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Nicola Spinosi

Il sole riflesso sulle verghe.


Paginette.

Avviso.
Ho postato questi brevissimi testi nel corso degli ultimi tre, quattro anni
in un blog intitolato "Nottetempo". L'ordine cronologico di "postazione"
qui rispettato, dal totale mancano solo pochi pezzi che adesso giudico
inadatti ad essere ripresi, per quanto non siano peggiori degli altri. Ci
rinvia alla omogeneit dei testi stessi, la cui natura, io credo, sar
trasparente per chiunque li legger, cos trasparente che ritengo inutile
trattarne.
Alcuni sono scritti in prima persona, altri in terza, alcuni trattano delle
piccole avventure che capitano a personaggi singoli, altri di fatti
d'interesse collettivo. A quest'ultimo proposito ricordo che la realt qui
messa in scena non quella dove noi viviamo, ma un'altra, quasi
uguale salvo qualche dettaglio. Insomma, ci si senta a casa, se si vuole,
ma fino a un certo punto.
Il rapporto tra i testi, quasi tutti corti, di meno di una pagina, e la mia
persona forte ed elusivo insieme.

In centro a piedi.
Dovevo procurarmi qualche biglietto per l'autobus, appena uscito dalla
stazione centrale attraversai una grande piazza quasi vuota e andai da
un rivenditore di giornali per comprare i biglietti. Non ne aveva pi. Allora
provai, per la verit un po' a casaccio, ad entrare in una rosticceria. Un
posto simpatico, dove prevaleva un colore caldo, rossastro, dorato. La
signora della rosticceria naturalmente non disponeva di biglietti per
l'autobus, cos d'improvviso decisi di andare a piedi fino a piazza del
Duomo, da dove pensavo che avrei trovato facilmente la via del mio
appuntamento di lavoro. Avevo vaghe idee sul percorso da fare e mi
sentivo un po' sperduto, nello stesso tempo pensavo che pi avanti avrei
chiesto informazioni e forse avrei, finalmente, trovato da comprare dei
biglietti per l'autobus, oppure per la metropolitana. Dopo aver
camminato per un bel pezzo mi si apr davanti una deviazione a destra,
un sentiero come di campagna, in discesa. Lontano era visibile
l'estensione enorme della citt. Forse si trattava di una scorciatoia,
pensai, e decisi di provarla. Lungo la discesa incontrai un giovane vestito
con un cappotto di velluto a coste sottili di color marrone. Per l'appunto,
com'era strano, si trattava di una mia vaga conoscenza. Uno che aveva
studiato architettura nella mia citt. Gli chiesi informazioni, e lui mi guid
per quel percorso in discesa, sempre sotto la prospettiva incombente
della citt, estranea, ma dotata di gran fascino. Ci trovammo tuttavia in
un ambiente chiuso, senza sapere come, nel vano scale di un palazzo di
abitazione qualsiasi. Capii che l'ex studente di architettura si era perso,
per almeno adesso eravamo in due! Usciti in strada dal palazzo di
abitazione, ora in piena citt, chiedemmo informazioni ad un uomo che
stava lavorando, un muratore. Costui, in un italiano stentato ci parlo di
un "grillo", dopo un po' noi capimmo che voleva indicarci un crollo, un
palazzo venuto gi che secondo il muratore ci sarebbe stato utile come
punto di riferimento per trovare infine la strada giusta per piazza del
Duomo. Adesso avevamo una magnifica prospettiva della citt in
lontananza quasi infinita; il cielo era abbellito da nerborute colonne di
fumo grigio, argento, nero, blu, provenienti da ciminiere industriali, come
io pensai. Mi compiacqui a voce alta con l'ex studente di architettura di
questa magnifica vista, forse l'inquinamento donava al cielo della citt,
che aveva colori racchiusi nella gamma dal bianco al nero. Sempre
lontana, come una cartolina vivente che noi avevamo davanti. Mi permisi
anche delle considerazioni di confronto tra la mia citt e questa, dissi che
forse nella mia, ben nota all'ex studente, l'inquinamento non si vede
perch le mancano ciminiere industriali.

Il crepaccio.
Le due costruzioni, dipinte di bianco, distavano circa centocinquanta
metri l'una dall'altra.
Scoprii questa vicinanza al termine di un cammino di ore, infatti un
crepaccio profondo e lungo diversi chilometri le separava in modo
irrimediabile. Come notai, dal balcone della costruzione da cui ora mi
separava il crepaccio, un uomo con vicine a lui due persone indistinguibili
osservava l'altra costruzione, e forse anche me, per mezzo di un
binocolo. Alzai dunque gli occhi verso la costruzione bianca osservata
dall'uomo con il binocolo: sembrava deserta, ma naturalmente avrei
dovuto accertarmene meglio.
"In realt sono due case uguali", pensai, ma, essendo io una persona
dotata di senso pratico, mi persi nel valutare quanto doveva essere stato
costoso il restauro delle due case, entrambe perdute sulla montagna,
lontane dal mondo, senza strade vere che le raggiungessero, assediate
da una vegetazione paurosamente intricata.
Quando mi risvegliai da quest'incubo di praticit era scesa la notte, e
oramai non vedevo pi n la casa dalla mia parte, si fa per dire, n la
casa dall'altra parte del crepaccio.

La caparra.
Con l'autobus arrivo in una periferia di cui ignoravo perfino il nome,
Borgo Stelluti, m'infilo dentro un enorme condominio e trovo nell'atrio
non il portinaio, ma due mastini slegati che sul collare esibiscono
cartellini bianchi con stampata una cifra: potrebbe essere il loro prezzo,
mi dico. Li osservo, sono austeramente minacciosi. Una coppia di
attempati casigliani, i padroni dei cani, d poco peso alle mie proteste
piuttosto controllate, e m'informa che i mastini sono gemelli: le cifre
servono a distinguerli.
"Perch non due nomi?", domando. "Ma si tratta appunto dei loro nomi",
rispondono.
Salgo al terzo piano in ascensore e visito l'appartamento per cui ho
versato una caparra senza ancora averlo visto; grandissimo, mi
colpisce un salone d'incredibile ampiezza, non rettangolare, infatti
consiste di una larga curva. Per quel che mi serve, l'appartamento
troppo, e l'altezza del terzo piano non offre neppure il vantaggio di una
qualche visuale panoramica.
Squilla il telefono, alzo il ricevitore e rispondo, si tratta di un probabile
acquirente dell'appartamento in cui mi trovo, con cui tratto come se io
fossi il proprietario. Mentre m'intrattengo con lo sconosciuto, mi
domando mentalmente se la persona a cui ho versato la caparra il
proprietario dell'appartamento oppure anche lui un acquirente.

Oro.
Mentre percorrevo, su uno stretto marciapiede, la viuzza che mi avevano
consigliato per raggiungere il Tribunale, dove avevo appuntamento con il
mio avvocato, un varco a destra mi offr per un momento la visione di un
cortile. Da una parte, su una sedia, una bellissima ragazza in esiguo
costume a due pezzi, scalza, veniva verniciata da un giovanotto, che le
stava vicino in piedi con in mano un pennello. Naturalmente mi fermai a
guardare. Il giovanotto si accorse della mia presenza e, pur continuando
il suo lavoro, m'indic ad avvicinarmi. Accolsi l'invito. Da un barattolo di
vernice colore oro sgocciolavano sul pavimento del cortile, deserto,
alcuni resti di quel grasso fluido; il giovanotto del resto aveva sistemato
sopra e sotto la sedia della ragazza in costume, e sotto il barattolo, alcuni
fogli del quotidiano locale, come notai. Lavorava con attenzione e cura,
indossando guanti protettivi. Era chiaro ci che stava facendo, ma non
capivo perch, ancora infatti il giovanotto non mi aveva rivelato che lui
era un artista. La modella taceva. Ed avrebbe continuato, almeno per i
pochi minuti che trascorsi in quel cortile, a tacere. Faceva, come pensai,
la parte della tela. Domandai all'artista se avrebbe usato soltanto il
colore oro, e se avrebbe verniciato anche la chioma della modella. Mi
rispose affermativamente. Allora gli feci notare che, a causa del costume
in due pezzi, la pelle sottostante della modella sarebbe restata senza
colore. Certo, rispose, proprio come succede quando si prende il sole in
costume, tutto cambia salvo sotto. La mia arte imita la realt, aggiunse.
S, ma i capelli al massimo schiariscono, obbiettai. La imita, rispose
l'artista, correggendone i limiti.
Io sono anziano e piuttosto timoroso delle malattie, lo dichiaro per
giustificare l'ultima domanda che posi all'artista, che non aveva smesso
di verniciare la modella.
Ma non le fa male, questa vernice?
A me no, rispose l'artista.

Profilo egizio.
Luigi inizi a frequentare un'avvenente femmina dal profilo egizio.
Ernesto, amico di Luigi, la vide, e subito scivol, ferendosi sotto il
ginocchio della gamba destra.
I tre si trovavano a Cala Sarraina, l era apparsa l'egizia.
Alcuni giorni dopo, mentre Luigi gli mostrava un cameo, l'effigie del
profilo amato, a Ernesto si stacc la crosta formatasi dopo la ferita sotto
il ginocchio.
Aveva come forma dell'effigie del profilo dell'egizia.

Scambio case.
Un'amica cui avevo prestato il mio rifugio in montagna mi aveva
autorizzato a fare quel che volevo in casa sua, dov'ero stato in visita
tante volte. Sapevo che la portinaia del palazzo aveva spesso la luna
storta, ma insieme mi attirava la prospettiva di raccogliere l'invito della
mia amica ricca.
Ho le chiavi, ma naturalmente la portinaia m'interroga, mi esamina,
guarda le mie scarpe, certo, sono vecchie, indosso abiti usati, vuol
sapere perch e per come, telefona alla mia amica e da ultimo mi
concede di entrare in ascensore.
Ne ho gi abbastanza.
Arrivato al piano, infilo la chiave, funziona male, ne provo un'altra,
mentre tento di aprire faccio cadere alcuni bastoni da passeggio che la
mia amica tiene, non saprei perch, accanto alla sua porta, in un
portaombrelli. Il rumore richiama l'attenzione di un vicino, che con ogni
evidenza mi scambia per un ladro e mi annuncia che telefoner alla
polizia.
Non gli do molta soddisfazione, continuo ad armeggiare e finalmente la
porta si apre.
Entro, e con mia grande sorpresa scopro, finora mai notata, un'altra
porta. Mi trovo quindi soltanto nel vestibolo. Ora dovr ricominciare la
ricerca della chiave giusta.
A proposito: perch la mia amica mi ha dato tante chiavi, non ne
bastavano due?
La chiave dell'appartamento, del vero ingresso in casa della mia amica,
manca.

Avventura notturna.
Ernesto sta dormendo dentro un gommone, insieme ad altre persone,
sulla spiaggia vicino a riva. Appare un animatore del campeggio
Santirocco, sveglia tutti e impone quella che lui definisce un'avventura
notturna sull'isoletta Francabella, che tutti guardano e nessuno
raggiunge. Konrad, questo il nome dell'animatore, riesce a convincere
anche Ernesto. Quando il gommone si trova a met percorso, a Ernesto
viene in mente di fare obbiezione di coscienza, ma attende chiss perch
lo sbarco, e annuncia alla compagnia che lui torner indietro a nuoto,
nonostante che il braccio di mare sia piuttosto ampio e lui un nuotatore
modesto.
Mentre si accinge a tuffarsi, Ernesto intravede, al di l di una duna, il suo
amico Luigi: grassoccio, solo, non certo allegro. Gli si avvicina e gli
domanda come e perch si trova sull'isoletta Francabella tutto solo di
notte.
"Hai presente la fanciulla dal profilo egizio?", risponde Luigi.

I segreti della collina.


Della collina che si trova appena fuori dal borgo, oltre la porta
meridionale, mi offro di mostrare i segreti a certi miei conoscenti in
visita, intanto da solo provo il percorso da fare, pericoloso, angusto,
scivoloso: e mi perdo. Vago nell'enorme parco che credevo di conoscere.
Pi che un parco una campagna boschiva.
Incontro una signora anziana, le chiedo indicazioni, ma lei cambia
discorso, ed io la seguo.
"Non le danno noia tutte queste zanzare?", domando a un tratto. "No, io
fumo", risponde lei.
Mi allontano dalla fumatrice e presto vedo un piccolo prete, che
effettivamente su mia richiesta si mette a spiegarmi come arrivare alla
Villa, meta suprema del mio progetto. Per la verit ci sono salito soltanto
una volta, e da allora sono trascorsi molti anni.
Ascolto il prete, e quando credo di aver capito inizio a correre. Dopo
pochi passi lo sento che mi chiama.
"Perch lo fai?", mi sta domandando.
"Per il borgo, lo faccio per il borgo!", rispondo senza voltarmi indietro.

Nella strada di paese.


Abitiamo a pianterreno, la strada del paese ci passa ai piedi. Un
pomeriggio che la luce del sole rendeva colorato e caldo, vidi dalla mia
finestra un uomo n giovane n vecchio, con addosso abiti tutti larghi,
avanzare con gran fatica e dolorante. Chiamai mia moglie ed uscimmo a
vedere di che cosa avesse bisogno quell'uomo. Si lamentava e si
muoveva a mala pena, mezzo curvato indietro e a sinistra, come una
banana posta di tralice. Ci chiese di liberarlo degli abiti, che erano
secondo lui la vera causa dei suoi guai. Una richiesta strana, ma
qualcosa si poteva fare, almeno.
Durante l'esecuzione mi accorsi che gli abiti non erano indossati
veramente da quell'uomo, ma sapientemente appoggiati su di lui, tant'
vero che liberarlo fu facilissimo. Come fosse un manichino, o una
struttura di grucce sostenuta da uno scheletro, per meglio dire. Ma era
un uomo.
Sotto gli abiti non era nudo, ma coperto da una specie di calzamaglia
color sabbia fissata alla vita, alle ginocchia e alle spalle con dei lacci.
Ci raccomand di aver cura dei suoi abiti e di seguirlo reggendoli per
mezzo della struttura di grucce che tanta noia gli aveva dato fino a pochi
minuti prima, e si avvi per la nostra strada di paese, stretta tra due file
di casette, camminando piano, eretto, come un sonnambulo, se non
come un automa, o uno spaventapasseri svestito.
Io fedelmente eseguii e mi accorsi che, dopo pochi metri, a noi tre si
erano unite altre persone, e che, tutti insieme, formavamo un piccolo
corteo, alla cui testa avanzava l'uomo, ora alto, molto alto.
Dopo ancora pochi altri metri vidi che, dalla parte opposta alla nostra,
avanzava verso di noi una processione religiosa, con alla testa una
Madonna sostenuta da uno dei nostri compaesani.
Il nostro corteo improvvisato dunque scorse contro e accanto alla
processione religiosa.
Tutto nel massimo silenzio.

Cinquantacinque talleri di dolciumi.


Mi trovo in una pasticceria e noto dietro il cristallo del bancone dei
bellissimi biscotti e dei pasticcini che hanno un aspetto ancora migliore. Il
negozio colmo di persone, riesco a vedere la merce, ma mi sfugge ci
che per me resta decisivo, il prezzo. Eppure devo fare un regalo, e il
prezzo non dovrebbe contare pi di tanto. Un uomo anziano molto grosso
mi sta attaccato e mi soffoca, intanto parla a voce alta con una signora
pigiata pi in l, come se niente fosse. Il brusio degli altri clienti non
m'impedisce di sentire quello che si dicono i due. Lui parla come un
medico, dice che la paura pericolosa per la salute, grida che alla sua
et - non riesco a capire come termina la frase.
"Senta dottore", gli faccio girandomi faticosamente verso di lui, ma lui mi
guarda e ride: "non sono un dottore".
Mi trovo in imbarazzo, ma non posso muovermi, perch non voglio
perdere la mia posizione nella calca dei clienti davanti al cristallo del
bancone che protegge i dolciumi. Quando finalmente tocca a me ordino
in fretta, gridando - non ne posso pi: quei biscotti, mezzo chilo, e quei
pasticcini, quindici, dico alla ragazza che finalmente ha iniziato a
interessarsi alla mia presenza. Prende la merce, esegue la pesata, poi
confeziona due pacchetti, una vera bellezza, "sono cinquantacinque
talleri", grida sorridendo, e m'invita a recarmi alla cassa, dove trovo due
ragazze uguali tra loro e simili alla commessa che mi ha fatto i pacchetti.
Molto tranquille, nonostante il brusio e la calca, anzi la bolgia.
"Sono cinquantacinque talleri", mi sorridono all'unisono le due cassiere.
Per un po' di dolci devo pagare tutti questi soldi, mi dico; il mondo alla
fine, penso; ai miei tempi ci avrei fatto una settimana di vacanza;
l'inflazione, obbietto a me stesso, eccetera.
A voce chiedo una spiegazione del totale, che "mi pare un po' alto",
aggiungo con moderazione. Le due avvenenti cassiere - una rappresenta
i biscotti, l'altra i pasticcini, penso - mi spiegano all'unisono che la
lavorazione artigianale costa e che, una volta assaggiati i dolci che ho
scelto - sottolineano con la voce questo verbo scegliere - ebbene: non
penser pi al prezzo.
Ne consegue che, estratti dal portafogli un pezzo da cinquanta ed uno da
cinque, pago gridando alle due cassiere: "tanta la grazia e la gentilezza
che emanate, mie care, che sono perfino contento di lasciare questi
cinquantacinque talleri nella vostra cassa!".
Sorridono astute, incamerano, ed io faticosamente esco dalla bolgia.

Provocatore!
Sono in un commissariato di polizia per denunciare la scomparsa di una
persona. Il funzionario mi chiede di esibire il mio documento d'identit,
ci che faccio. Procedo nella denuncia: via via che si delineano le
caratteristiche dello scomparso, che ha, certamente si tratta di una
coincidenza strana, le stesse mie generalit, il funzionario si fa perplesso,
infine, dopo che ho terminato la descrizione fisica e fisiognomica dello
scomparso, mi domanda se sto tentando, sottolinea questo verbo, di
prenderlo in giro e di fargli perdere tempo.
"No certo, dottore", rispondo, "perch?"
Il funzionario applica due dita della mano sinistra sulla mia carta
d'identit e la fa scivolare verso di me sul piano del tavolo che ci separa.
"La persona la cui scomparsa lei venuto a denunciare lei stesso,
egregio signore, ed ora la invito a lasciare quest'ufficio ed a ringraziare la
fortuna perch ho deciso di non prendere provvedimenti a suo carico."
"Non capisco, dottore", replico senza alzarmi dalla sedia, "pensavo di
aver fatto il mio dovere di cittadino, invece sto passando per un
provocatore."
"Ecco, bravo, ha detto la parola. E con ci la congedo", chiude il
funzionario, che chiama un agente dentro la stanza.
Devo andarmene. Mentre cammino per le strade tranquille della
domenica pomeriggio, rifletto su quello che mi appena successo.
"Io sarei lo scomparso, dunque, ed insieme la persona che denuncia la
sua scomparsa? Possibile? E se logicamente, allora, non sono scomparso,
perch denuncio la, diciamo cos, mia scomparsa? Sono forse
impazzito?", domando a me stesso.
Mi sto avvicinando a casa. Decido di non rispondere all'ultima domanda,
preferisco invece elogiarmi perch ho avuto il coraggio di ammettere la
mia scomparsa, insieme coprendomi pubblicamente di ridicolo. Ed entro
in casa.

Piazza delle Terme.


In moto fino a piazza delle Terme, dov' l'officina per la riparazione. Il
meccanico cordiale, lui e il cliente non si vedono da anni, ma la
dedizione completa e immediata. Si tratta di riassettare la complessa
forcella di quest'anziana moto. Nella penombra dell'officina, che in
realt una stanzetta, il tempo trascorre piacevole, da ultimo la moto
viene restituita al cliente in condizioni di perfezione, sembra che sia stata
anche lucidata.
Felice il cliente avvia il motore e lascia piazza delle Terme, voglioso di
provare il funzionamento della forcella. Tutto fila liscio. A un tratto,
sorpresissimo, si accorge di non aver pagato la riparazione, e ricorda che
il meccanico lo ha lasciato andar via senza presentargli il conto.
Una cos buona accoglienza non stata messa in imbarazzo dai soldi.
Il cliente, finito il giro di prova, una decina di chilometri, fa ritorno in
piazza delle Terme per pagare il suo vecchio meccanico. Ma non ritrova
l'officina: al suo posto un coltellinaio. Nessun meccanico, da quaranta
anni, in piazza delle Terme, assicura il coltellinaio, interrogato dal cliente.

La moschea.
Il restauro della casa appartenuta alla nonna fu ultimato velocemente da
due tecnici specialisti le cui facce assomigliavano a quelle di conoscenti
ai tempi frequentati dal nipote della proprietaria, defunta da un pezzo.
Infatti erano proprio quei fratelli Coretti, logicamente invecchiati, ora
restauratori di immobili di prestigio.
"Ci si rivede!"
Sul posto, il nipote della defunta si accorse che i lavori erano stati
eseguiti a dispetto delle sue indicazioni, messe per iscritto e inviate ai
Coretti mesi prima. A giustificazione della tinteggiatura color zabaglione
della corte, stupefatto il nipote anche dalle spruzzate color cacao sui
quattro fregi gentilizi posti agli angoli, in alto, a giustificazione inoltre
della discrepanza tra il fatto e le istruzioni ricevute per iscritto ("tutto
avorio, chiaro, mi raccomando"), i Coretti addussero l'argomento
dell'impenetrabilit della grafia del cliente.
La casa della nonna, vuota e grandissima proprio perch libera dalle
centinaia di oggetti accumulati dalla defunta e prima di lei dai suoi
genitori, aveva un aspetto d'integrale novit, e il nipote, amareggiato dal
colore delle stanze, azzurrognolo oppure rosaceo, decise interiormente di
liberarsi alla svelta dei Coretti, di richiudere la casa cos com'era, e di
tornarsene in citt.
Chiesto il conto dei lavori, il cliente constat che il totale era il doppio
della cifra preventivata. Le cucine e i bagni avevano dato "filo da
torcere", spiegarono i Coretti. E la cantina, "interamente da bonificare"!
Rifiutarono ogni tentativo del cliente di una transazione e ribadirono che
il conto era corretto. Ignari del calembour, finsero di non sentire le
divaganti considerazioni del cliente, interessato all'inopinata moschea
visibile in prossimit della casa della defunta nonna, costruita l dove il
nipote aveva giocato a pallone da bambino, cinque decenni prima.
"Alla moschea noi non vogliamo neppure pensare", disse il minore dei
Coretti scuotendo la testa, mentre accompagnava il cliente all'auto.
"Eppure l'avete presa a modello per rifare casa mia!", rimarc il cliente
girandosi verso ci che pareva una torta nuziale.
"Far cambiare le serrature", pens il nipote firmando l'assegno ed
intascando il conto composto gallinaceamente dai Coretti. Su carta
quadrettata rosa. "Cercher di venderla - all'Iman".

Flash.
Mio padre armato di una nuova macchina fotografica si affaccia a una
finestra e mi fa cenno che Linda non si accorga che lui sta per scattare
una foto di noi, ma io sono troppo interessato a questa sua intenzione ed
all'apparecchio; quindi Linda si accorge, e la foto a sorpresa va a farsi
benedire.
Eravamo seduti su una panchina nel giardino sotto la casa dei miei, in
campagna.
Mi sto pentendo di aver fatto conoscere Linda, mia fidanzata, ai miei, che
sono in effetti troppo invadenti e pretendono perfino di rimboccarci le
coperte quando siamo entrati nel nostro letto. Decido di fuggire, Linda
d'accordo con me, quando tutti dormono pian piano ci avviamo alla porta
d'ingresso, ma Zac! Un flash ci acceca: mio padre che ci ha sorpreso
con il suo apparecchio nuovo di zecca, accanto a lui mia nonna, mia
madre, mio fratello, sua moglie. E' una festa.

Non primavera.
Un garzone di bottega cavalca una grossa moto verde che ha, uno
davanti e uno dietro, due canestri metallici per le merci destinate ai
clienti del suo padrone. Guida come un pazzo, lo seguo con lo sguardo da
lontano, chiss quale primato vuol conseguire, intanto indirizza agli altri
utenti della strada dileggi e insulti.
Mi ricorderebbe un film di Renato Castellani intitolato "E' primavera", che
inizia con un garzone di panettiere che corre in bicicletta schivando i
passanti, tutto allegro. Senonch questo non allegro, ma feroce.
Da ultimo, vittorioso, il garzone parcheggia la sua grossa moto verde sul
marciapiede davanti al negozio del suo padrone, ma sullo sfondo io vedo
avvicinarsi un vigile urbano.
La legge!
Il vigile richiama all'ordine il garzone, che si difende con l'argomento,
come posso sentire, dell'essere lui l'incarnazione moderna del
protagonista di un film di Renato Castellani, "E' primavera".
Mai sentito, risponde il vigile.
Neanch'io, concede il garzone.

La faglia.
Ha lasciato in un cassetto la ricevuta d'accredito del suo stipendio, la mia
ospite, guadagna poco, dovrei aiutarla, vado alla posta per un vaglia, in
autobus un giovane fuma, gli dico che non si pu, lui mi guarda e fa:
"vuoi dire che non si deve, forse", poi scende e scendo anch'io. Sono
occupato a sciogliere il nodo alla gola dell'arrabbiatura e passo davanti
all'ufficio postale dimenticando che devo fare, posso fare, voglio fare un
vaglia a favore della mia povera ospite, vedo l'ingresso di un parco ed
entro per ricrearmi, un'auto fuoristrada lucidissima attira la mia
attenzione, che cosa ci fa qui?
Una rissa di giovani vestiti di nero contro giovani vestiti di grigio subito
dietro l'auto mi convince a passare da un'altra parte, inizio a percorrere
un sentiero, mi trovo su un terreno che sembra gesso, se non meringa,
arrivo a un crepaccio strettissimo e profondo, ma sono troppo vecchio
per tentare il salto dall'altra parte, e allora torno indietro. Leggo un
cartello: "Occhio alla faglia!"
Mio figlio mi racconta che sapeva della miseria della nostra ospite, che
conosce la differenza tra "non si pu" e "non si deve", che esperto del
parco vicino, e cos via.
"Conosci il crepaccio?", gli domando. S, lo conosce, profondo, dice, ma
morbido.
"E allora perch il cartello?", faccio io.
"Il cartello dice di stare attenti alla faglia, non al crepaccio", puntualizza
mio figlio, "la faglia la rissa tra i neri e i grigi."

Adolf.
La nostra facolt dispone di numerosi corridoi, in ogni corridoio c' un
bagno, in ogni bagno una doccia che funziona a seconda di quante
monete da 50 centesimi di tallero s'inseriscono nella fessura di fianco
alla cabina, se ne metti una puoi a mala pena bagnarti, dato tuttavia che
io sono un docente universitario avaro, prima di spendere i miei 50
centesimi verifico che non resti magari dello sgocciolamento residuo
dall'ultima doccia fatta prima del mio arrivo; s, sgocciola ancora: m'infilo
e mi bagno un po', esco mezzo nudo con un lenzuolo sulle spalle, una
studentessa mi guarda e mi domanda se i miei capelli sono tinti o hanno
il colore naturale, non contenta della mia risposta mi domanda perch
non li pettino sempre cos, lisci, alla Hitler, dice. Mi guardo nello specchio
del bagno e noto che effettivamente un paio di baffetti corti mi farebbero
somigliare ad Adolf.

Verso sera.
Tutto capita verso sera, tra il lusco e il brusco, dice mia nonna. L'albero,
nero a causa del calo di luce, strappato dal suo radicamento nel terreno
del giardino, tira infatti un vento fortissimo. Non cade, invece ruota sui
suoi rami lunghi, evidentemente robusti, e resta impigliato a testa in gi,
esclama il mio fratellino, agli altri alberi. Una nuova configurazione.
Siamo, noi tre, io mia nonna e il mio fratello minore, in una citt che non
conosciamo. Fuori dal giardino, in strada, troviamo un piccolo negozio di
bibite, appena una stanzetta. Mio fratello entra e, stupendomi con la sua
disinvoltura, chiede al gestore informazioni su questa strana tempesta di
vento. "Ho mandato un'ora fa il mio garzone proprio dove c' stata la
tempesta", risponde il gestore, "e ancora non tornato".
Continuiamo a camminare e arriviamo in una grande piazza quasi
quadrata, deserta, in fondo, da una parte, sostano due vecchi pullman.
Mia nonna commenta quello che abbiamo visto e sentito con parole che
mi rassicurano per la loro autorevolezza, e anche lei mi stupisce per
com' tranquilla. In effetti la tempesta di vento finita. I pullman ci
aspettano.
Tengo per me la paura; certo, la posizione dell'albero sradicato
rappresentava un pericolo, per noi, ma specialmente mi ha colpito un
fatto o un'impressione: i rami insieme al tronco, nell'intrico di foglie,
rivelavano, nera, la forma di uno svastica.

Nel nostro glorioso cineclub.


Nel nostro glorioso cineclub danno in versione integrale un film
giapponese, finalmente eccoci alla scena fin qui mai vista dai comuni
mortali, ma che strano, in bianco e nero; Lui giovanissimo, somiglia a
un mio amico, bisogna che glielo dica, stessa faccia, Lei sembra una
semplice donnina, per in tiro, occhiali da cieca, danzano stretti e lenti
come se fossero europei, poi Lui si stacca e parla, in giapponese, che
peccato. Sembra un pezzo alieno infilato nel film, che invece arcinoto,
anche a noi cinefili di provincia. Il bianco e nero degno di Bergman,
incantevolmente crudo.
Chiss che cosa dice, Lui, lo chiederemo al critico di citt che sceso fin
qui, invitato dai signori del cineclub.
Parla e si muove, Lui, a un tratto entra in una stanzetta, se non una
cabina telefonica, ma subito riappare da dietro la minuscola porta a vetri:
ed una maschera bianca mostruosa quel che si vede, lunga, larga, la
bocca disegnata grossolanamente, un largo triangolo isoscele con la base
in alto, al posto dei denti una fila di strisce bianche e nere, genere
tastiera di pianoforte, e il naso: un rombo con i contorni neri, e gli occhi:
due colossali segni, ciascuno rappresenta il simbolo "=", neri.
A colori chiss com'era: non lo sapremo mai, se il critico di citt non ci
fornisce, al termine della proiezione, qualche notizia su questo brano di
cinema che abbiamo l'onore di ammirare.

Il test.
Il mio padrone indagato perch si sospetta che abbia commesso delitti
gravissimi, tra i quali un omicidio. Il magistrato m'interroga come
testimone, ma io sento che potrei presto essere accusato di complicit
con il mio padrone. Mi si mostrano appunti scritti, sui margini delle
pagine di un romanzo, dal sospettato, dovrebbero significare qualcosa,
ma io non sono all'altezza di dire nulla, infatti faccio il giardiniere e non
so niente di romanzi e di note scritte dal mio padrone.
L'interrogatorio, mi informa il magistrato, dovr a questo punto
trasformarsi in un test. Ne sono intimorito, non so che cosa un test, ma
ho paura di fornire prove contro il mio padrone, che io so colpevole. Il
magistrato mi spiega con pazienza, anche troppo esibita, che io dovr
soltanto dire tutto quello che mi verr in mente dopo che lui avr posto
ogni domanda - salvo il No.
Alla prima domanda ("Perch l'Avvocato lo ha fatto?") mi verrebbe da
rispondere "non lo so", ma non posso, perch la frase conterrebbe la
negazione. E' abile, questo magistrato. Mi potrei accontentare di
rispondere "per amore", ma taccio, perch temo che questa risposta
farebbe uscire, dopo, tutto quello che so. Ritengo di essere anch'io
colpevole, oppure tanto forte il timore che il mio padrone sia
smascherato, che finisco con il crederlo.

Il ritrattista.
Dopo che, per cause ignote, una seconda cassa cranica mi era cresciuta
dietro la prima e fin l unica, o meglio: dopo che una calotta ossea
parassitariamente mi era cresciuta attaccata alla prima, per cui sul mio
collo si ergevano una testa (la mia) e mezzo (l'altra), com' naturale
iniziai a preoccuparmi di farmi acconciare le due capigliature in modo che
quella deformit non fosse troppo visibile e non nuocesse alla mia vita
normale, infatti non potevo certo restare sempre chiuso in casa.
La parrucchiera a cui mi rivolsi sugger la soluzione. Avrei dovuto, disse,
lasciarmi crescere i capelli molto lunghi sulla testa originaria, in modo
che raggiungessero con la loro massa i capelli dell'altra testa, cos da
garantire una sorta di continuit e da costituire la finzione di un'unica
capigliatura, certo, ammise la parrucchiera, con risultati esteticamente
discutibili, ma credibili.
Pensai che la parrucchiera, una ragazza tranquilla, avesse ragione. Certi
disegni che mi mostr, dopo averli schizzati su un grande foglio, davano
luogo all'immagine di un testone bombato posteriormente, senza che la
deformit, o meglio mostruosit sottostante, fosse visibile.
Dopo diversi mesi di crescita dei capelli iniziai dunque a tentare le mie
uscite da casa pettinato in quel nuovo modo, con due riporti intrecciati
insieme, quello della mia testa spinto all'indietro, quello dell'altra testa
spinto in avanti. Nel frattempo mi ero mosso indossando una sorta di
cuffia di lana, lavorata appositamente per me da mia nonna, cos larga
da contenere la mia testa e mezzo.
Fin qui ho descritto gli svantaggi della mia deformit. Quanto ai vantaggi,
corrispondentemente ai risultati radiografici indicanti che al mio cervello
si era aggiunto in tandem un altro cervello quasi intero, iniziai a trovarmi
in grado di pensare di pi e meglio, di affrontare e risolvere i miei
problemi professionali (faccio il ritrattista) con sorprendente efficacia. Per
cos dire vedevo le cose da due punti di vista contemporaneamente,
vedevo il davanti e il dietro insieme, eppure avevo sempre soltanto due
occhi, i miei soliti. Per cos dire vedevo anche il lato nascosto delle cose
(e delle persone), ci che qualche volta, lo confesso, mi dava dolorosi
turbamenti.
A proposito di dolori, la mia seconda testa me ne dava crescentemente,
ed uno dei medici da me consultati mi convinse infine a farmela operare
chirurgicamente. Mi avrebbero, disse, segato via l'escrescenza (cos la
denomin) e in pochi mesi tutto sarebbe tornato a posto, cicatrizzato.
"E i capelli?", domandai al medico, "mi ricresceranno i capelli?"

L'apprendista
Noi continuiamo a credere, s, che il borgo vicino conservi le dimensioni
che aveva quando eravamo giovani messi comunali e ci recavamo in
bicicletta all'indirizzo richiesto, invece il borgo vicino nei decenni si
allargato cos tanto che quasi non rimasto spazio libero tra la sua

periferia est e la periferia ovest della nostra antica citt. Siamo anziani,
dopo molti anni di servizio interno alle note strade, che sono in certo
modo il fondale delle nostre vicende personali, ci mandano a consegnare
un plico a un indirizzo logicamente a noi ignoto del borgo vicino.
Partiamo guidando l'automobile di servizio, insieme a noi il giovane che
tra pochi mesi prender il nostro posto, e che lamenta l'assenza del
navigatore satellitare. "L'auto molto vecchia", noi replichiamo, "non
previsto il navigatore satellitare".
"Ma che cosa dici", reagisce il giovane apprendista, che ci da del tu
nonostante che almeno cinque volte gli abbiamo fatto notare che
potremmo essergli non padre, ma addirittura nonno, "ma che cosa dici, il
navigatore satellitare pu essere usato anche su un'auto scassata come
questa!"
"Davvero?", noi fingiamo di domandare, "avrai ragione, ma adesso
bisogna stare attenti a dove girare, e soltanto con i nostri mezzi!"
Quando siamo andati in missione nel borgo vicino, s'intende negli ultimi
anni, quelli della sua crescita colossale, sempre ci siamo perduti e quindi
non abbiamo consegnato il plico dovuto, con la conseguenza di pagare
una grossa multa in termini di decurtazione del nostro gi esiguo
stipendio. Anche oggi ci perdiamo ed ora constatiamo, s, che la
seconda volta che stiamo percorrendo la stessa strada di scorrimento
veloce, chiusa da lunghi guardrail colorati di azzurro che impediscono
ogni via di fuga, quel che rischia ogni volta di fare impazzire noi vecchi
messi comunali; infine, per fortuna, sbuchiamo in una piazza antistante a
un istituto di studi superiori in ambito tessile e scorgiamo una giovane
studentessa che sta fumando una sigaretta. Fermiamo l'auto e le
domandiamo qualche indicazione circa l'indirizzo a noi utile;
sfortunatamente la ragazza, gentile per, non ne sa niente, tuttavia ci
suggerisce di seguire un piccolo scuolabus bianco e azzurro in partenza
nel piazzale - curiosamente assomiglia a un pullman che noi vedevamo
salire fino al nostro paese, quando eravamo bambini, e sentivamo fin da
lontano strombettare. Dovremmo seguire lo scuolabus, come dice la
ragazza gentile, perch diretto nel centro della citt - che ormai non
pi per niente un borgo - dove di sicuro sapranno darci l'indicazione che
ci serve.
L'apprendista ingrugnito, inutilmente tentiamo di rasserenarlo
elogiando l'avvenenza della studentessa or ora incontrata, inutilmente
proviamo la battuta di spirito di domandargli se non meglio, la ragazza,
del navigatore satellitare: "segui lo scuolabus, piuttosto", ringhia
l'apprendista.
Mentre con gran fatica eseguiamo, del resto incerti quanto al buon esito
della nostra missione, non sappiamo perch, ma ci sorge il desiderio di
affibbiare un manrovescio sulla faccia dell'apprendista.

Pietro Ridera.
Assisto a una riunione politica che si svolge dentro un cinema. Indosso un
piumino, ma mi sono dimenticato di infilarmi le calze, quindi per met ho
caldo, per met freddo. Seduto nell'atrio in attesa dell'inizio davanti a
una signora, m'immagino come sarebbe nel caso che eccetera.
Finalmente entro nella sala, oscuro, sullo schermo sono proiettati gli
organigrammi del nuovo partito che si sta fondando. Controllo la
posizione del mio portafogli, che sia ben custodito in una tasca interna
del piumino. Mi siedo all'inizio di una fila tutta occupata da giovani,
piuttosto indietro rispetto allo schermo dove ora continuano a scorrere i
nomi dei simpatizzanti del nuovo partito. A un tratto, dopo che mi sono
alzato e mi sono avvicinato allo schermo per leggere meglio i nomi, mi
sento afferrare affettuosamente per un braccio e in certo modo
sequestrare. E' un mio conoscente dei tempi andati, un certo Pietro
Ridera, ne ricordo solo il nome di battaglia. Mi fa festa, contento di
vedermi e mi spinge verso il tavolo della presidenza dell'assemblea,
perch io prenda parte attiva a questa cerimonia di fondazione.
Sono riscaldato fino alle caviglie da quest'affettuoso riconoscimento da
parte di Pietro Ridera, ma non dico altro che "ciao, Pietro, come stai?",
intimamente piuttosto orgoglioso della premura di colui che ai tempi,
durante un'altra cerimonia di fondazione di un nuovo partito, seppe
attirare l'attenzione non solo degl'infiltrati della polizia politica presenti in
sala, ma anche quella del pubblico, che inizi a ritmare lo slogan "Tupa,
Tupa, Tupamaros".
Pietro Ridera adesso si munito di una scala pieghevole e ci salito
sopra, non si rende conto di oscurare con la sua ombra parte della lista
dei simpatizzanti proiettata sullo schermo, si agita e si spenzola un po'
troppo nell'indicare certi nomi, in effetti piuttosto famosi; da ultimo perde
l'equilibrio e cade gi in terra.
Ne approfitto per avviarmi all'uscita della sala. E' come se mi fossi
svegliato dopo un colpo di sonno. Nell'atrio si vendono opuscoli.

La repubblicana.
Disastroso lo stato della mia mansarda, trasformata in deposito di
materiali e attrezzi che, come scopro, servono alla riparazione del tetto.
E' un'infamia del mio padrone di casa che cos spera di farmi andar via,
con le cattive. Tutti i mobili sono spostati, la polvere regna sui libri. Qui
non posso certo dormire, stanotte. Esco e cerco una locanda. Sono
appena rientrato in citt, la mia valigia pesante, mi avvio verso la
stazione, in giro non vedo nessuno. A met strada mi viene in mente che
il deposito bagagli a quest'ora sar chiuso. In effetti sembra che l'intera
citt sia deserta. Incollato su un muro vedo un manifesto che annuncia il
passaggio del Sovrano a bordo del suo yacht sul fiume, e capisco che
tutti sono andati ad assistere all'evento. Ogni attivit, ogni esercizio, ogni
buco, tutto chiuso.
"Mia zia, c' mia zia", mi dico, "lei non mica monarchica, sar rimasta a
casa", e mi affretto verso la piazza dove si trova il villino della zia. Mi
affretto per modo di dire, infatti la valigia mi frena, non ne posso pi, la
nasconderei da qualche parte, ma si sa che i ladri, in queste occasioni di
massa, stanno ben attenti ad ogni dettaglio per avvantaggiarsene.
Arrivato davanti al villino vedo che le luci sono spente, "sar andata a
dormire, la vecchia repubblicana", mi consolo, e vedo che una finestra al
primo piano aperta. Tiro la corda del campanello. Niente. "Sta' a vedere
che anche la zia...". Supero il muro di cinta del giardino dopo aver spinto
la valigia, sforzo terribile, fino alla sua cima, ed averla fatta ricadere
dall'altra parte. "Riposi in pace", dico. Quindi mi arrampico lungo il tubo
di scarico della grondaia fino alla finestra aperta, entro e si conferma che
la zia non in casa. "Questo non significa certo che sia andata a vedere il
Sovrano", obbietto a me stesso. Sono un loico.
Mi accomodo nella stanza degli ospiti, dopo aver mangiato un avanzo di
zuppa preparato dalla zia non so quanti giorni fa, e provo a dormire.
"Domattina andr dal padrone di casa e gliene dir quattro", sospiro. "Ma
perch poi quattro?", mi domando, ma non riesco a rispondere a questa
domanda. Mi addormento.

Carta da parati.
Ci hanno destinato una nuova stanza, in ufficio. Occupandola, noi tre
colleghi commentiamo questo trasferimento; non ci dispiace, dopotutto
cambiare di stanza, anche senza saperne la ragione, un gioco, e il
nostro lavoro invece tanto grigio. Uno dei miei due colleghi fa
apprezzamenti sulle forme e sui colori che secondo lui sono stati dipinti
sulle pareti, ma io replico: "No, non pittura, intanto sarebbe
costosissimo far dipingere queste rificolone alla Klee, no, si tratta di carta
da parati, evidente!"
I miei colleghi tacciono, poi iniziano a passare le loro mani sulle pareti e
s, convengono che la nostra nuova stanza stata ricoperta di carta da
parati. L'altro mio collega, malizioso - chiss poi perch - mi domanda: "E
tu come facevi a saperlo? Non che hai degli informatori ai piani alti?"
"No", replico, "Ho passato l'infanzia e l'adolescenza con una madre che
aveva la passione per la carta da parati, ogni po' chiamava un certo
signore e gli faceva incollare nuove strisce, davvero, in ogni stanza della
nostra casa. E' cos che sono diventato un esperto!"
Silenzio.
"Una volta", proseguo, "tornando da scuola io e mio fratello trovammo la
nostra stanza guarnita di una carta da parati che ci fece - e continu a
farci per semestri - l'impressione di trovarci dentro un minestrone di
verdura, soprattutto di fagioli, direi. Dopotutto a noi qui andata
benone!"
"Senza chiedervi un parere?", domanda il primo collega, che forse
rimasto colpito da suo errore veramente madornale.
"No, mia madre era simile ai nostri superiori, che un parere sul
trasferimento in questa nuova stanza non ce l'hanno chiesto, e nemmeno
sul fatto che adesso ci troviamo a dover lavorare dentro un quadro di
Klee."
"Ma chi sarebbe questo Klee, un pittore?", domandano insieme i miei due
colleghi, "per caso sei esperto anche di pittura?"

Dodici libri antichi.


Lavori al di l di una parete della stanza dove sto dormendo fanno
tremare il muro e lo scuotono fino alla caduta in terra dei volumetti che si
trovavano in uno scaffale basso della libreria. Guardo la parete, una
rete di macchie, ed anche bagnata. Non sono ancora sveglio, il martello
pneumatico che ha fatto cadere gi i miei dodici libri antichi non
riuscito a strapparmi del tutto dal sonno. Faccio fatica a tenere gli occhi
aperti, ma esco dal mio appartamento e vado in cerca dei responsabili
del fracasso e dei danni. Si trovano ora al piano superiore, i muratori,
appoggiato da una parte vicino alla mia porta vedo il martello
pneumatico che mi ha causato il peggior risveglio da due mesi a oggi;
senza indugio lo afferro e lo porto gi in cantina, dove lo nascondo con
cura in un baule di cuoio, seppellendolo sotto alcune vecchie coperte che
aspettavano aria da anni. Il martello pneumatico ora in mio possesso,
almeno per oggi posso ritornare a dormire.
Ho commesso un furto, ma se avessi affrontato i muratori e avessi loro
detto faticosamente, tra uno sbadiglio e l'altro, ad occhi quasi chiusi, dei
miei dodici libri antichi e delle macchie sulla parete, e di quanti secoli ha
questo edificio che rischia di essere demolito, sono certo che non mi
avrebbero neppure compreso, infatti non parlano quasi la mia lingua - e
di fatto richiedono di essere presi per dei Tu, cosa di cui io non sono
capace con gli estranei.
E tutti quanti mi sono estranei!

Conversione a tavola.
Mi domanda se sono ebreo, si tratta di un gioco; no, non sono ebreo, ma
lui va avanti e mi domanda se frequento una certa scuola di dottrina
teologica ebraica; no, non la frequento, non sono ebreo, insisto; male, fa
l'interrogante, non sai che cosa ti perdi; ma se non sono ebreo? -replico
ancora io.
Siamo a tavola, l'interrogante un ospite, anch'io lo sono.
E' un gioco, ribadisce lui, non devi rispondere la verit, ma quel che ti
piace; ah, s, hai ragione, mi era sembrato un gioco della verit. No un
gioco e basta, assicura. E riprende: sei ebreo? No, non lo sono; e
frequenti la scuola di dottrina teologica? No, mica sarei ammesso, non
sono ebreo. Qui sbagli, mi becca l'interrogante, saresti ammesso se ti
volessi convertire. A cosa? - domando. Alla religione ebraica, risponde lui.
Ma io sono ateo, replico, e mi verso un poco di acqua minerale non
gassata. Molti ebrei sono atei, insiste, eppure s'interessano di teologia, e
riprende: sei ebreo? No, rispondo.
E perch no? - domanda lui.

Get Off My Cloud!


D notizia il quotidiano della nostra cittadina di uno strano fatto accaduto
ieri nelle adiacenze del Ponte di Ferro. Alcuni giovani che procedevano in
direzione del ponte a bordo di una giardinetta sarebbero stati sorvolati a
quota molto bassa da una nuvola di dimensioni, hanno riferito i giovani
alle Autorit, analoghe a quelle di una balena. Eccitati dal sorvolo, i
giovani sarebbero con prontezza usciti dall'auto ed avrebbero
approfittato della modestissima altezza a cui si trovava ormai la nuvola
per acciuffarne un lembo. Presa per la coda, la nuvola li avrebbe lasciati
fare, riferiscono i giovani, senza ribellarsi. Entusiasti dell'avvenuta
cattura, i giovani avrebbero iniziato a cantare in inglese una loro
canzone, leggiamo nel suddetto quotidiano, qualcosa come "Get off my
Cloud", avrebbero poi percorso il Ponte di Ferro con la preda tra le loro
braccia e l'avrebbero infine rovesciata nel fiume. Interrogati dalla Polizia
Municipale sul motivo del lancio, deprecato dalle Autorit Scientifiche
della locale Universit, i giovani si sono giustificati facendo ricorso a due
argomenti, dei quali soltanto il secondo pare a noi decisivo: la
consistenza della nuvola avrebbe loro troppo da vicino ricordato quella
del cotone idrofilo, ci che li avrebbe delusi; una volta rovesciata nel
fiume, hanno poi riferito, la nuvola si sarebbe rapidamente disfatta senza
lasciare traccia.
La magistratura ha aperto un fascicolo sui fatti riferiti.

Occasionali accompagnatori balneari.


Ha ferito profondamente la nostra comunit l'assassinio di due bambini
commesso dalla loro madre. Costei, ritornata da un viaggio in luoghi
ameni e lontani dove, a quanto si dice nella nostra comunit, avrebbe
avuto come occasionali accompagnatori balneari due adolescenti
indigeni, da lei ripagati per l'assistenza tra le onde con una mancia di
cinquanta talleri cadauno ed invitati nello stesso tempo a lavarsi meglio,
non ha saputo sopportare le malignit dei suoi compagni di vacanza e
poi, al ritorno in patria, quelle della nostra comunit, e le accuse prima di
pedofilia, poi di razzismo piovutele addosso, se non mediante
l'esecuzione di un sacrificio riparatorio ai danni dei suoi due bambini.

Un bambino di circa sei anni.


Un bambino di circa sei anni, oggetto di una trasmissione tv sul
maltrattamento, mi chiede di tenergli una mano stretta mentre deve
ascoltare le cattiverie che si dicono contro sua madre. Io gli tengo la
destra nella mia e lo guardo da vicino, ha un golfino azzurro, i capelli
quasi biondi, segue con attenzione e rimarca gli errori che la conduttrice
della trasmissione tv commette in vari campi. Mi stupisco che il bambino
sappia il significato della parola latina fellatio.
Successivamente convoco una riunione di colleghi universitari e li
informo dell'esperienza piuttosto portentosa che ho fatto con questo
bambino sapiente, e discuto lo stile della trasmissione tv sul
maltrattamento: affermo che questo programma maltrattante e cos
via.
I miei colleghi mi ascoltano, ma non condividono il mio entusiasmo, n la
mia indignazione. Il peggio viene per quando mi domandano quando e
su quale canale tv andata in onda la trasmissione, e su quali media se
ne parlato. Infatti non so rispondere, ed in breve scopro di aver sognato
tutto quanto.

Una mela renetta.


Un inserviente dotato di strani stivaloni di gomma porta due pacchi di
cibarie, ha le mani occupate, gli apro il portone e lo faccio entrare prima
di me nella mensa aziendale, mi avvicino al tavolo dell'usciere che finge
di non riconoscermi, gli mostro la mia tessera, ma lui ridacchia
guardando da un'altra parte. "La sezione parassitaria dove Lei lavorava,
caro Signore" - "come sarebbe 'dove lavoravo'? Io ci lavoro da anni!" "mi faccia finire, caro Signore, la sezione parassitaria dove Lei lavorava
stata chiusa per decisione della Direzione" - le maiuscole si notano da un
tremito aggiuntivo del gozzo dell'usciere, che continua a guardare da
un'altra parte, esattamente verso una finestra aperta sulla via, da cui
entra un baccano infernale - " stata chiusa per decisione della Direzione
durante l'assemblea dei Signori Capi di sabato scorso". "L'altro ieri?",
domando io rimettendomi in tasca la tessera. "Esatto, l'altro ieri: quindi
Lei, caro Signore, non ha pi il diritto di pranzare in questa mensa, anzi,
La prego di consegnarmi la tessera che Lei ha or ora infilato in tasca."
Allora mi volto con una piroetta, e scappo dall'atrio, apro il portone e mi
getto nella via. La tessera mi servir per sostenere le mie ragioni.
Sezione parassitaria? E' vero che stamani non mi sono recato sul lavoro,
ferie arretrate, forse l avrei visto la lettera del mio licenziamento, ma
non importa. E poi la tessera mi cara, tutta grinzosa com' mi ricorda i
miei anni passati nell'Azienda. Sezione parassitaria? Ma come si
permette, questo usciere gozzuto?
Che fare? Imparo a cucinare? Vado dai cinesi in piazza dei Campi? Dagli
indiani in via degli Autisti, o mangio una mela renetta e via?

In autobus.
Mentre sto valutando in modo silenziosamente critico la presenza di un
cane senza guinzaglio nell'autobus che ci porta alla spiaggia, mi trovo
costretto d'improvviso a considerare la totale nudit che la mia amica
esibisce davanti agli altri passeggeri. Lei sembra trovarsi perfettamente
a suo agio, forse crede che la spiaggia dove siamo diretti sia uno di quei
luoghi riservati ai nudisti, ma qui sull'autobus nessuno nudo; certo gli
abiti sono ridotti, l'umore sereno, e il cane gironzola tutto contento
intrufolandosi tra i corpi.
Soltanto io, parrebbe, faccio caso alla nudit della mia amica, ed alla
presenza incongrua del cane: non che mi rallegri tanto la disinvoltura
regnante in quest'autobus!
Mi volto verso l'esterno e guardo il paesaggio. Vedo tuttavia che il
fastidio che mi d il cane senza guinzaglio e l'imbarazzo che mi provoca
la mia snella amica nuda appartengono allo stesso mio ceppo interiore.
E piango, senza farmi vedere.

Collezioni.
Ho sette armadi, nel primo tengo la collezione di pipe in terracotta, nel
secondo la collezione di astucci di latta per sigarette, nel terzo la
collezione di portacenere reclamizzanti aperitivi, nel quarto la collezione
di termometri degli anni Cinquanta, nel quinto la collezione di
telecomandi tv anni Settanta, nel sesto la collezione di penne
stilografiche statunitensi d'epoca, nel settimo la collezione di agende
usate dai miei parenti scomparsi. Ogni stanza della mia casa ospita un
armadio di questa collezione di collezioni - sempre visibili, infatti gli
sportelli di ogni armadio sono realizzati in vetro incorniciato di legno.

Abnegazione.
Da una finestra del nostro Eremo noi due monaci, gli ultimi lasciati dal
nostro Ordine in questa terra inospitale, osserviamo lo svolgimento di
uno scontro armato tra due fazioni che si odiano da molti decenni. Da
una parte arabi del posto, dall'altra gli usurpatori. Questi ultimi, che
usano narrare al mondo ed ai loro figli di aver trasformato un deserto in
giardino, anche stavolta prevalgono.
Uno dei combattenti in rotta ci chiede ospitalit. E' agitato, trema e
sembra pregare: noi non conosciamo che poche parole della sua lingua,
ma crediamo che lui stia pregando. Ad un tratto costui ci vomita addosso.
Mi occupo quindi di sfilare il saio sporco - di vomito ma anche di una
sorta di muco gelatinoso - dal corpo offeso del mio confratello, che
rimasto completamente immobile; poi tolgo da solo questa porcheria dal
mio saio.
Per la verit il getto di vomito e muco emesso dalla bocca del
combattente in rotta ha colpito pi il mio confratello che non me. Non ne
sono contento, infatti il nostro Ordine da sempre proibisce la
contentezza, al posto della quale impone l'abnegazione.
Quando da ultimo alzo gli occhi in direzione dell'arabo, mi accorgo che
sparito.

Un'attivit poco nota di Jung.


Il famoso psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, creatore di una variante
della psicanalisi freudiana, avrebbe, come apprendo durante un
ricevimento da una persona mai vista, escogitato, s'intende negli ultimi
anni della sua vita, una campagna pubblicitaria per le automobili Opel.
Strano, rifletto, mentre questo occasionale conoscente seguita a parlar
male sia di Jung, sia delle auto Opel, sapevo s che Jung aveva lavorato
nella pubblicit, ma per la Mercedes. Ed esprimo questa mia perplessit
al mio interlocutore, che subito replica: magari, lo avesse fatto!

Unghie di contadine.
Ho visitato una mostra fotografica, strano perch non visito alcuna
mostra, di solito. Stavolta mi sono lasciato convincere perch l'ingresso
era gratuito e non avevo niente da fare nella citt estranea dove mi
trovavo, soltanto ansioso che arrivasse l'ora di salire in treno per tornare
a casa. Era una mostra di foto in bianco e nero scattate negli anni
cinquanta. Oggetto: la vita quotidiana dei contadini della pianura. Ha
attratto la mia attenzione una foto sola. Si trattava di una fuga di piedi
nudi di donne sedute, con le gambe scoperte e accavallate, al sole.
Visibile in primo piano un piede, dietro un altro, poi un altro ancora, in
prospettiva trasversale. Ottima foto, nitida. Questi piedi erano un poco
rovinati e non pi giovanissimi, leggermente callosi e, per farla breve,
vissuti. Impreziositi e quindi non poco ammalianti perch tutte le dita
visibili, in definitiva alcune decine, avevano le unghie smaltate. Di rosso,
da credere. Queste unghie, scurissime, riflettevano la luce del sole.

Gino Bianchi.
Il collega, oramai entrato nel giro che conta, mi informa di un suo
progetto di largo respiro. Vuole scrivere un saggio sul "Gino Bianchi" di
Piero Jahier. Mostra una recente edizione del "Gino Bianchi", un libro
piuttosto divertente che io ho tra i miei da alcune decine di anni. Il
collega indossa un curioso paio di occhiali da sole che gli danno un'aria
da mariolo: al centro delle lenti scure si vedono due sporgenze, un poco
simili alle lenti d'ingrandimento che adoperano i dentisti di una certa et.
Vuole vederci chiaro, il collega che conta. Il suo saggio sul "Gino Bianchi"
consister, m'informa, in una lettura cattolica assolutamente nuova di
un testo fin qui ritenuto dai pi soltanto una satira contro la piccola
borghesia impiegatizia. In effetti deridere un piccolo borghese burocrate
come sparare sulla Croce Rossa, osservo io, che silenziosamente
tuttavia mi domando che cavolo c'entra il cattolicesimo con il "Gino
Bianchi". Guarda che Piero Jahier era un credente, mi replica il collega,
come se mi avesse letto nel pensiero.
Ecco a che cosa gli servono i suoi strani occhiali!

Pizze.
In visita nella capitale, ci stupiamo del disagio in apparenza enorme che
tuttavia sembra non creare difficolt pratiche agli abitanti della
megalopoli, furiosa e incrudelita oltre ogni nostra aspettativa. Dal
momento che non veniamo in quest'inferno da almeno venti anni, e
siamo avvezzi alla quiete della nostra cittadina, ne parliamo con i nostri
ospiti, i quali sono nati e vissuti qui e dunque non mancano delle forze
necessarie a sopravvivere nella megalopoli che da oltre un secolo
diventata capitale del regno. Con la tipica bonomia condiscendente di chi
vive nella capitale, una citt famosa in tutto il pianeta a causa del suo
remotissimo passato imperiale, essi c'intrattengono usando due
argomenti evidentemente ricevuti dai loro genitori, i quali li hanno
ricevuti dai loro genitori, e cos via: il motivo del buonumore degli
abitanti della megalopoli, secondo noi infernale, starebbe nel venticello
che spira da ovest e porta l'aria del mare, in effetti non lontano dalla
capitale; e nell'eredit dei tempi abbastanza lontani, ma in termini storici
non lontanissimi, di quando la megalopoli di oggi era la capitale non del
nostro regno, ma di uno Stato abbastanza esteso e del tutto particolare,
in quanto costituito attorno all'autorit dei preti. In effetti, noi riflettiamo,
la capitale del nostro regno anche, tuttora, uno dei Centri religiosi pi
importanti del pianeta.
S, il venticello che spira da ovest e lo spirito religioso insieme, sono le
forze che danno agli abitanti della capitale quel distacco capace di
conservar loro l'altrimenti inspiegabile buonumore, concludono i nostri
ospiti. Il venticello quotidiano e la prospettiva della vita eterna, quella
che, come le Autorit religiose assicurano, ci attende dopo la morte,
danno l'agio di sopravvivere all'inferno della megalopoli, che tuttavia i
suoi abitanti, e tra loro i nostri ospiti, non considerano per niente un
inferno, ma invece un continuo Carnevale.
Nel parlare di ci, siamo finalmente arrivati in prossimit dell'abitazione
dei nostri ospiti, uno di loro estrae da un curioso frigorifero sito nel
bagagliaio dell'auto, il mezzo che nella capitale serve agli abitanti per
trascorrere in posizione comoda diverse ore ogni giorno nell'attesa di
pervenire nei luoghi dove essi intrattengono le loro relazioni umane,
lavorative e cos via, alcune buste di plastica grigia che contengono in
apparenza qualcosa di rotondo, piatto e gelato. Sono pizze, risponde il
nostro ospite alla nostra domanda, espressa senza parole.
Ah, pizze.
S, questa la razione settimanale di pizze a prezzo politico, un tallero
l'una, che il Sovrano eroga agli abitanti della capitale, non lo sapevate?
No, rispondiamo noi, che siamo abituati a gustare la pizza pagandola a
prezzo di mercato, non lo sapevamo.
Lo scambio verbale in merito alle pizze finisce l, e la nostra visita nella
capitale continua fino al suo termine, quando noi prendiamo il treno per
far ritorno alla nostra cittadina. Valutando che il buonumore e la bonomia
condiscendente degli abitanti della capitale forse non dipendono soltanto
dal venticello che spira da ovest e dalla prospettiva della vita eterna che

ci attenderebbe dopo la morte.

L'Arsenale.
Ha destato un notevole allarme e stupore, lungo l'intera Riviera, il lancio
di alcuni siluri che un giovane, assai noto a causa della sua appartenenza
ad una famiglia autorevole e facoltosa del Capoluogo, ha effettuato l'altra
mattina, mentre una quantit di battelli e di pedal si trovavano in mare
a poche decine di metri dalla riva. Non ancora stato chiarito dagli
inquirenti se il giovane avesse intenzione di colpire i battelli ed i pedal,
come sfortunatamente avvenuto, oppure li abbia colpiti senza volere,
intendendo invece, come sostengono gli avvocati subito ingaggiati dalla
famiglia del giovane, lanciare i siluri tra i natanti, prova di abilit oggetto
di una scommessa che sarebbe intercorsa tra il giovane e certi suoi
conoscenti. Nell'attesa di saperne di pi, e nella speranza che i feriti
anche gravi riacquistino la salute, ci si chiede come il giovane abbia
realizzato una strumentazione utile al lancio di siluri, lui, soltanto un
adolescente. Testimoni che desiderano rimanere nell'anonimato
sostengono che il giovane, indubbiamente molto versato nella
meccanica, abbia sottratto progressivamente le parti necessarie nei
magazzini dell'Arsenale, come noto sito nel Capoluogo e scarsamente
sorvegliato. Quest'ultima voce, certo preoccupante, ha suscitato perfino
nella Capitale interrogazioni rivolte al Governo da parte della
Opposizione.

La frana.
L'edificio di cui abbiamo messo in ordine una parte allo scopo di abitarci,
ci che facciamo da diversi anni, sorge al margine quasi estremo e pi
alto di un rigonfiamento del terreno, se fossimo sul mare diremmo che
un promontorio, davanti al quale, in basso, si allarga la pianura.
Sfortunatamente da alcune settimane il detto rigonfiamento, o
promontorio, interessato, e noi con lui, da un processo franoso: intere
enormi masse di terra mista a sassi e rocce, se non rupi, stanno pian
piano rovinando gi. E' come se una gigantesca mano dotata di
un'altrettanto gigantesca spatola defalcasse in modo progressivo il
cosiddetto promontorio, fetta dopo fetta, avvicinandosi com' ovvio alle
fondazioni dell'edificio sede della nostra abitazione. Temiamo fortemente
che il frutto delle nostre fatiche, delle nostre angosce, dei debiti da noi
contratti con il Ponte dei Maschi, questo il nome della banca locale,
vadano in fumo, in altri e pi consoni termini: in polvere, in terriccio, e
cos via rovinando. Da un lato siamo tentati di resistere nella nostra
abitazione dell'edificio minacciato, di sperare che la frana si arresti o sia
arrestata grazie a qualche rimedio adottato dalle Autorit, dall'altra non
ci nascondiamo di aver paura di trovarci strappati gi dalla frana
definitiva, e meditiamo di lasciare l'edificio. Com' naturale, noi dovremo
in ogni caso ripagare l'intera somma che il Ponte dei Maschi a suo tempo
ci ha prestato: questa l'unica nostra certezza.

La terrazza sul tetto.


Prestai ad un collega la terrazza sul tetto della casa dei miei genitori,
s'intende con il loro consenso, perch lui realizzasse il suo strano
progetto di farsi filmare da un assistente mentre teneva non so pi quale
lezione a cielo aperto, con lo sfondo lontano della citt e delle colline, e
me ne ero dimenticato. Con mia grande sorpresa ed emozione, quindi,
ieri in tv mi capitato di imbattermi in quel filmato, oramai vecchio di
trenta anni, celebrante quel collega, divenuto poi famoso e
sfortunatamente defunto mesi or sono. Non so di che cosa tratti la
lezione a cielo aperto, neppure oggi, infatti l'audio del filmato alquanto
scadente, non importa: ho rivisto la graziosa terrazza sul tetto della casa
dei miei genitori, che io ho venduto dieci anni fa dopo la morte di mia
madre, e le piantine grasse, dette succulente, che allora erano piccoline,
mentre oggi, ospitate nella terrazza sul tetto della mia casa, sono
diventate molto grandi e si sono moltiplicate grazie alla mia abitudine di
ripiantarne le propaggini in nuovi vasi. Devo dire che la testa parlante del
mio collega, l in terrazza, ci sta come il cavolo a merenda, e che, s, me
la ricordavo pi grande: non la testa, la terrazza.

Il reduce.
Molti anni sono trascorsi da quando, una notte, fui visitato senza
preavviso. Stavo dormendo con la finestra aperta, mi svegliai, guardai i
vetri, e subito dopo entr nella stanza, dal balcone, un uomo. Spaventato
da questa novit, io mi alzai dal letto e mi accinsi ad affrontare il
probabile ladro. Nell'oscurit non capivo bene chi avessi davanti, ma
riconobbi la voce di quest'uomo, apparteneva a qualcuno che io
conoscevo. "S", disse, "sono un ladro; sapete, signore, con la fine della
guerra civile molti come me si sono trovati senza occupazione, ma hanno
conservato le loro armi; chi si dedica al contrabbando, chi organizza e
realizza rapine; io faccio il ladro a domicilio", concluse. "Gi", replicai,
mentre stavo tentando di capire di chi precisamente fosse quella voce;
"ho letto anche un bel racconto pubblicato da uno di Voi signori reduci
della guerra civile, credevo che fosse inventato, ma ora vedo che invece
era fedele".
Nel frattempo il ladro e io stavamo dirigendoci verso la cucina, che si
trovava nella parte opposta del mio appartamento. Entrando in cucina
sfiorai la gatta, realizzando che lei non era affatto spaventata
dall'estraneo, anzi, si strofinava a coda ritta contro uno stipite della
porta. Avevo intenzione di offrire un caff al mio strano ospite, ma lui
osserv che non c'era il tempo, che l'alba si approssimava, e che lui
avrebbe dovuto gi essere in strada, pronto a ritornare alla base. "Bene",
dissi, "e il furto?" "Il furto", rispose il ladro, "era gi terminato prima che
Voi, signore, Vi accorgeste della mia presenza".

Il simbolo privato.
Conservavo con cura una foto scattata da qualcuno che non ricordavo,
n ricordo, una vista marina presa da un promontorio roccioso ritto ai
margini di una grandissima citt; sfortunatamente il nome di questa citt
ormai mi sfuggiva da anni, ero gi un vecchio smemorato. Ora lo sono
ancora di pi. Guardavo la foto con amore: mostrava una costruzione
miserabile appoggiata ad uno scoglio, che, anzi, faceva corpo unico con
lo scoglio, non si capiva dove finiva la roccia e dove la fabbrica, voglio
dire, l'edificio. E il mare. Miserabile perch abbandonata, credo: ne
risultava tuttavia un oggetto estetico, mi riferisco alla foto, che non
sapevo come mai mi piacesse tanto, n ora so dirlo, a maggior ragione,
dato che non ho pi la foto. Una volta ebbi la visita di una mia
conoscente. Ero contento di rivedere questa persona, ci trattenemmo a
parlare a lungo dei tempi passati, in definitiva dei bei tempi passati, ed a
un tratto lei mi accenn ai lavori che il governo aveva realizzato allo
scopo di rinnovare il porto mercantile e turistico di quella grandissima
citt che io non sono pi in grado di nominare, chiedo scusa. Poi mi
domand se mi ricordavo, "almeno", aggiunse con un sorriso, "di quella
casetta costruita su uno scoglio, proprio vicino al vecchio porto, di quella
casetta grigia che era stata bianca": che era diventata, ai tempi, "il
nostro privato simbolo", aggiunse la mia conoscente, o amica.
"S, ma di che cosa era simbolo?" le domandai, mentre m'infervorava la
prospettiva di regalarle la foto meravigliosa. "Questo non saprei dirlo", mi
rispose sorridendo, "e se lo sapessi non lo direi". Teatrale, mi mossi verso
la mia scrivania, aprii un cassettino e presi un pacchetto di fotografie;
individuai quella giusta e la diedi alla mia consoscente. Poi, dopo poco
tempo, ci salutammo affettuosi. Ecco perch non ho pi la foto.

Arte dei Giardini Mentali.


Il giovane assistente S.C. - fornito fin qui di sicuro avvenire - riceve un
invito dal suo capo, ci scusiamo di usare un termine tanto brutale, s, ma
corrispondente al linguaggio degli assistenti universitari; un invito a
trascorrere la finesettimana nella grande casa di campagna che il capo
possiede in una delle pi rinomate contee del Regno. Il giovanotto, che
per la verit ormai ha i suoi bravi trentacinque anni, accetta l'invito - e
come potrebbe non farlo?
La casa consta di due ali, all'estremit della pi estesa si trova la
magnifica stanza-studio del capo, un uomo che potrebbe avere circa
sessant'anni, noi non sappiamo: l'intera storiella ci stata raccontata in
fretta da uno dei numerosi invitati e concorrenti accademici del giovane
S.C. Il nostro informatore ci ha descritto con poche parole la stanzastudio del capo del Dipartimento di Arte dei Giardini Mentali (DAGM): si
tratta, se abbiamo capito, di due ambienti separati da un largo passaggio
in forma d'arco; nel primo si trova una romantica scrivania, cos il nostro
informatore, un paio di comode sedie a braccioli ed una non piccolissima
libreria ricca di volumi inaspettati, dice l'informatore, come l'elenco
telefonico in due volumi della Capitale del Regno ed una collezione della
rivista mensile House & Garden; nel secondo, oltre ad ogni conforto
anche d'epoca, riportiamo le parole dell'informatore, un grande letto a
due piazze, dove il capo del DAGM induce numerosamente e
conclamatamente ad amori accademico-adulterini le sue allieve
predilette, alcune delle quali oggi sono divenute a tutti note per aver
percorso talune le scienze, altre le arti - l'esito degli studi d'Arte dei
Giardini Mentali, del resto.
Stavolta il capo del DAGM ha invitato nella sua casa, insieme agli altri,
una nuova fanciulla di cui, come il nostro informatore si limita a dire, si
sarebbe fortemente incapricciato. Durante una pausa, mentre la dozzina
di ospiti del capo si riposa nelle varie camere, o nel salone sito nell'ala
piccola della casa, delle fatiche accumulate durante il seminario del
mattino - finesettimana s, ma di lavoro, il nostro eroe, ci riferiamo al
giovane S.C., armato come suo solito di quaderni, penna, fogli e foglietti
vari, si spinge impavido fin dove si trova la stanza del capo allo scopo di
intrattenere la suddetta intelligentissima fanciulla su un punto
controverso saltato fuori durante il seminario del mattino. Ritiene il
nostro che la bella si trovi l, e l la trova seduta comoda su un divanetto
prossimo alle due piazze di cui sopra; senza indugio, cos fatto il nostro,
dice l'informatore, la interroga su qualcosa che noi, semplici raccoglitori
di storielle, davvero non possiamo neppure immaginarci, tanto grande
lo specialismo che circola nel DAGM.
La bella giovane intellettuale non manca di rispondere con gentilezza al
nostro eroe, peccato che ora giunga sul posto, da un vicino bagnetto, il
capo, che intende concretizzare la pratica, a quanto pare lui usa dire cos,
inerente l'accesso completo alle indubitabili grazie della fanciulla. Nei
limiti delle buone maniere, che il capo del DAGM non varca mai, il nostro
eroe, S.C., viene buttato fuori dalla stanza del capo, e senz'altro invitato

a lasciare la casa medesima, eppure siamo soltanto al sabato


pomeriggio. Il nostro informatore aggiunge, ma pur sempre un
concorrente del nostro eroe, che il futuro di costui segnato.

La nostalgia del Portogallo.


La professione d'infermiere sociopsichiatrico domiciliare tra le pi
gravose, specie quando, come a me capitato giorni or sono, le persone
da assistere sono due e l'operatore uno soltanto. Orbene, le mie
assistite, che qui chiamer Ada e Rosa, hanno ottanta anni la seconda,
cinquanta la prima. Ada soffre di depressione, mentre Rosa afflitta da
una crescente demenza. Mentre m'intrattenevo in salotto con Ada
tentando di mostrarle l'animazione in atto nella piazza sottostante
l'appartamento (quarto piano), con la prospettiva di condurla gi tra le
bancarelle di una sorta di fiera detta portoghese organizzata dal Comune
della nostra cittadina, ebbene s, lo confesso, per distrarla dalle sue
paturnie, mentre insieme, dal davanzale della finestra osservavamo
incuriositi un camioncino che transitava sul marciapiede, non sulla
strada, forse perch, ora che ci penso, la strada che gira intorno alla
piazza era occupata da saltimbanchi, venditori di libri usati e di leccorne
tutte portoghesi, merci ambitissime dalle centinaia di persone convenute
alla fiera, e parlavamo tranquillamente del Portogallo, di cui Ada pareva
sapere molto pi di me, che invece non ne so niente, sono stato colpito
dal pensiero che di Rosa nel frattempo mi ero dimenticato. Sono allora
uscito dal salotto e sono andato nella stanza di Rosa, dove non ho
trovato la mia demente. Sar in cucina, mi sono detto, ma in cucina Rosa
non c'era; sar in bagno, allora! Infatti Rosa si trovava nella vasca piena
d'acqua, completamente distesa dentro, dimodioch, ho realizzato, non
potendo lei respirare, o era affogata o stava per affogare. L'ho sollevata
dall'acqua ed ho tentato di rianimarla, logicamente avevo molta paura
che fosse morta; invece non era morta, ha aperto un occhio, Rosa, poi
l'altro, e mi ha fatto un sorrisetto dei suoi, maliziosi ed ironici. Rincuorato,
rimproverandola senza esagerare, l'ho messa in piedi ed ho iniziato ad
asciugarla; stato allora che ho fatto la seguente riflessione, molto
veloce devo dire: e Ada? Ho lasciato Rosa seduta su una poltrona della
sua stanza, dove l'avevo portata tenendola in braccio, l'ho minacciata
scherzosamente di non piantare pi grane e di aspettare buona l, perch
tra poco saremmo usciti per andare alla fiera, e sono ritornato in salotto.
Ritta sul davanzale della finestra che d sulla piazza, sapete quale, Ada
stava volgendo la schiena all'esterno, dimodoch non ho subito capito se
aveva intenzione di saltare gi in piazza, con le conseguenze
immagimabili per lei e per il mio futuro d'infermiere psichiatrico a
domicilio, o di balzare sul pavimento del salotto, ipotesi pi rassicurante.
"Che fai, Ada?", le ho domandato senza muovermi dalla soglia della porta
del salotto.
"Che ci fai l sopra?"
"La nostalgia del Portogallo mi uccide", ha risposto Ada, piccola, agile,
assai decorativa nella posizione che aveva assunto sul davanzale,
oltretutto si trovava controluce, ed i segni della sua afflizione risultavano
dissimulati.
"Come sei bella, Ada!", le ho detto.
"Lo so", ha risposto lei.

Flipper.
Nel centro storico della nostra cittadina stato avvistato un piccolo
mezzo dotato di quattro ruote e di un motore certamente elaborato allo
scopo di garantire prestazioni esagerate - in effetti si tratterebbe di una
Fiat 500 di vecchio tipo - schizzare tra le viuzze come la pallina di un
flipper, rimbalzare sulla parete di un nobile edificio proprio alle spalle di
un passante, per fortuna mancato dal proiettile, ed infine sparire nel
dedalo medievale dopo aver tracciato una traiettoria a forma di zeta - ci
significa che il piccolo mezzo ha urtato rimbalzando, dopo la prima,
anche una seconda volta su una successiva parete d'altro nobile edificio,
senza fracassarsi. Quest'ultima circostanza, che ha dello straordinario di
per s, tuttavia rimasta negletta nei commenti che i media locali hanno
affastellato intorno alla terribile scorribanda. I media locali infatti hanno
insistito sulle motivazioni di essa, e ne hanno trovate diverse, su tutte
per una: la paura. Sociologi e psicologi, interpellati com' d'uso, hanno
puntato sulla paura, come motivazione. Paura beninteso da parte del
guidatore ignoto del velocissimo mezzo a quattro ruote, il quale per
paura avrebbe commesso quel che sappiamo, o meglio quello che un
testimone ha raccontato di aver visto. Anzi, due testimoni, l'altro essendo
il fortunato superstite del primo rimbalzo.
Noi, che non siamo n sociologi n psicologi, avanziamo dunque l'ipotesi
che il guidatore ignoto (ci implica che potrebbe essere in questione una
guidatrice) stesse scappando, inseguito chiss da chi, comunque da
qualcuno di cui aveva paura. Ma siamo certi che i sociologi e gli psicologi
intendessero qualcos'altro, un tipo metafisico di paura che, a quanto
pare, riguarda, se non tutti, la maggioranza di noi.

Santo cielo!
... faccio precipitoso ritorno nella mia stanza, in albergo, con la borsa da
viaggio in una mano, il giornale nell'altra, sono le ore 10, 30 del mattino,
e trovo due inservienti che stanno facendo le pulizie, sono una donna e
un uomo. Li interrompo, lui pare sollevato dalla prospettiva di sospendere
il lavoro, sottinteso che io rester nella stanza e che loro potranno
sottrarla al loro programma operativo di stamani; lei invece non intende
ragioni: "Abbia un poco di pazienza signore, santo cielo!", mi rimprovera.
"Lasciamo il cielo dov'!", replico io, e mi piazzo in poltrona con aria di
sfida.

Ateo e materialista.
Non ho pi il mio ufficio da quando sono in pensione, ovvio, ma c' del
lavoro che ancora dev'essere sbrigato, cos mi presento in portineria e
chiedo all'impiegato di poter appoggiare presso il suo tavolo il mio
bagaglio, una borsa ed una valigia a rotelle, entrambe nere. Non saprei
dire perch ho portato con me tante cose da riempire una borsa e una
valigia, ma questa la realt.
L'impiegato mi accoglie sorpreso e m'informa che a me e ad altri neo
pensionati stato destinato un ufficio che si trova lontano da dove ci
troviamo. "Come, non lo sapeva?", domanda. E continua: "Le stato
destinato l'ufficio dei preti, infatti non sapevamo dove sistemarLa,
dottore."
"Dei preti?", chiedo io, che so benissimo il significato della formula
"ufficio dei preti", cos come tutti i membri dell'Amministrazione ne sono
al corrente, ma fingo sorpresa, "io sono ateo e materialista!", grido, ma
una folla di questuanti mi separa da tavolo della portineria, e l'impiegato
non fa pi caso a me.

Sorpresa.
Stamani, dopo aver selezionato una quantit di vecchi numeri del
Gazzettino, ed averli guardati uno dopo l'altro non senza provare qualche
tenerezza per le notizie scadute, ho fatto un pacco e l'ho sistemato vicino
alla porta d'ingresso; subito dopo ho aperto di colpo un uscio che si trova
a sinistra rispetto alla porta d'ingresso, sempre chiuso, e sono sceso nelle
stanze a pianterreno, dove nessuno va mai, tanto vero che vi
abbondano polvere e vuoto, oltre ad una notevole trasandatezza. Mi sono
guardato intorno senza bisogno di accendere la luce elettrica, infatti da
certe finestre che danno sui campi, da una parte, e sul cortile, dove
opera un piccolo produttore di olio alimentare, dall'altra, entra
abbastanza chiarore per vedere l'opacit di queste stanze mai usate, che
hanno un'estensione identica all'appartamento dove vivo, di sopra. No,
non ne sono una replica, infatti danno luogo ad un diverso appartamento,
fatto di meno stanze, s, molto pi grandi. Perch finora nessuno ha mai
usato, se non per deposito transitorio di oggetti vari, queste stanze? Per
pigrizia, tutto qui.
Non faccio in tempo a completare questa ed altre riflessioni che
rimandano a prospettive di utilizzo di queste stanze - per esempio potrei
trasferirvi la mia attivit di consulente finanziario, cos risparmiando tutto
il denaro che mi costa tenere aperto il mio studio in citt- che scappano
fuori da una stanza due tipi mai visti, un uomo e una donna: ora si
scusano a voce assai bassa, tant' che non comprendo una parola, e si
affrettano ad aprire la porta che d sui campi. Ecco che cosa capita a chi
trascura la sua propriet!

Prima Comunione
Sono stato comandato dall'Ufficio in una Scuola dove si svolgono gli
Esami di ammissione alle Superiori. La prova del mattino si svolge senza
scosse, al momento dell'uscita per, mentre progetto una passeggiata
nel mio vecchio Rione, quello dove per l'appunto si trova la Scuola, un
ragazzetto handicappato, insieme a lui una custode della scuola, mi
chiedono farfugliando all'unisono qualcosa che non comprendo; ah ecco,
lui non ha un certificato a quanto pare indispensabile alla continuazione
dell'Esame. Dico ai due di andare in Segreteria, cos tanto per
liberarmene, ed esco per la mia passeggiata.
Dal momento che fa molto caldo, vado nello spogliatoio della Piscina
della scuola, mi spoglio, infilo un costume preso tra quelli lasciati ad
asciugare, un asciugamano idem, ed invece di immergermi, esco, dicevo,
per la mia passeggiata. Imbocco una stradetta isolata che percorrevo
cinquanta e pi anni or sono insieme ai miei compagni, tutti fumatori
clandestini di sigarette. Ci trovo due omettini neri neri, sembrano
scappati fuori dalla Baraccopoli che si estende a sud della citt, invece
sono bitumatori che si occupano di certe buche aperte nella
pavimentazione della mia stradetta. La percorro fino al suo termine,
quindi mi fermo, mi siedo e contemplo un grosso uccello che niente
meno becca via pezzi del bitume depositato dai due omettini
disperatamente scalcagnati. Quindi se ne vola via, ed io ne ammiro le
grandi ali degne d'un falco.
E' tuttavia arrivato il momento di rientrare nella Scuola, adesso mi costa
esser mezzo nudo in strada, nel mio vecchio Rione. Nell'atrio trovo che i
due handicappati, cio l'handicappato e la custode, sono ancora l e mi
aspettano. Non hanno trovato alcun certificato, com' naturale. Osservo
il viso del ragazzetto, quasi non ha lineamenti, mentre la custode, in un
dialetto ignoto, mi domanda qualcosa; alla fine capisco che mi chiede se
l'ho io, il certificato che serve al ragazzetto: costui deve dimostrare di
aver fatto la Prima Comunione. Non le rispondo, in definitiva me ne frego
di lei e di lui, e vado a cercare i miei abiti nello spogliatoio della Piscina
(Dono, come si legge all'ingresso, d'un Benefattore): spariti!
Comprendo che sono esposto ad un ricatto della custode, dovr scrivere
io una certificazione falsa per il ragazzetto handicappato.

La cintura metamorfica.
Le due signore, una dev'essere la moglie, l'altra la madre, appaiono nel
corridoio non appena noi siamo usciti dalla stanza delle invenzioni, dove
il nostro occasionale conoscente ci ha sequestrato allo scopo di
mostrarcene alcune.
Sono entrambe abbigliate in modo inappuntabile e sfogano parte della
loro ansia nella permanente, io credo, tanto hanno la chioma intirizzita.
Parte, insisto, e non mi sbaglio, infatti le due signore sono sgomente, ci
guardano con sospetto e timidezza, timore d'una qualche catastrofe.
Mentre con una mano, la sinistra, cerco la mano della mia compagna
sbagliando completamente la mira - in tutt'altro angolo del suo corpo
che trovo adagiate le mie dita - cerco d'intrattenere le due diffidenti, di
rassicurarle, primo che non siamo malfattori, noi, secondo che abbiamo
voglia di andarcene, loro si premurano di girarci attorno, borbottano
qualcosa che infine intendo: la porta a vetri che indico speranzoso non
quella che conduce all'uscita dalla villetta del nostro occasionale
conoscente, ma immette in un altro corridoio che non termina se non
all'inizio d'un successivo corridoio. Tutti in fila come se fossero vagoni
d'un convoglio ferroviario, penso, ma non lo dico. E' come se tre villette
una dietro l'altra formassero un'unica abitazione. Forse le due signore ed
il nostro occasionale conoscente, il signor Mori, occupano ciascuno la sua
fetta di treno, penso. Infine grido: "vogliamo semplicemente uscire di qui,
signora, niente paura!" - rivolto alla meno anziana.
E' andata cos, stavamo passeggiando in centro quando abbiamo urtato
in un tipo, poi presentatosi come signor Mori, che mostrava senza pudore
la sua rotonda pancia circondata da una stretta cintura bianca. Subito ha
infilato i pollici dentro la cintura, al fianco destro ed al sinistro, li ha
ruotati ed ha tirato su l'esterno della cintura, fatta di due strisce
sovrapposte, su su fino ad infilarci le braccia dentro, cos che adesso i
suoi pantaloni erano sostenuti da cintura e bretelle. Formidabile.
Vincendo la mia timidezza ed insieme le regole della buona educazione,
che dettano di non far domande in merito agli accessori degli estranei,
specie in strada, ho chiesto al tipo dove avesse acquistato quella cintura,
ho detto, metamorfica.
"Io sono il signor Mori", ha risposto lui, "e faccio l'inventore, questa
cintura che Lei, mio caro, si pregia di definire metamorfica, solo una
delle creazioni che, se a Loro aggrada, io potr mostrar Loro presso il mio
laboratorio".
Senza chiedere il parere della mia compagna, si capisce, ho avuto la
debolezza di accettare, ed eccoci qui, adesso, reduci dall'oscurit d'una
stanza piena non d'invenzioni, ma di oggetti indescivibili che quindi non
descriver, ed in bala di due signore della prima met del secolo scorso,
una la moglie, forse, del signor Mori, l'altra forse la madre.
La vera invenzione del signor Mori, sembra essere il corridoio che non
finisce mai, penso - oltre, ovvio, alla cintura metamorfica.

Usucapione
L'attivismo del grassone qui sotto insieme alla mia trascuratezza: queste
sono le cause della brutta sorpresa che ho trovato qualche giorno fa
mentre passavo sul marciapiede davanti al mio garage; non solo stato
trasformato in una sorta di ufficio condominiale, che non saprei cosa
cavolo vuol dire, ma neanche c' pi traccia della mia vecchia 650 T120
R - vulgo: dov' finita la mia Triumph Bonneville del 1970?
Mi si spiega, mentre minaccio di uccidere chi l'ha fatta sparire, che in
questione un caso di "usucapione".

Isteria borghese
Il periodico trotzkista cui collaboro mi nega la pubblicazione di un
articolo. "Ma come?" - domando ad un redattore che mi riceve, per cos
dire, sulle scale che portano al giornale. "Ma come? Avete cestinato il mio
contributo alla discussione sulla lotta degli insegnanti di sostegno? Che
razza di compagni siete ?"
"Siamo comunisti", risponde il redattore, che, ora noto, regge con la
sinistra il manico di un grosso secchio d'acqua. "E non pubblichiamo
articoli che manchino, come il tuo, dei parametri minimi di una
concezione di classe della lotta nella scuola."
"Ma io", replico, anzi, sto per replicare, infatti il redattore solleva con
entrambe le mani il secchio pieno d'acqua e me ne versa una parte in
testa, ci che gli risulta agevole per il fatto che mi trovo su uno scalino
inferiore rispetto a lui. "Ma cosa fai?", grido. Al che lui mi versa in testa
con precisione un altro po' d'acqua. Dopo di che dice: "Vedi compagno, tu
devi moderare il tuo linguaggio, che appartiene all'isteria borghese. Noi
dell'isteria borghese non sappiamo che farcene."

Prova di coraggio
Affidare la guida della mia moto a una donna che non ho mai visto con
un manubrio tra le mani e un sellone sotto il sedere, per di pi facendo io
da passeggero, certo una prova di coraggio. Partiamo, dunque, il
paesaggio nuovo e gradevole, prima un cinghiale ci attraversala strada,
poi un altro, a distanza di sicurezza. Terra incognita.

Madre vorace
"Sei cos cara", dissi a mia madre una domenica pomeriggio che eravamo
insieme a passeggio ed io mi ero fermato in una gelateria per offrirmi un
cono, ebbene s, offrirlo a me, e non anche a lei. Solo che poi glielo avevo
affidato mentre cercavo le monete in tasca, e fuori, dopo aver pagato,
scoprii che del cono era rimasta solo la carta del tovagliolino che
l'avvolgeva. "Sei cos cara", dissi a mia madre.

L'esame
Il nostro Sovrano ha di recente introdotto l'obbligo di seguire dei corsi di
economia politica, ogni cittadino per partecipare alle Elezioni deve
superare un esame. Sto recandomi dunque nella sede a me assegnata
per sostenere la prova scritta (si tratta di un questionario), quando
squilla il mio telefono portatile. Chiama un certo Gioele Cera, "s, mi
ricordo di te", gli dico, ma poi non capisco quasi nulla di quello che mi
racconta, sar per l'accento (il Cera nativo di una regione del nord est
del Regno), sar per il chiasso prodotto delle auto che transitano senza
tregua, sar perch la linea telefonica disturbata. Il Cera continua a
parlare, capisco che gli dev'essere successo qualcosa di spiacevole e che
lui spera in un mio consiglio, ma urlando gli chiedo di richiamarmi nel
pomeriggio a casa, dove almeno una parte del chiasso sar eliminata, e
chiudo. Mi accorgo di aver fatto tardi per la mia prova scritta di economia
politica, sono fuori orario di almeno mezz'ora, entro nell'aula universitaria
dove si svolge l'operazione e sento il brusio dei commissari. Si sono
accorti di me, mi guardano con interesse. Avr meno tempo per riempire
il questionario, penso tra me e me, tutto qui, ma uno dei commissari mi
si scaglia contro, pare che mi conosca, grida che dei relitti dell'altro
secolo lui non ne pu pi, eccetera.
Ammetto di avergli risposto per le rime, di aver causato un parapiglia
generale, ora non so che cosa faranno di me.

Estate o non estate


Mentre sto leggendo "Cuore di tenebra" entra mia zia, che in effetti abita
vicino a noi e spesso transita nelle nostre stanze cos come io transito
nelle sue. Dopo pochi convenevoli decidiamo di uscire, ed io vedo che lei
ha con s il mio "Cuore di tenebra", ma non faccio osservazioni, dal
momento che mia zia fatta cos e cos bisogna prenderla. Camminiamo
fino ad una piccola fonte e ci sediamo, mentre parliamo senza alcun
impegno io tento di far uscire l'acqua dal rubinetto della fontanella
premendo ripetutamente sul pomello di ottone. Di acqua non ce n', in
compenso una guardia comunale di passaggio rimprovera me e mia zia a
causa del nostro abbigliamento piuttosto sommario. "Ma siamo in
estate", io protesto. "Estate o non estate, tornate a casa e vestitevi come
si deve", replica la guardia, e se ne va. Rimasti soli, mia zia presa da un
attacco di riso convulso e rimane seduta in terra con le gambe larghe,
come una bambina, proprio non ne pu pi dal ridere. Ne approfitto per
esaminare il libro che si presa da me, "Cuore di tenebra", ma noto che
non si tratta della mia copia, infatti "Cuore di tenebra" occupa un verso
del volume, mentre l'altro verso contiene "Un briciolo di fortuna". Non
la mia copia. Mentre lei seguita a singhiozzare ripetendo con voce rotta
dal riso "estate o non estate - estate o non estate - estate o non estate",
giunge sul posto mia madre con la brocca in mano, infatti vorrebbe far
scorta di acqua per stasera. Ci guarda non senza disapprovazione, preme
il pomello d'ottone del rubinetto ed inizia a riempire la sua brocca.

San Cane
Ha attirato la nostra attenzione un trafiletto perso nelle pagine della
locale gazzetta:
"Durante le celebrazioni della Nona Giornata Cinofila un pensionato in
evidente stato di alterazione ha ripetutamente disturbato i cittadini
presenti nel parco cittadino con i loro compagni a quattro zampe
insultandoli e spintonandoli. Segnalato ai gendarmi e invitato da questi
ultimi ad allontanarsi dal parco, il disturbatore si messo a sghignazzare
sulla Nona Giornata Cinofila, da lui ridefinita come "festa di San Cane".
Ravvisati gli estremi della blasfemia in tali parole del disturbatore, i
gendarmi lo hanno rinchiuso nel loro cellulare e poi condotto al locale
ospedale psichiatrico".

Scommessa
Ero certo che il lavoro non fosse finito, cos mi sono presentato senza il
mio casco, in effetti sepolto in qualche armadio da anni. Invece il
meccanico mi aveva assemblato la moto speciale che quasi per scherzo
io lo avevo sfidato a costruire per me.
Austero, sospettoso, per niente corrivo - anzi: scostante, la fa estrarre,
nel bailamme del suo antro, da uno dei ragazzi.
Eccola! A prima vista un ircocervo bisognoso di verniciatura, forse, ma
neanche tanto. Grigia, nera, con qualche pezzo fatto di alluminio
lucidato.
Il meccanico ha realizzato qualcosa di cavernoso. Non resta che salirci
sopra e provarla, ci che faccio. Mi avvio, per un giro breve, dato che non
ho il casco e non voglio prendermi una multa, poco lontano dall'officina,
nella citt o meglio nel quartiere: si tratta di strade che conosco, ma mi
trovo presto su un terreno privo di asfalto, pieno di ciottoli.
Tutto bene, quest'incrocio tra una Ducati e una Harley Davidson mi piace,
e non neppure troppo scorbutica. Faccio ritorno all'officina, dove intanto
saltato fuori un casco rosso che mi viene offerto perch io possa
provare la moto pi a lungo.
Il meccanico desidera essere pagato prima possibile, la sua concessione
da considerare interessata.
Ho perso la scommessa. Ora che cosa ne faccio di questo attrezzo?

Bella copia
La signorina Elda, al ritorno da un suo soggiorno nella nostra provincia,
rifer ai suoi genitori di aver preso una stanza in affitto da una famiglia
residente sulle colline che circondano il capoluogo - ci allo scopo di
approfondire la sua conoscenza della citt ed insieme godere della
tranquillit agreste. A causa della spaventosa inefficienza dei trasporti
pubblici, la signorina Elda fu costretta una sera a ricorrere non ad un taxi,
ma all'autostop, per far ritorno a casa. Un uomo anziano le dette da
ultimo il sospirato passaggio. Costui, raccont la signorina ai genitori, ma
in seguito anche ai suoi conoscenti, la intrattenne durante il non
brevissimo tragitto con varie considerazioni dimenticabili, tuttavia tra
queste le rest ficcata nella memoria la seguente rivelazione: il
capoluogo, aveva affermato l'anziano, non esiste pi da molti anni; al suo
posto stata installata una copia fatta apposta per i turisti. Ma sembra
una citt vera, aveva replicato la signorina Elda. Infatti, una bella copia,
aveva concluso l'anziano.

Eredit
Una mia zia novantenne defunta ed ha pensato di lasciarmi in eredit
la sua utilitaria, una cinquecento Fiat degli anni settanta, color sabbia.
Spiritosa lo sempre stata, la zia.
Trovo l'auto depositata in un parcheggio dietro un ristorante etnico, e
tento di farmi ascoltare dai tipi che lo gestiscono, una banda di
buontemponi che riesce a farmi perdere la pazienza. Un po' perch
parlano male la mia lingua, un po' perch io ignoro la loro, un po' perch
le altre disponibili rimbalzano sulla loro voglia di scherzare. Mentre mi
accingo a rovesciare il tavolo posto all'ingresso del ristorante etnico, uno
mi mostra finalmente il conto del parcheggio della cinquecento della zia:
duemilaottocento talleri. Domando a gesti da quanto tempo la tenevano,
e loro rispondono facendomi capire che sono passati anni da quando mia
zia la ha lasciata nel loro parcheggio. Quindi dovrei essere grato, mi dico.
Naturalmente per l'auto non vale quei soldi!
Questa l'eredit di mia zia.
Saluto i buontemponi e me ne vado, certo che la rogna non finir qui.
Certo, fosse stata una MG del 1960, faccio un esempio, la mia reazione
sarebbe stata diversa.

La custodia
Un collega mi raccomand suo figlio come artista, mi rifer che il ragazzo
dipingeva. Ebbene, risposi, mandamelo e vediamo che cosa posso fare
per lui. Intendevo alludere alla possibilit di acquistare uno o due quadri,
tutto qui. Il ragazzo capit da me; con una certa disinvoltura lasci da
una parte la sua opera racchiusa in una sorta di custodia fatta di legno, e
subito se ne and via senza quasi rispondere alle mie domande, del resto
generiche e forse paternalistiche. Rimasto solo nell'androne di casa mia,
che assomiglia a un fienile, non la casa, l'androne, qua e l dotato perfino
di vero fieno, iniziai a schiodare le assi della custodia delle opere del
figlio pittore del mio collega. Era una bella custodia, si apriva come un
libro, le due diciamo facce erano unite da un'ottima cerniera ben fissata
da quattro viti. Per fortuna l'avevo schiodata senza danneggiarla. Dentro
la custodia non c'era alcun quadro, ne dedussi che l'opera del ragazzo
era la custodia stessa, che sistemai in alto, le facce accostate, in una
scansia del mio androne, dov' tuttora.

Rossese
Attratto dalle calde luci di un nuovo locale, edificato a poca distanza dal
centro della piazza principale della nostra cittadina, consacrata
all'Indipendenza, non esito a salire con la mia auto fuoristrada sulla
piattaforma che fa da fondazione al nuovo locale, che una mescita di
vini assai pregiati - forse dovrei spiegare ai pi giovani che cos' una
mescita, ma credo che l'accenno ai vini lo riveli. Logicamente la sosta
nell'area del nuovo locale, Indi, ligneo, finestrato assai, luminosamente
caldo, caldamente luminoso e cos via, vietata, tuttavia mi dico che in
nome della novit, forse addirittura dello spirito d'inaugurazione del
locale, il mio parcheggio scorretto non dar troppo nell'occhio, n troppo
fastidio. Scendo dalla mia fuoristrada e vado al banco dove mi faccio
servire un calicetto di vino Rossese. Mentre bevo alcuni energumeni
spingono la mia fuoristrada fuori dalla piattaforma, subito corro ai ripari
ed ululo contro questo vero sopruso, gli grido di fermarsi, agli
energumeni - ma chi vi d il diritto? Mi replicano rudi che se tutti
facessero come me il nuovo locale, Indi, nemmeno si vedrebbe pi,
infatti sarebbe sommerso dalla lamiere, precisano. Per, penso io mentre
contendo agli usurpatori il governo della mia fuoristrada, costoro san
parlare! Sono energumeni diplomati, penso, sono ambientalisti
raccomandati dal comune? - intanto continuo a contendergli il governo
della mia fuoristrada: si tratta di una tensione molto fisica per la
conquista dello sterzo, per manovrare l'auto, che ha il motore spento, a
spinta. Divincolandomi tra gli energumeni m'infilo nell'abitacolo e caccio
la chiave nel quadro per avviare il motore, ma uno di loro mi strappa di
mano la chiave e la scaglia nella vasca vicina, tra i pesciolini rossi e le
foglie morte, c' da credere. Soddisfatti ora se ne vanno, ed a me non
resta che spingere da solo l'auto, ci che faccio non senza qualche
successo, in un luogo dove lasciarla in sicurezza - mentre com' ovvio
penso al ripescaggio della chiave. Spingo, spingo, da ultimo infilo la mia
fuoristrada in un vicolo prossimo alla piazza dell'Indipendenza, per
fortuna si tratta di un budello che presenta una pendenza a mio favore devo dirlo? E' in lieve discesa. Balzo con tutta l'agilit che i miei anni mi
consentono dentro l'abitacolo, ma non abbastanza svelto da impedire
che l'auto si cacci, anzi, s'incastri tra le pareti del vicolo o budello.
Nemmeno uscire posso, ora come devo fare? Serpeggio fino al bagagliaio
ed esco dal portellone posteriore: ora noto due agenti della polizia
municipale che con calma avanzano verso di me. Alle mie spalle, com'
ovvio, sta l'auto, bloccata dalle pareti del vicolo.

Eutanasia
Oggi morir, lo so con certezza dal momento che faccio parte di un
progetto di eutanasia riservato a volontari, logicamente siamo malati
gravemente, tuttavia i malati gravi non possono sapere che moriranno
oggi o domani o tra un mese. Invece io ed i miei compagni lo sappiamo:
moriremo oggi. Nella mia stanza accanto a me c' una malata cinese che
si lamenta, molto preoccupata, mi trovo in piedi vicino al suo letto e la
guardo: piccolina e si agita muovendo il busto e le braccia, non capisco
troppo bene quel che dice dal momento che parla male la mia lingua ed
io ignoro la sua. Infine mi s'illumina il comprendonio: la cinese sta
tremando di paura perch si messa in testa che manca la sua bara. No
ce bala, piagnucola. Ma no, sta' tranquilla, le dico, sono mesi che stiamo
qui e tutti sanno che oggi moriremo, come vuoi che abbiano sbagliato il
conto delle bare? Esco dalla mia stanza e mi muovo per i corridoi di
questo prestigioso centro di ricerca sull'eutanasia, poi cammino nel parco
antistante l'edificio, nessuno mi disturba, noi volontari dell'eutanasia
siamo sacri ed anche un po' intoccabili, per dirla tutta. Oltrepasso il
cancello e mi trovo in strada, il viale Amadeo Bordiga della mia
adolescenza, mi godo questo preludio alla morte: i passanti ora non
sanno chi sono io, per fortuna sprofondo nell'incognito mentre cammino
tra gli alberi del viale e la strada. Un'auto si ferma accanto a me, ne
scende uno dei nostri medici, mi abbraccia e mi mette in mano un
piccolo ciondolo di osso: buona fortuna, mi dice. Quante storie! Oggi si
muore, serve essere seri.

Sumo
Mio nonno aveva a sua disposizione un piccolo appartamento che gli
aveva lasciato in eredit sua madre. Oramai molto anziano, tendeva a
dimenticarsi di quel piccolo appartamento dove in effetti lui non abitava
da decenni, ma di cui logicamente aveva le chiavi. "Cosa sono queste
chiavi?" - domandava mio nonno a se stesso oppure ai suoi famigliari
quando se le trovava in mano, prima di ricordarsi che erano della casetta
di Porta Fiume, o prima che noi, i suoi famigliari, glielo ricordassimo.
Dunque, una o due volte ogni anno mio nonno si recava in Porta Fiume e
dava un'occhiata al suo piccolo appartamento, che logicamente soffriva
un po' di abbandono. Un giorno torn a casa nostra piuttosto agitato e ci
raccont che finalmente aveva scoperto chi si approfittava di
quell'appartamento sempre vuoto. Questa la sua teoria, che noi gli
contestavamo in nome del nostro perbenismo, come diceva lui. In una
delle stanze affacciate verso la collina di Bellavia aveva trovato un tipo
intento ad eseguire degli esercizi ginnici, "mezzo nudo", precis mio
nonno, che aggiunse: "sembrava uno di quei lottatori molto grassi
giapponesi. Naturalmente gli ho domandato che cosa ci faceva l in casa
mia", ci disse il nonno. L'intruso non aveva risposto, invece aveva
appoggiato una scaletta alla parete, era salito fino ad un paio di metri di
altezza, quindi aveva premuto con entrambe le sue manone sul muro ed
aveva aperto un grande sportello che dava in tutta evidenza
nell'appartamento contiguo, ed era scomparso. Lo sportello, una volta
richiuso, era divenuto invisibile. "Sapete che ho fatto? Sono sceso, ho
cercato e trovato un negozio di ferramenta ed ho comprato il
necessario", disse in fretta il nonno, che aveva poi avvitato al muro di
quella stanza un paio di sbarre in corrispondenza con lo sportello
"invisibile". "E il trapano?" - gli chiedemmo. "Me lo sono fatto imprestare
dai vicini." Uno di noi and poi a verificare senza avvisare il nonno. Trov
le sbarre ben fissate al muro, ma nessuna traccia di sportelli od altro atto
a lasciar passare un grasso ginnasta.

Messa a punto
Mio nonno raccontava di aver posseduto, molti decenni or sono, una
piccola auto sportiva rossa, in pratica una monoposto, genere "formula".
Non sapevo se credergli, perch oramai lui confondeva la realt con i
sogni e soprattutto le fantasie, comunque ecco la storia: andato a
ritirarla dal meccanico che gliela doveva mettere a punto, lui si era
messo ad attendere il ritorno di uno dei giovani che lavoravano
nell'officina, ai tempi celebre a causa della maestria da mago del titolare,
un ometto di circa un metro e cinquantacinque centimetri che aveva il
non piccolo merito di far sentire alto mio nonno.
Il giovane arriv sulla monoposto, spense il motore e pass con
disinvoltura la chiave al nonno.
"Era tutto sporco di morchia, del resto l'officina stessa era un antro che
poteva non essere stato rimesso in ordine da quaranta anni."
"Chi? Cosa?"
"Il giovane collaudatore, mi segui?"
Mio nonno intercalava questa formula che mi innervosisce sempre, ma io
fingevo indifferenza.
"Mi passa la chiave e mi assicura che la macchina spaventosa, vuol dire
che fila e tira che una bellezza. Poi aggiunge di aver omesso di dare la
precedenza ad un incrocio, e di esser schizzato via a centoquaranta
chilometri all'ora. Quindi mi rivela di aver sentito fischiare un vigile
urbano, in quel frangente."
"Allora?"
"Allora. Mi dice di non preoccuparmi e di portare a lui la multa da pagare,
se e quando mi arriver. Per io ero curioso di sapere che razza di multa
avesse ipoteticamente preso, il ragazzo, e glielo domandai. 'Ma non lo so
mica, saranno un paio di milioni di multa', mi ripose."
"Mmm, nonno, mi sembra un multone, sar vero?"
"Ah, non ne seppi pi nulla."
"E questa monoposto rossa che fine ha fatto?"
"La detti a un rivenditore in cambio di un'altra macchina, stavolta
normale."
"Peccato".
"Peccato"

Aveva moglie
"Sto parlando con il papa", sillabo con intenzione ostile rivolto ad un
curioso che sta troppo vicino. Siamo in un bar, tra la vetrina esterna e
l'angolo del telefono, il papa, s proprio il Papa, mi ha bloccato in mezzo a
questo andirivieni pochissimo "santa sede", molti i giovani in giro, niente
pompa. Naturale, il papa vestito di bianco, e mi ha attaccato questo
bottone, neanche io fossi uno scrutatore d'anime: vuole raccontarmi di
quando ancora non aveva intrapreso la carriera ecclesiastica, ed era
sposato. Voglio dire: mi rivela questa cosa che io com' ovvio non
sapevo, io non so niente del papa.
Ora ho capito, e lo comunico al mondo, "urbi et orbi": aveva moglie, forse
la ha ancora, ecco.

Iggy Pop
Mi trovavo a condividere con alcuni colleghi un tavolo al bar, durante una
pausa di certi lavori che stavamo facendo. Uno di costoro sfogliava un
giornale, ad un tratto lesse brani d'un articolo che scandalisticamente
segnalava come, in certi programmi di studio universitario, fosse
presente l'opera di Iggy Pop. Colpito dal fatto che il collega sapesse chi
Iggy Pop, ascoltai i commenti degli altri, che, incredibile, avevano da dire
la loro su questo artista e sulla sua inclusione in programmi di studio
universitari. Accademici anche noi, pensavo, stiamo malignando.
Poich ho amato non poco Iggy Pop, tuttavia, dissi la mia, anzi replicai a
muso duro ai colleghi che lo stavano denigrando. Dissi che sulla
inclusione nei programmi di studio non c'era nulla da eccepire,
trattandosi di un corso di laurea in arte musica e spettacolo; e subito
cominciai ad elogiare Iggy Pop, mentre i colleghi mi guardavano sorpresi
e malignamente ironici. Al mio fianco, una collega mi tir il braccio verso
di s mormorandomi: "ma che t'importa? Sembra che tu stia difendendo
te stesso!"

Consulenza
Una ex allieva mi propone di aiutarla a scrivere un articolo sulle
traduzioni false dall'arabo che un italiano, improvvisatosi interprete, fece
in Libia negli anni venti. O trenta? "Appunto", mi replica lei, "ho bisogno
del tuo aiuto". Ci troviamo in un bar di sera, fatico a riconoscere l'allieva
perch la ricordavo molto giovane, e presto ci perdiamo nelle
chiacchiere. Una delle pareti del locale fatta di cristallo: fuori, illuminati
da una luce color bronzo, due mimi di sesso maschile si fanno moine
reciproche in costume esiguo. Com' naturale i nostri sguardi sono
attirati dallo spettacolo, che si svolge sul marciapiedi deserto. Pian piano
mi volto interamente verso la danza dei due mimi, ma ad un tratto
ricordo che sono sul posto per altri motivi e di nuovo torno a guardare
verso la mia allieva. Non sola, infatti l'attorniano altre tre ragazze che
in breve riconosco. Insomma, capisco che mi hanno fatto una sorpresa,
intanto che una di loro, adagiatasi alla mia sinistra, mi infila nella mano
destra un piede nudo. Che non mi nuovo.

Visita al nuovo parco.


Rotto ogni indugio, mi reco a visitare il nuovo grande parco che
l'Amministrazione della provincia ha realizzato non lontano da A. Arrivo
molto presto in treno, poi prendo un tram e finalmente posso vedere con
i miei occhi il parco. Consiste in due grandi, larghi e lunghi prati paralleli,
l'uno si trova assai pi in basso dell'altro, collegati tra loro da diverse
scalette assai ripide, noto, mentre mi dico che mai e poi mai alla mia et
avr il coraggio di scenderne una: oltretutto sono prive di ringhiera! Nella
parte alta del parco, quella dove si accede dall'ingresso, ancora non c'
nessuno, se non un cane, il cui padrone si trova nella parte bassa, e
chiama la bestia, che, non diversamente da me, non ha nessuna
intenzione di scendere. Fido qua! Fido qua! Tento di comunicare con
questo altro visitatore in merito al suo cane, ma la distanza non consente
di capirsi. Il cane del resto mi ignora, quindi continuo a camminare sul
prato guardando l'altro prato, fino a quando non trovo che esiste un
ascensore che permette ai pigri, ai vili ed ai disabili di passare senza
fatica da un prato all'altro. Si tratta di una costruzione che la provincia ha
voluto far realizzare secondo le indicazioni del famoso architetto russo
Berija, ispirata ai luna park di una volta, questo il motivo per cui io ho
tardato a comprendere che invece essa solo l'ascensore. Nel frattempo,
il giorno festivo, diverse persone sono arrivate e com' ovvio sono in
attesa del loro turno per salire o per scendere. M'intrattengo con
l'addetta interna all'ascensore, che m'informa del prezzo della discesa:
fanno otto talleri. Ecco perch l'ingresso gratuito, replico. Certo, precisa
la giovane, quasi nessuno sale o scende le scalette, che invece sono la
vera attrazione del parco pensata da Berija. Ma anche questo ascensore
molto attraente, dico io strizzandole l'occhio. Che fare? Infilarmi nella
cabina per passare di sotto? Otto talleri.
Ne valeva la pena.
Tornato in citt mi colpisce il vuoto dei viali, li attraverso liberamente con
in mano la padella che ho acquistato nella rivendita situata in
corrispondenza con l'uscita del parco. Mi ero dimenticato: si entra da un
ingresso, si esce da un'altra parte, obbligatoriamente.

Il tramezzo
Il nonno aveva abbandonato una sua casa sita poco a nord della capitale,
in collina, perch secondo lui il villaggio che la conteneva si era
imborghesito, nonostante questo non passava molto tempo senza che il
nonno parlasse della casa di Orti, oramai resa irrecuperabile da una
vendita a mio modo di vedere improvvida. Orbene, il nonno ci raccont
che una volta aveva raccolto le energie necessarie a recarsi in quel di
Orti (sto imitando il linguaggio del nonno) insieme alla sua quarta moglie
(il nonno aveva la tendenza a sposarsi), per mostrarle il teatro delle di lui
imprese adolescenziali. Pare che la casa fosse avviata al disastro,
nonostante questo i due sposini fecero un giro delle stanze, dodici, e
tentarono di imbastire una cosiddetta cena intima. Mentre consumavano
quel poco cibo che rispondeva alle loro esigenze si apr l'uscio della
stanza e transit uno sconosciuto, diretto per nella poco lontana sala. Il
nonno interpell l'intruso secondo i suoi modi urbani, ci che indusse
costui a dichiarare, non senza ingenuit, di aver trasformato un tramezzo
in porta scorrevole, e di aver preso ad usare alcune stanze della casa del
nonno come deposito. Ecco ecco, replic il nonno, perch in sala ci sono
tutti quei colli, ora ho capito. Sentite, buon uomo, ora voi ve ne tornate di
l, raccogliete i vostri colli (l'intruso stent a comprendere il nonno), li
riportate a casa vostra ed entro domani ripristinate il tramezzo. Nel
frattempo io mi recher in gendarmeria a denunciarvi. No, la prego, grid
l'intruso, tengo famiglia. Anch'io, rispose il nonno, e riprese a consumare
la sua cenetta insieme alla consorte.

Una iena
Quando mio nonno era giovane, andava di moda l'analisi, voglio dire che
alcuni intellettuali di varia qualit perfezionavano la loro complessit
mentale per mezzo di incontri con altri intellettuali di livello vario, dottori
in qualche disciplina, spesso non medici, non psichiatri, che tuttavia si
facevano pagare molto denaro per alcune decine di minuti di loro
testimonianza passati in una stanza - la rima voluta. Orbene, mio
nonno mi ha di recente raccontato che una volta gli era passato di mente
l'appuntamento con l'analista, una signorina assai vivace, e che tent di
recuperare il tempo mettendosi a pedalare come un forsennato verso il
centro della citt, dove la signorina aveva il suo studio al piano nobile
d'uno splendido palazzo sul fiume. Per far prima prese contromano una
via a senso unico, ragion per cui si trov a dover schivare le auto, le
moto e le bici che incontrava in quantit, uscenti dal centro. Ad un tratto
al nonno si par davanti un autobus da destra e il nonno ci urt con
violenza sopra, fracassando la forcella della sua bicicletta. Dovette
fermarsi e render conto ai convenuti rappresentanti della legge della sua
condotta colpevole. Giovane e stolto (parole sue) tent di giustificarsi con
l'argomento che aveva un incontro immancabile con l'analista, ma i
rappresentanti della legge non gli dettero alcuno spago. L'incontro
comunque era perduto, i quarantacinque minuti in cui esso sarebbe
consistito, tuttavia, restavano da pagare, infatti: "seduta fissata, seduta
pagata". Poche erano le regole che mio nonno e i suoi coetanei ai tempi
rispettavano, tra queste la suddetta. Del resto la signorina analista era
una iena, conclude il nonno.

Divide et impera
Durante una camminata fuori citt, dove certe stradine strette e chiuse
da muri vecchi portano lontano, dopo un abitato di lusso trovo una
bottega di generi alimentari, entro e chiedo due fette di pane rustico e
del prosciutto crudo salato. Il gestore un uomo non anziano, molto
grasso, anche se dev'essere dimagrito un poco, infatti i suoi pantaloni,
nonostante il ventre smisurato, gli vanno larghi. Inoltre ha un fare molto
dimesso, il gestore, non il ventre, e noto che il suo abbigliamento
potrebbe essere stato identico quaranta o cinquanta anni or sono. Ha i
capelli neri. Nel prepararmi quel che ho chiesto lui parla, mi intrattiene
con domande che non aspettano una risposta, fa considerazioni varie sul
tempo, infine taglia in due met le fette di pane con dentro il prosciutto,
rinvolta il tutto in carta oleata, poi lo ficca in un sacchetto di carta e me
lo porge. Perch, gli chiedo, ne ha fatte due parti, io sono solo. Perch
pi facile mangiarle, risponde, e ride: Divide et impera! Ah, faccio io, e
quanto pago? Sono ventitr talleri, dice lui. Non male, replico, non male
davvero. E il latino compreso nel prezzo?

Non sar facile


Vicina al corso del torrente, un uomo imbocca quella vecchia salita
sterrata che sapeva praticabile come scorciatoia per la strada
provinciale; l'auto procede sotto il valido manovrare dell'uomo, che
accanto a s ha una donna; i due parlano tranquilli; la salita sterrata
tuttavia si trasforma ad un tratto in una superficie di rocce, anzi, di scogli
larghi, s, ma impervi; l'auto stenta; dietro una curva i due vedono che la
salita oramai stata occupata dall'acqua del torrente che scende
incontro a loro, limpidissima. "Forse, dico forse", l'uomo a parlare a
voce piuttosto alta, "potremmo superare l'ostacolo di questi scogli, e
procedere, ma io preferisco far marcia indietro". "Non sar facile", replica
la donna. "No", ammette l'uomo.

Trasformazione
Un uomo si bagnava nell'acqua tranquilla di un fiume; stava a galla,
soltanto la sua testa era visibile; dalla riva del fiume l'attenzione di un
coccodrillo fu attirata da quella testa, ragione per cui l'uomo che stava
bagnandosi inizi a vedere, a sua volta, la testa del coccodrillo che gli si
avvicinava. Quando le due teste furono vicine circa un metro l'uomo
inizi a fissare arditamente negli occhi il coccodrillo, in certo modo
drizzandosi, il mento in alto, lo sguardo dardeggiante; e la testa del
coccodrillo si trasform nella testa di una fanciulla bruna, tesa indietro
tanto da farne immergere i capelli corti nell'acqua. Noi, che stavamo in
osservazione muta, ci augurammo che anche il corpo del coccodrillo si
fosse trasformato in quello d'una fanciulla.

La maestra di canto
Sul balcone vicino vedo una signorina non giovane issata su una sedia
che dirige il canto di una bambina in piedi davanti a lei. Quando il canto
terminato la maestra si china, afferra la bambina per abbracciarla, poi si
solleva di nuovo, perde l'equilibrio e le due cadono nel sottostante
cortile. Temo guai, ma nessuna si fa male. Quando in strada capita che io
incontri la maestra di canto definita signorina, attiro la sua attenzione
sulla caduta nel cortile e minaccio di denunciarla a causa del rischio che
lei ha fatto correre alla bambina. Lei mi risponde: "faccia pure", e mi
porge il suo biglietto da visita aggiungendo: "questi sono il mio nome
cognome e indirizzo".

Sapidi pezzi satirici


Seduti a un tavolo di uno dei bar del campus universitario dove
esercitano la loro professione di studiosi ed insegnanti, tre uomini stanno
ragionando dei loro eventuali trasferimenti in altra sede universitaria pi
prestigiosa. Essi sono: un anziano che ha l'abitudine di portare una
strana striscia orizzontale di barba argentea - proprio ora al giovane che
gli siede accanto sembra (illusione ottica) un pezzo di fil di ferro che gli
sutura il mento; un altro, meno anziano, simpatico e disinvolto, che
indossa un gran cappotto sbottonato e sorride di tutto un po'. Del
giovane intento ad infierire sull'anziano per mezzo di fantasie tipo quella
qui appena descritta, abbiamo gi accennato. Egli non sa se restare nel
campus dove si trova o passare, magari al seguito del collega simpatico
di cui sopra, nell'altra sede pi prestigiosa. Pensa alla carriera, mentre gli
altri due all'incirca la hanno gi realizzata. Non importa, il simpaticone
comunica agli altri due che ha intenzione di far domanda per trasferirsi
nel dipartimento di studi storici dell'universit di C. "Studi storici?" domanda il giovane che pensa alla sua carriera e ritiene non a torto di
non possedere i titoli per seguire il collega in questo dipartimento di studi
storici del cavolo, cos lui lo definisce tra s e s. "Eh, s!" Risponde il
simpaticone sorridendo allegro, "posso tentare e non credo di fallire, io!"
Tra i tre cade il silenzio, cos che ognuno di loro pu udire il baccano che
regna nel bar. Al giovane sembrato che il suo collega simpatico si
prendesse un poco gioco di lui, e forse non sbaglia. Ma la stoccata gli
viene da parte del collega anziano con il mento ferrato: costui infatti
rompe il silenzio e si rivolge per nome al giovane come segue: "caro
Anselmo, tu non sei uno studioso in grado di esercitare la professione di
ricercatore, neppure nella nostra facolt, che ti ha per cos dire visto
nascere. Tu sei come un giornalista, sai scrivere dei sapidi pezzi satirici o
polemici, ma manchi di profondit, tu resti in superficie! Tu sei un
dilettante, in storia delle discipline politiche, solo un dilettante".

Slabbrato pertugio
S.N., un quarantenne robusto, stato sorpreso ieri sera mentre, in
compagnia del suo cane, tentava di penetrare nell'area del cinema
Chiardiluna attraverso un piccolo varco nella rete di recinzione.
Interrogato dalle autorit in merito alla sua condotta l' N. ha risposto:
"sono rimasto incastrato nella rete e non riuscivo n a entrare n ad
uscire, in pi dovevo tenere il cane al guinzaglio perch logicamente si
era spaventato..."
Richiesto di ulteriori spiegazioni l'N. ha aggiunto: "vista la bella serata
estiva avevo deciso di andare al cinema Chiardiluna con il cane, una
bestia buona e mansueta. Sono arrivato al cinema in bicicletta con il
cane che mi ha seguito al trotto ..."
Al trotto.
"... Purtroppo all' ingresso mi hanno vietato di entrare con il cane, eppure
ero disposto a pagare anche per lui; cos ho ripensato a un pertugio che
mi ricordavo di aver usato fin da ragazzo per vedere i film senza pagare il
biglietto. Solo che allora ero smilzo, e ora invece mi vedete..."
Il suddetto S.N. ha dovuto pagare una multa di cento talleri per i
maltrattamenti inflitti, secondo le autorit, al cane, e i danni alla
proprietaria del cinema, signora V.G., giustamente intervenuta a
segnalare che il robusto N. aveva trasformato il pertugio in una slabbrata
voragine.

I sani sono dei mostri


Il nonno inizi a dare segni di squilibrio quando per mezzo di una
macchinetta che a me da bambino pareva uno strumento da tortura
scopr la sua calvizie, fin l dissimulata dalla lunghezza un po' da artista
dei suoi capelli. Dico scopr in senso proprio, infatti la rapa che il nonno si
era inflitta gli mostr, con la complicit degli specchi di casa nostra, a
differenza di noi familiari alquanto impudenti e veritieri, che sulla testa
ne aveva oramai pochi pochi. Decise e proclam subito che se li sarebbe
fatti ricrescere, ma nelle more aveva iniziato a sentire freddo su quella
sua amata zucca, ci che cercava di combattere tenendo berretti di varia
foggia sulla medesima. Con il risultato che una notte, indemoniato a
causa del prurito che la cute gli stava dando, forse a causa della sua
occlusione prolungata per ore e ore, il nonno pretese di farsi un bello
sciampo riparatore, cos lui. Era tardi, lui starnutiva da giorni, noi
costernati e, come succede, increduli, gi ammiccanti ad una certa qual
demenza senile e cos via. I sani sono dei mostri, si dir. Forse, forse. La
persona che aveva ascendente sul nonno, e che gli voleva pi bene, lo
convinse del fatto che un bello sciampo di notte avrebbe certo giovato
alla potenza del raffreddore, non a lui, e gli pratic una lunga frizione con
un paio di panni spugnosi inumiditi con acqua bollente, poi asciugandogli
quei cortissimi capelli con il fon. Poche decine di minuti dopo il nonno
prese a dormire, e la mattina del giorno seguente, ricordando le sue
bizze, ci scherz sopra. Noi credemmo che questo fosse segno di sanit,
ma ci sbagliavamo.

II gelato in allegria
Invitato a tenere un seminario nel nostro circolo letterario e filosofico, il
noto scrittore della capitale accetta di percorrere il lungo viaggio e
finalmente si presenta, puntuale - devo dirlo.
Si d inizio ai lavori, il tavolo della presidenza in breve occupato da libri
e fogli che si confondono in un gradevole disordine. Lo scrittore, E.F., si
diverte con noi come un gatto con i topi, e noi topi corrispondiamo alla
sua giocosa solerzia, per quanto sia ignoto dove egli vuol parare.
Trascorsa non pi di un'ora dall'inizio del seminario, E.F. lancia l'idea di
uscire dal nostro circolo per andare tutti quanti a prenderci un gelato. La
cosa facilissima, dal momento che in fondo alla discesa che separa la
nostra sede dalla piazza opera un valente gelataio. Gelataio? - domanda
E.F.- lo chiamate in questo modo, qui?
S.
Usciti sulla strada, io contemplo la spaziosa via discendente verso la
piazza alberata che tanti ricordi racchiude della mia vita, e considero il
fatto che anche la nostra cittadina offre scorci paragonabili a quelli d'una
grande citt.
Consumeremo il gelato in allegria, e del seminario chi mai si ricorder
ancora, dopo l'amarena?
A parte il fatto che E.F. vorr certo riprendersi i suoi libri e i foglietti.

Espressionismo
L'interesse dell'artista H.S. per un suo modello, ritratto nel suo recente
dipinto espressionistico insieme ad altre figure umane seminude, era
probabilmente ricambiato dal modello stesso, che H.S. ha voluto
rappresentare in stato di erezione, appena dissimulata dal panneggio.

Vige l'odio
Superate le consuete incertezze alla partenza da casa, indossato lo
zaino, controllata la presenza delle chiavi, non si sa mai, m'incammino
verso il non lontano edificio scolastico dove da mesi dovrei aver iniziato il
mio lavoro d'insegnante di lettere, e dove invece ho evitato con la
massima cura d'entrare. Il mio scopo chiedere finalmente scusa al
preside ed ai colleghi, che mi avevano invitato con fiducia e che io ho
mancato di accontentare.
Quindi.
Mai entrato in questa scuola, prima d'oggi. Presto incontro due uomini di
mezza et, uno molto basso, l'altro molto alto, vestiti entrambi con
giacca camicia e cravatta, insomma: assai come si deve. Non so quale
dei due sia il preside, ma subito inizio a parlare della mia assenza
ingiustificata, direi senza veli, per quanto possibile farlo scansando
l'indelicatezza. I due mi ascoltano con indulgenza e addirittura con
cordialit mentre racconto del mio pensionamento anticipato che avrei
dovuto curarmi di comunicare alla scuola, posto che dell'amministrazione
dell'educazione nazionale non c' molto da fidarsi, in fatto di efficienza e
tempestivit. Il basso mi informa tuttavia della circostanza che la scuola
invitante, cos dice, privata, e che a loro non interessa se un insegnante
in pensione o no. Avrei potuto informarmi meglio, aggiunge, ma subito
precisa: non importa, guardi, se vuole lei pu iniziare anche oggi, o
domani, se non all'inizio del prossimo anno scolastico. Nel dir cos lui e
l'alto mi fanno strada fino ad una grande stanza dove si trovano almeno
una dozzina di persone, uomini e donne, come credo si tratta dei miei
mancati colleghi. Al centro della sala un tavolo imbandito per un
rinfresco. Mi aspettavate? - domando mentre seguito dentro di me il mio
discorso di giustificazione, apertamente riconoscendo che a me non
piace pi insegnare, anzi: che mi spaventa. No, non ti aspettavamo, dice
l'alto passando al tu da colleghi, nostra abitudine ritrovarci una volta al
mese per una festicciola tra noi.
Ci sediamo e tutti sembrano assai interessati al mio caso ed alle cose che
dico. Sto semplicemente ripetendo la storia del pensionamento, tutto qui.
Il clima cordiale e per la verit non manco di scorgere due o tre
colleghe alquanto piacenti.
Parla che ti parla finisco quasi per confessare il mio rifiuto
dell'insegnamento, la mia paura degli allievi, che pure qui sono piccini
dai dieci ai tredici anni, eppure.
Ma che vuoi che sia, dice una delle colleghe avvenenti, che si trova
seduta accanto a me. Anche noi odiamo insegnare. S s, dicono i due
uomini che ho incontrato nell'atrio, i due presidi della scuola, se ci non
fosse assurdo. Due presidi!
S s, anche noi odiamo insegnare, ed anche i ragazzi odiano imparare,
qui vige l'odio, ah ah ah!
Nell'udire queste parole che promettono di farmi scivolare di nuovo nella
condizione d'insegnante, sento le mie labbra sfiorate dalle labbra della
mia vicina.

Magico bus
Una donna piuttosto corpulenta e non pi giovane salita sull'autobus
semivuoto barcolla di brutto alla partenza strappante, perde l'equilibrio e
cade, ma si rialza ed avanza verso uno dei numerosi sedili liberi. Seduta,
s'avvede di avere nel capitombolo perduto le scarpe che infatti, nere,
poco taccute, restano l in fondo, od in cima, dipende, all'autobus, che
prosegue la sua marcia. Mi prodigo, nonostante gli scossoni, allo scopo di
recuperare le scarpe della donna caduta, grido al guidatore di rallentare,
mi abbasso verso la mia meta ed insieme contemplo le cosce di due
signorine sedute assai scomposte, che sembrano voler mostrare di non
esser prive delle loro mutandine. "Nessuno che si muova!", osservo
sarcastico in direzione del pubblico, paralizzato dalla corsa.

Campanilismo
Invitato a tenere una conversazione presso il Circolo Borghese della
nostra cittadina sull'interessante fenomeno dell'indifferenza della
maggioranza degli abitanti delle citt cosiddette d'arte - come la nostra nei confronti dei tesori in esse presenti, il relatore si concede di allargare
il suo discorso, com' giusto, ad alcuni altri centri vicini. Sostiene che
l'abitante della citt d'arte darebbe per scontata la presenza dei suddetti
tesori, finendo per dimenticarsene; non solo, l'abitante di una regione,
come la nostra, assai ricca di storia, arte ed architettura, allargherebbe
tale atteggiamento anche alle altre citt della sua regione.
Un mormorio sale dall'uditorio; il relatore ne riconosce l'accento, e gli par
di udire le seguenti minacciose parole: "e ti conviene, a te, di non venirci,
a P.!"
Divertito dal disturbo, egli continua a leggere il suo testo, insieme
provando per sentimenti di invidia per quell'ascoltatore che si appena
prodotto nella sua simpatica minaccia campanilistica. Vorrebbe trovarsi al
posto di lui.

Baldoria
Una famiglia proveniente dal vicino regno di Baldoria ha da qualche
mese acquistato la parte fin qui rimasta sfitta dell'edificio che noi
abitiamo. Costoro hanno provveduto ad aprire un ingresso nuovo,
chiudendo quello vecchio, che si trovava accanto alla nostra porta. Si
trattato di lavori effettuati in fretta e senza alcun nostro disturbo. Al
termine di essi i nostri vicini, che parlano bene la nostra lingua, e sia
pure con l'accento tipico dei baldoriesi, hanno organizzato una festa con
una quantit di loro connazionali. La festa, logicamente allargata al prato
che circonda l'edificio da noi fin qui abitato in solitudine, si protratta
all'incirca per dodici ore, terminando attorno alle sette del mattino, tra
bevute, mangiate, balli e canti suonati da un'orchestrina baldoriese. Ai
gendarmi da noi chiamati sul posto verso le due del mattino affinch
ponessero termine al chiasso, i nostri nuovi vicini hanno offerto dolci di
Baldoria; hanno quindi senza indugio invitato i militi ad unirsi alla festa,
presente devo dire un considerevole numero di avvenenti fanciulle
vestire con abiti dell'antica Baldoria. Alle otto del mattino, insonne, ho
intravisto l'indefesso capo famiglia dei vicini uscire per recarsi suppongo
al suo lavoro. L'uomo, mio coetaneo, mi ha salutato con il tipico gesto dei
baldoriesi.

Traduzione
La versione in italiano comune di un testo scritto dal celebre C.E.G. ormai
sessanta anni or sono presenta molte difficolt, infatti l'originale fu
realizzato dall'autore in una modalit di lingua italiana a lui ed a pochi
altri nota. Traggo grande soddisfazione, tuttavia, da quest'impegno, e
non riesco a trattenermi dal mostrare ad amici e parenti una pagina
fresca di traduzione. In talotta, avrebbe scritto C.E.G., posseduto da foia
esibitiva mostro ad essi la mia pagina insieme alla pagina originale,
senza di che la mia perizia rimarrebbe priva di riscontro. Non apprezzano,
per, essi dicono che il C.E.G., che fin qui non avevano mai sentito,
astruso. Ed anch'io, per contagio, lo sto divenendo.

I segreti del borgomastro


Il lago aveva forma pressoch quadrata, era tuttavia privo dei suoi
quattro angoli retti, mi spiego meglio: al posto degli angoli si notavano
dall'alto della collina altrettante curve. Se non ci avessero ripetuto che si
trattava di un lago naturale, avremmo creduto che fosse un bacino
artificiale creato per attirare turisti e bagnanti, come eravamo noi.
Oramai sono passati molti anni da quella vacanza sul lago di M., e molti
dettagli mi sfuggono. Ricordo per che l'escursione in collina si trasform
di colpo in un'avventura, infatti il baratro che si apriva dall'alto della
collina - e si ergeva dal basso, certo, dipendeva dalla prospettiva invisibile da lontano, ci fer la vista, o meglio: ci obblig a spenzolarci sul
lago, all'incirca. Da restare senza respiro. La mamma non volle saperne,
si volse e s'incammin sul sentiero del ritorno, noialtri ci trattenemmo e
ci mettemmo ad indicarci questo o quel particolare del lago che adesso ci
appariva come una carta geografica.
Il castello prossimo alla riva confinante con la contea di M. dall'alto ci
sembr ancora pi consumato dal tempo, quasi fosse un colossale
scoglio di arenaria, eppure il giorno prima, credo, ci eravamo stati a far
tuffi nell'acqua gelida del lago.
Segreti che ci avevano interrogato invano fin l si aprirono, dalla
prospettiva di quella terrazza naturale, se lo era. Notammo per esempio
che il nostro albergo ed il palazzo del municipio erano contigui, cosa che
fin l, a causa dell'intrigo dei vicoli, ci era sfuggita. Ecco perch il
borgomastro si fermava tanto spesso a bere un bicchiere nella taverna
dell'albergo.
Ci domandammo se tra il nostro albergo ed il municipio ci fosse magari
un passaggio, ma mio fratello minore grid che a lui dei segreti del
borgomastro non gl'importava nulla.
Peccato, perch poi avremmo saputo che il tipo era anche proprietario
dell'albergo, e che i suoi segreti ce li avrebbe fatti pagare in bei talleri, al
momento della partenza.
Le magie del lago di M. sono oramai materia irrecuperabile, curioso che
mi ricordi soprattutto di queste piccolezze riguardanti una persona, il
borgomastro, che com' naturale non ho pi rivisto.

Foca monaca
Scritta una lettera al quotidiano locale in merito alle attivit pubbliche di
un personaggio che non mi piace senza usare la cautela necessaria,
senza in altri termini procedere alla cattolica: si dice il peccato, non il
peccatore - trovo in bacheca, nel corridoio dell'ufficio dove mi guadagno
da vivere, un ritaglio del quotidiano locale con su la mia lettera, posto in
bella evidenza e corredato da un frego nero e da una scritta. Non
lusinghiera, di questi tempi. Mi si segnala come "antisemita" perch il
malversatore oggetto della mia lettera al quotidiano locale, guarda un
po', sarebbe un ebreo. Non lo sapevo. Ho pestato un callo, forse due, non
soltanto ad un uomo politico abbastanza noto, ma insieme ad un
membro della comunit ebraica, che divenuta intoccabile, neanche con
un fiore si pu urtarne l'enorme suscettibilit. Oramai sono fritto, mi dico
mentre mi avvio verso la mia stanza per iniziare la giornata di lavoro.
Sar ostracizzato, dovr attendere che l'onda passi e si ristabilisca
l'indifferenza del mondo nei miei confronti. Tornato a casa, mi s'informa
che dal quotidiano locale ha telefonato la segretaria del conosciuto
giornalista Mesto Filucchi, per prendere un appuntamento con me. Il
Filucchi vuole intervistarmi, infatti pare che di "antisemiti" nella nostra
cittadina non se ne siano pi segnalati da otto decenni. Ma pensa,
osservo io, riflettendo per ai tempi lontani di cui il nonno sempre
tornava a parlare, tempi durante i quali andava benone essere
"antisemiti", ed anzi anche il nostro quotidiano sparava titoli "antisemiti"
ogni due per tre, specie dopo che il Sovrano ebbe a bandire gli ebrei dal
Regno. Mi rendo conto dunque di essere divenuto, senza volere, un caso
raro, un animale raro, una foca monaca. E, non lo nascondo, un poco me
ne compiaccio.

Nera limousine
Trovo un posto per parcheggiare, legittimo ma molto in salita, o in
discesa, dipende. Blocco l'auto in una pendenza assurda e vado a pagare
la sosta, che sar lunga. Non so perch, ma sar lunga. Ho da sbrigare
degli affari complicati con un avvocato - di grido. Non trovo niente che
assomigli a un posto per pagare il parcheggio, vago per il paese, ed
incontro dei conoscenti: mi attirano in un locale dove conversiamo e
inzuppiamo biscottini nelle tazze di t. Ad un tratto mi ricordo non
dell'avvocato di grido, ma dell'auto, e mi precipito nella piazza del paese,
dove l'ho lasciata. Da lontano vedo che un foglio stato infilato tra un
tergicristallo e il parabrezza. Una multa? Una multa! I miei conoscenti mi
seguono fedeli mentre sfilo il foglio. Questo avvisa che nella piazza sta
per tenersi una festa popolare e che lo spazio dev'essere vuotato. Tiro un
sospiro di sollievo, poi per leggo con maggiore attenzione: la multa c'.
"Vedete come sono sfortunato?", domando ai miei conoscenti.
"Sessantotto talleri di multa!" "Ma no", mi risponde uno di loro, una
collega che ai tempi mi era assai antipatica ed ostile, mentre ora mi
manifesta della simpatia, tra un digestive e l'altro, voglio dire: l nel
locale dove ci trovavamo prima. "Ma no, sei fortunato che ancora non te
l'hanno portata via, la macchinina!" "Come sarebbe a dire - la
macchinina?", domando io risentito. "Non vedi com' piccola?", dice la
collega, o meglio ex collega, che sta ritornando ostile ed antipatica. "Lo
so bene che piccola, cosa pensavi che guidassi, una limousine nera?"
"Ma no, ma no", replica lei, "io scherzo. Ecco qual il tuo guaio, prendi
troppo sul serio tutto, tutto troppo sul serio. Andiamo!" "Dove?",
domando io guardando gli altri conoscenti, tutti ex colleghi. "Alla festa
del paese, in maschera!" , rispondono in coro.

La madre del poeta


Sapendomi letterato, la madre del poeta emergente della nostra citt mi
ha chiesto di partecipare alla presentazione dell'ultima raccolta di poesie
di suo figlio, o meglio, lo ha chiesto a mia madre, sua amica. Mia madre
mi ha brevemente accennato all'evento ed ha lasciato il libretto del
poeta sul mio tavolo, dove in breve tempo per rimasto celato sotto
fogli, fascicoli ed altri libri. Da ultimo mi ha ricordato che domani ci sar
la presentazione, ma com' naturale io non ho neppure aperto il libretto
del poeta, figlio dell' amica di mia madre, Lella. Mentre cerco di
orientarmi nella poesia di questa giovane promessa saltando da un verso
all'altro, da una pagina all'altra, giusto per avere, domani, qualcosa da
dire quando sar il mio turno di prendere la parola, sbuffando, mi accorgo
all'improvviso che la Lella sta arrampicandosi sul glicine che sale lungo
casa nostra, sta afferrandosi alla balaustra del balcone della mia stanza,
ed infine sta entrando nella mia stanza, per la verit aiutata da mia
madre, accorsa a causa del forte frusciare del corpo della Lella sul povero
glicine. La Lella una piacente signora dai capelli corti e ricci, forte di
zigomi e dotata di labbra pronunciate, alta, com' ovvio atletica; entra
senz'altro nella stanza dove io ero intento a rendermi pratico della poesia
di suo figlio, insieme a mia madre, e subito mi abbraccia sussurrandomi
parole che indicano il suo piacere di avermi incontrato dopo tanto tempo.
Incontrato?

Il cronometro nuovo
Mentre il figlio si divertiva ad imparare il funzionamento del suo nuovo
cronometro, muovi e frena, muovi e frena, il tempo trascorreva, oramai
erano le ore tredici e venti, e la madre ancora non era tornata a casa. Il
padre avrebbe potuto far ritorno per il pranzo senza trovarla: che cosa
avrebbe pensato, che cosa avrebbe fatto? Il figlio s'immedesim nella
donna di servizio: era inquieta ed alla ricerca di una spiegazione da dare,
al signore, dell'assenza della signora? Forse, ma anche incerta sul suo
futuro di collaboratrice domestica, una volta che quel matrimonio fosse
andato in malora.

Delicatezza
Il signor C. un giorno cambia il suo orario solito ed apre la porta
dell'appartamento dove vive con la moglie ed i figli. Sono circa le ore
quattordici, nella stanza da pranzo il signor C. trova un giovanotto
sconosciuto intento a trasferire, per mezzo di un cucchiaio, una certa
quantit di materia giallastra dal piatto, che tiene nella mano sinistra,
dentro un recipiente ornamentale, in famiglia denominato Vaso
Capodimonte. Dimenticandosi di domandare al giovanotto chi sia, il
signor C. chiede invece: "Che cosa fa?". Il giovanotto risponde
avvicinandosi al naso l'indice teso della mano destra, per altro impegnata
con il cucchiaio, ed ammicca in direzione della stanza accanto. "Non le
piace lo sformato di mia moglie?", domanda il signor C.. "Sa com'",
risponde a voce bassa il giovanotto, e finalmente il signor C. gli
domanda: "Ma lei che cosa ci fa, qui?". Il giovanotto, concluso il
trasferimento dello sformato nel Vaso Capodimonte, si rimette seduto e
racconta:"Io sono un impiegato della vicina agenzia della cassa di
risparmio, sa dove? E da qualche tempo trascorro la pausa come ospite
di Sua moglie, signor C., naturalmente a pagamento." "Tipo trattoria?",
domanda il padrone di casa. "All'incirca", risponde il giovanotto, che
tenta, tra una parola e l'altra, di finire le zucchine trifolate che restano
nel piatto. "Non ne sapevo niente", pensa a voce alta il signor C., "ma mi
dica: se non le piace lo sformato di banana, perch lo infila nel Vaso
Capodimonte, invece di lasciarlo nel piatto?" "E' una questione di
delicatezza", risponde il giovanotto.

Pro Loco
Durante una passeggiata in prossimit del celebre borgo che ci aveva
attirati, tuttavia, per le sue rinomate focaccine allo zenzero, abbiamo
notato al margine d'un camminamento lastricato di pietre che una di
esse aveva murato al centro un grosso anello di ferro, ragione per cui ci
siamo interrogati sulla funzione, certo risalente al passato, di tale
oggetto. Abbiamo concluso che doveva servire ai nostri padri, nonni e
cos via per legarci l'asino, o il mulo, o magari il cavallo. Ritornati nel
borgo abbiamo interrogato un addetto della Pro Loco, il quale ci ha fatto i
suoi complimenti, forse ironici, per quella che ha definito la nostra
perspicacia, ma ha aggiunto che i nostri padri e i nostri nonni usavano gli
anelli fissati al suolo, se non a qualche pietra muraria, come quello visto
da noi, anche per legarci le loro donne quando essi avevano da fare
qualcosa di urgente e comunque non adatto alla presenza femminile. Ma
non potevano slegarsi, le donne? - abbiamo domandato. Potevano, ma
non dovevano, ha risposto l'addetto della Pro Loco.

Linimento
Dei giovani improvvisatori di calcio stradale trascurano il transito dei
mezzi a motore (e a pedali) che durante il giorno assai fitto in questa
parte della citt. Passando da dove si gioca io sono colpito da una
pallonata non pesante, ma lo stesso non credo che sia giusto che pochi
fresconi impegnino abusivamente tutta la strada ed il marciapiede. In
effetti sono assai spericolati ed abili, riescono a giocare nonostante che il
gioco sia di continuo messo a repentaglio da tutto il resto, che gioco non
- forse! Non importa, per filosofare avr tempo pi tardi, ora protesto e
mi trovo a dover disputare il pallone con alcuni dei fresconi attirando cos
l'attenzione dei vigili urbani che, guarda un po', hanno l vicino una loro
sede.
Un vigile si avvicina, s'informa di quel che sta accadendo, pacifica gli
animi, restituisce ai fresconi il pallone che io continuavo a tenere tra le
mani e m'invita nel suo ufficio. Scopro che lui e i suoi camerati non solo
sanno bene che ogni giorno i fresconi del gioco del calcio creano disagi al
traffico, ma che ci convivono benissimo, con tale disagio. Il sapiente
vigile mi suggerisce l'idea che sia io in realt il disturbatore dell'equilibrio
tra il traffico e il gioco che lo rompe senza tregua a mo' di linimento
socioambientale.
Manca poco che non mi applichi una sanzione.

E' colpa della mamma


Contrariamente ai suoi usi diplomatici e colmi di ipocrisia l'Ufficio dirama
un documento piuttosto corposo in merito ad un suo membro, senza
ometterne nome e cognome. Dopo alcune pagine introduttive che leggo
velocemente, il testo costruisce la sua vera e propria accusa a carico del
reprobo. Essa si suddivide in due parti; nella prima si descrive la
personalit politica di colui che, senza perifrasi, definito come nazista a
causa di certi suoi scritti, per la verit non aventi a che fare con l'attivit
dell'Ufficio, ma caratterizzati da antisemitismo. Nella seconda ed ultima
parte si passa a criticare l'efficienza di colui che finge soltanto di
collaborare alle attivit dirette dall'Ufficio, mentre invece fa in parole
povere (le mie che leggo) il suo comodo e di fatto ruba lo stipendio. Dal
momento che il documento tratta di me, com' logico rimango alquanto
spaventato dalle conseguenze che senza indugio la mia mente inizia ad
immaginarsi. Pi che altro mi seccherebbe perdere lo stipendio, che mi
serve per vitto e alloggio - in vista della pensione. Non nego del resto che
la definizione di nazista mi dispiaccia ed anche mi sorprenda, infatti sono
rimasto ai tempi in cui nel mio ambiente di lavoro mi si rimproverava
sarcasticamente di scarsa coerenza con le mie idee di estrema sinistra,
proponendomi di passare in clandestinit. Genere "Volante rossa".
Quanto all'antisemitismo, questa un'etichetta talmente consumata che
davvero non mi preoccupa. Inizio a pensare di rivolgermi ad un avvocato
per denunciare l'Ufficio diffamatore allo scopo di ricavarne un congruo
risarcimento per danno morale. Vedremo.
Un collega di grado superiore al mio incaricato, dopo qualche giorno
dalla diramazione del documento, di interrogarmi. Accetto il colloquio,
che si svolge nella mia stanza senza testimoni, quindi in modo alquanto
informale. Il collega mi rivolge domande che presto portano il discorso
lontano nel tempo, ed io mi ritrovo a parlare con un estraneo della mia
defunta genitrice e di una casa che avevamo in campagna molti decenni
or sono. Secondo il collega, intuisco, la mia inquietudine politica (cos lui
si esprime) nascerebbe in quella casa e in rapporto alla mia defunta
genitrice. Insomma, gli dico ridendo, colpa della mamma!

Allarme
La nostra abitazione si trova in collina proprio lungo un viale alberato
molto gradevole. Oggi per strani animali dotati di artigli e denti
affilatissim si aggirano intorno, pare che si tratti di un pericolo che
riguarda tutta la citt. Parecchi feriti sanguinanti hanno trovato rifugio in
casa nostra, che non un pronto soccorso, per; ragione per cui io cerco
di telefonare a chi di dovere per sostegno medico, informazioni su queste
bestiacce feroci e su ci che ci dobbiamo aspettare in termini di
intervento armato. Mi pare che sia il caso di schiodare l'esercito dalle sue
caserme. Non risponde nessuno, o meglio le linee sono occupate, c' da
credere, dai molti disgraziati che cercano aiuto. Non che sia restato
chiuso in casa, finora, infatti dopo aver visto il primo e unico mostro,
stamani, in verit un pacifico ippopotamo dotato di singolare lunghezza
che transitava lento e quasi comico sul viale, ho spinto la mia
motocicletta dentro il garage, non si sa mai. Tra i nostri ospiti quelli che
sono in grado di parlare (perch hanno subito graffi leggeri e non
fenditure all'incirca letali) descrivono i mostri facendo ricorso, a me pare,
a immagini da loro immagazzinate mentalmente nel corso di visioni pi o
meno remote di film di fantascienza, procedimento che trovo poco serio.
Serie sono tuttavia le ferite dei malmessi.

Promozione
Ignorare i dettagli aiuta a vedere, al contrario la competenza dettagliata
acceca: mi lascio andare a questa riflessione intanto che cerco la strada
nel quartiere dove siamo venuti ad abitare a causa del trasferimento di
mia moglie nella capitale. Vicino si fa per dire al luogo di lavoro di mia
moglie non c'era di meglio da trovare, tuttavia io oggi mi sono perduto e
non sono capace di raggiungere lo spaccio di generi alimentari
indicatomi con sicurezza dai vicini, n di far ritorno a casa, se casa si pu
definire il posto dove ci siamo trasferiti. Non c' una ragnatela, non una
crepa nel muro, l'illuminazione funziona alla perfezione, come il sistema
di climatizzazione e l'acqua calda, sempre abbondante e ben regolabile.
Ah, che nostalgia ci ho, della topaia dove vivevamo nel centro della
nostra vecchia cittadina, sempre pronti a cambiar lampadine, a riparare
tubi, a stuccare crepe, a risalire le scale a piedi causa rottura
dell'ascensore, attivit tutte, a parte l'ultima, in cui io eccellevo e davo il
mio contributo alla famiglia. E ora invece.
Questo quartiere dove mi sono perduto mi ricorda in grande l'edilizia che
distrattamente mi capitato di osservare in certe cittadine di mare,
come se mi trovassi in vacanza scontento per un mese, quindici giorni,
invece qui ci dovremo restare fin quando l'architrave della famiglia non
avr completato il suo incarico presso il ministero dei lavori pubblici, di
cui alta dirigente, promossa da poco.
Mi avevano detto i vicini stamani che dovevo andare gi per il viale, poi
girare a sinistra, e che avrei trovato lo spaccio di generi alimentari, ma di
viali ce ne sono due, ho scelto il secondo, uguale al primo, e ora
veramente non lo so se sono nel secondo o nel primo, se mi trovo in
fondo o in cima, tutti sono al lavoro, nessuno da interrogare. Mi attengo
alla mia riflessione: ignorare i dettagli umani di questo quartiere, che tra
un po' di tempo non mi sfuggiranno, mi aiuta a vederne la bruttezza,
prima di perdere la vista a causa dell'abitudine.

L'arenile
Una mia giovane conoscente mi ha proposto di partecipare ad una
iniziativa, ha detto, politico-culturale a sfondo, ha precisato,
neofemministico, non appena ci eravamo incontrati dopo che, poche
decine di metri lontano, ero riuscito ad oltrepassare una impasse
alquanto penosa. Diversi giovani donne avevano fatto su un lato della via
Dufour un arenile dove stavano distese a prendere il sole in costume da
bagno, come se fossero sulla spiaggia. Umido, anche. Alcune dormivano.
I passanti dovevano transitare lungo gli edifici in poco spazio, se non
volevano esporsi al traffico, uno alla volta, dandosi il turno. Ragione per
cui io ero restato davanti a una signora che non intendeva neppure
sfiorare con le sue scarpette l'arenile umido pieno zeppo di corpi
seminudi abbastanza impiastricciati di sabbia, disseminato di sandali e
ciabatte. Ti sposti tu, no, mi sposto io, dicevano i nostri occhi fissandosi a
vicenda. E un uomo dietro di lei mi mostrava i denti. "Far posto alla
signora", avevo detto infine a quest'uomo, "ma non a Lei". Dopo poche
decine di metri incontro la mia giovane conoscente, ci fermiamo a
chiacchierare e lei mi propone di scrivere un articolo per la rivista che il
suo circolo politico-culturale ha intenzione di pubblicare. La seguo in un
negozio trasformato in circolo, vedo che dentro c' un certo disordine di
sedie e tavoli ammonticchiati, una scrivania e una donna seduta davanti
a molte carte sparse. Pile di fascicoletti rossi e bianchi stanno appoggiati
al davanzale di una finestra chiusa. E' scuro. La mia giovane conoscente,
una studentessa cui ricordo di aver consigliato titoli e argomenti ai tempi
della sua tesi di laurea su Sibilla Aleramo, mi mette in mano un
fascicoletto e mi chiede di versare un obolo di sostegno al circolo.
Rispondo che se lei ed i suoi vogliono che io scriva qualcosa per la loro
rivista, ma poi che cosa? - devono pagarmi, non chiedermi denaro, per
quanto sia poco. "E poi non so niente di neofemminismo, io", aggiungo.
"Piuttosto", continuo, "non hai visto la spiaggetta che hanno improvvisato
quelle tipe in via Dufour?" "Certo che l'ho vista", replica la mia giovane
conoscente, "siamo noi che abbiamo pensato questa provocazione
pseudo balneare. Ecco, conclude, potresti scrivere un articolo su questo
evento".

Omissione di soccorso
Un'auto nera gareggia grazie all'abilit del pilota con un'altra dello stesso
colore, ma pi potente, che approfitta di un lungo rettilineo per allungare,
sennonch arriva troppo veloce alla curva verso sinistra che si trova in
fondo al rettilineo, frena e s'intraversa. Il pilota dell'auto meno potente
rallenta e vede la rivale occupare con il retro la corsia sbagliata
raddrizzando per la sua direzione di corsa, intanto che un camion
spunta dalla curva. Mentre l'auto rivale scompare dietro la curva il pilota
dell'auto meno potente, avanzando, vede il camion sbandare e uscire di
strada. Sotto la strada c' uno spazio scosceso dove il camion sparisce.
N il pilota dell'auto pi potente n l'inseguitore si fermano per vedere
che cosa sia successo alla persona che si trovava alla guida del camion,
e continuano la loro corsa. Tuttavia non gareggiano pi. Entrambi, forse,
sono alle prese con la loro coscienza, o meglio: la loro coscienza alle
prese con il loro egoismo. Il pilota dell'auto pi potente sa di aver
provocato la perdita del controllo da parte del guidatore del camion; il
pilota dell'auto meno potente sa di aver provocato l'eccesso di velocit
dell'altro e di essere quindi a sua volta responsabile dell'uscita di strada
del camion. Entrambi dopo poco iniziano per a pensare che forse anche
il camion procedeva troppo veloce, ed il loro disagio scema. Perdono il
contatto reciproco a bella posta, ma si ritrovano pi tardi in un'area di
sosta, si individuano reciprocamente mentre scendono dalle loro auto;
entrano nel bar, ma si guardano a mala pena. Tacciono. Consumano la
loro bevanda distanti.

Sequestro
La madre e la sorella della donna con cui m'intrattenevo su un largo letto
chiamano allarmate la loro congiunta da dietro la porta. E' un trucco per
far cessare ci che a loro pare sconveniente e per sequestrare la rea,
maritata con un omone al momento assente. Esco dalla casa e vedo la
reclusa che guarda verso di me da dietro il vetro di una finestra.
Gesticola. Grido: " un sequestro di persona! Vi denuncio!"
Prendo la via, controllo il numero civico della casa, in effetti verifico
anche il nome della strada. Siamo in campagna. Su una targa leggo
lettere consumate: San Simpliciano. Corro alla ricerca di una
gendarmeria dove esporre il caso. Transito lungamente senza trovare
nulla, ci mi d il tempo di pensare che i gendarmi mi domanderanno il
quando il come il perch del sequestro della mia bella. In questa
provincia rischio di venir perseguito come adultero, altro che storie!
Mentalmente vedo il marito della sequestrata, minaccioso.
C' giustizia a questo mondo, finalmente?

Movimento
Sotto la porta d'entrata della cittadina di F. vedo due strani tipi di
autostoppisti. Gi ho dovuto evitare in successione un paio di gatti
acciambellati nel mezzo della strada provinciale, non so come ho fatto a
restare in carreggiata, e loro fermi, niente, neanche una mossa. Adesso
questi due, sono un uomo e una donna, riesco a capire, nonostante che
siano coperti entrambi da lunghe pellicce e che in testa portino cappelli
di pelo. Hanno perfino una borraccia a tracolla, senza contare i bagagli.
Mi fermo. Chiedono un passaggio; avevo ragione, mi dico, sono
autostoppisti. "Va bene", rispondo, "ma io arrivo solo a I., sono pochi
chilometri. Se volete". "D'accordo", risponde la donna, e iniziano a
caricare i loro bagagli. Da ultimo si riparte, e tanto per dire qualcosa
domando dove sono diretti. "Andiamo nella capitale", risponde lei.
"Perdincibacco!" - faccio io, "la capitale a sud, e invece I. si trova a
nord". "Non importa", replica lei, "quel che conta muoversi, piuttosto:
cosa significa perdincibacco?"

L'artista della penetrazione


Quando nelle province lontane del regno potevano ancora esibirsi artisti
vari (s, durante le fiere, ma pi spesso la domenica in certi piccoli teatri),
l'atleta Enzo Greci era piuttosto noto a causa della sua specialit.
Prodigiosamente dotato in fatto di attributi virili, ripeteva i suoi amplessi
a pagamento con pochi intervalli tra l'uno e l'altro cliente, femminile o
maschile che fosse, al riparo dai curiosi. Ragione per cui le sue erano
esibizioni per modo di dire. Nelle cittadine visitate da Greci si discuteva,
com' naturale, su chi e quando avesse fruito delle penetrazioni erogate
dall'artista, e si spettegolava. Era ci, in definitiva, a consolidarne la
fama. Il nonno aveva assistito all'atto - "ma no, cosa hai capito?",
sorrideva - all'atto finale della decadenza di Greci. Divenuto quasi
anziano ed un poco meno atletico non solo di aspetto, ma anche in fatto
di penetrazioni, impoverito e comunque ridotto a prestarsi, se non per
strada, quasi pubblicamente (in certe losche taverne, appena dietro un
sipario improvvisato), una sera d'autunno l'artista, dopo l'ultimo
amplesso della giornata, si era buttato su una coperta stesa sul
pavimento, per riposarsi. Qualcuno, s, impietosito dallo stato miserando
di quel corpo oramai cos poco atletico, lo aveva coperto con una tovaglia
rimediata l per l.
Greci si addorment, raccontava il nonno; a notte la taverna fu chiusa,
nessuno fece caso all'artista sdraiato sul pavimento. Fu il freddo stavolta,
l'ultima, a penetrare lui.

Il tipo della poltrona


Il nonno si era deciso ad affittare, meubl, una sua casetta che aveva il
pregio di trovarsi appena fuori citt, dove iniziano i prati. Logicamente si
disinteressava della correttezza del locatario: omnia munda mundis,
diceva il nonno, credendo che noi capissimo il significato di quella
formula. Un giorno pensai di andare in visita dal locatario della casetta.
L'affitto mensile lo pagava, questo s, o almeno il nonno affermava che lo
pagasse. Trovai il portone aperto, salii al piano e bussai. Era socchiusa, la
porta. Conoscevo la casa, quindi rimasi sorpreso dai cambiamenti
dell'arredamento. Un tipo, doveva essere il locatario, mi fece accomodare
su un divanetto, si piazz davanti a me su una poltrona, cio, non proprio
davanti, ma un po' di lato, e tacque. Non sapevo da dove cominciare,
oltretutto l'idea di venire ai Prati, per dirla con il nonno, era stata mia,
non ero insomma autorizzato. "Non so da dove cominciare", dissi,
guardando il tipo seduto davanti a me. "Non importa", replic, "inizi da
dove vuole, di mete ne abbiamo". "Sono qui per conto di mio nonno",
dissi allora, e lui annu tacendo. "Mio nonno si disinteressa delle sue
propriet", continuai. Silenzio. "Non che il nonno sia una persona
trascurata, no no, anzi un uomo che ha delle qualit". "Propriet,
qualit", mi parve che cantilenasse, quasi, il tipo. "Certo", feci io,
"propriet, s, anche nel senso immateriale". "Immateriale", sottoline lui,
il tipo, forse il locatario, forse no. "Lei il locatario?" - domandai. "Nel
senso?" - rispose. "Lei conosce il proprietario di questo appartamento?" domandai ancora. "Lei lo conosce?" - rispose. "Certo che lo conosco,
mio nonno!'"
Mi trovavo un po' risentito, avevo l'impressione che questo tizio mi
prendesse per il bavero, intanto i minuti, anzi le decine di minuti
passavano, ero seduto l davanti al tipo da un pezzo.
"Bene, per oggi ci fermiamo qui", disse, "abbiamo iniziato a mettere in
forma la scansione propriet-qualit-conoscenza nel segno del padre",
disse, al che io replicai che veramente io avevo parlato del nonno, mio
nonno, e non del padre; ma lui, il tipo, gi si era alzato dalla sua poltrona
e stava accompagnandomi alla porta.
Scendendo le scale com' naturale provavo una certa perplessit,
soprattutto perch il tipo della poltrona mi aveva fissato un
appuntamento a due giorni dopo.

Asia
Forse opera di buontemponi il cartello che arrivati a questo bivio aperto
alla base di una collina boscosa troviamo nel nostro cammino non poco
disturbato da appassionati del motociclismo fuoristrada. Spesso
dobbiamo farci da parte intanto che le cavernose moto infangate
transitano spaventando gli animali, ma non importa. Chi siano i guidatori
non lo sappiamo, forse nostri simili, forse no, certo sono giovani. Ore e
ore che camminiamo, abbiamo perso tempo? No, ma l'orientamento non
basta, cerchiamo il sentiero. E invece troviamo questo cartello con sopra
vergato in rosso "Asia". A destra.

Casa Barbuta
Appena sbarcato sull'isola cercai l'ufficio postale allo scopo di aprire una
casella di fermo posta. Di uffici postali nell'isola ce ne erano due, questo
e l'altro sulla costa nord, ai tempi. In corso d'opera attacc discorso con
me una cinquantenne che non richiesta m'inform del fatto che lei non
era un'isolana, ma proveniva dal continente, "sono originaria di T.", disse
sorridendo. Si trovava nell'ufficio per ritirare la sua posta, infatti abitava
in collina, "lass", aggiunse facendo un segno con la mano destra aperta
invano verso il nulla, sito tuttavia in alto. Usciti che fummo dall'ufficio la
donna m'invit a sedere insieme a lei a un tavolino del bar pi prossimo,
indubbiamente esposto al porto ed alle relative grazie. Nonostante che
avesse un bel po' di anni pi di me, nonostante la mise, rossa, e la
tintura dei capelli, corvina, nonostante che fossi venuto sull'isola per
riposarmi, la donna riusc a trattenermi diverse decine di minuti al
tavolino del bar, certo perch mentre lei parlava io guardavo da ogni
parte fuorch dalla sua, ma non solo. Era appetitosa.
Sapute le mie ragioni di vacanza, rese vaghe ancora di pi a causa delle
poche parole che io mi consentii con la sconosciuta, Teresa, ad un tratto
lei mi propose scherzosa di farci compagnia "tra noi stranieri", disse.
Per una volta, decisi, avrei fatto il colpo alla svelta, invece di perdere il
solito mucchio di giornate di avvicinamento alla meta. Ragione per cui
accettai la sua proposta, "ma anche subito, ora".
Teresa mi diede sorridendo le istruzioni per raggiungerla "lass", dopo di
che ci separammo, io per depositare il bagaglio all'albergo, lei perch
doveva andare dal parrucchiere, almeno disse cos, n fui in grado di
apprezzare il risultato, infatti non la rividi mai pi.
Seguii qualche ora pi tardi le sue istruzioni, infatti, ma mi persi a mezza
costa e fui costretto a domandarne ad altri residenti, i quali credevano
tutti di sapere dove abitava "la Teresa", ma, come scoprii, l'isola
mancava di toponomastica. Voleva dire affidarsi alle parole dei residenti,
isolani e non, alle loro concezioni di "largo", di "stretto", di "ripido", di
"boschetto ceduo", alla loro bambinesca sicumera che uno straniero non
potesse non comprenderli. Mi davano immancabilmente del tu, certo ero
giovane, ma lo stesso m'irritavo: "Sai dove? Dopo Casa Barbuta!"
Dopo ore di tentativi inutili della Teresa ne ebbi abbastanza, e feci ritorno
"gi". Fu una magnifica vacanza.

Piccola, verde e non pulitissima


Nel nostro Paese d'origine non sei accolto nei grandi alberghi se non
mostri di appartenere alla classe dei Signori. Costoro sono persone ricche
e potenti, dignitari dello Stato, industriali, grandi commercianti oppure
membri della Nobilt - non dico che debbano appartenere alla Corte, in
questo il nostro Sovrano alquanto liberale. I Signori pervengono ai
grandi alberghi e scendono da automobili nere, in genere, di ottima
marca, e subito fanno portare la loro splendida valigeria da stuoli di
inservienti ossequiosi. Io, come conseguenza del fatto che non faccio
parte della classe dei Signori, non ho mai neppure provato ad accostarmi
ad un grande albergo, che comunque non potrei permettermi, dal
momento che una stanza, una sola stanza, non una suite, costa fino a
duemila talleri al giorno.
Durante il mio recente viaggio di nozze all'estero, lo confesso, ho tentato
di farmi amare ancor di pi dalla mia sposa esibendo una sfrontata sosta
davanti al miglior albergo di F., certo interiormente, per, che mi
avrebbero respinto a motivo della modestia della nostra automobile,
piccola, verde e non pulitissima.
Si sa, il viaggio!
Con mia grande sorpresa invece siamo stati accolti in modo cordiale e
rispettoso insieme dal personale dell'albergo, e gl'inservienti ci hanno
portato in camera le nostre borse di tela cerata, invero alquanto sdrucite,
ci che fa fino in certi ambienti del nostro Paese, ma che riceve
immediata ripulsa dal personale responsabile dei nostri grandi alberghi.
La mia esibizione di sfrontatezza diretta a conquistare l'ammirazione
totale della mia diletta sposa - non serve precisare che il cuore femminile
sensibile alla sfrontatezza maschile - mi costata ottocento corone,
mille dei nostri talleri, ragione per cui il nostro viaggio di nozze si
dovuto ridurre di alcuni giorni.
Avrei dovuto studiare in anticipo le abitudini sociali dei Paesi scelti da me
per il mio viaggio di nozze.
La sposa ha tenuto per settimane il muso.

Parenti stretti
Mia cugina affranta; "Stasera sei a cena dai Pappano!", singhiozza. Si
aspettava che restassi ancora qui dai suoi, ed l'ultimo mio giorno in
questa citt. Non singhiozzo, io, ma sono allarmato dalla prospettiva
della cena dai Pappano, prevedo sei o sette portate, brindisi, dolci, indugi
infiniti, prima di potermene tornare, spero con le mie gambe, in albergo.
Domattina all'alba, se sar ancora vivo dopo la cena dai Pappano, potr
finalmente partire e tornare nella mia avara cittadina, dove mi nutro di
minuzzoli e gocce.
Ma chi sono i Pappano?
Mario Fara, mio zio, ha una sorella che si chiama Elena, sposata con
Francesco Pappano. Tutti miei zii, sono, Fara o Pappano.
Zii, cugini, cugine, ospiti prepotenti. Sono riuscito a mala pena a salvare
qualche ora per ci che avevo da fare in questa lontana citt, dopo aver
fatto l'errore di annunciare agli zii Fara e Pappano il mio arrivo "per
lavoro".
Si valuti solo questo, per capire. Domenica, dopo un pranzo iniziato alle
due e ancora non terminato alle cinque, presenti i Fara e i Pappano, io
ospite d'onore, qualcuno, certo incoraggiato da zio Mario e da zio
Francesco, ha sgonfiato tutte le ruote della mia auto per impedirmi di
tornare in albergo.
"No! Stasera sei a cena dai Pappano!", singhiozza mia cugina Michela.

Il riparatore di sveglie
E' in effetti una strisciolina di carta colorata, quel che ho dato
all'edicolante in pagamento della Squilla dei Giochi, il quotidiano sportivo
che oggi vorrei leggere in onore della vittoria della mia squadra del cuore
contro una squadra di altra parte del corpo. L'avevo nel portafogli e l'ho
scambiata per una banconota da dieci talleri. L'edicolante, uomo di
mondo, la prende bene. Sostituita la strisciolina di carta colorata con
soldi veri, infilato il giornale nella borsa, mi avvio verso il mio laboratorio.
Sono un riparatore di sveglie. Ultimamente non ho avuto molto lavoro,
ci significa che sono stato per parecchie settimane lontano dal
laboratorio, che si trova al primo piano di una casetta di appartamenti
non poco lontana da dove abito. Entro, salgo la stretta scala fino alla mia
porta e faccio per entrare. Vedo che un pannello flessibile di cartone
coprente parte della parete lungo i gradini tocca la porta della mia stanza
e deborda l dove si trova la serratura. Lo sollevo per infilare la chiave e
in quel mentre un uomo che si trova in basso sui gradini mi apostrofa in
modo alquanto inurbano, direi, domandandomi che cosa io stia facendo.
Noto che si tratta di un tecnico entrato subito dopo di me nell'androne,
ha una cassetta di attrezzi, immagino, ed ha gi aperto uno sportello
pieno di polvere e contatti elettrici. In definitiva un collega, l'uomo!
"Non a lei che devo dire che cosa io stia facendo", gli rispondo, mentre
continuo nel tentativo di infilare la chiave nella serratura coperta dal
pannello di cartone, attribuendone a casigliani distratti l'applicazione.
"Lei un estraneo!", insiste l'uomo, diciamo l'elettricista.
"Anche lei un estraneo, in ogni caso lei mi sta prendendo per qualcuno
che io non sono", replico.
Manca poco che non gli dica "lei non sa chi sono io!", comunque dopo un
po' che stiamo l a guardarci, io sopra, lui in basso, gli tendo la mano e mi
presento. Lui la rifiuta e spiega il gesto con l'argomento della scarsa
nettezza della mia mano.
Ohi ohi, quant' dura avere il laboratorio lontano da dove si vive e ci
conoscono tutti!

Spumante
La clinica psichiatrica dove fui ricoverato all'incirca quaranta anni or sono
mi ha visto transitare pian piano dalla condizione di malato a quella di
collaboratore tuttofare, si pu dire che ho realizzato una certa qual
carriera. Negli ultimi dieci anni pur non dimettendomi la Direzione mi ha
concesso di muovermi nei reparti e di rendermi utile, come ho accennato,
in modo vario. Naturalmente ho stretto molte amicizie, anche qualche
inimicizia, ma oggi, giorno della mia dimissione (sono infatti troppo
vecchio per restare nella clinica, semmai sarei buono per l'ospizio), non
voglio ricordare che le cose buone. E' stata organizzata una festicciola
tutta per me, e sono presenti tutte le persone, quelle che contano e
quelle che non contano. Le prime fanno gruppo a s. Salutati i poveretti
come me, gl'infermieri, gl'impiegati, promesso che ci rivedremo
(naturalmente ci non avverr), mi dirigo sorridendo verso le persone
che contano. Questi signori a loro volta mi sorridono, non senza la tipica
ironia che li contraddistingue quasi fosse un tratto professionale, mi si
rivolgono dandomi del tu, non pi del lei, sollevano il bicchiere di plastica
bianco colmo di spumante verso di me, mi augurano buona fortuna. Io
non bevo spumante, per.

Danni biologici
Un apprendista molto brillante - di cui sono il supervisore - fa ritorno
anticipato in sede e d le dimissioni chiedendomi nel contempo scusa per
il guaio che ha fatto: ha danneggiato le attrezzature del laboratorio
presso cui lo avevo messo al lavoro? "No, ho sedotto la mia tutor",
confessa il giovane.
Mi perviene infatti da parte della tutor sedotta una richiesta di
pagamento di danni biologici per trecentomila quattrocento talleri, una
cifra capogirica. La richiesta indirizzata a me, in quanto supervisore
dell'apprendista danneggiante, e non all'azienda per cui lavoro, ci mi
provoca un attacco di furia che non si placa neppure davanti ai colleghi,
tra i quali, intanto che inveisco contro i tutor ed in particolare contro le
tutor che si lasciano sedurre dai tirocinanti dotati di brillantezza, noto
una funzionaria che tiene bassi gli occhi. Mi avvicino e le grido se a
conoscenza di qualcosa, di qualche risvolto strano di questa storia di
apprendistato e seduzione che rischia di rovinarci. "Conosco la tutor",
risponde la collega in un sussurro, "sta' buono, ci penso io, fammi vedere
la richiesta di pagamento dei danni biologici, intanto". Avendola
appallottolata e gettata in un cestino vicino alla porta, io la indico senza
parole alla collega, che va, la estrae, la spiega, la legge e poi dice,
mentre nella stanza calato un notevole silenzio che a sua volta
consente a tutti di udire il mio affannato respiro: "la missiva non spiega
che tipo di danni biologici avrebbe provocato il tuo apprendista!"
"Lo interrogheremo!" , replica il direttore, fin qui tacito.

Il clarino
"Scommetto che leggi Il clarino!", mi dice beffarda una collega.
Il clarino, per chi non lo sapesse, un quotidiano che appartiene alla
famiglia pi danarosa del Regno. Il suo capo stato diverse volte Primo
ministro, innegabilmente coprendo di ridicolo non soltanto il Regno, ma
anche il Paese. Ragione per cui l'esclamazione della mia collega
piuttosto offensiva.
Ma andiamo per ordine. E' in corso una riunione, certo informale, tra noi
colleghi dell'Istituto di Scienze sociali: siamo sorpresi dai recenti scioperi
che sembrano offrire al Paese una via d'uscita democratica dalla
bonaccia autoritaria che il Regno ha voluto realizzare negli ultimi
decenni. Ed abbiamo l'intenzione di prender partito come lavoratori
intellettuali privilegiati che per in definitiva dubitano di avere le carte in
regola. Almeno: io ne dubito, e mi lascio sfuggire, davanti ai colleghi, una
confessione: mi sento indeciso, tra governo e scioperanti rivoluzionari,
non so in altri termini quale partito prendere. Da qui l'insofferenza della
collega, che mi attribuisce una propensione politica "clarinistica".
In realt non leggo mai Il clarino, ci non toglie che non mi sento vicino
agli scioperanti rivoluzionari, n al governo.
N m'interessa molto il livore della collega, che sfoggia un'acconciatura
dei capelli afro e deve avere un problema con i suoi piedi, dal momento
che indossa orribili scarpe da femminista.
S, di politica m'intendo poco, questo vero.

Dal cartolaio
Un cartolaio che insieme alle merci sue proprie vendeva giocattoli mostr
ad un bambino convenuto nel negozio una fotografia del banco dietro cui
lui serviva la clientela e di tutto quanto si trovava alle sue spalle quaderni, penne, matite colorate, gomme per cancellare, zaini, libri
illustrati, fischietti, sciarpe della locale squadra di calcio, bambolotti alla
moda e cos via. Il bambino, accompagnato nel negozio dal padre,
guard la fotografia riproducente la maggior parte di quanto si trovava
davanti a lui, poi alz gli occhi verso il cartolaio e disse: "e tu dove sei?"
"Io ho scattato la foto!", rispose il cartolaio.
"E perch io non ci sono?", replic il bambino.
Suo padre iniziava a sentirsi nervoso, tuttavia seppe rimanere in silenzio.

Evaristo Carriego
Non bisogna credere che il calcio professionistico impedisca ad un
giovane dotato di portare a termine i suoi studi ed anzi d'intraprendere la
carriera di ricercatore in ambito scientifico. Esempio luminoso di una
simile giovent ad un tempo sportiva, professionale e vogliosa di sapere,
fu il calciatore argentino Evaristo Carriego, centravanti adorato dai tifosi
della squadra della nostra Capitale, un ragazzo che io ebbi il piacere di
conoscere e di frequentare nella sua qualit di brillante allievo nella
Facolt di Geografia.
Il Carriego era un giovanottone apparentemente pi adatto al Rugby che
non al Calcio, tuttavia aveva scatto e corsa, non si dice dribbling
(sarebbe offendere il lettore competente, che ben lo sa), pari a quelli
d'un trottolino allora assai noto come lo svedese Kurt Hamrin. Incredibile,
il Carriego! A grappoli, ne segnava, di goal. N si faceva mancar nulla in
fatto di muchachas - eppure studiava, e com'era bravo in Geografia! Gli
mettevate sotto il naso una cartina muta dell'Asia e lui zac, a colpo sicuro
poneva l'indice l dove si trova Ulaanbaatar. Pi avanti, un poco
appesantito, verso il termine della sua carriera agonistica, fece ritorno in
Patria e da ultimo divenne professore di Geografia a Bariloche, localit
sciistica andina.
Il suo esempio serva da sprone ai ragazzi che oggi intraprendono la
carriera calcistica.

Vicino al Parco di Sant'Ignazio


Restiamo in contemplazione silente, ma poi parlante, del nuovo quartiere
che stato costruito nella periferia nord della citt. Si tratta di un certo
numero di palazzi di otto, nove piani, dove ci domandiamo se vorremmo
abitare. Certo, sono tutti nuovi, tutti scintillano sotto il sole di questo
pomeriggio di ottobre finalmente gradevole, dopo settimane di pioggia.
"Lei divaga", mi dice la persona che si trova con me davanti alla prima
delle sette file di palazzi nuovi ecc. , "vorrebbe abitare qui, oppure
preferisce restare nel suo centro storico?". Non rispondo, anzi mi ricordo,
davanti alla prima delle sette file di palazzi color bianco, cemento,
acciaio, cristallo, che nella mia vita ho abitato spesso in alto, ma mai al
nono piano. "Chiss che cosa si prova a guardare gi dal nono piano?",
domando alla persona che si trova con me. Non risponde. Pensiamo
entrambi, ne sono certo, che non vorremmo abitare in questo nuovo
quartiere, ma non lo diciamo. Interrompo il silenzio, infine: "Lei non
ricorda che siamo vicinissimi al parco di Sant'Ignazio, ragione per cui non
pu valutare come si deve l'amenit del quartiere che abbiamo davanti!"
"Io valuto come si deve l'amenit che Lei ha appena detto, invece",
risponde ora la persona che si trova con me in visita al nuovo quartiere.
E soddisfatti di noi ce ne torniamo in centro.

Prodromi di un linciaggio
Invitato a trascorrere una vacanza al mare in casa dell'amico Bettoni,
scopro che abita a un piano alto assai di una costruzione che dista pochi
metri dall'acqua - ben profonda, dal momento che diverse imbarcazioni
sono attraccate alla stretta banchina. L'amico Bettoni, noto, dispone di
una riserva di saponette che ha l'abitudine di scagliare, una alla volta,
quando gli gira, nell'acqua sottostante. Saponette, si fa per dire:
sembrano saponette, invece sono ordigni disinquinanti e profumogeni, mi
spiega l'amico Bettoni scagliandone una nell'acqua ad una certa distanza
dalla banchina, tra un'imbarcazione e l'altra. In effetti dal mare sale in
breve tempo un profumo non spiacevole, ancorch artificiale. Taccio.
Dopo poco, per convincermi della bont del prodotto di cui lui dispone e
di cui per omette di rivelarmi l'origine, l'amico Bettoni scaglia una
seconda saponetta di sotto, peccato che il lancio sia fiacco e che il
proiettile vada a colpire in testa una persona intenta a bagnarsi - tra
un'imbarcazione e l'altra. Tutti i gusti son gusti!
Una piccola folla alquanto invelenita si raduna sotto le finestre dell'amico
Bettoni, in verit, come comprendo, oramai anche mie. E presto si odono
passi che corrono su per le scale, verso l'appartamento nel quale ci
troviamo il Bettoni, che il diavolo se lo porti, ed io. La sua faccia, noto, si
rinsecchita ed ha acquistato un colore giallastro. Trattasi di paura.

Borseggio
Transitando a piedi in una piazzetta del centro dedicata decenni or sono
all'annessione di certe province di confine al Regno ho sentito che il mio
zaino era soggetto a qualche pressione, cos mi sono voltato ed ho visto
una donna piccolina e di aspetto giovanile, abbigliata in modo ordinario,
che in una mano aveva il mio portafogli, mentre nell'altra aveva alcune
banconote. La ho bloccata, nonostante che io non sia molto favorevole
ad attirare l'attenzione del pubblico su di me, e la ho trascinata dai
gendarmi. Costoro hanno preso in consegna la ladra, il mio portafogli e le
banconote, trentacinque talleri. "E i documenti?", ho domandato al
gendarme che stava occupandosi del mio caso, "come faccio senza i miei
documenti?". "Avete ragione", ha risposto lui, "ora vi rilascio una ricevuta
che vi consentir di riaverli una volta che avremo completato
l'accertamento."
Da giovane non avrei mai trascinato la ladra dai gendarmi, mi dico
intanto che mi dirigo verso la stazione ferroviaria valutando quanti talleri
mi restano nelle tasche. Mai.

Boy Scout
Il figlio di certi nostri amici, un giovane sui trent'anni, si aggregato a noi
per un'escursione in montagna stupendoci a causa della sua tenuta,
ispirata ad una sorta di scoutismo reinterpretato, per altro elegante.
Ancor di pi, durante il percorso di ritorno, il giovane ci ha stupito con il
suo deciso negare di esser lui vestito un poco alla boy scout, anzi, con il
suo minacciarci di conseguenze gravi qualora avessimo continuato ad
infangare, cos ha detto, il suo abbigliamento. Abbiamo lasciato cadere la
conversazione, anche perch il nostro giovane compagno di escursione
sottolineava il suo agitato dire muovendo in aria con la mano destra una
sorta di falcetto.
In effetti, ci siamo confidati dopo aver salutato, gi a valle, il giovane, il
nostro accenno al cosiddetto scoutismo reinterpretato poteva essere
stato scambiato per una provocazione da noi perpetrata con lo scopo di
sottolineare quanto il nostro compagno di escursione, gi ribelle ed
anarchico, avesse mutato il suo orientamento.

Paria
Nella rubrica delle curiosit della nostra gazzetta cittadina, l dove i
nostri occhi si posano sempre prima di leggere o scorrere il resto del
giornale, abbiamo trovato il seguente racconto:
"Un viaggiatore del secolo scorso, tale K. Molnar, rifer di una minoranza
che lui aveva incontrato in Borminia (regione che si trova nella penisola
indocinese). Durante le soste rituali estive lungo il fiume Gono la pelle,
bianca, dei membri di tale minoranza, al sole diventava verde. La
maggioranza dei nativi della Borminia, di pelle dal colore bruno
abbastanza scuro, considerava questi bianchi, per altro di fattezze in
tutto simili a quelle del resto della popolazione, pi che sacri intoccabili a
causa della particolare reazione della loro pelle esposta al sole, e mai e
poi mai avrebbe acconsentito a mescolarsi carnalmente con loro. Certo
questo il motivo della attuale introvabilit di rappresentanti di tale
minoranza borminica."
Naturalmente dopo aver letto quanto precede abbiamo consultato il
nostro Atlante e la nostra Enciclopedia, infatti non sapevamo niente della
Borminia, ma abbiamo constatato che tale regione non menzionata.
Neppure il fiume Gono. Cercheremo ancora.

Il sole riflesso sulle verghe


Tempo fa camminavo nei pressi della stazione, cautamente attraversavo i
binari alla ricerca di un punto dove il sole fosse riflesso dalle verghe, solo
che diverse nuvole la ostacolavano. Mi sono spinto molto in l e a un
tratto ho notato un vagone merci aperto da un lato, con dentro due
uomini intenti a colpire ciascuno armato di bastone certi mucchi di
tessuto o sacchi che si trovavano sull'impiantito del vagone.
Avvicinandomi senza farmi vedere ho notato che i mucchi di tessuto si
muovevano, poi ho visto che non erano mucchi di tessuto o sacchi, ma
piccoli animali pelosi, non saprei, giaguarini, panterine, e che i due li
colpivano sul capo con una specie di piccola vanga appuntita fissata in
cima ai loro bastoni. Sono rimasto circa mezzo minuto a contemplare la
scena, e ho notato che gli animaletti quasi non emettevano lamenti. Poi
sono tornato indietro fino alla stazione e sono entrato nell'ufficio della
guardia ferroviaria per denunciare la strage. Mal me ne incolto, infatti i
due agenti mi hanno domandato come e perch mi ero spinto in quella
zona proibita. Quando ho dato loro la spiegazione che qui all'inizio
delineata mi hanno cacciato dall'ufficio diffidandomi dal far loro perdere
tempo.

Insalutato ospite
S'improvvisa, da parte dei responsabili del seminario, che ospita una
mattinata di riflessione sul fenomeno della perdita della perdita della
fede, un pranzo cui possano prender parte tutti i convenuti, che sono
alcune decine. Mi aggiro intorno al grande tavolo, ottenuto dalle solerti
operatrici del seminario unendo quattro tavoli, alla ricerca di qualche
persona che non conosco, infatti molti dei convenuti alla mattinata di
riflessione sul fenomeno della perdita della perdita della fede sono miei
ex colleghi; vorrei evitare proprio i due ai quali avevo affidato una
registrazione da me effettuata tempo fa in tema di perdita della perdita
della fede e che hanno avuto la sfacciataggine di farla ascoltare a tutti i
convenuti senza chiedermi l'autorizzazione, ci che ha meritato un
incongruo e indesiderato successo alla mia voce registrata. Per fortuna
trovo un posto tra due signorine che non conosco e che non mi
conoscono, e noto che iniziano ad essere distribuiti piatti di pasta - ha la
forma delle orecchie umane, sembra eccessivamente cotta, ma forse
condita, mi dice il naso, con qualche eleganza. Attendo che un piatto si
fermi davanti a me e mi volto sorridendo alla signorina che mi siede a
sinistra accennando alla mia condizione di affamato. "Non creder mica
che ci si possa occupare di lei?", dice la mia vicina di destra, "qui
ciascuno fa per s!" "E Dio per tutti", concludo mentre mi alzo allo scopo
di dirigermi verso l'uscita, insalutato ospite.

Il giudice.
La politica del nostro Sovrano potrebbe aver dato anche notevoli risultati
in ambito sociale, non saprei, fatto sta che gli amministratori della
giustizia sono oramai in soprannumero rispetto alle necessit, perch si
delinque assai poco nel Regno. Per cui molti magistrati sono stati
incaricati di fare osservazione nelle scuole, acciocch anche in questo
settore tutto vada per il meglio. Ecco dunque che nella scuola dove
trascorre le sue mattinate il mio piccolo figlio stamani ho trovato un
ometto calvo che, mi hanno detto altri genitori convenuti, "il giudice":
me lo sono trovato vicino, muto, osservante, mentre toglievo dalla bocca
di mio figlio il ciuccio che lui si ostina a usare nonostante che abbia i suoi
bravi sei anni. Di certo il giudice trascriver questo dato d'osservazione,
mi sono detto, intanto che contemplavo i vivaci colori che ha lo zainetto
di mio figlio, cos intonati ai suoi abiti, quasi che lui fosse una figuretta
dei cartoni animati. Nient'affatto contrariato dall'ablazione del ciuccio, mi
ha guardato e poi mi ha detto: "come sei bello, babbo!"
Se non ricordo male.

San Nulla
Il Regno concede ai sudditi una volta all'anno di festeggiare San Nulla;
vano ricordare ai nostri lettori che questa modalit di esercitare il Potere
antica, nuova a noi appare la santificazione del Nulla, forse, forse!
Si consideri piuttosto l'astuzia del Regno, che provoca le masse di sudditi
alla contraddizione: San Nulla, santit e nullit si elidono, s'annullano.
Buona questa!
Nel pieno dell'estate i sudditi, liberatisi della maggior parte degli abiti, si
sbatacchiano l'un con l'altro per le strade, nei vicoli, come in quel
racconto di Boris Vian, dove la perdita della vista favorisce gli altri sensi,
in particolare i sessi, due o quattro che siano.
Nel pieno dell'estate, come altrove si chiama il ferragosto, da noi San
Nulla.

La nuorina
Presa una casa troppo grande al mare, e difficile da tenere, per mia
madre contenta di aver tanto lavoro, peccato che oggi abbia
dimenticato aperto un rubinetto, per cui mentre vado dicendo che ancora
non ho fatto un solo bagno di acqua salata (mica vero, ne ho fatti almeno
due) trovo la stanza d'ingresso allagata. L'evento ha fatto scivolare certi
grandi cuscini, che stavano appoggiati ad una parete, e li ha resi come
spugne. Ora per farli asciugare servir sole e pazienza. Esco in terrazza e
vedo un giovane seduto che dorme con il capo appoggiato sul tavolino, il
suo naso potrei dire che pesca tra le pagine di un libro che io sto
leggendo in questi giorni, per potrebbe trattarsi di un'altra copia, penso,
mentre volgo lo sguardo verso la mia giovanissima fidanzata. Siede su
una poltroncina l accanto al dormiente, e mi guarda sfrontata.
Chi questo qui? - le domando polemico.
Ma non vedi che il De Spiglio? - risponde lei.
Il De Spiglio? Chi ? - penso.
Senti - le faccio - tu ora prendi le tue cosine e quando torno dal mare non
ti ci voglio trovare, n te n questo De Spiglio.
Mia madre, di l dalla vetrata, canticchia.

Fidanzati
Il cerimoniale impone l'arresto delle giovani coppie appena formatesi
secondo il caso o le necessit famigliari; esse devono trattenersi
all'interno di un'area coperta fornita di tutti i comfort, eppure
irrimediabilmente simile ad un tendone da circo. La folla dei famigliari e
insieme dei curiosi aspetta intorno al tendone che da un altoparlante si
nominino i prescelti per i matrimoni. Le coppie formate dagli elementi
migliori in amore, secondo il giudizio di una commissione di anziani
(ambosessi), vengono chiamate per ultime, in modo che abbiano tutto il
tempo per decidere se sposarsi o no; le coppie formate dagli elementi
meno buoni in amore sono chiamate per prime. Il cerimoniale, secondo
alcuni osservatori del fenomeno qui descritto, sembra implicare
svalutazione dell'istituzione matrimoniale, se non la sua equiparazione
ad una pena; secondo altri non cos che si deve interpretare il
cerimoniale. La questione aperta.

Pensionamento
Nel corso di una gita in bicicletta con un paio di conoscenti ricevo la
telefonata dell'ufficio, che mi annuncia il prossimo inizio della mia messa
a riposo. La vista dei lunghi viali alberati che circondano il pi grande
parco della nostra citt cessa di confortarmi, infatti sono costretto a
misurarmi con le felicitazioni dei miei conoscenti e con la mia
immaginazione, finalmente libera di tormentarmi sulla base della
concretezza della prospettiva: pensionamento. Come per incanto, se non
per un maleficio, la catena della mia bicicletta si attorciglia al rocchetto,
e devo fermarmi per ridarle la perduta fluidit, sporcandomi le mani.
Nonostante lo straccio.

Storia da cartolina
A bella posta la sua ragazza lo chiam, nel corso di un incontro denudato,
con un nome che non era quello giusto, per di pi due volte. Fece per
cacciarla via, ma lei, nel rivestirsi, gli ricord quante volte lui le aveva
spiegato che non conta chi si . Che non conta l'et. Che conta solo il
presente.

Intrusione
"I professori hanno a cuore soltanto la loro carriera, non mescolatevi a
loro!", pens di gridare nella calca di studenti agitati, qualcuno nuovo,
qualche altro stagionato; immagin di salire su una sedia per poter
comunicare meglio questa banale idea, poi domand a se stesso che
cosa avrebbe detto di s, nel caso che qualche studente gli avesse
chiesto ragione delle sue parole, a lui, un vecchio con i capelli bianchi; e
decise di tacere, avviandosi all'uscita, nel contempo valutando che
avrebbe potuto altres dichiarare ai suoi ex colleghi: "gli studenti hanno a
cuore soltanto la loro giovent, non mescolatevi a loro".

Setting
Il nonno da giovane seguiva la moda di andare in analisi, parole sue. Una
volta, entrato nello studio dell'analista, la trov seduta in terra accanto a
un divanetto, sembrava stordita, certo era estate, faceva caldo, scalza,
addosso aveva un camicione bianco e sotto gli occhiali da sole si vedeva
che la dottoressa aveva un occhio nero, mi raccont il nonno. Che aiut
la dottoressa ad alzarsi e l'aggiust sul divanetto, ma lei non aveva
intenzione di starsene buona al suo posto, precis il nonno.
"Inizi ad abbracciarmi e a domandarmi che cosa avevo visto quel giorno
in citt, ma, senza aspettare che rispondessi, inizi lei a raccontarmi che
aveva visto questa o quest'altra bellezza architettonica. Io non posso dire
che non stavo credendo alle mie orecchie, infatti la dottoressa era un
tipo estroso e, come si dice, capace di tutto. Nel frattempo l'abbraccio si
era consolidato e io potei conoscere questa o quest'altra bellezza
corporea della mia analista, o meglio indovinare, ma quel suo occhio
nero, in realt rosso-violaceo, mi inquietava pi di tutto."
Qui il nonno si perse in una serie di considerazioni sulla tecnica della
psicanalisi e sul setting, ragione per cui non riuscii a capire come fosse
andata a finire quella seduta.

Il diario del t verde


Il nonno da giovane, quindi agli inizi della sua carriera universitaria, dopo
le vacanze estive fu una volta convocato dal direttore del suo
dipartimento. Costui aveva intenzione di sottoporre il nonno, che
logicamente ai tempi non era affatto un nonno, ma a sua volta un nipote,
ad un riesame dei suoi "lavori" degli ultimi mesi, di cui l'interessato
aveva esibito un agile elenco, parole sue di oggi. Il punto debole
dell'elenco consisteva nel titolo di uno scritto, "Il diario del t verde", che
il direttore intendeva vedere prima della prossima riunione del
dipartimento, allo scopo di evitare discussioni e polemiche tra i colleghi,
disse. Il nonno, fingendo ingenuit, domand perch sarebbero dovute
sorgere polemiche e discussioni attorno al suo diario del t verde, e
senz'altro porse tale scritto al direttore, che, dubbioso e seccato, lo prese
tra le mani. Inizi a sfogliarlo e subito corrug le sopracciglia. "Che c',
capo?", domand ironico il nonno. "E' scritto a mano!", rispose il
direttore, "non solo tu, caro Tatti, mi presenti un diario del t verde senza
considerare che il nostro dipartimento non si occupa di medicina
orientale, ma di scienze sociali; addirittura lo fai senza averlo ricopiato a
macchina!"
Ai tempi, ovvio, non esistevano computer, o almeno non erano ancora
diffusi, questo per la storia.
Il nonno riprese l'incartamento, invero esiguo, che il direttore gli tendeva
facendone leggermente tremare le pagine, ed inizi a sfogliarlo. "Ma si
legge benissimo, capo. L'ho fatto ricopiare con una penna stilografica da
mia moglie, guarda che bella grafia!"
Il nonno fingeva di ignorare che il direttore n alcun altro collega avrebbe
mai letto il suo lavoro sul t verde, comunque fosse stato scritto, e si era
divertito a mettere in difficolt il direttore, tutto qui. Ne accolse quindi
l'invito a farlo ricopiare a macchina e lo inser nel fascicolo dei suoi
"lavori" recenti, usando inoltre l'accorgimento di cambiare il titolo. In
elenco si sarebbe letto quanto segue: "Comportamenti alimentari inerenti
la ricerca della longevit".
Nessuno ebbe da ridire.

Vacchetta
Mi rivolgo ad un calzolaio allo scopo di farmi fabbricare un paio di scarpe
da bosco che siano insieme morbide e resistenti, e lo intrattengo in
merito agli scarponi di vacchetta che ho avuto nella vita, un paio
comprato quando avevo sui venticinque anni, un altro quando ne avevo
circa quaranta. Erano molto duri e necessitavano l'uso di grasso, che
per, come noto, va non solo applicato, ma addirittura massaggiato
con i pollici, un lavoro noiosissimo. Va bene, dice il calzolaio, che in effetti
regna in una bottega disordinatissima e polverosa, le far un paio di
scarpe che le dureranno una vita.
No, rispondo, vorrei una durata maggiore.
Cio?
Ho settant'anni.

Il datore di ordini
Un'auto si ferma e il tipo seduto dietro fa segno a chi guida di aprirmi;
cerco un passaggio, notte, mi trovo lontano da casa. Mi si fa sedere
accanto all'autista, il tipo dietro d ordini, pare che guidi lui servendosi di
comandi invisibili, addirittura a tratti a me sembra che l'autista non sia
alla guida. Prevale il nero, grande automobile nera, abiti neri, occhiali
neri, l'autista ha la visiera dello stesso colore, il padrone o comunque il
datore di ordini indossa una bombetta. Nera.
Forse ho fatto un errore a salire su quest'auto, sarebbe stato meglio
camminare e aspettarne una aggiornata; questa datata. In men che
non si dica si entra in un cortile, si scende e mi s'invita dentro casa, mi si
indica una stanza, mi si spinge dentro.
In effetti non che stasera io sia molto combattivo. Dev'essere la
medicina che ho preso.
I due hanno la meglio su di me, ma cosa vogliono?
Dopo ore di sonno interrotto dalla sete, che io calmo bevendo acqua da
una bottiglia gialla che si trova sul tavolino accanto al mio letto, l'alba;
il padrone dell'auto o datore di ordini entra nella stanza o meglio cella
(alla finestra ci sono sbarre murate) e senza parlare mi fa cenno di farlo
felice. Non se ne parla neppure, Lei celia, rispondo, al che lui estrae una
rivoltella nera e me la mostra. Non basta, me la cede, assai piccola.
Esce dalla stanza e chiude la porta dietro di s.
Sono prigioniero. La rivoltella carica.

Cenere
La compagnia di cui faccio parte visita questa citt straniera dove
prevale il color cenere. Perfino sulla pelle degli abitanti. Non dir che
procediamo in fila, formiamo un piccolo corteo abbastanza disordinato.
Per passare sotto uno stretto arco, poco pi di un pertugio nella muraglia
che, ci hanno detto, protegge la parte antica della citt cinerea,
dobbiamo in effetti metterci in fila per due, ed io mi trovo tra gli ultimi. Mi
tolgo la giacca e l'appoggio sulla spalla destra. Una volta uscito dall'altra
parte, vedo che i miei compagni di viaggio confabulano raggruppati, non
sanno quale strada prendere, ma insieme sono colpito dal
sopraggiungere di una fila di abitanti del posto, da destra. Li riconosco
dal loro colore, in realt sembrano minatori appena usciti da un pozzo. Ad
uno di questi faccio per domandare informazioni, un giovane magro
che mi guarda, senza rispondere mi toglie la giacca dalla spalla e seguita
il suo cammino. Soltanto per un attimo rimango sorpreso, poi inizio a
seguire lui ed i suoi concittadini protestando, mi avvicino e allungo le
mani sulla mia giacca, il ladro fa resistenza, mi trascina non so dove,
voltandomi verso i miei gi li vedo lontani. Intanto che c'infiliamo nella
citt antica, mi sorprendo a pensare che il ladro non sa la mia lingua, che
tuttavia questo non costituisce un ostacolo: lui sa benissimo che cosa
voglio.

Nati dal Signore


Arrivato in ritardo nel giardino dove insieme a sua madre (eccola in
giacca rossa che non dissimula il suo fastidio causato dall'erba e dal
troppo diretto sole) invitato ad una cerimonia religiosa cattolica,
Antonio si accorge subito che non solo sua madre non dissimula, ma
esagera i suoi sintomi, quasi barcolla appoggiandosi per a un'altra
signora. Antonio si avvicina, e tende la mano alla sostenitrice di sua
madre: "Luisa, nata dal Signore", mormora la samaritana, stringendogli la
mano. Antonio, rincuorato dalla constatazione del fatto che sua madre
non sta per venir meno, ma finge per motivi pi tardi da appurare,
domanda alla signora Luisa: "dal Signore - in che senso?". "Provengo dal
Signore, in questo senso", risponde la samaritana, "come fosse
un'ambasciatrice?", domanda Antonio, e si volge verso il buffet
accorgendosi che il giardino erboso in realt un campetto da calcio
annesso alla parrocchia, per cui i rinfreschi si trovano sotto il legno della
porta - la rete stata tolta in onore di San Pancrazio, che oggi si
festeggia. Anche lui nato dal Signore.

Primo giorno di scuola


Molti anni fa smisi gli studi universitari perch un docente mi era
antipatico e costituiva un ostacolo inaggirabile. Oggi, anziano, tento di
ricominciare quegli studi. Mi sono iscritto ed oggi vado in facolt per
conoscere l'orario delle lezioni cui ho intenzione di assistere. Trovo
un'impiegata che mi indica un tavolo dove vedo una pila di fogli, si tratta
delle fotocopie dell'orario. Ne prendo non una, ma due - per sicurezza - e
vedo che alcuni corsi sono gi iniziati. Mentre studio l'orario, mi accorgo
che due studentesse, entrambe alte, manifestano interesse per la mia
presenza - certo dev'essere strano vedere tra tanti giovani un vecchio. Mi
si avvicinano ed iniziamo a parlare della facolt che, apprendo dalle
ragazze, oggi si chiama scuola, dei docenti, oggi si chiamano prof, e della
mia modesta persona - insomma dovrei spiegar loro in poche parole
perch mi sono iscritto all'universit. Anche l'impiegata si avvicina, noto
che mi si rivolge con una certa indulgenza, non antipatica, in effetti
assomiglia ad un'altra impiegata che ora ricordo, dei tempi andati: sar
la figlia, se non la nipote. Mentre perdo il mio tempo con queste tre
ragazze mi accorgo di non avere pi con me gli occhiali da sole, n una
piccola chiave che mi serve per mettere in moto il mio triciclo elettrico.
Ora mi torna in mente: ho appoggiato questi due oggetti sul muricciolo
che circonda il giardino della facolt, pardon, scuola, mentre toglievo dal
portapacchi la mia cartella. Mi congedo dalle tre ragazze, attraverso il
giardino ed esco sulla strada, mi avvicino al mio triciclo, bene! Ma sul
muricciolo non ci sono pi i miei occhiali da sole n la chiave.

Liberty
All'inizio della sua carriera nell'esercito il tenente S. fu invitato ad un
banchetto offerto dal conte De L., un giovane capitano la cui casata non
era estranea a frequentazioni della esclusiva cerchia che adornava ed
insieme proteggeva il nostro Sovrano. Il banchetto aveva luogo in un
vasto portico prossimo al parco della villa appartenente alla signora
madre del capitano, marchesa G. in De L., la quale doveva essere
assente, date le circostanze. Ci spieghiamo: nel corso del banchetto, cui
partecipavano non poche signore nubili elegantissime, il padrone di casa
aveva disposto l'apparizione di alcune danzatrici alquanto svestite che
offrirono ai banchettanti le loro raffigurazioni di gusto liberty, all'epoca
molto in voga. Tra le libagioni, allora si chiamavano cos, i cibi squisiti,
l'aria deliziosa che spirava dal parco, i quadri viventi offerti dalle
danzatrici, la festa prese una lena alquanto licenziosa, tant' che il
tenente S. e la sua vicina, ora non ci ricordiamo bene se fosse costei la
marchesina K, non importa, dopo lo scambio di alcune verbali
insensatezze che qui non merita riportare, si trovarono in stretta
combinazione, intente le loro lingue a conoscersi reciprocamente, la
mano destra di lui alla ricerca del segreto scrigno di lei, turbinante la
musica d'un violinista intorno, dentro, sopra e sotto. Insomma,
dappertutto. Fu l'ultima festa prima della guerra.

Storia dell'arte barocca


Il nonno da studente universitario aveva preso un libro in prestito dalla
biblioteca di facolt, allora si chiamavano cos, non scuole; il libro, un
grosso volume rilegato in pelle marrone scura, vecchio, durante il periodo
del prestito a mio nonno - allora non era nonno, ma anche lui nipote - un
mese, divenne oggetto d'interesse da parte di un professore della
facolt. Costui, fatte pressioni sugli addetti alla biblioteca, venne a
sapere il nome dello studente che aveva in prestito il libro, una Storia
dell'arte barocca scritta nell'Ottocento e tradotta dal tedesco, ed inizi a
tormentarlo, non il libro: lo studente, cio quello che parecchi anni pi
tardi sarebbe diventato mio nonno. Da ultimo il poveretto non riusciva
neppure pi a frequentare la facolt senza trovarsi davanti il professore
che lo incalzava affinch restituisse il libro alla biblioteca, infatti, diceva il
docente, "io ne ho bisogno davvero, tu no, tu puoi sempre rifarti al
manuale in programma, cos' che vuoi sembrare, il primo della classe?",
domandava stralunato. Mio nonno un bel giorno prese il libro, entr
nell'aula dove quel professore teneva la sua lezione, si avvicin alla
cattedra e ci piazz sopra il volumone, che fece un bel tonfo lasciando
tutti quanti di stucco.
Non fece carriera in quella facolt, il nonno.

spinnic@libero.it

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