
il prodotto di unelaborazione che iniziata nel 1500 a.C. circa ed proseguita
sino al 700-800 d.C., con unevoluzione dei contenuti che non ha nulla da
invidiare allevoluzione e alle trasformazioni avvenute nellAntico Testamento
ebraico; il buddhismo, per dare ragione di alcune sue interne incongruenze, ha poi

comunque dovuto fare ricorso ai Veda che in un primo tempo aveva rifiutato in
toto, e cos via.

Storicizzare per comprendere


Facciamo un esempio di storicizzazione per giustificare la mole dincertezze che
proliferano in chi sa nuotare liberamente nel mare della relativit e non ha timore
del dubbio: lOccidente abituato, per educazione religiosa e cultura, a
considerare semplicemente mitologica e fantasiosa la teologia del mondo greco
classico, con le sue divinit molto umanizzate e addirittura risibili, mentre, per
contro, tende a giustificare, con la definizione di simbolica e altamente
spirituale, la complessa religiosit politeistica orientale.
Nel 1500 a.C. circa, le popolazioni dellalto Iraq attuale hanno iniziato un
processo di colonizzazione di altri territori: si definivano gli Arii, i puri, gli
uomini veri, i nobili; erano un popolo di guerrieri affiancati da una casta
sacerdotale molto potente. Spostandosi verso oriente sottomisero le popolazioni
dravidiche contadine della valle dellIndo, occupandone i territori e imponendo
un sistema di caste (efficacemente sostenuto dalla dottrina del Karma) utile a
mantenere in modo ferreo il loro potere. Avevano un pantheon molto ricco e le
loro divinit vengono considerate dagli occidentali come testimonianze di una
spiritualit profonda, capace di esprimersi attraverso simboli tanto antichi quanto
misteriosi e affascinanti.
Spostandosi verso occidente, le stesse genti giunsero a occupare la Grecia: si
trattava dei popoli che noi conosciamo come achei, che avevano quegli di che,
come detto prima, sono considerati nulla di pi che bei miti, addirittura oggetto di
possibile derisione.

Ebbene, i concetti possono essere ribaltati se si pensa che i famosi e antichi


Veda sono il prodotto di una complessa elaborazione rituale, formalizzata proprio
a partire da quello stesso periodo, e durata, nella sua prima fase, circa mille anni.
curioso inoltre sapere che il sanscrito vedico molto simile alla lingua
degli Achei e che le loro divinit sono addirittura le stesse:

la madre di tutti gli di greci, Rea, corrisponde alla madre di tutti gli di
brahmanici, Aditi; ambedue hanno avuto un figlio, Zeus per i greci e Indra per
gli ind, che ha mantenuto, nelle due teologie, le stesse caratteristiche;
Zeus e Indra hanno sostenuto lotte di potere contro rivali molto potenti e simili
nelle due mitologie, i Titani e gli Asura: dei veri anti-di che in tutti e due i
casi sono stati sconfitti;
il Varuna ind corrisponde allUrano dei greci;
Surya corrisponde ad Apollo;
Cronos, il dio greco del tempo, corrisponde a Kala, il dio del tempo indiano
(e a Zurvan, il dio del tempo iranico);
i sanscriti Angiras, sacerdoti vedici dalle origini antichissime, erano mediatori
tra uomini e di e il termine corrisponde al greco ngheloi, esseri aventi la
funzione di collegare il mondo divino con quello umano;
il Mahabarata, testo compilato tra il 400 a.C. e il 400 d.C., contiene lepopea
dellIndia e racconta lepica battaglia avvenuta intorno al 1100 a.C.; le
caratteristiche della narrazione ricordano continuamente (compresa la
datazione stimata per gli eventi) quelle dellomerica Iliade, anche se il

Mahabarata circa otto volte pi lungo di Odissea e Iliade messe assieme;


tra gli di, infine, citiamo ancora Kama, che uguale a Eros, il primogenito
degli di, con il suo bravo arco e le sue cinque frecce doro capaci di far
innamorare. A proposito, il Kamasutra (le regole di Kama, il manuale
dellamore) stato elaborato in una societ in cui le emozioni sessuali erano
bloccate dal sistema rigido di matrimoni e necessitavano di una sorta di
sveglia: non dunque un manuale per libertini, non una visione altamente
simbolica e spirituale (forse lo diventato coi secoli), ma un vero trattato di
sessuologia utile per coppie annoiate e inattive.
In tema di elaborazione dottrinale determinata dalle necessit contingenti,
ricordiamo che uno dei pi accreditati pensatori orientali moderni, il gi citato
Osho, sostiene che Cristo e Buddha hanno inventato le loro dottrine per
rispondere a precise esigenze storico-sociali. Cristo doveva affrontare la triste
situazione di genti povere e derelitte, che andavano in qualche modo risollevate
con la promessa di un regno futuro in cui gli ultimi sarebbero stati i primi;
Buddha, al contrario, aveva la necessit di garantire il superamento di una
situazione di noia esistenziale in cui si trovavano le ricche classi sociali cui lui
stesso apparteneva: doveva fornire un sistema per uscire da una situazione che si
era fatta pesante e difficile da tollerare.
Ma Osho non il solo a formulare questo tipo dipotesi. Due dei pi
importanti orientalisti del Novecento (Heinrich Zimmer e Joseph Campbell,2
docenti, studiosi favorevoli alla divulgazione delle dottrine orientali in

Occidente) scrivono che lesigenza della liberazione si sviluppata nel mondo


induista, una societ che
si sente alla merc delle forze distruttive della morte (malattie, epidemie, guerra, tirannia e ingiustizie umane) e
linevitabile vittima dellinesorabile divenire del tempo (che divora gli individui, che spazza via lo splendore dei
regni e delle citt e che riduce anche le rovine in polvere).

E quindi
non si pu non pensare che questa sublime ricerca indiana del regno trascendente non sarebbe mai stata
intrapresa se le condizioni di vita fossero state meno disperate [] la liberazione pu diventare la massima
preoccupazione soltanto quando la normale esistenza quotidiana non offre assolutamente nessuna speranza,
lasciando soltanto doveri e obblighi e non promettendo compiti o scopi che stimolino e giustifichino ambizioni pi
elevate. La propensione indiana per la ricerca trascendente e la miseria della sua storia sono, di certo,
intimamente collegate. La spietata filosofia della politica e i risultati sovrumani nella metafisica rappresentano i
due lati di ununica esperienza di vita.

Per confermare la necessit di storicizzare eventi e idee, bisogna tenere presente


che la situazione socio-politica era particolarmente pesante al tempo del Buddha:
nel VI e V secolo a.C. le strutture ariane si stavano sgretolando e venivano
sostituite dal sistema persiano, caratterizzato da un dispotismo assoluto, garantito
da un apparato poliziesco estremamente efficiente e spietato, che non si faceva
scrupolo di usare ogni sistema, lecito e illecito, per mantenere il potere: esercito
potente, spie, delatori, prostituzione, malavita Non stupisce quindi il desiderio
disperato di liberazione definitiva!
La situazione sociale dellIndia, poi, con il sistema delle caste cui Buddha
intese ribellarsi, prevedeva un atteggiamento che comunque preludeva alle

dottrine che predicano lannullamento individuale. Lindividuo doveva


innanzitutto,
forse esclusivamente, preoccuparsi di trovare la propria
identificazione nel ruolo sociale imposto dal suo stato; ogni espressione
personale doveva essere annullata in favore del compito sociale cui doveva
dedicarsi totalmente: lappartenenza a un gruppo sociale prevedeva come
condizione inevitabile il dissolvimento delle tensioni e aspirazioni individuali. La
massima virt era lannullamento e lidentificazione dellindividuo nel ruolo
che gli era socialmente affidato (semplificando, potremmo dire che di qui
allideale dellannullamento totale il passo non pi cos lungo).
Nel Bhagavad Gita3 si afferma che meglio svolgere male il proprio compito
piuttosto che svolgere bene un compito altrui. Unaffermazione che documenta con
grande efficacia la volont di mantenere una rigida stratificazione sociale,
caratterizzata da immobilit assoluta e dalla impossibilit, anche solo teorica, di
fare qualcosa di diverso da ci per cui si stati in un qualche modo programmati.
Anche qui torna quindi il concetto della storicizzazione, che abbiamo
applicato alle prime fasi dellevoluzione del pensiero cristiano in relazione
allidea della resurrezione della carne. Questa storicizzazione rende
indubbiamente meno affascinanti, e dunque forse meno facilmente credibili, le
dottrine cosiddette antiche, e perci stesso degne di fede: ma luomo descritto
nellIntroduzione, destinatario del presente libro, ha bisogno di fascino, magari
illusorio, o di ricerca, magari pi cruda ma potenzialmente liberatoria?

Parallelismi
Dicevamo che facile attuare un parallelismo con quanto detto nella prima parte
in merito allevoluzione dellidea della resurrezione che venuta maturando
nellAntico e nel Nuovo Testamento in funzione delle esigenze storico-sociali che
si andavano determinando: Ezechiele, Maccabei, libro della Sapienza, Paolo, la
responsabilit individuale e la necessit di garantire la resurrezione anche ai
morti in attesa del ritorno mai avvenuto di Cristo.
Esigenze storiche, questioni socio-culturali che determinano linsorgere di
unidea, di una dottrina, di una forma di pensiero che trova la soluzione
attribuendola immancabilmente a piani pi alti.
I parallelismi tra le dottrine vediche e il pensiero occidentale presentano per
altre curiosit: Ferecide di Siro, uno dei pi antichi filosofi greci, sostenitore
della metempsicosi, affermava come le Upanishad, tradizione vedica, VIII
secolo a.C. che la luna il contenitore del cibo dellimmortalit e che la luna,
come per le Upanishad, importante per il ciclo delle reincarnazioni: sulla luna
vanno coloro che lasciano questo mondo perch la luna la porta di passaggio
per il mondo celeste. L gli uomini vengono sottoposti a una prova: chi la supera
procede, mentre chi non la supera torna sulla Terra sotto forma di pioggia e
rinasce in forme differenti.

BREVE DIGRESSIONE E

lislam?
Sia detto per inciso che anche lislam non va esente da questo tipo di curiosa
coincidenza storica: ad esempio, le sure coraniche che parlano del martirio e della sua
desiderabile remunerazione nel paradiso sono state ispirate, non a caso, subito dopo
la battaglia di Uhud, nella quale i seguaci di Maometto hanno subito una dura sconfitta
da parte dei loro nemici meccani. Bisognava anche l dare una risposta, spiegare che i
morti non erano morti per nulla, che il loro sacrificio avrebbe avuto un
riconoscimento.
Insomma, nasce lesigenza e immediatamente si crea la risposta: pare proprio che a
tutte le latitudini gli uomini si sentano dire ci che vogliono sentirsi dire.
Occidente e Oriente accomunati, quindi, da una metodologia simile?

Siamo autorizzati a liquidare come mito e favola ci che proviene dal


pensiero occidentale, e a definire invece alta spiritualit ci che proviene
dal pensiero orientale?
Proseguiamo ora, elencando alcune delle considerazioni che appaiono evidenti
nel momento in cui un individuo si rende conto di avere la necessit di scegliere
una via per unipotetica salvezza o liberazione: il fine ultimo cui tendono sia la
dottrina della resurrezione sia quella della reincarnazione.

1 Si veda lAppendice 5.
2 Si veda il testo Filosofie e religioni dellIndia, Mondadori, Milano 2001.
3 Si veda lAppendice 4.

La liberazione, le diverse liberazioni

Nel prosieguo della trattazione, i riferimenti al buddhismo saranno pi numerosi


in quanto questa dottrina si sta diffondendo maggiormente in Occidente e dunque
desta in modo speciale linteresse del pensatore che lanalizza come possibile via
per la verit e, in secondo luogo, perch linduismo ha avuto, a partire dalle fasi
iniziali della sua formazione, una finalit pi legata a obiettivi di tipo politico e
sociale, e di controllo tecnico-magico della realt.
Al buddhismo verr poi dedicato un capitolo a parte, in quanto una sua
ipotetica comprensione richiede la conoscenza di dottrine buddhiste poco
conosciute in Occidente: si tratta dei testi in lingua pli che hanno preceduto di
diversi secoli i testi in sanscrito (che sono stati invece alla base delle
elaborazioni da cui deriva il buddhismo pi diffuso attualmente).
E qui le sorprese non mancheranno per luomo che ama pensare liberamente,
senza timore di nuotare nel mare della relativit
La dottrina trascendente relativa alla reincarnazione, e che porta alla necessit

della liberazione dal ciclo delle rinascite, considerata una sorta di sapienza
segreta che fu introdotta nella tradizione brahmanica induista solo nel tardo
periodo delle Upanishad (800-700 a.C.).
La precedente conoscenza vedica (1500-1300 a.C.) sembrava non sapere nulla
dellidea della trasmigrazione, cos come nulla sapeva della reincarnazione la
dottrina avestica di Zoroastro, il primo e antico profeta indoeuropeo, originario di
quegli stessi territori da cui partirono le migrazioni arie (1500-1200 a.C.) che
occuparono da un lato la Grecia (achei) e dallaltro la valle dellIndo, dando
origine alla cultura indoariana.
Per inciso, bene ricordare che Zarathustra predicava la dottrina di un dio
unico (diviso nei due principi del Bene e del Male) e lunicit della vita umana
individuale che terminava con un giudizio finale costituito dal metaforico
attraversamento di un ponte: i malvagi sarebbero precipitati nellabisso
sottostante mentre i giusti ne avrebbero completato il passaggio per raggiungere
latteso Pairidaeza, il Paradiso, il Luogo recintato, a loro riservato. Lidea
della reincarnazione sembra appartenere quindi al pensiero non ariano, alla
cultura dravidica contadina aborigena, a quei clan o trib che si contrapposero
alla cultura brahmanica.

Metempsicosi, reincarnazione, rinascita


Lidea, cos come giunta sino a noi, pare essere il frutto di una complessa
elaborazione: in Grecia si giunti alla dottrina della metempsicosi contenuta nel
pensiero orfico, pitagorico e platonico, mentre in Oriente si elaborata lidea
della reincarnazione e della rinascita. Ricordiamo sempre che non bisogna
semplificare ci che semplice non : bisogna notare come le varie definizioni si
riferiscano a eventi diversi.

La metempsicosi si sviluppata in Grecia con lidea stessa di anima.


Lorfismo assegna alluomo unanima che, pura in origine, si macchiata di
una colpa: scopo dellanima quello di riconquistare lantica purezza
attraverso le pratiche misteriche di carattere sacramentale. Per compiere il suo
percorso lanima individuale, sempre uguale a se stessa, costretta a vivere
diverse esistenze nei vari mondi (animale, vegetale e anche minerale).
Per Pitagora, invece, lanima un frammento di etere che si suddivide in
intelligenza, ragione e impulso passionale: anche lui credeva nella
metempsicosi anche se letere, il principio animatore per eccellenza, era
considerato un elemento materiale e dunque la trasmigrazione riguardava per il
filosofo un elemento materiale e non spirituale.
Altrettanto materialistica pare essere la concezione di Platone e di Aristotele:
una vera spiritualit sorger solo con lo stoicismo e il neoplatonismo che
concepiranno, in modo sostanzialmente laico, il concetto di spirito. Ma con

Aristotele e la sua idea di anima viene meno la stessa idea di metempsicosi, in


quanto lanima la forma del corpo e dunque con esso muore.

La reincarnazione un concetto specificamente brahmanico: prevede


lesistenza dellAtman, un S sostanziale e permanente che parte dellAtman
universale ed in grado di trovare diversi veicoli per proseguire nel suo
processo di purificazione.

La rinascita pare essere un concetto applicabile quasi esclusivamente al


buddhismo, il quale non prevede unessenza che rimane uguale a se stessa e
che passa da una vita allaltra: c una sorta di sostanza sottile, il principio
cosciente, il vijana, che sostituisce lAtman; esso legato a un particolare
individuo e, carico di Karma, si proietta in una vita nuova come centro di
aggregazione per una successiva esistenza. Dunque non c unessenza che
trasmigra, ma un principio che torna a nascere. Questo concetto si pone dunque
in contraddizione con quello brahmanico dellAtman.

Luniverso e luomo
Le differenze allinterno del pensiero orientale, per, non finiscono qui, perch le
stesse concezioni delluniverso e delluomo presentano diversit sostanziali.
Le scuole di origine non vedico-ariana (giainismo, yoga, sankya) hanno una
visione assolutamente dualistica delluomo e del cosmo, che sono descritti come
costituiti da due principi, materiale e spirituale, nettamente distinti, mentre i Veda
partono da una visione monistica.

Le contraddizioni non sfuggirono nemmeno ai pensatori del tempo che


avvertirono la necessit di superarle tentando una sintesi: di qui prese lavvio la
particolare elaborazione del pensiero che sar poi contenuto nel Bhagavad Gita1
(200 a.C. circa). Questo testo per rispecchia chiaramente la confusione e
lincertezza l dove afferma che la dottrina molto difficile da comprendere e
soprattutto:
il principio pi profondo della natura umana immanifesto, impensabile, immutabile []. Alcuni guardano a
questo S come a una meraviglia, altri ne parlano come di una meraviglia, altri ancora ne sentono parlare come
di una meraviglia. Tuttavia dopo aver ascoltato e appreso nessuno sa veramente che cosa sia.

Nella tradizione comune si sostiene che il buddhismo (testi sanscriti) attribuisce


alla mente la responsabilit dellattaccamento al mondo illusorio (maya) e dunque
la responsabilit dellincatenamento al ciclo delle rinascite; per contro, nel mito
induista-brahmanico della creazione (900-600 a.C.), la volont di vivere
appartiene allessenza stessa degli uomini.
Lo stesso impulso a esistere e a creare apparteneva addirittura al dio
Prajapati, il Signore delle creature, la personificazione di tutto ci che e della
stessa forza vitale che desidera continuamente generare mondi viventi. Pare
quindi essere proprio la mente la parte di noi che si rende consapevole di tutto
questo: la mente comprende che la liberazione bloccata da queste propensioni
involontarie che spesso sono ereditate da vite precedenti. Il saggio deve quindi
annientare queste propensioni attraverso la pratica ascetica, lapprendimento
dellinsegnamento sacro e la sottomissione alla grazia e alla volont divina.

Induismo e buddhismo inconciliabili


Si coglie gi qui un contrasto di difficile composizione tra induismo e buddhismo,
ma le difficolt che sincontrano nel tentativo di comprendere il pensiero
orientale come un insieme unitario vanno oltre: si vedr infatti pi avanti che i
testi buddhisti in lingua pli contengono affermazioni diverse da quelle
normalmente attribuite a Buddha.
Il Buddha si posto in aperta e dichiarata rottura con le dottrine vediche. Il
brahmanesimo sostiene infatti la tesi dellesistenza dellAtman, un S sostanziale
e permanente; il buddhismo nega questa esistenza ed esprime il concetto centrale
fondamentale dellAnatman, il non-S, lAnatta o il Vuoto, Sunya.
Ma allora: che cosa si reincarna?
Che cosa si mantiene unitario al punto tale da passare in unaltra esperienza?
La risposta appare intuitiva: nulla. La risposta che normalmente si d invece a
questa domanda che dopo la morte rimane un substrato, costituito dallultimo
pensiero, che diventa una sorta di centro di cristallizzazione attorno a cui si
formano nuovi stati mentali che determinano la nuova esistenza. In sostanza,
dicono coloro che hanno tentato di risolvere la contraddizione, lultimo
pensiero quello che determina la natura della successiva rinascita.
Come pu non venire in mente la tanto derisa e condannata tesi della Chiesa
cattolica che richiama la necessit del pentimento in punto di morte come

garanzia sufficiente per la salvezza eterna!


La vita del cristiano e del buddhista dovrebbe dunque essere caratterizzata da
una specie di allenamento per giungere a concepire il pensiero giusto nel
momento del trapasso? Cos pare sostenere il Libro tibetano dei morti.

Esperienze altre
La mente dunque pone al libero pensatore questioni di difficile superamento e
allora, consapevoli di ci, molti fedeli seguaci delle dottrine orientali affermano
spesso che, per conseguire la verit, necessario accantonare il normale
processo di conoscenza mentale per dedicarsi esclusivamente alla
sperimentazione, al momento emozionale in cui noi proviamo la sensazione di
unit con il tutto.
Ma cos facendo che cosa succede?
Siamo sicuri di non ingannarci?
La domanda che ci si pone la seguente: se sono uno yogi che crede
nellesistenza fondamentale dellAtman brahmanico, io prover (creder di
provare, milluder di provare) lunione del mio S (Atman individuale della cui
esistenza sono certo) con lAtman universale. Se invece sono un buddhista, in
quel momento prover (creder di provare, milluder di provare) lannullamento
del mio Anatman (non-s) nel Nulla universale.
Chi dei due si ingannato? Perch pare certo che, se esiste lAtman, non
vera la dottrina dellAnatman, e viceversa.
Ancora pi inestricabile si fa la situazione se, nellelenco delle possibili
contraddittorie esperienze, si inseriscono anche le visioni mistiche cristiane:
Teresa dAvila, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux, Ildegarda di Bingen

le cui evidenze esperimentali sono ancora diverse e assolutamente inconciliabili


con le precedenti.
Tutto questo induce a ritenere che forse, in fondo, ognuno di noi prova ci che ha
piacere di provare : il maestro yogi narrer al discepolo la sua esperienza
dellAtman, il maestro buddhista invece la sua illuminazione derivante dallavere
sperimentato lesatto opposto, e il mistico cristiano sperimenter lincontro con il
suo dio personale
Un ulteriore esempio di possibile condizionamento il seguente: Vivekananda
(uno dei massimi esponenti della via della conoscenza per giungere alla
liberazione) era discepolo di Ramakrishna che, come dice il nome, si riteneva
incarnazione di Rama e di Krishna: ebbene, questo grande mistico ind, dopo
aver incontrato il cristianesimo (e solo dopo) si riconosce anche come avatar
(incarnazione) di Cristo. Non ne aveva mai avuto consapevolezza prima che i
missionari cristiani portassero il vangelo in quei territori?

La salvezza
Nei secoli XIII e XIV d.C., allinterno del pensiero buddhista si dibatteva una
questione fondamentale: la salvezza (liberazione dal ciclo delle rinascite) deriva
dalle azioni compiute dalluomo o esclusivamente dallintervento misericordioso
del Buddha? Erano numerosi i sostenitori delluna e dellaltra tesi.
La salvezza sta nel comportamento quotidiano o nellinvocazione ininterrotta
del nome di Buddha? Questultima affermazione, a sua volta, ancora diversa da
quella precedente che postula lintervento misericordioso del Buddha.
Come si comprende, tutte queste diversit non si riducono a semplici questioni
di lana caprina: dalla risposta che si d derivano scelte di vita notevolmente
diverse.
Curiosamente, queste dispute hanno preceduto di alcuni decenni diatribe simili
sviluppatesi allinterno del cristianesimo: Lutero, Calvino, Giansenio, ecc.
affrontavano la questione da punti di vista simili: la salvezza deriva dalle opere o
dalla fede che dono imperscrutabile della misericordia divina?
Ancora una volta la storia si ripete: Occidente e Oriente vivono esperienze
simili.
La questione relativa agli strumenti utili a sottrarsi allinesorabile legge delle
rinascite invece decisamente pi complessa.
Alcune vie per conseguire la liberazione, completamente diverse, sono
indicate dallo stesso Krishna nel Bhagavad Gita:

Alcuni [si liberano] con la meditazione, altri con la visualizzazione interiore, altri ancora con lo yoga del
Sankhya, altri con lo yoga dellazione disinteressata, e quelli che non conoscono queste vie [si salvano]
venerandomi secondo la tradizione orale ortodossa che hanno appreso e anche questi, bench siano devoti
esclusivamente alla rivelazione comunicata dal Veda [!!?], superano la morte.

Altre dottrine sostengono che la liberazione pu avvenire con laiuto delle


divinit (ma si sa che in Oriente le divinit sono considerate il frutto della pura
proiezione illusoria della mente umana e allora: come pu unillusione intervenire
per aiutare?). Altre ancora pongono la possibilit della salvezza nellintervento
misericordioso di Amitabha (un famoso Bodhisattva) che pu distruggere con il
suo intervento il meccanismo del Karma. Alcune infine vedono la salvezza nella
conoscenza esoterica, che produce un immediato passaggio dalla sfera
fenomenica alla sfera della luce.
Nel turbinio incontrollabile delle onde che increspano il mare della relativit,
il libero pensatore prosegue sereno.

Il Libro tibetano dei morti


Il discorso appena fatto, per, avviene dimenticando lindicazione fondamentale
del Libro tibetano dei morti, dispirazione buddhista, che pone la garanzia di
salvezza nella capacit (acquisita con lunga pratica) di riconoscere, dopo la morte
e con un atto immediato e unico, la luce che porta la salvezza.
La dottrina contenuta in questo testo rappresenta la sintesi di vari orientamenti
maturati in epoche diverse allinterno del pensiero buddhista. In sostanza si dice
che, al momento della morte, ogni individuo si trova di fronte a pi vie, o
matrici, che possono portare al definitivo dissolvimento della creatura (la sorte
desiderata e riservata degli Eletti), alla rinascita nel paradiso o al reinserimento
nel ciclo delle rinascite materiali.
Ma che cos che rinasce?
I buddhisti tibetani non concepiscono ovviamente lesistenza dellanima,
pongono al suo posto una specie di sintesi del nostro essere psicofisico che si pu
definire Pensiero: una sostanza materiale, molto rarefatta, capace di muoversi e
agire a distanza.
Questo Pensiero poggia sul respiro e, al momento della morte, quando il
respiro viene meno, il Pensiero si trova in una situazione di grande rischio
entrando nello stato di esistenza intermedia (bardo). Di qui, sostanzialmente, si
pu raggiungere il Nirvana o ricadere nel Samsara, il ciclo delle rinascite.
In questo stato intermedio il Pensiero viene colpito da una veloce e nutrita
serie dimmagini prodotte dal Karma. Tra queste immagini il defunto deve saper

riconoscere la luce che rappresenta le vibrazioni della coscienza essenziale: la


matrice giusta capace di garantire da sola la salvezza, la liberazione definitiva.
Tutto il processo durerebbe quarantanove giorni, al termine dei quali chi ha
saputo cogliere lelemento liberatorio salvo, gli altri ricadono nel mondo
materiale di maya, lillusione, e ricominciano una nuova vita.
In sostanza la salvezza dipende tutta da quel particolare momento in cui si
realizza la folgorazione: in un solo istante uno diventa un Buddha perfetto.
Certo bisogna passare la vita ad allenarsi per saper cogliere lattimo: ma
siamo sicuri che ne valga la pena?
La dottrina qui schematizzata ha generato numerose discussioni, in quanto i
vari maestri buddhisti che se ne sono occupati hanno formulato diverse teorie e
hanno espresso opinioni anche fortemente discordanti, a partire dalla durata del
periodo in poi: alcune scuole negavano addirittura lesistenza del periodo
intermedio mentre altre lo prevedevano solo per alcune categorie di esseri viventi
(per citare solo alcune delle varie opinioni).
Dal momento che si parlato della necessit di storicizzare, forse importante
sapere che il Libro tibetano dei morti deve essere stato prodotto e nascosto in
Tibet intorno alla fine del 700 d.C., mentre in Occidente regnavano i re franchi
della dinastia merovingia, ma gi stavano per essere sostituiti dai carolingi, e i
saraceni compivano le loro incursioni in Europa. A nascondere il testo sarebbe
stato un taumaturgo, negromante, di nome Padmasambhava, che fu il creatore della
Chiesa nazionale buddhista tibetana: il buddhismo diventava religione di stato
in un momento in cui il Tibet, sconfiggendo i cinesi e occupando diversi territori,

diveniva una potenza egemone nellAsia centrale e il monachesimo buddhista


simponeva come la casta sociale predominante (e tale rimase fino allinvasione
cinese degli anni Cinquanta del secolo scorso).

Riflessioni conclusive
Fin qui le dottrine contenute nel testo che per molti divenuto la Bibbia del
buddhismo diffuso in Occidente. Il desiderio di ricerca liberatoria che motiva il
lettore, per, sente la necessit di proseguire il cammino per conoscere che cosa
dicono in merito i testi pi antichi del buddhismo, quelli redatti in lingua pli, a
Sri Lanka, tra il I e il II secolo della nostra era.
Va rilevato che, essendo i pi antichi, sono quelli che hanno la maggiore
probabilit di essere stati meno manipolati, meno arricchiti e trasformati da
secoli di pensiero, di integrazioni, cancellature, omissioni, variazioni,
riformulazioni, insomma, da tutti quegli interventi che caratterizzano
inevitabilmente la storia di ogni testo sacro dellumanit.
Nella tradizione ebraica, anche i masoreti, i custodi della tradizione, a un
certo momento hanno avvertito la necessit di mettere un punto fermo
allelaborazione delle scritture e, tra il VII e il IX secolo d.C., hanno provveduto
a cristallizzare lAntico Testamento, rendendone impossibile ogni successiva
manipolazione.

1 Si veda lAppendice 4.

Storia del buddhismo pli1

Vale la pena ora di affrontare un argomento che aiuta a fare ulteriore luce sulle
tante possibili verit contenute in queste dottrine, cos come abbiamo fatto per
le tante possibili visioni della resurrezione nella tradizione ebraico-cristiana.
Diversi studiosi stanno procedendo allanalisi dei pi antichi codici buddhisti
redatti in lingua pli: questa operazione ha indubbiamente una valenza di ordine
culturale (come tutto ci che stato elaborato e presentato in Occidente negli
ultimi decenni come proveniente dallOriente) ma rappresenta anche uno
strumento utile per unefficace applicazione quotidiana, anche alla luce
dinnegabili parallelismi con le dottrine religiose alle quali noi occidentali siamo
stati educati. Conoscere quindi ci che il Buddha ha forse veramente inteso dire
per coglierne gli aspetti utili a migliorare la nostra quotidianit.

Gautama Siddharta
Come abbiamo fatto per lapostolo Paolo, alcuni brevi cenni biografici alla vita
di Gautama Siddharta sono indispensabili per inquadrare la dottrina stessa, cos
come si presenta nei codici pli.
Compito non facile, perch le testimonianze storiche circa la sua vita sono
scarse n le date sono verificabili: in questa mancanza di certezze risulta arduo
distinguere gli elementi leggendari dalla realt (il compito reso difficile anche
dal fatto che gran parte delle fonti storiche posteriore di almeno duecento anni
rispetto agli eventi narrati e lo stesso concetto di storia che sta alla base delle
cronache orientali non conosce il rigore al quale abituata la nostra mentalit
occidentale, che cerca e richiede sempre riscontri precisi e obiettivi).
Se ci si attiene ai riferimenti cronologici della dinastia indiana dei Maurya, la
nascita potrebbe collocarsi nel 565 a.C. Nasce da famiglia benestante, figlio di
un governatore locale e di una principessa. Il racconto della sua nascita
accompagnato e arricchito da leggende che hanno lobiettivo di creare una cornice
di straordinariet attorno allevento. Si tratta ovviamente di storie che non hanno
riscontri e che sono simili a quelle che, in tutte le religioni, annunciano eventi
attinenti alla sfera del divino o dello spirituale.
Dotato di una precoce tendenza contemplativa, si sposa giovane, allet di
sedici anni, con una cugina da cui ha un figlio. Sin da piccolo era stato allevato ed
educato in un ambiente protetto: i genitori desideravano evitargli esperienze
negative, per cui lo tennero lontano da ogni contatto con malattia, miseria e morte.

Ma questa sorta di protezione non poteva proseguire per tutta la vita e il


giovane Gautama ebbe un giorno quelle che sono tradizionalmente chiamate le
quattro visioni: incontr un anziano indebolito dallet, un ammalato, un
cadavere e un eremita che appariva sereno e calmo.
Le prime tre rappresentavano nel loro insieme la triste realt della vita
condizionata dal dolore; gli fecero comprendere che la sofferenza coinvolge tutta
lumanit e che i valori materiali che gli avevano insegnato a corte erano effimeri
e caduchi. La quarta visone era invece il segno della possibilit di un riscatto, di
un superamento, di una liberazione.
Quindi, allet di 29 anni, sposato da 13, decise di abbandonare tutto ci che
possedeva per dedicarsi alla ricerca della via che portasse alla salvezza, alla
liberazione dalla schiavit del dolore che pareva condizionare inesorabilmente la
vita umana.
necessario precisare subito che labbandono della famiglia era una pratica
consigliata dalla stessa tradizione dominante; linduismo infatti sosteneva che chi
desiderava conseguire la perfezione doveva organizzare la vita secondo un
percorso ben definito: studiare da celibe, sposarsi e poi divenire un eremita (alla
moglie e ai figli avrebbe pensato poi il resto della famiglia).
Dopo aver vagabondato nella regione di Rajagaha, si pose sotto la guida di
Alara Kalama e Uddaka Ramaputta, due famosi maestri yoga che gli insegnarono
le tecniche di meditazione.
Va detto che per il Buddha la meditazione non doveva servire a vivere
esperienze effimere, piacevoli e soggettivamente gratificanti, ma a cogliere la

vera essenza della vita: e si vedr nel prosieguo che questo aspetto presenta
caratteristiche decisamente diverse da quelle che comunemente vengono credute
vere in Occidente, soprattutto in relazione alla necessit del cosiddetto
annullamento dellio e alla pratica della meditazione di consapevolezza.
Successivamente si stabil presso Uruvela, dove trascorse quasi sei anni da
asceta, insieme a cinque discepoli di famiglia brahmanica Kondanna, Bhaddiya,
Vappa, Mahanama e Assaji con i quali la sua ricerca si concretizz in
unesperienza di vita estremamente rigida, caratterizzata da una disciplina
durissima, nella convinzione che la liberazione potesse dipendere esclusivamente
da una rinuncia totale. Con loro Gautama si nutr solo di foglie e radici e diminu
costantemente la quantit di cibo assunto, fino a ridurre il suo corpo, come egli
stesso raccont, a essere simile a canne secche e sbattute dal vento: rischi
insomma di morire.
A un certo punto si rese conto che tali pratiche erano assolutamente inutili ai
fini della sua liberazione e le abbandon.
Questo suo periodo di ricerca attraverso lo yoga e lascesi dur circa sei anni
e determin una sorta di evoluzione costante nelle sue convinzioni, caratterizzate
da una grande determinazione e da una notevole autonomia nei confronti di quella
tradizione induista nella quale era stato educato. Autonomia che lo port a
rifiutare la dottrina della reincarnazione e a sostenere la necessit di abolire il
sistema delle caste.
In questa sua totale indipendenza, egli arriv quindi a rifiutare quella pratica
ascetica e si avvi lungo un percorso che defin la Via media: un cammino che

si poneva a met strada tra leccessiva autoindulgenza e leccessiva


autopunizione. Prosegu in solitudine, senza pi avvalersi di maestri, sempre alla
ricerca del modo utile a conseguire la salvezza/liberazione.
Allet di 35 anni, a Bodh Gaya, dopo settimane di profondo raccoglimento, in
una notte di luna piena del mese di maggio, sotto un albero di fico, consegu
lilluminazione: il Nirvana. Ebbe la conoscenza delle Quattro nobili verit e
dellOttuplice sentiero: visse cio quella Grande esperienza che lo avrebbe
liberato per sempre dal ciclo delle rinascite.
Riflett sulla condizione umana, sulla sofferenza, sulle cause che la
determinano e sulle possibilit di superarla. Scopr cos quella che lui ritenne la
vera essenza del dolore umano, la sua origine e i modi per liberarsene: ed
proprio questa scoperta che viene comunemente definita illuminazione (da cui il
termine Buddha, che significa appunto illuminato).
Nel prosieguo si comprender come questa illuminazione costituisca la
situazione in cui si trova chi in grado di osservare la vita in modo realistico
grazie a un totale potere di controllo conseguito dalla mente che prende possesso
della vera individualit, matura e compiuta nella sua evoluzione.
Come si legge nel Majjhima Nikaya,2 egli espresse questa esperienza
affermando di avere raggiunto il Nirvana cio la conoscenza, la visione e la
liberazione definitiva dopo aver preso coscienza del suo essere soggetto a
nascita, invecchiamento, malattia, morte, dolore e corruzione e aver avviato la
ricerca di ci che non nasce, non invecchia, non muore, non soffre e non si
corrompe.

Diciamo subito che quando si affronter la dottrina del Nirvana si avranno


piacevoli sorprese circa il suo possibile vero significato e la sua concreta
valenza nella vita presente.
Conseguita la liberazione, ritenne di doversi dedicare alla predicazione al fine
di aiutare gli altri uomini; torn innanzitutto dai cinque asceti, li convinse della
bont della sua dottrina, fond monasteri e diffuse la pratica della Via media
invitando colui che si ritirato dal mondo a non avvicinarsi agli estremi opposti
rappresentati dalla lussuria e dalla mortificazione ascetica; perch chi si ritirato
dal mondo deve seguire la Via media, cio lOttuplice sentiero (Vinaya Pitaka 3)
che sar descritto pi avanti.
Buddha percorse per diversi decenni gran parte del Nord dellIndia
insegnando con notevole successo, favorito anche dalla nobile nascita: le sue
origini, infatti, gli garantirono laiuto di notabili, ricchi e potenti che furono molto
generosi con lui. Egli esort dunque i monaci a predicare la dottrina della Via
media. I suoi seguaci erano invitati a viaggiare e praticare la compassione per
aiutare gli uomini, e il mondo intero, a conseguire il benessere e la felicit, intesi
come risultato di dedizione, autodisciplina e lucidit mentale.
Infine, nel 525 a.C., si stabil a Savatti in un monastero che gli era stato donato
da un suo ricco seguace.
La sua attivit di guida spirituale non fu comunque del tutto esente da
problemi: tra i suoi discepoli ci furono divisioni e scismi, prima e dopo la sua
morte; la sua predicazione venne fortemente contrastata dai brahmani, che
cercavano di frenare la diffusione delle sue dottrine; rischi anche di essere

assassinato.
Secondo la tradizione pi accreditata, mor a Kusinagara nel 486 a.C.,
circondato dallaffetto dei suoi pi intimi discepoli, tra i quali Ananda,
indubbiamente il prediletto, al quale lasci le sue ultime disposizioni.

Predicazione e dottrina
Si detto dellazione missionaria cui Buddha diede grande importanza, perch
riteneva che la persona definitivamente liberata dovesse possedere quattro
caratteristiche fondamentali, costituite da stati mentali detti sentimenti infiniti o
incommensurabili, apraman . a e brahmavihara, cio dimore divine:
1. benevolenza universale o gentilezza amorevole;
2. compassione;
3. mitezza danimo e capacit di provare gioia compartecipe;
4. equanimit (lattitudine mentale fondamentale che d stabilit e fondamento
alle altre tre).
Queste caratteristiche dovevano essere quindi predicate e diffuse capillarmente
con assoluta determinazione. Va detto, tuttavia, che si tratta di quattro virt
comuni anche ad altre correnti religiose indiane.
Egli formul la sua dottrina, in modo sostanzialmente compiuto, nel cosiddetto
Sermone delle Quattro nobili verit in cui sostenne che la causa del dolore

rappresentata dal desiderio smodato, quello che soggiace allavidit, ai piaceri


dei sensi, allattaccamento allesistenza individuale e anche alla non-esistenza.
Ne consegue che la Nobile verit sulla fine del dolore esprime e contiene la
completa rinuncia, il distacco (Vinaya Pitaka).
La via che conduce alla cessazione del dolore il Nobile ottuplice sentiero,4
costituito da otto atteggiamenti correlati in stretta e conseguente successione:
Retta visione, Retto pensare, Retto parlare, Retto agire, Retto modo di sostentarsi,
Retto sforzo, Retta concentrazione, Retta meditazione.
L a liberazione definitiva della mente deriva quindi dalla capacit di
comprendere e attuare queste otto indicazioni.
Tutto il Sermone delle Quattro nobili verit costituisce una dimostrazione
logica, sistematica e razionalmente argomentata, del fatto che lOttuplice
sentiero rappresenta il percorso pi utile per gli uomini e la sua utilit si
concretizza ed esprime compiutamente in questa vita, che probabilmente anche
lunica.
Buddha pone a sostegno di questa convinzione la sua esperienza personale:
lOttuplice sentiero, elaborato razionalmente e seguito con fredda determinazione,
si dimostrato assolutamente efficace; la Via media stata la pratica che lo ha
portato a sperimentare quella pace e quella serenit che prima gli erano
sconosciute.

BREVE DIGRESSIONE

Buddhismo come terapia?


Data limpostazione assolutamente logico-razionale dellintera elaborazione e
formulazione della dottrina, stato addirittura riscontrato un curioso parallelismo con
la successione dei normali processi terapeutici, facendo corrispondere le quattro
affermazioni rispettivamente alla diagnosi (la vita dolore), alla eziologia (causa del
dolore il desiderio), al processo di guarigione (annullamento del desiderio) e, infine,
allindicazione terapeutica (Ottuplice sentiero).
Il fondamento delle affermazioni del Buddha pare dunque essere questo: lo scopo
di una religione, o sistema di pensiero filosofico-religioso, quello di liberare gli
esseri umani dalla sofferenza, in particolare dalla sofferenza interiore.
Per inciso dobbiamo dire che anche il Dalai Lama sostiene che le religioni sono
nate nella storia delluomo per dare risposte alle angosce fondamentali ed anche per
non aggiungere angoscia ad angoscia che, dice sempre il Dalai Lama, ciascuno
dovrebbe tendenzialmente rimanere nellambito della religione in cui nato e
cresciuto.
La dottrina della Via media rappresent una vera rivoluzione per il tempo in
cui venne formulata; metteva in discussione secoli di certezze consolidate e
ritenute incontestabili: la via ascetica era tradizionalmente considerata lo
strumento principale per il conseguimento della liberazione e anche oggi le forme
pi popolari di buddhismo (in Occidente e in Oriente) pensano spesso che solo un

profondo ascetismo possa determinare il risultato. Buddha considerava invece


lascetismo un elemento addirittura estraneo agli scopi della religione: infatti non
lo incluse nellOttuplice sentiero.
Secondo Buddha dunque il monachesimo rappresentava una scelta di vita
separata dalla normale vita familiare, ma non un sistema per imporsi delle torture
inutili e dannose: egli riteneva che anche i laici potevano essere suoi discepoli e
conseguire la liberazione. Questo un elemento importante: lascetismo era (ed
ancora) una delle forme esteriori della manifestazione del sentimento religioso;
per Buddha invece la religione aveva una stretta relazione con la mente.
Lo scopo concreto della religione era la liberazione dal dolore, inteso nel suo
aspetto mentale. Il resto rappresentava un orpello inutile; per lui non aveva alcuna
importanza labito dei monaci (li lasciava liberi addirittura di vestirsi con abiti
laici, come daltra parte faceva anche egli).
Buddha era inoltre assolutamente indifferente a ogni forma di espressione di
culto, di cerimonie e di adorazione della divinit.

La Prima nobile verit


Laspetto fondamentale di tutta la dottrina dunque il seguente: ci da cui
necessario liberarsi non il dolore in s ma latteggiamento psicologico che
trasforma il dolore in sofferenza. Gli effetti di ogni malattia possono variare a
seconda dellatteggiamento mentale con cui la si affronta, perch la sofferenza
deriva da ci che noi pensiamo.
Egli affermava che il dolore proviene dallabitudine-necessit umana di essere
uniti anche a ci che non si ama o di separarsi da ci che si ama, e che il dolore
proviene dalla nostra incapacit o impossibilit di raggiungere ci che
desideriamo.
Con questo intendeva dichiarare che lorigine del dolore da ricercare
soprattutto nei sentimenti di amore e odio, in una parola, nelle emozioni (e si
vedranno nel prosieguo le implicazioni di questa considerazione negativa delle
emozioni in relazione alla determinazione dellio e del conseguimento del
Nirvana).
I sentimenti sono radicati nellanimo umano e rendono quindi inevitabile
lesperienza del dolore: una presa di coscienza razionale di questa realt
(illuminazione) il primo passo verso il suo superamento.
In lingua pli viene riportata lespressione panca upadanakkanda, che indica
letteralmente i cinque aggregati della bramosia5 e corrisponde a ci che invece,
nel buddhismo popolarmente conosciuto, viene normalmente definito come

esistenza individuale effimera.


Ma Buddha scende ancora pi in profondit nellanalisi delle cause del
dolore. Egli sostiene che la bramosia (origine del dolore) pu assumere tre
forme:
1. bramosia per il piacere dei sensi;
2. bramosia per lesistenza individuale;
3. bramosia per la non-esistenza.
La prima forma la pi evidente e si esprime soprattutto in relazione alle due
pulsioni fondamentali delluomo: il desiderio di nutrirsi e la spinta a riprodursi;
cibo e sesso dunque. Spesso la bramosia supera il reale bisogno ed proprio in
questi ambiti che necessario porre attenzione al fine di adottare un
comportamento equilibrato, privo di eccessi, sia in un senso che nellaltro,
bisogna evitare il troppo e il troppo poco: bisogna percorrere la Via media,
appunto.
Pi difficile interpretare la seconda forma di bramosia, quella che Buddha
definisce (cos almeno sostengono i codici in lingua pli) bhava thana. Nella
filosofia occidentale e nella tradizione corrente, questa espressione viene indicata
come stato di bramosia per lesistenza (bhava).
In realt, dicono gli specialisti, il termine indica laspetto mentale di questo
atteggiamento e, in particolare, si riferisce a uno stato patologico dellesistenza
caratterizzato dalleccessiva tendenza al possesso della vita e del piacere. Per

questo motivo il termine bhava viene usato dal Buddha esclusivamente in


relazione agli esseri dotati di sensi e di emozioni, e per questo la liberazione un
obbiettivo che deve essere conseguito solo da quegli esseri che sono soggetti alla
cosiddetta esistenza emotiva.
Pi difficile ancora il terzo tipo di bramosia e non a caso proprio quello che
pare aver prodotto pi equivoci nella diffusione di quello che potrebbe invece
essere il vero messaggio del Buddha.
Tradizionalmente (soprattutto in Occidente) il vaibhava thana viene indicato
come stato di forte desiderio di nonesistenza, con tutte le conseguenti
interpretazioni e analisi che ha comportato.
Molto pi semplicemente, il significato letterale del termine identifica la
ricchezza, il senso esagerato della propriet, la ricerca della prosperit materiale.
In questo senso quindi Buddha si riferiva al desiderio smodato di accumulare
beni materiali, dimenticando che la vera grandezza di una persona non risiede in
ci che ha ma in ci che .
In sostanza, lorigine del dolore si trova, per Buddha, nei tre tipi fondamentali
di bramosia: quella dei sensi, quella delle emozioni e quella del possesso
materiale.
Nel testo Itivuttaka6 si riporta che Buddha diceva che solo la catena del
desiderio smodato a costringere luomo a vagare e ad affannarsi inutilmente in
una vita che schiava delle emozioni. Questa particolare concezione dellorigine
del dolore si lega in modo inscindibile al concetto stesso della conoscenza,
dellignoranza e della necessit di porre i sensi sotto il dominio della ragione.

Buddha era nato e cresciuto allinterno della tradizione induista e gran parte delle
sue conoscenze derivavano proprio da quel sistema di pensiero filosoficoreligioso.
La dottrina del dolore come frutto della bramosia prende origine dal concetto
che linduismo aveva della struttura del processo conoscitivo, del suo formarsi
nella mente umana.
Questa visione delluomo sostiene che ogni individuo formato da due realt:
la forma corporea (rupa), composta dai sensi, e la personalit propriamente detta
(nama), che determinata dal modo in cui agiscono i sensi.
Il termine sanscrito nama-rupa significa nome e forma e sta a indicare il
mondo terreno in cui si trovano effettivamente nomi e forme che si presentano con
la consistenza di maya (illusione).
Si tratta di un modo estremamente concreto di concepire lintera esistenza
umana, che risulta essere quindi definita attraverso lesperienza personale dei
sensi.
Buddha riprende questo particolare modo di concepire lintera vita, vista
come una successione di esperienze concrete.
Secondo questa dottrina, ogni uomo formato da Cinque aggregati: forma
corporea, sentimento, percezione, reazioni emotive e coscienza.7
Si tratta di un processo che opera attraverso una catena di cause collegate e la
cui formulazione stata definita dottrina dellOriginazione dipendente,8 cui
Buddha stesso diede una grande importanza sostenendo che questa dottrina

contiene lessenza del suo insegnamento. Secondo questa dottrina il dolore il


frutto di un processo mentale che opera allinterno degli individui e la cui radice
costituita dallignoranza, primo anello della catena causale.
La successione delle cause prevede che lignoranza produca lesistenza
emotiva (la forma pi bassa dellesistenza) caratterizzata dal desiderio che
genera, prima, la dipendenza, e poi tutto linsieme degli elementi che producono
la sofferenza.
Questa una sintesi estrema della dottrina, perch la successione espressa da
Buddha stata riportata in forme altamente complesse e poco comprensibili, al
punto che, nei secoli passati, molti maestri buddhisti hanno avvertito il bisogno di
organizzare lesposizione di quanto contenuto nella formula completa. Di qui
prende lavvio uno dei possibili equivoci, anzi forse quello fondamentale: in
questa operazione di sistematizzazione, infatti, molti hanno ritenuto che la
complessa successione di cause ed effetti (molti dei quali ripetuti) potesse essere
pi facilmente comprensibile se riferita a diverse esistenze.
Di qui lidea della rinascita.

In sintesi
Per sintetizzare, diciamo che il significato della formulazione completa viene
normalmente riassunto nella seguente affermazione: la bramosia fonte di dolore
e lignoranza (non conoscenza di se stessi) causa della bramosia.
Fino a che i sensi non vengano messi sotto lo stretto controllo della ragione

essi corrono alla ricerca di ci che li soddisfa, creando desiderio e attaccamento.


Infatti, quando Buddha parla della formazione di morte, vecchiaia, ecc.,
sostenendo che luomo pu liberarsi da queste forme di sofferenza, non si
riferisce alla loro realt oggettiva inevitabile bens allo stato emotivo che
determinano, perch era ovvio anche per lui che nessuno pu liberarsi
dallinvecchiamento e dalla morte del corpo.
Buddha insomma predicava la liberazione dallangoscia mentale che
prodotta dallesistenza emotiva, la quale si ripete e si riproduce costantemente,
ma allinterno di una stessa vita e non come successione di vite.
Possiamo quindi dire che la causa della sofferenza va ricercata nel fatto che
lumanit si comporta in modo emotivo, cercando la gratificazione dei sensi e
determinando cos una continua ricaduta negli stadi pi bassi (emotivi) e
angosciosi dellesistenza (di questa esistenza, non di un ciclo di esistenze).
La dottrina buddhista quindi una teorizzazione del rapporto di causa-effetto
visto dal punto di vista psicologico: il tutto trae origine dallinterno delluomo,
dalla presenza o assenza di consapevolezza, cio di conoscenza del reale
funzionamento del nostro rapporto con la realt.
Per questo motivo egli sostiene che la liberazione sia possibile: non sono
richieste penitenze, rituali, atti di fede, ma ladozione di una vita illuminata
intesa come vita adulta, controllata dalla ragione.
Stiamo quindi procedendo lungo un percorso che evidenzia alcuni aspetti
fondamentali del buddhismo: la totale mancanza dinteresse per ogni

speculazione metafisica, il totale disinteresse per lesistenza di di, il totale


distacco da ogni forma di religiosit esteriore, la non affermazione dellesistenza
d i leggi universali (vedremo meglio parlando del Karma e del Nirvana),
lattribuzione di capacit salvifiche alla soggettivit individuale, la realizzazione
della liberazione in una vita, quella presente per ciascuno di noi, intesa anche
come lunica.

BREVE DIGRESSIONE

Facciamo una digressione di carattere generale, utile per chiunque si avvia lungo un
percorso di ricerca della verit e tanto pi per chi sta esaminando verit relative
alle cose ultime, a ci che avviene dopo la morte.
Ogni volta che ci si accinge allo studio dei cosiddetti testi sacri, quelli che si
ritiene contengano le verit da cui dipendono spesso le scelte di vita di miliardi di
uomini, ci si scontra sempre con le incertezze, le necessit dinterpretazione, le
tradizioni che hanno elaborato per secoli le dottrine dei maestri limpossibilit
insomma di sapere che cosa hanno veramente detto.
Basti pensare che i contenuti dei vangeli canonici vengono costantemente messi in
dubbio anche se la filologia e larcheologia contemporanea hanno ormai appurato che
ci troviamo di fronte a testi elaborati pochi decenni (in un caso forse addirittura meno

di due) dopo i fatti narrati.


Per il buddhismo siamo di fronte a testi risalenti ad alcuni secoli dopo la morte di
Gautama Siddharta e su questi ci tocca riflettere per scegliere se avviarci lungo il
difficile percorso di sperimentazione che porterebbe i pi determinati a scoprire che
esistono il Karma, il Nirvana e il ciclo di rinascite.
Di qui nascono le possibili sorprese, come quelle che troveremo parlando di
Karma e Samsara.

La Seconda nobile verit


Per riprendere il tema dopo la digressione, ricordiamo che la Seconda delle
Quattro nobili verit recita che la causa del dolore risiede nel desiderio smodato
per i piaceri dei sensi, nellattaccamento spasmodico allesistenza individuale e
alla non-esistenza.
Questa Seconda nobile verit, spiegata dallOriginazione dipendente, trova
ulteriori approfondimenti nelle dottrine del Karma e del Samsara, le pi diffuse e
conosciute nel buddhismo popolare anche perch appartenevano gi alla cultura
induista preesistente.
Va detto che i termini che le definiscono sono portatori di significati diversi.
La parola karma un termine sanscrito denotato da ben tre significati:
innanzitutto significa, etimologicamente, azione e definisce, presso le filosofie
orientali, lazione volontaria vista in correlazione con il principio di causa ed
effetto. Dipendendo dalla volont, questa azione ha un qualche valore morale,
buono o cattivo, che determina poi un premio o una punizione.
In questo senso il buddhismo, per esempio, identifica dieci azioni negative:
uccidere, rubare, tenere una cattiva condotta sessuale, mentire, calunniare, parlare
in modo sconveniente, fare della maldicenza, essere accidiosi, odiare, ingannare.
Il secondo significato del termine karma quello di legge, norma che
determina automaticamente il premio o la punizione per le azioni compiute. In
virt di questa legge universale il bene viene sempre premiato e il male sempre
punito.

Quando viene compiuta unazione non virtuosa, vengono depositati dei semi
o residui (vasana); per contro unazione virtuosa produce Karma positivo. Ne
consegue che ogni manifestazione degli esseri dotati di sensi e di emozioni
possiede una certa quantit di semi del Karma, che tengono i loro portatori
legati al ciclo del Samsara fino a che non si esauriscono grazie alle pratiche che
portano appunto alla liberazione.
Il terzo significato (legato in modo particolare alla Seconda nobile verit del
buddhismo) rimanda sempre al concetto di legge, ma la ritiene applicabile
esclusivamente agli uomini che non si sono liberati e che quindi vivono ancora nel
Samsara: individui che sono ancora schiavi del desiderio e delle emozioni.
Questa legge del Karma non ha invece alcun potere su quegli uomini che si
sono liberati (o si stanno liberando) dalla schiavit delle emozioni e sono per
questo vicini allilluminazione. Questi individui non agiscono in termini di attesa
per la ricompensa o di timore per la punizione; lunica vera ricompensa che
compete loro la pace mentale che deriva dallaver compiuto il proprio dovere
(e non si possono qui non ricordare gli ebrei per i quali, in assenza di certezze sul
dopo morte, dicono che la ricompensa delluomo giusto quella di essere
stato un uomo giusto in questa vita!).
Lunica legge che regola la vita di costoro la legge del Dharma
(Rettitudine).
La liberazione dal dolore passa dunque attraverso la liberazione dalla
bramosia: si esce cos dalla sfera dinfluenza del Karma e si entra appunto nel

Dharma. Questultimo un termine sanscrito che presso le filosofie orientali


assume vari significati: legge, legge cosmica, legge naturale, oppure il modo in
cui le cose sono.
Secondo il Dharma tutte le azioni producono semi (positivi o negativi) e
lunico modo per ottenere la liberazione vivere in armonia con lOrdine
universale.
In questo modo si esce dal Samsara. Questo termine, a volte rappresentato con
una ruota, indica il ciclo della vita, una sorta di vagabondare senza meta o ancora
il fluttuare di un sughero trasportato dalle onde.
Gli uomini che vi si trovano sono mossi dagli oggetti che producono piacere
per i sensi e le loro vite ruotano continuamente attorno a questi; si legge nel testo
Itivuttaka: In verit, o monaci, gli esseri errano pieni di affanni nel corso
dellesistenza legati dalla catena della bramosia.
Questo continuo ritorno determinato dal legame richiama immediatamente il
concetto di rinascita.
NellIndia il termine rinascita, o meglio reincarnazione, aveva un
significato fisico, riferito perci alle esistenze che potevano essere
successivamente sperimentate, ma aveva anche un significato morale, e si riferiva
alla successione di atteggiamenti corrotti che si presentano e ripresentano
continuamente nella mente umana.
Ma ancora una volta rileviamo che si tratta di un alternarsi di situazioni che si
ripetono pi volte nellarco di ununica vita. Per Buddha questa seconda
interpretazione era quella autentica:9

Tutte le cose sono poste in ordine dalla mente. Se luomo parla e agisce con mente impura, il dolore lo segue
come la ruota del carro segue il piede del bue che lo traina. Se luomo parla e agisce con mente pura, la gioia
lo segue come lombra che non si stacca mai da lui.

Nonostante questo continuo richiamo alla realt dei fatti, che evidenzia come il
ciclo di cadute e risalite appartenga sempre e soltanto alla vita presente, lidea
della rinascita fisica per molto diffusa nel buddhismo popolare.
Questo si spiega innanzitutto grazie ai numerosi racconti che vengono attribuiti
al Buddha, nei quali si fa riferimento a uneffettiva rinascita fisica: il libro delle
storie di Jataka contiene proprio affermazioni in tal senso e le 550 storie che vi si
raccontano hanno fatto s che venissero attribuite al Buddha stesso 550
rinascite!
La diffusione di questo concetto, per, spiegata anche dal fatto che lidea di
rinascita (non necessariamente in forma umana) era fortemente radicata in tutta la
cultura induista, in quanto era capace di dare risposta a tre domande fondamentali:
1. Perch gli esseri umani soffrono e alcuni soffrono pi di altri?
La risposta era: a causa delle vite precedenti, in quanto molto spesso non
possibile trovare una causa evidente nella vita attuale dellessere che soffre (si
pensi ai bimbi).
2.

Perch si deve fare il bene ed evitare il male? (Domanda motivata

dallevidenza che molto spesso mostra come il male sia in realt premiante:
concetto gi esaminato anche nella prima parte del libro).
La risposta era: la ricompensa sar fornita in una vita futura, perch chiaro a
tutti che spesso in questa vita non vi la tanto attesa retribuzione nei confronti
della malvagit.
3.

possibile per lessere umano raggiungere la perfezione? (Un desiderio


presente nellanimo umano che vede spesso disattese le sue aspettative).

La risposta era: il processo di perfezionamento richiede un tempo che supera la


durata di una singola vita, perch, a dispetto degli sforzi e dellimpegno, quasi
mai la perfezione desiderata viene conseguita nella vita attuale.

Pi vite o una sola vita?


Buddha affront le stesse tematiche, ma intese dare una risposta che fosse
compatibile con lesistenza di una sola vita; la sua visuale non teneva conto di
esperienze che precedessero la nascita o seguissero la morte dellindividuo.
Egli ovviamente aveva un grande rispetto per ci che il popolo credeva vero e
fu quindi attento a non distruggere secoli di tradizione, ma fu molto chiaro nella
esposizione della sua dottrina. Le azioni agiscono gi (e solo) in questa vita. Si
legge nel Dhammapada:

Non per casta o per nascita si diventa bramini. Chi che veritiero ed equo pu diventare bramino.

E nel Majjhima Nikaya:


A causa di ci che si fa si pu divenire brahmino, a causa di ci che si fa si pu divenire non brahmino. A
causa delle azioni compiute si pu diventare ladro, soldato o consigliere del re.

Egli riteneva che il problema di vite precedenti o future appartenesse solo a


persone prive dilluminazione e distruzione e che fosse addirittura un ostacolo
sul percorso della liberazione. Sempre nel Majjhima Nikaya, diceva infatti che
solo il popolo ignorante circa la vera dottrina si chiede se ha, o non ha, vissuto
altre vite nel passato. E, se pensa di averle vissute, si chiede chi era in quelle
precedenti esperienze. Ma poi si chiede anche se ne vivr ancora e chi sar in
queste eventuali vite future.
Per Buddha domande inutili e ingiustificate, poste da chi non sa.
Non solo Buddha per la pensava cos. Dice infatti un maestro buddhista
contemporaneo, Maha Thera Punnaji, che il buddhismo vero non quello del
Karma e della rinascita: il buddhismo vero non se ne occupa in quanto
sinteressa unicamente del dolore e della possibilit di farlo cessare nella vita
attuale.
Questo maestro fa notare che linsegnamento del Buddha teso a un ritorno
allequilibrio di cui ogni persona dotata in origine, ma che poi viene perso
durante linfanzia, a causa delle pulsioni emozionali. Per il maestro, il Nirvana

rappresenta la totale riconquista di questo stato e pu essere realizzato attraverso


precise tecniche psicologiche.
Per Thera Punnaji, dunque, il buddhismo una sorta di filosofia umanistica che
contiene un messaggio di speranza, una forma di pensiero che garantisce la
liberazione dalla sofferenza qui e ora, non in un ciclo di vite!
Secondo moderne teorie buddhiste ben radicate nel pensiero comune, con la
nascita in forma di animale si intende effettivamente la nascita fisica di un
qualunque animale, e la rinascita dopo la morte in una forma inferiore sarebbe
dunque il significato comune della rinascita nel mondo animale.
Al contrario, il linguaggio della dottrina rimanda a un significato diverso:
ogni volta che una persona si comporta in modo stupido, cos come farebbe un
animale, come se, proprio in quel momento, rinascesse nel mondo degli animali.
Come si pu ben comprendere, questo evento si verifica normalmente nel
corso della vita quotidiana. Sulla base di questo, infatti, una persona pu nascere
molte volte come animale anche nel corso della stessa giornata. Perci nel
linguaggio del dhamma si pu a buona ragione dire che la (ri)nascita come maiale
indica laver assunto un comportamento stupido e non il rinascere fisico in forma
suina dopo la morte!
Buddha dunque non sosteneva la dottrina della rinascita fisica; per lui il
Samsara (ciclo di ritorni) legato alla rinascita morale, su diversi livelli di
comportamento, tutti sperimentabili in questa unica vita.
In
sostanza il Samsara, nel significato pi autentico del termine,

rappresenterebbe il ciclo di rinascite dellanimale (cio la parte emotiva


inferiore) che nelluomo. Ed da questo ciclo che Buddha intendeva liberare
lumanit nel corso della sua vita.
Non sfugge quanto questa dottrina sia vicina a una delle convinzioni
fondamentali dello stoicismo greco: la vera saggezza lontana dalle illusioni
generate dai tentativi di richiamare il passato o dai condizionamenti prodotti dalla
speranza nel futuro. Passato e futuro non esistono, contano solo la volont e la
capacit si direbbe lintelligenza di vivere lunica dimensione reale del
tempo e cio il presente.
Queste affermazioni veramente sconcertanti, se poste in relazione a ci che si
crede di sapere sul buddhismo, pongono alcune riflessioni e domande:

Le illusioni non appartengono forse proprio a coloro che invitano gli altri a
liberarsene?
Non la conoscenza razionale lo strumento che ci aiuta a comprendere come la
vera dottrina del Buddha probabilmente sia ben diversa da quella diffusa con
tanta semplicistica convinzione nel mondo occidentale?
La sperimentazione che porta allannullamento della mente, in realt, non
produce forse altro risultato che restituire in forma inconscia ci che tutta la
preparazione precedente, avviata da un atto di fede nei confronti di una
dottrina ritenuta aprioristicamente vera, ha introdotto nel fedele?
Chi crede di sperimentare vite precedenti non lo fa forse perch ha scelto
prima di credere che esistano vite precedenti?

E chi ha scelto di credere, non lo ha forse fatto pensando che questa dottrina
provenga proprio dalle parole del pi grande illuminato di tutti i tempi, colui
che ha raggiunto il Nirvana?
Ma se queste sono parole che lui stesso per non ha mai detto, questa fede si
riveler unillusione?
Domande inevitabili per il destinatario del presente libro, per quel libero
pensatore desideroso di essere il fisico che osserva per comprendere e non
la particella subatomica che subisce senza sapere.10

La Terza nobile verit


Proseguiamo il nostro viaggio con lesame della dottrina del Nirvana.
Nellinduismo il Nirvana indica lannullamento dei desideri e il raggiungimento
della liberazione (moksa) dallillusione (maya) e non ha comunque quella
fondamentale importanza che riveste nel buddhismo. Nel Vinaya Pitaka si legge,
a proposito della Terza nobile verit:
Questa la Nobile verit sulla cessazione del dolore. la totale cessazione, rinuncia, abbandono del desiderio
smodato: liberazione e distacco dal desiderio smodato.

La liberazione dal dolore dunque data dallassenza di bramosia. Questa


conseguita liberazione stata normalmente identificata con il concetto di
Nirvana, che per non viene usato da Buddha nella formulazione della Nobile
verit. In effetti, nei suoi discorsi, Buddha preferiva usare il termine santi
(pace), mentre il termine nirvana (nibbana nellantico codice pli) viene usato
nel buddhismo popolare per indicare una sorta di luogo che si raggiunge dopo la
morte.
Questa trasformazione avvenuta specialmente intorno al III secolo a.C.,
quando lidea di annientarsi nel nulla del Nirvana appariva poco allettante e
portava quindi allabbandono progressivo del buddhismo da parte dei ceti
popolari.
Si rese necessario elaborare un concetto che fosse pi accettabile e allora si
riformul la dottrina introducendo lidea di una sorta di paradiso dei beati cui

avrebbero avuto accesso coloro che avessero conseguito lilluminazione. Si


cominci a parlare quindi di svarga, una salvezza celeste vista come premio per
lessersi ben comportati in questa vita.
Questa trasposizione di significato corrisponde, in un certo qual senso, a
quella che avvenuta con il concetto di regno dei cieli, o regno di Dio,
espresso dalla dottrina giudaica e da Ges stesso: il regno dei cieli divenuto un
luogo fisico da raggiungere dopo la morte, mentre in origine designava
probabilmente uno stato preciso che luomo doveva conseguire gi in vita
(sempre che gli si voglia attribuire un significato spirituale e non intenderlo come
laffermazione storica di un nuovo e concreto regno messianico).

Il passaggio dal Samsara al Nirvana


Nel testo Anguttara Nikaya11 scritto che il dolore, il suo inizio, la sua
cessazione si trovano nel corpo e nelle sue percezioni. Non ha esistenza separata
dunque dal modo in cui luomo lo vive. Il dolore e la liberazione da esso sono
quindi intesi in riferimento alla vita attuale e linterpretazione del Nirvana come
un luogo da raggiungere dopo la morte frutto quindi (almeno cos pare) di
uninterpretazione errata del pensiero di Buddha.
In effetti il termine nirvana indicava il raffreddamento di una qualsiasi cosa
che fosse divenuta calda. Nel pensiero buddhista la passione era considerata
come una sorta di febbre (riscaldamento, dunque) che andava raffreddata; infatti

lobiettivo del Nirvana consisteva, in origine, nel tentare di ristabilire buone


condizioni proprio allinterno della vita presente. Si legge nel Vinaya Pitaka:
Tutto brucia, tutto in fiamme []. Locchio brucia [] il provare piacere e dolore provoca un fuoco che
brucia [] queste cose bruciano nel fuoco del desiderio.

Buddha chiamava samsara questo tipo di vita nel quale brucia un fuoco
continuamente alimentato dalle passioni, un fuoco che consuma gli uomini nelle
fiamme della sofferenza. Mentre nirvana era la vita calma, raffreddata.
Questi due termini identificano quindi due stati, due modi diversi di essere,
attribuibili alla stessa vita; due modelli di comportamento che la singola persona
pu scegliere di seguire nellambito della sua unica esistenza.
Il passaggio dalluno allaltro avviene quando il singolo acquisisce
consapevolezza della realt dellesistenza e del dolore: la libert giunge quando
non si pi schiavi del desiderio.
Questa liberazione giunge attraverso un lungo processo che prevede una
successione di atti tesi a spezzare le corde (Buddha parla di dieci legami12 che
tengono legato luomo; il processo prevede unalternanza di avanzamenti e
regressioni, per cui si concepisce anche la definizione di colui che ritorna e di
colui che non ritorna, intendendo identificare con questultima luomo che ha
definitivamente passato la sponda, avendo spezzato per sempre i legami che lo
tenevano incatenato al ciclo del Samsara.13
Colui che ritorna quindi non colui che rinasce in una nuova vita dopo la
morte, ma semplicemente chi torna a essere bloccato dalle catene del legame

precedente da cui non si ancora definitivamente liberato.


Il passaggio dal Samsara al Nirvana non altro quindi che il processo di
maturazione dellindividuo che mantiene la sua individualit.
Dice il maestro buddhista Piyadassi Thera che Nirvana non significa negazione
o annullamento dellio. Un illuminato che abbia raggiunto il Nirvana libero dal
desiderio, ma questo non significa che egli abbia annullato il suo io.
Il Nirvana insomma pone fine allesistenza emotiva, ma non allio: chi ha
raggiunto il Nirvana continua a vivere nella sua individualit.
I l totale disinteresse di Buddha per ci che succede dopo la morte
direttamente legato alla necessit di non avere alcun legame con qualsivoglia
forma di attaccamento: chi si pre-occupa troppo circa il post mortem manifesta un
attaccamento che lo tiene legato al Samsara e che gli impedisce di divenire una
persona matura in questa vita.
Il passaggio dal Samsara al Nirvana quindi un passaggio da uno stato di
consapevolezza a un altro: si passa da una consapevolezza emotiva a una
consapevolezza completamente intellettuale.
La migliore definizione del Nirvana sarebbe quindi quella di maturit ideale
delluomo, salute mentale: uno stadio della vita in cui i sensi e le emozioni
sono sotto il controllo della ragione mentre in genere avviene il contrario; di
norma la vita infatti condizionata dalle emozioni ed quindi animalesca,
infantile, priva di disciplina; un atteggiamento che Buddha definiva avidya, cio
ignoranza; mentre il Nirvana conoscenza della realt.14

La vita in stato di Nirvana caratterizzata da gioia e pace interiore, in quanto


si vive in buona salute, si liberi dallodio e dai condizionamenti delle emozioni;
il Nirvana insomma rappresenta la felicit perfetta, la massima beatitudine.
A riprova di quanto si sta affermando in questo testo circa la difficolt di avere
una vera conoscenza delle dottrine che costituiscono la base di gran parte della
fede che in Occidente si sviluppata nei confronti delle dottrine orientali, va
detto anche che per le scuole mahayana, madhyamika e cittamatra, non vi
distinzione tra Samsara e Nirvana.
Secondo Nagarjuna (monaco buddhista del II-III secolo d.C., uno dei grandi
saggi della scuola mahayana), non vi la minima differenza fra questi due stadi
dellessere. Nel Mulaadhyamaka Karika, Nagarjuna dice che Nirvana :
pacificazione di tutte le percezioni oggettive, pacificazione di ogni illusione []. Quale sia il limite del Nirvana,
quello il limite dellesistenza ciclica. Non c la pi lieve differenza fra loro.

E sostiene addirittura che nessun Dharma mai stato insegnato dal Buddha in
nessun tempo, in nessun luogo, a nessuna persona [!!].
Insomma pare proprio che gli oggetti del credere siano diversi e che ognuno
scelga tra di essi quello che pi ama, preferisce o lo gratifica.
In ogni caso, continuiamo a supporre che ci siano differenze oggettive tra
Samsara e Nirvana e proseguiamo chiedendoci: Come si raggiunge il Nirvana?.

La Quarta Nobile verit:


il nobile ottuplice sentiero
Il Nirvana si raggiunge con lapplicazione della pi importante delle Quattro
nobili verit: la quarta, la via che porta alla cessazione del dolore, il Nobile
ottuplice sentiero, composto da:

Retta visione,
Retto pensare,
Retto parlare,
Retto agire,
Retto modo di sostentarsi,
Retto sforzo,
Retta concentrazione,
Retta meditazione.

Questi atteggiamenti sono anche conosciuti come gli Otto raggi della ruota della
dottrina: purezza di fede, purezza di volont, purezza di linguaggio, purezza
dazione, purezza di vita, purezza di applicazione, purezza di memoria, purezza di
meditazione.
Dice Buddha nel Dhammacakkappavattana Sutta:
E che cos questo sentiero di mezzo che produce la visione e la conoscenza, che conduce alla calma, alla
perfetta conoscenza, al perfetto risveglio, al Nirvana? Esso il Nobile ottuplice sentiero.

Il messaggio fondamentale dellOttuplice sentiero si pu sintetizzare e


parafrasare cos: Considera la vita nel modo giusto, realizza e mantieni il
distacco, parla in modo giusto, agisci secondo giustizia, guadagnati da vivere
onestamente, coltiva solo buoni pensieri, sii sempre consapevole di quello che
stai facendo, abitua la tua mente alla quiete e alla riflessione.

1. Retta visione
La prima delle otto affermazioni va analizzata in modo speciale, in quanto da essa
dipendono alcune delle interpretazioni pi diffuse e forse meno corrette del
pensiero buddhista: la Retta visione, cio il giusto modo di vedere la realt
dellesistenza.
Buddha analizza il modo di vivere degli uomini e ne ricava una sorta di
formula molto breve, costituita da sole tre parole: anicca, dukkha, anatta
(impermanenza, dolore e inconsistenza del s).
Le prime due definizioni sono sempre state di facile interpretazione. Quando si
parla di impermanenza (anicca), transitoriet, non ci si riferisce alla ovvia
considerazione che il cambiamento inerente a ogni fenomeno, che la vita passa e
va (chiunque lo comprende facilmente), bens alla natura fugace dei piaceriemozioni che gli uomini cercano.
N e l Satjpatthana Suttanta Buddha descrive linsieme dellesperienza che
conduce alla consapevolezza dellimpermanenza del tutto, quando sottolinea che
colui che medita osserva il fenomeno del sorgere, osserva il fenomeno del

passare, osserva il fenomeno del sorgere e del passare.


Questa transitoriet produce il dolore (dukkha) che costituisce un tratto
fondamentale dellessere: Buddha afferma che una vita dominata dalle emozioni
in realt una vita segnata da una sofferenza intrinseca, soprattutto se le
soddisfazioni-emozioni ricercate appartengono alla qualit inferiore tra quelle
esistenti.
Lultimo termine, anatta, invece il pi difficile da definire, perch il suo
significato presenta delle varianti che hanno determinato nei secoli diverse
interpretazioni da parte delle varie scuole buddhiste.
Anatta deriva dallaggiunta del prefisso a- al termine atta e significa
non-atta, assenza di atta. La parola atta poi ha due significati fondamentali: in
quello pi diffuso e popolare equivale a s, se stesso, ciascuno e possiede
anche il valore di aggettivo (in questo caso anatta significherebbe non di se
stesso). Secondo gli studiosi dei codici pli15 la parola atta viene usata
soprattutto con questultimo valore.
Un altro uso del termine, invece, diffuso in ambito che potremmo definire
metafisico, e rimanda al concetto di anima, individualit, s inteso come
unit di corpo e anima: da questa complessit sono nati, in ambito buddhista,
diversi sistemi filosofici differenti.
Non dimentichiamo per che noi ci stiamo occupando qui dellidea di
rinascita e allora ci che ci interessa rilevare che Buddha us il termine
anatta non per descrivere la struttura intima delluomo, ma per indicare una
forma di vita inferiore, ignobile, indegna di essere vissuta: in altri termini il

Samsara (il ciclo animalesco, basso, soggetto alle emozioni, non controllato dalla
ragione).
In realt, tutti e tre i vocaboli sopra indicati (anicca, dukkha e anatta) sono
stati utilizzati da Gautama per definire le condizioni proprie della vita vissuta
allinterno del Samsara.
Il livello pi alto, quello cui bisogna tendere, invece il Nirvana.
Dunque Buddha non si pose il problema dellesistenza dellanima, della
sopravvivenza, dellimmortalit, della prosecuzione della vita, della rinascita in
vite future, ecc., ma esclusivamente del raggiungimento del livello massimo
possibile nel corso dellesistenza.
Inoltre, la ricerca individuale del Nirvana (il livello pi alto) fa comprendere
come Buddha non negasse limportanza dellindividualit, ma anzi laffermasse,
attribuendole potenzialit e responsabilit precise: proprio lindividuo che
decide e determina la sua posizione allinterno del ciclo vitale, la sua possibilit
di vivere una vita matura o infantile, di conseguire cio il Nirvana o di rimanere
schiavo del Samsara.
Nel famoso sermone sul significato del non-io (contenuto nel Vinaya Pitaka)
Buddha afferma:
Il sapiente e nobile discepolo sviluppa un disprezzo per il corpo, per il sentimento, per la percezione, per le
reazioni emotive []. Grazie a questo disprezzo [] comprende che la rinascita conclusa, la vita pura
stata raggiunta.

Inoltre sostiene che ci che non sotto il nostro controllo impermanente,

doloroso, insomma non ci appartiene ed necessario che sia quindi realmente


conosciuto nella sua vera natura, cos da consentirci di distinguere tra ci che
veramente nostro e ci che non lo , e soprattutto non ci rappresenta.
Si noti che il termine rinascita va inteso come gi specificato: rinascere in
questa vita in una forma di esistenza inferiore, ritornare ancora sulla sponda di
partenza del fiume.
In sostanza, la vita quotidiana di chi aveva raggiunto il Nirvana era
caratterizzata dal dominio della ragione, non dellemozione. Nel suo Sermone,
Buddha sostiene che la vita dominata dallemozione non pu essere considerata il
reale io perch non sotto il controllo della ragione e dunque non soggetta
alla capacit dimporsi delluomo che, in quella situazione, deve invece subire
passivamente.
Questo fa dire agli studiosi dei codici pli che il termine anatta a differenza
di quanto affermato dalle tradizioni pi conosciute significa in realt non di se
stesso in quanto non sotto il controllo della ragione o anche non autonomo, non
libero.
Ne consegue che la negazione dellio sostenuta da diverse tradizioni e da
gran parte del buddhismo moderno occidentale nasce da unerrata
interpretazione di questo termine: Buddha non si riferisce allio inteso come
entit, ma come modo di essere (Samsara), come scelta di vita. Ed questa che va
negata, non lindividualit che, anzi, con la ragione, la responsabile del livello
nel quale ognuno si pone (Samsara o Nirvana).
Buddha invita quindi ad agire per liberarsi non gi dalla propria

individualit, ma dal modo di vivere secondo una scala di valori bassi,


animaleschi, emozionali, che deve essere assolutamente abbandonata per
raggiungere la vera emancipazione, lilluminazione, il Nirvana.
Con la dottrina dellanatta, Gautama ha inteso dimostrare che lo stato di
maturit di colui che ha superato i comportamenti infantili e ha raggiunto la vera
grandezza si trova l dove la ragione non schiava delle emozioni e del piacere
dei sensi.
Retta visione dunque comprendere questo , la vera realt dellesistenza che
va cercata e conseguita ponendola sotto il controllo della ragione.
Dopo la Retta visione, lOttuplice sentiero, la via che conduce al Nirvana qui
e ora, contiene altre sette indicazioni.

2. Retto pensare
Il Retto pensare (come si legge nel Majjhima Nikaya) si riferisce ai desideri e
alle aspirazioni interiori e ci ricorda che bisogna consapevolmente nutrire
pensieri di rinuncia, pensieri di buona disposizione, pensieri di protezione o
compassione.
L a rinuncia si riferisce alla necessit di annullare il desiderio smodato,
lavidit, e rappresenta quindi la massima espressione del controllo di se stessi.
La protezione richiede che ogni individuo produca pensieri di benevolenza da
destinare a tutti gli uomini, anche ai nemici.
L a compassione forse la virt fondamentale dellintero insegnamento

buddhista e richiede la capacit di nutrire sentimenti amorevoli alla vista della


sofferenza altrui.
Retto pensare dunque controllo di se stessi, amore per il prossimo e
conseguente retto decidere.

3. Retto parlare
Questa indicazione segue ovviamente la precedente: un Retto pensare (secondo il
Majjhima Nikaya) deve determinare la capacit di evitare la menzogna, la
maldicenza, le parole eccessivamente dure e anche i pettegolezzi.
Nel Suttanipata, Gautama spiega chiaramente il concetto, sottolineando che le
persone buone pronunciano parole nobili; le persone buone sono intelligenti e
sanno che necessario dire ci che piacevole ed evitare ci che spiacevole;
dire ci che vero senza mai mentire; pronunciare frasi che non generino rimorso
e non feriscano gli altri.
Tutto questo rappresenta la vera sostanza del Retto parlare.

4. Retto agire
Questo precetto (secondo il Majjhima Nikaya) si riferisce in particolare a tre
diversi aspetti del comportamento umano: astenersi dalluccidere, astenersi dal
rubare e astenersi da un comportamento sessuale sbagliato.
Il non uccidere ha portato poi alla necessit di definire il comportamento

delluomo in merito al consumo di carne. Buddha, nel Mahaparinirvana Sutra,


diede delle istruzioni sulla questione del vegetarianesimo sostenendo che chi
segue il Dharma autentico non dovrebbe mangiare carne.
Ma pare che (si vedano a questo proposito i testi Vinaya Pitaka e
Mahavagga), sollecitato dai suoi discepoli, abbia trovato una mediazione:
consapevole del fatto che il consumo di carne poteva essere talvolta una
necessit, prescrisse che i suoi monaci potevano consumare carne a patto che non
avessero assistito alluccisione dellanimale e che lanimale stesso non fosse
stato ucciso al solo scopo di fornire il nutrimento.
Il Retto agire improntato insomma alla necessit di tenere un
comportamento benevolo e moderato in tutti gli aspetti della vita.

5. Retto modo di sostentarsi


Questa indicazione consente una digressione di non poco conto in merito a ci che
si conosce del buddhismo in Occidente.
Buddha dedic non poco del suo insegnamento ai laici, a coloro cio che non
intendevano dedicarsi a una vita monacale. Ancora oggi esiste una sostanziale
differenza tra diverse correnti buddhiste: per la corrente mahayana, la liberazione
conseguibile da tutti, mentre la corrente theravada sostiene che, di fatto, solo chi
si dedica alla vita monacale pu raggiungere il Nirvana (questo dipende
probabilmente dal fatto che il buddhismo theravada il frutto di una trascrizione
effettuata nel corso di diversi secoli allinterno dei monasteri da parte dei monaci

che hanno rielaborato a loro uso le dottrine del Buddha).


Esempio tipico di questa dicotomia dato dal fatto che il precetto sul
sostentamento era dedicato soprattutto ai laici perch i monaci non potevano
avere mezzi propri di sussistenza e quindi linsegnamento sul modo di sostentarsi
per loro non ha, di fatto, nessun valore pratico.
Nel Majjhima Nikaya scritto mezzo di sostentamento sbagliato la truffa,
il tradimento, la divinazione, lusura e nellAnguttara Nikaya si dice che un
discepolo deve astenersi da cinque attivit: commercio di armi, di esseri viventi,
di carne, di sostanze intossicanti e di veleno, evidenziando poi che ci sono altre
professioni da evitare quali quelle del cacciatore, del pescatore e, naturalmente,
del soldato.

6. Retto sforzo
Questo precetto contiene due indicazioni fondamentali: la prima che gli obiettivi
della vita possono essere conseguiti soltanto con un impegno costante; la seconda
che per conseguire lobiettivo veramente importante (lilluminazione)
necessario nutrire con incessante costanza pensieri positivi.
Lo sforzo si concretizza in una serie di atteggiamenti che devono susseguirsi in
un ordine che, nellAnguttara Nikaya, stato cos definito: prevenire pensieri
negativi riconoscendoli come nocivi e biasimevoli; non badarvi e possibilmente
sopprimere con i denti stretti e la lingua schiacciata contro le gengive quei
pensieri negativi che sono comunque entrati; sviluppare pensieri positivi;

trattenere i pensieri positivi sviluppati.


Si tratta dindicazioni pratiche tese alla costruzione di un carattere forte,
dominato dalla ragione che analizza i pensieri e dalla volont che ne determina
lallontanamento o la formazione.
Dice il discepolo:
Anche se la pelle, i nervi, le ossa, la carne e il sangue si seccano, non rinuncer al mio sforzo finch non avr
raggiunto lo scopo con perseveranza.

Seguendo questa tecnica, infatti, la mente tornerebbe a ricomporsi nella calma e


nella tranquilla concentrazione.

7. Retta concentrazione
Il termine pli che indica questo precetto viene anche tradotto come giusta
attenzione e rappresenta, in ordine dimportanza, il secondo precetto
dellOttuplice sentiero: bisogna infatti avere una retta visone della realt e una
giusta attenzione alle sue implicazioni nella vita quotidiana.
Ne l Satipatthana Sutta (Majjhima Nikaya) Gautama chiarisce il concetto,
dicendo che bisogna avere attenzione per ci che si compie in ogni momento
(dare la massima importanza a ci che si sta facendo in ogni preciso istante:
camminare, parlare, essere seduti, lavarsi), attenzione alla realt della vita
(Retta visione) e attenzione agli impulsi interiori.
Questultima indicazione si riferisce alla necessit di esaminare lo stato della

mente nel momento in cui si fa, o si dice, qualcosa.


La strada che conduce alla vittoria passa attraverso quattro fondamenti:
rendersi conto del corpo, rendersi conto della sensazione, rendersi conto della
mente, e rendersi conto degli oggetti della mente, osservandoli con attenzione.
Lindividuo maturo deve agire in modo razionale e obiettivo, ricercando i
veri motivi che stanno allorigine dei suoi comportamenti per comprendere se sta
agendo in preda alle emozioni.
Dice ancora Gautama che la vita emotiva transitoria, per cui necessario
perseverare nella lotta con concentrazione. Questo precetto ha lo scopo di
consentire una vita liberata dalla schiavit delle emozioni, interamente vissuta
nellambito dellautocontrollo.

8. Retta meditazione
innanzitutto interessante rilevare che la meditazione solo uno degli otto
elementi che compongono il Sentiero verso il Nirvana e non neppure il pi
importante.
Il termine samadhi tradotto normalmente come meditazione, ma il suo
significato pi profondo pare in realt indicare una sorta di padronanza di s.
Descrive lunione del meditante con loggetto della meditazione; nel samadhi
colui che medita si trova in uno stato di coscienza non diviso nel quale il pensiero
si ferma e la persona mantiene la consapevolezza cosciente.
Chi padrone di s non si distrae, si controlla, mantiene la concentrazione

sugli obiettivi veramente importanti, non viene disturbato dalle vicende della
vita e si trova in uno stato di quiete e serenit.
Vipassana viene definita questa tecnica di meditazione nella quale la mente
posta nella condizione di poter riconoscere oggettivamente gli aspetti negativi per
accettarli in modo consapevole, razionale, e agire cos di conseguenza, per
realizzare il loro superamento (Nirvana).
La meditazione vipassana intende sviluppare la massima consapevolezza di
tutti gli stimoli, sia sensoriali che mentali. La tecnica espressamente insegnata
dal Buddha nel Satipatthanasutta (Discorso sui fondamenti della presenza
mentale) e prevede una successione di vari momenti:

contemplazione del corpo (respiro, posizioni, azioni, parti, elementi);


contemplazione delle sensazioni;
contemplazione della mente;
contemplazione degli oggetti mentali;
contemplazione del cimitero, in cui il discepolo viene invitato a osservare nei
minimi, pi macabri particolari i cadaveri, le carcasse abbandonate, e a
riflettere sul fatto che anche il suo corpo ha la stessa natura e lo stesso destino
di quel cadavere, e non pu evitarlo.

Si rileva qui un curioso parallelismo con un certo pensiero cristiano medievale


presente sia nella letteratura sia nelle rappresentazioni pittoriche.

Breve, parziale conclusione


Questa sintetica e libera rivisitazione delle dottrine cos come risultano dagli
studi degli specialisti dei codici in lingua pli ci porta a considerare come la
dottrina espressa da Buddha possa avere una chiave di lettura forse meno
affascinante e misterica di quella comunemente presentata, ma certamente pi
pratica, concreta, e praticabile senza la necessit di atteggiamenti di
accettazione fideistica.
Potremmo riassumere cos il pensiero e linsegnamento del Buddha:
la vita dolore;

il dolore ha la sua origine nei comportamenti delluomo e deriva dalle


emozioni e dai desideri incontrollati;
ogni uomo ha per la possibilit di arrivare a vivere una vita libera e serena;
la via rappresentata dallOttuplice sentiero.
La liberazione avviene in questa vita, che ha la probabilit di essere anche
lunica.
Quindi, nessuna rinascita o reincarnazione!
Ancora dubbi, dunque, che fanno serenamente proseguire il libero pensatore
nel suo costruttivo percorso di ricerca.

1 La successione espositiva di parte dei contenuti di questo capitolo si basa sugli studi di Antony Fernando e
Leonard Swidler pubblicati in Introduzione al buddhismo. Paralleli con letica ebraico-cristiana (EDB,
Bologna 1992), un testo che ha finalit diverse dal presente scritto, ma a cui si rimanda per affrontare un esame
pi approfondito della materia.
2 Si veda lAppendice 4.
3 Si veda lAppendice 4.
4 Si veda oltre, pp. 116 e sgg.
5 Si veda lAppendice 1.
6 Si veda lAppendice 4.
7 Si veda lAppendice 1.
8 Si veda lAppendice 2.
9 Dhammapada; si veda lAppendice 4.
10 A questo proposito si vedano i risultati dellapplicazione delle neuroscienze alla biologia del pensiero e dei
fenomeni mistico-religiosi in: S. dAquili e A.B. Newberg, The Mystical Mind. Probing the Biology of
Religious Experience, Fortress Press, Minneapolis 1999; E. dAquili, A.B. Newberg, V. Rause, Dio nel
cervello. La prova biologica della fede, Mondadori, Milano 2002; V. S. Ramachandran, Che cosa sappiamo
della mente, Mondadori, Milano 2006.
11 Si veda lAppendice 4.
12 Si veda lAppendice 3.
13 Si veda lAppendice 3.
14 Si veda lAppendice 6.
15 Cfr. nota 1 a p. 91.

La reincarnazione nei vangeli

Da molte parti e in molti scritti si sostiene che nei vangeli sia evidenziato in
maniera chiara e indiscutibile il pensiero di Ges in merito alla reincarnazione.
Laffermazione di questa tesi ha preso avvio nel XIX secolo a seguito della
diffusione dello spiritismo in ambito cristiano e ha conosciuto un ulteriore
sviluppo negli ultimi decenni, soprattutto in quelle correnti di pensiero che
tendono a ricercare parallelismi tra le dottrine di Cristo e la religiosit orientale.
Si sostiene quindi che nei vangeli si fa espresso riferimento alla
reincarnazione e, a riprova, si citano alcuni passi che esaminiamo qui di seguito,
leggendoli nella traduzione letterale.
Come abbiamo fatto per altri testi analizzati in precedenza, ci limitiamo qui a
prendere in esame i passi dei vangeli tralasciando volutamente la successiva
evoluzione del pensiero nei padri della chiesa e nei commentatori successivi.
Molto semplicemente, da liberi pensatori, proviamo a ragionare sulla base di
quanto leggiamo.

I passi evangelici
Il primo brano quello della guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41). Siamo a
Gerusalemme; Ges, uscito dal Tempio, incontra un uomo cieco dalla nascita e i
suoi discepoli domandano:
[] Rabb, chi ha commesso peccato, questo o i genitori suoi affinch cieco divenisse?. Rispose Ges: N
questo ha peccato n i genitori suoi. (Gv 9,2-3)

La domanda posta dai discepoli starebbe a indicare che la reincarnazione


rappresentava unopzione possibile in quanto ci si chiede:

Come potrebbe avere peccato lui visto che nato cieco? Il peccato non
dovrebbe infatti essere stato commesso necessariamente in una vita
precedente?

Innanzitutto dobbiamo considerare come linsieme di questo racconto abbia una


serie di valenze simboliche che pongono forti dubbi sulla sua autenticit.
Giovanni lo utilizza per trasmettere alcuni insegnamenti sul significato
spirituale della cecit e sul fine della venuta di Cristo che dice: In il mondo
questo sono venuto affinch i non vedenti vedano e i vedenti ciechi divengano
(Gv 9,39).
Il che farebbe supporre che, se vera la guarigione fisica, ci dovrebbero
essere trasformazioni altrettanto fisiche di vedenti in non vedenti, ma ovvio che

il significato ben altro e riguarda la conoscenza delle verit del regno di Dio.
Va infatti notato che una vicenda parallela, costituita da elementi simili,
narrata da Marco (cfr. Mc 8,22-26), ma l il miracolato non dichiarato cieco
dalla nascita.
Giovanni dunque, come in altri passi, pare arricchire gli eventi al fine di
utilizzarli per trasmettere dei messaggi riservati ai suoi lettori, probabili
esponenti colti dellambiente culturale ellenistico, cui si doveva rivolgere con
linguaggio che diremmo esoterico-iniziatico al fine di rispettare le loro
abitudini e soddisfare le loro attese.
Ma rimaniamo ancora alla letteralit del passo e ritorniamo alla risposta di
Ges: N questo ha peccato n i genitori suoi ma affinch appaiano [si
manifestino] le opere del Dio in lui (Gv 9,3).
Risponde dunque con assoluta tranquillit, senza la minima reazione nei
confronti di quella che poteva essere una domanda difficile. Per lui il problema
non sussiste, le motivazioni e le finalit sono chiare ed esulano dalla situazione
personale del miracolato, non hanno alcun legame con le sue eventuali
responsabilit personali che non hanno alcuna importanza: ci che conta
manifestare il potere di Dio.
Verrebbe da fare una considerazione non propriamente positiva sul
comportamento di un Dio che fa soffrire tutta una vita un poveretto al fine unico di
manifestare la sua potenza (ma cos dice Giovanni). In ogni caso, questa
assoluta noncuranza nei confronti della possibile necessit di dover ipotizzare la
reincarnazione e la conseguente serenit della risposta paiono riecheggiare le

parole del Buddha quando sostiene che solo il popolo ignorante si chiede se ha
vissuto vite precedenti, chi stato in quelle vite e che cosa sar nelle vite future.
I saggi, Buddha e Ges, non se ne curano.

La reincarnazione di Elia
Esiste poi un nutrito elenco di passi evangelici che vengono citati in blocco in
quanto si riferiscono tutti allo stesso evento: la presunta reincarnazione del
profeta Elia.
Matteo. La vicenda si svolge in una non meglio precisata cittadina a seguito
dellarresto di Giovanni da parte di Erode; il Battista, avendo sentito parlare
delle opere compiute da Cristo, gli invia alcuni discepoli dal carcere per chiedere
se lui quello che deve venire o se si deve ancora attendere un altro.
Ges risponde elencando gli eventi straordinari che si stanno verificando e
poi, parlando proprio del Battista dice alla folla presente:
Ma cosa siete usciti in il deserto a vedere? Canna sotto [da] vento essente agitata? [] E se volete accogliere
[comprendere] egli Elia lo stante per [quello che sta, deve] venire. (Mt 11,2-15)

Levangelista narra poi in un altro capitolo levento della trasfigurazione di Cristo


avvenuta su un alto monte e nel corso della quale si presentano Mos e il
profeta Elia.
Al termine della manifestazione straordinaria, mentre scendeva dal monte,

Ges dice ai tre apostoli che avevano assistito di non raccontare nulla a nessuno.
Allora Pietro, Giacomo e Giovanni gli chiedono:
Perch dunque gli scribi dicono che Elia deve venire prima? Egli allora rispondendo disse: Elia certo viene e
reintegrer [rimetter a posto] tutte [le cose], dico per a voi che Elia gi venne e non conobbero lui ma fecero
in [di] lui quante [cose] vollero []. Allora capirono i discepoli che circa [di] Giovanni il Battista parl [aveva
parlato] a loro. (Mt 17,1-13)

Marco. Levangelista racconta della predicazione itinerante compiuta da Ges


nella sua patria e dellinvio dei suoi discepoli per unattivit missionaria nei
villaggi della Galilea. Erode, che sente parlare di lui, e le folle che assistono ai
suoi prodigi cominciano a chiedersi da chi gli provenga tutto quel potere e chi in
realt egli sia, formulando anche ipotesi di risposta:
[] e dicevano: Giovanni il Battezzante resuscitato da morti [] altri ma [invece] dicevano: Elia . (Mc
6,14-15)

Dopo aver guarito il cieco di Betsida, Ges si sta recando a Cesarea di Filippo
e, nel corso del viaggio, chiede ai suoi discepoli:
Chi me dicono gli uomini essere?. Essi allora risposero a lui dicendo: Giovanni il Battista e altri Elia. (Mc
8,27-28)

Il seguente passo del vangelo ricalca quanto narrato da Matteo e che abbiamo gi
riportato. Anche qui, dopo essere discesi dal monte, i discepoli gli chiedono
perch gli scribi dicono che prima deve venire Elia ed egli risponde:
Elia certamente venente [venendo] primo reintegra [ristabilisce, rimette a posto] tutte [le cose] [] ma dico a

voi che e [anche] Elia venne [ venuto] e hanno fatto a lui quante [tutte le cose] hanno voluto. (Mc 9,11-13)

Questi dunque sono i brani che vengono utilizzati per dimostrare lesistenza
dellidea di reincarnazione nei vangeli.
Se infatti Giovanni o lo stesso Ges sono visti come la realizzazione del
ritorno di Elia, evidente, sostengono i favorevoli alla tesi, che la gente del
tempo e magari anche Ges stesso credeva alla reincarnazione.
Era infatti opinione diffusa presso gli ebrei che il ristabilimento definitivo del
regno di Dio sulla Terra dovesse essere preceduto dal ritorno del profeta Elia.
Questi brani evangelici farebbero dunque ritenere che gli ebrei del tempo
credevano nella possibile reincarnazione di Elia in Giovanni Battista o magari
nello stesso Ges.
Le cose per stanno proprio cos? Daremo la risposta, non prima di aver
ricordato che lo stesso Battista a negare di essere Elia . Nel vangelo di
Giovanni si legge infatti chiaramente:
E chiesero a lui: Chi allora [sei]? Tu Elia sei?. E dice: Non sono []. (Gv 1,21)

Ma questo di per s non sarebbe sufficiente a confutare una tesi che appare cos
chiaramente comprovata dalle affermazioni che la folla fa circa la possibile
identificazione tra il Battista ed Elia reincarnato in lui.
Lelemento vero, concreto, che pone fine a ogni possibile ipotesi
reincarnazionista in questi passi dei vangeli la seguente: Elia non pu essersi
reincarnato per un motivo che ha una valenza incontestabile: non mai morto!!!

E questo gli ebrei, conoscitori delle scritture, lo sapevano molto bene.

Ancora Elia
La vita e lattivit profetica di Elia sono narrate nei due libri dei Re.
Il momento della sua vita che concerne il tema in questione rappresentato
dallultima fase della sua vita terrena.
Nel secondo capitolo del libro II dei Re, Elia e il suo giovane discepolo
Eliseo partono da Galgala, in [quando] far salire [stava per sollevare] Jahweh
Elia in [con] la tempesta; scendono poi a Betel dove incontrano dei discepoli
che si dimostrano a conoscenza di quanto sta per avvenire, infatti dicono a Eliseo:
Sai che il giorno [oggi] Jahweh prendente [prender] signore tuo da su [sopra]
testa tua? E disse [rispose]: Anche io so, fate silenzio.
Sanno dunque che cosa (sollevamento) e quando (quel giorno) deve avvenire.
Scendono poi a Gerico e anche l trovano altri discepoli informati di quanto
era in preparazione, cio il rapimento di Elia su un carro celeste; anche a Gerico
si ripete il dialogo con la domanda e la risposta gi viste.
I due ripartono in direzione del Giordano, seguiti da cinquanta discepoli che
assistono poi da lontano allevento straordinario, ampiamente annunciato e da tutti
conosciuto.
Elia ed Eliseo attraversano il fiume e parlano tra di loro: [] ed ecco carro
di fuoco e cavalli di fuoco separarono [si interposero] tra due loro e sal Elia in
[con] la tempesta [a] i cieli (2Re 2,11).
Elia viene dunque sollevato in cielo, vivo, da un carro di fuoco mosso da
cavalli di fuoco, che sinterpone tra i due.

Che si tratti di un vero innalzamento fisico poi confermato dai versetti


successivi, nei quali si narra ci che fece Eliseo quando guardante [] non vide
pi lui (2Re 2,12), ma soprattutto quando si racconta che i cinquanta discepoli
vollero assolutamente andare a cercare Elia perch dicevano forse ha portato
[sollevato] lui vento [spirito??] di Jahweh e ha gettato lui su uno di i monti o in
una di le valli (2Re 2,16), dimostrando cos che si riferivano a un vero e proprio
allontanamento fisico del profeta che avrebbe poi potuto essere addirittura stato
abbandonato da qualche parte.
La ricerca diede per esito negativo: Elia era scomparso definitivamente nei
cieli.
La vicenda terrena del profeta termina dunque con questo viaggio fatto da vivo
sul carro di fuoco di Jahweh, uno degli Elohim.
Pertanto quello che gli ebrei attendevano era il ritorno di un profeta che era
stato portato via da un oggetto celeste e che, probabilmente con le stesse modalit,
si sarebbe ripresentato per preparare linstaurazione definitiva del regno di Dio.
Non si ha morte e non si ha quindi reincarnazione, rinascita e neppure
resurrezione

e infine il Cristo
Fin qui abbiamo esaminato e verificato linconsistenza delle prove pi
significative portate a supporto della tesi reincarnazionista, ma non dobbiamo
dimenticare che Cristo stesso a negarne la possibilit in modo evidente e non
contestabile.
Riprendiamo il passo (cfr. Mc 12,18-27), gi citato nel capitolo dedicato alla
resurrezione, in cui i sadducei pongono a Ges una domanda capziosa: gli
chiedono di chi sar moglie, dopo la resurrezione, una donna che in questa vita, in
ottemperanza a una precisa legge mosaica, abbia sposato in successione ben sette
fratelli. Ges risponde testualmente: Quando infatti da morti si alzano non si
ammogliano n si maritano ma sono come angeli in i cieli (Mc 12,25).
Questo dunque ci che pensa e afferma chiaramente Ges Cristo: dopo la
morte ci sar una sorta di non meglio identificata vita angelica.

Contraddizioni, tesi fantasiose,


domande e curiose esperienze

Le incertezze derivanti dalle tante possibili interpretazioni e dottrine non


finiscono qui: unulteriore conferma della quantit di dubbi intorno alla dottrina
della reincarnazione/rinascita si trovano leggendo nel Mahabarata una serie di
affermazioni che paiono sconcertanti, se si pensa a quanto si ritiene di sapere
sulla elevata spiritualit del pensiero orientale
Quando sei in basso cerca di sollevarti ricorrendo sia ad azioni pie sia ad azioni crudeli. Prima di essere morale
cerca di essere forte.

E inoltre:
Il potere superiore al diritto. Il diritto viene dal potere: il diritto ha il suo sostegno nel potere. Il diritto nelle
mani del forte []. Tutto ci che viene dal forte puro.

E ancora:

Se gli altri ti crederanno mite ti disprezzeranno. Quando viene perci il momento di essere crudele sii crudele.

E infine:
Non temere gli effetti del Karma e affidati alla tua forza stessa. Nessuno ha mai verificato in questo mondo
quali siano i frutti delle buone azioni o delle cattive azioni. Quindi cerca di essere forte perch il forte padrone
di tutte le cose.

Di fronte a tanta variet di affermazioni anche palesemente contrastanti, come pu


un libero pensatore non continuare a porsi delle domande?
La liberazione dal ciclo del Samsara esclusivamente un fatto individuale
(come sostiene il buddhismo hinayana) o come una sorta di grande veicolo
destinato a tutta lumanit (come ritiene la corrente mahayana)?
Gli orientali sostengono che la salvezza possibile anche grazie allintervento
del Bodhisattva che si fa carico dei debiti karmici di un individuo, consentendogli
di evitare la necessit di ulteriori reincarnazioni. Ma, ci chiediamo:
Il Bodhisattva un essere che sta per raggiungere la buddhit (come sostiene la
corrente hinayana) oppure un essere che non sperimenta la vera
illuminazione del Buddha e rimane, per scelta, sul limite, sapendo che il ciclo
degli eoni non finir mai e che quindi il suo voto di non raggiungere il Nirvana
sino a quando non si siano salvati tutti gli uomini in realt il voto di
rimanere per sempre quello che in quel momento (come vuole il buddhismo
mahayana)?
Nellimpermanenza del non-s (Anatman che rinasce) che cos che identifica

lindividualit del Bodhisattva nelle sue rinascite?


Paramahansa Yogananda1 narra lincontro avvenuto nel 1936, in un albergo di
Bombay, con il suo maestro Sri Yukteswar, risorto dai morti.
Yogananda chiede: Ma siete proprio voi, Maestro? e Yukteswar risponde:2
S, figlio mio, sono lo stesso. Questo un corpo di carne e ossa []. Dagli atomi cosmici ho creato un corpo
completamente nuovo [] e poi prosegue sempre il Maestro risorto: Il mio nuovo corpo una copia perfetta
dellantico. Materializzo e dissolvo questa forma a volont [] con istantanea disintegrazione adesso mi sposto
per luce-espresso da un pianeta allaltro o per meglio dire dal cosmo causale a quello astrale o a quello fisico.

Nel racconto, questa entit sostiene di essere incaricata da Dio di occuparsi di


altri esseri e si pone come unindividualit precisa, in assoluta continuit con ci
che stato in precedenza: queste caratteristiche la farebbero definire come un
vero e proprio Ego personale che, dotato di volont, si differenzia da ogni altro e
agisce come tale.
Seguendo Yogananda quindi torneremmo a un concetto di reincarnazione che
riguarda lindividualit personale di ciascun uomo e che presenta non poche,
curiose similitudini con la resurrezione cristiana.

Le esperienze personali
La confusione aumenta se si pensa a quanto affermano coloro che vivono
esperienze di contatto con le altre dimensioni: i medium.
Qui non possiamo fare a meno di narrare esperienze personali e non abbiamo
alcun motivo per mettere in dubbio la veridicit di racconti e di contatti ai quali
abbiamo direttamente partecipato.
Nelle situazioni cui eravamo attivamente presenti abbiamo assistito a
contatti con spiriti che tecnicamente vengono definiti risolti: entit cio che
hanno raggiunto il termine della loro evoluzione; non si reincarneranno pi; non
sono definibili come dei Bodhisattva; non sono per indistinto Atman n sono
scomparsi nellAnatman; mantengono una loro precisa identit, hanno
caratteristiche individuali che li distinguono gli uni dagli altri (alcuni sono definiti
simpatici, altri meno, alcuni rigidi, altri pi disponibili, sono anche dotati di abiti,
e cos via), sono indubitabilmente sempre uguali a se stessi, si ripresentano nel
tempo con le stesse caratteristiche che li rendono sempre riconoscibili come
individui ben identificati.
Ovviamente questo tipo di esperienza aumenta la confusione, perch torna a far
pensare a una vita ultraterrena molto simile a quella descritta dal cristianesimo,
proprio quel cristianesimo che presenta tutti quegli elementi di riflessione critica
cui abbiamo dedicato la prima parte di questo lavoro.
I medium incontrati dallautore appartenevano anche ad aree culturali diverse:
uno proveniva da un percorso che si potrebbe definire tipicamente New Age,

mentre il secondo era di estrazione chiaramente cristiana.


Laspetto curioso di queste esperienze vissute che, di fronte a domande
precise, le entit che apparivano al medium di orientamento New Age erano
assolutamente reincarnazioniste mentre le entit che si presentavano al medium di
formazione cristiana negavano in modo assoluto lesistenza della reincarnazione.
Naturalmente gli incontri si sono sviluppati anche su temi diversi, ma qui
interessa dare conto di ci che stato detto dalle entit in relazione al tema di cui
ci si occupa.
Sia chiaro che la buona fede dei medium visitati non messa in dubbio; loro
credevano veramente di avere contatti, ma il confronto tra le varie fonti
dinformazione sul presunto mondo che viene dopo la morte fornisce risultati per
lo meno sconcertanti.
molto pi facile comprendere tutto ci se si ipotizza che le risposte
provenivano dal loro inconscio che, liberato dal controllo della mente, restituiva
ci che ciascuno dei due vi aveva introdotto in anni di educazione, letture,
interessi, studi, ecc.
Confusione che non disturba il libero pensatore, ma, anzi, lo spinge a
proseguire

La reincarnazione in Occidente
E chiss se confusa non era anche Elena Petrovna Blavatskij3 quando, nel 1875,
fondava la Societ teosofica ed elaborava la sua complessa dottrina della
reincarnazione, che prevede il passaggio dellentit attraverso diversi tipi di vite
condotte anche in mondi diversi: il fisico, lastrale e il mentale. Questa articolata
successione di vite regolata dal Karma, che attribuisce a ogni incarnazione un
compito che tiene conto delle esperienze precedenti.
Tra i seguaci della teosofia troviamo Annie Besant 4 che elabora ulteriormente
il concetto teosofico della reincarnazione sostenendo (allincirca come gli
gnostici) che lEgo spirituale una scintilla della monade divina e non si
differenzia nelle varie persone per cui ogni ego che si reincarna ne solo un
veicolo. Durante il processo intervengono anche i Signori del Karma, che
forniscono un modello utile a estrinsecare il Karma che deve essere elaborato e
cos si fabbrica il nuovo doppio eterico, mentre il nuovo corpo mentale e il
nuovo corpo astrale sono formati dal corpo causale, che sarebbe poi lego che si
reincarna.
ovviamente difficile comprendere quanto scritto, ma la dottrina elaborata
dalla Besant cos: anche questo un prodotto dellidea della reincarnazione e
certo non aiuta a fare chiarezza.
Forse questa confusione deriva dal fatto che la Besant univa concetti presi dal
buddhismo, dallinduismo, dalla scienza e dalla filosofia.

Altro iniziato alla teosofia fu Rudolf Steiner5 che, dopo aver abbandonato il
movimento e fondato una sua corrente iniziatica chiamata Antroposofia, diede un
nuovo originale contributo allidea della reincarnazione, legata al suo particolare
concetto relativo alla struttura delluomo costituito da nove elementi: tre
appartenenti al corpo, tre allanima e tre allo spirito, identificabili con termini
presi dallinduismo. Steiner sosteneva inoltre che la reincarnazione porta con s
alcune caratteristiche che la scienza invece attribuisce alle predisposizioni
ereditarie: acutezza dellattivit del pensiero, buona memoria, capacit artistiche,
senso morale, ecc.
A volte si ha veramente limpressione che in certi ambiti dello scibile umano
sia lecito dire tutto e il contrario di tutto. Pensatori come questi possono contare
sullapplicazione di un aspetto tipico della cultura orientale messo in rilievo dai
pi importanti studiosi (anche da quelli favorevoli alla diffusione delle dottrine
buddhiste o induiste) e che costituisce una delle differenze fondamentali rispetto
alla cultura occidentale intesa nel suo senso pi ampio. Mentre questultima, per
definizione e scelta precisa, si sottopone a una continua verifica, la cultura
orientale (come daltra parte quella religiosa occidentale) presuppone un
rapporto maestro/discepolo assolutamente acritico: in Occidente Cristo e la
Chiesa sono i depositari della verit; in Oriente al discepolo non viene chiesto di
pensare autonomamente, ma di ascoltare, ubbidire e servire il maestro, partendo
dal presupposto indiscutibile che questultimo possiede la verit e lo aiuter a
scoprirla. Addirittura, la scelta iniziale di seguire un maestro deve gi portare con
s la convinzione che egli possieda la verit!

Susrusa (obbedienza) e sraddha (fede) sono i due precetti basilari cui


deve attenersi il discepolo; desiderio di imparare e fiducia nel fatto che le
tecniche e le formule che sta per imparare contengono la verit sono gli
atteggiamenti che identificano il discepolo qualificato, ladhikarin.
Forse molti sedicenti maestri occidentali, per, utilizzano pi semplicemente
quellespediente che Friedrich Engels suggeriva a Karl Marx quando lo invitava a
essere criptico nei suoi scritti, ricordandogli che, molto spesso, meno la gente
capisce pi disposta a credere e ad accettare , pensando che, nel mistero di
concetti poco comprensibili, si nascondano chiss quali verit.
Noi certo non possiamo sapere se anche i personaggi citati si sono avvalsi di
questa tecnica, ma i liberi pensatori sono liberi anche da queste trappole e
preferiscono la limpida trasparenza didee chiaramente espresse.

LOriente critico
A volte lOriente stesso ad avanzare dubbi e critiche severe. Le pratiche del
tantra assumono caratteristiche e determinazioni assolutamente diverse, partendo
dal principio fondamentale che luomo deve progredire nella natura, grazie alla
natura, e non rifiutarla.
Queste dottrine (codificate in testi a partire dal V secolo d.C.) hanno
influenzato e condizionano tuttora gran parte del pensiero orientale: maestri tantra
hanno affermato che lo scopo della liberazione ottenuta attraverso lannullamento
nellAtman vedico o nellAnatman buddhico addirittura frutto di unidea
patologica, una distorsione prodotta da una malattia della mente (sic!). E a
sostenerlo sono degli orientali, non dei freddi razionalisti occidentali,
condizionati dalla cultura scientifica!
Il discepolo tantra si chiede infatti:
A che cosa serve la salvezza se significa assorbimento?
Chi cerca il Nirvana?
Che cosa si ottiene con moksa? (Si ottiene che lacqua si mescola allacqua,
rispondeva con una certa dose dironica sufficienza il maestro
Ramakrishna).
Ramprasad, uno dei grandi guru tantra, sosteneva: Mi piace mangiare lo
zucchero, ma non desidero diventare zucchero.

Dottrine orientali, dunque, che negano la validit di quella gran parte di


pensiero cui spesso lOccidente ha dato, e continua a dare, credito in modo
fideistico e acritico.

Dichiarazioni sorprendenti del Dalai Lama


Per ultimo vogliamo ricordare due affermazioni precise fatte dallattuale Dalai
Lama che concernono la rinascita, anzi proprio la sua stessa rinascita!
Nel corso di unintervista, Tenzin Gyatso ha detto che, se un giorno qualcuno
dovesse riuscire a dimostrare che la reincarnazione non esiste, lui non avrebbe
nulla da obiettare. E non possiamo che dargli credito, visto il rispetto e la grande
opinione che nutre nei confronti della scienza occidentale.
Certo stupisce ascoltare una simile affermazione da parte di chi sarebbe alla
sua quattordicesima rinascita e quindi dovrebbe semplicemente negare anche solo
la possibilit dipotizzare una tale dimostrazione, che lui invece non esclude a
priori.
Nellagosto del 2005, nel corso di un concilio tenutosi a Dharamshala, sede
del governo tibetano in esilio, ha parlato ai suoi monaci della tradizione di
cercare in un bambino la reincarnazione del Dalai Lama dopo la sua morte. Ha
detto:
I tempi sono cambiati, non c alcun motivo per preservare questa istituzione. Alla mia morte i monaci
dovrebbero riunirsi per nominare uno in mezzo a loro come nuovo Dalai Lama.

Pi nessuna ricerca, dunque, tra bambini potenziali Dalai Lama rinati, nessuna
premonizione, nessun segno particolare, nessun responso oracolare I monaci
sono invitati a effettuare una scelta semplice e razionale, che appare assai simile
a quella con cui i cardinali cattolici eleggono il nuovo pontefice.
Bisogna rilevare che lapertura mentale dellattuale Dalai Lama veramente
grande: con queste sue affermazioni mantiene vive tutte le possibilit, anche
quella che la dottrina della rinascita del massimo esponente del buddhismo
tibetano, elaborata dal monaco Tsong Khap nel XIII secolo d.C., possa essere
dimostrata non rispondente al vero!
Consapevole del peso e delleffetto devastante che avrebbero potuto avere
queste sue parole, ha anche aggiunto:
Mi rendo conto che i tibetani potrebbero non essere daccordo con questo metodo.

Un atteggiamento decisamente diverso, quello di Tenzin Gyatso, dalla posizione


del pontefice cattolico, che non ammette il dubbio sui contenuti della fede
cristiana in relazione al ritorno imminente di Ges e alla conseguente resurrezione
della carne. A questo proposito bisogna anche rilevare come i credenti cristiani
siano veramente encomiabili in quanto, da circa duemila anni, continuano a
rimanere fedeli a una promessa non mantenuta!
Certo difficile non cogliere nelle parole di Tenzin Gyatso un segnale,
unavvisaglia dinizio della fine di una delle tante dottrine che luomo ha
elaborato per fornire risposte ai problemi angoscianti della vita e va detto
anche per costruire sistemi di potere con il quale tenere sotto controllo intere

nazioni.
Basti pensare al sistema feudale gestito in Tibet dalle lamasterie nel corso dei
secoli e allutilizzo che stato fatto in certi periodi storici di questa fede, che si
rivelata molto utile anche agli effetti pratici nellambito di strategie politiche
internazionali (ma questa sarebbe unaltra storia e non mette conto di svilupparla
in questo testo).

La nostra piccola grande mente


Si forma cos, nel libero pensatore, la consapevolezza che forse tante incertezze,
tante contraddizioni, tante incongruenze, tante stranezze derivano proprio dal fatto
che tutto ci che proviene dallOriente (come dallOccidente, ma questo lo
ammettiamo senza difficolt) frutto della nostra piccola o grande mente di
uomini che, costantemente, alla ricerca di una fede in una qualche forma di
salvezza dallinesorabilit della morte.
1 Si veda lAppendice 5.
2 Si veda Paramahansa Yogananda, Autobiografia di uno Yogi, Astrolabio, Roma 1971.
3 Si veda lAppendice 5.
4 Si veda lAppendice 5.
5 Si veda lAppendice 5.

10

In Conclusione

Cristo e Giovanni battista non predicavano una resurrezione, ma un regno di


Dio imminente che avrebbe coinvolto i vivi.
Il cristianesimo primitivo viveva nellattesa dellimminente Parusa.
Con lapostolo Paolo la speranza viene concessa anche a coloro che erano
morti nel frattempo e che risorgeranno.
Nella prima lettera ai Corinzi la salvezza si fa universale.
Giovanni evangelista rielabora ancora a suo modo le varie tradizioni che
lhanno preceduto.
Buddha, nei codici pli, sembra escludere una rinascita che coinvolga vite
successive.
La reincarnazione prevista dallinduismo si presenta in forme variate e spesso
non compatibili le une con le altre.

Concezioni diverse in funzione di tempi ed esigenze diverse. Idee in continua


evoluzione che rispondono a particolari momenti storici e a specifiche situazioni

geografiche e culturali.
E allora, nel frattempo: agire o non agire? E come agire?

Agire o non agire?


Dopo tanti dubbi inevitabile affrontare la questione. Lincertezza blocca ogni
possibilit di decisione oppure qualcosa possibile giusto o addirittura
doveroso fare, al fine di raggiungere una meta di cos difficile identificazione?
bene non tentare di aggiungere nulla a quanto gi detto dai grandi del
passato, e allora, ci chiediamo, la risposta alla domanda potrebbe essere quella
presente nel Bhagavad Gita?
In quel libro si racconta che Arjuna chiede a Krishna (avatar di Vishn) se sia
pi giusto agire o astenersi dal farlo e Krishna risponde che nella vita
inevitabile agire, limportante non avere passione (attaccamento) per il
risultato dellazione.
E allora, nel mare della relativit in cui amiamo navigare, nelloggettiva
difficolt di scelta derivante da tutto quanto esposto, ci chiediamo:

Si possono compiere azioni senza attaccarsi a dei risultati (resurrezione,


reincarnazione) che potrebbero in realt essere unulteriore fonte dillusione e
dinganno?

Daltra parte, innegabile che si registrano notevoli difficolt nello scegliere (e


quindi nellattaccarsi a) uno degli obiettivi possibili.
La scelta sarebbe comunque sempre un atto di fede.
Non pensare al domani, a ciascun giorno basta il suo affanno sostiene Cristo nei
vangeli: forse questa indicazione significa anche che il futuro non ha necessit di
essere progettato, ma prende forma semplicemente come conseguenza del nostro
comportamento nel presente; se opero bene in questo momento probabilmente il
momento successivo porter con s le conseguenze positive del mio agire
nellistante che lo ha preceduto. Non devo quindi attaccarmi a ci che sar, ma
vivere bene lunico attimo che mi dato di vivere: quello presente.
E ancora ci domandiamo:
Quale certezza si ha nel momento in cui, messo il silenziatore alla mente, si
procede lungo la via della sperimentazione?
Che cosa succede in noi quando riteniamo di acquisire la consapevolezza di
aver dilatato la nostra coscienza nellAtman o di aver annullato il nostro nons nellAnatman o di essere entrati in contatto diretto con il nostro Dio
personale nellestasi mistica?
Situazioni diverse; ognuna nega inevitabilmente laltra, ma il risultato viene
spesso descritto come sovrapponibile

risultato vero o il prodotto di ci che noi ci attendiamo e quindi ci

creiamo?
E infine ci chiediamo:
Perch un mistico cristiano non prova mai la sensazione di annullamento nel
Nirvana o, viceversa, un buddhista non prova mai quella di contatto con un
Dio individuale?
Possibile che, nemmeno per errore, chi cerca una cosa non ne trovi mai
unaltra, visto che almeno una delle due inevitabilmente non rispondente al
vero?

Quale felicit?
Non sapendo scegliere tra le vie proposte, proviamo a scendere molto pi in
basso e pensare che, forse, quei piccoli barlumi di felicit che ci sono realmente
concessi, e la relativa possibilit di diminuire la sofferenza, possano derivare pi
semplicemente dal liberarsi della paura degli di, non aver fame, non aver sete e
non aver freddo unitamente alla consapevolezza che non esiste vita felice senza
saggezza, bellezza e giustizia. Questo dice Epicuro, e subito vengono in mente i
quattro scopi fondamentali della vita umana per gli ind:
1. artha, i beni materiali, le esigenze sostanziali;
2. kama, il piacere cercato con armonia;

3. dharma, i doveri religiosi e soprattutto morali;


4 . moksa, la liberazione derivante anche dalla consapevolezza che tutto di
compresi! illusione.
I testi della cosiddetta dottrina del trivarga (i tre primi scopi: artha, kama e
dharma) paiono appartenere per lo pi al IV secolo a.C.; Epicuro nato nel 341
a.C. ed morto intorno al 270 a.C. Ancora una volta Grecia e India sembrano
aver camminato assieme
Anche il testo del Bhagavad Gita tenta di proporre una sorta di via di
mezzo: il devoto deve evitare il forte attaccamento alla sfera dellazione (errore
compiuto dalluomo che vive disarmonicamente il rapporto con la materia) ma
deve anche evitare lerrore opposto, compiuto da chi pensa di liberarsi dagli
influssi del Karma mortificando la carne, bloccando e annullando i processi
emozionali e mentali.
Ma, come Epicuro sostiene che la felicit deriva dal conoscere i veri
piaceri (quelli degni di essere soddisfatti) e dal conoscere la vera realt degli
di (che non possono nuocere alluomo), cos il Bhagavad Gita nei capitoli 3637 sostiene che la forza redentrice consiste nella conoscenza (quella puramente
mentale: jnana-marga) perch
anche se tu fossi il peggiore dei peccatori, una volta salito sul vascello della conoscenza supererai loceano
della sofferenza. Come il fuoco che arde riduce in cenere ci che lo alimenta, cos il fuoco della conoscenza
riduce in cenere tutti i tipi di Karma.

L a conoscenza libera, insomma (il libero sentiero, il vascello della

conoscenza), quella desiderata dal lettore di questo libro, che non si stanca
mai di proseguire nel cammino di ricerca.

APPENDICI

Appendice 1

I cinque aggregati (skandha)

Il termine skandha significa aggregati, o gruppi, e si riferisce al fenomeno


dellaccumulo di fenomeni fisici e mentali simili.
1. Forma corporea (nama, rupa): il corpo fisico che contiene i sensi i quali
poi avviano e determinano le prime fasi del percorso della conoscenza.
Questo aggregato si riferisce alle cose fisiche che per non esistono
indipendentemente. La loro esistenza dipende dallincontro dei quattro
elementi (i.e. terra [solido], acqua [liquido], aria [gas] e calore [energia]).
Dunque, la materia occupa lo spazio, ed per natura vuota: essa sorge e viene
a esistere, e infine svanisce.
2. Sensazioni (vedana): il primo passo della conoscenza; sono gli effetti
prodotti dai sensi, quando vengono a contatto con suoni, odori, immagini, ecc.
3.
Percezioni (sanna): la consapevolezza delle sensazioni, la loro
concettualizzazione. La mente identifica ci che stato oggetto di sensazione e

formula un giudizio. Il senso riconosce loggetto per ci che (un rettile come
rettile, un fiore come fiore) e la mente ne definisce soggettivamente degli
aspetti: fiore piacevole, rettile repellente.
4. Formazioni karmiche (sankara): rappresenta la serie di abitudini, riflessi
inconsapevoli, complessi mentali, ricordi inconsci, reazioni automatiche, che
derivano dal nostro Karma, accumulato anche attraverso le vite precedenti.
il risultato della reazione emotiva, molto importante per Buddha che ne
evidenzi i pericoli sino ad arrivare a identificare questa reazione con il
Karma stesso.
5.
Coscienza (vinnana): rappresenta ci attraverso cui si conoscono i
fenomeni e si ha esperienza del mondo. Con questo termine si indica una sorta
di magazzino che memorizza gli aspetti e i contenuti emotivi della
conoscenza forniti dai sensi. Secondo il buddhismo theravada (diffuso in
Occidente) si tratta proprio di quella parte di noi che si trasferisce da una vita
allaltra nel processo della rinascita.
Questi aggregati si uniscono a formare ununit interdipendente alla quale
luomo si attacca nonostante essa sia soggetta a un continuo mutamento.

Appendice 2

Dottrina dellOriginazione dipendente


(Samyutta Nikaya)

Proponiamo direttamente il testo nella sua completezza:


Lignoranza produce reazioni emotive.
Le reazioni emotive si raccolgono in una memoria che contiene le sensazioni
caratterizzate da amore e odio.
La trasmissione della memoria riproduce ancora la struttura emotiva.
La struttura emotiva attiva i sensi.
Lattivit dei sensi produce contatto.
Il contatto produce i sentimenti.
I sentimenti generano bramosia.
La bramosia genera dipendenza.
La dipendenza produce ancora unaltra esistenza emotiva. Lesistenza

emotiva produce tutti gli effetti negativi cui siamo soggetti: dolore, angoscia,
invecchiamento, morte

Appendice 3

I legami e il processo di liberazione

Vengono normalmente indicati dieci legami ( samyojana), suddivisi in due


gruppi cinque legami inferiori e cinque legami superiori che incatenano
luomo al mondo del desiderio, del kama, che uno dei principali impedimenti
per il risveglio.
I legami o corde sono i seguenti:
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.

orgoglio, attaccamento allio (legame inferiore);


debolezza della mente;
attaccamento ai miti, ai riti, alle regole, alle cerimonie (legame inferiore);
attaccamento al sensuale (legame inferiore);
odio, ingiuria (legame inferiore);
attaccamento per gli oggetti materiali;
attaccamento per elementi immateriali (potere, prestigio, ecc.);
presunzione;

9. irrequietezza, affanno, dubbio (legame inferiore);


10. ignoranza.
Il processo di liberazione (attraversamento del fiume) veniva cos rappresentato:
1. Vidya (conoscenza della realt): il primo passo per luscita dal Samsara.
2. Sotapanna (colui che entra nel fiume): luomo supera i primi tre legami, ma
pu ancora essere riportato sulla sponda di partenza.
3 . Sakadagami (colui che ritorna una volta): si pu tornare una volta sola e
due dei sette legami ancora da spezzare risultano indeboliti.
4. Anagami (colui che non ritorna): non pi possibile esser riportati indietro
dalla corrente e rimangono ancora cinque legami da sciogliere.
5 . Arahat (il perfetto): luomo ha raggiunto la sponda del Nirvana e ha cos
conseguito la completa liberazione.

Appendice 4

Sintetica presentazione
dei testi citati nel libro

Anguttara Nikaya
Discorso numerico, la quarta delle sacre scritture buddhiste, le cinque nikayas,
o collezioni, del Sutta Pitaka. Questo nikaya si compone di diverse migliaia di
discorsi attribuiti al Buddha e ai suoi discepoli. I discorsi sono raccolti in undici
libri, in base al numero di dhamma.
Una simile raccolta appare nel canone buddhista cinese.

Bhagavad Gita
(Canto del Divino o Canto del Beato)
un poema sanscrito di circa settecento versi, diviso in diciotto canti, contenuto
allinterno del grande poema epico Mahbhrata.
Viene considerato un testo sacro e, nel corso dei tempi, anche divenuto tanto
conosciuto, amato e diffuso da arrivare a essere considerato una sorta di vangelo
ind. anche stato giudicato lopera letterariamente pi apprezzabile dellintera
produzione epica induista.
Il poema, pur costituendo uno dei capitoli del Mahbhra ta, ha in realt un
valore del tutto autonomo allinterno dellintera opera. Questo testo inoltre
considerato un po come lessenza di tutta la spiritualit vedica indiana, poich
racchiude il senso delle 108 Upanishad, le quali a loro volta costituiscono un
condensato dei quattro Veda.
Il protagonista una figura divina che parla in prima persona e si mostra
fornendo la possibilit di una Sua visione completa: si tratta di Krishna, avatar
(incarnazione) di Vishnu.
Lepisodio narrato nel poema si colloca nel momento in cui il guerriero Arjuna
sta per avviare una guerra che lo porta a combattere e uccidere i membri della sua
stessa famiglia. Di fronte a questa prospettiva, Arjuna si lascia prendere dallo
sconforto e chiede consigli alla divinit.
Krishna, di fronte al dubbio esposto da Arjuna circa la necessit o meno di
agire, spiega limportanza dellazione senza attaccamento al risultato e gli indica

poi le tecniche per liberarsi dal ciclo delle nascite e delle morti, e ottenere la
liberazione.

Corpus Hermeticum
Nel 1460 il monaco Leonardo di Macedonia port a Firenze, alla corte di Cosimo
de Medici, una copia manoscritta in greco del Corpus Hermeticum: unopera
composta di diciassette trattati, attribuita a Ermete Trismegisto (Ermete tre volte
grandissimo) e rappresentante la summa della cultura esoterica dellantichit.
Cosimo de Medici affid a Marsilio Ficino, umanista rinascimentale e
filosofo neoplatonico, il compito di tradurre in latino questi diciassette libri di
difficile interpretazione e che erano attribuiti a un autore che gli stessi padri della
Chiesa ritenevano fosse vissuto prima ancora di Platone.
I l Corpus Hermeticum si presenta ora come un compendio di dottrine
esoteriche formatesi in Egitto al tempo dei Tolomei (i successori di Alessandro il
Grande nei secoli IV-I a.C.) e derivanti forse da una serie di opere letterarie di
contenuto cosmogonico, astrologico ed escatologico; erano dunque testi che
contenevano i miti e i racconti dellorigine delluniverso, della nascita degli di,
della creazione delluomo e di ogni forma vivente; trasmettevano inoltre i princpi
delle dottrine concernenti le cose ultime (ta eskat, da cui il termine
escatologico), la fine cio di tutto ci che esiste.
Considerata la vastit e la complessit degli argomenti trattati, facile
immaginare che questi libri siano il prodotto delle ricerche e delle riflessioni di
una lunga teoria di studiosi, saggi, filosofi, sacerdoti e pensatori in genere. Il loro
vero autore (o redattore), infatti, sconosciuto, n si conoscono con esattezza
luoghi e tempi della loro composizione. Si pensa comunque che il lavoro

definitivo di redazione sia stato compiuto tra i secoli I e III d.C., al tempo in cui
scrivevano Paolo e gli evangelisti.

Dhammapada
Il termine in lingua pli e corrisponde al sanscrito dharmapada o udanavarga.
Tradotto spesso come cammino del Dharma, un testo del Canone buddhista
conservato nel Canone pli, nel Canone cinese e nel Canone tibetano.
costituito di 423 versetti, raccolti in 26 categorie, che la tradizione
attribuisce direttamente al Buddha.
Definito anche come il cammino della liberazione, contiene le norme e le
leggi da seguire per conseguire la liberazione dal dolore. Il termine dhamma ha
acquisito anche delle valenze di ordine metafisico, definendo gli elementi
costituivi della realt e il corpo cosmico del Buddha.
Particolarmente venerato dalla scuola theravada, il Dhammapada viene
seguito anche da molti buddhisti appartenenti a scuole mahayana ed molto
conosciuto in genere allinterno del buddhismo.

Didach
Si tratta di un testo che raccoglie gli insegnamenti del cristianesimo primitivo.
Scoperto e pubblicato per la prima volta nel 1883, suscit grande interesse e,
ovviamente, molte discussioni. Il testo pare rappresentare la dottrina insegnata da
una chiesa che non era ancora gerarchicamente costituita, ma che operava
attraverso dei predicatori itineranti che frequentavano le varie comunit
primitive: contiene una sorta di sintesi degli insegnamenti morali evangelici,
una parte di carattere pi propriamente liturgico, unulteriore sezione che tenta di
affrontare i problemi insorgenti nelle prime comunit e termina con unesortazione
a tenere alta la tensione per lattesa della nuova venuta di Cristo. Una versione
del testo stata curata da Simona Cives e Francesca Moscatelli: Didach
Dottrina dei dodici apostoli, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999.

Itivuttaka
Unopera di carattere eminentemente etico, che contiene 112 discorsi di Buddha.
Il titolo in realt la frase con cui iniziano tutti i sermoni e significa Cos stato
detto.

Majjhima Nikaya
Il Majjhima Nikaya o Discorsi di media lunghezza del Buddha il secondo di
cinque nikaya, o collezioni, nel Sutta Pitaka del Tipitaka, o triplice cesto.
Contiene 152 discorsi del Buddha e dei suoi discepoli pi importanti; questi
sermoni costituiscono un corpo completo di tutti gli aspetti degli insegnamenti del
Buddha.
Si divide in tre pannsa (mulapannasa, majjhimapannasa, uparipannasa)
formati, ciascuno, da cinquanta sutta, tranne il terzo che ne comprende
cinquantadue.
Ognuno di questi pannsa a sua volta diviso in cinque vagga(capitoli).

Poimandres
chiamato Poimandres il primo dei trattati (lgoi) che compongono il cosiddetto
Corpus Hermeticum.
Questo titolo viene comunemente tradotto come pastore di uomini e sta a
indicare la figura del Dio che interviene nella vita quotidiana con il fine di
dirigere, guidare e proteggere il gregge che, senza di lui, si sente perduto e in
balia delle forze del male.
Il Poimandres assume su di s le caratteristiche del Salvatore che gli uomini
attendono: il Nous, la Mente Suprema, il Padre che spontaneamente decide di
rivelarsi, di farsi presente al popolo dei fedeli attraverso il suo mediatore.
Dio interviene perch ama luomo (nthropos, luomo primordiale, lAdam
della Bibbia, fatto a sua immagine e somiglianza) che si macchiato di una colpa
originaria da cui dipende il suo essere divenuto mortale nel corpo: a questo uomo
quindi viene offerta la possibilit di una nuova e definitiva salvezza.
Egli deve seguire la parola del suo Pastore e percorrere cos la via che lo
porter a riunirsi con il suo Padre divino.

Udana
Il titolo significa Esclamazioni e definisce il terzo libro del Khuddaka Nikaya.
Contiene una raccolta di sutta, ciascuno dei quali termina con dei brevi versi
pronunciati dal Buddha. Ci sono ottanta sutta, sistemati in otto vagga o capitoli.

Vinaya
un termine sia sanscrito che pli, significa disciplina e indica la raccolta
scritta delle regole di condotta seguite dalle monache e dai monaci buddhisti.
Il Vinaya una delle due categorie degli insegnamenti del Buddha Shakyamuni
insieme al Dharma (dottrina). Attualmente si conoscono sette Vinaya.
1. Vinaya Theravda: si compone di 227 precetti per i monaci e 311 precetti per
le monache, conservato nel Canone pli ed suddiviso in tre parti:
Suttavibhanga, regole di comportamento fondamentali dei monaci e
delle monache;
Khandhaka, a sua volta suddiviso in Mahavagga (regole di condotta e
di etichetta per il sangha, con lintegrazione di altri discorsi e
insegnamenti del Buddha) e Cullavagga (elaborazioni sulletichetta e le
regole cui devono attenersi i monaci e le monache, unitamente alla
trattazione di come vadano affrontate le infrazioni alle regole
monastiche);
Parivara, un sunto delle regole classificate secondo diverse modalit e
a scopo didattico.
2 . Vinaya Mlasarvstivda: conservato nel Canone tibetano dove prende il
nome di Dul-ba, tradotto nellVIII secolo, costituito da tredici volumi;
suddiviso in sette parti e contiene 253 precetti per i monaci e 364 per le
monache.

Poi abbiamo il Canone cinese, che contiene cinque Vinaya delle scuole del
buddhismo dei Nikya:
3 . Cturvargya-vinaya: Quadruplici regole della disciplina (della scuola
Dharmaguptaka), tradotto in cinese nel 408, contiene 250 regole per i monaci
e 348 regole per le monache.
4. Daa-bhnavra-vinaya: Dieci suddivisioni delle regole monastiche (della
scuola Sarvstivda), tradotto nel 404, si compone di dieci libri.
5 . Pacavargika-vinaya: Quintuplici regole della disciplina (della scuola
Mahsaka), tradotto nel 423.
6 . Mahsmghika-vinaya: Grande Canone delle Regole monastiche (della
scuola Mahsmghika), portato in Cina allinizio del V secolo e tradotto nel
416.
7 . Mla-sarvstivda-vinaya-vibhanga: portato in Cina e tradotto nellVIII
secolo. Il Vinaya Mlasarvstivda conservato nel Canone tibetano
praticamente identico a quello conservato nel Canone cinese.

Vulgata
Con questo termine si indica la versione latina della Bibbia curata da san
Girolamo, segretario personale del papa Damaso, che gli commission il lavoro.
Girolamo inizi con una revisione dei quattro vangeli sul testo greco e
successivamente, trasferitosi a Betlemme, si dedic alla revisione dellAntico
Testamento, concludendo lopera nel 405. Egli, pertanto, propriamente effettu la
traduzione dei soli libri dellAntico Testamento inclusi nel Canone ebraico,
mentre per il Nuovo Testamento si dedic soltanto alla revisione dei vangeli.
Il fatto che fosse stata commissionata dal papa confer alla Vulgata un
prestigio speciale che le consent di soppiantare nel tempo le altre versioni latine,
fino a imporsi in via definitiva nellVIII secolo: il Concilio di Trento, nel 1546, la
dichiar versione ufficiale della Chiesa cattolica e fece approntare dalla Santa
Sede unedizione emendatissima, conosciuta come la Vulgata SistoClementina, o pi semplicemente Clementina, che costitu la base delle
successive traduzioni nelle varie lingue nazionali.
Il suo prestigio prosegu ininterrotto fino a che, nel 1943, Pio XII dichiar la
preferenza della Chiesa per i testi redatti nelle lingue originali, ma la sua
preminente posizione di versione ufficiale della Chiesa cattolica termin di fatto
con ladozione delle lingue cosiddette volgari nella liturgia, avvenuta a seguito
del Concilio Vaticano II.

Appendice 5

Sintetica presentazione biografica


dei personaggi citati nel libro

Annie Besant
Annie Besant nasce a Londra da famiglia irlandese appartenente alla borghesia,
nel 1847.
Allet di diciannove anni sposa Frank Besant, un pastore anglicano da cui ha
due figli. Il matrimonio per, anche a causa dei contrasti tra lo spirito autonomo
della donna e lautoritarismo del marito, si rivela un disastro e nel 1872 la Besant
lascia il marito e stringe amicizia con Charles Bradlaugh, leader della National
Secular Society, unorganizzazione che lottava per il laicismo dello stato inglese.
Annie Besant diventa promotrice di attivit che mirano allaffermazione della
giustizia sociale e si fa sostenitrice di tutte le cause che ritiene giuste come la
libert di pensiero, i diritti delle donne e dei lavoratori, il laicismo, il socialismo;

partecipa anche alla costituzione del Partito laburista britannico.


stata una scrittrice molto prolifica. Nel 1889 la Pall Mall Gazette le
chiese di scrivere una recensione di La Dottrina segreta, un libro di Helena
Petrovna Blavatskij, allora presidente della Societ teosofica. Dopo aver letto il
libro realizz unintervista con lautrice e la incontr a Parigi.
Da quellincontro inizia la sua conversione alla teosofia, a cui dar
unimpronta misticheggiante e cristianeggiante che sar causa di discussioni e
porter a lotte interne e divisioni. Diventata presidente della Societ teosofica,
nel 1893 va in India, dove la societ costituisce una sede ad Adyar, dalla quale
opera tuttora con il nome di Theosophical Society Adyar.
Nel 1909 scopre Jiddu Krishnamurti su una spiaggia vicino alla sede della
societ e si convince che il ragazzo sia la reincarnazione del Buddha. A seguito di
questo riconoscimento, Krishnamurti vivr allinterno della Societ teosofica,
staccandosene poi allet di trentaquattro anni.
Annie Besant muore ad Adyar nel 1933.

Madame Blavatskij (Helena Petrovna von Han)


Helena Petrovna von Han, poi conosciuta come Madame Blavatskij, nasce in
Ucraina il 31 agosto 1831; era figlia di un colonnello ucraino, nobile di stirpe
prussiana, e di una romanziera russa, Helena Andreevna; il nonno era un cultore
di poteri occulti.
Helena a diciassette anni sposa un generale, che aveva allora quarantotto anni
e che lei non amava. Il matrimonio termina senza mai essere stato consumato,
viene formalmente sciolto e Helena continu a portare il cognome del marito con
cui universalmente conosciuta. Si spos una seconda volta in America e anche
questo matrimonio non fu consumato.
Nel corso della sua vita fu accompagnata da diverse donne, benestanti e
aristocratiche, che erano per lei sia compagne di vita che finanziatrici.
Nel 1851 conobbe a Londra un iniziato orientale rispondente al nome di
Rajput, che le fece intraprendere la strada della teosofia.
Nel corso della sua vita fece diversi viaggi; sostenne di aver conosciuto
Garibaldi, con cui avrebbe partecipato alle battaglie di Monterotondo e di
Mentana, dove sarebbe stata ferita al torace, gettata in una fossa comune e salvata
da alcuni non ben identificati personaggi, definiti maestri.
Nel 1875 a New York fonda la Societ teosofica con Henry Steel Olcott,
William Quan Judge e altri.
Madame Blavatskij produsse alcuni scritti (tra i pi famosi: Iside svelata e La
dottrina segreta) attraverso i quali diffuse il suo pensiero sulla religione, sulla

teologia e su quel mondo esoterico che aveva conosciuto nei libri del nonno letti
nel corso della sua adolescenza.
Si stabil infine a Londra, dove mor l8 marzo 1891.
Secondo i principi teosofici tutte le religioni deriverebbero da ununica verit
divina che viene tramandata nel corso della storia da una strettissima cerchia di
iniziati, i quali rivelano solo gli aspetti comprensibili dagli uomini appartenenti al
periodo storico in cui gli iniziati si vengono di volta in volta a trovare.
La teosofia moderna frutto di un movimento religiosoesoterico che nasce nel
XVII secolo e ritiene di poter guidare luomo al conseguimento della conoscenza
esoterica del divino. Nel XIX secolo si sviluppa in un sistema sincretistico fatto
di elementi provenienti dal cristianesimo, dalle dottrine orientali, da varie
filosofie e dallo spiritismo allora molto diffuso in Occidente; afferma la
possibilit di un diretto contatto con la divinit e predica la metempsicosi.
Il testo sacro dei teosofi Il libro di Dzyan, un presunto manoscritto tibetano
molto antico, cui la Blavatskij avrebbe avuto accesso e che sarebbe servito come
base per La dottrina segreta. Secondo la teosofia il mondo soggetto a una
continua evoluzione che passa attraverso una successione di stadi intermedi tra la
materia e lo spirito; come il mondo, anche luomo cresce attraverso vari stadi che
attraversano la materia e una serie di corpi sottili variamente definiti come corpo
etereo, corpo astrale, corpo mentale, anima e infine spirito.
Il metodo della fondatrice della Societ teosofica prevedeva un forte
eclettismo e una conoscenza diretta dei testi sacri. Ma gli scritti e le affermazioni
della Blavatskij hanno suscitato moltissime riserve da parte degli studiosi che lei

stessa citava per accreditare le sue dottrine. Lo studioso di cultura indiana Max
Mller le contest di non conoscere le lingue da cui lei traeva le sue citazioni; da
altri venne accusata di plagio; secondo molti, infine, la Blavatskij era capace di
distorcere qualunque fonte pur di piegarla e adattarla alle sue idee.

Flavio Giuseppe
Nacque a Gerusalemme, nel 37 d.C. circa, da una nobile famiglia; fu educato
nellambito della tradizione ebraica ma con influssi provenienti dalle civilt
greca e latina. Ebreo osservante della Torah, vicino al movimento dei farisei,
ostile ai movimenti nazionalisti, nel 64 si rec a Roma ricavandone una forte e
positiva impressione. Durante la Prima guerra giudaica (66 d.C.), ricopriva la
carica militare di governatore della Galilea. Quando i ribelli si resero conto di
non potere pi contrastare i romani, decisero di suicidarsi: Giuseppe riusc a
rimanere vivo e si consegn ai romani. Ebbe un incontro, molto positivo per lui,
con il comandante militare Tito Flavio Vespasiano, al quale predisse che sarebbe
diventato imperatore; a seguito di questa fortunosa premonizione il futuro signore
dei romani gli risparmi la vita e Giuseppe si leg alla famiglia dellimperatore,
assumendo anche il nome della gens Flavia.
Visse poi a Roma, scrivendo opere che, se pure avevano una forte impronta
filo-romana, diffondevano anche elementi della cultura ebraica.
Il suo scritto Guerra giudaica rappresenta la principale fonte storica circa la
guerra contro Roma e contiene anche la descrizione degli ultimi giorni della
fortezza ebraica di Masada.
Nelle Antichit giudaiche vi sono anche alcuni cenni sulla figura di Ges e
importanti informazioni circa i movimenti religiosi del giudaismo del tempo.
Mor a Roma intorno al 100 d.C.

Osho (Rajneesh Chandra Mohan Jain)


Rajneesh Chandra Mohan Jain, conosciuto come Osho, nato a Cuchwada l11
dicembre 1931. Figlio di un giainista, stato il fondatore e leader del
Movimento Osho-Rajneesh, un movimento spirituale i cui seguaci sono noti
come neosannyasin (nuovi asceti).
Allet di ventun anni ebbe lesperienza dellIlluminazione, quella in cui si
raggiunge il pi alto grado di consapevolezza, il momento in cui la goccia si
fonde nelloceano, nel momento stesso in cui loceano si riversa nella goccia.
Convinto dellimportanza di ci che aveva raggiunto, volle dare a ogni individuo
la possibilit di condividere la sua esperienza. Cominci cos a viaggiare per
lIndia, organizzando incontri, convegni e predicando a migliaia di persone.
Conclusi gli studi, insegn al Sanskrit College di Raipur e negli anni Sessanta
gli fu assegnata la cattedra di Filosofia alluniversit di Jabalpur.
Nel 1970 si stabilisce a Bombay dove, nel 1971, inizia Christine Wolff, in cui
riconosce la reincarnazione del suo amore giovanile Shashi e che diventa la
compagna stabile del maestro. Nel 1971, Rajneesh assume il nome di Bhagwan
(il Benedetto o il Realizzato), titolo che implica caratteristiche pressoch
divine e che suscita grande scandalo. Crescono i seguaci occidentali, per cui
creata una comune agricola nelle vicinanze di Kailash. Nel frattempo, il clima
urbano di Bombay non giova alla salute di Rajneesh; cos, nel 1974, lintera
comunit si trasferisce in un sobborgo di Poona, dove aperto un ashram ed
fondata una Rajneesh Foundation grazie alla quale Osho pu intensificare il suo

insegnamento. Nellestate del 1981 si trasferisce negli usa, nello stato


dellOregon, dove fonda una comune chiamata Essenza di Rajneesh: riscuote
subito un grande successo fino a che, nel 1985, lintolleranza degli abitanti del
luogo ma soprattutto una successione di scandali che coinvolsero la sua
segretaria e alcuni dei suoi pi stretti collaboratori costringe Osho a lasciare
lashram: viene poi arrestato, condannato per violazioni minori della legge
sullimmigrazione, incarcerato ed espulso dagli Stati Uniti.
Deve anche superare numerosi ostacoli posti da parte delle istituzioni che non
si fanno scrupolo di utilizzare nei suoi confronti metodi decisamente drastici: si
parla di un tentativo di avvelenamento da parte della cia e si registra un vero e
proprio ostracismo da parte dei governi di ventun paesi, tra cui lItalia, che gli
negano il visto dingresso.
Ritorna in India e si stabilisce nuovamente a Poona, dove si trova il vecchio
ashram, che accoglie ancora oggi persone che vengono da tutto il mondo.
Il suo insegnamento spesso considerato come un insieme didee mutuate
dalle filosofie orientali (induismo, giainismo, buddhismo zen, taoismo), dal
pensiero occidentale (psicologia junghiana, filosofia greca, ecc.), dalla mistica
sufi e dallo zoroastrismo.
Il pensiero di Osho si rivela quindi come una sorta di sincretismo la cui
singolarit consiste nel tentativo di adattare i concetti e le pratiche delle culture
religiose, mistiche e psicologiche alle esigenze delluomo moderno, soprattutto
occidentale.
Osho afferma che il bene pi grande che possa essere concesso a un uomo sia

lilluminazione spirituale, una sorta di comprensione, non mediata dalla


razionalit, di ogni cosa di cui fatto luniverso.
Per ottenere ci occorre seguire un percorso di meditazione che, per lui, uno
stato che va oltre la mente, uno stato in cui si realizza la totale presenza di s,
caratterizzata dal silenzio interiore nel quale la mente e ogni pensiero
logicorazionale vengono trascesi.
Osho non predicava labbandono del mondo terreno per cercare rifugio in
quello spirituale, ma sosteneva la necessit di vivere la vita in maniera naturale e
consapevole.
Muore a Poona il 19 gennaio 1990: viene cremato e le sue ceneri sono raccolte
presso una lapide, dove viene scritto che Osho non mai nato, mai morto, ha
solo visitato questo Pianeta Terra.

Paramahansa Yogananda
Nato Mukunda Lal Ghosh nel 1893, da unagiata famiglia del Bengali, stato un
pensatore e mistico indiano.
Ha vissuto per la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti dAmerica,
dove divenuto famoso per aver integrato le due grandi tradizioni religiosespirituali del mondo, quella orientale e quella occidentale.
Discepolo di Swami Yukteswar Giri, nel 1915 si laurea presso lUniversit di
Calcutta, entra nellordine monastico degli Swami ricevendo il nome di Swami
Yogananda (estasi, ananda, attraverso la divina unione, yoga).
Nel 1920 viene inviato a Boston come delegato indiano al Congresso
Internazionale delle Religioni; il suo intervento riscuote un grande successo, gode
di una notevole risonanza e viene poi pubblicato con il titolo La scienza della
religione.
Sempre nel 1920 avvia la costituzione della Self-Realization Fellowship,
unorganizzazione che ha sede a Los Angeles e che si occupa della diffusione del
Kriya Yoga.
Yogananda, nel corso della sua vita, ha sviluppato la sua attivit tenendo
lezioni e conferenze in cui illustrava gli antichi precetti della filosofia indiana,
sapientemente integrati con i principi del cristianesimo, e iniziando migliaia di
persone al Kriya Yoga.
Ha compiuto anche un lungo viaggio tra lEuropa e lIndia, nel corso del quale
ha avuto modo dincontrare diverse personalit, tra cui il Mahatma Gandhi.

Fu in quel periodo che il suo guru Sri Yukteswar gli confer il pi alto titolo
monastico di Paramahansa (Cigno Supremo).
I suoi insegnamenti sono contenuti in molti suoi libri; da citare fra tutti la sua
opera pi famosa, Autobiografia di uno Yogi , una delle opere sulla filosofia
indiana pi conosciute e apprezzate in Occidente.
Yogananda mor il 7 marzo 1952 a Los Angeles, al termine di una conferenza.

Rudolf Steiner
Rudolf Steiner nato a Donji Kraljevec (nellImpero austroungarico, oggi in
Croazia) il 27 febbraio 1861.
Nel 1883 si laurea alla Technische Hochschule di Vienna, studiando
matematica, fisica e filosofia.
Nel 1888 fu invitato a lavorare come curatore negli archivi Goethe a Weimar e
nel 1891 ottenne un dottorato in filosofia alluniversit di Rostock.
Si trasfer poi a Berlino, dove divenne proprietario, redattore capo e autore
principale della rivista letteraria Magazin fr Literatur.
Nel 1899 pubblic un articolo intitolato La rivelazione segreta di Goethe, a
seguito del quale venne invitato a parlare alla Societ teosofica, divenendo poi,
su nomina di Annie Besant, responsabile della sezione tedesca. Elabor dottrine
personali cercando di sostituire idee, concetti e terminologia di Madame
Blavatskij con le proprie e soprattutto si oppose alle influenze orientali e
reincarnazioniste, sostenendo la necessit di affermare e diffondere la tradizione
esoterica occidentale.
Questa fondamentale diversit dimpostazione port alla sua uscita, nel 1912,
dalla Societ teosofica e alla fondazione, nel 1913, della Societ antroposofica,
che aveva lo scopo di portare avanti le idee della scienza dello spirito o
antroposofia.
Dal 1897 aveva intanto iniziato la sua attivit dinsegnante e conferenziere
instancabile, che lo porter a tenere pi di seimila incontri.

Steiner credeva nella possibilit di unire il pensiero scientifico moderno con


la consapevolezza di un mondo spirituale che presente in tutte le esperienze
religiose e mistiche.
Lantroposofia, come gi detto, privilegia il pensiero esoterico occidentale
piuttosto che lantico pensiero esoterico orientale, in quanto lo ritiene pi
consono alle esigenze delluomo contemporaneo. Steiner ritiene quindi che Cristo
abbia un posto rilevante nel processo di evoluzione delluomo, in quanto lessere
che si manifesta nel cristianesimo si trova anche in tutte le fedi e religioni:
lincarnazione del Cristo fu per Steiner una realt storica e un punto unico e
fondamentale nella storia umana.
Lantroposofia incoraggia insomma un pensiero illuminato, libero e lo
sviluppo della coscienza umana oltre i sensi materiali. Sostiene anche
limportanza di esternare le percezioni umane attraverso lespressione artistica,
vista come una via di conoscenza che porta a unire lo Spirituale presente
nellessere umano con lo Spirituale che nelluniverso.
Steiner muore a Dornach, in Svizzera, vicino Basilea, il 30 marzo 1925.
Steiner ha lasciato uneredit culturale e spirituale che ha prodotto diversi
effetti in vari ambiti, tra cui lagricoltura biodinamica, la medicina antroposofica,
leuritmia, larte della parola, la pedagogia (scuole waldorf ) e larchitettura
vivente.
Le conferenze e gli scritti sono raccolti in 354 volumi.
Tra i suoi libri principali, ricordiamo: La filosofia della libert, Teosofia,
LIniziazione, La scienza occulta nelle sue linee generali, La mia vita e

Calendario dellAnima (1912-13).

Appendice 6

Razionalit ed emozioni
negli studi di etologia

Lintuizione di Buddha che considera animalesca la vita condotta sotto il


controllo delle emozioni trova una sorprendente corrispondenza negli esiti di
studi condotti sul concetto di moralit presente nelle scimmie antropomorfe.
Nella sua analisi condotta sulle pubblicazioni del primato-logo ed etologo
Frans de Waal, Robert Wright, che si occupa di psicologia evoluzionistica,
sostiene che lutilizzo di un linguaggio antropomorfico applicato al
comportamento dei primati apre prospettive sulla possibilit di comprendere
aspetti importanti del comportamento umano.
Egli scrive:
Rendersi conto di come le emozioni possano condurre a un comportamento strategicamente sofisticato negli
scimpanz contribuisce a farci capire che noi esseri umani possiamo essere alla merc del dominio delle
emozioni pi di quanto ci accorgiamo []. A farci capire che i nostri giudizi morali sono colorati []
dallinteresse personale, mediato dalle emozioni.

Wright sostiene che le nostre valutazioni in ordine alla moralit possono essere
fortemente condizionate da fattori emotivi e che, se tutti fossero coscienti di
questo, lintera umanit ne trarrebbe grande vantaggio, perch luomo sarebbe
allora in grado di evitare le distorsioni prodotte dalle emozioni e di giudicare e
agire secondo razionalit.
Christine M. Korsgaard, esperta di storia della filosofia morale, interviene nel
dibattito tra i due studiosi e cita lesempio dellespressione che si usa spesso per
definire un uomo che si comporta male: di quel tale si dice che agisce come un
animale. Ebbene, la studiosa effettua un raffronto con le possibilit decisionali
dei primati e sostiene a proposito delluomo cui si attribuisce un comportamento
animalesco:
Nel dare corso al proprio impulso pi forte senza interrogarsi o riflettere, quellindividuo non riuscito a
esercitare la capacit di controllo intenzionale sui propri movimenti che fa di noi degli esseri umani.

Questa branca della scienza che studia levoluzione dei nostri comportamenti e
atteggiamenti1 sta dunque utilizzando concetti e formulando teorie che paiono
riprendere lintuizione del Buddha, quando sostiene che luomo pienamente
realizzato quello che pone la sua vita sotto il controllo della razionalit.
1 Unesauriente esposizione del tema si trova nel testo Primati e filosofi: evoluzione e moralit (Garzanti,
Milano 2008) di Frans de Waal da cui sono tratte le considerazioni e le citazioni riportate in questa Appendice
che racconta, in modo comprensibile anche per i non addetti ai lavori, i risultati dei recenti studi di Etologia,
con particolare riferimento alle loro dirette implicazioni filosofiche utili a stimolare riflessioni, e propone anche
una possibile ridefinizione del concetto stesso di essere umano in alcuni dei suoi aspetti pi specifici.

Appendice 7

Elenco delle abbreviazioni


dei Testi sacri

Antico Testamento
Pentauteco
Genesi (Gen)
Esodo (Es)
Levitico (Lv)
Numeri (Nm)
Deuteronomio (Dt)

Libri storici
Giosu (Gs)

Giudici (Gdc)
Rut (Rt)
I e II Libro di Samuele (1 e 2Sam)
I e II Libro dei Re (1 e 2Re)
I e II Libro delle Cronache o Paralipomeni (1 e 2Cr)
Esdra (Esd)
Neemia (Ne)
Tobia (Tb)
Giuditta (Gdt)
Ester (Est)
I e II Libro dei Maccabei (1 e 2Mac)

Libri poetici e sapienziali


Giobbe (Gb)
Salmi (Sal)
Proverbi (Pr)
Qoelet o Ecclesiaste (Qo o Eccle)
Cantico dei Cantici (Ct)
Sapienza (Sap)
Siracide o Ecclesiastico (Sir o Eccli)

Libri profetici: profeti maggiori


Isaia (Is)
Geremia (Ger)
Lamentazioni (Lam)
Baruc (Bar)
Ezechiele (Ez)
Daniele (Dn)

Libri profetici: profeti minori


Osea (Os)
Gioele (Gl)
Amos (Am)
Abdia (Abd)
Giona (Gn)
Michea (Mi)
Naum (Na)
Abacuc (Ab)
Sofonia (Sof)
Aggeo (Ag)
Zaccaria (Zc)
Malachia (Ml)

Nuovo Testamento
Vangeli
Matteo (Mt)
Marco (Mc)
Luca (Lc)
Giovanni (Gv)

Atti
Atti degli Apostoli (At)

Lettere
13 lettere attribuite a Paolo:
ai Romani (Rm)
I e II ai Corinzi (1 e 2Cor)
ai Galati (Gal)
agli Efesini (Ef )
ai Filippesi (Fil)
ai Colossesi (Col)
I e II ai Tessalonicesi (1 e 2Ts)

I e II a Timoteo (1 e 2Tm)
a Tito (Tt)
a Filemone (Fm)
pi la Lettera agli Ebrei (Eb), la cui attribuzione a Paolo stata contestata
fin dallantichit
7 lettere dette cattoliche:
di Giacomo (Gc)
I e II di Pietro (1 e 2Pt)
I, II e III di Giovanni (1, 2 e 3Gv)
di Giuda (Gd)

Apocalisse
Apocalisse (Ap)

Della stessa collana


Il libero sentiero

Di che cosa parla


Lo studio parallelo svolto dallautore mette in risalto i tanti elementi in comune
tra le due istituzioni. Si evidenzia cos un dato di fatto che appare innegabile: le
idee della Chiesa, le sue affermazioni e le sue indicazioni programmatiche
trovano ampia corrispondenza nella Massoneria.

A chi si rivolge
Il libro indirizzato a tutti coloro che desiderano saperne di pi, che non si
accontentano delle dichiarazioni di principio o di facciata, ma desiderano
approfondire per comprendere e scoprire che spesso la realt molto diversa da
ci che comunemente si crede.

Concetti chiave
Il concetto di laicit, la separazione dei poteri laico e religioso, affermazioni e
ripensamenti della Chiesa, le scomuniche, le dottrine religiose, i precetti morali
condivisi, la somiglianza nelle indicazioni rituali, le comuni origini nella
tradizione giudaica, i simboli della Libera Muratoria e la simbologia ebraica, ma
soprattutto le inaspettate straordinarie corrispondenze tra pensiero massonico e
dichiarazioni pubbliche di alti prelati nonch documenti ufficiali del
cattolicesimo: esortazioni apostoliche dellattuale pontefice, dottrina sociale della
Chiesa, libro-intervista di Giovanni Paolo II Varcare la soglia della speranza
Il libro si apre con un capitolo decisamente originale: un sorta di esercizio che
invita il lettore a interagire per scoprire, con sua grande sorpresa, quanto sia

spesso difficile nella realt distinguere le indicazioni fondamentali fornite dalle


due istituzioni.

Lautore
Mauro Biglino, realizzatore di numerosi prodotti multimediali di carattere storico,
culturale e didattico per importanti case editrici italiane, collaboratore di riviste,
studioso di storia delle religioni, traduttore di ebraico antico per conto delle
Edizioni San Paolo, da circa trentanni si occupa dei Testi sacri nella convinzione
che solo la conoscenza e lanalisi diretta di ci che hanno scritto gli antichi
redattori possa aiutare a comprendere veramente il pensiero religioso formulato
dallumanit nella sua storia.
Da oltre dieci anni si occupa inoltre di Massoneria, in quanto riconosciuta come
organizzazione iniziatica e simbolica che ha avuto notevole influenza nella storia
dellOccidente.