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RUBEN BEN TORAH

L’EBREO MODENESE CHE COMANDAVA


I SANTI GUERRIERI SIKH

Rubino Ventura

di Virgilio Ilari

Con 23 milioni di fedeli, la religione Sikh è per numero la quinta del mondo. La Comunità italiana
ne conta 70.000, ed è, alla pari con quella thailandese, al sesto posto dopo le comunità indiana,
inglese, statunitense, canadese e malese. Per un caso curioso, uno dei più importanti Gurdwara
(tempio) della comunità italiana si trova a Novellara (RE), 45 km in linea d’aria a Ovest di Finale
Emilia (MO), patria di uno degli ultimi generali dell’Impero Sikh, che, tra l’altro, fu pure il primo
generale ebreo d’Europa.
Gli ebrei furono ammessi nell’esercito austriaco nel 1788 e nel francese nel 1791 e assoggettati alla
coscrizione nel 1803 in Austria e nel 1806 in Francia, sia pure con discriminazioni legali e con
proteste o vessazioni da parte dei commilitoni cattolici. E’ dunque verosimile che Rubino Ventura,
ossia Ruben ben Torah, sia stato arruolato nell’esercito italico di Napoleone, ma certo esagerò la
sua carriera militare, raccontando di aver raggiunto il grado di colonnello, di essere cavaliere della
legion d’onore e di aver combattuto a Wagram (1809), nella campagna di Russia e a Waterloo.
Queste affermazioni apparivano dubbie già alle persone che lo incontrarono nel Punjab, le quali lo
ritenevano nato nel 1792; in realtà (come dicono i suoi biografi finalesi del 1882 e 1993) nacque nel
1794, una classe che fu chiamata alle armi con due anni di anticipo il 20 febbraio 1813. Qualche
ambiguità la sparse pure sulla sua fede, dicendo di chiamarsi “Jean-Baptiste”, contraendo un
matrimonio cattolico e raccontando ad una missionaria inglese di avere un pronipote monaco
domenicano e segretario particolare di Pio IX, tanto da indurre Chris Grey, storico dei 75 ufficiali
europei e americani che servirono nell’esercito sikh, a dubitare delle fonti che lo dicevano ebreo (C.
Grey, European Adventurers of Northern India 1785-1849, Government printing, Lahore, 1929;
rist. Asian Educational Services, New Delhi – Madras 1993, pp. 93-116).
Quel che è certo è che il Ducato di Modena, assegnato alla restaurazione all’ultrareazionario
arciduca Francesco d’Austria-Este (1779-1846) era non solo poco propizio agli ebrei, nuovamente
rinchiusi nei ghetti aboliti da Napoleone, ma pure, tra gli Stati italiani, certamente il meno gentile
coi reduci napoleonici. Molti emigravano in cerca di fortuna e, secondo l’anonimo biografo del
1883 Ventura lo fece nel 1817, a seguito di un diverbio con un poliziotto ducale. Giunto via Trieste
a Costantinopoli, fu per qualche tempo mediatore di noli marittimi, prima di andarsene a Teheran
via Bagdad. Secondo la versione recepita dai biografi sarebbe stato assunto come colonnello per
addestrare la fanteria persiana, ma la gelosia dei consiglieri inglesi l’avrebbe costretto a dimettersi.
In realtà il principe Abbas Mirza aveva da tempo riorganizzato l’esercito con istruttori britannici e
nel 1821-23 era impegnato in una campagna vittoriosa in Mesopotamia contro l’Impero Ottomano.
Sembra perciò più credibile la testimonianza del barone Karl Alexander Hugel secondo il quale a
Teheran Ventura avrebbe trascorso dieci mesi in vana attesa di un impiego qualsiasi presso la corte.
L’unica cosa certa è che a Teheran incontrò Jean François Allard (1785-1839), un provenzale (di
Saint Tropez) che dal 1803 al 1815 e da soldato semplice a capitano aveva servito nel 23e dragons
all’Armée de Naples, nei cacciatori a cavallo napoletani in Spagna, nei dragoni della guardia
imperiale, nello stato maggiore del maresciallo Brune e infine nei corazzieri a Waterloo,
arruolandosi poi nell’esercito egiziano. Secondo Hugel fu Ventura a convincere Allard che in Persia
non c’era futuro: e secondo un altro viaggiatore francese, Fontanier, fu l’ambasciatore russo a
Teheran a suggerire loro di andare a cercare fortuna nel Punjab, probabilmente nell’intento di usarli
come spie.
Sorto nel 1707 dalle ceneri dell’impero Moghul, quello dei Sikh si estendeva ad Est del passo
Khyber, tra l’Afghanistan, il Kashmir e il Sindh. Distribuiti in dodici baronie di varia estensione
(Misl), con un’assemblea federale (Sarbat Khalsa) e una poderosa cavalleria feudale di centomila
guerrieri (Fauj-i-jaghirdari), riuniti nel 1799 da Ranjit Singh (1780-1839) sotto l’autorità di un
imperatore (maharaja) e in una capitale (Lahore), i Sikh dominavano saldamente una popolazione
composta per un decimo di indù e per otto decimi da musulmani. Il trattato anglo-sikh del 1809
limitava l’espansione meridionale del Punjab Raja al fiume Sutlej, dalla cui sponda indiana, a
Ludhiana, un residente britannico monitorava l’ultima potenza indigena non ancora assoggettata
alla Compagnia delle Indie Orientali.
“Ulur” e “Wuntoors” (Allard e Ventura) arrivarono a Lahore il 10 marzo 1822, via Kandahar,
Kabul, Peshawar e Attock. Che li avessero mandati i russi, al maharajah non passò mai per la
mente: sospettava invece che i due, sedicenti ferengi (francesi) e musahib (compagni) di Napoleone,
fossero agenti segreti inglesi. Ma i due assomigliavano piuttosto alla coppia di sergenti impersonati
da Sean Connery e Michael Caine nel celebre film del 1975 tratto dal racconto di Rudyard Kipling
L’Uomo che volle farsi Re. Ancora nel 1827 Ventura confessava al dottor Murray che la gente del
posto non li considerava né ferengi né sahib (gentlemen), ma semplici Gorahs (mercenari bianchi).
Secondo Sir Henry Montgomery Lawrence (1806-1857), primo residente inglese a Lahore e caduto
eroicamente a Lucknow durante la grande rivolta dei sepoys, Allard e Ventura si pagarono il
viaggio a Lahore mendicando nei bazar e facendo i muezzin. Grey non ci crede, osservando che i
due arrivarono con molti servitori, affittarono una buona residenza e si presentarono dal maharajah
con una robusta mazzetta di 100 rupie. Ma dai resoconti del cronista che registrano minuziosamente
la laboriosa trattativa di tre mesi con cui si fecero assumere dal maharajah, quest’ultimo sembra
Pinocchio alle prese col Gatto e la Volpe.
Alla fine spuntarono uno stipendio mensile di 500 rupie per addestrare all’europea un piccolo
nucleo di forze regolari che prese il nome di “Brigata Francese” o “truppe reali” (Francese Campo,
Fauji-i-Khas, Fauji-i-ain). Dodici mesi dopo, durante la battaglia di Nowshera, grazie alla loro
disciplina i dragoni di Allard guadarono l’Indo con tre sole perdite mentre la cavalleria irregolare fu
travolta dalla corrente. Si distinse pure la brigata di fanteria comandata da Ventura e composta da
due battaglioni di sikh e uno di gurkha (Ghoorkha Poltan) con uniformi, armamento e
addestramento simili a quelli dei sepoys inglesi. Negli anni seguenti gli emolumenti di Ventura
furono gradualmente decuplicati e la sua brigata partecipò, sempre sotto il comando superiore di un
generale sikh, a numerose spedizioni per domare ribellioni delle tribù pathans e del fanatico Syed
Ahmad Ghazi e sottomettere la regione afghana di Peshawar, distinguendosi nella presa di varie
colline fortificate nella valle di Kangra (Kotla, Srikot, Terah, Riah, Pulhar) e nella successiva
raccolta di contribuzioni. Proprio la sua abilità nell’accrescere i ricavi delle imposte valse a Ventura
la nomina a governatore della provincia di Derajat (1832-35) e poi del Kashmir (1835-37). Pur
sospettando che trattenesse per sé una quota consistente delle imposte, il maharajah chiudeva un
occhio vedendo che le rendite delle province triplicavano e la città di Multan prosperava. Ventura
faceva inoltre eseguire numerosi scavi archeologici mandando i reperti alla Società Asiatica del
Bengala a Calcutta.
Quando occorreva Ventura era capace di durezza (come far tagliare il naso e bruciare la faccia a sei
sfortunati disertori); ma era un angelo a paragone del suo collega “Abu Tabela”, l’efferato
governatore di Wazirabad (1827-34) e poi di Peshawar (1834-1843) che al colto lettore richiama
subito l’eccellente biografia dedicatagli nel 2002 da Stefano Malatesta (Il napoletano che domò gli
afghani, Neri Pozza). Più famoso di Ventura, Paolo Crescenzo Martino Avitabile (1791-1850) di
Agerola era stato tenente dell’artiglieria napoletana sotto Murat. Abbandonata a causa di un
naufragio l’idea iniziale di andare in America, Avitabile era finito a Costantinopoli e di qui nel 1820
era entrato al servizio persiano, ottenendo il grado di colonnello. Scaduto l’ingaggio, nel 1827 era
passato lui pure al servizio sikh assieme all’artigliere francese Claude Auguste Court (1793-1880),
che tra l’altro raccolse una splendida collezione di monete locali poi finita al British Museum.
Nel 1837 Ventura ottenne un incarico diplomatico a Parigi e a Londra, ma le notizie sulla cattiva
salute del maharajah e sull’intervento inglese in Afghanistan lo convinsero a rientrare in anticipo.
Col trattato tripartito di Simla del 25 giugno 1838 il maharajah aveva accettato di unirsi agl’inglesi
per rimettere sul trono di Kabul il vecchio emiro Shujah Shah Durrani spodestato nel 1809, lo stesso
uomo al quale Ranjit Singh aveva poi estorto il celeberrimo diamante Koh-i-Nor. Nell’aprile 1839,
mentre l’Armata inglese dell’Indo si riuniva a Quetta, Ventura prese a Peshawar il comando di
6.000 soldati del Punjab e 4.000 mercenari gurkha di Shujah Shah. A richiedere che il comando
fosse assegnato a Ventura era stato l’agente diplomatico inglese a Ludhiana, colonnello Sir Claude
Martin Wade (1794-1861), il quale lo riteneva il più capace degli ufficiali europei e l’unico in grado
di mantenere la disciplina delle truppe. Queste recalcitravano all’idea di dover combattere al fianco
degl’inglesi, e, non appena l’esercito si mise in marcia, proprio il battaglione scelto, il Ghoorkha
Poltan, si ammutinò. Ventura li fronteggiò coi cavalieri irregolari sikh, ma non poté impedire che, a
bandiere spiegate e a suon di banda, i verdi fucilieri se ne tornassero a Peshawar. Alla morte di
Ranjit, avvenuta il 20 giugno 1839, il contingente sikh fu richiamato a Lahore. Mentre il potere
centrale si disfaceva nelle lotte di successione, il 7 agosto gl’inglesi occuparono Kabul, l’11
novembre uccisero l’usurpatore e il 1° gennaio 1840 sciolsero l’Armata dell’Indo. Tra giugno e
dicembre 1840 Ventura sottomise i distretti ribelli di Kulu e Mandi espugnando 200 fortini e il
grande campo trincerato di Kumlagarh, e nel 1841 fu ricompensato col titolo di conte di Mandi.
Intanto il grosso dell’esercito sikh combatteva in Tibet contro i cinesi.
Il 2 novembre scoppiò la rivolta afghana, il 6 gennaio 1842 il generale Elphinstone abbandonò
Kabul con 4.330 militari e 12.000 civili e il 13 la colonna fu interamente sterminata a Jagdalak.
Avitabile fu tra quelli che ne trassero profitto, fornendo alle forze britanniche inviate a vendicare
Elphinstone non solo il massimo sostegno logistico ma pure un prestito personale di un milione di
rupie, mettendo così al sicuro il suo bottino, riciclato e convertito in un solido credito da riscuotere
in Europa, dove fece definitivamente ritorno nel 1843. Le cose erano meno facili per Ventura, sia
perché il suo patrimonio era soprattutto immobiliare, sia perché era maggiormente coinvolto nelle
lotte di potere grazie al suo stretto rapporto col capo dell’esercito Sher Singh. Costui fu assassinato
il 15 settembre 1843 e Ventura ne approfittò per congedarsi. Dovette però restare un anno a Simla
per sistemare le rendite dei feudi (jaghirs) ricevuti dal maharajah e solo nell’ottobre 1844 poté
partire per l’Europa. Si risparmiò così la prima guerra anglo-sikh (1845-46), eroicamente
combattuta dal regime di “democrazia militare” (Panchayat) che aveva assunto il ruolo della Khalsa
ma costata al Punjab il Kashmir e tutte le terre fertili tra io fiumi Beas e Sutlej.
Ricevuto alla corte francese col titolo di conte di Mandy e insignito della Legion d’onore (côte
LH/2685/67 intestata a “Ventura de Mandy”), Ventura donò al re Luigi Filippo un set di monete
d’oro della Battriana trafugate dagli stupa (santuari) buddisti del Khyber Pass che provavano il
passaggio di Alessandro Magno. Tuttavia, avendo perso molto denaro in cattive speculazioni,
Ventura decise di tornare nel Punjab. Arrivò tuttavia nel momento peggiore, mentre era in pieno
svolgimento la seconda e ultima guerra anglo-sikh (1848-1849). La sua ricomparsa fu vista con
sospetto dalle autorità inglesi, perché durante una sua visita a Londra aveva espresso giudizi non
lusinghieri sul residente inglese e in una lettera indirizzata ai sirdars aveva comunicato loro alcune
espressioni circa l’autodeterminazione che erano state incautamente pronunciate in sua presenza da
un funzionario del Foreign Office. Di conseguenza le sue offerte di consulenza per l’assedio di
Multan furono seccamente respinte e gli fu detto esplicitamente che in quel momento la sua
presenza era indesiderabile. Comunque, per toglierselo dai piedi, il governo inglese gli accordò una
liquidazione di 20.000 sterline, più un vitalizio di altre 300 annue per l’esproprio della casa e del
jaghir intestato alla figlia. Ottenne pure 15.000 rupie di arretrati dal morente governo sikh. Tornato
a Parigi, vi morì il 3 aprile 1858 senz’aver mai più rivisto l’Italia, e secondo lo storico Flaminio
Servi, dopo aver ricevuto il battesimo.
Nel 1825 Ventura si era sposato a Ludhiana con rito cattolico officiato da un missionario fatto
venire da Lucknow, ricevendo dal maharajah e dai sirdars fastosi regali di nozze del valore di
40.000 rupie. Benché figlia di un ufficiale francese al servizio della begum, la sposa era considerata
armena perché tale era sua madre, e la citata missionaria inglese la menziona acidamente solo per
dire che nonostante ciò era appena più scura di una spagnola: sospettava pure che fosse una
convertita, dal momento che era “piuttosto vaga circa l’osservanza cattolica”. Il matrimonio non fu
felice: Ventura la tradiva, nel 1835 si separarono e nel 1837 le tolse pure la figlia, portandola con sé
in Europa per collocarla in un buon collegio. Alla moglie lasciò nel 1844 solo un vitalizio di 350
rupie, cessato alla morte del marito. La ragazza sposò invece un nobile francese e negli anni Venti
del Novecento i discendenti fecero dei passi presso il governo britannico per rivendicare supposte
ricchezze lasciate da Madame Ventura, che, secondo Grey era invece morta in estrema indigenza
(nel 1870).
All’arrivo a Lahore, Allard e Ventura erano stati alloggiati nella casa ottagonale di un sirdar, che era
stata in precedenza una polveriera e prima ancora la tomba di Anarkali (“Melograno”), arsa viva
per ordine del marito geloso, l’imperatore moghul Akbar. Una volta sposati i due avventurieri si
erano trasferiti in nuove residenze, ma Ventura si era tenuto la tomba per sistemarvi il gineceo
(zenana) della moglie. La sua nuova casa era a poca distanza, e si faceva notare dai visitatori per un
atrio affrescato e una sala da pranzo rivestita di specchi. L’affresco, eseguito da pittori locali,
rappresentava le imprese belliche di Allard e Ventura. In un diario di viaggio pubblicato nel 1845,
William Barr ironizzava sulla grossolana fattura e la mancanza di prospettiva: le figure
sovrastavano le fondamenta, la cavalleria caricava in cielo e i cannoni erano voltati dalla parte
sbagliata per permettere ai serventi di caricarli. Nel 1849 la casa di Ventura fu requisita per il
residente britannico ed è ancor oggi sede del segretariato del Punjab. La zenana di madame Ventura
divenne invece chiesa cristiana e poi sede dell’Archivio di stato. Secondo lo studioso Mohammed
Ahsan Quraishi durante il soggiorno di Allard e Ventura sarebbe stata distrutta una delle iscrizioni
persiane che adornavano la tomba e che recitava “L’uomo o la donna innocente assassinato senza
pietà e morto dopo grandi sofferenze è un martire agli occhi di Dio".
Due ritratti di Paolo Avitabile “Abu Tabela” (1791-1850) – Copertina del libro di
Stefano Malatesta

Il mausoleo di Anarkali e la residenza di Ventura a Lahore, ancor oggi sede del Segretariato generale del Punjab
Portrait of Jean-François Allard, by Joseph-Désiré Court General Allard with familly. Sikh painting, 1838.[1]

Sepoys dell’East India Company (la fanteria sikh di Ventura indossava un’uniforme simile, ma con turbante giallo invece dello shako
e buffetterie nere anziché bianche).

Danny Dravot, il protagonista del racconto di Rudyard Kipling The Man Who Would Be King (1888), interpretato sullo schermo nel
1975 da Sean Connery, è probabilmente ispirato a uno dei 75 ufficiali europei che servirono il marajah sikh Ranjit Singh (1780-
1839). Si è pensato allo scozzese Alexander Haughton Campbell Gardner (1785-1877) anche se le sue memorie furono pubblicate
dieci anni dopo il racconto di Kipling, oppure all’americano Josiah Harlan principe di Ghor (1799-1871). Ma perché non Avitabile o
Ventura, o, piuttosto, una interpretazione dei loro tratti comuni?
Copertina del libro di Chris Grey (con foto di Gardner)
Col. Alexander Gardner one of the Army Chiefs of Ranjit Singh

Il Maggiore Sir Louis-Pierre Napoléon de Cavagnari (1841-1879), Vice Commissario a Peshawar durante la seconda guerra anglo-
afghana, fotografato a Gandamak il giorno (26 maggio 1879) della firma del trattato di pace col nuovo re Yakhub Khan. Insignito
dell’Ordine del Bagno e nominato ambasciatore a Kabul, Cavagnari fu trucidato nella rivolta del 3 settembre.