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Complessità del sé e distribuzione dello stress

di Paolo Pascucci
1.
Secondo la teoria di Patricia Linville (1987)[1], una maggiore complessità del sé costituisce
una garanzia di più elevata capacità di sopportare e gestire gli eventi stressanti. L’ipotesi si
basa sull’idea che la rappresentazione di sé da parte di un soggetto, ovvero su come il
soggetto si vede, su come vede il suo ruolo nella sua vita, quanto più è complessa e
diversificata tanto maggiori sono le possibilità di mantenerne degli aspetti attivi anche in
seguito a eventi stressanti che ne compromettano uno o più di uno. Luigi Solano[2] riporta
l’esempio di una donna che deve affrontare un divorzio. Se questa donna avesse, per
esempio, una rappresentazione di sé come moglie e come avvocato, e se questi due aspetti
fossero fortemente legati, in seguito al divorzio con l’andare in crisi della sua
rappresentazione di moglie ne verrebbe compromessa anche quella di avvocato, con
conseguenze negative sulla rappresentazione generale di sé.
Se invece questa donna avesse una rappresentazione di sé, ad esempio come moglie,
avvocato, giocatrice di tennis e amica di diverse persone, e ognuno di questi aspetti avesse
una certa autonomia dagli altri (in pratica ne esistesse di ogni aspetto una
rappresentazione indipendente e non vincolata o collegata agli altri, di modo che
l’influenza positiva di un’autorappresentazione non ne condizionasse, con il suo carico di
autorità, un altro), al venir meno di uno di questi, gli altri continuerebbero a esistere,
compensando con un effetto buffer (tampone) il portato delle esperienze negative e
stressanti.
Sembrerebbe di osservare, qui, l’effetto tipico di una rete distribuita, nella quale, anche se
si elimina un nodo, rimane possibile il collegamento tra tutti gli altri. La propria
personalità come una rete, che a seconda di come è strutturata e di quanto è complessa,
resiste ai traumi ambientali lasciando quasi completamente intatta quella cosa che
definiamo rappresentazione di sé.
Ma possiamo anche immaginare questa struttura agente per la coscienza primaria.
Possiamo ipotizzare che la rappresentazione di sé di questa coscienza, che spesso è anche
l’unica utilizzata da una grande quantità di organismi dotati di sistema nervoso, come
l’insieme degli atti possibili, considerando tutti i possibili livelli in cui può accadere che un
organismo abbia la ventura di incappare. Penso, per esempio, al repertorio
comportamentale di un qualsiasi animale non umano e a come egli abbia necessità di
possedere un esercito di “rappresentazioni di sé” in relazione a tutte le situazioni in cui è
obbligato a un atto motorio. Queste rappresentazioni possono ridursi a un numero più
manovrabile se le accorpiamo, tanto strettamente da ridurle a un unico aspetto essenziale:
possibilità di agire.
Noi possiamo agevolmente immaginare la personalità di un animale come una rete
distribuita, in cui vi sia necessità di collegare i nodi che portano gli input a quelli che
portano gli output. Come per il caso dell’autorappresentazione di sé degli umani, esiste una
rete, la quale contiene al suo interno tutte le risposte possibili agli eventi che possono
accadere al nostro soggetto animale. Questa rete la immagineremo distribuita con degli
hub, cioè pochi nodi con un elevato numero di collegamenti, e molti altri nodi con pochi
collegamenti. Gli hub rappresentano le scelte dell’organismo, i comportamenti ai quali
ritorna più frequentemente. Ogni volta che la rete si dispone in uno stato che porta da uno
o più ingressi a una o più uscite, l’organismo è. Quello stato è la coscienza primaria
all’opera. Per essere però completa questa coscienza primaria ha bisogno di un ritorno
sensoriale dei suoi atti, cioè non basta percepire, elaborare, agire, ma occorre anche che
questo stato sia riconducibile a una unica entità, qual è un organismo in genere,
considerato dal punto di vista, per esempio, dei suoi comportamenti (dico questo perché
dal punto di vista della citoarchitettura l’organismo è qualcosa di piuttosto eterogeneo,
rispetto alla presunta unicità della consapevolezza di sé).
Ecco che allora ritorna l’idea della complessità del sé: per la coscienza primaria la
complessità del sé è un requisito fondamentale, perché concorre al mantenimento della
consapevolezza di sé anche quando alcuni nodi della rete vengono meno.

2.

Un effetto delle affermazioni della Linville, che la complessità rappresentazionale del sé


contribuisce a una maggiore capacità di affrontare i cambiamenti, è quello che
l’espressione affettiva raggiunge picchi più elevati nei soggetti a bassa complessità, perché
quando è coinvolto un singolo aspetto della loro personalità (intesa magari come una
superficie circolare) questo rappresenta una porzione considerevole del tutto. Questa
constatazione seguiva un suo lavoro del 1985[3] in cui appariva chiaro che i soggetti a
bassa complessità del sé erano più esposti a variazioni del tono dell’umore di soggetti di
controllo.
Nel suo lavoro del 1987 l’autrice sottopone a un test di complessità del sé e a una misura
degli eventi stressanti, 106 studenti universitari. Ella fornisce ai soggetti dei cartoncini (33)
con segnati dei tratti comportamentali o di personalità e chiede di compilare dei
raggruppamenti dei propri aspetti rappresentazionali e di descriverli con i cartoncini
consegnati. Il punteggio varia con il numero dei gruppi creati (punteggio aumenta) che
corrispondono ai diversi aspetti di sé e varia anche con il numero ridondante dei tratti
(punteggio diminuisce) usati per descrivere ogni aspetto di sé.
Il risultato rilevante è stato una relazione tra i soggetti a elevata complessità del sé e
elevata quantità di eventi stressanti e quelli a bassa complessità del sé e bassa quantità di
eventi stressanti, e cioè un numero limitato di sintomi (di stress).
Altro dato interessante era che i soggetti a elevata complessità del sé e bassi eventi
stressanti presentavano comunque più sintomi dei soggetti a bassa complessità e bassi
eventi stressanti, caratteristica spiegata con il fatto che l’estremizzazione affettiva dei
soggetti a bassa complessità faceva percepire loro, rispetto a tutti gli altri, come più felici
situazioni con basso numero di stress. E del resto, per lo stesso motivo, questi soggetti a
bassa complessità erano maggiormente aggredibili dalla depressione anche per stress di
modesta entità. Dal punto di vista dei più complessi il fatto era invece spiegato con la
necessità di dover mantenere una maggiore tensione per gestire livelli più elevati di
complessità rappresentazionale.
Quali considerazioni possiamo trarre da questi lavori?
In linea generale, nel verificare una maggiore immissione emotiva nei soggetti a bassa
complessità, possiamo tentare la spiegazione quantitativa data altrove, che implica
l’esistenza di una quantità definita emotoria, genericamente simile in tutti i soggetti e
che viene poi distribuita negli aspetti importanti che necessitano un valore. In parole
semplici: se creiamo una rappresentazione di noi stessi composta di pochi elementi, questi
si aggiudicheranno una quantità emotoria maggiore rispetto al totale di quanto accadrebbe
se la nostra rappresentazione fosse composta di molti elementi.
L’evento stressante si manifesta ogni volta che qualcosa impedisce un’esecuzione. Il freddo
è un evento stressante perché ti impedisce di startene fermo lì a sentire freddo e ti
costringe a agire, a allontanarti dalla fonte e cercare un riparo. Se un evento ti impedisce di
vedere la finale della tua squadra di calcio ecco che anche questo è un evento stressante
perché contrasta con una serie di movimenti programmati da eseguire e impediti.
Questo secondo esempio non riguarda solo gli atti motori propriamente detti, quelli fisici
conosciuti da ognuno di noi ma anche una loro variante, come dire, solo mentale (di cui
peraltro è stata riconosciuta l’efficacia –vedi questo post qui). Sono movimenti mentali che
potremmo anche definire emovimenti, movimenti possibili programmati in anticipo per
essere eseguiti in futuro, ma che evidentemente hanno rilevanza come quelli veri anche se
vengono impediti al solo livello mentale, perché ugualmente in grado di scatenare risposte
stressorie come quelli fisici.

[1] P.W.Linville, Self-complexity as a cognitive buffer against stress-related-illness and depression,


in Journal of Personality and Social Psycology, 52, p.663
[2] L. Solano, Tra mente e corpo, Raffaello Cortina Editore 2001.
[3] P.W. Linville, Self-Complexity and affective extremity: don’t put all your eggs in one cognitive
basket, in Scoial Cognition, 3, p. 94.