Sei sulla pagina 1di 17

Giuseppe Parini

Discorso che ha servito d'introduzione


all'Accademia sopra le caricature
Edizione di riferimento
da: Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D.
Barbra editore, 1925

"Letto all'Accademia dei Trasformati nel 1759, il Discorso sopra le caricature una satira
della societ contemporanea, che anticipa alcuni significativi temi de Il Giorno e manifesta la
tendenza tipica dell'arte pariniana alla deformazione grottesca, in uno stile originale anche se non
esente da qualche punta eccessiva, di derivazione bernesca, e non estraneo al gusto del tempo,
per l'intonazione paradossalmente umoristica, secondo la maniera dello Swift e del Voltaire."

Lasciam pur dire a' poltroni, Uditori ed Accademici miei piacevoloni e amici del buon
tempo, lasciam pur dire a' poltroni, che stannosi a grattar la pancia accanto al focolare ove son
nati, aspettando pure che le lasagne piovano loro in gola: il viaggiare la pi dolce e utile cosa
del mondo. Lasciamo stare che que' gran filosofoni della Grecia, che portavano tanto di barba al
mento, lasciarono di covar la cenere e andaronsene a pescar la sapienza negli altrui mari: noi ne
abbiamo ancora tuttod gli esempii vivi sotto degli occhi. Fate che un giovine, dopo aver tre anni
girato il mondo, se ne ritorni a casa, e non vedete voi com'egli diventato pratico nel giuoco, e
fatto accorto di tutte le malizie de' barattieri? com'egli ha appreso ad acconciarsi in mille fogge il
capo e a variare ogni giorno da capo a piedi la stucchevole eguaglianza delle vestimenta? come a
fondo conosce e sa discorrere in cattedra delle femminili soie[1] e tristizie? Che leggiadro
portamento, che vezzoso linguaggio, che piglio grazioso del suo viso, che soave odore ch'ei getta
per ogni canto? Insomma ci torna a casa pratico, pratichissimo de' beni e de' mali di qualsivoglia
nazione. Cos avessi anch'io adoperato ne' viaggi da me fatti, come voi sapete, in India a
Pastinaca[2], in Orinci[3], nella Terra de' Baschi e in Oga Magoga[4], che son tutti paesi lontani di
qui delle miglia pi di millanta[5], ch'io non me ne sare' andato in gite, e tornatomene cos bue
com'io me n'era ito. A ogni modo, poich tocca oggi a me a intertenere[6] l'oziosaggine e la
svogliataggine vostra dandovi ciance e parole, io vi racconter, se vi piace, certe stravaganze
ch'io ho vedute in un'Isola e spezialmente in una citt dell'India Pastinaca: poich voi ben vedete
ch'io volea venir a riuscir qui con quelle lodi del viaggiare, ch'io a malizia dissi di sopra. State
zitti; ch'io potr dire d'essere abile a rallegrare qualsivoglia altra brigata.
Se questa con ch'i' parlo non si secca[7].
Io smontai adunque nell'Isola ch'io v'ho detto, e arrivai ben tosto alla citt, nella quale
bench si potesse entrare per ogni lato, non avendo essa n muro n fosso all'intorno, fui
costretto dalle guardie ad entrarvi per una fortissima porta, custodita da un corpo di soldati bravo

[8] quanto

la morte. Essi non portano n spada n archibugio n verun'altr'arme, ma in quella


vece un gran paio di basette in sul viso, colle quali sogliono far paura e mettere in fuga i loro
nemici; e, s'io ho a dirvi il vero, io mi sentii anch'io tutto quanto rimescolare al primo vederle che
feci. Io capitai, cos andando alla ventura, sur una piazza accerchiata all'intorno da certe
fabbricuzze, che voi vi maravigliereste come potesson reggere in piedi. Esse parean fatte di
cartapesta con mille ghirigori, arabeschi e lavori d'acquerello all'intorno delle finestre; e al basso
di ciascuna di esse certe ferriate che porgevano in fuori, fatte, siccome mi fu detto, per mostrare
le belle gambe degli abitatori e delle abitatrici, che tutti quanti le hanno d'una variet
maravigliosa. In somma io fui per credere che quelle non fossero altrimenti le case; ma che le
case, alleggerite d'ogni marmo, si fossero volate via, e rimasti in piazza belli e nudi gli armadii e
gli scrittoi. Io m'ero appena soffermato, quando, a quella guisa che intorno a un ciurmadore [9]
radunasi prima qualche forca di ragazzo fuggitosi dalla scuola, poi un cocchiere cacciato dal
padrone, appresso qualche poeta sfaccendato, e s di mano in mano tutto il popolazzo; cos io mi
trovai impensatamente in mezzo d'una moltitudine di persone, che stavanmi guatando e
accennandomi al compagno come una cosa nuova e venuta allor allora dall'altro mondo. Tutti mi
portavano al cielo colle lodi, e tutti rilevavano nella mia personcina qualche novello pregio. Chi
veniemi guardando per di dietro, e ammirava le ambidue aguzze mie spalle, che a un bisogno
possono servire di appiccatoio[10]; e chi correami ora davanti, ora dopo, non saziandosi giammai
di tener fisi gli occhi alle mie gambe; e pigliavansi piacere di farmi camminare, come de' cavalli
si fa; ed eglino, fermatisi in qualche distanza, struggeansi della gran gioia nel vedermi venire alla
volta loro, e alzavano uno schiamazzo mescolato di applausi e di festosi viva, gridando tutti a
quanto fiato aveano in corpo
Chi vuol veder quantunque pu Natura?[11]
Pensatevi ora voi se io gongolava dentro di me medesimo, e s'io facea festa, trovandomi
alla perfine in paese ove le mie gambe erano salite in riputazione ed eransi acquistata quella
stima ch'esse meritavansi bene: perocch voi avete a sapere che l'una delle mie gambe peranco
anonima, e l'altra chiamasi la gamba Tagliazucca, conciosiach essa fatta alla guisa d'una che
soleva adoperare quell'uomo dabbene di Girolamo Tagliazucchi [12], la qual gamba doveva
essere una molto eloquente gamba; e cos debb'esser la mia, che tanto le se rassomiglia; ma non
mica sullo andar di quella di prete Paolo, che m'insegn gi accordare il sustantivo hic pota
coll'aggettivo hic et haec et hoc infelix: e quando volea persuadermi alcuna cosa, non facev'altro
che farmi cenno della sua gamba per di dietro, e io subito l'apprendeva. Ma quanto vi credete
per voi ch'io mi sia riso di tutta quella gentaglia che m'attorniava, allorch, rinvenutomi dallo
stupore, io potei fisare il guardo sopra i loro visi? Ma che dico visi? se visi non ve ne avea, e tutti
quanti eran visetti, visuzzi, visoni, visacci o visucciacci? Dice, che madonna Natura, avendo
pressoch ridotta a fine tutta questa macchina mondiale, trovavasi di avere una gran quantit di
materia tuttavia rozza e informe; ma, perch ne venia la domenica, e ella voleasi mettere il nuovo
abito per l'indomani, chiamati a s due spiritelli, che erano, come dire, suoi fattorini, e che questi
eruditi chiamerebbon Genii, disse loro cos: - Toglietevi questa roba, e fate di cavarmene
subitamente un popolo; n mi state a guardare che ne venga la festa, ma menate le mani tutta la
notte, ch'io vommelo a ogni modo vestir per dimane. - I fattorini pigliaronsi quella massa in varii
panieri, e n'andarono ad impastarla; ma, come costor due non aveano che far nulla fra loro,
perocch l'uno, essendo avarissimo avarissimo e spilorcio, temeva ad ognora che gli mancasse il
terren sotto a' piedi, e per andava a rilente e assottigliava; e l'altro, che avrebbe dato fondo a
checchessia, caricava l'orza [13] senza verun riguardo; cos avvenne che nelle opere dell'uno voi

non avreste veduto null'altro che scheletri e arcami [14] e mummie disseccate, e in quelle
dell'altro animalacci con monti di carne addosso,
Fatti senza misura e senza seste[15].
Egli accadeva ancora che, come gli uomini fabbricati in s gran fretta dal primo riuscivano
tutti fuseragnoli[16] e spilungoni; cos quelli dell'altro grassi e larghi a guisa delle pene tole. Per
la qual cosa fu loro mestieri di porre rimedio a quelli che eccedevano, appoggiando una mano
sopra del capo a' pi lunghi, e premendo gi, sinch, ingrossando, accorciavano e divenieno
proporzionati: poi, pigliatisi i pi larghi, e strettili a uno a uno fra le mani giunte, tanto li
avvoltolavano, che si riducessero a conveniente grandezza. Ma la cosa non riusc del tutto
secondo il loro disegno; conciosiach i primi, come quelli ch'erano estremamente miseri e
deboluzzi, oppressi dall'eccessivo peso della mano, torsero in di strane guise le gambe o
inguaianarono affatto il collo entro alle spalle; e i secondi, stretti alla cintola fra le due mani, e
fra quelle lungamente aggirati, diventarono non meno mostruosi degli altri: imperciocch, alla
pressione, la materia, cedendo e ritirandosi verso le estremit, and ad ingrossar smisuratamente
i fianchi e le cosce, o usci in uno scrigno alle spalle o al petto in isconce protuberanze. Veduto
questo, i due Farfarelli[17] dieronsi per disperati, e, lasciati tutti gli altri lavori cos com'eran
sortiti, posersi intorno al restante della materia; e quella non pi lavorando separatamente, come
dianzi avean fatto, applicaronsi a compor fra due una sola persona. Quindi nacque che, secondo
che contrarie fra s erano le inclinazioni de' due maestri, cos contrarissima in un sol suggetto
compariva la proporzione delle membra. Immaginatevi adunque di veder, per mo' di dire,
Accademici, sopra lo imbusto d'un cazzatello[18] sottilissimo e dispariscente uno smisurato
capaccio, che agguagli di circonferenza una gran zucca frataia[19]. Immaginatevi che l'uno de'
due spiriti fabbricasse un visaccio grande grande e largo largo stranamente; e che l'altro vi
applicasse nel mezzo un nasino diminutivo a mala pena visibile; o che quegli in iscambio
piantasse, nel mezzo d'un visuzzo il pi smunto e scarnato che voi vedeste giammai, uno
sperticato nasone che possa seder patriarca di tutta la naseria, e con cui il mento concorra di
ambizione, e facciano a chi pi possa ingrandirsi. - Ma via, che non la fai oggimai tu finita
cotesta filastrocca che non ha n capo n coda, e non riesce a nulla? Cos parmi che voi dichiate;
ma egli pur forza che voi ve la beiate, ch'essa alquanto lunghetta, ed la vera origine del
popolo ch'io vidi, ch mi fu conta in quel paese da certi letterati, de' quali, se il cielo darammi
fiato insino alla fine, io ragioner in appresso. Ma vedete a ogni modo quanto io son gentile,
ch'io la voglio troncar sul pi bello per compiacervi; perch, a dirvi il vero, io non so pi dove io
mi abbia il capo, e non ci raccapezzo pi filo che mi conduca avanti. Ritorniamo adunque... a
che? Ah Ah! voi avevate creduto ch'io volessi dire a bomba, che una parola ch'entrar dee al
manco una volta in ogni cicalata: oh, io v'ho ben corbellati. Ritorniamo, io volea dire, alla piazza
ov'io stavami facendo le maggiori risa del mondo per que' tanti ceffi tutti nuovi, tutti strani e tutti
bizzarri, che mi circondavano; quand'ecco a me ne viene tutto trafelato correndo un omicciatto
[sic] piccolo e largo alla foggia d'un tino, colle gambe per tal modo incrocicchiate, che il piede
destro avea ceduto al manco[20] la mano: costui diemmisi ben tosto a conoscere per un lacch
della Corte, spedito a bella posta dal Principe alla mia Eccellenza. Deh, se voi aveste veduto quel
gentile omaccino in un farsettin bianco, stretto alla cintola con una fascia verde, che avea fatto
rincarire la seta, e aiutava a far comparire per di dietro fra due candide brache un meleto[21]
sbracato e bestiale! Egli, come si detto, era mandato dal principe della terra, il quale, avendo
saputo esser col giunta una nuova maraviglia, ch'io era poi io, m'avvisava ch'io mi presentassi
bentosto al suo cospetto. Pensatevi s'io mi stetti a dondolare; anzi io m'accompagnai senza

indugio veruno con lui, parendomi pure d'esser divenuto qualche gran bacalare[22], dappoich i
principi stessi morivano della voglia di vedermi alla loro presenza. Insomma, senza pi menarla
a lungo, io mi trovai giunto alla Corte, ch' uno edilizio d'un'architettura molto stravagante. Esso
poliangolare, cio di molti angoli; ch non credeste ch'io volessi parlarvi ora per lettera, io che
sono, con riverenza, una bestia. A ciascuno degli angoli, sostenuto da certi termini[23]
stranamente rannicchiati, che mostrano d'essere stanchi di portar si gran carico e fanno certe
boccacce che paion quelle dell'orco. A ogni angolo una finestra, per la quale entrano il lume e
gli animali e le persone. Questi vi si sollevano in molte ceste di vimini attaccate a delle funi, che,
accavalciando delle carrucole, traggonsi da quelli che son dentro. Spesse volte accade che la fune
si spezza, e gli sventurati che raccomandati[24] vi sono, allorch son pi vicini all'entrata
precipitan gi col cestone e batton crudelmente delle natiche sopro i marmi della via. Spesso
interviene ancora che i ribaldi cortigiani, alle cui mani vi siete affidati, lasciansi in sul meglio
sfuggir dal pugno il capo della fune, e voi ve ne andate gi a rompicollo. Fosse ch'io non avessi
viso di far gran fortuna, o fosse perch io ero chiamato dal re, io vi giunsi a salvamento insieme
col lacch, il quale, essendo, come voi avete udito, d'una si strana grossezza, e per conseguenza
pesantissimo, facea scricchiolar terribilmente la fune; e io agghiacciava ogni momento di non
avere a gir capovolto a baciare in viso la madre antica[25]. Entrato ch'io fui per una delle finestre,
salii per una scala a chiocciola, che va a mettere in una camera cieca, che mi fu detto essere
ornata di bellissimi specchi. Di li passai per uno stretto andito nella sala delle danze, ch' di
figura triangolare, col pavimento fatto d'un mosaico di pietre aguzze; e sparse per entro delle
seggiole e delle spezie di sof, tutti finissimi porfidi e diaspri orientali. Quindi scesi per una
scaletta a piuoli nella galleria, che ritonda e altissima, a foggia d'una torre, piena di bellissime
dipinture chinesi e figurine di Francia, frastagliate [26] per mano della reina; ed eranvi, sopra certi
spaldi de' camini, de' cannocchiali per mirare i quadri ch'erano appesi pi in alto. Finalmente,
passato per la segreteria, che ha dall'un canto la cucina e dall'altro le stalle reali, arrivai
nell'anticamera del principe, ognora seguito da una folla di persone, che con grandissime
scappellate e profondissimi inchini mi si umiliavano davanti, faccendo [sic] delle braccia croce; e
chi raccomandavamisi per una cosa e chi per un'altra, avendomi essi tolto alla prima per un
novello buffone del re. Io, a cui l'aura della fortuna cominciava finalmente a soffiare in poppa, o
almanco me ne lusingava, diedimi a filar[27] del signore e a stare in sul mille, e,
grosseggiando[28], passava lentamente per mezzo a costoro, mirandomi or dall'uno or dall'altro
de' lati; e come se gi compiuta notizia avessi di loro, questo fulminava con un guardo, e
quell'altro riconfortava con una mezza dramma[29] d'un cenno di sorriso[30]: e cos proseguiva il
mio cammino, tutto fiero e pettoruto, a guisa della Dorotea pinzochera[31] priora della
confraternita, quando, messasi l'abito delle feste sopra un suo guardinfante [32], se ne va, piede
innanzi piede, facendo mostra nella processione del suo pesante doppiere, e, gonfiando ambe le
gote, si lascia fuggir da un lato delle labbra un sorrisetto di gioia, come fa colui che per lo
estremo godimento
Par che capir non possa nella pelle[33].
Io mi presentai al re, come Bertoldo fece al re Alboino[34]; e quegli mi accolse con non
minor cortesia che si facesse gi quel buon re de' nostri antenati. Sedeva egli in un salone, fatto a
foggia d'un grandissimo tempio, sopra un trono cos alto che la sommit della vlta gli batteva
sul capo; e come a chi parlava appi del trono non era permesso di salire sino a lui, cos ognuno
gli favellava per una lunghissima cerbotana[35] [sic] nel cilindro della quale i ministri aveano
avuto cura di far diversi fori, per li quali scappando, dir cos, l'aria messaggera, portava seco

infinite delle cose che vi si domandavano o ascoltavano da un mondo di persone; e quel che
rimaneva, alteravasi stranamente. Era il re un ometto lungo lungo quanto la fantasima [36], che
faceva del bell'imbusto e del cascamorto: stavasene ritto ritto come un palo; e, bench'e' fosse di
colore tra ghezzo e pagonazzo[37], avea una bianchissima parrucca in capo; che gli scendea sino
a' piedi, cos che, a ogni movimento ch'ei facesse, ne usciva una nebbia di polvere[38], che
annugolava ogni cosa; e, quando egli aveva a passeggiare, raccoglievasela, come fanno delle lor
cappe i frati. Egli avea un abito cos lungo, che, qualvolta venuto gli fosse voglia di tabacco, gli
era forza di fare di se medesimo un arco, per giugnere alla scarsella[39] e trovarvi la tabacchiera.
S'egli per mala ventura si fosse smarrito, non pu essere che subito non lo avessero rinvenuto,
tanti erano i sonagli, le trombettine, le squadre, i panieruzzi, i camei [sic], le calamite, i suggelli,
e bandiere, e cannoni, e colubrine, e mille altre cianfrusaglie, che gli pendeano a' calzoni,
appiccate per ciondoli all'oriolo[40], che faceano pi romore che non fanno i campanacci d'un
intero armento di buoi. Che vi dir io di tutto l'altro ciarpame di ch'egli avea cariche le
tasche[41]? Chi ne avesse fatto un lotto, avrebbevi trovato premii per un paio d'anni. Ma
tocchiamone un motto anche dell'amabilissima sua consorte, la quale era una donna molto
carnale, vale a dire, ch voi non intendeste qualche sproposito, fatticcia [42], grassa, paffuta,
popputa, panciuta, fiancuta, e naticuta per tal maniera, che noi tutti quanti qui siamo, potevamo,
come facea Dante a casa del diavolo,
Potevam su montar di chiappa in chiappa[43].
Per altro la reina era tutta coperta; e io, da buon geometra, conghietturai da quella del capo,
ch'era nudo, la dimensione di tutto il suo corpo: anzi giudicai che sotto non vi dovessero essere
cenci, n capecchi, n altri femmineschi ripieni e sustentacoli, perciocch trasparivano per un
velo chiamato l'Onestina, la Modestina o, pi gentilmente, la Respecteuse[44], che, quantunque
grande come un lenzuolo, pur
non copria dinanzi n di dietro[45];
trasparivano, dico, che? eh non ve 'l voglio dire. Immaginatevi che la carestia, cos affamata
com'ella , avrebbevi trovato di che satollarsi. Ma che questo? Che si ch'io sommene
dimenticato a casa un foglio? Qui non ci pi n senso n connessione di una cosa coll'altra: gli
cos per lo appunto; io ci ho clto [46]. Poter di Bacco! io ho fatta la bella fagiolata, io,
pazienza! A ogni modo, questa fortuna vostra, uditori boncompagni miei: voi avrete un foglio
di seccaggine manco. Or via, andiamo avanti; leggiamo quel che ci rimane. Il testo che sguita
dice cos.
Questi letterati mi fecero di grandi accoglienze; massimamente ch'egli eransi immaginati,
vedete dabbenaggine!, ch'io sapessi qualche cuiusso [47] e ch'io pizzicassi un po' dello scienziato.
M'introdussero nella loro Accademia e mi vi trattennero buona pezza. Io non vi sapre' contare i
varii ufici ch'ei vi teneano. Vi avea [48] de' matematici che ti parlavano mai sempre in certo loro
linguaggio che non l'avrebbero inteso manco i buoi; essi avean certi dolorosi calcoli nel cervello,
che non finien mai, e cadean poi tutti nell'un vie uno[49]. Costoro pretendeano che senza loro non
potesse reggere la natura e che, trovando la maniera di far essere quadro il tondo, non avesse mai
pi a venir finimondo. V'erano astronomi, strolaghi, alchimisti, poeti, cabalisti, empirici. V'erano
anco certi dottori e maestri di morale, che avean fatto nozze coll'ignoranza, la quale avea loro
portato in dote un flagello di sottilissime distinzioni [50], con una buona dose di presunzione e di
caponeria[51]. Egli erano divisi in due scuole. Questi [52] erano certi tristanzuoli magri e tisicuzzi,

con certe loro zimarre strettissime e accosto accosto alla pelle; e gli altri[53], d'un viso sempre
ridente, grassi e giovialoni, avvolti in certe vesti larghe smisuratamente e non legate alla cintola.
Un libro piovuto dal cielo per loro regola era il principale soggetto delle loro quistioni. Quando
eglino si azzuffavano, il povero libro stava fresco, perocch eglino, afferrandolo a gara d'ambe le
bande, e colle mani e co' denti, tanto ciascuno traevalo a s, ch'esso andava in brani; e le
meschine lettere, divise per mezzo, cangiavano sembiante, sicch la O diveniva, verbigrazia, un
C, il B un'E, e il P un'F[54]. Ma, per dirvi qualche cosa de' loro costumi in generale, e' vanno per
la maggior parte con certi loro abiti logori e inzaccherati, spesso ragionando con s ad alta voce.
Talvolta urtano nelle persone o piglianle in iscambio: a ogni lettera d'appigionasi, in cui si
abbattano, ti squadernano un paio d'occhiali e fanno un lungo epicedio alla lor vista [55]; a ogni
loro discorso, assrdanti colle citazioni ora greche, ora arabiche, ora caldee: copronsi sotto certi
nomi ch'egli hanno pigliato ad imprestito; e l'uno chiamasi, verbigrazia, lo Scemo, l'altro il Fritto
o il Rifritto, questi Titiro e quell'altro Melibeo. Vantansi di non istimar punto l'oro e le ricchezze;
e nondimeno io ne colsi un di uno attorno ad una eterna[56] dedicatoria d'un suo libro ad uno
appaltatore, a cui egli avea trovato una genealogia sino alla Torre di Nembrotte[57], senza che vi
fosse accennato n anche il menomo sbirro o il menomo manigoldo. Havvi uno de' membri della
loro universit che ha cura di fabbricar titoli per libri, ch'ei vende poscia un tanto la canna,
secondo la lunghezza che altri vuole: essi debbon essere un cataplasma[58] di varie lingue, e
vengono di gran lunga pi apprezzati allorch terminano in one D, come a dire[59]
Diatrontonpiperone, Heautontimorumenecatombicoargonauticocannone,
Filogerotricefalicoescaroticobastione. A ogni modo i letterati di quel paese non affettavano tutti
una certa rusticit, ch' loro propria [sic] ; havvene[60] anzi de' cortesissimi ed umani per tal
modo che non si pu far loro s piccola domanda, ch'essi non te ne soddisfacciano subito
largamente. Chi domandasse loro quante paia fanno tre mosche, tosto avvedrebbesene alle molte
paia di tomi che n'uscirieno in risposta. Un coccio o un torso trovato nella vigna da un nostro
contadino diverrebbe nelle lor mani pi celebre di Tolomeo[61] o del Tamerlano[62]. Nacque una
quistione se una delle Sibille avesse a chiamarsi Cumea, Cumese o Cumana; e immediatamente
usc un nugolo di libri di alcuni grammatici che ti affogarono nelle risposte. Vidivi anche un'altra
stravaganza: che i poeti invitavano talvolta a desinare a casa loro: vero che dopo il pranzo
avrebbe usato carit chi avesse invitato loro e i convitati. Io mi trovai un d a casa d'uno di loro.
Eravamo tre amici delle Muse. L'ospite, il maggior milantatore [sic] che ci sia stato giammai,
non facev'altro che lanciar campanili[63] e innalzar se medesimo in un certo stile ch'ei chiamava
Pindarico. Egli aveva, a quel ch'e mi contava, certe praterie ove pasceva una gran mandria di
cavalli; portava alle spalle un turcasso tutto d'oro, coll'arco tutto d'oro e le frecce tutte d'oro, colle
quali avea mille volte spezzate le ale al Tempo e cavati gli occhi alla Morte[64]. L'altro[65] non
facea se non continovi piagnistei: egli era una valle di lagrime, i suoi ragionamenti cominciavan
tutti cos:
Lasso! mille sospir traggo dal petto.
Lagrime che dal cor per gli occhi uscite.
Procella di spietati e duri affanni;
e framischiava [sic] a ogni momento una certa sua donna, cui dicea tuttavia sospirando:
Cara mia pena e desiato affanno.

Ahim crudele, ahim selvaggia fera!


Fiamma, che m'ardi ed ossa e polpe e nervi.
Ma, a proposito di donne, voi vi dovete ricordare, Accademici, di quando eravate giovinetti
e che voi leggevate, verbigrazia, Guerrino Meschino[66] e Pietro della Valle[67], che furono a'
loro di grandi viaggiatori. Dite: che vi cercavate voi con maggiore avidit: le guerre, gli studii, le
leggi? Eh, zucche fritte! Le donne erano, le donne. Non vi sentivate voi imbietolire[68], quando
voi vi avvenivate in alcun di que' capitoli che trattano de' lor costumi, de' loro abiti, delle loro
bellezze? Ora io non vo' n manco che nella mia storia siate fraudati di questo sollazzo. Questo
adunque il capitolo delle donne, che comincia cos: Come Parino Meschino[69] trovossi a una
villa ov'erano molte donne, e quello che gl'intervenne.
Verso[70] la fine del mese di dicembre, ch' la stagione in cui il popolo di cui parliamo suol
godere dell'amenit della campagna, ove dilettati di mirare la maravigliosa struttura degli alberi,
che, essendo allora spogliati delle lor vestimenta, mostrano ignudi tutte le lor bellezze, io fui
menato in contado ad una villa lontana poche miglia dalla citt, e trattenutovi alcuni di. Allor
ch'io v'arrivai, Bravi gi buon numero di femme e di maschi d'ogni condizione, che poi di giorno
in giorno andava ingrossando. Una cosa che mi fece strabiliare si fu, che di mano in mano che
tanto le femine .come i maschi giugnevano alla villa, portavan seco diversissime fogge d'abiti,
d'ornamenti, di vezzi e di parole; sicch colui, per esempio, ch'era giunto oggi, non
s'assomigliava punto a quello d'ieri. Questo faceavi nascere una si graziosa diversit, ch'io non
mi sare' saziato giammai di col trattenermi. Un di giunsevi il Barone d'Altura[71], il quale,
comech fosse nanerottolo anzi che no, era tutto vestito in grande. Egli avea un capellaccio che,
s'ei foss'ito in un bosco sul mezzodi, tutto quanto il bosco sarebbevisi ricoverato all'ombra;
pendeagli al fianco una larga e lunga cinquadea [72]; e sostenevano tutta la macchina due gran
calcagnini[73] a alle scarpe, che avrebbon potuto servir di piedistallo al colosso di Rodi [74]: con
tale proporzione andate voi discorrendo delle manopole, delle fibbie, dell'abbottonatura, e che so
io. Il di appresso giunse col il Marchese De la Petite chose [75] con madama sua cognata. Questi
avea ridotto ogni cosa al blictri[76] [sic], un piccolissimo cappelluzzo con certi fregi d'oro, un
pugnaletto al fianco, bottoni come granelli di senape, poco di scarpa e punto di calcagnini. Ma,
per venire alle donne, fate vostro conto ch'elle accordavansi di punto in bianco co' loro
compagni: se non ch'elle erano pi leste di molto ad imitarsi vicendevolmente perciocch tal
popolo di donne io lasciai pigmeo alla sera, ch'io trovai alla mattina gigante; e quelle, che alla
mattina sarenti parute[77] tante Tulliesse[78] e nella eloquenza e squisitezza de' lor complimenti
al primo scontrarsi, alla sera non li faceano che con un non inteso mormorio[79] fra' denti,
simiglievole ad una incantagione[80]. Di diece o dodici di ch'io dimorai con esso loro, non ve
n'ebbe due di simili: perocch tutte le donne aguzzavansi a seguitar la nuova venuta, e quella le
assicurava che le sue fogge erano le novissime[81] della citt. Capitovvi un di una che nel pigliar
tabacco sonava di clavicembalo sotto alle narici colle bianche dita, formando poscia sul viso con
un'ontuosa Siviglia[82] due leggiadrissimi baffi; e allora tutte le belle divennero sonatrici di naso
e armaronsi di barbigi[83]. In appresso ne giunse un'altra, che avea fatto ogni suo studio sopra i
romanzi e i drammi per musica, e avea raccolto da tutti i suoi conoscenti i vocaboli pi singolari
e i pi stranieri modi del dire. Costei declamava sempre in tragico stile; e rendealo ognora pi
vivo e appassionato, allorch, gestendo, coglieva col ventaglio, ora nel naso, ora nel petto,
alcuno de' circostanti, che a gara affollavansele intorno. Allor ch'ella venne introdotta nella
conversazione, fece i suoi complimenti[84] cos: - Signori[85], io mi son trovata ben disorientata
al vedermi in mezzo d'una cos scelta cotteria[86]; ma, bench io abbia avuto sinora poco

teatro[87], mi permetterete ch'io mi lusinghi di non avermi a rendere indegna di questo bel
mondo: frattanto io mi prender ben guardia di non meritarlo, e spero che voi menagerete[88],
troppo bene il mio spirito per non attaccargli del ridicolo. - Cosi tosto ella fu per comun
sentimento bandita[89] come donna di spirito; e tutti quelli che presumevano di andar per la
maggiore in proposito d'ingegno e di studii, si fecero a vagheggiarla. Allora [90] tutte le scienze
ch'erano della moda furono messe sul tappeto. Questa ragionava del commercio e quell'altra
della popolazione; l'una contava le sperienze d'un suo amante sopra i polipi, e quell'altra quelle
del suo sopra le molecule organiche: in somma non s'udiva altro discorrere che di maniera di
pensare e di ragionare, di pregiudizii, d'idee chiare e distinte[91], in certo loro linguaggio che
faceami sganasciar dalle risa; dimodoch, essendo io dato in uno scoppio, feci svenire accanto a
me una dama, la quale a quel suono temette non il gatto avesse assaltato la sua cagnolina. Ma che
direste voi s'io vi dicessi che tal giorno ancora fra quelle donne vi fu la moda del bestemmiare
per vezzo, o, come disse il Berni, per dolcezza?[92]. Deh, se voi aveste udito risonare i Bi e le
Effi[93] su quelle labbra non nate ad esser ricetto di cospettoni[94]! Quanta grazia acquistavano
dalle piccole boccucce di quelle amabili furie i vocaboli pi schifi e pi grossolani che formano
la gloria de' chiassi[95] e delle taverne! Qual maraviglia poi, quando alcuni vocaboli ruvidi ed
aspri per la scabrezza delle lor consonanti rammorbidivansi, e prendeano novella e pi dolce
forma sulle lor lingue! Talvolta le une, non volendo parer da meno delle altre nell'esser dilicate,
svenivano al menomo odore; e sovverrammi persin ch'io campi d'un bel marted sera, che,
all'avviso dello arrivo d'un profumato damerino, ne cascarono cinque arrovesciate supine sul
pavimento, in tal modo per, ch'io m'avvisai ch'elleno avesser procurato di cader con meno
disagio che si fosse potuto, e di pigliare tal giacimento che, come per caso, lasciasse scorgere a'
circostanti la rara strambezza[96] delle lor gambe, le quali in quel paese servono di arco allo
amore, come qui fanno due neri sopraccigli. E pur beato chi col pu languir per due gambe,
l'una delle quali il Cielo abbia volta
a settentrion, l'altra a levante[97]
Io non la finirei sino a domattina s'io volessi fermarmi quanto farebbe mestieri sopra
l'infinit de' morbi[98] che sogliono assalire le femmine di quel paese: bastivi ch'elle ne hanno,
come dir, la fabbrica in casa loro; e ch'egli opinione sicura di quelli abitatori ch'elle abbiano
inventato la maggior parte de' mali che ammorbano l'universo; il che mostra che e' credano,
come noi, che tutte le sorte di pesti venute al mondo sieno state da una femina originate. Quando
una donna col vuol per suo comodo e per qualunque altro fine essere ammalata, non ha se non a
mettersi a letto. Allora tutti i mali ch'ella serba nella sua guardaroba fannosele attorno: ella
chiama il medico a s, e si il priega di sceglierne quel d'essi che, secondo la sua bisogna, le torni
meglio. Ei tosto chiamane uno, e dice, verbigrazia, cos: - Vapori, mali isterici, capogirlo,
coccolina[99], fastidio, flati, ostruzioni, soffocazioni. - Ma notate che il medico non li chiama
mica cos come io ho detto nella nostra lingua, ma nella loro, ch'io non vi sapre' ben dire che
lingua si sia, bench a mio giudizio dovrebb'esser quella della patria di ciascuno di essi; e cos il
medico chiama in arabico se il male arabico, in greco se mal greco, se mal tedesco in
tedesco, e in francese s'egli mal francese. Allora quel male, che odesi chiamar per lo suo nome,
salta fuori e difilato balza sulle dita del medico: il medico applica le dita al polso della inferma, e
trattienvele sinch, per io tepore allargandosi i pori, il male vi penetra sino al sangue e, con esso
condotto alla testa, quivi si riposa. I medici trattano col molto colle donne; perciocch, oltre
ch'egli hanno, con quelle, frequenti conferenze sopra le loro zinghinaie[100], sono arco be'
giovani che s'allindano[101] e stanno sulle gale, amici del cicalare, pieni di graziose moine e di

lezzi, in guisa gentili e accondiscendenti che le medicine accomodano anzi al malato che al male:
il che bisognerebbe che seguitassero questi nostri, che lascierebbonti piuttosto crepare che
risparmiarti d'ingoiare una decozionaccia[102] o un clistero. Ma egli oggimai tempo che noi
tocchiamo della fine; e ch'io vi conti per quale sciagura io fossi costretto a partirmi
improvvisamente di col. Vi bisogna innanzi tratto sapere che tutte quante le grasce[103] di quella
terra, siccome sono sanissime per li forestieri, cos sono un tossico potente per li nazionali:
laonde non vi si vive se non delle cose che vengono da di fuori; e, se pur mangianvene alcuna
delle loro, egli perch i cuochi tanto pistanla, impastanla, impiastriccianla e tingonla e
coloranla e cangianla da quel ch'era prima, che n'escono tutte le particelle venefiche, ed altro non
vi rimane che il sano. Ora accadde che, come io dilettomi, quando vi posso giugnere, di
mangiare de' buoni piccioni, de' buoni capponi e delle buone pollanche, cos fui veduto pi volte
ugnermene il grifo e farne delle buone corpacciute. Sinch io non ebbi quattrini in tasca, la cosa
and bene: ma, come si cominci buccinare[104] ch'io col favore del re e degli amici Brami
provecciato[105] d'alcuna cosa, e che io avea riposto qualche gruzzolo di zecchini, cos levaronsi
contro di me questi dottori che uccellano di continuo al danaro altrui; e, cercato di crmi cagione
addosso[106], accusaronmi al re per istregone, dicendo ch'io m'ingoiavo come pillole i veleni, e
ch'eglino m'avean veduto ingollare pane, starne e capponi, come altri farebbe le medicine. Due
de' miei maggiori nemici, fra queste sanguisughe d'Astrea[107], erano un certo affannone e
mestatore[108], che pigliava sopra di s tutti gli affari, e, infinocchiando e soffiando parole negli
orecchi altrui, tanto cavillava e sopraffaceva e dimenava del capo e delle mani e de' piedi, e
infilzava testi e allegava citazioni e recitava litanie di dottori e sbuffava e dibattevasi e alzava la
voce, che i poveri giudici, sbalorditi, davangli vinte tutte le cause: l'altro[109] era un ipocritone
picchiapetto, che quanto dire un volpone, un furbo in chermis [110]. Costui abbindolava anche
assai meglio del primo, imperciocch ci se ne andava tutto modesto in un certo suo abito nero
sempremai abbottonato, con un cappello e una parrucca all'antica, tenendo l'elsa della spada
coperta sotto alle falde, colle scarpe sempre mai pulite e rilucenti, sostenute da due alti
calcagnini di legno e allacciate con due piccole fibbie d'argento, come quelle che usavano i nostri
nonni. Oltre a ci, torceva a ogni momento il collo, e teneva sempre in agguato due o tre
lagrimette sotto alle palpebre. Costui and dal giudice, e, fatto prima cenno di piangere, e alzati
gli occhi al cielo, cav fuori adagio adagio una sottilissima vocina; e, mescolando mille volte ora
il cielo, ora la coscienza, infine venne a concludere in questa piccola bagattella, che bisognava
accendere una gran catasta nella maggior piazza della citt, e quivi a fuoco lento arrostirmi bello
e vivo. Poich io riseppi questo, e ch non amavo di far ridere i bacchettoni mi risolvetti di
lasciar loro i danari, e, da uomo di senno, abbandonata la fortuna prima ch'ella abbandonasse me,
me la colsi verso Milano, per poterci rodere a mia posta de' grassi capponi questo carnovale e
raccontare a voi, almanco una volta, le mie avventure prima d'essere arrostito.

Note
__________________________________
[1] - soie: piacevolezze; francesismo.
[2] - Pastinaca: l'attributo deriva dal nome di un'erba; la scherzosa espressione del Boccaccio (cfr. Decameron,
VI, 10).
[3] - Orinci: espressione generica per indicare un paese lontano.
[4] - Oga Magoga: paese remoto e favoloso corruzione di Gog Magog, nome di un gigante delle leggende
medioevali (cfr. Baretti, Lettere familiari, 3).
[5] - millanta: mille; voluto arcaismo.
[6] - intertenere: intrattenere.

[7] - non si secca: cfr. Dante, Inferno, XXXII, v. 139.


[8] - bravo ecc.: che incute spavento quanto la morte.
[9] - ciurmadore: ciarlatano.
[10] - appiccatoio: attaccapanni.
[11] - Natura?: cfr. Petrarca, Canzoniere, son. CCXLVIII, v. 1 e Berni, In descrizione dell'arcivescovo di
Firenze (Andrea Buondelmonti), v. 1.
[12] - Girolamo Tagliazucchi: il Tagliazucchi (1674-1751) fu insegnante di eloquenza italiana nell'Universit di
Torino, autore di vari scritti letterari e di un discorso Della maniera d'ammaestrare la giovent nelle umane lettere.
[13] - caricava l'orza: abbondava.
[14] - arcami: carcami.
[15] - seste: parafrasa un verso dei Berni (cfr. il capitolo In lode del debito, v. 72).
[16] - fuseragnoli: lunghi e sottili come un fuso.
[17] - Farfarelli: folletti.
[18] - lo imbusto d'un cazzatello: busto di uomo piccolo.
[19] - frataia: di frate.
[20] - manco: sinistro.
[21] - meleto: le natiche.
[22] - bacalare: persona autorevole
[23] - termini: sorta di cariatidi.
[24] - raccomandati: affidati.
[25] - la madre antica: la terra.
[26] - frastagliate: lavorate con minuzia e variet di particolari.
[27] - a filar ecc.: a darsi arie da gran signore.
[28] - grosseggiando: atteggiandosi a persona importante.
[29] - con una mezza dramma: impercettibile.
[30] - d'un cenno di sorriso: con un sorriso.
[31] - Pinzochera: una ipocrita devota.
[32] - guardinfante: arnese composto d cerchi per sostenere e render gonfie le gonne.
[33] - pelle: cfr. Ariosto, Orlando furioso, VII, ott. 27, v. 4.
[34] - Alboino: re dei longobardi; si allude al poema giocoso di G. C. Croce (1550-1609) Bertoldo.
[35] - cerbotana: canna ad una estremit della quale si soffia per farne uscire frecce od altro.
[36] - quanto la fantasima: come uno spettro.
[37] - ghezzo e pagonazzo: scuro e paonazzo.
[38] - Polvere: cipria; cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 774 segg.
[39] - scarsella: tasca.
[40] - all'oriolo: cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 1026-1037.
[41] - tasche: cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 839 segg.
[42] - fatticcia: tarchiata.
[43] - chiappa: cfr. Dante, Inferno, XXIV, 33.
[44] - Respectueuse: secondo la moda francese.
[45] - dietro: cfr. Ariosto, Orlando furioso, VII, ott. 28, v. 7.
[46] - ci ho clto: ci son cascato.
[47] - cuiusso: frase latina.
[48] - Vi avea ecc.: ha qui inizio una caricaturale rassegna di tipi diversi di letterati e scienziati; la satira della
cultura contemporanea ricorrer frequentemente ne Il Giorno.
[49] - nell'un vie uno: uno per uno, la operazione pi semplice.
[50] - distinzioni: la casistica.
[51] - caponeria: cocciutaggine.
[52] - Questi: i rigoristi.
[53] - gli altri: i lassisti.
[54] - un'F: significa che ciascuno di essi interpretava tendenziosamente, e sostegno della propria tesi, i testi.
[55] - vista: ne fanno un poema (epicedio un componimento funebre).
[56] - eterna: interminabile.
[57] - Torre di Nembrotte: la torre di Babele; cio, risalendo a leggendarie e fantasiose origini.
[58] - cataplasma: impiastro, indigesta mescolanza.
[59] - come a dire ecc.: forse allude al padre Bandiera, autore del Gerotricamerone.

[60] - havvene ecc.: segue la satira della erudizione oziosa e inconcludente.


[61] - Tolomeo Claudio: matematico e astronomo egiziano (nato forse a Tolemaide Ermea nel 100 d.C., in
campo astronomico la sua opera in tredici libri (premesse di trigonometri sferica, applicazioni alla sfera celeste, moti
di corpi celesti, distanze dalla terra, eclissi, catalogo stellare, teoria planetaria), nota col nome di Almagesto,
influenz la scienza per quasi 1500 anni. L'opera influenzata da quella precedente di Ipparco e contiene la teoria
geocentrica dell'Universo. Di poco inferiore per importanza la sua opera geografica in 8 volumi.
[62] - Tamerlano: Sovrano turco dell'Asia centrale, nato a Kish (Samarcanda) nel 1336 e morto a Otrr nel
1405. Figlio di Turgai, della trib turca dei Barlas, con un esercito turco e una grande genialit militare, conquist
prima la Transoxiana, poi il Turchestan Orientale e pose fine al Khanato dell'Orda d'Oro; occup la Persia, l'Iraq,
l'Armenia, la Georgia e l'India settentrionale, prese Aleppo, dove batt i Mamelucchi, e Damasco con tutta la Siria e
batt gli Ottomani ad Ankara. Conquistata l'Anatolia, si spinse fino a Smirne, lasciando alle sue spalle distruzione e
terrore. Cre capitale del suo vasto impero Samarcanda, che divenne centro di studi e d'arte, grazie all'opera di artisti
persiani e damasceni. Mor mentre si appresetava ad attaccare la Cina. Alla sua morte in poco tempo il suo vasto
impero si sfald..
[63] - lanciar campanili: dire cose sbalorditive, vantarsi di cose inverosimili, cercare di stupire con le proprie
parole.
[64] - Morte: la satira della scuola arcadica pindareggiante.
[65] - L'altro: un rappresentante del petrarchismo arcadico.
[66] - Guerrino Meschino: titolo del popolare romanzo di Andrea da Barberino.
[67] - Pietro della Valle: Pietro della Valle (1586-1652), romano, scrisse il resoconto dei suoi viaggi in Oriente
(Viaggi in Turchia, in Persia, e all'India, descritti da lui medesimo).
[68] - imbietolire: andare in sollucchero.
[69] - Parino Meschino: pseudonimo del Parini, burlesco rifacimento di Guerrin Meschino.
[70] - Verso ecc.: la satira dei costumi contemporanei inizia con la descrizione della villeggiatura, tema caro alla
letteratura settecentesca: basti pensare a Le smanie per la villeggiatura del Goldoni.
[71] - Barone d'Altura: il nome allude ironicamente alla mania di grandezza del personaggio.
[72] - cinquadea: la spada (antica voce scherzosa e popolare composta da cinque e dea che in dialetto vuol dire
dita: la spada si impugna con cinque dita)
[73] - calcagnini: tacchi.
[74] - colosso di Rodi: la celeberrima enorme statua di bronzo, anticamente collocata all'imbocco del porto di
Rodi.
[75] - De la Petite chose: anche questo nome allusivo; un personaggio che affetta una ridicola predilezione
per tutto ci che piccolo.
[76] - al blictri: al minimo, dal francese blitre.
[77] - sarenti parute: ti sarebbero parse
[78] - Tulliesse: tante avvocatesse; da Tullio nome di Cicerone.
[79] - un non inteso mormorio: una espressione che sar ripresa ne Il Giorno (cfr. Il Mezzogiorno, ed. '65, v.
to2).
[80] - incantagione: formula magica, incantesimo.
[81] - novissime: uomini e donne si mostrano preoccupatissimi di seguire la moda, la cui satira diventer un
motivo ispiratore de Il Giorno (cfr. la dedica Alla Moda preposta a Il Mattino, ed. '63).
[82] - Siviglia: qualit di tabacco; cfr. Il Mattino, ed. '63, vv. 920-921.
[83] - barbigi: baffi.
[84] - complimenti: convenevoli.
[85] - Signori ecc.: la satira della mania di infranciosare il linguaggio; confronta Il Mattino, ed. '63, vv.
r84-203 e note; La Notte, vv. 543-551.
[86] - cotterie: compagnia (francese coterie).
[87] - teatro: esperienza mondana.
[88] - menagerete: tratterete con comprensione.
[89] - bandita: proclamata.
[90] - Allora: la satira della volgarizzazione scientifica e della moda della terminologia tecnica, cfr. Il
Mezzogiorno, ed. '65, vv. 821 segg.
[91] - chiare e distinte: secondo la celebre formula cartesiana.
[92] per dolcezza: cfr. Berni, A messer Ieronimo Fracastoro, v. 201.
[93] - I Bi e le Effi: iniziali di bestemmie.
[94] - cospettoni: imprecazioni.

[95] - chiassi: trivii.


[96] - rara strambezza: la straordinaria forma storta.
[97] - levante: un verso forgiato su consimili dell'Ariosto (Mazzoni).
[98] - l'infinit de' morbi ecc.: satira della medicina, dei medici e delle malate immaginarie; cfr. l'ode La
impostura, vv. 61-66 e nota al v. 67.
[99] - coccolina: raffreddatura.
[100] - zinghinaie: malanni.
[101] - che s'allindano ecc.: si fanno lindi ed eleganti.
[102] - decozionaccia: una amara pozione.
[103] - grasce: i viveri.
[104] - buccinare: spargere la voce.
[105] - provecciato: provveduto.
[106] - crmi ragione addosso: cogliere su di me per cogliere qualche motivo di reato, sorprendermi in fallo,
mettermi in stato d'accusa.
[107] - Astrea: la dea della giustizia.
[108] - mestatore: l'avvocato disonesto; cfr., fra le Poesie varie, le terzine Lo studio, vv. 19-21.
[109] - l'altro: il baciapile ipocrita; cfr. l'ode La impostura, vv. 73-78.
[110] - un furbo in chermis: furbo matricolato.

DISCORSO SOPRA LA POESIA


Edizione di riferimento
Tutte le opere edite e inedite di Giuseppe Parini raccolte da Guido Mazzoni, Firenze D.
Barbra editore, 1925
Seguo il ms. Ambrosiano, X, 12, che autografo; con cancellature e molte correzioni; delle
quali non tengo conto che in parte, sembrando superflue tali decifrazioni, difficili talora, e note
minute, poich si tratta di una prima copia duna prosa giovanile e poco elaborata. Il ms. un
fascicolo di pagine numerate 123-136 ; la quale ultima bianca. (Guido Mazzoni)
Lo spirito filosofico, che, quasi Genio felice sorto a dominar la letteratura di questo secolo,
scorre colla facella della verit accesa nelle mani, non pur lInghilterra, la Francia e lItalia, ma
la Germania e le Spagne, dissipando le dense tenebre de pregiudizii autorizzati dalla lunga et e
dalle venerande barbe de nostri maggiori, finalmente perviene a ristabilire nel loro trono il buon
senso e la ragione. A lui si debbono i progressi che quasi subitamente hanno fatto per ogni dove
le scienze tutte, e il grado di perfezione a cui sono arrivate le arti.
Il maggiore poi de beneficii, anzi quello che dentro di s contiene tutti gli altri che recati ci
abbia la moderna filosofia, si lo averci avvezzati a ponderare con un certo disinteresse le cose,
dimodoch n let, n il numero, n la dignit delle circostanze ci possano sopraffare.
Abbiamo ora appreso a prescindere da ogni vano abbigliamento, ed a gettarci immantinente
sopra lessenza della cosa, e, quella penetrando e investigando per ogni pi ascoso ripostiglio,
senza pericolo dillusione siamo giunti a discoprirne il vero. In simile guisa la fisica,
appoggiatasi allesperienza, ha insegnato a ben giudicare della natura de corpi, e colla scorta di
essa quindi ha determinato la probabilit de diversi sistemi, e quinci dimostrate ridicole le vane

paure del volgo. La morale, postasi ad investigare direttamente il cuore umano, quivi ha trovato
le vere origini delle passioni e le diverse modificazioni de nostri affetti, e, da quelle
argomentando, ha stabilito il vero carattere e il vero peso de vizii e delle virt. Cos, esaminando
le matematiche e le arti, pervenuti siamo a comprendere il giusto valor di ciascuna, distinguendo
tra le necessarie e le utili, tra le utili e le dilettevoli, e tra le dilettevoli e le soverchie.
La poesia medesima, della quale ho determinato ora di brevemente parlare, ha nuovi lumi
acquistati dallo spirito filosofico; e, comech abbia per una parte perduti i pomposi titoli che non
solo i poeti, ma i maggiori filosofi ancora donati le aveano, di celeste, di divina e di maestra di
tutte le cose, ha nondimeno ricevuto dallaltra un merito meno elevato, a dir vero, ma pi solido
e pi certo. Questo vero merito della Poesia piacemi che sia il soggetto del Presente discorso,
Che conterr alcune mie riflessioni, le quali giudicher meritar qualche cosa, qualora vengano
accompagnate dalla vostra sincera approvazione.
In due schiere partisco io la maggior parte di coloro che sogliono giudicare della poesia.
Altri sono certi facitori di versi o sia misuratori di parole, i quali s tosto che sono giunti a scriver
quattordici righe dundici sillabe per ciascuna, e le cui desinenze si corrispondano alternando con
egual suono, cos si persuadono dessere arrivati ne pi intimi penetrali di quella spelonca
L dove Apollo divent Profeta.
(Petrarca, Canzoniere, CLXVI,
Si fossi stato fermo alla spelunca)
Allora che costoro, ringalluzzandosi, e di versificatori credendosi divenuti veramente
poeti, cos fanatici si dimostrano per amore della poesia, che nullarte stimano potersi accostare a
quella, non che paragonare. A questi debbono accompagnarsi alcuni altri, i quali, essendo pur di
qualche mezzano valore in questarte, di buona fede sono persuasi delleccellenza ed importanza
di essa, e ragionano di que lor sonetti e di quelle lor canzoncine, non gi in maniera di
passatempo, ma con quella gravit chaltri discorrerebbe del piano duna campagna o della
spedizione duna colonia.
Laltra parte di coloro che sogliono dar giudizio sopra la poesia son quelli che, applicati
essendo ad alcuna delle scienze o delle arti pi utili, con troppa severit condannano questa e
tengonla a vile, come quella che punto non serve agli umani bisogni, ch vano trattenimento di
gente oziosa e il cui merito in altro non consiste fuorch in una foggia di parlare diversa dal
linguaggio comune.
Ora oser io sperare di potere far s che, luna di queste due parti scendendo alquanto, e
laltra alquanto salendo, sincontrino in un giusto mezzo, che colla ragione consenta e colla
verit? Io non credo di poter ci meglio ottenere che collesaminare per poco in che consista la
poesia.
E per lasciare da un lato le dispute che si sono fatte per deffinire questarte, io credo,
appoggiandomi allautorit de migliori maestri, esser la poesia larte dimitare o di dipingere
in versi le cose in modo che sien mossi gli affetti di chi legge od ascolta, acciocch ne nasca
diletto. Questo il principal fine della poesia, e di qui ha avuto cominciamento.
Da questa deffinizione appare che larte poetica non gi cos vana come vogliono i suoi
nemici; i quali, se questa vogliono condannare, condannar debbono egualmente la pittura, la
statuaria e le altre consimili arti di puro diletto, le quali presso tutte le colte genti in sommo
pregio si tengono, e per le quali mille valenti artefici si sono renduti immortali.

Mi si potrebbe rispondere che il piacere che in noi vien prodotto dalla poesia non nasce gi
da motivi intrinseci a quella, ma dalla sola opinione, la quale, veggendo esattamente descritte le
tali e tali cose secondo le regole che gli uomini hanno convenuto di stabilire a questarte, gode di
vederle adempiute. Ma chi ben considera filosoficamente questarte e la natura del cuore amano,
ben tosto savvede che non dallopinione degli uomini, ma da fisiche sorgenti deriva quel piacere
che dal poeta ci vien ministrato.
Per rimanere convinto di ci, egli mestieri di prima riflettere a quanto sono per dire. Tutte
le arti, che sono di unassoluta necessit al viver delluomo, sono state comuni ad ogni tempo e
ad ogni nazione, come sono lagricoltura e la caccia. Ma, perciocch luomo non solo ama di
vivere ma eziandio di vivere lietamente, cos non stato pago di aver ci solamente che il
mantiene; ma ha procurato ancora ci che il diletta. Adunque non solo le arti che sono
assolutamente necessarie, ma quelle ancora che per loro natura e non per la sola opinione
vagliono a dilettarci, sono state in ogni tempo comuni a tutte le genti: e si dee dire che questo,
perci appunto che son state sempre comuni ad ogni popolo, non per lopinione che in ogni
paese diversa, ma per una reale impressione, che tuttavia, e di lor natura, fanno sopra il cuor
nostro, vengano a recarci diletto.
Tanto pi universali sono poi state sempremai quelle arti dilettevoli al soccorso delle quali
non bisognano stranieri mezzi, ma la mente basta, o gli organi delluomo stesso: perci comuni a
quanti popoli abitano la superficie della terra furon sempre il canto, la danza, e, nulla meno di
queste, la poesia.
Cominciando dagli Ebrei fino agli ultimi popoli della terra, tutti quanti hanno avuto i loro
poeti. N parlo io solo delle nazioni chebber riputazione delle meglio illuminate, ma delle
barbare ancora, anzi delle selvagge, presso alle quali non pur veruna scienza, ma niuna delle
belle arti fiorita giammai. Ci rimangono ancora memorie o graziosi frammenti della poesia
degli antichi Galli, de Celti e degli Sciti. Lungo sarebbe chi parlar volesse delle poesie degli
Arabi, de Turchi, de Persiani, deglIndiani, delle quali molte veder possiamo tradotte nella lor
lingua daglInglesi e da Francesi. pur conosciuta da viaggiatori la poesia della China, del
Giappone, de Norvegi, de Lapponi, deglIslandesi, che in materia di furore poetico sono fra gli
altri popoli singolari. Fino a selvaggi dellAmerica, che non hanno verun culto di religione,
conoscono la poesia.
Questa sola universalit adunque di essa, siccome dimostra non esser la poesia una di quelle
arti che dalluno allaltro popolo si sono comunicate, ma che sembra in certo modo appartenere
allessenza delluomo; cos a me par bastevole per se medesima a dimostrare che un vero, reale e
fisico diletto produca la poesia nel cuore umano; non potendo giammai essere universale ci che
non per s bene, ma soltanto lo relativamente.
Ma io odo interrogarmi: E in che consiste egli adunque e donde nasce cotesto piacere o
diletto, che in noi produce la poesia?
Se noi ricorriamo allorigine di questarte, egli certo che non altronde che da un dolce e
forte affetto dellanimo debbesser nata, siccome da un dolce e forte affetto dellanimo debbono
esser nate la musica e la danza. La benefica natura ha dato alluomo certi segni, sempre costanti
ed uniformi in tutti i popoli del mondo, onde poter esprimere al di fuori il dolore o il piacere.
Tutti i popoli sospirano, piangono, gridano, allorch provano unaffezione che dispiace alla lor
anima; e tutti i popoli egualmente saltano, ridono, cantano, allorch provano unaffezione che
alla loro anima piace. Per mezzo di questi segni la medesima passione che agita luno, fa
passaggio al cuore dellaltro che n spettatore; e a misura che questi pi o men teme, o pi o
meno spera la cagione del piacere o del dispiacere del compagno, ne viene pi o meno agitato.
Lanima nostra, che ama di esser sempre in azione e in movimento, niente pi abborre che la

noia; e quindi che volentieri si presenta a tutti gli oggetti che senza suo danno metter la
possano in movimento; e, qualora non ha occasione di dover temere per s, sente piacere cos de
lieti come deglinfelici spettacoli. Per questa ragione che i Romani non provavano minor gioia
dallessere spettatori de giuochi florali, dellovazione, e de trionfi, che del combattimento de
gladiatori. Il che proveremmo noi medesimi se la religione non avesse pi raddolciti i nostri
costumi, se la carit non ci facesse tener per una parte di noi medesimi que meschini che gi
venivano sagrificati al diletto del popolo, se le nostre leggi non ci facessero abborrire in tali
spettacoli lingiustizia; e se finalmente il tempo non ce ne avesse disavvezzati. Bene il proviamo
nondimeno negli altri spettacoli, quantunque infelici, ove non concorrano questi motivi. Chi di
noi che non senta, misto alla compassione, anello il piacere al veder di lontano una battaglia, un
vascello nella burrasca, un incendio o la morte dun giustiziato? Perch crediamo noi che tanto
popolo accorra a somiglianti spettacoli? E non ci diletta egualmente, come laspetto duna
deliziosa e fiorita collina, lispido, il nudo, il desolato, lorrido duna montagna, dun diserto, o
duna caverna?
Ora, que primi uomini che a ragionar si posero sopra le cose, osservato avendo che cos i
segni del dolore come que del piacere recan diletto a chi li mira, eccitando ne cuori le stesse
passioni, non fino a quel grado per che le sentiva colui onde primamente provengono i
medesimi segni, si diedero ad imitarli, giudicando che limitazione, quanto sallontanerebbe dalla
cagion del dolore, tanto savvicinerebbe al puro e solo piacere.
Cos essi applicaronsi ad imitare le giaciture e i movimenti del corpo delluomo
appassionato, e ne composere il ballo; le diverse modulazioni della voce, e ne fecero la musica; i
sentimenti e le parole, e ne nacque la poesia.
Come per i segni delluomo appassionato sono sempre pi veementi, pi forti e, per cos
dir, pi scolpiti che non son quelli delluomo che trovasi in calma, cos riescono tali le parole e
lespressioni. Quindi che la poesia ha un linguaggio diverso da quello della prosa, che esprime
pi arditamente e pi sensibilmente i nostri pensieri, e vien sostenuto dalle immagini e da certi
tratti pi vivaci e lampeggianti: in guisa che corre tra il linguaggio della prosa e quello della
poesia lo stesso divario che corre tra luomo che riflette e discorre, e tra luomo ch commosso
ed agitato, le cui Idee sogliono essere pi rapide e, per cos dire, dipinte a pi sfacciati colori.
Perci il linguaggio della poesia cos naturale come quel della prosa; e quindi che s luno
come laltro sono sempre stati comuni ad ogni nazione.
Da questa teorica, che forse pu parer troppo lunga, ma ch, al mio credere, necessaria per
ben capire che cosa sia larte poetica, facilmente altri pu dedurre se sia o no vero e reale diletto,
o se dalla sola opinione dipendano o no que dolci movimenti dira, di nausea, dabbominazione,
dorrore, damore, dodio, di tma, di speranza, di compassione, di sospetto, di disprezzo, di
maraviglia, che pruova nel suo cuore colui che assiso nella platea vede da eccellenti attori
rappresentarsi la Merope, o che in unamabile solitudine osserva gli effetti sempre diversi
dellillustre amante di Laura, i sublimi capricci e grotteschi di Dante, le gelosie di Bradamante, le
lusinghe dAlcina, i furori di Rinaldo, le tenerezze dErminia, e simili.
Egli adunque certissimo che la poesia unarte atta per se medesima a dilettarci,
collimitar chella fa della natura e colleccitare in noi le passioni chella copia dal vero. E questo
un pregio non vano, non ideale, non puerile dellarte stessa.
Le si aggiungono nondimeno altri pregi non manco reali di questo. La versificazione, lo
stile, la lingua e simili, che formano la parte meccanica di lei, non meritano meno desser
considerate; ma noi per ora le tralasceremo, bastandomi che sia chiaro come la poesia abbia
facolt di piacerne per via del sentimento, ch la parte pi nobile, anzi lanima e lo spirito di
questarte.

Che se altri richiedesse se la poesia sia utile o no, io a questo risponderei chella non gi
necessaria come il pane, n utile come lasino o il bue; ma che, con tutto ci, bene usata, pu
essere dun vantaggio considerevole alla societ. E, bench io sia dopinione che linstituto del
poeta non sia di giovare direttamente, ma di dilettare, nulladimeno son persuaso che il poeta
possa, volendo, giovare assaissimo. Lascio che tutto ci che ne reca onesto piacere si pu
veramente dire a noi vantaggioso; conciossiach, essendo certo che utile ci che contribuisce a
render luomo felice, utili a ragione si posson chiamare quellarti che contribuiscono a renderne
felici col dilettarci in alcuni momenti della nostra vita.
Ma la Poesia pu ancora esser utile a quella guisa che utili sono la religione, le leggi e la
politica. E non in vano si gloriano i poeti che la loro arte abbia contribuito a raccoglier insieme i
dispersi mortali sotto le graziose allegorie dAnfione e dOrfeo. Omero ha pure insegnato, molto
imperfettamente bens, ma pure quanto era permesso alla sua stagione, la condotta delle cose
militari, e i primi capitani della Grecia hanno fatto sopra lIliade i loro studii; di che mi possono
essere buoni testimoni Platone, Aristotele, Plutarco ed altri autori. N sono da dimenticarsi i
cantici militari di Tirteo, che infiammarono e spinsero alla vittoria gli sconfitti Spartani, e che per
pubblico decreto cantavansi in ogni guerra dinanzi alla tenda del capitano. Esiodo ha insegnata
lagricoltura, ed altri altre arti o sia fisiche o sia morali.
Egli certo che la poesia, movendo in noi le passioni, pu valere a farci prendere
abborrimento al vizio, dipingendocene la turpezza, e a farci amar la virt, imitandone la belt. E
che altro fa il poeta che ci, collo introdurre sulla scena i caratteri lodevoli e vituperevoli delle
persone? Per qual altro motivo crediamo noi che tanto ben regolate repubbliche mantenessero
dellerario comune i teatri? solamente per lo piccolo fine di dare al popolo divertimento? Troppo
male noi penseremmo delle saggie ed illuminate menti de loro legislatori. Il loro intento si fu di
spargere, per mezzo della scena, i sentimenti di probit, di fede, di amicizia, di gloria, di amor
della patria, ne lor cittadini; e finalmente di tener lontano dallozio il popolo, in modo che non
gli restasse tempo da pensare a dannosi macchinamenti contro al governo, e perch, trattenuto in
quelli onesti sollazzi, non si desse in preda de vizii alla societ perniciosi. Ci chio ho detto de
componimenti teatrali, si pu dir colla debita proporzione ancora dogni altro genere di poesia.
Se la poesia dunque tale, come io, scorrendola per varii capi, ho dimostrato, e come a chi
spassionatamente la esamina dee comparire, onde proviene che a di nostri, e spezialmente in
Italia, incontra tanti disprezzatori? Se io ho a dire la verit, io temo che ci proceda non gi dal
difetto dellarte, n dei valenti coltivatori di essa.
Per bene avvederci dellorigine di questo disprezzo prendiamone un esempio dalla
medicina. Questa scienza ha forse ora tanti contradditori e tanti disprezzatori quanti ne ha la
poesia. Niuna cosa pi facile dellasserire che una persona ha il tal male, n dello scrivere una
ricetta ; cos nulla di pi agevole che il misurare alcuno parole e il chiuderlo In uno spazio
determinato. Quindi che al mondo si trovano tanti ciarlatani, che di medico il nome si usurpano
o loro si concede gratis, e tanti versificatori che da s assumono il nome di poeta, o loro per certa
trascuraggine vien conceduto dalla moltitudine, che non pensa pi oltre.
Basta che un giovine sia pervenuto a poter presentarvi una cattiva prosa frastagliata in versi,
che, pi non pensando alla preziosit che la pietra richiede, commendiamo qualunque vile selce o
macigno, perch il maestro ha saputo segarlo. Noi non istiamo ad esaminare se lartefice di
quella pietra ci abbia saputo formare una Venere degna desser collocata in una reale galleria,
ovveramente un passatoio o un termine da piantarsi a partire il campo di Damone da quello di
Tirsi.
Son come i cigni anco i poeti rari,

Poeti che non sien del nome indegni,


(Orlando Furioso XXXV, 33.)
disse gi lAriosto. Eppure noi veggiamo tuttod uscir delle scuole un numero di giovent che
con quattro sonetti pretende di meritarsi il nome di poeta, e si trova chi loro il concede. Una
mediocre osservazione della gramatica, la legittimit delle rime, un pensiero che non sia affatto
ridicolo bastano per far s che ogni monaca che si seppellisce, che ogni moglie che becca un
marito, che ogni bue che prenda la laurea, ricorrano a voi. S tosto che soli quattordici de tuoi
versi possono ottener lonore dessere ammessi in una raccolta, eccoti diventato poeta.
Le scuole pubbliche istesse contribuiscono a disonorare la poesia. Non contento, chi lor presiede,
dinsegnar male le arti che servir debbono dintroduzione al viver civile, si sbraccia nel volere
che gli scolari diventino poeti. E perch questo mai? E a che pu bisognare nel mondo ad un
giovine unarte ch di puro piacere? perch adunque non si ammaestra quivi ancora la giovent
nella musica e nella pittura? Frattanto ecco il danno che ne proviene. Si fa perdere per qualche
anno la met della giornata ai giovani che sono quivi adunati, in una inutile o seccagginosa
occupazione. Molti di essi, che hanno dalla natura qualche disposizione maggiore al verseggiare,
trascurano il pi importante delleloquenza, e, invaghiti di se medesimi, da se stessi si
applaudiscono; un puerile amore di gloria gli accende; e, qualora escano dallerudito ginnasio,
innamorati de vezzi della poesia ma senza bastevoli doti da poterne godere giammai, odiando
ogni scienza ed ogni arte necessaria al viver civile, rimangono a carico de lor genitori, si
rendono ridicoli a lor compagni meglio consigliati, e, se mai producono alcuna cosa, servono di
trastullo alle persone o si assicurano le fischiate della posterit.
Questo gran numero di verseggiatori, adunque, la cagione per cui da molte altronde savie
persone viene in s piccol conto tenuta la poesia. N meno cooperano a ci molti, per altro
valorosi, rimatori, i quali vengono ammirati bens, ma non piacciono.
Il poeta, come si pu dedurre da quel che di sopra abbiamo detto della poesia, dee
toccare e muovere; e, per ottener ci, dee prima esser tcco e mosso egli medesimo. Perci non
ognuno pu esser poeta, come ognuno pu esser medico e legista.
Non a torto si dice che il poeta dee nascere. Egli dee aver sortito dalla natura una certa
disposizione degli organi e un certo temperamento che il renda abile a sentire in una maniera,
allo stesso tempo forte e dilicata, le impressioni degli oggetti esteriori; imperocch come
potrebbe dilicatamente o fortemente dipingerli ed imitarli chi per un certo modo grossolano ed
ottuso le avesse ricevuto?
La poesia che consiste nel puro torno del pensiero, nella eleganza dellespressione, nellarmonia
del verso, come un alto e reale palagio che in noi desta la maraviglia ma non ci penetra al
cuore. Al contrario la poesia che tocca e muove, un grazioso prospetto della campagna, che ci
allaga e ci inonda di dolcezza il sono.
Ora che dovremo dire della nostra presente poesia italiana? Infinite cose ci sarebbero a dire.
Ma perciocch il tempo venuto meno al buon volere, permettetemi chio rimetta ad altra
occasione li discorrervene a lungo. Frattanto io spero che verr a ragionarvi meglio di me, e di
pi importanti cose che queste non sono, qualche altro degli Accademici, cui lesempio
dellabate Soresi e di me abbia rianimato a continovare un esercizio, che ci pu essere nello
stesso tempo utile e piacevole, quale questo delle Lezioni private: di maniera che, se noi non vi
abbiamo giovato o dilettato col recitarvi le cose nostre, possiam lusingarci almeno di averlo fatto
colleccitamento datovi, acciocch, ogni mese almeno, ci trattenghiate con qualche vostro lavoro.