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GUERRA ?

di Silvano Borruso

Come diceva von Clausewitz (1780-1831), la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Ai suoi tempi ciò voleva dire usare il bastone quando la carota non attraeva più. Il corollario era che chi vince una guerra sempre ne trae vantaggi, specialmente territoriali. Ma dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ciò non è più vero. Francia e Inghilterra, vincitricidel conflitto, perdettero gli imperi coloniali e si videro ridotte da potenze di primo rango a paesi di terzo. Ora se una vittoria militare risulta in una perdita politica, è una delle due: o si è combattuto contro un nemico che non era quello vero, o si è combattuto un altro tipo di guerra. Facciamo unavanzata rapida di 60 anni. Chi, e perchè, combatte tuttora in Iraq?

Iraq: petrolio, dollaro, o

?

Scartate le ragioni risibili del casus belli ufficiale, molti affermano che gli Stati Uniti abbiano invaso lIraq per il petrolio. Vediamo se ciò corrisponde ai fatti.

Fatto 1: lesercito statunitense in Iraq usa smisurate quantità di carburante, ma non una goccia proveniente dai pozzi petroliferi iracheni. Fatto 2: gli Stati Uniti hanno giacimenti praticamente inesauribili tanto in Alaska, scoperti da 40 anni ma ancora da sfruttare, quanto in Montana, scoperto nel 2008 ma senza intenzione (o così sembra) di sfruttarlo. Fatto 3: Pozzi sfruttati per decenni e presunti esauriti, si stanno riempiendo di nuovo, con petrolio proveniente dalle profondità terrestri. Fatto 4: Lincrinatura della crosta terrestre nel golfo del Messico (2010) ha rivelato quello che non si voleva si sapesse: il petrolio non è affatto un fossile ma un minerale presente in quantità oceaniche proprio sotto la crosta terrestre. Fatto 5: I Russi se ne erano accorti già dagli anni Quaranta. Negli anni Sessanta montarono una trivella di ben 64 metri, con la quale raggiunsero la profondità record di 12.000 e più metri, ben al di sotto della cappa granitica. Il greggio sgorga ancora da quel pozzo (penisola di Kola, nellArtico), al quale ne hanno aggiunto altri 311. Dal 2003 la Russia ha sorpassato lArabia Saudita nella produzione di greggio. Fatto 6: Non contenti di ciò, due scienziati russi: V.G. Kutcherov e V.A. Krayushkin hanno riprodotto in laboratorio la reazione inorganica tra carbonato di calcio CaCO 3 , ossido ferroso FeO e acqua H 2 O, che produce idrossido di calcio Ca(OH) 2 , tetrossido ferrico Fe 3 O 4 e idrocarburi della serie C n H 2n+2 . La reazione è endotermica e quindi non economica, ma il lavoro lo ha già fatto madre Terra per conto suo e gratis per noi. In parole povere è tempo di far manichetto alle menzogne delle grandi compagnie petrolifere.

Fatto 7: con codesta tecnica, il Vietnam è oggi produttore di greggio con una trentina di pozzi che lo hanno reso indipendente dalle compagnie petrolifere anglosassoni. Si diceva anche che il detonante dellaggressione USA fosse stata la decisione di Saddam, nel novembre 2000, di accettare Euro in pagamento di petrolio iracheno, il che avrebbe compromesso il dollaro. È vero che una delle prime misure dellesercito di occupazione fu quella di far tornare lIraq al dollaro statunitense, ma il dollaro già traballava per guai del tutto esterni alla decisione di Saddam. Già allora chi capiva la questione monetaria aveva previsto il collasso del sistema, verificatosi puntualmente verso la fine del 2008. Una terza ipotesi, sostenuta tra laltro da tutti i vescovi iracheni, è che lIraq avesse raggiunto un tale grado di sviluppo, anche tecnologico, da suscitare le paure di Israele. Il che non è da scartare, però lobiettivo è stato raggiunto, Saddam è stato spedito al mondo dei più, ma la guerra ciononostante continua. Perché? Cominciamo da risultati osservabili e misurabili.

La guerra è costata la vita a un milione e rotti di iracheni, per lo più civili. In questo milione cè una cifra considerevole di intellettuali e di gente abbiente, assassinati proditoriamente non si sa bene da chi, specialmente nel 2003-2004. I rimasti in vita hanno capito lantifona cominciando un esodo che ancora non si ferma. Circa 800mila iracheni vivono da rifugiati allestero.

È possibile concludere che il vero obbiettivo della guerra non sia stato il regimedi Saddam, ma il popolo iracheno? Vediamo.

Luranio impoverito sta falcidiando non solo iracheni, ma anche i militari USA che in qualche modo sono entrati in contatto con questa sostanza.

Gli americani hanno intanto costruito la più grande base militare del mondo proprio a Baghdad, lultima delle 750 e passa che già hanno, un centinaio delle quali in Italia.

4300 ex combattenti sono tornati a casa in bara, insieme a 31.500 invalidi, altri 320.000 con ferite al cervello, e cè chi afferma che ogni giorno si tolgano la vita 18 ex-combattenti.

Diciamo con un certo cinismo che gli Stati Uniti si sono sbarazzati di qualcosa come 250 mila disoccupati, da aggiungere al milione e rotti che presidiano le 750 basi. Costoro non producono alcun bene o servizio a beneficio del popolo americano.

Aggiungiamo lingente quantità di materiale bellico distrutto, da costosissimi elicotteri e velivoli, a ordigni esplosivi il cui solo scopo è lannientamento.

Chi ha vinto? Militarmente non è affatto chiaro. Lunico contatto con il mondo esterno rimane laeroporto di Baghdad, giacché tutte le strade verso il Golfo sono sotto controllo dei guerriglieri (ufficialmente insorgenti). Ed economicamente? Ogni caduto USA è anchesso un nemico di meno per ciò che riguarda una possibile rivolta di disoccupati e affamati da politiche antisociali che favoriscono i plutocrati. Cè di più: per la prima volta nella storia degli USA un esercito manovra sul suolo patrio, dove lagenzia federale FEMA ha costruito 350 campi di concentramento lontani da zone abitate.

Sembra proprio che la guerra sia stata dettata da forze che nulla hanno a che vedere con politiche di stampo clausewitziano. La distruzione di uomini e di materiale, che sembra proprio il fine delloperazione, suggerisce un altro tipo di guerra, proprio come fu tanto per i vincitoriquanto per i vinti (e per buona misura per i cosiddetti neutrali) del secondo conflitto mondiale. Gatta ci cova. È possibile capirci qualcosa?

Guardiamo attorno

Oggi non solo lo stato di guerra è considerato normale, ma è anche normale che prigionieri di guerra vengano torturati e uccisi con metodi che nulla hanno da invidiare ad Attila, e che il tutto venga negato ufficialmente e abitualmente.

Il terrorismo di Stato accompagna il conflitto bellico, tanto nei paesi sconfitti quanto in

quelli vincenti. Solo le armi sono diverse: trattamento medico obbligatorio e invariabilmente controproducente, avvilimento della qualità del cibo che indebolisce il sistema immunitario, irradiazione dellambiente con sostanze tossiche come luranio impoverito e le scie chimiche, strombazzatura di epidemie fasulle da prevenirecon vaccini di dubbia efficacia quando non tossici, scuolaobbligatoria e gratuita da un lato, sentina di degradazione intellettuale e morale dallaltro, e assassinio senza compunzione di quei pochi coraggiosi che osano ribellarsi e cominciano ad attrarre attenzione. La menzogna di Stato come arma politica è di ordinaria amministrazione. Lunica cosa che le tanto decantate elezioni democratichepermettono alle masse è di scegliersi il carnefice di turno, il quale dopo aver vinto alle urnesi dedica ad attaccare le famiglie negando loro un

reddito sufficiente, a tassare e a tartassare chi ha voglia e possibilità di lavorare, a fare della giustizia una compravendita, e a sfornare leggi e leggine che rendono i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Stampa e TV, in combutta con uno Stato che non fa alcunché per controllarle, cantano al popolo una ninna nanna di circenses (il panem, quello buono, è sparito da un pezzo) distraendolo con sport, sesso, mode e inanità assortite, e i cosiddetti intellettualitengono la candela a chi stupra il popolo.

A che serve tutto ciò? Diamo la parola a un collega italo-americano scoperto di recente:

Mettiamola così: nel nostro sistema, astrazioni gigantesche (governi e corporazioni, SB) sono gravate dalla responsabilità interminabile di dover trovare posti di lavoro per centinaia di milioni di persone, e dalla sfida assillante di dover creare una domanda per prodotti e servizi di cui, storicamente parlando, pochi di noi hanno bisogno, o vogliono. Codesta anomalia fa sì che lintera popolazione debba essere forzata su un letto di Procuste per stirarla o tagliarla secondo i bisogni delleconomia del giorno. Il cosiddetto mercato liberoè pura fantasia; lo sembra, dati gli sforzi dietro le quinte per mantenerne lillusione, ma la realtà è ben altra. Prodigi di intuizione e di sapienza psicologica e politica racimolati lungo i secoli vengono raffinati in princìpi, insegnati in istituzioni elitarie e consacrati al servizio di questo colossale tour de force fatto di apparenze. Mi spiego.

Alla gente piace lavorare, ma la si deve convincere che il lavoro è una specie di maledizione, per cui ci si deve procurare il massimo di tempo libero e di aggeggi e tecniche che fanno risparmiare lavoro e dai quali dipendono le grandi corporazioni;

Alla gente piace inventare soluzioni, essere ingegnosa e piena di risorse, e arrangiarsi con quello che ha; ma per una economia di produzione di massa le risorse personali e la frugalità sono una condotta criminale, esempi contagiosi che minacciano di infettare altri con la stessa sedizione fatale.

Alla gente piace attaccarsi ai possedimenti favoriti, fino alla vecchiaia e anche alla morte, ma codesta indulgenza è demenza pericolosa per una economia industriale le cui costose ferramenta vanno continuamente rinnovate con prestiti enormi;

Alla gente piace stare dovè, ma deve essere convinta che senza viaggiare lesistenza è miserabile e sterile;

Alla gente piace camminare, ma il mondo di oggi la costringe a guidare;

Chi se la passa peggio sono coloro che bramano guadagnarsi la vita con un lavoro produttivo e indipendente, come gli Amish oggi e gli Americani di una volta, quando erano veramente liberi. Ma se una tale visione si diffondesse, sarebbe la fine delleconomia di consumo.

Per queste ed altre ragioni, la scuola odierna è per lo più una forma di addestramento al consumo e al lavoro dipendente. Non è una casualità. Il senso comune dice che ciò è necessario perchè leconomia sopravviva in forma riconoscibile. Le istituzioni principali della nostra cultura non sono che soci accomodanti della forma di corporativismo (paternalista se si vuole) che domina lAmerica dalla fine del secondo conflitto mondiale. Le sapienti élites vanno addestrate come provveditori per il resto di noi, che andiamo mantenuti bambini. Ma al contrario dei guardianidi Platone, codesta élite meritoria non è povera. Godono di prosperità e rango sociale garantiti a cambio della sorveglianza che esercitano. In un tale stato di cose è essenziale che il popolo debba rimanere disorientato, specializzato, dipendente, e infantile.

È rimarchevole che un testo sulleducazione sostenga punto per punto la tesi qui proposta: La guerra moderna è il sistema più efficace per cogliere due piccioni con una fava, cioè sbarazzarsi tanto del sovrappiù di disoccupati quanto di quello di produzione. I mezzi collaterali per raggiungere lo stesso scopo sono: obsolescenza pianificata, sottrazione delle donne dalleconomia domestica, rottamazione obbligatoria, politiche anti-famiglia in generale e abortiste in particolare, avvilimento delleducazione, ecc., tutti mezzi non formalmente ma effettivamente bellici. Leggiamo ora un dialogo di altri tempi e di altro paese:

Dite quel che volete, ma la nostra regina (Vittoria, SB) regna sulla più grande nazione che sia mai esistita.

Nazione? chiese il giovane straniero, perché essa regna su due

due nazioni; tra le quali

non esiste né tratto né simpatia; che ignorano usi e costumi, pensieri e sentimenti vicendevoli come se abitassero in continenti, o anche in pianeti, diversi; che vengono

formate da uneducazione distinta, mangiano un cibo diverso, si comportano diversamente e non vengono governate dalle stesse leggi. Volete dire” – disse Egremont esitando. I RICCHI E I POVERI.

Aggiungiamo un terzo testo, più recente e il cui autore si dirige a tuttaltro pubblico:

Nel frattempo erano giunte circa 12.000 domande di arruolamento da parte di italiani

residenti allestero [

la disoccupazione, [ma] ci

altri motivi: il desiderio di acquisire una benemerenza [

Oltre la fede, che certamente non mancava, cerano naturalmente

]

],

accorgemmo che era tutta una buffonata. [

]

Numerosissimi i volontari civili [

]

che

superavano in numero gli stessi combattenti [

]

le varie imprese appaltatrici [

]

aprivano

grandi cantieri per costruire [

loro carichi i camionisti, i veri protagonisti di questa guerra. Ne morirono a centinaia

]

soprattutto strade, lungo le quali si avventuravano con i

Già. Perchè gli italiani avevano bisogno di un posto al sole. E non ce lavevano già, nel Bel Paese? Cosa impediva loro di restarsene a casa senza dover andare a rompere i cocci al popolo etiope? Prima di esporre più a fondo, diamo la parola a Ezra Pound.

La causa di questa guerra non va ricercata nei capricci di Mussolini, o in quelli di Hitler. Questa guerra fa parte della guerra secolare tra usurai e agricoltori, tra lusurocrazia e chiunque lavora di sodo con la testa o con le mani.

Nei quattro esempi, eterogenei ed eterocronici, (e potrei continuare ad nauseam), i termini sono gli stessi. Chi è abituato a sfornare argumenta ad hominem, liquidando Pound come fascistapuò smettere di leggere. Passiamo al nocciolo.

Questione fondiaria e disoccupazione

Diamo la parola ad Adam Smith (1723-90), padre dell’economia moderna.

“Non appena la superficie territoriale di un dato paese diventa proprietà privata, i terratenenti, come tutti, amano mietere dove non hanno seminato, ed esigono una rendita anche per i prodotti naturali del suolo. Il legname delle foreste, l’erba dei prati, e tutti quei frutti della terra che quando questa era in comune costavano al lavoratore solo la fatica di raccoglierli, adesso hanno un prezzo. Costui deve pagare per il permesso di raccoglierli; deve consegnare al terratenente una porzione di quello che raccoglie o produce”.

Da buon pragmatista britannico, Smith si ferma alla costatazione di fatto. Dà per scontato che “chi ama mietere dove non ha seminato” abbia tutti i diritti a massimizzare la rendita: o deprimendo i salari dei dipendenti, o aumentando il canone degli affittuari, o entrambe le cose quando la proprietà è grande abbastanza da permetterlo.

Ai primi del XX secolo faceva notare Silvio Gesell che ogni guerra internazionale non è che l’estensione della lotta di classe che infuria in ogni società dove una minoranza poderosa si impadronisce della proprietà terriera, costringendo la maggioranza al proletariato. Quando questo raggiunge i limiti della pazienza, si procura la guerra come diversivo, distogliendo così l’attenzione degli oppressi dagli oppressori, e liberandosi di non pochi dei primi, caduti sui campi di battaglia.

I cosiddetti ‘secoli bui’ del feudalesimo non eliminarono la radice della questione

fondiaria. La mitigarono sì, accollando ai signori secolari le spese di amministrazione e di difesa, e a quelli ecclesiastici i servizi sociali. I costi di quei servizi li copriva la rendita del suolo. Durò circa sette secoli. Nel 1215 la decantata Magna Carta rivendicò le libertà baronali, il

che volle dire, anche se il documento tace al rispetto, che i baroni inglesi volevano godere il privilegio della proprietà senza il dovere collaterale delle spese di difesa. Rimanevano quelle di amministrazione, ma adesso le guerre non le combattevano più i cavalieri ‘in singolar tenzone’, ma il popolo, in eserciti al comando di ufficiali del re. Rimaneva la servitù della gleba, ma economicamente non si stava male. Un contadino inglese del XIV secolo pagava una annona al signore feudale equivalente a quattro settimane di lavoro. Altre 14 soddisfacevano i bisogni della famiglia, e altre dieci andavano agli extra come

birra e prosciutto. In tutto 28 settimane. Il tempo rimanente lo passava dando una mano a

costruire cattedrali e ognuno a farsi i casi suoi. Non durò. Nel 1536-39 Enrico VIII confiscava le tenute ecclesiastiche, obliterando così di colpo i servizi sociali. Ma invece di incamerare la rendita fondiaria per l’erario, vendette le terre ai nuovi ricchi, i quali pretesero titoli di proprietà per giustificare l’arraffata. Fu il primo attacco della ‘guerra secolare’ stigmatizzata da Pound, poi rafforzato dalla malchiamata ‘Riforma’ e seguito dalle micidiali ‘enclosures’ che a partire dal XVII secolo avrebbero condotto alla situazione magistralmente descritta da Disraeli in Sybil, uno dei suoi tre romanzi a sfondo politico. 20 anni dopo Sybil il Prof. Thorold Rogers (1823-1890) pubblicava una storia economica

d’Inghilterra in cui rivelava la verità in tutta la sua crudezza: tutti i re d’Inghilterra, da Enrico

VIII in poi, avevano lasciato più poveri alla loro morte di quanti ne avessero trovato

all’accessione al trono. Negli anni Sessanta del secolo XIX costoro non si potevano permettere neanche un piatto di carne all’anno.

E grazie alla millantata ‘libertà di insegnamento’ Thorold Rogers venne esautorato dal

medesimo dall’Università di Oxford in cui era docente.

E che c’entra tutto ciò con la guerra? Ci si chieda: da dove venivano i 120-150mila

marinai che equipaggiavano le navi di Sua Maestà Britannica nei tre secoli XVII-XX? Non erano certo ‘volontari’. Un giovane disoccupato sorpreso a bighellonare nelle vicinanze di un porto veniva senza complimenti arruolato a forza nella Royal Navy, e i disoccupati di terraferma andavano a combattere per ‘stabilire l’equilibrio di forze’ in Europa o

ad ‘aprire i mercati’ in Cina, India, Africa e altrove. Insomma, l’Inghilterra fece per tre secoli quello che gli USA stanno facendo oggi. La sperequazione fondiaria si stese a macchia d’olio dovunque. Da ragazzo ebbi il privilegio (che capii solo decenni dopo) di conoscere Don Cola Tampuso, un attempato contadino di Palma di Montechiaro (AG) che chissà come era andato a

finire in quel di Cefalù (PA), dove coltivava un piccolo podere in regime di mezzadria insieme

all’anziana moglie.

Nonostante che il 50% dei frutti del suo lavoro andassero a finire nelle tasche di uno che “amava mietere dove non aveva seminato”, Don Cola sbarcava il lunario, dato che l’appezzamento distava da Cefalù non più di due chilometri. A distarvi dieci o più, gli intermediari gli avrebbero portato via quasi tutto il resto, lasciandogli solo il giusto per sopravvivere. Il lettore avrà riconosciuto la “legge di ferro” di David Ricardo (1772-1823). Cerchiamo ora di capire cosa succede quando “la superficie territoriale di un dato paese diventa proprietà privata”. Chiunque sia in grado di recintare un appezzamento e chiamarlo suo, rivendica sovranità su di esso, ma questa è effettiva solo se è in grado di difenderne il titolo con la dei terratenenti, che si guardano bene dallo sbandierare alcunché, però la esercitano di fatto, come la esercitava il padrone del podere di Don Cola. Il quale, come tutti i tagliati fuori dalla lotta per il potere, faceva il proletario, o se si vuole il nullatenente. Campava, circostanze permettendo. forza. In regime di recintazione, quindi, sorgono due sovranità: quella del governo, che la sbandiera con vessilli, uniformi, inno nazionale, tassazione e orpelli vari, e quella Questi i termini (fondiari; quelli monetari verranno dopo) della Questione Sociale, della quale si può leggere a cominciare da Tito Livio per poi vederla fare da sfondo a qualsiasi libro di storia di qualsiasi luogo e periodo. Quanto meno l’autore ne percepisce l’importanza come causa determinante di guerre, trattati, matrimoni dinastici, colonialismo, elezioni papali, rivoluzioni, esecuzioni capitali e chi più ne ha più ne metta, tanto più costui rivelerà al lettore attento, e solo a lui, i drammi per non dire le tragedie della sperequazione fondiaria. Quattro ne sono le conseguenze.

La recintazione conduce, prima o poi, al latifondo. Ciò si deve alla natura umana, che ha decretato diversità individuali (ma uguaglianza personale). I gestori meno abili di una proprietà non ci metteranno molto a venderla, facendola così incorpare a quella di chi ci sa fare e che offre loro una certa somma. Questa è una ragione per cui nessuna “riforma” agraria basata sulla recintazione abbia mai avuto successo.

Il latifondo deprime i salari tanto di chi vi lavora dentro quanto fuori, poiché spinge il margine di coltivazione sempre più lontano dai centri di consumo. Derrate pagate €0.06/kg alla produzione si rivendono a €1,20/kg al mercato. Ecco una seconda ragione del fallimento delle cosiddette “riforme” agrarie. La distanza delle proprietà dai centri di consumo le rende antieconomiche.

Per massimizzare la rendita, il latifondista deve poter contare su un pool di disoccupati, così da poter mantenere i salari bassi, e su tariffe doganali che lo proteggono dalla competizione, così da poter mantenere i prezzi di vendita alti. In genere ottiene i due scopi quando o lui o i suoi colleghi sono in grado di manipolare le politiche governative. Ecco perché la disoccupazione non è mai stata eliminata dal 1688-1789 in poi.

Man mano che la società si va dividendo in un gruppo poderoso (ma necessariamente piccolo) di terratenenti e uno spodestato, ma in continuo aumento, di nullatenenti, è la lotta di classe, che non è affatto invenzione marxista: basta Tito Livio per chi la voglia capire.

Lo spargimento di sangue, sia di guerra intestina sia estera provocata da chi vuole proteggere i privilegi ingiusti a tutti i costi, è inevitabile.

La recintazione va quindi pari passu con la disoccupazione, e con la fame. Che fare con il crescente straripare di proletari, proletarie e proletarietti di ambo i sessi? Non c’è che l’imbarazzo della scelta: dal cinico “modest proposal” di Jonathan Swift (1667-1745) cioè servire i neonati dei poveri come manicaretti alle tavole dei ricchi; a quello di Malthus (1766-1834, ancora vigente) di convincerli ad avere meno figli; al Terrore, il cui vero scopo sarebbe stato una drastica riduzione della popolazione francese; all’emigrazione tipo irlandese, volontaria o forzata in Australia (anche per il furto di un fazzoletto), alla coscrizione di centinaia di migliaia di disoccupati come carne da cannone, o alla facile incarcerazione (gli U.S.A. detengono il primato mondiale con 3 milioni, circa l’1% della popolazione). Nel 1861-65 i Piemontesi optarono per la politica di Procuste con i plotoni d’esecuzione, con i quali ottennero il doppio scopo di eliminare buona parte dell’eccedente di proletariato duosiciliano e convincere l’altra ad emigrare. Il principio liberale “ognuno per conto suo e il diavolo si porti chi rimane indietro” ha funzionato a dovere. Concludo dando la parola a uno che di storia non ne sapeva, ma che aveva assaggiato il coltello dalla parte della lama. L’intervista ebbe luogo a Calcarelli, Palermo, verso il 1960, a circa 100 anni dalla “liberazione”.

“E allora i figli emigrano. Vanno in Germania, a Torino. Io non è che mi nascondo: quando mio figlio lavorava con me alla fine della settimana, la domenica, se gli servivano 100 lire per ire a tagghiarsi la barba, iddu questa disponibilità non l’havìa. E se ne scappò perché riconoscìu che lavorando qua non ci restava neanche 100 lire. L’altro fratello, pure lui fu costretto a scappare, come scapparono tutti gli altri. Allora non c’era progresso, non c’era terreno, e dovevamo fare gli schiavi per forza, e oggi siamo più schiavi ancora per mancanza di soddisfazione. E io penso che se non si prendono provvedimenti finisce tutto nella Sicilia, finisce tutto. Certo, di fame non è che si muore, ma sta siccando tutto, i giardini sono tutti abbandonati, gli orti non li fanno più nuddu. La gente si contenta di arrivare alla pensione e di non travagghiari più. La legge è diventata chista: “Il poco m’abbasta e l’assai m’assopérchia”. Male me la passavo prima, almeno ora me la passo pure male, però non faccio niente”.

La guerra, quindi, è sempre stata una efficace valvola di sfogo di questo fenomeno. Ma esiste un rimedio, non bellico e pertanto inviso ai terratenenti plutocrati.

Primo: spostare l’imponibile fiscale dal valore aggiunto dallo sforzo di chi lavora al valore sottratto da risorse naturali comuni: terra, ambiente, spettro elettromagnetico, ecc.

Secondo: spendere le entrate erariali così ottenute in salari, a cominciare dal lavoro domestico.

Le due proposte risalgono a Henry George (1839-1897) e al già citato Silvio Gesell, ma le facoltà di economia da sempre fanno orecchie da mercante. Si noti che non si tratta di utopie da tavolino, ma di conclusioni tratte dall’osservazione

diretta.

La prima proposta solleva una questione filosofica: un essere umano può rivendicare proprietà su una cosa solo se: a) l’ha prodotta lui; b) l’ha scambiata o per denaro o per un bene o servizio anch’esso prodotto da lui; c) è res nullius, senza padrone. E qui viene il busillis: la terra è una cosa (res)? Si rifletta: la Terra, il pianeta, il globo, lo è. Ne segue che ogni essere umano ha diritto a tutta la sua superficie. In pratica, ha il diritto di

insediarsi dovunque giudichi di trovare le condizioni opportune per vivere e lavorare. Glielo impedisce non la natura delle cose, ma le cattive leggi, che hanno trasformato la geografia del pianeta in un cappotto rabberciato da mendicante. La terra, però, il suolo, non è res; è locus, o meglio situs. Ciò vuol dire che non esiste un diritto di proprietà per nessuno, ma esiste un diritto di occupazione per tutti. Detto altrimenti, il titolo di proprietà fondiaria può essere legale quanto si voglia, ma rimane immorale. Questa affermazione si può provare: L’inizio storico di qualsiasi titolo di proprietà, dovunque si guardi, è sempre marcato da un atto di violenza, dalla conquista manu militari all’espulsione forzata di pacifici occupanti, all’assassinio, alla frode, e chi più ne ha più ne metta. Non ci aveva messo molto a notarlo Toro Seduto, che in una riunione del 1877 diceva:

“È primavera. Si sono svegliati i semi delle piante e quelli degli animali. A questo potere

misterioso dobbiamo il nostro essere, e per questo cediamo ai nostri vicini, anche animali, lo stesso nostro diritto ad abitare questa terra. Ora sentitemi, popolo. Abbiamo a che fare con

Costoro hanno introdotto leggi che i ricchi possono violare, ma non i

poveri. Tassano i poveri e i deboli per pagare i ricchi che governano. Rivendicano questa nostra madre, la terra, per loro, la recintano così da escludere i loro vicini, e la sfigurano con i loro edifici e la loro immondizia”.

un’altra razza [

]

Per cui il diritto di occupazione non dovrebbe esser gratis: l’occupante è moralmente obbligato a pagare un canone ai vicini, in pratica a quelle autorità locali che gli garantiscano occupazione secondo contratto: a vita, anche con diritto di successione, o fino a quando non cambi idea e decida di insediarsi altrove, ecc. Tanto un giorno, volente o nolente, la terra che c’era già prima che egli nascesse la dovrà lasciare. Un mortale non è in condizioni di rivendicare proprietà su un appezzamento di natura sua immortale. La seconda proposta, cioè pagare un salario alle produttrici e educatrici primarie di capitale umano, è di stretta giustizia. Si rifletta ancora una volta: il valore di un fondo viene determinato a) minimamente dalle strutture costruitevi su dall’occupante, e b) massimamente dalle attività economiche della popolazione circostante. Giustizia vuole che i proventi di a) vadano a finire al 100% nelle tasche di chi ha lavorato per produrli, e quelli di b) anch’essi al 100% nelle tasche di chi ha prodotto le unità di capitale umano che ne tirano su il prezzo (di vendita, di affitto ecc.), cioè le donne. Ma il disordine economico imperante impedisce perfino di vedere, non parliamo poi di adottare, tali misure. Il già detto dovrebbe permettere di indicare la sperequazione fondiaria come fattore primario di disoccupazione, anche se non il solo: va aggiunta quella legislazione che in tutti i paesi industrializzati ha privato tanto l’agricoltura a conduzione diretta quanto l’artigianato di denaro e di materie prime, e che tartassa chi ancora osa tener testa a una infinità di vessazioni burocratiche. Il trattamento a fondo della questione ci porterebbe lontano. Volgiamo quindi l’attenzione alla…

Questione monetaria e sovraproduzione

Non tutto il male vien per nuocere: il collasso della finanza internazionale sta aprendo molti occhi a una frode che vanta un record invidiabile: istituzionalizzata da 26 secoli, riesce ancora ad irretire le menti dei più con tre poderose superstizioni:

La moneta deve avere un componente misterioso chiamato ‘valore intrinseco’;

Essere ricco vuol dire ‘avere molto denaro’;

L’emissione del medesimo deve essere monopolio di Stato. Il corollario è che un dato Paese non può avere più di un tipo di moneta.

Se ci sono irretiti ci devono essere i reziarii, nel nostro caso la combutta di coloro che, dopo essersi impadroniti del diritto di emissione e controllo della moneta, ne hanno fatto uso per controllare la politica, e per estensione (memento von Clausewitz) la guerra. Come? Si studi il seguente grafico.

Clausewitz) la guerra. Come? Si studi il seguente grafico. La curva A rappresenta la crescita naturale

La curva A rappresenta la crescita naturale degli esseri viventi. Impennata al principio, durante la differenziazione di tessuti e organi caratteristica dello sviluppo, si addolcisce durante l’aumento di dimensioni detto crescita, per appiattirsi ad equilibrio raggiunto, fino alla morte naturale. Si tratta pertanto della curva che dovrebbe seguire una economia altrettanto naturale, sulla scia del lavoro più connaturale all’essere umano: l’agricoltura. La curva B rappresenta la crescita industriale in una economia non più naturale, ma forzatamente facente assegnamento sul lavoro dipendente. Gli storiografi incastonati nelle loro convenzioni puntano il dito alla Rivoluzione Industriale come responsabile dello sfruttamento dei lavoratori, senza fermarsi a considerare che costoro venivano espulsi da terre che avevano

coltivato per generazioni grazie alle politiche fondiarie già esaminate. L’intersecarsi delle curve A e B segna il superamento della produzione agricola da quella industriale tanto in America quanto in Gran Bretagna. È da allora che ‘godiamo’ dell’industria della pubblicità, il cui unico scopo è convincerci di comprare roba di cui non abbiamo bisogno. Cosa spingeva gli industriali a una sbornia di produzione senza precedenti? La curva C, che rappresenta l’interesse composto C (1 + x) n . Sembra (e agli inizi è) innocua, ma prima o poi l’inevitabile impennata diventa strumento di oppressione e di morte. Vediamo perché. Dal momento in cui una società accetta l’interesse composto, la produzione di beni e servizi si sposta sempre di più dal dover soddisfare i bisogni umani a quello di dover pagare interesse sui debiti contratti. Da questo bisogno inarrestabile deriva tutta una serie di conseguenze ben conosciute, ma mai ricondotte alla loro vera causa. Per esempio:

Il continuo aumento dei prezzi. Se un commerciante deve pagare un interesse crescente, non può fare a meno di passare il costo a chi compra. Nessun calmiere è mai riuscito ad invertire la marcia. Se il calmiere viene imposto con metodi draconiani, le mercanzie spariscono dagli scaffali per riapparire sul mercato nero.

La crescita innaturale e altrettanto inarrestabile dell’economia. E siccome non si può imporre crescita dove questa per natura è finita, quando la curva C interseca A segna la distruzione dell’ambiente. È datata 1890-1930, i 40 anni di agricoltura di rapina nelle praterie americane, che permise agli ‘usurai del pane’ di svendere granaglie in Europa così rovinando migliaia di piccole aziende e costringendone i conduttori ad emigrare.

La corsa al ribasso dei salari. Come ben sa ogni capitalista, bisogna pur ridurre i ‘costi di produzione’, sennò non si pagano interessi e si rischia la bancarotta.

E quando C interseca B, è l’economia di guerra. La crescita scatenata del tasso di interesse costringe a costruire sempre più per distruggere, pena il ristagno e la deflazione. Ma fare aumentare i consumatori senza dar loro i mezzi per comprare quello che producono, non dura. Come sbarazzarsi tanto di costoro quanto della sovraproduzione? Con la guerra.

Il 9 agosto 2009 moriva a 111 anni Harry Patch, l’ultimo dei ‘tommies’ britannici del 1914-18. Amava dire:

“Non ne valeva la pena

tavolo per dirimere le differenze. Non potevano farlo prima?”

neanche una vita. Dopo la guerra si radunarono tutti attorno a un

No, Harry. Non è che non potessero. Non volevano. Una delle cause determinanti la Grande Guerra fu la concorrenza di Gran Bretagna e Germania sui mercati esteri, impedendo allo stesso tempo che si retribuissero tanto i lavoratori britannici quanto quelli tedeschi con un salario sufficiente per comprare quello che producevano. E i grandi banchieri mestavano senza posa per liberarsi dalla Prima Internazionale dei Lavoratori che dava loro fastidio, facendo scatenare gli uni contro gli altri i proletari dei vari paesi: 22 milioni di morti e feriti ne furono ‘il raccolto’. A questo punto potrei scrivere Q.E.D. e farla finita, ma il discorso rimarrebbe a metà. Qual è l’origine dell’interesse? Che cos’è l’usura? Esistono metodi non bellici per farla finita?

Creso

La saggezza antica aveva capito che quando una società arriva alla pratica della divisione del lavoro, ha bisogno di moneta. Ma aveva anche capito che la sola utilità di questa dovesse essere quella di mezzo di scambio. Licurgo di Sparta, l’imperatore cinese Tai-Chi e Numa Pompilio secondo re di Roma adottarono moneta di metallo vile, con la quale, dice Plutarco,

“molti vizi sparirono da Sparta”. Il sapek di rame, in Cina, tenne banco per 40 secoli, anche oltre

la rivoluzione del 1911.

A mettere il bastone tra le ruote fu re Creso di Lidia (m. 546 a.C.). Quando le sabbie del fiume Pactolus rivelarono la presenza di electrum, una lega naturale di oro e argento, costui non esitò a coniarne monete con la sua effigie, introducendo così non solo la pratica del signoraggio, con la quale si arricchì a dismisura, ma anche la prima delle superstizioni deprecate più sopra, secondo la quale una moneta debba avere quel misterioso ingrediente detto ‘valore intrinseco’.

Sono passati 26 secoli, e ci sono folle di folli ancora servi di quella superstizione.

Usura

Esperti di tutte le leghe si accodano ancora a Jeremy Bentham (1748-1832) nel definire l’usura come ‘tasso di interesse eccessivo’. Se sapessero che ‘definire’ vuol dire ‘porre limiti’ a una idea, si renderebbero conto dell’insufficienza di quella definizione. Basterebbe chiedersi: a che punto un certo numero di peli sul mento di un uomo diventano ‘barba’? Una definizione più rigorosa è di S.Tommaso d’Aquino (1225-1274), che definisce l’usura come ‘prezzo indebito per l’uso di un articolo del quale uso e proprietà sono inseparabili’, come alimenti, denaro, ecc. Papa Benedetto XIV (1740-1758) distinse tra usura e interesse: la prima sarebbe il prezzo del denaro prestato, il secondo l’onorario dovuto per il lavoro del prestatore. La prima è illegittima, il secondo no. Si noti che codeste definizioni, benché vere (come tutte le definizioni del resto) si mantengono a livello di relazione tra mutuante

e mutuatario; nessuna penetra la natura del denaro, giacché tanto nel XIII quanto nel XVIII

secolo andava ancora a gonfie vele la superstizione di Creso, che avrebbe continuato a sospingere la barcaccia economica fino al disintegrarsi di quelle vele nel fortunale della Grande

Guerra.

Già dal 1906, però, il citato Silvio Gesell era riuscito a rintracciare l’origine dell’interesse e a definire con precisione l’usura, portando a compimento l’intuizione di Proudhon (1809-1865) di mezzo secolo prima: cioè che il denaro, lungi da farla da chiave alle porte del mercato, fa da chiavistello che le sbarra. È il risultato inevitabile della contraddizione introdotta da Creso 26 secoli prima: uno strumento di cambio che è allo stesso tempo mercanzia, conferisce un vantaggio indebito al possessore, svantaggiando l’usuario. La funzione parassitaria di portavalori avvantaggia la domanda, sostenuta da moneta indistruttibile, sull’offerta, sprotetta dalla sua natura deperibile. Per cui l’usura è il tributo, che chi ha bisogno di denaro come mezzo di scambio (usuario) deve pagare a chi lo tesoreggia come portavalori (possessore). Essa nasce dagli scambi e secondariamente dai prestiti. La definizione di Gesell è verificabile sperimentalmente: ci si rechi ad un mercato ortofrutticolo verso mezzogiorno: le derrate invendute verranno cedute sotto costo pur di non vederle marcire prima di sera. Lo stesso vale per le svendite di fine stagione.

L’usura quindi è potere. Non è affatto sorprendente che lungo l’arco della storia sia stata usata, e ripetutamente, per scatenare guerre. Ogni guerra, ma più particolarmente dalla cosiddetta ‘Riforma protestante’ in poi, è stata una esercitazione di pulizia etnica da parte dell’usurocrazia contro chi vuole guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, proprio come affermava Pound. Naturalmente gli usurocrati, numericamente di molto inferiori alle vittime delle loro malefatte, hanno fatto di tutto, riuscendovi, per tenere il loro modus operandi occulto allo sguardo di chi lavora. La genialità di Marx non sta in quel mattone assurdamente famoso Das Kapital; sta nell’aver abilmente depistato l’attenzione di chi lavora dai veri sfruttatori:

terratenenti e usurai, verso i padroni del capitale di produzione, semplici sensali che ancora oggi trasferiscono ‘profitti’, cioè il grosso del dovuto ai loro dipendenti, alle casseforti di guerrafondai assassini.

Internet rivoluzione democratica

Secondo gli storiografi incastonati, le ‘rivoluzioni’ del passato sarebbero state opera del popolo, che si sarebbe così ‘liberato’ da tirannidi assortite per asserire la sua ‘sovranità’. Prima dell’avvento di internet, quando non c’erano altre fonti di informazione, a codeste f(av)ole, generosamente finanziate da chi di dovere, ci credevamo tutti (o quasi). Non più. Attorno all’anno fatidico 1982, videro la nascita il personal computer, la prima moneta sociale in Canada, e internet, che da un ristretto inizio allora, sarebbe esplosa in una fantasmagoria di informazioni che inesorabilmente filtrano nelle capocce più indurite di un proletariato vessato da secoli da plutocrati e da politicanti al loro servizio. La comunicazione fai-da-te sta rompendo, in un Paese dopo l’altro, l’incantesimo della terza superstizione di Creso. In 30mila e più comunità sparse per il mondo, il popolo scopre che il denaro se lo può fare da sé, e mette in pratica ciò che avrebbe da sempre dovuto esser ovvio:

un governo locale a qualunque livello deve avere la sua moneta anch’essa locale, senza dover attendere di riceverla da burocrati ignoranti e residenti a centinaia quando non a migliaia di chilometri da dove le cellule dell’economia hanno bisogno di sangue, cioè di denaro. La perfezione è ancora da raggiungere, ma non ci vorrà molto prima di vedere quanto abbia senso il suggerimento di Deirdre Kent:

“Nel modello organico qui proposto, un numero di sane economie locali vengono radicate in sane economie regionali, a loro volta radicate in una sana economia nazionale, e questa in una sana economia globale. Ogni livello organizzativo ha bisogno di un sistema energetico proprio: una sua moneta.”

La riforma definitiva

Se il moltiplicarsi di monete locali dovesse seguire la falsariga di Creso, non si farebbe che ripetere l’esperimento dell’apprendista stregone. Ma il rimedio è a portata di mano: una moneta privata una volta per tutte della funzione parassitaria di portavalori. Come? Mettendo in pratica ciò che suggeriva Gesell ai primi del secolo scorso. Proudhon aveva diagnosticato giusto, ma prescritto la cura sbagliata. Con domanda e offerta in perenne

squilibrio, aveva proposto di elevare l’offerta al livello della domanda, costruendo capitale edilizio a più non posso fino ad azzerare il tasso di interesse. Non funzionò. Gesell fece il ragionamento contrario: fare scendere la domanda a livello dell’offerta, per mezzo di una moneta che dopo essersi completamente slegata dai metalli preziosi, separasse anche l’unità monetaria dall’oggetto che la rappresenta. Una tale misura eliminerebbe l’incentivo principale causa di guerre: la lotta di classe, dato che accumulare più denaro di quello di cui si ha bisogno non sarebbe più economico. La prima domanda che fa chi ode questa proposta per la prima volta invariabilmente è:

“E come si risparmia?” dovuto al fatto che il risparmio di denaro fa così parte della superstizione

di

Creso che riesce difficilissimo concepire come la moneta geselliana farebbe risparmiare di più

di

quanto permetta quella convenzionale, ma non nelle tasche proprie: o in quelle altrui o in

banca.

Le banche verrebbero costrette a fare quel che oggi dicono di fare, ma in realtà non fanno, cioè prestare veramente il denaro dei depositanti. Ma non potrebbero più costringere alla bancarotta chi lavora, e creare denaro per la guerra, che è quello che fanno da 400 anni. La circolazione rapida comincerebbe con l’eliminare la disoccupazione, per continuare con farla finita con l’alternanza delle congiunture: espansione rapida seguita da crisi economica. La moneta deperibile trasferirebbe definitivamente l’attività economica dal denaro al lavoro. Il processo è particolareggiato da Gesell nel suo magnum opus Ordine Economico Naturale. I soli a perderci sarebbero gli usurocrati, che non hanno mai lesinato tempo e denaro per promuovere Marx e guerra, ma che si guardano bene dal farlo per promuovere Gesell e pace. Possa un buon dibattito aprire menti e cuori alla soluzione giusta.

Silvano Borruso silvano.borruso@gmail.com 18 agosto 2009 Riveduto e corretto 10 aprile 2011