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POSSIBILI RESPONSABILITA’ PENALI DELLO PSICOLOGO CLINICO E DELLO

PSICOTERAPEUTA.
IL QUESITO: Un paziente comunica (vero o falso che sia) al terapeuta notizie riguardanti
un possibile grave nocumento che una persona è sul punto di causare ad altra.
Quali sono i criteri per ritenere fondata e doverosa una rottura del segreto professionale?
In quali casi lo Psicoterapeuta corre il rischio di vedersi imputare l'aver taciuto notizie che
avrebbero potuto scongiurare un qualche dramma?
Ma soprattutto, cosa succede una volta accertato che questi criteri sono presenti?
Quali procedure devono/possono essere attivate?
Si arriva a qualcosa del tipo TSO?
O intervengono altre autorità?
RISPOSTA
il nostro Codice Deontologico non pone, come principio supremo che gli Psicologi debbono
osservare più di ogni altro, né la salvaguardia del segreto professionale né il rispetto della
Legge Penale, bensì la TUTELA DEL BENESSERE E DELLA SALUTE PSICOFISICA DEL
PAZIENTE E/O DI TERZI.
Questa è la nostra, per usare un termine oggi molto in voga, principale "mission" quando
operiamo come Psicologi Clinici. Ma, soprattutto, questo è anche il nostro "dovere
deontologico" supremo, che dobbiamo rispettare cercando tuttavia, ovviamente, di
conciliarne il più possibile l'osservanza con quella di altri principi e doveri che sono spesso
tra loro contrastanti (quali, ad esempio, proprio la salvaguardia del segreto professionale,
la tutela del rispetto della Legge Penale, e in taluni casi anche l'obbligo di denuncia, di
referto o di segnalazione all'Autorità).
Il difficile, ma forse anche lo stimolante di tutto ciò, è proprio quello di riuscire a trovare
un equilibrio tra tutti questi principi, equilibrio che solo in taluni ma per fortuna rarissimi
casi non è possibile individuare ed attuare : ed allora, in tale estrema eventualità, è solo la
nostra coscienza a poterci indicare la scelta che poi faremo. Ma questi, a mio avviso, sono
solo i casi-limite in cui dobbiamo, ad esempio, scegliere davanti ad un Giudice
estremamente irrigidito se violare il segreto professionale oppure andare in galera. E lo
strumento più idoneo a trovare, o perlomeno a cercare, un adeguato equilibrio tra tutti
questi principi e doveri sia deontologici che, a volte, anche penali, è a mio avviso (ed
anche il nostro Codice Deontologico ce lo indica come tale) quello del CONSENSO
INFORMATO. Mi è capitato di sentir dire cose anche realmente allarmanti dai pazienti,
qualche volta sì, ma tali reati così gravi non si sono poi mai concretizzati, almeno sinora. E
quando alcuni pazienti miei, o della struttura in cui io principalmente opero, hanno
commesso dei reati o si sono resi complici in essi (la maggior parte del mio lavoro clinico
lo faccio con tossicodipendenti, che di reati ne fanno tanti) prima non ne hanno proprio
mai parlato, anche perché in questo tipo di soggetti la maggior parte dei reati sono il
risultato di impulsi che sfuggono al controllo, e spesso non sono quindi particolarmente
"pre-meditati" affinché i pazienti riescano a trovare lo "spazio mentale" per poterne
parlare col loro eventuale Psicologo. Anzi: quando ne riescono a parlare prima, è poi molto
più probabile che tali reati poi non vengano effettivamente commessi, proprio perché gli
impulsi che ne stanno alla base vengono "elaborati" psichicamente e risultano quindi più
controllabili.
Ma in questo caso la situazione è decisamente diversa, perché la figura del paziente e
quella dell'eventuale autore di reato non coincidono.
Quali sono i criteri per ritenere fondata e doverosa una rottura del segreto
professionale?
Fondamentalmente due: in primo luogo l'obbligo di denuncia, di segnalazione o di referto
all'Autorità (regolamentato dagli artt. 361, 362 e 365 del Codice Penale), ed inoltre la
"tutela del benessere e della salute psicofisica del paziente e/o di terzi" (esplicitato in
numerosi articoli del nostro Codice Deontologico, e che quindi è invocabile solo rispetto
all'Ordine nei suoi procedimenti disciplinari, ma non ha valore di legge nei confronti dei
Magistrati dei tribunali penali).
Quando ambedue questi criteri agiscono in modo per così dire "sinergico", cioè in altre
parole operano ambedue nella stessa direzione (cioè, per essere ancora più chiari,
l'osservanza dell'obbligo di segnalazione ci consente di meglio tutelare il benessere e la
salute psicofisica del paziente e/o di terzi) la strada (come si suol dire) è spianata, e
problemi per noi non ce ne sono. Il difficile è quando questi due criteri sono in conflitto tra
di loro, cioè quando, ad esempio, l'osservanza dell'obbligo di denuncia o di segnalazione
da parte nostra (in quanto Pubblici Ufficiali, incaricati di pubblico servizio oppure
semplicemente esercenti un'attività sanitaria anche in forma privata) mette o può mettere
a rischio la salute ed il benessere del paziente e/o di terzi.
Nel caso poi di dover "mettere d'accordo", se così si può dire, il benessere psicologico del
paziente con la salute psichica ma soprattutto fisica di terzi (l'ipotetica vittima ed
eventualmente anche l'ipotetico autore dell'eventuale reato) l'operazione è complessa, ma
può essere risolta proprio tramite l'acquisizione del consenso del paziente in ogni "passo"
che insieme si decide che debba essere compiuto, la questione appare a mio avviso
automaticamente risolta: altrimenti si dovrà fare una scelta sulla base delle priorità che si
sceglieranno (se cioè tutelare primariamente il benessere del paziente o quello di altri, in
quest'ultima eventualità si rischia di trovarsi poi denunciato dal paziente per violazione del
segreto professionale).
In quali casi lo Psicoterapeuta corre il rischio di vedersi imputare l'aver taciuto
notizie che avrebbero potuto scongiurare un qualche dramma?
Su questo quesito così specifico l'ultima parola non spetta ovviamente a me, ma alle
interpretazioni della Legge da parte dei giudici: con ogni probabilità, infatti, le valutazioni
al riguardo non possono essere infatti fatte "a priori", ma solo "a posteriori", e cioè
quando si accerta (cosa tutt'altro che facile da effettuare) la presenza di un DOLO
specifico da parte del professionista.
Ma se, per affrontare invece la questione in termini meno estremi e più generali, è la
legge scritta quella su cui possiamo basarci, al di là delle singole interpretazioni dei giudici
che a volte sono tra di loro anche in disaccordo, allora leggendo bene il testo dei succitati
articoli del Codice Penale, si vedrà che tutti e tre si riferiscono ad obblighi di denuncia,
segnalazione o referto relativi a "REATI" dei quali si è avuta notizia nell'esercizio della
propria attività professionale, ma certamente non ad obblighi di segnalazione relativi a
"reati IPOTETICI". Questa eventualità (cioè la perseguibilità per non aver informato
l'Autorità in via preventiva, prima dell'eventuale reato) è quindi ben diversa da quelle il
Codice Penale prevede nei tre suddetti articoli, che parlano di REATI in quanto FATTI
EFFETTIVAMENTE AVVENUTI, e non di semplici "intenzioni" o possibilità.
cosa succede una volta accertato che questi criteri sono presenti?
Succede, se si ritiene che il rischio che un "fatto-reato" possa effettivamente commesso
sia veramente da prendere in considerazione, che occorre dare forma concreta a quel
sottile, ed a volte anche sottilissimo, equilibrio di cui si accennava sopra. E la via maestra
per poter effettivamente concretizzare tale equilibrio è sicuramente quella del CONSENSO
INFORMATO, cioè del PARLARNE INSIEME AL PAZIENTE E CONCORDARE INSIEME A LUI,
NEL RISPETTO E NELLA TUTELA DEL SUO BENESSERE PSICOLOGICO E DELLA SUA
SALUTE FISICA, I SINGOLI PASSI CHE AD UNO AD UNO APPARE NECESSARIO ED
OPPORTUNO COMPIERE . Questo è, prima di tutto, un lavoro di "elaborazione psichica"
che il paziente deve compiere e che sta a noi e a nessun altro cercare di fargli fare,
evidente con tutti i limiti nostri e suoi.
Quali procedure devono/possono essere attivate?
Prima di tutto se ne parla col paziente, poi i singoli passi si concordano insieme e sono
diversi da situazione a situazione. La cosa in linea di principio migliore, a mio avviso, è che
si riesca a far sì che il paziente si assuma in prima persona la responsabilità di
un'eventuale segnalazione all'Autorità di Pubblica Sicurezza, se effettivamente tale
segnalazione viene valutata come necessaria. Questo, evidentemente, non è un risultato
sempre facilmente raggiungibile, ma è comunque il primo che si deve cercare di
perseguire. Soltanto se appare evidente che esso non è assolutamente alla portata del
paziente si può ragionare insieme a lui sull'opportunità che sia il terapeuta ad assumersi
una tale responsabilità, e forse anche il ragionare su questo può essere utile affinché il
paziente si decida ad assumere le proprie.
In ogni caso, se non vi sono fatti-reati già avvenuti, il terapeuta non può secondo me fare
nessuna segnalazione senza il CONSENSO SCRITTO da parte del paziente, perché
altrimenti quest'ultimo lo potrebbe poi eventualmente a sua volta denunciare proprio per
non aver rispettato il segreto professionale (ed in tal caso il professionista sarebbe forse al
riparo da eventuale procedimenti deontologici, se riuscisse a dimostrare di aver operato
per la tutela di terzi, ma non altrettanto al riparo da rischi penali).
Si arriva a qualcosa del tipo TSO?
I T.S.O. li attuano i medici, il Sindaco e i Carabinieri. Di medici ce ne vogliono due, di cui
almeno uno specialista (cioè uno Psichiatra) e uno che può anche essere generico (e che
frequentemente è quindi il cosiddetto "medico di base"). Tra i "passi" e le "procedure" che
possono essere concordati col paziente, e che sopra si citavano, uno di quelli forse più utili
e "cruciali" potrebbe proprio essere l'ipotesi di dare informazione del "rischio di reato" al
"medico di base" dell'ipotetico autore oppure dell'ipotetica vittima (professionista che in
alcuni casi può anche essere lo stesso), proprio per il ruolo effettivamente importante che
la figura del medico di base può assumere in termini di "prevenzione".
O intervengono altre autorità?
Dipende: oltre a quelle già citate (Sindaco, Carabinieri, Polizia ecc.) vi può anche essere
(soprattutto in "seconda battuta") un ruolo del Tribunale, oppure (se sono coinvolti
soggetti minori) da parte del Tribunale dei Minorenni. Credo che si possa anche prendere
in esame in un caso di questo tipo, e sempre con modalità da concordarsi col paziente,
anche l'eventualità di una segnalazione al Servizio Sociale per i Minori competente per
territorio (cioè al Responsabile del Servizio) piuttosto che al Tribunale dei minorenni
direttamente, almeno in prima battuta.
In caso di minori, in effetti, la situazione è particolarmente spinosa, e l'esigenza di
un'attivazione anche da parte dello Psicoterapeuta è sicuramente più "pressante" ed
urgente che nel caso in cui la questione riguardi soltanto persone adulte. Ma la valutazione
deve essere fatta di volta in volta, caso per caso, e SE POSSIBILE (e questo credo che lo
sia nel 99% dei casi) CON IL CONSENSO INFORMATO DA PARTE DEL PAZIENTE.
Quando invece, nei casi estremi non è possibile ottenere da parte del nostro paziente
alcun consenso informato per attuare anche la benché minima iniziativa preventiva, allora
la scelta spetta a noi, alla nostra coscienza, ed allora è proprio compito del nostro Ordine
territoriale darci una mano a scegliere.