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Critica del testo

XIV / 1, 2011

Dante, oggi / 1

a cura di

Roberto Antonelli
Annalisa Landolfi
Arianna Punzi

viella

Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali,


Sapienza Universit di Roma
ISSN 1127-1140 ISBN 978-88-8334-637-8
Rivista quadrimestrale, anno XIV, n. 1, 2011
Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 125/2000 del 10/03/2000
Sito internet: http://w3.uniroma1.it/studieuropei/critica
criticatesto@uniroma1.it
Direzione: R. Antonelli, F. Beggiato, P. Boitani, C. Bologna, N. von Prellwitz
Direttore responsabile: Roberto Antonelli
Questa rivista finanziata da Sapienza Universit di Roma

Viella
libreria editrice
via delle Alpi, 32 I-00198 ROMA
tel. 06 84 17 758 fax 06 85 35 39 60
www.viella.it info@viella.it

Premessa di Roberto Antonelli

vii

Problematiche
Roberto Antonelli
Come (e perch) Dante ha scritto la Divina Commedia?

Andreas Kablitz
Die Ethik der Gttlichen Komdie

25

Zygmunt G. Baranski
Dante poeta e lector: poesia e riflessione tecnica
(con divagazioni sulla Vita nova)

81

Roberto Mercuri
Il metodo intertestuale nella lettura della Commedia

111

Albert Russell Ascoli


Tradurre lallegoria: Convivio II, i

153

Teodolinda Barolini
Dantes Sympathy for the Other, or the Non-Stereotyping
Imagination: Sexual and Racialized Others in the Commedia

177

Le opere e la ricezione
Natascia Tonelli
Le rime

207

Roberto Rea
La Vita nova: questioni di ecdotica

233

Raffaella Zanni
Il De vulgari eloquentia fra linguistica, filosofia e politica

279

Giorgio Stabile
Dante oggi: il Convivio tra poesia e ragione

345

Antonio Montefusco
Le Epistole di Dante: un approccio al corpus

401

Riccardo Viel
Sulla tradizione manoscritta della Commedia: metodo
e prassi in centocinquantanni di ricerca

459

Paolo Canettieri
Il Fiore e il Detto dAmore

519

Saverio Bellomo
La natura delle cose aromatiche e il sapore della Commedia:
quel che ci dicono gli antichi commenti a Dante

531

Alessia Ronchetti
Da Beatrice a Fiammetta. Prime risposte boccacciane
al modello autobiografico dantesco

555

Simon A. Gilson
La divinit di Dante: The Problematics of Dantes Critical
Reception from the Fourteenth to the Sixteenth Centuries

581

Riassunti Summaries

605

Biografie degli autori

617

Roberto Rea

La Vita nova: questioni di ecdotica

1. Il testo della Vita nova, garantito per quasi un secolo dal prestigio e dallautorit delledizione di Michele Barbi1, conclamato
modello fondatore nella disciplina2, stato oggetto nellultimo
quindicennio di due nuove edizioni, quella di Guglielmo Gorni (appena riproposta con qualche lieve modifica allinterno del Meridiano delle Opere di Dante)3 e quella a cura di Stefano Carrai4, edizioni
fondate su premesse metodologiche e soluzioni assai diverse, ma
tuttavia concordi nel distaccarsi dalla vulgata barbiana in alcuni criteri e scelte di fondo, che riguardano sia la sostanza del testo sia
la veste linguistica. Questo nonostante la complessiva tenuta dello
1.La prima edizione (La Vita Nuova, per cura di M. Barbi, Opere minori di
Dante Alighieri, Edizione critica, Firenze 1907) fu rivista dallo studioso per ledizione nazionale delle opere dantesche, cfr. La Vita Nuova di Dante Alighieri, edizione critica per cura di M. Barbi, Societ dantesca italiana. Edizione Nazionale
delle Opere di Dante, Firenze 1932, che fiss il testo di riferimento (dora in poi
Barbi).
2. Cos G. Gorni, Per il testo della Vita nuova, in Studi di Filologia
Italiana, 51 (1993), pp. 5-38, a p. 6; poi rifuso assieme a Id., Lacuna e interpolazione, in La filologia testuale e le scienze umane, Atti dei Convegni dei Lincei
(Roma, 19-22 aprile 1993), Roma 1994, pp. 189-212, nel capitolo Lacuna e interpolazione, in Id., Dante prima della Commedia, Firenze 2001, pp. 83-110, da
cui dora in poi si cita.
3.Cfr. Dante Alighieri, Vita Nova, a c. di G. Gorni, Torino 1996 (dora in poi
Gorni); ora in Dante Alighieri, Opere, edizione diretta da M. Santagata, 2 voll.,
Milano 2011, I, pp. 747-1063.
4.Cfr. Dante Alighieri, Vita nova, a c. di S. Carrai, Milano 2009 (dora in poi
Carrai).
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Roberto Rea

stemma magistralmente tracciato da Barbi5, non intaccato dai ritrovamenti successivi6 e assunto come riferimento nelle stesse edizioni
di Gorni e Carrai7:
5.Si veda in particolare Gorni, Lacuna e interpolazione, cit., pp. 95-96. Una
proposta di possibile correzione dello stemma Barbi stata avanzata da Giorgio
Inglese nellambito di una riflessione sugli alberi bifidi, ma, bench coinvolga i
due principali rappresentanti della famiglia Beta, comunque non inciderebbe, come
riconosce lo stesso studioso, sulla sostanza delle scelte testuali (cfr. G. Inglese,
Appunti sulla biparticit stemmatica nella tradizione delle opere di Dante, in Studi
sulle societ e le culture del Medioevo per Girolamo Arnaldi, a c. di L. Gatto e P.
Supino Martini, 2 voll., Firenze 2002, I, pp. 245-248, e Id., Come si legge unedizione critica. Elementi di Filologia italiana, Roma 2006, pp. 99-103). Si vedano ora
in proposito anche le osservazioni di P. Trovato, In margine a una recente edizione
della Vita nuova. Schede sulla tradizione del testo, in Studi e problemi di critica
testuale, 81 (2010), pp. 9-15, alle pp. 12-13, che ribadisce la solidit delle scelte di
Barbi. Si noti che lo stemma Barbi ha trovato conferma anche in un recente esperimento di definizione automatica dei rapporti tra i testimoni mediante un software
appositamente sviluppato muovendo da modelli proprii della teoria dellinformazione, cfr. P. Canettieri, V. Loreto et alii, Philology and information theory: towards
an integrated approach, in Textual criticism and Genetics, a c. di P. Baret, A. Bozzi,
C. Mac, in Linguistica Computazionale, 24-25 (2006), pp. 104-126.
6. Sulla collocazione stemmatica dei nuovi frammenti (cfr. G. Tamburrino,
Un antico frammento della Vita Nuova, in Italia medievale e umanistica, 10
[1967], pp. 377-383, di cui si veda la recensione di G. Contini in Studi danteschi
46 [1969], pp. 359-363); A. E. Quaglio, Unantica reliquia della Vita Nuova, in
Filologia e Critica, 4 [1967], pp. 169-187, cui si aggiunga Id., Tradizioni irregolari nella storia di testi prosastici e prosimetri: esempi e avvertenze, in La critica
del testo. Problemi di metodo e esperienze di lavoro, Atti del convegno [Lecce, 2226 ottobre 1984], Roma 1985, pp. 151-207), che, come recentemente riconosciuto
da S. Bertelli, I manoscritti della letteratura italiana delle origini, Firenze 2002,
pp. 75-76, risalgono ad un unico codice, collaterale di M, si veda anche Trovato, In
margine a una recente edizione, cit.
7.Si riproduce qui una versione essenziale del celebre stemma barbiano. Il
ramo Alfa costituito da k, che rappresenta la tradizione chigiana, di cui il fiorentino K (Chigiano L.VIII.305) il testimone di gran lunga pi autorevole (al
quale si pu affiancare il pi tardo T [Trivulziano 1058]), e da b, che rappresenta
la tradizione derivata da To (Toledo, Biblioteca Capitolare, 104.6), la prima copia
del Boccaccio. Il ramo opposto Beta ha i suoi pi importanti rappresentanti nello
Strozziano (S), ovvero il Magliabechiano VI.103, e nellumbro Martelli 12, che
fra tutti il pi antico testimone dellopera. Per una descrizione di questi manoscritti
si veda Bertelli, I manoscritti, cit., e Dante Alighieri, Rime, 1, Documenti, a c. di D.
De Robertis, Firenze 2002.

La Vita nova: questioni di ecdotica

235

k
(K)

b
(To)

s
(S)

x
(M)

Le due edizioni sono state precedute e seguite da diversi


interventi critici, anche a firma di altri studiosi, che hanno dato vita
ad un articolato e proficuo dibattito, con implicita conferma del
valore paradigmatico che la vicenda editoriale dellopera dantesca
riveste nella nostra filologia. In questa sede si intende ripercorrere
le tappe fondamentali della discussione, che si appena arricchita
degli estremi contributi di Gorni, nonch proporre ulteriori dati e
riflessioni su alcuni punti nodali di ordine testuale e linguistico8.
I due aspetti, metodologicamente indipendenti, nel caso specifico
risultano strettamente correlati, vertendo entrambi, in ultima
istanza, sulla valutazione da assegnare alla testimonianza della
tradizione chigiana (k)9.
8.Non si affronteranno le questioni relative al titolo latino e alla nuova divisione in paragrafi: le soluzioni introdotte da Gorni hanno trovato ampi consensi
presso la comunit scientifica (si veda da ultimo G. Inglese, Su due recenti edizioni
dantesche, in Bollettino di Italianistica 7 [2010], 2, pp. 171-179, a p. 173, che
giudica il titolo in latino soluzione appropriata e scientificamente irreversibile e
la nuova partizione effettivamente pi razionale di quella, ottocentesca, ripresa
per praticit da Barbi; contra si veda comunque E. Malato, In difesa della societ
dantesca italiana, Roma 2006, pp. 98-105, cui si rinvia anche per i rimandi agli interventi precedenti; qualche riserva stata ultimamente espressa anche da Trovato,
In margine a una recente edizione cit., p. 10).
9.Si noti che gi oltre un secolo fa proprio il rifiuto di affidarsi completamente
al pi illustre rappresentante di quella tradizione, il Chigiano L.VIII.305, che, sottolineava polemicamente Parodi, era divenuto negli ultimi tempi il beniamino degli
editori della Vita nuova (cos nella sua recensione alledizione di Barbi del 1907
pubblicata nel Bulletino della societ dantesca italiana, 14 [1907], pp. 81-97, a
p. 83), aveva costituito il presupposto dellinnovativa e rigorosa applicazione del
metodo lachmaniano che caratterizz ledizione barbiana del 1907.
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2. La questione delle lectiones singulares di k venne sollevata


da Parodi nella sua recensione alla prima edizione barbiana. Parodi
si diceva colpito da un accordo non raro di b con Beta in omissioni
non tutte di lieve importanza, posto che siano omissioni, che trovavano rispondenza in altri casi in cui k presentava pure una lezione in
qualche misura eccedente rispetto a b e a Beta. Notando come il comportamento di Barbi riguardo tali lezioni non fosse univoco, Parodi,
per cercare comunque di spiegare la concordanza della tradizione del
Boccaccio con il ramo opposto dello stemma, avanzava il sospetto di
qualche antica contaminazione, sia pure superficiale e parziale, di b, o
del suo originale, con qualche codice di Beta o col suo archetipo10.
Alla sottile questione posta da Parodi Barbi dedic lultimo
comma dellintroduzione della sua riedizione dellopera dantesca
del 193211. Riordinando le lezioni sospette ne isol sei che sono
vere e proprie omissioni da parte di b:
Tabella n. 1a
1)

XXII [13], 12

Qui appresso laltro sonetto, s come dinanzi avemo narrato

2)

XXXIII [22], 4

E questa la canzone che comincia qui

3)

XXXVI [25], 3

E questo desso

4)

XXXVII [26], 5

E questo l sonetto che comincia

5)

XXXVIII [27], 7

E questo l sonetto che comincia qui

6)

XLI, 9

E questo l sonetto che comincia qui

Di queste Barbi conferm la scelta di accogliere la prima, sospinto, seppure tra molte esitazioni, da quella nota personale (s come
dinanzi avemo narrato) che difficilmente si spiega in un copista, mentre cos naturale nellautore, e di rifiutare le altre, che continuavano
a sembrargli tutte arbitrarie aggiunte di k, se non di Alfa. Liquid
inoltre senza troppi indugi lipotesi della contaminazione (lomissione in b si pu benissimo spiegare anche senza andar a pensare che
il Boccaccio tenesse davanti, oltre al suo originale, un esemplare di
10.Cfr. Parodi, recensione cit., pp. 88-89.
11.Cfr. Barbi, pp. cclxx-cclxxii, da cui sono tratte le successive citazioni.

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Beta, avvertisse in questo la mancanza di quei passi, e li ritenesse per


ci solo arbitrari), convinto che Boccaccio, il quale aveva cominciato sin da principio a metter francamente le mani nel testo sicuramente autentico per ci che si riferisce alla disposizione delle ragioni,
delle poesie e delle divisioni, potesse aver agito in modo del tutto
indipendente nei confronti di quelle indicazioni che sembravano in
se stesse superflue o aggiunte arbitrarie di trascrittori.
In un secondo elenco Barbi raggruppava poi altre otto lezioni
peculiari di k, che considerava semplificazioni da parte di b e Beta
(ma si noti fin da ora che le prime tre sono tipologicamente assai
simili alle precedenti), qui evidenziate in corsivo:
Tabella n. 1b
per quelle parole di Geremia profeta che dicono: O vos omnes...

7)

VII, 7 [2, 18]

8)

XXX, 1 [19, pigliando quello cominciamento di Geremia profeta che dice:


8]
Quomodo sedet sola civitas

9)

XXXI [20], 1 e per propuosi di fare una canzone, ne la quale piangendo


ragionassi di lei per cui tanto dolore era fatto distruggitore de
lanima mia; e cominciai allora una canzone, la qual comincia:
Li occhi dolenti

10)

III, 1 [1, 12]

mi salutoe molto virtuosamente,tanto che me parve allora vedere


tutti li termini de la beatitudine.

11)

IX [4], 5

Amore mi chiamasse, e dicessemi queste parole: Io vegno da


quella donna la quale stata tua lunga difesa, e so che lo suo
rivenire non sar a gran tempi; e per quello cuore che io ti facea
avere a lei, io lho meco, e portolo a donna la quale sar tua
difensione, come questa era.

12)

XVIII, 3 [10, Le donne erano molte, tra le quali n avea certe che si rideano tra
5]
loro; altre verano che mi guardavano aspettando che io dovessi
dire; altre verano simigliantemente che parlavano tra loro.

13)

XXII [13], 7

e per che volentieri laverei domandate se non mi fosse stata


riprensione, presi tanta matera di dire come sio lavesse
domandate ed elle mavessero risposto.

14)

XL [29], 2

che alquanti peregrini passavano per una via la quale quasi


mezzo de la cittade ove nacque e vivette e morio la gentilissima
donna. Li quali peregrini andavano, secondo che mi parve, molto
pensosi.

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Roberto Rea

Anche per queste lezioni Barbi non esitava a respingere lipotesi della contaminazione (io credo che se un uomo come il Boccaccio avesse avuto a sua disposizione un codice della famiglia Beta,
ne avrebbe certamente tratto profitto per altri passi dove la sua fonte
era evidentemente errata), insistendo sul fatto che lomissione di
parole che sono superflue o possono parere ingombranti si spiega
molto pi naturalmente per mossa spontanea e indipendente di vari
copisti. Quindi concludeva: ciascuno di questi casi di semplificazione potr dare a pensare, ma andr risolto con argomenti di
ordine speciale, e non con supporre una causa generale per tutti,
rinunciando infine, seppure dubbiosamente, soltanto alla lezione di
XVIII, 3 [10, 5].
La questione, rimasta sopita per oltre sessantanni12, stata riaperta da Gorni in un contributo preparatorio alla sua edizione pressoch interamente dedicato, sin dal titolo Lacuna e interpolazione,
proprio al problema delle lectiones singulares di k13. Il punto centrale
delle argomentazioni dello studioso sta non tanto nei giudizi di valore espressi su tali lezioni14, che dal punto di vista qualitativo rimangono irriducibilmente adiafore, bens nel riconoscimento della loro
unitariet. Tali lezioni fanno infatti sistema e quindi non possono
essere valutate caso per caso, ma impongono alleditore una scelta
univoca. Richiamandosi a una logica stemmatica formalmente inoppugnabile, Gorni indica come unica soluzione possibile quella di rifiutarle in blocco in quanto interpolazioni di k: qui Barbi chiude gli
occhi dinanzi allevidenza: se la concordanza in lacuna di b + Beta
non frutto di contaminazione (ipotesi di Parodi, che egli scarta), se
i due rami non sopportano una riunione su un piano pi alto, lunica
12. Si noti tuttavia che Contini nella sua recensione cit. a Tamburrino, Un
antico frammento cit., a proposito dei casi di concordanza tra b e Beta si chiedeva:
ma davvero si potr pensare sempre a poligenesi? (p. 361).
13.Cfr. Gorni, Lacuna e interpolazione, cit.
14.Lesame puntuale delle nove lezioni che coinvolgono formule introduttive
di componimenti o citazioni (sono i numeri da 1 a 9 nelle tabelle 1a e 1b) rinsalda
in Gorni la convinzione che si tratti di lezioni spurie e dunque da respingere in una
nuova restituzione critica del testo (p. 98), che viene estesa anche alle rimanenti
cinque lezioni (numeri 10-14): screditate per analogia, e per la logica complessiva
della tradizione propria ai singoli testimoni, sono anche () o lezioni isolate indifferenti (e dunque condannate a norma di stemma), o addirittura lezioni comparativamente pi scadenti (p. 99).

La Vita nova: questioni di ecdotica

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soluzione logica che simpone che b + Beta attestino la lezione


originale, e che laltro ramo collaterale a b nella tradizione di Alfa, e
cio k, interpoli, aggiungendo di suo elementi spuri15. Sulla base di
tali conclusioni, Gorni passa inoltre in rassegna tutti i casi in cui k si
distacca dalla restante tradizione per lezioni eccedenti di vario tipo
(incluse quelle segnalate gi da Barbi come erronee), riconoscendone infine la testimonianza viziata da unesorbitante tendenza verso
la ridondanza formulare, il pleonasmo, la zeppa16, che ne inficerebbe irrimediabilmente il valore. Tale giudizio ha trovato pieno
compimento nelledizione, dove il peso della tradizione chigiana
viene fortemente ridimensionato non solo sul piano della sostanza
testuale, ma anche, come si vedr, sul piano delle scelte formali.
Le conclusioni di Gorni riguardo le quattordici lectiones singulares di k sono state condivise, nonostante le decise obiezioni mosse
nei confronti di altre soluzioni delledizione einaudiana (su cui si
torner pi avanti), da Paolo Trovato17, al quale, pure sembrato
ragionevole rinunciare a diverse eccedenze sostanziali del Chigiano, seducenti ma non irresistibili e, soprattutto, non conciliabili con
laccordo tra Beta e la tradizione Boccaccio. Tuttavia, lo studioso
non ha escluso del tutto lipotesi alternativa di Parodi di una contaminazione fra le due tradizioni, richiamando lattenzione su una
proposta di Castellani che, sulla base di scritture di tipo fiorentino
ravvisate nel codice, ipotizza che M fosse stato portato da Gubbio a
Firenze () prima della met del Trecento18 e quindi potesse essere
stato utilizzato Boccaccio.
A conclusioni pressoch opposte invece giunto Stefano Carrai, in un contributo pure specificatamente dedicato alla questione19.
Dopo aver premesso che nella scelta di lezioni adiafore si rischia
comunque di non uscire dallopinabile, Carrai reimposta il discor15.Ibid., p. 96.
16.Ibid., pp. 101-105.
17. Cfr. P. Trovato, Il testo della Vita Nuova e altra filologia dantesca,
Roma 2000.
18.Cfr. Ibid., p. 79, con rinvio a A. Castellani, Sul codice Laurenziano Martelliano 12, in Sotto il segno di Dante. Scritti in onore di Francesco Mazzoni, a c. di
L. Coglievina e D. De Robertis, Firenze 1998, pp. 85-97.
19. Cfr. S. Carrai, Per il testo della Vita Nova. Sulle presunte lectiones
singulares del ramo k, in Filologia Italiana, 2 (2005), pp. 39-47.
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so sullunica lectio singularis di k che pare differenziarsi da tutte


le altre, quella di XXII [13], 12 Qui appresso laltro sonetto, s
come dinanzi avemo narrato, per la quale pare plausibile ipotizzare unorigine genuinamente dantesca, essendo caratterizzata come
riconobbe gi Barbi da una nota personale () che difficilmente
si spiega in un copista, mentre cos naturale nellautore. Quindi, concordando con Gorni sul fatto che tali lezioni vadano prese o
rifiutate in blocco, Carrai ne ribalta le conclusioni, postulando che
nei quattordici casi in questione venga a configurarsi una serie
omogenea di concordanze in lacuna di b e Beta20. Per spiegare tale
concordanza, che renderebbe le lezioni di k irricevibili su base stemmatica, e ritenendo tuttavia anchegli inverosimile pensare, come
voleva Barbi, che tali omissioni possano essere poligenetiche21, Carrai avanza tre ipotesi alternative, che si aggiungono a quella di Parodi della contaminazione:
1. sono varianti dautore eliminate in una seconda redazione trasmessa
da b e Beta
2. sono varianti dautore aggiunte in una seconda redazione trasmessa
da k
3. sono lezioni originarie potate da Beta e quindi per contaminazione
da Boccaccio.
4. sono lezioni originarie potate (a livello darchetipo?) e recuperate da
k per contaminazione extrastemmatica.

Ledizione del 2009, oltre ad accogliere le quattordici singulares di k, procede a una consistente rivalutazione dellintera lezione
chigiana, che va dalla promozione a testo di altre sue varianti pi o
meno peculiari allassunzione integrale della sua veste linguistica,
pur facendo salvo il fatto che non si tratta di unedizione condotta
su un solo manoscritto (secondo il metodo di Bdier), dal momento
che le scelte di sostanza seguono, a parte le eccezioni ora segnalate,
lalbero genealogico dei manoscritti tracciato da Barbi22.
Lultima replica di Gorni, giunta pochi mesi prima della sua prematura scomparsa, consiste in un intervento molto articolato e, come
20.Ibid., p. 44.
21.Ibid., p. 45.
22.Cfr. Carrai, p. 28.

La Vita nova: questioni di ecdotica

241

sempre, accuratamente documentato, che richiama lattenzione sul


comportamento dei vari testimoni riguardo il sistema dantesco delle
divisioni e delle formule introduttive (giungendo per a conclusioni diverse da quelle che si propongono qui di seguito)23. Lo studioso
ribadisce inoltre la sua forte diffidenza verso le lezioni del Chigiano,
e in particolare verso quella di XXII [13], 12, su cui Carrai costruisce
la sua argomentazione, giudicata uninsulsa didascalia24. Tuttavia
si pu osservare sin da ora la lectio singularis di S a XXXIX [28],
7 et dissi allora, citata come riprova della natura spuria di simili
escrescenze anche se in prima persona, sembra costituire un caso
diverso: si tratta, a quanto pare, di una banale ripetizione dovuta a
saut du mme au mme (si d il passo secondo lo stesso testo di S):
propuosi di fare un sonetto nel quale io conprehendessi la sentenzia
di questa ragione et dissi allora lasso per forza di molti sospiri Et dissi
lasso in quanto mi vergognava di cci che gli miei ochi aveano cos
va[ghe]ggiato/ questo sonetto non divido per che assai manifesta la
sua ragione et dissi allora lasso per forza25. La recentissima riedizione della Vita nova nei Meridiani Mondadori conferma il testo delledizione einaudiana, con leccezione di un paio di interventi puntuali26.
Largomento pi forte contro le lezioni di k rimane quello stemmatico: in linea di principio nella prassi editoriale di derivazione
lachmaniana le lectiones singulares, tanto pi se adiafore, dovrebbero essere eliminate a vantaggio della soluzione maggioritaria, che
risulta essere la pi economica, ovvero, come sottolinea Gorni appellandosi a Contini, la pi congruente con la globalit dei dati in
possesso27.
Lunico punto sui cui concordano tutti gli studiosi nellescludere che le omissioni che si registrano in b e in Beta rispetto a k,
23.G. Gorni, Appunti di filologia e linguistica in margine alla lingua della
Vita nova, in Studi danteschi, 74 (2009), pp. 1-37.
24.Ibid., p. 22.
25.Si utilizzata ledizione interpretativa prodotta nellambito del progetto I
testimoni della Vita nova, diretto da S. Albonico, presso lUniversit degli Studi di
Pavia, Dipartimento di Scienza della Letteratura e dellArte Medievale e Moderna,
CIBIT, consultabile in internet allindirizzo http://vitanova.unipv.it. Sulle altre lectiones singulares di S si veda pi avanti la nota n. 56.
26.Cfr. la Nota al testo in Dante Alighieri, Opere cit., pp. 783-784 e 792.
27.Cfr. Gorni, Appunti di filologia cit., p. 6.
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Roberto Rea

ammesso pure che siano tali, possano essere di natura poligenetica.


In effetti, a guardare il duplice elenco del Barbi, di fronte a ben quattordici casi (di cui almeno sei decisamente consistenti) di concordanza della tradizione del Boccaccio con il ramo opposto dello stemma,
assai difficilmente si potrebbe pensare il contrario. Anzi, per dirla
tutta, piuttosto sorprendente che un grande e avveduto maestro del
calibro di Barbi potesse dirsi persuaso di tale soluzione.
Ma la questione assume una luce differente se la si guarda da
unaltra prospettiva. Per cercare di spiegare la corrispondenza di b
con il ramo opposto, utile infatti tornare a riflettere sul comportamento dello stesso Boccaccio, prima ancora che su quello di k.
Le omissioni pi consistenti riguardano, come si visto, le
formule introduttive delle poesie nella seconda parte del libello. Tali
formule si collocano tutte in stretta prossimit delle celebri divisioni inserite da Dante per illustrare i suoi componimenti lirici, ma
com noto scorporate e relegate a chiosa marginale da Boccaccio
nelle sue copie del libello, sulla base di convincimenti personali che
lo scrittore si sente in dovere di esporre in una lunga e altrettanto
famosa nota: Meraviglierannosi molti per quello che io advisi perch io le divisioni de sonetti non nel testo poste come lautore del
presente libretto le puose ()28.
Sar allora opportuno esaminare in modo sistematico il comportamento del Boccaccio in tutti gli altri passaggi testuali coinvolti
nellestrapolazione delle divisioni e compresi nella seconda parte
della Vita nova. Ho condotto lesame non solo sulle tavole di Barbi
(come rilevato da Gorni, non sempre nellIntroduzione barbiana viene registrato tutto), ma ricontrollando i passi in questione sugli autografi boccacciani: il Toledano29 e il Chigiano L.V.17630. Nella co28. Su Boccaccio editore della Vita nova si veda da ultimo J. M. Houston,
Maraviglierannosi molti. Boccaccios Editio of the Vita Nova, in Dante Studies, 76 (2008), pp. 89-107.
29.Si cita dalledizione interpretativa di To disponibile in internet presso il
sito del progetto I testimoni della Vita nova, diretto da S. Albonico, cit.
30.Cfr. Il codice Chigiano L.V.176. Autografo di Giovanni Boccaccio. Edizione
fototipica, introduzione di D. De Robertis, Firenze 1974. Per la Vita nova cfr. in part.
pp. 39-40: Il testo chigiano non fa che riprodurre quello del pi antico Toledano
(). Anche dal punto di vista esteriore, la nuova copia appare condotta sul modello
dellantica. Salvo che dal Toledano, capostipite di una cospicua famiglia di testimoni

La Vita nova: questioni di ecdotica

243

lonna di sinistra si d il testo delledizione Barbi (che equivale a k +


Beta), in quella di destra quello dellautografo toledano del Boccaccio (segnalando le eventuali discrepanze dellautografo chigiano)31:
Tabella n. 2
k + Beta

b (T + K2)

XXIII [14], 16

e per ne dissi questa canzone: omette ordinata s come manifeDonna pietosa e di novella etate, sta la infrascritta divisione
ordinata s come manifesta la
infrascritta divisione

XXIV [15], 6

e dissi questo sonetto, lo quale K2 omette lo quale comincia


comincia: Io mi senti svegliar

XXVI [17], 4

Allora dissi questo sonetto, lo omette lo quale comincia


quale comincia: Tanto gentile

XXVI [17], 9

e dissi allora questo altro sonetto, et dissi allora [K2 e dissi] questo
che comincia: Vede perfettamente sonetto Vede perfecta;
onne salute, lo quale narra di lei
come la sua vertude adoperava ne
laltre, s come appare ne la sua
divisione

XXVII [18], 2

cominciai allora una canzone, la cominciai allora [K2 etcominciai]


questa canone S lungiamente
quale comincia: S lungiamente
[K2 omette lincipit]

XXXI [20], 1 (da e cominciai allora una canzone, etcominciai allora [K2 etcominqui le divisio- la qual comincia: Li occhi dolenti ciai] Gliocchi dolenti per piet
ni precedono il per piet del core
del core et c.
componimento)

dal Barbi designata con la lettera b (), il Chigiano () deriverebbe attraverso una
serie dintermediari (b*, b1-b3 o *, b3, k2-mc, k2) [cfr. Barbi pp. cxlii-cxlvii, clvii-clxii,
clxxxiv-cxcix], ma lo stesso De Robertis ha dimostrato che la fonte k2 da identificare
in realt con il Chigiano stesso, che si riavvicina quindi di un grado al capostipite Toledano. Sulla datazione degli autografi del Boccaccio, si veda ora F. Malagnini, Il libro
dautore dal progetto alla realizzazione: il Teseida delle nozze dEmilia (con appendice sugli autografi di Boccaccio), in Studi sul Boccaccio, 34 (2006), pp. 3-102.
31.Si tralasciano le sottili discrepanze concernenti la modalit di citazione
degli incipit dei componimenti, riportati per intero nelledizione Barbi, ma ridotti
in modo pi o meno regolare dal Boccaccio.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

244

Roberto Rea

XXXII [21], 3

e dissi allora questo sonetto, omette che comincia


che comincia: Venite a intender
li sospiri miei (k omette che
comincia)

XXXIV [23], 3

e dissi allora questo sonetto, lo


quale comincia: Era venuta; lo
quale ha due cominciamenti, e
per lo divider secondo luno e
secondo laltro

et dissi allora questo sonetto il


quale comincia. Era venuta etc.
lo quale due cominciamenti
Luno

XXXV [24], 4

e conchiudesse in esso tutto ci


che narrato in questa ragione.
E per che per questa ragione
assai manifesto, s nollo divider.
Lo sonetto comincia: Videro li
occhi miei

etconchiudessi in esso tutto ci


chenarrato in questa ragione.
et comincia il sonetto [K2
cominciai]. Videro. etc.

XXXVII [26], 3 E dissi questo sonetto, lo quale omette lo quale comincia


comincia: Lamaro lagrimar
XXXIX [28], 6

E dissi allora: Lasso! per forza di stessa lezione


molti sospiri

XL [29], 5

e dissi questo sonetto, lo quale stessa lezione


comincia: Deh peregrini che
pensosi andate

Appare evidente come Boccaccio operi costantemente interventi di tipo semplificatorio in prossimit dei passaggi tra prosa e
poesia, dove si configurano quindi sistematiche omissioni (lectiones
singulares), ma, in questo caso, rispetto alla lezione k + Beta32. Non
solo Boccaccio elimina, con le divisioni, ogni riferimento alle stesse
(cfr. XXIII [14], 16; XXVI [17], 9; XXXIV [23], 3; XXXV [24], 4),
ma taglia le formule introduttive dei componimenti, anche quando
non sarebbe di per s obbligato, privandole di ogni elemento che non
sia indispensabile: dalla rimozione della clausola relativa lo quale/
che comincia di XXIV [15], 6 (solo in K2); XXVI [17], 4; XXXII
32. Gli unici casi in cui Boccaccio non interviene sono in pratica XXXIX
[28], 6, dove la formula introduttiva gi estremamente stringata e non viene operata alcuna divisione (segue invece una breve giustificazione dellinteriezione dolorosa), e XL [29], 5, dove pure Dante rinuncia alla divisione facendo precedere il
componimento da unarticolata spiegazione del termine pellegrini.

La Vita nova: questioni di ecdotica

245

[21], 3; XXXVII [26], 3, alle riduzioni pi consistenti di XXVII


[18], 2; XXXI [20], 1 (cui si aggiungano i gi citati XXVI [17], 9;
XXXIV [23], 3; XXXV [24], 4)33.
Se si riconsiderano allinterno del quadro appena delineato le
omissioni in accordo con Beta e in opposizione a k comprese nella
prima lista di Barbi (cfr. tabella 1a), ci si rende bene conto che rientrano pure nel processo di rassettamento del testo imposto dalla rimozione delle divisioni. La formula attestata in k non si sarebbe infatti
potuta mantenere in XXXVII [26], 5 (E questo l sonetto che comincia), dove, venendo meno la divisione, si sarebbe trovata a contatto con lanaloga formula introduttiva, che precedeva la stessa divisione, E dissi questo sonetto, lo quale comincia: Lamaro lagrimar.
Stesso discorso per il caso di XLI [30], 9, dove Boccaccio rimuove
tutta la lunga divisione e spiegazione del componimento contenuta ai
paragrafi 3-9, inserendo cos il sonetto subito dopo la notazione del
paragrafo 2 Lo sonetto lo quale io feci allora comincia, che pure
avrebbe reso del tutto superflua la formula speculare E questo l
sonetto che comincia qui, riportata da k proprio in conclusione del
paragrafo 9. Similmente, nel discusso caso di XXII [13], 12 Qui appresso laltro sonetto, s come dinanzi avemo narrato, omettendo
lintera divisione, che nelloriginale separa il primo sonetto dal secondo legittimando cos lesigenza di un richiamo al discorso precedente, non avrebbe senso ripetere la formula introduttiva, bastando il
duplice annuncio che precede il primo sonetto (E comincia lo primo:
Voi che portate la sembianza umile, e laltro: Se tu colui chai trattato sovente). In modo analogo in XXXVI [25], 3, lassenza della
formula di k E questo desso si spiega con il taglio da parte del
Boccaccio del periodo precedente, concludendosi la parte introduttiva
del componimento con parlando a lei e dissi (invece di parlando
a lei, e dissi questo sonetto, lo quale comincia Color damore; ed
piano sanza dividerlo, per la sua precedente ragione). Questo ultimo
caso conferma inoltre la spiccata tendenza di Boccaccio a scorciare i
33.Nella prima parte, dove le divisioni seguono il componimento e quindi
possono essere rimosse senza richiedere ulteriori rimaneggiamenti, Boccaccio interviene meno, si noti tuttavia che taglia comunque la formula lo quale/che comincia in XII, 8 [5, 15]; XV [8], 3; XVI [9], 6; XIX, 3 [10, 14] (assieme al riferimento
alla divisione); XXI [12], 1.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

246

Roberto Rea

passaggi introduttivi delle poesie anche al di l di quanto strettamente


richiesto dallestrapolazione delle divisioni, come del resto si ricava
gi dai passi paralleli riportati sopra nella tabella (cfr. in part. XXVI
[17], 9 e XXVII [18], 2), che farebbe risultare, a questo punto, pressoch inattesa la presenza delle formule comunque pleonastiche di k in
XXXIII [22], 3-4 (E questa la canzone che comincia qui), dove,
caso del tutto eccezionale, Boccaccio non estrapola la stessa divisione
(forse perch molto sintetica), e in XXXVIII [27], 4-7 (E questo
l sonetto che comincia qui), dove mantiene intatta la formula introduttiva (E dissi questo sonetto, lo quale comincia Gentil pensero)
probabilmente perch non segue immediatamente la divisione, bens
una lunga giustificazione delluso dei termini cuore e anima ( un
caso analogo a quello di XL [29], 5).
Tutti gli interventi semplificatori di Boccaccio sulle parti introduttive configurano insomma un sistema autonomo, la cui rispondenza con luno o con laltro ramo della tradizione dipende in pratica
dalla diversa condotta degli altri testimoni. In altre parole, lo spostamento a margine delle divisioni comport una serie di ritocchi, piccole giunte, modificazioni e tagli, che rendono del tutto inaffidabile,
per questa parte, la recensione boccacciana34. Ma se le cose stanno
cos, Boccaccio pu aver eliminato tali formule, ammesso che fossero
effettivamente presenti nel suo antigrafo (Alfa, o un suo discendente),
in modo del tutto indipendente da Beta, come invero aveva sostenuto
Barbi replicando alle obiezioni di Parodi35. Ai fini della costituzione
del testo ci comporta che il criterio della maggioranza stemmatica
per tali casi non potr essere in nessun modo dirimente.
In questa prospettiva andranno riconsiderate anche le otto semplificazioni di minore entit della lista del Barbi. Rientra appieno
nel tipo di intervento dovuto alla rimozioni delle divisioni il caso di
XXXI [20], 1, gi incluso nella tabella precedente (cfr. sopra). Alla
personale idiosincrasia di Boccaccio nei confronti di formule relative
del tipo che comincia per introdurre lattacco di un componimento, pure variamente attestata sopra (cfr. XXIV [15], 6; XXVI [17], 4;
34.Cos Gorni, Appunti di filologia cit., p. 20, che, proprio sulla base di tale
notazione, tralascia di esaminare nello specifico il comportamento di Boccaccio,
incentrando il discorso sulla condotta di K e S.
35.Cfr. Barbi, p. cclxxi.

La Vita nova: questioni di ecdotica

247

XXXII [21], 3; XXXVII [26], 3,), ricondurrei, senza alcuna necessit quindi di postulare un contatto con Beta, anche lassenza delle
analoghe formule di VII, 7 [2, 18]: per quelle parole di Geremia
profeta che dicono O vos omnes... e XXX, 1 [19, 8]: pigliando
quello cominciamento di Geremia profeta che dice Quomodo sedet sola civitas. Rimangono quindi della lista originaria soltanto
cinque semplificazioni di lieve entit (i numeri da 10 a 14). Per
queste, che cadono al di fuori del sistema delle formule introduttive,
bisogner comunque tenere in conto non solo che, sul piano generale, scrupolo di riprodurre fedelmente il suo testo il Boccaccio non
lo dimostra in nessuna parte della sua copia, a cominciare dalla separazione violenta delle divisioni dal resto dellopera, per finire alle
sistematiche mutazioni nelle forme e nei suoni, o, come suol dirsi
con una sola parola nellortografia36, ma anche che tale mancanza
di scrupolo coincide quasi sempre con una generale istanza semplificatoria, come verificato sopra a proposito di XXVI [17], 9; XXVII
[18], 2 e XXXVI [25], 3, e come gi sottolineato in pi luoghi dallo
stesso Barbi, il cui elenco delle varianti caratteristiche di b rispetto a k e Beta fa saltare agli occhi una spiccata tendenza ad eliminare non solo singoli elementi ma anche intere frasi, se non porzioni
piuttosto estese di testo (come nel caso di XII, 11 [5, 18]; XV [8],
1-2; XXIII [14], 5; XXIII [14], 16; XXVI [17], 8; XXIX, 2 [19, 5];
XXXIII [22], 4)37. Insomma, appurata tale generale condotta, non si
pu escludere con certezza che leventuale omissione di elementi
non indispensabili al senso della frase come lavverbio molto in
III, 1 [1,12]; la locuzione a gran tempi in IX [4], 5; lavverbio
simigliantemente in XVIII, 3 [10,5]; laggettivo tanta in XXII
[13], 7; la ripresa del soggetto mediante formula relativa li quali
peregrini (al posto della congiunzione e) in XL [29], 2, possa
essere avvenuta in modo indipendente da Beta38.
36.Ibid., p. ccxi.
37.Ibid., pp. cxlii-cxlvii.
38.Della concreta possibilit di coincidenze di questo genere come prodotto
del generale comportamento del Boccaccio, spesso intenzionale, ma talvolta imputabile a mera distrazione (in pi di un caso per saut du mme au mme), pu essere
indicativo il caso di XIX, 19 [10, 20], dove in b si registra lestesa lacuna tutta
la persona ne la seconda dico dalquante bellezze che sono secondo, che trova
unesclusiva, ma senzaltro incidentale, corrispondenza in un singolo rappresentanCritica del testo, XIV / 1, 2011

248

Roberto Rea

Riguardo la possibilit di una contaminazione di b con Beta


sollevata da Parodi a me sembra che siano dunque da recuperare le
ferme conclusioni che Barbi pone a sigillo della sua Introduzione:
tutto ben considerato e riconsiderato, io non riesco a scorgere nessuna prova di contaminazione della lezione di b con quella di Beta;
mi par anzi che nel complesso delle cose risulti la necessit di escluderla nettamente39. Daltra parte per, altrettanto ineludibile, per
quel che concerne la valutazione delle lectiones singulares di k, che il
riconoscimento della sostanziale indipendenza (e inaffidabilit) della
condotta di Boccaccio comporti che nei casi in questione non ci si
possa appellare al criterio della maggioranza stemmatica. Siamo di
fatto in presenza di unopposizione k vs Beta. Questo vuol dire che
lipotesi che le vuole arbitrarie interpolazioni del copista di k ha pari
valore di quella che le vuole lezioni dautore assenti in Beta per una
delle ragioni ipotizzate da Carrai.
Verso analoghe conclusioni sembra condurre anche un complessivo riesame della condotta di k. Ridimensionato il valore della testimonianza del Boccaccio per i casi di sintesi e omissione, soprattutto
nei luoghi coinvolti nella rimozione delle divisioni, si pu infatti
provare a mettere meglio a fuoco il comportamento di k, a partire
dalle stesse formule introduttive delle poesie. Ha ragione Gorni nel
richiamare lattenzione sul fatto che k adotti alcune soluzioni peculiari anche nella prima parte del libello40, ma, a questo punto, per
avere un quadro completo e oggettivo, bene riesaminare da capo,
senza pregiudizi, tutti i passaggi in questione (si cita la lezione di
K)41, confrontandoli con la testimonianza di Beta:
te del ramo opposto dello stemma: S (si veda Barbi, p. cxliv, n. 1). Non comunque
revocabile in dubbio la complessiva tenuta del raggruppamento Alfa, anche se il valore probatorio di alcuni errori su cui Barbi fonda la parentela fra k e b pu apparire,
alla luce di quando appena osservato, meno solido di quanto non sembri a prima
vista (cfr. Barbi, pp. ccx-ccxi). Segnalo in part. il caso, affine a quello appena citato,
di XXII [13], 2, dove sia b sia k omettono la parte che evidenzio in corsivo: e nulla
sia s intima amistade come da buon padre a buon figliuolo e da buon figliuolo a
buon padre; e questa donna fosse (), omissione pure spiegabile come un saut du
mme au mme operato indipendentemente dai due copisti.
39.Cfr. Barbi, p. cclxxii.
40.Cfr. Gorni, Appunti di filologia, cit., pp. 21-25.
41.Si cita dalledizione interpretativa disponibile in internet presso il sito del
progetto I testimoni della Vita nova, diretto da S. Albonico, cit.

La Vita nova: questioni di ecdotica

249

Tabella n. 3
k (lezione di K)

differenze rispetto a
Beta

II, 1 [1, 20]

Et cominciai allora questo sonetto

k non cita lincipit

VII, 2 [2, 13]

et allora dissi questo sonetto che comincia

k non cita lincipit

VIII [3],3

Et dissi allora questi due sonetti li quali co- nessuna differenza


mincia ilprimo Piangete amanti/ et ilsecondo/ Morte villana

IX [4],8

cominciai di ci questo sonetto il quale co- k non cita lincipit


mincia

XII, 9 [5, 16]

feci poi questa ballata checomincia chos

k non cita lincipit

XIII [6],7

edissine allora questo sonetto loqual comincia

k non cita lincipit

XIV [7], 10

Et allora dissi questo sonetto il quale k non cita lincipit


chomincia cos

XV [8], 3

Edissi questo sonetto ilquale comincia chos k non cita lincipit

XVI [9],6

Et per dissi questo sonetto ilqual comincia

k non cita lincipit

XIX, 3 [10, 14] cominciai una chanone con questo k non cita lincipit
cominciamento. ordinata nel modo che ssi
vedr disotto nelasua divisione. Lachanone
chomincia chos
XX [11],2

Eallora dissi questo sonetto loqual comincia k non cita lincipit

XXI [12],1

E allora dissi questo sonetto loquale comincia k non cita lincipit

XXII [13], 8

Et comincia loprimo. Voi cheportate lasem- prima del secondo sobiana humile Et laltro settu colui chetrac- netto ( 11) k presenta
tato i sovente
la formula introduttiva qui appresso /
laltro sonetto scome
dinani avemo narrato

XXIII [14], 16

eper nedissi questa canone. Donna pietosa nessuna differenza


e dinovella etate. Ordinata scome manifesta (omette divisione, ma
lainfrascritta
si tratter di una dimenticanza)

XXIV [15], 6

dissi questo sonetto loquale comincia chos

Critica del testo, XIV / 1, 2011

k non cita lincipit

250

Roberto Rea

XXVI [17], 4

Allora dissi questo sonetto ilquale chomincia k non cita lincipit


chos

XXVI [17], 9

edissi allora questo altro sonetto / checomin- nessuna differenza


cia. Vede perfectamente ongni salute. lo quale narra dilei come lasua vertude adoperava
nellaltre. schome appare nellasua divisione

XXVII [18], 2

cominciai allora una canone laqual comincia k non cita lincipit

XXXI [20], 1 e cominciai allora una canone laqual comin(da qui le divi- cia. Liocchi dolenti perpiet delcore. [segue
sioni precedo- la divisione]
no il componimento)

k presenta la formula introduttiva una


canone la qual comincia

XXXII [21], 3-4 edissi allora questo sonetto. Venite antendere nessuna differenza
lisospiri miei. [segue la divisione]
XXXIII [22], 4

XXXIV,
7-8

Lacanone comincia. quantunque volte/ [se- dopo la divisione k


gue la divisione] e questa la canone che presenta la formula
comincia.
introduttiva e questa
lacanone che comincia.

[23], edissi allora questo sonetto. loquale comin- nessuna differenza


cia. Era venuta. loquale due cominciamenti
e per lo divider secondo luno/ e secondo
laltro [segue la divisione] Primo cominciamento () Secondo cominciamento

XXXV [24], 4

Etper propuosi didire un sonetto nelquale nessuna differenza


io parlasse allei. econchiudesse inesso tutto ci chenarrato / inquesta ragione/ eper
che per questa ragione assai manifesto
snollo divider/ losonetto chomincia

XXXVI [25], 3

dissi questo sonetto loquale comincia. Cho- dopo ragione k prelor damore. ed piano sana dividerlo perla senta la formula insua precedente ragione. e questo desso.
troduttiva e questo
desso.

XXXVII [26], E dissi questo sonetto lo quale comincia/ dopo la divisione k


3-5
lamaro lagrimare/ ede due parti. [segue la presenta la formula
divisione] Equesto lsonetto checomincia introduttiva Equesto
l sonetto che comincia

La Vita nova: questioni di ecdotica

251

XXXVIII [27], edissi questo sonetto. quale comincia. Gen- dopo la divisione k
3-7
tile pensero. [segue la divisione] Et questo presenta la formula
lsonetto checomincia qui
introduttiva Et questo
l sonetto che comincia qui
XXXIX
6-7

[28], edissi allora. Lasso perfora dimolti sospiri. nessuna differenza


edissi lasso inquanto mivergongnava/ dici
che li miei occhi aveano cos vaneggiato.
Questo sonetto non divido/ per che assai
lomanifesta lasua ragione

XL [29], 7-8

e dissi questo sonetto lo quale comincia. nessuna differenza


De peregrini che ss pensosi andate. [segue
spiegazione]. Questo sonetto nondivido. per
cheassai lomanifesta lasua ragione.

XLI [30], 1-9

edissi allora un sonetto loquale narra delmio


stato emandalo alloro colprecedente sonetto acompangnato echon unaltro checomincia/ Venite a ntendere. [2]Losonetto loquale
io feci allora chomincia. Oltre laspera. [segue
la divisione] Equesto l sonetto checomincia qui.

dopo la divisione k
presenta la formula
introduttiva Equesto
l sonetto che comincia qui.

Riconsiderate nellambito della complessiva condotta di k, le


peculiari formule introduttive isolate da Barbi assumono tuttaltro significato. Ci si accorge che non sono affatto giunte casuali e gratuite,
ma sono parte integrante di un disegno coerente che coinvolge lintero libello dantesco. Nella prima met del libello, dove le divisioni
seguono il componimento, K introduce le poesie senza citarne lincipit, facendo seguire alla formula lo quale|il quale|che comincia
un cos o semplicemente un segno interpuntivo42, che svolgono in
pratica la funzione dei due punti. Le eccezioni rispondono a situazioni
di carattere particolare. In VIII [3], 3 e XXII [13], 8 sono introdotti
simultaneamente due componimenti, che vengono quindi differenziati
mediante la citazione dei rispettivi attacchi. In XXIII [14], 16 e XXVI
[17], 9 lincipit viene citato senza rischi di eccessiva ridondanza per42.Per luso dei segni interpuntivi allinterno prosimetro nella testimonianza
del Chigiano cfr. Intavulare. Tavole di canzonieri romanzi, III, Canzonieri italiani, 1, Biblioteca Apostolica Vaticana. Ch (Chig. L. VIII, 305), a c. di G. Borriero,
Citt del Vaticano 2006, pp. 238-239.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

252

Roberto Rea

ch il componimento non segue immediatamente, ma preceduto da


unulteriore notazione. Nella seconda parte le divisioni precedono il
componimento, quindi la formula introduttiva, non trovandosi pi a
stretto contatto con il medesimo componimento, pu includere la citazione dellincipit. Tuttavia, a differenza di Beta, dopo le stesse divisioni, i componimenti, a partire dal terzo, vengono reintrodotti mediante
formule del tutto analoghe a quelle della prima parte. Anche in questo
caso le eccezioni riflettono ragioni puntuali. Tali formule non si registrano in XXXIV [23], 7-8, dove si hanno due cominciamenti per lo
stesso sonetto, introdotti dalle specifiche notazioni Primo cominciamento e Secondo cominciamento, e in XXXIX [28], 6 e XL [29],
8, dove la lapidaria dichiarazione di rinuncia alla divisione (Questo
sonetto non divido per che assai lo manifesta la sua ragione), fa di
fatto le veci della formula introduttiva43. Si pu concludere che nella
versione di k i passaggi dalla prosa alla poesia presentano nel complesso una certa uniformit e sono ispirati da una logica comune, che
prevede la ripresa delle formule introduttive quando il testo poetico
viene a trovarsi a una certa distanza dal suo annuncio, ma che tende a
evitare tali soluzioni quando rischiano di apparire inutilmente ridondanti ( il caso della mancata citazione degli incipit nella prima parte o
della mancata ripetizione delle stesse formule in alcuni passaggi della
seconda). Tale logica, che comunque presuppone una complessiva intelligenza della struttura dallopera, potrebbe risalire tanto alla volont
dellautore quanto al rimaneggiamento di un abile copista: non ci sono
elementi davvero decisivi a favore delluna o dellaltra ipotesi44.
Un argomento di non poco peso contro la credibilit della testimonianza di k potrebbe tuttavia essere la smodata e quindi sospetta
tendenza alla prolissit imputatagli da Gorni, sulla base di una consistente mole di dati che sembrerebbe lasciare pochi dubbi circa la
condanna della vulgata chigiana come il trionfo della ridondanza
43.Si noti che in XXXVI [25], 3 la rinuncia alla divisione espressa in modo
pi esteso, tale da giustificare la ripresa della formula introduttiva, anche se comunque in una versione molto sintetica: e questo desso; la stessa cosa accade
a XXXV [24], 4.
44.Non mi sembra quindi che si possa concludere che tali lezioni di k, al pari delle
altre sue peculiari, tradiscano unottica privata e soprattutto discordante da quella di
Dante, ovvero che possano essere dettate per lo pi da quella che continuerei a chiamare mera eleganza di pagina (cfr. Gorni, Appunti di filologia cit., pp. 25 e 29).

La Vita nova: questioni di ecdotica

253

formulare, del pleonasmo e della zeppa45. Sar allora il caso di riconsiderare integralmente la fitta serie di lezioni singolari di k che,
a qualche titolo, risultano pleonastiche46. In primo luogo, mi sembra opportuno distinguere almeno due tipi di fondo:
a) lezioni pleonastiche di minima entit (inserzione di un pronome personale, di un possessivo, di una particella pronominale, di
una preposizione, di un articolo, di una congiunzione)47:
Tabella n. 4
k

b + Beta

I [1,1]

asemprarle

assemplare

II, 4 [1, 5]

del mi cuore

de lo cuore

III, 5 [1, 16]

delle sue mani

de le mani

V, 4 [2, 9]

scriuerle

scrivere

XVI [9], 1

nelle quali io dicessi

nelle quali dicessi

XIX, 1 [10,12]

passando io

passando

XIX, 20 [10, 31]

principio de lamore

principio damore

XXII [13], 4

men sarei

mi sarei

XXII [13], 16

per chuio

per cui

XXVI [17], 11

e damore

damore

XXX, 1 [19, 8]

uedoua e dispogliata

vedova dispogliata

45.Cos Gorni, Lacuna e interpolazione cit., p. 101.


46.Cfr. Ibid., pp. 101-105.
47.Ai nostri fini, sono da lasciare fuori, tra i casi segnalati, le lezioni che
trovano riscontro, anche se parziale, in altri rami della tradizione (cfr. ad es. XXVI
[17], 9 volendolo, che si ritrova, bench aggiunto, anche in b); le varianti che
non rientrano nella categoria in questione di pleonasmi (cfr. ad es. limperfetto
tornavano vs il presente tornano a XXII [13], 11); i casi di cos che introduce
una principale dopo subordinata (cfr. pp. 102-103), per i quali si rimanda a Trovato,
Il testo, cit., pp. 44-46; inoltre da escludere XXV [16], 7, in cui la lezione di K non
degno e (et) ragionevole ma degno (et) ragionevole.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

254

Roberto Rea

XXXI, 4 [20, 4]

perche io mi muouo a dire perch mi muovo a dire (...) a cui


(...) a chuio uolglio dire (...) voglio dire (...) di cui voglio dire
di chui io uolglio dire

XXXIV [23], 3

e di scriuere

e scrivere

XXXV [24], 3

pietade in loro

pietade

Come si pu notare si tratta di una quindicina di eccedenze,


tutte sostanzialmente adiafore. Un dato a prima vista non certo eccezionale. Ma, volendo valutarne la reale portata sulla base di parametri
obiettivi, riducendo al minimo i rischi di impressionismo, pu essere
utile commisurarlo con il comportamento di altri testimoni. Se si isolano lo stesso tipo di lezioni singolari pleonastiche (pronomi, preposizioni, articoli ecc.), in quello, fra tutti i testimoni, che presenta lassetto testuale pi credibile48, il Martelli 12, si ricava un elenco assai
simile per qualit e quantit a quello della tradizione chigiana (segnalo
con il corsivo lelemento in eccesso rispetto alle altre tradizioni)49: III,
14 [2,1] a cui io chiamo; XII, 12 [5, 19] li avrai; XII, 14 [5, 21]
che donni pieta chiave; XIV [7], 5 di fuori; XIV [7], 10: per la
ventura; XIV [7], 11 quandio; XVIII [10, 5], 3 de le quali luna;
XIX, 9 [10, 20]: villan damore; XIX, 22 [10, 33]: (et) dico bene;
XXII [13], 6 e quivi; XXII [13], 15 non ne conforta; XXIV [15], 1
sedendomio; XXV [16], 10 parlauano cus non sanza; XXXVII
[26], 2 che voi volliate; XXXIX [28], 9 (et) di martiri; XL [29],
10: ella perduta. Ad ulteriore riprova, si pu operare un controllo
sulla tradizione del Boccaccio (b vs k+Beta). Nonostante lassodata
inclinazione alla sintesi, Boccaccio, per gli elementi minimi del discorso, presenta lo stesso tipo e lo stesso numero di eccedenze50: II,
3 [1, 4] et aparvemi; VII, 2 [2, 13] proposi adumque; XII, 5 [5,
12] parlargli; XIII [6], 1 mingombravano (vs ingombrassero);
48.Cos Gorni, Appunti di filologia cit., p. 27.
49.Ricavo queste lezioni dalla tav. 52 del Barbi (pp. ccxxviii-ccxxxi), naturalmente, come del resto in k, ci sono anche casi di pleonasmi pi estesi, nonch di
omissioni pi o meno consistenti. Si noti inoltre che ci si limitati alle lezioni riportate nella tavola dellintroduzione, senza eseguire un ulteriore controllo nellintero
apparato, che, come nel caso di k e di altre tradizioni, potrebbe registrare qualche
altra lezione eccedente non riportata da Barbi nella stessa introduzione.
50.Estrapolo questo elenco dalla tavola delle lectiones singulares di b riportata da Barbi alle pp. cxlii-cxlvii.

La Vita nova: questioni di ecdotica

255

XIV [7], 4 distendersi s di subito; XXIII [14], 5 per la via; XXVI


[17], 4 procedeano da lei; XXVI [17], 4 (et) allora; XXXI [20], 1
che io non potea (vs che non poteano); XXXIII [22], 8 (et) grande; XXXIV [23], 3 per annovale di lei; XXXVIII [27], 1 ricoverai (vs ricontai o recomi) adunque; XLI [30], 1 pregandomi.
Dati alla mano, le eccedenze ammesso che siano tali del Chigiano comprese nella tabella, che sono poi la maggior parte di quelle
segnalate, non possono quindi essere di per s considerate indice di
una sua debordante tendenza alla ridondanza, anzi, anche se fossero
tutte spurie, risulterebbero, a quanto pare, pressoch fisiologiche nella
copia di unopera dellestensione della Vita nova.
b) lezioni pleonastiche pi consistenti51 non incluse da Barbi
nella sua lista probabilmente perch da lui riconosciute come errori
di k (con leccezione di IX [4], 5)52:
Tabella n. 5

IX [4], 5

b + Beta

e nominolami per nome

e nominollami

XIV [7], 7 onde di ci accorgendosi lami- Beta: onde lo ingannato amico di buona fede;
b: onde lamico di buona fede
co mio di buona fede
XV [8], 3

ponessi anche di dire di quello

XVIII, 2
[10, 4]

era di molto gentile parlare e era di molto leggiadro parlare


leggiadro

ponesse anche di quello

51.Lascio fuori XXXIII [22], 4: questo mio caro amicho e distretto a lei vs
questo mio caro e distretto a lei, che anche nella tradizione del Boccaccio (K2)
e in S (e che mi pare peraltro da accogliere a testo). Mi sembra invece un banale
caso di dittografia XXXVI [25], 1 duna uista pietosa ed una uista ed un colore palido quasi come damore, come si desume dallincipit del componimento Color
damore e di piet sembianti.
52.In tal caso, per, sarebbe dovuto rimanere fuori, fra le semplificazioni anche il simigliantemente di XVIII, 3 [10, 5]. In realt le due liste di Barbi, sulle quali
si fondato il dibattito critico, rischiano di essere fuorvianti, non essendo del tutto
chiari e coerenti i criteri con cui tali lezioni vengono isolate e divise in due gruppi.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

256

Roberto Rea

XXII
[13], 3

questa gentilissima Beatrice

questa Beatrice

XXIII
[14], 16

amorosa cosa da dire e da


udire

amorosa cosa da udire

Anche in questo caso si potrebbe rilevare che lectiones singulares eccedenti di questo tipo si ritrovano anche in M (cfr. ad es. le
eccedenze, segnalate in corsivo, tratte dalla gi citata tav. 52 di Barbi,
di XII, 6 [5, 13] la quale salute; XIX, 21 [10,32] piu minuti divisione; XXIII [14], 13 O Beatrice beatrice benedetta e 14 dicendo
se io auesse [al. di che io avesse]; XXXV [24], 3 de non volere
mostrare). Pure se si decidesse di eliminarle tutte come singulares
(ma il sospetto sullaffidabilit di Boccaccio in casi del genere rimane
ben vivo: cfr. XIV [7], 7, cui si aggiunga XXIII [14], 5 citato sotto),
ci non dovrebbe implicare un giudizio screditante per lintera testimonianza della tradizione chigiana. Ma in proposito mi sembra pi
interessante un altro dato, questo s peculiare di k e utile a inquadrarne
il comportamento. Se si leggono tali lezioni allinterno del relativo
contesto ci si accorge che presentano tutte la medesima ratio, ribadendo o precisando uninformazione lessicale contigua (si d il testo
secondo la lezione di K):
Tabella n. 6
K
IX [4], 5

enominolami pernome schio laconobbi bene.

XIV [7], 7

Io dico chemolte di queste donne accorgendosi delamia trasfiguraione/


sicominciro amaraviglare. eragionando sigabbavano dime conquesta
gentilissima. onde dici accorgendosi lamico mio dibuona fede miprese
perlamano

XV [8], 3

Onde io mosso da cotali pensamenti propuosi di dire certe parole/


nellequali scusandomi allei dacotale riprensione ponessi anche didire
diquello chemmi diviene presso dilei.

XVIII, 2
[10, 4]

fui chiamato dauna diqueste gentili donne e quella chemavea chiamato


era dimolto gentile parlare eleggiadro

La Vita nova: questioni di ecdotica

257

XXII [13], molte donne si raunro col dove questa gentilissima beatrice piangea
3
pietosamente. Onde io veggendo ritornare alquante donne da llei. udo
dire loro parole diquesta gentilissima/ comella silamentava
XXIII [14], propuosi di dire parole di questo che mmera adivenuto per che mmi
parea chefosse amorosa cosa dadire/ edaudire.
16

Si noti che non si tratta di banali ripetizioni, ma di lezioni pure


sostanzialmente adiafore, che, caso per caso, potrebbero essere difese sulla base di argomenti di valore pari a quelli contrari, come
attesta la stessa condotta degli editori a riguardo. Barbi, seguito da
Carrai, ha accolto quella di IX [4], 5 in quanto formula e figura etimologica ben attestata nella letteratura coeva53, che trova peraltro
sostanziale rispondenza in XLI [30], 3 nominandolo per lo nome
dalcuno suo effetto. Carrai accoglie anche quella di XVIII, 2 [10,
4], rimarcando come laggettivo contribuisca bene a connotare
leloquio della donna e avvalorando la pi ricercata costruzione in
iperbato (non di per s un problema la ripetizione di gentile in riferimento a due soggetti diversi a cos poca distanza, cfr. ad es. VIII
[3], 1). Quanto a XXIII [14], 16, rifiutata da tutti gli editori, Gorni
stesso annota che comunque seduce qui il riscontro con Pg 26, 100
e sanza udire e dir pensoso andai, aggiungendo questa volta
s che, per la sostanziale affinit sillabica dei due verbi, b e Beta
avrebbero potuto far cadere, indipendentemente luno dallaltro, una
porzione di testo identica54. In XV [8], 3 il complemento partitivo
(o di argomento) di quello risulta senzaltro meno brusco se
introdotto dalla ripresa del predicato dire. Non neanche da discutere la plausibilit dellepiteto gentilissima, pressoch formulare nel
libello, in riferimento a Beatrice a XXII [13], 3: la sua ripresa con
il precedente dimostrativo poco dopo ne avvalora, non ne esclude,
lopportunit. La lezione di XIV [7], 7, pur richiamando un verbo
del periodo precedente (accorgendosi), costituisce un caso particolare: in primo luogo bisogna rilevare che non c laccordo fra
Beta e b (che in questa occasione preferisce semplificare); inoltre, rispetto a Beta, che ha il participio ingannato, la lezione di k non si
53.Cfr. i passi citati da Trovato, Il testo cit., p. 67.
54.Cfr. Gorni, p. 327.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

258

Roberto Rea

costituisce propriamente come eccedente bens come alternativa,


e come tale tuttaltro che irricevibile ( stata accolta dalla maggior
parte degli editori, incluso Casini, prima di Barbi, di cui si veda la
lunga discussione ad l.). Si noti infine che a questelenco andrebbe
aggiunto XXIII [14], 5, la cui lectio singularis di k gli uccelli volando per laria cadessero morti (con Beta che omette per laria
e b una pi estesa porzione di testo che include lintera frase) stata
invece accolta a testo senza esitazioni da tutti gli editori (incluso
Gorni) sulla base del v. 52 cader li augelli volando per lare della
relativa canzone.
Bench non indispensabili, tali lezioni conferiscono coesione e
coerenza al discorso, in piena rispondenza con quella tendenza alla
ripetizione, in particolare della stessa parola dopo un breve intervallo
o nello stesso periodo, che uno degli elementi strutturali caratteristici della prosa della Vita nuova55. Potrebbero quindi senzaltro
fare sistema con le formule introduttive pure peculiari di k esaminate
sopra56, che presuppongono la medesima ratio di fondo57.
55.Cos I. Baldelli, Lingua e stile delle opere in volgare di Dante, in Enciclopedia Dantesca, 6 voll., Roma 1971-1978, VI, Appendice, pp. 55-114, a p. 86 (ma
cfr. anche quanto osserva nelle pagine seguenti). Si veda pure P. Manni, Il Trecento
toscano, Bologna 2003, p.117, che pure sottolinea limportanza di tale cifra stilistica, non priva di significativi riscontri negli stessi modelli del prosimetro.
56.Come accennato sopra, il confronto con il comportamento di S istituito
da Gorni, Appunti di filologia, cit., pare confermare, e non compromettere, il
giudizio su k. Delle cinque lectiones singulares di S riconosciute di tipo simile
a quelle di k mi sembra che in realt solo una potrebbe essere davvero giudicata
tale: XXXIII [22], 16 (evidenzio la giunta in corsivo): s come manifesta la infrascripta divisione chavete appreso, ma si tratta appunto di un unicum. Il caso
di XXXIX [28], 7, come visto sopra, un banale errore di ripetizione. altra
cosa rispetto alle consistenti formule di k anche la sostituzione della citazione
dellincipit delle poesie con un semplice cos (due casi: XXXV [24], 4 e XL
[29], 5) o con un qui (un solo caso: XXIV [15], 6). Insomma, come ben evidenzia lo stesso Gorni, in S sembra proprio lirregolare trascrizione del prosimetro
a condizionare le formule introduttive delle poesie, le quali rispondono quindi
esclusivamente a iniziative estemporanee del copista (pp. 26-27), che in questo
caso non hanno alcun tratto di coerenza e sistematicit.
57.Mi sembra riconducibile a questa tipologia anche la lezione di XL [29], 2
(la numero 14 della tab. 1b), che riprende in modo esplicito il precedente soggetto
alcuni pellegrini mediante una formula relativa li quali peregrini, mentre negli
altri testimoni si ha la congiunzione e.

La Vita nova: questioni di ecdotica

259

Tirando le somme, credo si possa concludere che la testimonianza della tradizione chigiana non deborda gratuitamente nella
ridondanza e nel pleonasmo58, ma presenta nel complesso una ventina di sue lezioni peculiari (eccedenti rispetto alla vulgata di
Beta), che dal punto di vista qualitativo possono essere considerate
pi o meno adiafore, ma non indebite n banalizzanti. Al contrario,
nellinsieme rivelano una ratio coerente, che, riflettendo appieno
una peculiare cifra retorico-stilistica del libello, non si pu affatto
escludere risalire allautore59 (di sicuro non sulla base della testimonianza di b, che, per almeno per la met dei casi in questione,
non pu avere alcun peso stemmatico). Detto ci, riguardo la specifica ipotesi di una diversa redazione dautore, di per s tuttaltro
che inverosimile non solo in linea generale (che un qualsiasi
autore, Dante compreso, nel rileggersi abbia ceduto alla tentazione
di apportare sia pur minimi ritocchi al proprio testo [Carrai, Per
il testo, cit., p. 43], unosservazione alla quale non si potrebbe
proprio obiettare niente), ma anche perch, come osserva ancora
Gorni, che il libello dantesco abbia avuto una storia compositiva complessa certezza che ci rivela lo stesso Dante, ad esempio
quando parla della storia editoriale di singoli testi (), o gruppi di
testi, non si pu qui aggiungere molto, se non che la sua verifica
dovrebbe implicare una riconsiderazione dellintera testimonianza
chigiana (e dello stesso stemma di Barbi) in tale ottica60. Se invece
come pure non si pu escludere tali lezioni risalissero al copi58.Almeno a proposito del copista del Chigiano si pu ricordare che, nel caso
delle rime di Cavalcanti, come osservato da Favati (cfr. Guido Cavalcanti, Rime, a
c. di G. Favati, Milano-Napoli 1957, p. 29), si distingue da una serie di codici affini
(il gruppo siglato Alfa) proprio per il fatto che non interviene mai con emendamenti nel testo, neppure dove essi sarebbero stati semplicissimi, anche se triviali
(cfr. anche pp. 26-27).
59. Si noti che a tale istanza di coesione del discorso rispondono anche la
maggior parte di eccedenze minime (tabella n. 4), che sono pronomi che richiamano elementi precedenti della frase.
60.Cfr. Gorni, Appunti di filologia, cit., rispettivamente alle pp. 8-9 e 5. Lo
stesso Gorni ha di recente avanzato una nuova proposta circa la discussa questione
di una possibile duplice redazione del libello (cfr. G. Gorni, La Vita Nova dalla
Donna Gentile a Beatrice, con un excursus sulla doppia redazione del libello, in
Deutsches Dante Jahrbuch, 81 (2006), pp. 7-26, ora in Id., Guido Cavalcanti.
Dante e il suo primo amico, Roma 2009, pp. 11-29).
Critica del testo, XIV / 1, 2011

260

Roberto Rea

sta di k, sarebbero interpolazioni dettate da una personale istanza


di coesione, che comunque presupporrebbe un notevole grado di
intellezione delle strutture retoriche dellopera.
Stando cos le cose, appare non solo pienamente legittima, ma
senzaltro opportuna, almeno come ipotesi di lavoro alternativa a
quella perseguita da Gorni, la scelta di Carrai di dare credito alla testimonianza di k, recependo in blocco le quattordici lectiones singulares
isolate da Barbi, alle quali si potrebbero senzaltro aggiungere, alla
luce delle ragioni esposte sopra, anche le rimanenti quattro lezioni di
k che rispondono alla medesima logica riportate nella tabella n. 5 (le
lezioni di IX [4], 5 e XVIII, 2 [10, 4], come si visto, sono gi accolte
da Carrai sulla base di motivazioni di carattere puntuale)61.
Tale opzione di fondo autorizza inoltre la possibilit di riconsiderare, come fa ancora lo stesso Carrai62, altre varianti di k (che
talvolta possono trovare rispondenza in b o in singoli rappresentanti
del ramo opposto) respinte dagli editori precedenti, ma che alla luce
di una complessiva rivalutazione della tradizione chigiana assumono
un peso diverso. il caso ad esempio di VIII [3], 7: dico del signore loro che piange (vs dico che lo segnore loro piange), tanto pi
che il costrutto latineggiante trova rispondenza in XIX, 19 [10, 30]
e XXVI [17], 14; di XXII [13], 14: lascia pianger a noi (vs lascia
piangere noi), peraltro maggioritaria ( anche in b e M), e si confronti If 26, 73: Lascia parlare a me; di XXIII [14], 18 appressimarsi (vs appressarsi), voce meno comune che trova riscontro
in Fiore 29, 9 e 229, 5. Tra i molti recuperi convincenti, pu essere
oggetto di ulteriori riflessioni la lezione di K per il v. 3 del sonetto
A ciascunalma: in ci che mi rescriva in su parvente (corsivo
mio), che era stata adottata gi da Gorni, in quanto locuzione stereotipa della lingua lirica pi arcaica, al posto della lezione in ci
che mi rescrivan suo parvente di b e x, che era di Barbi (ed anche di
De Robertis nella sua edizione delle Rime dantesche). Il significato
richiesto secondo la sua opinione non pare infatti attestato per la
locuzione in oggetto nelle sue altre occorrenze di Laudi cortonesi
5, v. 23 Maravegliosa / fo n suo parvente / s alta cosa / stella
61.Per quel che riguarda invece le eccedenze minime riportate nella tabella
n. 4, Carrai rinuncia soltanto a I [1], 1; III, 5 [1,16]; XIX, 1 [10,12].
62.Si veda la Nota al testo della sua edizione.

La Vita nova: questioni di ecdotica

261

lucente63, dove vale nel suo aspetto; Bartolomeo Mocati, Non


pensai che distretto, v. 59 Perchacertata sia / la miscredente gente,
/ che dicono in parvente / chio vado vaneando64, dove vale apertamente, pubblicamente; e dellanonimo Quando fiore e foglie la
rama, v. 8: e gli auscelletti per amore / isbrnaro s dolzemente / i
lor versetti infra lalbre, / ciascheduno in suo parvente, / chi damor
sente veramente, / ben si de allegrare65, dove pure da intendere
nel suo aspetto. Anche sullorigine provenzale, indicata da Cella66,
avrei qualche perplessit, giacch tale accezione non sembra avere
riscontri nemmeno nella poesia trobadorica (en parvensa significa, come in italiano, in apparenza, apertamente), dove si ritrova
soltanto a ma parvensa secondo me (cui corrisponde il non raro
a meo parvente nella poesia italiana, cfr. ad es. Chiaro Davanzati,
Dacch parlar non possovi celato, v. 13; lesordio di Rinuccino,
Nonn larghezza dare, al mio parvente; Rustico Filippi, Gentile ed
amorosa ed avenente, v. 5). A sostegno invece della formula mi
rescrivan suo parvente, che proviene, come lintera salutatio dantesca, dal genere epistolare67, si veda ad es. Inghilfredi 2, 47: dico
lo meo parvente dico la mia opinione, nonch la risposta allo
stesso sonetto dantesco di Dante da Maiano, Di ci ch stato, v. 12:
Cos riscritto el meo parer ti rendo. Del tutto persuasiva invece
la conferma del recupero di Gorni a XXXII [21], 2 la quale morta
era cortamente, lezione di Beta (meno A), rispetto a la quale mor63.Cfr. Laude cortonesi dal secolo XIII al XV, a c. di G. Varanini, L. Banfi e
A. Ceruti Burgio, Firenze 1981.
64.Cfr. I poeti della Scuola Siciliana, Edizione promossa dal centro di studi
filologici e linguistici siciliani, 3 voll., Milano 2008, III, Poeti siculo-toscani, edizione critica con commento, dir. da R. Coluccia, pp. 199-207.
65.Ibid., pp. 757-763.
66.R. Cella, I gallicismi nei testi dellitaliano antico (dalle origini alla fine
del sec. XIV), Firenze 2003, pp. 508-509, registra assieme le occorrenze che rimandano alla locuzione al (mio/suo) parvente, in (mio/suo) parvente secondo me,
ma con in si cita il solo luogo in questione di Dante (che appunto dubbio) e Guittone, E vuole esere, v. 11 e di che punto d im parvente, dove per sembra pure da
intendere, con Avalle, nel senso di in apparenza, nellaspetto o apertamente.
67. Cfr. ad es. tra i documenti compresi in D. Marzi, La Cancelleria della
Repubblica Fiorentina, Rocca San Casciano 1910, a p. 661: ma, in caso a certi paresse il disfarla, e a certi no, seguendo il parer di pi prudenti e del maggior numero,
riscrivici il tuo, e poi neseguirai quello che ti scrivaremo.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

262

Roberto Rea

ta era certamente realmente, davvero (), lamico si riferiva


cio a un caso di morte effettivamente avvenuto (Barbi); oltre che
nel senso di rapidamente, in poco tempo (Gorni), ovvero allimprovviso (Carrai), si potrebbe intendere di qui a poco, sulla base
dellunica sua altra attestazione nel TLIO, cfr. Rinaldo dAquino,
Ormi quando flore, 25-27 Vedendo quella ombrina del fresco
bosco, / ben cognosco ca cortamente / ser gaudente lamor che
minchina68. Infine, a XXXIX [28], 6 Onde io, volendo che cotale
desiderio malvagio e vana intenzione paresse distrutto, si pu forse
mantenere, dopo malvagio desiderio, il maggioritario tentazione (intenzione di K e A), sulla base di Cv IV, xxv, 9 (corsivi
miei): Oh quanti falli rifrena esto pudore! quante disoneste cose e
dimande fa tacere! quante disoneste cupiditati raffrena! quante male
tentazioni non pur nella pudica persona diffida69.
3. Nel suo paragrafo dedicato allortografia (vale a dire alle
questioni di carattere fonetico, morfologico, sintattico e grafico)
Barbi non nascondeva le difficolt inerenti alla ricostruzione della
veste formale del prosimetro dantesco. Proprio per questo si risolveva tuttavia per una soluzione ragionata e composita, che percepiva
come una doverosa presa di responsabilit70. A differenza dei suoi
diretti predecessori, Casini e Beck, che avevano desunto la patina
linguistica dal solo Chigiano, Barbi decise di affidarsi al proprio iudicium per scegliere di volta in volta la forma da adottare sui due
testimoni fiorentini pi antichi, quelli presumibilmente pi vicini dal
punto di vista fonetico e morfologico alla lingua di Dante: lo Strozziano e lo stesso Chigiano (al quale comunque riservava un ruolo
68.Cfr. I poeti della Scuola Siciliana, cit., II, Poeti della corte di Federico II,
edizione critica con commento, dir. da C. Di Girolamo, pp. 219-225.
69.Cfr. Dante Alighieri, Convivio, a c. di F. Brambilla Ageno, Firenze 1995.
70.Si vedano le parole di p. cclxxviii Con tutto ci a questa parte, che non
cosa puramente esteriore, ma intimamente costitutiva dellopera letteraria, leditore
non pu sottrarsi; anzi quanto pi il problema si presenta difficile e delicato, tanto pi
ha lobbligo daffrontarlo. Barbi avvertiva probabilmente lesigenza di distaccarsi
anche su questo piano dalle edizioni di Casini (cfr. La Vita Nuova di Dante Alighieri,
con introduzione, commento e glossario di T. Casini, Firenze 1885) e Beck (cfr. Dantes Vita Nuova, Kritischer Text unter Bentzung von 35 bekannten Handschriften von
F. Beck, Mnchen 1896), che avevano riprodotto la lingua e le forme di K (cfr. anche
la recensione di Barbi a Beck in BSDI, 4 [1896], pp. 33-43).

La Vita nova: questioni di ecdotica

263

preminente, soprattutto nei casi pi incerti71), affiancandovi lumbro


Martelli quando conservasse una forma fiorentina. Cos lo studioso
argomentava la sua scelta nellIntroduzione72:
I codici sui quali si pu fare pi sicuro fondamento per la nostra indagine sono i
quattro pi antichi rappresentanti delle diverse tradizioni manoscritte, K S M To;
a cui pu aggiungersi, dove la sua testimonianza rimane, O. Di M e O non pu
farsi generalmente gran conto, perch, trascritti da amanuensi tosco-umbri, sono
andati soggetti a un forte travestimento dialettale; ma nei casi dove, nonostante la
spinta delluso nativo, hanno mantenuto la forma fiorentina, la loro testimonianza
preziosa. Anche To non pu darci grande aiuto, non avendo saputo il Boccaccio
guardarsi dalle sue abitudini e preferenze: si pu dire che quello che della tradizione poetica siciliana o delluso fiorentino pi antico andato quasi del tutto
perduto, per dar luogo alle forme e ai suoni prevalsi al tempo del trascrittore. I testi
pi sicuri sono K e S; e sebbene il primo sia popolareggiante e, senza uscire dai
confini idiomatici del territorio fiorentino, abbia caratteri proprii pi del contado
che della citt, e il secondo mostri una spiccata tendenza alle forme pi volgari
del dialetto fiorentino e non sia troppo sicuro nella percezione e nella rappresentazione di certi suoni, la loro testimonianza quella che meno ci allontana dalla
fonetica e dalla morfologia che prevale nei testi fiorentini della fine del sec. xiii, o
del principio del sec. xiv, cos in prosa come in poesia.

La ricostruzione barbiana della lingua del prosimetro, che aveva riscosso la decisa approvazione di Parodi73, stata rifiutata da
71.Cfr. G. Gorni, Restituzione formale dei testi volgari a tradizione plurima, in Id., Dante prima della Commedia, Firenze 2001, pp. 149-176, a p. 160, il
quale inoltre sottolinea che Barbi, per quanto rigoroso e puntuale nella giustificazione delle lezioni testuali, in tema di varianti formali al limite della reticenza
(p. 156).
72.Cfr. Barbi, pp. cclxxviii-cclxxix.
73.Per comprendere lattitudine del Barbi, vale la pena rileggere per intero
anche le parole di Parodi (recensione, cit., p. 84): Che unedizione critica debba risultare dal confronto delle varie tradizioni, e debba quindi offrirci un testo
composito, tutti lammettono; e, se no, sarebbe inutile parlare dedizioni critiche,
e bisognerebbe contentarsi di quel bel sistema di trascrivere un codice, enumerando a pi di pagina le varianti degli altri (). Ma rispetto allortografia () molti
pensano che sia meglio ristringersi ad adottare quella dun singolo codice, che paia
pi vicino e pi fedele alloriginale, perch, tanto, non possibile raggiungere un
sufficiente grado di certezza. Il che poi, in fondo, significa solo che si preferisce
lassoluta certezza di non avere lortografia delloriginale, pur di vedere innanzi
a s la fedele trascrizione di un codice qual che sia, alla ragionevole e sufficiente
probabilit di ravvicinarsi alloriginale stesso, col prudente e metodico uso delle
varie tradizioni manoscritte e con tutti i sussidi che la filologia ci fornisce. Qualche
incertezza rimarr sempre, senza dubbio; ma, anche a non voler ripetere che senza
Critica del testo, XIV / 1, 2011

264

Roberto Rea

Gorni nella sua edizione einaudiana. Gorni condivide i presupposti di Barbi, ribadendo come non ci siano le condizioni per affidare
la scelta delle forme a un unico testimone, che, precisa, ad ogni
buon conto non poteva essere K, per la tendenza popolareggiante
che la sua a isolarsi in esiti quali pelagrafi, sacretissima, sempici,
mirabole, faceia, mie per mio, ecc.74, ma non ne approva il metodo adottato nella selezione delle forme, ravvisandovi uneccessiva
dose di soggettivit. Soprattutto, ne biasima la tendenza ad accogliere forme attestate in un unico manoscritto, in genere sulla base
della loro maggiore arcaicit, nonch, in qualche caso, forme ricostruite o livellate (come ad esempio io per eo a V, 2 [2,7] e XXIII
[14], 13 e parlasse per parlassi in XIX, 1[10, 12]). Di qui la decisione di avvalersi di un criterio univoco e oggettivo, privilegiando
sistematicamente lattestazione preminente nella tradizione antica,
con speciale riguardo a quella di Beta, purch in forme non esclusive e idiosincrasiche75. Ogni variante di carattere fonomorfologico (come ad es. lalternanza a|ad; virt|vertude|vertute|virtute;
sudivano|sudiano; il conoscessi|lo conoscesse) viene quindi valutata occorrenza per occorrenza esclusivamente sulla base della sua
distribuzione nei codici. Cos, ad esempio, nel caso dellalternanza
fra ogne|ogni|omne|omni|onne, si legge:
si scelto ogni (costante in To, prevalente in S e affiorante, nonch in K, anche in M, principale rappresentante delle forme concorrenti) solo quando sia
francamente maggioritario o unanime () Ne risultano otto casi di ogne (),
tre di omne (), da leggere naturalmente onne; e infine due di onne (...). Barbi
introduce degli onne che non sono attestati in non meno di tre casi, dove qui
ogne, e in genere risulta poco affidabile nella scelta76.
paragone maggiore lincertezza di affidarsi a un unico codice, troppo chiaro che,
pur appigliandosi a questo metodo quasi meccanico, leditore dovr sempre in molti
casi far di sua testa.
74.Cfr. Gorni, p. 291.
75.Ibid.
76.Ibid., p. 292. Riporto un altro paio di esempi: nel preferire dimandato a
domandato a X, 1 [5, 4]: la forma prescelta di To e S; domandato di K, ademandato di M (p. 309); o, anche, a proposito della scelta fra sanza e senza a XII, 11
[5, 18], vv. 6 e 10: la forma sanza, accolta da Barbi in ogni punto del testo, al v.
6 quella di S, M, e al v. 10 del solo S: par dunque pi prudente optare qui per Alfa,
che almeno in un caso ha lappoggio di M (p. 312).

La Vita nova: questioni di ecdotica

265

Sul piano operativo tale criterio si traduce nellapplicare anche


alle scelte formali il metodo lachmaniano della maggioranza di attestazioni su base stemmatica77.
Tale procedura, che avrebbe dovuto consentire la restituzione di un testo formalmente assai meno composito di quello di
Barbi, e sicuramente meno soggettivo del suo78, non ha trovato
consensi79. Nonostante la condivisibile esigenza di rendere il meno
arbitraria possibile la definizione della veste linguistica, la cura e
lintelligenza spesa dallo studioso nella puntale revisione, limpidamente documentata, delle scelte barbiane, nella definizione della
facies linguistica il metodo lachmaniano non pu infatti offrire alcuna garanzia di prossimit alloriginale, come gi emerso in passato80 e ribadito da pi parti, anche in sede di riflessione teorica81.
Com noto, infatti, ogni copista tende a riprodurre il testo adattandolo alle proprie consuetudini fonetiche e grammaticali, senza
77. Lo stesso criterio stato esteso anche ad alcuni aspetti grafici (cfr. p.
293: grafie quali dictare, difecto, excellenti, exemplo (), intellecto, lecto, letitia (e forme analoghe), quatro, scripto, tractare, Yeremia, ymagine sono in pratica
le sole attestate in ogni punto del testo e da ogni manoscritto trecentesco: se nel
Dante latino si conserva Ytalia per Italia, perch nel volgare la y si dovrebbe
mutare in i, se testimoniata concordemente?), ma si vedano in proposito le obiezioni di Trovato, Per il testo cit., pp. 31-34; S. Bellomo, Problemi di ecdotica:
in margine a nuove edizioni critiche di opere dantesche, in Generi, architetture e
forme testuali, Atti del VII Convegno SILFI (Roma 1-5 ottobre 2002), a c. di P.
DAchille, 2 voll., Firenze 2004, II, pp. 503-510; Inglese, Su due recenti edizioni
cit., a p. 174.
78.Cos Gorni, p. 291.
79.Fra le recensioni, qualche tenue consenso si avuto da parte di A. Lanza,
in Rassegna della letteratura italiana, 101 (1997), pp. 192-194, a p. 193.
80. Si ricordi in particolare il dibattito relativo alledizione della Cronica
dellAnonimo Romano a c. di Porta, cui si recentemente richiamato L. Serianni, Sul colorito linguistico della Commedia, in Letteratura italiana antica, 8
(2007), pp. 141-150 (alle pp. 143-144); per i rimandi bibliografici cfr. P. Trifone,
Roma e il Lazio, Torino 1992, p. 26, n. 17.
81.Mi limito ad aggiungere ai rinvii indicati da Trovato, Il testo cit., p. 23
ss. lo specifico intervento di A. Varvaro, Autografi non letterari e lingua dei testi
(sulla presunta omogeneit linguistica dei testi), in La critica del testo. Problemi
di metodo cit., pp. 255-267, dove si conclude che non giustificata nessuna ricostruzione dellassetto linguistico di un testo in base alla distribuzione stemmatica
delle forme (p. 267).
Critica del testo, XIV / 1, 2011

266

Roberto Rea

preoccuparsi troppo di rimanere fedele alle soluzioni formali del


suo antigrafo (basti pensare al caso estremo della toscanizzazione
dei siciliani)82. Le innovazioni sono pressoch la norma e hanno
carattere poligenetico: due copisti possono con facilit mutare indipendentemente luno dallaltro un originario vertude in virt,
sudiano in sudivano, cominciaro in cominciarono. Quindi, in
linea generale, leventuale prevalenza nella tradizione delluna o
dellaltra forma, sia per via stemmatica sia per semplice maggioranza di singoli manoscritti, non pu essere di per s in alcun modo
indicativa della veste delloriginale.
Sulla base di questi presupposti, Paolo Trovato ha inoltre osservato come nel caso specifico della Vita nova applicare al livello
delle forme il criterio della maggioranza vuol dire condannarsi a
eliminare la maggior parte dei tratti di lingua letteraria delle Origini
(latinismi, gallicismi, sicilianismi, arcaismi del fiorentino) sopravvissuti fino allaltezza di K, di S o di M83, ossia quelli presumibilmente pi vicini a Dante (forme come matera per materia; sae
per sa; puote per pu; i perfetti del tipo udo per ud o cominciaro
per cominciarono; luscita in -e per la prima persona dellimperfetto
congiuntivo [io morisse]; il sicilianismo canosciute per conosciute),
premiando invece le tendenze innovatrici affermatesi nella lingua
di Boccaccio. Trovato invita quindi a un ritorno al modus operandi
del Barbi, postulando per una maggiore fedelt al testimone scelto
come base, ovvero K, da cui propone di allontanarsi oltre nel caso
di errore, quando si impongono varianti linguisticamente preferibili
conservate da altri testimoni dei piani alti, ovvero appellandosi (con
prudenza) al criterio della lectio difficilior di ragione linguistica e
stilistica84: forme culturalmente rilevanti (gallicismi, sicilianismi)
o anche solo fuori moda nel Trecento, ma correnti nel fiorentino letterario di fine Duecento (...) potranno, anzi dovranno, essere assunte
a testo anche se conservate solo in un sottogruppo85.
82.Si tratta di una notazione che si ritrova in quasi tutti i manuali di filologia,
si veda da ultimo P. G. Beltrami, A che serve unedizione critica, Bologna 2010,
pp. 20-22.
83.Cfr. Trovato, Il testo cit., in part. pp. 23-49, a p. 41.
84.Ibid., p. 48.
85.Ibid., p. 80.

La Vita nova: questioni di ecdotica

267

Nella sua replica Gorni86 ha rivendicato la problematicit della ricostruzione formale87 e ribadito gli argomenti che lo avevano
portato a ricercare una soluzione combinatoria ma non soggettiva.
Pi che sulla positiva e fondata convinzione che la storicit della
lingua della Vita nova si manifesti a buon diritto in tutti i testimoni
della sua tradizione88, Gorni insiste soprattutto sullimpraticabilit
dellopzione opposta89, tornando a denunciare linaffidabilit linguistica del Chigiano, definito simpaticamente vernacolo, a causa
delle forme, gi segnalate da Barbi, pelagrafi, sempici, mirabole,
sacretissima, faceia, mie per mio90, e non emendabile sulla base del
criterio della lectio difficilior, se non a prezzo di forti incertezze e
ambiguit: lecito recuperare qua e l dai testimoni, ora dalluno
ora dallaltro () lezioni isolate antiquiores? () meglio lasciare,
ne concludevo, oscillazioni documentate in antico, che introdurre
86.Cfr. Gorni, Restituzione formale cit.
87.Basti qui ricordare il misurato giudizio con cui Contini chiudeva il capitolo dedicato ai Rapporti fra filologia e linguistica del suo Breviario di ecdotica
(Milano-Napoli 1986, p. 173): La conclusione sembra essere che, mentre solo
un lachmanismo affinato adeguato per ci che della restituzione sostanziale,
la problematica della restituzione formale resta pi aperta: non certo per mancato
progresso ma in obbedienza a una situazione storica assai molteplice.
88.Cfr. Gorni, Restituzione formale cit., p. 164.
89.In generale, Gorni ricorda che anche quando la situazione stemmatica suggerisce o comunque fa apparire praticabile la strada del manoscritto di riferimento,
che oggi appare la pi sicura, comunque ci si espone al rischio di attribuire allautore le caratteristiche grafico-linguistiche di un qualsiasi copista, inducendo quindi
i lettori a pericolosi errori di prospettiva (cfr. A. Stussi, Avviamento agli studi di
filologia italiana, Bologna 1984, p. 141).
90. Cfr. Gorni, Restituzione formale cit., p. 162: si avverta che le lezioni
elencate pi sopra sono forme, non errori di K. Deliberando di attenersi a un solo
manoscritto, lecito depurarlo non gi degli errori palesi, ma delle forme peculiari? E in base a quale norma? Il volgare illustre, il fiorentino ideale di Dante? No,
francamente non se ne esce. Inoltre, Gorni imputa al Chigiano un atteggiamento
linguistico disomogeneo, non predicabile di programmatico conservatorismo, n
di palese maggiore arcaicit rispetto agli altri: indiziabile, semmai, di una rassettatura a suo gusto (p. 161), condotta che, come si visto sopra, secondo lo studioso
troverebbe ampio riscontro anche sul piano sostanziale. Senzaltro meritoria comunque la scelta di Gorni di avere voluto dare unassoluta trasparenza e completezza del documentato luogo per luogo, trattando con la stessa attenzione lezioni
di sostanza e di forma (cfr. pp. 174-175).
Critica del testo, XIV / 1, 2011

268

Roberto Rea

livellamenti a oltranza, o aggrapparsi ora alluno ora allaltro corno


dello stemma per superstizione di arcaicit91.
Nellambito di unequilibrata riflessione sul problema della restituzione formale dei testi antichi, incentrata sulla valutazione di
recenti edizioni dantesche, Saverio Bellomo ha per efficacemente
obiettato come, nonostante la legittima istanza di oggettivit, affidare il discrimine, pur con le dovute eccezioni, alla maggioranza
stemmatica equivale a delegare al caso la scelta: perch il caso che
ha determinato lorigine e di conseguenza le abitudini linguistiche
dei copisti92.
Stefano Carrai nella sua edizione del libello dantesco quindi
ritornato al metodo consolidato del manoscritto unico di riferimento, affidandosi per la veste linguistica al solo Chigiano93. Per sottrarsi ai rischi e alle ambiguit che gravano sulleditore ogni qual volta
intenda discostarsi dalla lezione del manoscritto base, lo studioso
decide di allontanarsene solo in presenza di un errore certo del copista, e non quando si riscontra negli altri testimoni linguisticamente
accreditati una lezione in apparenza migliore: la patina chigiana,
se si prende, va presa in blocco, comprese le forme che hanno fatto
storcere il naso a Barbi e a Gorni, comprese le oscillazioni fra forme diverse di una stessa parola che possono risalire tanto al copista
come allautore94. Tale criterio presenta, spiega Carrai, quattro sicuri vantaggi95:
1. eliminare la prassi contaminatoria e di per s arbitraria da parte
delleditore;
2. rendere immediatamente e una volta per tutte chiaro al lettore a
quale fonte attinta la forma;
3. far leggere la Vita nova in una veste linguistica omogenea nonch
storicamente esistita e circolata in almeno un testimone;
4. far leggere la Vita nova in una veste linguistica che, pur non
91.Ibid., pp. 172-173.
92.Cfr. Bellomo, Problemi di ecdotica, cit., p. 504; si veda anche S. Bellomo,
Vita nova, in Id., Filologia e critica dantesca, Brescia 2008, pp. 43-69.
93.Cfr. S. Carrai, Quale lingua per la Vita nova?, in Filologia Italiana,
4 (2007), pp. 39-49. A favore di tale soluzione si espresso Inglese, Su due recenti
edizioni cit., p. 174.
94.Carrai, Quale lingua cit., p. 41.
95.Ibid.

La Vita nova: questioni di ecdotica

269

combaciando totalmente con quella delloriginale, comunque fra


quelle attualmente recuperabili la pi vicina alloriginale stesso.

Infine, per sgombrare il campo dalle riserve relative alla presunta demoticit del Chigiano, dichiarata gi da Barbi, enfatizzata da Gorni e non contestata finora da nessuno, mai per verificata seriamente96, Carrai rivendica la piena plausibilit delle forme
denunciate dai suoi predecessori individuandone altre attestazioni
nei documenti del Due e Trecento97. Sulla base di riscontri pi o
meno numerosi i vari mirabole, sacretissima, mie per mio, serei,
sempici vengono ritenuti ammissibili nel fiorentino dantesco e accolti a testo. Rimane fuori, seppure dubitativamente, soltanto la
forma pelagrafi per paragrafi, che non fa registare altre attestazioni (diverso il caso degli imperfetti con epentesi della i in iato
faceia e rideia, riconosciuti erronei per ragioni di rima). In questo
modo conclude lo studioso viene sfatato il pregiudizio che la
lingua del Chigiano rifletta un uso popolareggiante e di conseguenza non dantesco98.
Nel suo ultimo intervento, Gorni discute, come si visto, soprattutto le scelte sostanziali delledizione di Carrai. Al problema
della veste formale dedica soltanto le pagine finali. Lobiezione pi
consistente riguarda ancora le famigerate forme sospettate di essere
demotiche. Gorni osserva come giudicando plausibili le forme fonomorfologiche isolate di K sulla base della loro presenza in alcuni
documenti del Due-Trecento si rischi di giustificare tali tratti del
96.Ibid.
97.Non costituiscono ovviamente un problema i tratti arcaici della lingua del
Chigiano, quelli, per intenderci, che risultano penalizzati dal criterio maggioritario
evidenziati da Trovato (tratti fonologici come il dittongo nellimperfetto del verbo
essere iera o nel francesismo bieltate, gli esiti sicilianeggianti di forme affermatesi
nel linguaggio poetico come canoscenza o il pronome di prima persona eo, cos
come tratti morfologici quali luscita in -io o la desinenza della terza plurale senza
epitesi del -no del perfetto, tutti abbondantemente attestati nei coevi documenti
letterari fiorentini). A questi casi si pu aggiungere lindefinito altre, attestato in
K quattro volte su cinque per altri, ma segnalato da Barbi come popolareggiante e
estraneo alluso dantesco (p. cclxxix, n. 1 e ccciii): si tratta di una comune forma
fiorentina duecentesca, esito normale di alter (cfr. Trovato, Il testo cit., p. 80, n. 46,
e Carrai, Quale lingua cit., p. 46).
98.Ibid.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

270

Roberto Rea

copista di K con gli stessi, sporadici e numerati, di altri copisti99. La


sua recentissima riedizione dellopera dantesca conferma quindi la
scelta di un tempo, pur nella consapevolezza che il risultato appare
aderente alla fisionomia dei manoscritti trecenteschi () che lhanno spolverata di una patina forse pi recente, con la quale bisogna
fare i conti e che non pi possibile rimuovere100, rinunciando soltanto alla grafia conservativa101.
La questione del colorito linguistico appare nel complesso meno
controversa di quella testuale. La strada da battere102, in linea con
una tendenza ormai largamente condivisa nella prassi editoriale dei
testi antichi103, sembra non poter essere altra che quella del manoscritto unico, che risulta di fatto la pi economica: risolve per dirla
in breve molti pi problemi di quanti non ne ponga. Il manoscritto
in questione, come persuasivamente dimostrato da Trovato e Carrai, pu ben essere il fiorentino Chigiano, che presenta consistenti
aspetti fonetici, morfologici e sintattici tipicamente duecenteschi104.
Le vie alternative sono assai pi incerte. Una scelta composita caso
99.Cfr. Gorni, Appunti di filologia cit., p. 31. Gorni contesta inoltre il concetto di errore del copista inteso come assenza di altre occorrenze applicato alla
fonomorfologia, ovvero lopposizione errore vs forma attestata nel fiorentino
dellepoca. Dei quattro vantaggi elencati da Carrai, riconosce come buoni i primi
due, contestando il terzo (veste linguistica storicamente esistita e omogenea) e il
quarto (veste linguistica pi vicina possibile alloriginale stesso).
100.Cfr. Dante, Opere cit., p. 783.
101.Lunica altra modifica formale denunciata da Gorni ladozione costante
della desinenza -sse per -ssi nella prima persona del congiuntivo imperfetto.
102.Cos Carrai, Quale lingua cit., p. 41.
103.Mi limito a rimandare ai recentissimi interventi riguardanti la Commedia di G. Inglese, Filologia dantesca: note di lavoro, in Medioevo romanzo, 33
(2009), pp. 402-403, e Serianni, Sul colorito linguistico cit., di cui si vedano i relativi rimandi. A questi si aggiungano ora L. Spagnolo, La tradizione della Comedia
(II), in Studi e problemi di critica testuale, 81 (2010), pp. 17-46 e P. Trovato, Un
problema editoriale: il colorito linguistico della Commedia, in Storia della lingua
italiana e filologia, Atti del VII Convegno ASLI (Pisa-Firenze, 18-20 dicembre
2008), a c. di C. Ciociola, Firenze 2010, pp. 73-96.
104. Sar appena il caso di ricordare che anche dallanalisi paleografica si
ricava che si tratta di un prodotto di alta fattura di una buona bottega fiorentina
(Borriero, Chigiano cit., a p. 136, cui si rimanda per tutto ci che pertiene alla datazione e alle mani del codice), la cui scrittura una minuscola cancelleresca dovuta
a ununica mano assai abile, direi senzaltro di scrivente professionista (M. Signo-

La Vita nova: questioni di ecdotica

271

per caso, anche se attuata con estrema intelligenza e perizia, non


ha appigli sufficientemente solidi. Il ricorso allo stemma, oggettivo
nei presupposti, si rivela invece di fatto arbitrario nei risultati. Pur
tenendo presente che il discrimine fra forme duecentesche e forme
trecentesche sia spesso meno netto di quanto non possa sembrare,
trattandosi pur sempre di fenomeni linguistici graduali, un dato di
fatto che, nel caso specifico, il criterio lachmaniano finisca, per ragioni intrinseche alla tradizione dellopera ma del tutto indipendenti
dalla condotta delloriginale, per privilegiare le innovazioni.
Ci si pu invece forse ancora interrogare, anche in virt delle
obiezioni sollevate da Gorni, sullattitudine che si deve avere verso
K: moderatamente interventista (sulla base del criterio della lectio
difficilior) oppure integralmente conservativa.
In linea generale, nella prassi ecdotica il principio della lectio
difficilior, insidioso ma comunque non di rado proficuo nella ricostruzione testuale, pu essere talvolta utile anche nella ricostruzione
della veste linguistica. Applicare tale criterio al caso della Vita nova
significa essenzialmente privilegiare le forme pi arcaiche, soprattutto quando conservate in un codice non fiorentino (M).
Leditore potrebbe discostarsi dal Chigiano ad esempio in casi
come VII, 3 [2, 13], dove per la prima persona del congiuntivo
imperfetto K presenta la desinenza in -i (parlassi), mentre Beta
mantiene quella arcaica in -e (parlasse); XII, 11 [5, 18], vv. 6 e
10, dove K offre la forma senza mentre S e M quella fiorentina
sanza; XVIII, 3 [10, 5], dove K per la terza plurale del perfetto
ha lesito recenziore con epitesi di -no cominciarono, mentre M
conserva la forma arcaica cominciaro; XVIII, 6 [10, 8], dove K
ha la forma enclitica rispondendole, mentre Beta ha luso arcaico
con il pronome in funzione dativale rispondendo lei; XLII [31],
2, dove K presenta la regolare forma verbale di terza persona sa,
mentre Beta la forma antica con epitesi sae.
Ci si chiede tuttavia se per la Vita nova lequivalenza fra difficilior e antiquior possa sempre garantire un oggettivo margine di affidabilit. I pochi decenni che separano i testimoni pi antichi dalla
stesura dellopera non costituiscono infatti un discrimine sicuro per
rini, Il Canzoniere chigiano L.VIII.305: scrittura e storia, in Segni. Per Armando
Petrucci, a c. di L. Miglio e P. Supino, Roma 2002, pp. 222-242, a p. 224).
Critica del testo, XIV / 1, 2011

272

Roberto Rea

intervenire attribuendo tutte le forme arcaiche a Dante. Tra fine Duecento e met del Trecento la maggior parte delle varianti formali in
questione, stando a quanto risulta dai documenti, sono coesistenti,
anche se in proporzioni diverse105. Nulla vieta quindi di supporre che
Dante potesse prediligere talvolta le forme recenziori rispetto a quelle
pi arcaiche o, viceversa, che un copista trecentesco, soprattutto se
in possesso di una certa familiarit con la tradizione aulica, potesse
di sua iniziativa ricorrere a forme pi desuete perch nobilitanti (e
questo vale anche per sicilianismi e gallicismi di ampia diffusione).
N infine si pu escludere a priori che una forma fiorentina arcaica
provenga da un esemplare cronologicamente pi vicino a Dante ma
non dalloriginale. Insomma, il criterio di maggiore economicit che
vale per linsieme (la scelta del manoscritto di riferimento) non vale
per i singoli casi. Non possiamo infatti avere certezze caso per caso su
quale fosse lusus scribendi dantesco per le varianti fonomorfologiche
in questione: se Dante scrivesse sae o sa; cominciaro o cominciarono;
io parlasse o io parlassi, oppure, come tuttaltro che improbabile, adoperasse indistintamente le diverse alternative, non essendoci
di fatto una norma certa di riferimento, come riconosce egli stesso
nel De vulgari eloquentia (II iv 3), quando individua proprio nellintrinseca incertezza del volgare il discrimine fra poeti contemporanei
e predecessori latini, i quali magni sermone et arte regulari poetati
sunt, hii [i poeti volgari] vero casu106. Insomma, per questo genere
di varianti il criterio della lectio difficilior risulta oltremodo incerto,
poich anche una variante antiquior potrebbe risalire alle abitudini o
alla consapevole iniziativa di un copista. In altre parole, pure se ci si
proponesse di intervenire con cautela, non si saprebbe bene dove por105.In tale direzione vanno anche le recenti osservazioni di Serianni, Sul colorito linguistico cit., p. 145 (che cita, tra laltro, come esempio, lattestazione della
desinenza recenziore in -i per la prima persona dellimperfetto del congiuntivo anche in testi pienamente duecenteschi). Quanto al fiorentino trecentesco rimando al
quadro tracciato da Manni, Il Trecento toscano cit., pp. 34-41. In linea generale, sui
limiti inerenti alla localizzazione e datazione di un fenomeno linguistico sulla base
di documenti non letterari si vedano le puntuali riflessioni di Varvaro, Autografi non
letterarii cit., pp. 257-266.
106.Cfr. Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia, a c. di P. V. Mengaldo, in
Id., Opere minori, Milano-Napoli 1979, pp. 3-237. Sulla possibilit che luso degli
autori fosse oscillante come quello degli stessi copisti si vedano ancora le osservazioni di A. Varvaro, Autografi non letterari cit.

La Vita nova: questioni di ecdotica

273

re il discrimine perch il risultato finale non coincida con quello ben


ponderato ma eclettico di Barbi.
La rigorosa scelta conservativa di tenere ferma la barra del timone in direzione della () testimonianza [di K], allontanandosene
esclusivamente per purgare ci che non sia in nessun modo difendibile come forma attestata nel fiorentino dellepoca e che si configuri di conseguenza, qual errore del copista107, appare quindi nel
complesso quella pi solida. Anche se in alcuni casi altri testimoni
presentano varianti fonomorfologiche in apparenza migliori, cio
caratterizzate da tratti pi arcaici, comunque preferibile attenersi
al principio della coerenza del manoscritto unico108.
Richiede tuttavia un discorso a parte il celeberrimo gruppetto
di forme incriminate per la loro presunta natura vernacola109, citate
da Barbi e Gorni come emblematiche delleccessiva demoticit del
Chigiano e difese da Carrai come ammissibili nel fiorentino duecentesco. In questo caso infatti parrebbe essere in gioco la stessa
compatibilit di tali forme con la lingua della Vita nova. Prima di
tornare a riflettere sulla specifica natura di queste forme credo per
ne vada fortemente attenuato il valore probatorio attribuitogli ai fini
del giudizio sullintera testimonianza di K. Mi pare infatti imponga
maggiore considerazione un dato preliminare finora non valorizzato
appieno. Ognuna di queste forme rappresenta nella versione del Chigiano un unicum. Intendo dire che nel complesso le occorrenze sospettate di essere vernacolari sono soltanto otto. Quindi, ad esempio,
nel caso del termine con maggior numero di attestazioni, la prima
persona singolare del possessivo, abbiamo una sola forma incriminata mie mio a fronte di una sessantina di insospettabili mio. Un
manoscritto che per unopera composta da circa 18.800 occorrenze
(desumo il dato, relativo alledizione Barbi, dallOVI) ne fa regi107.Cos Carrai, Quale lingua cit., p. 41, che aggiunge diverso discorso pu
farsi solo quando, travalicando dal territorio della fonomorfologia a quello della
sostanza delle lezioni, tale sostanza si dimostri adiafora oppure corrotta (). Qui
non c niente da difendere e perci a tali lezioni guaste leditore dovr sostituire
le corrispondenti lezioni buone prelevate dalla concorrente tradizione. Non cos,
ripeto, quando lalternativa si dimostri meramente formale.
108.A proposito di tale fedelt al manoscritto di riferimento si ora espresso
positivamente anche Trovato, In margine a una recente edizione cit., p. 9.
109.Cos Carrai, Quale lingua cit., p. 45.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

274

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strare otto a rischio di demoticit (vale a dire lo 0,04 per cento), assai difficilmente in un contesto linguistico dinamico e composito
quale quello dei volgari medievali potr essere condannato come
popolareggiante. Anche se per qualcuna di tali occorrenze il sospetto
risultasse fondato, di fronte a una presenza cos esigua, parrebbe pi
opportuno parlare di sporadici abbassamenti della soglia dattenzione o, se si preferisce, di lievi incrinature nella coscienza linguistica
di un copista in genere assai affidabile.
Sgombrato il campo dalla preoccupazione di doverne difendere la plausibilit per poter salvaguardare lintera testimonianza del
Chigiano, il problema rappresentato da tali occorrenze appare, tutto
sommato, abbastanza marginale.
La questione se per ognuna di queste, ovviamente nel caso che
non si rivelino veri e proprii errori, possa valere il discorso generale fatto a proposito delle alternanze fonomorfologiche citate sopra:
possono essere accolte a testo in virt del pi economico principio
della coerenza del manoscritto unico in quanto plausibili nel fiorentino letterario della Vita nova? Oppure la loro natura denuncia
non tratti arcaici, bens tratti di origine non fiorentina, o, anche se
affioranti in documenti fiorentini, riconoscibili come marcatamente vernacolari, quindi difficilmente riconducibili allautore? In tale
evenienza si potrebbe infatti pensare di derogare dal manoscrittobase: in casi particolari possibile distinguere almeno in parte le
particolarit che nella lingua del testo sono da attribuire al copista,
e, senza ricostruire la lingua dellautore, si possono almeno espungere queste dal testo110, come in tempi recenti ha fatto, ad esempio,
Lino Leonardi nelledizione del Canzoniere di Guittone111. Non si
tratterebbe ovviamente di operare un livellamento (n tantomeno di
preferire una variante presumibilmente difficilior), bens di ritenersi
110.Cfr. Beltrami, Come si legge cit., pp. 177-178.
111. Cfr. Guittone dArezzo, Canzoniere. I sonetti damore del codice laurenziano, Torino 1994, pp. 274-278. Per ladozione del medesimo criterio nel caso,
decisamente pi spinoso, della Commedia, si veda G. Inglese, Per il testo della
Commedia di Dante, in La Cultura, 40 (2002), pp. 483-505. A proposito del recente dibattito sul manoscritto base da cui desumere (sempre prevedendo interventi
correttori) il colorito linguistico del poema dantesco si vedano inoltre da ultimi rispettivamente P. Trovato, Primi appunti sulla veste linguistica della Commedia, in
Medioevo romanzo, 33 (2009), 1, pp. 29-48 e Inglese, Filologia dantesca, cit.

La Vita nova: questioni di ecdotica

275

ragionevolmente sicuri112 che tali esiti siano improbabili nella lingua della Vita nova113.
Oltremodo sospetta la forma pelagrafi di II, 10 [1, 11], che
non ha corrispondenti nellintero corpus del TLIO. Pare infatti assai
improbabile che si possa trattare di un esito invalso nel fiorentino
e adottato da Dante, perch il grecismo, passato attraverso il latino
medievale, paragrafo doveva essere al tempo un tecnicismo ancora
abbastanza raro: la sua prima attestazione, a quanto risulta dal TLIO,
proprio quella della Vita nova, quindi si ritrova soltanto nel prologo del volgarizzamento fiorentino dellArs amandi ovidiana (1313),
nel commento dellOttimo alla Commedia (1334), e infine, con una
certa frequenza, negli Statuti perugini (1342). Si trattava quindi di
un termine che facilmente poteva suscitare qualche incertezza nei
copisti114. Si noti peraltro che il collaterale T ha pelagraffi, coincidenza che, sulla base di quanto appena osservato per questa singolare forma, lascia supporre in questo caso che la lezione erronea non
sia originaria di K ma provenga dallantigrafo comune (k). Sembra
quindi senzaltro appropriata la decisione finale di Carrai di non accoglierla a testo, preferendo ripristinare la forma corretta paragrafi.
112.Desumo la formula da Id., Come si legge cit., p. 111.
113.Come osserva Carrai, sono comunque destinati a essere respinti gli imperfetti faceia (XXXIV [23], 8) e rideia (XXIV [15], 17), che sono provati erronei
dalla rima, rispettivamente con mia : sentia : partia (Era venuta nella mente mia,
vv. 1-8) e dormia : conoscia : venia (Io mi senti svegliar, vv. 1-8). Lepentesi di
i in iato che li caratterizza un fenomeno attestato in alcuni testi pratici fiorentini
(cfr. Nuovi testi fiorentini del Dugento, con introduzione, trattazione linguistica e
glossario a c. di A. Castellani, Firenze 1952, p. 43 n. 1), ma che pi diffuso in altre
aree toscane, trovando riscontro soprattutto nei testi orientali (cfr. Testi fiorentini
del Dugento e dei primi del Trecento, con introduzione, glossario e note a c. di A.
Schiaffini, Firenze 1926, pp. xlv-xlvi; A. Castellani, Grammatica storica della lingua italiana, Bologna 2000, p. 412; Manni, Il Trecento toscano cit., p. 51). Risulta
comunque estraneo alluso dantesco (lunico caso di epentesi vocalica citato da
Ambrosini [cfr. Le strutture del volgare, cit., p. 130] Ceperan [Ceprano] in If
28, 16 [ma si tratter di un latinismo]); si veda pure il paragrafo a p. 218 sulla desinenza dellimperfetto, che non registra casi di epentesi (si noti in particolare che
tutte le altre undici occorrenze nel prosimetro della terza persona dellimperfetto di
fare presentano sempre la normale forma fiorentina facea).
114.Simili esiti caratterizzati da metatesi e dissimilazioni, pure assai problematici, sono esaminati da R. Ambrosini, Strutture del volgare di Dante. Fonetica,
in ED. Appendice, pp. 115-135, a p. 129.
Critica del testo, XIV / 1, 2011

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Roberto Rea

Desta qualche perplessit anche il possessivo maschile di prima


persona singolare mie di XXX, 2 [19, 9], come accennato sopra,
unicum di fronte a circa sessanta occorrenze del normale esito fiorentino mio115. Secondo Rohlfs (cfr. 427) tali forme con dittongo
si trovano per lo pi nellantico senese e in testi di altre province.
Unindagine ristretta allambito lirico sembra confermare tale dato,
facendo registrare per la forma singolare maschile mie quattro attestazioni nel Laurenziano (tutte attribuibili alla seconda mano pisana
principale): 96 Panu.74; 106.68; 202 GuAr.11; 336.9116; e diverse
occorrenze in testi di ambito senese (cfr. Ruggeri Apugliese 2, 139;
Cecco Angiolieri 7, 7; 41, 7; 74, 8 ecc.; Muscia da Siena d. 2, 8)117.
Meno incerto il giudizio sulla forma del condizionale serei [13,
4], bench unicum di fronte ad altre dieci occorrenze del condizionale (sarebbe|sarebbero|sariano) e quattro del futuro (sar|sar) caratterizzate da -ar-. Come rilevato da Carrai, lalternanza ar/er per
il futuro e condizionale di essere ampiamente documentata in testi
duecenteschi fiorentini. Secondo Castellani a Firenze le forme del
futuro e condizionale del v. essere in -ar- hanno sostituito completamente quelle in -er- nellultimo quarto del sec. XIII, mentre negli altri dialetti toscani sono rimaste pi a lungo118. Potrebbe quindi
essere dantesca119. Tuttavia, si noti che il collaterale T ha farei, che
lascerebbe suppore un originario sarei nellantigrafo comune (k).
Rappresentano invece dei casi limite le forme mirabole di XIV
[7], 4 e sempici di III, 15 [2, 2]. La prima nella Vita nova un unicum contro quindici occorrenze di mirabile, che un cultismo. Per
115.Sulla discussa origine della [i] nel tipo mio, dio, ecc. (riduzione del dittongo ie o innalzamento della vocale tonica in iato; cfr. Castellani, Nuovi testi, cit.,
pp. 75-77) si veda ora M. Barbato, Dio mio, un frammento di grammatica storica,
in Actes du XXVe congrs international de linguistique et de philologie romanes, 3
voll., Berlin etc. 2010, II, pp. 13-22.
116. Cfr. G. Frosini, Appunti sulla lingua del canzoniere Laurenziano, in I
Canzonieri della lirica italiana delle origini, IV, Studi critici, a c. di L. Leonardi,
Firenze 2001, pp. 247-297, a p. 285.
117.Desumo questi ultimi dati dallOVI, cui si rinvia per le edizioni di riferimento.
118.Cfr. Castellani, Nuovi testi cit., p. 114.
119.Anche se queste forme del futuro di essere si registrano solo nel Fiore
e in qualche variante della Commedia (cfr. R. Ambrosini, Strutture del volgare di
Dante. Verbo, in ED. Appendice cit., pp. 215-232, a p. 219).

La Vita nova: questioni di ecdotica

277

quanto si tratti dello stesso fenomeno di labializzazione della vocale


che si riscontra nel diffuso esito debole < debile, risulta essere decisamente rara, trovando riscontro, a quanto pare, soltanto nellIntelligenza (sei occorrenze secondo la testimonianza del Magliabechiano
VII.1035) e parrebbe perci, seppure fiorentina, non tanto arcaica
bens popolareggiante120. Anche la forma senza mantenimento del
nesso -pl- (cfr. Rohlfs 252) sempici, a parte unoccorrenza attestata
in Brunetto Latini, Tesoretto, v. 899 (ma il ms. Riccardiano 2908
lucchese), si ritrova soltanto in alcuni testi fiorentini trecenteschi,
come gli Avvertimenti di Bartolomeo di San Concordio, La sant del
corpo di Zucchero Bencivenni, lArte dAmare di Ovidio volgarizzata (Volgarizzamento B), senzaltro permeabili a esiti vernacolari.
In questi ultimi casi la documentazione allegata scioglie i
dubbi sulla possibile origine fiorentina, ma pare dare anche qualche
indicazione, per quanto problematica121, sul piano sociolinguistico,
ovvero sulla possibile natura demotica di tali forme122, le quali, anche
alla luce delle ferme condanne del plebescere guittoniano e dello
stesso vernacolo di Firenze contenute nel De vulgari eloquentia123,
si potrebbero quindi ritenere poco plausibili nella lingua della Vita
nova, un fiorentino letterario illustre caratterizzato da una forte
presenza di latinismi lessicali e sintattici124, cos com egregiamente
trdito dallo stesso Chigiano.
120.In generale, le forme con labializzazione della -i- nel suffisso -bile (a parte i
diffusi debole e fiebole) si riscontrano nei testi pratici fiorentini trecenteschi, risultando
pressoch la norma in un testo come il volgarizzamento fiorentino del Defensor pacis di
Marsilio da Padova del 1363 (cfr. Marsilio da Padova, Defensor pacis, nella traduzione
in volgare fiorentino del 1363, a c. di C. Pincin, Torino 1966), dove i vari perdurabole,
sensibole, nobole, impossibole ecc. fanno registrare nel complesso circa duecento occorrenze, ma sono del tutto assenti, ad esempio, in un autore come Boccaccio.
121.Cfr. Inglese, Su due recenti edizioni cit., p. 174.
122.Pi sfumata la posizione dellaggettivo al grado superlativo con dissimilazione vocalica sacretissima di II, 4 [1, 5]: per quanto nellopera dantesca sia
un unicum di fronte a cinque occorrenze di segreto, trova una pur esigua corrispondenza nel Tesoretto di Brunetto (v. 102); nel Fiore (32, 6; 105, 7; 173, 10); in
Chiaro Davanzati (canz. 41, 67 e 55, 20), nonch pi nutriti riscontri nel Novellino
e nellIntelligenza.
123.Cfr. rispettivamente Dve II vi 8 e I xiii. La ripulsa dantesca del plebescere
stata ricordata anche da Gorni, Appunti di filologia cit., p. 32.
124.Sulla lingua della Vita nova si veda ancora Baldelli, Lingua e stile cit.,
pp. 81-88, e Manni, Il Trecento toscano cit., pp.113-119.
Critica del testo, XIV / 1, 2011