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Resta, vieni

JEAN-LUC NANCY

davvero difficile scrivere quando il silenzio si impone. E tuttavia bisogna farlo, bisogna rivolgere il saluto, senza attendere. Jacques, mi impossibile scrivere oggi senza rivolgermi a te. Gi, tornando da Parigi dopo averti visto, pensavo che ti avrei scritto ogni giorno una parola, per evitare i limiti e la fatica, per
te, del telefono. Ed ecco che questa la sola lettera possibile. Ma non posso non
fare come se, malgrado tutto, potessi scriverti. Non mi possibile rivolgermi a
un pubblico. Bisogna parlare di te, ma parlando a te. Come se...
Hai amato questo come se che viene da Kant e che volevi riprendere non
come un trucco da illusionista ma come unaffermazione senza riserva della presenza dellimpossibile e dellincondizionato. Come se fosse qui lassoluto , e
di fatto lo . Allo stesso modo sei qui, tu, sei incondizionatamente e assolutamente colui che sei eternamente. E questo non ha niente a che vedere con una
resurrezione religiosa (ne parlavamo, e scherzavi: Alla fine, preferirei una vera
resurrezione classica!). Ma ha tutto a che vedere, da una parte con questa presenza oggi, la tua, non ancora deposta sulla riva della memoria, ancora un istante nel fiume, sospesa, e dallaltra con il carattere assoluto, esclusivo, incancellabile di ognuno, di ogni esistenza.
Hai scritto che la morte di ognuno ogni volta unica la fine del mondo. Il
che vuol dire che il mondo presente tutto intero in ognuno, in quanto ognuno. Sempre ogni volta sorge e si inabissa, sottratto alla permanenza e allidentit, riconsegnato alleclissi e allalterit. Non sei pi te stesso, non sei nemmeno
pi tu a questo nemmeno pi che mi rivolgo e cos sei, ci sei donato
proprio mentre sei abbandonato da tutti.
Ma tutti si occupano dellaltro te, della tua ombra celebre. Si ripete ovunque
che sei il filosofo della decostruzione. Ma questa troppo famosa e quasi sempre fraintesa decostruzione, dove porta, se non a questo: avvicinarsi a quel
che resta quando tutti i sistemi di significato (le metafisiche, gli umanesimi, le
visioni del mondo) sono smontati. Questo smontaggio, non lo hai inventato tu,
tu stesso hai ricordato che congenito alla filosofia, la quale fabbrica e smonta
costruzioni di senso. Quel che resta, ci che non si lascia annettere o bloccare
sotto un senso dato. la verit dellunico, di ognuno in quanto altro che non si

Questa lettera stata pubblicata nei Cahiers du Monde il 12 ottobre 2004.

aut aut, 324, 2004, 13-14

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riporta mai allo stesso, non si lascia identificare, si allontana e scompare. Come
hai appena fatto. Come per tutta la vita hai voluto fare, indomabile e ombroso.
Volevi smontare non per distruggere ma per dischiudere, per scomporre e
cos liberare questo resto: un eccesso infinito dellesistenza finita, lassoluto del
singolare (che non ha niente di solipsista).
Ecco quel che resta di te, quel che resta te. Sei arrivato con questo quarantanni fa. In un colpo solo, indicavi il resto e leccedenza. Raccoglievi da
Heidegger lessere fuori di s e da Husserl e Merleau-Ponty la forza del segno
al di l del senso, la scrittura. Dal 1963, dicevi: Il senso non n prima n
dopo latto, ed la forza, la fuga e la violenza stessa di questo atto sempre ricominciato che volevi fare tua. Ci che allora ci ha catturato, in molti, era proprio
quel desiderio impaziente, superbo, esacerbato, eccessivo che ti faceva ardere il
pensiero come la vita in tutte le estremit. La stessa generosit debordante e
insieme inquieta si manifestava nelle letture come nelle amicizie, ti portava su
tutti i fronti e ti ripiegava daltra parte nel segreto, ti faceva tanto parlare quanto tacere.
Avevi capito che il bisogno dellepoca di nuovo, come per Hegel, nella cura
di quel che resta quando una forma della vita invecchiata: resta la vita sottratta alle sue forme, resta una privazione, un vuoto attraverso il quale si passa
a unaltra forma. Non a un futuro gi rappresentato ma a un a venire la cui
essenza quella di venire, non di essere rappresentabile e calcolabile. Questo
incalcolabile, questa sfida al calcolo e alla padronanza, questa sfida in fondo
a te stesso e alla tua propria potenza stata la tua ricchezza pi viva. Hai desiderato essere alterato travolto, rapito, alienato non a distanza dal tuo essere
proprio, ma in esso nel suo pi proprio: colmo di appropriazione e disseminazione congiunte. La tua potenza non viene da altrove: da questa prodigiosa
volont di cogliere insieme linsensato e la verit, il resto e la-venire, in un atto
di senso sempre unico e sempre rinnovato. Una follia, s, Jacques, lo si pu dire
e tu non impedisci che lo si dica. Una bella follia, come sempre stato a partire da Platone il bel rischio della filosofia. La follia della ragione, niente di pi,
niente di meno. Della ragione che esige lincondizionato: ognuno come se fosse
il mondo e perch il mondo. Non posso che dirti: resta, vieni.

Traduzione dal francese di Graziella Berto

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