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LUCIANO DE CRESCENZO.

SOCRATE.
ARNOLDO MONDADORI EDITORE.
Luciano De Crescenzo rende omaggio al
padre nobile del pensiero occidentale,
ritraendolo dal vivo ai tempi suoi e
riproponendone la saggezza ai giorni
nostri.
Luciano De Crescenzo, ingegnere, scrittore,
regista, autore di: Cos parl Bellavista,
Raffaele, La Napoli di Bellavista, Zio Cardellino,
Storia della filosofia greca, Oi dialogoi, La
domenica del villaggio, Vita di Luciano De
Crescenzo scritta da lui medesimo, Elena, Elena,
amore mio, I miti dell'amore, Il dubbio, I miti
degli eroi, Croce e delizia, I miti degli dei.
C' chi si innamora di Sofia Loren, chi di
Marx, e chi per tutta la vita porta fiori sulla
tomba di Rodolfo Valentino. Io ho capito che il
grande amore della mia vita Socrate. In questo
libro ho raccolto quanto su di lui ho scritto in
:Storia della filosofia greca, Oi dialogoi e: I
miti dell'amore.
Luciano De Crescenzo
Questo libro si sarebbe dovuto intitolare
Salutame a Socrate, poi, grazie a Dio, ho
resistito alla tentazione della battuta facile e,
dopo una breve discussione con l'editore,
abbiamo deciso, di comune accordo, per un
asciutto quanto significativo Socrate.
Il fatto che Socrate non solo un filosofo
vissuto duemila e quattrocento anni fa, ma
anche un modo d'intendere la vita (socratico,
per l'appunto). In lui non esistono le tensioni
dell'uomo comune, tutto proteso alla ricerca del
Potere, del Denaro e del Successo. In Socrate
predomina la voglia di sapere, di mettere sempre
in discussione quello che gi conosce, di capire
da che parte si nasconda il Bene. La conoscenza,
insomma, elevata a ragione di vita.
Si racconta che, poco prima di bere la cicuta,
Socrate abbia ricevuto in carcere un maestro di
musica per farsi impartire una lezione di cetra. In
verit, Platone ne parla solo di sfuggita
nell'Eutidemo, ma anche se l'aneddoto fosse
stato inventato da lui, resterebbe comunque
illuminante per capire il filosofo.
Alla domanda di un discepolo: Perch
imparare a suonare la cetra, se di qui a poche
ore ti faranno bere la cicuta? Socrate rispose:
Perch mi piace imparare.
Ora, se gli uomini scoprissero il piacere del
conoscere fine a se stesso, tutto il nostro mondo
muterebbe di colpo. Gli studenti, per esempio,
non farebbero pi una fatica della madonna a
studiare. Mossi dall'amore per il sapere (in
greco, filo-sofa), non subordinerebbero pi il
loro impegno al miraggio del titolo di studio e
finirebbero per raggiungere risultati migliori e pi
duraturi. Sempre, per, che dietro la cattedra
sieda un professore intelligente almeno quanto

Socrate.
Luciano De Crescenzo
I
Socrate
Come si fa a non innamorarsi di Socrate: era
buono d'animo, tenace, intelligente, ironico,
tollerante e, nel medesimo tempo, inflessibile. Di
tanto in tanto sulla Terra nascono uomini di
questa levatura, uomini senza i quali noi tutti
saremmo un po' diversi: penso a Ges, a
Gandhi, a Buddha, a Lao Tse e a San Francesco.
C' qualcosa per che distingue Socrate da tutti
gli altri ed la sua normalit di uomo. Infatti,
mentre per i grandi che ho appena nominato c'
sempre il sospetto che un pizzico di esaltazione
abbia contribuito a tanta eccezionalit, per
Socrate non esistono dubbi: il filosofo ateniese
era una persona estremamente semplice, un
uomo che non lanciava programmi di redenzione
e che non pretendeva di trascinarsi dietro torme
di seguaci. Tanto per dirne una, aveva anche
l'abitudine, del tutto inconsueta nel giro dei
profeti, di frequentare i banchetti, di bere e, se
ne capitava l'occasione, di fare l'amore con
un'etera.
Non avendo mai scritto nulla, Socrate sempre
stato un problema per gli storici della filosofia.
Chi era veramente? Quali erano le sue idee? Le
uniche fonti dirette che abbiamo sono le
testimonianze di Senofonte, quelle di Platone e
alcuni commenti per sentito dire di Aristotele;
sennonch il ritratto lasciatoci da Senofonte
risulta completamente diverso da quello di
Platone e l dove c' coincidenza tra le due
versioni perch il primo ha copiato dal
secondo; per quanto poi riguarda Aristotele
permangono fondati dubbi sulla sua obiettivit.
Senofonte, detto tra noi, non era un'aquila
d'intelligenza filosofica: al massimo possiamo
definirlo un generale di bell'aspetto e un buon
memorialista. Da giovanotto aveva frequentato
la dolce vita di Atene: simposi, palestre, gare
ginniche eccetera, finch un bel giorno incontra
Socrate in un vicolo stretto. (1) Il filosofo lo
guarda fisso negli occhi, gli blocca il passo
mettendogli il bastone di traverso e dice:
Sai dove si vende il pesce?
S, al mercato.
E sai dove gli uomini diventano virtuosi?
No.
Allora seguimi.
E fu cos che Senofonte, pi per darsi
importanza con gli amici che per amore della
saggezza, cominci a seguire Socrate nelle sue
passeggiate; dopo un paio di anni, per, forse
esausto per il troppo discutere, parte volontario
per la prima guerra che riesce a trovare.
Frequenta le corti di Ciro il Giovane, di Agesilao
re degli Spartani e tanti altri luoghi dove il suo
maestro non avrebbe mai messo piede.
Trascorre tutta la vita tra battaglie e

scaramucce, militando quasi sempre in eserciti


stranieri. Quando parla di Socrate, lo fa come se
fosse il suo difensore d'ufficio: cerca di
riabilitarne la memoria dopo il processo e ce lo
presenta come un uomo integerrimo, bigotto e
ossequioso verso le autorit. Se il ritratto di
Senofonte un po' convenzionale, quello di
Platone (genio creativo per eccellenza) pecca
dell'eccesso opposto: in altre parole, leggendo i
dialoghi ci si domanda se l'eroe platonico
esprima le idee di Socrate o quelle del suo
autore. Cos stando le cose non mi resta che
raccontare tutto quello che so e lasciare che il
lettore si faccia un'opinione personale.
Fisicamente Socrate rassomigliava a Michel
Simon, l'attore francese degli anni Cinquanta, e
si muoveva come Charles Laughton nel film
Testimone d'accusa. Nacque nel 469 nel
demo Alopece, un sobborgo a mezz'ora di
cammino da Atene alle pendici del Licabetto. Per
gli appassionati di astrologia diremo che doveva
essere un Capricorno, essendo nato nei primi
giorni dell'anno. La sua era una famiglia medioborghese appartenente alla classe degli zeugiti
(la terza e ultima, in ordine d'importanza, tra le
classi di Atene che contavano qualcosa). Il
padre, Sofronisco, era uno scultore, o forse solo
uno scalpellino di periferia, e la madre, Fenarete,
una levatrice. (2) Della sua infanzia non
sappiamo praticamente nulla e, a essere sinceri,
facciamo anche un po' fatica a immaginarcelo
bambino: comunque, essendo di famiglia
benestante o quasi, riteniamo che abbia seguito
gli studi regolari come tutti gli altri ragazzi di
Atene, che a diciotto anni abbia prestato il
servizio militare e che a venti sia diventato oplita
dopo essersi procurato un'armatura adeguata.
Da giovanotto di sicuro dette una mano in
bottega al pap scultore, finch un bel giorno
Critone, innamoratosi della grazia della sua
anima, (3) non se lo port via per iniziarlo
all'amore della conoscenza. Diogene Laerzio,
nelle sue Vite dei filosofi, racconta che
Socrate ebbe come maestri Anassagora,
Damone e Archelao e che di quest'ultimo fu
anche l'amante (4) o, per essere pi precisi,
l'ermenos (a quei tempi, quando c'era un
rapporto amoroso tra due uomini, veniva
chiamato erasts l'amante pi anziano ed
ermenos quello pi giovane). Su questa
faccenda per degli amori omosessuali dei
filosofi greci, prima di andare avanti e di
considerare Socrate un gay, apriamo una
parentesi e chiariamoci le idee una volta per
tutte. L'omosessualit a quei tempi era cosa
normalissima e non a caso passata alla storia
come amore greco. Addirittura c' stato chi,
come Plutarco, l'ha definita pederastia
pedagogica. (5) A ogni modo non era oggetto
di scandalo: quando Gerone, tiranno di Siracusa,
s'innamora del giovanetto Dailoco, commenta il
fatto dicendo semplicemente: $ naturale che
mi piaccia ci che bello; (6) che poi questo
bello fosse un ragazzino, un uomo o una donna

era un particolare da poco. I veri guai per gli


omosessuali cominciarono con il cristianesimo: la
nuova morale concep il sesso solo come mezzo
di procreazione e consider peccaminoso
qualsiasi altro tipo di rapporto sessuale, donde le
persecuzioni e i pregiudizi assai diffusi ancora
oggi.
Socrate spos Santippe quando aveva quasi
cinquant'anni, forse pi per avere un figlio che
non una moglie. Fino a quel momento si era
sempre tenuto alla larga dal matrimonio e, a chi
gli chiedeva consiglio se doveva sposarsi o
meno, rispondeva invariabilmente: Fa' come
vuoi, tanto in entrambi i casi ti pentirai. (7)
Santippe, donna dal carattere forte, passata
alla storia come lo stereotipo della moglie
rompiscatole e possessiva: non escluso per
che lo stesso Socrate non le debba qualcosa in
termini di popolarit. Perfino il Corriere dei
Piccoli, negli anni Trenta, le dedicava ogni
settimana una striscia che iniziava sempre con la
stessa quartina:
Tutti sanno che Santippe& matta andava per le
trippe.& Trippe a pranzo, trippe a cena,& Dio per
Socrate che pena!
Sul rapporto Socrate-Santippe si sempre un
po' ricamato. Con ogni probabilit la loro vita
coniugale doveva essere molto pi normale di
quanto non si pensi: lei era una casalinga come
ce ne sono tante, dotata di senso pratico,
gravata da problemi concreti, con uno (o tre) figli
da crescere e con un marito che, a parte una
piccola rendita lasciatagli dalla madre, non
portava a casa una lira. Lui, un brav'uomo, ricco
d'ironia, che le voleva bene e che la subiva con
rassegnazione. Quello che pi faceva andare in
bestia Santippe era il fatto che il marito non le
rivolgeva quasi mai la parola: tanto era ciarliero
con gli amici per le strade di Atene, quanto
taciturno a casa. Diogene Laerzio racconta che
una volta, durante un litigio, Santippe s'infuri a
tal punto da tirargli addosso un secchio pieno
d'acqua, al che Socrate comment la cosa
dicendo: Lo sapevo che il tuono di Santippe
prima o poi si sarebbe tramutato in pioggia. (8)
Ma come fai a sopportarla? gli chiese un
giorno Alcibiade. E lui: Certe volte vivere con
una donna del genere pu essere utile come
domare un cavallo furioso: dopo si pi
preparati ad affrontare i propri simili nell'agor.
(9) E poi, cosa vuoi che ti dica, ormai mi ci sono
abituato: come sentire il rumore incessante di
un argano. (10)
Aristotele c'informa che Socrate aveva anche
una seconda moglie, una certa Mirto, figlia
nientemeno che di Aristide il Giusto. (11)
Secondo Plutarco, il filosofo si spos due volte
solo per bont d'animo, giacch questa Mirto,
pur essendo parente stretta di Aristide, era finita
nella pi nera miseria. (12) Altri invece
sostengono che fosse solo una concubina che si

era trascinata in casa una sera che aveva


bevuto. A ogni modo, moglie o amante che
fosse, Mirto gli regal due figli, Sofronisco e
Menesseno, che, messi insieme a Lamprocle, il
primogenito, figlio di Santippe, portarono a tre la
discendenza del filosofo. La cosa non deve poi
tanto meravigliarci dal momento che il governo
di Atene, per aumentare il numero degli ateniesi
veraci, incoraggiava i cittadini ad avere pi figli
con donne diverse. (13)
Sul triangolo Socrate-Santippe-Mirto c' un
divertente brano tratto da un'opera di Brunetto
Latini. (14) A titolo di cronaca ricordo che
l'autore in questione quel famoso ser
Brunetto che Dante Alighieri colloca all'Inferno,
nel girone dei sodomiti. (15) La citazione, pur
non avendo alcun fondamento storico, per ci fa
capire come nel Medio Evo fosse visto il
rapporto Socrate-Santippe.
Socrate fue grandissimo filosafo in quel
tempo. E fue molto laido uomo a vedere, ch'elli
era piccolo malamente, el volto piloso, le nari
ampie e rincazzate, la testa calva e cavata,
piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e
ravolte. E aveva due mogli in uno tempo, le quali
contendeano e garriano molto spesso perch il
marito mostrava amore oggi pi all'una e
domane pi all'altra. E questi, quando le trovava
garrire, si le innizzava, per farle venire a' capelli
e faceasine beffe, veggendo ch'elle contendeano
per cos sozzissimo uomo. S che un giorno,
faccendo questi beffe di loro, che si traeano i
capelli, quelle in concordia si lasciarono e
vengorli indosso e mettollosi sotto e plallo, s
che di pochi capelluzzi ch'egli avea no li ne
rimase uno in capo.
A proposito di guerre, Socrate fu un buon
soldato, anzi diciamo pure un buon marine: nel
432 viene imbarcato insieme ad altri duemila
ateniesi e mandato a combattere a Potidea, una
piccola citt nel nord della Grecia che si
ribellata allo strapotere di Atene. Siamo in piena
guerra del Peloponneso: gli ateniesi, temendo
che la rivolta possa estendersi a tutta la Tracia,
sono costretti a inviare sul posto una spedizione
punitiva. $ in questa occasione che Socrate si
guadagna la sua prima medaglia al valore
salvando la vita al giovane Alcibiade: lo vede
ferito sul campo di battaglia, se lo carica a
cavalluccio e lo porta in salvo tra una selva di
nemici. Non tanto per il coraggio del filosofo
a sorprenderci, quanto la sua totale indifferenza
ai disagi della guerra: in proposito sentiamo che
cosa ci racconta lo stesso Alcibiade nel
Simposio.
Fummo insieme sul campo di Potidea e
avevamo il rancio in comune. Tanto per
cominciare, non solo era superiore a me nelle
fatiche militari, ma anche agli altri. Quando ci
capitava di dover sostenere la fame, come
spesso avviene in guerra, tutti noi al suo

confronto non valevamo un bel niente. Nelle


baldorie invece era lui solo a godere fino in
fondo. Non che lo volesse, ma quando lo si
forzava a bere era capace di battere tutti senza
mai cadere ubriaco. Quanto poi a sopportare
l'inverno, che al nord tremendo, faceva
addirittura miracoli. Un giorno c'era un gelo da
inorridire: tutti si erano rintanati nei rifugi e quelli
che uscivano all'aperto, avevano cura di
avvolgersi in una incredibile quantit di panni e
di fasciarsi i piedi con feltri e pellicce; ebbene, lui
se ne and in giro con la gabbanina di sempre e,
scalzo, cammin sul ghiaccio come se niente
fosse, tanto che alcuni soldati pensarono che li
volesse mortificare. Un'altra volta, tutto assorto
in una qualche idea, si piant ritto in mezzo al
campo, fino all'alba, a meditare; e poich non ne
veniva a capo, continu, sempre restando
immobile, a pensare anche durante il giorno.
Quando si fece mezzogiorno alcuni uomini,
accortisi di questo suo strano atteggiamento,
cominciarono a dirsi l'un l'altro: "Socrate se ne
sta impalato dall'alba in un qualche pensiero".
Alla fine alcuni Ioni, scesa la sera, giacch quella
volta era estate, portarono fuori i giacigli e si
misero a riposare all'aperto per controllare se
fosse rimasto piantato l tutta la notte. Ed egli vi
stette finch non vide spuntare di nuovo l'alba.
(16)
Questo racconto di Alcibiade ci fa ritenere che
Socrate fosse capace di cadere in catalessi,
come accade ad alcuni sciamani in India. Certo
che l'uomo era del tutto indifferente ai comfort
della vita moderna. Il suo abbigliamento abituale,
sia che facesse caldo o freddo, era costituito da
una specie di tunichetta chiamata chitone, o al
massimo da un trbon, un mantello di stoffa che
aveva l'abitudine di portare direttamente sulla
pelle, drappeggiandoselo sulla spalla destra (ep
dxia). Sandali o maglie di lana, neanche a
parlarne. Per quanto riguarda poi i generi di
lusso, non c'era nulla che lo potesse interessare.
Un giorno si ferm davanti a un negozio di Atene
e, guardando la merce esposta, esclam stupito:
Ma guarda di quante cose hanno bisogno gli
ateniesi per campare!. (17)
Otto anni dopo l'assedio di Potidea, lo vediamo
combattere contro i Beoti. La battaglia si mette
subito male per gli ateniesi: dopo il primo
scontro, le truppe di Atene vengono sbaragliate
e messe in fuga. Anche Socrate e Alcibiade sono
costretti a ritirarsi.
Io ero tra i cavalieri e lui tra gli opliti racconta
Alcibiade, e qui ammirai Socrate ancor pi che
a Potidea: sembrava che camminasse,
guardando superbamente a destra e a sinistra.
Indietreggiava squadrando con calma amici e
nemici e mostrando a tutti che se qualcuno
avesse osato toccarlo, egli si sarebbe difeso
strenuamente. (18)
A quarantasette anni viene di nuovo chiamato
sotto le armi e partecipa alla campagna di
Anfipoli: anche in questa occasione fa il suo

dovere di soldato. $ strano come un uomo che


ha tutti i requisiti per essere considerato un non
violento, un Gandhi del V secolo, una volta sul
campo di battaglia diventi un ottimo
combattente. Il fatto che Socrate, nei confronti
della patria e delle autorit costituite, sempre
stato, nel medesimo tempo, un rivoluzionario e
un osservante delle leggi. Ecco due episodi che
ci fanno capire quali fossero le sue convinzioni
morali.
Un giorno Crizia, diventato il capo del governo
dei Trenta Tiranni, ordina a Socrate e ad altri
quattro ateniesi di prelevare a Salamina il
democratico Leonte e di portarlo ad Atene, per
poi condannarlo a morte. Per tutta risposta il
filosofo se ne torna a casa come se non gli
avessero detto nulla, ben sapendo che questa
mancata ubbidienza avrebbe potuto costargli la
vita. Buon per lui che Crizia nel frattempo
muore. $ lui stesso a raccontarci l'episodio
nella Apologia: E allora io feci vedere agli
ateniesi che della morte non me ne importava un
bel niente, mentre molto m'importava di non
commettere ingiustizia o empiet verso Leonte.
(19)
Un'altra volta viene sorteggiato come giudice e
partecipa al consiglio dei Pritani. Quel giorno
devono essere giudicati dieci strateghi, per non
aver salvato la vita ad alcuni marinai ateniesi
caduti in mare, durante la battaglia delle
Arginuse. Chiaramente un caso di giustizia
sommaria, non essendo possibile accertare quale
comandante si sia reso colpevole di omissione di
soccorso e quale no. Il popolo vorrebbe una
condanna indiscriminata. Socrate invece si
oppone e affronta con serenit le minacce dei
parenti dei naufraghi. (20)
Purtroppo per Socrate, non ci fu un'eguale
serenit di giudizio quando tocc a lui salire sul
banco degli imputati: accusato di empiet (21)
dal giovane Meleto, venne condannato dai suoi
concittadini a bere la cicuta. Questa dell'empiet
una storia davvero strana: mentre nella vita
quotidiana gli ateniesi si dimostravano molto
tolleranti in fatto di religione, in alcuni casi
particolari bastava esprimere anche il minimo
dubbio sull'esistenza degli Dei per trovarsi nei
guai. La verit che ad Atene nessuno faceva
caso alla religiosit degli altri, ma ogni scusa era
buona per far fuori un avversario politico o uno
come Socrate che con la sua dialettica
inesorabile minacciava ogni giorno il potere
costituito. Tra i filosofi accusati di empiet,
ricordiamo Anassagora, Protagora, Diogene di
Apollonia e Diagora: tutti, tranne Socrate, si
salvarono con la fuga. (22) A questo punto per,
invece di raccontare il processo cos come ce lo
hanno tramandato Platone e Senofonte,
cerchiamo di riviverlo in diretta e mettiamoci
nei panni di due dei cinquecento giudici: tali
Eutimaco e Callione.
Callione, figlio di Filonide, anche tu fra gli
eliasti: a quanto vedo, preferisci giudicare il tuo

vecchio maestro piuttosto che goderti il calore


del letto e della dolce Talessia.
Non mi sembra, o Eutimaco, di essere il solo
questa mattina ad aver visto l'alba. Il Sole non
aveva ancora fatto capolino dai monti
dell'Imetto, che gi la citt brulicava di ateniesi
assetati di giustizia. Pensa che dove abito io, allo
Scambonide, tanti erano i cittadini che si
avviavano all'agor per assistere al processo di
Socrate, che non si riusciva nemmeno a
camminare per le strade. Ho visto molti mercanti
affidare le botteghe agli schiavi pi fedeli e molti
amdes (23) svuotati nel buio dai piani superiori
tra le proteste dei passanti. Insomma c'era in
giro una strana eccitazione, come se invece che
a un processo ci si recasse tutti alle oscoforie.
(24)
Siamo nel febbraio del 399 avanti Cristo,
ancora notte fonda, migliaia di ateniesi si
dirigono verso l'agor. Ogni cittadino si fa
precedere da uno schiavo con una torcia accesa.
A quell'epoca ci voleva poco a intasare una
strada di Atene: Plutarco racconta che le vie
erano cos strette che, a evitare collisioni, ogni
qual volta si usciva di casa, c'era l'obbligo di
bussare alla porta per avvisare i passanti.
Man mano che passa il tempo, davanti alle
urne dei sorteggi s'ingrossa la fila degli aspiranti
giudici. Gli schiavi pubblici, facenti funzione di
polizia urbana, per impedire alla folla dei curiosi
d'invadere le zone riservate ai prescelti, tengono
tesa davanti agli ingressi la corda vermiglia,
una fune rossa dipinta di fresco, che,
macchiando un cittadino, lo avrebbe privato per
un anno dei misths ekklesiastiks, ovvero dei
diritti di assemblea.
La giustizia, ai tempi di Pericle, era organizzata
in questo modo: gli arconti, ogni inizio d'anno,
sorteggiavano seimila ateniesi di et superiore ai
trent'anni e costituivano l'Eliea, ovvero il
serbatoio dal quale, volta per volta, avrebbero
prelevato i cinquecento giudici di ciascun
processo. Il secondo sorteggio, quello definitivo,
aveva luogo la mattina stessa della causa e
questo per evitare che gli imputati potessero
corrompere i giudici. Per eseguire i sorteggi
giornalieri, all'ingresso dei tribunali erano stati
predisposti dei marchingegni di marmo, chiamati
klerotria, con delle fenditure orizzontali, dentro
le quali ciascun candidato avrebbe introdotto
una tavoletta di bronzo con le proprie generalit.
Queste tavolette erano in pratica delle vere e
proprie carte d'identit: portavano inciso il
nome, il patronimico e il demo di provenienza.
Ad esempio: Callione, figlio di Filonide, del
demo Scambonide Z. Quest'ultima lettera stava
a indicare che Callione apparteneva alla sesta
sezione della sua trib. Una volta introdotta la
tavoletta, un meccanismo interno faceva
rotolare, attraverso una serie di condotti, un
dado bianco o un dado nero: a seconda del dado
che usciva dal klerotrion, il cittadino veniva
ammesso o no alla giuria. Per la loro opera i

giudici ricevevano un gettone di presenza: tre


oboli al giorno, pi o meno il 60 per cento della
paga di un operaio. (25)
Lo scorso anno dice Eutimaco il Fato mi ha
favorito quattro volte: tre come giudice popolare
e una come giudice del Freatto in un processo
che si tenne in primavera nei pressi del Falero.
(26)
Il Freatto era un tribunale speciale che si
riuniva solo se bisognava giudicare un ateniese
gi condannato all'esilio. L'imputato, non
potendo contaminare con il proprio corpo il suolo
della patria, era costretto a difendersi da una
barca, a qualche metro dalla riva, mentre i suoi
giudici si disponevano lungo la spiaggia.
Giudicammo Auriloco, il figlio di Damone
racconta Eutimaco. Essendo io amico del padre,
avrei fatto di tutto per salvargli la vita; ma le
prove a suo carico erano tali e tante che sono
stato costretto a pronunciarmi per la condanna a
morte.
Anche per Socrate temo che non ci sia nulla
da fare sospira, sinceramente dispiaciuto,
Callione. Sono troppi quelli che si sentono
stupidi al suo confronto, e nessuno pi
vendicativo di colui che si accorge di essere
inferiore.
Se verr condannato a morte, pu prendersela
solo con se stesso: Socrate l'individuo pi
presuntuoso che sia mai nato al mondo!
Ma se dichiara a tutti di non sapere nulla
esclama Callione, di essere un ignorante!
Ed proprio questo il colmo della sua
presunzione! ribatte Eutimaco. $ come se
dicesse a tutti gli uomini: "Io sono un ignorante,
ma tu che non sai di esserlo sei ancora pi
ignorante di me!". Ora naturale che, a forza di
insultare il prossimo, prima o poi qualcuno
reagisce e te la fa pagare. Anzi, sai che ti dico?
$ davvero strano che il vecchio sia arrivato fino
a settant'anni senza essere mai stato esiliato
una sola volta per ostracismo! (27)
L'ostracismo era una strana procedura molto
in voga a quei tempi, una specie di elezione
all'incontrario. Quando un ateniese si convinceva
che un suo concittadino avrebbe potuto nuocere
in qualche modo alla plis, non doveva fare
altro che recarsi all'agor e scrivere il nome del
suo nemico su un'apposita pietra di ceramica
(strakon). Non appena la persona presa di mira
totalizzava 6000 segnalazioni, aveva dieci giorni
di tempo per salutare amici e parenti, dopo di
che era costretta a prendere la via dell'esilio. La
condanna poteva durare dai cinque ai dieci anni,
a seconda del numero di coloro che avevano
firmato. Nessuna giustificazione era dovuta da
parte della cittadinanza. Questa pratica era stata
voluta da Clistene, il vero fondatore di Atene,
come espediente contro il mito della personalit.
Plutarco la definisce una moderata

soddisfazione generata dall'invidia. (28) Se


fosse in vigore oggi, chiss quanti politici, quanti
personaggi televisivi e quanti campioni sportivi
dovrebbero espatriare! Non il caso di fare
nomi, ma ogni lettore libero di compilare una
sua lista di indesiderati.
Appare Socrate. Ha un'aria serena: indossa il
solito trbon e cammina appoggiandosi a un
bastone di rovere.
Eccolo l, il vecchio irriducibile esclama
Callione, a guardarlo sembra che, invece che a
un processo per empiet, si stia recando a un
simposio: sorride, si ferma a parlare con gli amici
e saluta tutti quelli che vede!
$ il solito rompiscatole protesta Eutimaco
pi astioso che mai, fra l'altro non si rende
conto che il popolo lo considera colpevole e lo
vorrebbe impaurito e supplicante.
Nel frattempo Socrate salito sul palco: si
messo alla sinistra dell'arconte-re e attende con
pazienza che il cancelliere dichiari aperto il
processo.
Eliasti proclama il cancelliere, gli Dei hanno
scelto i vostri nomi dall'urna, perch voi possiate
assolvere o condannare Socrate, figlio di
Sofronisco, dall'accusa di empiet che gli
stata rivolta da Meleto, figlio di Meleto.
Nei tribunali di Atene non esisteva la figura del
Pubblico Ministero. L'accusa poteva essere
condotta da un qualsiasi cittadino che lo faceva
a suo rischio e pericolo: se il colpevole veniva
condannato, incamerava la decima parte del suo
patrimonio, se invece era assolto pagava una
multa di mille dracme. (29) Cos pure non
esistevano gli avvocati difensori. Gli imputati,
colti o analfabeti che fossero, dovevano
difendersi da soli e, quando non se la sentivano,
avevano la possibilit, prima del processo, di
convocare un logografo, ovvero un legale di
fiducia capace di scrivere un testo di difesa da
imparare a memoria. Eccezionali logografi
furono Antifonte, Prodico, Demostene e Lisia.
(30)
La parola a Meleto, figlio di Meleto annunzia
il cancelliere, indicando un giovane ricciuto e
ricercato nel vestire.
Meleto sale sulla tribunetta riservata all'accusa:
il suo viso altero e sofferente, come lecito
attendersi da un poeta tragico. Egli vuol far
credere di essere dispiaciuto di dover infierire su
un vecchio come Socrate.
Giudici di Atene! inizia a dire il giovanotto,
girando lentamente lo sguardo per coprire tutto
l'arco dei giudici che gli sono di fronte. Io
Meleto, figlio di Meleto, accuso Socrate di
corrompere i giovani, di non riconoscere gli Dei
che la citt riconosce, di credere ai dmoni e di
praticare culti religiosi a noi estranei.
Un lungo mormorio sale dalla folla: l'attacco
secco e preciso. Meleto tace qualche istante per

meglio sottolineare la gravit di ci che ha


appena detto, poi riprende a parlare scandendo
le parole a una a una:
Io Meleto, figlio di Meleto, accuso Socrate di
darsi da fare in cose che non gli competono;
d'investigare su ci che sotto la terra e che
sopra il cielo e di discorrere con tutti e di tutto,
tentando ogni volta di far apparire migliore la
ragione peggiore. Per questi reati chiedo agli
ateniesi che egli venga mandato a morte!
A quest'ultima frase tutti si voltano verso
Socrate per osservarne le reazioni. Il filosofo ha
sul volto un'espressione di meraviglia: pi che
un imputato, sembra uno spettatore. Eutimaco
d di gomito a Callione e commenta la situazione
dicendo:
Ho paura che Socrate non si renda conto in
che guaio si sia andato a cacciare. Meleto ha
ragione: tutti sanno che Socrate non ha mai
creduto agli Dei. Si dice che un giorno abbia
detto: "Sono le nuvole e non Zeus a provocare la
pioggia, altrimenti, se dipendesse solo da Zeus,
vedremmo piovere anche quando sereno".
(31)
In verit obietta Callione Aristofane che fa
dire queste cose a Socrate e non Socrate a
dirle.
Il processo intanto prosegue il suo corso e,
dopo Meleto, salgono sulla tribuna altri due
accusatori: Anito e Licone.
Mi ha raccontato Apollodoro dice Callione
che ieri sera Socrate ha rifiutato di farsi aiutare
da Lisia.
Gli aveva scritto un discorso di difesa?
S, e pare che si trattasse di un discorso
straordinario.
Lo credo bene: il figlio di Cefalo il migliore di
tutti ad Atene! E perch mai ha rifiutato?
chiede Eutimaco.
Non solo ha rifiutato, ma ha anche
rimproverato Lisia per la sua offerta di aiuto. Gli
ha detto: "Tu con i tuoi trucchetti verbali
vorresti ingannare i giudici per il mio bene. E
come pensi di perseguire il mio bene se nello
stesso tempo trami contro le Leggi?".
Il solito presuntuoso!
Anito e Licone hanno appena terminato il loro
intervento. Il cancelliere capovolge la clessidra
ad acqua che controlla il tempo delle arringhe e
proclama:
E adesso la parola a Socrate, figlio di
Sofronisco!
Socrate si guarda intorno, come se volesse
prendere tempo, si gratta dietro al collo, d uno
sguardo all'arconte-re e subito dopo si volta
verso i giudici.
Io non so quale impressione abbiate provata
voi, o ateniesi, a sentire le ragioni dei miei
accusatori. Certo che stata tale e tanta la

persuasione di costoro che, se non si trattasse


della mia persona, anch'io crederei alle loro
parole. Il fatto che di vero questi cittadini non
hanno detto proprio nulla. E adesso perdonatemi
se da me non udrete un'orazione adorna di belle
frasi. Io parler cos come sono abituato a fare,
alla buona, ma in compenso cercher di dire
sempre il giusto, e voi solo a questo dovrete
badare: se le cose che sto per dire''' saranno o
non saranno giuste!
Eccolo l che comincia con i suoi discorsi
tortuosi! esclama Eutimaco dando segni
d'insofferenza. Per Zeus, quanto mi sta
antipatico!
Calmati, Eutimaco! lo prega Callione. E
fammi sentire.
Voglio raccontarvi dice Socrate di uno
strano episodio che capit a Cherofonte, mio
carissimo amico fin dalla giovinezza. Un giorno
egli si rec a Delfi e os porgere all'oracolo
questa strana domanda: "C' qualcuno al mondo
pi sapiente di Socrate?". E sapete che cosa
rispose Apollo Pizio? "Non c' nessuno al mondo
pi sapiente di Socrate." Immaginatevi la
sorpresa quando Cherofonte mi rifer il responso:
che cosa avr mai voluto dire il Dio? Io so di non
sapere n poco n molto, e dal momento che il
Dio non pu mentire, mi chiedo: che cosa avr
nascosto sotto l'enigma? Di ci pu essere
testimone il fratello di Cherofonte, giacch lui
non pi tra i vivi.
Io vorrei sapere che c'entra tutta questa storia
di Cherofonte con l'accusa di empiet! sbotta
Eutimaco. Se c' qualcosa che non sopporto in
Socrate proprio il suo modo di prendere le cose
tanto alla lontana: solo per questo lo
condannerei a morte!
E per capire il messaggio del Dio continua
Socrate con la massima calma mi misi in giro e
andai da uno di quelli che hanno fama di essere
sapienti. Il nome non ve lo dico, o ateniesi: vi
basti sapere che era uno dei nostri uomini
politici. Ebbene, questo brav'uomo mi parve s
che avesse l'aria del saggio, ma che poi in realt
non lo fosse per niente. Allora provai a farglielo
capire e lui per questo mi prese in odio. Subito
dopo mi recai da alcuni poeti: presi in mano le
loro poesie, o almeno quelle che mi parevano
migliori, e a loro domandai che cosa volessero
dire. O cittadini''' provo vergogna nel dirvi la
verit''' chi ragionava peggio, su qualunque
componimento poetico, era proprio il suo autore!
Dopo i politici e i poeti mi rivolsi agli artisti e
indovinate che cosa scoprii? Che costoro,
coscienti di esercitare bene la propria
professione, pensavano di essere sapienti anche
in altre cose, magari pi importanti e difficili. A
quel punto capii che cosa aveva voluto dire
l'oracolo: "Socrate il pi sapiente degli uomini
perch l'unico che sa di non sapere". Nel
frattempo per mi ero attirato l'odio dei poeti,
dei politici e degli artisti; e non a caso oggi mi
vedo accusato in tribunale da Meleto che un
poeta, da Anito che un politico e un artista, e

da Licone che un oratore.


Ci che hai detto, o Socrate, sono solo
insinuazioni ribatte Meleto. Difenditi piuttosto
dall'accusa di corrompere i giovani.
$ come pensi, o Meleto, che io possa
corrompere i giovani?
Dicendo loro che il Sole una pietra e che la
Luna fatta di terra risponde Meleto.
Io credo che tu mi abbia scambiato con un
altro: queste cose i giovani possono leggerle
quando vogliono comprandosi per una dracma i
libri di Anassagora di Clazomene a ogni angolo
dell'agor.
Tu non credi negli Dei! urla Meleto alzandosi
in piedi e minacciandolo con l'indice della mano.
Tu credi solo nei dmoni!
Chi sarebbero questi dmoni? chiede Socrate
senza scomporsi. Figli malvagi degli Dei?
Dunque affermi che non credo negli Dei, ma solo
all'esistenza dei figli degli Dei. E come dire che
credo nei figli dei cavalli ma non nei cavalli.
Una risata del pubblico copre un po' la voce di
Socrate. Il filosofo attende che l'uditorio sia di
nuovo attento, dopo di che si volge verso il
secondo accusatore.
E tu, Anito, che chiedi la mia morte, perch
non hai portato qui, innanzi ai giudici, tutti quei
giovani che io avrei traviato? Per venirti incontro
io stesso avrei potuto indicarteli. Oggi molti di
loro sono diventati vecchi e potrebbero
testimoniare contro di me, confermando che io li
ho corrotti. Eccoli l che ci guardano: quello
Critone col figlio suo Critobulo, e poi c' Lisania
di Sfetto, col figlio Eschine, e ancora Antifonte
di Cefisia, Nicostrato, Paralio, Adimanto col
fratello Platone, e vedo anche Aiantadoro con
suo fratello Apollodoro. Forse, o Anito, potrei
rabbonirti se promettessi di andare in esilio e di
non farmi pi vedere in giro. Ma credimi:
ubbidirei solo per farti un piacere, perch in
verit sono convinto che ci nuocerebbe molto
agli ateniesi. Io invece non cesser mai di
stimolarvi, di persuadervi, di rampognarvi uno
per uno, di starvi addosso tutto il giorno,
dovunque voi siate, come un tafno che punge
ai fianchi una cavalla di buona razza che vuol
dormire, perch questo che mi chiede il Dio
Apollo. O cittadini, la cavalla di cui sto parlando
Atene, e se voi mi condannerete a morte, non
troverete tanto facilmente un altro tafno che
potr tener sveglia la vostra coscienza. Ora
basta: le ragioni che potevo dirvi le ho dette. A
questo punto dovrei fare entrare gli amici, i
parenti e i figli pi piccoli per invocare la vostra
piet, come abitudine di molti. Anch'io ho
famiglia: ho tre figli, eppure non ve li mostro
perch in gioco la mia e la vostra reputazione.
Il giudice non deve graziare chi lo commuove,
ma deve solo badare alle Leggi.
Cade l'ultima goccia d'acqua dalla clessidra.
Socrate ha terminato il suo discorso e arretra per
andarsi a sedere su uno sgabello di legno posto

alle sue spalle. Gli amici pi cari, con un timido


applauso, cercano di trascinare il consenso del
pubblico, ma il tentativo cade nel disinteresse
generale. Iniziano le votazioni.
Non ho nessun dubbio: colpevole!
sentenzia Eutimaco alzandosi in piedi. E anche
se non lo fosse, lo condannerei ugualmente. I
suoi discorsi, il suo continuo mettere in forse le
convinzioni altrui, non sono utili alla plis.
Socrate diffonde insicurezza: un disfattista.
Prima muore e meglio per tutti!
Al tuo posto io non sarei cos sicuro ribatte
Callione con foga, una citt che si rispetti deve
sempre avere qualcuno che la sorvegli e Socrate
l'unico in grado di farlo: imparziale, non un
politico e soprattutto povero. Anche se fosse
colpevole, non ha certo agito per favorire se
stesso.
E tu, Callione, pensi che la povert sia un
buon esempio da dare ai giovani? Vuoi che i
nostri figli crescano come lui? Su e gi per
l'agor a chiedersi continuamente l'un l'altro:
"Che cosa il bene? Che cosa il male? Che
cosa giusto? Che cosa ingiusto?".
Eutimaco, senza attendere la risposta, si alza di
scatto e, con in mano lo psphos, il sassolino
nero per la condanna a morte, si avvia verso le
urne. Mentre passa tra gli scanni, cerca
d'influenzare anche gli altri giudici.
Basta con Socrate! Togliamocelo di torno una
volta per tutte! Lui sostiene di essere un tafno
che punzecchia Atene. Ebbene, lo prendo in
parola: ma quale cavallo non cerca di liberarsi dei
suoi tafni, quale cavallo non lo schiaccerebbe
se solo avesse le mani!
Callione ancora incerto: interroga i vicini per
capire quale l'opinione della maggioranza.
Sembra che la giuria si sia divisa in due partiti
pressoch uguali: quelli che odiano Socrate e
quelli che sostengono che sia il migliore uomo
della Terra. Ognuno, mentre fa la fila davanti alle
urne, difende la propria tesi. Nel frattempo quelli
che hanno gi votato si sistemano alla meglio
sugli scanni per fare uno spuntino. Aprono il
cesto delle vivande e ne estraggono sardine,
olive e gallette di maza. (32) Antifonte, dopo
aver chiesto il permesso al capo degli Undici,
(33) va da Socrate e gli porge un vassoio con
fichi e noci. I processi ad Atene duravano l'intera
giornata e ai giudici era proibito allontanarsi dal
tribunale. Al tramonto, in un modo o in un altro,
dovevano emettere un verdetto: non esisteva la
figura dell'imputato in attesa di giudizio.
Ma ecco che finalmente le urne vengono
scrutinate.
Cittadini di Atene proclama con solennit il
cancelliere, questa la sentenza emessa dagli
Eliasti: voti bianchi 220, voti neri 280. Socrate,
figlio di Sofronisco, condannato a morte!
Un oh di sgomento si leva dal popolo

assiepato dietro le transenne. Critone si


nasconde il viso tra le mani. Il cancelliere, dopo
una breve pausa, riprende la parola.
E ora, secondo la legge di Atene, chiediamo al
condannato di proporre lui stesso una pena
alternativa.
Socrate si alza di nuovo, si guarda intorno e
allarga le braccia in segno di sconforto.
Una pena alternativa? E cosa mai ho fatto per
meritarmi una pena? Per tutta la vita ho
trascurato gli interessi personali, la famiglia e la
casa. Non ho mai aspirato a comandi militari n
a pubblici onori. Non mi sono immischiato in
congiure o in altre sedizioni. Quali pene spettano
a chi ha fatto queste cose? Non vorrei
sbagliarmi, ma credo di aver diritto solo a un
premio, quello di essere ospitato nel Pritaneo
(34) a spese dello stato.
Un coro di proteste copre le ultime parole.
L'assurda richiesta del filosofo, per molti giudici,
suona come una presa in giro o una vera e
propria provocazione. Socrate stesso si rende
conto di avere esagerato. Riprende a parlare e
cerca di rabbonire l'uditorio:
D'accordo, d'accordo, miei cari concittadini:
mi accorgo di essere stato frainteso. Qualcuno
ha scambiato il mio senso di giustizia per un atto
d'arroganza. Ma ditemi francamente: che cosa
avrei mai potuto proporre come pena? Il carcere?
L'esilio? Una multa in denaro? E quale multa
potrei pagare io che non ho mai insegnato per
denaro? Al massimo sarei in grado di offrire una
mina d'argento.
La protesta si fa pi rabbiosa. Una mina
d'argento poco pi di niente come alternativa a
una sentenza di morte. Sembra quasi che
Socrate stia facendo di tutto per essere
condannato.
E va bene sospira Socrate, indicando Critone
e gli altri discepoli, qui ci sono i miei amici che
insistono perch io mi multi per trenta mine.
Loro stessi, a quanto pare, se ne fanno garanti.
Inizia cos la seconda votazione: condanna a
morte o multa per trenta mine. Purtroppo la
prima pena proposta dal filosofo (quella di
essere ospitato nel Pritaneo a spese dello stato)
ha talmente irritato i giudici, che molti di quelli
che in un primo momento si erano schierati dalla
sua parte, adesso gli si sono messi contro.
Questa volta i sassolini nell'urna nera sono molto
pi numerosi: 360 contro 140.
Cittadini ateniesi conclude Socrate, temo
che vi siate presi una grande responsabilit nei
confronti della plis. Ero vecchio: bastava
aspettare e la morte sarebbe venuta da s, in
modo naturale. Cos facendo non avete
nemmeno la sicurezza di avermi punito. Sapete
forse che cos' il morire? Di sicuro una di
queste due cose: o uno sprofondare nel nulla,
o trasmigrare altrove. Nella prima ipotesi,
credetemi, la morte potrebbe essere un gran
vantaggio: mai pi dolori, mai pi sofferenze; nel
secondo caso, invece, avrei la fortuna

d'incontrare tanti personaggi eccezionali. Quanto


pagherebbe ciascuno di voi per parlare a tu per
tu con Orfeo, con Museo, con Omero o con
Esiodo? Oppure con Palamede e con Aiace
Telamonio che morirono entrambi per essere
stati trattati in modo ingiusto. (35) Ma ecco che
giunta l'ora di andare: io a morire e voi a
vivere. Chi di noi abbia avuto il destino migliore
oscuro a tutti fuorch agli Dei.
Perch Socrate fu condannato a morte? A
2400 anni di distanza c' ancora chi se lo
chiede. Gli uomini, per vivere, hanno bisogno di
certezze, e quando queste non ci sono, c'
sempre qualcuno che se le inventa per il bene
comune. Ideologi, profeti, astrologi, chi in buona
fede, chi solo per interesse, sfornano di continuo
verit con cui lenire le angosce della societ. Se
poi arriva un uomo a sostenere che non c'
nessuno che sa veramente qualcosa, ecco che
quest'uomo diventa improvvisamente il nemico
pubblico numero uno dei politici e dei sacerdoti.
Quest'uomo deve morire!
Platone ha dedicato al processo e alla morte di
Socrate ben quattro dialoghi:
- l'Eutifrone, dove vediamo il filosofo, ancora
libero, recarsi in tribunale per conoscere le
accuse che gli sono state mosse da Meleto;
- l'Apologia, con la descrizione del processo;
- il Critone, con la visita in carcere del suo
amico pi caro;
- il Fedone, con gli ultimi istanti di vita e il
discorso sull'immortalit dell'anima.
Sono opere che gli editori continuamente
ripubblicano, anche riunendole in un unico
volume, (36) e noi ne consigliamo la lettura a
tutti quelli che volessero conoscere pi a fondo il
carattere e le idee del grande filosofo.
Socrate non venne giustiziato subito dopo il
processo. Proprio in quei giorni, infatti, era
partita l'ambasceria per Delo e la tradizione
voleva che durante il viaggio della Nave Sacra
fossero proibite le esecuzioni capitali. (37) Dopo
una ventina di giorni lo troviamo ancora in
carcere con il suo compaesano e coetaneo
Critone.
$ l'alba: Socrate sta dormendo ancora e
Critone gli si siede accanto in silenzio. A un
certo punto il filosofo si ridesta di colpo, vede
l'amico e gli chiede:
Che fai qui, o Critone, a quest'ora? Non
troppo presto per i visitatori?
S, presto: appena l'alba.
E come hai fatto a entrare?
Ho dato una mancia al messo degli Undici.
E sei qui da molto?
Da molto.
E perch non mi hai svegliato subito?
Perch dormivi cos tranquillo che mi
sembrava un peccato svegliarti risponde
Critone. Io mi chiedo come tu possa trovare

tanta serenit in questa sventura!


Sarebbe strano il contrario, o Critone
risponde Socrate sorridendo, pensa come sarei
ridotto se alla mia et mi rammaricassi di dover
morire.
Critone, nel dialogo che porta il suo nome, si
comporta un po' come il dottor Watson con
Sherlock Holmes: il maestro parla e lui lo
interrompe solo per dire Dici giusto, o Socrate
oppure $ proprio cos, o Socrate. In
compenso il filosofo ha molto pi tatto del suo
collega inglese: non umilia mai l'amico con un
impietoso Elementare, Critone!. Alla fine ci si
rende conto che il dialogo altro non che un
monologo di Socrate.
Perch sei venuto cos presto, mio buon
Critone?
Sono qui, o Socrate, per recarti una notizia
dolorosa risponde Critone con tono disperato.
Alcuni amici mi hanno riferito che la Nave di
Delo ha appena doppiato il capo Sunio. Oggi, o
al massimo domani, dovrebbe arrivare ad
Atene.
E che c' di strano? Prima o poi doveva
arrivare replica Socrate, vuol dire che cos
piaciuto agli Dei.
Non parlare in questo modo e lasciati
persuadere a mettere in salvo la vita. Ho gi
preso accordi con i carcerieri: non neanche
molto il denaro che mi chiedono per farti fuggire.
E comunque si sono offerti di finanziare la tua
fuga anche Simmia di Tebe, Cebete e moltissimi
altri. Fa' che un domani nessuno possa dire:
"Critone, per non spendere il suo denaro, non
aiut Socrate a fuggire".
Sono pronto a prendere la fuga: prima per
vorrei che decidessimo insieme se sia giusto che
io tenti di uscire dal carcere contro il volere degli
ateniesi. Giacch se giusto lo faremo, e se
ingiusto ci asterremo dal farlo.
Dici bene, o Socrate.
Non credi tu, o Critone, che nella vita per
nessuna ragione si deve commettere
ingiustizia?
Per nessuna ragione.
Neanche se prima ci stata fatta ingiustizia?
Neanche in questo caso.
E supponiamo che proprio nel momento in cui
io sto per svignarmela ci venissero incontro le
Leggi e ci domandassero: "Dicci, o Socrate, che
cosa hai in mente di fare? Non mediti forse di
distruggere noi, che siamo le Leggi, e con noi
tutta la citt?". In tal caso, che cosa potremmo
rispondere noi a queste e ad altre simili parole?
Risponderemmo forse che prima della fuga ci fu
inflitta un'ingiusta condanna?
Certo: questo risponderemmo.
E se le Leggi mi dicessero: "Sappi, o Socrate,
che bisogna ubbidire a tutte le sentenze, giuste
o ingiuste che siano, giacch l'intera esistenza
dell'uomo regolata dalle Leggi. Non fummo
forse noi a darti la vita? E non stato grazie a

noi che tuo padre ha preso in moglie tua madre e


ti ha generato? E non fummo sempre noi a
insegnarti a rispettare la patria e a non
indietreggiare davanti al nemico?". Se queste
fossero le domande, che cosa potremmo
rispondere: che dicono il vero o che dicono il
falso?
Che dicono il vero.
E ciononostante tu vorresti che io, dopo
essermi travestito buffonescamente con una
palandrana, magari con abiti da donna,
scappassi da Atene, per andare in Tessaglia, l
dove gli uomini sono soliti vivere nel disordine e
nella dissolutezza, e tutto questo per prolungare
di qualche annetto una vita che ormai volge alla
fine. E quali ragionamenti potrei ancora fare sulla
virt e sulla giustizia dopo aver infranto le
Leggi?
Nessuno, in verit.
Come vedi, mio buon amico, non mi proprio
possibile fuggire; se per tu sei convinto di
potermi ancora persuadere, parla: ti ascolter
con la massima attenzione.
Oh, mio Socrate, io non ho nulla da dire!
E allora rassegnati, o Critone, ch questo il
sentiero per il quale ci conducono gli Dei.
Il giorno dopo quello dell'esecuzione. Gli
amici si danno appuntamento davanti alla porta
del carcere e attendono con impazienza che il
capo degli Undici li faccia entrare. Ci sono quasi
tutti, c' il fedele Apollodoro, l'onnipresente
Critone con il figlio Critobulo, il giovane Fedone,
Antistene il cinico, Ermogene il povero, (38)
Epigene, Menesseno, Ctesippo ed Eschine, il
figlio del salsicciaio. Qualcuno venuto da
lontano come i tebani Simmia e Cebete, o come
Terpsione ed Euclide che sono di Megara. Tra i
discepoli pi noti mancano Aristippo,
Cleombroto e soprattutto Platone che, a quanto
pare, proprio quel giorno aveva la febbre.
Quando i discepoli entrano nella cella trovano il
maestro in compagnia di Santippe e del figlio pi
piccolo. Alla vista dei nuovi venuti la donna si
mette a urlare disperatamente.
O Socrate, questa l'ultima volta che gli
amici parleranno a te e tu a loro!
Al che il filosofo si rivolge a Critone e gli dice:
Qualcuno per cortesia la riporti a casa.
Ma tu muori innocente! protesta Santippe
mentre la trascinano fuori dalla cella.
E che volevi risponde Socrate, che morissi
colpevole?
Nel frattempo uno dei carcerieri ha provveduto
a staccare la catena dalla caviglia del prigioniero.
Che strana cosa sono il piacere e il dolore
dice Socrate massaggiandosi la caviglia
indolenzita, sembra che ognuno di loro segua
sempre il suo contrario e che tutti e due non
vogliano mai trovarsi insieme nella stessa
persona. Mentre prima, sotto il peso della
catena, nella mia gamba c'era solo il dolore,

ecco che gi sento, dietro di lui, sopraggiungere


il piacere. Se Esopo avesse riflettuto su questo
rapporto dolore-piacere, di sicuro ne avrebbe
fatto una bellissima favola.
Quindi la conversazione si sposta sul tema
della morte e dell'aldil. Socrate in proposito
accenna a un qualcosa che potrebbe somigliare
all'Inferno e al Paradiso.
Io ritengo che ai morti sia riservato un futuro
dice testualmente il maestro e che questo
futuro sia migliore per i buoni che non per i
cattivi.
Inizia cos la discussione sull'immortalit
dell'anima. Il tebano Simmia, paragonando il
corpo a uno strumento musicale e l'anima
all'armonia che nasce da tale strumento,
sostiene che una volta rotta la lira (ovvero il
corpo) muore con essa anche l'armonia (e cio
l'anima). Cebete non d'accordo e avanza
l'ipotesi della reincarnazione.
L'anima come un uomo che nella vita abbia
consumato molti mantelli. Tutti i mantelli, ovvero
tutte le reincarnazioni, saranno meno longevi del
loro proprietario, a eccezione dell'ultimo che
vivr pi a lungo di lui.
In altre parole, secondo Cebete, quando uno
muore, potrebbe avere la disgrazia di essere
arrivato all'ultimo turno, e di concludere in
questo modo la sua vita. Socrate di parere
contrario e sostiene la tesi dell'immortalit
dell'anima. Tutti s'infervorano a tal punto che
Critone costretto a intervenire per rimproverare
il maestro.
Il carceriere, o Socrate, ti raccomanda di
parlare il meno possibile. Egli afferma che se ti
accalori troppo il veleno non avr molto effetto
sul tuo corpo e lui sar costretto a farti bere il
farmaco due e forse anche tre volte.
E tu digli di prepararne due o tre porzioni, per
adesso, per cortesia, ci lasci parlare.
Dopo di che si rivolge ai discepoli e ricomincia
a discutere dell'anima.
Solo i malvagi possono augurarsi che dopo la
morte ci sia il nulla, ed logico che cos la
pensino, perch nel loro interesse. Io invece
sono sicuro che essi vagheranno angosciati nel
Tartaro e che solo chi ha trascorso la vita in
onest e temperanza sar ammesso a vedere la
Vera Terra.
Cosa vuoi dire, o Socrate, con l'espressione
"Vera Terra"? chiede Simmia alquanto
perplesso.
Sono persuaso risponde Socrate che la
Terra sferica. Essa non ha bisogno di un
appoggio per restare dov', perch trovandosi al
centro dell'Universo, non saprebbe dove cadere.
Inoltre sono convinto che molto pi vasta di
quanto non sembri e che noi, conoscendone solo
quella parte che va dal Fasi alle colonne
d'Ercole, (39) siamo come formiche o ranocchi
che vivono intorno a un piccolo stagno. Gli
uomini sono convinti di abitare la sommit della

Terra e invece si trovano in una sua cavit, allo


stesso modo di chi, vivendo in fondo a un abisso
marino, scambiasse la superficie del mare per la
volta del cielo. Si dice che la Vera Terra abbia
l'aspetto di una palla di cuoio a dodici pezzi (40)
e che sia iridescente e intarsiata di diversi colori.
In alcune parti di essa ha lo splendore dell'oro e
in altre pi bianca della neve, in altre ancora
argentea o porporina. Le stesse sue cavit, viste
dall'esterno, essendo piene di acqua o di aria,
rifulgono in una iridescente variet di colori. Cos
pure gli alberi, i frutti, i fiori, i sassi e le
montagne della Vera Terra sono cos levigati e
trasparenti che al loro confronto diventano
opache quelle piccole pietre che quaggi hanno
tanto valore. In quel luogo, uomini beati abitano
le rive dell'aria cos come noi quaggi viviamo
sulle rive del mare.
Chi dice queste cose? chiede sensatamente
Simmia.
Socrate ignora l'interruzione e prosegue:
Per contro, nella profondit della Terra c'
quella grande voragine che Omero e molti altri
poeti hanno chiamato Tartaro. Qui confluiscono
tutti i fiumi e di qui tutti i fiumi defluiscono di
nuovo. Di questi, quattro sono da ricordare: il
fiume Oceano che scorre intorno alla Terra,
l'Acheronte che gira in senso contrario e termina
in una palude chiamata Acherusiade, il
Piriflegetonte che, essendo di fuoco, appena
trova un varco erompe dalla Terra sotto forma di
lava, e infine il quarto fiume, il Cocito che,
girando a spirale, sprofonda fra le viscere della
Terra e si getta anche lui nel Tartaro. Qui, nella
palude Acherusiade, vengono portate le anime di
coloro che si sono macchiati di gravi colpe.
Alcune di esse, avendo agito in un momento di
collera, dopo un periodo pi o meno lungo
potranno risalire in superficie; altre, invece, per
la gravit dei loro crimini sono condannate in
eterno. Questa dunque la sorte che tocca alle
anime dei viventi: i tristi nel Tartaro e i puri sulla
Vera Terra. Ecco perch giovevole nella vita
acquistare virt e saggezza con la filosofia;
giacch bello il premio e grande la speranza!
Credi davvero nelle cose che hai detto, o
Socrate? torna alla carica Simmia.
Crederci forse non si addice a un uomo
assennato, ma in compenso procura un grande
benessere interiore'''
Proprio in quel momento uno schiavo appare
sulla soglia: ha tra le mani un recipiente di
marmo con la cicuta da pestare.
Ecco che il destino mi chiama dice Socrate
alzandosi in piedi.
Hai qualche ordine da darci? mormora
Critone, cercando di non far trapelare la
disperazione. In che modo vuoi essere
seppellito?
Come pi vi piace, sempre che riusciate a
pigliarmi e non vi sgusci tra le mani risponde
ridendo Socrate. Ma insomma, mio buon
Critone, come posso convincerti che Socrate
sono solo io, quello che adesso sta conversando

con te, e non quell'altro che tra poco vedrai


cadavere su questo lettino?
Il tempo stringe. Vengono fatti entrare per gli
ultimi saluti Santippe, Mirto e i tre bambini.
Socrate li abbraccia affettuosamente e poi li
invita a uscire. Apollodoro non riesce pi a
trattenere le lacrime. Entra di nuovo il messo
degli Undici.
O Socrate dice il carceriere, io certo non
dovr lagnarmi di te, come accaduto con altri
che, prima di morire, hanno inveito contro Atene
e mi hanno stramaledetto. Durante la tua
reclusione ho avuto modo di conoscerti e posso
ben dire che sei la persona pi buona e pi mite
fra quante siano mai capitate in questo luogo.
Appena pronunziate queste parole, il messo
degli Undici scoppia in lacrime ed esce dalla
cella. Socrate un po' imbarazzato: non sa pi
che dire, poi, per dissolvere il clima di
commozione venutosi a creare, si rivolge a
Critone e lo invita a far entrare lo schiavo con la
cicuta.
Perch tutta questa fretta, mio caro amico: il
sole non ancora tramontato protesta Critone.
Io so di condannati che hanno atteso l'ultimo
raggio per bere il farmaco e di altri che si sono
decisi all'estremo passo solo dopo aver mangiato
a saziet e aver fatto l'amore con una donna
scelta per l'occasione.
$ naturale che ci si comporti cos, quando si
ritiene vantaggioso ritardare il momento della
morte ribatte Socrate ma naturale che io
faccia esattamente il contrario, giacch,
manifestando un eccessivo attaccamento alla
vita, diventerei patetico e smentirei in un solo
attimo tutto quello che ho sempre predicato.
Entra l'uomo con la tazza del veleno.
Brav'uomo gli si rivolge Socrate, tu che di
queste cose te ne intendi, che cosa si deve fare
in simili circostanze?
Niente altro che bere e camminare su e gi
per la stanza risponde lo schiavo. Poi, quando
comincerai a sentirti vacillare sulle gambe,
sdraiati sul lettino e vedrai che il farmaco far
tutto da s.
Pensi che con una bevanda simile si possa
brindare a qualche Dio? chiede Socrate.
Noi di queste cose non ci occupiamo: ci
limitiamo a pestarne quel tanto che basta.
Cos dicendo lo schiavo porge il veleno a
Socrate il quale, senza tremito alcuno, lo
tracanna tutto d'un fiato. Un gesto improvviso,
definitivo, che sconvolge tutti i presenti, anche
quelli che fino allora erano riusciti a trattenere le
lacrime. Critone disperato, si alza ed esce dalla
cella. Apollodoro, che gi da prima aveva le
guance rigate di pianto, si mette a singhiozzare
disperatamente. Fedone piange con il viso
nascosto tra le mani.
Il povero Socrate non sa che fare: passa
dall'uno all'altro, cercando di dare un po' di
conforto a ognuno: rincorre Critone e lo riporta

nella cella, accarezza i capelli di Apollodoro,


abbraccia Fedone e asciuga le lacrime a Eschine.
Ma come? Che vi piglia? protesta Socrate,
tra un gesto consolatorio e l'altro. Ho fatto
uscire Santippe proprio per evitare simili scene
incresciose: non mi sarei mai immaginato che vi
sareste comportati peggio. Siate forti e sereni, o
amici, come si addice ai filosofi e agli uomini
giusti.
A queste parole i discepoli si vergognano un
po' di essersi lasciati andare e Socrate ne
approfitta per passeggiare avanti e indietro nella
cella, come gli era stato suggerito dallo schiavo.
Dopo qualche minuto, sentendo le gambe
sempre pi pesanti, si sdraia sul lettino e attende
con calma la fine. Lo schiavo gli preme con forza
una gamba e gli chiede se avverte la pressione
della mano. Socrate risponde di no: il veleno sta
facendo il suo dovere. Ormai anche il ventre ha
perduto ogni sensibilit.
Ricordati, o Critone, che siamo debitori di un
gallo ad Asclepio sussurra Socrate,
restituisciglielo per mio conto, non te ne
dimenticare.
Sar fatto lo rassicura Critone. Non vuoi
nient'altro? Hai ancora qualcosa da dirmi?
Ma Socrate non risponde pi.
Qualche giorno dopo gli ateniesi si pentono di
aver condannato Socrate: chiudono per lutto i
ginnasi, i teatri e le palestre, mandano in esilio
Anito e Licone e condannano a morte Meleto.
La vita di Socrate fa tutt'uno col suo pensiero.
Lui, in pratica, non ha fatto altro che cercare la
verit in ogni persona con la quale riuscito a
mettersi in contatto: ha braccato gli uomini
come un cane da caccia, li ha bloccati agli angoli
delle strade, li ha tempestati di domande e li ha
costretti a guardarsi dentro, nel profondo
dell'animo. Con tutto il rispetto per la statura
morale del filosofo, sono convinto che molti ad
Atene devono averlo evitato come la peste. Non
appena la sua figura tracagnotta appariva sotto
la Porta Sacra doveva esserci un fuggi fuggi
generale, al grido di: Oilloco, oilloco,
fuitavenne!. (41)
Platone nel Lachete racconta che chiunque
veniva avvicinato da Socrate e si metteva a
parlare con lui, qualunque fosse l'argomento
della conversazione, non poteva pi andar via
senza aver prima reso conto di s (42) e
Diogene Laerzio aggiunge che molte volte i suoi
interlocutori, per potersene liberare, lo
prendevano a pugni e gli strappavano i capelli.
(43)
Con ogni probabilit, da giovane avr
cominciato anche lui a studiare la natura e le
stelle, cos come erano soliti fare tutti quelli che
si occupavano di filosofia, poi un bel giorno si
accorse che della fisica non gliene importava
nulla e allora concentr tutta la sua attenzione
sul problema della conoscenza e sull'etica. A chi
gli proponeva un bel viaggio a scopo
d'istruzione, o magari anche una scampagnata,

rispondeva sorridendo: Ma cosa vuoi che mi


possano insegnare gli alberi e la campagna,
quando qui in citt ho a disposizione tutti gli
uomini che voglio e tutti cos istruttivi?. (44)
Per sintetizzare al massimo il pensiero di
Socrate, vi proponiamo qui di seguito tre
argomenti socratici: la maieutica, l'universale e
il dmone.
La maieutica. Quando Socrate dice so di
non sapere, non nega l'esistenza della verit
(come avevano fatto i sofisti) ma ne incita la
ricerca. $ come se dicesse: Guagli, la verit
esiste, anche se io non la conosco; per,
siccome non posso credere che uno che l'ha
conosciuta non ne tenga conto, penso che sia
indispensabile raggiungere la "conoscenza". Solo
cos, infatti, potremo sapere con sicurezza da
che parte sta il Bene.
Cerchiamo adesso di descrivere la mente
umana come deve essersela immaginata
Socrate: al centro un enorme cumulo di erbaccia
e sotto di esso, ben nascosta, la verit, ovvero
la giusta valutazione dei comportamenti, il
senso delle cose. Che fare, si chiede Socrate,
per giungere alla conoscenza? Innanzitutto
liberarsi dell'erbaccia e poi tirar fuori la verit.
Per la prima fase, che potremmo chiamare
operazione piazza pulita o pars destruens
per gli amanti del latino, Socrate si serve
dell'ironia. La parola viene dal greco e vuol dire
interrogare dissimulando (da eromai,
interrogare, e eironeomai, dissimulare).
Nessuno pi di lui maestro in questa arte.
Manifestando la pi assoluta ignoranza e
sprovvedutezza, finge sempre di voler imparare
dal suo interlocutore: gli chiede continue
precisazioni e alla fine lo mette di fronte alle sue
stesse contraddizioni. L'erbaccia infatti, di cui
parlavamo prima, l'insieme dei pregiudizi, dei
falsi ideali e delle superstizioni che occupano la
nostra mente. Una volta liberato il campo da
queste scorie, bisogna tirar fuori la vera
conoscenza ed qui che interviene la
maieutica, ovvero l'arte del far partorire le
menti. Socrate nel Teeteto, ricordandosi della
madre, ce ne d una descrizione: Il mio lavoro
di ostetrico rassomiglia in tutto a quello delle
levatrici, solo che loro operano sulle donne e io
sugli uomini, loro sui corpi e io sulle anime.
(45) Socrate non si presenta come depositario di
una sua verit, al massimo aiuta gli altri a
cercarla in se stessi, giacch egli dice sono
sterile di sapienza, ed per questo che il Dio
(Apollo) mi costrinse a fare da ostetrico, pur
vietandomi di generare.
$ chiaro che, per esercitare la maieutica,
Socrate ha bisogno del dialogo, ovvero
d'improvvisare il suo discorso a seconda degli
stimoli che gli offre l'interlocutore. Nessuno
scritto, egli dice, potrebbe avere un'eguale
efficacia, anche perch non sapendo nulla,
cosa mai avrei potuto scrivere?. Socrate, del

resto, diffidava profondamente della scrittura,


come risulta dalla favola che Platone gli fa
raccontare nel Fedro. (46)
C'era una volta un Dio egiziano che si
chiamava Theuth. Egli fu l'inventore dei numeri,
della geometria, dell'astronomia, del gioco dei
dadi e della scrittura. Un giorno Theuth and da
Thamus, il re dell'Alto Egitto, e gli present tutte
le sue invenzioni. Quando giunsero all'alfabeto,
Theuth disse: "Questa scienza sar una medicina
miracolosa per la sapienza e per la memoria dei
tuoi sudditi". E il re rispose: "O ingegnoso
Theuth, il tuo alfabeto produrr proprio il
contrario di ci che vai dicendo. Gli egiziani,
infatti, fidandosi della sapienza scritta, non
eserciteranno pi la memoria e richiameranno le
cose alla mente non pi dall'interno di se stessi,
come dovrebbero, ma dal di fuori, attraverso
segni estranei".
Fedro, quando si accorge che Socrate si
inventato la favola di sana pianta, protesta
vivacemente e il filosofo gli risponde: A voi
giovani l'unica cosa che importa sapere se ho
raccontato un aneddoto vero o falso e
sottovalutate il fatto che contenga la verit che
cerchiamo. Dopo di che aggiunge: La scrittura
simile alla pittura: come le figure dipinte non
parlano quando le interroghi, cos le parole
scritte non sanno rispondere che sempre nello
stesso modo, quello scelto dall'autore quando ha
scritto il libro.
Ho sempre avuto il sospetto che Socrate, come
Ges del resto, non sapesse n leggere n
scrivere. Il fatto che Diogene Laerzio dica che
abbia scritto una favola esopica non significa
proprio niente: potrebbe averla dettata a uno
scriba. A chi obietta che un uomo intelligente
come Socrate non poteva non aver imparato a
scrivere, rispondo che anche oggi ci sono milioni
di persone intelligentissime che non hanno
ancora imparato a usare il computer, bench sia
sufficiente una settimana per impratichirsi nella
videoscrittura. La verit che a quei tempi erano
pochissimi a saper leggere e scrivere: Plutarco
(47) racconta di un ateniese che, essendo
analfabeta, per incidere il nome di Aristide sugli
straka, si rivolse proprio a lui. Alla domanda di
Aristide: se conoscesse l'uomo che voleva
mandare in esilio, il cittadino rispose che non lo
conosceva, ma che non ne poteva pi di sentir
dire da tutti che era un uomo giusto; al che
Aristide scrisse il proprio nome nelle liste e non
disse pi nulla.
L'universale. Nei dialoghi platonici Socrate
solito chiedere ai suoi interlocutori la definizione
di un valore morale, e regolarmente costoro
rispondono citando un esempio particolare. Al
che Socrate si mostra insoddisfatto e insiste per
ottenere una definizione pi universale. (48)
Socrate - Sapresti dirmi, o Menone, che cosa

la Virt?
Menone - E che ci vuole a dirlo! La Virt
dell'uomo sta nell'essere capace di svolgere
bene un'attivit politica, nell'aiutare gli amici e
nel danneggiare i nemici. La Virt della donna
consiste invece nel sapere amministrare la casa
e nell'essere fedele al marito. Poi c' la Virt del
fanciullo, quella del vecchio, quella'''
Socrate - Ma tu guarda che fortuna questa
mattina! Cercavo una Virt sola e ne ho trovato
uno sciame''' A proposito di sciame, o Menone,
secondo te esistono molti tipi di api?
Menone - Molti certamente e ogni tipo
differisce dall'altro per grandezza, bellezza e
colore.
Socrate - E tra tutte queste diversit, c'
qualcosa che ci fa dire: Oh, ecco, un'ape!?
Menone - S, il fatto che, in quanto ape, non
molto diversa dalle altre api. (49)
Socrate - Quindi sei capace di riconoscere
un'ape a prescindere dal tipo a cui appartiene. E
se ti chiedessi che cosa la Bont?
Menone - Ti risponderei che vuol dire aiutare
il prossimo e dare del denaro a un amico che non
ne possiede.
Socrate - Mentre se aiuti uno che non ti
amico, non un atto di Bont.
Menone - Nossignore, anche se aiuto uno che
non amico, una buona azione.
Socrate - E se nel dare il denaro a un amico,
tu sapessi che lui se ne servir per commettere
una cattiva azione, sarebbe ancora una buona
azione la tua?
Menone - No, in questo caso no di certo.
Socrate - Allora ricapitoliamo: dare del denaro
a un amico potrebbe essere e non essere una
buona azione, mentre potrebbe essere una
buona azione dare del denaro a uno che non
amico.
A questo punto Menone va in tilt e Socrate, il
bulldozer, continua imperterrito a dimostrargli
che tutte le buone azioni possibili e immaginabili
hanno un qualcosa in comune e che solo questo
qualcosa in comune, questa essenza, la
Bont. Si arriva cos al concetto di universale
che prelude al mondo delle idee di Platone.
Resta il dubbio che tutto questo Socrate non
l'abbia mai detto, e che sia Platone a servirsi di
lui per introdurre la pi nota delle sue teorie.
Il dmone. Un giorno accadde un fatto
molto strano: eravamo un gruppo di amici e
stavamo ritornando ad Atene dopo essere stati a
pranzo a casa di Andocide. Con noi c'erano
Socrate, il flautista Carillo, l'indovino Eutifrone,
Cebete e alcuni giovani ateniesi. L'umore della
brigata era allegro, come spesso accade quando
si appena smesso di bere: i pi giovani
cantavano in coro e Socrate prendeva in giro
Eutifrone per le sue arti divinatorie. Quand'ecco
che all'improvviso vediamo il nostro maestro
fermarsi, restare per un attimo assorto e poi
cambiare strada: invece d'imboccare via degli

Ermoglifi, come avrebbe dovuto fare per


raggiungere l'agor, gir per via dei Cassai. A
chi gli chiese il perch di questa decisione, lui
rispose che cos gli era stato consigliato dal
dmone. I giovani risero a questa battuta e
continuarono a scendere per via degli Ermoglifi,
insieme al flautista Carillo, mentre noi anziani,
anche per non lasciarlo solo, seguimmo Socrate
per via dei Cassai. Quelli che presero la strada
pi breve, dopo un centinaio di metri, proprio
all'altezza del tribunale, s'imbatterono in un
branco di scrofe che proveniva in senso
contrario. Il branco era cos numeroso e cos
compatto, che molti di loro furono costretti a
tornare sui loro passi. Il flautista Carillo, che
invece volle attraversarlo, giunse all'agor con le
gambe e gli abiti tutti lordati di fango.
Questa storia si trova in uno scritto di Plutarco
intitolato per l'appunto:: Il dmone di Socrate.
(50) Il personaggio che racconta l'indovino
Teocrito.
Qual era secondo voi la vera natura del
dmone di Socrate? chiede Teocrito alla fine
del racconto.
Anch'io ho sentito parlare di un dmone, a
proposito di Socrate risponde uno dei presenti.
Un megarese mi ha riferito che si trattava di un
semplice starnuto: a seconda che Socrate
sentiva uno starnuto provenire da destra o da
sinistra, da dietro o davanti, prendeva l'una o
l'altra decisione. Per quanto riguarda invece i
propri starnuti, tutto dipendeva da quando gli
veniva la voglia, se in movimento o da fermo:
nel primo caso si bloccava e nel secondo
proseguiva in ci che stava per fare. Questo
quanto mi hanno raccontato anche se, in verit,
non credo affatto che un uomo come Socrate
possa essersi fatto guidare da simili
sciocchezze.
A parte le dicerie di Plutarco, lo stesso Socrate,
durante il processo, dichiara di possedere un
dmone che lo consigliava nei momenti difficili.
''' come una voce che ho dentro di me fin
da fanciullo; la quale, ogni volta che si fa
sentire, sempre per dissuadermi dal fare
qualcosa, mai per farmi agire. In particolare,
essa mi sconsiglia di occuparmi di politica. (51)
Le interpretazioni del dmone sono
innumerevoli: si va dallo spirito guida, all'angelo
custode, alla coscienza critica, al sesto senso,
all'intuizione e via dicendo. La mia opinione
che si tratti di un jolly, che Socrate si era voluto
riservare per non essere costretto, ogni volta, a
motivare le sue decisioni.
(da: Storia della filosofia greca, Ii)
Ii
Il Simposio
Il tema dell'Amore fu l'argomento principale di
una celebre cena, tenutasi ad Atene 2407 anni
fa (anno pi, anno meno) in casa del poeta
tragico Agatone. Oltre al padrone di casa erano

presenti i seguenti signori: Fedro, Eurissimaco,


Pausania, Aristofane, Socrate e Aristodemo
(quest'ultimo, in verit, non invitato). Sul tardi
arriv anche Alcibiade con il suo seguito. Tutto
quello che venne detto in tale occasione fu
trascritto fedelmente, parola per parola, da
Platone nel pi bello dei suoi dialoghi: il
Simposio.
Simposio, detto alla buona, vuol dire
banchetto. Quello greco, in particolare, aveva
regole molto rigide: prima ci si lavava le mani,
poi gli schiavi portavano il cibo, quindi ci si
lavava di nuovo le mani e infine si ascoltava una
flautista suonare. Il clou del simposio, per,
stava tutto nel finale, e per la precisione nel
momento in cui si cominciava a bere e a parlare:
i commensali si mettevano in testa una
coroncina di alloro, forse in onore di Apollo, e
sceglievano il tema della serata. Il vino, in
genere, era molto allungato, un po' perch
costava caro e un po' perch bevuto allo stato
puro era considerato un veleno. La misura degli
annacquamenti variava alquanto: si oscillava
dalle tre parti di acqua e una di vino alle tre parti
di acqua e due di vino, e si arrivava a tanto solo
nel caso che ci si volesse ubriacare.
Il dialogo inizia con Aristodemo e Socrate che
s'incontrano per caso lungo una strada di Atene,
una di quelle strade, precisa Platone, che
sembrano fatte apposta per parlare e
camminare (173 b).
Aristodemo vide Socrate lavato da capo a piedi
e calzato con i sandaletti, cosa che faceva
alquanto di rado, e gli chiese dove andasse cos
in ghingheri. E Socrate gli rispose:
Vado a cena da Agatone, giacch ieri, alla sua
vittoria, me ne sono scappato per paura della
confusione. Gli ho promesso, per, che sarei
tornato oggi per i festeggiamenti, ed ecco il
motivo per il quale mi sono fatto cos bello: per
andare da bello in casa di un bello. Tu, piuttosto,
cosa ne penseresti di venire a cena con me,
seppure non invitato?
Aristodemo disse:
Ci verrei senz'altro, sempre per che la mia
presenza fosse di tuo gradimento.
E Socrate:
Allora seguimi, o Aristodemo, in modo che
potremo avvalorare il proverbio che dice: "A
tavola dei grandi, vanno i grandi senza invito".
(173 a)
In realt il proverbio non diceva affatto cos
(per la precisione, diceva che a casa degli umili
vanno i grandi senza invito), ma dal momento
che agaths voleva dire anche buono e
nobile, Socrate subito ne approfitt per farci
sopra un gioco di parole. Comunque, umile o
grande che fosse, il giovane Aristodemo
s'imbuc lo stesso, e noi, da queste poche
battute, abbiamo capito che anche a quell'epoca
c'era il problema degli imbucati. Venivano

chiamati parsitoi, nel senso di coloro che


mangiano con.
Una volta giunti alla porta di Agatone, Socrate
disse ad Aristodemo di avviarsi da solo giacch
lui voleva sostare un attimino a riflettere. Dopo
di che si blocc in mezzo alla strada, in pratica
come una statua di marmo, e si mise a pensare.
A Socrate capitava spesso questo fatto di
estraniarsi dal resto del mondo: una volta (si
dice) lo avrebbe fatto per un'intera notte, non
solo, ma a piedi nudi in mezzo alla neve. Quella
volta del Simposio, invece, ci rest solo un paio
d'ore e giunse a tavola quando gli altri erano
quasi alla frutta.
O Socrate gli disse allora Agatone,
facendogli spazio sul triclinio, distenditi accanto
a me, e fa' che io pure possa avvalermi,
toccandoti, della sapienza che ti venuta
incontro fuori della mia porta.
Sarebbe bello, o Agatone rispose
prontamente Socrate che la sapienza fosse di
tale natura che, come l'acqua, scorresse dal pi
pieno al pi vuoto. In questo caso, per,
avvicinandomi a te, sarei io a riempirmi della tua
sapienza, dal momento che la mia robetta di
poco conto, mentre la tua cos grande che
stata capace di farti prevalere su tutti i poeti
davanti a trentamila Elleni! (176 d)
Chiaramente Socrate lo stava sfottendo e
Agatone se ne accorse subito, tant' vero che
gli rispose alquanto risentito:
Sei insolente, o Socrate, ma tra poco sar qui
Dioniso a constatare chi di noi due pi pregno
di sapienza. Ora, per, tu pensa a mangiare!
(176 d)
Andata via la flautista, prese la parola
Eurissimaco.
Se siete tutti d'accordo disse l'insigne
medico, io proporrei come argomento della
serata l'Amore. Che ciascuno, procedendo da
destra verso sinistra, faccia un bel discorso in
lode del Dio, e che sia il giovane Fedro a
cominciare, dal momento che lui anche il primo
da destra. (177 d)
Inizi cos la lunga carrellata degli oratori. Fedro
all'epoca era poco pi di un ragazzo e, con ogni
probabilit, quello per lui doveva essere il primo
simposio: non si sbilanci quindi pi di tanto e si
mantenne sulle generali.
Amore un Dio potente e meraviglioso per
molte ragioni, non ultima la nascita: deve essere
considerato infatti il pi antico degli Dei, e,
ovemai ne dubitassimo, ce lo conferma Esiodo
allorquando sostiene che fu lui il primo a
emergere dal Caos. Ebbene, amici, cos come
Amore un Dio meraviglioso, anche coloro che
amano sono a loro volta meravigliosi, giacch
sono tutti disposti a sacrificarsi per la persona

amata. Alcesti alla fin fine fu l'unica ad accettare


la morte al posto del marito, sebbene questi
avesse ancora in vita entrambi i genitori. Ci
detto, io affermo che chi ama pi divino di chi
amato, dal momento che solo lui pervaso dal
Dio. (178 a-180 b)
Il secondo a parlare fu Pausania, un amico di
Platone, da non confondere con l'altro Pausania,
il viaggiatore, quello che scrisse la Guida della
Grecia.
Ho l'impressione, o Fedro, che tu abbia
parlato di Amore come se si trattasse di un
unico Dio, laddove essi sono almeno due, e noi
tutti vorremmo sapere quale dei due di questi
Dei sia il pi degno di essere onorato. Esiste
infatti l'amore celeste di Afrodite Urania e quello
volgare di Afrodite Pandemia. Ebbene, sapete
cosa vi dico? Che l'amore volgare di Afrodite
Pandemia davvero volgare. Gli uomini che lo
praticano corrono dietro alle donne, desiderano i
loro corpi pi delle loro anime e, intenti come
sono a raggiungere uno scopo cos modesto,
finiscono col prediligere le persone pi stupide,
per l'appunto le donne. Al contrario il vero
amatore, quello celeste, preferisce i maschi,
ammirandone la natura forte e l'intelligenza pi
viva. Purtroppo da noi, in Grecia, la norma non
sempre chiara: in Elide, in Beozia e presso i
Lacedemoni, onesto amare i maschi, nella Ionia
e nei paesi barbari invece, proprio perch
governati da tiranni, la pederastia considerata
una pratica vergognosa. Ad Atene, infine, non si
sa bene come stiano le cose: a parole sono tutti
permissivi, mentre nei fatti mettono i pedagoghi
alle costole dei figli per poterli meglio controllare,
vietano ai ragazzi pi ambiti d'intrattenersi con
gli amanti e inducono i loro coetanei a fare la
spia. Ora io penso che l'amore in s per s non
sia una cosa n bella n brutta, ma che tutto
dipenda dal come viene fatto: se fatto bene
morale, se fatto male vergognoso. (180 c185 c)
L'omosessualit, e in particolare la pederastia,
era una pratica normale nella Grecia classica: ne
fanno fede le poesie di Alcmane a Sparta e
quelle di Saffo a Lesbo. Non a caso l'amore tra
due persone del medesimo sesso passato alla
storia come amore greco. Per i maschi, i primi
approcci sessuali avevano luogo nelle palestre,
mentre per le femmine il luogo pi indicato per
l'iniziazione erano le scuole di danza. L'amante
veniva chiamato erasts, l'amato ermenos, i
bambini (sia maschi che femmine) pas, e i
ragazzini dai quattordici ai diciotto anni
pheboi. Il lottare insieme completamente nudi
offriva molte occasioni d'incontro tra gli
adolescenti. Spesso le palestre esibivano nei
vestiboli una statua di Eros, e non gi di Ares,
come sarebbe stato, invece, pi lecito
attendersi, dal momento che Ares era il Dio della
Guerra.

Dopo Pausania, avrebbe dovuto prendere la


parola Aristofane, ma un singhiozzo continuo
glielo imped. Il commediografo allora chiese a
Eurissimaco di sostituirlo o, in alternativa, di
guarirlo all'istante con un rimedio. A me questa
faccenda del singhiozzo di Aristofane ha fatto
crescere ancora di pi l'ammirazione che gi
nutrivo per Platone scrittore! E infatti mi chiedo:
quale filosofo d'oggi avrebbe mai interrotto la
sua esposizione solo per raccontare il singhiozzo
di un partecipante al convegno?
Far l'uno e l'altro rispose il medico. Parler
al posto tuo e nel frattempo tu tratterrai il
respiro in modo da farti passare il singhiozzo.
Sull'Amore ho anch'io una mia teoria che per
strettamente connessa al mio lavoro, ovvero alla
medicina. Pausania sostiene che ci sono due
forme di Amore, mentre io penso che ce ne sono
moltissime: vedo infatti l'Amore, non soltanto
negli uomini e nelle donne, ma anche negli
animali, nelle piante e in tutte le altre specie
viventi. Dovunque esiste una contrapposizione di
valori (pieno/vuoto, caldo/freddo, amaro/dolce,
secco/umido) io scorgo la necessit di una
mediazione. Amore pertanto inteso come
apportatore di armonia. La medicina, o amici,
uno strumento del Dio Amore e di questo
bisogna essere riconoscenti al suo fondatore, al
divino Asclepio. Quando l'amore volgare spinge
l'uomo a indulgere ai piaceri della tavola, ecco
giungere di corsa l'Amore celeste che sotto
forma di medicina fissa il limite della giusta
misura. (185 d-188 d)
Un potentissimo starnuto copr l'ultima frase di
Eurissimaco, e forse gli imped di ricevere
l'applauso a cui aveva diritto. Tutti, infatti, si
volsero verso Aristofane, l'autore dello starnuto,
e il commediografo ne approfitt per dare inizio
al proprio intervento.
Non ho pi il singhiozzo! esclam. E trovo
stupefacente che il Dio Amore di cui parla
Eurissimaco si sia servito di una cosa ridicola
come uno starnuto per ripristinare l'ordine nel
mio corpo!
Il tuo difetto, o Aristofane, quello di voler
essere sempre spiritoso, a ogni costo! replic
sconsolato il medico. Ora, se non la smetterai,
sar costretto a montare la guardia al tuo
discorso, per capire, ogni volta, quando stai
parlando sul serio e quando per scherzo.
Non dartene pensiero, o Eurissimaco, dal
momento che sto per dire cose solo ridicole e
non spiritose. Per capire bene la forza
dell'Amore, necessario che tu sappia quali
prove ha sofferto la natura dell'uomo. In origine
l'umanit comprendeva tre sessi: gli uomini, le
donne e certi esseri strani, chiamati androgini,
che erano maschi e femmine nello stesso tempo.
Tutti questi individui per erano doppi rispetto a
noialtri: avevano quattro braccia, quattro gambe,

quattro occhi e via dicendo; e ciascuno di essi


aveva due organi genitali, tutti e due maschili
negli uomini, tutti e due femminili nelle donne, e
uno maschile e uno femminile negli androgini.
Camminavano a quattro gambe, ma potevano
procedere in ogni direzione, come i ragni.
Avevano un caratteraccio tremendo:
possedevano una forza sovrumana e una
sovrumana superbia, al punto da sfidare gli Dei
come se fossero loro pari. Zeus, in particolare,
era indignato per la loro tracotanza: non voleva
ucciderli, per non perdersi i sacrifici, ma doveva
pur reagire alle loro intemperanze. Pensa e
ripensa, un bel giorno decise di dividerli in due,
in modo che ciascuna parte avesse due gambe e
un solo organo genitale; e li minacci che se
avessero perseverato nell'empiet, li avrebbe
divisi ancora in due in modo da costringerli a
camminare a balzelloni su una gamba sola. Dopo
l'intervento "chirurgico", malgrado Apollo avesse
provveduto a cicatrizzare le ferite, gli uomini
erano diventati infelici: ciascuno di essi sentiva
la mancanza dell'altra met, i semiuomini
cercavano i semiuomini, le semidonne
desideravano le semidonne, e la met maschile
degli androgini correva dietro, disperatamente,
alla met femminile. Insomma, per ritrovare la
felicit perduta, ognuno di loro non vedeva l'ora
di riunirsi con l'anima gemella. Ed appunto
questa smania che si chiama Amore. (189 a193 c)
Dopo Aristofane prese la parola Agatone.
L'intervento del padrone di casa apparteneva al
genere in cui la forma prevale sui contenuti. In
altre parole, Agatone non disse nulla
d'interessante: bad solo a impreziosire il
discorso con fronzoli, iperboli e frasi a effetto, le
stesse, probabilmente, con le quali aveva vinto
le gare il giorno prima. Ciononostante, un lungo
applauso lo premi alla fine. Agatone si alz in
piedi per ringraziare, e subito dopo Socrate
(l'unico a non aver applaudito) prese la parola.
Lo sapevo che sarei stato messo in crisi dalla
bravura di Agatone! esord il filosofo, con una
smorfia di disappunto. Ascoltandolo mi
sembrava di udire i virtuosismi di Gorgia e poco
ci mancato che non me ne scappassi via dalla
vergogna. Nella mia ingenuit, infatti, pensavo
che ognuno di noi dovesse limitarsi a dire il vero
e non gi che fosse obbligato a fare l'apologia
dell'Amore, magari raccontando delle frottole.
Adesso non vi aspettate da me un secondo
panegirico, se non altro perch non lo saprei
fare. Posso solo provare a dire la mia verit
sull'argomento.
Che Agatone abbia parlato in modo sublime
vero lo contest Eurissimaco, ma che tu, o
Socrate, sia in imbarazzo, non lo credo
nemmeno se me lo giuri su tutti gli Dei. Parla,
ordunque, e raccontaci la tua verit!
A istruirmi sulle cose d'Amore continu
Socrate fu una donna della Mantinea; si

chiamava Diotima. Ella mi disse che Amore non


era un Dio ma un dmone, come dire qualcosa a
met tra un Dio e un mortale, e che non era n
bello, n brutto, n sapiente, n ignorante.
A me sembra che tu stia bestemmiando!
esclam Agatone. Come fai a dire che Amore
non un Dio?!
Cos disse Diotima si scus Socrate, come a
precisare: non sono io che lo affermo. Pare che
il giorno in cui nacque Afrodite, gli Dei abbiano
tenuto sull'Olimpo un grande banchetto e che
fra i tanti invitati ci fosse anche Poros, il Dio
dell'Espediente o, se preferite, dell'Arte di
arrangiarsi. A questa festa accaddero molte
cose: arriv Pena, la Povert, ma non la fecero
entrare perch era troppo malvestita, e lei rimase
fuori della stanza del banchetto nella speranza di
rimediare qualcosa, un avanzo o una coscetta di
pollo. Poros esager nel bere: a un certo punto,
completamente sbronzo, usc all'aperto e, fatti
appena due passi, croll al suolo. Al che Pena,
vedendoselo davanti lungo disteso, pens bene
di approfittarne. "Io sono la Dea pi povera,
questo Poros, il pi furbo di tutti gli Dei: chiss
che accoppiandomi con lui non riesca a
migliorare la mia sorte!" E dall'unione della
Povert con l'Arte di arrangiarsi nacque
l'Amore. (201 d-203 b)
Un lungo mormorio segu le parole del vecchio
filosofo. L'uditorio si fece ancora pi attento:
voleva saperne di pi di questo Amore, cos
diverso da tutti quelli che fino allora erano stati
descritti dai presenti. Socrate se la prese con
calma: bevve un lungo sorso di vino, poi si
guard intorno, quasi meravigliato di aver
suscitato tanto interesse con il racconto di
Diotima, quindi cominci a descrivere il figlio di
Poros e Pena.
Amore non n bello, n delicato, come
pensano molti, ma al contrario, a somiglianza
della madre, duro, scalzo, vagabondo, uso a
dormir nudo e sulla nuda terra, sui pianerottoli
delle case e per le strade, abituato a trascorrere
le notti all'addiaccio e sempre in compagnia della
miseria. Inoltre, come suo padre, anche
insidiatore dei belli e dei nobili, sempre pronto a
escogitare trucchi di ogni tipo, curiosissimo di
apprendere, inventare trappole, dedito a
filosofare, terribile ciurmatore, stregone,
sofista''' (203 d)
Ebbene, ditemi se questo non il ritratto
preciso dello scugnizzo napoletano immortalato
da Sommer nei suoi dagherrotipi verso la fine
dell'Ottocento! Nudo, uso a dormir per terra,
ricco di trappole, insidiatore dei ricchi e dei
nobili. La descrizione di Socrate, per, non
riusc a soddisfare il gusto oleografico dei
commensali, e il primo a protestare fu proprio
Fedro, il pi giovane di tutti.
Come possibile, o Socrate, che Amore non

sia bello?! chiese il ragazzo.


Tu stesso l'hai detto, o Fedro: Amore chi
ama, non chi amato. Solo chi amato ha
bisogno di essere bello. Chi ama, invece, ne pu
fare a meno, e siccome il Bello pu identificarsi
col Bene, chi vuole il Bello desidera anche il
Bene, e potr essere felice solo quando lo avr
trovato. Scopo dell'Amore la procreazione del
Bello.
Vuoi forse dire chiese ancora Fedro che se
io desiderassi il Bello, lo potrei anche generare?
Certo che lo puoi, e genereresti
contemporaneamente sia il Bello che il Bene!
rispose Socrate infervorandosi. Tutti gli uomini
desiderano diventare immortali. Ma come
riuscirci? $ semplice: partorendo il Bello e il
Bene. Ognuno fa di tutto per assicurarsi
l'immortalit: c' chi la cerca attraverso la gloria,
chi s'illude di ottenerla accoppiandosi a una bella
donna, e chi, fecondo nell'anima, lascia tracce di
s nelle opere d'ingegno. Ebbene, questa la
strada giusta: cominciare dalle bellezze del corpo
per poi elevarsi, un gradino alla volta, fino a
raggiungere il Bene Assoluto. (206 c-211 c)
Considerare l'Amore come il frutto dell'unione
della povert con l'arte di arrangiarsi
un'intuizione eccezionale. Basta darsi una
guardatina intorno per rendersi conto: il dialogo,
la solidariet umana, il bisogno di agor, il
dividersi ogni giorno le gioie e i dolori, sono tutte
prerogative dei popoli poveri, cos come la
privacy figlia naturale della ricchezza. Non
appena una comunit raggiunge un alto reddito
pro capite, ecco far capolino la difesa strenua
del benessere gi raggiunto: ognuno si chiude
nel suo bunker, comincia a diffidare del vicino di
casa e prova persino un senso di fastidio ogni
volta che lo incontra in ascensore. Visto da
questa angolazione, il Simposio anticipa di
quattrocento anni il Vangelo e, in particolare, il
paradosso del cammello e della cruna dell'ago.
Per quanto riguarda poi il collegamento tra il
Bello e il Bene, Platone considera l'Amore al pari
di un ascensore che pi sale e pi trova inquilini
di prestigio: al primo piano incontra l'amore
fisico, al secondo quello spirituale, al terzo l'arte,
e poi via via la giustizia, la scienza e la vera
conoscenza, fino ad arrivare al piano attico dove
abita il Bene Assoluto.
Socrate aveva appena finito di parlare quando
si ud un frastuono assordante provenire dalla
strada, poi un insistente bussare al portone e
subito dopo la voce di una donna, forse una
flautista, che chiedeva di entrare. Agatone
ordin agli schiavi:
Ragazzi, andate a vedere chi : se qualcuno
dei nostri, fatelo entrare, in caso contrario ditegli
che siamo andati tutti a dormire.
Ed ecco la voce di Alcibiade risuonare nel
vestibolo: completamente brillo, la flautista lo
sorregge per non farlo cadere. Dietro di lui un
gruppo festante di compagni di baldoria urla a
pi non posso.

Salute, o amici esord Alcibiade, e se


accettate la compagnia di un ubriaco, del tutto
fradicio, eccomi a voi: io sono qui per incoronare
il mio amico Agatone, eccelso fra i poeti e
bellissimo fra gli amici!
Cos dicendo Alcibiade cerc di sfilarsi dal capo
una corona di alloro per appoggiarla sulla testa di
Agatone. Ma siccome barcollava, l'operazione
non gli riusc al primo colpo, e questo gli imped
di vedere Socrate seduto accanto ad Agatone. Il
padrone di casa lo invit ad accomodarsi e solo
allora il giovanotto si accorse del maestro.
Tu qui, o Socrate, e proprio accanto al pi
bello della compagnia! Per Ercole: le inventi
davvero tutte pur di sdraiarti al fianco di chi
desideri!
E Socrate, rivolgendosi ad Agatone:
Se puoi, o Agatone, cerca di aiutarmi, giacch
costui diventato per me un problema: dal
giorno in cui nata tra me e lui una storia
amorosa, non mi pi permesso posare gli occhi
su nessun altro. Mi fa mille bizze, mi ingiuria in
pubblico e a volte non riesce nemmeno a
trattenere le mani. Bada che anche ora non si
scateni, e se diventa violento, difendimi per
cortesia, giacch l'esaltazione e la follia amorosa
di Alcibiade non conoscono limiti! (212 e-213
d)
A questo punto Eurissimaco, noto
propugnatore dell'Armonia, fece un timido
tentativo per ammansire Alcibiade.
Ascoltami, o Alcibiade, mio giovane amico:
prima del tuo arrivo, decidemmo di bere e nel
contempo di render gloria al Dio Amore nel
miglior modo possibile, cominciando a parlare dal
lato destro della tavolata. Ebbene, al punto in cui
siamo, tutti abbiamo bevuto e parlato, e l'ultimo
a parlare stato proprio Socrate. Ora, se non
erro, tu hai gi abbondantemente bevuto: non ti
resta quindi che dire la tua. (213 e)
Quanto segue, signori miei, di sicuro la parte
pi bella del Simposio. Al di l, infatti, del
contesto omosessuale (che magari potrebbe
anche infastidire qualcuno), l'amore che
Alcibiade nutre per il suo maestro
commovente.
Vi accontento subito esord Alcibiade a
bassa voce, ma se per caso, o Socrate, mi
capitasse di raccontare qualcosa su di te che
non fosse vera, smentiscimi pure senza timore in
presenza di tutti, giacch di proposito non
intendo dire menzogne. (214 a)
Alcibiade fece una lunga pausa per poter
ancora di pi accentrare su di s l'attenzione dei
presenti, poi, indicando Socrate, riprese:
Lo vedete quest'uomo? Prover a farne
l'elogio per immagini: lui somigliantissimo a
quei sileni esposti nelle botteghe degli scultori,

raffigurati in genere mentre stanno soffiando nel


flauto. E forse pi di tutti rassomiglia a Marsia, il
sileno nemico di Apollo: che lo sia d'aspetto,
nemmeno Socrate potrebbe negarlo, ma che lo
sia anche per il resto lo affermo io. E infatti
insolente come Marsia (e che non si azzardi a
negarlo se non vuole che lo metta a confronto,
subito, con dei testimoni). $ pi flautista di
Marsia: quello almeno incantava gli uomini con la
musica, lui invece si serve della parola. Pensate
che, quando l'ascolto, molto pi che ai coribanti
mi batte il cuore. Ho ascoltato Pericle e gli
oratori che vanno per la maggiore, e se me ne
chiedete un giudizio non ho difficolt ad
ammettere che sono bravissimi, ma solo in
presenza di Socrate ho sentito l'anima ballarmi
dentro e le lacrime sgorgare spontanee per
effetto delle sue parole. A volte, facendomi
violenza, ho distratto le orecchie dal suo parlare
e, come con le Sirene, ho trovato scampo nella
fuga. Spesso, infine, mi sono sorpreso a
desiderare che non fosse pi tra i vivi, pur
sapendo che, se ci accadesse, ne resterei
sconvolto. E lui? Lui niente. Lui non se ne
importa. Lui va diritto per la sua strada. Sappiate
che se uno bello per lui non significa nulla, n
gli importa se uno ricco o possiede una di
quelle doti che sono ambite da tutti. Un giorno,
illudendomi che gradisse la mia bellezza, mi
reputai fortunato e per compiacerlo mi misi ad
ascoltarlo in silenzio. Era presente uno dei miei
servi e lo mandai via di corsa. Pensavo che
prima o poi mi avrebbe fatto uno di quei discorsi
che in genere gli amanti fanno al loro amore non
appena si trovano soli, ma lui non disse nulla:
discorse con me come al solito e, una volta
terminata la giornata, mi salut e and via.
Allora io l'invitai in palestra a far ginnastica
insieme, sempre sperando che almeno l
avremmo combinato qualcosa. Ebbene, non ci
crederete, ma facemmo ogni tipo di esercizio,
anche quelli pi coinvolgenti: lottammo l'uno
avvinghiato all'altro senza che per questo
accadesse nulla di significativo. Accortomi allora
che non riuscivo a concludere nulla, lo invitai a
cena a casa mia, proprio come fa un amante che
tende una trappola all'amato. Ma neppure il bere
e il mangiare insieme lo smosse pi di tanto;
allora io, fattomi coraggio, dopo un'ennesima
cena lo invitai a restare, a parlare e a bere fino a
notte inoltrata, e quando volle andarsene, lo
convinsi a dormire con me col pretesto che
ormai era troppo tardi per uscire. Riposammo
l'uno accanto all'altro, nel mio letto. Nella stanza
non c'era nessuno: eravamo soli''' Ora, se
racconto queste cose perch vedo qui intorno
tanti miei compagni di sventura, vedo Fedro,
Pausania, Agatone, Aristodemo, tutti
accomunati dallo stesso delirio e dall'entusiasmo
dionisiaco per la filosofia''' Come stavo dicendo,
quando spensi il lume e i servi furono usciti, mi
parve che non fosse pi il caso di far troppe
cerimonie, e allora gli rivelai sinceramente le mie
intenzioni:

"Dormi, o Socrate?"
"No" mi rispose.
"Sai cosa ho pensato?"
"Che cosa?"
"Ho pensato che sei l'unico amante, che
potrei avere, degno di questo nome, eppure, non
so perch, esiti a dichiararti! Ora, io ritengo che
non vi sia nulla di pi importante che il cercare di
diventare migliori, e sono altres convinto che
nessuno pi di te potr aiutarmi a raggiungere
questo obiettivo."
Ebbene, cosa credete che mi abbia risposto?
Prima si fatta una risatina delle sue, e poi, con
quell'aria finta ingenua che gli solita, mi ha
detto:
"Mio caro Alcibiade, se ho ben capito, tu
vorresti barattare la tua bellezza, fatta di forme,
con la mia bellezza, fatta di contenuti. In pratica
come se un mercante mi chiedesse di
scambiare l'oro con il rame. Allora io, a mia
volta, ti chiedo: ma non ti sembra di voler
guadagnare un po' troppo a spese mie?"
A queste parole non mi trattenni: lo coprii con
il mio mantello (era d'inverno) e tentai di
abbracciarlo, ma lui mi respinse. Insomma,
amici, dormii con Socrate e mi levai al mattino
n pi n meno che se avessi dormito con mio
padre o mio fratello. E ora eccomi ridotto alla
stregua di uno schiavo, costretto come nessuno
mai a girargli intorno. Consideratemi pure
ubriaco per quello che ho detto, ma non dubitate
della mia sincerit. Queste parole le dedico a te,
o Agatone, affinch almeno tu non ti faccia
ingannare come me, ma anzi, reso edotto dalle
mie sventure, te ne stia sempre in guardia!
Non mi sembri affatto ubriaco, o Alcibiade
replic Socrate, come al solito sornione, anzi, a
mio avviso sei lucidissimo, dal momento che hai
fatto tutto questo lunghissimo discorso,
apparentemente sconclusionato, solo per
raggiungere lo scopo che ti eri prefisso, e cio
quello di mettere zizzania tra me e Agatone!
Hai perfettamente ragione, o Socrate
esclam Agatone, alzandosi di scatto per poi
andarsi a sedere alla destra del filosofo, non a
caso infatti Alcibiade si voluto sedere giusto
tra noi due. Ma io non gliela dar vinta e mi
sdraier di nuovo al tuo fianco! (214 a-222 e)
Questi erano i Greci del Simposio.
(da: I miti dell'amore)
Iii
La Repubblica
Supponiamo che un lettore qualsiasi, senza
saper nulla di filosofia, prenda in mano la
Repubblica di Platone e ne legga i primi cinque
libri: a lettura ultimata, che idea si sar fatta del
suo autore? Che un fetentone tremendo,
paragonabile a Hitler, Stalin e Pol Pot. Ma allora
come spiegare il successo che ha sempre avuto
nel mondo? Calma e gesso, dicono i giocatori di
carambola: leggiamoci prima il dialogo e poi ne

parliamo.
La Repubblica comincia con una riunione di
amici in casa di Cefalo. Sono presenti
Polemarco, Eutidemo, Glaucone, Trasimaco,
Lisia, Adimanto e altri signori. Tema del giorno:
Che cos' la giustizia.
Cefalo il primo a parlare: per lui giustizia vuol
dire pagare i debiti, per Polemarco far bene
agli amici e male ai nemici e per Trasimaco
l'utile del pi forte. E fin qui, grazie a Dio, c'
solo una certa confusione di idee. Poi per
interviene Socrate e il discorso si fa ancora pi
equivocabile. In effetti, alcuni concetti base,
come giustizia e democrazia, avevano per i Greci
un significato del tutto diverso da quello che poi
assumeranno ai giorni nostri, per cui certe
affermazioni di Platone, lette oggi, possono
sembrare reazionarie. Tanto per capire come
stanno le cose, noi, eredi della Rivoluzione
francese, pensiamo che la giustizia sia
soprattutto galit, ovvero uguaglianza dei
diritti dei cittadini, mentre per Platone e
compagni coincideva con l'ordine, e come tale la
si poteva ottenere solo quando ognuno faceva
il proprio dovere senza interferire in quello degli
altri. (52) Comunque, ecco qui di seguito alcuni
stralci della Repubblica, nello stile di Selezione
dal Reader's Digest.
Per capire che cos' la giustizia dice Socrate
proviamo ad assistere alla nascita di uno
stato.
Proviamo acconsentono tutti.
Secondo me prosegue il filosofo uno stato
nasce perch ciascuno di noi non basta a se
stesso. L'uomo ha tanti bisogni, cos tanti che
pi uomini sono costretti a vivere insieme per
aiutarsi l'un l'altro. A questa convivenza noi
daremo il nome di stato.
Senza dubbio concordano i presenti, che da
questo momento in poi avranno solo il ruolo di
spalla.
Ora, il primo dei bisogni il cibo, il secondo
l'abitazione, il terzo il vestiario e cos di seguito.
Nel nostro stato allora ci sar bisogno di un
agricoltore, di un muratore, di un tessitore e poi
magari anche di un calzolaio. Ciascuno si
specializzer nel proprio lavoro, producendo per
s e per gli altri, giacch, per raggiungere la
massima efficienza, necessario che ciascuno
faccia il proprio mestiere e non il mestiere degli
altri. Ogni categoria per avr bisogno anche di
attrezzi per poter lavorare: di aratri, di cazzuole e
di cesoie, e quindi di carpentieri, di fabbri e di
tanti altri artigiani. Come vedete, pi parliamo, e
pi il nostro stato diventa popoloso.
In verit, o Socrate, gi molto popoloso.
Ma la produzione interna potrebbe anche non
bastare continua Socrate, nel qual caso
dovremmo ricorrere a scambi con gli stati vicini,
e per far questo avremo bisogno di commercianti
abili ed esperti. E infine di marinai, di piloti e
comandanti per i trasporti via mare. Poi, dal
momento che a nostra volta riceveremmo la

visita di commercianti stranieri, avremo bisogno


di persone che sappiano fare da intermediari tra
costoro e i nostri agricoltori. (369 a-371 e)
Insomma, pian pianino Platone fa inventare al
suo Socrate una comunit operosa. Ovviamente,
come al suo solito, prende il discorso molto da
lontano, anche perch in Grecia se c'era
qualcosa che non mancava era il tempo.
Questa volta Glaucone a parlare.
Purtroppo, o Socrate, elencando i bisogni
dell'uomo, tu hai parlato solo di cibo, di vestiario
e di abitazione, limitandoti a desiderare il minimo
indispensabile. Forse, se avessi dovuto
progettare uno stato di porci, non li avresti
nutriti in modo diverso!
E cosa mi consigli?
Di tener conto delle abitudini in uso presso la
gente dabbene: bei letti dove sdraiarsi, pasticcini
di fichi'''
Ho capito, Glaucone, tu vorresti uno stato
gonfio di lusso, dove ci siano profumi, incensi ed
etere. E dimmi: ti piacerebbe che ci fossero
anche imitatori, musici, rapsodi, poeti, valletti,
attori, impresari, coruti e fabbricanti di monili e
suppellettili, soprattutto per accontentare le
nostre donne?
E perch no?
Perch in tal caso risponde Socrate avremo
bisogno di un territorio pi vasto per nutrire tutti
questi abitanti, e saremo costretti a sottrarlo ai
nostri vicini. E anche loro, se saranno avidi come
noi, vorranno prendersi una parte del nostro
territorio.
E allora come andr a finire?
Che scoppier una guerra tra noi e i nostri
vicini, e che avremo bisogno di soldati, bene
addestrati, per difenderci e aggredire.
Non potranno bastare i cittadini da soli?
No, se valido il principio che abbiamo
accettato fin dall'inizio: che ognuno faccia il suo
mestiere e non quello degli altri. (372 d-374 a)
E cos Platone, dopo aver definito l'agricoltura,
l'artigianato e il terziario, inventa anche il militare
di carriera.
Questi soldati, che chiameremo i custodi dello
stato, dovranno essere miti con i compagni e
duri con i nemici.
E come possibile, o Socrate, trovare uomini
con un carattere mite e coraggioso nel
medesimo tempo?
Formandoli con la musica e la ginnastica.
Nella musica fai rientrare anche le
composizioni letterarie?
Tutto quello che dipende dalle Muse
musica risponde Socrate, a eccezione delle
favole false.
Di quali favole intendi parlare?
Di quelle di Omero, di Esiodo e di altri poeti.
Cosa trovi in essi, o Socrate, di criticabile?
Il fatto che mostrino gli Dei e gli eroi con tutte
le nostre debolezze, che ci parlino di divinit

spergiure e sopraffatte dall'ira, di eroi che


piangono e di Dei che ridono'''
Di Dei che ridono?!
S, che ridono ribadisce Socrate, giacch
disdicevole essere troppo facili al riso e non si
pu approvare chi, come Omero, scrive versi del
genere: "Inestinguibili risate scoppiarono tra i
numi beati / come videro Efesto in faccende girar
per la casa". Ora io penso che queste cose,
anche se vere, non dovrebbero mai essere
raccontate ai bambini o alle persone immature,
ma sarebbe opportuno tacerle o al massimo farle
conoscere a un numero ristretto di persone,
dopo aver sacrificato agli Dei una vittima di raro
pregio e grandi dimensioni. (374 a-377 a)
Con questo invito alla censura termina il
secondo libro della Repubblica. Nel terzo si
precisa quale musica e quale ginnastica
occorrano per educare i custodi. Niente melodie
ioniche o lidie, tipo Core 'ngrato tanto per
intenderci, che potrebbero produrre combattenti
smidollati, ma marce militari, doriche o frigie,
che possano infondere coraggio e amore verso la
patria. Attenzione, per: anche un'educazione
basata solo sulle arti marziali potrebbe risultare
pericolosa; finirebbe infatti col formare non
uomini pensanti, ma belve, incapaci di
persuadere gli altri uomini con la forza della
parola.
Ci detto, si entra nel vivo del discorso: alcuni
dei guardiani saranno pi bravi a comandare e
altri a essere comandati. Una volta scelti i primi,
avremo tre classi di individui: quelli che
comandano (i filosofi), quelli che combattono (i
soldati) e quelli che lavorano (gli agricoltori e
tutti gli altri). La Repubblica di Platone quindi
uno stato con una serie A, una serie B e una
serie C di cittadini, nel quale chi nasce in una
categoria finisce, con ogni probabilit, col
rimanerci per tutta la vita, a meno che non
venga promosso per meriti speciali o retrocesso
per demeriti.
Quando lo si fa a fin di bene precisa Socrate
lecito ricorrere alle menzogne. Noi dunque
diremo ai nostri cittadini: siete tutti fratelli, ma la
divinit, mentre vi plasmava, ha mescolato
dell'oro in quelli che erano destinati a
comandare, dell'argento negli ausiliari e del
bronzo nei lavoratori.
E se un giorno un cittadino di una classe
superiore si accorgesse di avere un figlio fatto di
bronno, cosa2dovrebbo fare?
Inserirlo senza piet tra i lavoratori, cos
come, reciprocamente, se da costoro nascesse
un figlio con chiare tracce d'oro e d'argento,
sar compito dei custodi sottrarlo ai genitori per
elevarlo al rango dovuto.
E diventerebbe ricco?
Nient'affatto risponde Socrate, nessuno dei
guardiani, sia esso filosofo o soldato, dovr mai
avere sostanze personali. Solo il popolo potr
continuare a possedere propriet terriere. Per

quanto riguarda invece il cibo, i custodi


riceveranno tutto quello che sar necessario al
loro benessere. Vivranno in comune e
prenderanno i pasti insieme, come se si
trovassero in caserma.
E non pensi che cos vivendo sarebbero
infelici? chiede Adimanto. Pur avendo in
pugno lo stato, non ne potrebbero ricavare alcun
profitto, n essere generosi con le etere o avere
case belle e spaziose.
Il fatto , mio caro Adimanto, che lo scopo
che ci siamo prefisso non quello di rendere
felice una classe o un individuo, ma tutto lo
stato nel suo insieme. Tieni conto che la grande
ricchezza e l'estrema povert rendono l'uomo
infelice, in quanto l'una produce lusso, pigrizia e
moti rivoluzionari, e l'altra grettezza, lavoro
scadente e moti rivoluzionari.
Ma in tutti gli stati che conosco esistono
ricchezza e povert!
S replica Socrate, perch invece di essere
stati unitari, sono costituiti da due classi, quella
dei ricchi e quella dei poveri, l'una nemica
dell'altra, come nel gioco delle pleis. (53)
(414 b-422 a)
Dalla giustizia sociale, Platone passa alla
giustizia nel singolo individuo, che ha tre anime,
cos come lo stato ha tre classi di cittadini.
In ciascun individuo dice Socrate ci sono tre
anime fra loro diverse: la prima, che serve a
ragionare e che chiamer razionale, la seconda
(passionale) che lo rende intrepido e la terza che
gli fa desiderare l'amore, il cibo e l'acqua, e che
chiamer appetitiva. Ora, per mostrare come
queste tre anime si comportino, vi racconter un
aneddoto: un giorno Leonzio, figlio di Aglaione,
stava salendo dal Pireo, quando vide alcuni
cadaveri appena deposti dal boia. Un po' il
giovanotto moriva dalla voglia di guardare e un
po' aveva paura di farlo; finch, vinto dal
desiderio, li osserv e disse: "Eccoli a voi, occhi
sciagurati, saziatevi pure di questo bello
spettacolo!". In quel caso l'anima intrepida si era
alleata con l'appetitiva contro la razionale.
Ebbene, perch ci sia giustizia necessario che il
coraggio (la classe dei soldati) sia sempre al
servizio della razionalit (la classe dei filosofi) e
mai degli appetiti (il popolo). (439 d-440 a)
A questo punto Socrate fa per andar via, ma
Adimanto lo afferra per la tunica e lo trattiene.
A nostro avviso, tu ci derubi di una parte del
discorso. Hai creduto di cavartela dicendo che
tra i custodi viene messo tutto in comune, anche
le donne; ma in che modo si attuerebbe questa
comunanza?
Non facile affrontare simili discorsi
risponde Socrate alquanto imbarazzato, la
soluzione che propongo, amici carissimi,
inconsueta e le mie parole potrebbero sembrare
un'utopia.

Non esitare, o Socrate, dal momento che


quelli che ti ascoltano non sono n increduli, n
ostili.
Allora seguitemi: supponiamo di considerare le
donne pari agli uomini'''
Come sarebbe a dire pari?
In grado di svolgere le stesse funzioni dei
custodi, in modo che l'unica differenza esistente
stia nel fatto che le prime sono pi deboli e i
secondi pi vigorosi'''
Ma impossibile'''
''' e diamo loro la stessa educazione che
abbiamo riservata ai custodi, ovvero la musica e
la ginnastica.
Sarebbe davvero ridicolo!
Che cosa ci trovi di tanto ridicolo? chiede
Socrate alzando la voce. Che le donne facciano
la ginnastica nude insieme agli uomini? E come
vuoi che possano essere d'aiuto allo stato, se
prima non le istruisci a dovere?
D'accordo, ma questa tua idea dirompente
come un'ondata che si abbatte sulle nostre
abitudini.
Se ti sembra gi alta la prima ondata, sta ora
attento alla seconda.
Ti ascolto, o Socrate.
Queste donne, come dicevo, saranno date agli
uomini, tutte a tutti e nessuna a uno soltanto.
Anche i figli saranno allevati in comune, in modo
che non ci sia genitore che possa riconoscere i
propri.
E con quale criterio si accoppieranno uomini e
donne?
I migliori con i migliori, i peggiori con i
peggiori, e per non avere proteste da parte di
questi ultimi, faremo finta di ricorrere a un
ingegnoso sorteggio, cos che per ogni
accoppiamento sgradito l'unica colpevole sar la
sorte. Ripeto che anche le bugie possono essere
lecite, se vengono dette per nobili scopi.
E i figli?
Quelli dei migliori verranno allevati in un nido
d'infanzia dalle madri col seno pi turgido,
escogitando un sistema affinch nessuna possa
riconoscere la propria creatura. Quelli dei
peggiori, invece, verranno ospitati in un luogo
segreto e celato alla vista. (54)
E con quali vantaggi?
Non riuscendo a identificare la prole, i custodi
non potranno anteporre la famiglia allo stato e
nessun giovane oser mai colpire un anziano nel
timore che si tratti del proprio genitore. Per
quanto concerne la guerra, i giovani pi dotati
fisicamente verranno portati sul campo di
battaglia perch possano assistere agli scontri.
Monteranno cavalli veloci per mettersi in salvo in
caso di sconfitta. Impareranno ad ammirare i
soldati coraggiosi e a disprezzare i vigliacchi. Chi
di loro combatter dando prova di valore, verr
incoronato dai suoi stessi compagni e, per tutta
la durata della spedizione, potr far l'amore con
chi vorr, femmina o maschio che sia, e nessuno
potr rifiutarsi. (449 c-468 c)

Siamo arrivati pi o meno a met dialogo:


fermiamoci un attimo e, prima di accusare
Platone di apologia di nazismo, mettiamoci nei
suoi panni.
La Grecia, a quei tempi, era una regione
montuosa con tante piccole citt, isolate l'una
dall'altra e quasi sempre nemiche tra loro, al
punto che l'essere invasi da uno straniero
spesso voleva dire morte per i maschi adulti e
schiavit per donne e bambini. Sopravvivenza, in
Grecia significava alte mura cittadine,
un'Acropoli ben situata e un esercito valido.
Appena ventenne, Platone assist alla sconfitta
di Atene a opera di Sparta. Il generale Lisandro,
dopo aver distrutto l'esercito ateniese, fece
abbattere le Lunghe Mura e, fatti fuori i
democratici, mise al loro posto gli oligarchi che
subito ne approfittarono per instaurare un regime
di terrore. $ naturale che in quel frangente il
filosofo abbia avvertito un forte bisogno di
ordine o, come lo chiamava lui, di giustizia.
Ebbene, il modello politico a cui ispirarsi non
poteva essere che quello del vincitore. Il mitico
Licurgo, l'inventore del comunismo spartano, gli
sar sembrato una specie di Mao Tse-tung da
seguire con fiducia.
Ecco perch, dovendo progettare uno stato,
Platone se lo immagina piccolo, attorniato da
nemici e tutto raccolto intorno alla plis. I suoi
cittadini ideali li vede amanti della collettivit e
non del privato. Perci, quando fissa le
dimensioni territoriali della Repubblica, non esce
dai confini del circondario di Atene. Mai, nella
pur lunga trattazione, riesce a ipotizzare un
impero di vaste proporzioni. D'altra parte
Alessandro Magno non era ancora venuto a
mostrare come un pollaio di trib turbolente
potesse diventare un unico popolo.
C' poi un altro problema: dove situare uno
stato ideale? Platone manifesta una certa
diffidenza verso il mare. Nel dialogo Leggi (55)
dice testualmente: Il mare una realt
piacevole da vivere giorno per giorno, ma alla
lunga diventa una vicinanza amara e salata,
giacch riempie la citt di traffici e di piccoli
affari, introducendo nei cittadini i germi
dell'incostanza e della falsit. In altre parole,
mentre l'agricoltore un brav'uomo che produce
solo quel tanto di cui ha bisogno, o al massimo
quello che gli serve per fare dei baratti, il
commerciante non fa altro che arraffare denaro.
I prodotti della terra, in quanto facilmente
deperibili, si oppongono all'accumulo, il denaro
invece si presta a essere conservato e procura
inappagamento e infelicit. E siccome a
quell'epoca il commercio veniva praticato
esclusivamente via mare, essendo l'Attica priva
di strade confortevoli, una citt marinara era
anche un centro commerciale e, come tale, un
luogo poco sereno. (56) Platone, nel suo
progetto ideale, arriva a fissare perfino una
distanza di sicurezza dal mare: quattordici
chilometri e settecento metri; (57) non
chiedetemi il perch.

Nella storia del pensiero occidentale, a causa


del dialogo Repubblica, Platone ha avuto molti
critici: primo fra tutti il filosofo austriaco Karl
Popper che, associandolo a Hegel e a Marx,
finisce col definirlo un nemico della libert o,
come dice lui, della societ aperta. Popper in
particolare accusa l'ateniese di essere l'ispiratore
di tutti i totalitarismi e cita per esteso quei brani
dove Platone si scaglia contro la democrazia.
(58) Il difetto principale di Popper sta nel
giudicare Platone con il senno di poi (cio di
oggi) e non con il senno del Iv secolo avanti
Cristo. In effetti Platone non era n per la
dittatura, n per la democrazia, ma giudicava
migliore l'una o l'altra a seconda di chi si trovava
sul ponte di comando; quando fa l'elenco dei
regimi politici, in ordine d'importanza, ne cita sei
e mette al primo posto il governo di un solo
uomo (la monarchia, il filosofo-re, praticamente
lui stesso, anche se non lo dice), poi quello dei
pochi (l'aristocrazia) e infine quello dei molti (la
democrazia): questo quando i governanti sono
buoni. Se invece sono dei farabutti, capovolge la
graduatoria e mette in testa il regime dei molti
(la demagogia), al secondo posto quello dei
pochi (l'oligarchia) e per ultimo la tirannia. (59)
Per le stesse ragioni per cui criticato da
alcuni, Platone amato da altri. Spesso per si
tratta di amore interessato, come quando si
cerca di usare il suo prestigio per avallare una
propria tesi reazionaria. In altre parole, poter dire
Guarda che lo ha detto pure Platone! fa
sempre effetto. Una volta, durante i giorni
burrascosi del '68, mi capit di vedere in
cornice, nello studio di un dirigente d'azienda,
questa frase di Platone: Quando un popolo,
divorato dalla sete di libert, si trova ad avere a
capo dei coppieri che gliene versano a volont,
fino a ubriacarlo, accade che, se i governanti
resistono alle richieste dei sempre pi esigenti
sudditi, son dichiarati tiranni. E avviene pure che
chi si dimostra disciplinato nei confronti dei
superiori definito un uomo senza carattere e
servo; che il padre impaurito finisce col trattare il
figlio come suo pari e non pi rispettato, che il
maestro non osa rimproverare gli scolari e
costoro si fanno beffe di lui, che i giovani
pretendono gli stessi diritti dei vecchi, e questi,
per non parere troppo severi, danno ragione ai
giovani. In questo clima di libert, nel nome della
medesima, non vi pi riguardo n rispetto per
nessuno e in mezzo a tanta licenza nasce e si
sviluppa una mala pianta: la tirannia. (60) Al
termine della lettura il dirigente mi disse: Ha
visto, ingegnere? Anche Platone la pensava
come noi! Sembra scritto oggi.
Post scriptum. Il Socrate della Repubblica
non ha niente a che vedere col Socrate di nostra
conoscenza. A mio avviso la Repubblica
un'opera pochissimo socratica. In proposito si
racconta che un giorno Platone si sia messo a
leggere, in presenza di Socrate, uno dei suoi

dialoghi e che alla fine il maestro abbia


esclamato: Ma tu guarda quante sciocchezze
mi fa dire questo giovanotto!. (61)
(da: Storia della filosofia greca, Ii)
Iv
Socrate e il paraurti
Socrate - Caro Fedro! Dove vai e da dove
vieni?
Fedro - Ero con Lisia, il figlio di Cefalo, o
Socrate: ora me ne vado fuori delle mura perch,
dovendomi comprare un'automobile usata,
desidero visitare un mercato di auto d'occasione
che, mi si dice, stato da poco aperto sulla
strada di Eleusi.
Socrate - Dal momento che hai deciso di farti
la macchina, perch non aspetti di avere pi
soldi per poterne comprare una nuova?
Fedro - Non essendo ancora pratico della
guida, preferisco imparare su un'auto usata. Tu
piuttosto, o Socrate, perch fino a oggi, pur
avendone i mezzi, non ti sei comprato una
macchina?
Socrate - Per farne cosa?
Fedro - Per andare dove meglio ti aggrada.
Socrate - E dove dovrei andare?
Fedro - Ma, non so''' all'agor, per esempio,
dal momento che abiti nel demo Alopece, e che
ogni mattina sei costretto a camminare per pi di
mezz'ora'''
Socrate - E tu pensi che a me dispiaccia tutto
questo camminare?
Fedro - Cos credo, o Socrate.
Socrate - Invece, caro Fedro, io amo talmente
il passeggiare che, se fossi molto ricco e avessi
un'auto, per non licenziare il mio autista, gli
affiderei la macchina e mi farei seguire da lui,
passo dopo passo. E poi non credi che, andando
in auto, perderei ogni possibilit d'incontrare gli
amici, di fermarmi e di parlare con loro?
Fedro - Forse quanto tu dici giusto per le
brevi distanze, ma non per le lunghe. Come
potresti, senza automobile, raggiungere in poco
tempo luoghi lontani e belli da vedere?
Socrate - Senofane, a quanto dicono, per
sessantasette anni ha girato il mondo in lungo e
in largo, spingendosi persino nella lontana Elea, e
che io sappia non ha mai posseduto nemmeno
una misera 500. Ma ammettendo, soltanto per
amore del conversare, che sia indispensabile
disporre di un'auto per visitare il mondo, mi puoi
suggerire, per cortesia, un motivo valido per
visitarlo?
Fedro - O bella! Ma per guardarsi intorno, per
godere della natura. Hai mai visto tu le alture
che circondano Pilo? I dirupi e gli abissi del
Citerone? Gli ulivi che rallegrano le campagne
della dolce Tessaglia? Vuoi forse morire senza
conoscere tutte queste gioie?
Socrate - Sii buono con me, o Fedro: io sono
appassionato dell'imparare. Cosa vuoi che
possano insegnarmi i dirupi, gli alberi e le
campagne, laddove invece ho tanto ancora da

imparare dagli uomini. E di uomini, penso che in


Atene ce ne siano gi in numero sufficiente da
non essere costretto ad andare in giro per
scovarne degli altri. Infine voglio farti partecipe
di un mio dubbio.
Fedro - Dimmi tutto senza timore.
Socrate - Io credo che gli automobilisti, come
categoria, non siano persone molto sensibili alle
bellezze naturali. Mai una volta, infatti, che ne
abbia visto uno fermarsi lungo la strada per
ammirare il paesaggio. Sembra che l'unico scopo
che hanno nella vita sia quello di percorrere, da
casello a casello, una precisa distanza in un
tempo prestabilito.
Fedro - Dici giusto, o Socrate. Ma ecco che si
avvicina Aristogamo. Egli, come tu sai, un
dirigente dell'Alfa Romeo e, in quanto tale,
potrebbe illuminarci sull'argomento.
Aristogamo - Di cosa parlate, amici, e qual il
problema su cui avete opinioni diverse?
Fedro - Io sto per acquistare un'automobile,
ritenendola indispensabile, e Socrate sostiene
che essa invece non utile a nulla.
Socrate - La riterrei utile se fossi, per
disgrazia, un paralitico e non potessi pi usare le
gambe.
Aristogamo - L'unica cosa veramente inutile,
caro Fedro, parlare con Socrate di Progresso.
Tu che conosci le sue simpatie per i cinici e per
Antistene, come puoi pensare che egli, che non
ha ancora scoperto l'uso delle scarpe, possa
accettare quello dell'automobile? Socrate non
sa, o forse non vuole sapere, che il Progresso ha
cambiato il modo di vivere del genere umano.
Socrate - Io credo che tutto quello che ha
inventato questo nuovo Dio che tu chiami
Progresso sia solo una serie di prolunghe.
L'automobile una prolunga delle gambe, il
telefono una prolunga dell'orecchio, il televisore
dell'occhio e il computer del cervello; ma
nessuno di questi nuovi marchingegni, che io
sappia, mai riuscito a cambiare l'Uomo nel suo
profondo. Passano gli anni infatti e, malgrado le
nuove prolunghe immesse sul mercato, gli
uomini continuano a comportarsi come sempre.
Non ci sono forse, ancora oggi, uomini ambiziosi
come Alcibiade, gelosi come Menelao e invidiosi
come Tieste? Quando, come spero, il Progresso
sar capace di produrre a un prezzo conveniente
anche l'Amore e la Libert, allora io, caro
Aristogamo, diventer un suo fervido seguace.
Aristogamo - Caro Socrate, tu vivi sempre
con la testa fra le nuvole. Ha ragione Aristofane
a prenderti in giro. Fosse per te, gli uomini
dormirebbero ancora sugli alberi e sarebbero tutti
coperti di peli.
Socrate - Dal momento che sottovaluti i
pericoli del Progresso, voglio raccontarti cosa mi
disse Parmenide il giorno in cui lo incontrai in
casa di Pitidoro. Sembra che un po' pi a nord di
Elea ci sia una grande citt di mare chiamata
Neapolis, molto suggestiva e molto popolosa.
Neapolis stata cos amata da Zeus che il suo
golfo, si dice, il pi bello del mondo. Alcune

isole di straordinario fascino la circondano, cos


come una collana di diamanti pu cingere il collo
di una regina di Oriente, e il cielo pi azzurro
degli stessi occhi di Glauco. Perfino Vulcano,
pare, ha contribuito a questo scenario facendo s
che una delle sue fornaci, un monte chiamato
Vesuvio, eruttasse lava per meglio conservare ai
posteri i parchi archeologici di Pompei ed
Ercolano. Per tutte queste cose Neapolis negli
ultimi due secoli stata fra le mete pi ambite di
tutti i turisti del mondo. Gli inglesi per essa
hanno coniato addirittura uno slogan: Vedi
Neapolis e poi muori, e questo per dire che non
ha senso continuare a vivere dopo aver visto il
massimo che la natura ha saputo creare.
Aristogamo - Perch ci racconti queste cose,
o Socrate, e cosa ha a che vedere la bellezza di
Neapolis con l'utilit dell'automobile?
Socrate - Se avrai pazienza, carissimo amico,
ti mostrer come questo trabiccolo con quattro
ruote, che tu chiami automobile, pu essere pi
potente di Zeus e di Vulcano messi insieme.
Fedro - Di' pure ci che vuoi, Socrate, ch noi
ti staremo a sentire.
Socrate - Come stavo dicendo, Neapolis era la
meta dei turisti e degli studiosi quando,
improvvisamente, stata cancellata dagli
itinerari di tutte le compagnie di viaggio per
colpa dell'automobile. Il traffico disordinato, il
rumore dei clacson, gli ingorghi che rendono
impossibile spostarsi velocemente da un capo
all'altro della citt, hanno fatto s che i turisti
oggi evitino di fermarsi nei suoi alberghi e
percorrano solo il tratto che va dall'aeroporto
all'imbarcadero degli aliscafi.
Aristogamo - E tu pensi che, eliminando
l'automobile, Neapolis ritornerebbe a fiorire?
Socrate - Non ho dubbi in proposito. Anche
perch Neapolis afflitta da un'altra calamit, e
cio dalla Camorra.
Fedro - La Camorra? Che cos': una malattia?
Socrate - In un certo senso, caro Fedro, una
malattia sociale, che pu persino provocare la
morte. La Camorra un'associazione di banditi
che taglieggia e terrorizza tutta la citt.
Aristogamo - E cosa c'entra la Camorra con
l'automobile?
Socrate - $ bene che tu sappia che
impossibile fare il bandito senza possedere
un'automobile, dal momento che l'epilogo di
ogni impresa criminosa pur sempre la fuga. In
altre parole non si pu rapinare una banca e poi
aspettare l'autobus. Infine, pi l'animo di un
uomo arido e incline al cattivo gusto, e pi egli
non pu fare a meno dell'automobile. Proprio nei
dintorni di Neapolis ci sono due isole che ci
danno un esempio concreto di ci che voglio
dimostrare. Queste due isole si chiamano Capri e
Ischia. La prima, per l'angustia delle sue strade,
del tutto vietata alle auto e per questo viene
frequentata da un pubblico colto e raffinato; la
seconda viceversa, pur essendo altrettanto
splendida di bellezze naturali, viene regolarmente
invasa ogni estate da una masnada di trogloditi

motorizzati che la rende inabitabile. Alla luce di


queste riflessioni, io dico che Neapolis potrebbe
risolvere, in un sol giorno, ogni suo problema
sempre che proibisse l'uso delle auto in tutto il
territorio comunale e si accontentasse dei soli
servizi pubblici: i delinquenti emigrerebbero
altrove e i turisti, non pi disturbati dai rumori
del traffico, ritornerebbero a frotte in questo
ritrovato Paradiso.
Aristogamo - Credi che anche Atene corra
questo pericolo?
Socrate - S, ne sono certo, a meno che non
si vieti fin da subito la circolazione delle auto.
Fedro - Probabilmente, o Socrate, tu dici il
vero: ma siccome io per pi di venti anni sono
stato un povero pedone e ho sempre visto gli
altri andare su e gi in automobile, ritengo
giusto, adesso che venuto il mio turno, provare
anch'io l'ebbrezza della velocit per almeno altri
venti anni, salvo poi convertirmi alle tue tesi,
una volta esercitato questo mio diritto.
Socrate - Temo, mio caro amico, che in Atene
l'ebbrezza della velocit sia un po' difficile da
provare. Non ti accorgi che ogni giorno che
passa sempre pi problematico attraversare il
centro storico?
Aristogamo - E tu che sei il pi saggio di noi,
quali accorgimenti proporresti agli strateghi del
traffico per rendere pi agile la nostra citt?
Socrate - Istituirei le corsie preferenziali per le
sole auto bene utilizzate.
Aristogamo - In che senso bene utilizzate?
Socrate - Penalizzerei gli automobilisti solitari.
Quando esco la mattina mi accorgo che quasi
tutte le auto che mi passano accanto ospitano
una sola persona: il guidatore. In pratica ogni
giorno gli ateniesi escono di casa e portano a
spasso per la citt alcune centinaia di migliaia di
metri cubi di aria. Con il mio metodo invece,
nelle zone particolarmente intasate, quelle
appunto del centro storico, io farei circolare solo
le auto con almeno tre persone a bordo. Questa
disposizione convincerebbe gli impiegati ad
allearsi fra loro e a recarsi in ufficio in gruppi di
tre, il che favorirebbe il dialogo e la
comprensione fra gli esseri umani.
Aristogamo - Temo che non farebbe altro che
favorire la nascita di una nuova professione:
quella dell'auto-accompagnatore.
Fedro - A proposito, Aristogamo, come va
che oggi sei solo e non hai con te il tuo amico
Meneandro?
Aristogamo - Sono venuto qui, al portico di
Zeus Liberatore, proprio perch ho un
appuntamento con lui.
Fedro - Avete gi un programma per il resto
della giornata, o potete restare a conversare in
nostra compagnia?
Aristogamo - No. Meneandro verr con la sua
auto, una Land Rover, per poi portarmi a Falero
a mangiare il pesce in una trattoria dove, a suo
dire, si mangia benissimo.
Socrate - Ho scorto Meneandro proprio
questa mattina mentre, in un piccolo spiazzo

accanto al tempio di Artemide, stava lavando


con uno shampoo la sua auto. Non credo che
Meneandro abbia mai avuto tanta cura per se
stesso, n per la propria moglie, la povera
Calimno. Dopo aver asciugato la macchina con
un pezzo di porpora di Tiro, egli arretrava di
qualche metro per poterla meglio contemplare,
quindi si protendeva di nuovo con dolcezza
verso ogni suo interstizio come se fosse stata
un'amante. Ho visto molti schiavi affaccendarsi
come Meneandro, ma nessun ateniese dabbene
fare altrettanto. Ogni volta che toccava l'auto
era evidente che il contatto gli procurava un
estremo piacere, simile a quello che debbono
provare i sacerdoti di Pallade quando viene dato
loro il permesso di toccare la statua della Dea.
Fedro - Molti ad Atene amano la propria auto
in questo modo, o Socrate, non vedo perch te
ne meravigli tanto.
Socrate - Mi dispiace deluderti, caro Fedro,
ma non riesco proprio a capire questo
sentimento. Confesso le mie debolezze: ammiro
il seno di Frine e posso cedere ai desideri della
carne guardando il corpo del figliuolo di Clinia,
ma non credo che potrei mai trovare una fuoristrada pi desiderabile di Frine o di Alcibiade.
Aristogamo - Ogni generazione ha i suoi
feticci, i suoi miti. Forse, carissimo Socrate, tu
sei semplicemente vecchio.
Socrate - Tu piuttosto, Aristogamo, che lavori
nell'industria automobilistica, perch non ti dai
da fare con la tua societ per migliorare questa
tremenda cosa che l'automobile?
Aristogamo - Cosa vuoi pi migliorare? Ormai
l'auto ha raggiunto il massimo della perfezione.
Socrate - Nient'affatto. Io penso che sia del
tutto sbagliata e sarei in grado di dimostrartelo,
sempre che tu abbia per voglia di ascoltarmi.
Aristogamo - Come ti ho gi detto prima,
sono qui in attesa di Meneandro. Non avendo
nulla da fare, non vedo un motivo per non
ascoltare le tue fantasticherie.
Socrate - Il maggior difetto di tutte le auto il
paraurti.
Aristogamo - Il paraurti? E perch mai?
Socrate - Perch cos come concepito non
pi uno strumento di difesa, come immagino
dovrebbe essere, ma bens uno strumento di
offesa, al punto che sarebbe pi giusto
chiamarlo provocaurti.
Aristogamo - Spiegati meglio, o Socrate!
Socrate - A mio avviso, per legge, i paraurti di
tutte le macchine dovrebbero essere posizionati
alla stessa altezza da terra proprio per svolgere
al meglio la loro funzione. Altrimenti accade che
il paraurti di un'auto offende la carrozzeria di
un'altra auto, e viene a sua volta offeso dal
paraurti di quest'ultima. Dico bene, o Fedro?
Fedro - Dici bene, o Socrate.
Socrate - Di questi argomenti se ne dovrebbe
occupare addirittura Pericle, quando viene
invitato a sedersi tra i rappresentanti dell'Onu. E
dal momento che questa organizzazione
internazionale e altre consimili nulla riescono a

combinare in materia di grandi problemi, si


occupino almeno di queste piccole cose. Il
paraurti, per far bene il suo lavoro, dovrebbe
sempre scontrarsi con un altro paraurti. In caso
contrario esso si comporterebbe come uno di
quei rostri che Caio Duilio appose alle navi
romane per meglio sconfiggere i cartaginesi. E
dal momento che dobbiamo disegnare l'auto del
futuro, consentitemi di esporre tutte le mie
innovazioni.
Fedro - Parla, o Socrate, ch le tue riflessioni
possono essere molto di aiuto a chi, come me, si
appresta proprio a comprare una macchina.
Socrate - Primo: un'auto deve disporre di soli
due posti e non deve essere pi lunga di quanto
oggi non siano larghe le altre auto, in modo da
poterla sempre parcheggiare con il muso contro
il marciapiede. Molti credono che un'auto grande
sia pi comoda di una piccola, laddove la vera
comodit di un'auto si misura dalla facilit con la
quale si riesce a parcheggiarla.
Aristogamo - E se uno deve fare un viaggio
con tutta la famiglia?
Socrate - Si chiede in primo luogo se
effettivamente deve fare questo maledetto
viaggio, dopo di che, in caso di risposta
affermativa, prende il treno o l'aereo con i soldi
che ha risparmiato comprando un'auto pi
piccola.
Aristogamo - Temo, o Socrate, che tu faresti
fallire in breve tempo l'industria dell'auto.
Socrate - Secondo: la velocit dell'auto non
dovr mai superare i sessanta chilometri orari.
Oggi vengono costruite macchine in grado di
superare i duecento chilometri l'ora. Adesso io
vorrei sapere una cosa dalle case costruttrici e
dalle autorit competenti: dal momento che le
Leggi dello stato vietano di superare i
centoquaranta chilometri l'ora, anche sulle
autostrade, in quale luogo della Terra queste
auto potranno mai sfruttare tutta la loro
potenza?
Aristogamo - Le Leggi vietano la velocit
effettiva, non quella potenziale.
Socrate - Tu sai come io la penso sulle Leggi.
Se un giorno, percorrendo l'autostrada AteneMaratona a duecento chilometri l'ora, le Leggi mi
sorpassassero e, dopo avermi fermato, mi
dicessero: O Socrate, che cosa avevi in mente
di fare viaggiando in codesto modo? Non mediti
forse, con questa tua velocit eccessiva, di
distruggere noi, le Leggi, e con noi l'intera
nazione? Sai tu che ogni anno, in questo paese,
muoiono ben ottomila persone in incidenti
automobilistici? Puoi dirci che cosa ne farai tu
adesso dei sette minuti che hai guadagnato
viaggiando a duecento chilometri l'ora?,
ebbene, Aristogamo, io ti chiedo: che cosa
risponderemmo noi a queste e ad altre simili
parole?
Aristogamo - Tu ragioni, o Socrate, sempre in
termini utilitaristici e sottovaluti il piacere del
superfluo, l'ebbrezza della velocit, il brivido
della conquista del limite, la purezza di un profilo

aerodinamico. L'auto che tu desideri un


carretto condotto da un somaro.
Socrate - Non proprio, e adesso prover a
descrivertela. L'auto, che secondo i miei
intendimenti depositata nel Mondo delle Idee
del mio allievo Platone circondata da ogni lato
da un robusto paraurti di gomma, largo venti
centimetri e spesso altrettanto.
Aristogamo - Ma codesta macchina che tu
descrivi gi esiste nella realt e la si trova negli
autoscontri dei Luna Park! Tutti si
vergognerebbero a farsi vedere su un'auto
simile!
Socrate - Ma in compenso migliorerebbe
l'umore degli automobilisti. Oggi tutti quelli che
guidano un'auto nel traffico hanno
costantemente un'espressione truce dipinta sul
volto: temono il contatto con le auto vicine e
vedono negli altri automobilisti altrettanti nemici
da cui difendersi. Con il mio cordolo di gomma,
invece, fallirebbero i carrozzieri e diminuirebbero
i costi delle assicurazioni. Potrebbe essere
addirittura divertente urtarsi l'un l'altro durante
le soste ai semafori. Ma ecco Meneandro che si
avvicina con la sua macchina.
Fedro - O Meneandro, eravamo in tua attesa e
io, in particolare, ero molto curioso di vedere la
tua auto. Dimmi tutto quello che sai di questa
macchina, in modo che io me ne possa fare
un'opinione.
Meneandro - $ una Land Rover, una fuoristrada
Socrate - Che vuol dire: fuori-strada?
Meneandro - Sta a significare che quest'auto
pu camminare agevolmente anche quando non
si trova su di una strada asfaltata.
Socrate - E fino a oggi hai molto camminato
fuori strada?
Meneandro - No, mai.
Socrate - E allora perch hai comprato una
fuori-strada?
Meneandro - Perch molto pi bella di una
macchina comune.
Socrate - Temo di non capire i giovani d'oggi.
Ma credo che, come al solito, Parmenide possa
venire in mio aiuto.
Meneandro - Anch'io provo una qualche
difficolt a capirti, o Socrate. Cosa c'entra
adesso questo Parmenide con i nostri discorsi?
Socrate - Parmenide un vecchio filosofo
italiano, mio amico, che ha la strana mania di
classificare ogni azione umana e ogni oggetto
che vede tra le cose che sono o tra quelle che
non sono. Ebbene io, anche senza interrogarlo in
proposito, sono sicuro che, se fosse qui con noi,
classificherebbe la tua Land Rover tra le cose
che non sono.
Meneandro - Vuoi scherzare? Di' al signor
Parmenide che la mia Land Rover un'auto che
sicuramente , dal momento che costa ben
quattro talenti e che tutti i giovani di Atene me
la invidiano. Infine, se gli fosse rimasto ancora
qualche dubbio, venga con me a farsi un giretto
fuori citt e gli mostrer come tiene la strada

nelle curve e come raggiunge facilmente i


centocinquanta chilometri l'ora.
Socrate - Non credo che Parmenide misuri il
valore dell'essere con i talenti e meno che mai
con la velocit. Anzi, a questo proposito,
addirittura convinto che la tua macchina non
riesca neppure a mettersi in moto. Parmenide,
infatti, nega l'esistenza del movimento.
Meneandro - Questo Parmenide deve essere
un pazzo. Se gli sei veramente amico, portalo da
Ippocrate perch lo faccia rinsavire.
Socrate - La prima domanda che ti farebbe,
se avesse modo di interrogarti, sarebbe questa:
Che cosa un'automobile?.
Meneandro - E io gli risponderei: un mezzo
di trasporto semovente munito di ruote e di
alcuni accessori utili alla manovra, come per
esempio il volante, il freno, l'acceleratore e cos
via.
Socrate - Benissimo. Ma anche una piccola
126 Fiat, che costa solo poche mine, ha tutti
questi accessori, o sbaglio?
Aristogamo - Dici il giusto, o Socrate.
Socrate - E allora perch tu, Meneandro, hai
speso quattro talenti per comprare un'auto che
ha gli stessi requisiti di un'altra macchina che
costa solo poche mine?
Meneandro - Ma che discorsi vai facendo, o
Socrate! Hanno proprio ragione quelli che ti
chiamano il pazzo di Alopece. Paragonare la
mia Land Rover a una 126! $ come dire che la
tua Santippe e la Dea Afrodite sono la medesima
donna solo perch hanno entrambe lo stesso
numero di membra! Tu non tieni conto della
bellezza, del comfort e soprattutto del prestigio
che un'auto come la Land Rover pu dare al suo
proprietario.
Socrate - Ed qui che ti aspettavo, mio
giovane amico. Ho fatto come Orione che, di
notte, si acquatta nei pressi dello stagno, per
catturare il cinghiale. In questo caso lo stagno
stato la parola prestigio. Se ho ben capito, tu
pensi che gli ateniesi, alla vista della tua Land
Rover, dovrebbero tutti esclamare: O quanto
bella questa macchina! Chi sar mai il suo
proprietario? e che qualcuno dir loro: Ma
Meneandro il padrone di questa macchina, il
magnifico e illustre Meneandro!. E cos
accadrebbe che le maggiori qualit dell'oggetto
verrebbero riflesse sul suo padrone. Ne deduco
quindi che tu hai speso quattro talenti per
sembrare migliore, ovvero per apparire agli altri
pi degno di stima.
Meneandro - E cosa c' di male nel voler
desiderare la stima del prossimo?
Socrate - Nulla, se la stima per la tua
persona, tutto il male possibile invece se la stima
indirizzata verso la tua auto. So che anche
Aristippo ha un'auto e che su di essa ha
montato un telefono'''
Meneandro - S: ha una Mercedes turbo.
Socrate - Ora io mi chiedo: cosa se ne fa
Aristippo di un telefono in macchina, dal
momento che un debosciato, che non lavora e

che vive di rendita?


Meneandro - Immagino che se ne servir per
telefonare.
Socrate - E deve telefonare per forza mentre
guida? Non pu, come tutti i mortali, fermare un
attimo l'auto e andare nel primo bar che gli
capita a tiro? $ forse Aristippo un agente di
borsa, un industriale, un medico, per il quale
ogni secondo di ritardo potrebbe essere fatale?
La verit che il telefono in macchina
sostituisce agli occhi degli altri quelle doti che
Aristippo sa di non possedere. Qui il dilemma
se sia preferibile il sembrare o l'essere e a me
pare che Aristippo abbia deciso per il sembrare.
Meneandro - Continuo a non capirti, o
Socrate. Io so solo che amo quest'auto sopra
qualsiasi altra cosa al mondo.
Socrate - E pensare che Meleto accusa me,
pubblicamente, di fabbricare nuovi Dei!
Aristogamo - Tu, o Socrate, commetti un
grave errore nel giudicare il prossimo: pensi che
tutti gli uomini dovrebbero sempre avere degli
alti ideali da perseguire e per i quali, magari,
essere disposti a sacrificare la vita. Orbene,
sappi che esistono persone semplici che, senza
fare del male a nessuno, prendono la vita come
viene, vivendola alla giornata e nutrendosi di
piccoli obiettivi. Il fatto che Meneandro in questo
momento si sia invaghito della propria auto ti
reca forse qualche danno?
Socrate - A me nessuno, ma a lui stesso
moltissimi. Il modo di vivere che tu mi descrivi
abbastanza diffuso tra gli uomini. I filosofi di
Torino lo hanno classificato come teoria del
pensiero debole. Quelli di Neapolis, che sono
meno intellettuali, e che per questo vengono
criticati, lo hanno messo addirittura in versi:
:Basta ca ce sta 'o sole / basta ca ce sta 'o
mare / 'na nenna accore accore / e 'na canzone
pe' cant / chi 'a avuto, 'a avuto, 'a avuto / e
chi 'a dato, 'a dato, 'a dato / scurdammoce 'o
passato / simme 'e Napule, pais. Ci non
toglie che una vita fatta di piccoli obiettivi
allontani l'uomo dalla felicit.
Meneandro - Io sono felice con la mia Land
Rover.
Socrate - $ la prima auto che possiedi?
Meneandro - No, prima avevo una Porsche.
Socrate - E hai amato la Porsche?
Meneandro - S, l'ho amata.
Socrate - E perch l'hai cambiata con la Land
Rover?
Meneandro - O bella! Perch trovo migliore la
Land Rover.
Socrate - E prima della Porsche, avevi un'altra
auto?
Meneandro - S, avevo una Bmw. Ma perch
continui a farmi queste domande senza
costrutto?
Socrate - Perch penso che sia pi felice un
uomo che si serve sempre della stessa auto,
magari un'utilitaria, che non un uomo posseduto
da un dmone che lo costringe continuamente a
cambiare. Tu, Meneandro, non te ne sei accorto,

ma stai versando vino in un orcio bucato. Versi


sempre e non bevi mai! Ora che hai finalmente
ottenuto la tua nuova macchina, non senti come
un vuoto dentro di te?
Meneandro - E pensi che se avessi solo una
126 sarei felice?
Socrate - Basta una piccola ciotola per bere e,
a volte, anche il cavo della mano.
Fedro - Da quanto tu dici, o Socrate, io allora
non dovrei pi comprare alcuna macchina,
perch, una volta soddisfatto il mio desiderio,
verrei subito preso da un altro desiderio ancora
pi costoso.
Socrate - L'Avere non concede tregue ai suoi
seguaci. Ciononostante, o Fedro, tu puoi
comprare lo stesso la tua auto; l'importante
che non ne divenga schiavo. Sappi comunque
che non sar certo un'automobile a farti fare il
pi importante dei tuoi viaggi: quello che,
partendo dal posto in cui ti trovi ora, raggiunge
l'interno di te stesso.
(da Oi dialogoi)
V
Socrate e gli Ufo
Socrate - Salve, Eupolemo, finalmente sei di
nuovo qui tra noi; se la memoria non m'inganna,
sono trascorsi almeno tre mesi da quando
partisti per Larissa.
Eupolemo - Tre mesi esatti, o Socrate.
L'ultimo giorno che ci siamo visti fu il quarto
delle Panatenee. Ricordo ancora che, appena
scesi dall'Acropoli, ci recammo insieme in casa
di Filosseno e che l, dopo un buon bicchiere di
Tachos, tu mi parlasti degli Dei e del Fato, e di
come il Fato fosse sempre il pi potente fra tutti
gli Dei.
Socrate - E per quale motivo questa volta ti
sei tanto trattenuto nella tua citt natale? Non
eri tu quello che accusava i Tessali di essere
tutti fannulloni e superficiali?
Eupolemo - S, ma un luttuoso evento mi ha
colpito: ho perso mio padre e ho dovuto badare
agli affari della famiglia, essendo ancora i miei
fratelli in et minore.
Socrate - Mi dispiace davvero. Accetta le mie
parole di conforto, anche se tardive.
Eupolemo - In fondo, non c' da dolersene
troppo, o Socrate: mio padre era vecchio e
aveva gi vissuto una lunga vita adeguata ai suoi
desideri.
Critone - Scusami se m'intrometto, o
Eupolemo, ma anch'io sono vecchio e anch'io ho
sempre vissuto a mio piacimento, eppure i miei
figli si dispiacerebbero a vedermi morire.
Eupolemo - Non solo i tuoi figli, o Critone, ma
tutti gli uomini giusti di Atene piangerebbero la
tua scomparsa.
Socrate - E dimmi, Eupolemo: come hai
trovato questa volta i Tessali?
Eupolemo - Sono sempre gli stessi, o Socrate,
prima s'inventano le cose e poi le giudicano
vere. Uno dei miei concittadini per esempio, un
certo Prestiforemo, giura di avere incontrato una

notte, tra gli ulivi della sua terra, un


extraterrestre in carne e ossa'''
Critone - Un extraterrestre?
Eupolemo - S, un omuncolo di colore verde
con due occhi sul davanti e due sul didietro, e
con in testa un orecchio rotante per captare i
suoni. Ebbene i Tessali, invece di canzonarlo
come avrebbe meritato, gli hanno prestato fede
e portato doni. Ora addirittura il marpione rifiuta
di lavorare la terra e preferisce vivere alle spalle
della plis, raccontando in continuazione
sempre la stessa storia. Mi stato riferito che
per due mine disposto anche a disegnare su
una tavoletta il corpo dell'alieno.
Socrate - $ singolare come tutti quelli che
hanno visto esseri di altri mondi ce li descrivano
sempre di colore verde e mai di un altro colore!
Eupolemo - Probabilmente per distinguerli
meglio da noi terrestri. A un uomo che ha visto
un extraterrestre giallo gli si potrebbe obiettare
che ha incontrato un cinese!
Critone - Dice Anassagora, dotto in cose
celesti, che fino a oggi sono stati segnalati pi di
duecentomila avvistamenti di Ufo, e che nella
foresta di Oreos, nell'Eubea, sono state rilevate
impronte gigantesche a forma di zampe di
gallina.
Socrate - Se qualcuno ha visto dischi volanti
e uomini verdi a passeggio per i boschi, e nel
contempo uomo degno di stima, non vedo
perch non credergli sulla parola; tuttavia a me
sembra strano come per ben duecentomila volte
questi esseri misteriosi abbiano visitato la Terra
e poi si siano dileguati nel nulla. Tu, o Eupolemo,
sei partito questa mattina da Larissa e immagino
che tu abbia impiegato un certo tempo per
arrivare ad Atene.
Eupolemo - Cinque ore e dieci minuti, da
casello a casello.
Socrate - E appena giunto in vista delle mura
di Temistocle non hai cambiato idea e invertito la
marcia per tornare a Larissa?
Eupolemo - Non lo avrei mai fatto, o Socrate:
se sono venuto ad Atene perch avevo uno
scopo preciso che era appunto quello di
incontrare te e Critone.
Socrate - Anche gli extraterrestri, debbo
presumere, avranno un loro scopo, altrimenti
non avrebbero mai intrapreso un cos lungo
viaggio. Immagino che essi siano ricercatori di
civilt galattiche o persone comunque
interessate ai mille e mille interrogativi che la
natura pu porre agli esploratori dello spazio:
materie fino a questo momento ignote,
invenzioni strane, alimenti diversi, usi e costumi
locali e via di seguito. Ebbene, secondo gli
assertori della presenza degli extraterrestri sulla
Terra, gli alieni finora avvistati, dopo un viaggio
estremamente noioso di due o trecentomila anni,
si sarebbero mostrati per qualche attimo a un
contadino qualsiasi per poi iniziare
immediatamente il viaggio di ritorno.
Eupolemo - Certo che poco credibile.
Socrate - $ come se Cristoforo Colombo,

una volta avvistate le spiagge dell'America,


subito dopo aver udito il suo mozzo gridare
terra, terra! avesse detto all'equipaggio:
Bravi ragazzi, adesso torniamo subito in Spagna
che la regina Isabella sta in pensiero; proprio
mentre un indigeno stava correndo dal suo capo
per dirgli: Io questa mattina avere visto tre
caravelle-Ufo.
Critone - Cos dicendo, o Socrate, vuoi forse
dire che noi siamo i soli abitanti dell'Universo?
Socrate - Non oserei mai dirlo, o Critone,
anzi, se proprio vuoi sapere come la penso, ti
dir che nell'Universo ci sono migliaia e forse
milioni di pianeti abitati; solo che questi mondi
non comunicano tra loro a causa delle immense
distanze che li separano. Democrito un giorno mi
disse che sui pianeti a noi pi vicini non ci pu
essere alcuna forma di vita: Mercurio una palla
infuocata e lo stesso dicasi di Venere, dove le
temperature superano i mille gradi. Da Marte in
poi, invece, i pianeti, per via della loro
lontananza dal Sole, sono pi freddi dei ghiacciai
del Caucaso. Cos stando le cose, per trovare un
ambiente pi o meno simile al nostro,
giocoforza spostarci su un altro sistema solare.
Critone - E quale potrebbe essere il Sole di
quest'altro sistema?
Socrate - Una stella chiamata Alpha Centauri.
Secondo Democrito, cos vicina a noi che, a
vederla da un altro punto della Galassia,
sembrerebbe attaccata al nostro Sole cos come
coloro che hanno la vista acuta vedono Mizar
attaccata alla sua gemella.
Eupolemo - Ebbene, non pu essere che a una
certa distanza da questa stella, pari a quella che
ci separa dal Sole, ci sia un pianeta simile al
nostro, con la stessa temperatura, con la stessa
atmosfera e con un altro Socrate che proprio in
questo momento sta ragionando sulla nostra
esistenza?
Socrate - $ molto probabile che cos sia,
sennonch per raggiungere questo pianeta
impiegheremmo tanto di quel tempo, ma tanto
(centomila anni ad andare e centomila a tornare),
che nessuna spedizione potrebbe mai raccontarci
le meraviglie che ha visto. Ecco perch io sono
convinto che il primo incontro con un individuo
di un altro mondo non potr mai essere
ravvicinato, bens di tipo radioastronomico. Un
bel giorno accadr che uno dei tanti
radiotelescopi puntati verso gli spazi interstellari
capter un segnale diverso da tutti gli altri. In
quel momento i nostri astronomi si daranno da
fare per decifrarne il contenuto e, usando lo
stesso codice, rispondere con un altro
messaggio.
Eupolemo - $ come spieghi, o Socrate, che
tante persone giurino di aver gi visto degli alieni
e di averci parlato?
Socrate - L'animo dell'uomo ha bisogno di
nutrirsi di speranza, cos come lo stomaco ha
bisogno di cibo. La vita invece spesso amara e
non concede scappatoie ai desideri dei mortali.
Alcune verit sono senza alternativa: tutti

dobbiamo morire, chi brutto non potr mai


diventare bello, chi vecchio non potr mai
ritornare giovane e chi vive una vita opaca e
senza entusiasmi sa che molto difficilmente
riuscir a cambiarla. E allora che fare? Non resta
che rifugiarsi nel mistero, evadere nel
trascendente. Ed ecco fiorire da ogni parte le
favole, i miti, gli extraterrestri, gli oroscopi, le
droghe e gli estremismi politici. Appena nasce la
domanda sul mercato, subito appare l'offerta:
spuntano come funghi gli sfruttatori delle
angosce altrui, gli indovini, i capipopolo, gli
spacciatori di droga e i venditori di biglietti della
lotteria.
Eupolemo - E cosa si potrebbe fare contro
questi mercanti?
Socrate - Bisognerebbe cacciarli dai templi! Io
ormai sono vecchio e non ho pi forza per simili
battaglie. Spetterebbero semmai a te, Eupolemo,
che sei giovane e robusto.
Eupolemo - Ti ringrazio per i consigli che mi
dai e per le tue illuminanti parole. Ora per ti
lascio, o Socrate, e lascio a malincuore anche te,
o Critone, perch ho un appuntamento con
Simmia il tebano davanti al cinema Apollo'''
Questa sera c' la prima mondiale del: Ritorno
di ET sulla Terra e io e Simmia non vogliamo
arrivare in ritardo.
(da Oi dialogoi)
Vi
Socrate e la Tv
Socrate - Riposiamoci sotto questo cedro e
poniamoci il problema se gli uomini con il
passare del tempo diventano migliori o peggiori
dei loro padri.
Critone - Non vorrei essere giudicato un
pessimista come Antistene, ma ho paura che le
nuove generazioni non abbiano quelle qualit che
di solito vengono attribuite alle persone di buon
senso, e che comunque sono indispensabili al
filosofo.
Socrate - Mio buon Critone, hai tu qualche
esempio da portare a difesa di questa tesi?
Critone - Purtroppo l'esempio che mi chiedi
me lo ritrovo addirittura in casa: parlo, ma forse
l'hai gi capito, di mio figlio Trasibulo. Il ragazzo,
invece di dedicarsi alle buone letture e allo
studio della natura, dorme per buona parte della
giornata e trascorre notti insonni in un
sotterraneo di Atene chiamato Dioniso Night.
Socrate - E tu invece, Critone, da ragazzo
leggevi e studiavi tutto il giorno? Perch questo
il vero problema: il confrontare le qualit e i
difetti delle nuove generazioni con le qualit e i
difetti che noi anziani avevamo alla loro stessa
et. Solo cos potremmo capire se l'umanit
diretta verso il Bene o verso il Male.
Critone - Temo, o Socrate, che la risposta
sarebbe ugualmente negativa. Anche noi, a
vent'anni, trascorrevamo la notte per le strade,
io ad accompagnare te nel demo Alopece e tu a
riaccompagnare me al Ceramico, ma grazie agli

Dei parlavamo tra noi, ed stato appunto questo


continuo parlare e questo discutere a formarci
l'animo e la mente. Che cosa invece pu
imparare un giovane dei nostri tempi, se ogni
sera si rintana in una buia e fumosa discoteca,
dove al massimo potr ordinare a gesti qualcosa
da bere?
Socrate - E perch si rifiutano di parlare tra
loro?
Critone - Non potrebbero farlo nemmeno se lo
volessero: il volume della musica cos alto che
non consente loro alcun tipo di comunicazione.
Se ben ti ricordi, anche noi da ragazzi eravamo
soliti ballare il krdax e la skinnis al chiarore
della luna, ma tra un pezzo e l'altro ci
riposavamo e avevamo modo di conoscerci. Oggi
invece va di moda la disco music, una specie
di rumore non ispirato da alcuna Musa, che
viene trasmessa di continuo e con la quale tutti
ballano da soli, assorti in chiss quali lugubri
pensieri. Ecco perch io parlo di figli degeneri, e
quando dico degeneri non mi riferisco solo alla
mia esperienza familiare, ma penso anche ai figli
di Aristide, di Tucidide, di Cimone e di Pericle e li
confronto con i loro padri.
Socrate - Concedimi, o Critone, di dubitare di
quanto vai dicendo. Anche Temistocle, e prima
di lui Senofane, e prima di lui Esiodo, e prima di
lui Omero, si lamentavano dei giovani. A sentire
costoro, ogni generazione sarebbe stata peggiore
della precedente. Ora, se cos fosse, i nostri figli
sarebbero dei mostri pi feroci delle Erinni e delle
Moire messe insieme. Io temo invece che, ogni
qual volta si torna con la mente ai tempi della
giovinezza, un dmone bonario, nascosto nella
nostra memoria, cancelli con un colpo di spugna
il Brutto per lasciar filtrare solo il Bello e il
Sublime. Basterebbe infatti ricordarsi di Atreo
che dette in pasto al fratello Tieste i propri
nipotini, di Eracle che uccise Telamone solo
perch lo aveva preceduto nell'entrare in Ilio e
dei gemelli Preto e Acrisio che lottavano per
interesse fin da quando erano in attesa di
nascere nel grembo materno, per non essere poi
cos sicuri della bellezza dei tempi andati.
Critone - Sar come tu dici, o Socrate, ma
ascolta il consiglio di un amico che ti vuol bene:
se di notte per avventura ti capiter d'imbatterti
in uno sconosciuto, tranquillizzati se si tratta di
un uomo della nostra et e abbi paura invece se
un giovane ateniese.
Socrate - Caro Critone, ecco venire alla nostra
volta Simmia il tebano, chiediamo a lui se anche
in Beozia i giovani sono tutti gaudenti e
fannulloni.
Critone - Caro Simmia, siediti qui sull'erba e
partecipa ai nostri discorsi. Io e Socrate stavamo
parlando delle qualit delle nuove generazioni.
Che tu sappia, in Beozia sono migliori i giovani o
i loro padri?
Simmia - Non saprei come risponderti, mio
buon Critone: gli uni e gli altri non godono della
mia stima. A Tebe altro non vedo che uomini e
donne seduti a guardare in silenzio la televisione.

Siamo arrivati al punto che in tutta la Grecia dire


beoti o dire telespettatori diventato in
pratica la medesima cosa.
Socrate - Consolati, Simmia: anche ad Atene
la maggior parte delle persone adulte si rinchiude
in casa a guardare la televisione. Ti dir di pi: a
volte gli ateniesi accendono la Tv anche quando
non desiderano vederla. L'altra sera ero ospite di
Callia e notai che durante la cena la televisione
restava accesa bench nessuno le prestasse
attenzione. Tanto che chiesi al padrone di casa:
Dimmi, mio gentile amico, forse un lume
codesta scatola che tu accendi ogni sera non
appena metti piede in casa?.
Critone - Io credo che tu, Socrate, parli con
tanto astio della televisione perch a causa di
essa hai dovuto litigare con Santippe. Mi ha
detto Crizia, il figlio di Callescro, che la scorsa
settimana la povera donna stava seguendo una
telenovela di Aristofane, quando tu, in uno
scatto d'ira, le hai fracassato il televisore
lanciandogli contro un sasso. Il giorno dopo,
nell'agor, tutti dicevano che quel sasso tu
avresti voluto lanciarlo direttamente sull'autore.
Socrate - Le cose non sono andate in questo
modo, o Critone. Santippe stava guardando un
telefilm di Aristofane, quando si aperta la porta
ed apparso Callicle, quel sofista da strapazzo
che una volta ebbi a umiliare in pieno Pritaneo.
Callicle era alterato in volto, aveva il naso
paonazzo e un sasso in mano: evidentemente
doveva essere ubriaco. Cosa vuoi, Callicle, a
quest'ora della notte? gli ho chiesto, e lui:
Voglio che tu mi dia ragione almeno una volta
nella vita: se non mi dici entro un secondo che
ho ragione, ti spacco il televisore!. Cosa potevo
fare io, povero vecchio, contro un simile
energumeno? Ho guardato l'apparecchio, ho
visto che stavano trasmettendo la
duecentoventiduesima telenovela di Aristofane e
ho risposto: Credo proprio che tu abbia torto, o
Callicle e lui ha lanciato il sasso. Poi, per
calmarlo, gli ho detto: Va' pure felice per la tua
strada, ch questa sera, per la prima volta nella
vita, forse hai avuto ragione.
Critone - Tu non hai gettato il sasso, o
Socrate, ma come se lo avessi fatto: ti sei
servito della mano di Callicle per distruggere il
televisore di Santippe. Prima, quando Simmia ci
parlava dei Beoti che trascorrono tutto il loro
tempo davanti alla Tv, ho intravisto nei tuoi
occhi il desiderio di lanciare milioni di sassi!
Dimmi onestamente se ho colto il tuo pensiero.
Socrate - Sei in errore, mio buon Critone: io
non ho nulla contro la televisione, anzi, apprezzo
il telegiornale e tutte le trasmissioni che mi
consentono di vedere il mondo senza
costringermi a fare e disfare le valigie. Sono
contrario solo all'uso che tutte le reti, sia di
stato che private, fanno del mezzo televisivo.
Esse trasmettono in continuazione solo
programmi futili e ripetitivi: quiz, serial e show. E
come se, invitandomi a un banchetto, tu mi
offrissi da mangiare come primo un dolce, come

secondo un dolce, come frutta un dolce e,


infine, come dolce un dolce.
Critone - Perch non ne parli agli altri e non li
convinci a mutare indirizzo, nei loro palinsesti?
Socrate - Ho tentato di farlo ma stata fatica
inutile: uno degli arconti voleva il predominio
sulle reti di stato e l'altro proteggeva le
trasmissioni private. Il primo ha favorito il
secondo con un decreto e ha ricevuto in cambio
maggior potere nelle reti della plis, ma
nessuno dei due ha tutelato l'interesse degli
ateniesi.
Simmia - Come utilizzeresti tu, o Socrate, la
televisione, se ne avessi il potere?
Socrate - Come prima cosa eliminerei il
monoscopio.
Simmia - Il monoscopio?
Socrate - S: lo sostituirei con un programma
educativo di bassissimo costo.
Simmia - E quale?
Socrate - Vedi, Simmia, noi qui ad Atene
abbiamo un grande problema: il numero dei
criminali aumenta ogni giorno a vista d'occhio e
le nostre carceri non sono pi sufficienti a
contenerli tutti. Per fare entrare i nuovi
malfattori spesso si costretti ad accordare la
libert provvisoria a quelli vecchi e ogni quattro
o cinque anni viene concessa un'amnistia, il che
non di esempio al popolo.
Simmia - E questo, cosa ha a che vedere
questo con la televisione?
Socrate - Un momento ancora e lo saprai.
Ascolta questa storia di Solone il Grande.
Simmia - Ti ascolto, o Socrate.
Socrate - Un giorno un ladro entr in casa di
un vecchio cieco e gli rub tutto quello che
aveva; qualcuno per lo vide uscire dalla casa
dove aveva commesso il furto e il giorno dopo fu
trascinato in catene davanti a Solone. Disse il
saggio al mariuolo: Chiudendoti in carcere ti
farei un favore, perch ti aiuterei a nascondere la
vergogna. Io invece preferisco che tu venga
esposto nella pubblica piazza: solo cos potrai
sapere che cosa gli altri pensano delle tue
azioni e lo fece appendere in una gabbia tra le
colonne del tempio di Zeus.
Simmia - Non riesco ancora a vedere la
conclusione del tuo ragionamento, o Socrate.
Socrate - Sii pi paziente, o Simmia, e capirai.
Solone quel giorno aveva inventato la berlina,
aveva cio capito che l'esposizione in pubblico di
un criminale poteva essere una pena pi
educativa di qualche anno di carcere. Oggi per,
non esistendo un'agor cos vasta da poter
contenere tutti i cittadini dello stato, io propongo
di adottare in sua vece il video, ovvero la piazza
televisiva, e di esporre la testa del reo al posto
dell'inutile monoscopio.
Critone - E pensi che i colpevoli si
vergognerebbero?
Socrate - Senz'altro, se il loro caso venisse
spiegato nei minimi particolari. Vi faccio degli
esempi: la Finanza fa un accertamento su
Erissimaco il chirurgo e scopre che ha

denunziato molto meno di quanto non abbia


guadagnato. Allora il giudice lo condanna a sette
giorni di monoscopio e alla seguente
soprascritta: Questo Erissimaco, figlio di
Acumeno, evasore fiscale; come chirurgo
solito percepire due milioni di mine per una
semplice operazione di appendicite e nel
contempo non dichiara mai pi di un milione e
mezzo di mine al mese. Altro caso: due teppisti
scippano una vecchia signora e vengono
arrestati. Il tribunale li condanna alla teleesposizione per due mesi. Ogni sera gli
spettatori, accendendo la Tv, vedrebbero uno dei
due teppisti con la testa infilata in una gogna e
sotto la scritta: Individuo particolarmente
vigliacco: in compagnia di un compare picchiava
una vecchietta di settant'anni e le sottraeva le
duecentomila lire della pensione; il volto del
complice verr trasmesso questa sera alle 22.30
sulla Rete Uno.
Critone - E non hai paura, o Socrate, che
qualche truffatore, pur di apparire in Tv,
incrementi i suoi delitti?
Socrate - Indubbiamente esiste questo rischio,
tuttavia dobbiamo far ricorso ai residui di onest
che si annidano nell'animo degli uomini per
migliorare il mondo.
Critone - E non pensi che la televisione possa
migliorare il mondo pi di quanto tu non riesca a
fare parlando con gli ateniesi, porta a porta?
Socrate - Forse potrebbe farlo. Resta
comunque il problema che la televisione non
accetta domande, come un uomo che parla in
continuazione senza mai prestare ascolto.
Critone - Non quello d'ascoltare il suo
compito, bens quello d'informare. Si presume
che, a seguito delle notizie trasmesse, possa poi
aver luogo una discussione tra gli spettatori.
Socrate - Mai vista una famiglia ateniese
spegnere il televisore per dare inizio a un
dibattito. No, mio buon amico, temo proprio che
il nostro secolo sia condannato alla passivit!
Donne che trascorrono la vita in silenzio a
guardare la televisione, uomini che vanno a
vedere la partita di calcio senza praticare uno
sport, ragazzi e ragazze che ballano da soli senza
mai sussurrarsi poetiche frasi all'orecchio!
Dammi ascolto, o Critone, la parola il vero
dono di Dio, il dialogo l'unica alternativa che
hanno i nemici per evitare la contesa. Beati
coloro che parlano, anche quando parlano
troppo.
(da Oi dialogoi)
Note
(1) Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Ii, Vi,
48. Trad' it' di M' Gigante, Laterza, Bari 1962;
#;a ediz' riveduta e accresciuta 1976.
(2) Platone, Teeteto, 149 a. L'edizione italiana
delle opere platoniche qui liberamente utilizzata
: Opere, 2 voll', Laterza, Bari 1966, ora anche
in ediz' tascabile.
(3) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 21.

(4) Ibid', Ii, V, 19.


(5) Plutarco, Dialogo sull'amore, 750 d. Cit'
in Robert Flacelire,: La vita quotidiana in
Grecia nel secolo di Pericle, Rizzoli, Milano
1983, p' 147.
(6) Senofonte, Jerone, 1, 33.
(7) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 33.
(8) Ibid', Ii, V, 36.
(9) Senofonte, Simposio, 2, 10, in: Socrate.
Tutte le testimonianze: da Aristofane e
Senofonte ai Padri cristiani, a cura di G'
Giannantoni, Laterza, Bari 1971. Cfr' Diogene
Laerzio, op' cit', Ii, V, 26.
(10) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 36.
(11) Aristotele, fr' 93 Rose. Cfr' Diogene
Laerzio, op' cit', Ii, V, 26.
(12) Plutarco, Vita di Aristide, 27, in Vite
parallele, trad' it' di C' Carena, Einaudi, Torino
1958.
(13) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 26.
(14) Brunetto Latini,: Fiori e vita di filosafi e
d'altri savi e d'imperadori, cap' Vii, La Nuova
Italia, Firenze 1979.
(15) Dante Alighieri, Inferno, Xv, 32.
(16) Platone, Simposio, 219 e-220 d.
(17) Diogene Laerzio, op' cit', Ii, V, 25.
(18) Platone, Simposio, 221 b.
(19) Platone, Apologia di Socrate, 32 c.
(20) Ibid', 32 b.
(21) Empiet: atto sacrilego, vilipendio della
religione di stato.
(22) Jacob Burckhardt,: Storia della civilt
greca, Sansoni, Firenze 1955, vol' Ii, p' 27.
(23) Ams (pl' amdes): il vaso che
necessario tenere in camera. Cfr' Aristofane,
Vespe, v' 935; Tesmoforiazuse, v' 633.
(24) Oscoforie: festeggiamenti in onore di
Dioniso. Le feste iniziavano con un corteo di
ragazzi e ragazze (non orfani) che portavano
tralci di vite carichi d'uva e terminavano con
un'ubriacatura generale al grido di elele i
i.
(25) R' Flacelire, op' cit', cap' Ix.
(26) Falero: antico porto di Atene, prima
dell'arcontato di Temistocle.
(27) Sull'ostracismo cfr' R' Flacelire, op. cit,
cap' Ix; J' Burckhardt, op' cit' vol' I, p' 7; J'
Carcopino, L'ostracsme athnien, Alcan,
Paris 1935.
(28) Plutarco, Vita di Aristide, 7.
(29) L'accusatore veniva multato per mille
dracme solo nel caso che non ottenesse almeno
il quinto dei voti a favore dell'accusa.
(30) Sui logografi cfr' J' Burckhardt, op'
cit', vol' Ii, p' 43; R' Flacelire, op' cit', p'
297.
(31) Aristofane, Nuvole.
(32) Maza: farina d'orzo.
(33) Collegio di magistrati che sovrintendevano
alle prigioni.
(34) Il Pritaneo era l'edificio sacro dove
venivano mantenuti, a spese dello stato, i
cittadini che avevano conquistato l'alloro
olimpico.

(35) Palamede fu accusato di furto e lapidato,


per colpa di quel figlio di buonadonna di Ulisse
che aveva nascosto nella sua tenda l'oro di
Priamo. Aiace, figlio di Telamone, si uccise per
essere stato privato ingiustamente delle armi di
Achille.
(36) Platone, Opere, cit', vol' I (1971 #;a);
:Processo e morte di Socrate, Lattes, Torino
1981.
(37) Quando Teseo part per Creta con le sette
coppie di vergini e di bambini da dare in pasto al
Minotauro, gli ateniesi fecero un voto: se le
vittime si fossero salvate, avrebbero inviato a
Delo, ogni anno, un'ambasceria in onore del Dio
Apollo e ad Atene, durante tutto il viaggio della
nave, nessuno sarebbe stato ucciso per ordine
dello stato.
(38) Ermogene era noto come il povero
perch, oltre a essere povero, era anche il
fratello di Callia, l'uomo pi ricco di Atene.
(39): Dal Fasi alle colonne d'Ercole:
dall'estremit orientale del Mar Nero allo stretto
di Gibilterra.
(40) Dodecaedro costituito da dodici
pentagoni, in pratica quasi una sfera. Cos come
la descrive Socrate, questa palla doveva essere
simile ai nostri palloni di calcio.
(41) Oilloco, oilloco, fuitavenne! non
un'espressione greca, ma napoletana, e vuol
dire: Eccolo, eccolo, fuggite!. In realt gli
ateniesi avranno gridato: :Ido autn, ido
autn, fughete!.
(42) Platone, Lachete, 18 e.
(43) Diogene Laerzio, op' cit' Ii, V, 21.
(44) Platone, Fedro, 230 b-e.
(45) Platone, Teeteto, 149 a-150 c.
(46) Platone, Fedro, 274-275.
(47) Plutarco, Vita di Aristide, 7.
(48) Platone, Menone, 71-72.
(49) Fin qui il Menone. Il secondo esempio,
quello della Bont, stato aggiunto dall'autore
per meglio illustrare il concetto di universale.
(50) Plutarco,: Il dmone di Socrate, 580 d-f.
Trad' it' Adelphi, Milano 1982.
(51) Platone, Apologia, 31 d.
(52) Platone, Repubblica, Iv, 433 a.
(53) Qui Platone fa riferimento a un gioco
popolare (una specie di Monopoli del Iv secolo),
dove su una scacchiera di sessanta spazi ogni
giocatore doveva conquistare quanti pi lotti
poteva.
(54) $ gi tanto che Platone non abbia
consigliato di ammazzarli. Nell'antica Grecia i
bambini, nei primi giorni di vita, correvano brutti
rischi: a volte bastava una crisi di pianto perch
si accusasse il neonato di scarsa virilit. Gli
spartani eliminavano anche i pi gracilini e gli
ateniesi avevano l'abitudine di esporre i meno
riusciti, nel senso che li deponevano sulla
pubblica piazza a disposizione di chi li volesse
allevare come schiavi.
(55) Platone, Leggi, Iv, 705 a.
(56) G'B' Klein,: Platone e il suo concetto
politico del mare, Lumachi, Firenze 1910, pp'

11 sgg'.
(57) Platone, Leggi, Iv, 704 b.
(58) A titolo d'esempio riportiamo una delle
definizioni di democrazia attribuite a Platone nel
libro di Popper,: La societ aperta e i suoi
nemici (Armando, Roma, 1973): La
democrazia nasce quando i poveri, dopo aver
riportato la vittoria, ammazzano alcuni avversari,
altri ne esiliano, e si spartiscono con i rimanenti
il governo e le cariche pubbliche.
(59) Platone, Politico, 291 d.
(60) Platone, Repubblica, Viii, 562 c.
(61) Il dialogo era Liside; cfr' Diogene Laerzio,
op' cit', Iii, 35.